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APRILE 2010 COPERTINA

TORINO COMICS 2010 Una Non-Resocronaca Non mi sono mai perso un'edizione di Torino Comics. Di più: non mi sono mai perso un solo giorno di ogni edizione di Torino Comics. Ricordo ancora perfettamente i tre (3) fumetti che mi comprai alla prima edizione, l'unica per la quale abbia pagato il biglietto d'ingresso. Per tutte le successive edizioni devo ringraziare sentitamente l'organizzazione per avermi (...)

RECENSIONI

ARTICOLI

NOéIN AA.VV. Cyrano Comics

ZIA MAY: LA DIGNITA' DELLA VECCHIAIA Quella del comprimario è una figura importante ...

IN ITALIA SONO TUTTI MASCHI De santis | Colaone Kappa Edizioni

FUMETTO ON LINE Andrea Leggeri Prima considerazione: Fumetto on line è, tra le molte ...

COS'E' SUCCESSO AL CAVALIERE OSCURO? Neil Gaiman | Andy Kubert Planeta DeAgostini

HOUSE OF M Bendis | Coipel Da buon napoletano amo riconoscermi nella lezione ...

VALTER BUIO Bilotta | Gerasi Star Comics

BATMAN STRANE APPARIZIONI E' sempre difficile anche solo cercare di porre fine ...

GHOST RIDER - LA STRADA PER LA DANNAZIONE Ennis | Crain Panini Comics

STEVE ENGLEHART intervista esclusiva Fedeli lettori oggi potrete godervi una intervista ...

PUGACIOFF & DINTORNI Giorgio Rebuffi Annexia

CRISTINA GRECO Intervista esclusiva Fumetto e memoria culturale per una lettura di Maus e ...


Aprile 2010 NOéIN di AA.VV brossurato, 162 pagine b/n - euro 8,90 - Cyrano Comics Sarò sincera: non avrei davvero mai detto, fosse così complicato iniziare una recensione! E pensare che per anni ho aggiornato un mio blog personale di fumetto – brutto, vabbè - sul quale scrivevo recensioni e cazzariolate quasi ogni giorno; questo per dirvi che non dovrei essere a digiuno in tal senso, eppure... Cosa fare quindi in siffatti e terribili momenti di crisi, diciamo così, “giornalistica”, per cavarsi d’impiccio con meno dolore possibile? Che cosa suggerirebbe una moderna Guida Galattica per Autostoppisti in Balia della Loro Prima Recension? Credo che per prima cosa la Guida direbbe: “Non fatevi prendere dal panico!” proprio come avrebbe detto la vecchia e famosa guida; insomma, non mi rimare che prendere un bel respiro e iniziare con la mia presentazione, nella speranza che nessuna vorace bestia bugblatta di Traal, nel frattempo, piombi in casa mia a divorarmi i vestiti, la testa e le scorte di miele in cucina. A questo punto (magari sbadigliando) voi vi starete chiedendo: “ma senza testa, che te fregherà delle scorte di miele in cucina??” Cari signori, risponderei io, vogliamo continuare a chiacchierare di voraci bestie e teste mancanti oppure passiamo alla recensione del volume NOéIN?? N.d.a: a questo punto, la mia presentazione ve la risparmio per la prossima recensione!! Coff coff… iniziamo! Da appassionata di fumetto e soprattutto da addetta ai lavori, quando due settimane orsono il mio amico Orlando mi ha passato il volume in questione, pensato e ideato da giovani fumettisti, io l’ho subito aperto e sfogliato con voracità e ne sono rimasta, dico sul serio, piacevolmente sorpresa. E’ notevole per questi ragazzi il lavoro che stanno portando avanti, io per esempio non ne ho mai avuto il coraggio. Perché bisogna essere coraggiosi per pensare un progetto tanto ambizioso e nello stesso tempo autoprodurselo; e non solo, perché c’è la sceneggiatura, il disegno e, non per ultima, l’impaginazione – professionale del prodotto tanto da renderlo competitivo con i volumi già presenti sul mercato. Infine, la scelta del genere giapponese non può che complicarne l’intento. Il linguaggio dei prodotti giapponesi, tra cui gli anime che quelli della mia generazione conoscono tanto bene grazie alle reti Mediaset, sono prodotti sempre ben studiati e con alle spalle un rigore tecnico a cui io - come fumettista – aspiro da sempre. Ed il suddetto rigore tecnico, tutto giapponese, l’ho ritrovato sulle pagine di NOeIN, egualmente curate dalla prima all’ultima e stiamo parlando di un progetto di 163 pagine, mica bruscoletti. Potrei dimenticarmi di citare il prezzo dopo aver discusso di tutte le fatiche di Ercole da parte degli autori per pubblicare NOeIN? Soli 8,90 Euro… Sono quelli della Cyrano Comics che si svendono oppure le altre case editrici, sia grandi che piccole, ci stanno facendo una crestina di troppo con i loro titoli??!


NOeIN è stato concepito come un racconto nel racconto, un po’ come accadeva leggendo “Le Mille e una Notte” le cui storie erano frutto della fantasia di un’astuta cortigiana che, per aver salva la vita, ogni sera teneva sul filo del rasoio il suo curioso – e sanguinario - “spettatore” e amante . Qui a raccontare la storia dal titolo: ”Le ballate di Neobabilonia” è un giullare, ed il suo pubblico son la bellissima Nous, Principessa della luce e suo fratello e compagno NOeIN. Prende così il via il racconto in modo, a mio avviso, non sempre fluidissimo – ma comunque coerente - a causa di situazioni troppo volutamente ricercate e di pathos, situazioni che lo rallentano invece di farlo decollare. I disegni della prima parte dal titolo “Numenopoli” sono stati realizzati da Tristam Strauss e ben si intuiscono i suoi gusti fumettistici e artistici. Come ogni buon fumettista, infatti, lo immagino disegnare sul suo tavolo da lavoro con, da una parte un volume di Toppi aperto, dall’altra un volume di Mignola ed a fianco – i libri non sono mai abbastanza!! - una pila di manga a cui chiedere consiglio nei momenti bui. Letto il primo racconto il lettore si ritroverà faccia a faccia con una lunga e corposa storia a fumetti dal titolo “Le Ballate di NeoBabilonia”. Qui gli autori (Nachtbummler, Fosco Niemand, Tristam Strauss e Diego Mazzo) ci hanno voluto catapultare in un mondo silenzioso, vuoto, spietato coi più deboli e spietato anche con quelli che credono di potergli tenere testa ma che in realtà, pure loro, avranno la sorpresa di venirne afferrati e spappolati. In questo mondo futuristico, ma in realtà più attuale che mai, si muove il nostro protagonista, Damon Blake, il figo di turno, il fumatore dai capelli corvini e l’occhio a mezz’asta che non si fa infinocchiare da nessuno, ma soprattutto, che non le prende da nessuno. Uno di quei personaggi che a me fa storcere il naso, purtroppo, perché è lo stereotipo del vincente che in questo racconto di maschere, lo ammetto, non poteva mancare. Degni di nota sono gli ambienti, sempre ben scelti e ben disegnati da Strauss e Mazzo, i quali mi hanno incuriosita anche per i cammei artistici presi da Dorè oltre quelli del già citato Mignola.


<< “Il Giullare riprese a sfogliare le pagine e disse: "Nel contempo qui leggo un altro racconto. Giona, questo è il prossimo titolo” >>. Viene così introdotto il secondo racconto a fumetti del Giullare alla sua regale coppia di ascoltatori, un racconto strano e dai toni onirici, con ambienti e persone tanto desolanti quanto di contorno. E’ una storia che il mio occhio ha apprezzato forse per la mancanza dei retini che nella prima parte occupavano parecchio la scena tanto che alle volte i disegni – a mio avviso- ne risultavano soffocati. Molto interessanti infine, i disegni che accompagnano la storia finale, “l’Impuro”, firmati da Diego Mazzo: sono illustrazioni complesse e ben confezionate, piene di particolari e arricchite da figure femminili lucenti, sensuali ed intriganti. Per quanto riguarda la storia invece, è ancora una volta troppo ricercata, troppo seriosa, troppo lugubre… qual troppo che ne rallenta la lettura e che forse necessiterebbe di più “leggerezza”, quella leggerezza –mai superficiale, ben inteso- che si può ritrovare in alcuni racconti italiani di Calvino, per esempio. Tirando le somme, NOeIN è un volume manga sia per la scelta del segno che per la scelta delle storie, ed a mio avviso segue troppo pedissequamente i canoni narrativi di un certo genere manga. Diciamo che, se da una parte gioca a loro favore il fatto di avere gusti narrativi ben definitivi, dall’altra, il riconoscere con tanta facilità tali gusti, significa che non li hanno ancora del tutto masticati, digeriti e fatti completamente “loro”. Un disegnatore ed uno sceneggiatore sapranno sicuramente di che sto parlando! Come è stato fatto per i disegni, credo che anche le storie non ne avrebbero per nulla risentito se fossero state meno legate a stereotipi ma contaminate dalla narrazione europea (ed in particolare quella nostrana) coi suoi personaggi disperati, soli… quella narrazione amara e al contempo divertente che Monicelli ha saputo far trasparire da tanti suoi film e che lega lo spettatore a sé facendolo sognare. Questo è un super traguardo da raggiungere, me ne rendo conto, ed io stessa, da disegnatrice, cerco almeno di avvicinarmici!! In conclusione, auguro una buona lettura alle persone che, incuriosite, cercheranno e compreranno il volume NOeIN, e auguro un buon lavoro a quelli della Cyrano Comics, nella speranza di leggere presto altre loro storie. Laura Spianelli


Aprile 2010 IN ITALIA SONO TUTTI MASCHI di Luca de Santis | Sara Colaone 176 pagine, colore - euro 16 - Kappa Edizioni Tutto, per esistere davvero, ha bisogno di visibilità. Cose, persone e concetti, senza la testimonianza costante della parola, senza una presenza adeguata, svaniscono come un anello di fumo, e altrettanto presto si deteriora ogni ricordo di essi. Per questo esiste la Storia, quella con la maiuscola. O almeno così credono, sperano, alcuni tra noi. Se poi si vive in un paese come l'Italia, terra dalla memoria già tanto corta e così disponibile alla narcosi mediatica, certi eventi sono tuttora poco più che invisibili. E nonostante questo, ancora per molti, non abbastanza ignorati. No, il nostro paese va in tutt’altra direzione. Ama i quiz, i reality, e soprattutto ama il calcio, la competizione sportiva, i cori da stadio. L’italiano medio ha un modo ineffabile per affermare la propria caratura personale. La grande rete, con la sua imparzialità da muro del cesso, ci presenta un identikit efficace del nostro potenziale vicino. Ne troviamo testimonianza nei blog dei tanti grilli parlanti improvvisati, dove il cittadino italiano maschio di turno afferma candidamente che: «vedere la partita in santa pace, soprattutto la Domenica dopo pranzo, è un momento di profonda comunione con la propria identità di genere, un rito sacro quanto la messa». Non ci sarebbe poi tanto da eccepire. Il vero problema nasce quando, il post intitolato “Profanazione” prende un tono più diretto, e la questione si fa illuminante. «Negli unici dieci preziosissimi minuti di pausa che mi sono concesso davanti a “Quelli che... il calcio”, i risultati delle partite scorrono in basso, e ho modo (sfortunatamente) di sentire che Simona Ventura ha un ospite da non perdere. Non Baggio o Lippi. Ma Maria Grazia Cucinotta, venuta a presentare il suo film sull’omofobia, con tanto di predica contro la mancata approvazione della legge Concia. Non ci credo! Avete già monopolizzato i film, i TG, gli spazi di approfondimento, le prime pagine dei giornali, i lavori parlamentari. Almeno durante le partite di pallone lasciateci in pace!» Certi argomenti, e così certe pagine di storia, contano, insomma, talmente poco che alzare appena la voce per parlare di diritti umani è considerato da qualcuno come una sorta di invasione. Il silenzio dei libri di storia, della filmografia anche politica, e dei media in generale, sembra essere una norma metabolizzata tanto a destra che a sinistra.

