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La voce dell'appassionato n째5

NON V'E' TABACCO SENZA DONNA


Editoriale di Gianluca Sansone Amici carissimi, confratelli di battaglia, finalmente di nuovo insieme, di nuovo fianco a fianco. C'eravamo salutati esattamente due mesi fa dopo aver passato insieme una splendida serata con il Vate dei sigari Caraibici Mario Lubinski, e consci di aver intrapreso una battaglia dura e di schierarci a guardia di uno stile ormai ben consolidato ed identificato, ci ritroviamo ora insieme alla dott.ssa Zoe Nocedo Primo, direttrice del Museo del Tabacco Cubano dell'Havana. Ad accompagnarla c'è il Presidente di CCA Francesco Minetti, il dott. Parisi, pioniere in tempi lontani del mondo sigarofilo cubano e Primo Guardiano delle Nove Porte, ed una tavola rotonda alla quale siederemo tutti noi, ed insieme andremo a conoscere il lato socio-antropologico del sigaro cubano. C'eravamo lasciati anche con una fanzine piena di aneddoti e curiosità, sempre attenta a temi che riguardano il nostro mondo a 365° ma quest'ultima è particolarmente ricca, tant'è che un paio di personalità importanti ci hanno definito sorridendo l'anti cultura, ma sinceramente noi vogliamo solo essere noi stessi, anche perché essere l'anti tutto e di tutti và molto di moda, e noi non lo siamo, ma soprattutto non vorremmo essere paragonati ad un BOOM vecchio ed obsoleto di ormai cinquant'anni. Come la copertina (splendidamente disegnata dal nostro vignettista Simon Paolo) racconta, questo numero è dedicato alla donna. Maggio è un mese speciale per colei che tutti i giorni ci affianca e ci sostiene, colei che negli anni settanta ruppe un equilibrio di genere che durava da secoli, una vera rivoluzione culturale, fatta di tante vittorie su ogni campo che la portarono a quell'autonomia che per natura era stata riservata solo agli uomini. E proprio perché queste lotte non vengano vanificate dall'oblio dei reality della tv che sono pronte a proporci quelle donne dalla mascella volitiva, piatto di carne succulento per tutti quegli omuncoli palestrati, e da passerelle di una moda sempre più cinica e regina di un egoismo dilagante che per ogni stagione ci propone una donna oggetto e ridotta alla schiavitù di multinazionali e uomini dagli affari d'oro. Come in ogni capolavoro cinematografico alla fine arrivano i ringraziamenti, doverosi perchè se questo mezzo d'informazione sopravvive è grazie all'aiuto di tutti, quindi grazie a Beppe Mitolo aka Akela, che ci sta guidando nel mondo dell'Edizioni Regionali, a Fabrizio Giancola aka Nemo che con il suo articolo ci ha permesso di non dimenticare la strage di Giovanni Falcone, La Confraternita dei Satiri, capeggiati dal Deus Ex Machina Francesco Masci, il Capo Mastro di ogni sapere Marco Leone ed il Reverendo del fumo lento Mimmo Telesca, ed infine il direttivo al completo!! Gianluca Sansone.


“Edicion Regional” para Italia: quando tutto cominciò! (Terza parte) di Giuseppe Mitolo aka Akela

Ultimo appuntamento con la storia delle Edizioni Regionali per l’Italia. Ultimo perché, se la storia, oggettivamente, riguarda eventi e fatti del passato, in essa non potremmo ricomprendere il Parejo di La Escepcion, essendo quest’ultimo, appena uscito sul mercato e quindi, ancorato al presente. Facendo, però, un passo indietro, non è difficile ricordare il suo predecessore di queste produzioni così “speciali”, ossia il Punch Diadema Extra n. 1. Un sigaro che per la sua maestosità, la sua eleganza e la sua limitatezza, già prima della sua commercializzazione, destò l’interesse di tutti gli aficionados mondiali. Eppure, proprio come un grande e importante protagonista dei nostri tempi, si fece attendere e non poco. Annunciato nel 2008, con prevista immissione nel mercato nei primi mesi del 2009, anno nel quale la Diadema S.p.a. compiva dieci anni dalla sua nascita, i primi box giunsero nelle tabaccherie non prima del Febbraio 2010. Il motivo di questo ritardo è, ovviamente, avvolto da una leggera nebbia di informazioni, più o meno ufficiali. Pare che i cubani, prima di immettere sul mercato il prodotto, attendessero i fogli di carta dorata per confezionare singolarmente i sigari, i quali dapprima furono persi e poi, arrivato il nuovo stock, risultarono essere inservibili (qualcuno si spinge a sostenere che questa seconda fornitura si deteriorò perché fu accidentalmente bagnata. Notizia da prendere con le pinze però…). Il perché e la storia del confezionamento in carta argentata/dorata sembra viaggiare di pari passo con la nascita della vitola stessa. Pare che negli anni venti le diademas venissero avvolte in fogli di carta argentata più per accontentare un vezzo del mercato americano che per un vero scopo tecnico (attualmente, questa tipologia di confezionamento riduce di molto rotture e tagli delle delicate foglie di capas). Molto interessante, inoltre, risulta la storia della nascita di questo formato, per la quale vale la pena dedicare qualche riga. Come accennato, la vitola “diadema” vide la luce intorno agli anni venti, forse introdotto nel mercato dalla famiglia Fernandez, Palicio y Cia, proprietari dei marchi Hoyo de Monterrey, La Escepcion, Punch e Belinda. Difatti, volendo ripercorrere le diademas storiche, non a caso quasi tutte fanno capo a queste marche: Hoyo de Monterrey con il suo Monterrey, La Escepcion con il Gran Gener e Punch con il suo Diadema Extra n. 1; quest’ultimo individuato con il n. 1 perché il n. 2 individuava il Gran Corona della marca. Nonostante queste vitolas siano state tutte dismesse nel 1980, alcune di esse hanno potuto beneficiare di una nuova vita, grazie a particolari riedizioni. Il Monterrey di Hoyo fu riproposto nel 2004 nell’humidor destinato alle Case del Habano, nel quale era anche presente una Gran Piramide. Particolarità di questa produzione resta la circostanza che sia stata l’unica a non avvolgere questo maestoso sigaro nella carta argentata. Inoltre anche Punch, oltre alla E.R. Italiana, ottenne la sua rievocazione storica nel 1999, quando il Diadema Extra n. 1 fu inserito nel “Siglo XXI Millennium humidor”. Anche se fuori dai canoni storici “rievocativi”, non possiamo tralasciare la produzione “one off” dei


