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RIVISTA | N. 30 ANNO IV OTTOBRE/NOVEMBRE 2020

Lucchese

Giovanni Lopez

Basket Le Mura

«Ci salveremo»

Lidia Gorlin Continuando a scrivere la storia

Bodybuilding

Roberto Massagli Parla il campione del mondo

DISTRIBUZIONE GRATUITA


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Eccoci di nuovo qui, dopo qualche mese e ancora in piena emergenza Covid che ci ha costretto a prendere nuovamente tempo prima della stampa e a ridisegnare praticamente quasi per intero la distribuzione. Con bar e pubblici esercizi in genere nuovamente e drammaticamente chiusi, e a cui va tutta la nostra vicinanza e anche la rabbia per come il governo sta gestendo l’emergenza, abbiamo puntato sulle edicole, tra i pochi capisaldi ancora aperti. Di certo, nonostante le difficoltà, e una cadenza di uscita giocoforza dilatata, non molliamo. Nei giorni in cui va in stampa questo numero, è in chiusura anche il calendario per il 2021, un classico di Gazzetta Lucchese a cui, tra mille sacrifici, non abbiamo voluto rinunciare, prima di tutto per tutti i tifosi a cui tiene compagnia mese dopo mese ormai da molti anni. Ma a non mollare dovrà essere prima di tutto la Lucchese. Il cambio in panchina, inevitabile, c’è stato; i risultati, però, continuano a latitare. Chiaro che pesa come un macigno la pandemia che ha falcidiato per settimane il gruppo dei rossoneri, ma è altrettanto evidente che la squadra – basta vedere il numero dei giocatori che la compongono – non ha trovato un suo equilibrio, né i suoi punti di forza. E’ molle, non segna, non ha leader, subisce sempre gol spesso evitabili. Pare confusa, a tratti rassegnata a un destino che se non si innesterà un cambio di marcia, pare inevitabile. Parlare di mesta retrocessione non è fuori luogo ora come ora. Il tempo per recuperare, però, c’è tutto. Serviranno nuovi innesti (ma solo di qualità), serviranno parecchie partenze, servirà lo spirito giusto. Che solo per piccoli tratti si è intravisto con l’arrivo in panchina di Giovanni Lopez. L’allenatore che con Lucca ha un rapporto speciale è chiamato a compiere una vera e propria impresa, inutile nasconderlo. Con una manciata di punti in classifica e zero vittorie al momento in cui andiamo in stampa, pare chiaro che i numeri certifichino al meglio le enormi difficoltà

che attendono (e di cui ha già avuto un duro assaggio) il tecnico romano che è il protagonista dell’intervista di questo numero. Inutile gettare la croce addosso ai vari responsabili: almeno in questo momento la priorità è uscire da questo incubo che nemmeno i più pessimisti si attendevano. La Lucchese è in un mare di guai e soprattutto non si capisce come possa uscirne. Ci sarà poi modo per ricostruire i fatti e attribuire le responsabilità. Unica consolazione: il campionato è ancora lungo, ma occorre reagire, fare punti, lottare. Il lavoro di Lopez, siamo convinti, uscirà poco alla volta, c’è solo da augurarsi che sia sufficiente. Dobbiamo provare a crederci, perché in questo torneo senza tifosi è di prioritaria importanza non perdere la categoria. Inutile girarci intorno: ci siamo e ci dobbiamo provare a restare. A tutti i costi.

Editoriale

Ci vogliamo restare #

Fabrizio Vincenti

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30 | OTTOBRE /NOVEMBRE 2020 Gazzetta Lucchese - Rivista | n. 30 Reg. Trib. di Lucca n. 7/2017 del 24.8.2017 Distribuzione gratuita Direttore Fabrizio Vincenti Progetto grafico Simone Pellico Hanno collaborato Duccio Bardini Diego Checchi Alessandro Lazzarini Emanuela Lo Guzzo Simone Pellico Maurizio Silva Yuri Tortelli Contatti redazione@gazzettalucchese.it PubblicitĂ pubblicita@gazzettalucchese.it www.gazzettalucchese.it

Foto copertina Fabrizio Vincenti Foto Massagli Alonso Espartero Stampa Pixartprinting Spa Quarto D’Altino (VE)


SOMMARIO Pag. 3

Editoriale

Ci vogliamo restare

Pag. 8

Lucchese Lopez

Pag. 26 Lo Speciale Fantacalcio Sei un tecnico o un romantico?

ÂŤCe la faremoÂť

Pag. 14

Basket Le Mura Gorlin Continuando a scrivere la storia

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Bodybuilding

Massagli Parla il campione del Mondo

Pag. 30 Romanzo

Rossonero Tutte le gare della Pantera


DOVE TROVARE GAZZETTA LUCCHESE

Lucca - Centro Edicola Lorenzini, via Fillungo 16 Edicola Di Grazia, via San Paolino 54 Edicola Santori di Gentile, via Fillungo 225 Banca di Pescia e Cascina Credito Cooperativo, piazza Santa Maria 10 Lucca - Est Banca di Pescia e Cascina Credito Cooperativo, viale Castracani 1070, Arancio Studio Sport, via di Tempagnano 180, Arancio Parrucchiere Mirko, via di Tiglio 83, Arancio Bar Catelli, via vecchia Pesciatina 664, S. Vito Lucca - Sud Caffè Nelli, viale Europa 486 Edicolandia, viale San Concordio 196 Lucca - Ovest Bar da Palmiro, via San Donato 15, S. Donato Banca di Pescia e Cascina Credito Cooperativo, v.le Puccini 893, S. Anna Bar La Ciocca, via di Balbano 202, Nozzano Lucca - Nord Spacciottica, via Borgo Giannotti 320 Capellorama, via delle Ville prima 863, S. Marco Bar 3 Cancelli, via per Camaiore 1770, Monte S. Quirico Ricevitoria Orlandi Giancarlo, piazza Cesare Battisti, Ponte a Moriano Bar La Vela, via del Brennero 434, Piaggione Piana Banca di Pescia e Cascina Credito Cooperativo, via Colombini 53B, Capannori Edicola Le Veline, piazzale Moro 64, Capannori Bar Italia, via Sottomonte 225, Massa Macinaia Edicola Portobello, via Pesciatina 98-100, Lunata Edikoleria, via delle ville 216, S. Colombano Luccacarta, via Romana Est 140, Porcari Banca di Pescia e Cascina Credito Cooperativo, via Catalani 14, Porcari

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Lucchese

LO P E Z «Ci salveremo» di Diego Checchi

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È

un piacere parlare di calcio con Giovanni Lopez, il tecnico rossonero arrivato a Lucca per la terza volta e chiamato all’ennesima impresa. Le sue risposte, lo conosciamo, non sono mai banali e centrano sempre il punto. Non è un tecnico ruffiano, non ha bisogno di accattivarsi delle amicizie, ma è sempre se stesso in qualunque posto si trovi: nel calcio è una cosa che accade raramente. Non si nasconde. Mai.

