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VOCE per la COMUNITA’ anno della fede

il segno della salvezza

N OT I Z I A R I O PA STO R A L E QUARESIMA

2013

UNITA’ PASTORALE “S.ARCANGELO TADINI“ PARROCCHIE DI BOTTICINO 1


RECAPITO DEI SACERDOTI E ISTITUTI Licini don Raffaele, parroco cell. 3283108944 e-mail parrocchia:parrocchiasera@alice.it info@parrocchiebotticino.it fax segreteria: 0302193343 Segreteria tel. 0302692094 Zini don Giovanni tel. 3355379014 Loda don Bruno tel. 0302199768 Pietro Oprandi, diacono tel 0302199881 Scuola don Orione tel. 0302691141 sito web : www.parrocchiebotticino.it Suore Operaie abit. villaggio 0302693689 Suore Operaie Casa Madre tel. 0302691138

BATTESIMI

quaranta giorni La durata della quaresima richiama numerosi eventi dell’Antico Testamento: • i quaranta giorni del diluvio universale • i quaranta giorni passati da Mosè sul monte Sinai • i quaranta giorni che impiegarono gli ebrei per esplorare la terra in cui sarebbero entrati • i quaranta giorni percorsi dal profeta Elia per giungere al monte Oreb • i quaranta giorni di tempo che, nella predicazione di Giona, Dio dà a Ninive prima di distruggerla Anche Nel Nuovo Testamento è possibile trovare simili ana logie, in particolare:

BOTTICINO SERA BOTTICINO MATTINA SAN GALLO Veglia Pasquale 30 marzo sabato 6 e domenica 7 aprile I genitori che intendono chiedere il Battesimo per i figli sono invitati a contattare, per tempo, per accordarsi sulla preparazione e sulla data della celebrazione, il parroco personalmente o tel.3283108944

• i quaranta giorni che Gesù passò digiunando nel deserto • i quaranta giorni in cui Gesù ammaestrò i suoi discepoli tra la resurrezione e l’Ascensione. • Un altro riferimento significativo è rappresentato dai “quaranta anni” trascorsi da Israele nel deserto. Il carattere originario della quaresima fu riposto nella penitenza di tutta la comunità cristiana e dei singoli, protratta per quaranta giorni.

visita il sito web delle parrocchie di Botticino:

www.parrocchiebotticino.it UNITA’ PASTORALE “S.ARCANGELO TADINI” PARROCCHIE DI BOTTICINO

LUNEDI’ CASA RIPOSO ore 17,00 MATTINA PARROCCHIALE ore 18,00 SERA PARROCCHIALE ore 20,00

MARTEDI’

ORARI S.MESSE

MATTINA SAN NICOLA ore 18,00 SAN GALLO PARROCCHIALE ore 17,30 SERA PARROCCHIALE ore 17,30

Festive del sabato e vigilia feste

MERCOLEDI’

SERA VILLAGGIO ore 16,00 MATTINA PARROCCHIALE ore 17,30 SAN GALLO PARROCCHIALE ore 17,30 SERA PARROCCHIALE ore 18,45

MATTINA PARROCCHIALE ore 18,00 SAN GALLO PARROCCHIALE ore 17,30 SERA PARROCCHIALE ore 18,30

GIOVEDI’

Festive domenica e festivita’

SAN GALLO PARROCCHIALE ore 17,30 MATTINA S.NICOLA ore 18,00 SERA PARROCCHIALE ore 20,00

SERA PARROCCHIALE ore 8,00 MATTINA PARROCCHIALE ore 9,30 SAN GALLO PARROCCHIALE ore 10,00 SERA PARROCCHIALE ore 10,45 MATTINA PARROCCHIALE ore 17,30 SERA PARROCCHIALE ore 18,45

VENERDI’

SAN GALLO TRINITA’ ore 17,30 MATTINA PARROCCHIALE ore 18,00 SERA PARROCCHIALE ore 18,30 2


ora, il tempo presente... non basta credere

Il 2012 è stato definitivamente archiviato e ci siamo addentrati nel nuovo anno 2013, che ormai procede a passo regolare e veloce, e noi ci auguriamo che esso scorra nella serenità e nella pace. E lo sarà nella misura in cui riconosciamo la possibilità concreta dell’essere visitati da Dio, ogni volta che davanti alla sua Parola, o ogni volta che riceviamo la visita di Gesù, come Zaccheo,,, Ogni giorno può essere il giorno di un possibile ritorno a Lui. In realtà, tutta la vita è come un lungo giorno, un oggi appunto, che scorre davanti a Dio; un giorno in cui possiamo ascoltare la Parola, accogliere la salvezza ed essere accolti dal Padre. Il tempo che Dio ci dà è sempre un tempo di grazia in cui ci viene annunciato il suo mistero d’amore, come nella notte di Natale: «Vi annuncio una grande gioia: oggi nella città di Davide è nato per voi un Salvatore» (Lc 2,10-11). L’oggi, l’anno 2013, e ora il tempo presente, il tempo della Quaresima è «tempo favorevole», che Dio ci dona per ascoltarlo, convertirci e diventare sempre più realmente capaci di assumere la responsabilità di credenti in Dio. Siamo nell’Anno della Fede. Non esiste fede senza conversione. “Convertitevi e credete al Vangelo!”: questa è la prima parola che Gesù pronuncia in avvio del suo ministero (Mc 1,14 -15). Il cammino della fede è contemporaneamente un cammino di conversione, cioè di orientamento della vita nella direzione che porta a Dio. Questo suppone una profonda purificazione di se stessi, una guarigione interiore, un rinnovamento del pensiero e dei sentimenti. Ci chiediamo: cosa significa credere da cristiani? Non basta credere; bisogna credere in Gesù. Ma non basta neppure credere in Gesù; bisogna entrare nella sua fede fino a farla nostra. Solo allora la nostra fede diventa cristiana. Nel cammino quaresimale, seguendo i Vangeli delle domeniche, siamo invitati a porre l’attenzione principalmente sulla fede di Gesù. All’inizio la sua fede provata (cf Lc 4,1-13, prima domenica di Quaresima), poi la sua fede testimoniata lungo il cammino verso la gloria pasquale, di cui la Trasfigurazione è un anticipo (cf Lc 9,28 b-36, seconda domenica). Con Lc 13,1-9 (terza domenica), Gesù invita i suoi ascoltatori ad una fede sapiente, capace di discernere gli eventi antichi e nuovi della storia. La grandiosa pagina della parabola del padre misericordioso (cf Lc 15,1-3.11-32, quarta domenica), invece, è un invito a credere nel Padre dei cieli, un Padre tenerissimo verso i propri figli. È la fede di chi crede che Dio è più grande del proprio peccato. Chi crede nel Padre ritorna a Lui (conversione) e sperimenta il suo abbraccio benedicente. La quinta domenica di Quaresima ci offre, infine, un celebre brano evangelico, quello della donna adultera (cf Gv 8,1-11). Da questa pagina emerge la fede come forza salvifica, vera caparra della risurrezione futura. Il cristiano ha,verso questi giorni di Quaresima, un atteggiamento diverso da chi non ha fede. Egli li vive attivamente impegnato per il regno di Dio. Non può «lasciarsi vivere», lasciar cioè passare i giorni come se andassero a sfociare nel nulla. Digiuno, penitenza e carità. Ogni giorno di Quaresima è un impegno. Il cristiano non solo legge i segni del tempi, ma vive positivamente i giorni in compagnia degli altri, per intessere relazioni di armonia e perseguire i progetti di giustizia e di pace, per impedire alla violenza di diffondersi e costruire una casa comune per tutti e per dare corpo a quel futuro che ora non vediamo, ma che Dio sta preparando. La Quaresima, con le sue iniziative di solidarietà, è il tempo di Dio che ci offre insospettate capacità per fronteggiare le emergenze affinchè si affermi la fraternità. Insieme a questo, è il tempo per vivere e annunciare la misericordia del Signore, che tutti perdona e accoglie nel suo abbraccio d’amore. Buona Quaresima.

don Raffaele 3


parrocchie in cammino - parrocchie in cammino - parrocchie in cammino - parrocchie in

incontro con tutti gli animatori pastorali delle tre Parrocchie di Botticino approfondimento pastorale riguardante l’Anno della Fede

“usciamo allo scoperto”

Iniziative per l’Anno della Fede

L’Anno della fede è anche un’occasione per promuovere iniziative, nelle parrocchie, per aiutare i fedeli a riscoprire il dono della fede battesimale e la responsabilità della sua testimonianza, nella consapevolezza che la vocazione cristiana «è per sua natura anche vocazione all’apostolato». Anche per le parrocchie di Botticino si stanno pensando delle iniziative proprie. Qui di seguito vengono riportare le riflessioni fatte durante gli incontri settimanali di formazione per tutti gli operatori pastorali, quale fondamento per le iniziative che verranno proposte.

Atteggiamenti missionari

si sta allontanando dai nostri ambienti, dai nostri percorsi, dalle nostre proposte. L’atteggiamento di Gesù con i due discepoli di Emmaus ne indica il percorso. La condizione dei due discepoli, il loro stato d’animo e la loro decisione di andarsene, aiuta a rileggere la scelta di tanti cristiani di oggi che, delusi dalla stessa comunità cristiana, intraprendono altre strade. Gesù anche nei confronti di questi due discepoli, dimostra di non volerli abbandonare e, inserendosi nella loro fuga dal luogo della delusione, ribalta la meta del loro camminare: da Emmaus a Gerusalemme; dalla delusione e dal non senso alla pienezza della vita. Il cambiamento di direzione avviene su una strada e in una locanda, come a dire che i luoghi profani del vivere comune e quotidiano possono, e oggi devono diventare luoghi privilegiati in cui farci incontro alle persone per condividere con loro il dono della fede. Nel forestiero che si accosta ai due discepoli delusi e smarriti si può, quindi, identificare la comunità parrocchiale che, forte della presenza del Risorto, professa e testimonia la fede facendosi compagna nel cammino dell’uomo, illuminando il suo vissuto di cui i due ne sono degni rappresentanti. Quali atteggiamenti le comunità parrocchiali possono fare propri per depositare il piccolo seme della fede nel terreno della vita, nel cuore delle persone a cui sono mandate?

Nell’entusiasmante confronto tra il Vangelo e le culture che si sussegue nei secoli, e nell’appassionata opera di evangelizzazione, la Chiesa ha sempre trovato modalità nuove e adeguate per favorire l’incontro tra il Vangelo e l’uomo di ogni tempo. Anche nel nostro tempo e soprattutto a partire dal grande evento ecclesiale del Concilio Vaticano II, in tutte le parti del mondo sono sorte tante esperienze di annuncio del Vangelo e testimonianza della fede all’uomo contemporaneo. Ognuna di esse, pur con stili e metodi propri, ha come unica finalità il risveglio della fede, il confermarla o il favorire il primo incontro delle persone con il Signore risorto. Esperienze diverse tra di loro nel metodo, ma che in comune hanno lo stesso amore per il Risorto e la passione per la salvezza dell’uomo: Caritas Christi urget nos (2Cor 5,14). Nell’Anno della fede è giusto, allora, interrogarsi su quali possano essere i tratti di una comunità parrocchiale che, professando la fede, sente l’urgenza di testimoniarla per condurre tutti a Cristo. Tra le tante, c’è una icona evangelica da cui si possono trarre alcuni atteggiamenti che le comunità parrocchiali dell’Unità pastorale di Botticno fanno propri per incontrare le persone e condurle all’esperienza del Risorto; è l’icona di Emmaus (Lc 24,13-35). Nell’azione pastorale ci siamo chiesti - più volte e in particolare in questo anno della fede, come animatori pastorali - cosa fare nei confronti di chi 4


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accostare «G

esù in persona si accostò e camminava con loro» (Lc 24,15). «Si accostò»: questo verbo descrive l’atteggiamento della comunità cristiana verso la vita dell’uomo e la riflessione su di essa. L’accostarsi del Risorto fa presente la necessità di prevedere occasioni di incontro con le persone, nelle loro situazioni esistenziali o nel confronto sulle piccole e grandi questioni della vita. Tale incontro si realizza attraverso la presenza della comunità, di singoli fedeli laici e di gruppi (animatori pastorali, associazioni...). La comunità parrocchiale professa e testimonia la fede quando, come il Risorto, si fa prossima a tutte le condizioni di vita. Si può dire che ogni pagina del Vangelo narra di alcuni incontri imprevedibili con Gesù, da parte di uomini e di donne che gli si accostano per ritrovare la serenità, la salute, la fiducia, la vita buona. Importante, pertanto, è il modo con cui guardiamo e come ci poniamo di fronte alle persone e alle loro situazioni e anche a come ci poniamo davanti a chi, pur definendosi cristiano, non vive da cristiano e non ha più alcun rapporto con la comunità, o magari confessa un altro Credo religioso. Se come Gesù impariamo a incontrarli e ascoltarli, ci accorgeremo che in fondo è di Lui che stanno parlando ogni volta che si interrogano sinceramente e sono alla ricerca di un senso compiuto e buono da dare alla loro esistenza.

domandare

«E

d egli disse loro: “Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?” [...] Domandò: “Che cosa?”» (Lc 24,17.19) Si tratta di provocare la domanda che il Vangelo e la testimonianza della fede fanno emergere nel confronto con la vita e i problemi di ogni giorno. In altri termini, ci si propone di risvegliare la passione per la verità, aiutando ad andare al di là della semplice apparenza. I punti di partenza potranno essere diversi: la nascita di un bambino e la meraviglia dell’essere generati; l’età dell’adolescenza e della giovinezza, nella quale la vita deve passare attraverso il vaglio di una crisi e suscitare il tempo della decisione e della fede; l’incontro di un uomo e di una donna, l’inizio della vita di coppia, le difficoltà specifiche per iniziare a vivere insieme; il tempo della maturità il cui tratto essenziale è quello della perseveranza, della costanza e della speranza; le situazioni di sofferenza e di fragilità che pongono profondi interrogativi alla fede. L’importante è aiutare a fare un percorso di lettura e di interpretazione della realtà, alla ricerca di risposte che ne spieghino il senso ultimo. La comunità parrocchiale nella diversità, ma anche nella convergenza dei diversi ministeri e carismi, deve «indirizzare il suo sguardo su alcune esperienze immediate dell’esistenza, che ancor oggi possono diventare soglie di accesso alla fede. Il contatto con molte persone da parte dei credenti raccomanda di essere presenti ai passaggi decisivi dell’esistenza. In essi il mistero della vita ci tocca con la sua mano forte e decisa e pone una domanda alla ricerca di identità di ogni uomo e donna». 5


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ascoltare «G

li risposero: “Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo”» (Lc 24,19). Ascoltare senza censure preventive le risposte che comunemente vengono date alle domande del vivere. La comunicazione deve essere vera e profonda. Tante volte l’ascolto viene considerato una perdita di tempo e si cerca di passare subito alla formulazione delle nostre risposte. È un passaggio brusco che dobbiamo evitare perché impedisce alle persone con cui condividiamo il cammino di mettere in comune ciò che in quella situazione colgono come vero e importante. Ascoltare il cuore dell’altro, percepire il soffio del pensiero dell’altro, scrutare con occhi amorevoli l’esperienza degli altri per orientare a Dio. C’è tanta gente buona e generosa anche tra quelli che non sono impegnati in qualche gruppo parrocchiale, persino in chi non si fregia del nome cristiano. È nella capacità di amare, di farsi compagno di strada, aiuto, sostegno a un fratello che è nel bisogno, che affiora un cristianesimo inconsapevole, ma non per questo senza valore. La capacità di apprezzare il bene che c’è e si manifesta attorno a noi, il saper valutare in modo positivo l’umanità ove essa si realizza nelle pieghe della vita di ogni giorno, ci dispone a un approccio aperto al dialogo, libero da pregiudizi, da processi alle intenzioni che ci fanno sottolineare prima le differenze rispetto a ciò che abbiamo in comune.

«E

d egli disse loro [...] E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui» (Lc 24,25.27). Proporre l’annuncio della verità, di fronte a una libertà che si racconta. Ascoltare, condividere il cammino non significa rinunciare ad annunciare il Vangelo o spegnere la sua carica profetica. Quando c’è la disponibilità a camminare al fianco di qualcuno e ad ascoltarlo con sincerità si creano anche le condizioni per poter dire come stanno veramente le cose, come è avvenuto ai due discepoli di Emrnaus. Il Vangelo è pieno di racconti che partono da un bisogno e da una situazione della vita, personale o familiare, e approdano all’incontro con Gesù. La comunità cristiana non è solo compagna di strada, ma anche testimone della verità e via maestra dell’uomo per farlo approdare alla fede in Cristo Risorto: «Rimani con noi perché si fa sera» (Lc 24,29).

proporre

«E

partire

partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme» (Lc 24,33). È questa la speranza più grande che deve animare la comunità cristiana: intersecare la vita di tanti fratelli e sorelle facendo nascere il forte di desiderio di tornare a Gerusalemme, dove la comunità è riunita perché il Risorto le scaldi il cuore con la sua Parola e le doni se stesso come Pane che da sapore e nutre la vita per sempre. Da Gerusalemme la comunità cristiana parte sempre, non più delusa, perché l’esperienza dell’aver visto e incontrato il Signore non può essere tenuta semplicemente per noi. «Possa il mondo del nostro tempo, che cerca ora nell’angoscia, ora nella speranza, ricevere la Buona Novella non da evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti e ansiosi, ma da ministri del Vangelo, la cui vita irradi fervore, che abbiano per primi ricevuto in loro la gioia del Cristo, e accettino di mettere in gioco la propria vita affinchè il Regno sia annunziato e la Chiesa sia impiantata nel cuore del mondo» (EN 80). 6


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il pellegrinaggio nell’Anno della Fede “La Chiesa cattolica è invitata a vivere l’Anno della Fede... Papa Benedetto XVI parla anche della Fede come un cammino d’amicizia con il Signore. Il termione “cammino” evoca subito la nostra realtà di pellegrini. Da qui il senso più vero del vivere momenti straordinari di pellegrinaggio per rinnovare o riscoprire il nostro camminare con il Cristo Signore.” ( da “In ‘cammino’ nell’Anno della Fede”, vescovo Luciano Monari )

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ell’Anno della fede occorre incoraggiare i pellegrinaggi dei fedeli alla Sede di Pietro, per professarvi la fede in Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, unendosi con colui che oggi è chiamato a confermare nella fede i suoi fratelli (cfr. Lc. 22,32). Sarà importante favorire anche i pellegrinaggi in Terra Santa, luogo che per primo ha visto la presenza di Gesù, il Salvatore, e di Maria, sua madre»

Pellegrinaggio in Terra Santa

II pellegrinaggio in Terra Santa, (luogo che per primo ha visto la presenza di Gesù, il Salvatore, e di Maria, sua madre) è un tornare alle origini, alle radici della fede e della Chiesa: è un celebrare la nostra fede nel Dio della storia che, dopo esservi entrato, non l’abbandona più e attraverso la sua Chiesa vuol raggiungere l’uomo di ogni epoca e luogo. La Terra Santa offre l’incontro affascinante con la Terra di Gesù nella quale il granello di senape ha messo le prime radici, estendendosi come albero frondoso, che ormai ricopre con la sua ombra tutto il mondo (cfr. Mt 13,31-32). È in questo angolo di terra che Gesù Cristo entra in scena nella storia come «la Via, la Verità e la Vita» (Gv 14,6) e fin dall’inizio si inserisce nel cammino dell’umanità e del suo popolo, per mettersi sulle strade dell’uomo. In quella piccola parte del mondo si realizzano tutte le promesse di Dio che trovano il loro compimento nell’incarnazione e risurrezione di Gesù. In quella terra inizia un cammino, un pellegrinaggio, sulle cui orme deve porsi ogni discepolo: «Se uno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24). E sempre lì, la comunità cristiana, animata dallo Spirito della Pentecoste, esce per le strade del mondo, immergendosi nelle va-

rie nazioni della terra, procedendo da Gerusalemme fino a Roma, attraverso le strade dell’impero percorse dagli apostoli e dagli annunziatori del Vangelo. In questa terra il kerygma prende forma e sgorga, come acqua zampillante dalla fonte, per raggiungere ogni creatura e vivificarla. Il pellegrinaggio in Terra Santa, nell’Anno della fede, potrebbe aprire o chiudere l’anno pastorale delle parrocchie ed essere vissuto dalle comunità parrocchiali come occasione di rinnovo o di verifica del proprio stile pastorale assumendo il metodo di Gesù che percorreva quella terra sanando e beneficando tutti (cfr. Mt 5,42), e la forza della testimonianza della fede propria della comunità apostolica (At 4,32-35). Il pellegrinaggio in Terrasanta è un momento unico nella vita di chi ha la grazia di compierlo. Si frequentano i luoghi più alti della nostra fede, si cammina sui passi di Gesù, si respira il profumo della presenza di Dio e del suo mistero. Può diventare l’occasione per un nuovo incontro profondo con Gesù, che mette in movimento nuove energie. II ricordo di Gesù, di ciò che ha detto e fatto, ha trasformato la Terrasanta in un enorme santuario. Da Nazareth a Betlemme, dal lago di Tiberiade a Gerico, fino a Gerusalemme, tutti questi luoghi sono stati fissati a perenne memoria, con il desiderio profondo di salvare e perpetuare il passaggio del Dio-con-noi. La passione, morte e risurrezione di Gesù è l’evento principale che attira ancora oggi molta gente da tutte le parti del mondo. Che Dio parli poi in questa terra in modo speciale, lo si vede anche dai molteplici modi di pregarlo e di rivolgersi a lui, anche da parte di ebrei e musulmani, che sentono il bisogno di cercarlo, venerarlo, pregarlo Nel pellegrinaggio in Terrasanta, si percepisce forte non solo il ricordo del Gesù storico e della sua missione, ma anche l’invito urgente di raccontarlo di nuovo oggi, sulle strade del mondo. “Il nostro essere pellegrini, nell’ascolto della Parola, ci aiuti a riconoscere la gioiosa presenza del Cristo che cammina con noi”. A tutti buon pellegrinaggio”.( da “In ‘cammino’ nell’Anno della Fede”, vescovo Luciano Monari )

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parrocchie e diocesi in cammino - parrocchie e diocesi in cammino - parrocchie e dioc

Il Vescovo scrive ai sacerdoti della diocesi sul nuovo cammino di catechesi per i bambini (ICFR) superando ogni contrarietà.

Botticino 19 gennaio 2013 - Cresime ICFR

La differenza tra il cammino catechistico tradizionaBrescia, 3 gennaio 2013 le e un cammino catecumenale è profonda, II cammino Ai Revv. Sacerdoti catechistico intende trasmettere al meglio i contenuti della della Diocesi di Brescia fede cristiana secondo l'età e la capacità di comprensione delle persone; al termine di un cammino di catechesi, se il Oggetto: Chiarimenti circa cammino è stato fatto bene, si raggiunge il livello di conoalcuni aspetti dell’ICFR scenza previsto ("che cosa sai della fede cristiana?"). Un cammino catecumenale consiste in un insieme di incontri, Fratelli carissimi, celebrazioni ed esperienze dì servizio e di carità allo scopo alla luce del confronto con alcuni sacerdoti, mi pare opdi introdurre a un'esperienza globale della vita cristiana, in portuno offrire dei chiarimenti circa alcuni aspetti relativi modo da fare comprendere non solo intellettualmente al cammino di iniziazione cristiana dei fanciulli e dei rama in modo vitale che cosa significhi essere cristiano e, gazzi. in concreto, appartenere a una comunità cristiana. L'ICFR è una «scelta esemplare», «perché ha impostaProprio per questo un cammino catecumenale è scandito to il cammino di iniziazione dei ragazzi facendo perno in tappe, ciascuna delle quali ha un obiettivo particolare: sull'impegno responsabile dei genitori», da cui passa in non solo di conoscenza, ma di vita. Al termine del cammodo decisivo la trasmissione della fede alle nuove genemino si ha una decisione di fede ("vuoi essere cristiarazioni (Lettera pastorale "Tutti stano una cosa sola", n. no?"). I sacramenti rispondono a questa decisione dì fede, 32). Si tratta quindi anzitutto di una scelta di evangelizsebbene per un ragazzo non possa ancora essere considerazazione degli adulti, in un contesto culturale in cui la fede ta una decisione ultima e definitiva. cristiana non può essere presupposta e appare sempre più Per quanto ho detto, un cammino di tipo catecumenale marginale rispetto alla vita. suppone la presenza significativa della comunità cristiaAll'interno di questa prospettiva di fondo, è da comna; si tratta, infatti, di inserire una persona all'interno della prendere anche un'altra scelta fondamentale: il passaggio, comunità in modo che viva i valori operanti nella comucioè, da una catechesi di preparazione ai sacramenti per i nità stessa, stabilisca dei rapporti con altri credenti, possa ragazzi a un itinerario di tipo catecumenale. Deve essere incontrare figure esemplari. Senza una comunità viva e chiaro che tale scelta non è un capriccio della Chiesa consapevole dì sé, ogni iniziazione si mostrerà debole. bresciana, ma risponde alle determinazioni del RICA e del Ed è questa la nostra difficoltà maggiore. Le comunità Direttorio Generale per la Catechesi (quindi della Chiesa cristiane hanno un debole senso di appartenenza e quindi universale), oltre che alle sollecitazioni dei vescovi italiani fanno fatica a far sentire a un ragazzo che cosa significhi (in particolare, quelle contenute nella nota pastorale Il volentrare a pieno titolo nella comunità stessa. Spesso siamo to missionario delle parrocchie in un mondo che cambia individualisti anche nel modo di pensare e di vìvere la fede. del 2004 [cfr. n. 7) e negli Orientamenti per l'iniziazione Naturalmente, di per sé, il catecumenato è pensato per cristiana dei fanciulli e dei ragazzi del 1999). chi non è battezzato e desidera esserlo. I nostri ragazzi Quando, perciò, mons. Sanguineti ha promulgato l'ICFR sono già battezzati; per questo si parla di itinerario "di tipo lo ha fatto in piena sintonia col resto della Chiesa italiana, catecumenale." Vuol dire un itinerario che assume dal vero cercando di rispondere a esigenze che più volte sono state e proprio catecumenato gli obiettivi e l'articolazione del richiamate nelle assemblee dei vescovi. Di fatto, espericammino, ma che viene proposto a ragazzi che hanno già menti diversi sono stati impostati da molte diocesi in Italia; ricevuto il battesimo e sono quindi a pieno titolo 'cristiaall'interno dì questo decennio dedicato all'educazione, i veni’. Viene ripetuta spesso, in questi anni, l’espressione di scovi italiani hanno in programma una verifica delle prassi Tertulliano: “Cristiani non si nasce, ma si diventa”; e viene diverse esistenti in Italia e, a questo fine, l'Ufficio Cateripetuta perché la società in cui viviamo la rende di nuovo chistico Nazionale sta raccogliendo la documentazione per attuale. Il contesto sociale e culturale in cui viviamo non una riflessione completa sul tema. da per scontato che uno debba essere cristiano e nemmeno 8


cesi in cammino - parrocchie e diocesi in cammino - parrocchie e diocesi in cammino che debba essere credente. È un cambiamento profondo, rispondere alle durissime sfide di una società ricca e ‘liquiuna vera e propria rivoluzione culturale rispetto a quando da’ come quella in cui viviamo. Per ora dobbiamo acconero ragazzo io. Non possiamo pensare che si possa andare tentarci dì fare qualche passo nella dirczione giusta. E su avanti ripetendo la logica catechistica di qualche decen- questo non ho dubbi: l’ICFR va nella dirczione giusta. nio fa. Non è possibile perché i ragazzi non fanno più le All’interno dell’orientamento catecumenale, è stata fatesperienze che facevamo noi, anche solo qualche anno fa; ta una scelta ben precisa anche in merito ai sacramenti non hanno più un contesto sociale che li accompagni e li della cresima e della prima comunione. La cresima ha orienti. ritrovato la sua collocazione e la sua funzione tradizionaCerto, non possiamo nemmeno illuderci che la semplice le, in quanto sacramento che conferma e rafforza la grazia adozione di questo modello di iniziazione cristiana porti battesimale e introduce alla partecipazione al banchetto in pochi anni a un profondo cambiamento di mentalità e eucaristico, culmine dell’iniziazione e sacramento deldì pratica religiosa. Sarebbe davvero un miracolo! Abbia- la maturità cristiana. In merito alla celebrazione unitaria mo un venti per cento degli adulti (educati con la vecchia dei sacramenti, è stata evidenziata una difficoltà, dovuta scuola dì catechismo) che partecipano regolarmente all’eu- al fatto che a conferire la cresima c’è il vescovo (o un suo caristia domenicale; possiamo immaginare che i figli del delegato) e che la figura del vescovo sembra dare maggiorestante ottanta per cento verranno a Messa contro tutte le re importanza alla cresima che alla prima comunione. Per abitudini familiari, sfidando il modo familiare di organiz- questo alcune parrocchie hanno accettato la proposta di zare la domenica, distinguendosi dal gruppo dominante celebrare il sabato sera la cresima (col vescovo o con un degli amici? suo delegato) e la domenica mattina la prima comunioFino a poco tempo fa, le donne frequentavano in massa ne (col parroco); in questo modo i due sacramenti sono la chiesa; adesso le giovani fanno fatica a riconoscersi nel- celebrati lo stesso giorno (liturgico) e sì capisce bene la fede e quindi fanno fatica a portare avanti una pratica che il traguardo è l’eucaristia. Anche su questo punto, religiosa regolare. Possiamo pensare che se le mamme non non dico che la soluzione sia perfetta, ma al momento vengono a Messa potranno venire i bambini? Ci vorrebbe non ne intravedo di migliori. un’esperienza dì Dio personale e profonda, di tipo mistico Per questo non mi sento di permettere cammini diversi. che non appartiene a molti. Né io né gli altri vescovi ci So bene che vi sono parroci che non ‘obbediscono’. E non illudiamo di poter raggiungere questo traguardo. Deside- ho intenzione di scomunicare o di punire nessuno. Bisogna riamo però che l’accesso all’eucaristia sia preparato con però che sia chiaro che la scelta della diocesi di Brescia atun cammino serio, che porti i ragazzi a rendersi conto che torno al vescovo è quella dell’ICFR (cosi come è delineata essere cristiani chiede una loro scelta, un coinvolgimento dal ‘documento’ del 2003), e che chi fa diversamente lo personale. Poi molti abbandoneranno la pratica religiosa fa disobbedendo e quindi assumendosi la responsabilità di regolare. Mi dispiace molto, soprattutto per loro, perché disobbedire con gli effetti che questo fatto inevitabilmente questo fatto li renderà più poveri e indifesi di fronte a molte produce. sfide della vita; ma non abbiamo gli strumenti e la possi- Spero di essere stato sufficientemente chiaro, pur rimabilità per impedirlo. E d’altra parte il Signore vuole che nendo naturalmente disposto a continuare la riflessione e chi crede in lui lo faccia nella libertà, non sotto pressione il dialogo. Dio vi benedica e benedica le vostre comunità sociale. Va anche detto che una fase di dubbio e distacco cristiane; vi doni di vivere con gioia la fede e l’impegno nel dalla pratica religiosa nel periodo dell’adolescenza non va testimoniarla. Con affetto, nel Signore. vista necessariamente come un fallimento totale della formazione catechistica precedente; rappresenta talvolta un momento fisiologico, a cui segue, in età più matura, una riappropriazione della fede ricevuta durante l’infanzia. E questo potrà avvenire con maggiore probabilità se esiste uno sforzo rea- Botticino 19 gennaio 2013 - Cresime ICFR le nel curare la qualità del cammino d’iniziazione: perché la proposta di fede appaia credibile e desiderabile, entro prospettive di senso capaci dì intercettare il vissuto, in una logica di libertà e gratuità, in un ambiente che vive ciò che proclama. Non credo che l’ICFR sia ‘perfetto’. Sarebbe strano che dovendo rispondere a un problema nuovo e complesso si fosse riusciti a trovare subito la soluzione definitiva. Ci vorranno decenni perché impariamo a 9


LE CRESIME sabato 19 gennaio 2013 Basilica/Santuario S.Arcangelo Tadini Botticino Sera

