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Oltre i secoli, la forza di un’idea!

Regione Molise Programma di Sviluppo Rurale 2007/2013 Asse IV “Attuazione dell’Approccio Leader” Misura 421 “Cooperazione Interterritoriale e Transnazionale” Progetto “Borghi Rigenerati” azione scrigni della memoria

ANTONIO DI LALLO

Celebrare la memoria di storie come questa è fondamentale per mantenere un legame inscindibile con il proprio passato e consentire ad una intera collettività di conservare un’anima ed una identità, con il suo immenso patrimonio di storia, cultura, evoluzione e progresso. Conoscere le proprie origini ci insegna ad affrontare con spirito critico e con coscienziosità le vicende del nostro presente ed è indispensabile alla creazione di una nuova consapevolezza. Fu così che, quando quella curiosità, di scoprire il trascorso da cui discendiamo, si fece largo nelle nostre menti, comprendemmo che era necessario rendere giustizia ad un popolo dimenticato dalle più recenti generazioni ed ad un uomo intrepido che diede voce alle sue genti; quella voce che, come un eco, riecheggia oggi vigorosa nelle nostre orecchie. Balduino Migliarese fu uomo di profonda fede ed eccellente oratore. Fu il primo ad utilizzare la sua privilegiata posizione di uomo di cultura per aiutare il popolo e non per sopraffarlo. Riuscì a suscitare nelle masse una grande presa di coscienza che spinse il popolo ad unirsi in rivolta contro i soprusi e lo strapotere dei pochi ricchi che fino ad allora avevano governato e dominato su tutto e tutti. Un’impresa rivoluzionaria per quegli anni! Inculcò, così, nella classe meno abbiente del popolo, l'idea che il Comune fosse la casa di tutti e non di pochi. Rese concreta questa sua idea battendosi duramente, tanto da far eleggere il primo sindaco contadino della storia comunale Petrellese. Tutto questo rimanendo sempre fedele alle direttive della Chiesa dell'epoca. Da uomo di fede, traspare attraverso le sue azioni il significato più profondo della carità e della solidarietà verso il prossimo. Nonostante la sospensione e i processi subiti, portò avanti le sue idee impregnandole dell’umanità cristiana di cui non dimenticò mai di essere portavoce. Fu certamente un precursore dei tempi in un posto tanto remoto ed ignorato. Dalla sua storia, sebbene così lontana nel tempo, traiamo lezioni di vita sociale e cristiana. Da lui impariamo che il tempo ed il luogo in cui viviamo sono nostri, che non bisogna vivere le vicende in modo passivo ma con consapevolezza e coscienza collettiva e morale, avendo il coraggio di cambiare il corso degli eventi. Valeria Capocefalo e Deborha Muccino

COPPOLE E PAGLIETTE Don Balduino Migliarese storia di un impegno civile 1912 - 1924

Questo volume è stato realizzato dall’Associazione Culturale

Petrella Tifernina (CB) È vietata la vendita


ANTONIO DI LALLO

COPPOLE E PAGLIETTE Don Balduino Migliarese storia di un impegno civile 1912 - 1924


A nonna Antonietta


Un particolare ringraziamento a Valeria Capocefalo e Deborah Muccino per la preziosa disponibilità ed il generoso contributo alla realizzazione di questo lavoro. Si ringraziano inoltre per l’utile collaborazione: Antonello Prigioniero, Massimiliano Corbo, Carmine Gasbarrino, Federica Corbo, Carlo Marinelli, Antonietta Viglione, Pia Rachele Alfonso, Antonio Di Lallo (di Olindo), Domenico Garofalo, Antonio Viscusi e Giovanni Capocefalo. Petrella Tifernina, aprile 2015

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“il sudore delle vostre diuturne fatiche è benedetto, e non è il segno del servaggio, ma l’indice indispensabile della redenzione” Balduino Migliarese

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Indice Pudore e rispetto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Il Molise ai primi del Novecento . . . . . . . . . . . . . . . . La Massoneria . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . L’arrivo di Mons. Migliarese a Petrella . . . . . . . . . . . I “ Pagliettini” . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Il cattolicesimo sociale, la Rerum Novarum - Pio X e l’attenuazione del “Non expedit” . . . . . . . . . . . . . . . Il Partito Popolare Italiano . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . L’impegno religioso e sociale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Le questioni delle stalle, del demanio e del medico Forza e Lavoro . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Sprazzi di Luce . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Le elezioni comunali del 1914 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . La prima guerra mondiale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . L’onorificenza pontificia “Cameriere Segreto del Papa” Le elezioni del 1919 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Le amministrative del 1920 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . La Società Cooperativa di Consumo . . . . . . . . . . . . . Debolezza e ozio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Le elezioni politiche del 1921 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . La visita del Vescovo e la sospensione . . . . . . . . . . . . La messa privata in casa e in cappella . . . . . . . . . . . . . Mezzo borghese e mezzo Prete . . . . . . . . . . . . . . . . . . L’adesione al fascismo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . L’epilogo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

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Pudore e rispetto Le vicende che raccontiamo con questo modesto lavoro appartengono alla nostra memoria. Gli uomini e le donne che ne sono stati protagonisti sono i nostri nonni e bisnonni. Da loro abbiamo ascoltato i primi fatti e gli aneddoti su Don Balduino e sui pagliettini. Quando, per saperne di più, abbiamo posto altre domande ai nostri anziani, con nostro stupore abbiamo visto che spesso si chiudeva la porta, le parole si bisbigliavano e il racconto si interrompeva. Abbiamo avuto l’impressione di una diffusa reticenza da parte di un’intera comunità, che certo non poteva aver dimenticato o rimosso i fatti. Desiderosi di conoscere meglio le vicende di quel periodo e dei suoi protagonisti siamo andati avanti nella ricerca, piuttosto faticosa per la scarsità delle fonti. Abbiamo raccolto testimonianze, ricostruito episodi, reperiti i pochi documenti disponibili. Alla fine abbiamo capito, o almeno così riteniamo, le ragioni di un così singolare atteggiamento da parte di un popolo il cui carattere, fin troppo esuberante e aperto, strideva non poco con quelle porte che si chiudevano e con i racconti bisbigliati. Quella che è emersa è una storia di dolore, sofferenze e violenze, ma anche di conquiste e riscatto sociale. Le lotte, che coinvolsero la comunità per oltre un decennio, lacerarono gli animi nel profondo e per molto tempo. Ecco, allora, le ragioni di un riserbo che ci appariva inspiegabile. Non reticenza ma pudore e rispetto per gli uomini e le donne che ne furono protagonisti e il cui ricordo, per moltissimi anni, ha evocato profonda amarezza. Ora, a 100 anni ed oltre da quei fatti, con la serenità ed il distacco del tempo trascorso, possiamo finalmente aprire il nostro scri-

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gno di memoria e arricchirlo di tasselli che, pur non ricomponendo l’intero mosaico, ne danno una visione più chiara. Restituiamo a Petrella, e non solo ad essa, la vicenda umana, sociale e religiosa di Don Balduino Migliarese, il prete battagliero e precursore dei tempi che lottò contro le ingiustizie di una società arcaica al fianco dei più umili. Antonio Di Lallo

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Su compagni, allerta all’erta! Non sentite di rivolta L’empio grido che a raccolta Chiama gente a debellarci? Gente inique camuffate Di bontà di santo amore Mentre covano nel core Sol nequizia ed empietà. Son gli antichi tirannelli Sfruttatori prepotenti Che rimpiangono gementi Il perduto dispotismo. Oh qual ansia oh qual delirio, oh che febbre da malati per volerci trascinati nell’antica schiavitù! tenta tutto la canaglia con audacia e con perfidia, sia la frode sia l’insidia, la calunnia e lo spergiuro; si servì perfin di cristo profanando gli misteri! Su compagni, noi siam forti e vinceremo non con l’armi e coi bastoni degni solo di predoni, ma col nome del diritto: noi siam forti perché onesti, perché figli del lavoro;

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Su compagni, noi siam forti e braccia e petto come acciaio v’opporremo, non un palmo cederemo del terreno conquistato; e nel nome del signore fronte tersa e daccio (!) il piede giurerem con viva fede sempre avanti sempre ognor! canzonetta dei migliaresini scritta da Letizia Covatta, figlia di Vincenzo Covatta, collaboratore di Mons. Migliarese nella Società Cooperativa di Consumo

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Il Molise ai primi del Novecento Il Molise agli inizi del XX secolo si presentava con il volto di una società arretrata, dominata da una profonda inquietudine, assuefatta da secoli a ritmi indolenti. L’agricoltura, attività di gran lunga prevalente, era incredibilmente misera e si basava sulla monocoltura dei cerali (grano e mais). Sopravvivevano retaggi di latifondismo ma, in generale, la proprietà terriera era frastagliata, sminuzzata in inadeguati appezzamenti: si utilizzavano solo concimi naturali, mezzi rudimentali e, non applicando la rotazione agraria, si ottenevano raccolti insufficienti. Le attività industriali, comunque molto lontane dal corrispondente moderno di sistema di fabbrica, erano praticamente assenti e si limitavano all’artigianato di bottega, alla trasformazione di prodotti agricoli e alla manifattura domestica. Le condizioni generali del Molise e del meridione ai primi del 1900 erano, dunque, di grave arretratezza economica e diffusa povertà della popolazione, soprattutto nelle aree più interne del contado, dove i piccoli comuni erano spesso isolati, privi di strade di collegamento e carenti dei servizi basilari. In quegli anni, il reddito agricolo andava progressivamente diminuendo per la continua flessione del prezzo del grano e per il peso degli affitti dei terreni.

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Contadino di Petrella Tifernina – inizi 1900

L’irrazionale agricoltura, con la meccanizzazione praticamente assente, e l’ancor più povera zootecnia riuscivano a malapena ad assicurare la sussistenza. La vita dei contadini dell’epoca era scandita dalla precarietà delle stagioni e da giorni sempre uguali. All’alba, prima che sorgesse il sole, braccianti e contadini si recavano in campagna a lavorare la terra, per pranzo l’immancabile pizza di randinio (pizza di mais), non avevano nessuna sicurezza sul lavoro, non esistevano casse rurali o società operaie, gran parte di loro era analfabeta. La drammatica condizione si aggraverà allo scoppio della prima guerra mondiale. Ad agosto, dopo la mietitura, sempre che i temporali o le tempeste di grandine non avessero distrutto una parte del raccolto, si doveva pagare l’affitto al padrone delle case e delle terre. A volte i contadini non avevano abbastanza soldi e non era raro che cadessero vittima degli usurai e perdessero i pochi terreni di proprietà o la casa. Accanto alla massa di poveri contadini vi era una ristretta cerchia di galantuomini e artigiani, generalmente pigri ed indolenti.