Diadema Cuaba del 2001, da non confondere con quelli di produzione ordinaria. Infatti, quelli della Seleccion Limitada del 2001, erano destinati al solo mercato italiano, ben riconoscibili per la loro carta argentata con le stelline e dai singoli astucci lignei numerati (1500 prodotti). Tornando alla nostra Edizione Regionale, prima ancora di “scartare” il foglio dorato, qualche parola sull’aspetto estetico e sul packaging. Innanzitutto la tiratura, solo 1020 box, ossia poco più di diecimila sigari prodotti, confezionati in SLB da dieci sigari ciascuna, confezionamento analogo a quello dei Torpedos El Rey del Mundo del 2008/2009. Altra peculiarità, oltre il box e la carta dorata, era l’anilla, non quella tipica del brand, ma un’altra, frutto di una ricerca storica condotta da Diadema S.p.a. che, per celebrare il suo decennio di attività, ha rievocato ed elaborato una vecchia anilla della marca, risalente probabilmente agli anni cinquanta. L’anilla, dalla forma assai peculiare e squadrata, rappresenta con caratteri dorati, su fondo blu, una corona, con sopra l’indicazione della marca e sotto di essa la vitola de galera (coincidente con il nome dell’importatore italiano). Da ultimo, qualcuno attenderà delle note de gustative sul sigaro, per le quali, tuttavia, mi rimetto a fumatori più esperti dello scrivente, senza però esimermi dal dispensare brevi considerazioni sulla fumata. Indubbiamente la qualità e la quantità dei tabacchi utilizzati, uniti alle dimensioni della vitola e alle varie date di inscatolamento rilevate (molte riportano come cuño gli ultimi mesi del 2009), fanno sicuramente propendere per un lungo affinamento/invecchiamento. Tuttavia, chi ha avuto modo di fumarlo, ha generalmente riportato ottime impressioni su un’apprezzabile cambiamento dal momento del lancio (fonte: forum CCA). E questo sicuramente rincuora, soprattutto chi aveva investito, allora, 205 euro per l’acquisto di un box, sapendo già di vedere i frutti di un’ottima fumata solo fra qualche anno. E come tutte le “cose buone”, il tempo non potrà che apportare beneficio, a futuro appagamento delle nostre papille!


Lo sbarco del puro all'ombra del bel paese. Di Giuseppe Balzano Ci sono storie che si raccontano intorno al fuoco. Storie che divengono, nel tempo, le basi della nostra civiltà o quanto meno di un pezzettino del nostro sapere. Il sigaro, come ogni cosa creata dall'uomo, ha le sue storie leggende e tradizioni, proprio perchè creata dall'uomo la storia del sigaro, parla appunto di lui: dell'uomo. La storia del sigaro si divide in due enormi mondi: il sigaro cubano e quello che di nascita non proviene dall'Havana; questi è un prodotto forse meno mistificato e per noi italiani sicuramente meno conosciuto: ed è proprio di questo che nei nostri interventi parleremo, del sigaro non cubano. Il sigaro non cubano è sempre fondato su una storia di famiglie, spesso di famiglie fuggite o emigrate, di famiglie che divengono colossi o che si sfaldano diventando lapilli di cenere caduta nel posacenere del tempo e lì dimenticate. Per noi italiani, nulla poteva essere e nulla poteva diventare reale se non fosse stato per pochi, folli sognatori e fra questi un uomo e suo padre: la famiglia Lubinsky. Vorrei che provaste a immaginare un Italia molto diversa da oggi, un Italia senza cellulari e computer, un Italia senza forum e internet, magari un Italia operaia e contadina insomma l'Italia degli anni 80 e degli anni novanta. In quegli anni, per avere un Montecristo bisognava andare all'estero (esistevano solo cinque sigari premium ordinabili attraverso il monopolio), esisteva un mondo sotteraneo di scatole che passavano di mano, ma non esisteva nessun canale ufficiale: insomma l'italiano era all'oscuro di tutto. Ma in quegli anni si respirava anche uno strano vento, un vento che parlava di Europa unita; un vento che parlava di libera circolazione delle merci e delle persone. Tutti sappiamo che quando c'è libertà di circolazione le prime cose a circolare sono le idee. Negli anni novanta questo vento di cambiamento fremeva e portò nelle menti di alcune persone un idea: quella di distriburie in Italia i Sigari premium. Ci vollero anni di frenetico via vai col ministero dei monopoli di stato ma tra il novembre del 1998 e il settembre del 1999 avvenne quello che oggi molti fumatori danno per scontato, ma che all'epoca era assolutamente una rivoluzione: aprirono i magazzini fiscali di Lubinsky, Ita, Maga e Velier e vennero così distribuiti i primi sigari cubani e non. Questo evento permise anche un fatto culturalmente più importante; all'epoca non si potevano importare sigari latinoamericani direttamente dai paesi d'origine, bisognava farli arrivare in un altro modo, ci si doveva rivolgere ai colleghi europei, bisognava confrontarsi con questo macro organismo che stava rapidamente nascendo: insomma bisognava abbattere le frontiere del nostro provincialismo e imparare a guardare all'Europa. In questo panorama sociopolitico, si muovevano uomini ignari di quello che voleva dire avere un magazzino fiscale, cosi' come erano ignari i vari ministeri e l'ispettorato dei monopoli di stato. Era una novità per tutti, ci si trovava in una fase storica in cui l'umanita ancora non era colonizzata da internet indi per cui non solo non si trovavano informazioni facili sui prodotti o sulle leggi ma l'unico modo per poter farsi un idea a riguardo e per sviluppare un pò di cultura era il viaggiare incessante. I protagonisti di quegli anni non avevano il computer, potevano basarsi solo sui loro viaggi e le


