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Mensile a tiratura regionale Anno 6 - n. 6 agosto 2011 20.000 copie - Distribuzione con La Gazzetta Free Press

Politica: tutto come negli anni 80

Mercato coperto: tutto da rifare

La stagione dei ladri

Hanno scritto: Hanno fotografato:

Gennaro Ventresca - Adalberto Cufari - Antonio Campa - Sergio Genovese Gegè Cerulli - Domenico Fratianni - Walter Cherubini Gino Calabrese - Mimmo Di Iorio - Paolo Parente e Gianluca Macchiarola


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Dieci anni di buon Governo Centro Stampa Molise


192 pagine a colori 7

Vita e pensiero

31

SanitĂ 

59

Terremoto

103

Infrastrutture

125

UniversitĂ 

143

Imprese e lavoro

163

Politica internazionale

Su prenotazioni allo 0874 481034 lo potrai ricevere a soli 19.00 euro e-mail: commerciale@lagazzettadelmolise.it redazione@lagazzettadelmolise.it


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Centro Stampa Molise Info 0874 481034 commerciale@lagazzettadelmolise.it redazione@lagazzettadelmolise.it


s o mmari o In questo numero

Editoriali Piazza salotto pag. 9

di Adalberto Cufari

Camera con vista pag. 11

di Antonio Campa

Controcanto pag. 13

di Sergio Genovese

14 Festa in campagna per Di Pietro

Allegato

Registrazione al Tribunale di Campobasso n°3/08 del 21/03/2008

L’intervista

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DIRETTORE EDITORIALE

Gennaro Ventresca DIRETTORE RESPONSABILE

Angelo Santagostino A.I. COMMUNICATION SEDE LEGALE via Gorizia, 42 86100 Campobasso

16

Tel. 0874.481034 - Fax 0874.494752 E-mail: Redazione

redazione@lagazzettadelmolise.it E-mail: Amministrazione-Pubblicità

commerciale@lagazzettadelmolise.it

Di Risio lo scalatore

www.lagazzettadelmolise.it www.gazzettadelmolise.com

STAMPA: A.I. Communication Sessano del Molise (IS) Hanno collaborato

Adalberto Cufari Antonio Campa Sergio Genovese Gegè Cerulli Daniela Martelli Domenico Fratianni Bernardo Donati Walter Cherubini Eugenio Percossi Progetto grafico

Maria Assunta Tullo

22 Il Terminal che non termina


di Gennaro Ventresca

Sanità: e se tornasse l’assistenza indiretta?

Lo zenzero meglio del viagra

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Termoli è depressa

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S

ono sempre più le donne che hanno fatto una bella carriera, ma per il resto le donne molisane sono rimaste ai tempi di mia madre, donna lavoratrice degli anni 60. Il day by day è rimasto quello che sappiamo. Il panorama femminile globalmente è ancora scorante, ma per carità procediamo con prudenza prima di mandare le donne in politica “per decreto”. Ben vengano le signore e anche le signorine a chiederci i loro voti, ma non pensino di andarsi a sedere nei posti di comando solo perché portano la gonna. Se passasse la proposta di aprire la strada dei palazzi del potere al gentil sesso sarebbe una sonora sconfitta soprattutto per loro, le donne. In politica si va avanti non solo per qualche spintarella, ma soprattutto procacciandosi il consenso. E il consenso si conquista, non si improvvisa, né ci si arriva con qualche artificio. Prendete Adriana Izzi, donna straordinariamente colta e capace. Gode della stima incondizionata di destra e sinistra, ma non ha mai trovato sponda nella gente che le ha vietato di arrivare là dove le sue alte qualità intellettuali e di manager avrebbero fatto pensare. Ecco, la Izzi è donna con i pantaloni più che con la gonna. Ha il piglio del comando e si porta in borsetta un bagaglio culturale tra i più pesanti in circolazione. Eppure, la preside, nonostante la spinta del corpo insegnante e delle famiglie dei suoi studenti non è riuscita ad andare oltre un’elezione comunale, peraltro giunta come candidato sindaco, nella sessione vinta in modo largo da Di Bartolomeo. Senza darla a vedere, muovendosi con il suo passo “tardo”, Angiolina Fusco che è stata mia collega di scuola a Riccia, è riuscita a mettere insieme migliaia di voti. Puntando soprattutto sulla sua disponibilità di donna che si è spesa nel sociale e che si è posta al fianco della gente che, al momento opportuno, ha saputo ripagarla accordandole la fiducia. In un Molise in cui vige ancor oggi il detto chiagne e fotte farebbero bene le signore che aspirano a fare carriera in politica a non ricordarsi all’ultimo minuto per scendere in campo. Improvvisando la candidatura. Ho sentito in tv un’oscena proposta fatta dalla leggiadra ministra Lara Carfagna che si è spinta sino a ipotizzare che bisognerebbe andare a votare con due schede, una per scegliere gli uomini e l’altra per le donne. Sono rimasto senza parole, da una persona intelligente come la ministra di pari opportunità mi sarei aspettato ben altre soluzioni. Altro che questa burletta che fa ridere i polli. Le donne se vogliono arrivare dove comandano gli uomini si dessero da fare e chiedessero il sostegno degli elettori, senza distinzione di sesso. C’è un’altra considerazione da fare: negli anni tanto in Italia che nel nostro piccolo Molise le donne non hanno brillato in politica. Forse perché meno tagliate degli uomini, ma specialmente perché non si sono spese come avrebbero potuto. E alcune, come Rosy Bindi, Livia Turco e Rosa Russo Iervolino hanno ricevuto più attenzione dai caricaturisti (per le non straordinarie avvenenze) che dagli italiani. Nel Molise le donne, in genere, sono rimaste sempre nascoste, pesando ad altro. Delegando gli uomini. Tuttavia di recente si è registrata una piccola riscossa: è spuntato il volto levigato e radioso di Erminia Gatti e quello di Micaela Fanelli. Ma nonostante la grinta, la parlata svelta e le dichiarate ambizioni le due signore hanno raccolto poco. Per spuntarla serve più che altro senso pratico e sacrificio. Qualità che non sempre sono affiorate nel gentil sesso. Lo ricordi chi ha in mente di concorrere all’elezione del prossimo autunno.

L’EDITORIALE

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Non serve il partito delle donne

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di Adalberto Cufari

Piazza salotto

Salvare il Centro fieristico di Selvapiana

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iprendere in fretta il cammino, darsi da fare, recuperare energie, risorse e volontà per dare slancio e concretezza al Centro fieristico polifunzionale di Selvapiana dopo il passaggio di mano da Marilina Di Domenico a Raffaella Franzese. Erano questi i punti cardine sui quali il nuovo consiglio d’amministrazione poteva dare di sé una immagine di efficienza, di capacità operativa, di lungimiranza. Con il sindaco di Campobasso, Di Bartolomeo, si erano detti d’accordo il presidente della Regione, Michele Iorio, il presidente dell’Unione delle Camere di Commercio e del Patto territoriale del Matese Paolo di Laura Frattura e, crediamo, si dirà d’accordo il presidente della Provincia, Rosario De Matteis (il predecessore, Nicola D’Ascanio, aveva sollevato più di una perplessità a far parte della compagnia essendo, peraltro, di tutt’altra espressione politica rispetto a Iorio, a Di Bartolomeo e di Laura Frattura prima che questi varcasse il Rubicone, passando da destra a sinistra). Tutto sarebbe dovuto pertanto svolgersi e realizzarsi a tambur battente, anche se i problemi da affrontare e risolvere erano (e sono) numerosi e complessi, dovendosi fare chiarezza sulle scelte fatte dalla precedente gestione e sulle scelte da fare. Ovvero: la verifica dell’accordo quadro sul sistema fieristico regionale e il completamento della struttura del Polo Fieristico a Selvapiana; la conferma della creazione di un Polo d’eccellenza all’interno della Cittadella dell’economia incentrato sulle attività di ricerca e formazione nei vari settori della produzione economica; l’impegno di valorizzare il patrimonio immobiliare esistente (il padiglione delle esposizioni) e il trasferimento dell’ex frigo-macello e dell’ex centrale del latte

Tocca a Regione, a Patto territoriale del Matese, a Comune, Provincia e Camera di Commercio di Campobasso il rilancio nel patrimonio societario. Soprattutto il primo punto era essenziale per avere la misura della convergenza del sindaco Di Bartolomeo sul rilancio del Centro Fieristico dopo aver preteso, come abbiamo fatto cenno, che fosse amministrato da una persona di sua fiducia qual è, appunto, la dottoressa Franzese. I tasselli erano parsi tutti collocati a dovere per dare continuità all’azione politica e amministrativa della società e all’impegno del nuovo consiglio d’amministrazione. Gli enti che hanno dato vita al Centro e al nuovo consiglio d’amministrazione, ovvero la Regione, il Patto territoriale del Matese, la Camera di Commercio, la Provincia e il Comune di Campobasso, si diceva, avrebbero assecondato senza riserve l’opera di rilancio dopo le incertezze della fase d’avvio della società. Nessuno pertanto avrebbe immaginato che il Centro Fieristico di Selvapiana si potesse invece arenare, potesse perdere vitalità ed entusiasmo, non trovando la possibilità di muoversi con la necessaria determinazione e, soprattutto, con la necessaria “assistenza” dei soci. Invece è accaduto. Le buone e belle intenzioni che hanno fatto da collante all’inizio si sono via via avvizzite ed oggi appaiono uno sbiadito ricordo. Sorprende che tutto ciò stia accadendo tra l’indifferenza generale e, nessuno dei soci avverta la necessità di verificare perché. Innanzitutto la Regione Molise, che sul Centro fieristico polifunzionale di Selvapiana ha puntato parecchio per

Il nuovo consiglio d’amministrazione non sta dando segni di vita

dare sostanza alla politica di sviluppo dell’economia molisana che, a sua volta, sulla possibilità di promuovere e sviluppare i prodotti locali confida parecchio. Quindi, a seguire, il Comune di Campobasso nella sua destinazione di ente direzionale attraverso le strutture che questo ruolo lo possono garantire; la Camera di Commercio che, al di là delle vicende politiche del presidente, ha il dovere istituzionale e statutario di stare dalla parte del Centro contro ogni azione che ne possa minare la destinazione; non di meno il Patto territoriale che nel Centro ha la migliore occasione per convogliare e valorizzare i prodotti del territorio; la Provincia di Campobasso che per essere ente di programmazione territoriale ha tutto l’interresse di avvalersi di una struttura in grado di assecondarne lo sviluppo. Che dire. Stando cos’ le cose, non si dovrebbe indugiare oltre nello stabilire la preminenza del Centro fieristico polifunzionale di Selvapiana rispetto a tutte le scelte e le iniziative che mirano alla crescita e alla diffusione della produzione molisana nè nel dare al consiglio di amministrazione le risorse finanziarie per gli obiettivi da realizzare. Ricapitolando, il Centro fieristico polifunzionale di Selvapiana ha esordito con notevoli auspici nell’ottobre 2008; ha retto decentemente nella fase d’avvio puntando, oltre che sui settori di maggiore pertinenza (agricoltura, artigianato, terziario avanzato e ricerca), anche sulla valorizzazione di settori quali l’ambiente, l’arredo, l’enogastronomia; pertanto non può finire miseramente. Il fallimento sarebbe la certificazione del fallimento degli enti che l’hanno pensato e voluto.