Lucca ho fatto bene e pure in questa tirerò fuori il massimo per raggiungere l’obiettivo».

«Perché sono tornato a Lucca? Intanto perché mi è stata prospettata un’offerta di lavoro e poi perché mi sono trovato bene con questa società. Se ci fosse stata un’altra società, non so se sarei tornato. Per mettermi d’accordo ci ho messo un secondo per la completa sintonia che c’è con i dirigenti. Il momento è difficilissimo, è inutile negarlo, ma una cosa è sicura: sono convinto che ci salveremo. Anche nelle altre due esperienze a

Poi c’è l’incognita dei tamponi prima della partita per poter decidere una formazione. Che cosa pensa di questo?

Com’è cambiato il calcio in questo periodo di Covid-19? «Ci sono squadre che non hanno avuto positivi e altre come noi che hanno avuto dei focolai all’interno dello spogliatoio. Lavorare è difficile, se non impossibile. Addirittura ho dovuto adattare in ruoli diversi alcuni giocatori».

«È vero, ma la situazione è questa. Si è deciso di andare avanti e andiamo avanti. Quindi dobbiamo rispettare tutti i protocolli previsti». Che idea si è fatto della situazione Covid-19 al di fuori del calcio?


«È una cosa bruttissima che ci distrae dalla vita quotidiana. In questo momento dobbiamo fare sacrifici tutti i giorni. Almeno a noi non era mai capitata una pandemia, una situazione mai successa da quando viviamo». In questo periodo come si è aggiornato? «L’anno scorso sono partito ad allenare la Viterbese e sono stato esonerato mentre ero sesto in classifica. La motivazione? Non mi attenevo alle decisioni della società: in pratica decidevo chi meritava di giocare e chi no. Alla fine la Viterbese è arrivata dodicesima. Dopodiché ho avuto un periodo di spensieratezza lontano dal calcio e poi ho ripreso ad aggiornarmi con il pc e i mezzi che ho a disposizione guardando diverse partite». Per quanto riguarda i gironi, come colloca il Girone A? «È un girone attrezzato come gli altri. Io ho al-

lenato in tutti e tre i gironi e penso siano uguali. Non è vero ciò che si dice in giro che il Girone B è più difficile, ci sono squadre forti sia in quel girone che in tutti gli altri». Da allenatore in attesa, quanto è difficile aspettare la chiamata? «Nella prima esperienza a Lucca sono stato mandato via per incomprensioni con una persona, ma ho sempre fatto punti. Anche lo scorso anno è stato così. Chi ha la fortuna e le conoscenze per allenare tutti gli anni va avanti, io attendo il momento giusto per poter entrare. Fa parte del nostro mestiere». Come si ritiene come allenatore? Il calcio è basato soltanto sui moduli o sull’occupazione degli spazi? «Penso di essere un allenatore in evoluzione che si aggiorna continuamente. Cerco di miglio-

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rarmi e avere idee diverse, chiamatemi come vi pare, ma di sicuro lavoro tutti i giorni sul campo e anche fuori». Parlando di Lucca, quali sono i ricordi più belli?

Quali hobby ha al di fuori del calcio? «Non ho hobby, ma faccio ciò che mi piace fare a seconda dei momenti. Leggere libri e aggiornarmi su internet in primis».

«Ne ho tre: il primo riguarda la gara di Pisa nella mia prima esperienza quando perdemmo ma giocammo in maniera meravigliosa. Il secondo ricordo bellissimo è il gol all’ultimo secondo di Bruccini contro l’Albinoleffe all’andata di playoff. Il terzo è sempre riguardante i playoff quando contro il Parma ci furono 6000 persone al Porta Elisa. Quel ricordo lo porto sempre nel cuore».

Le piace la tanta importanza che viene data al mondo del calcio?

Dica la verità, è tornato anche per chiudere un cerchio?

Però in questo momento i tifosi non possono entrare allo stadio.

«No, sono tornato perché c’è stata una richiesta da parte della società e ci siamo trovati d’accordo. All’inizio sarà difficile ma credo che alla fine centreremo il risultato. Qui mi sento a casa, a Lucca si vive bene. Mia moglie dice che quando viene a Lucca viene nel giardino di casa da tanto che la città è bella e la qualità di vita molto alta».

«Per il popolo italiano il calcio è fondamentale, non per nulla non ci siamo fermati nonostante il problema Covid-19. Il calcio è un veicolo trainante e anche una valvola di sfogo, per non dimenticarsi che è una delle prime industrie economiche del paese».

«Diciamo che tutto ciò è uno spettacolo penoso. L’ho vissuta anche da giocatore ed è uno spettacolo veramente penoso. Purtroppo siamo in una condizione particolare e dobbiamo adattarci». C’è chi dice che senza tifosi un giocatore si esprime meglio, è più libero da pressioni, è vero? Oppure che le squadre prendono tanti gol per mancanza di attenzione. «Secondo me non è assolutamente vero. Un giocatore che si sente libero in questa situazione non ha personalità, non ha attributi. Mentre le squadre prendono troppi gol perché le difese sono scarse, perché non ci sono più difensori come una volta abituati a marcare l’uomo. Ci sono due scuole di pensiero: chi marca a zona e chi marca l’uomo nella zona. Io sono per la seconda opzione e dico ai miei difensori di non perdere mai di vista il proprio attaccante e di stargli appiccicati. Non c’è più l’abitudine a difendere nel vero senso della parola». Quali sono stati i tecnici che le hanno dato di più da calciatore? «Ulivieri e Guidolin sotto tutti i punti di vista, sia tecnico che umano e tattico. Ho avuto la fortuna di incontrarli nel periodo giusto, quando ero giovane e avevo 24/25 anni. Sono molto soddisfatto della carriera che ho fatto da calciatore».

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2021

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Basket Le Mura

GORLIN Continuando a scrivere la storia della pallacanestro di Emanuela Lo Guzzo

N

el corso della sua carriera ha vinto 10 scudetti, 6 Coppe dei Campioni e una medaglia di bronzo agli Europei con la Nazionale di cui è stata capitano per dieci anni. 493 presenze e 4972 punti realizzati in serie A, 231 presenze e 1492 punti con la maglia azzurra. Numeri pazzeschi che tuttavia non riescono a raccontare davvero la misura di una delle giocatrici italiane di pallacanestro più forti di tutti i tempi.