interrelazioni umane che si riuscivano a instaurare di volta in volta. Per questo motivo Andrea Molinari che in quegli anni insieme a Niky Lauda aveva fondato la Lauda Air, potè permettersi di instaurare rapporti duraturi con Cuba e quindi di poter importare con Velier i primi sigari cubani nel nostro paese; allo stesso modo Lubinsky che non possedendo una compagnia aerea ma possedendo una ditta che commercializzava pipe ed articoli da fumo, da sempre, aveva il sogno di vendere tabacchi e sigari, ma per poterlo fare si poteva basare sulle sue conoscenze Europee e Americane. In quegli anni in Usa c'era un vero boom del sigaro, fiorivano negozi specializzati ogni d'ove ed essendo presente l'embargo con Cuba, tutti i produttori dell'America Latina concentravano li i loro sforzi, dimentichi o forse disinteressati al mercato Europeo e quindi nel vecchio mondo non c'erano molti prodotti disponibili e di conseguenza Lubinsky potè fare solo una cosa: rivolgersi ai produttori di pipe con cui già lavorava. Novembre 1998 Lubinsky presenta i suoi primi due prodotti ovvero i sigari Peterson e Asthon: Sigari che nascono da due realtà pipaie ovvero la fabbrica Peterson irlandese e il produttore di pipe inglese Bil Tailor Asthon. Entrambi i sigari erano in linea con la moda (anche americana) di quegli anni ovvero sigari molto leggeri con fascia connecticut shade; questo dato per noi è fondamentale per capire l'evoluzione storica del sigaro. Il fumatore italiano era abituato a fumare il Toscano, prodotto assai intenso e forte, e praticamente non v'era null'altro in commercio, quindi il sigaro non cubano si trovò a dover lottare in una forbice culturale, difatti i prodotti Cubani sono quasi sempre più forti dei sigari dominicani e assai più intensi, mentre gli extracubani hanno impiegato un decennio prima di poter produrre dei prodotti di forza uguale. Ricordiamoci che i sigari cubani e non si proposero sul mercato nazionale quasi in contemporanea e il cliente si basò su un proprio gusto personale per decidere cosa provare mutuato quasi sempre dal gusto preesistente ovvero quello del toscano. Gli italiani erano fumatori di toscano e gli importatori pensavano che i clienti si sarebbero comportati come col toscano ovvero fidelizzandosi e invece capirono un'amara verità: il fumatore di sigaro non si fidelizza mai su un solo tipo di prodotto e di conseguenza spesso sceglie cosa prendere in base a un concetto aleatorio per poi non tornare più sullo stesso sigaro dopo averne fumato un paio. Così nacque la leggenda sui sigari cubani, vennero scelti perché più forti e ricchi di charme edonistico, mentre tutti i distributori capirono che le loro prospettive non erano rosee come ci si immaginava. E com'è la situazione oggi? Molto diversa da quella di quattordici anni fa, mentre il catalogo dei sigari cubani disponibili va sempre più ad assottigliarsi e i gusti ad omologarsi, al contrario il mondo del non cubano si va diversificando forte di poter offrire mille storie diverse, ma anche di dover combattere il gap culturale per il quale tutto quello non proviene dall'isla grande è di serie b; gap, per altro, presente solo in Italia poiché per esempio in Germania metà del mercato è costituito da prodotti diversi da quelli di Habanos. Volevo concludere questo excursus storico con un ultima amara considerazione, parlando con Lubinsky nei giorni passati alla domanda qual'è stato il tuo più grande fallimento mi sono sentito rispondere: aver sovrastimato il mercato dato che per i produttori di premium il nostro paese ha lo stesso volume che può avere un negozio specializzato a Touxon e di conseguenza è un po' inutile lamentarsi del fatto che moltissimi sigari straordinari da noi non ci sono..... nessuno investirebbe in noi se non perché negli anni qualcuno ha instaurato profondi rapporti di conoscenza e amicizia