In questo sta il principale valore di In Italia sono tutti maschi, romanzo a fumetti di Luca de Santis e Sara Colaone pubblicato da Kappa Edizioni: nell'avere interrotto un silenzio durato troppo a lungo e solo occasionalmente spezzato nel corso dei decenni dall'iniziativa di singoli artisti. Negli anni settanta, il regista Ettore Scola con


il film “Una giornata particolare” accennò brevemente alla vicenda degli omosessuali condannati al confino nell'Italia fascista. Prima e dopo di allora, i riferimenti a questo triste capitolo della nostra storia sono stati rari e timidi. E' dunque interessante vedere che oggi non è il cinema, e neppure l'abusata fiction televisiva, ma un racconto a fumetti a ridare voce ai protagonisti di un vergognosa pagina del fascismo, ancora oggi relegata da molti in mezzo al ciarpame degli episodi meno rilevanti di quel buio ventennio. Un fumetto cui è stato conferito nel 2009 il premio Attilio Micheluzzi, per la prosa asciutta e tagliente di de Santis, capace di illustrare miserie e speranze senza mai scadere nella retorica, e ai disegni di Sara Colaone, in grado di evocare quei giorni attraverso una grafica stilizzata dai colori aspri e giallastri che richiamano la suggestione delle foto d'epoca. Per una volta, quindi, questa drammatica pagina della storia gay non interromperà nessuno spettacolo televisivo, non profanerà nessuna trasmissione sportiva deludendo rispettabili cittadini intenti a ruminare ben altro. Ma arriverà al cuore e al cervello di chi, per propria scelta, vorrà conoscere il passato del proprio paese e guardare, con apprensione o buoni propositi, al domani. Forse è un peccato che, come scrive sul web l’acuto pensatore di cui sopra, il mondo omosessuale non sia proprio capace di lasciare in pace gli spettatori e i lettori eterosessuali. «Non possono» afferma, «Perché la loro è un’ideologia rivoluzionaria. Un’ideologia che per imporsi, non trovando forza nella natura, ha bisogno della violenza ossessiva, della maniacale insistenza senza pausa. Bombardare senza quartiere fino a stremare del tutto le residue forze di resistenza. Ogni spazio è buono per insinuarsi. Mi verrebbe da dire: ogni buco, ma non vorrei che mi denunciassero per omofobia». Chissà cosa ne avrebbe pensato Antonio Angelicola, detto Ninella, giovane sarto partenopeo protagonista di In Italia sono tutti maschi, la cui tragica storia è rimasta ignorata per cinquant’anni. O ancora meglio Giuseppe B, il suo alter ego nella vita reale, diretto testimone delle persecuzioni fasciste ai danni delle persone omosessuali relegate nella prigione a cielo aperto sull’isola di San Domino, nell'arcipelago delle Tremiti. Confino che ebbe termine nel 1940, con l’inizio della guerra e un ritorno a casa gravato dall’infamia e da anni di arresti domiciliari. Un crimine contro l’umanità cui, come testimonia la drammatica intervista che conclude il volume, neppure l’avvento della Repubblica avrebbe posto rimedio, in quanto nessuno degli omosessuali mandati al confino dal regime fascista fu mai riabilitato. Se il ventennio fascista era giunto a termine, l’omofobia italiana stava sbocciando, pronta a mettere subdolamente radici nei terreni più disparati. Gli omosessuali non saranno stati “nemici della patria”, ma restavano comunque vittime troppo poco presentabili perché se ne potesse parlare apertamente. Persino le leggi razziali promulgate nel 1938 non contenevano espliciti riferimenti all’orientamento sessuale. Mussolini liquidò la questione con la frase a effetto che “In Italia sono tutti maschi”, pronti a combattere per la patria, a far figli a carrettate e... a giocare a calcio, o perlomeno stare religiosamente a guardare mentre altri lo fanno (del resto è così che si esprime al meglio la propria identità di genere). Il peccato di omosessualità era talmente infame da non giustificare neppure l’esistenza di una legge repressiva apposita. Se i nazisti, ricorsero al famigerato triangolo rosa per marchiare le persone omosessuali, in Italia la persecuzione seppe essere crudelmente discreta. Meglio tacere il fatto, perseguendolo poi con espedienti pretestuosi, e togliere quella spazzatura dalla circolazione, in modo che nessuno potesse vederla. Un capitolo nero soffocato tra gli orrori della guerra e la tragedia del fascismo, e tuttora per lo più rimasto celato. Del resto, si sa, gli appassionati di calcio potrebbero esserne infastiditi...


In Italia sono tutti maschi, con la semplicità diretta del mezzo fumettistico, solleva il velo su quel dramma, spalanca la porta e invita il lettore a dare un’occhiata alla storia del suo paese. La vicenda di Antonio e dei suoi compagni di prigionia sull’isola di San Domina, rivivono sulla carta stampata con forza dirompente. Le loro privazioni, gli espedienti per sopravvivere, gli amori disperati, nati a volte tra gli stessi militari incaricati di sorvegliarli, la follia e la vergogna di una società autoritaria che già allora riteneva di essere la più evoluta delle civilità, sono storie quasi anonime, relegate a poche pagine su scaffali polverosi. Voci lontane, sommerse dalla musica dei festival canori, dagli effetti speciali dei film di cassetta e dagli slogan calcistici. Non c’è da sorprendersi, quindi, che per essere uditi, o anche solo per sentire di esistere, a volte si debba urlare. Sorprendente, nel libro, la caratterizzazione degli esuli, personaggi talmente attuali da sembrare fuori dal tempo se non anacronistici per chi non ha vissuto quegli anni. Il clima oppressivo del ventennio, la cultura omofoba e la maggiore precarietà della vita, inducevano certe personalità a esprimersi con forza, perturbando e trasgredendo. In certi casi sublimando con il travestimento, e quindi con una rappresentazione iconica dell’identità sessuale, quella natura che chiedeva di emergere nonostante le pesanti restrizioni culturali. Il tono del racconto è delicato, e il fracasso delle esuberanze e delle occasionali volgarità sono accordate con le note di una gioia di vivere irriducibile e di un'indomabile dignità. Nell'opera di Luca de Santis e Sara Colaone il ponte tra passato e presente è rappresentato mediante il ricorso a due piani narrativi. Il giovane giornalista Rocco, intenzionato a realizzare un documentario sulla vicenda degli omosessuali al confino, è simbolo di un punto di vista attuale, che guarda alla storia trascorsa con interesse, ma non è ancora del tutto libero dalle catene dell’imbarazzo. Il suo rapporto con Antonio, ormai vecchio e stanco, riluttante testimone di quei tragici giorni, assume le atmosfere del viaggio iniziatico di due anime speculari. Quel tragitto in auto che dovrebbe portare giornalisti e testimone ancora una volta sul suolo di San Domina è più volte interrotto – così come il racconto retrospettivo – per sottolineare la difficoltà culturale ad assimilare informazioni scomode, e a far proprie certe emozioni. Il documentario, alla fine del viaggio, potrebbe anche non essere prodotto, ma quel che importa, e che ci viene suggerito dal libro, è che la comprensione avvenga al livello delle viscere più che del cervello. Solo in questo modo, sembrano dirci de Santis e Colaone, si può arrivare veramente a capire cosa significa essere “Uomini”, e che la semplice etichetta di “Maschi”, fieramente consacrata da Mussolini e ancora così cara a una certa destra, di per sé non indica nulla di cui andare realmente fieri. Filippo Messina


Aprile 2010 BATMAN - COS'E' SUCCESSO AL CAVALIERE OSCURO? di Neil Gaiman | Andy Kubert cartonato, 88 pag. col - euro 9,95 - Planeta DeAgostini Il lungo (e lento) addio di Batman Chi non ha mai sognato di assistere al proprio funerale? Anzi chi è che non lo ha immaginato almeno una volta? Andiamo su! Essere presenti al proprio funerale, è tra quelle ignobili, sfigatissime fantasie che prima o poi facciamo tutti, come anche quella che ci vede eroi delle scuole medie: quando salviamo da soli, tutta la scuola da un gruppo di terroristi che per ragioni, mai del tutto note, prendono in ostaggio proprio quella moretta della classe di fronte, quella che non ci caga mai, mai, nemmeno per sbaglio. Assistere al proprio funerale sembra una di quelle cose solo per certi scrittori, tipo Neil Gaiman, sembra una di quelle cose oniriche-trascendentali-magiche-metafisiche che sembrano fatte apposta per tipi come il papà di Sandman. Ma ahimè a tutti capitano le giornate storte, persino ad un mago come Gaiman. Sei lì, talemente felice dell'acquisto Gaimanesco, perchè ancora conservi vivi i ricordi delle sue magnifiche melanconiche magie, come per esempio il suo romanzo American Gods o la graphic novel Il San Valentino di Arlecchino illustrata da Bolton, o la sua favola della stella cadente Stardust, che quando sfogli questo suo omaggio a Batman, quasi ti aspetti che dal cielo cali un fascio di luce illumini solo te, una luce beata, da eletto, da prescelto, che ti distingue dalla cinica massa intorno, magari con un coro angelico pure, una pomposa fanfara. Invece non succede nulla di tutto questo. Stavolta il mago ha sbagliato i dosaggi, la pozione non sortisce l'effetto desiderato, deve aver fatto confusione con gli alambicchi sulle sue mensole, scambiandoli, deve aver letto male la formula dell'incantesimo, perchè "l'ultima storia del cavaliere oscuro" non incanta, annoia al massimo, il fascio di luce non si vede e i cori angelici non si sentono, al massimo puoi sentirti sbadigliare, aspettando che succeda qualcosa, ma....non succede nulla. E' il funerale di Batman e tutti, amici e nemici vengono a rendergli omaggio, c'è persino Joe Chill. L'incipit è quasi banale, tutti che arrivano a turno, il corpo di Batman nella sua bara ancora aperta, e la voce fuori campo del Cavaliere Oscuro, che come il più classico degli Appena-Morti della letteratura universale, non si ricorda cosa sia successo e cosa ci fà lì.