Lidia Gorlin, classe ’54, ha continuato a essere protagonista del mondo della palla a spicchi anche dopo aver appeso le scarpe al chiodo e, approdata al Basket femminile Le Mura Lucca, dopo una breve parentesi come allenatrice, ha trovato la sua dimensione dietro la scrivania e dentro i meccanismi societari e dirigenziali. Dalla panchina del minibasket fino al ruolo di direttore sportivo prima e di General Manager poi, passando per la straordinaria vittoria dello scudetto nella stagione 2016-2017 del team targato Gesam Gas. Una passione immensa che, unita al talento, alla tenacia, al carisma e alla determinazione, l’ha sempre portata a emergere e a ricoprire il ruolo del leader, sia in campo che fuori. Dal 2010 è nell’Italia Basket Hall of fame.


È cresciuta correndo tra le zolle della campagna vicentina prima di trasferirsi in città e restare ipnotizzata da un cerchio di ferro appeso a un tabellone di legno a scuola. Tutto comincia dalla vista di “quel coso di ferro”… «Non sapevo cosa fosse ma già mi incuriosiva. Il gruppo sportivo della scuola prevedeva la pratica di due sport: l’atletica e la pallacanestro e io, non riuscendo a stare mai ferma, ho iniziato a praticare entrambe. La mia formazione parte dal cortile. Poi è arrivato il giorno in cui ho dovuto decidere di abbandonare una delle due discipline e non ho avuto dubbi. Ho scelto di continuare a giocare a basket perché ho preferito lo sport di squadra a quello individuale. Era più consono al mio carattere e inoltre ho sempre amato lo spirito di gruppo e mi piaceva poter condividere le competizioni con le mie compagne. Vincere insieme e perdere insieme». Poi il passaggio alle giovanili dell’AS Vicenza e l’esordio in serie A ad appena 14 anni… «Era il novembre del ’68 e giocavamo contro una squadra romana. In panchina sedeva Zigo Vasojevic che, intraviste le mie capacità, non ha avuto problemi a gettarmi nella mischia. In quella partita ho realizzato anche due punti. Per anni ho fatto due allenamenti al giorno, sia con la prima squadra che con le giovanili e questo non mi è mai pesato». È stato complicato conciliare basket e studio? «Frequentavo l’istituto professionale per diventare analista

contabile e, con i pomeriggi passati in palestra, il tempo per studiare dovevo trovarlo la notte o la mattina presto prima di andare a scuola. Il rendimento per fortuna era buono anche perché vivevo sotto la costante minaccia dei miei genitori che giustamente pretendevano che continuassi a studiare con profitto. Dopo il diploma ho scelto di concentrarmi sul mondiale e l’anno successivo mi sono iscritta, anche se senza troppa convinzione, all’ISEF e, pur portando avanti il mio percorso, non l’ho concluso a poco dal termine forse perché non ero stimolata da quel tipo di studi. Se potessi tornare indietro sceglierei sicuramente un’altra facoltà». E il tempo per le uscite con le amiche? «Non era molto. Quando potevo farlo, uscivo a divertirmi come tutte le ragazzine della mia età, ma molto più spesso ero impegnata con il basket. Non ho mai avvertito il sacrificio o il senso di privazione. Giocare a basket era quello che mi piaceva e che volevo fare e per me il divertimento era un qualcosa che veniva in secondo piano. Volevo diventare una giocatrice e sognavo la nazionale». Dopo Vicenza c’è stato l’anno a Milano… «Vicenza è sempre stata una piazza che ha lavorato molto bene, con un vivaio florido che per anni ha sfornato giocatrici di talento. Dopo lo scudetto vinto nella stagione ’68-’69 con una squadra di icone, la società ha deciso di rinnovare e ripartire dalle giovani e io non sentivo lo stimolo di dover andare via. Poi nel ’75 ho accettato di andare a giocare a Milano ed è stato un anno difficile. Venivo dalla provincia, per la prima volta mi trovavo fuori di casa e la società era strutturata diversamente da quella di Vicenza che era una famiglia. In più Vasojevic, che mi aveva portato lì, mi ha cambiato il ruolo. Da guardia mi ha trasformato in playmaker e mi ha corretto il tiro. A livello mentale questi cambiamenti radicali mi hanno messo un po’ in difficoltà e da essere una realizzatrice sono passata a segnare poco e a dover dirigere, impostare ed essere al servizio della squadra». Dopo appena un anno è arrivato il trasferimento alla Fiat Torino… «Sono arrivata a Torino portandomi dietro tutto quello che ho faticosamente imparato a Milano, ho metabolizzato il lavoro di quella satgione e con Bruno Arrigoni, che mi ha aiutata a specializzarmi, sono diventata un play vero. Ho iniziato a sentire il divertimento di passare la palla. Ogni assist era una soddisfazione pari a quella per un canestro. E ho ricominciato a segnare. Abbiamo conquistato due scudetti». Quindi il ritorno a casa… «Quando sono tornata a Vicenza ero una giocatrice diversa, più matura e più completa. Sono stati anni incredibili, fatti di risultati eccezionali e di soddisfazioni enormi. Sono arrivati sette scudetti consecutivi. Era un basket diverso da quello di oggi, c’era un tale agonismo che mi viene quasi da dire che si masticava il pallone. Chiuso quel ciclo ho giocato un anno a Pistoia, poi sono rimasta ferma per una stagione per poi chiudere la carriera in A2 a Livorno».

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E alla fine Lucca… «Mi sono trasferita a Lucca per seguire Vincenzo, mio marito, e così è iniziata la mia esperienza con il Basket Le Mura. In due momenti diversi ho allenato ma, mentre il minibasket mi piaceva, la panchina delle senior non mi entusiasmava. Quan-

do è arrivato Mirko (Diamanti ndr) il mio tipo di impegno è cambiato e da lui, che mi ha aiutato in ogni aspetto del lavoro, ho imparato tantissimo. In questo clima di collaborazione e di crescita, attraverso anni intensi ed emozionanti, è maturato il risultato più alto che è quello dello scudetto. È stata un’impresa costruita nel tempo. Poi purtroppo a volte le dinamiche economiche ti portano a dover rivedere il budget e questo comporta la necessità di ridimensionare anche gli obiettivi. Noi siamo stati costretti a farlo mantenendoci comunque su ottimi livelli». La partita che non si dimentica? «Da giocatrice la soddisfazione più grande è stata la qualificazione e poi la partecipazione alle Olimpiadi di Mosca. L’Italia ha conquistata di diritto uno dei sei – cinque se si esclude la nazione organizzatrice – posti disponibili ed è stato un traguardo fantastico se si pensa che era una piccola nazione al cospetto di colossi come Russia e Jugoslavia. Da ragazzina la Nazionale era il mio obiettivo principale. La pelle d’oca al momento dell’inno. Nessuna vittoria è paragonabile a quella con la maglia azzurra, quando giochi per un’intera nazione e rappresenti milioni di persone. Un’altra grande emozione è stata la convocazione, a 18 anni, nella squadra delle migliori giocatrici d’Europa per il match che da tradizione veniva disputato contro la squadra vincitrice della competizione europea. Da dirigente è facile dire la serie finale contro Schio che ci ha