Antonelli Andrea Apostoli Cristian Apostoli Pietro Arici Giulia Arici Greta Arici Stefania Benuzzi Sabina Bertuzzi Alice Biviera Maria Teresa Biviera Valentina Bonelli Alessio Bonzi Vanessa Botta Andrea Bresciani Beatrice Buccelli Paola Busi Alessandro Busi Alessia Busi Giada Santa Casali Beatrice Casali Luca

Cavazzana Cazzaniga Civettini Cremonesi Filippini Filippini Filippini Forti Franchini Franchini Frigerio Gaffurini Galizioli Gardoni Giossi Gorni Guzzoni Kombi Lazzarini

Isabella Alice Denise Lorenzo Elena Elisa Mattia Luca Andrea Filippo Cristian Valerio Sara Chiara Alessia Alice Paolo Aurora Francesco 10

Lonati Maccarinelli Massaro Miamadin Mongelli Morandini Noventa Noventa Oprandi Oprandi Parenza Pasetti Pasolini Pedretti Peli Persico Persico Perugini Piazza

Laura Michela Luana William Federico Sara Enrico Giacomo Mattia Simone Ermanno Erik Pietro Edoardo Sara Emanuele Letizia Guido Leonardo


LE PRIME COMUNIONI domenica 20 gennaio 2013 nelle tre chiese parrocchiali di Botticino

Prati Quecchia Quecchia Quecchia Querenghi Ragnoli Scarpari Scarpari Scopo Scotuzzi Soldi Soldi Sorsoli

Roberta Alessio Gianluca Sofia Pietro Angela Mattia Nicole Emanuele Martina Emma Francesco Alessio

Stefana Emma Tagliani Michele Temponi Elena Temponi Ilaria Temponi Veronica 11

Tognazzi Violini Vitti Zaffarano Zani

Silvia Stefano Lucrezia Silvia Nicolo’


NELLA CHIESA

Vicinanze e lontananze

Vicinanza e libertà

Libertà, rispetto, dialogo: queste le linee guida dell’agire dei cristiani.

conseguenze (Sollicitudo rei socialis, 37). La vicinanza si incarna quando ci liberiamo, Essere vicino a tutti. L'intera comunità cattolica sempre più, di queste schiavitù. Del resto nessun italiana è poco vicina a tutti. profeta è stato schiavo di potere e/o denaro, se lo Non è il caso di quantificare - ammesso che fosse stato non avrebbe mai potuto essere riconosia possibile - quanti pastori e laici cattolici italiani sciuto come profeta. sono vicini alle donne e agli uomini di questo tempo e quanti no. Libertà e obbedienza È importante, invece, porci il problema in termini di approfondimento e dialogo: la vicinanza o lontaÈ importante riflettere anche sul fatto che la linanza. Perché spesso non siamo vicini? bertà di cui parliamo deriva da un atto di consegna, Tutti i profeti di ogni tempo lo furono: riuscirono di obbedienza: al Cristo e solo a Lui. «Cristo ci ha (e riescono) a farsi carico delle gioie e delle spe- liberati - ammonisce l’Apostolo Paolo - perché reranze, delle tristezze e delle angosce degli uomini stassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che imporre di nuovo il giogo della schiavitù» (Gal 5, 1). soffrono, perché esse siano sempre più le gioie e Non è un elemento facile da spiegare: sono libero le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli nella misura in cui divento schiavo di Cristo. Ma la di Cristo (cf. Gaudium et Spes, 1). vita quotidiana ci da mille conferme dell’autenticità Quale fu, e qual è ancora oggi il segreto di que- di questa scelta. sta meravigliosa e tanto apprezzata vicinanza? Sono liberi i cristiani conservatori rispetto ai poIl tutto parte dalla libertà personale. Gli autentici tentati economici che alcune volte finanziano inicristiani e profeti sono donne e uomini profonda- ziative cattoliche? mente liberi. E sono schiavitù, nella vita personale Sono liberi quei politici che si ritrovano in schiecome nella Chiesa e nel mondo, tutte le dipenden- ramenti dove il peso economico e le vicende perze e asservimenti a potere e/o denaro. sonali dei leader hanno una forte influenza? Scriveva Giovanni Paolo II che la brama esclu«Conosco il partito clericale. - scrive la pensiva del profitto e la sete del potere sono azioni e na sferzante di Bernanos - So quanto sia privo di atteggiamenti opposti alla volontà di Dio e al bene coraggio e di onore. Non l’ho mai confuso con la del prossimo. A ciascuno di questi atteggiamenti si Chiesa di Dio. La Chiesa ha la custodia del povero, può aggiun- ed il partito clericale è sempre stato soltanto il sorgere, per nione intermediario del cattivo ricco, l’agente più o c a r a t t e r i z - meno inconsapevole, ma indispensabile, di tutte le zarli meglio, simonie». l’espressione: “a qualIl rispetto siasi prezzo”. In altre II cattolicesimo non è più né religione di Stato, parole, sia- né religione della maggioranza degli italiani. È una mo di fronte realtà difficile da accettare. Allora più che rimpiana l l ’ a s s o l u - gere i tempi passati ci dovremmo interrogare sulle t i z z a z i o n e responsabilità personali ed ecclesiali che hanno di atteggia- portato alla scristianizzazione, sulle colpe e sulle menti uma- mancate testimonianze della comunità cristiana. ni con tutte Il Papa lo ha fatto solennemente il 12 marzo le possibili 2000. Non è tempo di nuove crociate. È tempo di 12


imparare ad essere minoranza in un mondo secolarizzato, contradditorio, che presenta segni positivi e negativi, ed anche ambigui. È tempo di rispettare e accogliere, come dice il Concilio, «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono» perché «sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» Certo in politica si devono prendere delle decisioni e queste possono essere immorali, secondo la fede cristiana, ma ciò non toglie il rispetto di chi la pensa diversamente in merito a questioni scottanti dal punto di vista morale, psicologico e sociale. Va anche detto che, nel momento in cui le scelte politiche sono contrarie a quanto ispirato dalla fede, il fedele impegnato è chiamato alla coerenza e ad esprimere la sua obiezione di coscienza. Tuttavia nulla di tutto ciò autorizza a nuove crociate e ad ergere steccati, che non giovano né alla comunità cristiana, né ai singoli fedeli, né alle istituzioni politiche e, quindi, al bene dell’intera collettività.

Il dialogo Non finiremo mai di gustare la ricchezza umana e teologica dell’enciclica di Paolo VI, l’Ecclesiam suam, manifesto programmatico di quanto il nuovo pontefice si aspettava dal Concilio in corso, insegnamento sublime per comunità e singoli credenti che, nel lavoro e nell’impegno sociale politico, entrano in contatto con uomini e donne di

altre culture e religioni. Non è la rivendicazione o l’affermazione, a qualsiasi costo, delle nostre idee il fine dell’operato dei cattolici in politica; ma uno stile improntato all’ascolto del mondo, alla stima, alla simpatia e bontà, al rispetto della dignità e libertà altrui e orientato all’esclusione di ogni condanna aprioristica, polemica, offensiva ed abituale, di ogni vanità d’inutile conversazione.

La scaltrezza «I figli di questo mondo - dice Gesù - verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce» (Lc 16, 8). Il perenne clima elettorale spesso falsa i rapporti politici. Un profondo dubbio sorge quando si incontrano neo-devoti che si lanciano in difesa di valori cristiani, pur provenendo da culture e frequentazioni partitiche che hanno ben poco da spartire con il Vangelo. Senza nulla togliere alle conversioni personali - insindacabili, segrete e sacrosante - è opportuno, forse, esercitare un po’ più di scaltrezza. Certe dichiarazioni sono accoglienza libera e disinteressata della fede cristiana e dell’operato ecclesiale oppure forme raffinate di “attirarsi la simpatia” in vista di appuntamenti elettorali? Sono un seguire la Verità evangelica o un servirsi di questa per fare l’occhiolino a qualcuno e/o a qualche comunità cristiana? Libertà, rispetto, dialogo e scaltrezza possono aiutare singoli e comunità a non irretirsi con le verità che fanno l’occhiolino e a seguire la Verità che libera e rende nuovi e forti. Anche in politica. 13


NELLA CHIESA

Disagi ecclesiali

L

tanto meno, ricerca di privilegi e concessioni da parte dei potenti di turno. C’è, invece, il desiderio puro e semplice di servire Dio nel mondo, specie tra gli ultimi, dopo averlo scoperto e gustato nel segreto della propria interiorità. “La Parola di Dio non la si porta in capo al mondo in una valigetta: la si porta in sé, la si porta su di sé”, scriveva Madeleine. Forse ci sono molte valigette e molti commessi. Forse la mentalità dell’impresa si sta radicando nelle nostre comunità tanto che potenti, atei devoti e denaro sono troppo di casa, mentre languono formazione permanente e informazione seria sui temi scottanti, specie su povertà, pace e giustizia per il Regno. Forse abbiamo una Chiesa tanto mondanizzata quanto il mondo che critica, mettendo Dio “alla pari della moda del giorno”. Forse abbiamo diversi soprattutto le prassi di pace e di giustizia, i percorsi in cui si ascolta “il grido che sale dal mondo” e ci si impegna perché “si levi una risposta a quel grido, la risposta di cuori che riescano a svellersi dalle proprie abitudini tranquille”. È un terreno di prova quel “grido”: pone in gioco la fedeltà al Vangelo. E, per recuperarla, credo sinceramente non ci sia altra strada se non quella dell’amore che si fa tenerezza per gli ultimi (Lc. 10) o, come direbbe la Delbrel, di una forte interiorità e di una grande passione nel “ritrovare i petti e le bocche da cui proviene quel grido”. Il disagio e la percezione dello stile e dei contenuti ecclesiali odierni sono molto veicolati dalla figura del prete. Su di essa c’è ancora tanta attenzione e interesse. Parlerei di vere e proprie Madeleine Delbrel aspettative: credenti e non credenti si aspettano Rileggo in questi giorni le pagine di una cre- dai preti qualcosa e spesso non lo ottengono. dente francese, Madeleine Delbrel, che ha testi- Aspettative tradite che andrebbero studiate, ovmoniato la sua fede di convertita in un’epoca dif- viamente, in due direzioni: quello che chiediamo ficile, quale il dopoguerra nelle periferie francesi. ai pastori, appartiene al loro specifico? Se sì, perNon ci sono nei suoi testi né nostalgia di epoche ché spesso non ci è dato? trionfanti per la Chiesa, né voglia di crociata, né,

a celebrazione del 50° del Vaticano II è accompagnata da un sentito disagio presente nella Chiesa cattolica italiana. La discussione, per quanto riservata o negata possa essere, è sul modello di Chiesa nel mondo odierno; sull’essere testimoni del Risorto e del suo Vangelo di giustizia e di pace in Italia, sulla credibilità di pastori e laici nel loro rapporto con i diversi poteri. Si discute di questo? Molto poco. Spesso si ha l’impressione che la discussione sia chiusa da un pezzo perché mancano volontà, luoghi e tempi per farlo; come dire: o si accetta un modello di Chiesa, oppure si resta ai margini o si rischia di essere etichettati squallidamente. Il modello che va per la maggiore, almeno in certi interventi e scritti ecclesiali, è ben preciso, con pochi dubbi e molte certezze: una Chiesa più incline ad affermarsi che a proporsi, in ricerca pressante di privilegi statali, pronta a censurare ogni dibattito interno ed esterno più che a dialogare. Diversi sono già lontani dalla pratica ecclesiale perché fortemente delusi da questa prassi di quantità e non di qualità. Altri sono rimasti con tanto disagio e una domanda pressante: che fare? Chi continua ostinatamente ad approfondire la portata rivoluzionaria del Vaticano II, senza aderire a facili revisionismi o estremismi, che deve fare? Francamente non ho una risposta. La storia bimillenaria della Chiesa insegna che queste divisioni l’hanno sempre accompagnata e che, spesso, luce e forza sono giunte non da rinnovamenti imposti dai vertici, ma dal sentire comune dei fedeli, fatto di intuito elementare e profondo, umano e cristiano. Si pensi a Francesco d’Assisi.

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Come restare dentro una Chiesa che mostra segnali di incoerenza rispetto al Vangelo? Ci rispondono, con l’eloquenza della loro vita, Madeleine Delbrel e don Primo Mazzolari

Don Primo Mazzolari Credo che la riflessione sul pastore oggi, in sintonia con il Vaticano II, vada ricondotta al binomio “uomo della Parola e dei sacramenti”. Binomio classico, ma spesso trascurato. Il prete non è un laico con una marcia in più (quella del potere nella comunità), né un monaco con una marcia in meno (quella della vita contemplativa). È un uomo della comunità e per la comunità, alla quale deve offrire il servizio della Parola e dei sacramenti, prima di tutto e soprattutto. Da questo punto di vista non interessa molto dove si è preti (diocesi, ordini religiosi, parrocchie, organizzazioni ecclesiali, mondo del lavoro, della cultura, della politica e così via), ma quanto si è preti, in una totale, competente e sincera dedizione agli altri, cercando di portarli a Cristo, con “dolcezza e rispetto” (1 Pt 3), con scienza e prudenza. Mazzolari, con il linguaggio dell’epoca, affermava: “Siamo in funzione per le anime! Se qualcuno pensa il contrario, non ha vero spirito”. Personalmente credo ci sia troppa retorica sul termine “pastore”, che forse nasconde il nostro essere poco per la gente e con la gente: “A volte - scriveva ancora don Primo - tra le mani del sacerdote e il popolo c’è troppo distacco perché, prima di salire all’altare, egli non è disceso a comprendere la sua gente”. Lasciamo i titoli di pastore e maestro e quant’altro al Cristo (Mt 23), che è l’unico pastore e maestro. Accontentiamoci di faticare con il nostro popolo, non sentendoci diversi da coloro che guidiamo, ma solo con la grande responsabilità di portarli al Cristo e non a noi stessi. E chiediamo anche ai laici delle nostre comunità, come anche a chi non crede, ma ci rispetta e fa riferimento a noi, di aiutarci ad essere preti autentici.

Scriveva don Primo per l’ordinazione di un nuovo prete: “Dunque questo sacerdote che sale la prima volta l’altare, è vostro: ha le vostre stesse infermità più qualche cosa che non è neanche suo e che non vi può far paura poiché la sua autorità è segnata da un atto di rinuncia. Vi assicuro che non ve lo troverete vicino a contrastarvi un palmo di terra, un po’ di soldi, ma breve gioia... Prima di salire quell’altare di pietra per offrirvi il Cristo e per ripetervi il suo Vangelo e per perdonarvi in nome di Lui, egli s’è dovuto offrire interamente per amor vostro, come Cristo. Come Cristo! Tremendo confronto che è la sua gloria o la sua infamia, il suo conforto o il suo tormento, la sua salvezza o la sua condanna. Il sacerdote è già giudicato in questa parola: come Cristo. Cristo è verità ed egli deve essere verità: Cristo è giustizia e misericordia ed egli deve essere giustizia e misericordia per tutti”. 15


NELLA CHIESA

Tra dialogo e pace

D

iventa sempre più frequente nelle nostre comunità cristiane - grazie a Dio - una particolare attenzione al tema della pace e, relativamente, ai vari conflitti esistenti nel mondo. Tuttavia molti credenti, pur invocando spesso la pace e promuovendo dialoghi a molti livelli, sembrano non raggiungere quanto promettono. Ci chiediamo: non dipenderà forse da un abuso del termine dialogo e dalla perdita di pregnanza di significato? Non finiremo mai di gustare la ricchezza umana e teologica dell’enciclica di Paolo VI, Ecclesiam suam, enciclica sul dialogo, manifesto programmatico di quanto il nuovo pontefice si aspettava dal Concilio in corso, insegnamento sublime per comunità e singoli credenti che, nel lavoro e nell’impegno nel mondo, entrano in contatto con uomini e donne di altre culture e religioni. Secondo papa Montini, il dialogo non è la rivendicazione o l’affermazione, a qualsiasi costo, delle nostre idee; ma è ascolto del mondo, stima, simpatia e bontà, rispetto della dignità e libertà altrui. Il dialogo evita ogni condanna aprioristica, polemica, offensiva ed abituale, ogni vanità d’inutile conversazione (Paolo VI, Ecclesiam suam, 1964, parte III). Il dialogo, via privilegiata Alla luce della fede cristiana, possiamo ben affermare che molte occasioni di dialogo tra i popoli e nei popoli in stato di conflitto falliscono perché la volontà di dialogare non è autentica e presenta molte riserve mentali e preclusioni, se non proprio cattive intenzioni. Non è il vero dialogo che non porta frutti, ma il falso dialogo che non

risolve i conflitti. Ancora Paolo VI esprime la convinzione che il coltivare e perfezionare il dialogo “possa giovare alla causa della pace fra gli uomini; come metodo, che cerca di regolare i rapporti umani nella nobile luce del linguaggio ragionevole e sincero; e come contributo, di esperienza e di sapienza, che può in tutti ravvivare la considerazione dei valori supremi. L’apertura d’un dialogo, come vuol essere il nostro, disinteressato, obbiettivo, leale, decide per se stessa in favore d’una pace libera ed onesta; esclude infingimenti, rivalità, inganni e tradimenti; non può non denunciare, come delitto e come rovina, la guerra di aggressione, di conquista o di predominio; e non può non estendersi dalle relazioni al vertice delle nazioni a quelle del corpo delle nazioni stesse e alle basi sia sociali, che familiari e individuali, per diffondere in ogni istituzione ed in ogni spirito il senso, il gusto, il dovere della pace”. Invocare il dialogo e presentarlo come via privilegiata per la pace non esime dall’indicare i soggetti, a cui spetta, non in maniera esclusiva, il compito di dialogare per la pace. In particolare coloro che hanno la responsabilità della comunità politica. Il Vaticano II dopo aver ricordato che “la comunità politica esiste proprio in funzione del bene comune”, fa riferimento alla pace “che non si può ottenere sulla terra se non è tutelato il bene delle persone e se gli uomini non possono scambiarsi con fiducia e liberamente le ricchezze del loro animo e del loro ingegno. La ferma volontà di rispettare gli altri uomini e gli altri popoli e la loro dignità, e l’assidua pratica della fratellanza umana sono assolutamente necessarie per la costruzione della pace. In tal modo la pace è frutto anche dell’amore, il quale va oltre quanto può apportare la semplice giustizia” (Gaudium et Spes, nn. 74-78). Né vincitori né vinti La politica, infatti, è finalizzata a promuovere il bene comune e in quest’ambito mira a mediare e a risolvere i conflitti, non perché si abbia da una parte un vincitore e dall’altra un vinto, ma perché si cerchi un accordo che garantisca, in maniera armonica, il bene di ognuno e quello comune; al contrario la guerra è finalizzata ad avere un vincitore e un 16


La pace: termine complesso e impegnativo. È preparata dal dialogo. Si fonda sulla giustizia e sull’amore.

vinto, cioè a negare il bene a qualcuno e a darlo ad altri. Sappiamo bene che nella tradizione cristiana la pace è frutto di una ordinata armonia, distribuzione di risorse e soddisfazione dei bisogni fondamentali (Gaudium et Spes, n. 26). Nella misura in cui i responsabili delle nazioni operano per attuare un modello di ordine e di giustizia, superano la ricerca della pace come semplice assenza della guerra o come unico impegno a rendere stabile l’equilibrio delle forze avverse e ponendosi come promotrici di giustizia, aspirano a quella pace che è “opera della giustizia” (Isaia 32, 17). L’ha ben sintetizzato Paolo VI: «Lo sviluppo è il nuovo nome della pace» (Paolo VI, Populorum Progressio 1967, n. 76), legge pratica ed etica imprescindibile per tutti coloro che hanno responsabilità politiche, sociali, economiche, culturali e religiose. Pace e giustizia Se il dialogo è la via maestra per arrivare alla pace, il senso di responsabilità di chi detiene il potere, ad ogni livello e in ogni istituzione, è ciò che prepara al dialogo fruttuoso. Certo, il campo dei bisogni e la necessità di giustizia spesso si presentano in tutta la loro drammaticità e difficoltà di risoluzione, per cui avviene che i responsabili di tutte le istituzioni non sempre dispongono di competenze per leggere i bisogni, disegnarne delle vere e proprie mappe, studiarne e comprenderne le cause e le interdipendenze. Inoltre non tutte le istituzioni si sentono pronte ad affrontare l’immane opera del ristabilire l’ordine e la giustizia partendo dall’analisi e soddisfazione dei bisogni, dalla comprensione di quanto questi generano

ovunque conflitti e atti di terrorismo, di quanto l’industria delle armi sia determinante nell’alimentare nuove guerre. Assistiamo, allora, a diverse forme di superficialità ed irresponsabilità. Non si è capaci di cogliere i rapporti tra i piccoli e i grandi conflitti, soprattutto non si posseggono strumenti idonei per valutarne il potenziale. Inoltre la risoluzione dei conflitti rischia di fallire se praticata con incompetenza e superficialità. Una mediazione può avere successo e un accordo può essere stabile solo nella misura in cui le parti sono messe a loro agio in un clima di dialogo sincero, si sentono comprese e soddisfatte nei loro bisogni, altrimenti si crede di avere risolto il conflitto ma non si è fatto altro che inasprirlo, oppure si è risolta solo una parte di esso e si sono trascurate altre sue fonti. Più volte Giovanni Paolo II ha espresso, in questa luce, la “piena fiducia in tutti gli sforzi umani, che mirano a togliere di mezzo le occasioni di tensioni e di conflitti mediante la via pacifica del dialogo paziente, degli accordi, della comprensione e del rispetto reciproci” (Giovanni Paolo II, Euntes in mundum, 1988). In conclusione il pensiero va a tutte quelle esperienze di dialogo, piccole e grandi, note e sconosciute, in cui è stato evitato o risolto un conflitto. Sono quei casi che ci fanno ancora sperare e gioire con il profeta, dicendo: “Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi che annunzia la pace, messaggero di bene che annunzia la salvezza” (Isaia 52,7).

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Il Concilio davanti a noi Che cosa rappresenta, per il Vaticano II, la Costituzione Sacrosanctum Concilium, sulla Liturgia?

L’architrave del

L’

altare girato verso l’assemblea e la Messa in italiano. Così, per molti, fu il Concilio Vaticano II. C’è ancora chi ricorda che cinquant’anni fa si andava ad “assistere” alla Messa. Non erano pochi coloro che rimanevano sul sagrato della chiesa fino all’offertorio ed entravano per osservare il “precetto” più che per celebrare il giorno del Signore. Non è dunque un caso che i Padri Conciliari maturassero la convinzione che per giungere a una riforma autentica della vita cristiana e della Chiesa, occorresse dare vita ad un cammino di riforma innanzitutto dal punto di vista liturgico. Era il 4 dicembre 1963 e con votazione plebiscitaria (4 contrari su 2147 favorevoli) la Sacrosanctum Concilium fu approvata. Un evento storico di eccezionale importanza, non solo perché per la prima volta un Concilio ecumenico si interessava della liturgia nella sua globalità (nei suoi contenuti teologico-celebrativi e nella sua dimensione pastorale), ma anche perché, a distanza di quattro secoli esatti dalla chiusura del Concilio di Trento (4 dicembre 1563) - che con l’intento dell’unità disciplinare aveva prodotto l’uniformità e il fissismo dei riti liturgici -, il Concilio compiva una svolta radicale: quella di dichiarare la liturgia “culmine e fonte” della vita della Chiesa (SC 10) e di fare “un’accurata riforma generale della liturgia” (SC 21), fino a prevedere un profondo adattamento (una vera inculturazione) alle singole Chiese, pur nell’unità sostanziale del rito romano.

concilio Un documento che sorregge l’intero Concilio

I Padri, acutamente, videro nella riforma liturgica l’architrave su cui poggiare tutto il resto del magistero conciliare. Il magistero liturgico del Concilio Vaticano II appare veramente come un grande atto profetico, con cui la Chiesa ha cercato di riprendere il filo della sua tradizione migliore, superando la crisi di identità che il XIX e il XX secolo aveva profondamente manifestato. Il Concilio, nel mirare a restituire alla liturgia tutta la ricchezza che la tradizione vi aveva sperimentato, ha dovuto pensare in grande, non soltanto secondo le logiche del secondo millennio, ma anche secondo quelle del primo millennio. Ha parlato, per questo, nella Sacrosanctum Concilium, un linguaggio molto più biblico e patristico che sistematico; ha ragionato più in termini di esperienza comunitaria che nei termini di “salvezza dell’anima”; ha guardato positivamente alla ricchezza delle differenze piuttosto che negativamente all’alterazione della verità; ha scelto la profezia di “ventura” contro i profeti di “sventura”. Ha fatto prevalere la riscoperta dell’uso piuttosto che la denuncia dell’abuso. Da questo punto di vista non c’è nel Concilio nessuna tendenza “archeologica”, ma un interesse fondamentale all’arricchimento di una pratica rituale che aveva assunto stili troppo autoreferenziali e spesso senza più capacità di comunicazione.

Cinquant’anni fa, l’11 ottobre 1962, si apriva a Roma il Concilio Vaticano II, che avrebbe cambiato il volto della Chiesa cattolica. Alcuni negano questo fatto, altri dicono che il mutamento non toccò la sostanza delle cose. Altri ancora che il Concilio fu un tradimento della tradizione. Che cosa è stato?

Ognuna di queste opinioni, appena citate, può avere una risposta positiva. Per chi è affezionato alla tradizione intransigente dell’Ottocento e della prima metà del Novecento è vero che il Concilio ha tradito, ad esempio, il Sillabo (elenco di punti di condanna) di Pio IX. Ed è anche vero che il Concilio non ha rinnegato la sostanza 18


uomini di comprenderne la ricchezza, per trovarne di più adatti e di più fedeli. Solo dopo aver assimilato i vari aspetti di quell’evento storico, possiamo chiederci dove è stato il cambiamento e rispetto a che cosa.

La prima Costituzione conciliare fu la “Sacrosanctum Concilium”. Dove stanno le intuizioni più felici e feconde?

del Vangelo, anzi l’ha resa più vicina agli uomini di oggi. Anche chi dice che il Concilio ha cambiato il volto della Chiesa cattolica coglie il vero, ma finisce poi nel ricadere in una delle due posizioni precedenti. Ma quando le affermazioni sono tutte vere, vuol dire che rispondono a domande sbagliate. Prima di affermare la continuità o la rottura bisogna perciò cercare di comprendere che cosa fu effettivamente il Concilio, quale evento che ha scosso l’attenzione dei cristiani, ma non solo di essi, tra il 25 gennaio del 1959, data del suo annuncio, e l’8 dicembre 1965, data della sua conclusione. E allora scopriamo che la Chiesa cattolica fu in quegli anni qualcosa che non eravamo più abituati a vedere. Nella Basilica di San Pietro partecipavano alle assemblee quegli “eretici” che la II lettera di Giovanni ci esorta a non ricevere nemmeno in casa e a non salutare. Anzi, parecchi di loro influirono in maniera molto discreta nella redazione dei documenti. Erano praticamente presenti personalmente tutti i vescovi della Chiesa cattolica, fatto mai avvenuto prima. Teologi che prima erano stati messi al bando furono tra i principali redattori dei testi delle decisioni finali. Si respinsero tutti i documenti, (con l’eccezione dello schema sulla liturgia), predisposti dalla Commissione teologica preparatoria, perché redatti in linguaggio tecnico, neoscolastico, incapace di tradurre la preoccupazione “pastorale” del Concilio. Si decise, accogliendo il desiderio di Giovanni XXIII, di non condannare nessuno. Ma, al di là di queste note più appariscenti, il Concilio fu un grande evento di Tradizione, di trasmissione, cioè, del Vangelo ricompreso in maniera tale da parlare agli uomini del proprio tempo, dove tutti ebbero la loro parte: l’esperienza spirituale dei cattolici del Novecento, la ricerca dei teologi, anche di quelli “non romani”, il discernimento dei vescovi, l’opinione pubblica. Come evento di Tradizione il Concilio dettò alle generazioni future, prima ancora delle sue decisioni finali, quello che la Chiesa deve sempre essere: tradizione viva del Vangelo, sempre protesa a liberare il Vangelo da quei “rivestimenti” che impediscono agli

Sono due. In primo luogo la presentazione della liturgia come attuazione dell’opera della redenzione, liberandola così dalla concezione societaria, dove essa appare come l’espressione del culto pubblico della Chiesa. Si recupera così la visione misterica. L’esperienza liturgica viene cioè vista come punto di partenza e punto di arrivo di tutta l’azione della Chiesa, e capace di assolvere a questa funzione perché esperienza simbolica dell’unione con Cristo Risorto che si rende presente nella celebrazione, grazie all’azione dello Spirito. E questo vuol dire soprattutto che trae la sua ragion d’essere dal mistero che il Vangelo annuncia e che la celebrazione rende presente. La seconda grande affermazione della costituzione liturgica è quella (n.26) che pone tutta l’assemblea dei fedeli, radunati attorno al vescovo, come soggetto di ogni celebrazione e non solo il vescovo o il prete. Salta qui lo schema clericale.

La Sacrosantum Concilium «cuore del Concilio». La Dei Verbum supera quella che viene chiamata la concezione teorico-istruttiva della Rivelazione e concepisce questa piuttosto come l’azione del Padre mediante il Figlio e nello Spirito, azione con cui gli uomini vengono invitati e accolti nell’amicizia trinitaria. Ma questo vuole dire che la storia della Rivelazione è la storia concreta delle donne e degli uomini. La liturgia, quale celebrazione simbolica in cui la Chiesa riconosce se stessa, dovrebbe diventare allora il luogo in cui la storia degli uomini viene risignificata alla luce dell’azione di Dio nella storia vissuta che i credenti sono chiamati a scoprire. Ma è doveroso chiederci se nelle nostre liturgie questo avvenga.

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Il Concilio davanti a noi Ai credenti è stato negato per lungo tempo l’accesso alle Scritture. Dopo la costituzione Dei Verbum tutti, anche gli indotti, hanno varcato la soglia e si sono trovati di casa.

Porta sbarrata porta spalancata

“N

el paese c’era una casa. Era molto antica e ben costruita. La porta era bella, larga e si apriva sulla strada, dove passava la gente...». Così comincia la «parabola della porta», che un biblista olandese, per molti anni impegnato in Brasile, Carlos Mesters, ha scritto e posto come introduzione ad uno dei suoi libri più belli e conosciuti, Dio dove sei? Bibbia e liberazione umana (Queriniana). È il racconto di una casa, un tempo frequentata da tutti ma che, con l’arrivo di alcuni studiosi specialisti, diventò sempre più inaccessibile, al punto che «il popolo quando entrava ammutoliva». Con il passare degli anni si arrivò perfino a dimenticare la porta. «Un turbine di vento addirittura la chiuse. Nessuno se ne accorse. Ma non la chiuse del tutto. Ci rimase una fessura. L’erba ci crebbe davanti. L’interno si fece sempre più buio perché mancava la luce che veniva dalla strada. Fu necessario accendere le candele. Ma la luce artificiale alterava i colori». Finché un giorno un poverello, senza casa né tetto, si rifugiò tra i cespugli che crescevano al margine della strada, in cerca di riparo. Ad un tratto si accorse che c’era una fenditura, come una porta, e vi entrò. Davanti a lui apparve una casa enorme. Una casa così accogliente che si sentì subito a suo agio. Il giorno dopo ci tornò. Ci tornò sempre. Altri poveri andarono con lui. Entrarono tutti, in fila indiana, attraverso la stretta fenditura della porta che dava sulla strada. Per terra si formò un sentiero stret-

to, battuto. Si aprì un nuovo cammino». Questa «parabola della porta» si riferisce, è evidente, alla parola Dio: per lungo tempo i credenti sono stati espropriati della possibilità di frequentarla. La Costituzione conciliare Dei Verbum l’ha portata al centro della vita cristiana. È importante capire brevemente le novità del testo conciliare rispetto ad una lunga storia (che ha inizio con la Riforma protestante).