La NON-storia (scusate se la chiamo così!) si dipana in piccoli sotto-Non-episodi, in pratica tutti quelli che vengono alla veglia, raccontano la propria versione sulla scomparsa di Batman, tra le tante, l'unica che meriti davvero di essere ricordata è quella che fornisce Alfred, il fedele maggiordomo, l'unica che sembra rechi l'impronta del sig. Gaiman. Per il resto, zero assoluto, lo stesso Gaiman nell'introduzione parla del suo racconto più come fosse una lettera d'amore vera e propria, piuttosto che un fumetto, sarà per quello che non ci si capisce molto, una lettera d'amore per qualcuno o qualcuna è una cosa troppo intima che noi da fuori, possiamo sperare di comprendere. Andy Kubert si conferma un ottimo illustratore, disegnando ogni Batman dei racconti dei presenti alla veglia con uno stile particolare, che è un omaggio ai vari pencilers che negli anni si sono susseguiti ad illustrare le gesta del vigilante più longevo della storia dei comics. Le sue tavole alzano di qualche tacca l'appetibilità di un volume che altrimenti risulta povero, ma è Kubert, la famiglia Kubert ha mai deluso le vostre aspettative? Ma c'è poco altro da dire, direi di dare un giudizio pessimo persino all'edizione della Planeta De Agostini, veramente povera di editoriali, che ti aspetteresti di leggere per una storia del genere, invece niente di tutto ciò, a parte l'intro di Gaiman, c'è poco altro, e quasi un terzo dell'albo è pieno di schetch-book, che stancano, decisamente, pure se sono di Kubert! Consigliato solo ai collezionisti feticisti compulsivi e a nessun altro. Baci ai pupi. Gennaro Cardillo


Aprile 2010 VALTER BUIO n. 1 (di 12) 'I MORTI' di Alessandro Bilotta | Sergio Gerasi - cover di Paolo Martinello brossurato, 96 pagine b/n - euro 2,70 - Star Comics Quando ho saputo della prossima uscita di Valter Buio ammetto di aver immaginato una specie di clone del "detective dell'incubo" più famoso d'Italia... Il rischio era forte: (maxi)serie ad argomento soprannaturale, protagonista giovane uomo affascinante e in qualche modo "maledetto" che indaga su questioni metafisiche, nello specifico psicanalisi di entità disincarnate, roba da incubo, quindi l'aldilà e il suo compenetrarsi con la nostra realtà... Inoltre il suo scrittore, Alessandro Bilotta, è uno degli autori di Dylan Dog: eravamo oppure no un pochino legittimati a temere che si trattasse di una ennesima dylandoggata? E invece smentendo i (miei) pregiudizi questo primo numero di Valter Buio - I morti - è costruito in modo originale, la storia è avvincente, i personaggi sono vivi ...beh, in realtà alcuni dei personaggi sono morti, ma insomma, ci siamo capiti... Un primo numero in cui non solo vengono gettate le basi per le storie future e presentati i primi personaggi - tra cui il protagonista, ma che racconta una storia che si legge e si regge benissimo da sola. La storia comincia con una seduta spiritica, prosegue con la presentazione di Cecilia, una deliziosa futura assistente (questo è l'unico personaggio che suscita qualche dubbio: sembra davvero un po' troppo stereotipato), quindi facciamo finalmente conoscenza col protagonista, il signor Valter Buio, psicanalista di fantasmi... Il primo fantasma non tarda ad arrivare: comincia così il faticoso lavoro di Valter per il quale non sarà certo facile convincere chi di dovere che lui può vedere e sentire le anime dei morti ancora intrappolate in questo piano dell'esistenza, per essi dolorosissimo. Valter Buio dunque svolge un lavoro "molto particolare" e si trova egli stesso in una condizione di disagio affettivo - una separazione - non facile da affrontare e da gestire, e infatti alza spesso il gomito e si lascia andare ad azioni patetiche (sebbene umanissime...) che non gli fanno granché onore. Aiuta gli altri, sia i vivi che i morti in questo consiste sostanzialmente il suo lavoro - ma è egli stesso ad aver bisogno di aiuto e sarà per questo che si comporta in maniera tutt'altro che sbruffona o da "eroe dei fumetti".

Valter Buio appare come una persona emotiva, empatica, concentrata sul suo lavoro e molto umana allo stesso tempo, per certi versi timorosa ma s'intuisce che


possiede una grande forza interiore, anche se al momento, come dire, piuttosto arruffata... Personalità che per contrasto si sposa assai bene con quella del Conte Balestra, simpatico "nobile" viveur e senza un soldo (anzi, pieno di debiti), amante delle belle donne e pieno di energia e vitalità. Un medium anch'egli, ma ben lontano dalle sovrannaturali capacità empatiche di Valter Buio. La storia prosegue e senza addentrarci in sgraditi spoiler diciamo solo che lo psicanalista si troverà ad affrontare una delle sue più grandi e radicate paure generata da quella che potrebbe essere la sua personale nemesi. A mio parere questo primo numero di Valter Buio è, per quanto riguarda la storia, un lavoro riuscito e bilanciato e potrebbe guadagnarsi un posto di rispetto nell'ambito del fumetto popolare italiano. I disegni di Sergio Gerasi assolvono la loro funzione anche se non hanno incontrato particolarmente il mio gusto soggettivo. Mi è parso di notare certe differenze tra tavole, alcune delle quali sembrano soffrire di una minor cura esecutiva. Precisamente alcune delle tavole centrali, visto che invece le tavole iniziali e quelle conclusive risultano essere migliori e più efficaci, generalmente più incisive. Inoltre una certa sovrabbondanza di "rughe d'espressione" che affligge, in centro storia, qualche personaggio, non ne facilita la leggibilità. Piacevole la caratterizzazione grafica del personaggio che si rende subito simpatico anche per quella sua zazzera scombinata e per i lineamenti un po' infantili ma che sembrano aver vissuto e sofferto molto nella vita.

Orlando Furioso


Aprile 2010 GHOST RIDER - LA STRADA PER LA DANNAZIONE di Garth Ennis | Clayton Crain brossurato, 144 pag. col - euro 11 - Panini Comics (prima uscita italiana: 2006) Non vi so dire nulla sullo Spirito della Vendetta, o per lo meno non vi so dire nulla su come se la passi adesso, non leggo nulla di Ghost Rider da anni, non so chi sia il suo attuale alter-ego umano, non so se è ancora Daniel Ketch o se la maledizione è ritornata al primo Johnny Blaze, o se le schiere infernali l’abbiano appioppata a qualche altro povero sfigato. Presumo però che voi sappiate di cosa stiamo parlando. Quel che vi so dire, perché l’ho appena conclusa, è che questa mini-serie firmata Garth Ennis - Clayton Crain è tra le cose più godibili che io abbia letto negli ultimi mesi. Personalmente adoro chi prende un’ icona e la distorce, film come Dogma e Constantine (...si miei piccoli cari saputelli feticisti con la puzza sotto il naso, LO SO che Constantine è principalmente un fumetto, ma non l’ho mai letto!) sono finiti tra i miei preferiti, proprio per questo particolare modo degli autori di stravolgere l’iconografia cristiana. E mi sono messo a leggere questa miniserie, per lo stesso motivo, perché l’autore, il signor Ennis non è affatto vergine a questo genere di cose. Il suo Preacher rimane, a mio esclusivo e personalissimo parere, la più originale irriverente opera che il Signore Iddio, Gesù Cristo, la Madonna Vergine e tutti gli Angeli in colonna, possano sperare di avere in dono da un misero scrittore di fumetti. E questa sua Strada per la Dannazione per quanto concerne il distorcere tutto quello che vi hanno raccontato a catechismo non è da meno. Preti corrotti, sicari del Diavolo, c'è persino per un Angelo-Killer, di una spietatezza unica, che non ha il minimo rimorso dei morti che si lascia dietro di sè, pur di portare a termine la sua missione, una specie di Terminator con l'aureola.

Non saprei come altro dirvelo, ma questo racconto è talmente squisitamente corale che si fa fatica persino a definire il maledetto Blaze, come il protagonista della storia, direi più in co-protagonista, una pedina anzi, mossa da Angeli Cospiratori per riparare i loro stessi errori. Non vi so dire niente nemmeno di Crain, ("Che cazzo scrivi allora? Perchè non lasci perdere?"... vi sento balordi.) l'illustratore di questa miniserie, ma da quel che vedo è


dannatamente bravo, la sua pittura digitale, quasi usasse un aerografo, rende le sue tavole estremamente originali, il suo stile risulta più che adatto, per le tante situazioni cinicamente splatter che la fertile mente perversa di Ennis partorisce. I personaggi sono ben definiti nei loro ruoli, leggendo, risulta subito chiaro chi è lo stronzo e chi no, per chi si simpatizza e chi invece, stirereste sotto con la macchina, con un pò di furbizia si intuisce pure il finale, a meno che non siate del tutto bradipi, quello che però non vi fa staccare gli occhi dal volume Panini è sapere come finirà, è come guardare una partita a scacchi tra Kasparov e uno sfigato qualunque, sapete già chi vince quello che non vi fa cambiare canale è solo la curiosità di vedere come lo farà a pezzi. Ed è così anche per questa miniserie. Il cattivo di turno ha già le pagine contate, ma come schiatterà? Ecco perchè la leggerete quasi tutta d'un fiato, ovviamente non sarei qua a consigliarvi un' acquisto tanto dispendioso (la collana Marvel 100% non è proprio regalata) se il finale per quanto scontato non fosse comunque superlativo nella sua semplicità, Ennis non delude mai, che gli facciate scrivere storie del Punitore o di Ghost Rider o di Tiramolla. Per quel che riguarda Crain... beh benvenuto tra la mia personale top-ten di illustratori di fumetti. Baci ai pupi. Gennaro Cardillo