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portato a vincere lo scudetto, ma anche la vittoria a Taranto in gara tre di semifinale scudetto nel 2012 mi ha lasciato una bella sensazione». Il basket, come tutti gli altri sport e come la vita in genere, ha subito un colpo durissimo legato all’emergenza sanitaria… «Purtroppo, il Covid ha stravolto e condizionato le abitudini di ognuno di noi, con forti ripercussioni anche sul mondo dello sport. Per quanto riguarda il basket credo che questo campionato sia falsato perché alla fine la squadra che scende in campo non rispecchia mai il suo reale valore. Si gioca sempre con qualche giocatrice in meno, senza considerare le assenze delle atlete risultate positive, la convalescenza, il recupero e gli allenamenti delle altre che sono sempre a ranghi ridotti. La condizione della squadra non è mai omogenea e al momento di reinserire le giocatrici bisogna stare molto attenti a non forzare la condizione. Il virus lascia inoltre strascichi come stanchezza e spossatezza e, dovendo recuperare le gare, non c’è il tempo necessario per recuperare le forze. Per squadre come noi, costrette a fermarsi per problemi di contagi, la ripresa dovrà essere un po’ come una nuova partenza». Cosa si aspetta per il resto della stagione? «Siamo una squadra giovane che ha bisogno di lavorare, cre-

scere e maturare. Ci sono prospetti interessanti e abbiamo piena fiducia nelle ragazze e nel lavoro di coach Iurlaro». Nonostante il periodo difficile, il Basket Le Mura non ha comunque rinunciato al suo consueto impegno nel sociale con il nuovo progetto “Diversity&Inclusion Talks” che la vede protagonista della prima puntata… «Nell’impossibilità di incontrare le scolaresche all’interno del progetto “Stop Bullying” portato avanti negli ultimi due anni, abbiamo deciso di dare vita a una nuova attività legata ai temi della diversità e dell’inclusione. Il Presidente Cavallo, sempre sensibile alle tematiche a sfondo sociale, si è sempre fatto portavoce della cultura della sensibilizzazione e dell’impegno, fornendo alla società uno stimolo in più per intraprendere nuovi progetti come quello di quest’anno sulla diversità e l’inclusione. La formula è quella delle interviste doppie nelle quali abbiamo coinvolto numerose personalità chiamate a rispondere alle domande su questo argomento. Come ho detto nell’intervista credo che ogni diversità sia un valore e una ricchezza e che il basket possa insegnare il significato di insieme poiché ogni squadra, con il suo mix assortito, costituisce un contesto in cui ognuno lavora per uno scopo comune. Ribadisco che il personaggio sportivo più inclusivo che io abbia mai conosciuto è Sara Morganti, atleta paralimpica di equitazione, una ragazza capace di trasmettere emozioni incredibili».

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g n i d uil

b y d Bo

S S A M

I L AG

l e d e n o i p m a c l i co la r elli P a e n P imo di S

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oberto Massagli ce l’ha fatta: il bodybuilder lucchese ha raggiunto un obbiettivo a lungo cercato, laureandosi campione del Mondo categoria Master. Roberto chiude così, a sessant’anni, un cerchio iniziato a sedici, in palestra. Un raro esempio di applicazione e sacrificio.

Roberto hai finalmente centrato un titolo che ti era sfuggito in passato per un soffio. «Sì, erano 3 anni che ci provavo. Quest’anno ci sono riuscito, nonostante un incidente grave alla mano che ha inciso sulla mia preparazione. Non pensavo di farcela. Non pensavo nemmeno di partecipare. Invece prima ho raggiunto il secondo posto all’Europeo a settembre, e poi ho vinto il Mondiale. Ma a due mesi dall’Europeo, non riuscivo ancora a fare niente per via della mano...». Poi cosa è successo? «Poi è scattata la sfida con me stesso. La molla è stata il mio coach Emanuele Lenzi, che mi ha fatto capire che potevo farcela. Grazie anche a lui ho raggiunto una forma che in tanti anni non avevo mai avuto. Forse è proprio in questi momenti, dove non hai possibilità di sbagliare, che dai tutto. E quando mentalmente accetto una sfida, do il massimo per vincerla. Così ho affrontato una preparazione di sacrificio enorme. Sono stato un mese e mezzo quasi a digiuno: 30 grammi di carboidrati al giorno e poi proteine e acqua. Probabilmente, mi dico ora, venendo dal periodo di lockdown, il corpo era rilassato è pronto allo sforzo». Ed hai partecipato all’Europeo. «Sì, siamo andati agli europei. Eravamo pochi atleti e quindi sono stato spostato in una categoria con atleti più giovani di me. Dopo tanto sacrificio mi trovavo quindi con uno svantaggio enorme già alla partenza. Non volevo gareggiare in quelle condizioni. Poi, il coach mi ha invitato a rilassarmi e pensarci su. Sono tornato in albergo, e quando sono uscito ero pronto a dare battaglia. La gara l’ho fatta e sono arrivato secondo, vincendo la mia categoria. Da quel risultato è nata l’idea del Mondiale: perché non tenere botta un altro mese e provare a gareggiare?». A causa del Covid il Mondiale ha subito, come te, un anno travagliato... «La competizione ogni anno viene spostata (il prossimo anno sarà in Korea). Quest’anno la gara doveva essere fatta a Istanbul, che poi però ha ritirato la candidatura. Allora è stata spostata a Valencia, ma poi per il Covid è stata chiusa. Alla fine è stata scelta Santa Susanna sempre in Spagna, che si presta bene. È ben raggiungibile dal resto d’Europa ed è ormai un posto classico per le gare di bodybuilding. Ci verrà disputato anche l’Arnold Classic». Raccontaci come è andata la gara. «La gara del Mondiale è molto particolare; deve andare tutto bene: gara, giuria, prestazione. C’è in palio la coppa del mondo per nazioni, il massimo traguardo per un atleta. L’Italia non partiva certo favorita: eravamo solo undici atleti e ci mancava pure un giudice della federazione. Mancava anche un accompagnatore... mentre c’erano decine di paesi con i loro giudici e accompagnatori. Eravamo un po’ la Cenerentola del torneo, ma eravamo pochi ma tosti. Siamo arrivati terzi e abbiamo preso varie medaglie. Io quella d’oro della mia categoria».