Una parola muta

Certamente la reazione cattolica alla Riforma protestante portò, tra le altre cose, all’emarginazione della Bibbia. Se dalla parte protestante era stata scelta la «sola Scriptura» come regola suprema della fede, da parte cattolica si pose l’accento sull’importanza del magistero ecclesiastico. La Bibbia diventò di fatto «monopolio del clero», mentre tra il popolo si diffuse l’idea che leggerla fosse pericoloso. Così alla parola della Scrittura si sostituì il catechismo: dapprima quello del Concilio di Trento (1566), poi di Pio X (1912). In tal modo venne, come nella parabola della porta, sbarrato al popolo l’accesso alla Bibbia che invece venne riservata al clero e alle scuole teologiche. In realtà anche nei libri di teologia che venivano usati nei seminari, la Bibbia non aveva il primo posto: la sua funzione era solo quella di spiegare e puntellare le tesi teologiche già proposte. Spesso le citazioni erano riprese al di fuori del loro contesto letterario e storico, al di fuori di un senso globale della storia della salvezza. Nella catechesi, dato che le «verità» cristiane erano già contenute nelle formule, la Bibbia aveva più un’utilizzazione episodica, illustrativa e moralistica.

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i quali l’uomo è stato condotto a capire il proprio mistero in ordine alla salvezza. La verità della Rivelazione riguarda appunto la salvezza dell’uomo (n. 6). Non si legge perciò la Scrittura per sapere come è fatto l’universo, come è strutturata la materia, come è sorta la vita, o come è iniziata l’avventura umana. Anche le notizie storielle contenute nella Scrittura sono spesso molto approssimative e anche contraddittorie. La finalità dei racconti è rivelare Dio come salvatore dell’uomo. Conseguentemente la fede è l’atteggiamento con cui “l’uomo si abbandona a Dio tutt’intero liberamente, prestandogli il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà” (n.5) per acquisire la propria identità di figlio di Dio. A tale scopo il Concilio ha insistito sulla necessità di diffondere la conoscenza della Scrittura e di praticarne la “pia lettura” con quelle iniziative che “oggi lodevolmente si diffondono ovunque” (DV25, 2).

Il rapporto tra Bibbia e Tradizione nella costituzione conciliare.

Il risveglio biblico

Già a partire da alcuni decenni prima del Concilio, nei cattolici si mise in atto un rinnovato interesse per la Bibbia. I fattori di questo rinnovamento furono diversi. Il Magistero si pronunciò in più occasioni sugli studi biblici e all’inizio del secolo venne istituita dal papa la Pontificia Commissione Biblica con il compito di vigilare sugli studi biblici. Venne intensificato, infatti, lo studio sistematico della Bibbia e di tutte le scienze ausiliari. Tra esse vanno ricordate: la Scuola Biblica di Gerusalemme, il Pontificio Istituto Bìblico di Roma e lo Studio biblico Francescano che si è distinto per le ricerche archeologiche in Terra Santa. L’influsso di queste scuole fu notevole, sia nel campo delle pubblicazioni, ma soprattutto per la traduzione della Bibbia dai testi originali (prima queste erano fatte sempre sulla Vulgata di San Gerolamo, del quinto secolo). La versione più famosa, ancora oggi usata per il suo apparato critico, è la cosiddetta Bibbia di Gerusalemme, tradotta in tutte le lingue principali.

Un nuovo concetto di Rivelazione

La recezione di questi suggerimenti pratici è stata ampia nella Chiesa, anche se ancora resta un cammino da fare. Il rapporto Bibbia e Tradizione è stato descritto in modo molto chiaro. La Scrittura nasce all’interno di una tradizione esperienziale della fede in Dio dei Padri e delle prime comunità dei discepoli di Gesù. Raccoglie le tradizioni orali relative alle esperienze del popolo ebraico (Primo Testamento) e delle prime comunità dei discepoli di Gesù (Nuovo Testamento). Ma la redazione della Scrittura non chiude lo sviluppo della conoscenza. “Cresce infatti la comprensione tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la riflessione e lo studio dei credenti, i quali le meditano in cuor loro (cfr. Lc 2,19 e 51), sia con l’esperienza data da una più profonda intelligenza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro i quali con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma sicuro di verità” (DV 8, 2). Così la Chiesa “nel corso dei secoli, tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengono a compimento le parole di Dio”. La Sacra Tradizione e la Sacra Scrittura costituiscono un solo sacro deposito della Parola di Dio affidato alla Chiesa” (DV 10, 1). In tale modo “la Chiesa attinge la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Scrittura. Perciò l’una e l’altra devono essere accettate con pari sentimento di pietà e riverenza” (DV 9). Non vi è quindi motivo di tornare a contrapporre Scrittura e Tradizione o di presentare l’una indipendentemente dall’altra come due fonti diverse di conoscenza della Rivelazione salvifica. Unica è la Parola che ci perviene in forme intrecciate fra di loro.

II Concilio Vaticano II, sin dall’inizio, opera una scelta inedita: mette a tema un documento sulla Parola di Dio. La tormentata storia del testo (approvato nella sessione ottava del 1965 benché la Commissione fosse stata nominata fin dall’estate del 1959) esprime tutta la ricerca dei padri conciliari, tesa a far risaltare, più che gli aspetti difensivi o in opposizione alla visione dei fratelli protestanti, lo splendore e l’importanza della Parola di Dio per la fede stessa dei L’entrata è diventata più larga cristiani. Il punto cruciale in discussione è stato la ricomInsomma, la ricomprensione della concezione della Riveprensione del concetto di «Rivelazione». lazione, che portò, dopo faticosi tentativi, alla «Dei Verbum», ha rappresentato per la Chiesa come uno sfondamento di arQuali sono state le novità gini. La Scrittura, a lungo tenuta chiusa dentro le scuole, fu della Costituzione Dei Verbum? La novità più importante della Dei Verbum sta nell’aver come una linfa vitale che rinnovò tutte le espressioni della assunto una prospettiva storico - salvifica. La Rivelazione, fede. Da allora, come nella parabola della porta, «l’entrata cioè, non è stata presentata come comunicazione di idee o diventò un po’ più larga di prima e il popolo e la luce inoncome insegnamenti di dottrine da parte di Dio, ma in una darono la casa. La casa si illuminò tutta, diventò anche più economia di eventi, accompagnati da parole (DV 2), attraverso bella. Ci si stava meglio. Il popolo ne era felice». 21


“Dà all’anima la sua Domenica, dà alla Domenica la sua anima”

COMUNICATO DEGLI UFFICI DIOCESANI LOMBARDI DI PASTORALE DEL LAVORO a margine della nuova normativa regionale in merito all’apertura festiva e domenicale degli esercizi commerciali La recente Legge Regionale 28 novembre 2007 n. 30,“Normativa in materia di orari degli esercizi commerciali”, pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Lombardia n. 48 del 30 novembre 2007 (1° Suppl. Ord.), porta con sé una serie di novità di rilievo. In particolare, una forte estensione della possibilità di apertura domenicale di negozi e centri commerciali, giunta a ridosso delle festività natalizie, ma destinata a permanere. Tutto ciò non può non suscitare perplessità ed interrogativi cui danno voce le righe che seguono, così che la riflessione su temi che riguardano da vicino ritmi e stili del vissuto dell’intera cittadinanza non venga meno, anzi, si approfondisca e possa avvantaggiarsi di un confronto; il più ampio, sereno e continuativo possibile. La tradizionale laboriosità delle genti di Lombardia è un tratto caratteristico che da sempre contribuisce a dare forma a quello “stile di vita” lombardo, universalmente riconosciuto ed apprezzato. Il mondo APERTURA DOMENICALE del commercio, in tutte le sue articolazioni, ha concorso non poco a realizzarlo, rendendo possibile la soddisfazione di alcuni bisogni priECCEZIONE NON REGOLA mari e agendo, al tempo stesso, quale fattore di sviluppo per l’intera di GIANCARLO BREGANTINI ti perdosocietà. L’attività commerciale, sia nella sua forma più capillare, terriArcivescovo di Campobasso no ane presidente della Commissione torialmente diffusa, sia in quella che si svolge nei centri commerciali di per i problemi sociali e il lavoro che in vaste dimensioni, rappresenta una realtà molto radicata entro il nostro dalla Cei termini tessuto sociale, in grado di influire non poco sulla vita delle persone, Tre sono le ragioni che hanno f i n a n sul loro relazionarsi reciproco, sui rispettivi ritmi di vita; in una parola, spinto i commercianti contro z i a r i . sulla qualità complessiva del vissuto. la liberalizzazione estrema Non è vero che è un rimedio A tutto ciò è connessa una grande responsabilità: della cittadinanza, della domenica. Infatti, è dalla per rilanciare l’economia, anzi base che è partita l’indigna- la peggiora. A dimostrazione dei titolari delle attività commerciali e delle istituzioni. La normativa zione contro una libertà che non basta la libertà, da recentemente approvata dal Consiglio regionale della Lombardia, che sfrenata. sola, per dare slancio all’eco- amplia considerevolmente gli orari di apertura degli esercizi commerI valori in gioco sono, in- nomia, ma occorre investire ciali nei giorni festivi e domenicali, non può, in questo senso, non suscinanzitutto, quello antropologi- soprattutto in etica. tare molteplici interrogativi, che sottoponiamo alla riflessione comune. co: senza il riposo domenicale Una serie di perplessità riguarda anzitutto lo squilibrio concernenNon si tratta, dunque, di ogni uomo si fa vuoto, privo una battaglia “clericale” né di te i ritmi della temporalità, cioè inerenti alla qualità della vita, da semdi luce, non gusta più le belle difesa della Messe festiva, È pre fondati sull’alternanza tra tempo del lavoro e tempo del riposo e cose che fa. Il riposo è cioè perciò una battaglia umana, della festa. Estendere i tempi dedicati al consumo anche a numerose antropologicamente necessa- sociale ed economica intel- giornate festive comporta, prima di tutto, un aggravio per i dipendenti rio. ligente. L’obiettivo è creare del settore e ancor più per i titolari dei piccoli esercizi a conduzione In secondo luogo, c’è la un’imponente raccolta di firme familiare che, in caso di apertura domenicale, per una scelta determiragione familiare perché le per il cambio della legge sulle nata dalla necessità di sostenere la concorrenza della rimanente distrifamiglie, specie le mamme liberalizzazioni perché la rego- buzione, sarebbero costretti a lavorare sette giorni su sette. Comporta costrette a lavorare di dome- lamentazione del commercio inoltre il sostanziale accantonamento di un sistema di vita in cui la festa nica, non hanno più la possi- domenicale passi alle Regiobilità reale di seguire i loro figli. ni, che potranno saggiamente era considerata luogo non soltanto di ricupero di energie fisiche, ma di La casa si spegne del calore distribuire tale opportunità a conseguimento di quelle finalità (religiose, relazionali, culturali, edufamiliare per un ipotetico van- seconda della conformazione cative, di servizio all’altro, sociali…) altrimenti impossibili nel corso dell’ordinaria ferialità. Tanto più oggi, in cui il tempo feriale è ormai taggio economicistico. geografica e turistica delle va- quasi del tutto “governato” dalla logica e dai ritmi del lavoro.AltrimenTerzo: le motivazioni eco- rie località. L’apertura domeninomiche. Si constata, infatti, cale dei negozi diventa, così, ti, anche la domenica finirà, prima o poi, per essere dominata dalla loche la legge sulle liberalizza- un’eccezione, non una regola. gica dello scambio, della contrattazione e del consumo; da che cosa, zioni ha di fatto abbassato i ri- Questo è il nocciolo etico e po- continuando di questo passo, le persone finirebbero per accorgersi che quel giorno è domenica? cavi del commercio di ben il 2 litico della proposta. Di qui il primo interrogativo che ci permettiamo di sottoporre per cento. I supermercati aper22


all’attenzione di tutti: in che direzione siamo incamminati?Verso ritmi di vita sempre più insostenibili, nella direzione di un vissuto sempre più incapace di esprimere significati che vadano al di là della logica del produrre- distribuire-consumare a ritmi e con volumi sempre maggiori? A chi giova questa spirale per cui a tempi di lavoro sempre più dilatati devono corrispondere tempi di consumo ancora più ampi per consentire appunto a chi lavora il consumo? E ancora: di fronte a questo fenomeno, certamente complesso e di vaste proporzioni, è possibile assumere soltanto l’atteggiamento della passiva rassegnazione, che si limita a registrarne gli sviluppi e a gestirne le principali implicanze o è ancora possibile un suo governo? E non è pensabile proporsi uno stile di vita diverso, che diventi esemplare anche per gli altri? Biblicamente, il tempo festivo non è soltanto compensazione del tempo speso nella fatica del lavoro, ma pienezza di vita, occasione per sostare e gustare i frutti della ferialità. Questo motivo trova la sua eco in numerosi interventi ecclesiali, anche molto recenti. Nelle conclusioni del IV Convegno nazionale della Chiesa italiana, celebratosi nell’ottobre dello scorso anno a Verona, si sottolineava con grande efficacia che “non è soltanto il lavoro a trovare compimento nella festa come occasione di riposo, ma è soprattutto quest’ultima il ‘giorno della gratuità e del dono’ che ‘risuscita’ il lavoro a servizio dell’edificazione della comunità”. È la festa la realtà capace di restituire di continuo significato il resto del tempo, dal momento che la vita non è finalizzata al lavoro, ma alla sua pienezza, anche ultima, di cui il riposare è segno storicamente tangibile. Con Benedetto XVI, potremmo dire che “il lavoro riveste primaria importanza per la realizzazione del l’uomo e per lo sviluppo della società, e per questo occorre che esso sia sempre organizzato e svolto nel pieno rispetto dell’umana dignità e al servizio del bene comune. Al tempo stesso, è indispensabile che l’uomo non si lasci asservire dal lavoro, che non lo idolatri, pretendendo di trovare in esso il senso ultimo e definitivo della vita” […] È nel giorno consacrato a Dio che l’uomo comprende il senso della sua esistenza ed anche dell’attività lavorativa” (Sacramentum caritatis, 74). O, riprendendo questa volta il Card. Faulhaber, citato da Benedetto XVI a Vienna il 9 settembre 2007: “Da’ all’anima la sua Domenica, da’ alla Domenica la sua anima”. Allo stesso modo, non mancano testi autorevoli che contrastano la logica consumistica; per tutti, basti rileggere Giovanni Paolo II in Centesimus annus 36. Non si tratta, come si noterà, di motivazioni squisitamente religiose, ma del rispetto di valori antropologici, universalmente riconoscibili ed apprezzabili. Tra questi, vi è certamente da custodire anche la dimensione relazionale: fondamentale ovunque, ma in particolare nel tempo cosiddetto “libero” da impegni o dal lavoro. La nostra stessa vita, fin dalle sue radici, è intrinsecamente relazionale: proviene da altri, cresce, si sviluppa in continua interazione con l’altro: sia esso genitore, fratello, insegnante, concittadino, collega, e via dicendo. Ma è soprattutto in famiglia che possono svilupparsi relazioni intense ed approfondite, che esigono condizioni precise per questo, quali anzitutto il potersi ritrovare il più possibile assieme in uno stesso giorno. Là dove la relazione educativa è compromessa emergono forme di disgregazione, di violenza, che può estendersi fino al “bullismo”. Occorre più che mai, secondo noi, andare incontro alla domanda di tempo condiviso che emerge dalle nostre famiglie, che vanno sostenute nella loro ricerca di dialogo, in coppia e con i propri figli, di confronto, di apertura reciproca ben oltre il livello della pura funzionalità, per evitare che anche all’interno della realtà familiare si ripropongano stili di vita legati alla sola divisione dei ruoli.

PER FIRMARE Verrà data indicazione del luogo, giorno e orari per la raccolta delle firme e la proposta di una serata informtativa. È inoltre possibile sottoscrivere la proposta di legge presso gli uffici dell’anagrafe di tutti i comuni della provincia di Brescia. E’ necessario il certificato elettorale. Chi abbia a cuore il benessere integrale della persona umana non può pertanto non adoperarsi per difendere il significato antropologico, culturale, sociale e per il cristiano anche religioso della domenica e, in ogni caso, del giorno comune a tutti di riposo festivo, nella certezza che “salvare” la domenica non significa soltanto salvare un giorno della settimana. “Salvare” la domenica significa piuttosto “salvare” l’uomo stesso, cioè aiutare ogni uomo ad essere “più libero”, ad essere – in definitiva – “più uomo”. Lo “stile di vita” lombardo, sopra ricordato, impregnato di feconda laboriosità, di cui anche l’attività commerciale è espressione, riteniamo debba essere aiutato a rimanere orientato alle finalità più alte che la cittadinanza lombarda è bene non smarrisca. È da apprezzare, infatti, un lavorare, un agire operoso che rimanga però anzitutto a servizio dell’uomo, della persona, della famiglia, della società; che è come dire, del bene comune e di tutti. E non di altro. 23


Scrigno chiuso da numerosi lucchetti I giovani sono come cartelle piene di files. Per “entrare” occorrono molte password. Quali? I giovani in parrocchia stanno diventando, sempre più, presenze evanescenti. Oggi è difficile incontrare un gruppo di giovani al di sopra dei 18 anni che si ritrovi in parrocchia per un cammino di formazione. Se c’è, nella maggior parte dei casi è semplicemente impegnato nell’animazione dei più piccoli. L’assenza dei giovani all’interno della parrocchia è un problema da non sottovalutare, e molte sono le cause di questa defezione. Le elencava e spiegava molto bene Armando Matteo nel suo saggio, La prima generazione incredula 1, che ha spopolato nelle librerie cattoliche qualche anno fa.

tare, oltre che con le parole anche con i fatti, il loro credo in Gesù, il Vivente. Sono assenti quegli adulti che potrebbero diventare punto di riferimento nell’accompagnamento di tanti giovani disorientati, fragili e incapaci di riconoscere i veri valori di una vita buona. Non ci sono più gli adulti sereni, contenti di sé stessi e della vita, soddisfatti ed appagati, e per questo, dunque, capaci di infondere fiducia e speranza nei giovani. Aumentano, invece, in modo esponenziale, gli adulti che vedono nei giovani un problema radicato e irrisolvibile e che, conscguentemente, non sono disposti a perdere del tempo per loro e con loro. E tuttavia, se ai giovani ci si avvicina con rispetto e Adulti poco credibili sacralità, se li si ama in maniera disinteressata e libeSicuramente uno dei principali motivi dell’assenza ra, ci si accorge che essi non sono assolutamente un dei giovani è la mancanza di adulti credibili sul piano problema. Caso mai sono solo il riflesso del vero defidella fede. Mancano, cioè, adulti che sappiano raccon- cit che sono gli adulti. Sono una risorsa che, quando è accolta e veramente valorizzata, dà i suoi buoni frutti.

Un’alleanza da costruire

Certo i giovani sono uno scrigno prezioso che molto spesso è chiuso da numerosi lucchetti e che, per essere aperto, richiede, necessariamente, una molteplicità di chiavi. Per dirla con il linguaggio degli internauti, i giovani sono come “cartelle piene di file”, un po’ segrete, per aprire le quali sono necessarie molte password2. Per esperienza personale una delle chiavi di accesso al mondo giovanile è senza dubbio rappresentata dalla capacità di costruire alleanze con i giovani. Anche nella Bibbia, l’alleanza (berit), il legame, ha sempre rappresentato la modalità e lo stile attraverso cui Dio educava il suo popolo. Cosi, nell’educazione delle nuove generazioni, è essenziale costruire alleanze, legami, cioè instaurare con i giovani relazioni significative, autentiche, belle, sane e libere, fondate sulla fiducia e sul rispetto, senza alcun timore di eventuali 24


allontanamenti o rifiuti. E’ questo, del resto, anche lo Veridicità di parole intercorse stile di Gesù, il quale ha potuto comunicare vita e spePer un adulto-educatore costruire un’alleanza con ranza alle persone solo dopo aver creato, con ognuna un giovane vuol dire, dunque, creare una relazione sodi esse, un rapporto di fiducia e di libertà. stenuta non dall’età, o dal ruolo rivestito, ma dalla veridicità delle parole intercorse, nonché dalla fiducia e Competenza e disponibilità dalla confidenza che si è stati in grado di generare. Ma E’ così che ad ogni vero educatore oggi si chiede di per un educatore è poi importante costruire alleanze costruire legami sulla competenza e disponibilità: egli non solo con i giovani, ma anche con tutti quegli altri non deve essere semplicemente capace di gestire un soggetti che di giovani si occupano. Intendo dire, che gruppo, ma deve essere in grado di intessere una re- chi è impegnato nel servizio educativo delle nuove gelazione di libertà e fiducia personale con ogni ragazzo nerazioni non può avere uno stile autoreferenziale, ma che di quel gruppo fa parte. deve essere capace di costruire alleanze tra tutti coloPer quello che ho compreso frequentando i giovani, ro che svolgono funzioni educative negli ambienti più l’alleanza parte dall’ascolto profondo, che è uno spa- diversi: in famiglia, a scuola, in parrocchia, ma anche in zio di ospitalità, in cui diventa facile aprirsi, raccontarsi, settori meno istituzionali, come nello sport, nella muesporsi. Si tratta di un ascolto che richiede, da parte sica, nella comunicazione mediatica e virtuale e nello dell’educatore, un’accoglienza estrema, un’offerta gra- svago in genere. Ricordo, per tutti, l’esperienza di un tuita d’attenzione, un rispetto incondizionato dell’al- allenatore di una squadra di calcio che era diventato tro, ma anche una profonda affettività, scevra da pre- il punto di riferimento di tanti giovani che andavano concetti e schemi educativi già precostituiti. Il dialogo a chiedergli consigli di ogni tipo, dal lavoro, ai rappordi un adolescente o di un giovane con un adulto non ti con i genitori, alle questioni affettive. E’ sempre più è un processo spontaneo o scontato. E’, piuttosto, una necessario che tutte le agenzie educative, se hanno a cauta apertura che può costare tempo e fatica, e che, cuore la vita dei giovani, non operino isolatamente, in ogni caso, si può realizzare solo nella misura in cui ma si mettano in rete, creino alleanze educative, per l’educatore riesce a trasmettere affidabilità e compe- proporre modelli di realizzazione positivi, che aiutino i tenza. giovani a riconoscere punti fermi, valori sicuri per creMi sembra che le parole di Charmet esprimano scere e realizzarsi come persone libere e felici4. molto bene l’atteggiamento dei giovani verso l’adul1 A. Matteo, La prima generazione incredula, Ed. Rubbettino, Catanzaro, to: “Una volta deciso che hanno di fronte un adulto competente e affidabile, gli adolescenti fragili e spavaldi ne 2010 2 A. Guglielmi, Accompagnare/testimoniare”la pastorale giovanile” in Credefanno un uso intensivo, dimostrando quanto sia reale e profonda la loro motivazione ad attrezzare una relazione re Oggi, Giovani e fede, n. 2 anno XXXII, Ed. Messaggero, Padova 2012 3 G.P. Charmet, Fragile e spavaldo. Ritratti di un adolescente di oggi, Ed. Lafunzionale con il mondo adulto e come sia cruciale per terza, Roma-Bari, 2008, pag.116-118 loro sentirsi in relazione.”3 4 J. Korczak, II diritto del bambino al rispetto, Ed. dell’Asino, Roma, 2011 p. 41

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I GESTI DELLA FEDE riscoperti in famiglia - Invocare il Nome del Signore - I GESTI DELLA FEDE

LA FEDE HA I SUOI GESTI I gesti della fede

INVOCARE IL NOME DEL SIGNORE CONOSCO IL TUO NOME

C’è un gesto che ci qualifica e ci distingue come credenti: l’invocazione del nome del Signore. È come una chiamata in causa. Ha mille variabili: la lode, la richiesta di perdono, la supplica. Questa scheda conclude il ciclo su “I gesti della fede”. In realtà li riepiloga tutti. Ci chiediamo:

Che significa l’espressione “Nome del Signore?” Si può dire che Dio ha un nome? Che differenza c’è tra il nominare e l’invocare? Questo gesto che senso ha per la Bibbia? Dove lo troviamo oggi nella vita della Chiesa?

Commento artistico MANI CHE GRIDANO

Caravaggio, Deposizione dalla croce, 1602-1604, Roma, Pinacoteca vaticana. 26

Dal famosissimo “Orante” delle catacombe ai gesti quasi teatrali della preghiera barocca, ai volti che semplicemente sembrano pregare con il loro stesso esserci dell’età moderna, abbiamo infinite possibilità di guardare insieme il tema dell’invocazione tradotto in pittura. Abbiamo scelto questa Deposizione, perché Caravaggio oggi parla molto al nostro cuore. L’invocazione esplicita è interpretata da Maria di Cleofa e da Maria Maddalena, i cui volti e gesti sono affidati a una stessa modella. L’invocazione e il raccoglimento orante sono due atteggiamenti che vivono in ciascuno di noi. Ma è il complesso del quadro che dà a questa preghiera una profondità inattesa. Lì, sotto le mani oranti, c’è il buco nero della morte in cui si sta infilando il corpo morto del Cristo. Tutto sembra essere morto: le folle sulle rive del lago di Tiberiade, le corse nei campi di grano con quei Dodici affamati, quei segni sugli ammalati, quel pane che non venne capito, ma che conteneva una promessa fantastica… Tutto morto. Soprattutto la speranza. E le mani di Maria di Cleofa, quelle più in alto, gridano al cielo tutta la nostra disperazione: il più buono è morto, il più promettente non parla più, la violenza (processo, ferite e chiodi) ha vinto. Vien sù dalla buca il buio che va a sposarsi col freddo della pietra tombale. Tutte le paure e tutti i raggelamenti di sangue ci passano davanti e dentro: paure infantili, paure degli


riscoperti in famiglia - Invocare il Nome del Signore - I GESTI DELLA FEDE riscoperti in famiglia spiriti cattivi, paure della notte, paura di restar chiusi dentro qualcosa, paura della colpa, paura dell’atomica, paura del tumore, paura della pazzia… Maria di Cleofa, le cui mani restano ancora rosse di vita, grida pure per tutti noi le nostre paure. Ma è alla Maddalena, una volta calmato il sussulto, che ora guardano i nostri occhi. In questa scena in realtà il corpo di Cristo è luminoso, tanto luminoso che Giovanni sembra intento a spiegare su un altare la tovaglia del santo Sacrificio. È già santa Messa. È già celebrazione della morte-resurrezione di Gesù. La Maddalena vive in questo momento alla sua Presenza e le sue labbra accennano a un sorriso. La notte si sta facendo chiara come il giorno. E Maria, la madre, a braccia aperte, ad ali spiegate, sta radunando tutti i suoi piccoli attorno all’altare del Figlio. Ora la preghiera è veramente liturgica.

Percorso biblico

DIO HA UN NOME Quando nasce un bambino, la prima cosa che si fa è quella di dargli un nome. Così “esiste”, c’è per qualcuno, può essere chiamato. Il nome designa la persona umana nella sua unicità, singolarità, irrepetibilità. Il Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe ha un nome (Es 3,1415). Non si confonde con la totalità, con l’universo. Non è un pezzo di cielo, non è la personificazione di un elemento della natura o di un’energia dell’uomo (aggressività, amore). Si parla di lui con i verbi della persona: vede, ascolta, entra in risonanza di fronte alle afflizioni del suo popolo, chiama, invia, interviene (Es 3,1-15). Si specifica eventualmente che egli: • è luminoso come il sole • è vitale come l’acqua • è libero come il vento… Nominare, invocare Lo stesso atteggiamento che si ha verso la persona, lo si ha verso il nome di Dio. Non si deve nominare invano. Chi lo fa si ritiene sovrano rispetto a lui. Vuole provocare lui un determinato effetto. Pensa di piegare l’Altissimo ai suoi voleri. Yahvé è, per definizione, libero e liberatore. Occorre invocarlo. Questo gesto ha mille volti: la lode (Sal 105,1; 2 Sam 22,4), l’appello accorato (Es 15,26; Gdc 16,28; 1 Sam 12,18, 1 Re 17,20), la richiesta di giustizia (2 Macc 12,6), l’appello finale al Dio della vita (2 Mac 14,66/66). Chi invoca sperimenta una pronta risposta (Is 58,9; Ger 33,3) sente la cura divina (Sir 2,10), trova salvezza, sente Dio vicino (Dt 4,7). Quando si invoca Dio? In tutte le varianti del bisogno: nella sete (Gdc 15,18), nell’angoscia (2 Sam 22,7; Sal 18,7), nella sventura (Sal 50,15)…

• La gente che non invoca il nome di Dio (Is 65,1; Ger 10,25). Non è la stessa cosa. Nel primo caso si può sperimentare che l’esistenza è camminare alla presenza di Dio. Nel secondo caso tutto il peso della storia grava sulle nostre spalle. Gesù è il nome di Dio Il nome di Gesù è oggetto di rivelazione. Solo il Padre conosce chi egli sia. Il nome dice la sua identità: quel bimbo è Dio che salva (Mt 1,25). I cristiani sanno questo per il dono della fede. Per questo invocano il nome del Signore (At 9,14.21). Per grazia fanno la stupefacente scoperta di un’identità: Gesù, il crocifisso, è il Signore (Rom 10,9; 1Cor 12,3). Chi pronuncia questo nome ottiene ogni cosa dal Padre (Gv 15,16). Nel suo nome i discepoli possono scacciare i demoni (Mc 9,38; Lc 10,17), guarire gli storpi (At 3,6), risanare gli infermi (Gc 5,14), rimettere i peccati (1 Gv 2,12).

Crediamo in un Dio che ha tre nomi. Nella Bibbia non si parla mai di Trinità. Si raccontano le opere del Padre, di Gesù, dello Spirito. Credere e invocare Sono tre persone distinte, L’umanità si divide in 2 blocchi: ben caratterizzate. Agisco• quelli che invocano il nome del Signore. È la linea che no in unità. Sono tutte e va da Enoc (Gen 4,26), Abramo (Gen 12,8), Isacco tre rivolte al mondo. Sono (Gen 26,25), Giosuè (Sir 47,5), Elia (1 Re 17,20), Isaia coalizzate per la nostra sal(2 Re 20,11), a Maria e Gesù. vezza (Mt 28,19-20). 27


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Commento artistico

AVVOLTI DALLA LUCE

Quest’opera non è tra i capolavori assoluti, ma è senz’altro tra le scene più conosciute nel mondo cristiano occidentale. Al suo nascere, ha destato sospetto la sua dolcezza consolatoria, il suo rifuggire nel mondo contadino (quando invece la lotta vera stava nella classe operaia). Ma anche Millet era socialista, tanto che il quadro rimase invenduto e poi ceduto per pochi soldi. Ma c’era qualcosa di troppo umanamente vero nella sua opera. Non si può spiegare diversamente l’enorme successo che il quadro ebbe subito dopo la morte del suo autore. Molti pittori l’hanno copiato. Ma il più grande ammiratore di Millet è stato Van Gogh. Anche Van Gogh ha fatto una copia dell’Angelus. Anche Van Gogh era socialista. Jean-Francois Millet, L’Angelus, 1857-1859. Ambedue amavano la povera genMusée d’Orsay, Parigi te. Ma, mentre Van Gogh ha avuto un’avventura pittorica e umana tutta particolare, Millet è rimasto nel suo quieto realismo incentrato sul mondo contadino. Perché allora questo Angelus ha preso il volo nell’immaginario di milioni di persone? Qui la qualità della pittura non ha la precedenza: è un buon quadro, caldo, immerso nella luce, giocato su un’ampia orizzontalità. Le ombre portano quel tanto di plasticità che rende solide le figure e aiutano a creare il clima di raccoglimento. Il gioco del controluce porta una nota lirica che è la nota dominante dell’opera. Detto questo, dobbiamo annotare come il soggetto abbia conquistato più della forma stessa. Il pregare, l’essere avvolti dalla luce, l’essere uomo di fronte alla donna, lo stare a contatto della terra su cui poggiano gli strumenti del lavoro, l’esplicito riferimento al sacro mediante il campanile che si profila all’orizzonte… tutto questo sa di promessa mantenuta, o almeno, di promessa rilanciata. C’è chi sente istintivo coinvolgere in questa storia un Padre, che, a dir la verità, è stato Lui a coinvolgere noi. Ed ecco la preghiera. Spontanea, naturale come il respiro, avvolgente come chi si sente abbracciato. Sensata come chi non ha dubbi sul senso del tutto, anche se sa che solo Lui lo conosce. Quel geniaccio di Salvador Dalì ha supposto che, in partenza, ai piedi dei due giovani oranti, ci fosse la bara di un bambino. I raggi x, a cui è stato sottoposto l’Angelus, hanno confermato l’ipotesi… e allora il commento dovrebbe ripartire da capo. O, forse, semplicemente, dovrebbe essere portato alla conclusione?