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di Antonio Campa

Camera con vista

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anilo Leva da tempo indossa la maglia bianca che nel ciclismo spetta al miglior giovane, ma rischia poi di trasformarlo in eterna promessa. Leva non è scaramantico e non dà peso alla data delle Primarie, l’11 settembre, diventata poi 4 settembre, dove appoggia il candidato dello scandalo estivo, Paolo Di Laura Frattura, l’architetto che ha ideato le (mini) torri gemelle del capoluogo, sorte nei pressi dell’Università. Chi scrive, delle primarie all’italiana ha la stessa opinione di Fantozzi sul film “La corazzata Potemkyn”. Le primarie al sugo misto, oltre che a finanziare la campagna elettorale e scegliere lo sfidante di Iorio, mirano a stabilire nuovi rapporti di forza nel centrosinistra. Roberto Ruta vuol riprendersi la leadership e lancia l’uomo giunto dall’altra sponda, sperando di sfondare nella terra di mezzo, dove la difesa del proprio status sociale viene spacciata per moderazione, a volte con compiacente benedizione ecclesiastica. Il progetto Frattura dà per scontato il “Non capisco ma mi adeguo” dei compagni. La sinistra è però troppo divisa e arrabbiata per puntare sul “Diversi nel dogma” ma uniti per battere le destre. In attesa che il comitato delle donne democratiche si attivi con un’adeguata protesta (se non ora, quando?) contro candidature che non hanno rispettato le quote rosa, va segnalata anche la mancanza di un aspirante governatore che sia punto di riferimento per Isernia e ciò, alla parte sinistra della Provincia Pentra, non piacerà. Allo stato, Frattura è inviso alla parte sinistra del Pd e alla sinistra del centro

I Tronisti della politica Poca politica intorno alle primarie del centrosinistra, che fanno registrare una duplice gaffe. In barba alle quote rosa, non ci saranno donne candidate. Nemmeno la provincia di Isernia avrà un rappresentante tra gli sfidanti. sinistra, non solo perché viene dal centro destra e da una lunga quanto proficua tradizione democristiana. Nei suoi confronti il veto è essenzialmente concettuale, rappresentando l’alta borghesia locale, col portafogli a destra e il cuore a sinistra, ma conscia che le passioni vanno e vengono. L’IDV di Di Pietro e Nagni ha da molto tempo scomunicato D’Ascanio, mentre Petraroia è il candidato della sinistra e non del centro. D’Ambrosio è aperto, concreto, raccoglie simpatie liberal e cerca l’unità della coalizione; massimalista, di nome e di fatto, il giovane Romano, poco incline al compromesso; di lui diffida la sinistra ma anche buona parte dell’IDV. Il clima da “tutti contro tutti”, mentre la gente appare nervosa e distratta tra vacanze e routine, sposta l’attenzione sui personaggi, perché la politica è la grande assente delle primarie. La cinquina che si contenderà il titolo di sfidante, è in vero buona e bene assortita per un talk show di successo. Il cast dei tronisti della politica, annovera finora due “belli” di diversa generazione ed estrazione, Nicola D’Ascanio e Paolo di Laura Frattura, e un Dandy affabile, colto e ricco di charme come Antonio

D’Ambrosio; ognuno dei tre, ha fama di tombeur de femme, mentre l’abatino Petraroia è un cardinale in pectore, ma poco incline a conquistare le masse di votanti con i metodi di un Vitagliano qualsiasi (nel senso di Costantino, il tronista per eccellenza della De Filippi). Massimo Romano, anche lui da troppo tempo in corsa per la maglia bianca, tutto l’anno contende a Ferruccio Capone il primato delle citazioni sui media del gruppo Ricci (Teleregione e Primo Piano). Rampollo di una famiglia stimata e adusa agli scranni di Palazzo, l’ingegnere è il Pierino dei prescelti e tira dritto per la sua strada, lastricata di fatti e misfatti da denunciare. Il 4 settembre sarà questa la cinquina da cui sortirà la nomination. Resteranno placidi alla finestra, nel frattempo, i due convitati di pietra. A luglio, Iorio e Di Pietro sono apparsi insieme alla festa della trebbiatura di Palata. Il cappello da mietitori ha proiettato anche loro nello star-sistem. Iorio, sosia dell’attore Paul Sorvino, con quel copricapo sembrava piuttosto Larry Hagman, lo J.R. (“Jeiàr”, detto all’italiana) della fiction

Dallas. Di Pietro, col forcone in mano, era perfetto nella parte del rancoroso Cliff, sempre impegnato nel cercare di far le scarpe al potente rivale. Di Pietro ha i guai suoi, visto il flop delle provinciali, ma attenzione, è l’unico che può far saltare intenzioni e strategie, qualunque sia il tronista che il popolo delle primarie sceglierà per sfidare J.R. Iorio. P.S.: Consiglio disinteressato a Leva. Non organizzi un confronto in tv con tutti i tronisti candidati. Sarebbe un problema selezionare la De Filippi del Molise. Per scegliere la conduttrice, servirebbero altre primarie.

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di Sergio Genovese

Controcanto

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e volessi in maniera velata favorire una difesa di ufficio per coloro che rappresentano il mondo delle scienze motorie, rischierei di cadere nel banale. Sono già tanti gli iscritti alle “bande” dei corporativismi, non ho alcuna intenzione di aumentarne i volumi. Tuttavia noto che serpeggia in molti la convinzione che la scienza e l’arte del movimento, rappresentino un girone periferico rispetto al gotha delle lauree che sanno di intellettualismo. Rinforzo questo convincimento quando mi torna, come un refrain, l’eco dello stupore che assalì il mondo della scuola, qualche anno fa, all’indomani dell’esito del concorso per dirigenti scolastici che vide tra i pochi vincitori ben quattro insegnanti di Educazione Fisica. Soprattutto i bocciati (tanti) o quelli che non vollero scendere in campo per paura di perdere, per giustificare i propri insuccessi, sostennero la tesi della irregolarità di quel concorso proprio per il risultato che vide quattro iscritti del “girone periferico” trionfare sui dotti rappresentanti delle lauree di lusso, poveretti, maltrattati e vilipesi. E’ certo che taluni convincimenti sono stati incoraggiati da alcuni esponenti del mondo delle scienze motorie, il lettore però, mi trovi, nelle rapide del suo pensiero o del suo vivere, una categoria di lavoratori a cui la stima e la considerazione si assegnino a prescindere. Penso che il vero respiro culturale di ognuno risieda nelle storie di vita che essi hanno scritto e non raccontato. Solo pochi giorni fa ho letto che l’allenatore di calcio del Trivento (cioè la quinta serie nazionale) de-

La cultura minore delle Scienze motorie scritto da giornalisti locali con stucchevole fantasia, come il Mourinho dei nostri campi sportivi, dopo un colloquio avuto con il preparatore atletico Prof. Pasquale Molinaro, ha deciso di bocciare il professionista poiché ritenuto non all’altezza. Ma mi chiedo: ”Sulla scorta di quale competenza?” Ma vogliamo scherzare? Ma dove si potrebbe verificare che un infermiere con la licenza media, giudichi un medico. Eppure di questi episodi si potrebbe fare una lunga narrazione. Di chi è la colpa? I dirigenti con le stellette rappresentanti del nostro mondo sportivo, poco hanno fatto e poco fanno per creare una cultura diversa impegnati come sono ad imbarcare sulla propria barca mezze calzette figuriamoci se insiste la preoccupazione di dare spessore a certe prese di posizione. Ma nel Molise molto avrebbe potuto fare e non ha fatto, l’Università. Da tutti gli addetti ai lavori era stata accolta con una ovazione (accezione metaforica) la decisione di avviare a Campobasso un corso di lauree in scienze motorie. I vecchi studenti degli ISEF, vere e proprie accademie dello sport forse troppo in fretta ritenute superate, hanno atteso, invano, un rilancio dell’intellettualismo riferito alle scienze del movimento. In primo luogo c’è stata una presuntuosa presa di distanza verso le professionalità (tante) del territorio. I punti di riferimento si sono concentrati su poche persone, tutte piene di un insano portaborsismo, che si sono preoccupate di assicu-

rarsi contratti di insegnamento, disinteressandosi di tutto il resto. Per mio conto sono state sbagliate le scelte strategiche che riguardavano gli indirizzi didattici e il percorso accademico. Si è data preferenza ad un taglio medico scientifico come se quegli studenti dovessero puntare alle corsie ospedaliere anziché a quelle di un campo di atletica leggera (esempio iconografico). Ho espletato, gratuitamente, per anni, attività di tirocinio agli studenti della Facoltà di Scienze del benessere del Molise. Quando li portavo in palestra apparivano spaesati e impacciati come se le competenze acquisite gli avessero insegnato altro. Faccio notare che l’ISEF di Napoli che ho frequentato agli inizi degli anni settanta, aveva una quindicina di palestre due o tre piscine, l’impianto del San Paolo per l’atletica leggera. Tutto nella stessa area. Oggi, l’Università del Molise, conta una

sola palestra e forse tanti laboratori di biologia. Ritengo sia giusto che i camici bianchi lascino il posto alla tuta sportiva poiché sapere insegnare un ”terzo tempo”, conoscere il biochimismo che determina quei movimenti, la magia dei sincronismi di certe catene cinetiche, è già scienza di alto livello. Basta crederci. Il tempo per invertire la rotta però sta per scadere. Il nostro mondo ha bisogno di persone che vivano un pathos professionale più denso. C’è l’esigenza di individuare testimoni che si battano orgogliosamente per dimostrare che i gironi della cultura sono tutti uguali e hanno pari dignità. L’Università del Molise deve superare l’impatto assai tiepido che ha avuto con il territorio. Diversamente si affermeranno le teorie dei mediocri e alla nostra facoltà di scienze motorie si iscriveranno i ragazzi solo per ripiego.

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ATTUALITA’

Tonino Di Pietro rinnova a Montenero la tradizione agreste pat

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IdV: E’ qui la festa di c

Migliaia di concittadini e di ospiti provenienti da tutto il Molise hanno

T

op di folla e di entusiasmo a Montenero, nella masseria di Tonino Di Pietro. L’onorevole ha rinnovato una tradizione di famiglia, incominciata dal padre. Solo

che lui l’ha traformata anche per motivi politici in un meeting per consolidare il rapporto con la base e per lanciare un messaggio di forza non solo agli avversari, ma

anche ai presunti amici di cordata per espugnare il fortino di Michele Iorio. Certo che tanta gente intorno all’ex PM induce a pensare in grande.

N°1: Di Pietro circondato da amici e collaboratori; N°2: L’onorevole autografa un libro a due ragazze, sorvegliato dalla moglie; N°3 Pierpaolo Nagni e altri invitati tra cui Giovanni Minicozzi; N°4: Nagni si diverte a fumare il sigarò; N°5: ; N°6: La folla mentre pasteggia; N°7: La signora Susanna Di Pietro con la figlia Anna appena laureata; N°8: Suonatori di tamburello; N°9: La neo dottoressa Anna con amici.

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paterna

no animato l’appuntamento agostano 8

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AT T U A L I TA ’

campagna

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di Gennaro Ventresca

Luca Iorio prevede un successone per Progetto Molise-Forza del Sud e pronostica

Prendiamo due consiglieri e vinciamo le elezioni L’INTERVISTA

Dottor Luca Iorio, che fa, ci prova? “In che senso?”

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A fare lo Iorio 2. “Per il momento neanche un po’”. Ma intanto tutti parlano di lei e del suo movimento. “Il movimento è una cosa è la politica un’altra”. Anche Forza Italia iniziò come movimento, poi ha visto dov’è arrivata? “Come fusione Progetto Molise-Forza Sud ci sono anche da parte mia concrete aspettative”. Proprio come suo padre: nasce medico e vuol diventare amministratore. “Neanche per idea. Mi piace più la sala operatoria che la politica”. Eppure lei a anche Roma ha fatto parte di movimenti politici. “Roba goliardica. Certo: uno che si chiama Iorio mica può rimanere algido di fronte alla politica”.