Sigari e campagna di Giuseppe Balzano Stanco dello smog, stanco del traffico, e stanco delle degustazioni che servono solo all'autopavoneggiamento, la mia anima aveva bisogno del verde frinire dei campi. Così presa l'automobile e preso qualche sigaro me ne vado per boschi e stradine del Lazio: “peregrinar mi fu dolce in queste lande” Dovete sapere che a una quarantina di chilometri da Roma, vicino alla cittadina di Cerveteri, v'è un borghetto medievale che risponde al nome di Ceri. Ceri, che conta 98 abitanti, è un unghia che sorge da una collina, scavata nel tufo sembra un presepio; un presepio fondato nel 1236. Il minuscolo borgo, lontano dai caotici urli delle automobili e dalla fiumana di persone ben si sposava a due cose che amo fare: mangiare e fumare e così dopo un pranzo rustico e mangiarozzo a base di coratella e cinghiale, e dopo una mezz'oretta a spasso per l'abitato decido di accendermi un sigaro regalatomi da un cliente. Niente vintage. Niente Cuba. Un sigaro chiamato old powder keg cigar: ovvero il sigaro del vecchio mortaio, prodotto dalla battleground cigar company un gruppo di pazzi che vivono in u posto chiamato Hazzardville che oltre a ricordare una famosa serie tv degli anni 70 richiama in noi spiriti sudisti e la musica dei Lynird Skynird; e non è un caso è veramente un prodotto sudista difatti questi sigari innegiano alla guerra civile americana e ai suoi eroi. Il sigaro in questione è un piramide di tabacchi nicaragua e connecticut shade forte robusto e rozzo. L'ho fumato guidando in campagna, l'ho fumato disteso sotto un platano sul lungolago di bracciano e l'ho spento poco fa. Nei sapori è un crescere di dolce e note lignee, molto interessante e altrettanto divertente, ma non chiedetemi di fare un panel non ne sono capace, o forse non ho voglia di fare il falso sommelier; posso solo dirvi che è un bel figliolo da fumarsi dopo la coratella, è un sigaro legnoso, duro, scuro e pieno di sapori e umori che rimandano allo stallatico e alle colline. Sono tornato ora a a casa e il sigaro rimane nella mia memoria per quello che rappresenta e per la giornata passata: ero a spasso con la mia compagna, ho fumato un ottimo sigaro e non mi serve nessuna foto in salottini altolocati per essere felici, solo musica country a volumi elevati, e un albero sotto cui godermi il 25 Aprile. Buone fumate


Giovanni Falcone (Palermo, 18 maggio 1939 – Palermo, 23 maggio 1992) In occasione del ventennale di commemorazione della morte del Giudice Giovanni Falcone, credo che un modo per celebrarlo sia ricordare alcune delle sue frasi più significative; io, almeno, voglio farlo così. Un cantante lascia ai posteri una canzone, un poeta un suo componimento, un pittore una sua tela … un giudice le memorie delle sue esperienze. “Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone di alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.” “Perché una società vada bene, si muova nel progresso, nell'esaltazione dei valori della famiglia, dello spirito, del bene, dell'amicizia, perché prosperi senza contrasti tra i vari consociati, per avviarsi serena nel cammino verso un domani migliore, basta che ognuno faccia il suo dovere.” “Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola.” “La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine.” “Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l'impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi.” “A questa città vorrei dire: gli uomini passano, le idee restano, restano le loro tensioni morali, continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini.” “L'importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza.” “Temo che la magistratura torni alla vecchia routine: i mafiosi che fanno il loro mestiere da un lato, i magistrati che fanno più o meno bene il loro dall'altro, e alla resa dei conti, palpabile, l'inefficienza dello Stato.” “L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. E NO! Questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire: beh! Ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest'uomo è mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere


onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati.” “All’inizio degli anni Settanta Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa. Un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali. Una massa enorme di capitali dei quali, naturalmente, cercò lo sbocco. Cercò lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali, contestualmente Cosa Nostra cominciò a porsi il problema e ad effettuare investimenti. Naturalmente, per questa ragione, cominciò a seguire una via parallela e talvolta tangenziale all’industria operante anche nel Nord o a inserirsi in modo di poter utilizzare le capacità, quelle capacità imprenditoriali, al fine di far fruttificare questi capitali dei quali si erano trovati in possesso.” “Io accetto la... ho sempre accettato il... più che il rischio, la... condizione, quali sono le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio e, vorrei dire, anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto, ad un certo punto della mia vita, di farlo e potrei dire che sapevo fin dall'inizio che dovevo correre questi pericoli. Il... la sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi in, come viene ritenuto, in... in estremo pericolo, è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me. E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare... dalla sensazione che, o financo, vorrei dire, dalla certezza, che tutto questo può costarci caro.” “La mafia, lo ripeto ancora una volta, non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società. Questo è il terreno di coltura di Cosa Nostra con tutto quello che comporta di implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione.” “Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.” “Possiamo sempre fare qualcosa: massima che andrebbe scolpita sullo scranno di ogni magistrato e di ogni poliziotto.” “La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto, bisogna rendersi conto che si può vincere non pretendendo l'eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni.” “In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.” “Per vent'anni l'Italia è stata governata da un regime fascista in cui ogni dialettica democratica era stata abolita. E successivamente un unico partito, la Democrazia Cristiana, ha monopolizzato, soprattutto in Sicilia, il potere, sia pure affiancato da alleati occasionali, fin dal giorno della Liberazione. Dal canto suo, l'opposizione, anche nella lotta alla mafia, non si è sempre dimostrata all'altezza del suo compito, confondendo la lotta politica contro la Democrazia cristiana con le vicende giudiziarie nei confronti degli affiliati a Cosa Nostra, o nutrendosi di pregiudizi: ‘Contro la mafia non si può far niente fino a quando al potere ci sarà questo governo con questi uomini’.” Un’ottima fumata a tutti, nella speranza di un futuro migliore. Fabrizio Giancola, AKA nemo_f