Vademecum liturgico

DALL’ALBA AL TRAMONTO

La comunità dei credenti è come sposa che veglia. • Può aprire e chiudere la giornata con il segno della croce. Mentre tocchiamo fronte, petto e spalle, sentiamo che la Trinità ci avvolge. Il Padre manifesta la sua massima cura per noi nella croce, che Gesù ha affrontato in forza dello Spirito. Tre nomi sono qui con noi. Tre persone sono garanzia di vita. • L’Eucarestia è il cuore della giornata. Sta al centro dell’invocare. Dà il tono a tutto. È il supremo grido che Gesù, a nome dell’umanità intera, fa salire al Padre. • La preghiera del mattino è rappresentata dalle Lodi. Salutano il Cristo che, come sole nascente, dissipa le tenebre. La Chiesa ci pone sulle labbra l’alfabeto dei Salmi. Hanno tutte le variabili del volto di Dio (rispettoso, fonte dell’amore, alleato fedele…). Manifestano tutte le variabili della condizione umana (vittoria, dolore, vecchiaia, sconfitta…). • La preghiera della sera è rappresentata dai Vespri. Sono in sintonia con la Cena celebrata dal Signore. Ma28


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Celebrare

HO INVOCATO IL NOME DEL SIGNORE

1. Amo il Signore, perché ascolta il grido della mia preghiera. 2. Verso di me ha teso l’orecchio nel giorno in cui lo invocavo. 3. Mi stringevano funi di morte, ero preso nei lacci degli inferi, ero preso da tristezza e angoscia. 4. Allora ho invocato il nome del Signore: «Ti prego, liberami, Signore». 5. Pietoso e giusto è il Signore, il nostro Dio è misericordioso. 6. Il Signore protegge i piccoli: ero misero ed egli mi ha salvato. 7. Ritorna, anima mia, al tuo riposo, perché il Signore ti ha beneficato. 8. Sì, hai liberato la mia vita dalla morte, i miei occhi dalle lacrime, i miei piedi dalla caduta. 9. Io camminerò alla presenza del Signore nella terra dei viventi. [Sal 116]

ria, con il Magnificat, intona per noi il canto di riconoscenza per le meraviglie di Dio. • A conclusione della giornata, recitiamo la Compieta. Ci presta le parole Simeone (Lc 2,25-32). Ci rivela che la gioia suprema è quella di aver visto il Cristo e poterlo poi gustare in eterno. • Nella preghiera liturgica la comunità fa congiungere l’invocazione del Signore con le posizioni appropriate (cantare, alzare le mani per la lode, inginocchiarsi per la richiesta di perdono…). Nei pii esercizi tutto è lasciato alla nostra creatività. • Nelle celebrazioni sacramentali l’invocazione del nome del Signore (o della Trinità) è abbinato a gesti: immergere nell’acqua, ungere la fronte con il crisma, spezzare il Pane, far passare il Calice, scambiarsi gli anelli, incensare il corpo del defunto, imporre le mani… • All’interno dell’Eucarestia abbiamo l’alfabeto per tutte le variabili dell’invocazione: - Alleluia, gloria a Dio, Santo… (per la lode) - Signore, pietà, agnello di Dio che togli i peccati del mondo… (per la richiesta di perdono) - Parola di Dio, parola del Signore (per l’accoglienza della rivelazione).

Tramate con noi insieme genitori e figli, in famiglia

INVOCARE E’ VIVERE

● Guardiamo la prima immagine, la Deposizione dalla croce, di Caravaggio. Leggiamo il commento. Chiediamoci: Che cosa esprimono le mani alzate della Maddalena? Che cosa ci rivela il volto di Maria di Cleofa? Perché il corpo di Cristo è luminoso? ● Guardiamo la seconda immagine, L’angelus, di J.F. Millet. Leggiamo il commento. Chiediamoci: In quale atmosfera sono immerse le figure? Che cosa dicono le 2 figure con il capo chino e le mani giunte? Abbiamo momenti, lungo la giornata, in cui noi invochiamo il nome del Signore? ● Quando amiamo una persona, la nominiamo spesso. Proviamo a fare un piccolo esercizio: Chi nominiamo più spesso durante la giornata? Perché? Ci capita di chiamare qualcuno perché venga in nostro aiuto o anche solo per ricevere forza e sostegno? ● Se sentiamo Gesù vicino a noi, lo chiamiamo in nostro aiuto e soccorso! ● Proviamo a costruire noi (o a prendere dalla liturgia) espressioni brevi, che arrivino direttamente al cuore di Dio (Signore pietà, Signore, aiutaci; Signore, stai con noi; Vieni, Signore e salvaci; Grazie, Signore!). ● Prima di nominare Dio, mettiamo in atto questi atteggiamenti: interrompiamo ciò che stiamo facendo; “chiudiamo la porta”; concentriamoci su ciò che ci sta più a cuore. ● Tracciamo con calma, nelle più svariate situazioni, il segno della croce su fronte, petto, spalle. Sentiamoci come avvolti dalla Trinità. Pronunciamo con calma i tre nomi. Sentiamoci in compagnia di tre Persone. ● Seguiamo il consiglio di Teresa d’Avila: pronunciamo senza stancarci la prima parola (solo quella) della preghiera che Gesù ci ha insegnato: Padre. ● Non abbiamo paura di chiedere. In un rapporto filiale non ci devono essere censure. I fatti stessi della vita (crisi) sono l’occasione migliore per chiamare in causa Dio. Il partire dai problemi ci aiuta ad essere più attenti e concentrati. 29


UNITA’ PASTORALE PARROCCHIE DI BOTTICINO

Cari tas

Mis sioni 30


ANNO DELLA FEDE

inserto

PER CREDERE, CELEBRARE E VIVERE 31


Chiesa Universale Anno della fede 11 ottobre 2012 /

Unigenito 1 Figlio di Dio Nuovo Testamento e i vangeli, in maniera particolare, ci raccontano le opere e le parole di Gesù. I vangeli non sono asettiche biografie ma testimonianze di fede fatte da chi lo ha incontrato e ne è rimasto affascinato. La comunità dei suoi discepoli, Chiesa nascente, ha dedicato molta energia e forza per annunciare il suo messaggio. Attraverso i vangeli, letti e interpretati in compagnia di coloro che lo hanno seguito lungo i secoli, possiamo accedere a Gesù e al suo messaggio su Dio.

La vita di Gesù è consacrata interamente all’annuncio del Regno: la presenza di Dio in mezzo a noi, il compimento del tempo della sua definitiva alleanza con gli uomini. Dopo una lunga preparazione, vissuta trent’anni L’adorazione dei Magi. nel nascondimento, Gesù inizia la sua preGiotto, 1303-1305. Padova, dicazione dai confini di Israele, dagli abbanCappella degli Scrovegni. donati e dagli ultimi, per parlare di Dio e per annunciare a tutti gli uomini il tempo io si è fatto uomo in Gesù per svelare defini- della salvezza. Gesù fa del suo annuncio la sua tivamente il suo volto. stessa vita: la sua profonda e unica esperienza Lo ha fatto perché la prima alleanza fatta del Padre, la sua conoscenza diretta e assoluta con il popolo di Israele, contrassegnata da mo- del mistero di Dio, emergono nelle sue parole menti positivi e da altri piuttosto negativi, non e nei suoi gesti. aveva dissipato l’immagine negativa di Dio latente Tutto, in Gesù, è rivolto al Padre e al suo dein ciascuno di noi. Alternando momenti di fede ausiderio di farlo conoscere. Per non tradire la sua tentica, grazie all’aiuto di uomini di Dio e profeti, a momenti di scarso interesse o, peggio, di mani- visione di Dio, Gesù sarà costantemente messo polazione religiosa, la storia di Israele è stata un alla prova e pacrescendo di comprensione e di consapevolezza tirà la morte. Anche noi, dell’identità di Dio fino a quando, in Gesù, egli ci come i disceha detto e dato tutto. Gesù ci permette di conoscere Dio in verità e poli, possiamo grazia, perché lui e il Padre sono una cosa sola. Ciò scoprire proche dobbiamo fare, ora, è parlare di Dio a partire gressivamente da Cristo, rileggendo in lui anche la progressiva ri- l’identità provelazione che il popolo di Israele ha vissuto. fonda di Gesù, Dopo duemila anni di cristianesimo dobbiamo leggendo e meancora fare un grande sforzo per adeguare la no- ditando il vanstra idea di Dio a quella che Gesù ci racconta. In gelo. Gesù, grazie al dono dello Spirito, possiamo accoUn grande gliere la verità tutta intera. Per accedere al Padre, quindi, dobbiamo passa- poeta tedesco passato, Gesù predica, in Galilea. re attraverso la conoscenza di Gesù, la cui vita è del Jean Colombe, XV secolo. manifestazione di Dio. Possiamo conoscere Gesù Goethe, scrive Lione, grazie alla testimonianza di chi lo ha seguito e ce che Gesù sarà Biblioteca Comunale. ne ha parlato in maniera convincente. Gli scritti del sempre un pro-

D

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24 novembre 2013 - Chiesa Universale Anno della fede 11 ottobre 2012 / 24 novembre 2013 - Chiesa Universale blema per l’uomo che riflette. È la stessa esperienza fatta dai primi discepoli: affascinati dalle parole del falegname fattosi Maestro, lo hanno seguito sulle strade della Galilea ascoltando avidamente il suo modo inusuale di parlare di Dio. Senza rinnegare nulla di quanto vissuto da Israele, Gesù riporta alla sua origine ogni precetto e ogni norma, dando di Dio una visione pura e autentica. I gesti prodigiosi che Gesù compie, la guarigione di alcuni malati e de gli indemoniati, accompagnano e certificano le sue parole. Alcuni dei discepoli sono chiamati a lasciare tutto e a vivere giorno e notte col Maestro: sono gli apostoli, chiamati a stare con lui e a formare il nuovo Israele. Sono proprio loro, a un certo punto della vita pubblica di Gesù, a porsi la domanda: chi è veramente quest’uomo? Un profeta? Il Messia? Anche noi possiamo, ripercorrendo la vita di Gesù, giungere allo stesso interrogativo: chi è veramente Gesù Nazareno, figlio di Giuseppe?

I

II paradiso (particolare). Giusto de’ Menabuoi, 1370-1380 ca. Padova, cupola del battistero.

2 Nato da Maria Vergine

l Natale resta, nel mondo occidentale e in Italia, una delle feste più importanti della tradizione. Negli ultimi decenni, però, stiamo assistendo a un progressivo svuotamento del significato profondo di tale celebrazione a vantaggio di una più generica (e inutile) festa della

bontà o della famiglia... Natale non è una festa gentile che esalta l’infanzia! È il mistero profondo della venuta di Dio in mezzo a noi, della presenza dell’assoluto di Dio che si comprime nel grembo di una ragazzina, di un Dio che rinuncia alla sua divinità per condividere la vita degli uomini senza compromessi! I racconti dell’infanzia di Gesù, riportati da Matteo e da Luca, integrano la narrazione storica della nascita con indicazioni teologiche, che cercano di interpretare tale evento. II Natale smentisce il luogo comune, oggi molto diffuso, di una presunta assenza di Dio: è l’uomo ad essere il grande assente. La nascita di Gesù smuove l’ambiente a lui circostante e il discepolo che legge i racconti: chi è veramente questo bambino? La venuta di Dio nel mondo è segnata, da subito, da profonde incomprensioni: la luce viene, ma le tenebre non l’hanno accolta. L’imperatore Cesare Augusto conta i suoi sudditi, senza preoccuparsi affatto di Dio. Erode, l’astuto re idumeo che ha fatto tornare grande Israele, teme la venuta del Messia: per lui Dio è un concorrente. La rinata classe sacerdotale, troppo impegnata a gestire il tempio restaurato per desiderare davvero l’avvento dell’inviato di Dio, resta chiusa nelle proprie convinzioni teologiche e nella propria cultura e non va a verificare la notizia della nascita di un re. La brava gente di Gerusalemme è assorbita dalla quotidianità e non si pone veramente il problema di cosa stia succedendo. Altri accolgono con stupore la notizia: Maria e Giuseppe custodiscono l’inaudito di Dio; i pastori, gli zingari dell’epoca, lontani dalla religione tradiziona33


le, ricevono per primi l’annuncio rivolto agli ultimi; i Magi, curiosi astronomi, cercano la verità e incontrano Dio; Simeone, l’anziano devoto del tempio, vede finalmente realizzata la sua attesa. Il Natale segna un discrimine, un punto di svolta: chi è veramente questo bambino? Quel bambino è già segno di contraddizione, è colui che ci spinge alla scelta fra la luce e la tenebra. La festa del Natale porta in sé una forza e una provocazione che, con i secoli, abbiamo colpevolmente attenuato: è pieno di sangue il • Natività di Gesù. Girolamo di Natale che abbiamo riempito di zucchero! Benvenuto, 1510. Montepulciano La circoncisione di Gesù segna l’obbedien(Siena), Museo civico. za di Maria e Giuseppe alla legge data ai loro padri: Gesù si pone in continuità e compimento di quanto sperimentato dal popolo di Israele. Maria e Giuseppe fuggono dalla loro terra, dopo la stra- lano di apparizioni o di consigli particolari: sono genitori ge dei bambini di Betlemme, gli inconsapevoli testimoni fino in fondo e anch’essi devono continuamente interrodella follia omicida di un re, i primi martiri difensori di garsi sull’identità di quel bambino. L’angelo ha detto a Maria che egli è il Messia, l’EmmaCristo. La loro permanenza in Egitto ci ricorda la difficinuele, ma la quotidianità di Gesù è identica a quella degli le situazione di chi oggi, come loro, si ritrova nella stessa condizione e deve fuggire dalla propria terra a causa della altri bambini. Maria e Giuseppe vivono il mistero della presenza di Dio in mezzo a loro e crescono continuamente guerra o della miseria. Gli evangelisti non sono interessati ai particolari della nella fede. Quegli anni di presenza a Nazaret, lontano dai luoghi prima parte della vita di Gesù. Dai loro stringati racconti sappiamo che Gesù vive con la sua famiglia a Nord, in decisionali, lontano dal cuore spirituale di Israele, lontano Galilea, ai confini di Israele, a Nazaret, un piccolo borgo da Roma, la capitale dell’Impero, in un’epoca senza mezzi tecnologici di comunicazione, retrograda rispetto alla nocollinare lontano dalle principali vie di comunicazione. Solo Luca ci racconta l’episodio del viaggio a Gerusa- stra mentalità efficientista, mettono radicalmente in crisi la lemme di Gesù adolescente, in cui Maria e Giuseppe ri- nostra visione contemporanea: il valore di una persona non trovano il proprio figlio a discutere alla pari con i dottori si misura dai suoi risultati, né dalla sua produttività. Con l’incarnazione di Dio il tempo smette di essere didel tempio, e li ammonisce: vuole occuparsi delle cose del viso in tempo sacro e tempo profano: Dio abita la casa di Padre. Per il resto, dal ritorno dall’Egitto fino al battesimo sulle Nazaret, non solo il tempio di Gerusalemme. Se ciò è vero, quanto cambia il nostro modo di vedere la vita! Quanto rive del Giordano, non sappiamo nulla. Non un particolare, non un dettaglio che soddisfi la nostra diventa piena di stupore la quotidianità! Che mistero insondabile è Nazaret! curiosità. Quanti schiavi e sofferenti, in quei trent’anni, hanno Un silenzio assordante: non sappiamo nulla del 90% della invocato giorno e notte l’aiuto di Dio! vita di Gesù. Nulla di nulla. E Dio cosa faceva? Eppure quel silenzio parla, a chi lo sa ascoltare. Sgabelli. Dio diventa uomo e cresce come un uomo: impara a camminare, a parlare, a leggere. Segue il padre nella bottega e impara a piallare, a tagliare le assi seguendo la vena del legno, a compiere i tanti gesti quotidiani della vita di un ragazzo che vive in un piccolo paese rurale. Dio ha voluto imparare le cose degli uomini, ha voluto essere in tutto uguale a noi. Ci emoziona riflettere su questo aspetto: quanto deve essere bella l’umanità se Dio ha deciso di diventare uomo! Quanto è importante e feconda la • La Natività. Pinturicchio. Capquotidianità se Dio decide di viverla pella Baglioni, Colleggiata di per la maggior parte della sua vita terrena! Santa Maria Maggiore. Spello Maria e Giuseppe vedono crescere (Perugia). il «loro» ragazzo. I vangeli non ci par34


3 L’inizio della

vita pubblica

L

a prima apparizione pubblica di Gesù avviene sulle sponde del Giordano, dove il profeta Giovanni predica un battesimo di conversione. Le folle accorrono a lui da tutto Israele: da secoli manca la predicazione di un vero profeta e, nonostante lo sfavillare del ricostituito tempio e della sua pomposa liturgia, la gente avverte il bisogno di un autentico e radicale uomo di Dio. La predicazione del Battista è impregnata di Antico Testamento: come i profeti del passato, non usa mezzi termini, denuncia le ipocrisie, minaccia la punizione divina e l’avvento del Messia. Gesù, invece, parlerà di conversione e di perdono: Dio non è pronto a tagliare con l’ascia l’albero improduttivo ma a innaffiarlo e a concimarlo perché porti finalmente dei frutti. Giovanni stesso resterà spiazzato dal modo in cui Gesù esercita la sua missione. Gesù si mette in fila con i penitenti, lui che non ha commesso peccato, che non deve pentirsi di nulla. Con questo gesto, da subito, manifesta la sua vicinanza ai peccatori, la sua umiltà, la sua dedizione verso i perduti. È solidale fino in fondo, il Signore, non guarda dall’alto coloro che sbagliano ma, diversamente dai devoti del suo tempo, li vuole accanto a sé e li accompagna nel cammino di cambiamento che essi operano. Non è l’acqua del Giordano a purificarlo, ma la sua presenza purifica e santifica le acque che usiamo per il nostro Battesimo! In quell’occasione il Padre indica Gesù come proprio figlio prediletto e invita i discepoli ad ascoltare le sue parole. Il discepolo è, prima di ogni altra cosa, colui che ascolta, che fa tacere le tante voci che lo circondano e si mette in ascolto delle parole del Maestro, raggiungibile anzitutto nella meditazione delle Scritture. Il battesimo, per richiesta di Gesù, diventa il segno della nostra appartenenza a Cristo: in esso riceviamo la vita di Dio. Il giorno del nostro battesimo è stato messo nel nostro cuore il seme della presenza di Dio. Non è stato un rito scaramantico, quindi, ma un seme da coltivare, da accudire che, se trascurato, scompare. Dentro: è lì che troviamo Dio e tutto ciò che nella vita ci porta «dentro» (arte, musica, silenzio, natura) ci avvicina a Dio, tutto ciò che è «fuori» (caos, apparenza, superficialità) ce ne allontana. Col battesimo siamo entrati a far parte della Chiesa, quella del sogno di Dio, non lo sgorbio che abbiamo in testa, la Chiesa dei santi e dei martiri, la Chiesa che cammina, canta e spera, non quella grottesca dei nostri giudizi superficiali.

Il battesimo di Gesù. Giotto, 1303-1305. Padova, Cappella degli Scrovegni. Con il battesimo siamo salvi, redenti, ci è tolto il peccato originale, la fragilità nell’amore: come Cristo, e in lui, siamo resi capace di dare la vita per i fratelli. Passiamo la vita a cercare di realizzare i nostri sogni: vorremo essere una grande rock-star, un premio Nobel, una madre o un padre esemplari... ma più che figli di Dio beneamati non potremo mai essere: e già lo siamo. Gesù, dopo avere ricevuto il battesimo, si ritira nel deserto per quaranta giorni. La sua scelta ha certamente un forte valore simbolico; per quarantenni il popolo di Israele aveva vagato nel deserto e per quaranta giorni Gesù, solidale con il popolo che ama e salva, entra nel deserto. Il deserto, luogo di contraddizioni, esaspera le fragilità ma nel contempo esalta la tempra di chi lo affronta. Nel deserto si deve andare necessariamente all’essenziale e diventa difficile anche solo sopravvivere. Perciò nella Bibbia il deserto è il luogo della nostalgia di Dio, dell’innamoramento fra Dio e il popolo, e i profeti invitano Israele a tornare nel deserto per farsi riconquistare da Dio. Gesù va nel deserto anche per valutare la sua azione 35


evangelizzatrice: vuole decidere come annunciare la buona notizia del Regno. Anche noi, come Gesù, come Israele, attraversiamo dei momenti di deserto: a volte spinti dalle difficoltà, a volte per scelta personale. Nel deserto ritroviamo noi stessi, torniamo all’essenziale, lasciamo spazio al silenzio e all’interiorità. Ogni anno, durante la Quaresima, la Chiesa ci invita a entrare volontariamente in un deserto che ci prepari alla Pasqua. Nel deserto Gesù viene tentato dal demonio. Il Male esiste e opera in noi, desiderando sostituirsi a Dio e offuscando il nostro giudizio. Il peccato, che è male perché ci fa del male, ci viene proposto come soluzione ragionevole. Anche Gesù, pur essendo Dio, è chiamato a fare delle scelte. Le tentazioni di Gesù, in particolare nel vangelo di Matteo, ci aiutano a capire la strategia dell’avversario e a superare ogni nostra tentazione. Per fare il Messia, dice il diavolo, Gesù deve tenersi in forma, superare la fame, curarsi di sé. È ragionevole, questa prospettiva, e il demonio cita pure la Scrittura. Ma Gesù replica, sempre usando la Parola che conosce bene: la logica degli Gesù appetiti e dei bisogni non può colmare l’infinito desiderio di tentato dal bene che abita il cuore degli uomini. Siamo più delle nostre demonio. soddisfazioni materiali. Gesù non si cura di sé, si cura di me. Miniatura. Per fare il Messia, insinua il diavolo, bisogna fare dei Siena compromessi, accordarsi col potere politico e religioso. Ha ragione, il demonio: se Gesù si fosse alleato con i potentati del tempo non sarebbe certo finito sulla croce. Ma Gesù obietta: il Infine, chiede il diavolo, Gesù deve operare dei miracocompromesso ci può allontanare da Dio e il potere diventare li prodigiosi per essere seguito dalle folle. Ha perfettamenesso stesso una divinità. te ragione: quanti, ancora oggi, percorrono migliaia di chilometri per inseguire una presunta apparizione o un miracolo! Ma Gesù rifiuta una visione miracolistica della fede: vuole che Dio sia amato per quello che è, non per quello che dà. Gesù ha vinto la tentazione di un messianismo materialista, politico, miracolista: annuncerà il vero volto di Dio solo con le parole e la coerenza della sua vita. Il demonio tornerà, al momento opportuno, al Getsemani, quando Gesù constaterà che la sua missione, apparentemente, è fallita. Anche a noi è dato continuamente scegliere che uomini e donne essere e, alla luce del vangelo, operare delle scelte che ci portino verso il Regno. La luce della Parola di Dio e la preghiera ci aiutano a discernere. Ma se anche facciamo la scelta sbagliata, se cediamo alla tentazione, il Signore ci raggiunge e ci salva con il perdono.

Gesù tentato dal Demonio nel deserto. Miniatura francese, XV sec. Londra, British Museum. 36


4

Annunciatore del Regno

G

esù inizia la sua missione dai confini di Isra- delle parole che dice. Nel vangelo di Marco, addirittuele, da quella porzione di territorio che si era ra, Gesù impone alle persone guarite di tacere, anche storicamente confrontata e adattata ad altre per evitare la distorsione del suo messaggio. Proprio popolazioni e ad altre visioni religiose. Per i puri di questa prudenza è una delle cause dell’insoddisfazione Israele la fedeltà all’alleanza era inversamente propor- della folla nei suoi riguardi: perché Gesù non inaugura zionale alla distanza dalla capitale, Gerusalemme. La il Regno nuovo guarendo tutti gli ammalati e caccianGalilea era considerata un luogo religiosamente diffi- do l’invasore romano? La posizione di Gesù è molto più complessa: sa che cile ed è proprio dai confini della Galilea, da Zabulon e la salute è tanto, ma non tutto. Più della salute c’è la Neftali, che Gesù inizia il suo ministero. Il suo messaggio è semplice e lineare: il Regno di salvezza. Davanti al lebbroso samaritano guarito, che Dio si è avvicinato, si è reso presente, accorgitene e credi al vangelo! I suoi contemporanei, invece, erano abituati a una visione religiosa complessa e selettiva: i farisei, i perushim, i puri di Israele, molto ammirati dal popolo, vivevano l’osservanza della Legge come necessaria per meritarsi la benevolenza di Dio. Ma al decalogo di Mosè, nei secoli si erano aggiunti oltre seicento precetti e per l’uomo comune era difficile anche solo conoscerli, altro che osservarli! Perciò i farisei disprezzavano il popolo che non conosceva la Legge e, a loro parere, viveva nel peccato. La classe sacerdotale era rinata grazie alla ricostruzione del tempio (dopo sei secoli!) e si spartiva il servizio al tempio. I sommi sacerdoti gestivano la loro carica Gesù guarisce la suocera di Pietro. con arroganza e poca spiritualità, la gente Cristoforo De Predis, Miniatura XV sec. li temeva ma non li stimava. Torino, Biblioteca Reale. La predicazione di Gesù, perciò, è una novità assoluta: pur non avendo titoli o incarichi, egli parla con autorevolezza, dimostra di cono- torna a ringraziarlo, diversamente dagli altri nove comscere bene la Parola, interpreta correttamente la Legge. pagni di sventura ebrei, Gesù commenta: dieci sono Ma è soprattutto il suo atteggiamento che converte le stati sanati ma uno solo è stato salvato. È vero: conosciamo tutti persone piene di salute, inpersone: Gesù accoglie proprio gli esclusi e gli ultimi, soddisfatte, che giungono a gettare via la loro vita nel frequenta i peccatori e la sua vicinanza li converte. Dio viene per i malati, non per i sani, e fa festa per vizio e nella droga e ammalati che, nonostante tutto, vivono con serenità il loro percorso... ogni peccatore che scopre la misericordia di Dio! Gesù non è venuto a risolvere i nostri problemi, ma Ancora oggi risuona il vangelo della compassione: a illuminarli di una luce nuova, a inserirli in una proDio ci viene a cercare, non ci giudica con severità, ci invita a scoprire la nostra dignità, a respingere la parte spettiva diversa. Ancora oggi, i miracoli che possono accadere nella oscura che è presente in noi, ad aderire al suo progetto fede, sono da ricondurre alla stessa logica di un Dio di luce e di pace. Chi accoglie la novità del Regno con cuore sempli- che considera la vita una benedizione, nonostante le ce scopre una nuova dimensione di sé e della vita, im- sofferenze. E ci invita a godere della salvezza e a vipara ad essere Chiesa, giudica se stesso e gli altri con vere da salvati, nonostante le inevitabili difficoltà che possiamo incontrare. gli stessi sentimenti che furono di Cristo Gesù. Gesù rifiuta di comportarsi da taumaturgo o da guru, non ricorre ai prodigi per stupire le folle o per manipolarle, usa i miracoli con prudenza e solo a conferma 37


5 Fu crocifisso, morì e fu sepolto

P

osta lungo il percorso dei discepoli, la trasfigurazione rappresenta un momento importante del cammino di fede. Sul monte Gesù si mostra per quello che è veramente: non si toglie una maschera svelandosi diverso, ma i discepoli, per la prima volta, lo vedono con uno sguardo nuovo, di fede. Nuovamente il Padre chiede ai discepoli di ascoltare le sue parole, e la presenza di Mosè e di Elia rimanda

alla conferma da parte della precedente rivelazione (la Legge e i Profeti) di ciò che Gesù è. È la bellezza che ci converte, che ci porta verso il Dio raccontato da Gesù. Il desiderio di Pietro e dei suoi compagni di restare sul monte ad ammirarne la bellezza è, nella sua ingenuità, la ragione ultima per cui ci avviciniamo a Dio: è bellissimo credere in lui. Non solo una bellezza estetica, ma una bellezza in cui il bene, il buono e il bello si uniscono in perfetta armonia. La scoperta della bellezza di Dio, però, passa attraverso una fatica, il rendere sacro, questo il significato del termine sacrificio, che Gesù sperimenterà sulla croce. Nei racconti del vangelo emerge la determinazione di Gesù: egli è disposto ad andare fino in fondo, anche a morire, pur di annunciare la verità sull'identità di Dio. Se il Natale ci apre allo stupore di un Dio che si fa bambino, la passione, morte e risurrezione di Gesù rispondono alla domanda presente nel vangelo circa l'identità di Gesù: abbiamo celebrato la nascita di quel bambino perché con la sua risurrezione abbiamo sperimentato la sua vera identità. Gesù giunge alla fine del suo mandato pubblico consapevole che non tutto è andato secondo i suoi auspici: le folle entusiaste non lo hanno seguito in Giudea, il potere religioso è ostile alla sua predicazione irrituale e

La crocifissione. Giotto, 1303-1305. Padova 38


La. deposizione di Gesù.

Giotto, 1303-1305. Padova, Cappella degli Scrovegni.

preoccupato per un possibile intervento romano, i suoi stessi discepoli sono perplessi dalle sue richieste, specialmente dopo il discorso sul Pane di vita. Gli apostoli, che lo hanno seguito per tre anni, sono scostanti e litigano fra loro, convinti che il Regno di Dio sia una realtà politica imminente. Cosa può fare Gesù per convincere l’umanità? Gerusalemme che uccide i profeti si sta organizzando per eliminare la sua presenza: Gesù sceglie di andare fino in fondo, di consegnarsi, di lasciare che gli eventi, apparentemente, lo travolgano, per manifestare in maniera definitiva la sua identità e la sua volontà salvifica. Gesù è accusato di stravolgere le norme, di disprezzare il tempio e la rinata classe sacerdotale, di criticare i devoti suoi contemporanei ma, soprattutto, la sua condanna a morte dipende dalla sua inaudita pretesa di prendersi per Dio. Davanti alla forza di tanto odio, Gesù sceglie di andare fino in fondo alla sua missione. Altro è fare dei bei discorsi, altro è pendere dal legno! Desideroso di portare a compimento la sua missione, solo e abbandonato dai suoi amici, Gesù non fugge e si affida al Padre. La sua morte esemplare, Gesù muore come è vissuto, in assoluta coerenza con le sue parole, sbalordisce chi, come il Centurione nel vangelo di Marco, guarda alla sua esecuzione con attenzione e senza pregiudizi. Gesù muore donando la

sua vita per la salvezza dell’umanità, perdonando i suoi carnefici, mostrandoci un esempio di vita donata. Chi è, veramente, quest’uomo? Dopo la sua risurrezione i discepoli capiscono il valore di quella morte ignominiosa, capiscono il progetto di salvezza di Gesù. Morendo per noi Gesù dimostra il suo amore, un amore li bero, senza condizioni, che non ricatta, che non obbliga. Gesù ci ama fino a morirne, Dio muore per amore. Questo amore ci salva, non il dolore. E l’amore che riceviamo e doniamo, sull’esempio del Maestro, continua a redimere l’umanità, a indirizzarla verso la pienezza del Regno.

L’arresto e il bacio di Giuda. Cristoforo De Predis, miniatura XV sec.