Allora intende dare una mano a suo padre solo per le regionali? “Certo questo è l’obiettivo primario, ma non vorrei che si pensasse a me come a un opportunista”. Perché? “L’idea del superpartito mi piace e per questo mi attizza”. A cosa puntate per ottobre? “A eleggere un candidato a Campobasso e uno a Iserina”. Per questo avete iniziato a fare campagna

acquisti con chi intende smarcarsi dal Pdl per paura di non farcela? “Ciò che hanno scritto i giornali non risponde del tutto a realtà”. Ma Muccilli correrà con voi? “Probabilmente si. Ma non viene dal partito di mio padre. Per lui, se mai, si tratterebbe di un ritorno alla casa madre, dove c’è già stato”. E Gianfranco Vitagliano? “Non se n’è mai parlato. Anche perché nel

nostro movimento sono state sancite certe regole che non prevedono l’accoglienza di gente che proviene da altre realtà”. Chi ospiterete? “Coloro che intendono abbracciare le nostre idee e avranno da spendersi per i nostri obiettivi che sono quelli che sostengono l’elettorato”. Papà Iorio ce la farà? “Ma certo. Ci mancherebbe altro. Non vedo in giro


Giovinezza e glamour

chi possa batterlo: è lui il migliore”. Se un suo eletto dovesse far parte della prossima giunta, quale dovrà essere il suo comportamento? “Prima di tutto di dimettersi da consigliere”. Così libera un altro posto. “Non solo per questo. Ma per il rispetto delle regole. Ci piace seguire ciò che abbiamo scritto nello statuto”.

Quindi? “Può raggiungere un risultato lusinghiero. Anche con Luca Iorio in prima linea? “Non si sa. Per il momento sono un medico impegnato. Il resto si vedrà”.

Progetto Molise-Forza del Sud, in modo da dare una energica mano a papà che aspira a vincere la terza elezione regionale di fila. Più che una Giovinezza al potere Luca aspira a portare una ventata di aria nuova al gioco dei partiti che si allargano e si stringono a seconda della convenienza. Pare che in tanti vogliano confluire nel suo movimento perché speranzosi di farcela. Un posto alla Regione equivale a mettersi a posto per tutta la vita. Sia ben chiaro Luca non scenderà in campo in prima persona. Sarà il regista di un film che spera possa piacere all’elettorato molisano. Con quella faccia giovane, gentile e rassicurante, il secondo figlio del governatore ispira fiducia. La gente finirà col credergli. Dovrà credergli, nel nome di un movimento che sembra ben strutturato coi segni grafici del razionalismo. Giovinezza e bellezza. Per un movimento che è cresciuto in fretta e che possiede già il giusto glamour. La Forza del Sud la garantisce Gianfranco Miccichè, un pezzo grosso non solo nella sua Sicilia, ma anche in chiave di governo. (ge.ve.)

L ’ I N T E R V I S TA

Non crede che Miccichè abbia esagerato nel prospettare un traguardo del 10 per cento alle prossime politiche del 2013? “Assolutamente. Il movimento è sano e porta con sé freschezza e voglia di affermarsi”.

Q

uesta è una storia ritornata. La seconda puntata di una casa nobile: Luca che corre per sostenere papà Michele. Una storia all’incontrario. In una società in cui sono i padri a dare manforte ai propri figli, ecco che arriva una storia inedita. Luca Iorio di professione fa il medico, chirurgo vascolare, è sposato ed è padre di una bimba. Quando c’è di mezzo quel cognome non mancano mai le polemiche. Gli accidiosi si accaniscono contro il “monarca” e allora lo attaccano anche sugli affetti più cari, quello dei figli, Luca e Raffaele, due ottimi professionisti della medicina che hanno la colpa di portarsi un cognome che a volte più che una vasellina sembra essere attaccatutto. Luca ama la sala operatoria, ma è affetto da una sorta di malattia allegra che conquista i ragazzi di buona società e contagia anche i ragazzi di provincia che non è solo quella raccontata dai figli di papà, ma anche quella non conforme rispetto alle ideologie e ai cappelli dell’egemonia culturale della sinistra. Luca ha deciso di darsi alla politica un po’ per gioco e molto per far eleggere, in ottobre, due candidati del suo movimento,

Nella pagina accanto Luca Iorio e accanto al logo Gianfranco Miccichè

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di Gegè Cerulli

Di Risio lo scalatore

Massimo Di Risio ex pilota di Gran Turismo è partito nel 2005 assemblando componenti cinesi

O

ggi che ha appena superaro i 60 anni, Massimo Di Risio ha lasciato da parte le corse, anche se la velocità lo affascina sempre. In famiglia hanno amato sempre il rombo dei motori, tanto che il ragazzo è cresciuto con l’orecchio sensibile e il piede pesante. Come succede ai predestinati del volante. Correva in granturismo e a casa ha portato coppe e medaglie. Bruciando sogni e motori. Sino a quando ha messo da parte il casco e la tuta e si è messo a vendere auto, in uno dei parchi auto più grossi d’Italia. Nel 2005 ecco l’idea che gli avrebbe cambiato la vita. Si mette ad assemblare componenti dal mercato giapponese. A scatenare l’interesse fu la Chery: sulla base dei telai di quest’azienda, sfruttando l’elettronica Bosch e i diesel Multijet Fiat, nacque la DR5. Nel tempo l’azienda molisana ha compiuto passi da gigante. E il fatturato lo scorso anno è cresciuto del 15 per cento e da quando è stato istituito in nuovo brand sono state immatricolate 10mila vetture. I primi Suv dell’era DR godettero di particolare attenzione anche per la strategia di commercializzazione attuata da Di Risio. Il cane di vendita fu quello di 25 ipermercati del gruppo Finiper. In modo da farsi conoscere dal grande pubblico che con curiosità iniziò a familiarizzare con quelle vetture innovative, semplici e snelle, con quei fascioni colorati che fanno tendenza. Esaurita la prima fase (degli ipermercati) Di Risio ha messo in piedi una rete di concessionarie di vendita e assistenza. E iniziò a lanciare la DRI (Motor show), esordiente nel segmento delle city car, prima di mettere in vendita la Citywagon 20 e Stationwagon 21. I dati snocciolati così, con semplicità, non rendono ciò che ha fatto Di Risio in questi anni, in un momento di straordinaria difficoltà del mercato dell’auto, in cui la sua azienda ha chiuso il bilancio del 2010 con un incremento delle vendite del 112 per cento, mentre il fatturato di 50 milioni è cresciuto del 15 per cento. Da quando è

Massimo Di Risio in udienza da Benedetto XVI

stato istituito il nuovo brand sono state immatricolate 10 mila auto, mentre la capacità produttiva aziendale è stata fissata in 115 auto giornaliere. Se la selezione dei materiali da assemblare si basa sulla collaborazione con Chery e porta su nun ottimo rapporto qualità-prezzo, la realizzazione finale dei prodotti già semilavorati avviene nello stabilimento di Macchia d’Isernia. Ora Massimo Di Risio, presidente della DR Motor, punta a sbarcare in Sicilia. Per acquisire lo stabilimento Fiat di Termini Imprese. Il progetto già c’è, ed è stato presentato alla Regione Sicilia, il cui governatore Lombardo lo ha acquisito, dicendosi disposto a lavorarci per la buona riuscita dell’operazione. Tuttavia bisognerà fare i conti con il governo. Infatti il ministro per lo sviluppo Paolo Romani, ha tenuto in pausa l’offerta molisana, perché arrivata fuori tempo massimo. Certo, il particolare non è trascurabile. Ma si sa che nella grande finanza si riescono sempre a trovare soluzioni vincenti se si mostra grinta e determinazione. E Di Risio, numeri alla mano, di energie ne ha vendere.

L’azienda di Macchia d’Isernia ha compiuto passi da gigante, aumentando le vendite del 112 per cento

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Ora punta all’acquisizione dell’ex stabilimento Fiat di Termini Imprese

Massimo Di Risio, isernino di 61 anni, patron e anima di DR, industria automobilistica di Macchia d’Isernia

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Block notes

di Daniela Martelli

Rispunta l’arrotino E

’ tornato l’arrotino. Neanche a dirlo arriva da Frosolone, tradizionale centro ove abbondano artigiani specializzati in coltelli e forbici. Gira portando la sua mola su una bicicletta sospesa a un trespolo. Quando spinge sui pedali anziché le ruote gira la mola. Al resto ci pensa l’abilità di Donato Mainella, 80 anni suonati e portati benissimo, per far

tornare taglienti gli utensili da cucina. E’ solo il caso di ricordare che l’arrotino che periodicamente raggiunge il capoluogo in gioventù ha fatto il giardiniere, lavorando anche in Vaticano, con Giovanni XXIII. Ne va fiero, come è fiero del lavoro che svolge oggi, un po’ per hobby e un po’ per arrotondare la magra pensione.

Donato Mainella da giardiniere del Papa ad arrotino

Che caos alle Poste P

er quanto strano possa apparire non c’è giorno, ora e momento in cui i cittadini non debbano sobbarcarsi lunghissime file per svolgere una operazione presso gli uffici postali della città. Alle Poste centrali di via Pietrunto, poi, la coda è interminabile. Diventa tra l’altro patetica l’attesa di sospiranti anziani che nei giorni stabiliti attendono il loro turno per ritirare la pensione. Ci sono poi tante altre operazioni che gli uffici svolgono, ponendosi in concorrenza con le banche, pur senza averne l’agilità e l’organizzazione. Viene da chiedersi: ma perché mai i campobassani continuano a frequentare con tanta assiduità gli affollatissimi uffici postali quando ci sono sportelli di banca con gli impiegati che spesso si concedono qualche pausa di lavoro?

Burocrazia ottusa

S

e c’è in pieno centro un qualcosa che dà il segno di quanto sia ottusa la burocrazia è il palazzo dell’ex Distretto militare. Occupa una superficie di quasi 8.000 mq e dà ospitalità oltre ai pochi militari che ci sono rimasti, all’assessorato regionale ai Lavori Pubblici e all’ex Ufficio Tecnico Erariale. In tanti anni non c’è stato verso di far cambiare destinazione d’uso all’edificio. Eppure la regione ha requisito appartamenti privati nei punti più strampalati della città per trasformarli in uffici. Sarebbe stato utile impiegare quel sito per il prestigioso palazzo della Giunta regionale che è stato invece confinato nell’ex Enel di via Genova.

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Campobasso in cartolina F

acevano pignate in piazza San Antonio Abate. Erano in tanti e lavoravano leggeri. Nei piccoli laboratori che davano direttamente all’esterno impastavano la creta e la modellavano. Poi deponevano con cura gli oggetti fuori dall’uscio, poggiandoli al muro. Per farli asciugare ai caldi raggi del sole. I giovani non sanno neppure di cosa stiamo scrivendo. Eppure l’arte della pignata appartiene alla storia di Campobasso. C’era un’intera famiglia che in quell’angolino del centro storico da generazioni ha sempre lavorato l’argilla. Muovendo con il pedale l’asse centrale del piccolo banco, aiutandosi con le mani a formare l’oggetto. Arte povera, si scriverebbe oggi, ma di arte si parla. Le mani svelte e sensibili massaggiavano la creta che si lasciava domare senza fare i capricci. I pignatari campobassani sapevano come farla girare e quando era giunto il momento di metterla ad asciugare. Dei vecchi mestieri sono rimaste solo qualche foto, immagini scolorite e la memoria storica di qualche cronista che ha ancora a cuore la storia della sua città. (da.ma.)

Una foto storica dei pignatari di Sant’Antonio Abate

A bocca aperta S

e nella foto vieni a bocca aperta vuol dire che stai in posa. Oppure sei molto felice. Come capita spesso in estate, stagione in cui ci si rilassa. Al punto da mettersi a ridere. Anche noi, come le persone famose, senza fare gli sparapose, veniamo con la bocca aperta. Tutto ciò che non ci piace della

I ricchi ridono sempre

bella stagione viene sempre tagliato dall’inquadratura. L’estate è una specie di sabato del villaggio. Fatto di una lunga attesa. Perché per tutti c’è il momento di andare in ferie e di potersi lasciare alle spalle i problemi: la disoccupazione dei figli, gli studi dei ragazzi che non sfilano, il lavoro che rende meno di prima, l’ultima lite con la moglie, la compagna che ha deciso di tornare a vivere a casa sua, le zanzare, i vicini d’ombrellone che fanno un gran casino, il ristorante con il conto sempre più caro, l’aumento del carburante, il caos autostradale. L’estate è comunque una lavagna pulita su cui scrivere tante cose belle:

il mare, i monti, il raduno con gli amici di gioventù, la rimpatriata in paese, il sonno prolungato, l’ozio, una bella lettura. Al ritorno dalle vacanze faremo vedere le nostre foto agli amici e ai parenti e qualcuna la metteremo anche in rete, per far capire che ci siamo divertiti. Come certificato di garanzia ci sarà un prodigioso sorriso, a bocca aperta. Cancelleremo le foto che non sono venute bene. Con le vacanze si può, peccato che per il resto dell’anno dovremo accettare anche le foto che non ci piaceranno. Succede sempre così quando il calendario segna che siamo giunti in settembre. (da.ma.)