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Una piccola borghesia con mentalità chiusa e di scarsa cultura. L’imperante immobilismo lasciava immutati costumi semifeudali e vecchi privilegi. La società molisana e meridionale di questo periodo, dietro l’apparente ordine e tranquillità, viveva questa spaccatura tra galantuomini, artieri, braccianti e contadini.

Petrella Tifernina, Via Roma – inizi 1900

L’emigrazione in quegli anni in Molise e in quelli successivi fu massiccia e superiore a quella registrata nelle altre province meridionali. Il fenomeno migratorio ebbe effetti paradossali. In un primo momento, infatti, si rivelò una risorsa ed opportunità poiché contribuì a migliorare le condizioni di lavoro dei contadini: diminuendo, infatti, la manodopera disponibile, i lavoratori agricoli rimasti poterono contrattare migliori condizioni. In secondo luogo, procurò una massa cospicua di capitali, decisiva per superare i momenti più gravi del sistema economico nazionale. Di lì a qualche anno, infatti, gli americani, come venivano chiamati gli emigrati che avevano fatto ritorno in patria, ebbero accesso alla proprietà fondiaria e ci furono significativi spostamenti di proprietà. In realtà questi effetti si rivelarono solo apparentemente positivi.

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Da un lato le rimesse finirono per finanziare solo l’industrializzazione del Nord, dall’altro la fuga dalle campagne si rivelerà un fenomeno dissolvitore e disgregatore del tessuto sociale ed economico. L’emigrazione dette occasione di ulteriori vessazioni ai danni dei poveri contadini. Molti di loro non avevano i soldi per il bastimento che li avrebbe portati in America, tanti erano costretti a chiedere prestiti usurai ai signori che come garanzia chiedevano ipoteche su terreni e case. I primi salari guadagnati oltre oceano servivano a ripagare i debiti e non tutti ci riuscivano. La Chiesa dell’epoca, così come il resto della società, era indolente e chiusa in se stessa, non promuoveva alcuna significativa attività sociale. Il conservatorismo ne era il tratto prevalente. Il clero molisano del periodo era culturalmente marginale, intimorito dal modernismo e dall’anticlericalismo, non esprimeva alcuna passione civile. Il protagonismo politico dei cattolici era quindi debole o nullo e ininfluente sul piano politico e sociale. Il clero si limitava ad appoggiare i vari candidati per legami di convenienza o di amicizia. Il sostegno in quegli anni sarà sempre per le stesse forze liberali e spesso massoniche. Per le cariche pubbliche locali e nazionali erano quindi confermate quasi sempre le stesse persone, in genere medici o avvocati. Non è un caso che, il Dott. Francesco Fede, per limitarci all’ambito locale, fu Deputato del Molise per ben sette legislature (dal 1890 al 1913). Il diffuso conservatorismo ed immobilismo, sia laico che cattolico, privarono la società dell’epoca di qualsiasi sussulto. I partiti o movimenti politici erano deboli e scarsamente organizzati, il consenso politico si esprimeva per legami personali e convenienze locali, non di certo per passione ed impegno.

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La Massoneria Erano soprattutto i galantuomini a dar vita a un saldo vincolo massonico, cementato da un vigoroso anticlericalismo, largamente praticato e testimoniato. Il vincolo massonico suggellava lo strapotere di quella casta nei paesi di appartenenza ed a livello istituzionale. In pratica la massoneria si configurò come il più grosso partito trasversale operante in Molise, fino al fascismo. I più importanti posti di comando erano nelle mani dei muratori. E ciò anche grazie alla posizione del clero, spesso servile nei confronti dei notabili massoni con i quali stabilì intese di reciproci appoggi e supplenze. L’apice massonico fu raggiunto nel periodo che va dal 1900 all’avvento del fascismo, quando i partiti politici moderni si mostrarono incapaci di scalfire il tessuto regionale, tant’è che a Campobasso nel 1919 non era stata ancora aperta una sola sezione di partito. Di conseguenza le elezioni molisane elessero quasi sempre affiliati massonici. La sede dell’Amministrazione Provinciale di Palazzo Magno a Campobasso era la roccaforte della massoneria e Campobasso la capitale dei massoni di Abruzzo e Molise. Fino al 1923 esistevano ben cinque logge in Molise. La massoneria era un potere vero ed era impossibile evitare di fare i conti con essa. Don Migliarese si scontrerà molto con la potente e pervasiva massoneria molisana, attaccandola con scritti e discorsi, denunciando gli aspetti ideologici della società segreta e le sue degenerazioni clientelari e notabiliari. In quegli anni fu uno dei pochissimi ad osare tanto, insieme all’Avv. Gaetano Amoroso, accomunati dalla militanza nel Partito Popolare.

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Sprazzi di luce n. 4 agosto 1914

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La massoneria era ritenuta un freno ed un ostacolo all’avanzamento democratico a causa della grande influenza che essa aveva nella vita pubblica, affiliando la maggiore parte degli uomini pubblici. Il timore, assai fondato, era che la massoneria potesse monopolizzare le istituzioni e, grazie al vincolo massonico, farsi corruttrice del costume politico. In effetti, tantissimi massoni occupavano cariche pubbliche come consiglieri comunali, provinciali e deputati. Il partito popolare polemizzò fortemente con la massoneria. La critica si sviluppò soprattutto dalle colonne dell’Avvenire del Sannio e Sprazzi di Luce. La polemica dei popolari con i massoni toccò toni aspri. Articoli e scritti a firma di Fra’ Cristofaro (Gaetano Amoroso) e di Monsignor Migliarese definirono la massoneria come il serpe verde “che avvelena la vita pubblica italiana, impadronendosi di tutti i poteri per asservirli a fini settari”. La potenza della massoneria si espresse in forma schiacciante in occasione delle elezioni politiche del 1921 quando furono eletti solo i quattro esponenti massoni: Pietravalle, Marracino, Veneziale e Presutti. Dopo la Marcia su Roma iniziò la conversione al fascismo dei massoni molisani che indossarono in massa la camicia nera.

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Sprazzi di Luce Anno II n.1 gennaio 1915

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L’arrivo di Mons. Migliarese a Petrella L’accennata situazione sociale ed economica del Molise era ovviamente anche quella di Petrella Tifernina, che non sfuggiva al diffuso degrado della regione e del meridione. E in questo comune, per singolare sorte, arrivò nel 1912 Balduino Migliarese, figlio di Giacinto, insegnante elementare, e di Eloisa Fusco, famiglia originaria di Grottaminarda (AV). Nacque il 23 marzo 1880 a Montemiletto (AV), morì in tragiche circostanze a Vinchiaturo (CB) il 21 gennaio 1924 a 43 anni.

Mons. Balduino Migliarese

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Il giovane Balduino manifestò presto la vocazione sacerdotale. Seppure contrastato dalla famiglia, come lui stesso racconta in una lettera ad un amico, iniziò gli studi presso il Seminario di Benevento. Fu ordinato sacerdote nel giugno del 1903, nell’anno seguente ebbe l’investitura del canonicato della chiesa collegiale di S. Maria Assunta a Montemiletto. Il Vescovo di Foggia lo chiamò a collaborare presso la curia, dove si distinse per lo zelo e l’efficace oratoria. Particolarmente apprezzato fu il suo Panegirico a Maria SS. dei Sette Veli, protettrice della città di Foggia, recitato nella cittadina pugliese presso la chiesa di S. Tommaso Apostolo il 14 agosto 1907. Chiamato a tenere un ciclo di orazioni in vari comuni del Molise, colpì per la brillante eloquenza. Durante un quaresimale a Montagano (CB) e una successiva predica a Petrella Tifernina, affascinò i fedeli il suo modo di divulgare la parola di Dio. Il signor Alessandro Carissimi di Petrella Tifernina nell’aprile del 1912, verosimilmente dopo aver ascoltato una sua predica, gli inviò un biglietto di saluti con queste parole: “O Divo inarrivabile, mago della parola …. Godi per l’entusiastica del popolo frenesia. Per l’inaudito eloquio … Godi di questo popolo il guadagnato affetto …” Ammaliati da tale oratore tanto brillante, forbito e affascinante, una delegazione di fedeli lo invitò ad accettare, sollecitando in tal senso anche il Vescovo, l’investitura ad arciprete di Petrella Tifernina dove l’ultraottuagenario parroco Don Ermenegildo Palmera, era in attesa di essere sostituito. La richiesta fu accolta dal Vescovo di Bojano, Mons. Gianfelice, e Don Migliarese, nell’ottobre del 1912, fu così nomina-

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to parroco di Petrella Tifernina. La cerimonia d’insediamento si tenne il 19 ottobre di quell’anno. Lo raggiunse in seguito a Petrella la sorella Veturia, che sposò l’Avv. Silvio De Rubertis, amico di Migliarese e Segretario Comunale di Lucito (CB). Il 7 dicembre 1917 fu insignito da Papa Benedetto XV con “ACTA APOSTOLICAE SEDIS” del 2 gennaio 1918 dell’onorificenza di Cameriere del Papa. Fine pubblicista, spesso sarcastico e mordace, uomo di notevole e solida cultura, fu tra i dirigenti del Partito Popolare Italiano in Molise per poi aderire al fascismo.

Petrella Tifernina inizi 1900

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Per molto tempo abbiamo ritenuto che la vicenda di Balduino Migliarese avesse carattere solo locale, circoscritta a Petrella Tifernina. Alcuni storici e studiosi del Molise, come Raffaele Colapietra e Renato Lalli, hanno fatto cenno in alcune loro opere al poliedrico parroco. Ma è stato Luigi Picardi con il suo libro Il Partito Popolare Italiano nel Molise (1919 – 1924) – editore Vita e Pensiero, Milano 1990 a tratteggiare la figura di Monsignor Migliarese, contestualizzandola nelle vicende sociali e politiche dell’epoca e, con ciò, offrendo un importante contributo alla comprensione del personaggio e dei fatti di cui si rese protagonista. La formazione religiosa di Don Balduino era fortemente impregnata del cattolicesimo sociale della Rerum Novarum e dal “nuovo corso” di Pio X, e ne spiega l’operato in maniera esemplare. In totale coerenza con l’enciclica di Papa Leone XIII e con le aperture introdotte da Pio X, dinanzi alla comunità petrellese che gli era stata affidata, afflitta da povertà e prevaricazioni, Don Migliarese iniziò ad adoperarsi per sostenere un elevamento economico e morale della massa dei contadini, impegnandosi concretamente per organizzarli in associazioni e cooperative. L’appoggio dei contadini, che mai prima avevano ascoltato quei messaggi, fu subito entusiasta ed enorme. Lo scontro con il notabilato locale, fatto di possidenti, artigiani, negozianti e professionisti ostili e spaventati da ogni novità, fu inevitabile e violento.