Storie di gusti. Di Giuseppe Balzano e Gianluca Sansone

Nata per gioco, divenuta una fede, quella dei satiri è una vita dura e difficile. Braccati dalla società massificata e costantemente bombardati da pubblicità e reality, talvolta uno sparuto gruppo di satiri si riunisce per strani rituali ancora non ben spiegati dalla scienza. Si riuniscono per ricordare, attraverso nubi di fumo e fondi di bicchiere, la loro storia. Spinti dalle entusiastiche recensioni di un Confratello Potentino abbiamo deciso di tirare il collo a una veneta bottiglia, il Capo di stato dell’Azienda Agricola Conte Loredan Gasparini. Per comprendere questo vino bisogna conoscerne la misterica storia: già nel lontano 1590 lo storico Bonifacio ne tesseva le lodi nella sua “Historia Trevigiana” sostenendo che “Ha il contado di Trevigi boschi utili per molte legne e per la caccia… I terreni producono vini buonissimi ed il migliore è quello della riviera del Montello”, consta di terreni argillosi ricchissimi di ferro e componenti minerali. Successivamente negli anni cinquanta il conte fonda l'azienda vinicola e vi pianta i classici unvaggi francesi da taglio bordolese, ovvero: Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot e Malbec. Grazie alla passione, all'impegno e a un terroir unico nella sua struttura nascono i vini dell'azienda che nel tempo danno vita ad un nuovo sogno: qualcosa fino ad allora mia prodotto e neppure mai pensato:Un taglio bordolese. La prima vendemmia nacque nel 1964, e tra i suoi estimatori storici vi erano persone di gran calibro come il capo di stato Charles de Gaulle e in onore del quale prese il suo nome definitivo ovvero Capo di stato;Un taglio bordolese appena inusuale nell’uvaggio con cabernet franc e sauvignon a farla da padroni, affiancati da un po’ di merlot e di malbec. La degustazione è stata effettuata con bicchieri Bormioli Da degustazione (piccolo tulipano ) in tabaccheria durante il normale orario di lavoro. Le quattro persone presenti erano: Gianluca Sansone, Giuseppe Balzano, Francesco Masci e il potentino Mimmo Telesca; questi i risultati dopo aver raccolto le schede ais. La bottiglia è un vintage 2006, l'apertura è stata semplice e il sughero era perfettamente integro, il


volume alcolometrico 13,5%, invecchiamento: 18 mesi in botte grande e piccola percentuale in barrique di rovere francese La degustazione ha portato alla luce il carattere femmineo e setoso al naso di questo vino, le viti vecchie permettono di estrapolare molte note e molte realtà al naso (c'è chi c'ha sentito perfino la crema chantigly, note ferrose e minerali) con buona complessità e discreta intensità. Colore intenso con una bell'unghia rosso scuro cupo e sanguigno. In bocca non prevaricano i tannini, e seppure il vino mostra un carattere mascolino e di nerbo, con buona potenza ma mai soverchiante. L'unico degustatore non troppo convinto è stato il Balzano (che però è notoriamente un rompiscatole ) mentre gli altri tre degustatori sono stati piacevolmente sorpresi. Difatti il vino, contestualizzato al fatto che nacque lontano dai tagli bordolesi imposti dal vate Wine Spectator l'avvocato Parker, è un vino antesignano di una corrente, è il capostipite di tutto ciò che poi è successo nella nostra magica penisola.

Finita la prima parte della degustazione quel bel tipo del Masci se ne uscito con una bella sorpresa: una latta intonsa di Bengal Slice della james b russell inc. Una latta di un tabacco di 20 anni fa: un flake le cui fette sono perfettamente spesse 1 mm, dagli odori cuoiosi e un pelino muffiti, un tabacco purtroppo secco come un selcio e farinoso, una volta rotto diventa una sabbia grossa e polverosa. Questa secchezza già fa pensare alla morte del re, a una deposizione Tintorettiana, dalla pennellata rozza e colorosa. Caricate le pipe (1 don carlos, una wallestein e una dunhill gr 2, ed una castello) si da fuoco alle ceneri. Pareri discordanti come un opera di Wagner, tabacco sottile e dalla difficile fumata, che però nell'arco della sua esecuzione regala labili eteree e sottilissime sfumature, ritratti segni e immagini di tempi andati. Se solo il sigillo avesse retto sarebbe stato memorabile ma che così, seppure con moltissimi dubbi, regala variegate immagini nelle nostre menti. Un tabacco che raggiunge appena la sufficienza ma che poi ri fumato guadagna qualche altro punto. Una bella giornata, una bella degustazione: ora possiamo affrontare la quotidianità il duro vivere di ogni giorno, e già stiamo progettando la prossima degustazione, quindi amico lettore, satiro nell'anima o già conclamato confratello, si accettano consigli poiché le strade sono buie e gli odori da ricercare.


Il Viaggio Lento di Andrew Brociner Il mondo intorno a noi va sempre più veloce. La vita, sopratutto nelle grandi città, ha raggiunto un tal punto di frenesia che l'essere umano è ormai ridotto a passare la sua esistenza andando da un punto ad un altro, ma senza capire dove sta andando; il mondo moderno ha perso la prospettiva. In questo mondo veloce, ci siamo noi gli adepti ai piaceri lenti: lo slow food, lo slow wine, il fumo lento, la rasatura tradizionale e la lettura. In fatti, quest'ultimo anche in un mondo in cui l'informazione arriva sempre più veloce ed è quasi esclusivamente “notizie” (meglio ancora se è uno “scoop”), immergersi in un libro classico per il solo gusto di assaporare un libro ben scritto e non perché è “utile” conferisce non solo questo piacere, ma fa vedere quella prospettiva che manca tanto alla nostra vita attuale. Vi propongo un altro concetto: quello di viaggiare lentamente. Anni fa, ho fatto (e poi successivamente rifatto) un giro in macchina dell’Andalusia. Ho provato di vedere ogni pueblo che potevo de un lato dall’altro della penisola. Certo, ho visitato le più grandi città, come Siviglia, Cordova, e Granada - che sono delle meraviglie - ma anche quello che c'era in mezzo. Ho visto piccoli paesi con delle case bianche adagiate sulle colline dove gli autoctoni non erano ancora abituati a vedere stranieri, chilometri e chilometri di olive, con i raggi del sole di mezza mattinata diffusi attraverso i loro rami che sembrava surreale, le catene maestose della Sierra Nevada coperte di neve ed, a poco distanza, le spiagge deserte del Mediterraneo. Ho visto la fisionomia della regione e della gente e ho cercato di vedere come vivono. Fu un viaggio indimenticabile. Quando Théophile Gautier fece il suo giro di Spagna in 1840, aveva come mezzi a disposizione, una carrozza tirata dai cavalli, da muli ed a volte anche da buoi. In questo modo, il suo viaggio durò sei mesi. Ma quello che vide fu indelebile nei suoi occhi colto e pieno di curiosità a assorbire tanto in termini di arte, architettura, natura, fisionomia ed abiti della gente. Le sue considerazioni furono così perspicaci che dopo quasi due secoli sono non solo ancora valide, ma