O

ricchi piangono. I ricchi, fateci caso, non piangono mai. Per loro la vita è sempre in discesa. Mentre deve scalare irte montagne chi appartiene alle nuove generazioni per le quali ci sono “lacrime e sangue”. Che volete che importi a chi porta a casa 10 mila euro al mese se il carburante arriva alle stelle? Deve invece rinunciare al viaggio l’impiegatuccio. (da.ma.)

ggi sta bene chi già sta in alto che può sfruttare le rendite di posizione. Sta male chi è sempre stato male. E deve fare i conti ogni momento per affrontare la vita, zeppa di insidie, tra le quali bisogna metterci oltre alla “spesa” anche le bollette delle utenze. Gli esibizionisti non passano di moda, ma a ben guardarli i soldi ce li hanno e come. Per questo ridono. Annullando il detto: anche i

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AT T U A L I TA ’

di Gegè Cerulli

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Racconto sul Terminal


Da via Pietrunto, attraverso piazza della Repubblica, passando per il Romagnoli prima di approdare in via Vico dove non ci sono neppure i bagni

S

prioritario. Come spesso accade quando ci sono di mezzo i lavori pubblici non sono mancati gli incagli. Per l’occasione ancora più ingarbugliati del solito, con l’ingresso in campo della magistratura che ci ha voluto veder chiaro, emettendo anche alcune ordinanze di custodia cautelare, per progettisti e imprenditori. Intanto il tempo è passato senza che il terminal iniziasse a funzionare. “In via sperimentale” lo inaugurò Massa il terminal, in settembre di uno dei primi anni del suo sindacato. Il precario sarebbe diventato definitivo, così si è andati avanti utilizzando un semplice spiazzo, con tutte le disfunzioni che si sono accertate. I disagi per chi viaggia c’erano e ci sono. A incominciare da quelli più clamorosi, dicasi mancanza assoluta di luoghi igienici pubblici. Chi ha bisogno del bagno deve appoggiarsi al bar di Michele D’Elisiis, la cui struttura è rimasta abborracciata, proprio perché costruita nel segno della provvisorietà. Non sono mancate polemiche e discussioni, specie in chiave di sicurezza dei passeggeri. I quali una volta a terra, per raggiungere il centro della città sono stati costretti a camminare in mezzo al traffico

della tangenziale. In alcuni tratti la via è addirittura sprovvista di marciapiedi. E dove ci sono non bastano a tenere in fila gli studenti, all’ora di punta. Si parlò di un tappeto mobile per scavalcare il nodo stradale e portare così i cittadini in centro, come accade nei grandi centri, specie in metropolitana. Ma a forza di discutere non si è fatto un bel nulla. Poi è spuntato un cavalcavia pedonale che è stato tenuto celato a Sgarbi nelle sue visite campobassane,

con una struttura architettonica molto discutibile e sul cui utilizzo bisognerà attendere la risposta dei passeggeri. Certo, il problema c’era e rimane. Ad esempio non si sa bene perché non sia stato ancora aperta l’ultima parte del terminal, quella per i servizi di bar, ristorante, diurno e negozi. E con quale faccia si continua a tenere agiile una struttura nella quale si muovono migliaia di persone ogni giorno senza disporre neppure di bagni e docce.

AT T U A L I TA ’

i può ragionare di stazione d’autobus, senza pensare necessariamente al memoriale film con Marylin. Si può discutere senza scadere nelle estreme critiche alle amministrazioni civiche che hanno guidato, con incerta fortuna, il comune di Campobasso. Si può, anzi si deve, riassumere in poche righe la storia. Pochi, ad esempio, ricordano di quando i (pochi) pullman del servizio extraurbano sostavano davanti alle poste. Non a caso venivano chiamati “postali”, proprio perché oltre ai passeggeri portavano la posta nei nostri piccoli paesi. Con l’aumentare del traffico cittadino si pensò di spostare la stazione dei pullman da via Pietrunto in piazza della Repubblica; in nome dello spazio si andò però a strozzare il traffico veicolare, specie per i mezzi provenienti in direzione Termoli. Con il trasferimento del campo da calcio dal Romagnoli a Selva Piana si è pensato di utilizzare l’anello esterno come terminal. Si disse e si scrisse “momentaneamente”. L’avverbio voleva significare che di lì a poco sarebbe andato in funzione il vero e unico terminal delle corriere, progettato e costruito in via Vico, in modo da dare a Campobasso un servizio

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E

rano meno di cento i furti in appartamento in città nel 2008. Oggi si è perduto il conto. La gente ha paura, ma pensa: “Io speriamo che me la cavo”. Anche se sono sempre meno quelli che se la cavano, ormai. In città o in periferia, in condominio, in ville o nei semplici casolari di campagna, dove in verità è un po’ più complicato avvicinarsi per la presenza dei cani, delle famiglie numerose, delle case architettonicamente un po’ strambe, quindi difficili da tenere sotto controllo. E poi in campagna gli agricoltori hanno l’abitudine di avere sotto mano il fucile, il forcone è sempre fuori dall’uscio.

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Si sono arrampicati sino ai piani più alti, con l’abilità e la destrezza di veri acrobati. Portano via tutto il possibile, senza lasciare tracce. Mostrando capacità professionali apprezzabili. A poco servono porte blindate e finestre ben serrate, loro, i ladri, sanno come entrare. Specie se la casa è vuota. Scelgono i piani più alti, in modo da non essere disturbati, ma sarà bene che non abbassi la guardia chi sta più in basso. Una volta pensare ai ladri d’appartamento in Molise era piuttosto fantasioso, oggi, invece, fa parte della vita quotidiana. E a quanto pare poco servono i servizi di sorveglianza rinforzati da parte delle

forze dell’ordine. A cui non rimane che dare qualche utile consiglio ai cittadini. Il più semplice è di lasciare la luce accesa, magari anche il televisore e di non tenere a vista i telefonini che si consiglia di portarsi sempre dietro, per poter chiedere aiuto al minimo sospetto. Un altro suggerimento utile è di togliere le chiavi dalle auto che sono parcheggiate in cortili e giardini e far sparire i telecomandi dei cancelli. E di non ostentare neppure con amici e conoscenti segni di agiatezza, sotto forma di argenteria, arazzi e quadri d’autore. Per evitare che la il benessere arrivi anche agli orecchi dei malfattori. (da.ma.)


di Eugenio Percossi

Pur avendo etichette formidabili ci piace consumare il prodotto extraregionale

Beviamo molisano S

i, d’accordo: i nostri vini non hanno una gran tradizione. Però, in bottiglia sono buoni. Alcuni addirittura perfetti. Scendono che è una meraviglia. La letteratura molisana è tutta messa in bottiglia. Alcune aziende producono vini superbi che stentato a trovare una adeguata collocazione sui mercati. Nazionali ed esteri. Ma noi molisani siamo proprio sicuri di essere un po’ campanilisti in fatto di alcool? Il contenuto zuccherino dei nostri vini è perfetto, né troppo alto né basso, giusto. Malgrado ciò quando andiamo in enoteca o al supermercato che ormai è diventato il maggior punto di smercio del vino imbottigliato, invece di soffermarci a scegliere tra le etichette molisane ci lanciamo in acquisti esterofili. Intendendo per esterofili quelle delle altre regioni. Che, per carità, meritano tutte le attenzioni. Perché in Italia, malgrado la forte concorrenza francese, riusciamo ancora a produrre i migliori vini del mondo. Ben al di sopra di quelli che arrivano ormai dal Cile, dalla California e persino dall’Australia. Prendete la Tintilia, è un portento. Una tavola con un bicchiere di questo vino che si ottiene da un vitigno autoctono viene immediatamente rallegrata. Negli ampi calici il prezioso nettare di gusto fermo, offre un timbro di qualità. Ma non c’è solo la Tintilia a dominare la scena. Sono tante varietà e le etichette che i nostri viticoltori-enologi sono riusciti a mettere in commercio con la convinzione di poter reggere il paragone anche con i vini celebri del Belpaese. Scuri, lucidi e inquietanti, densi: i rossi sono i più saporiti; note di fiori e di mela verde si trovano invece in alcuni bianchi che sono una delizia, specie da aperitivo vintage. Ma perché i nostri vini possano affermarmi è indispensabile che siamo prima di tutto noi molisani a consumarli e far loro una pubblicità positiva, attraverso l’acquisto delle bottiglie in negozio e la richiesta del nostro prodotto al ristorante. Un’ultima annotazione: i nostri vini, purtroppo, spesso neppure compaiono nei supermercati regionali e nei principali ristoranti e alberghi ove si costumano banchetti si preferisce servire vino proveniente da altre regioni. Dimenticandosi di dare una spinta all’economia molisana.

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di Bernardo Donati

Un quartiere di Roma I

piccoli numeri del Molise hanno alimentato negli anni un deleterio luogo comune, che equipara il Molise ad un quartiere di Roma. Una sciocchezza che ha procurato danni enormi alla nostra regione. Un quartiere di Roma, che al massimo si sviluppa sul dolce declivio di un colle, non ha le problematiche orografiche del Molise, quel sali scendi continuo, tra valli e montagne, con paesi, villaggi e città difficili da raggiungere; il che decuplica i costi delle strade, per la manutenzione e lo snellimento dei percorsi, moltiplica le difficoltà di installare metanodotti e diffondere le condotte del gas, rende difficili i collegamenti dei mass media. Tv, telefoni, internet, per funzionare in tutto il Molise hanno bisogno di una vasta rete di ripetitori, mentre nella vicina Puglia ne bastano pochi per coprire la gran parte di un territorio cinque volte più grande e popoloso; le strutture risultano molto gravose, sia per i privati che vogliono investire, sia per le casse regionali, per fornire quei servizi di cui necessita la popolazione sparsa sul territorio. Un quartiere di 300 mila abitanti, necessiterebbe di un solo Ospedale, di due punti di guardia medica, di una postazione di 118. Gli uffici pubblici sarebbero per lo più a sede unica, diminuirebbe il numero dei politici, le circoscrizioni sarebbero un decimo dei comuni della nostra regione, le scuole poche e l’Università a sede unica.

L’analisi impone di evidenziare anche i lati negativi del Molise-quartiere. Certamente l’occupazione sarebbe inferiore, più articolata e complessa, gli investimenti scarsi, considerando la mancanza di una struttura di riferimento come l’Ente Regione e dell’impronta impiegatizia della forza lavoro in Molise. La peculiarità del territorio molisano, impone di conseguenza scelte difficili, specie in tempi di magra, per cercare prospettive di sviluppo concrete e dare un futuro alle nuovo generazioni. E’ sensato, ad esempio, porre la questione sanità ad Agnone, presa come città di riferimento dell’alto Molise. Si può rinunciare senza grossi contraccolpi all’Ospedale, optando per strutture ambulatoriali meno costose e impegnative da gestire; a patto però di avere la certezza che i tempi di trasporto dall’area alto molisana al nosocomio più vicino, quello di Isernia, siano tali da assicurare un’assistenza rapida, senza l’handicap del ritardo dovuto ai collegamenti precari. Si chiuda pure l’Ospedale, in cambio però si riducano i tempi di percorrenza stradale e si migliori la viabilità. E’ solo un esempio della complessità delle decisioni e delle scelte politiche che il governo regionale è chiamato a prendere. E’ evidente tuttavia, che non si può continuare a perseverare nell’assistenzialismo spacciato per progetto di sviluppo. Se basta starnazzare sotto le finestre del Consiglio regionale, magari agitando una bandiera rossa che fa sempre scena e porta consiglio, per ottenere sanatorie alle magagne gestionali o alle errate scelte industriali, allora è inutile gioire per la pioggia di milioni che Italia ed Europa ci concedono. Un’azienda in crisi, per ottenere sostegno deve proporre un piano industriale che preveda anche un cambio al vertice, perché chi ha sbagliato deve assumersi le responsabilità del caso. La Regione, dal canto suo, deve operare controlli rigorosi sull’utilizzo dei fondi concessi. Utopia pura, commenterà sghignazzando il lettore. Può darsi, ma bisogna pur avere il coraggio di cambiare lo status quo. E’ comprensibile che ciò non possa accadere d’amblée, tra l’altro con la campagna elettorale che incombe. Sarebbe opportuno tuttavia qualche segnale simbolico di cambiamento. Ad esempio creare una zona franca intorno a Palazzo Moffa. Ad esempio, porre fine allo stucchevole spettacolo dei lobbysti del martedi, durante le sedute dell’assise regionale.