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6 Il terzo giorno è risuscitato

S

e Gesù non è risorto, vana è la La risurrezione di Gesù. Giotto, 1303-1305. nostra fede! Padova - Cappella degli Scrovegni. Tutta la nostra fede è basata sull’assenza di un cadavere, sulla testimonianza dei suoi discepoli. Se Gesù è risorto significa che egli era davvero colui che pretendeva di essere. Se il Padre l’ha risuscitato dai morti, significa che le sue non sono solo parole di un uomo saggio e buono, annientato dal potere corrotto, come accaduto per altre personalità di spicco. Se Gesù è risorto, la morte è stata sconfitta. Il Dio nudo, appeso, esteso, evidente, il Dio sconfitto e straziato, il Dio deposto sulla fredda pietra non è più qui, è risorto. Non rianimato, non ripresosi, non vivo nel nostro ricordo e amenità consolatorie di questo genere. Gesù è davvero vivo, risorto, presente per sempre. La sua nuova condizione sfugge alla nostra percezione: è proprio lui, risorto col suo corpo, mangia e beve, si fa toccare. Ma vive in una nuova dimensione: non sempre è riconosciuto, compare quando i suoi discepoli sono barricati in una stanza, non ha più confini di tempo e di spazio... Se Gesù è risorto può essere presente ovunque, può restare con noi discepoli anche se non lo percepiamo più fàsicamente. Gesù è veramente risorto e sono molti i «segni» che lo testimoniano, come ricorda san Luca negli Atti e san Paolo sconcertante accusare gli apostoli di essersi inventati nelle sue lettere. La risurrezione di Gesù e gli eventi che ne seguo- la risurrezione e di avere «fondato» una nuova relino suscitano grande scalpore in Gerusalemme e sca- gione. Nel paese più radicalmente monoteista della storia tenano una vera e propria persecuzione da parte del Sinedrio nei confronti dei suoi discepoli. Come nota è davvero improbabile avere successo propo nendo giustamente un articolo del Compendio (n. 127), è un uomo come incarnazione divina! In un paese che aspettava la venuta di un Messia vittorioso e combattente, è piuttosto inadatta la predicazione di un Messia dimesso e perdente! Gli apostoli non erano molto abili nel marketing, inventandosi una dottrina così impopolare! Da sempre i detrattori del cristianesimo fanno di tutto per negare la veridicità della risurrezione ma, come ci insegna la storia, la soluzione più semplice è probabilmente la più vera: Gesù è davvero risorto!

Hans Memling, Il Giudizio Finale (1467-1471) 40


7 E’ salito al cielo

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vangeli ci parlano delle apparizioni di Gesù risorto e del percorso fatto dai discepoli, duramente colpiti dai tragici eventi della passione. La notizia della risurrezione si diffonde e diversi seguaci lo incontrano, risorto. Gesù fa loro una progressiva catechesi: li aiuta a capire il senso profondo del suo percorso, era necessario che egli dimostrasse la serietà dell’amore di Dio per l’umanità, morendo in croce. Gli apostoli, progressivamente, entrano nella nuova dimensione del Signore risorto, si convertono alla gioia, capiscono la vera natura di Gesù: egli non è solo un grande rabbino, e nemmeno solo un profeta, o il Messia... egli è il Signore, il Figlio di Dio, la presenza stessa di Dio. Questa consapevolezza matura col passare dei giorni e con la riflessione della comunità. II Signore risorto, dopo un periodo di presenza con i suoi discepoli, torna presso il Padre con il suo corpo risorto. È un momento difficile per la nascente Chiesa: gli apostoli sono ancora convinti di costruire il Regno con la presenza permanente del Signore. È presente il Signore, certo, ma attraverso dei segni, dei sacramenti. Sta alla comunità, ora, assolvere al suo mandato, annunciare a tutte le nazioni la buona notizia. Se Gesù proclama il vangelo, la buona notizia, ora è lui a diventare la buona notizia. Sospinti dallo Spirito, gli apostoli annunciano gli eventi pasquali e ciò che Gesù ha detto e fatto. Inizia il tempo della Chiesa: in attesa del ritorno glorioso di Gesù nella pienezza dei tempi, i suoi discepoli sono chiamati a costruire il Regno dove vivono, a renderlo presente con la comunione di intenti, con l’amore all’umanità. La Chiesa vive per dire Cristo, per celebrarlo, aspettando che egli torni. E dice di Cristo ciò che ha capito, in un percorso di progressiva illuminazione che durerà secoli. La consapevolezza, sostenuta dallo Spirito Santo,

si fa largo attraverso diverse interpretazioni riduttive, esagerazioni, semplificazioni. Ma i discepoli che seguono gli apostoli restano fedeli alla testimonianza di chi lo ha conosciuto e ci consegnano il Gesù «scoperto» dagli apostoli, tramandato fedelmente lungo la storia. I primi secoli sono determinanti per definire con precisione l’identità di Gesù. La professione di fede dei primi testimoni è molto chiara: Gesù è vero uomo e vero Dio. Vero uomo: ha vissuto come noi, ha gioito e sofferto come noi, è morto come noi. La sua non è una finta umanità. Gesù è totalmente uomo, eccetto il peccato che, a pensarci bene, è Fanti-umanità. Vero Dio: la sua conoscenza di Dio è assoluta e diretta, non è un uomo particolarmente sensibile all’aspetto spirituale, è in contatto diretto e unico col Padre e afferma di esserne il Figlio. Non è «figlio» come noi siamo «figli di Dio», ma in maniera unica e assoluta. Da questa intuizione derivane molte conseguenze. Discesa, dello Spirito Santo. Miniatura del sec. XIV. 41


8 Vero Dio e vero uomo Dio stringe alleanza con gli uomini

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n che modo Gesù è vero uomo e vero Dio? Quando è successo? Come? E come possono coesistere due nature così diverse in un unico essere? Sono domande che i cristiani si sono posti lunSan Paolo, go i primi secoli e, in parte, miniatura del sec. XVI, ancora oggi si pongono. E facile ritrovare nelle odierne discussioni sull’identità di Gesù una traccia di queste posizioni. Molti esasperano l’umanità di Gesù, dicendo che egli è stato un grande uomo, sfortunato e coerente, ma nulla di più. La sua presunta divinità sarebbe un’invenzione dei discepoli (sempre nel paese più monoteista del mondo, ricordiamocelo!). Gesù, però, ha più volte affermato di essere uguale al Padre, di essere suo Figlio, e proprio questa pretesa è all’origine della sua condanna a morte! È difficile dire che uno che si prende per Dio è un grande uomo... Altri esasperano la divinità di Gesù, giungendo a negare gli aspetti fondamentali della sua umanità: il Signore sapeva tutto, ha agito con la piena consapevolezza delle conseguenze di ciò che faceva, tutto era stabilito e preordinato. Ma, così facendo, si dimentica che Dio, incarnandosi, ha voluto essere in tutto simile a noi, non ha voluto privilegi, non ha barato. La Chiesa, da sempre, ha tenuto fede a questa doppia

Ultima cena. Miniatura francese del sec. XIV.

identità, interrogandosi su come potessero coabitare queste due nature. Gesù non è un uomo «investito» da una particolare missione il giorno del suo battesimo, ma il Verbo di Dio, preesistente col Padre dall’eternità, che si è incarnato nel grembo di Maria. Due problemi sono sorti col proseguire della riflessione sull’identità profonda di Gesù: che tipo di conoscenza aveva il Signore? La sua conoscenza dipendeva dal Verbo o dalla sua anima umana? I successori degli apostoli hanno capito in che modo Gesù esercitasse la sua conoscenza: riguardo allecose di Dio Gesù aveva una conoscenza diretta e immediata, perché lui e il Padre sono una cosa sola. Gesù è consapevole della sua identità profonda e della sua missione. Per quanto riguarda le cose degli uomini, invece, pur manifestando una particolare sensibilità nella conoscenza dei sentimenti profondi delle persone, Gesù ha imparato come tutti noi. Gesù non conosceva l’inglese, né la fissione nucleare, né l’assetto geo-politico dell’Impero romano. Dio ha voluto imparare, assumendo questo limite umano. Gesù ha umanamente elaborato una strategia di evangelizzazione, ha umanamente capito che le cose non andavano come previsto, ha esercitato la sua volontà nell’affidarsi al Padre e consegnarsi alla croce. Questo aspetto non diminuisce la grandezza di Gesù ma, al contrario, la esalta: Gesù non recita una parte quando vive l’angoscia dell’orto degli ulivi, non finge quando è appeso alla croce. Si affida al Padre, confida nella risurrezione: la sua è una fede autentica e totale. Ci stupisce questo fatto, ci lascia interdetti, ci fermiamo alle soglie del Mistero. L’amore di Dio per noi giunge a scegliere di entrare in un limite, in un confine, per dimostrarsi amore assoluto e totale verso di noi. Esiste una profonda unione nell’esercizio della volontà, in Gesù la sua volontà umana si orienta alla sua volontà divina, egli vuole ciò che vuole il Padre. Questa riflessione ci fornisce una indicazione concreta: anche noi possiamo orientare la nostra volontà a quella divina: desiderare e cercare ciò che Dio desidera, per collaborare alla realizzazione del Regno. Quando, nella preghiera, chiediamo al Padre di fare la sua volontà, esprimiamo il desiderio di collaborare a realizzare quella volontà. Non è un abbandono cieco e fideistico: nel linguaggio comune, purtroppo, sia fatta la volontà di Dio assume una sottile sfumatura fatalista: chissà che disgrazie stanno per accadermi?. La volontà di Dio è sempre un bene per noi! Egli desidera il nostro bene, più di quanto noi stessi lo conosciamo e lo desideriamo... I discepoli indagano sull’identità di Gesù e di pari passo sul suo messaggio. Il Dio che Gesù rivela è il Dio di Israele, certo, ma Gesù sembra conoscerlo in maniera unica e straordinaria. Ed emerge, già negli scritti del Nuovo Testamento la visione di un Dio che è Trinità.

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e elezioni sono alle porte e i cattolici, ancora una volta, sono rincorsi, a destra come a sinistra. Nonostante le profonde trasformazioni in atto, rappresentano un bacino consistente di voti. Questo pur in presenza di difficoltà, è il segnale di una presenza significativa, in termini di lievito, dei cattolici nella vita politica del nostro Paese. In un documento della CEI del 2005 (Fare dì Cristo il cuore del mondo) si ammette, per la prima e forse unica volta, l’indebolimento del laicato e la sua scomparsa dal proscenio della Chiesa. «Non sempre l’auspicata corresponsabilità (dei laici) ha avuto adeguata realizzazione. Non mancano segnali contraddittori. Si ha talora la sensazione che lo slancio conciliare si sia attenuato. Sembra di notare, in particolare, una diminuita passione per l’animazione cristiana del mondo del lavoro e delle professioni, della politica e della cultura ecc. A volte può essere che il laico nella Chiesa si senta ancora poco valorizzato e compreso. Oppure, all’opposto, può sembrare che anche la ripetuta convocazione dei fedeli laici da parte dei pastori non trovi pronta e adeguata risposta, per disattenzione o per una certa sfiducia o un larvato disimpegno». Il privilegio concesso ai Movimenti nell’ultimo ventennio, la minor presa della forma associativa e della sua democrazia, la progressiva centralizzazione in capo alla Conferenza episcopale, hanno indebolito il laicato organizzato e le sue élites. Non viene intercettato il laicato comune delle assemblee liturgiche domenicali e, ancora meno, quello dei frequentanti occasionali, i più secolarizzati. Il processo di normalizzazione dei Movimenti non ha segnato lina significativa emersione di nuove leadership laicali. Esse sono piuttosto cooptate attraverso la creazione di aggregazioni di seconda specie che cominciano ad apparire dagli anni ‘90 in poi: il Forum delle associazioni familiari dal 1992, Retinopera dal 2002, Scienza e fede dal 2005. La scelta operata dalla Chiesa italiana, nata dalla constatazione della fine della Democrazia Cristiana e della dispersione in poli contrapposti dei cattolici impegnati in politica, è stata quella di voler trattare in modo diretto con i poteri politici statali e di sostenere un discernimento culturale e politico attraverso quelle aggregazioni. La decisione, nei fatti, ha ridotto considerevolmente lo spazio sia delle mediazioni delle istanze laicali, sia di un’azione politica autonoma dei laici cristiani. La seconda questione che, a nostro avviso, ha rappresentato uri impasse in

ordine alla presenza è la questione, seria, dei «principi non negoziabili». L’importante Nota dottrinale sull’impegno dei cattolici nella vita politica, emanata nel 2002 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, parlava a questo proposito di «principi morali che non ammettono deroghe, eccezioni e compromesso alcuno».

Da cristiani,

nella città di tutti C'è ancora la passione per l'animazione cristiana del mondo? A quali condizioni la presenza dei cattolici in politica è efficace?

Ne offriva un’elencazione ampia: «diritto primario alla vita dal suo concepimento al suo termine naturale», «tutela e promozione della famiglia, fondata sul matrimonio monogamico fra persone di sesso diverso», «garanzia della libertà di educazione ai genitori per i propri figli (come) diritto inalienabile», «tutela sociale del minore», «libertà religiosa», «sviluppo per un’economia che sia al servizio della persona e del bene comune», «pace». La nostra convinzione è che il cristiano può fare politica partendo da «valori non negoziabili» solo se pratica buone mediazioni. In caso contrario si condanna o al tradimento dei valori oppure all’inefficacia politica. Diremmo perciò che la costruzione della mediazione è il modo politico di mettere in pratica la necessaria coerenza con i «valori non negoziabili». Ancora una volta, resta attualissima la lezione di Giuseppe Lazzati: per agire politicamente occorre «pensare politicamente». La legittima formulazione dei principi da parte dei Pastori non può sostituire il discernimento dei credenti che, in quanto cittadini tra cittadini, sono chiamati a tradurre questi principi, nella città di tutti, in formule giuridico - politiche, tenendo conto di una serie di fattori contingenti e nel rispetto della dialettica democratica con soggetti di diversa ispirazione.

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Progetti folli, illusione che creino soldi. Ed eccoci qua con il collasso del sistema bancario. La concentrazione sul presente vanifica l’attesa del futuro.

più sfuocata, quando non totalmente minacciosa e minacciata. Il pellegrino, infatti, fa assegnamento proprio sul punto d’arrivo del suo cammino, il quale si deve dimostrare solido in modo da poter garantire che il differimento della soddisfazione, il sacrificio attuale possa essere ricompensato adeguatamente nel momento in cui si raggiungerà la meta. Quando non riesce più ad assicurare tutto ciò, il futuro perde la sua capacità di motivazione, di incoraggiamento e di sprone.

Nessuna scommessa sul futuro

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a tempo la parola “crisi” è diventata abituale nel nostro lessico comune. È una conseguenza del terribile contraccolpo delle pessime azioni portate avanti da un certo modello di società e da una certa impostazione economico -finanziaria a livello globale. Abbiamo per lungo tempo pensato di poter vivere allegramente al di sopra delle nostre stesse possibilità, permettendoci - soprattutto le popolazioni occidentali - uno standard di vita medio per nulla “medio”, grazie però alle pratiche dell’indebitamento, sulla scia della filosofia del “prendo ora e pago domani”. Tutto ciò si è saldato ad un sistema finanziario che, nell’illusione dei soldi che creano soldi, avidamente ha cercato e fino ad un certo punto è riuscito a sfruttare questa inclinazione al debito dei cittadini, con investimenti che si sono poi rivelati del tutto infondati. Nel momento in cui si è fatto fatica a saldare i troppi debiti accumulati, il sistema è rovinosamente precipitato, mandando quasi al collasso il sistema bancario globale. La vicenda, come è noto, non riguarda solo i singoli: molti Paesi, nella loro interezza, vivono ore drammatiche, proprio perché, per far fronte a progetti folli e a un dispendio incredibile di risorse economiche, hanno accumulato un debito pubblico spaventoso, che ora faticano ad onorare senza imponenti aiuti internazionali. Quello dell’Italia si aggira intorno ai 2000 miliardi di euro.

Ora,proprio l’evento sommamente tragico della Seconda guerra mondiale, la lunga stagione della Guerra fredda, l’attuale costante minaccia di una possibile guerra nucleare, i più recenti fuochi di fondamentalismi religiosi, le sempre più indomabili condizioni climatiche, le nuove forme di epidemie globali, hanno minato e continuano a minare la possibilità stessa di fidarsi del futuro, quale patria dei nostri sogni e progetti, che autorizza un cammino sobrio e impegnato nell’oggi. La crisi è dunque crisi di futuro, innanzitutto. La vera povertà è proprio questo rimpiccio-limento della capacità dell’immaginazione umana di proiettarsi sul futuro e di scommettere su di esso. Questo rende ragione anche della fatica di molti a sintonizzarsi con le leggi della vita cristiana, con i suoi ritmi, con lo stile di sobrietà e di solidarietà che propone: quella che teologicamente si definisce “dimensione escatologica”, cioè la tensione rivolta a cogliere la luce per l’oggi nel domani della storia, trova poca corrispondenza in una sensibilità umana tutta concentrata sul presente. Nello stesso tempo, le condizioni attuali della società globale offrono alla comunità cristiana la possibilità di un discorso vero e profetico, che nessuna politica e nessuna teoria economica potrebbero mai permettersi. Solo accettando tutti di andare più piano, possiamo andare tutti più avanti, solo accettando l’eliminazione di privilegi si possono eliminare le quote di indigenza e sofferenza che la crisi ha ingigantito, solo nell’attenzione agli ultimi ci può essere attenzione a tutti.

Crisi Non più il pellegrino ma il vagabondo Non c’è pertanto nulla da dire: la crisi c’è e si vede. Quel che resta meno visibile è lo spostamento significativo che la pratica dell’indebitamento segnala sulla visione della storia da parte dell’uomo contemporaneo. Come mai ad un certo punto si è iniziato così intensivamente a scommettere tutto sul presente, sul qui e sull’ora, e si è persa quella saggezza del buon senso, per cui è meglio avere tanti desideri che non tanti debiti? Da dove nasce questa passione per il presente, che ora sta tanto rovinosamente mettendo in pericolo il futuro? Da dove origina questo pericoloso demone dell’accumulo e della crescita, che non da spazio alle logiche della conquista lenta ma sicura, faticosa e non azzardata, di un bene o di un certo quantitativo di denaro? Dietro tutto ciò, ha con convinzione argomentato Z. Bauman, il più noto intellettuale contemporaneo, si trova una metamorfosi dell’interpretazione della vita da parte dell’uomo postmoderno. Quest’ultimo è passato dal modello dell’uomo moderno, assestato sull’ideale della vita come pellegrinaggio, ad un modello di vita come vagabondaggio, come incessante esperienza turistica, come gioco, come azzardo. Non a caso si dice “giocare in borsa”. Il punto di rottura è dato dal fatto che oggi l’esperienza del futuro risulta sempre 44


INTRODUZIONE ALLA BIBBIA

Che cos’è la Bibbia? C

ome crescere nella fede? Come nutrire la fede? Come crescere nella partecipazione alla liturgia della Chiesa entrando nel cuore del Mistero della salvezza che in essa ci raggiunge? Come approfittare bene di un «Anno della Fede»? Bisogna metter giù bene le radici, affondare nel terreno sino a trovare le sorgenti d'acqua che ci permettono una vita sempre rinnovata e fresca. Per questi ed altri motivi ci pare un'urgenza dei nostri tempi nella Chiesa, quella di crescere nella familiarità con le Scritture fino a trovare in esse la Via e la Verità e la Vita, Gesù stesso e perciò le sorgenti della vita. Le Scritture ci spalancheranno i tesori, ci permetteranno di scrutare lo scrigno della Chiesa, della sua liturgia, della sua fede, più e infinitamente oltre il semplice Catechismo. Con paziente tenacia, noi cristiani ci disponiamo a scrutare le Scritture nel tesoro che chiamiamo Bibbia, perché vi è racchiusa una Parola che fa vivere e dona senso al vivere e al morire e fa conoscere Dio che è poi la vita eterna. A partire da questo notiziario pastorale, in maniera semplice e profonda, dedicheremo pagine di introduzione alla Bibbia. Sarà un bel percorso: dalla conoscenza esteriore del Libro sino all'ascolto per vivere e per credere.

Una piccola biblioteca

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ur presentandosi come un unico e compatto volume, la Bibbia si può definire come una piccola «biblioteca». Il termine stesso, nella sua origine greca, designa infatti un insieme di libri (ta biblìa, «i libri»). In questo unico volume confluiscono ben 73 libri, che la tradizione da sempre suddivide in due ampie parti, conosciute come Antico Testamento e Nuovo Testamento. I libri che compongono l’Antico Testamento (oggi chiamato anche Prima alleanza o Primo Testamento) sono 46 e contengono le vicende del popolo di Israele, dei suoi personaggi, dei suoi luoghi, della sua storia e della sua fede. È a questo popolo e alla sua storia, infatti, che Dio ha voluto affidare quella che comunemente viene chiamata «storia della salvezza», nella quale è racchiusa la rivelazione di Dio, che culminerà definitivamente nella persona di Gesù.

bibbia XII secolo

Alla persona di Gesù e alla sua predicazione è dedicata la seconda parte della Bibbia, il Nuovo Testamento, che si compone di 27 libri. Il termine «testamento» deriva dal latino testamentum. Esso traduce il greco diathèke, che significa «alleanza», termine che evoca uno dei temi centrali della Bibbia: l’alleanza tra Dio e l’uomo, che la lingua ebraica rende con berit. È nelle lettere di san Paolo che troviamo i termini «antica alleanza» (palaià diathèke, 2 Cor 3,14) e «nuova alleanza» (kainè diathèke, 2 Cor 3,6) per designare l’alleanza stretta da Dio con il suo popolo e l’alleanza stretta definitivamente in Gesù (cf Lc 22,20; 1 Cor 11,25; Eb 9,15). 45


INTRODUZIONE ALLA BIBBIA

I libri dell’Antico Testamento

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re sono le grandi «raccolte» di libri che compongono questa prima parte delja Bibbia: • i libri storici, • i libri profetici, • i libri sapienziali. I libri storici contengono la narrazione della storia del popolo di Israele, collocata nel contesto sociale, religioso e culturale dei popoli dell’antico Vicino Oriente. È però una storia interpretata alla luce della fede e degli interventi salvifici di Dio. Ecco i singoli libri in successione: - Giosuè - Giudici - Rut - Primo e Secondo libro di Samuele - Primo e Secondo libro dei Re - Primo e Secondo libro delle Cronache - Esdra - Neemia - Tobia - Giuditta - Ester - Primo e Secondo libro dei Maccabei. I libri profetici tramandano (a predicazione dei profeti, cioè di quei personaggi carismatici che annunciano la Parola di Dio esortando i destinatari della loro predicazione all’ascolto, alla conversione e alla fedeltà a questa Parola. I profeti, in base all’ampiezza della loro predicazione, sono suddivisi in maggiori e minori. Profeti maggiori sono: - Isaia - Geremia (con l’aggiunta dei due fascicoli delle Lamentazioni e di Baruc) - Ezechiele - Daniele. Profeti minori sono i seguenti dodici: - Osea - Giona - Sofonia - Gioele - Michea - Aggeo - Amos - Naum - Zaccaria - Abdia - Abacuc - Malachia. I libri sapienziali si collocano nel contesto della tradizione «educativa» dell’antico mondo orientale (famiglia, corte, lavoro, preghiera, rapporti sociali, condizione dell’uomo e della donna), ma il loro contenuto si ispira alla presenza e alla provvidenza di Dio nella

storia del mondo e nell’esistenza dell’uomo. Di questi libri fanno parte: - Giobbe - Salmi - Proverbi - Qoèlet (o Ecclesiaste) - Cantico dei cantici - Sapienza - Siracide (o Ecclesiastico). Nella cornice di questa triplice suddivisione dei libri biblici merita una trattazione particolare l’insieme dei primi cinque libri con cui si apre la Bibbia. Gli ebrei li chiamano Toràh, cioè «Legge» (o «Insegnamento»), mentre nelle nostre Bibbie vengono chiamati con il nome di Pentateuco, termine greco che significa «cinque» (pente) «astucci» o «rotoli» (téuchos). Sono libri, questi, che occupano un posto di rilievo nella Bibbia ebraica, perché il loro contenuto regola ogni ambito della vita del popolo di Israele (legislazione, amministrazione della giustizia, istituzioni, proprietà, salute, malattia) e determina ciò che è normativo per il culto, la fede e la preghiera del credente israelita. I cinque libri che compongono il Pentateuco sono: - Genesi - Esodo - Levitico - Numeri - Deuteronomio. Questi titoli derivano dalla traduzione greca della Bibbia, che condensava in essi il contenuto di ogni singolo libro: - le origini («Genesi», dal greco ghènesis); - l’uscita dall’Egitto o esodo («Esodo», dal greco èxodos); - il sacerdozio levitico e il culto («Levitico», dal greco leuìtikon); - la rassegna/numerazione delle tribù di Israele («Numeri», dal greco àrithmoi); - la «seconda legge» («Deuteronomio», dal greco dèuteros, «seconda», e nòmos, «legge»). Gli Ebrei, invece, chiamano questi libri con le parole iniziali di ciascuno di essi: - Bereshìt («In principio» Genesi); - Shemòt («I nomi», Esodo); - Wayyiqrà («Egli chiamò», Levitico); - Bemidbàr («Nel deserto», Numeri); - Debarìm («Le parole», Deuteronomio). La Bibbia ebraica, inoltre, suole raggruppare i libri dell’Antico Testamento nel numero di 22 (oppure 24), quante sono le lettere dell’alfabeto della lingua ebraica che, per gli Ebrei, è la sola lingua degna dell’ispirazione divina. La tradizione religiosa di Israele ama sintetizzare la raccolta dei libri che compongono l’Antico Testamento nella sigla acronima TaNaK, le cui tre consonanti evidenziate - T, N, K - indicano in successione: - Toràh: i libri della Legge o Pentateuco; - Nebiìm: i libri profetici (da nabì, «profeta») e i libri storici (chiamati «profeti anteriori»); - Ketubìm; i libri sapienziali (chiamati «gli scritti», come significa questo termine ebraico). L’arco di tempo racchiuso nei libri dell’Antico Testamento si estende dal 2000 a.C. circa fino alle soglie del Nuovo Testamento (all’anno 50 a.C. circa, epoca della fissazione nello scritto del libro della Sapienza). 46


INTRODUZIONE ALLA BIBBIA

Che cos’è la Bibbia?

I libri del Nuovo Testamento

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libri contenuti in questa seconda parte della Bibbia racchiudono la predicazione di Gesù, la sua morte e risurrezione, la vita delle prime comunità cristiane e l’attività missionaria/evangelizzatrice degli apostoli. In ordine sono: Vangeli, Atti degli apostoli, Lettere, Apocalisse. • I Vangeli sono quattro: - Vangelo secondo Matteo - Vangelo secondo Marco - Vangelo secondo Luca - Vangelo secondo Giovanni. I primi tre Vangeli sono chiamati anche «sinottici» (dal greco syn, «insieme», òpsis, «sguardo») perche, confrontati tra loro in uno sguardo di insieme, fanno risaltare sia gli elementi che hanno in comune sia le diverse sfumature, che li contraddistinguono. • Gli Atti degli apostoli: questo libro nasce nel contesto della formazione e della vita delle prime comunità cristiane e della predicazione/evangelizzazione degli apostoli. • Le Lettere sono conosciute con il nome del loro autore e dei loro destinatari e sono così suddivise: a) Lettere di Paolo All’apostolo Paolo vengono attribuite tredici Lettere: - Lettera ai Romani - Prima e Seconda Lettera ai Corinzi - Lettera ai Calati - Lettera agli Efesini - Lettera ai Filippesi - Lettera ai Colossesi - Prima e Seconda Lettera ai Tessalonicesi - Prima e Seconda Lettera a Timoteo - Lettera a Tito - Lettera a Filèmone. La Lettera agii Ebrei è ritenuta un’omelia e non se ne conosce l’autore.

Particolare all’interno dell’Abbazia di Viboldone: i simboli dei quattro evangelisti

L’arco di tempo di composizione del Nuovo Testamento si estende circa dall’anno 50 d.C. all’anno 100 d.C. I primi scritti sono quelli di Paolo (la prima Lettera ai Tessalonicesi è considerata il primo scritto neotestamentario e segna il passaggio dalla predicazione orale alla predicazione scritta).

Rapporto tra Antico e Nuovo Testamento

Bisogna subito dire che l’Antico Testamento ha una sua propria configurazione che per la tradizione religiosa del popolo ebraico mantiene ancora oggi il suo grande valore e nulla ha perso della sua normatività e delle sue promesse (cf anche Rm 9-11). Per questo gli Ebrei riconoscono solo i libri dell’Antico Testamento come Parola di Dio e come libri b) Lettere cattoliche (indirizzate cioè a più de-stinatari) ispirati, escludendo il Nuovo Testamento. - Lettera di Giacomo La tradizione cristiana, illuminata dalla Parola e dalla - Prima Lettera di Pietro Pasqua di Gesù, ha invece letto e accolto l’Antico Testa- Seconda Lettera di Pietro mento come graduale preparazione alla rivelazione defi- Lettera di Giuda nitiva di Dio in Gesù, riconosciuto e creduto come Figlio di - Prima Lettera di Giovanni Dio e Messia. - Seconda Lettera di Giovanni È nel Nuovo Testamento, perciò lo sbocco naturale di - Terza Lettera di Giovanni. quanto l’Antico Testamento contiene e promette. È nata • II Libro dell’Apocalisse, attribuito all’apostolo Giovan- così quella lettura cristiana della Bibbia che, a partire dai Padri della Chiesa, ha visto nell’Antico Testamento la pista ni, chiude il Nuovo Testamento. 47


INTRODUZIONE ALLA BIBBIA

Come si cita un testo biblico I diversi libri della Bibbia, originariamente scritti tutti di seguito, in un secondo momento sono stati suddivisi in ampie sezioni, chiamate capitoli (ad opera di Stefano Langton, nel 1214 circa) e in brevi frasi, chiamate versetti (questi compaiono per la prima volta nella Bibbia stampata da Robert Estien-ne, nel 1551), per facilitare l’individuazione di un testo biblico. Ogni edizione della Bibbia presenta anche l’abbreviazione dei singoli libri biblici, e ciò rende più facile la citazione. Infatti, per citare un testo biblico, sia dell’Antico come del Nuovo Testamento, si indica il libro che lo contiene (ad esempio, Isaia, abbreviato in Is, oppure Paolo consegna i suoi scritti agli apostoli. Mosaico bizantino del XIII Matteo, abbreviato in Mt), poi si indicano il capitolo del libro e il versetto (o i versetti) che secolo, abside della cattedrale di Monreale (Palermo). interessano: - Is 5,2 (= libro di Isaia, capitolo 5, versetto 2) privilegiata per poter giungere alla comprensione «piena» - Es 6,1-8 (= libro dell’Esodo, capitolo 6, dal versetto 1 al del Nuovo Testamento. Al riguardo è significativa l’afferversetto 8 incluso) mazione di sant’Agostino, secondo il quale «Il Nuovo TestaMt 5,13 (= Vangelo secondo Matteo, capitolo 5, vermento è nascosto nell’Antico e l’Antico Testamento diventa setto 13) chiaro nel Nuovo». A lui fa eco san Girolamo: «L’ignoranza -1 Ts 2,5 (= prima Lettera di san Paolo ai Tessaloni-cesi, delle Scritture è ignoranza di Cristo». Entrambe le affercapitolo 2, versetto 5) mazioni sono racchiuse nella Costituzione conciliare sulla I testi biblici perciò non si citano indicando la pagina divina rivelazione Dei Verbum (nn 16 e 25). della Bibbia, come si fa normalmente con gli altri libri, ma La liturgia della Chiesa da sempre ha motivato la lettura dell’Antico Testamento nella celebrazione eucaristica, per- con questo particolare procedimento. ché il suo contenuto - soprattutto nella lettura che se ne fa in ogni Eucaristia domenicale - confluisce nella pagina evangelica proclamata e in essa trova illuminazione e compimento. Questo spiega perché l’omelia dev’essere sempre ancorata alla Parola di Dio che, in ogni celebrazione eucaristica, si rivela nella sua unitarietà, nel suo sviluppo e nel suo compimento in Cristo. Ma Anche ai spiega anche perché ogni omileta e ogni lettore delbambini la Parola di Dio, ancor prima di diventare un esperto bisogna far della proclamazione o delle tecniche della comuniconoscere cazione, debba essere un profondo conoscitore di il «miele» tutta la Bibbia e dell’armonioso intreccio tra Antico della Parola e Nuovo Testamento. di Dio, Al riguardo, sia per l’omileta sia per il lettore delluce per tutta la Parola di Dio - ma anche per tutti i cristiani - douna vita. vrebbe essere un punto di riferimento importante il documento della Pontificia Commissione Biblica dal titolo Il popolo ebraico e le sue sacre Scritture nella Bibbia cristiana (2001). In esso appare l’unità intcriore dell’unica Bibbia della Chiesa, comprendente l’Antico e il Nuovo Testamento, nel loro intreccio di promessa e compimento, di attesa e venuta: «Senza l’Antico Testamento, il Nuovo Testamento sarebbe un libro indecifrabile, una pianta privata delle sue radici e destinata a seccarsi». 48


INTRODUZIONE ALLA BIBBIA

Come è giunta a noi la Bibbia La Bibbia non è un’opera scritta di getto

divina, oggi tanto praticato e diffuso. Il secondo binario è quello dell’approfondimento ggi la Bibbia si presenta come un libro stampa- e della riflessione, favorito dalla predicazione della to con cura, a volte riccamente illustrato e tra- Chiesa, dall’omelia, dallo studio e dalla catechesi. Chi dotto in quasi tutte le lingue. Ma non è sempre stato s’impegna a percorrerlo acquista gradualmente gli così. La Bibbia, infatti, è giunta a noi dopo un lungo e strumenti per conoscere meglio la Parola di Dio e il complesso cammino. In un primo tempo le vicende in suo messaggio. A questo scopo sono di grande aiuto essa narrate venivano tramandate a voce, anche per- anche le introduzioni e le note della Bibbia che abbiaché non c’era ancora la scrittura. Solo in un secondo mo tra le mani. Veduta aerea del sito archeologico di Qumran, momento si è cominciato a fissare nello scritto i testi più antichi della storia biblica. Da allora i libri della insediamento essenico nel deserto di Giuda presso Bibbia procedono di pari passo con gli avvenimenti il Mar Morto. Nel 1947 vi furono scoperti, in alcune in essa descritti (= i libri storici), con la predicazione grotte, importanti testi biblici in papiri. dei profeti (= i libri profetici) e con la riflessione dei La Bibbia nella celebrazione domenicale sapienti di Israele (= i libri sapienziali). Un valido aiuto alla comprensione della Bibbia e Anche per la formazione del Nuovo Testamento il del suo progetto unitario racchiuso nell’Antico e nel punto di partenza non è lo scritto, ma la predicazione a viva voce di Gesù, ascoltata e riproposta nella pre- Nuovo Testamento, è offerto al credente anche dalla dicazione degli apostoli e riportata fedelmente dagli celebrazione eucaristica domenicale. In essa la prima evangelisti, alcuni anni dopo la risurrezione di Gesù. Antico e Nuovo Testamento abbracciano, così, un arco di tempo di circa duemila anni, che essi documentano non con la precisione della ricerca storica moderna - tanto perfetta e precisa - ma attraverso ampie sintesi e racconti edificanti e popolari, privilegiando personaggi e vicende non tanto dal punto di vista della storia umana, ma interpretandoli alla luce della fede in Dio e della storia della salvezza.