Aprile 2010 ZIA MAY: LA DIGNITA' DELLA VECCHIAIA di Francesco Vanagolli Quella del comprimario è una figura importante. Contribuisce alla creazione dei vari microuniversi che ruotano attorno ai protagonisti di questo o quel fumetto, arrivando persino a ritagliarsi spazi quasi da protagonista egli stesso. Prendiamo l'Uomo Ragno: non è un segreto che una delle ragioni del successo di Spider-Man sia la presenza di un cast di comprimari molto ben riusciti che formano una ragnatela (sì, era scontata; siate comprensivi) di amicizie, amori, conoscenze... il lettore non partecipa solo alla vita (per lui ovviamente “da sogno”) del supereroe, ma anche a quella di Peter Parker, che ha una vita ben più vicina alla sua. E questo proprio anche grazie a quei comprimari che la arricchiscono, la movimentano... a volte, perché no, la complicano! E tra tutti loro, ce n'è uno che ho sempre apprezzato più degli altri, e che proprio attualmente è sotto i riflettori: zia May. Qualcuno si chiederà perché dedicare un articolo a zia My. Un intero articolo! E io gli rispondo... “perché no?” Lo so che zia May è un personaggio odiato da tanti lettori. Ma spero anche che in realtà, più che “tanti”, siano solo rumorosi. “Vecchia inutile”, “Quando muore quella vecchiaccia?”, “Deve morire”... queste sono solo alcune delle... acute osservazioni che leggo sull'anziana figura materna di Peter Parker. Sapete cosa mi piace di zia May? Che, ironia della sorte, pur odiando “quell'orribile Uomo Ragno”, ne rappresenta l'anima. Perché l'Uomo Ragno è Peter Parker, per la precisazione un'esaltazione del senso di giustizia e correttezza di Peter... e perché il nostro eroe è una persona così buona? Grazie all'educazione impartitagli da zio Ben e zia May. Io trovo meraviglioso che Lee e Ditko, in un fumetto rivolto ai giovanissimi, sottolineassero il profondo rispetto che il giovane protagonista prova per il membro anziano del piccolo nucleo familiare. Peter Parker è Peter Parker perché ha avuto la fortuna di ricevere un'educazione solida da parte di due persone legate ai valori di una volta, povere ma oneste, che pur non navigando nell'oro non gli hanno mai fatto mancare nulla, a cominciare dall'affetto. E non finisce qui. May Reilly Parker è stata la prima persona a subire un danno irreversibile a causa dell'Uomo Ragno: è per colpa dell'arroganza del nipote, che non vuole fermare il famoso “ladro che uccise zio Ben”, che lei è vedova. Non c'è da stupirsi se Peter si sente così responsabile verso di lei... è stato la causa indiretta della morte dello zio... e quindi del marito della donna, che rimane sola. Chi non vuole fermarsi a “Portati l'ombrello” e “Peter, hai messo il maglione?” capisce bene quanto possa essere dura la vita dell'anziano... non invecchiamo tutti allo stesso modo, c'è chi si ammala presto, c'è chi perde lucidità, c'è chi ha la forza di lavorare fino all'ultimo giorno, c'è chi ricorda tutto anche a distanza di anni... il personaggio di cui parliamo è una persona semplice ma lucida, con gravi problemi fisici: già nelle prime storie di Stan Lee e Steve Ditko si citano quei problemi cardiaci che la affliggeranno per tutta la vita, e questo è importante, perché serve a capire ancora di più la forza di questa donna. May Parker è una persona che ha sofferto molto, eppure non perde mai la dignità, neanche di fronte alla malattia. Mi piace ricordare quando, sempre in epoca Lee/Ditko (in una sequenza poi ripresa anche da John Byrne nel suo remake), mentre Peter è triste perché l'Uomo Ragno è


considerato un vigliacco dai più (tra l'altro proprio per aver lasciato uno scontro per correre da lei), la zia lo rincuora dicendogli che i Parker sono una razza dura, dandogli coraggio. Peter è giovane e forte, lei è vecchia e malata... eppure è proprio questa donna vecchia e malata a farlo tornare in sé. Ed è solo una delle tante volte in cui ci ha mostrato quanto i Parker (compresi quelli avanti con gli anni e senza superpoteri) siano coriacei. Ce ne sarebbero di occasioni da ricordare: ha sopportato due finte morti e ne ha evitate almeno tre o quattro vere, è stata attivista per i diritti degli anziani, ha gestito da sola un pensionato, è stata araldo di Galactus (!)... ma ce n'è una in particolare che merita di essere citata. Molti anni fa, quando la serie AMAZING SPIDER-MAN era scritta dal bravo Roger Stern, proprio Stern ci fece capire che la donna aveva subito il dolore più grande è innaturale al mondo: la perdita di un figlio. Solo un accenno, in una vignetta ormai lontana, ignorata da tutti. Tante volte mi sono chiesto se, prima o poi, avremmo saputo qualcosa di più su questo dramma... ci sono voluti molti anni e il ritorno di Stern per conoscere il più grande segreto di zia May, per sentire ancora più umano questo personaggio.

Quanti anziani vediamo ogni giorno? Quanti ci sembrano solo dei miti vecchietti o magari dei... beh, rimbambiti? Eppure non sono certo nati vecchi, ognuno di loro ha avuto una vita più o meno lunga, in cui può aver visto (e sopportato) cose che non ci immagineremmo mai perchè “E' solo un vecchio!”. E lo stesso vale per zia May, personaggio appartenente alla finzione fumettistica, eppure così vero mentre racconta al nipote di aver perso un figlio non nato. E arriviamo a oggi. Come sa chi segue il mondo dell'Uomo Ragno in edizione italiana, i numeri recenti di SPIDER-MAN sono stati fondamentali per l'anziana donna... abbiamo assistito prima al suo fidanzamento con J. Jonah Jameson Sr., che avrà fatto senz'altro discutere chi crede che i vecchi non meritino l'amore (ma solo la morte, perché sono inutili! E poi sporcano!) e ora, nel numero appena uscito (531), al loro matrimonio. Un evento epocale, visto che JJJ Sr. non è il suo primo fidanzato dopo la morte di Ben Parker, ma è l'unico che l'abbia convinta a convolare a giuste nozze (no, il Dottor Octopus non lo considero). Ed è un'idea che mi trova favorevole, perché una delle cose che amo del fumetto americano è il suo saper capire i tempi in cui viviamo: siamo nel 2010, e oggi la terza età, per chi è in salute, non deve equivalere a un'attesa della morte. Ci pensate? Zia May si sposa. Felicitazioni. Francesco Vanagolli


Aprile 2010 FUMETTO ON LINE - Guida ai migliori siti internet di Andrea Leggeri bross., 256 pag. con illustr. in b/n - euro 12,50 - Coniglio Editore di Orlando Furioso Prima considerazione: Fumetto on line è, tra le molte e molte pubblicazioni che stazionano in casa mia negli ultimi mesi, la più sfogliata, letta e usata. Questo è significativo, specialmente alla luce dei pregiudizi che avevo nei confronti di questo libro. Pregiudizi direi comprensibili: l'idea stessa di un libro che affronti un argomento così fluttuante e continuamente cangiante come la situazione fumettistica online siti di critica e informazione, siti di/su autori, siti su personaggi e serie - determina e produce domande tanto ovvie quanto legittime: e cioè come può un oggetto fisso e finito orientare il lettore su ciò che di non fisso e molto mutabile è presente in rete. E ancora: in che modo prendere in considerazione una materia tanto vasta come la presenza fumettistica on line? Diciamo subito che la lettura e l'uso del libro hanno fugato quasi tutti i pregiudizi cui si accennava. L'autore, Andrea Leggeri, ha scelto di dare al libro un orientamento abbastanza preciso: per esempio ha scelto di parlare di siti presenti in Rete da un tempo sufficiente ampio da poter essere considerati "sicuri", nel senso di effettivamente e continuativamente presenti escludendo, per quanto possibile, quei siti non più aggiornati o non dichiarati ufficialmente morti, ma defunti di fatto. I "quasi" presenti nel precedente periodo derivano dal fatto che comunque è trascorso del tempo tra la raccolta delle informazioni e la stesura del libro e l'uscita dello stesso, e ancor più tempo correrà per chi, ad esempio, leggerà il saggio tra mettiamo - un paio d'anni... Dunque pregiudizi o no, è la differenza stessa tra i due media - libro e sito internet - a determinare rischi come l'invecchiamento precoce delle informazioni contenute nel testo sulla carta. Un esempio concreto: Fumettidicarta è presente nel libro Fumetto on line (e ringraziamo di cuore l'autore per le parole davvero gentili nei confronti del nostro sitarello), ma le informazioni sull'argomento sono state raccolte tempo fa, un tempo che può diventare "molto" quand'è riferito ad un sito internet. Alcune delle informazioni che Andrea Leggeri diffonde generosamente su Fumettidicarta, non sono ahinoi più "valide" da "un bel" po'... Che il sito sia cambiato in meglio o in peggio non sta certo a chi scrive stabilirlo, è semplicemente molto cambiato da come viene descritto sul libro. Non per questo però il libro perde la sua validità, visto che - continuando con l'esempio qui sopra - l'indirizzo internet, l'url, di Fumettidicarta è lo stesso ormai da qualche anno e dunque chi lo digiterà dopo averne letto su Fumetto on line, avrà il piacere, speriamo!, di trovarlo effettivamente, anche se ne troverà una versione decisamente diversa da quella descritta sulla carta...