Un deleterio luogo comune perseguita la nostra regione, a causa dei parametri modesti. La complessità del territorio decuplica i costi di gestione della cosa pubblica nel Molise e scoraggi agli investimenti. Per cambiare rotta non basta chiudere un Ospedale, bisogna rinunciare al vizio antico dell’assistenzialismo.

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di Walter Cherubini

Proposta indecente per la Sanità molisana

E se tornasse l’assistenza indiretta?

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n cittadino aduso da decenni a far di conto per mestiere, come lo scrivente, fatica a capire il motivo per cui negli Ospedali si tenda a ridurre al minimo le degenze. Si sente dire che la degenza ospedaliera di un paziente costi più di 300 euro il giorno, ma nessuno precisa se tale onere si abbatte quando un letto non è occupato. La struttura ospedaliera si basa sul lavoro dipendente. Il che significa che se per assurdo un nosocomio restasse vuoto, i costi sarebbero comunque elevati, per via delle spese fisse. Non a caso, le direttive nazionali per il rientro del debito sanitario vanno nella direzione di chiudere gli ospedali minori. Il problema della spesa sanitaria e farmaceutica resta tuttavia di enorme impatto economico. Il meccanismo su cui si basa il sistema, è semplice; si pagano le tasse, una fetta è destinata al settore sanitario, poi lo stato (col federalismo cambieranno i soggetti) attraverso fondi e finanziamenti restituisce ai cittadini una quota fiscale sotto forma di servizi gratuiti o a partecipazione minima. L’uovo di Colombo. Peccato però che, col tempo, al “grande ammiraglio del mare Oceano” sia subentrato il suo cialtronesco feticcio, che Neri Marcoré bene interpreta negli spot della telefonia mobile. Fuor di metafora, cullandosi sul “tanto paga Pantalone”, la sanità è diventata negli anni terra di conquista e di scialo assoluto a qualsiasi latitu-

dine e livello, dalla medicina sul territorio a quella ospedaliera. Ora che Pantalone oltre alla maschera ha perso pure le braghe, il banco è saltato. Un destino inevitabile quando prevale la deriva demagogica. Barak Obama ha voluto garantire la mutua a tutti i cittadini americani, tra lo sconforto di metà degli

dell’assistenza indiretta. Il cittadino con reddito superiore a una certa soglia, anticipa i soldi dei farmaci, poi fa richiesta di rimborso e la spesa gli viene compensata. Elementare Watson. Dice: ma è un circolo inutile, una sorta di partita di giro che penalizzerebbe il cittadino medio in regola col fisco, gli procu-

In una regione sempre più vecchia e con poche risorse, la sanità è diventata il settore primario, l’area che assorbe gran parte del bilancio e in cui il business é maggiore. Con serietà e cautela, si può tentare di sperimentare una vecchia formula che possa frenare la spesa sanitaria. Stati Uniti e il plauso acritico e complice degli ossequiosi europei, campioni nel dissipare il denaro pubblico. In pochi mesi la nazione più potente del mondo s’è ritrovata a rischio default, sull’orlo del baratro. Che fare allora, per calmierare la spesa? Un sistema ci sarebbe, anche se al solo nominarlo scatta l’anatema generale. E’ stato in vigore più o meno fin quando sono nate le regioni (guarda un po’ la combinazione!), si tratta

rerebbe danno, lasciandolo in balia dei tempi lunghi della burocrazia. Può darsi, ma a questo si potrebbe rimediare con corretti strumenti. Certamente si assisterebbe a una diminuzione rilevante e rapida di tutte le patologie minori e al calo netto nel consumo di farmaci dello SSN non indispensabili o specifici di patologie gravi o croniche. Rappresenterebbe un calmiere, un deterrente contro lo scialo. I politici locali si stanno

strappando le vesti per evitare ticket su visite specialistiche e codici bianchi. L’unica giustificazione è l’esigenza di non perdere consensi, in virtù degli altri balzelli che sia le regioni, sia le amministrazioni locali hanno già approntato e attuato. Il costo delle prestazioni specialistiche, in realtà, pur con ticket aumentati in modo corposo, resta comunque molto inferiore al costo della stessa prestazione fatta da privati o dagli stessi operatori sanitari ospedalieri nell’ambito dell’attività intra o extra moenia, cioè di libera professione. Quanto al problema dei codici bianchi, bisognerebbe in assoluto vietare in Pronto Soccorso le prestazioni rientranti in quella categoria, data la carenza di personale e il flusso notevole di pazienti /utenti. Esiste la medicina del territorio, ben articolata con medici di Assistenza Primaria (o di famiglia) reperibili dalle 8 alle 19, poi c’è la Continuità Assistenziale (Guardia medica), per cui il servizio è garantito 24 ore su 24 in ogni luogo sperduto del Molise. Che senso ha ingolfare il Pronto Soccorso, con tempi di attesa notevoli, per affezioni di poco conto che possono essere risolte (comunque valutate e filtrate dal medico) in qualsiasi ambulatorio? Chi vuole comunque usufruire del servizio di pronto soccorso per patologie banali faccia pure, ma paghi il giusto per la sua pretesa, sia pur legittima.

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C’era una volta il mercato coperto

AT T U A L I TA ’

Quasi tutti i venditori se ne sono andati lasciando il posto a pochi produttori locali

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Il parterre del mercato di Via Monforte con soli produttori locali


S

opra il ballatoio del mercato coperto di via Monforte non c’è bisogno della Spider Cam per fendere l’aria pesante, per scivolare lungo i fili della ragnatela. Basta la vista, neppure tanto buona, per capire l’immensa desolazione. I banchi sono vuoti, i negozietti quasi tutti chiusi, arriva dalla parte bassa dell’immenso parterre appena il brusio di qualche contadino che, approfittando della produzione della campagna campobassana, aspetta con innata speranza l’arrivo di qualche acquirente. Prugne, pere, pomodoro, meloncini, ortaggi e un po’ di legumi essiccati popolano i banchi fatti di ferro battuto. Gli occhi che erano pieni di luci oggi sono spenti. C’è tristezza nel mercato che fu la nostra Vucciria. Si vendeva di tutto in via Monforte, carne, pollo, pesce, salumi, pane, pizze, oltre ai prodotti orto-frutticoli. In agosto, poi, c’era il festival dell’anguria. Quelle facce ci hanno accompagnato per anni. La famiglia Aniello è stata un’istituzione. Morto Tommaso, la moglie e i figli hanno tenuto aperto il banco per qualche tempo, prima di riconsegnare la licenza. Il mercato ittico era la gioia del mercato. Di mercoledì e venerdi era un ribollir umano. Venditori e compratori uniti, in un caldo vociare, a volte anche storpio e sguaiato. Nella nostra ultima

visita c’erano solo Rocco e Lorenzo Iacobucci, padre e figlio, uno di fronte all’altro, ultimi baluardi dei “pesciaiuoli” di Termoli. Gli altri se ne sono andati, forse tenuti momentaneamente lontani dal fermo biologico o dalla villeggiatura dei campobassani. Da almeno vent’anni si sente ripetere che il mercato va rilanciato. E noi ci abbiamo creduto. Tra i creduloni ci dobbiamo inserire i venditori a posto fisso che però, vedendo che gli affari andavano sempre peggio hanno abbassato le saracinesche. Tra i pochi che ancora non mollano è Vittorio Matropaolo, sul ballatoio in alto a sinistra. Ha venduto salumi e baccalà per quasi 40 anni. Quando il commercio era fiorente teneva addirittura un addetto ad affettare il prosciutto con un lungo coltello affilatissimo. “Tagliato a mano il prosciutto ha un altro sapore” ricorda, mentre serve uno dei pochi clienti che gli sono rimasti. Siamo andati dietro, negli anni, anche a un ambizioso progetto presentato da Mario Di Biase che in cambio della concessione promise di anticipare 18 milioni per rilanciare il mercato coperto. Trasformandolo in un nucleo commerciale di primo piano. Con parcheggi sotterranei, un multisala cinematografico, una batteria di negozi, per la realizzazione di una struttura coi fiocchi. Degna di una città. Dal Palazzo non è mai par-

La ditta Di Biase ha declinato l’offerta di rilancio con un anticipo di 18 milioni tito il via per iniziare i lavori, nel frattempo i tempi sono cambiati e gli eredi di Di Biase hanno declinato l’offerta. Buttati i soldi per il progetto e svaniti i sogni dell’impresa, dei commercianti e della città che avrebbe avuto bisogno, in quel sito, di ritrovarsi in una struttura moderna, linda e funzionale. Siamo nuovamente ai numeri primi. Prima o poi si tornerà a parlare di rilancio del mercato, ma intanto il pavimento in porfido è saltato quasi tutto, i canali di gronda mandano acqua da tutte le parti, domina il brutto e lo sporco. Ma quel che è peggio che aleggia sull’intero mercato che rappresenta una fetta di storia cittadina lo spettro della malinconia. Appena spariranno anche i pochi contadini con le loro povere produzioni sarà veramente la fine. (ge.ve.)

Il giovane venditore di pesce Lorenzo Iacobucci assieme al decano Benito Palopoli

AT T U A L I TA ’

Resta la malinconia di un sito in pieno centro che aspetta tempi migliori

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C’era una volta Tutto da rifare

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’era una volta una città tranquilla e pulita, ordinata e linda. Tranquillità e pulizia erano i suoi fiori all’occhiello e i forestieri l’apprezzavano soprattutto per quelle qualità. La Campobasso dei nostri giorni è una città sciatta,

contraddistinta da cumuli di immondizia a tutte le cantonate per colpa di cartoni e volantini che svolazzano, offesa da reiterati guasti urbani da fare accapponare la pelle. Una città che ha perso la sua immagine originaria e, per giunta, sembra nutrirsi

di un conformismo arrogante e becero. Una città “misera” al centro, tre volte tanto in periferia, dov’è pura illusione trovare un po’ di verde destinato ai più piccini o una panchina che possa far comodo a un anziano. Una città, insomma, nella quale le persone “datate” stentano a riconoscersi e, con loro, quanti vi sono nati e le portano affetto. La colpa, si sente dire, è dei tempi che corrono. Sarà, ma questo sembra un modo semplicistico e irresponsabile di gettarsi i problemi alle spalle e lasciare che gli stessi si centuplichino e marciscano. La verità è che negli ultimi anni Campobasso ha subito dai suoi

amministratori, da tutti i suoi amministratori, torti da non dirsi: maggioranze che hanno anteposto gli interessi dei singoli a quelli della collettività, minoranze che troppo spesso hanno lasciato correre non certo per connivenza ma, a volte, per pura ignoranza dei problemi. Chi, oggi, vorrebbe raddrizzare la barca con un perentorio e brusco cambio di rotta, si trova sempre di fronte a difficoltà disarmanti. E ce ne vuole di coraggio per non arrendersi, per non cedere alla tentazione di pensare che non è poi la fine del mondo se tutto continua a filare come prima, cioè per il verso storto. (ge.ve.)