anche freschi. Ecco quello che scrive, a proposito di viaggiare: “La rudezza dei sentieri appena tracciati, il grandioso selvaggio dei siti, gli abiti pittoreschi degli arrieros.... Il viaggio diventa allora una cosa reale, una azione alla quale partecipate. In una carrozza, non siamo più un uomo, siamo solo un oggetto inerte,… non vi differenziate molto del vostro bagaglio. Siamo lanciati da un posto ad altro,


questo è tutto. Tanto vale rimanere a casa propria. Quello che costituisce il piacere del viaggiatore è l'ostacolo, la fatica, il pericolo addirittura. Che gradimento possa avere un escursione dove siamo sempre sicuri di arrivare, di trovare i cavalli pronti, un letto soffice, un eccellente cena e tutti le comodità che possiamo godere a casa?” Quando viaggiamo da un punto ad altro, che cosa abbiamo realmente visto fra i due punti? Da che cosa è normalmente attratta le nostra attenzione, se non de un altro cosi-detto “sviluppo” tecnologico anziché dall’arte, l'architettura e la bellezza della natura strada facendo? Vediamo la maggior parte dei viaggiatori con occhi fissi su uno schermo di un computer, tablet, play-station, o cellulare, spesso anche con gli auricolari totalmente “connessi” ed al tempo stesso sconnessi dal mondo reale circostante. Abbiamo costruito un mondo che è molto più veloce e forse anche più confortevole di qualche secolo fa, ma abbiamo penalizzato la nostra capacità di osservare e di immaginare. Personalmente, rinuncerei volentieri a molte delle comodità del viaggio moderno in cambio della ricchezza proveniente dall'osservazione, dall'ascolto e dalla contemplazione. A questo punto poniamoci la domanda: qual è lo scopo di viaggiare? Purtroppo oggi, la risposta è spesso solo di cambiare aria e di evadere dalla vita quotidiana. Certo, rilassarsi, ricaricarsi e spezzare una routine stressante ha i suoi meriti, ma troppo spesso ritorniamo dopo una breve vacanza nella stessa situazione che abbiamo lasciato senza grande cambiamento, e questo perché non siamo cambiati dentro. Altrimenti detto, con le parole poetiche de Orazio: “Mutano cielo, non animo, coloro che corrono di là dal mare”. Oggi, le vacanze nei villaggi turistici sono molto diffuse e non credo che sia necessario andare molto lontano per trovare la stessa formula, gli stessi servizi e la stessa gente che si possono trovare a poca distanza dalla propria casa. Allora perché viaggiare? Il viaggio esterno deve essere sinonimo di quello interno, i chilometri percorsi in sintonia con il cammino dell’anima, e ciò che vediamo deve trasformare come vediamo, o come dice Proust: “L'unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell'avere nuovi occhi...”. E’ il nostro viaggio interno che conta. Personalmente, non mi è mai piaciuto fare il turista. Ho un avversione pronunciata per i posti (bar, ristoranti, ecc.) turistici e cerco sempre di evitarli, preferendo trovare quei posti autentici, cercando di vivere come un autoctono e mangiare e bere come lui. Cerco di rimanere il più possibile, addirittura viverci per un periodo, conoscere i loro modi, stile di vita e anche se possibile imparare la loro lingua. Alla fine, mi trasformo. In questo senso, la mia vita è stata un lungo viaggio. Quello che mi piace anche in certi casi è perdermi, percorrere le stradine per scoprire un infinitesimale di piccoli dettagli. Voglio conoscere non solo punto A e punto B, ma anche la pletora delle cose fra i due. Provo quasi un dispiacere a conoscere troppo bene un posto che mi piace molto perché è sempre più difficile perdermi, come provo un dispiacere quando vedo che avanzo rapidamente nella lettura di un libro bellissimo e cerco di rallentare perché so che con ogni volta che giro la pagina, purtroppo sto arrivando ineluttabilmente alla fine. Si, tutto ha una fine. Viaggiare e conoscere soltanto punto A e punto B è come voler leggere la prima e l’ultima pagina di un libro. Il piacere è di soffermare e perdersi in una deliziosa lettura. Come dice Lao Tzo: ”Un buon viaggiatore non ha una programma definito e non ha come scopo di arrivare.” E per questo tipo d’itinerario non pre-definito, bisogna avere il tempo e la voglia di fare un viaggio lento.