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Sei arrivato a gareggiare a un’età impensabile per una atleta... «Sono stato uno dei pochi che ha vinto tutte le gare, a livello nazionale e internazionale. Ho conquistato le quattro gare considerate il massimo per chi fa questo sport: campionato nazionale, Arnold Classic, Europeo e Mondiale. Ora, come finale di ‘carriera’, ho fatto la richiesta ufficialmente al presidente mondiale di avere una card da professionista. Ora la passa palla alla Federazione Vuoi diventare professionista?? «No no (ride), il fisico mi ha risposto sempre bene, ma faccio un passo alla volta. Ma aprire la strada del professionismo è impensabile. Considera che il mio programma era di smettere. Dopo le gare dico sempre “ora smetto”, ma poi torna sempre la voglia, perché fa parte di me, della mia vita. Il mio bodybuilding trova la sua ragione nella gara. Credo però di essermi guadagnato sul campo il riconoscimento di quella card, che significherebbe aver raggiunto anche formalmente il professionismo del bodybuilding Raccontaci come hai iniziato «Sono entrato in palestra a sedici anni per... una delusione d’amore (sorride). Lei si era messa con uno più ‘fisicato’ e volevo dimostrare che il fisico potevo farmelo anch’io. Ma presto l’amore perduto me lo sono dimenticato, travolto da una passione ben più duratura... quella per la palestra». A che età hai iniziato a gareggiare?

Roberto Massagli (a destra) con il coach Emanuele Lenzi

“Senza di lui tutto questo non sarebbe stato possibile”

«Una decina d’anni dopo aver iniziato ad allenarmi. Appena iniziato a gareggiare vinsi subito, però mi prendeva troppo tempo, non proseguii. Ma mi sono sempre allenato con la stessa applicazione, che gareggiassi o meno. Ho seguito il mio regime di alimentazione anche per anni, senza che poi montassi su un palco». Poi l’incontro con il tuo coach, Emanuele Lenzi... «Ebbi un incidente grave e persi una quindicina di chili. Quando tornai in palestra soffrivo molto, ero demotivato. Emanuele vide questo mio stato, e mi propose una garetta alla Spezia. Io all’inizio non pensavo fosse possibile, perché ero in condizioni fisiche critiche. Ma alla fine la vinsi, e poi ne vinsi un’altra e partecipai al campionato italiano. Salii sul palco con dei mostri sacri per me, e arrivai quarto. Lì capii che se mi mettevo sotto potevo arrivare al titolo italiano. Dopo tre volte l’ho vinto. Da lì i sogni diventarono grandi. Dopo due anni vinsi l’Arnold Classic, che è come la Milano-San Remo nel ciclismo: è meno importante del Mondiale, ma ha più fascino. Vincerla è un sogno. Sempre Emanuele mi disse, facciamo l’Europeo, e lo vinsi. E poi provammo al Mondiale. Al primo tentativo non entrai: fu una bella batosta, ma ero sicuro che prima o poi ce l’avrei fatta. L’anno dopo ho avuto una nuova delusione, ma quest’anno sono stato premiato». Che rapporto vi lega? «Senza di lui tutto questo non sarebbe stato possibile. Mi fido totalmente di lui. Nonostante i tanti anni di esperienza, se mi lui mi dice di fare una cosa io la faccio. Se mi dice di stare in ginocchio un giorno (ride) io ci sto! È lui che regola tutti i miei

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ritmi, ed è molto coscienzioso. La salute per noi viene prima di tutto, e questo principio diventa ancora più importante alla mia età». Come vedi il movimento del bodybuilding? «Sarò schietto, questo sport si sta trasformando in un concorso di bellezza. Tanti ragazzi si stanno buttando dentro, ma non hanno l’attitudine degli atleti. Dopo pochi mesi in palestra partecipano agli eventi, ma non hanno lo spirito. Io, come detto, ho fatto la prima gara dopo dieci anni di allenamento... La mia generazione è nata con l’amore della palestra, a prescindere dalle passerelle. Quando ho iniziato ero affascinato dai bodybuilder di una volta, oggi tutto questo si è perso e, mi dispiace ammetterlo, ma il bodybuilding in Italia sta sparendo. Il continente emergente per questo sport ora è l’Asia, mentre da noi ci sono al momento un paio di professionisti italiani che possono aspirare a Mister Olimpia, non di più. Altri paesi valorizzano molto di più questo sport, lo legano anche all’immagine che vogliono dare di sé come popolo. Come ho detto prima, l’Italia al Mondiale era una Cenerentola: sono gli atleti che si pagano la trasferta, spinti solo dalla loro grande passione, mentre gli altri sono spesati e spesso premiati in caso di risultato». Parliamo di Arnold Schwarzenegger, un mostro sacro del bodybuilding conosciuto da tanti per film e politica... «Anch’io l’ho visto la prima volta in un film, “Conan il barbaro”. Da lì poi ho scoperto la sua storia da bodybuilder, la sua origine austriaca, il trasferimento negli Usa e la sua affermazione nel mondo delle palestre. È stato sicuramente un esempio, per me come per molti. È arrivato ad un livello altissimo per quei tempi. La gara Arnold Classic, che ho già citato, è un omaggio proprio alla sua figura. E lui partecipa sempre di persona. È un uomo di un’energia fuori dal comune» La palestra è sacrificio, metodo, costanza. Come e più di altri sport. Come cambia la mentalità dell’atleta? «La maggior parte degli atleti comincia ad andare in palestra perché magari caratterialmente soffre, cerca sicurezza. La palestra insegna ad avere fiducia in sé stessi, ti insegna il sacrificio, a raggiungere un obbiettivo ad ogni costo. Me ne sono accorto anche nella vita, ha cambiato il mio atteggiamento nei confronti di situazioni e persone. Per quanto riguarda il sacrificio, basta ricordare una cosa che mi disse Mario Cipollini, che si allenava all’Olimpia: “ho visto pochissimi ciclisti fare i sacrifici che fai tu”...». Dopo la vittoria del Mondiale, ci sono stati contatti con il Comune di lucca?

TERMOIDRAULICA DI GIOVANNETTI ALESSANDRO tel. 349 0716698 mail giovannetti.ale@libero.it Via Fonda 3, S. Andrea di Compito Capannori (LU)

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«Per ora nessuno».


PALMARES

2 02 0 C AM P I O N E DEL MONDO M AST E R

2 01 8 CAMPIONE E U R O P EO M AST E R

2 01 7 AR NO L D C L AS S I C E U R O PA

CAMPIONE D ’ I TA L I A IFBB BB

2 02 0 C AM P I O N AT I EUROPEI M AST E R


Fantaca Sei un tecnico o un romantico? di Alessandro Lazzarini

Durante gli Europei in Germania Ovest del 1988, al bar Goccia d’Oro di Milano un giornalista di nome Riccardo Albini e alcuni amici decidono di provare a divertirsi con un nuovo gioco di fantasia. Alcuni anni prima Albini negli Stati Uniti aveva conosciuto il ‘Fantasy football’, un gioco di società in cui i partecipanti ricoprono il ruolo di manager virtuali di una squadra di football americano composta scegliendo giocatori reali che, poi, disputano partite di fantasia il cui risultato è determinato sommando le statistiche giornalistiche dei singoli interpreti. Il giornalista milanese pensa a come adattare questo gioco al calcio europeo, italiano in particolare, ed è così che al bar Goccia d’Oro nel 1988 si disputa il primo torneo di Fantacalcio italiano.