Separati dalla nascita

Franco Levratti

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a somiglianza era perfetta. Anche se le foto in nostro possesso non le rendono giustizia. Come due gocce d’acqua: fisico alto, capello precocemente bianco avviato alla stessa maniera, dentatura e, persino, il ghigno. Franco Levratti, scomparso da pochi giorni nella sua casa di Ferrazzano, alla Nuova Comunità, a 66 anni,

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Franco Levratti e Donald Sutherland e Donald Sutherland attore canadese, specializzato nei ruoli del cattivo, pur così distanti e diversi si somigliavano molto. Franco Levratti arrivò da Milano alla fine degli anni 70, per dirigere la Dibiten, industria produttrice di materiale impermeabile per le costruzioni. Improvvisamente lasciò l’azienda e aprì Gammaradio, divertendosi con gli

amici di Tiro rete a fare giornalismo brillante e innovativo. Chiusa la parentesi radiofonica Franco si è dato all’informatica, fiancheggiato dai suoi figli. Smesso di seguire il Campobasso si è dedicato al calcio “minore”, diventando dirigente dell’Oratoriana Limosano e seguace dei Lupi Molinaro. In oltre 30 anni di permanenza nel Molise Franco

Donald Sutherland

Levratti è diventato più campobassano di quanti vi sono nati. Amando profondamente la nostra città che lo ricorda con affetto. Rideva sempre Franco Levratti, esibendo i suoi dentoni. Ecco perchè preferiamo ricordarlo così, somigliante come un gemello a Donald Sutherland, il duro del cinema. (ge.ce.)


di Gennaro Ventresca

I personaggi

Cufari e Mancini: ma che belle menti I

l meglio lo danno in pubblico, con la parlata facile e forbita. Neanche il tempo di lanciare loro l’argomento e lo affrontano spedito e compiuto. Grazie a uno spesso valore culturale che nessuno con un minimo di cervello può disconoscere. Sono amici miei. E quando si ha a che fare con gli amici si corre il rischio di essere meno disposti a concedere, per non fare la parte di chi si è messo in ginocchio. Come accade a quei giornalisti che scrivono libri-interviste e si tengono lontani dalle domande scomode. Stando bene attenti a non ricordare gli scivoloni dell’intervistato. Bè, di Adalberto Cufari e Franco Mancini, proverò a dire innanzitutto qualcosa di male. Così nessuno mi potrà rimproverare di “essere di area”. Inizio da Cufari che sbagliò clamorosamente a farsi coinvolgere all’ultimo istante dal centro-destra per sfidare (allora) l’imbattibile Augusto, come sindaco di Campobasso. Non so se il suo fu un atto d’amore o di superbia. Fatto sta che le prese sul groppone, senza riserve. E, per giunta, non ebbe risarcimento alcuno, sotto forma di nomina in qualche ente sub regionale. Passo ora a Franco Man-

Franco Mancini

Adalberto Cufari

cini che ha lasciato la presidenza della Banca Popolare del Molise nel momento meno opportuno, quando cioè le nostre imprese avrebbero avuto bisogno di una banca locale di sostegno. E ha ripetuto l’errore più tardi, lasciando Iorio per abbracciare Ruta, col quale in pratica non ha mai filato. Mi sono tolto un peso. E mi sento più leggero. Ora, però, consentitemi di ricordare che Adalberto Cufari è la più bella penna del reame. Nessuno nel Molise lo vale, per competenza e poliedricità. Dopo aver lavorato prima al Messaggero e poi al Tempo ha scelto di starsene in proprio, dirigendo Molise Oggi (settimanale) dell’editore

Uliano. La rivista benché preziosa e completa non ha però sfondato sul piano delle vendite e così Adalberto si è dovuto dedicare a Extra ove scrive una caterva di pezzi, occupandosi di tutto. Come accade ai giornalisti di provincia a cui non è consentito la specificità del filone. A titolo puramente affettuoso e amicale si occupa di una rubrica, tra le più apprezzate di questa rivista. Franco Mancini ha la penna scorrevole e rifinita con la quale compie autentici ricami, una specie di tombolo della scrittura. Ma per mestiere fa l’avvocato tributarista, concedendosi al giornalismo solo per hobby. Ha tutte le carte per fare l’opinionista in tv, ma nes-

suno ha saputo cogliere il suo largo sapere, limitandosi a farlo intervenire per facezie sportive, con il pallone in primo piano. Cufari, lo dico per i più giovani, è stato un agile amministratore comunale e poi provinciale. Nel suo palmares bisogna infilarci soprattutto la mostra di Renato Guttuso fatta, purtroppo, in una palestra. Perché allora come oggi Campobasso non ha mai avuto una sala espositiva, oltre a una pinacoteca. Mancini ha i calci d’angolo nelle vene, per questo ogni volta che qualcuno lo chiama non riesce a rimanere algido. Prima con Falcione e poi con Capone, Franco ha offerto un valentissimo contributo professionale e umano. Si deve a lui la trovata dei pullman che raccoglievano tifosi in regione per gonfiare il pubblico del Romagnoli. Cufari è un po’ più avanti negli anni. Ma possiede immensa energia da vendere. Mancini sta per festeggiare i 60 e può ancora dare molto alla città sul piano giornalistico e sociale. Vedrei bene il primo nell’ufficio stampa di Iorio; per Franco, invece, un ritorno in grande stile dalle parti di Selva Piana, da cui è andato via con la morte nel cuore, lasciando un vuoto tra i tifosi.

L’avvocato si è imprestato tante volte al calcio rossoblù Il giornalista è stato il più longevo amministratore comunale

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Coast to coast

La strada dei sogni N

on c’è una strada con più di due corsie. Altro che autostrada. Il Molise ha quello che ha. Con tutti gli annessi e connessi. E’ piagato il suo reticolo stradale, con fenditure al centro, sagome deformate, frane che portano a valle bitume e inerti. Certo, milioni di euro si sono volatilizzati per rimettere in sicurezza la rete stradale, ma poco è stato fatto per fornire una maggiore scorrevolezza del traffico su gomma. Ci si chiede: ma invece di sognare l’autostrada, non sarebbe stato meglio concentrare gli sforzi per migliorare il collegamento tra Campobasso e Termoli e il capoluogo con Venafro? L’uomo della strada direbbe sicuramente si, ma la politica l’ha pensata in un altro modo, gingillandosi intorno a un progetto di massima che

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olpa di chi? Del fato o dell’imprudenza? O, magari, anche delle strade che non sono affatto sicure e che hanno la loro incidenza sui troppi incidenti, alcuni letali, che si registrano sulle nostre strade. Prendete Ingotte. Si è perduto il conto da quando il cavalcavia che permetteva ai campobassani di giungere a Valle è stato prima transennato e poi parzialmente abbattuto. Per ragioni di sicurezza. In Giappone, durante l’ultimo devastante terremoto, tra l’altro è caduto un lungo cavalcavia che a distanza di qualche mese è già stato ricostruito. Da noi, invece, passano i lustri e le cose procedono a rilento. Per fortuna che i

è rimasto ancora tale, nonostante le ripetute promesse. Certo, a fine legislatura, Iorio dovrà dare conto ai molisani, anche delle strade, naturalmente. E anziché usare i verbi al futuro dovrebbe utilizzare il passato o, al limite, il presente. Certo è che la burocrazia è la peggiore piovra che regni nel nostro Belpaese, Molise compreso. Dove il partito del “no” è sempre pronto a osteggiare ogni cosa. Ma non sempre la colpa è di quel partito a cui piace mettere lo sgambetto, comunque. Specie se lo scherzetto bisogna farlo a un governo di centro-destra. Ci sono anche precise responsabilità di chi ha tenuto la bacchetta del comando tra le mani e che avrebbe dovuto far meglio, agendo con maggior sveltezza. Per conoscere come sarà la viabilità molisana non basterebbero le sibille cumane al completo che vanno ancora famose per come sanno oracolare. L’Anas giura e spergiura che il Molise non sarà tralasciato, ma intanto le sue strade sono quelle che sono.

Vite spezzate lavori a Ingotte stanno svolgendosi speditamente e, per quel che se ne sa, dovrebbero completarsi anche secondo programma, entro la prossima estate. Ma le morti sulla strada perché sono sempre crescenti? I giovani come mai amano premere il pedale sull’acceleratore? Perché non frenano i loro bollori e prima di mettersi al volante non si fanno un esame di coscienza, tenendo a mente se hanno fatto uso di alcool e droga?

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iacciono, eppure tutti ne parlano male. Le sagre sono diventate il pomo della discordia. Eppure senza di loro l’estate molisana sarebbe un vero e proprio mortorio. Certo, non è un gran bel dire di “cavatelli e salsicce” e “cotiche e fagioli”. Ma che ci volete fare: questo è il Molise. E quindi è meglio non fare gli snob. Né vanno meglio le cose sul mare, con la sagra del pesce fritto, non certo meno profumato di certi intingoli che si cucinano in collina. Le sagre restano un’occa-

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di Anna Di Iorio

sione per ritrovarsi. Per ripopolare, sia pur in modo occasionale, posti che durante il resto dell’anno restano pressoché abbandonati. Si ritrovano vecchi amici, arrivano i cittadini dei comuni vicini, insomma si genera una piacevole confusione che trova i suoi momenti più esaltanti quando le gambe vengono posizionate sotto i tavolini. Per una saporita mangiata e bevuta. Certo, non c’è niente di glamour, ma va bene così, nel ricordo della vecchia civiltà contadina.


di Domenico Fratianni

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E così mi capita di vederti anche in sogno, per parlarmi dei tuoi anni giovanili, della tua passione per la scrittura, dei tuoi amori e delle tue nostalgie; e il tuo chiamarmi “fratello“ mi commuove, perché credo non ci sia espressione migliore e più bella per testimoniarmi il tuo affetto. Certo, Giose, fratelli in arte, come tu dici, ma anche di sentimento, che non ha nulla a che fare con il sentimentalismo, ma che si lega ad una profondissima presa di coscienza sul nostro essere partecipi e testimoni del nostro tempo,con le barbarie quotidiane dei poveri di cuore ma, anche, con la forza di ritrovare sempre il dialogo con la poesia, fatta spesso di cose che gli altri non vedono: il dialogo con le stelle, la luna e il sole, con il vento e la pioggia e, soprattutto, con l’essere umano, con le sue passioni e le sue debolezze. Ecco perché dialogo con te anche da lontano; è come una continua confessione per ritrovare vitalità e vita e confermare a me stesso che sono vivo. E allora ti parlo di quel tuo paese che ti ha dato i natali e che ti porti nel cuore e che rievochi sempre per darti forza: quel tuo paese nel nostro Molise che si chiama Casacalenda che, spesso tu accomuni, per effetto d’amore nei miei confronti, al mio paese, Montagano, perché sai bene quanto io sia legato a quella straordinari a parlata dialettale che, a sentirla bene, sembra una musica a volte dolce, altre volte struggente come un lamento. Così ti scrivo per dirti che mi capita spesso (oggi per esempio, 28 luglio