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La Bibbia è il libro della fede La Bibbia perciò va accolta innanzi tutto come libro della fede, vedendo in questa definizione la ragione della sua esistenza e lo scopo della sua lettura (personale e comunitaria, in casa e in chiesa). Essendo poi un testo molto antico, essa necessita di una guida alla lettura, che ne favorisca la comprensione dell’ambiente storico, religioso, culturale e sociale in cui è sorta. Infatti, una cosa è il nostro modo di comunicare e di raccontare oggi - essenziale e preciso - e altro è quello degli antichi orientali, ricco di simboli e di immagini, di colori e di forti contrasti. Nella lettura della Bibbia quindi il credente dovrebbe procedere come su due binari. Il primo è quello della fede, che aiuta a vedere in questi 73 libri l’involucro che racchiude la Parola di Dio, il suo progetto di salvezza, il suo chinarsi sull’uomo e il dialogare con lui. È il bina rio accessibile a tutti i credenti, che si accostano alla Bibbia attraverso il metodo della lectio

Tavola dei canoni di concordanza dei Vangeli. I canoni di concordanza mettono in relazione i passi paralleli dei diversi evangelisti. Evangeliario di Berchtold di Salisburgo, 1070-1080. Abbazia di Admont (Austria). 49


INTRODUZIONE ALLA BIBBIA

lettura, tratta generalmente dall’Antico Testamento, splendido libro, i quali testimoniano la fedeltà della è posta in stretto rapporto con il brano evangelico. trasmissione dei testi narrati a viva voce ai testi fissati Queste due letture, come abbiamo detto preceden- nello scritto. I più antichi manoscritti dell’Antico Testamento, temente, si illuminano a vicenda e vanno interpretate l’una con l’altra. Il brano dell’Antico Testamento viene scritto in ebraico, sono quelli della comunità di Qucompreso in pienezza nel Vangelo di Gesù. Il brano mran (una località situata sulle alture del Mar Morevangelico, a sua volta, trova lo sfondo nel mondo, to, nella Giudea). Essi sono stati scoperti nel 1947 in alcune grotte-deposito, risalgono al II secolo a.C. nel linguaggio, nei personaggi e nelle attese presenti nell’Antico Testamento. S. Gregorio Magno diceva giustamente: «L’ Antico Testamento è proVeduta aerea del sito archeologico di Qumran, insefezia del Nuovo Testamento e il miglior diamento essenico nel deserto di Giuda presso il Mar commento dell’Antico Testamento è il Morto. Nel 1947 vi furono scoperti, in alcune grotte, Nuovo Testamento» (In Ezechielem I, importanti testi biblici in papiri. 6,15; CCL 142). Non era invece in sintonia con una lettura unitaria della Bibbia l’eretico Marcione (11 secolo d.C.) che scartava in pieno l’Antico Testamento, per privilegiare solo alcuni libri del Nuovo Testamento (il Vangelo secondo Luca e alcune Lettere di Paolo). Egli spezzava così l’unico progetto di Dio a favore dell’uomo rifiutando il Dio dell’Antico Testamento, considerato violento e vendicativo, ormai superato dal Dio rivelato da Gesù come Padre buono e misericordioso.

I manoscritti della Bibbia

Dobbiamo subito dire che non possediamo il testo «originale» della Bibbia né dei Vangeli. In un primo tempo, come abbiamo già detto, predominavano il racconto vivo, la parola e la predicazione. Si deve poi all’opera diligente di alcuni raccoglitori la fissazione nello scritto, che sfocerà nell’attuale testo della Bibbia. Essa, così come la leggiamo noi oggi, si è andata formando lungo l’arco di circa mille anni: la composizione delle tradizioni più antiche può essere datata verso il 900 a.C. e la conclusione può essere collocata verso l’anno 100 d.C. (con la composizione del Vangelo secondo Giovanni). Possediamo invece diversi manoscritti di questo Giara in terracotta ove sono stati rinvenuti i rotoli di Qumran. Tali custodie e il clima secco hanno permesso una buona conservazione per circa 21 secoli.

e contengono, o in forma frammentaria o in forma completa (del libro di Isaia sono stati rinvenuti due manoscritti) tutti i libri biblici (eccetto il libro di Ester). Prima di questa scoperta i manoscritti più antichi della Bibbia ebraica erano il Codice di Aleppo (che risale al 910 d.C. circa) e il Codice di Leningrado (o San Pietro-burgo, risalente al 1008 circa d.C.): entrambi costituiscono la base delle attuali edizioni della Bibbia in lingua ebraica, ora però integrati dai manoscritti (chiamati anche «rotoli») di Qumran. Sebbene l’arco di tempo di un millennio separi questi due codici dai manoscritti di Qumran, bisogna tuttavia dire che il testo biblico trasmesso è sostanzialmente lo stesso, a testimonianza della scrupolosa fedeltà con cui è stata prima conservata e poi trasmessa la Parola di Dio nella comunità di fede. Insieme con i manoscritti biblici, a Qumran sono stati ritrovati anche i testi che regolavano la vita e la spiritualità della comunità che si era ritirata in questa località. Manoscritti biblici e testi della comunità vengono citati riportando il numero della grotta in cui sono stati rinvenuti (da 1 a 11) e il titolo abbreviato del contenuto del manoscritto o «rotolo». Ecco un esempio: lQlsa = 1 indica il numero della grotta, Q è la sigla 50


di Qumran, lsa è il contenuto (cioè primo manoscritto di Isaia, il secondo manoscritto ritrovato viene abbreviato in lsb) 1QM = Prima grotta (1) di Qumran (Q), Rotolo della guerra (M, dall’ebraico Milkamàh, «guerra»). È un testo della comunità che descrive la battaglia tra i figli della luce e i figli delle tenebre (cioè tra il bene e il male). Tra i più antichi manoscritti del Nuovo Testamento, scritto in greco, ricordiamo il Papiro di Rylands (abbreviato in P52), che contiene un frammento del Vangelo secondo Giovanni (8,31-33.37-38). Esso è databile tra il 95 e il 125 d.C, quindi a soli 20/25 anni dalla fissazione nello scritto di questo vangelo. Nessun’altra opera antica è così ben documentata. Tra i codici più importanti che trasmettono il testo greco dell’Antico e del Nuovo Testamento vanno ricordati il Codice Sinaitico (trovato nella zona del monte Sinai) e il Codice Vaticano (così chiamato perché conservato nella Biblioteca vaticana). Entrambi risalgono al secolo IV e contengono il testo dell’Antico Testamento in greco e del Nuovo Testamento. Al secolo V appartiene il Codice Alessandrino, che contiene il testo greco dell’Antico e del Nuovo Testamento, con altri scritti cristiani antichi.

INTRODUZIONE ALLA BIBBIA

A questi testi bisogna aggiungere alcuni passi che nel libro di Daniele (3,14-90; 13,1-14,42) e nel libro di Ester (10,4-16,24) sono stati trasmessi in lingua greca. Anche le Chiese protestanti non accolgono questi sette libri nel loro canone, mentre la Chiesa cattolica li ha accolti chiamandoli deuterocanonici, cioè inseriti nel canone dei libri ispirati in un secondo momento (dal greco dèuteros, «secondo»). Il Nuovo Testamento è scritto in greco, nella forma conosciuta come koinè («comune»), cioè la lingua greca parlata dai diversi popoli del bacino mediterraneo, che in essa trovavano il mezzo più idoneo di Le lingue della Bibbia L’Antico Testamento è stato scritto nella lingua comunicazione e la lingua franca per il commercio e ebraica, ritenuta dal popolo di Israele come l’unica lin- la diffusione della cultura. (continua sul prossimo notiziario) gua sacra (solo brevissimi testi sono stati scritti in aramaico, una lingua simile all’ebraico). La lingua greca comparirà in un secondo momento con la traduzione della Bibbia ebraica in questa lingua, avvenuta in Egitto nel II secolo a.C. e conosciuta con il nome di «Settanta» (forse un’allusione al numero dei traduttori). Alcuni libri biblici non scritti in ebraico, ma scritti direttamente in greco, non sono stati perciò accolti dagli ebrei nel loro canone, cioè nell’elenco dei libri ispirati. Si tratta di sette libri: - Tobia - Barite - Giuditta - Siradde - Sapienza - Primo e Secondo libro dei Maccabei. 51


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UNITA’ PASTORALE -PARROCCHIE BOTTICINO

Commissione pastorale familiare e coppia Associazione PUNTO FAMIGLIA E DINTORNI

pagine per la famiglia e... dintorni

La casa sulla roccia: la porta d’ingresso Il Santo Padre Benedetto XVI ha indetto l’anno della fede con un documento dal titolo molto evocativo: “La porta della fede”. Subito, in apertura, si legge che “attraversare quella porta comporta immettersi in un cammino che dura tutta la vita. Esso inizia con il Battesimo...”. All’interno della metafora che stiamo percorrendo, che vede il felice parallelo tra casa e vita familiare, la porta d’ingresso è un elemento fondamentale, curato nel momento iniziale del prendere abitazione, poi necessariamente usato e forse dato un po’ per scontato. Si sceglie il colore e l’estetica, la tipologia di materiale e il grado di sicurezza, sapendo che ad un tempo deve far entrare solo chi è di casa o vi è invitato, mentre col piglio della custodia sicura deve tenere fuori tutto il resto. La chiave è in possesso a pochi e normalmente sono quelli che hanno responsabilità in famiglia: prima solo gli sposigenitori, per poi riconoscere la crescita dei figli e un loro diventare adulti. Quante volte nella vita si apre e si chiude questa porta, varcando l’ingresso di casa... E tutto questo moltiplicarsi di occasioni porta ad una inevitabile abitudinarietà, fatta di consuetudine e utilità. Tra le tante suggestioni che questa metafora potrebbe legittimamente far emeregere, ne vorrei cogliere solo alcune, quelle che rappresentano il fondamento del fare casa per i cristiani. Così è dell’ingresso nella vita matrimoniale, sapendo che ci possono essere oggi diversi modi di arrivare alle nozze, ma un solo passaggio ti porta al sacramento. Su esplicita domanda degli innamorati, la Chiesa con loro apre la porta della fede, nella celebrazione dell’amore coniugale all’interno dell’amore di Cristo: nel suo dono fedele e indissolubile, totale e fecondo. Agli sposi si consegna anche un segno della chiave, l’anello nuziale, pur sapendo che il vero simbolo che può aprire questa porta sono le loro vite unite per sempre nella strada del matrimonio sacramento. Questa porta coniugale viene aperta e chiusa innumerevoli volte, quando si iniziano e si concludono i molti capitoli della storia di vita matrimoniale, ma una sola volta si varca la soglia del coniugale accompagnati da Cristo e da lì in avanti la porta, nel segno dell’indissolubilità, viene chiusa per sempre. E’ curioso che anche nella vita monastica, soprattutto nel ramo femmini-

le, si mantenga questo significato nell’immagine della porta d’ingresso del monstero che custodisce il dono esclusivo a Dio nella vita verginale e nella vita comune. Ovviamente, la porta d’ingresso non solo consente di entrare la prima volta in casa, ma tutte le volte che ce n’è bisogno, normalmente in più occasioni al giorno. Oltre quindi a segnare l’avvio del matrimonio e il signifi cato specifi co di essere sposati in Cristo, essa rimanda anche all’apertura agli altri che entrano nella vita familiare. Primi fra tutti i familiari di origine, verso i quali grande dev’essere il ringraziamento per tutto quello che hanno dato e alimentato, ma ugualmente per i quali la porta d’ingresso deve segnare e signifi care un giusto confi ne, capace di delimitare storie diverse, offrire libertà e riservatezza. La nuova famiglia evidenzia la sua indipendenza nel distinguere i diversi legami e assumere responsabilità, emanciparsi e fuggire ogni ambiguità. Altro discorso, invece, è quello relativo ai fi gli: con loro la casa si allarga e prende prospettive di futuro. La porta degli sposi è stata costituita anche per loro, capace di aprirsi automaticamente al loro passaggio, perché frutto dell’amore coniugale. La fecondità ha sempre avuto una nobile compagna di viaggio, la speranza; oggi, tuttavia, le due amiche sembra si siano un po’ perse di vista, anche nelle case dei cristiani. Se da un lato è vero che molte sono le diffi coltà nell’accogliere e crescere dei fi gli, dall’altro, rimane ancor più vero che non possiamo rinunciare alla loro presenza benedetta, al futuro e alla speranza di un’umanità rinnovata con la presenza della testimonianza cristiana. Ricordiamo che il santo Natale rappresenta proprio la nascita del Redentore e l’apertura infi nita di speranza di Dio verso ogni essere umano. “Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”, dice il Signore nel Libro dell’Apocalisse (Ap 3,20). Apriamo, allora, con rinnovata fi ducia la porta delle nelle nostre case a Cristo che viene! don Giorgio Comini

segretariato diocesano pastorale familiare

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3 Febbraio 2013 - Messaggio del Consiglio Episcopale Permanente per la

«A

35a Giornata Nazionale per la Vita

Generare la vita vince la crisi

l sopravvenire dell’attuale gravissima crisi economica, i clienti della nostra piccola azienda sono drasticamente diminuiti e quelli rimasti dilazionano sempre più i pagamenti. Ci sono giorni e notti nei quali viene da chiedersi come fare a non perdere la speranza». In molti, nell’ascoltare la drammatica testimonianza presentata da due coniugi al Papa in occasione del VII Incontro Mondiale delle famiglie (Milano, 1-3 giugno 2012), non abbiamo faticato a riconoscervi la situazione di tante persone conosciute e a noi care, provate dall’assenza di prospettive sicure di lavoro e dal persistere di un forte senso di incertezza. «In città la gente gira a testa bassa – confidavano ancora i due –; nessuno ha più fiducia di nessuno, manca la speranza». Non ne è forse segno la grave difficoltà nel “fare famiglia”, a causa di condizioni di precarietà che influenzano la visione della vita e i rapporti interpersonali, suscitano inquietudine e portano a rimandare le scelte definitive e, quindi, la trasmissione della vita all’interno della coppia coniugale e della famiglia? La crisi del lavoro aggrava così la crisi della natalità e accresce il preoccupante squilibrio demografico che sta toccando il nostro Paese: il progressivo invecchiamento della popolazione priva la società dell’insostituibile patrimonio che i figli rappresentano, crea difficoltà relative al mantenimento di attività lavorative e imprenditoriali importanti per il territorio e paralizza il sorgere di nuove iniziative. A fronte di questa difficile situazione, avvertiamo che non è né giusto né sufficiente richiedere ulteriori sacrifici alle famiglie che, al contrario, necessitano di politiche di sostegno, anche nella direzione di un deciso alleggerimento fiscale. Il momento che stiamo vivendo pone domande serie sullo stile di vita e sulla gerarchia di valori che emerge

nella cultura diffusa. Abbiamo bisogno di riconfermare il valore fondamentale della vita, di riscoprire e tutelare le primarie relazioni tra le persone, in particolare quelle familiari, che hanno nella dinamica del dono il loro carattere peculiare e insostituibile per la crescita della persona e lo sviluppo della società: «Solo l’incontro con il “tu” e con il “noi” apre l’“io” a se stesso» (BENEDETTO XVI, Discorso alla 61a Assemblea Generale della CEI, 27 maggio 2010).

stanza, ma entra nella nostra vita e nella nostra sofferenza» (BENEDETTO XVI, Discorso nel Teatro alla Scala di Milano, 1° giugno 2012).

In questa, come in tante altre circostanze, si riconferma il valore della persona e della vita umana, intangibile fin dal concepimento; il primato della persona, infatti, non è stato avvilito dalla crisi e dalla stretta economica. Al contrario, la fattiva solidarietà manifestata da tanti volontari ha mostrato una forza inimmaginabile. Tutto questo ci sprona a promuovere una cultura della vita accogliente e solidale. Al riguardo, ci sono rimaste nel cuore le puntuali indicazioni con cui Benedetto XVI rispondeva alla coppia provata dalla crisi economica: «Le parole sono insufficienti… Che cosa possiamo fare noi? Io penso che forse gemellaggi tra città, tra famiglie, tra parrocchie potrebbero aiutare. Che realmente una famiglia assuma la responsabilità di aiutare un’altra famiglia» (Intervento alla Festa delle testimonianze al Parco di Bresso, 2 giugno 2012).

Quest’esperienza è alla radice della vita e porta a “essere prossimo”, a vivere la gratuità, a far festa insieme, educandosi a offrire qualcosa di noi stessi, il nostro tempo, la nostra compagnia e il nostro aiuto. Non per nulla San Giovanni può affermare che «noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli» (1Gv 3,14). Troviamo traccia di tale amore vivificante sia nel contesto quotidiano che nelle situazioni straordinarie di bisogno, come è accaduto anche in occasione del terremoto che ha colpito le regioni del Nord Italia. Accanto al dispiegamento di sostegni e soccorsi, ha riscosso stupore e gratitudine la grande generosità e il cuore degli italiani che hanno saputo farsi vicini a chi soffriva. Molte persone sono state capaci di dare se stesse testimoniando, in forme diverse, «un Dio che non troneggia a di53

La logica del dono è la strada sulla quale si innesta il desiderio di generare la vita, l’anelito a fare famiglia in una prospettiva feconda, capace di andare all’origine – in contrasto con tendenze fuorvianti e demagogiche – della verità dell’esistere, dell’amare e del generare. La disponibilità a generare, ancora ben presente nella nostra cultura e nei giovani, è tutt’uno con la possibilità di crescita e di sviluppo: non si esce da questa fase critica generando meno figli o peggio ancora soffocando la vita con l’aborto, bensì facendo forza sulla verità della persona umana, sulla logica della gratuità e sul dono grande e unico del trasmettere la vita, proprio in un una situazione di crisi. Donare e generare la vita significa scegliere la via di un futuro sostenibile per un’Italia che si rinnova: è questa una scelta impegnativa ma possibile, che richiede alla politica una gerarchia di interventi e la decisione chiara di investire risorse sulla persona e sulla famiglia, credendo ancora che la vita vince, anche la crisi.


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raccolta firme della iniziativa europea

uno di noi

Dalla lettera del nostro vescovo, Luciano Monari, del 2 gennaio 2013: “...oltre trenta Organizzazioni pro-life europee (per l’Italia il Movimento per la Vita) si sono grandemente impegnate in un lavoro di concerto molto ben svolto, che ha dato vita all’iniziativa europea “Uno di Noi”(1). Con questa iniziativa si chiede alle Istituzioni europee di tutelare il diritto alla vita degli esseri umani concepiti ma non ancora IN CONFORMITÀ ALLA DICHIARAZIONE nati(2). UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL’ UOMO Mi sta a cuore attirare la vostra attenzione sull’importanza dì questa iniziativa. Non si tratta Noi crediamo che la dignità sempre egualmente infatti solo di affermare a livello civile un caposaldo grande di ogni essere umano sia il fondamento della democrazia: il riconoscimento dell’uguaglian- della giustizia, della libertà, della democrazia e za di diritti di tutti gli uomini. È qui in gioco anche della pace. un punto centrale fra i principi dell’antropologia e Noi crediamo perciò, che tale dignità, con i diritti dell’etica cattolica: il valore della vita umana fin dal che ne derivano, debba essere riconosciuta senza suo concepimento. Oltre i principi, concretamente, alcuna discriminazione dal primo inizio della vita qui si tratta di tutelare la vita di tanti nostri fratel- umana nel concepimento fino alla morte naturale. li in umanità. Il compito è particolarmente urgente nel contesto culturale attuale nel quale, come ci Noi crediamo che l’unità europea debba ritrovare ha ricordato il Santo Padre nel Messaggio per la motivazioni e slancio recuperando la sua anima Giornata Mondiale della Pace 2013(3), è sempre che affonda le radici nell’ umanesimo che, feconpiù pressante la spinta a livello mondiale perché dato dal cristianesimo, ha gradualmente costruito dei delitti contro la vita umana non nata vengano una visione della società che pone al centro la persona umana: ogni persona nella sua incomparabile dichiarati come diritti soggettivi ed inalienabili. Per questo, mentre mi auguro che vorrete fir- dignità. mare voi stesse/i a favore di questa proposta, Noi crediamo che questo moto storico, che ha desidero invitarvi a diffondere la conoscenza di già vinto ogni dottrina di oppressione sull’ uomo, “Uno di Noi”, stimolando in particolare i fedeli lai- che ha già liberato intere categorie di uomini dalla discriminazione, debba ora raggiungere la sua ci all’impegno per la sua riuscita. Vi esorto, al medesimo modo, ad offrire il vo- perfezione riconoscendo come “uno di noi” anche stro sostegno ogni singolo essere umano all’ inizio della sua vita, a chi, singoli quando, appena concepito, attraversa la condiziolaici o aggre- ne della più estrema fragilità umana. gazioni laicali, Noi crediamo che un vero unitario popolo europeo vi proponesse possa emergere nell’ aderire ampiamente a questa di promuove- visione. re l’adesione Noi crediamo che I’ Unione europea, nelle azioni a l l ’ i n i z i a t i v a che essa attua nel suo interno e nel mondo, applicoinvolgendo chi coerentemente questo principio. in vario modo Per questo chiediamo a tutti i cittadini dell’ Unioi fedeli delle ne europea (Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, vostre Parroc- Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Islanda, chie, attraver- Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia, Reso banchetti di gno Unito e Ungheria) di esprimere la loro adesione alla raccolta firme o iniziativa denominata, “UNO DI NOI” promossa eventi organizin applicazione del Trattato di Lisbona che ha inzati ad hoc....” teso mettere a disposizione dei popoli una nuova forma di democrazia partecipata. 54


pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia (1) Nel maggio 2012 è entrato in vigore nell’Unione Europea un nuovo strumento di democrazia diretta (previsto dal Trattato di Lisbona) che riconosce ai cittadini la possibilità di presentare proposte di legge di iniziativa popolare. Questo processo, che prende il nome di “iniziativa europea”, stabilisce che se un milione di cittadini di almeno 7 nazioni europee firmano a sostegno di una particolare proposta, il Parlamento comunitario debba poi prendere in esame tale proposta di legge. (2) L’obiettivo del Comitato promotore può essere sintetizzato nella richiesta che in ogni documento di diritto o Trattato europeo dove si parli di tutela della vita umana o del diritto alla vita, si aggiunga la specificazione «dal concepimento», riconoscendo così la dignità dei nascituro e il suo diritto in Europa a ricevere tutela legale. In particolare, si chiede alla UÈ di porre fine al finanziamento di attività che presuppongono la distruzione di embrioni umani in ambito di ricerca, aiuto allo sviluppo e nella pratiche di sanità pubblica che presuppongono la violazione del diritto alla vita. (3) «Operatori di pace sono coloro che amano, difendono e promuovono la vita nella sua integralità. 4. Via di realizzazione del bene comune e della pace è anzitutto il rispetto per la vita umana, considerata nella molteplicità dei suoi aspetti, a cominciare dal suo concepimento, nel suo svilupparsi, e sino alla sua fine naturale. (...). Come si può, infatti, pensare di realizzare la pace, lo sviluppo integrale dei popoli o la stessa salvaguardia dell’ambiente, senza che sia tutelato il diritto alla vita dei più deboli, a cominciare dai nascituri? Ogni lesione alla vita, specie nella sua origine, provoca inevitabilmente danni irreparabili allo sviluppo, alla pace, all’ambiente. Nemmeno è giusto codificare in maniera subdola falsi diritti o arbitrii, che, basati su una visione riduttiva e relativistica dell’essere umano e sull’abile utilizzo di espressioni ambigue, volte a favorire un preteso diritto all’aborto e all’eutanasia, minacciano il diritto fondamentale alla vita».

PER FIRMARE:

Per sostenere questa iniziativa è possibile mettere la propria fima sul modulo predisposto domenica 3 febbraio “Giornata della Vita”, fuori dalle chiese o tutti i giorni presso la segreteria, le sacrestie.

“La casa sulla roccia”

Costruiamo la nostra famiglia sulla roccia di Cristo TRE GIORNI PER GIOVANI COPPIE DI SPOSI

Passo del Maniva (Collio Valtrompia) da venerdì 26 aprile ore 20,00 a domenica 28 aprile ore 17,00 Accompagna don Giorgio Comini Tenendo conto dei tempi familiari, le giornate prevedono: preghiera, formazione, condivisione, momenti di fraternità.

Costi (dalla cena del 26 alla merenda del 28) Per adulto: 80 euro (40 euro al giorno) Bambini fino a 1 anno non compiuto: gratis Bambini fino a 5 anni compiuti: 40 euro (20 al giorno) Bambini - ragazzi fino ai 15 anni compiuti: 60 euro (30 al giorno).Il pagamento si effettua direttamente sul luogo.

I figli avranno a disposizione tempi e luoghi appropriati per vivere una bella esperienza di comunione, di gioco e di attività educative, accompagnati da personale qualificato. Note utili -Il luogo si trova a 1700 metri di altitudine e richiede abbigliamento adatto. -Portare la Bibbia; per chi ha bambini piccoli, ricordarsi il seggiolino per il tavolo e il lettino da campeggio. ISCRIZIONI e INFO ENTRO il 12 APRILE 2013 c/o Uff. Famiglia tel. 030/3722 232-245 dal martedì al venerdì 8.30-12.30 e-mail famiglia@diocesi.brescia.it (specificare: nome e cognome, numero di tel., email, nome ed età dei figli)

informazioni sul sito www.unodinoi.mpv.org; Il Gruppo Galilea è un cammino di fede per persone che vivono situazioni matrimoniali difficili o irregolari (es. divorziati -risposati). Gli incontri sono mensili, al centro la Parola di Dio, con ampi spazi di ascolto, riflessione e condivisione. Ogni primo sabato del mese. Gli incontri si tengono da calendario annuale, presso il Centro Pastorale “Paolo VI”, in via Gezio Calini, 30 -Bs) dalle ore 17.00 alle ore 19.00. Guida e accompagnatore del Gruppo è don Giorgio Comini, direttore dell’Ufficio Diocesano di Pastorale Familiare. 55

“Retrouvaille” propone weekend per coniugi che vivono un momento di difficoltà, di grave crisi, che pensano alla separazione o sono già separati ma desiderano ritrovare se stessi e una relazione di coppia chiara e stabile. Per info: info@retrouvaille.it e www.retrouvaille.it. numero verde da fisso 800-123958 da cellulare 3462225896


Ritualità e famiglia

Con «In alto i nostri cuori!»

I

l movimento ascensionale, partito con l’of-fertorio, giunge al suo culmine nell’invito a lasciarci sorprendere e comprendere in dimensione nuova, che va oltre il tempo e lo spazio, donandoci di vivere un tratto del paradiso. Il prefazio, infatti, è una porta spalancata sul ciclo. Tutta la preghiera allude al mondo che verrà, ma anche annuncia che il futuro è già presente, perché il Regno lo possediamo in anticipo, come dono avuto in eredità. Attraverso la morte e risurrezione di Cristo, di cui l’Eucaristia è memoria viva, l’assemblea sa di essere pienamente riconciliata con Dio. Esplode così il grazie al Padre per averci donato la pienezza della Grazia e per averci concesso un anticipo della vera patria.

«Rendiamo grazie al Signore nostro Dio!». È la sola risposta vera e saggia che il credente possa rivolgere all’Altissimo, riconoscendo i suoi doni: la creazione opera del Padre, la redenL’esplosione del canto del Santo,Santo. Santo.... con gli angeli e i santi, al termine del prefazio.

zione dono di Cristo, lo Spirito Santo che, nel tempo presente, è caparra del Cielo (2 Cor 5,5). Comincia così la grande preghiera eucaristica, espressione e contenuto della vita nuova che Dio rende possibile, fonte e culmine della lode e del ringraziamento. Invocazione e riconoscenza assumono, nella solennità delle parole e del canto, una dimensione cosmica, poiché l’assemblea liturgica terrena si unisce a quella del Cielo. Lo ricordano ogni volta le parole che, in forme diverse, introducono il canto della dossologia al «tre volte Santo». La voce umana si unisce a quella degli angeli e dei santi del cielo per riconoscere in Lui il motivo misterioso di tutto ciò che esiste: «Il cielo e la terra sono pieni della tua gloria». Il Signore è la ragion d’essere, l’inizio, lo scopo e il compimento della creazione. In quel canto solenne la comunità cristiana si riconosce come un’unica Chiesa, quella che abita la terra e quella che già partecipa del Cielo e vive il passaggio alla comunione dei santi. Nella preghiera eucaristica si prega, infatti, anche per i defunti, e, in un certo senso, si prega con loro. Si offre anche la propria morte, si alimenta il desiderio del cielo, si esalta l’aspirazione a essere finalmente con il Signore. Come si potrebbe fare memoria dell’Ultima Cena, senza 56

prima essere portati di fronte e immersi dentro all’invisibile presenza di Dio? Come non provare un’intima e incontenibile emozione per tutto quello che il Signore ha fatto e dirgli il grazie più sincero e commosso? Il canto del «Santo» ci prepara quindi a riconoscere che l’origine di ogni dono è il sacrificio di Cristo, attualizzato nel racconto vivo della Cena. Il ringraziamento diventa così adorazione: la voce tace e il corpo si mette in ginocchio. All’esplosione del canto succede il silenzio: siamo davanti alla tavola pasquale del Regno dei cieli!