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I “ Pagliettini” All’attivismo religioso e sociale di Don Balduino si opposero tenacemente il notabilato e la piccola borghesia locale, i cosiddetti pagliettini, così chiamati dal popolo per la consuetudine che questi avevano di indossare la paglietta, un cappello leggero che proteggeva dal sole cocente durante le giornate estive. I cafoni, avevano esigenze diverse anche nell’abbigliamento e, normalmente, indossavano la coppola. Il termine pagliettini è entrato nel gergo locale per definire le persone prepotenti e arroganti. I pagliettini rappresentavano una cerchia ristretta, contornata da altri, per lo più artigiani, accondiscendenti per convenienza o servilismo. Ne erano esponenti, oltre alla potente famiglia Fede, i Girardi, i Pizzi, i Casciuolo, i Carissimi, i Lembo, i Palmera ed altri.

“Pagliettini” davanti al caffè in corso V. Emanuele a Petrella Tifernina

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Migliarese aveva dalla sua centinaia di famiglie contadine e in maniera particolare gli erano vicini i lamorgese, i carmineantonio, i visciuottolo, i ciaccaruscio, i peppone, i ciccotto, i pernatozzi, i berghella, i covatta, solo per citarne alcuni.

Braccianti e contadini in località S. Anna di Petrella Tifernina

Il leader dei pagliettini era il Notaio VITTORIO GIACINTO FEDE, nato a Petrella Tifernina il 26/02/1873 e deceduto a Napoli il 18/08/1973 all’età di 100 anni. Vittorio Fede apparteneva ad una importante famiglia di professionisti e ricchi proprietari terrieri. Massone, era Sindaco di Petrella all’arrivo di Migliarese. Ricoprì la carica di primo cittadino per ben 16 anni, dal 1905 al 1913 e dal 1944 al 1952. Durante i suoi mandati furono realizzate importanti opere pubbliche e servizi. Tra queste ricordiamo, nel 1911, la sostituzione dell’illuminazione pubblica a petrolio con quella elettrica e,

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nello stesso anno, l’entrata in esercizio della linea automobilistica Campobasso - Termoli con fermate a Stazione Matrice - Petrella - Lucito - Palata - Montecilfone - S. Giacomo degli Schiavoni. Fece inoltre realizzare (nel 1913 l’inaugurazione) la conduttura dell’acqua potabile con la captazione delle sorgenti Fonte Dionisio e Fonte Scretta, che venne distribuita in quattro fontane pubbliche del centro abitato.

Il Sindaco Vittorio Fede in una manifestazione pubblica - anni 40

All’impegno di Vittorio Fede vanno ascritte, tra le altre, l’avvio della costruzione del cimitero, la realizzazione della rete fognante e l’adozione di un moderno piano di fabbricazione del comune.

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Il postale Termoli – Campobasso, fermata di Petrella Tifernina

Il nuovo cimitero in costruzione a Petrella Tifernina,(inaugurato nel 1915)

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Francesco Saverio Fede (1832-1913), cugino del notaio Vittorio, famoso medico, è considerato il massimo esponente della Pediatria italiana delle origini. Laureatosi a Napoli, esercitò all’ospedale degli Incurabili, dedicando i suoi primi studi alle ricerche istologiche e fisiologiche, mettendosi all’avanguardia in territorio nazionale del tempo fino a fondare il Museo anatomo-patologico. Si dedicò, quindi, alla pediatria, studiando la fisiologia e le malattie dell’infanzia. Deputato del Molise per sette legislature (dalla XVII alla XXIII: 1890-1913), ottenne che fosse reso autonomo l’insegnamento della pediatria nelle università del regno. Nel 1892 fu fondata la cattedra di Napoli della quale divenne titolare. Nel 1893 fondò il giornale “La Pediatria”. L’afta cachettica porta il nome di malattia di Fede e fu da lui descritta nel 1890 (cfr. Atti Congr. Pediatr. Ital., del 1890, Napoli, 1891, p. 251). A lui è intitolato il Dipartimento di Pediatria “F. Fede” della Seconda Università degli Studi di Napoli.

Francesco Fede

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Il cattolicesimo sociale, la Rerum Novarum - Pio X e l’attenuazione del “Non expedit” Negli ultimi decenni del XIX secolo si sviluppò in maniera significativa un movimento di cattolicesimo sociale che implicava di entrare all’interno delle problematiche delle classi operaie, della libertà di associazione, del diritto di rivendicare diritti e denunciare ingiustizie. Questo movimento spinse il laicato cattolico a dar vita ad una serie di iniziative sociali: istituti assistenziali, società di mutuo soccorso, circoli, società operaie, cooperative di consumo, casse rurali e casse operaie. Il dinamismo di queste iniziative fu sostenuto da Papa Leone XIII (1878-1903) e, così, la Chiesa cominciò a uscire dalle posizioni difensive che avevano caratterizzato la politica di Pio IX. Papa Leone XIII individuò chiaramente i segni dell’avvento della società di massa che imponeva la presenza attiva del laicato cattolico. Con l’enciclica Rerum Novarum (1891) la Chiesa, per la prima volta in maniera esplicita, affrontò la questione comunitaria e fondò la dottrina sociale della Chiesa. Il movimento cattolico dell’epoca era diviso in varie correnti circa l'atteggiamento da tenere nei confronti del capitalismo. C'era chi voleva un avvicinamento al movimento socialista; altri auspicavano un sostanziale lasciar fare del progresso, del commercio e dell’industria. Una corrente molto importante era quella dei corporativisti, che voleva un ritorno alle istituzioni economiche medievali allo scopo di ricomporre la tensione sociale. Posizioni molto diverse, quindi.

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L'enciclica propose una mediazione: Papa Leone XIII con la “Rerum Novarum” ammoniva la classe operaia di non dar sfogo alla propria rabbia attraverso le idee di rivoluzione, di invidia e odio verso i più ricchi e chiedeva contemporaneamente ai padroni di mitigare gli atteggiamenti verso i dipendenti e di abbandonare lo schiavismo cui erano sottoposti gli operai. Ammetteva, per la difesa dei diritti dei lavoratori, le associazioni «sia di soli operai sia miste di operai e padroni». Invita, anzi, gli operai cristiani a formare proprie società, piuttosto che aderire ad un’«organizzazione contraria allo spirito cristiano e al bene pubblico». L'enciclica esprimeva una condanna nei confronti del socialismo, della teoria della lotta di classe, della massoneria, preferendo che la questione sociale venisse “risolta dall'azione combinata di Chiesa, Stato, impiegati e datori di lavoro”. « Nel tutelare le ragioni dei privati, si deve avere un riguardo speciale ai deboli e ai poveri. Il ceto dei ricchi, forte per sé stesso, abbisogna meno della pubblica difesa; le misere plebi, che mancano di sostegno proprio, hanno speciale necessità di trovarlo nel patrocinio dello Stato. Perciò agli operai, che sono nel numero dei deboli e dei bisognosi, lo Stato deve di preferenza rivolgere le cure e le provvidenze sue » (Rerum Novarum, 29) Alla morte di Papa Leone XIII fu eletto pontefice Giuseppe Sarto col nome di Pio X, che ammise la presenza cattolica in politica. Con l'enciclica “ il Fermo Proposito” dell'11 giugno 1905, il pontefice allentava le disposizioni del Non expedit (ossia il fermo divieto per tutti i cattolici italiani di partecipare alla vita politica) di Papa Pio IX, soprattutto allo scopo di arginare i crescenti consensi verso le forze socialiste.

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Papa Pio X, con l’enciclica, elargiva ai cattolici la “benigna concessione” di dispensarli da tale divieto, specialmente nei “casi particolari” in cui essi ne riconoscessero “la stretta necessità pel bene delle anime e per la salvezza delle loro chiese”, e li invita, anzi, a perseguire la seria attività “già lodevolmente spiegata dai cattolici per prepararsi con una buona organizzazione elettorale alla vita amministrativa dei Comuni e dei Consigli provinciali”, così da favorire e promuovere “quelle istituzioni che si propongono di ben disciplinare le moltitudini contro l’invadenza predominante del socialismo”. La cauta apertura del mondo cattolico indusse Don Luigi Sturzo a parlare ottimisticamente de “i giorni della bufera”. Una bufera che in Molise fu poco più di un venticello. Nelle nostre contrade il clerico-moderatismo fu duro a morire e la chiesa molisana non si lasciò permeare più di tanto dal nuovo corso. L’onda lunga del disimpegno e dell’immaturità politica durò fino al 1919, anno della nascita del partito popolare. Non andò meglio sul versante del movimento socialista. In Molise, in effetti, tutto arrivò in ritardo, non solo i treni, ma anche i movimenti politici, il popolarismo, il socialismo, il fascismo.

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Veduta dal campanile della Chiesa di San Giorgio di Petrella Tifernina

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Il Partito Popolare Italiano Nel desolante scenario di assenza di impegno sociale e politico di cattolici e laici, l’azione di Monsignor Balduino Migliarese rappresentò una straordinaria ed inusitata eccezione. Partito da posizioni neutraliste, Migliarese condusse la sua battaglia sociale nelle fila del Partito Popolare, promosso in Molise dal beneventano Giambattista Bosco Lucarelli, esponente del laicato cattolico e collaboratore di Don Luigi Sturzo. Il Partito Popolare Italiano del Molise fu fondato il 20 agosto 1919 a Campobasso e Don Migliarese fu tra i suoi dirigenti. Il 18 gennaio 1919 era stato lanciato l’appello al paese con il programma del Partito Popolare Italiano: «A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini supremi della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché, uniti insieme, propugnino nella loro interezza gli ideali di giustizia e di libertà», nel rivendicare «i vantaggi della vittoria conquistata con immensi sacrifici, fatti per la difesa dei diritti dei popoli e per le più elevate idealità civili, come è imprescindibile dovere di sane democrazie e di governi popolari trovare il reale equilibrio dei diritti nazionali con i supremi interessi internazionali e le perenni ragioni del pacifico progresso della società». Il Partito popolare, considerava la religione «principio etico informatore della morale pubblica» in uno Stato laico e, pur cercando nella religione cristiana «lo spirito vivificatore di tutta la vita individuale e collettiva», non si arrogava il diritto «di parlare a nome della Chiesa, né si considerava emanazione e dipendenza di organismi ecclesiastici. “La nostra azione politica, sia in parlamento che fuori del parlamento, nella organizzazione e nella tattica del partito, nelle diverse attività e nelle forti battaglie, solo in nome nostro dob-