2011) di ritrovarmi a rileggere i tuoi libri, a cominciare da quel tuo straordinario regalo che per me è stato “Fratianni e la follia” (Cervantes, De Foe, Campana) che narrava/narra dello scatenamento fantastico non solo dei personaggi in questione, ma anche della mia e della tua. Ma la molla che ha fatto scattare questo mio impulso a scriverti, è stato (sarebbe troppo facile ricordare i tuoi grandi successi come -li cito così come mi vengono in mente- : Tiro al piccione, Il mestiere del furbo, Graffiti, De Troit Blues, Molise Molise, Moliseide and other poems, Benedetta in Guysterland, Jazz Mood, La stanza grande, Gioco d’amore Amore del gioco, Familia, Alien Cantica an American journey, I Rascenije, Dirigi me Domine,Deus Meus, Il tempo nasco scosto tra le righe, Sexy Saffo, e ancora -ma certo ne avrò dimenticato altri- il libro titolato “Il viaggio” che ho riletto in questi giorni e che mi spinge a scriverti per dirti non solo

che ti ho riletto, ma ti ho rivisto e risentito anche (il suono della tua voce, dico). Mi sei sembrato un fiume in piena, uno scatenamento dello spirito e della fantasia; un rimescolamento delle viscere e del sangue, uno scorticarsi vivo per poi rimettere nuova pelle (ti ricordi Giose, del nostro parlarci delle nostre madri? Tu mi chiamasti per raccontarmi che la tua stava morendo, proprio mentre io stavo dipingendo la mia morta da tempo, per riportarla in vita sulla tela?). Credo di avertelo già scritto, ma voglio ripeterlo: la tua è come una sorta di ossessione purificatrice, un vivere-morire e tornare a vivere ancora, con il cuore sempre caldo. E potrei andare avanti, aggiungere altro. Meglio abbracciarti, per il momento. Il resto ce lo racconteremo tra non molto, magari quando verrai in Italia -meglio in Molise- per rinfrescarti la mente e il cuore. Me lo hai promesso. Ti aspetto. Tuo Dom

Giose Rimanelli, lo scrittore molisano che vive in America

ARTE & CULTURA

aro Giose, l’ultima volta che ci siamo ritrovati è stato in occasione, come ricorderai, della mia mostra sulla “Vita Nuova” di Dante, al Mario Pagano di Campobasso. Ci legò, in quella occasione particolare, proprio il Sommo Poeta: tu decidesti di essermi accanto due volte: la prima, con quel tuo straordinario saggio sulla mia interpretazione figurativa, pittorica e incisoria (si trattava, per me, di un supremo tentativo di rinnovare vitalità e vita, come ad inseguire una traiettoria esistente già in origine, senza saperlo; una storia, se vuoi, anche personale intorno ad un viaggio interiore per la conoscenza della propria anima a volte soffocata da uno spazio temporale asfittico), e anche sul mio essere pittore contemporaneo, che si legava a Dante per essere stato il primo grande poeta che aveva cantato l’amore come punto di partenza per un viaggio verso la luce. E la seconda, venendo personalmente con un volo transatlantico da Pompano Beach, dove vivi da anni, alternando questa sede estiva con l’altra a Lowell, MA. Venisti accompagnato dal tuo angelo custode che tu hai chiamato poeticamente Ciliegia, il tuo frutto maturo. Ma, ancora prima (come non ricordarlo?), il tuo interesse per il mio essere pittore molisano e del mondo, facendomi tornare in mente la tua improvvisa apparizione presso la Galleria “Cervantes“ di Roma, sede dell’Istituto Spagnolo di Cultura, in occasione della mia rassegna acquafortistica sul “Don Chisciotte”. Duettasti con Peppe Jovine, il nostro fratello mai scomparso.

Lettera a Giose Rimanelli

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Il

Mix di D’Artagnan

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o zenzero è una pianta officinale. Poco conosciuta al grosso pubblico. Ma che sta per diventare famosissima. Come testimoniano i suoi poteri che farebbero accrescere

la potenza sessuale degli uomini. In Kenia, ad esempio, si sono impennate le vendite di Mukombero, pianta famosa per le sue virtù “energizzanti”. Gli uomini con problemi di virilità di-

Il pepe di Frattura B

isogna dire grazie a Paolo Frattura per aver acceso la politica d’estate, stagione solitamente moscia anche per il Palazzo. La scelta, non certo estemporanea, del presidente della Camera di Commercio di Campobasso di partecipare alle “primarie” del PD, ha scatenato un putiferio. La sinistra si è sentita offesa dalla presenza nella sua elitaria scuderia di un ex sodale di Iorio e figlio di un vecchio democristiano; il Pdl ha rivendicato i presunti “favori” accordati al giovane architetto, progettista della Città nella Città. Insomma è scoppiato un putiferio: è stato chiamato in causa anche Dante Di Dario che, secondo chi ne sa, avrebbe benedetto la discesa in campo dello stesso Frattura, confermando la sua recente avversione a Iorio che a suo tempo non solo gli è stato amico, ma gli ha riconosciuto diverse gratifiche, aiutandolo all’inverosimile a gestire la Solagrital di Bojano.

chiarano di sentirsi rinascere, mentre le donne ne testimoniano l’efficacia. Il Viagra africano, il Mukumbero è una varietà di zenzero bianco che, se masticato sino in fondo, assicura un alto potere energizzante. E’ venduto a circa 30 centesimi di euro, quindi alla portata di tutte le tasche, a differenza della “pillola blu” che costa una bella cifra e viene venduta solo dietro la presentazione della ricetta del medico. I cinesi, incuriositi dal successo di vendita e dalle alte prestazioni che procura la pianta, hanno deciso di coltivare la pianta di zenzero a scopi industriali. Per lanciarla alla grande sul mercato. Il boom in tazzina del ginseng era stato associato erroneamente ai suoi elevati poteri energizzanti. Che però hanno poco a che fare con quelli sessuali. E da qui la rassegnazione degli uomini che pensavano che stando comodamente seduti al bar, per appena un euro, erano convinti di trovare un ristoro e di prepararsi a tempo stesso per una eccitante prestazione d’amore.

Pazza estate S

e l’è presa con comodo prima di arrivare, poi ha acceso i suoi dardi e quindi, improvvisamente, si è afflosciata: com’è strana l’estate. Dal caldo torrido alle giornate tiepide. Senza una via di mezzo. Facendo ripetere la solita frase: sono finite le stagioni di una volta. Come del resto le mezze stagioni. Che, a dirla tutta, a Campobasso non sono mai esistite. Specie la primavera che si fa inutilmente attendere tutti gli anni, rinviando di giorno in giorno il suo ingresso. Abbiamo visto l’imbarazzo dei meteorologi in tv che non volevano neppure annunciarci l’arrivo di un’altra giornata di aria fresca e cielo nuvoloso. Come se la colpa fosse la loro.

Si dispensano sorrisi C

’è già aria di campagna elettorale. Un posto alla Regione è come una vincita al superenalotto. E quindi giustifica tutte le mosse che i concorrenti intendono fare. A iniziare da quella basilare: dimostrarsi disponibili con l’elettorato. Così si moltiplicano i sorrisi

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e le strette di mano. E già c’è scappata qualche promessa di interessamento per quel concorso che si andrà a fare dopo le elezioni. Perché, fateci caso, i concorsi vengono fatti sempre dopo il voto, in modo che in tanti possano sognare un posto fisso di lavoro e il politico lavorarci intorno, facendo ricorso a tutta la sua abilità. Si fanno già i primi

nomi, di quelli che non si possono definire roboanti, per questo li omettiamo. Anche se per accomodarsi in Consiglio c’è bisogno d’altro, magari anche di un po’ di fortuna che arride spesso qualche piccolo partito di sinistra che con 800 voti riesce a eleggere un suo candidato, alla faccia di chi con oltre 2000 preferenze è rimasto a secco con il Pdl.


Lettera a me stesso

di

Gennaro Ventresca

Tutto come negli anni 80 C

Florindo D’Aimmo

Girolamo La Penna

D’Uva e Remo Sammartino, ottime vendemmie che non si sono ripetute. Allora come oggi attraverso i miei pezzi invocavo un rilancio della viabilità regionale e un forte interesse per il turismo. Dopo 30 anni le cose sono rimaste imbalsamate: le nostre strade sono ridicole e le presenze turistiche risibili. Il cammino della nostra politica e della nostra economia è stato fiancheggiato da rocce aguzze che sembrano denti di cremagliera. Ci hanno propinato più parole che fatti. Deludendo le nostre attese e quelle dei nostri giovani che hanno il loro da fare per costruirsi il presente, altro che avvenire. I tempi sono magri e più che alla pensione i ragazzi debbono provvedere a mettere insieme 1000 euro al mese per poter sbarcare il lunario.

Remo Sammartino

Bruno Vecchiarelli

I tempi, se vogliamo, sono cambiati e come. La vita non ha più l’aroma sincero di forno e padella, quell’odore che non si ferma alle narici, che vive con noi e che è sempre nell’aria, vago o intenso, quando diciamo casa, famiglia, paese. Li rimpiango quei tempi in cui eravamo gente semplice e alla mano, convinta di poter ottenere grandi soddisfazioni dalla vita che ti strizzava l’occhio, favorita dall’economia che correva, dalla Democrazia Cristiana che pensava per sé senza dimenticare gli elettori, il posto fisso, la spintarella, l’aiutino al concorso, la bustarella per l’amministratore e il direttore dei lavori, l’abitudine di agire in base “io ti do una cosa a te e tu mi dai una cosa a me”. Si, hai ragione:la meritocrazia andava a farsi friggere. E oggi, siamo proprio sicuri che ad andare avanti siano i più meritevoli? Non sempre è così. Anche se i giovani che si affacciano al mondo del lavoro sono più qualificati, colti e scafati rispetto a quanto fossimo noi alla loro età. Non è ancora maturato il tempo di affidarsi a se stessi. Facendo in modo che ognuno diventi il proprio patrigno. Per questo anche i ragazzi più intraprendenti cercano sponda nel politico di turno, portano acqua alle elezioni, candidandosi contro ogni logica, per racimolare un pugno di voti da consegnare al patron. Accadeva lo stesso anche negli anni 80. Infatti se vai a vedere le carriere di certi candidati di quegli anni non potrai non notare che hanno avuto lo stesso passo del proprio sponsor.

AT T U A L I T A’

arissimo, ho riletto in questi giorni alcuni dei miei primi articoli. Rivedo le righe uguali della mia “lettera 32”, con l’inchiostro un po’ sbavato, e la scrittura acerba. Mio madre soggiacque a una paralisi cardiaca o a qualche cosa di simile. Neanche i medici ci capirono gran che. So solo che se n’è andato che aveva 60 anni e poche volte ha avuto il piacere di andare a ritirarsi personalmente la pensione di ufficiale postale, con il grado di capufficio. Il mondo è gremito di infelici; ciascuno parla solo la lingua del proprio dolore, che per gli altri non ha senso; mio padre è stato un uomo infelice, per ragioni di salute. E a soffrirne non è stato solo lui, ma tutti i famigliari che gli siamo stati accanto, fiancheggiandolo sino al 15 dicembre del 1980, in cui il suo cuore si spezzò. Lasciandoci molto tristi. Ciò che ho appena ritrovato scritto risale a quel tempo, il 1980. Avevo 30 anni di meno e pensavo di possedere la forza necessaria per piegare il mondo, anche con la grinta della mia scrittura e con la convinzione che ci ho sempre messo quando sono andato in onda in tv, prima sugli schermi di Telemolise e poi su quelli di TRC, diventata più avanti Tele Regione. Un torrente di emozioni accompagnava la mia vita giornalistica. Puntavo forte sul Molise e sui suoi uomini che mi sembravano all’altezza, per lanciarlo in alto. Erano gli anni di D’Aimmo e La Penna, di Giustino

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Presentato a Termoli il libro di Di Gaetano sul Governatore

La storia di Michele Iorio

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uesta, dopo tutto, è la storia di un uomo della mia regione, sorridente con qualche riguardo. Di un uomo semplice, “un amico”, aduso a passare le rare vacanze al mare di Campomarino, dove possiede una piccola casa per l’estate. Un uomo che a vederlo così pacioso e mai fuori dai margini non dà neppure lontanamente il segno della sua potenza. Perché qui stiamo parlando del Governatore, in sella alla Regione da dieci anni, mica uno. Nessuno prima di lui ha governato così a lungo il Molise, cosa tutt’altro che trascurabile in un contesto che indica la crisi su tutti i fronti che invece di intercettare i consensi somma i mal di pancia, i disagi, la recessione, il malumore della “meglio gioventù” all’affannosa ricerca di un posto di lavoro. I suoi gesti sono sempre cautelosi e tuttavia autoritari, la sua parlata è calma e compita, da farne un uomo che piace, soprattutto perché non fa pesare il distacco dalla base e che si spinge ogni giorno tra la gente. A tutte le ore. Di Michele Iorio si è detto tutto il bene e tutto il male. Come succede