Nel 1990 l’intuizione prende forma di un libro, ma l’ascesa verso la trasformazione di questo gioco in un vero e proprio fenomeno di massa inizia nel 1994, quando sbarca sulla Gazzetta dello Sport ed inizia ad essere giocato da un numero sempre crescente di persone. Oggi, chiunque conosce le regole del Fantacalcio. Si sceglie il nome per la propria squadra e un budget virtuale col quale acquistare un numero prefissato di giocatori suddivisi per ruolo; il prezzo di ogni giocatore può essere fisso e stabilito in anticipo, di solito nel caso in cui un calciatore possa essere ingaggiato da più fantasquadre (situazione che si verifica per lo più nelle leghe pubbliche promosse dai colossi editoriali), o determinato in base a un’asta in cui i partecipanti lottano per ottenere le prestazioni esclusive dei vari campioni (di solito questo è il metodo utilizzato nelle leghe private). In questo modo si crea una rosa, poi in corrispondenza del turno del torneo scelto, in genere il campionato di Serie A ma ogni competizione può esser giocata, si stabilisce un modulo e una lista di titolari e riserve: su queste basi i voti di un giornale scelto come riferimento, spesso la Gazzetta dello Sport ma oggi esistono molti siti specializzati, determineranno il risultato fantacalcistico. Inutile dilungarsi oltre sui meccanismi e le regole del Fantacalcio, che è divenuto popolare al punto da essere ormai conosciuto da chiunque. Quello che è più interessante osservare è come questo gioco, intimamente legato al calcio, sia divenuto in pochi anni un fenomeno di costume e socializzazione di massa. Intanto, nella sua declinazione di prodotto di consumo anche il Fantacalcio, come il calcio, è in un certo senso impersonale


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e strutturato intorno al rapporto consumatore-merce: il giocatore sceglie calciatori che tutti possono avere e, individualmente, compete con una platea sconfinata in vista di un risultato; non si conoscono direttamente gli avversari e la riuscita è per lo più data dalla competenza col quale si riesce ogni domenica a selezionare l’undici che riuscirà ad ottenere il punteggio più alto. È chiaro che anche in questa forma entreranno singolarmente in gioco componenti passionali come il tifo o l’antipatia per certe squadre e quindi certi giocatori, ma l’assenza di interlocutori diretti lascerà questi fattori sullo sfondo, secondari componenti accessori. Fin da subito, tuttavia, il Fantacalcio è stato sottratto dal basso ai meccanismi del mercato e rielaborato dagli utenti in folklore, cioè cultura popolare, attraverso le leghe private. Cosa hanno le leghe private che non può essere trovato sulle grandi piat-

taforme? Il confronto con degli interlocutori che, in quanto soggetti dotati di presenza, ovviamente diventano reali. Il numero chiuso di partecipanti, ridotti a pochi, e il fatto che ognuno di questi è conosciuto e se non lo è lo diventerà giocando, mette in moto dei meccanismi sociali che moltiplicano la capacità di coinvolgimento del gioco trasformando i partecipanti in un vero e proprio gruppo in cui non competono solo le squadre virtuali, ma anche i caratteri di coloro che le controllano. Il primo passo che si muove nella lega privata è quello della comunicazione del nome della propria squadra ed è già un momento topico, perché anche in questa fase si possono esternare delle qualità in grado di aumentare la tensione, ad esempio scegliendo un nome che offende un’altra squadra o dileggia uno degli avversari. Chiaramente l’apice del Fantacalcio è

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comunque il momento dell’asta, che nel caso delle leghe private solitamente si svolge in presenza e quindi diventa immediatamente una occasione conviviale, magari preceduta da una cena; durante l’asta il sistema delle rivalità si attiva al massimo livello, a partire da quelle che riguardano il tifo per arrivare a quelle personali, magari con giocatori anche odiati ma rilanciati per far dispetto a un avversario per il quale si prova poca simpatia. La scelta della squadra poi, evidenzia i vari caratteri in gioco: ci saranno gli esperti, che tenteranno di esibire una competenza calcistica rivendicando di compiere scelte solo tecniche, senza alcun influsso passionale o simpatie; ci sarà poi chi tenterà di accaparrarsi tutti i giocatori della squadra tifata, oppure chi ostenterà la sua preferenza per un certo tipo di calciatori, ad esempio piccoli e agili, facendone incetta, e così via. Volendo semplificare potremmo forse dire che i vari giocatori di Fantacalcio si potrebbero suddividere in due categorie: gli utilitaristi materiali, che proveranno a mettere insieme i migliori giocatori senza alcuna regola valoriale soggiacente, e i romantici, che proveranno a far del loro meglio nell’ambito di una scelta limitata da loro vincoli valoriali individuali (ad esempio, non acquistare giocatori della Juventus o del Pisa e così via). Si potrebbe forse arrivare a dire che è possibile estrapolare alcune note della personalità di qualcuno guardando la sua squadra di Fantacalcio.

costantemente verso un prodotto massificato in cui poche multinazionali cercano di coinvolgere il maggior numero di possibili clienti. Sempre più spesso si tifa il giocatore, più che la squadra in cui gioca, le nuove generazioni seguono il loro idolo, calciatori-figurina come Ronaldo o Messi, più che una divisa ben precisa. Ecco, forse anche il Fantacalcio influisce sul modo in cui si tifa, con sempre maggiore attenzione alle prestazioni dei propri fantagiocatori, magari anche a discapito della squadra amata: se il centravanti della nostra squadra di fantacalcio gioca contro la squadra per cui facciamo il tifo, è meglio che sbagli rigori e faccia una pessima prestazione o che faccia gol e ci aiuti a vincere contro l’odiato rivale della fantalega?

Chiaramente l’arrivo delle tecnologie internet e dei social media ha reso ancora più facile praticare questo gioco, che ormai con milioni di utenti e con un format esportato in tutti i maggiori campionati europei è un vero e proprio business milionario per le aziende che lo gestiscono. La domanda che possiamo farci è se il Fantacalcio abbia anche cambiato il rapporto simbolico fra spettatori e gioco del pallone. Più volte ci siamo occupati su queste pagine del processo di trasformazione del tifoso in consumatore, del tentativo dell’industria calcistica di conferire una qualche razionalità all’incontrollabile passione del tifoso, oggi indirizzato

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Romanzo rossonero 2a GIORNATA | 4.10.2020

3a GIORNATA | 7.10.2020

Non si sa quante altre partite della Libertas si giocheranno in questo campionato, ma di certo sappiamo che vorremmo vederne poche come quella di Novara, cioè con una Lucchese più o meno surclassata in modo evidente dagli avversari.