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biamo e possiamo combattere, sul medesimo terreno degli altri partiti con noi in contrasto”. Di là delle dichiarazioni di principio, il Vaticano si dimostrò molto favorevole al nascente partito dei cattolici italiani. Don Migliarese strinse solidi rapporti di amicizia e di comune impegno politico con i maggiori esponenti popolari della regione, in particolare con Gaetano Amoroso, Giovanni Ianigro, Michele Camposarcuno ed altri. Alcuni di loro collaborarono assiduamente a Sprazzi di Luce, il periodico “ascetico, apologetico, morale” fondato da Migliarese nel 1914. Gli avversari di Don Migliarese dimostrarono di non aver mai compreso le ragioni profonde del suo attivismo sociale dirompente e lo descrivevano spesso come un intrigante, un capo popolo in cerca di potere. I signorotti petrellesi, distanti anni luce dal dibattito ideale e politico pur debole che si andava manifestando, stentarono a capire che avevano dinanzi un antesignano, un precursore, un prete che cavalcava i tempi. Sono utili per la comprensione delle gesta di Migliarese nel contesto politico del tempo gli articoli pubblicati su Sprazzi di Luce a firma di Gaetano Amoroso, intellettuale cattolico e nipote di Igino Petrone, famoso filosofo e giurista (Limosano 1870 - S. Giorgio a Cremano 1913), accademico dei Lincei, professore di filosofia del diritto nell’università di Modena (1897-1900), e di filosofia morale a Napoli. Così sul numero n. 6 anno I dell’ottobre 1914, con l’articolo “I doveri delle classi superiori verso le inferiori”, G. Amoroso ripropone la soluzione mediatrice della Chiesa nello scontro tra classi, come enunciata nella Rerum Novarum e declina la dottrina sociale dei cattolici. Sullo stesso periodico del novembre 1914, G. Amoroso pubblica l’articolo “L’azione sociale cattolica e la missione del cle-

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ro” e, dopo aver argomentato i limiti del socialismo a risolvere la questione sociale, scrive “ … un’azione sociale quale noi la vogliamo e che oltre a promuovere e facilitare tutte quelle istituzioni associative e cooperative, vuoi nella produzione che nel consumo, vuoi nella circolazione che nel credito, che migliori materialmente le sorti del povero, deve anche sparger tra costoro un’onda sana di moralità e una luce benefica di cultura, io credo che i più adatti sono i ministri della chiesa …” . Sempre su Sprazzi di Luce del dicembre 1914 n. 8, G. Amoroso pubblica un poderoso articolo dal titolo “La quistione operaia e la Chiesa Cattolica”, un autentico manifesto della dottrina sociale fatta propria dai cattolici popolari. E ancora, nel numero di gennaio 1915 di Sprazzi di Luce, pubblica “Le associazioni operaie dei cattolici sociali” dove esalta l’associazionismo dei lavoratori nei sindacati, le associazioni cooperative, la società di mutuo soccorso “ ... che mirano a rivendicare un più gran numero di diritti economici, un aumento di importanza sociale e di preponderanza politica”. Se Gaetano Amoroso fu l’ideologo della dottrina sociale in Molise, Don Balduino Migliarese ne fu l’interprete più pragmatico e dinamico.

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Articolo di Gaetano Amoroso su Sprazzi di Luce n. 8 - dicembre 1914

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L’impegno religioso e sociale Il giovane parroco, agguerrito antimassone e sensibile ai valori democratici e cristiani, iniziò, sin dai primi giorni del suo arrivo a Petrella Tifernina, una decisa e concreta battaglia politica e sociale per l’emancipazione dei contadini, oppressi da miserevoli condizioni di vita. Rivolse le sue critiche ai notabili, ai proprietari terrieri e degli impianti di trasformazione dei prodotti dell’agricoltura, che, con l’usura e con la disinvolta ed egoistica politica dei fitti e dei prezzi, taglieggiavano i già poverissimi contadini. Il Sindaco Vittorio Fede, in particolare, già dopo poche settimane dall’arrivo del nuovo arciprete e ancor prima della sua nomina ufficiale da parte del Vescovo di Boiano, manifestò una singolare e forte ostilità. Come dimostrano gli atti reperiti, V. Fede mise in atto una vera attività investigativa sul Migliarese. Con diverse lettere, inviate al Sindaco ed al Parroco di Montemiletto, alla Regia Pretura di Montemiletto e di Montagano, a varie autorità ecclesiastiche, Fede chiese notizie sulla famiglia Migliarese e sulla condotta morale del giovane parroco, adombrando presunti reati da lui commessi fino a sostenerne “... la dubbia integrità morale e potenziale pericolo per il popolo”. Le risposte che ricevette da parte del Sindaco di Montemiletto e dalle altre autorità civili e religiose a cui si era rivolto furono a dir poco sdegnate. Le sue accuse furono definite “calunniose e frutto di malvagia e volgare insinuazione”. Così la Regia Pretura di Montemiletto: “ .. Balduino Migliarese non ha alcun precedente penale, è persona di vasta cultura teologica e letteraria e di alto valore morale. E’ vera calunnia che il Migliarese sia stato sottoposto a procedimento penale per corruzione di un minorenne”.

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Pur di fronte all’evidenza di attestazioni univoche sul conto di Balduino Migliarese, il Fede non si arrese e continuò una subdola campagna denigratoria nei confronti del prete scomodo. Così scrisse il 7 novembre 1912, un mese dopo l’arrivo di Migliarese a Petrella Tifernina, con nota di suo pugno verosimilmente destinata ad un’autorità amministrativa: “... Sulla sua onestà morale e politica posso assicurarla che è caratterizzato da un patriottismo non sentito, ma apparente … battagliero ed intrigante, mediante prediche e istruzioni al popolo, favorisce i principi di ribellione ... che pel popolo stesso, ignorante e credulone, sono pericolosi ed attentano alla famiglia ed alla concordia del paese. Il popolo ignorante, nelle buone grazie del quale ha saputo insinuarsi con fare gesuitico e mediante l’opera nefasta di alcune pinzochere, lo trova un buon prete, ma chi vede oltre il naso, e quindi tutta la parte intelligente, morale ed onesta di questi cittadini, lo ritiene per quello che in sostanza è, e di certo non lo ha in buona estimazione. Ritengo obiettivamente, e pel bene vero del mio paese, che la permanenza del Migliarese in questo comune possa entusiasmare la gente grossolana, ma sarà quasi certamente causa di discordie e di attriti fra privati e pubblici”. Accuse reiterate anche in una lettera del 23 gennaio 1913 dove V. Fede affermò: “Migliarese a mezzo del pulpito e della confessione contribuisce ad acuire il dissidio per le diverse classi sociali di questo comune”. Don Migliarese, almeno nei primi tempi, era ignaro o forse non curante più di tanto delle insinuazioni che sul suo conto si facevano circolare; intanto il consenso popolare nei suoi confronti continuava a crescere.

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L’avversione al nuovo parroco crebbe di intensità e altre forze, non solo locali, entrarono in campo. Il giovane prete subì attacchi sempre più malevoli e insistenti che rintuzzò sempre puntigliosamente e senza timore. Dimostrò in ogni momento di non temere i suoi denigratori, difendendo con veemenza il proprio operato, soprattutto quando percepì che le accuse e le insinuazioni che gli venivano mosse erano anche un attacco alla chiesa ed al ruolo che essa aspira ad avere nella società. Don Balduino usò la penna e il pulpito per “difendere e rivendicare i diritti della Chiesa e dei popoli cristiani”. In una sua lettera aperta del 4 giugno 1913, replicò al noto giornale massone Battaglie di Lavoro e respinse le accuse della gazzetta “di fare politica piuttosto che limitarsi a fare il prete”. L’articolista di Battaglie di Lavoro si firmò con lo pseudonimo Veritas, dietro cui si celava Vittorio Fede. La critica del giornale prendeva spunto da un incontro che si tenne a Petrella con gli On.li Spetrino e Cannavina e si accusò il Migliarese di incoerenza, di essersi pronunciato per l’introduzione dell’insegnamento della religione nelle scuole e contro il divorzio. Don Balduino replicò: “ ... il silenzio e la morte domina nei diruti castelli medioevali, espressione della dispersa prepotenza dei tiranni signorotti, l’umanità si è, oggi avviata a grandi passi verso quella sana e forte democrazia, a cui son riservati i sereni orizzonti”. Dopo aver argomentato con sarcasmo le critiche dell’anonimo redattore di Battaglie di Lavoro, proseguì: “Rifiuto l’idea che i preti debbano restare in sagrestia”. Nel primo numero di Sprazzi di Luce del maggio 1914, pubblicò l’articolo “il Prete in sagrestia!” in cui rivendicò e ribadì il diritto del clero di operare nella società, definendo le critiche come:“vecchio dizionario dell’anticlericalismo con frasi ammuffite e vuote”.

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Comizio dell’On.le Spetrino dal balcone del municipio di Petrella Tifernina

V. Fede era inarrestabile, ossessionato dalla presenza di Migliarese. Scrisse al Prefetto: All’ Ill.mo Prefetto di Campobasso. Il sottoscritto, nell’interesse dell’ ordine pubblico in questo comune, ed in omaggio alla morale ed alla giustizia, compie il dovere si riferire alla S.V. Ill.ma quanto appresso: Questo arciprete Sig. Balduino Migliarese, da quando è venuto in questo comune, e specialmente dall’epoca in cui ha preso possesso, in seguito alla nomina di arciprete, profittando della bontà del popolo, e mediante pratiche religiose e alla facile conquista della massa ignorante, ha cercato con ogni mezzo di acuire il pericoloso dissidio da quanto visto, tra signori e contadini, contribuendo non poco alla lotta di classe, ormai frequentissima nei piccoli paesi del nostro mezzogiorno.

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Servendosi dell’ascendenza sul popolo, del pulpito, delle confessioni, con allusioni ben studiate, ha saputo trarre da parte sua la massa dei contadini ignoranti, fanatizzandola subdolamente, facendo sue con celebrazioni in pubblico ed in privato questioni di pubblico interesse. intromettendosi in questioni private, amministrative, sociali e politiche, non ultima la questione delle condotte (ndr mediche). In tale stato di cose, sotto l’incubo di un possibile ed impietoso turbamento dell’ordine pubblico che può scoppiare da un momento all’altro, con conseguenze che potranno essere anche dolorose, per cui il sottoscritto prega la S.V. Ill.ma di adottare provvedimenti urgenti ed energici che risanino la pace e la concordia . Cav. Dr. Vittorio Fede Le insinuazioni e le trame non fiaccarono Migliarese, l’abitazione di casa Covatta in Corso V. Emanuele, dove abitava, era meta di chi aveva la necessità di un consiglio e di un aiuto. La chiesa era sempre gremita, le omelie del giovane prete scaldavano i cuori. Parlavano di diritti, di migliori condizioni di vita, della possibilità di affrancarsi dal misero e negletto stato in cui versava il popolo. Don Migliarese affermò più volte “la necessità di abbattere i privilegi di stampo medioevale”. E parlò ancora della necessità di organizzarsi per conquistare la dignità degli uomini. In totale coerenza con la dottrina sociale della Chiesa e col nuovo corso inaugurato da Pio IX, Don Migliarese, sempre a contatto con la gente, organizzò cooperative e comitati per affrancare braccianti e contadini dall’economia di sussistenza e, sul modello delle leghe bianche del movimento operaio cattolico, fondò di lì a poco (1914) la Società Cattolica di Mutuo soccorso. Successivamente, costituì una cooperativa di consumo, un mulino, due frantoi sociali e avviò la costruzione di una rete elettrica.