La santità del quotidiano II movimento ascensionale culmina nel Mistero dove è donata la Grazia eucaristica. Questo percorso i cristiani non lo compiono soltanto ritualmente nella liturgia, ma lo vivono nello svolgersi della loro quotidianità. Fede e vita, sacramento e comportamento etico fanno tutt’uno. Questo cammino ascendente (la quotidianità) e discendente (la Grazia) si chiama santità. A immagine e somiglianzà del «tre volte santo» anche la carne (supporto base della quotidianità) diventa via di salvezza: «Voi dunque siate perfetti, come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). La vocazione alla santità personale è presentata come realizzabile nonostante gli impegni della famiglia, della scuola, del lavoro e della professione, della cittadinanza, ma, precisamente, nella fedeltà a queste prime esperienze di vita. In questo modo si compie pienamente l’indicazione di san Paolo secondo cui: «il corpo è tempio dello Spinto Santo» (1 Cor 7,19), così che l’apostolo può affermare: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me! La vita che vivo ora nella carne, la vivo nella fede nel Figlio


di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20). Vera via di santificazione della carne è la vocazione matrimoniale e familiare, dove la decisione di amare, accettando che la morte soltanto possa rompere l’alleanza (che riposa sulla «nuova ed eterna alleanza» del sangue versato), ha in sé i tratti di una decisione eroica, da prendere a partire dalla fede. La poesia del prefazio risplende nel canto d’amore dell’uomo e della donna che continuano l’opera creativa del Padre e ricordano come, nella loro fecondità: «tutto è stato fatto per mezzo di lui - il Figlio redentore -, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste» (Gv 1,3). I coniugi cristiani, inoltre, sanno che il loro reciproco desiderio e la relazione genitoriale che eventualmente vivono, se rimangono chiusi in se stessi diventano, inevitabilmente, idolatria. In virtù della Grazia Eucaristica dello Spirito santificatore, (effuso anche nel sacramento del Matrimonio) essi «si aiutano a vicenda per raggiungere la santità nella vita coniugale, nell’accettazione e nell’educazione della prole» (Lumen Gentium, 11). I legami familiari (essere sposi, genitori, figli, fratelli) e, più in generale, le esperienze affettive, sono dunque luoghi imprescindibili per formulare l’atto di fede e per preparare l’incontro con la santità di Dio. Obiettivo della catechesi familiare è aiutare le persone (i piccoli come i grandi) a riconoscere la sacramentalità dei legami familiari e a viverli come segno dell’amore di Cristo per l’umanità, così come si esprime nell’Eucaristia. La grazia del matrimonio è donata infatti per la santificazione degli altri, nel difficile e mai compiuto percorso educativo del riconoscersi figli, dell’essere coniugi, del divenire genitori. La parrocchia centrata sull’Eucaristia compone i tratti mistici e profetici della rivelazione di Dio in una concezione e pratica del culto che si ispira all’indicazione di Paolo: «Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale» (Rm 12,1). Il Signore Gesù ci ha amati nell’ora della croce, con un amore che ha le caratteristiche della passione umana: un amore unico («per me»), totale («ha dato se stesso»), fedele («ha sacrificato la sua vita»). Questo amore sponsale di Cristo è comunicato in ogni memo-

La famiglia: spazio sacro ove i fatti della vita quotidiana diventano «atti di culto» nella liturgia della vita.

riale eucaristico, perché coloro che si nutrono di Lui possano «risplendere come astri nel mondo» (FiI 2,15), possano unire insieme Cielo e terra, secondo le parole del «Santo».

Quando la terra è senza Cielo Là dove le tracce della trascendenza non sono riconosciute, l’esistenza si chiude in se stessa, non rinvia più alla speranza del Cielo. La liturgia celebra e santifica l’amore più forte della morte, la società sogna, invece, la religione dell’affetto: «Mentre la fede, che non viene più insegnata, tramonta, l’amore è una “religione” senza Chiesa e senza sacerdoti, la cui stabilità è tanto sicura quanto la forza di gravita di una sessualità liberata dalla tradizione» (U. Beck, E. Beck-Gernsheim Il normale caos dell’amore, p 227). Nulla è più ambiguo dell’amore inteso come realizzazione di sé; nulla più idolatra della «religione dell’amore». Oggi siamo immersi in una crisi semantica senza precedenti. L’amore è diventata una parola inaffidabile, un termine che non si sa più che cosa significhi. Ha perso il suo Mistero. Ogni segno trascendente (ogni squarcio di Cielo) provoca un irresistibile bisogno di essere «spiegato» e smascherato come un comune processo empirico. La cultura moderna ha pochi strumenti per esprimere la dimensione del mistero, al di là di un’indefinita fede nel «progresso» o di un’alterna euforia per la novità. L’ideologia (o l’integralismo religioso), da parte sua, sfrutta la «verità» del Mistero come forza di identificazione e contrapposizione. Il linguaggio della fede coltiva, invece, il senso alto del Mistero che ha il volto luminoso dell’amore, da custodire nei confini della purezza e della santità, da difendere dall’immoralità e dalla dissacrazione. 57

Nella liturgia la vita si trasforma e l’amore ritorna Mistero, perché i riti religiosi santificano: Dio che prende Parola e diventa Corpo. Per questo, i riti ben celebrati sono movimento, musica, festa, energia, potenza, dispiegamento delle emozioni e dei sentimenti, in un’esperienza in cui le categorie estetiche e morali s’intrecciano fino a fondersi, in una sublime combinazione di impegno etico e di beatitudine. La santità che scaturisce dall’Eucaristia non procede però dalla moralità della vita ma dall’accoglienza della grazia (la cui verifica consiste certo nella virtù della carità). La liturgia è bella nella misura in cui, in una completa spogliazione, in un totale sacrificio del superfluo, lascia apparire i gesti fondamentali e le parole essenziali di Cristo. Per questo il linguaggio della festa (il canto del «Santo») diventa adorazione commossa e silente. Riconoscere il Signore è trovare, infatti, il senso di sé, vedere la propria vita trasformata. I fatti quotidiani della vita familiare vengono riscattati dalla loro necessità e routine, e diventano «atti di culto» nella «chiesa domestica». La famiglia viene in questo modo compresa e vissuta come «spazio sacro» (reso tale dalle ritualità familiari dell’amore e del dono) dove i gesti della quotidianità diventano segni («sacramenti») di vita vissuta in tensione verso l’amore (e la santità). Si scopre così, con uno stupore ogni volta nuovo, che il Signore, che genitori e figli cercano nelle pieghe della loro famiglia, di fatto già da tempo «si trova là». Tutta la vita può diventare, così, sacrificio spirituale e culto a Dio, via di santificazione, ferialità che è degna preparazione alla festa domenicale.


Ritualità e famiglia

l

l pane e il vino sono stati portati processionalmente all’altare, elevati in alto per presentarli al Dio che riempie la terra e il cielo della sua invisibile presenza. Alla tavola del Regno dei cieli ciò che abbiamo offerto, il nostro cibo, ma anche il nostro lavoro, la nostra stessa vita, ci viene ora restituito come dono di una nuova vita, come grazia di Dio verso l’umanità nella sua miseria. Senza la presenza reale del Signore, però, si rimane nella cecità e il mistero della vita resta ancora oscuro. Si rimane ancora chiusi nella scena di questo mondo. L’evento culmine della celebrazione eucaristica apre finalmente gli occhi e illumina di luce penetrante quanto prima si è ascoltato e compiuto. Fino a questo momento, l’Eucaristia è stata la nostra salita in Cristo. Ora, alla tavola della Pasqua, liberati dai vincoli della nostra carne e redenti dal peccato che ha messo a morte il Figlio di Dio, attendiamo il «mondo che verrà»: «annunciamo la tua morte, proclamiamo la tua risurrezione, in attesa della tua venuta». Non rimaniamo più rinchiusi nel tempo e nello spazio del mondo presente. Esiste un futuro: è donato un senso al nostro vivere e morire (movimento discendente).

«Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue. Prendete e mangiate, bevete...». La sua «carne è vero cibo e il [suo] sangue vera bevanda» (Gv 6,55). Il cibo per la vita nuova è il Corpo stesso di Cristo. È il nostro pane, perché è Eui che ci è necessario per vivere; è il nostro vino, perché è Eui la nostra ebbrezza. Da quando lo abbiamo incontrato, il Signore è diventato il senso di tutto il nostro essere, il nostro nutrimento essenziale. Eo Spirito Santo invocato sul pane e sul vino «è pegno della nostra eredità fino alla piena redenzione di quelli che Dio si è acquistati a lode della sua gloria» (Ef 1,14). Essere nello Spirito significa così vivere la

liturgia terrena come anticipo e partecipazione alla liturgia del cielo. Il racconto dell’istituzione (il Canone) offre la sintesi di tutta la vita di Gesù attraverso la sua gestualità: amore che dona la vita. «I gesti di Gesù Cristo: ecco quello che deve trasparire dalla nostra liturgia (...) Cristo ci fa dono della bellezza dei gesti da lui compiuti (...) La bellezza di una celebrazione eucaristica dipende solo in minima parte e in modo secondario dai canti, dagli elementi decorativi, dalle architetture: non bisogna mai dimenticare che in primo luogo essa risiede nella frazione del pane propriamente detta, per quello che Gesù ha fatto di tale gesto. Su questo punto ci è necessaria una lucidità, una purificazione del senso estetico che solo la fede teologale rende possibile» (F. Cassingena-Trèvedy, La bellezza della liturgia, Qiqajon, p 45). Tutta la vita di Gesù è stata un’esistenza donata, fino all’estremo, quando il suo sangue è stato versato per l’umanità. Come potrebbe il cristiano dimenticarlo, proprio quando fa memoria viva di quell’inestimabile dono? Il punto più alto, quello che si eleva fino a toccare il cielo, riporta così subito alla terra. Il movimento ascendente raggiunge qui il suo apice non distinguendosi più da quello discendente. «E ora o Padre ricordati di tutti quelli per i quali ti offriamo questo sacrificio (...) del tuo popolo e di tutti gli uomini...» (Preghiera Eucaristica IV). Sentirsi in paradiso, godere la gioia e pace nello Spirito Santo, non ci distoglie dalla terra che Dio ha amato così appassionatamente da «donare il suo unigenito Figlio, affinchè chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna» (Gv 3,16). Il pane diventa la carne di Cristo «per la vita del mondo» (Gv 6,51). Incarnazione del Figlio di Dio, passione e morte in croce, sono dono di Dio per l’umanità. La comunione nello Spirito Santo non opera solo l’unità dei credenti, rendendoli «un solo corpo e un solo spirito», ma rende la comunità sacrificio per il 58


pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia mondo, secondo la figura di quello di Cristo, cioè vocazione tile diventa il tutto, il profitto come criterio di vita e mentalità alla solidarietà disinteressata con il mondo (Preghiera eucari- che tutti accomuna con il suo carico di violenza, di arroganza, sperpero e disprezzo delle persone e della natura. stica III). L’amore sponsale genera la gratuità e il dono; non calcola, Il codice dell’amore familiare solo ama. Per chi vive l’Eucaristia, come chi vive nell’amore, nulla è Non solo la liturgia è sacramentale, compiendo gesti che fanno riferimento al Mistero, ma lo è anche la vita familiare. banale, tutto vale, tutto è grazia. Le cose sono piene di senso. Essa contiene tutti gli elementi che rendono possibile l’incon- Dall’Eucaristia non deriva quindi il disprezzo, ma l’amore appassionato per il valore e la bellezza di tutte le cose, coscientro ravvicinato al Mistero eucaristico. Eucaristia e famiglia condividono infatti il medesimo co- za piena della loro preziosità ed essenzialità. Se si richiede un dice: l’amore, nella sua forma più pura, cioè quello del dono certo distacco, non è per disistima o, peggio, per sentimento gratuito. Costitutiva dell’amore, infatti, è la gratuità che si svi- di sufficienza, ma per ritrovarne il senso, per recuperarne il luppa nel dono. L’amore esclude il calcolo e non è compatibile rispetto e la riverenza, come davanti a un’esperienza del sacro. con la forma dello scambio economico: «ti do per avere». Chi È quanto indicato nel significato autentico ed originale del «saama può nutrire delle attese dalla persona amata, ma sa che crificio», inteso come «sacrum facere» (rendere sacro). Se le cose, allo sguardo della persona di fede, sono «sacre», non può avere «pretese». lo è anche il denaro (in senso ovviamente opposto all’idolaNon compie il dono in vista del controdono. Rinuncia al tria), per la responsabilità che la sua gestione (nel lavoro e nel tornaconto. Dove c’è interesse l’amore si eclissa. L’amore sponsale, come quello genitoriale, amicale, solida- consumo) richiede. Le famiglie tutti i giorni si misurano con il le, genera continue esperienze vitali di gratuità e di dono. Per denaro. I genitori educano i figli al suo valore. I figli imparano la mente calcolatrice, per chi vede solo le cose per il loro pro- a considerare la fatica che il denaro comporta e l’onestà che fitto, l’amore è puro spreco. Non lo si offre, infatti, in quanto rende dignitosa la vita. Il denaro è poca cosa, messo a confronto con l’amore, la serve. In amore non si calcola neppure il tempo: non si può pace, la fedeltà (tutti valori che non si possono comperare, ma amare a tempo. Si ama e basta. dal cui possesso dipende la qualità della vita). Gesù tuttavia Cifra estrema del dono come «spreco» è, con ogni evidenza, l’amore di Dio. Un semplice sguardo ammirato al cielo stellato, trasmette immediatamente al credente la grandiosità dell’amore divino: l’universo, specchio di Dio, espressione della sua tenerezza (più che della sua potenza), è uno «smisurato» sperpero di energia, un «insensato» consumo di risorse, uno «sregolato» dispiegamento di forza, senza scopi di utilità. Il credente lo chiama «gloria» («I cieli e la terra sono pieni della tua gloria»). Anche la croce parve uno spreco. Per chi la inflisse come pena: «È meglio che un uomo solo muoia per il popolo» (Gv 18,14). Per chi la scherniva: «Ha salvato gli altri, salvi se stesso» (Lc 23,35). Finché durerà l’amore, fino a quando esisteranno ancora famiglie e ci saranno ancora amici, la massimizzazione del dono si opporrà sempre alla massimizzazione del profitto, tipica dell’attuale economia. Insieme alle persone l’amore trasfigura anche le cose. Esse non sono più cercate per sé (come nel consumismo), ma diventano degli «intermediari», segni efficaci dell’incontro con l’altro: i partner provvedono gli uni alle necessità materiali degli altri, i genitori si premurano di dare risposta ai bisogni dei figli, gli amici si donano tempo, le donne e gli uomini, nella cittadinanza attiva come nel servizio volontario, creano progetti, inventano imprese. Chi ama non si ferma alle persone, estende il suo affetto e la sua premura anche alle cose. Lo insegna la liturgia, massima espressione d’amore. Chi prega s’inchina davanti alle cose e le tratta come «sorelle». Anche le cose partecipano del Mistero. Non sono meri oggetti, non si riducono a «possesso». Sono preziose e indispensabili perché non si può vivere senza di esse. La nostra epoca ha conosciuto la forza disumanizzante della ricchezza, l’avere che spegne l’essere, il benessere dove l’inu59


- pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia insegnava che «Chi è fedele nelle cose minime, è fedele anche nelle grandi; e chi è ingiusto nelle cose minime, è ingiusto anche nelle grandi» (Lc 16,10). C’è una superficialità nello spendere che è sacrilega, c’è un’insipienza nell’amministrare il denaro che è disprezzo del valore delle cose. Chi si propone di vivere nella sobrietà sa di doversi occupare con intelligenza del denaro. La sobrietà la si impara in famiglia. Ma anche la liturgia, nella ritualità suggerita dalla fede, è scuola di «nobile semplicità». L’Eucaristia insegna che la persona è fatta per il dono e vive di dono. Si viene al mondo da un atto d’amore e si cresce a statura umana dalla gratuità che si riceve e si ricambia. In famiglia come nell’Eucaristia, i movimenti ascendenti e quelli discendenti s’intrecciano e si fondono. La vita quotidiana familiare è quindi la più efficace preparazione all’Eucaristia domenicale, la quale, a sua volta, è grazia che rigenera l’amore familiare. Non solo. Come nel Canone eucaristico, quando la preghiera, al suo culmine, sembra introdurci in paradiso, si torna alla terra e s’intercede per il mondo, così la gratuità e la comunione familiare sono riconosciute dalla fede come i doni essenziali che la famiglia ha da fare all’economia globalizzata. «Lo sviluppo economico, sociale e politico ha bisogno, se vuole essere autenticamente umano, di fare spazio al principio di gratuità come espressione di fraternità (...) Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica. Ed oggi è questa fiducia che è venuta a mancare, e la perdita della fiducia è una perdita grave». (Caritas in veritate, nn 34 e 35). Le famiglie senza economia non possono sopravvivere. L’economia ritiene invece di non avere alcun bisogno del codice dell’amore e lo relega alle scelte individuali o, al più, al mondo del privato. Il crollo che ha originato l’attuale crisi economica nasce esattamente da questa drammatica dimenticanza.

Samuele

sacerdote, profeta e re

F

iglio sperato, dono atteso, offerta consacrata a Dio, sacerdote, profeta. La storia di Samuele si colloca a cavallo tra due epoche: la fine del periodo dei Giudici e gli albori della monarchia. Samuele nasce dall’efraimita Elkana («Dio ha acquistato») il quale ha due mogli: Peninna e Anna. Peninna («perla», «feconda» o, secondo altri, «volto»), avendo già dato figli a suo marito, disprezza e umilia la rivale, il cui nome, dalla radice hen («grazia»), all’inizio del racconto tradisce la sua etimologia: anziché «graziata» del dono della maternità, Anna sembra una «senza-grazia»: Anna è sterile! Fecondità e sterilità si fronteggiano. Dualità simili sono frequenti nella Bibbia, come la storia di Sara e Agar (cf Gen 18); Rachele, la prediletta, ma sterile e Lia, «la ricca di figli» (cf Gen 29-30) e altre ancora. Ciò che accomuna queste storie è l’intervento straordinario di Dio in favore della donna afflitta. Sicché anche Anna, la sterile, diventerà strumento della Provvidenza. La sua sterilità sembra quasi rispecchiare quella spirituale d’Israele, della sua epoca: «Le visioni di Dio erano rare» - avverte il testo - perché i sacerdoti del tempo vivevano nella dissolutezza. E qui la svolta decisiva: Anna reagisce nell’unico modo che conosce, attraverso la preghiera di domanda insistente a Dio: «Nell’amarezza della sua anima pregava davanti al Signore piangendo accoratamente; e fece voto dicendo: “O Signore degli eserciti, se guarderai benignamente all’afflizione della tua serva, se ti ricorderai di me e non dimenticherai la tua serva, ma concederai alla tua serva prole maschile, io la darò al Signore per tutti i giorni della sua vita e rasoio non sfiorerà la sua testa”». Anna sa che solo Dio può esaudirla: la sua preghiera perforerà i cieli; il suo cantico, come vedremo più avanti nel racconto, diverrà profezia contro gli empi: «Così al compiersi del tempo, Anna concepì e dette alla luce un figlio cui pose nome Samuele, diAnna conduce Samuele a Silo da Eli per offrirlo al Signore. Miniatura di scuola francese. 1240 circa. Pierpont Morgan Library (New York). 60


pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia - pastorale familiare e di coppia -

VIAGGIO ATTRAVERSO LA BIBBIA cendo: “L’ho domandato al Signore”». Esaminando poi etimologicamente, «Samuele» non è un nome proprio, esso è composto di due termini: il sostantivo ebraico shem («nome») al quale viene aggiunto il nome generico della divinità, cioè ‘El. «Samuele», quindi, sta per «nome di Dio», «nome suo (è) Dio». Intanto, in cuor suo, Anna ha già deciso: il figlio tanto desiderato sarà nazir, cioè offerto interamente al servizio di Dio. Scelta non facile per una madre, ma sicuramente dettata da un amore più grande, quello dovuto a Dio, il Quale le ha usato misericordia, avendola resa feconda. Infatti, dopo lo svezzamento, ella ritorna al santuario di Silo (luogo in cui si custodiva l’arca dell’alleanza) portando con sé il bambino, che affida alla cura del sacerdote Eli. Questi amministrava il culto, con i suoi due figli, Cofni e Pinchas (il narratore biblico li descrive come due degenerati che, con sprezzante avidità, profanavano l’ufficio sacro, depredando le offerte del tempio). Per contro, spicca più luminosa la figura del giovane e innocente Samuele che, rivestito di efod (paramento liturgico), serviva all’altare pieno di zelo (1 Sam 2,26), tutt’altra condotta rispetto a quella dei figli di Eli: «Così il peccato di quei giovani era molto grande davanti al Signore perché disonoravano l’offerta dei Signore» (1 Sam 2,17) - inevitabile sarà il castigo divino che ne conseguirà.

fanciullo che proprio in quella casa è cresciuto ed è stato indottrinato. Da qui i ruoli s’invertono: Samuele ora è latore della parola divina, non solo come sacerdote ma anche come profeta. Eli è ormai esautorato, il sacerdote è muto. Così Samuele divenne il capo spirituale delle tribù israelitiche e, più tardi, in qualità di giudice, anche la loro guida politica. Sotto questo profilo, fu un secondo Mosè, poiché avocò a sé i ruoli di profeta, re e giudice. A ragion di ciò, l’evangelista Luca lo accosta alla figura di Gesù Cristo (Paul Maiberger, Le grandi figure dell’Antico Testamento, 181), paragone forse avvalorato dalla radice altrettanto comune che lega il cantico di Anna a

quel meraviglioso poema d’amore di Maria giunto fino a noi e noto come Magnificat.

La chiamata Mentre Eli e la sua casa si avviano al doloroso declino, il piccolo Samuele «cresceva presso il Signore» (v 21). La sua chiamata cela il rovinoso epilogo per quella famiglia: i rimproveri paterni di Eli nulla possono di fronte all’empietà dei suoi figli: essi non hanno ascoltato! Dio, prima di mettere in atto la punizione, invia ad Eli un uomo misterioso allo scopo di ammonirlo (1 Sam 2,27-36), ma senza successo. Perciò Dio annullò l’autorità spirituale di Eli in favore del giovane Samuele. Nel cuore della notte il Signore lo chiama, ma Samuele fraintende, perché, come sottolinea il testo, «non aveva ancora conosciuto il Signore» (nel senso che non ne aveva fatto ancora intima esperienza, se non in quella di servirlo liturgicamente). La scena si ripetè ben tre volte, neanche Eli vi percepiva la presenza di Dio. Solo alla terza volta Eli realizza che è Dio a chiamare il giovane: «Se ancora ti chiama rispondigli: ecco il tuo servo ti ascolta». Così avvenne: alla quarta chiamata Dio rivela a Samuele il suo sdegno nei confronti dei figli degeneri del sacerdote e la Sua intenzione di voler mettere fine alla corruzione che si perpetrava nel tempio. In una sola notte il destino di Samuele prende forma: da ragazzo ad adulto, a profeta, a giudice. Samuele ha ascoltato! Al mattino seguente, Samuele comunicò al vecchio sacerdote, in ansiosa attesa, l’oracolo divino, compito «ingrato», benché necessario, per un 61

Samuele versò l’olio del corno su Davide e unse re di Israele il figlio di lesse da Betlemme. Miniatura bizantina, del X secolo. biblioteca Marciano (Venezia).


Scuola don Orione

SCUOLA PRIMARIA E SECONDARIA DI PRIMO GRADO

paritarie

Da Dante ai giorni nostri: la scuola ci insegna a vivere

Secondo Dante una persona può vivere un’unica vita, la propria, da via Don Orione 1 protagonista, quindi sta a noi decidere se vivere una vita monotona Botticino Sera o una ricca di emozioni e di nuove esperienze. Dobbiamo capire cosa vogliamo diventare e chi siamo,dobbiamo schierarci e dire quello che pensiamo confrontandoci con gli altri. Per noi vivere significa sorridere in ogni momento, combattere per i propri sogni, essere ottimisti ogni giorno, ogni minuto,godersi ogni momento e abbattersi davanti alle difficoltà, rischiare per arrivare in alto, aiutare gli altri, avere un obiettivo e raggiungerlo, sfruttare ogni possibilità e non tirarsi indietro per paura di non farcela. Vivere è pensare che tutto è possibile, basta volerlo. Vivere è imparare, conoscere, aiutare, apprezzare. Parrocchie di Botticino Non dobbiamo pensare al passato perché non si torna indietro,ma al presente e al futuro,perché il futuro siamo noi e dobbiamo fare tesoro delle nostre esperienze,belle o brutte,imparando da queste. Nella vita le cose cambiano, maturano , la vita è una prova continua e dobbiamo quindi saper cambiare e crescere. La vita è una sola e dobbiamo costruire il nostro futuro giorno dopo giorno assaporando i momenti belli e non soffermandoci su quelli brutti. Ognuno di noi ha ricevuto in dono da Dio la vita,una missione,da portare a termine nel modo migliore,senza avere paura,ma affrontandola con coraggio e ottimismo. Sofia Elisa Carlotta Stefano Classe II media scuola Don Orione

Lettera aperta ai genitori delle scuole cattoliche bresciane L’unione fa la forza.... Morale di cambiare le cose Cari genitori, siamo un gruppo di papà e mamme che hanno scelto come voi di iscrivere i figli alla scuola cattolica. Gli insegnanti e i religiosi ci aiutano ogni giorno a equilibrare l’impegno scolastico, la costruzione del sapere per il futuro lavorativo, ma anche la crescita della coscienza e della fede. Abbiamo deciso di compiere questo cammino educativo aggregandoci agli altri genitori attraverso l’AGESC (associazione genitori scuole cattoliche) che dal 1975 si impegna nella formazione dei genitori e nella scoperta della bellezza della libertà educativa. Libertà educativa significa possibilità di scegliete quale sia la scuola migliore per i nostri figli e quali principi fondanti e ispiratori desideriamo ne siano alla base. La nostra associazione, fatta di volontari, senza fini di lucro, apartitica , nella nostra provincia e regione era in passato numericamente molto presente; da anni vive anch’essa la crisi dell’associazionismo. Poiché i numeri sono fondamentali in democrazia, pensiamo che solo facendo numero possiamo aumentare il nostro “peso” politico e perseguire uno dei nostri prioritari obiettivi : la parità di trattamento economico nelle scuole paritarie e statali. Anche gli ordinamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010/20 sostengono in modo chiaro che “ la scuola cattolica costituisce una grande risorsa per il paese. In quanto parte della missione ecclesiale, essa va promossa e sostenuta. In quanto scuola paritaria e perciò riconosciuta nel suo carattere di servizio pubblico , essa rende effettivamente possibile la scelta educativa delle famiglie, offrendo un ricco patrimonio culturale a servizio delle nuove generazioni. Desideriamo che le scuole cattoliche non siano scuole d’élite, ma veri ambienti educativi di apprendimento, promotrice della fede cristiana e dei suoi valori fondanti, quei valori che sono lievitnella nostra società e ricchezza delle nostre vite. Come insegna Benedetto XVI “la dimensione religiosa è intrinseca al fatto culturale, concorre alla formazione globale della persona e permette di trasformare la conoscenza in sapienza di vita”. SABATO 23 FEBBRAIO 62

Il comitato Agesc della provincia di Brescia ( 0307270165- elisabetta_ grandi@alice.it)


“...Ciascuno sappia riconoscere il valore ed apprezzare il servizio svolto dalla Scuola Cattolica... luogo di accoglienza, di condivisione PRIVILEGIARE e di comunione, nel quale la persona è aiutata a crescere nell’unità integrale del suo essere... LA SCUOLA STATALE ...La nostra Scuola Cattolica bresciana si proponga sempre più LASCIANDO SENZA TUTELE come un servizio reso alla Chiesa e alla società, un servizio che ognuno di noi deve conoscere LA SCUOLA LIBERA? UN GRAVE ERRORE e valorizzare, un servizio da sostenere e da promuovere.” Eppure è stata la Chiesa ad alfabetizzare l’Europa ed inoltre Luciano Monari, la scuola paritaria fa risparmiare allo Stato 6 miliardi all’anno vescovo di Brescia di Francesco Agnoli

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i discute, in questi tempi, della scuole paritarie. Sembra che musica: dobbiamo al monaco Guido d’Arezzo l’invenzione del la scure dell’Imu debba calare anche su di loro, con effetti pentagramma e delle note, che rese lo studio della musica enordevastanti. L’argomentazione dei contrari è semplice: le scuole memente più rapido ed efficace. Quanto alle università, come racconta bene Leo Moulin, la paritarie, che offrono un servizio pubblico, fanno risparmiare allo Stato sei miliardi di euro l’anno. E’ giusto ricordarlo, a tutti coloro Chiesa fornirà molti degli insegnanti più eccelsi, privilegi, sosteche, mentendo, affermano che le scuole paritarie toglierebbero gno economico e politico, collegi per i poveri e borse di studio. E la nascita del volgare italiano? La prima opera della nostra soldi all’istruzione pubblica. Giusto, dicevo, ma troppo poco. Se ormai non apparisse polemico sostenere che la neve è bianca, letteratura è una preghiera, il Cantico delle Creature di San Fransi dovrebbe ricordare una verità storica evidente: è la Chiesa, da cesco; quanto a Dante, è la dimostrazione del fatto che la Chiesa e la fede sono all’origine della nostra tradiziocui ancora oggi originano la gran parte delne letteraria. le paritarie, che ha educato e alfabetizzato Dante si forma alla scuola del guelfo Brul’Europa. Negarle oggi il diritto di continuare netto Latini, ma ancor più presso gli studi a lavorare nel campo dell’educazione signifiteologici dei domenicani e dei francescani di ca compiere un delitto, quantomeno di irricoFirenze; quanto ai libri, è la capitolare di Veronoscenza, contro la propria storia. na, una biblioteca ecclesiastica, a permettergli Vediamo, brevemente, i fatti. l’accesso ad una immensa quantità di testi alCon il crollo dell’impero romano, l’istrutrimenti irreperibili. zione viene a mancare. Solo i monaci, indeAnche Petrarca e Boccaccio, desiderosi fessi lavoratori vivificati dalla virtù teologale di attingere alla classicità, potranno farlo solo della speranza, dopo aver arato e coltivato i recandosi nelle librerie dei monasteri (dalle campi, leggono, studiano e copiano nei loro quali, qualche volta, trafugheranno qualche scriptoria le opere antiche e moderne. Il monaco Cassiodoro, cui dobbiamo la sopravvivenza di gran testo raro e prezioso). Se ci spostiamo più avanti nel tempo, è con il Concilio di parte della cultura medica pagana, verrà giustamente definito “il salvatore della civiltà occidentale”. Analogo lavoro svolgono i mo- Trento che nascono numerosi ordini religiosi dediti all’istruzione naci benedettini e quelli irlandesi, che Luigi Alfonsi ricorda essere dei poveri, altrimenti destinati all’analfabetismo. Ricordo l’opera stati “missionari, asceti, riformatori e poeti nello stesso tempo”. dei padri Somaschi e dei Barnabiti; quella degli Oratoriani e de“Conoscitori del latino”, con cui erano entrati in contatto tra- gli Scolopi di san Giuseppe Calasanzio, considerato il fondatore mite il latino ecclesiastico, gli irlandesi “educarono agli studi gli della scuola elementare popolare e gratuita (la prima nel 1597, a Angli”, consigliarono ed istruirono alcuni sovrani, insegnarono a Trastevere); le scuole cristiane di Jean Baptiste de la Salle (XVII leggere le sacre scritture e i poeti antichi ai loro contemporanei. secolo), un altro pioniere dell’istruzione popolare e professionale I monaci non solo copiavano i testi, ma civilizzavano le popo- in Europa. Per secoli sono quasi solo i religiosi a dedicare vita, lazioni barbariche, scrivendo per loro poesie, preghiere, gramma- energie, beni, per andare incontro alle esigenze intellettuali, relitiche e dotando quei popoli di un senso della storia. Il venerabile giose, lavorative del popolo. Sono loro a istruire i ciechi e i sordomuti, a prendersi in caBeda è riconosciuto come il “padre della storia inglese”, mentre Gregorio vescovo di Tours scrisse l’Historia Francorum e il mona- rico orfani e disadattati. Ma non solo: i barnabiti avranno, tra i loro alunni, Alessandro Manzoni; gli Scolopi Giouse Carducci co Paolo Diacono la celebre Historia Langobardorum. Chi educò i germani alla civiltà latina? San Bonifacio del Wes- e Giovanni Pascoli; i Gesuiti Cartesio, Torricelli, Volta, Galvani, sex, noto come “grammaticus germanicus” e Rabano Mauro, il Spallanzani... Anche Ugo Foscolo e Giacomo Leopardi avranno come prepraeceptor Germaniae. Il grande consigliere e ministro dell’istruzione di Carlo Magno? Il monaco Alcuino, organizzatore delle cettori dei sacerdoti, mentre, dopo di loro, non lo Stato, ma Teresa Schole palatine di Aquisgrana e Tours, e delle scuole dell’impero. Verzeri, Maddalena di Canossa, don Ludovico Pavoni, don GioDurante i secoli dell’alto medioevo l’istruzione è impartita dalle vanni Bosco... si occuperanno, delle ragazze e dei ragazzi orfani, scuole monastiche e dalle scuole cattedrali, nelle quali si insegna abbandonati, dei vinti e degli sconfitti dell’età industriale. il principio della fides quaerens inono aperte le iscrizioni alla scuola primaria e secondaria tellectum, e che costituiscono l’andi primo grado per l’anno scolastico 2013/14 presso tefatto delle Università. la segreteria della scuola, aperta da lunedì a venerdì dalle In quelle stesse scuole si in8,15 alle 12,00 o in altri orari su appuntamento. segnano la teologia, la filosofia, la Termine ultimo per l’iscrizione 28 febbraio.