Le donne e il vino di Mimmo Telesca Sempre più donne si avvicinano al mondo del vino, sempre più ne sono consumatrici e fanno del vino un punto di interesse culturale e sociale, approfondendone la conoscenza. Ma la vera realtà da porre in evidenza è che sempre più donne, e non da ora, sono a capo di imprese vitivinicole. Voglio parlarvi di tre di esse, delle quali ho assaggiato i vini e ne sono rimasto favorevolmente impressionato. La prima è Elena Fucci, lucana, proprietaria ed enologa dell’omonima azienda, che in quel di Barile produce uno straordinario Aglianico, il Titolo, pluripremiato da tutte le guide del settore con punteggi altissimi; un vino potente, pieno in bocca, come solo l’Aglianico sa essere, ma che allo stesso tempo sa essere elegante, raffinato, dispensando profumi di confettura e tabacco. Una donna che con la sua opera dà sempre maggior lustro e prestigio ad un territorio come quello del Vulture, ritenuto da molti una delle aree vitivinicole più prestigiose d’Italia. Poi c’è una siciliana, Arianna Occhipinti, che a Vittoria produce vini interessantissimi che esaltano la tipicità del proprio territorio. Basta provare il suo SP 68, sia il bianco che il rosso, per capire come raccontano tutta la tipicità della terra siciliana: freschezza, persistenza, straordinaria bevibilità, queste le caratteristiche di quest’ottimo prodotto; e che dire poi del pluripremiato Frappato, il vino di punta dell’azienda, un rosso fresco, sapido, di buon corpo, dal lunghissimo finale che non smetteresti mai di bere. Per ultima infine un’altra lucana, Elisabetta Musto Carmelitano che nel piccolo paese di Maschito produce due ottimi vini: il Serra del Prete e il Pian del Moro, due Aglianici in purezza che si differenziano per l’invecchiamento ( il primo lo fa in serbatoi di acciaio e cemento, il secondo in tonneaux di rovere francese) ma che hanno ambedue un’ottima struttura ed una lunga persistenza in bocca; due prodotti che pian piano stanno dimostrando tutta la loro potenzialità e che nel tempo stanno migliorando sempre più. Tutte e tre sono donne giovani, testarde, determinate, appassionate del proprio lavoro e che hanno fatto una scelta non facile, soprattutto oggi: fare impresa, inseguire un sogno, con tutte le difficoltà e le fatiche che esso comporta e farlo diventare realtà, una realtà che pian piano sta portando i loro prodotti ai vertici della produzione vinicola italiana. Allora forse è vero che il vino declinato al femminile ha davvero una marcia in più!


.UN MOMENTO DI FOLLIA E RITORNO.

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C’era una volta…elfi, satiri, salighe.. Quante figure fantastiche vagano fin dall’infanzia nella mente dell’Uomo, conducendola per un universo inesplorato. Successivamente, nell’età adulta, l’intelletto ancora fantasticherà, ma sul possesso di ciò che non possiede; qualcosa più vicino alla realtà che alla fantasia. Perché il mondo che lo circonda insegna a concentrarsi sul reale, sul tangibile, sull’accertato. Tuttavia senza la fantasia, ciò che oggi è tangibile forse ieri non sarebbe stato scoperto o inventato. Allora.. chissà che non esista anche ciò che ancora non si percepisce? La mente si distende nei momenti di riposo, complice la fantasia, con quei giochi di pensiero che da piccoli erano la normalità e da grandi sono un momento, in cui ritirarsi godendo magari dei propri vizi.. del fumo di un sublime tabacco, dei vapori di un celestiale distillato, di una erotica visione mitologica. Erotica visione mitologica?! L’Eros..la macchina di tutto.. la spinta attraverso la quale l’energia genera la vita, e la vita s’appaga di quell’energia. Vettore del vivere migliore. Elfi, satiri, salighe… e umani, che però travolti da una condizione che compromette i ritmi della natura, hanno dimenticato l’arte che genera piacere..ed energia. Ma un acquerello, una scultura, una sensazione più forte del solito, è sempre lì pronta a ricordare l’ancestrale. Elfi, satiri, salighe… figure che esprimono al meglio la gioia di vivere, nella perpetua contemplazione di Madre Natura che mai li abbandona. Elfi… simboli delle forze dell'aria, del fuoco, della terra, dell'acqua.. spiriti simili agli umani, alti e magri, forti e veloci. Privi di barba, hanno capelli perlopiù biondi e occhi chiari che si dice penetrino la persona fino a conoscerne i pensieri; pare siano dotati di telepatia! Talvolta alcuni possono essere capricciosi e talvolta benevoli con l'uomo che li rispetta; possono donare oggetti magici a chi puro.. nel cuore e nello spirito. Satiri.. figure mitiche maschili che abitano boschi e montagne. Personificazione della fertilità e


della forza vitale della natura, generalmente raffigurati come esseri umani barbuti con corna, coda e zampe di capra, spesso dediti al vino, a danzare con le ninfe ed a suonare il flauto. Talvolta sono raffigurati con una vistosa erezione! E le salighe.. streghe delle più alte selve di montagna, detentrici di antiche magie, custodi dei boschi e delle sue creature. Figure cariche di fascino e bellezza, che donano all’uomo ricchezza ed erotismo in cambio di bontà. Ma stolto è l’umano che vuole possederle. Il loro è un dono di cui godere soltanto nel momento in cui si manifesta. Disgraziato fu colui che rifiutò i loro regali, che volle conoscerne i segreti, sordo alle richieste per le quali avrebbero pagato più dell’avuto. La sventura lo seguì fin dentro l’animo meschino. Già.. Figure complesse, di cui come accennato, è meglio non conoscer nome, ma solo desiderarne la presenza. Un compromesso difficile per l’umana creatura, come difficile fu traghettare l’esistenza di Elfi Satiri e Salighe fino all’età dell’intelletto. E ancora.. dell’Uomo e della Donna. “L’uomo come una roccia, una roccia in mezzo a un torrente. Il torrente è la vita che gli scivola attorno e lui è la roccia che, benché si goda l’acqua, rimane impassibile alla corrente, cioè alla vita dove tutto scorre. La donna invece è una ninfa d’acqua, una creatura dalle sembianze allo stesso tempo umane e divine. Senza un uomo una donna può solo lasciarsi andare al torrente, ed è una cosa bellissima, ma allo stesso tempo ci sono momenti in cui il torrente è tranquillo e piacevole, altri in cui le rapide lo rendono molto pericoloso e la ninfa rischia di farsi male. Poi un giorno la ninfa incontra la roccia. Vorrebbe distendersi su di lei e addormentarsi, ma allo stesso tempo non è sicura della sua solidità. Corre un rischio, se si addormenta e la roccia crolla lei finisce in acqua ancora piena di sonnolenza. Allora la ninfa cosa fa? Guarda la roccia per un certo tempo e scruta la sua solidità. Magari all’inizio ci sale sopra per pochi secondi e poi si ributta in acqua, ma col tempo, a poco a poco, acquista sempre più fiducia e vi si addormenta sopra. Da quel momento in avanti la ninfa ha la possibilità di avventurarsi in acqua quando vuole, ma allo stesso tempo di salire sulla roccia e addormentarsi, con la sicurezza assoluta che la roccia la sorreggerà, proteggendola dalle piene improvvise e da altri pericoli che il torrente può celare”. C’era una volta.. poi Loro pensarono bene di lasciare ai margini del bosco un fiasco di nettare divino, un pezzo di legno colmo di tabacco, l’erotico disegno che genera la vita. L’Uomo prese altre strade lontane dalla fantasia, ma tenne con se quei doni che ancora lo legano a quella dimensione ultraterrena. Oggi non ricorda più nemmeno la provenienza di quei doni, ma geloso li conserva e se ne aggrada. Chissà che un giorno non rammenti… ma per il momento questo è tanto.