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Queste forme associative del lavoro e del consumo furono tra le prime e poche ad essere realizzate in Molise e nel meridione. Esse minarono gli interessi preesistenti e le rendite parassitarie e furono motivo non ultimo di forti tensioni con la controparte. Si scatenò, infatti, la reazione dei pagliettini, di cui Don Migliarese metteva concretamente in discussione l’antica supremazia. Le imprese del prete dei cafoni davano la consapevolezza del diritto di ognuno a partecipare al proprio futuro. Una forte rottura con la rassegnazione sedimentata nei secoli. In breve tempo Don Balduino diventò un riferimento straordinario ed insperato per la gente di Petrella Tifernina e del circondario.

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Le questioni delle stalle, del demanio e del medico Agli inizi del 1913 forti polemiche coinvolsero l’Amministrazione Comunale con a capo V. Fede. Questioni di rilevante impatto sociale che provocarono accese discussioni, dispute e divisioni. La prima si scatenò a seguito di un’ordinanza comunale motivata da ragioni di sanità ed igiene pubblica. Il Sindaco V. Fede dispose, infatti, una massiccia ed obbligatoria sanificazione delle stalle e una limitazione alla possibilità di tenere i ricoveri di animali e i depositi di letame nel centro abitato: lo scopo era anche di contenere la peste suina che all’epoca flagellava. Era pratica normale, in quei tempi, che i contadini tenessero le stalle molto vicine, se non attaccate, alle abitazioni; del resto, la cura ed il ricovero delle greggi, dei maiali, degli asini erano vitali per la piccola economia contadina del tempo. Ovviamente l’igiene ne risentiva parecchio ed il cattivo odore invadeva le strade. La disposizione sindacale ingenerò il timore di dover spostare le stalle fuori del centro abitato o di limitarne l’esercizio. Ci furono preoccupazioni nei contadini. Non tutti avevano la possibilità ed i mezzi economici per ottemperare all’ordinanza. Si ebbe una forte contestazione popolare contro il provvedimento del Sindaco, costretto a rivedere le restrizioni della sua ordinanza.

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Mungitura

Una seconda questione, particolarmente complicata, riguardò la verifica della consistenza dei beni demaniali del comune e degli usi civici. Questi, nell’economia del tempo, avevano un peso fondamentale perché toccavano la possibilità dei cittadini, specialmente dei meno abbienti, di approvvigionarsi di legna, coltivare e pascolare nei terreni pubblici. Una perizia dell’ufficio del demanio (di cui fu tecnico tale Biondi) aveva rideterminato in modo sostanziale la consistenza dei beni demaniali e le prerogative ad essi connessi. Di fatto, la perizia, giudicata non veritiera ed il perito accusato di essere stato prezzolato da precisi interessi locali, disponeva il passaggio di diversi tomoli di bosco comunale ad alcune note famiglie, sottraendolo al patrimonio ed all’uso comune. Il fatto scatenò vivaci rimostranze e un forte contenzioso legale.

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L’altra questione, anch’essa molto sentita, riguardò l’assegnazione della condotta medica dopo la morte del titolare Dott. Nicola Girardi. All’incarico aspirava il Dott. Francesco Ialenti, apprezzato professionista ed estimatore di Don Migliarese. Il Sindaco Fede fece approvare un bando di concorso che, di fatto, escludeva il Dott. Ialenti, per raggiunti limiti di età. La decisione fu molto disapprovata dalla gente. Don Migliarese sostenne le ragioni del Dott.Ialenti e ben 5 consiglieri comunali di maggioranza (Francesco Carrea, Luca Viglione, Gaetano Parisi, Vincenzo Di Lallo, Francesco Viglione) contestarono la decisione del Sindaco votando contro il deliberato proposto. V. Fede, indignato, rassegnò le dimissioni nell’ottobre del 1913, provocando lo scioglimento dell’Amministrazione comunale.

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STUDIO NOTARILE DR. VITTORIO FEDE PETRELLA TIFERNINA (Campobasso) Ill.mo Sig. Assessore anziano di Petrella Tifernina Avrei voluto attendere l’inaugurazione del pubblico acquedotto,che determina il completamento del mio modesto programma, che esposi quando, dalla fiducia e dal volere dei consiglieri di questo comune,fui nominato sindaco, per render conto ad amministratori ed amministrati della mia modesta e doverosa opera di cittadino; ma purtroppo ciò non è possibile. Imprescindibili ragioni di famiglia, di coerenza e di dignità mi impongono di rassegnare irreversibilmente le dimissioni da sindaco e da consigliere di questo comune. Così, dopo otto anni di lavoro e di sacrificio, torno alla pace domestica ed ai doveri della mia famiglia, che fin’ora ho posposti al pubblico bene, con animo lieto del compiuto dovere, e con serena coscienza e legittimo orgoglio di poter restituire l’onorifico mandato puro ed immacolato. Prego di provvedere all’accettazione delle presenti dimissioni seduta stante, e mi creda con stima. Vittorio Fede La caduta dell’Amministrazione e del potente Sindaco Fede scaldò molto gli animi a Petrella, la polemica tra le parti in campo si svolse anche a colpi di manifesti, fatto, per quei tempi, insolito. Ad una prima risentita lettera aperta di Vittorio Fede seguì quella dei consiglieri dissenzienti e la controreplica di V. Fede. Il clamore per le dimissioni del Sindaco fu enorme: era accaduta una cosa impensabile fino a pochi mesi prima. Nessuno aveva mai osato ribellarsi così apertamente ai Fede e a quello che rappresentavano nella comunità locale.

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V. Fede individuò nel Migliarese il responsabile della sua caduta; così in una sua minuta autografa: In questo comune dove ha sempre regnato la pace e la concordia, dove il rispetto fra le massi ed i dirigenti, tra i contadini, artigiani e gentiluomini è stato sempre additato quale esempio, dove le opere pubbliche stanno lì a dimostrare l’opera feconda dell’amministrazione presidiata dal sindaco Cav. Vittorio Fede e la concordia degli animi mista al sacrificio dei cittadini pur di ottenere il miglioramento igienico ed edilizio del nostro paese, in questo comune purtroppo da alcuni mesi, propriamente in seguito alle dimissioni del sindaco Cav. Fede, tutto quanto c’era di buono va scomparendo, e subentrano invece il peggioramento morale, la superstizione e l’odio di classe. Tutto questo scandaloso e infido peggioramento data da circa due anni, ma la colpa è più dell’alimentatore qui trapiantato che di quello indigeno, tranne qualche ripudiabile eccezione di individui consigliati a rappresentare la forza dissolutrice del bene pubblico pur di garantire i propri interessi. Di modo che qui siamo quasi tornati ai tempi dei barbari d’infima memoria, al tempo schifoso delle compagnie di Loyola, e se da una parte si grida allo scandalo se si mangia la carne il venerdì della settimana di Pasqua. Quanti altri scandali grossi e pesanti dovrebbero sollevarsi se si passeggia e si canta, e dall’altare si permettono le dimostrazioni che esaltano la religione di Cristo, chi sa per quali fini esaltata, e si permette questo ? V. Fede manifesta un risentimento incontenibile e nell’aprile 1914, con una lettera al Vescovo di Boiano Mons. Felice Gianfelice, chiese una “severa inchiesta” su Don Balduino Migliarese, “persona nociva e pericolosa per la popolazione”, accusato di “fomentare l’odio di classe” e descritto come “un arruffa popolo che fa sfoggio di rivoltella”.

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La missiva chiedeva “opportuni provvedimenti prima che accada uno spargimento di sangue”. Puntuale il soccorso del solito Battaglie di Lavoro (del 21 aprile 1914) che affermò come, dopo le dimissioni del Sindaco Fede, “a Petrella Tifernina, tutto va allo sfascio e viene fomentato l’odio di classe con contadini eccitati ed armati e le autorità dormono alla grassa”. A seguito della caduta dell’Amministrazione, il comune venne commissariato con L’Avv. Francesco Saverio Giancarlo, Segretario Generale della Provincia e capo della loggia massonica detta Consiglio dei Cavalieri di Kadosch. In prossimità delle elezioni per il nuovo Consiglio Comunale fissate a giugno, a Petrella Tifernina, dove per anni nulla era accaduto, fu un fiorire di iniziative sociali e la coincidenza suscitò più di un sospetto su tattiche pre-elettorali.

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Forza e Lavoro Il 18 marzo 1914, Marcello Lembo (la famiglia Lembo ebbe un ruolo decisivo nella contrapposizione a Migliarese) comunicò al Commissario Prefettizio che il 22 marzo, a poche settimane dal voto, si sarebbero tenuti i festeggiamenti del sodalizio della società operaria “Forza e Lavoro” fondata in quei giorni. Lo scopo sociale di Forza e Lavoro era il miglioramento materiale e morale dell’operaio per il cui conseguimento si propone: 1) raccogliere un fondo cassa da dedicarsi al mutuo soccorso dei soci; 2) fondare cooperative di credito, di consumo e di produzione; 3) aprire scuole serali e domenicali; 4) promuovere conferente e letture; 5) proteggere i soci da soprusi di qualsiasi tipo; 6) diffondere tra i soci la nozione precisa delle leggi che più direttamente li riguardano; 7) far nascere nei soci l’amore e la fede per le idealità della vita. Presidente onorario del sodalizio era Vittorio Fede, Presidente Effettivo, Marcello Lembo. Il 1° marzo “Forza e Lavoro” organizzò una conferenza nei locali della Società Operaia con il Prof. Guglielmo Iosa, titolare della Cattedra ambulante di agricoltura di Campobasso. Negli stessi giorni fu fondata la “Società Operaia di Mutuo Soccorso”, emanazione di Forza e Lavoro. Il 26 maggio il Signor Giacinto Di Lisio, che ne era il Presidente, scriveva al Commissario Prefettizio per comunicare che il giorno 31 dello stesso mese si sarebbe eseguita la cerimonia per la benedizione della bandiera.