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Il volume nasce dalla caparbietà di Ignazio Annunziata che l’ha realizzato senza sponsor quando c’è da scrivere e da resocontare su chi regge la barra del comando. Da ogni angolo è sbucato un censore che ha cercato di coagulare il dissenso, ora scrivendo un articolo, ora un libro, per rendere pubblica la denuncia. C’è stato chi si è spinto sino in fondo, indicando Iorio come il “monarca” della nostra regione. Questa volta il libro su Iorio è un libro che scivola placido, come l’acqua di un fiume che corre in un territorio pianeggiante. Enzo Di Gaetano che l’ha curato si è caricato del peso di raccogliere materiale fotografico e di rielaborare i suoi appunti, messi da

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parte ogni giorno, a corredo del suo lavoro di cronista politico. Di Gaetano, attraverso il microfono di Telemolise ha avuto modo di ascoltare più volte il Governatore, anche quando Iorio era alle prime esperienze amministrative che lo hanno affascinato almeno quanto, da giovane, gli studi in medicina. Molti molisani ignorano che Michele Iorio prima di essere quello che è, resta un valido chirurgo. Ha lavorato nella sala operatoria dell’ospedale di Isernia, facendosi apprezzare per tempismo e professionalità. In questo libro, presentato a Termoli, sotto le mura del Castello Svevo, da cui si gode il magnifico mare molisano, è tratteggiata la figura di Iorio uomo ancor prima del politico. Del primo, Di Gaetano ci ha fatto conoscere alcuni aspetti inediti, mettendoci sotto gli occhi delle belle e tenere foto di famiglia; in quanto al resto ha dovuto solo fare una scrematura per scegliere le tappe più significative che hanno contraddistinto il percorso politico del capo del centro destra che grazie a un forte carisma è riuscito a vincere due elezioni consecutive, la prima delle


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quali, nel 2001, rappresentò la riscossa del partito di Berlusconi per riprendersi la guida del Paese. E’ un bel libro quello su Michele Iorio, la cui relazione è stata effettuata con le capacità interpretative che gli sono firma, da Adalberto Cufari che, costruendo un ritratto elogiativo, ma non celebrativo, ha reso le sue parole più credibili. Il libro, circa 200 pagine a colori, è il frutto della superba caparbietà di Ignazio Annunziata, che non smette di stupire. E che a un paio di mesi dalle elezioni, rischiando in proprio, ha editato il volume, mettendolo in vendita (19 euro), senza procacciarsi neppure uno sponsor. Credendo evidentemente nel fatto che Iorio abbia più estimatori che denigratori. E quindi potenziali acquirenti del volume che parla di lui e che si avvale di una elegante veste grafica, e di una copertina cartonata di pregio. P.S. Il libro, contrariamente a quanto si pensi, non è stato patrocinato da Iorio. Anzi, senza l’insistenza di Annunziata, il Governatore non avrebbe dato neppure il consenso alla pubblicazione. (ge.ce.) N°1: Il tavolo dei lavori; N°2: Il governatore affiancato dalla moglie e da Angela Crolla; N°3: Raffaele Iorio con Muccilli e Testa; N°4: Il pubblico ai piedi del castello Svevo; N°5: Cufari e Di Gaetano; N°6: Il presidente Picciano; N°7: Iorio con il nipotino; N°8: L’editore Ignazio Annunziata e Santagostino

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di Walter Cherubini

RUBRICHETTA

Molise 2020, cronache dal futuro

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10 gennaio 2020

22 Ottobre 2020

Contribuenti virtuosi

Conflitto d’ interesse

Il Ministro delle Finanze Tremonti sarà presente a Termoli alla manifestazione “Fisco d’oro” che ha lo scopo di individuare e premiare il contribuente termolese più virtuoso. Ad aggiudicarsi il primo premio, una medaglia d’oro di due grammi, nel concorso promosso dal Comune in collaborazione con la sezione locale del Rotary, è stato il titolare del ristorante “Da Giulio” che nell’intero 2019 ha emesso ben 94 ricevute fiscali e 84 fatture per pasti a carico di aziende commerciali.

Il nuovo presidente del Coni regionale, Piero di Cristinzi, ha sollevato presso l’alta corte di giustizia sportiva, il caso del commissariamento della Federazione gioco calcio del Molise, a seguito delle sue dimissioni. Come è noto, l’assemblea molisana delle società calcistiche aveva indicato Anna Favi come successore di Di Cristinzi, ma il ricorso del Presidente del San Leucio aveva determinato l’annullamento dell’atto e la conseguente nomina di un commissario. Motivo, il presunto conflitto d’interesse della Favi, per via di un contratto di collaborazione con il Campobasso. Nel procedimento che si svolgerà a Roma, sarà l’avvocato Franco Mancini a sostenere la tesi dell’eleggibilità della Favi.

7 maggio 2020 Iniziativa culturale a Larino Il nuovo sindaco di Larino, Sabrina De Camillis, in una conferenza stampa ha illustrato il progetto per la ristrutturazione dell’anfiteatro, che oltre al finanziamento del ministero per i beni culturali avrà come sponsor privato la Banca San Paolo di Torino.

29 luglio 2020 Contratto a termine Tonino Bussone, personaggio mitico dell’atletica molisana, ha firmato ieri un contratto di due anni con il Trivento, società per la quale svolgerà il compito di preparatore atletico della squadra primavera.

29 dicembre 2020 Girotondo di direttori nei media Clamorosa indiscrezione su un giro di cambi nel giornalismo molisano. Manuela Petescia, che i rumors della politica indicano come prossima candidata del centro destra alla carica di Governatore nelle elezioni del prossimo anno, con le sue dimissioni aprirà un giro vorticoso di poltrone nelle direzioni dei media molisani. Per Telemolise, si profila una téte a téte tra

Mario Perrino il Collina del Canada

Il dirigente arbitrale del Canada Mario Perrino

Vive in Canada, a Winniberg, nello stato di Manitoba, il nostro concittadino Mario Perrino, partito da Campobasso giovanissimo 44 anni fa. Appassionato di calcio e del mondo arbitrale, Perrino una volta impiantatosi in Nord America, ha continuato la sua attività arbitrale, raggiungendo i massimi livelli nazionali. Una volta lasciato il fischietto Perrino è passato a fare il dirigente, costruendo una rete di arbitri in tutto il Canada. Ora fa parte della commissione per promuovere i migliori arbitri canadesi come internazionali. Daniela Ricci e Enzo di Gaetano. L’altro scenario, più legato ad accordi politici, prevede il ritorno di Pasquale Damiani. In questo caso, Enzo Di Gaetano diventerebbe il direttore editoriale di Teleregione e Primo Piano, mentre Pino

Saluppo andrebbe a Nuovo Molise, forte di un accordo di massima con l’editore. Dovrà tuttavia guardarsi le spalle da Pina Petta la quale, dopo il pensionamento dalla Rai, attende una proposta dirigenziale nel settore.


Zibaldone

di Eugenio Percossi

Addio glamour, Termoli è depressa I

prezzi delle case crollano. C’è la crisi economica ed ecologica. La costa molisana si è trasformata in un paradiso perduto. Destinazione Termoli. E Campomarino. Per un totale di 32 chilometri di costa. Il paradiso perduto è quello molisano. Dopo i sogni di grandezza il paradiso è perduto perché ci sono la crisi economica, ecologica, scolastica. I prezzi delle case crollano, i pensionati lasciano per i prezzi alti e fuggono con le loro rughe, l’industria alimentare langue. Il sogno si sta dissolvendo perché la gente pensa che non convenga investire sul mare, dove la costa è troppo affollata, sfruttata, cara, pazza e troppo piena di immigrati. Si dirà: troppo pessimismo, non siamo poi messi così male. Si, però: spostatevi appena venti chilometri più a nord e

troverete le cose completamente cambiate. In meglio, naturalmente. Vasto gode di buona stampa e di ottima reputazione. “Me ne vado a Vasto”, dichiara l’impiegato regionale, dandosi un tono. E così con i soldi della liquidazione compra il “quartierino” appena dopo aver superato San Salvo, purchè si tratti del comune di Vasto. “Vasto ha un magnifico centro storico”, scandiscono in ufficio nelle varie sedi della Regione. Sicuro. Ma per arrivarci, specie partendo dalla periferia sud, ci vuole anche un’ora. E poi: dove lo mettiamo il problema del parcheggio? Arrivati davanti a Palazzo D’Avalos sembra di stare nel cuore di Napoli, all’ora di punta. Eppure alla gente quel gran casino piace, la eccita, facendola sentire importante. I condomini di Vasto, è vero, sono lus-

La movida di via Ferrari

Bobo

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avolini all’aperto. Casse di birre che si svuotano, accompagnate da rumori e stuzzichini. La notte è piccola per i predatori dell’alba in via Ferrari. E i residenti, che cosa dicono i residenti? Smoccolano, esausti. Hanno raccolto 500 firme e le hanno inviate il Prefetture. Per porre freno al caos delle ore piccole. Durante l’anno il venerdi e il sabato, assicurano i residenti, non c’è modo di dormire. Ma poi il sonno riesce a vincere anche il chiasso smodato dei giovani della Campobasso che non ha voglia di andare a dormire. In estate è storia di tutte le sere, anzi di tutte le notti. Il timbro delle voci è sempre più alto, non si placano neppure i decibel dei locali. L’acustica è assicurata dalla forma della strada, chiusa tra due palizzate di case e, là dove la via slarga, si apre uno magnifico spazio, pure esso racchiuso dalle mura, che racchiude suoni e voci. Arrivano le auto della polizia per cercare di tenere bassi i toni, ma di fronte alla gioia della meglio gioventù campobassana non c’è “gazzella” che tenga. L’estate poi, si sa, è la stagione delle tirate sino a tardi, magari sino all’alba. E che c’è di meglio di vedere l’alba? Sarebbe bene però che qualcuno facesse capire ai ragazzi che l’alba si può godere anche alzandosi alla cinque, non andandosi a dormire.

suosi. Architetti e imprenditori hanno saputo coniugare il nuovo modo di costruire. Ma, per carità, non esageriamo. Perché il centro storico di Termoli è anche più bello di quello di Vasto e poi anche nella nostra principale città di mare non stiamo poi così indietro con le costruzioni. Le quali, ci par di capire, si vendono poco. Per le ragioni che abbiamo appena ricordato. Eppure ci vorrebbe poco per far volgere le cose a favore del Molise, iniziando da una politica commerciale meglio organizzata. Senza dimenticare di dare mano alla ristrutturazione del centro di Termoli ove il vecchio cinema Sant’Antonio è ancora fasciato da un’impalcatura che lo cinge da oltre un anno, alcuni palazzi sono scortecciati e cadenti da far vergogna e nel terzo corso le cose stanno ancora peggio.

Conosco un posticino

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Guglionesi, in alto, da dove si scorge il mare c’è un localino che è tutto un piacere. E’ quello di Bobo e Rita, meglio conosciuto come Ribò, che non ha nulla a che spartire con il nome di un famoso purosangue francese. E’ un voyage culturel molto contemporaneo. I piatti sono raffinati e sempre diversi, in qualsiasi stagione dell’anno. Il menù degustazione è una delizia, tutto a base di mare, con la fantasia di Bobo che si sbizzarrisce come un rapper di ricette. Le sue portate sono il frutto di un gioco di fornelli e di colori. Per gustare il desco del noto ristoratore bisogna prenotare e possibilmente assecondare lo chef che sprigiona pietanze e sapori, secondo il suo antico mestiere di re dei fornelli. Rita, la sua signora, lo asseconda ai tavoli. Un consiglio: meglio non far scivolare il discorso sulla politica: Bobo è di estrema sinistra e lo testimonia anche con la sua divisa; Rita, dal canto suo, rimpiange i tempi di Mussolini. Bella la vita, no. Buon appetito a tutti.

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IL PRIMO - AGOSTO 2011a