Dopo il periodo autoreferenziale innegabilmente lunghetto... parliamo ora del libro in maniera più generale e rilassata. Dicevo poc'anzi che Fumetto on line è consultatissimo e molto sfogliato e questo significa che la stragrande maggioranza delle informazioni in esso contenute è valida e concretamente utilizzabile. La prima delle tre parti in cui è diviso il libro, ossia i siti di critica e di informazione sul fumetto (le altre sono: siti dedicati agli autori e siti dedicati ai personaggi e alle serie) è composta di brevi e agili schede nelle quali vengono descritti, a partire dall'indirizzo internet, circa quaranta siti che si occupano prevalentemente di recensioni, news, informazione e critica, sia italiani che non italiani. La scelta è stata presumibilmente dettata sia dall'innegabile importanza ormai "storica" di certi siti o portali (un esempio su tutti: AfNews di Gianfranco Goria) che dal gusto personale di Andrea Leggeri. Un paio dei siti descritti non sono più attivi (ma continuano a essere consultabili online articoli e scritti in essi contenuti); alcuni dei siti mi erano completamente sconosciuti, vuoi per questioni linguistiche - come ahimé il francese - vuoi per scarso interesse personale. Alcuni siti hanno cambiato url, come ad esempio l'interessante Friends of Lulu, mentre in almeno un caso un sito definito "di approfondimento" è in realtà organo di una specifica casa editrice. In questa prima parte del libro non ci sono dunque assenze ne' dimenticanza clamorose. A mio personalissimo gusto, sento la mancanza di alcuni blog fondamentali, ma onestamente non saprei dire se esistessero già all'epoca in cui Leggeri raccoglieva i dati da inserire nel libro. Mi riferisco per esempio all'imprescindibile Anni Trenta (o Fumetti Classici) di Leonardo Gori, una risorsa preziosa per il fumetto classico italiano; o al fenomenale, e visitatissimo, blog americano Pappy's Golden Age Comics. La seconda parte del libro contiene sempre in ordine rigorosamente alfabetico le schede sui siti internet di - o dedicati a - un centinaio di autori e autrici di fumetti. Qui la scelta si fa personalissima e conseguentemente non criticabile. La presenza di autori che hanno all'attivo un paio di volumi che il qui scrivente dubita passeranno alla storia e l'assenza, invece, di autori che il solito sottoscritto ritiene fondamentali, fa parte del gioco e dell'individualità sacrosanta dell'autore del libro. Si va da Jessica Abel a Silvia Ziche. E naturalmente ogni lettore e lettrice di questo libro troverà "clamorose" assenze e "inspiegabili" presenze che non coincideranno mai o quasi con quelle di ogni altro lettore e lettrice. La terza parte - siti dedicati ai personaggi e alle serie a fumetti - ha la stessa caratteristica di soggettività della seconda: i siti descritti sono circa un centinaio e sono equamente distribuiti tra comics, manga, fumetti italiani, bedé e sudamericani. La lunghezza delle schede dipende dall'importanza data dall'autore al personaggio o alla serie e dalla quantità di informazioni disponibili. La mia personale esperienza fa


di quest'ultima parte la più consultata e conseguentemente quella che mi ha dato il maggior numero di soddisfazioni, permettendomi di scoprire alcuni splendidi siti su personaggi e serie amate (come questo o questo o quest'altro). Tutte e tre le parti del libro sono piacevolmente corredate da moltissime illustrazioni in bianco e nero. Conclusioni In rete ci sono milioni di siti web sui fumetti, sui loro autori e sui personaggi ed è evidente che l'autore di un libro su questo tema debba circoscrivere in modo preciso le proprie scelte, per ovvi problemi di tempo, mole di lavoro, lingua e gusti personali. Fumetto on line è un testo riuscito e utile che offre spunti e informazioni interessanti e importanti. Il linguaggio usato, sia testuale che grafico - illustrazioni comprese - è piacevolmente scorrevole e il prezzo del libro non è eccessivo. Una critica che ci si sente di fare è la seguente: la percezione generale è che le scelte di Andrea Leggeri siano state prevalentemente "istituzionali", mancando quasi del tutto ogni riferimento al ricchissimo mondo del fumetto "underground", sia passato che presente. E' questa, s'intende, una scelta più che legittima da parte dell'autore, ma è anche un limite oggettivo dell'opera. Orlando Furioso


Aprile 2010 TORINO COMICS 2010 di Orlando Furioso La mia prima volta. (Scritta) Non mi sono mai perso un'edizione di Torino Comics. Di più: non mi sono mai perso un solo giorno di ogni edizione di Torino Comics. Ricordo ancora perfettamente i tre (3) fumetti che mi comprai alla prima edizione, l'unica per la quale abbia pagato il biglietto d'ingresso (sempre che si pagasse, un biglietto d'ingresso). Per tutte le successive edizioni debbo ringraziare sentitamente l'organizzazione per avermi sempre fornito di accredito. Nonostante io non abbia mai scritto una sola riga su Torino Comics. Intendiamoci: su Fumettidicarta ci sono sempre stati dei reportage sulle varie edizioni di Torino Comics, ma mai scritte da me. Sino a un paio di edizioni fa, Torino Comics per me era l'occasione annuale di spendere in una botta sola un sacco di soldi in fumetti, di incontrare persone che avevo la possibilità di vedere solo alle fiere, di bearmi come un saltellante turistabambino della vista di tutta quella carta colorata intorno a me, che avrei voluto portare tutta quanta a casa mia, o meglio nel mio castello... Non so se c'entra il fatto che tra poco compirò cinquant'anni, ma questa edizione della manifestazione torinese me la sono gustata da solo, da adulto, da turista sì, ma consapevole e spensierato alle stesso tempo. Testa leggera e sorriso stampato in faccia, così mi sono goduto i tre giorni di Torino Comics e queste righe scritte non vogliono essere né un reportage né una cronaca critica né altro se non quello che sono: considerazioni sparse fatte da un "turista" del fumetto che non ha (avuto) voglia o intenzione di approfondire nulla, se non le personali e private sensazioni, alcune delle quali voglio qui condividere. Per prima cosa voglio spezzare una dozzina di lance a favore dei Cosplayer, questa nutritissima cerchia di appassionati che si vestono come i loro personaggi preferiti e che è stata recentemente bersaglio di critiche, anche feroci, da parte di "serissimi" lettori di fumetti, editori di fumetti, critici di fumetti e quanti altri. Durante questa edizione di Torino Comics ho chiacchierato con alcuni/e di loro, ho fatto loro molte fotografie, ne ho osservato i comportamenti, ne ho ascoltato - per quanto possibile - i discorsi e sono giunto alla conclusione che sono persone per la maggior parte gentilissime, sinceramente appassionate, quasi sempre sorridenti e molto disponibili. L'esatto opposto del nerd obesocchialutobrufoloso - spesso cafone e maleducato che fa ancora la parte del leone alle fiere di fumetti. E anche l'esatto opposto dei magrissimi supercolti appassionati di fumetti con varie puzze sotto il naso e una spocchia da far venir la voglia di far loro "pat pat" sul testino. Con i Cosplayer mi sono sentito perfettamente a mio agio e vestito della mia banalissima e grigia normalità mi sono sentito accolto con gentilezza e disponibilità e senza pregiudizi. Sarà anche banale dirlo, ma in questo momento, in cui sono disvalori come l'ignoranza, la cafoneria e l'arroganza a dettare le regole e ad essere "vincenti", vedere così tante persone aiutarsi l'un l'altra generosamente e con gentilezza, e il cui scopo è quello di provocare gioia e allegria, mi ha rinfrancato l'anima.


Venerdì 9 aprile si è tenuto il primo degli incontri cui ho assistito durante la manifestazione: un omaggio a Ernesto Vegetti, una delle personalità più importanti della fantascienza in Italia, scomparso purtroppo all'inizio di quest'anno. L'incontro è stato condotto da Riccardo Valla, Maurizio Manzieri, Davide Mana e Fulvio Gatti (scoprite con un motore di ricerca e con i link lì sotto quante e quali meravigliose cose fanno questi ottimi signori!) per un pubblico non numeroso ma certamente affettuoso e interessato. Bello, un'ora volata in un istante e una voglia pazzesca di ricominciare a leggere fantascienza!

Sempre venerdì, un paio d'ore dopo, ho partecipato all'incontro che ancora sta sortendo effetti meravigliosi sul sottoscritto (più sotto spiego il perché): la presentazione del nuovo volume di ALIA, antologia di narrativa fantastica, edita da CS_libri. A condurre, così come vedete nella foto qui in basso: Massimo Citi (l'editore), Silvia Treves, Davide Mana, Fulvio Gatti e Massimo Soumaré. La presentazione è stata vivace, appassionata e convincente, e la prova è stata che sottoscritto in primis - terminata la presentazione le persone presenti si sono precipitate a sfogliare e acquistare un bel po' di copie della rivista (i cui numeri hanno le dimensioni di un libro, ma col prezzo più basso di un libro), allettati tutti quanti anche dalle splendide copertine disegnate appositamente da artisti orientali e occidentali. Così come giapponesi - ed estremo orientali in genere, anglofoni e


italiani sono gli autori presenti nei numeri sin qui usciti di Alia Dalla fine di Torino Comics è ormai passato qualche giorno ed io sono ancora a divorare compiaciuto i racconti presenti sui numeri di Alia che ho felicemente acquistato, confermando il giudizio di "alta qualità" dei lavori e degli scrittori presenti. Una pubblicazione imprescindibile per la letteratura fantastica, un'esperienza di immersione totale e a tutto tondo nel fantastico in tutte le sue declinazioni e latitudini. Per me, la scoperta più felice di questa edizione di Torino Comics!

Ultimo incontro della prima giornata di Fiera: la presentazione del volume numero 7 di "Guida pratica al collezionismo", di Salvatore Taormina, noto anche come "il Tao". Incontro non particolarmente felice come orario, ma ciò non ha impedito a Taormina di raccontare ed illustrare appassionatamente il risultato della sua ultima fatica editoriale, chiacchierando con franchezza coi non moltissimi partecipanti e spiegando la sua posizione riguardo le nuove tecnologie inerenti il fumetto e la sua fruizione (letture online, fumetti digitali, fumetti per i-pod etc.), che non lo trovano accanito sostenitore, ma anzi fortemente critico e dispiaciuto per la progressiva perdita del contatto, anche fisico, con la carta e la sua fisicità. Taormina ha infine accennato al prossimo volume 8 della Guida pratica al collezionismo, sul quale ha già cominciato a lavorare.

Sabato 10 aprile comincia con l'incontro più ghiotto di Torino Comics: in Sala Rossa, la sala più capiente della Fiera, viene intervistato l'ospite d'onore del 2010: Scott McCloud. Il famoso fumettista bostoniano (mio coetaneo... oh, potrò gloriarmi di avere


qualcosa in comune con lui?!?) definito da Frank Miller come "la mente più brillante del fumetto internazionale", autore di "Capire il Fumetto", "Reinventare il fumetto" e "Fare il fumetto" (tutti editi in Italia da Vittorio Pavesio), oltre alle sue doti fumettistiche e saggistiche è anche fortunato possessore di qualche altra invidiabile dote: simpatia, modestia e gentilezza. L'incontro è stato condotto da un frizzantissimo Gianfranco Goria, che lo ha introdotto al numeroso pubblico e gli ha posto domande non banali e interessanti, domande e risposte tradotte per gli astanti da un non meno frizzante e brillante Fulvio Gatti.

L'intervista ha assunto presto la dimensione di una piacevole - e profonda chiacchierata tra persone amiche ed accomunate dalla medesima passione, coinvolgendo il pubblico (molto sorridente quando non ridente per le divertenti battute a raffica sparate da Goria, Gatti e infine anche da McLoud) che ha dimostrato di gradire moltissimo. Si è ovviamente parlato di fumetto, dei formidabili incontri fatti da Scott McLoud (Will Eisner in primis), delle difficoltà incotrate nella stesura dei suoi famosissimi volumi, del suo metodo di lavoro, della sua enorme voglia di fare fumetti, della concezione del fumetto in USA e anche di numeri, di vendite. [Fa davvero piacere, e tanto!, quando un'autore, competente ai massimi livelli e facente parte delle superstar del comicdom internazionale, dimostra una tale disponiblità, gentilezza, modestia e simpatia. Tra l'altro ho avuto il piacere di poter fare quattro chiacchiere con lui il giorno prima dell'incontro, da soli a tu per tu, e mi ha colpito quanto sembrasse addirittura imbarazzato quando gli ho espresso la mia ammirazione per il suo lavoro. Mi ha anche detto, mentendo spudoratamente, che non parlo poi un così pessimo inglese!]