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Sprazzi di Luce Nel maggio 1914 fu stampato il primo numero di Sprazzi di Luce (di cui si pubblicheranno in quell’anno otto uscite). La rivista sarà sospesa nel maggio 1915 con l’entrata in guerra dell’Italia.

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L’uscita di Sprazzi di Luce fu salutata con pesanti critiche da parte di Battaglie di Lavoro (18 maggio e 2 luglio 2014) che rivolse infamanti accuse a Migliarese, il quale rispose al giornale per le rime con una lettera aperta:

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Le elezioni comunali del 1914 Il 15 giugno 1914 si tennero le elezioni per il rinnovo del Consiglio Comunale, dopo diversi mesi di commissariamento. Il confronto tra V. Fede e Migliarese fu, ancora una volta, aspro. Su Sprazzi di Luce n. 2 di giugno comparve l’articolo Sindaci, a voi! con chiari riferimenti a V. Fede.

Sprazzi di Luce n. 2 - giugno 1914

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Seguì la replica (un ex sindaco) su Battaglie di Lavoro dal titolo Popolo, a te !

Ho letto l’articolo “Sindaci, a voi!” nella copertina del periodico ascetico-apologetico-morale “Sprazzi di luce”, e non nel corpo dello stesso perché in questo è la mistica fede ed in quelle l’odio ed il fiele: e non ho compreso tanto il contenuto, degno del pio scrittore, quanto lo scopo dello scrittore stesso, che è certamente uno di quei parroci dal carattere adamantino (sic!). Popolo, a te – hai tu letto e ben compreso? Se no ti spiego, e dalla mia esortazione ai sindaci impara e rifletti. Dunque, voi Sindaci, e specialmente quelli mangiapreti e massonici, certo molto più degni di un qualsiasi ministro di culto, perché formano ed educano più rettamente le vere coscienze, incominciate a smettere la vostra pretofobia, ed incitate i Sindaci di Londra e di New York ( e perché poi mai non incitare quello di Roma, centro del mondo Cattolico?) preparatevi a collegarvi col parroco del vostro paese, a portare il baldacchino per le processioni, a denunciare i vostri peccati attraverso la grata di quella lurida

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fogna gesuitica, che è il confessionale; e se volete essere veramente retti e probi rubate in casa ed in piazza e poi andate a recitare il mea culpa ed a servire la messa al parroco vostro, fatevi socio della sua società per guadagnare il paradiso, andate a casa a chiedergli consiglio, portando l’offerta, che s’intende andrà a beneficio della Chiesa e relativi santi, votate la lista amm.tiva ch’egli vi propone come santa missione venutagli da Dio, per avere un consiglio rispettabile, cosciente e rispondente al volere del molto reverendo parroco e compagnia! Solo così voi sindaci non sarete definiti mangiapreti, imbecilli, arlecchini dispotici e prepotenti, e solo così non vi troverete di fronte a qualche parroco dal carattere adamantino (leggi mestatore, farabutto, arruffapopoli, spudorato, faccia d’asino, imbecille, megalomane, monatto ecc.) che riformerà il mondo, e sarete invece lodati attraverso la copertina morale di sprazzi di Luce, e tu, popolo, sarai per tale parroco l’asino utile, pasciuto, beffeggiato e bastonato! Popolo, ricordati di eleggere gli amici dei parroci, così tutto andrà bene! Nulla importa che tali ministri del culto turbinio, coartino le coscienze, mercanteggiando i sacramenti e sfruttando l’ingenuo sentimento delle crudeli ed incoscienti moltitudini; così si trasformano gli altari ed i pergomi, i confessionali e le fonti della Chiesa in tribune di privati interessi e di propaganda politica ed Amm.va per agire sulle coscienze dei credenti, i quali posti tra l’uscio ed il muro, dovranno sacrificare la loro fede o il loro inviolabile diritto di cittadini. Ma, ripeto, così va tutto bene, e la bottega prospera! Sursum corda!!! Indietro invece voi sindaci, che denunciate e calunniate (come se fosse possibile calunniare lo sterco), lsciate il posto ai parroci dal carattere adamantino, i quali invece di farsi l’autoapologia, prendendo pretesto dal cattolicismo dei sindaci di Londra e di New York,

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e ricorrendo al giornale “La croce” inviterebbero di essere veramente inchiodati sulla croce, ma non con l’aureola del martire, che circonda Cristo di Nazaret, ma con la bollatura dell’infamia e del disprezzo, per restarvi pasto degli uccelli rapaci, senza il resurrexit tertia die. Popolo, a te! Se vuoi veramente il tuo bene guardati per sempre dai così detti parroci dal carattere adamantino. Un ex Sindaco All’appuntamento elettorale si propose una sola lista, quella ispirata dal Migliarese. Gli esponenti della dimissionaria amministrazione, divisi al loro stesso interno e indecisi sul da farsi, disertano la competizione. L’unica compagine in campo, ovviamente, vinse a mani basse: in lista anche quattro ex consiglieri della dimissionaria amministrazione Fede. Il Consiglio Comunale nominò Sindaco il Signor Vincenzo Di Lallo. L’esito elettorale acuì le rivalità tra i due blocchi contrapposti e si temettero persino disordini. Il 26 giugno 2014 il commissario prefettizio Saverio Giancarlo, ancora in carica e in attesa dell’insediamento del nuovo consiglio Comunale, inviò questo telegramma urgente al comando dei Carabinieri: “Giorni 27, 28 e 29 corrente avranno luogo importanti festeggiamenti religiosi che potrebbero dare occasione a disordini. Pregola disporre invio di minimo dieci militari di rinforzo alla stazione carabinieri”.

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Cresimandi, al centro nella foto Don Migliarese

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Monumento ai Caduti - Petrella Tifernina

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La prima guerra mondiale Nel maggio del 1915 l’Italia dichiarò guerra all’Austria, entrando così nella Prima Guerra Mondiale. Furono approvati i decreti che riducevano le libertà dei cittadini, la possibilità di vietare le riunioni e fu decretata la mobilitazione generale. Per affrontare l’aumento delle spese militari furono approvate misure di austerità. La grama condizione di operai e contadini subì l’ennesimo colpo. Cattolici, socialisti, liberali, anarchici dibatteranno fortemente sull’intervento italiano, spesso esprimendo posizioni non univoche. Nell’area neutralista erano i cattolici, che si posero in gran parte sulla linea tracciata dal pontefice Benedetto XV con l’enciclica “Ad Beatissimi” del 1° novembre 1914. Il Papa parlò di “disastrosissima guerra“ e di “gigantesca carneficina“, oltre ad evidenti motivi religiosi, influirono per la posizione neutrale e contro la guerra i legami con la cattolica Austria. Non mancarono anche in seno al movimento cattolico italiano diversità di posizioni. Alcuni importanti esponenti sposarono posizioni favorevoli alla guerra dopo l’attacco tedesco al Belgio, affermando che la violazione del diritto internazionale imponeva un intervento italiano per riaffermare il diritto e la giustizia. I neutralisti, tuttavia, assicurarono che i cattolici come cittadini avrebbero fatto il loro dovere. Don Migliarese, come larga parte del clero, si schierò con le posizioni pacifiste, esponendo nelle sue pastorali e in diversi articoli il giudizio del Pontefice, ovvero la guerra come flagello divino, a favore della neutralità dell’Italia.

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Tuttavia, scrisse su Sprazzi di luce del dicembre 1914 n. 8: “ …noi venduti a nessuno diciamo forte che fin tanto che il bene d’Italia lo esigerà, saremo contro la guerra con tutte le nostre forze. Se però domani paresse necessario ai governanti di uscire dalla neutralità, la Patria non ci troverà tra gli ultimi”.

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Nel settembre 1915, Mons. Balduino Migliarese diede alle stampe il Decus Italiae Virgo, discorso recitato l’8 Settembre 1915 nella monumentale chiesa di Petrella Tifernina nei solenni della funzione propiziatoria per il trionfo delle nostre armi. Vi si dice: “… quando la guerra è fatta per difendere i confini che natura pose e che gli avi consacrarono col sangue... quando la guerra è voluta da un popolo stanco dalla tirannide che opprime, della schiavitù che disonora, quando la guerra è il supremo sforzo d’una Patria che nel palpito della libertà muove contro il bieco oppressore dei propri figli .. allora la guerra è nobile …” Con il discorso Decus Italiae Virgo, come riferisce l’autore in una sua lettera di qualche anno dopo (1920), Migliarese ricevette gli elogi del Re Vittorio Emanuele III, della Regina Madre e del Ministro della Pubblica Istruzione Prof. Grippo.

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Seconda di copertina del Decus Italiae Virgo Durante gli anni del conflitto, Migliarese fu vicino ai militari

impegnati sul fronte e alle loro famiglie; diede vita ad un segretariato del popolo e ad un comitato di assistenza per le famiglie e gli orfani dei militari italiani al fronte, scrisse ben 3.000 lettere ai militari impegnati in prima linea.

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Promosse una sottoscrizione ai prestiti nazionali raccogliendo la ragguardevole somma di 100.000 lire e raccolse lana e calze per i combattenti. Dopo Caporetto, quando l’esito del conflitto volgeva al peggio per l’Italia, intensificò il suo sostegno, pubblicò articoli e tenne discorsi di incoraggiamento per le sorti del paese. Nel maggio del 1917 introdusse la devozione della Madonna della Pace, acquistando una bella statua che ogni anno è accompagnata al Cappellone l’ultima domenica di maggio. Anche la guerra offrì l’occasione per attaccare Don Migliarese: egli, giacché prete, era dispensato per legge dal prestare il servizio militare. Tuttavia, esponenti di Forza e Lavoro presentarono un ricorso al Ministero della Guerra contro la presunta dispensa di Migliarese. Ricorso che cadde nel nulla perché infondato ma che permise agli avversarsi di accusarlo di essere un imboscato. Il ricorso, firmato da diverse persone, fu disconosciuto da alcuni firmatari. Così, Carlo Capocefalo, che giurò che la sua firma era apocrifa, e Nicolino Ruscitto (Sparatore), che scrivendo a Migliarese dichiarò che la firma gli era stata estorta con l’inganno. Il 5 novembre 1918 Don Migliarese pronunziò in Chiesa, davanti ad una moltitudine di popolo e autorità civili, un discorso di ringraziamento a Dio per la fine della guerra vittoriosa sull’esercito austro ungarico. Nel maggio successivo il discorso fu dato alle stampe e divulgato.