A distanza di quasi otto mesi, il Porta Elisa riapre i battenti, ed è la prima volta dall’inizio della pandemia che i lucchesi possono tornare a vedere la partita.

Novara-Lucchese 0-3

Lucchese-Grosseto 0-2

NOVARA: Lanni, Pagani, Bove, Bellich, Cagnano, Schiavi, Buzzegoli, Bianchi (79’ Collodel), Gonzales (73’ Cisco), Zigoni (83’ Tordini), Panico. Allenatore: Banchieri.

LUCCHESE: Coletta, Panariello, Lo Curto, Cruciani (1’ st Meucci), Nannelli (34’ st Panati), Kosovan, Bianchi (22’ st Moreo), Lionetti (9’ st Bitep), Bartolomei, Benassi, Scalzi (1’ st Convitto). Allenatore: Monaco.

LUCCHESE: Coletta, Solcia, De Vita, Panariello, Lo Curto, Kosovan (59’ Bitep), Cruciani, Meucci (77’ Panati), Nannelli (78’ Lionetti), Bianchi (85’ Molinaro), Scalzi (46’ Convitto). Allenatore: Monaco. Arbitro: Caldera di Como. Reti: 44 Bianchi, 66’ Gonzales, 76’ Buzzegoli. Note: giocata a porte chiuse. Angoli 4-12. Ammoniti De Vito, Lo Curto, Lionetti.

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GROSSETO: Antonino, Raimo, Ciolli, Gorelli, Moscati (31’ st Galligani), Boccardi, Polidori, Pedrini (14’ st Kalaj), Sicurella (31’ st Fratini), Vrdoljiac, Sersanti (9’ st Kraja). Allenatore: Magrini. Arbitro: Nicolini di Brescia. Reti: 23’ pt e 3’ st Boccardi. Note: Spettatori 500. Angoli 3-1. Ammoniti Sicurella, Raimo, Polidori, Cruciani, Bartolomei, Antonino, Lo Curto, Ciolli.


4a GIORNATA | 11.10.2020 Pro Vercelli-Lucchese 2-1 PRO VERCELLI: Saro, Nielsen, Auriletto, Rolando, Emmanuello, Comi (38’ st Padovan), De Marino, Bruzzaniti (30’ st Blaze), Zerbin (30’ st Borello), Carosso, Petris. Allenatore: Modesto.

Mentre l’Italia del 2020 vive aspettando la chiusura totale, la Lucchese ha anticipato tutti: ha già iniziato il proprio lockdown dalla seconda partita di campionato.

LUCCHESE: Coletta, Panariello (1’ st De Vito), Nannelli (37’ st Panati), Kosovan (37’ st Signori), Bianco, Solcia, Fazzi (24’ st Molinaro), Benassi, Meucci, Adamoli, Moreo (19’ st Bitep). Allenatore: Monaco. Arbitro: Perrelli di Varese. Reti: 18’ pt Comi, 16’ st Rolando, 48’ st Signori. Note: Spettatori 200. Angoli 8-8. Ammoniti Panariello, Nannelli, Benassi, De Vito.

5a GIORNATA | 19.10.2020 Lo stadio sembra proprio un cimitero, con poche presenze e fuochi fatui che si agitano fuori. I soliti immarcescibili tifosi della curva, che agitano fumogeni per mantenere una forma là dove la sostanza rossonera è diventata anemica.

Lucchese-Como 2-3 LUCCHESE: Coletta, Papini (32’ st Bartolomei), Nannelli, Kosovan (1’ st Cruciani), Solcia, Fazzi (15’ st Bitep), Benassi, Meucci, Adamoli, Scalzi (26’ st Convitto), Moreo. Allenatore: Monaco. COMO: Facchin, Bovolon, Iovine, Terrani (18’ st Cicconi), Gabrielloni (18’ st Gatto), Crescenzi, Bellemo, Arrigoni, Agyaqwa, Ferrari, Dkidak. Allenatore: Banchini. Arbitro: Garofalo di Torre del Greco. Reti: 9’ pt Scalzi, 14’ pt Bellemo, 28’ pt Iovine, 27’ st rig. Ferrari e 31’ st rig. Cruciani. Note: Spettatori 400. Angoli 2-9. Ammoniti Bovolon, Papini, Cruciani, Agyaqwa, Cicconi, Facchin, Crescenzi.

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Romanzo rossonero 6a GIORNATA | 22.10.2020

7a GIORNATA | 25.10.2020

In questo manicomio la Lucchese ha anticipato tutti: ha già iniziato il proprio lockdown dalla seconda partita di campionato. Dopo il primo pareggio sono arrivate sei sconfitte consecutive.

Da primi a ultimi della classe, mentre tutto sta per crollare la Pantera è già un metro sotto terra. Si può solo risalire, sperando che l’inverno non congeli la classifica.

Pro Patria-Lucchese 3-0

Lucchese-Juventus B 0-1

PRO PATRIA: Greco, Galli, Gatti, Parker, Kolaj (20’ st Le Noci), Boffelli, Bertoni (33’ st Pizzichino), Pizzul (20’ st Ferri), Lombardoni, Nicco (10’ st Fietta), Colombo. Allenatore: Javorcic.

LUCCHESE: Biggeri, Papini, Kosovan, Panati (18’ st Signori), Solcia, Bartolomei (32’ st Cellamare), Fazzi (32’ st Caccetta), Bitep (12’ pt Moreo), Meucci, Adamoli (18’ st Convitto), De Vito. Allenatore: Di Stefano.

LUCCHESE: Coletta, Panariello, Cruciani (1’ st Bitep), Papini, Nannelli, Fazzi (27’ st Lionetti), Benassi, Meucci, Adamoli (16’ st Bartolomei), Scalzi (16’ st Convitto), Moreo (36’ st Molinaro). Allenatore: Monaco.

JUVENTUS B: Israel, Coccolo, Troiano (44’ st Barrenechea), Ranocchia, Marquez (43’ st Sekulov), Alcibiade (1’ st Delli Carri), Cappellini, Andrade, Del Sole (28’ st Petrelli), Tongya, Leo (40’ st Leone). Allenatore: Conte.

Arbitro: Madonia di Palermo

Arbitro: Maggio di Lodi.

Reti: 18’ pt rig. Parker, 27’ pt Lombardoni e 6’ st Kolaj.