Al termine dell'incontro di sabato, Scott McLoud ha ricevuto dall'avvocato Domenico Vassallo la tessera di "Complice" dell'Anonima Fumetti (di cui Vassallo è appunto vice-presidente) Qui sotto vedete McLoud, insieme a Vittorio Pavesio, che esibisce orgoglioso la tessera onoraria!

Il resto del sabato il sottoscritto l'ha passato a girare per gli stand, a fare (pochi e mirati) acquisti, a chiacchierare amabilmente con persone conosciute o anche no, tra una gran massa di folla che ha letteralmente preso d'assalto la fiera. Ho inoltre guardato le varie mostre in esposizione e a tal proposito mi ha colpito enormemente la qualità delle tavole esposte dei partecipanti al Premio Pietro Miccia! Non solo le tavole dei vincitori - tra i link più sotto si trova quello che porta ai vincitori del Premio - ma la totalità delle tavole esposte dimostrava un livello qualitativo come minimo "molto buono" (ma proprio come minimo) e mi sono trovato a pensare che avrei letto volentieri - e spero di poterlo fare realmente in un prossimo futuro - le storie a fumetti prodotte da quei ragazzi e ragazze. Le tavole esposte non comunicavano solo una notevole perizia tecnica, ma anche il possesso del know-how del fare fumetti oltre a un'enorme voglia di narrare, al di là del concorso. Brave/i tutte/i, ma sul serio! Altre mostre presenti: quella di Massimiliano Frezzato - che, dato il target e l'obiettivo del lavoro esposto non è riuscita a entusiasmarmi troppo. Mi è piaciuto moltissimo, invece, vederlo all'opera mentre dipingeva direttamente con le mani su un grande foglio bianco appeso al muro. Una grande folla ha assistito, e abbondantemente fotografato, l'evento, e tutti eravamo incantati nel vedere macchie di colore assumere lentamente le forme di splendidi dipinti. Accanto a Frezzato, Lucio Parrillo (si possono vedere entrambi nella foto qui sotto) anch'egli apprezzatissimo dal pubblico presente.


E arriviamo all'ultimo giorno di Torino Comics, domenica 11 aprile, una giornata gelida e funestata da una pioggia battente, che non ha però impedito a una numerosissima folla di accalcarsi negli spazi della manifestazione. La pioggia ed il freddo intenso sono stati una brutta notizia per i/le Cosplayer, che però non hanno rinunciato a esibirsi nei loro bei - e spesso succinti - costumi, a costo di battere stoicamente i denti e rischiare di ammalarsi. Il primo incontro della giornata cui partecipo è quello con il mangaka e illustratore Ryo Kanai. Prima dell'incontro mi ero gustato la mostra di tavole originali, illustrazioni e tavole a fumetti dell'artista giapponese e ne ero rimasto molto favorevolmente colpito. Padrone di una gran tecnica e dotato di una marcata espressività del segno, pur rispettando gli stilemi tipici di molti dei manga giapponesi, Kanai sta per uscire in Italia con un'opera a fumetti da lui disegnata e scritta da Massimo Soumaré, scrittore, traduttore, insegnante di giapponese, intitolata Kitsukiba - Storia romantica di code e di canini, con protagonista un particolare vampiro sui generis. L'incontro con Ryo Kanai è introdotto/condotto da Fulvio Gatti e Massimo Soumaré, quest'ultimo anche traduttore delle domande fatte dal numeroso pubblico presente e delle risposte del mangaka. Kanai, abbigliato in stile gothic-punk, si mostra disponibile a rispondere a tutte le domande, anche a quelle meno "facili". Viene sviscerata ad esempio la questione dei manga visti come "teste parlanti", ossia dell'assoluta predominanza dei primi piani dei visi dei protagonisti a scapito degli sfondi e dell'ambiente. Kanai risponde sinceramente che è sì, questo, uno stile, un modo per concentrare l'attenzione, e quindi l'affezione, dei lettori sui singoli personaggi e sui loro sentimenti, favorendo così l'identificazione, ma è anche una questione di ritmi


massacranti - e per noi occidentali forse un tantino "disumani" - imposti dal colossale e redditizio mercato fumettistico nipponico. Meno sfondi = maggior velocità di esecuzione della tavola. Si parla anche di numeri (e a questo punto vediamo un po' di bocche spalancarsi per lo stupore): a un/a mangaka giapponese vengono richieste trenta tavole al mese oppure venti tavole a settimana! Stesso discorso per i romanzieri, perché anche la letteratura ha cifre da capogiro in Giappone: affinché un/a romanziere/a non venga scaricato dalle case editrici e di conseguenza dimenticato dal pubblico, deve produrre almeno cinque o sei romanzi all'anno! Sorge spontanea la domanda: e la qualità? Massimo Soumaré risponde che la qualità è, e dev'essere, sempre medio-alta, perché in Giappone gli editor sono severissimi e il pubblico è molto esigente. Non ci si stupisca a questo punto se capita che qualche mangaka o romanziere muoia a 35 anni... Viene chiesto a Ryo Kanai se ci sono mangaka che desiderano uscire, superare questo tipo di "gabbia" delle "teste parlanti", e l'artista risponde che un certo gruppo di autori e autrici giapponesi vorrebbero ardentemente curare molto di più gli sfondi, le storie, vorrebbero pubblicare storie a colori (ci viene confermato che in Giappone non esistono manga a colori), rallentare i tempi di produzione per aumentare la qualità... Lo stesso Kanai ha dovuto mettere molta più cura del solito - ed è stato felice di farlo - negli sfondi per il manga che uscirà in Italia e in Francia e si ritiene soddisfatto del risultato ottenuto. Si parla ancora di assistenti - e dei loro costi; qualche altra chiacchiera col pubblico, qualche gustoso aneddoto raccontato da Soumaré e l'incontro giunge al termine. Subito dopo saremo in molti a precipitarci allo stand Pavesio per sfogliare e magari acquistare il libro The Art of Ryo Kanai.

Ultimo incontro cui partecipo, dopo essermi gustato con attenzione, e un po' di commozione, la mostra-omaggio al recentemente scomparso Claude Moliterni, è quello con Giuseppe Peruzzo sulle novità Q Press. Due dei pochissimi acquisti che ho fatto quest'anno a Torino Comics sono produzioni della Q Press, casa editrice che seguo da anni e per la quale nutro grande stima (e anche un po' di soggezione...): si tratta di Amare Stagioni di Étienne Schréder e Blotch, di Blutch, di cui presto si parlerà da questi schermi. Incontro non superaffollato, ma è normale che così sia stato: i prodotti della Q Press mantengono sempre un livello qualitativo molto alto, se non altissimo, e non sono esattamente per tutti i palati. Giuseppe Peruzzo è una persona che certamente non invade la rete con strilli e proclami sbraitati, e quando afferma che la maggior parte dei libri a fumetti pubblicati dalla Q Press spesso "sortiscono un cambiamento dentro il lettore", non


fa un'affermazione presuntuosa o ad effetto, ma dice semplicemente le cose come stanno, con rispetto e senza inutili false modestie. Peruzzo, coadiuvato dall'altro ospite dell'incontro, il disegnatore Giorgio Bellasio, racconta le novità della casa editrice, tra cui la storica ristampa di Un fascio di bombe di Manara, Castelli e Gomboli e Due cuori una capanna di Diamante, Bacilieri, Bellasio, Fenoglio, Talia e Tirana. Vengono inoltre presentate le altre novità edite dalla Q Press, delle quali potete avere ulteriori informazioni con un semplice click lì in basso, in corrispondenza del link della casa editrice torinese. Si tratta in tutti i casi di opere a fumetti di grande profondità e, come già detto, di grande qualità e "spessore".

Finisce così la mia partecipazione a Torino Comics, il freddo si è fatto intensissimo e la pioggia fuori aspetta impietosa di bagnare i miei sudati acquisti (non ce la farà: avvolgerò tutto in un doppio sacchetto). Come ogni anno mentre mi avvio alla fermata dell'autobus mi prende un filo di tristezza. Mi sembra inutile spiegarne il perché... Orlando Furioso


Aprile 2010 PUGACIOFF & DINTORNI 1963 - 1965 (2° Cofanetto) di Giorgio Rebuffi 3 volumi brossurati + volumetto spillato dentro un cofanetto b/n, covers a col., tante pagine - da richiedere a Annexia "Pugaciòff è vivo e lotta insieme a noi. E Giorgio Rebuffi, anche." [Emiliano Pagani, Anomalie su "Pugaciòff Duemilanove"] Come sempre, non è facile scrivere su questo secondo cofanetto che propone le avventure dell'epoca d'oro del Luposki della Steppa semplicemente perché il piacere provato e riprovato nel leggere, guardare e riguardare queste storie è immenso e intenso e non posso - e nemmeno ci provo a - trovare il "distacco necessario" per scrivere una "recensione" come-si-deve, non sono un professionista ne' un critico, ma solo un lettore estremamente soddisfatto che cerca di trasmettere una sensazione positiva. Credo inoltre che certi maestri del Fumetto si meritino l'amore dei lettori più ancora che i saggi critici degli esperti e mi conforta pensare che uno dei miei maestri preferiti - proprio Giorgio Rebuffi - di amore dai lettori ne ha avuto molto, ancora ne ha e grazie alla meritoria iniziativa della Annexia e di Luca "Laca" Montagliani, ne avrà ancora. Il secondo cofanetto Pugaciòff & dintorni 1963 - 1965, uscito sul finire dello scorso anno per l'Associazione Culturale Annexia comprende tre splendidi volumi più un volumetto spillato pieni zeppi di cose: storie innanzitutto e poi ricordi, commenti dell'autore, disegni-dedica... il tutto stampato ottimamente su di una bella carta. Le storie, si diceva: al di là di legittime e dolci nostalgie, è un errore pensare a queste storie "al passato", perché la magia più grande del fumetto, cioè della fantasia, è che le storie non sono mai "passate", ma sono sempre immerse in un fantastico e perenne presente, quel momento ineffabile in cui mentre leggiamo "siamo lì", dentro la storia, dentro le storie, dentro quell'universo apparentemente immobile. Ecco, una delle grandi capacità di Giorgio Rebuffi era ed è proprio quella di creare storie che seppur immerse nell'epoca della loro creazione, conservano ancora oggi, nell'attualità, tutta la loro modernità, aggressività (ironica, ma pungentissima!) e il loro incanto. Leggendo le storie del Luposki, oltre all'immancabile divertimento, primo e sacro obiettivo ricercato e pienamente raggiunto dall'autore, ci si immerge in un'epoca che non c'è più, ma contemporaneamente si riconosce in quel passato il nostro presente, molte delle "icone" attuali, un bagaglio di fantasia radicato nella memoria collettiva. Insomma: leggendo Pugaciòff ci riconosciamo. Non è giusto pensare a queste storie quasi-cinquantennali come a storie "datate", perché sono storie ancora freschissime e l'effetto che provocano, su grandi, medi e piccini è sempre il medesimo: godimento, divertimento, appagamento estetico e di fantasia, tutte nobili sensazioni che, ci sembra, di "datato" non hanno proprio nulla! Non stiamo parlando di macchie di inchiostro che riproducono forme stereotipate che la nostra mente decodifica e trasforma in immagini leggibili, ma un mondo che odora, rumoreggia, fa rabbrividire dal freddo o sudare dal caldo. E fa, soprattutto, ridere. Chi pensa che queste siano esagerazioni, beh: onestamente mi fa un po' pena, perché significa che la fantasia proprio non sa dove stia di casa e forse farebbe meglio a rinunciare a leggere cose che non siano trattati di meccanica (non quantistica, lì c'è già troppo da... sognare)