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Il discorso del 4 novembre 1918 di Mons. Migliarese

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A luglio 1915 l’ennesima provocazione. In quei giorni, infatti, fu distribuito nelle scuole e nelle case di Petrella Tifernina, da parte di alcuni giovani accompagnati dalla guardia municipale Giuseppe Ruscitto, un volantino stampato dalla tipografia D. Lembo con versi offensivi nei confronti del Pontefice e intitolato “AL PAPA”. Erano parole del forlinese Olindo Guerrini, noto con lo pseudonimo di Lorenzo Stecchetti, poeta e scrittore anticlericale e maestro massone nella Loggia "Otto Agosto" di Bologna. Il gesto era un chiaro messaggio degli esponenti massonici locali a Don Migliarese, che reagì reiterando i suoi scritti contro la massoneria e denunciando la Guardia Municipale, Giuseppe Ruscitto. Questi tentò di giustificarsi, sostenendo che il “contenuto del foglio distribuito non era da lui giudicabile e che i giovani in giro pel paese erano di famiglia di gentiluomini per cui non poteva immaginare che col loro atto lo avrebbero trascinarlo nella censura”. Le giustificazioni non evitarono al Ruscitto la sospensione per un certo periodo dalle sue funzioni.

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L’onorificenza pontificia “Cameriere Segreto del Papa” La fama di Don Migliarese, con i suoi scritti e con le opere sociali che realizzava senza sosta e che furono apprezzate dalle gerarchie della Chiesa, giunse fino al Vaticano. Il 7 dicembre 1917 Don Balduino Migliarese fu insignito dell’onorificenza di Cameriere segreto del Papa, con il titolo di “Monsignore”, da Papa Benedetto XV.

Annus X - Yol. X 2 Ianuarii 1918 Num. 1 ACTA APOSTOLICAE SEDIS COMMENTARIUM OFFICIALE ACTA BENEDICTI PP. XV CONSTITUTIO APOSTOLICA QUA PAROECIA S. CORDIS IESU PRO ANIMABUS IGNE PURGATORIO EXPIANDIS IN URBE INSTUITITUR. BENEDICTUS EPISCOPUS SERVUS SERVORUM DEI AD PERPETUAM REI MEMORIAM MAGGIORDOMATO DI SUA SANTITÀ NOMINE Con Biglietti di S. E. Rina Mons. Maggiordomo, il Santo Padre si è degnato di nominare: Camerieri Segreti soprannumerari di S.S.: 7 dicembre 1917. Mons. Balduino Migliarese, dell’archidiocesi di Benevento.

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Forte dell’appoggio della nuova Amministrazione Comunale e delle gerarchie ecclesiastiche, con un crescendo di consensi che superavano i confini di Petrella, Don Migliarese assaporava i risultati della sua opera di uomo di chiesa impegnato nella società. Fu un periodo breve, i suoi avversari, pur avendo subito cocenti sconfitte, tramavano la vendetta che fu poi spietata e tragica. Esercitando tutta la sua influenza sul Consiglio Comunale, Don Migliarese riuscì a coronare una delle sue battaglie più sentite e ripetutamente argomentate su Sprazzi di Luce. Infatti, con deliberazione del 20 gennaio 1918, il Consiglio Comunale decise di far impartire nelle scuole del comune l’insegnamento della religione alla generalità degli alunni. Il notaio V. Fede presentò ricorso al Prefetto avverso la delibera ed il Consiglio Provinciale Scolastico di Campobasso, chiamato a pronunciarsi quale organo competente, il 10 aprile 1918 decise di non approvare la delibera del Comune in quanto: ai sensi del reg. 6 febbraio 1908 n. 150 “i comuni possono provvedere soltanto all’istruzione religiosa di quegli alunni i cui genitori spontaneamente la chiedano, e nel caso in esame mancano le richieste dei padri di famiglia”.

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Le elezioni del 1919 Nella primavera del 1919 (in anticipo sul 1920) si tenne a Petrella la tornata elettorale per il rinnovo dell’Amministrazione Comunale giunta a scadenza di mandato. La lotta fu aspra, le parti in competizione sempre le stesse, le coppole di Migliarese contro i pagliettini ed i loro sodali. In campo questa volta c’è anche la forte associazione degli ex combattenti che ha tra i suoi esponenti di spicco il giovane figlio di Marcello Lembo. L’esito elettorale sancì, ancora una volta, la vittoria travolgente della lista organizzata dal Migliarese che conquistò la maggioranza assoluta dei seggi. Fu eletto Sindaco Michele Di Stefano, uno dei primi Sindaci del Partito Popolare del Molise. Nello stesso anno si tennero anche le elezioni politiche. Gaetano Amoroso scrisse: “... la guerra ha aperto una vasto campo di azione dei cattolici. La guerra finisce per scuotere il mondo cattolico, cresce la sensibilità sociale, l’impegno civile un nuovo spirito di servizio verso una società che esce provata dalla guerra”. Nella vigilia elettorale del 1919, gli ex combattenti ed i popolari invocarono il rinnovamento della vita pubblica molisana. Ma l’organizzazione era debole e le forze disgregate, la forte presenza massonica fu motivo di ulteriori difficoltà, il Molise rappresentò ancora una volta l’anomalia. Il risultato elettorale dei Popolari in Italia attestarono il nuovo partito al 21,5%. I risultati nel collegio molisano, “circoscrizione elettorale del Sannio”, gli assegnarono il terzo posto con il 14,5%, Giovanni Bosco Lucarelli fu eletto. Il risultato elettorale dei popolari non fu uniforme ma a “macchia di leopardo”, nel beneventano raggiunse il 20% e solo il 9% nella provincia di Campobasso.

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Ci furono delle eccezioni significative rispetto al deludente risultato molisano: il collegio di Riccia, con il 38,8%, diventò una roccaforte popolare. Era il territorio dove agivano G. Janigro (Montagano), Trotta (Toro), G. Amoroso (Limosano), Don Migliarese (Petrella e Castellino), Pietro Giampaolo (Ripalimosani), Vincenzo D’Amico ( Jelsi). G. Amoroso dirà: “il successo dei vecchi partiti, svuotati di contenuti e radicati nelle cricche locali,” si deve alla disorganizzazione dei popolari e in particolare nella disattenzione verso i contadini, lasciati nell’abituale soggezione al notabilato ed è conseguenza della debolezza del movimento cattolico”.

Petrella - fontana pubblica e lavatoio “il Pioppo”

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Le amministrative del 1920 Il Partito popolare Molisano si riorganizzò nel giugno del 1920 con un nuovo comitato provinciale. Per affermare il carattere non confessionale del partito, si decise che nell’organismo non ci sarebbero stati sacerdoti. Si fece eccezione per Migliarese al quale fu riconosciuto il particolare impegno sociale. Pur con l’ostilità degli ex combattenti, che accusavano il partito popolare di strumentalizzare il sentimento religioso e di clericalismo, i popolari conquistarono la maggioranza in 13 comuni: si aggiunse, infatti, al risultato di Petrella Tifernina la conquista, tra gli altri, di Trivento, Sepino, Jelsi, Toro, Montelongo, Matrice. L’avv. Giovanni Janigro fu eletto consigliere provinciale, anche grazie all’appoggio di Migliarese e favorito dal ritiro di Spetrino.

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La Società Cooperativa di Consumo L’11 aprile del 1920, Don Migliarese, dopo un’opera di formazione e di organizzazione dei contadini durata alcuni anni, raggiunse uno dei suoi obiettivi più ambiti: fu costituita nella sede della Società Cattolica di mutuo soccorso a Petrella Tifernina, per atto del notaio Giovanni Musenga, la “Società Cooperativa di Consumo”. L’atto costitutivo fu firmato da 142 soci fondatori. Lo scopo sociale era di rappresentare, promuovere e tutelare gli interessi morali ed economici dei soci per acquistare e rivendere a prezzo di costo e aumentate solo delle spese di amministrazione ai soci generi alimentari, vestiario e quanto abbisogna per i lavori agricoli; di vendere i prodotti agricoli dei soci sottraendoli alla speculazione privata. Presidente del primo consiglio di Amministrazione fu lo stesso Monsignor B. Migliarese. La cooperativa di consumo si prodigò per approvvigionarsi di zucchero, olio ed altri beni di prima necessità, erogava piccoli prestiti, estese il suo operato anche ai non soci. Don Migliarese aveva compiuto un prodigio: quei contadini, abituati a lavorare al più entro l’ambito della famiglia, restii ad ogni forma organizzata di produzione e consumo, sperimentarono per la prima volta la condivisione del lavoro e degli acquisti nello spirito della solidarietà. Analogamente, ma con meno soci ed incisività, operava “Forza e lavoro” e, inevitabilmente, nacquero diatribe tra le due organizzazioni che a turno segnalarono imbrogli e abusi. Si denunciarono favoritismi e disparità nelle assegnazioni dei beni tra le due associazioni, fu invocata una verifica sulla consistenza numerica dei due sodalizi. Il Sindaco Michele Di Stefano fu spesso costretto a decidere con suoi provvedimenti la ripartizione dei beni di consumo.

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La tensione sociale nel piccolo paese era sempre alta, ogni pretesto motivo di conflitto e diatribe. L’opera delle cooperative di consumo riuscÏ a calmierare il costo dei beni di prima necessità . Anche il Comune fece ogni sforzo per contenere i prezzi amministrati, com’era per il pane.

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Debolezza e ozio La rivalità spaccò anche la forte associazione nazionale dei combattenti che raccoglieva gli ex militari di Petrella ed i loro familiari. Il grosso dell’associazione aveva sostenuto alle elezioni comunali la lista di Migliarese ma il direttivo era nelle mani della parte avversa. Il contrasto portò un gruppo di trenta ex combattenti a dimettersi dal sodalizio e, nel settembre 1920, gli scissionisti divulgarono una lettera con la quale si invitarono i restanti soci a fare altrettanto. L’associazione combattentistica fu accusata di essere “asservita e succursale dell’arrabbiato partito di Forza e Lavoro”, sbeffeggiato da Migliarese come il partito di “Debolezza e ozio”. Le parti se le dissero di santa ragione, limitandosi alla pepata critica tramite manifesti e scritti.

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Gli scissionisti, vicini a Migliarese, accusarono il direttivo dell’associazione degli ex combattenti di essersi fatti strumentalizzare dai rivali nella tornata amministrativa; il Capitan Fracassa dei combattenti (figlio di Marcello Lembo) venne fortemente attaccato. La replica di Capitan Fracassa agli scissionisti non si fece attendere e, il 3 ottobre 1920, fu stampata e diffusa una veemente risposta rivolta soprattutto a Don Migliarese, di cui peraltro non si citerà mai il nome. Il documento lo accusava di aver favorito per fini di lotta politica lo scisma della sezione e prosegue con un profluvio d’insulti a Migliarese che fu detto mestatore, delinquente, imboscato, truffatore, profittatore e ladro.