Reti: 44’ pt aut. Solcia.

Note: Spettatori 200. Angoli 6-5. Ammoniti Boffelli, Pizzul, Bitep, Panariello, Bertoni, Meucci.

Note: Spettatori 400. Angoli 3-1. Ammoniti Kosovan, Meucci, Coccolo, Tongya. Espulso Andrade Felix.

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8a GIORNATA | 18.11.2020 Olbia-Lucchese 0-0 OLBIA: Tornaghi, La Rosa, Emerson (43’ st Di Paolo), Altare, Demarcus (18’ st Arboleda), Ladinetti, Lella, Cadili, Giandonato, (18’ st Ragatzu) Marigosu, Gagliano. Allenatore: Canzi.

Mentre su Eleven Sport scorrono le immagini del match tra la squadra di casa e la Lucchese, c’è chi si perde ad accarezzare ricordi, galleggiando nell’incertezza sul futuro anche calcistico.

LUCCHESE: Coletta, Benassi, De Vito, Dumancic, Adamoli, Sbrissa (1’ st Ceesay), Caccetta (1’ st Signori), Kosovan, Panati (12’ st Papini), Bianchi, Nannelli (42’ st Molinaro). Allenatore: Lopez. Arbitro: Cosso di Reggio Calabria. Note: Giocata a porte chiuse. Angoli 6-2. Ammoniti Papini, Dumancic, Marigosu, Kosovan.

9a GIORNATA | 25.11.2020 La squadra non sarà fortissima ma a nostro avviso sta rendendo molto meno del suo potenziale, anche con qualche seria attenuante come il focolaio di coronavirus che non stiamo a ribadire.

Lucchese-Albinoleffe 4-5 LUCCHESE: Coletta, Papini, Nannelli, Bianchi, Solcia (34’ pt Meucci), Benassi, Adamoli, Scalzi (1’ st Moreo e al 13’ st Lo Curto e 36’ st Panati), Sbrissa (1’ st Molinaro), Dumancic, Ceesa. Allenatore: Lopez. ALBINOLEFFE: Savini, Canestrelli, Gabbianelli, Galeandro, Mondonico, Gusu, Giorgione, Piccoli, Genevier, Manconi, Gelli (35’ pt Ghezzi). Allenatore: Zaffaroni. Arbitro: De Tommaso di Rimini. Reti: 22’, 32’, 48’ pt e 12’ st Manconi, 18’ st rig. Giorgione, 27’ st Bianchi, 29’ st Nannelli, 36’ st Benassi e 46’ st Meucci. Note: Giocata a porte chiuse. Angoli 1-0. Ammoniti Benassi, Canestrelli, Mondonico.

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Romanzo rossonero 11a GIORNATA | 15.11.2020

12a GIORNATA | 22.11.2020

Ai tempi di Orrico se gli avversari avevano i pantaloncini scuri la Lucchese sceglieva di indossarli bianchi. Erano gli anni del pressing ossessivo e del fuorigioco estremo, la rivoluzione di tecnici visionari aveva velocizzato il calcio e l’Omone di Volpara voleva agevolare il lavoro dei guardalinee offrendogli una visibilità migliore.

Sono 35 i minuti in cui gli odiatori seriali da social non si sono potuti accanire su giocatori e dirigenti della Lucchese. È la somma dei minuti che vanno dalla rete di Scalzi al 9’ minuto di Lucchese Como del 15 ottobre fino al pareggio degli ospiti al minuto 13’ e dal gol di Nannelli contro la Pro Sesto al 47’ fino al pareggio a otto minuti dal ‘90.

Pro Sesto-Lucchese 1-1

Lucchese-Giana Erminio 0-1

PRO SESTO: Livieri, Gattoni, Pecorini, Palesi, Gualdi, Scapuzzi, Cominetti (11’ st Maffei), Mutton, Caverzasi (24’ pt Bosco) , Giubilato (31’ st Di Munno), Franco. Allenatore: Parravicini.

LUCCHESE: Coletta, Nannelli, Kosovan, (1’ st Moreo) Bianchi, Panati, (1’ st Papini) Benassi, Adamoli, De Vito (25’ st Scalzi), Sbrissa, Dumancic, Ceesay (25’ st Meucci). Allenatore: Lopez.

LUCCHESE: Coletta, Nannelli (30’ st Scalzi), Kosovan, Bianchi, Panati, Benassi, Adamoli, De Vito, Caccetta (42’ st Signori), Sbrissa, Dumancic (1’ st Ceesay). Allenatore: Monaco.

GIANA ERMINIO: Zanellati, Finardi, Marchetti, Pinto, Rossini, Perna (32’ st Ferrario), Zugaro (1’ st Capano), Bonalumi, Corti (32’ st De Maria), Maltese, Montesano. Allenatore: Albè.

Arbitro: Sfira di Pordenone.

Arbitro: Rinaldi di Bassano.

Reti: 3’ st Nannelli, 37’ st Mutton.

Reti: 39’ pt rig. Perna.

Note: Giocata a porte chiuse. Angoli 7-0. Ammoniti Giubilato, Gattoni, Pecorini, Ceesay, Lopez. Espulso Gualdi.

Note: Giocata a porte chiuse. Angoli 3-1. Ammoniti Pinto, Zugaro, Montesano, Panati , Bianchi, Bonalumi, Meucci.

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13 GIORNATA | 29.11.2020 Fra i tanti numeri che descrivono la disastrosa stagione della Pantera, questo è forse quello che più di ogni altro è in grado di rappresentare le difficoltà che la Libertas sta incontrando nella ritrovata Serie C. Eppure a nostro avviso nessun numero giustifica i toni che si stanno rivolgendo ai protagonisti, soprattutto sui social.

Pistoiese-Lucchese 0-2 PISTOIESE: Vivoli, Cerretelli, (19’ st Simonetti) Valiani, Spinozzi, Cesarini (46’ st Rondinella), Pierozzi, Solerio, Romagnoli (1’ st Camilleri), Chinellato (1’ st Gucci), Mal (43’ st Tempesti), Simonti. Allenatore: Riolfo. LUCCHESE: Coletta, Papini, Nannelli, Bianchi, Panati (38’ st Convitto), Benassi, Meucci, Adamoli, De Vito (38’ st Ceesay), Sbrissa (22’ st Moreo), Dumancic (38’ st Solcia). Allenatore: Lopez. Arbitro: Tremolada di Monza. Reti: 28’ pt Chinellato, 36’ st Valian. Note: Giocata a porte chiuse. Angoli 4-4. Ammoniti Sbrissa, Romagnoli, Spinozzi, Dumancic, Benassi.

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Gazzetta Lucchese | Rivista n. 30  

Periodico di cultura sportiva. www.gazzettalucchese.it

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