Ma torniamo ai volumi: esilarante e oserei dire - e oso - eccezionale la... documentazione fotografica dell'incontro tra il Luposki della Steppaski e il suo papà Giorgio Rebuffi, incontro avvenuto in occasione dei reciproci compleanni (50 e 80 anni, rispettivamente)! Avete capito bene: stiamo parlando di documentazione fotografica, niente fotomontaggi ne' fotosciòp, ma "pura realtà"! Non ci credete? Andate e vedrete. Guardo queste foto, rido e non perdo occasione di mostrarle ad amici e parenti illuminati e - giuro! - ognun si stupisce e strabuzza gli occhi per le incredibili somiglianze :-) L'incontro di cui sopra è contenuto nel volumetto spillato allegato ai tre-volumi-tre, e contiene scritti, omaggi al Luposki e al suo autore, bibliografie, storie inedite. L'incontro tra "Pugaciòff" e Rebuffi è occasione per Luca "Laca" Montagliani di lanciarsi in un severo e toccante editoriale - Ballo coi Lupi - che va a titillare delicatissime corde e nervi scoperti e che certamente non incontrerà i favori dell'Establishment del Fumetto Italiano. E' piaciuto invece in questi lidi e piacerà a tutti gli estimatori di certo fumetto comico pubblicato in passato in Italia (e all'estero) e da tanti anni non più presente in edicola per una serie di motivi una parte dei quali Luca Maltagliani analizza nell'articolo. Nello stesso volumetto, intitolato Pugaciòff duemilanove, troviamo anche una storia inedita, letterata da Annabella Bottaro, figlia del grande maestro rapallese Luciano Bottaro, in vita grande amico di Giorgio Rebuffi. La storia, intitolata Spettri e Demoni, porta il Lupo in terribili luoghi oltremondani che mantengono le promesse fatte dal titolo; è una bella storia, altamente simbolica e che non manca della corrosiva ironia caratteristica delle storie rebuffiane. Difficile, tornando al complesso dei tre volumi, trovare "la storia più bella", difficile fare classifiche in tal senso perché tutte le storie, e sono davvero moltissime!, presenti nella raccolta sono fresche e divertenti, e spesso ferocemente ironiche: non c'è moda o fenomeno sociale che non venga messo alla berlina, rivoltato come un calzino, visto da inusuali e coraggiosi punti di vista. I personaggi, da Pugaciòff a Beppe e Cucciolo al mitico Bombarda (ma che vita d'inferno gli ha fatto fare il Rebuffi a questo povero delinquentello sovrappeso?!?) allo squalo Geraldo a Tassas Bulba a tutti gli altri, sono oramai delineati e conosciuti e si muovono agevolmente nel loro mondo (che è anche il nostro l'abbiamo già detto, vero?) e perciò l'autore può cominciare a permettersi, ad esempio, storie in continuità, come il ciclo della vernice al silicone o quello dei Bombarda-robot. Non dimentichiamo che oltre alle storie, agli schizzi, agli omaggi di altri disegnatori e agli imperdibili e spassosi - e talvolta malinconici - interventi scritti dello stesso Rebuffi (i "Ricordo im...perfettamente"), in questi tre volumi + uno troviamo molti articoli, molto interessanti, alcuni divertenti, altri struggenti, altri colti e altri ancora ironici, di Luca Boschi, Giancarlo Berardi, Alfredo Castelli, Jean-Yves Guerre, Davide Barzi ecc. ecc. Sui disegni del maestro Rebuffi credo che si possa essere tutti daccordo: stupendi e pieni di ironia e poesia, con la solita, gradevolissima, originale cura per gli interni, decisamente inusuale per l'epoca e per il genere; disegni che possiedono una vis comica naturale: le facce con le espressioni affrante o disgustate o inferocite sono fonte di inesauribili risate, oggi come a distanza di 50 anni, come tra 50 anni. Nel frattempo qui si aspetta il terzo cofanetto, mi raccomando!

"Già, Giorgio, se siamo quello che siamo e facciamo quello che facciamo, lo dobbiamo anche a te e al tuo lupo. E te ne saremo grati in eterno" [Davide Barzi su "Pugaciòff Duemilanove"]

Orlando Furioso


Aprile 2010 HOUSE OF M di Brian Michael Bendis | Olivier Coipel collana Grandi Saghe n°53, 9.90 euro vol. brossur. 230 pag. miniserie completa di Gennaro Cardillo Da buon napoletano amo riconoscermi nella lezione di vita del nostro caro professor Bellavista. Il noto filosofo di Via Petrarca dice di guardarsi bene da quelli che hanno le certezze e di fidarsi delle persone che hanno i dubbi. Questo perchè il "dubbio è il bene". Forse non lo sapete, ma quando incontrate una persona che ha dei dubbi, potete stare tranquilli, è una brava persona, perchè è tollerante e perchè è democratica, quando invece vi imbattete nelle persone che hanno le certezze, la fede incrollabile, allora dovete fare attenzione, perchè la "fede è violenza", la fede in qualsiasi cosa è sempre violenza. E a correr dietro le certezze prima o poi si arriva sempre a qualche casino. Qualche tempo fa ho voluto vestire i panni di uno di quei inquietanti personaggi che hanno le certezze, nell'articolo "Intervista con lo Skrull" pure io ho fatto una violenza, ho detto, sicuro e lucido come in pochi altri momenti della mia vita, che Brian Michael Bendis, come autore di fumetti era una delusione e che non avrei mai letto nient'altro di lui. Ero convinto delle mie idee, e poi, dopo aver letto la scadente "Vendicatori divisi", ero certissimo delle mie affermazioni assolutistiche, ho comprato House of M, ed ho cominciato a leggerla, solo per avere un ulteriore riscontro per la mia teoria, l'ho letto sicuro che avrei avuto la prova definitiva per il mio "diktat". Ebbene, sono rimasto letteralmente come un coglione quando, due ore dopo, ho alzato gli occhi dal volume e mi sono accorto che lo avevo letto tutto, divorato. Bendis, mi aveva fregato, ma mi aveva anche salvato, mi aveva riportato alla mia natura, mi aveva riportato alla democrazia ed alla tolleranza verso il nuovo e il diverso. Dopo House of M ho smesso di avere certezze, sono tornato ad essere uno di cui ci si può fidare. Che bello. E parlando di cose belle, House of M è bella, sotto certi aspetti geniale, sotto certi altri un pò ingenuotta (come Laya Miller), ma comunque nell'insieme, una di quelle cose che non dovrebbero mancare sugli scaffali di casa di un decente lettore e/o collezionista di fumetti. Alle illustrazioni il miglior Olivier Coipel che possiate pensare di trovare in giro, disinfettato da quel tratto che poteva farlo erroneamente etichettare come uno dei mille cloni di Jim Lee (vedi il suo lavoro su Moon Knight). House of M è l'unica cosa che si dovrebbe leggere se si vuole capire per quale motivo, Brian Micheal Bendis è diventato uno dei perni sui quali ruota il nuovo universo Marvel.


I pro: 1 - Dialoghi inquietantemente realistici, gli unici che finalmente restituiscono a Peter Parker la dignità del super-eroe con super-problemi,da troppo tempo e da troppi autori trascurata. 2 - Soluzioni narrative di una originaltà disarmante. 3 - Un epilogo che congela il lettore, e ammicca agli autori per spunti narrativi nuovi ed infiniti, dei quali però nessuno o quasi nessuno ha saputo veramente approfittare. Questi sono solo tre dei 100 buoni motivi per comprarla (o leggerla). Ciò che più lascia basiti sono le idee che Bendis sforna nel suo nuovo universo. Scarlet è impazzita, lo abbiamo visto tutti (o quasi tutti) in Vendicatori Divisi, dove in preda ad una incontrollabile follia ha attaccato i suoi colleghi Vendicatori e ne ha uccisi tre, tra cui Visione, suo marito. In "House of M" la ritroviamo a Genosha affidata alle cure del padre Magneto, del fratello Pietro e del telepate Xavier. Le cure della vecchia guida degli X-Men non danno alcun risultato, Scarlet nelle attuali condizioni è pericolosa per se stessa e per l'intero pianeta, la sua natura mutante, e le sue capacità di maga, senza i freni della ragione possono causare danni inimmaginabili. Bisogna deciderne il destino. Ma prima che se ne compia alcuno, Scarlet plasma una nuova realtà, plasma un nuovo mondo, e in questo nuovo mondo, dona ai suoi amici supereroi la vita che avrebbero sempre voluto vivere. Ed è esattamente a questo punto della storia che mi sono dovuto ricredere su Bendis. Nel nuovo mondo di Scarlet, i mutanti non sono più dei perseguitati, anzi rappresentano la maggioranza della popolazione mondiale, il loro leader, nonchè leader mondiale è Magneto, nel nuovo mondo tutti hanno una nuova vita, il tempo che Scarlet schiocchi le dita e i supereroi si ritrovano a vivere la vita dei loro sogni, che però, è qui si deve riconoscere il genio, non è per nessuno la vita che vivevano prima. Peter Parker addirittura non è nemmeno sposato con Mary Jane Watson, ma ha una famiglia con Gwen Stacy, mai morta, come del resto non è mai morto nemmeno suo zio Ben. Capitan America è un vecchio novantenne, nel nuovo mondo, non è mai stato ibernato, ma è stato un uomo del suo tempo, vivendo e invecchiando, in pace e senza i Vendicatori. Non si può restare indifferenti a tutto questo, e Bendis, bravissimo, non ci permette