ML


Il taccuino del Satiro Appunti modernisti per uno stile senza tempo

Oggi, complici il caldo appiccicoso e il cielo plumbeo, non ho voglia di concentrarmi su chissà quale sottile analisi. Piuttosto, vi racconterò una storia, lasciandovi la piacevole fatica di estrapolarne gli elementi di rilievo. Buona lettura. Africa del Nord, 1942 L’esercito di S.M. britannica si trovò incastrato nel deserto, preso tra il maglio inarrestabile dell’Afrikakorps e l’incudine della sua stessa impreparazione. E se il generale Montgomery, a prezzo di sforzi inenarrabili e trovate geniali, riuscì ad arrestare il mostro tedesco a El Alamein, all’incompetenza di fornitori e furieri ognuno dovette porre rimedio personalmente. Il khaki drill, la divisa creata per i combattimenti nelle colonie tropicali, era progettato male e realizzato peggio: uno dei problemi più gravi era nella scelta degli scarponi. I pesanti anfibi d’ordinanza (in cuoio grasso e duro come il ferro) erano quanto di peggio si potesse indossare con quel clima e quelle superfici d’appoggio. Tuttavia, molti ufficiali e piloti raggiunsero l’Egitto passando dal Capo di Buona Speranza; questi fortunati poterono avvalersi dei servigi di sarti e calzolai africani, assai più preparati a quel clima dei furieri d’Albione. Una delle più comuni “infrazioni” al regolamento fu quella di buttare a mare gli anfibi e sostituirli con i chukka boots; stivaletti alti fino alla caviglia, creati per passare rapidamente dal campo di polo al bar del circolo, comodi e resistenti. Per adattarli ai rigori militari si decise di realizzarli in pelle scamosciata, con una doppia suola di para. Il materiale era molto più fresco del cuoio grasso, ma poteva essere rapidamente reso impermeabile (bastavano poche pennellate di olio); senza contare che la maggior cedevolezza permetteva di sfruttarli in ogni occasione, semplicemente cambiando tipo di calzettoni. La suola in gomma resisteva meglio alle intemperie e isolava dal calore della sabbia. Questi stivaletti divennero tanto popolari da guadagnarsi il soprannome di Sister Street Brothel Creepers, dalla leggendaria Rue Des Soeurs, il distretto a luci rosse di Alessandria dove tanti ufficiali britannici si andavano a consolare… Chicago, 1949 Il giovane Nathan Clark è da sempre abituato a lottare. Ha combattuto in Birmania durante la Seconda Guerra Mondiale; qui ha osservato accuratamente gli stivaletti scamosciati che i colleghi dell’Ottava Armata hanno portato dal Cairo. Incuriosito, ha realizzato un primo modello “civile” (usando i giornali vecchi rimasti nelle camerate). Tornato a casa e alla propria fabbrica di scarpe, si vede bocciare l’idea dal consiglio d’amministrazione. E’ invendibile, dicono loro. Ma Nathan è cocciuto, si costruisce da solo qualche decina di paia e porta tutto quanto alla Chicago Shoe Fair. Il nome dell’articolo? Desert Boot. Dodici milioni di paia dopo, il signor Clark ha lasciato questo mondo. Ma da gentiluomo qual’era, non si è mai abbandonato al banale “ve l’avevo detto”.


QUASI AMICI

Di Simone Bori

Un film francese di Olivier Nakache, Eric Toledano. Con François Cluzet, Omar Sy, Anne Le Ny, Clotilde Mollet, Audrey Fleurot. Il racconto è basato su la vera storia di Philippe Pozzo di Borgo, ricco tetraplegico che trovò nel suo badante Yasmin Abdel Sellou un amico più unico che raro,”Quasi Amici” ha letteralmente sbancato i botteghini francesi,diventando la produzione più fortunata di sempre. Il Film racconta l'amicizia tra Philippe,ricco tetraplegico,e Driss,un giovane di origine senegalese appena uscito di galera,che viene assunto come badante del francese. Due mondi messi a confronto,Philippe troverà in Driss un amico che lo solleverà dai suoi dolori,Driss troverà in Philippe un modo per scappare dal suo mondo... Tutto scorre su un sottile umorismo che rende la tematica del film leggera e serena,ci mostra la vita di un “diverso” senza troppi melodrammi,capace di affrontare la vita in maniera migliore di molti uomini “normali”. Gli attori sono straordinari e la loro interpretazione alza di livello del racconto,incantando lo spettatore il quale rimane sereno anche nei momenti più difficili. Le due ore di film scorrono in maniera veloce senza mai risultare pesanti,la leggerezza con cui viene affrontato il tema dell'handicap sfiora la genialità,i due registi riescono ad estrapolare dal protagonista tutta la sua voglia di vivere,ed è proprio questo che colpisce lo spettatore,colpito dalla voglia di sperimentare la vita del personaggio che non dalla sua invalidità. Un film da vedere.


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