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4° tappa - quaresima

IL SEGNO SUL VOLTO

il volto trafitto

Facciamo davvero fatica a confrontarci con la sofferenza: ci sembra che conti solo essere forti, vincenti, potenti e la sofferenza è lontanissima da queste dimensioni. Eppure ci sono occasioni che ci gettano in faccia tutto lo scandalo del peccato, del dolore, del male. Anche Gesù, il figlio di Dio, ha attraversato questa dimensione umana e l’itinerario quaresimale è un’occasione che ci offre l’anno liturgico per comprenderne a pieno il valore, la necessità e poter gustare con consapevolezza il dono della risurrezione.

Fa piaga nel Tuo cuore la somma del dolore che va spargendo sulla terra l’uomo; il Tuo cuore è la sede appassionata dell’amore non vano. Cristo, pensoso palpito, astro incarnato nell’umane tenebre, fratello che t’immoli perennemente per riedificare umanamente l’uomo, Santo, Santo che soffri, Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli, Santo, Santo che soffri per liberare dalla morte i morti e sorreggere noi infelici vivi, d’un pianto solo mio non piango più, Ecco, Ti chiamo, Santo, Santo, Santo che soffri.

Quaresima: anche nei nostri oratori facciamo i conti con le difficoltà, le delusioni, la sofferenza. La quaresima ci ricorda insieme, che se da una parte non è possibile la Pasqua senza la croce, dell’altra l’uomo è stato creato per un fine di felicità che supera i confini delle miserie terrene (cfr. GS 19).

(Giuseppe Ungaretti - Mio Fiume anche tu)

Riscopriamo i testi del Concilio Da Gaudium et Spes˜19, ``Il mistero della morte” In faccia alla morte l’enigma della condizione umana raggiunge il culmine. L’uomo non è tormentato solo dalla sofferenza e dalla decadenza progressiva del corpo, ma anche, ed anzi, più ancora, dal timore di una distruzione definitiva. Ma l’istinto del cuore lo fa giudicare rettamente, quando aborrisce e respinge l’idea di una totale rovina e di un annientamento definitivo della sua persona. Il germe dell’eternità che porta in sé, irriducibile com’è alla sola materia, insorge contro la morte. Tutti i tentativi della tecnica, per quanto utilissimi, non riescono a calmare le ansietà dell’uomo: il prolungamento di vita che procura la biologia non può soddisfare quel desiderio di vita ulteriore, invincibilmente ancorato nel suo cuore. Se qualsiasi immaginazione vien meno di fronte alla morte, la Chiesa invece, istruita dalla Rivelazione divina, afferma che l’uomo è stato

creato da Dio per un fine di felicità oltre i confini delle miserie terrene. Inoltre la fede cristiana insegna che la morte corporale, dalla quale l’uomo sarebbe stato esentato se non avesse peccato, sarà vinta un giorno, quando l’onnipotenza e la misericordia del Salvatore restituiranno all’uomo la salvezza perduta per sua colpa. Dio infatti ha chiamato e chiama l’uomo ad aderire a lui con tutto il suo essere, in una comunione perpetua con la incorruttibile vita divina. Questa vittoria l’ha conquistata il Cristo risorgendo alla vita, liberando l’uomo dalla morte mediante la sua morte. Pertanto la fede, offrendosi con solidi argomenti a chiunque voglia riflettere, dà una risposta alle sue ansietà circa la sorte futura; e al tempo stesso dà la possibilità di una comunione nel Cristo con i propri cari già strappati dalla morte, dandoci la speranza che essi abbiano già raggiunto la vera vita presso Dio. 64


x credere

x cercare

x condividere

piccola grande

proposte di qualità adolescenti e giovani NELLE PARROCCHIE DI BOTTICINO durante la settimana varie opportunità di incontro di formazione per adolescenti e giovani nelle rispettive parrocchie presso i locali dell’oratorio

Scuola di Preghiera in Cattedrale

LA PREGHIERA E IL RICORDO DELLA FEDE presieduta dal Vescovo

quattro giovedì di Quaresima - ore 20.30 21 febbraio 2013 ho pregato perché non venga meno la tua fede (Lc 22,21-38) 28 febbraio 2013 pregate per non entrare in tentazione (Lc 22,39-46) 7 marzo 2013 Pietro si ricordò delle parole del Signore (Lc 22,47-62) 14 marzo 2013 ricordati di me (Lc 23,26-43) vegliando per i missionari martiri

Celebrazione penitenziale

sabato 23 marzo 2012 ore 18.00 presso il Centro Pastorale Paolo VI segue Veglia delle Palme GIORNATA DELLA GIOVENTU’

Giornate di spiritualità per giovani presso l’Eremo di Bienno

La fede è vita meditazioni del Vescovo Luciano

fede

ZONA PASTORALE

3-5 maggio 2013

GRANDE LA FEDE DEI PICCOLI

Emmaus

MARTEDI’ 16 APRILE ore 20,30 al Convento Francescani Rezzato

per chi non esclude la vocazione sacerdotale, presso il Seminario diocesano in via Razziche n. 4 dalle ore 12.30 alle 18.00 nelle seguenti domeniche: 24 febbraio 2013 17 marzo 2013 28 aprile 2013 26 maggio 2013 23 giugno 2013

Pellegrinaggi

Ti seguo… a ruota (quarta edizione) Pellegrinaggio in bicicletta 28-30 giugno 2013

itinerario di spiritualità per giovani

gruppo vocazionale diocesano per le giovani e i giovani dai 18 anni aperto al discernimento di tutte le vocazioni (vita matrimoniale, consacrata, missionaria,diaconale, presbiterale… )

Sichar

presso le Ancelle della Carità in via Moretto 33

seconda domenica del mese dalle 14 alle 19

nella fede, strade di luce 10 febbraio 2013 per i dieci servi

(Lc 19,11-27)

10 marzo 2013 per gli abitanti di Gerusalemme (Lc 19,28-40) 14 aprile 2013 per Pietro (Lc 5,1-11) 12 maggio 2013 per Maria (Lc 1,46-56) 65


ad Assisi in visita ai luoghi

di San Francesco e Santa Chiara Nei giorni del due e del tre gennaio, noi ragazzi cresimati di Botticino, siamo andati in visita ad Assisi. La partenza è stata alle ore sette in pullman e, dopo il lungo -ma divertente- viaggio, siamo “sbarcati” ad Assisi. Il primo luogo che abbiamo visitato è stata la chiesa A San Damiano di San Damiano, dove Francesco passava per andare a commerciare al mercato: un giorno vi è entrato e il Crocifisso gli ha parlato. Lì un frate ci ha insegnato, per mezzo di una metafora con la corda del suo saio, che per raggiungere un obbiettivo (in questo caso annodare la corda senza lasciarla) non bisogna mai essere soli. Sempre lo stesso pomeriggio, andammo a visitare la Basilica di Santa Chiara e la Basilica di San Francesco. Nella Basilica di Santa Chiara sono ospitate le spoglie della santa e nella Basilica di San Francesco, divisa in superiore ed inferiore, sono ospitate quelle di San Francesco. Finite le visite a questi importanti ed affascinanti luoghi religiosi, siamo andati a vedere i nostri alloggi, in un albergo posto nella parte bassa di Assisi. Lì, riposti nostri bagagli, abbiamo cenato e fatto una serata di animazione. Il giorno dopo, una volta svegliati, abbiamo fatto colazione e, subito dopo, siamo partiti per l’Eremo delle Carceri. L’Eremo è il luogo tranquillo dove San Francesco si recava solitario in preghiera. Lì, abbiamo partecipato alla S. Messa celebrata dal nostro prete don Raffaele col nostro diacono, Pietro. Dopo essere tornati al centro di Assisi a piedi, abbiamo visitato anche il Duomo di Assisi, dove è posta il fonte battesimale dove è stato battezzato San Francesco. Una volta tornati all’albergo abbiamo pranzato, dopodiché siamo partiti verso la vicina ed imponente Basilica di Santa Maria degli Angeli, dentro alla quale è posta la Porziuncola, la terza chiesa che San Francesco “riparò” e il luogo dove Santa Chiara si fece seguace di Francesco e dove lui morì. Finita la visita alla Basilica, dove ricevemmo da un frate il Tau, la croce commissa simbolo di San Francesco, partimmo (a malincuore) verso Botticino. E’ stata un esperienza molto bella per tutti noi, che ci ha cambiato ed insegnato valori prima trascurati. Ringraziamo il don, il diacono e tutti gli animatori per averci permesso di fare questa nuova bella esperienza. All’Eremo delle Carceri Paolo Apostoli

“ACCOMPAGNARE LA MATURAZIONE PSICO-SESSUALE DEI FIGLI NELL’OTTICA DELL’AMORE CRISTIANO”

per genitori :

Una serie di incontri con l’intento di fornire alcuni stimoli sull’importante compito di educare i figli all’amore e alla sessualità. Occasione quindi per il dialogo e per poter condividere con altri l’impegnativa e arricchente arte del vivere in relazione con i propri figli e altre figure educative.

Prossimi incontri ore 20,00 presso Oratorio Sera: venerdì 8 febbraio, venerdì 5 aprile, venerdì 3 maggio 66


a Carvanno

Tre giorni trascorsi a Carvanno, una frazione di Vobarno in Val Sabbia, per salutare il 2013. La canonica, ora utilizzata per accogliere gruppi scout, ci ha ospitato dal pomeriggio del 30 dicembre 2012 fino al pomeriggio del 1 gennaio 2013. Lì abbiamo incontrato persone ospitali, per nulla turbate dal fatto che una trentina di ragazzi si muovevano tra i vicoli del piccolo paese. Per fare ambientare i ragazzi, infatti, appena giunti sul posto, è stata organizzata una caccia al tesoro che li ha portati per le vie e le stradine di Carvanno. L’esperienza è stata all’insegna del “fai da te”. Il fatto che mancassero le cuoche ha obbligato tutti noi (ragazzi compresi) a stare ai fornelli, oltre che a sistemare gli ambienti. Anche questo è stato motivo di aggregazione per tutti e nessuno si è tirato in dietro nello svolgere i compiti. L’entusiasmo maggiore nei servizi svolti si è manifestato nello spiedo; alcuni ragazzi si sono resi protagonisti nella preparazione e anche nella cottura. Nella semplicità non ci siamo fatti mancare nulla. Una passeggiata era d’obbligo. La mattina del 31 dicembre, baciati dal sole, in circa 2 ore abbiamo raggiunto il monte Besum. Non potevano mancare nemmeno alcuni momenti di riflessione. I nostri ragazzi non solo se li aspettano nelle attività che organizziamo per loro, ma li apprezzano. Alcuni pensieri semplici sulle cose belle vissute nel 2012, sulle cose negative che non vorremmo fossero accadute, ma che a volte sono quelle che ci rendono umani, che ci fanno stare con i piedi per terra; e poi anche su quelle in sospeso, che per qualche motivo devono essere ancora completate o risolte. Il pomeriggio del 31 dicembre, accompagnati da don Raffaele c’è stato un momento di ringraziamento e di condivisione per le esperienze vissute. E’ stato suggestivo il lancio delle lanterne cinesi che, verso mezzanotte abbiamo fatto alzare in aria da un campo lì vicino. Poi non è restato che accogliere il 2013 con un brindisi sotto le stelle …e buon 2013 anche a tutti coloro che sono rimasti a Botticino.

gli animatori

giovedì 24 e giovedì 31 gennaio, giovedì 14 e giovedì 21 febbraio Oratorio Sera ore 20,30 ADOLESCENTI IN ETA’ 1 SUPERIORE

Il mio corpo che cambia: educazione alla relazione sessuata. I cambiamenti corporei , la sfera affettiva, la relazione tra pari e la comunicazione non verbale, la fatica e la ricchezza dello stare in gruppo

ADOLESCENTI IN ETA’ 2-3 SUPERIORE

L’affettività in adolescenza: io e gli altri

L’adolescenza è un periodo particolare ed unico nel percorso di crescita di ogni uomo e donna. Si differenzia dalla fanciullezza non solo per aspetti corporei e cognitivi , ma anche per una nuova dimensione emotiva e relazionale. I quattro incontri vogliono essere momenti per entrare nel mondo dell’affettività e scoprirne caratteristiche e difficoltà. Particolare attenzione sarà data alla fera emotiva, alle dinamiche di gruppo e delle prime relazioni di coppia. 67


ANAGRAFE UNITA’ PASTORALE PARROCCHIE DI BOTTICINO

BAT T E S I M I

SAN GALLO

2012

RAGNOLI DAVIDE di Massimiliano e Simona PELIZZARI MARTINA di Andrea e Laura GOBBI BIANCA di Armando e Barbara BODEI MANUEL di Stefano e Elisabetta BUSI PENELOPE di Cesare e Elisa

BOTTICINO MATTINA MONDA ALESSANDRO di Dario e Claudia SANNA FEDERICO di Matteo e Romina RICCI VALENTINA di Michele e Daniela SODDU DAFNE di Mirko e Laura ARRIGHETTI LETIZIA di Massimo e Chiara FERRARI VANESSA di Nicola e Michela LANZINI LUCA di Juri e Paola ZAMBONI FEDERICO di Massimo e Francesca D’ALESSANDRO ANITA di Antonio e Marta MANERBA STEFANO GIOVANNI di Matteo e Paola GRITTI ALICE di Marco e Michela

BOTTICINO SERA

LONATI ALESSANDRO di Federico e Elena TOGNAZZI ALESSIO di Attilio e Stefania TOGNAZZI INGRIDA di Renato e Monica FRANZONI GIULIA di Ilario e Daniela ZANETTI ALESSANDRO di Giordano e Claudia CORINI AMANDA di Roberto e Silvia MASSERDOTTI SOFIA di Fabrizio e Margherita QUECCHIA LUCA di Roberto e Lorenza SALA MATTEO di Dario e Anna OFORI BRIDGET di Erik e Lidia OFORI AKWASI di Eric e Lidia OFORI KENNETH di Eric e Lidia TOGNAZZI GIORGIA di Alessandro e Federica MASSARDI FRANCESCO di Ferdinando e Raffaella ZANI SAMANTHA di Nicola e Pamela TORNELLO MATTEO di Massimo e Laura DORA LUDOVICO di Matteo e Erica PERGER CLAUDIA di Marco e Siria PEDUTI GIULIA di Massimo e Larissa ZANOLA DANIELE di Stefano e Mariagrazia BUCCARO AURORA NICOLE di Andrea e Elisa BORLINI EDOARDO di Gastone e Gessica CARINI GRETA di Corrado e Antonella CALOVINI GIULIA di Massimo e Lei TREBESCHI GINEVRA INDRA di Matteo e Sandra 68

MONTAGNOLI ELENA di Nicola e Ketti BIANCHI VALENTINA di Giovanni e Stefania RIZZA CATERINA di Daniele e Cinzia PAVAN OTTAVIA di Pietro e Ilaria BENETTI FEDERICO di Marco e Chiara TIRANTI MARTINA di Mirko e Michela TRECCANI ALICE MARIA di Massimiliano e Fiorenza POMPILI RICCARDO di Gianluigi e Nadia TORNELLO ALESSANDRO di Roberto e Loredana VALOTTI FRANCESCO di Marco e Alessandra FILIPPINI LORENZO di Fabrizio e Agata FOLGHERA VIOLA di Alessandro e Daicy Susana


PA R R O CC H I A L E

Botticino Mattina

M AT R I M O N I

SPADA ANDREA e CASTELLINI FRANCESCA

San Gallo

GUERRINI CARLO E BUSI CHIARA

Botticino Sera

GALLUZZO VINCENZO e ZILIANI CLAUDIA COLOSIO STEFANO e PERLOTTI FRANCESCA RONCHI MAURO e TAVELLI IRENE ROSSETTI GIANLUCA e DORA VERUSKA GORNI SERGIO e PIACENTINI STEFANIA

BOTTICINO MATTINA

BEDUSSI FEDERICO e BUSI LINDA RINALDI DIEGO e CAPRA CONSUELO BUSI VINCENZO e LONATI ELISA COCCOLI OMARA e SALVADORI LAURA PASOTTI MARCO e BARRETTA LUCIA

DEFUNTI

QUAINI GIOVANNI FERRARI GIUSEPPE TOGNAZZI VITTORIA MACCABONI GIANNICOLA BEDUSSI ROSA PREVICINI PAOLO PELIZZARI FRANCA PREVICINI MARIA FURRI VALENTINO MARTINELLI SANTINA MANFREDINI LUIGI LUCCHINI PIERINO FRATTINI EMILIA GORNI LORIS VERGANI TERESA MACCARINELLI DANTE TOGNETTI GIACOMO MENASIO ANGELO GNUTTI SERAFINA ALBINI IDA LONATI CAROLINA BODEI IOLANDA BOTTICINO SERA CAPRA PIERINA NOVENTA GIOVANNI SABBADINI NATALE RISOTELLI MIRTEO FAPPANI GIUSEPPE GALIZIOLI GIUSEPPE CASALI NATALINA FONTANA PIERINA ZANARDI LUCIANO MARCHETTI FAUSTINA RUMI LUIGI FRANZONI DOMENICA QUECCHIA ANNA GALEANO ANGELO BOIFAVA FRANCO GIRELLI ADELE CORNACCHIARI LUIGIA ANDERLONI ROBERTO VERGINE CATERINA MICHELI MARIA APOSTOKLI CATTERINA BOSSONI PIERINO GRITTI IDELMA SILVESTRI MARIA NOVENTA ANCILLA DAMONTI ANGELA SCARONI ANGELA DAMONTI PARIDE CORNACCHIARI VINCENZO VECCHI GIULIANO COLOSIO MARIA TRIVILLIN MARIA PRANDELLI PAOLO COMINI MARIO PICCINI ELISA ZENI MARCO NOVENTA TULLIA SAVOLLDI FRANCO COCCOLI ELISABETTA VIVIANI LINO DAMONTI SANTINA DAMONTI FRANCESCO MARTINELLI GIOVANNI BOIFAVA LUIGI BERNARDELLI ANGELA LONATI SANTINA BERTULLI FABIO SPAGNOLI TERESINA MONTINI VITTORIO COMINOTTI FRANCESCA SAN GALLO LONATI GUIDO BEDUSSI VINCENZO MAFIZZOLI ENRICO LONATI GIULIA FIRMO LUIGI FORA GIUSEPPE LONATI GIUSEPPINA CALEGARI GIULIA GOFFRINI ERMELLINA BUSI GIUSEPPE COLOSIO GIOVANNA BUSI ANGELO BUSI LUCIA TAMENI AGOSTINA 69


PARROCCHIE DI BOTTICINO

DOMENICA 10 FEBBRAIO 2013

Carnevale Botticinese Tema

FANTASIA

SFILATA DELLE MASCHERE E CARRI ore

14,30 partenza dal villaggio marcolini (Botticino Sera)

arrivo in oratorio a botticino sera

festa in piazza

con giochi, musica e frittelle premiazione delle maschere e carri Informazioni presso segreteria

70

tel. 030 2692094


PARROCCHIE DI BOTTICINO

VADUS AGENZIA VIAGGI

BUDAPEST-PRAGA-BERLINO 10 – 18 giugno

1° giorno: BOTTICINO - GRAZ (km 576)

Partenza da Botticino alle ore 6:00. Sosta per il pranzo in ristorante a Klagenfurt. Arrivo a Graz, nel primo pomeriggio. Visita della cittadina con guida, il cui centro storico, gotico, rinascimentale e barocco che si susseguono di pari passo, è annoverato nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità dell’UNESCO. Al termine sistemazione in hotel nelle camere riservate, cena e pernottamento.

2° giorno: GRAZ - BUDAPEST (km 353)

Prima colazione in hotel, e partenza in direzione di Budapest, capitale ungherese nata nel 1873 dall’unione di tre città, fino ad allora distinte: Buda, Obuda e Pest. All’arrivo sistemazione nelle camere riservate e pranzo. Al termine incontro con la guida ed inizio delle visite, partendo dalle colline di Buda, l’ antica parte medioevale della città, sulla riva destra del Danubio, dove si potrà ammirare: il quartiere del Palazzo Reale, di cui visiteremo gli esterni e la Cittadella, l’antica chiesa gotica di Re Mattia, la piazza della Santissima Trinità ed il panoramico Bastione dei Pescatori con vista sul Danubio e su Pest. Rientro in hotel per la cena ed il pernottamento.

3° giorno: BUDAPEST

Trattamento di pensione completa in hotel. Giornata interamente dedicata alle visite guidate della città, della riva sinistra del Danubio, ossia Pest. Tra i punti di maggiore interesse: l'Accademia delle Scienze, Palazzo del Parlamento, la Basilica di S. Stefano, Piazza Roosevelt, Viale Andrassy, la famosa Via Vaci, Piazza degli Eroi, il Castello Vajdahunyad, il Teatro dell 'Opera ed il Ponte delle Catene, simbolo della città.

4° giorno: BUDAPEST – PRAGA (km 525)

2013

(9 giorni)

6° giorno: PRAGA – BERLINO (km 360)

Dopo la prima colazione partenza per Berlino. All’arrivo pranzo in ristorante. Nel pomeriggio inizio della visita guidata a questa città classica ed alternativa, cosmopolita e provocatrice, che unisce in un sorprendente equilibrio modernità e tradizione. Dopo la caduta del muro i più illustri architetti l’hanno abbellita realizzando edifici e quartieri all’avanguardia che convivono con palazzi storici. Da visitare: Colonna della Vittoria, Palazzo di Bellevue, Parco di Tiergarten, Reichstag, Porta di Brandeburgo, sovrastata dalla Quadriga della Vittoria, da cui partiva il celebre Muro che divideva la città (e simbolicamente il mondo) nelle parti est ed ovest, Viale Unterden Linden, Forum Friedericianum, Università Von Humboldt, Cattedrale Cattolica, Opera, Duomo e Municipio Rosso. In serata sistemazione in hotel nelle camere riservate, cena e pernottamento.

7° giorno: BERLINO

Pensione completa in hotel. Giornata interamente dedicata alla visita guidata della città: Alexanderplatz, i resti del Muro, il quartiere Kreuzberg, il Museo Ebraico, il quartiere Nikolai, Gendarmenmarkt, con il duomo francese e quello tedesco, il quartiere del Governo, Potsdamer Platz, Kurfuerstendamm, con la simbolica chiesa della Rimembranza ed infine Charlottenburg per contemplare la facciata della residenza prussiana.

8° giorno:BERLINO - NORIMBERGA -RATISBONA(km 555)

Dopo la prima colazione partenza per Ratisbona con sosta per il pranzo ed una breve visita guidata di Norimberga, antica città imperiale della Franconia, racchiusa nelle cinte murarie medioevali con un ricco centro storico. Da vedere la Frauenkirche, la fontana “Schoner Brunnen” nella Hauptmarkt ed il Municipio e la Fortezza Imperiale, uno dei Palazzi Imperiali più importanti del medioevo. Al termine proseguimento del viaggio in direzione Ratisbona, città di origine medioevale, iscritta dall’UNESCO nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Arrivo nella serata E sistemazione in hotel nelle camere riservate, cena.

Dopo la prima colazione partenza per Praga. Pranzo in ristorante lungo il percorso. All’arrivo giro orientativo con guida di Praga, romantica capitale della Repubblica Ceca, una delle più belle città del mondo, descritta da secoli come la ''città d'oro ''. Hradcany è il quartiere del Castello Reale di Boemia, simbolo della storia praghese e splendido insieme monumentale. Nel vasto complesso si 9° giorno: RATISBONA - BOTTICINO (km 587) trovano la Cattedrale gotica di S. Vito, la Basilica di S. Giorgio ed il Vicolo d’ Oro. Dopo la prima colazione incontro con la guida per la visita di questa cittadina Al termine sistemazione in hotel nelle camere riservate, cena e pernottamento. lambita dal Danubio e raccolta intorno ad uno splendido centro storico. La passeggiata vi porterà al Duomo e al Ponte di pietra, alla Porta Pretoria e all’An5° giorno: PRAGA Trattamento di pensione completa in hotel. Intera giornata dedicata alla visita tico palazzo municipale, alle case della nobiltà ed alle torri patrizie. Pranzo in con guida della città adagiata su sette colli. Sotto il Castello Reale di Boemia e ristorante. Nel primo pomeriggio partenza per il viaggio di rientro con arrivo a lungo la sponda sinistra della Moldava si sviluppa il quartiere Mala Strana, la cit- Botticino in tarda serata. Fine dei servizi. tà piccola, cuore del barocco praghese: gli splendidi palazzi si susseguono lun- Quota individuale di partecipazione € 1.250,00 go la via Nerudova; le visite proseguiranno con la Chiesa barocca di S.Nicola Supp. camera singola € 250,00 e del Bambin Gesù di Praga, la statuetta Miracolosa, l’isola di Kampa ed il quota comprende: caratteristico Ponte Carlo. Nel pomeriggio proseguimento verso il quartiere di La - Sistemazione in hotel 3* e 4* in camere doppie con servizi Nove Mesto, dov’è racchiuso il cuore di Praga, piazza Venceslao. Si raggiun- - Trattamento di pensione completa dal pranzo del primo giorno al pranzo gerà poi il quartiere di dell’ultimo giorno - Bevande ai pasti ( ½ acqua minerale e 1 birra) - Guida Stare Mesto, la Città locale per le visite come da programma - Assicurazione medico/bagaglio Vecchia, con la Piaz- “Fondo cassa comune” € 50,00 - Org tec. Vadus Viaggi srl za della Città Vec- La quota non comprende: chia ed i suoi edifici - Eventuali ingressi durante le visite - Gli extra e quanto non espressamente gotici, rinascimentali indicato alla voce “la quota comprende”. e barocchi: il Munici- DOCUMENTO Carta d’ Identità valida per l’espatrio, senza timbro di rinnovo sul retro o Paspio, la celebre Torre saporto in corso di validità dell’Orologio Astronomico, la Chiesa Tyn ISCRIZIONI PRESSO: ed il palazzo Kinsky - Segreteria Parrocchie Botticino Tel. 030 2692094 con l’ arrivo infine - Sig. Benetti Battista Tel. 030 2190738 nell’antico quartiere Acconto richiesto € 250,00 a persona al momento dell’iscrizione Ebraico. 71


QUA RESI MA

***13 febbraio:

MERCOLEDI DELLE CENERI

INIZIO QUARESIMA

S.MESSA E L’IMPOSIZIONE DELLE CENERI Botticino Mattina: ore 17,30 San Gallo: ore 19,00 Botticino Sera: ore 16,00 - 20,30

Durante la Quaresima ogni giorno può essere caratterizzato da momenti propri di vita cristiana facendoci aiutare dai vari sussidi. La domenica in particolare è importante riscoprire il valore della S.Messa e seguendo il cammino proposto dalla Parola di Dio. I mercoledì (o altra sera) a partire dal 20 febbraio: CENTRI DI ASCOLTO nelle famiglie I venerdì ore 20,00 ADORAZIONE DELLA CROCE nella propria chiesa parrocchiale (dal 22 febbraio)

Al centro della chiesa una grande croce sulla quale depositiamo simbolicamente i nostri pesi, le nostre fatiche, ma anche le nostre gioie e le nostre speranze.

*La giornata potrebbe poi essere caratterizzata da momenti quali la visita a una persona ammalata, o sola, o anziana; il dedicare del tempo nell’aiutare persone bisognose anche di cose concrete... ecc. Inoltre il venerdì di quaresima è giorno di digiuno secondo le varie modalità (dalla televisione, dal cibo...) con l’impegno di mettere nel salvadanaio per i poveri il corrispettivo secondo le indicazioni del Centro Missionario diocesano.

Caritas: Raccolta alimentare per le famiglie bisognose presso i negozi che aderiscono all’inziativa

SACRAMENTO DELLA RICONCILIAZIONE (CONFESSIONE) Botticino Mattina e Sera il sabato: ore 15-17 San Gallo : prima o dopo la S.Messa ***Domenica 17 marzo: PELLEGRINAGGIO DELLE TRE PARROCCHIE DI BOTTICINO AL SANTUARIO DI REZZATO ***

IN OGNI FAMIGLIA PER VIVERE MEGLIO LA QUARESIMA “Il segno della salvezza ”

“Piacque a Dio di fare abitare in [Gesù Cristo] ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose,rappacificando con il sangue della sua croce,cioè per mezzo di lui,le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli”(Col 1,20). L’anno della fede è un’occasione per riflettere in famiglia sui fondamenti della propria fiducia in Gesù Cristo. La nostra vita è ricca di incontri, di gesti, di volti che ci guidano come segni verso una fede più matura e più capace di calarsi nella concretezza delle nostre storie. Questo sussidio, costruito da una collaborazione tra le equipe degli uffici per le Missioni e per gli Oratori, vuole offrire un’occasione quotidiana di riflessione e preghiera, a partire dalla parola di Dio e dalle testimonianza raccolte dai nostri missionari.Attraverso i racconti che riportiamo possiamo leggere dei segni, la nostra preghiera diventa azione nel mondo e lascia dei segni nella nostra vita e in quella dei nostri fratelli. È la croce il segno decisivo, il grande segno della salvezza, è la croce il segno che orienta il nostro cammino: la quaresima ci aiuta a metterla al centro della nostra vita, a scoprirne il suo valore liberatore. “Cassettina-salvadanaio” - progetti di solidarietà per il proprio contributo finanziario, il corrispettivo dei digiuni e rinunce di ogni giorno. Le offerte raccolte verranno destinate, secondo le intenzioni diocesane illustrate nella parte centrale del sussidio . Da consegnare alla celebrazione del Giovedì Santo o alle persone incaricate. Buon cammino!

LUNEDI’

SS. FAUSTINO E GIOVITA

venerdì 15 febbraio 2013

festa patronale Botticino Mattina ore 15,00 Vespri e Benedizione

ore 20,00 S. Messa

segue concerto Coro Parrocchiale e Banda “G.Forti”

In questa giornata vengono sospese le celebrazioni delle SS.Messe nelle parrocchie di Botticino Sera e di San Gallo favorendo la partecipazione alle celebrazioni nella chiesa di Botticino Mattina

CELEBRAZIONE S.MESSA E UNZIONE DEGLI INFERMI

CON E PER GLI AMMALATI CHIESA SAN GALLO ORE 14,30 CHIESA BOTTICINO SERA ORE 16,00 CHIESA BOTTICINO MATTINA ORE 17,30

Voce per la comunità  

Notiziario Pastorale delle Parrocchie di Botticino

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