nemmeno di provarci, il dramma di Parker è dannatamente vero, se questa è la vita che ha sempre voluto, allora quella che ha costruito cosa è? Quale delle due è la menzogna? Tremendo. Davvero. In questo mondo troppo perfetto, però rinasce anche Logan, e il desiderio di Logan è sempre stato vivere la vita, conoscendo tutto il suo passato, padrone di tutti i suoi ricordi, eccolo il serpente che cammina in questo Eden, Logan rinasce a capo dello S.h.i.e.l.d., (è questo il suo desiderio?) ma conserva tutti i ricordi adesso, e per quanto allettante sia la nuova vita, sa che è una bugia, perchè ricorda tutti gli eventi, ricorda la realtà prima che questa fosse distorta, stravolta. Su di lui graverà il peso della missione di far recuperare a tutti gli altri i ricordi, con l'aiuto di quella che sembra essere l'unica leggerezza di questa appetibilissima opera, la piccola mutante Layla Miller, che sembra avere la sola e peculiare capacità di far ricordare agli altri come era il mondo prima che Scarlet lo cambiasse, Unica nota stonata, unica forzatura, (eppure come altro fare?) di una miniserie viva, che non vi permetterà di staccarvi da lei, fino al finale, che vi lascerà di stucco. Insomma vivamente consigliata a tutti, anche ai più scettici (come il sottoscritto) verso la nuova generazione di autori Marvel. Baci ai Pupi e fatemi sapere Gennaro Cardillo


Aprile 2010 CRISTINA GRECO - intervista esclusiva Con la china in testa. Fumetto e memoria culturale per una lettura di Maus e Palestina. di Valentino Sergi “Può un fumetto veicolare la memoria di eventi drammatici? Possono i momenti tragici della storia dell’uomo e la stessa memoria culturale essere raccontati in forma di nuvole? Maus racconta la Shoah, Palestina parla del conflitto araboisraeliano, attraverso coinvolgenti espedienti narrativi. In Maus e Palestina non manca nulla. Torture, martiri, lotte, ribellioni, morte. Ma anche vita, quella familiare al lettore, quella apparentemente ordinaria, quella della quotidianità e non solo. E in tutta questa sofferenza Maus e Palestina ci riservano una sorpresa, quella dell’uso del discorso ironico. L’analisi semiotica ci ha permesso di avvicinarci il più possibile a questi fumetti per cercare le risposte a queste domande. L’ipotesi è quella del fumetto come luogo di ri-valorizzazione della memoria culturale, la speranza è che dall’unione di due grandi passioni possa emergere il senso che ha modellato l’intero lavoro.” Cristina Greco, tutor dell’area di ricerca sul fumetto e sul cinema di animazione presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, ha pubblicato di recente con Libreriauniversitaria.it il notevole saggio in questione, in cui analizza i capolavori di Art Spiegelman e Joe Sacco, Maus e Palestina, nel tentativo di studiare la capacità del medium di veicolare contenuti drammatici. L’analisi, svelando i meccanismi narrativi e discorsivi delle opere esaminate e servendosi dei cultural studies, è un’intelligente desamina del fumetto come arte e veicolo della memoria culturale. Abbiamo intervistato l’autrice, per comprendere meglio il lavoro svolto durante la realizzazione del libro e per scoprire qualche curiosità sul fenomeno del giornalismo a fumetti. INTERVISTA Nel libro utilizzi ampiamente gli strumenti della semiotica generativa e della sociosemiotica partendo dall'analisi della struttura dei testi per individuarne una serie d'interessanti implicazioni sociali, in particolare sul rapporto tra l'arte e la realtà, e sulla memoria culturale. Dal tuo punto di vista, quanto sono efficaci questi studi per l'analisi del fumetto e, in particolare, del fenomeno del Graphic Journalism? Potresti descriverci il tuo approccio nell'affrontare le opere di studio? Credo che l’analisi del fumetto sia importante nella misura in cui riesce ad esplorare nodi irrisolti, non rincorrendo necessariamente un principio di esaustività, ma dando delle risposte locali e soprattutto, nello specifico del Graphic Journalism, cercando di comprendere cosa i fumetti significano per i loro destinatari, più interessante quando le storie che narrano fungono da ponte tra culture apparentemente distanti. È da qui che spesso nasce il mio interesse per alcune opere poiché, pur essendo una grande divoratrice di fumetti, parto sempre da uno sguardo appassionato per poi concentrarmi sulle potenzialità espressive di quel dato fumetto. Dopo il colpo di fulmine, leggo il fumetto più e più volte, anche in modo non ordinato, prendo appunti, segno il passaggio sulle cose che più colpiscono la mia attenzione, creo collegamenti con altri linguaggi, con altre narrazione, con altri fumetti e mi documento sulle vicende narrate e sulle altre opere dell’autore. Questo mi aiuta, in un certo senso, a distaccarmi dal fumetto come oggetto della mia passione e ad acquisire lo sguardo della ricerca.


Nelle conclusioni, nel domandarti se il fumetto possa configurarsi come una nuova modalità per raccontare eventi drammatici, sembra emergere la necessità di ribadire le capacità espressive del medium, nonostante gli esempi da te studiati - Maus e Palestina -, non siano recenti, né gli unici del loro genere. Dato che rivesti la funzione di tutor dell'area di ricerca sul fumetto e sul cinema d'animazione all'Università degli Studi "La Sapienza" di Roma, potresti dirci se, a tuo avviso, ci sia un ritardo negli studi accademici italiani sul fumetto? Ritieni che, nell'ambito universitario, si debba ancora affermare una conoscenza diffusa della nona arte (non a caso, d'altronde, dedichi un paragrafo a "il fumetto come testo artistico")? Più che ritardo degli studi accademici italiani sul fumetto, parlerei di fasi alternate di attenzione più o meno lucida nei confronti del fumetto. Dal mio punto di vista, in questo momento c’è fermento negli studi sul fumetto. Penso, ad esempio, all’interesse di studenti che scelgono di approfondire, per i loro lavori di ricerca, lo studio del fumetto. Ancora, penso a realtà come quella dell’Università del fumetto, che si tiene nell’ambito del Romics e che vede la partecipazione di docenti ed esperti del fumetto provenienti da diversi ambiti disciplinari e professionali. Credo che questa sia una bella conquista e altrettanto interessante sarebbe riuscire a percorrere il cammino inverso, ovvero portare il fumetto nelle università, creando maggiori occasioni di studio attraverso seminari e gruppi di ricerca, così favorendo l’interesse degli studenti.

Da Palestina - una sorta di precursore nel suo genere - come ritieni si sia evoluto il giornalismo a fumetti? Quanto l'attuale scuola di artisti deve all'opera di Sacco e Spiegelman? L’opera di Joe Sacco, ma anche quella di chi come lui e forse prima di lui, ha dato forma all’incontro tra narrazione ed esperienza attraverso le tavole di un fumetto, ha sicuramente aperto le porte a questo modo di riportare la storia dell’altro e di raccontare il proprio punto di vista. Non soltanto per quanto riguarda lo sviluppo artistico del fumetto, ma anche accrescendo l’interesse di editori verso il reportage a fumetti, come testimoniano le diverse pubblicazioni ad oggi proposte. In Italia c’è chi si è avvicinato alla lettura dei fumetti, pur non leggendone abitualmente, proprio grazie alla curiosità suscitata da questo tipo di narrazione. Sacco, Spiegelman, e mi vengono in mente tanti altri come Joe Kubert e Guy Delisle, aprono le danze in grande stile supportando l’evoluzione di una vocazione giornalistica del fumetto. Dal mio punto di vista questa evoluzione prende forma nelle storie che hanno un aggancio sempre più forte con il luogo e con la contemporaneità, permettendo al lettore di fare esperienza attraverso le passioni suggerite da questi fumetti. È un modo diverso di comunicare un sapere, quel sapere che potrebbe giungere comunque in altro modo, correndo, però, il rischio di rimanere un’informazione tra le tante spesso destinate all’oblio.

Che ripercussioni ha avuto, a tuo parere, l'assegnazione del Pulitzer a Maus? Rappresenta sicuramente un riconoscimento che ha valorizzato non soltanto Maus e l’opera di Spiegelman, ma il fumetto in generale, anche agli occhi dei non intenditori o comunque di coloro che mai avrebbero letto un fumetto. Ha dato una spinta in avanti ai fumetti dai contenuti più rilevanti, tanto a livello nazionale quanto internazionale, ma rimango dell’opinione che l’accento sia stato posto più sulla storia narrata che non sull’arte che gli ha dato vita. Sia i due autori da te studiati che la menzionata Marjane Satrapi, come osservi in particolare nel capitolo dedicato al "trasferimento delle passioni", scelgono di narrare in prima persona, come personaggi e in modalità autobiografica, con l'effetto di produrre un maggiore senso d'immedesimazione e d'empatia con il lettore. In Maus, tra l'altro, sottolinei la presenza di una dimensione metatestuale in cui si


riduce maggiormente la distanza con il lettore, svelando i meccanisimi (e le difficoltà) dietro le soluzioni stilistiche e narrative adottate. Fino a che punto, a tuo parere, si spinge il grado di consapevolezza degli autori analizzati nei confronti dei meccanismi discorsivi? Non credo che si possa parlare di consapevolezza degli autori riguardo ai meccanismi discorsivi messi in atto o quantomeno non di piena consapevolezza. È chiaro che alla base c'è un'intuizione e una capacità di comunicare determinanti per il buon funzionamento di alcuni meccanismi e questo fa in modo che lo sviluppo della narrazione non sia affidato al caso. Inoltre, credo che l'aumento di consapevolezza provenga anche dalla mole di autori e di opere a cui ispirarsi. Quali altri opere (magari recenti) consiglieresti di recuperare per una conoscenza più approfondita del giornalismo a fumetti? Uno tra i miei preferiti è Cronache Birmane di Guy Delisle e, pur se meno recenti, consiglio fortemente Fax da Sarajevo di Joe Kubert, (C'è) vita nei balcani? di Zograf e Garduno, In tempo di pace di Philippe Squarzoni. Tra gli italiani ho amato tanto Appunti per una storia di guerra di Gipi. Altro consiglio di lettura che mi sento di dare, anche se non strettamente orientato al giornalismo a fumetti, riguarda la graphic novel La storia di Sayo di Yoshiko Watanabe e Giovanni Masi.

Valentino Sergi

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