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Dopo pochi giorni Migliarese replicò da par suo con una lettera pubblica indirizzata a Capitan Fracassa: “lo studentello ignorante che prese la licenza ginnasiale a 19 anni dopo quattro sessioni di esami, e la licenza liceale col distintivo del combattente e col titolo della tarda età”. Mons. Migliarese sostenne le ragioni degli scissionisti e accusò capitan Fracassa di essere strumento di coloro che “ammassano ricchezze dissanguando con lo strozzinaggio spietato, la povera gente, che si appropriano con una falsa perizia il bosco comunale”.

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Le elezioni politiche del 1921 Nonostante il lusinghiero risultato delle amministrative, il Partito Popolare era in crisi finanziaria e organizzativa. Di lì a poco l’organo dei popolari “L’avvenire del Sannio” cessò le pubblicazioni. Gli schieramenti politici in Italia si indirizzarono, dopo molte discussioni, verso “i blocchi”, si formò ovunque il listone anti socialista. In Molise, caso unico in Italia, si prese una strada diversa e, per dare voce e rappresentanza ai primi vagiti del regionalismo, si diede vita alla “lista di concentrazione molisana” a cui i popolari aderirono sia pure con sofferenza e tra molte riserve, tra cui quelle di Don Migliarese. A Petrella la contrapposizione tra le due fazioni aumentò in modo pernicioso e distruttivo, dallo scontro anche aspro, ma sino a quel momento solo a mezzo di stampa e manifesti, dai conciliaboli in piazza e in osteria, si passò alla carta bollata, agli anonimati ed alla più infame calunnia. L’obiettivo era più che mai colpire il deus ex machina dei contadini, neutralizzarlo ed annientarlo. Vi furono denunce per subornazione, appropriazione indebita, fino a quelle più infamanti di atti di libidine e complicità in procurato aborto. Contro Don Balduino fu scatenato un diluvio di falsi ed oscenità costruite ad arte, con testimonianze improbabili che finirono con il coinvolgere molte famiglie. La reputazione di ragazze e madri fu oltraggiata, le lacerazioni ed i risentimenti durarono per anni. Don Migliarese subì diversi procedimenti penali e, nei vari gradi di giudizio, fu sempre assolto; ma il fango era stato sparso copioso e, come dichiaravano esplicitamente i suoi avversari, “non sempre le assoluzioni nelle aule di giustizia bastano a lavarlo”.

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Così Don Migliarese scriveva il 15 agosto 1922 all’amico sacerdote Aniello Ferrara: “Sono lieto comunicare che il castello delle umane calunnie, fabbricato a’ miei danni da anime immonde, è miseramente caduto! La voce della giustizia, con cinque assoluzioni per non aver commesso i fatti , ha reso giustizia all’onestà della mia vita. Il mio nome resta onorato, come l’ebbi da mio padre; immacolato il mio sacerdozio come l’ebbi dalle mani del Vescovo: cio è tutto il mio orgoglio, tutta la fierezza santa dell’anima mia”. Ai miei calunniatori perdono con tutta l’effusione del cuore, augurando loro che presto riescano – per la dignità umana – a liberarsi dalla tirannia di passioni degradanti, che li accecarono”. Diversi articoli furono pubblicati su L’Avvenire del Sannio (20, 31 ago e 30 sett. 1922) ed altri giornali per le sue assoluzioni.

Panorama di Petrella Tifernina – inizi 1900

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La visita del Vescovo e la sospensione Nel marzo del 1921, nottetempo, un gruppo di giovani danneggiò il portone laterale della Chiesa di San Giorgio. Con lettera del 29 del mese, Mons. Migliarese scrisse al Sindaco Michele Di Stefano affinché si provvedesse alla riparazione del danno, anche perché, di lì a poco, il 26 di aprile, si sarebbe tenuta a Petrella la Visita Pastorale del Vescovo di Boiano, Monsignor Alberto Romita. La visita pastorale era lungamente attesa dai fedeli e da Monsignor Migliarese, il quale confidava di poter ricevere dal Vescovo Romita un sostegno nella delicata situazione in cui si trovava per via dei processi, all’epoca ancora in corso, e un riconoscimento per il suo impegno sociale e religioso. Anche i pagliettini, che più volte e senza esito si erano rivolti al Vescovo per denunciare l‘operato, a loro dire nefasto, del prete, avevano percepito l’importanza della visita pastorale. I giorni che la precedettero ed i preparativi furono frenetici e carichi di tensione.

Processione a Petrella Tifernina – inizi 1900

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Le testimonianze dell’epoca ci raccontano come andarono i fatti che, letti con gli occhi di oggi, possono apparire paradossali e persino comici, se non fosse per l’esito tutt’altro che divertente che ebbero. Il cerimoniale prevedeva di accogliere il Vescovo all’entrata del paese. Alla testa del corteo erano lo stesso Don Migliarese, altri parroci e le autorità comunali, a seguire i soci della “società Cattolica di Mutuo soccorso”, quindi la generalità dei fedeli e, in fondo al corteo, “Forza e lavoro”. Accadde l’imponderabile: dopo l’incontro all’entrata del paese ed i saluti di benvenuto, nel voltarsi per dirigersi in processione verso la Chiesa, il Vescovo raggiunse la coda del corteo e, pertanto, gli ultimi (Forza e Lavoro) diventarono i primi … ed i primi … gli ultimi. L’incidente nel protocollo provocò scaramucce già durante il corteo che degenerarono in rissa una volta raggiunta la Chiesa, volendo ognuno dei due gruppi precedere l’altro all’entrata. Al cospetto dell’esterrefatto Vescovo si ebbero violenti tafferugli, furono strappati bandiere e stendardi e, alla fine, si contarono diversi contusi e feriti con seguito di denunce. Monsignor Romita, indignato per l’accaduto, non volle rilasciare documento della sua visita, di cui, infatti, non esiste traccia nell’Archivio parrocchiale. Egli si limitò a celebrare la cresima di molti ragazzi e ragazze e non mancò di stigmatizzare l’accaduto con Don Balduino, a cui la situazione era sfuggita di mano. Intanto, in Italia e in Molise, si affermò prorompente il fascismo: divenne ben presto un partito di massa e s’impose con la violenza dello squadrismo, distruggendo gran parte dell’organizzazione politica e sindacale del partito socialista e delle associazioni cattoliche e presentandosi come il difensore dell’Italia,

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dell’ordine, della società borghese e della religione cattolica. Agli inizi del 1922 il partito nazionale fascista era la più forte organizzazione politica del paese. Il nuovo clima sociale e politico giunse a Petrella, dove i postumi elettorali, l’incidente col Vescovo e le ignobili denunce a Migliarese avevano già reso la situazione a dir poco rovente. Le vicende giudiziarie che coinvolsero Migliarese e le forti pressioni dei fascisti indussero il Vescovo, a fine aprile del 1921, a sospendere “prudenzialmente” Don Migliarese dalle sue funzioni. A reggere la parrocchia di Petrella fu inviato l’inquisitore Padre Michele Volpe, gesuita e parroco di San Bartolomeo a Campobasso, con il compito di supplenza e con l’incarico di riferire sul conto di Migliarese. Il provvedimento del Vescovo ebbe conseguenze inimmaginabili. Il popolo di Migliarese si sentì tradito dalle gerarchie ecclesiastiche, gridò alla congiura ordita dagli storici avversari. Questi ultimi, intanto, alzarono il tiro: la sospensione non bastava e chiesero con veemenza l’allontanamento di Migliarese da Petrella. Padre M. Volpe, ritenuto dai seguaci di Migliarese l’artefice di quanto accadde al loro prete, fu oggetto di contestazioni, minacce e proteste e persino di una manifestazione (sciopero contro Padre Volpe). Il colpo inferto al battagliero prete fu durissimo: Don Balduino ne era profondamente provato, visse la disposizione vescovile come un’umiliazione, ma fu tutt’altro che arreso. La sospensione ebbe anche altre conseguenze; alla divulgazione della notizia, infatti, alcuni finanziatori di Don Migliarese, temendo che il prete fosse stato abbandonato dalla chiesa, si affrettarono a chiedere la restituzione dei prestiti erogati alla cooperativa e garantiti personalmente dal parroco. Don Balduino dichiarerà in quei giorni che gli è impossibile lasciare Petrella per ragioni finanziarie.

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Don Michele Volpe si rivelò più che zelante nel suo compito; Migliarese lo accusò di parzialità e di essersi prestato alla montatura dei suoi nemici, fagocitato dai Camposarcone, affiliati di Forza e Lavoro, che lo ospitavano nella loro abitazione. E’ un fatto che P. Volpe organizzò una petizione contro la riabilitazione di Don Balduino. Non mancarono i tentativi di pacificazione: così, a giugno del 1921, D. Egidio Diamente Commissario Prefettizio si propose come paciere tra l’arciprete e “Forza e Lavoro” e scrisse a Davide Lembo. Il generoso tentativo fu respinto “per non assecondare le mire imperialistiche dell’Arciprete”.

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La messa privata in casa e in cappella Don Migliarese, a seguito della sospensione, prese a celebrare privatamente nella piccola cappella del Carmine, in piazza Umberto e nella sua abitazione. Questi luoghi divennero meta di una moltitudine di fedeli che non volevano rinunciare alla parola del loro prete. Non c’era verso di allontanare la folla che ogni volta si radunava e allora Don Migliarese prese a celebrare anche nel cortile di casa e in qualche occasione persino dal balcone. Nella primavera del 1921, dopo la sospensione, si erano avuti tafferugli tra esponenti delle opposte fazioni. Il 2 di novembre si ebbe una grave provocazione degli avversari che non sopportavano neppure quella minima attività religiosa di Don Balduino. Quella mattina Don Migliarese, accompagnato da alcuni dei suoi, trovò la cappella in cui celebrava presidiata da diverse persone male intenzionate. Una donna, Carmela Rateni, affiliata a Forza e Lavoro, lo aggredì pesantemente e inveì dicendo: “S. Giorgio non si può accompagnare tutte le mattine”. E aggiunse che non appena il Migliarese fosse andato da solo a celebrare “lo avrebbero ammazzato”. Arrivarono altri, in breve si radunò una folla di alcune centinaia di persone, scoppiò una violenta rissa. Così racconta l’episodio Padre M. Volpe al Vescovo. “Sugli scontri del 2 novembre “È certo che i primi a tirare sassi e legnate sono stati quelli dell’arciprete. Giorgio Petrella de visu sostiene la prima bastonata partita da Gaetano Ciccotto contro Enrico Casciuolo:altri (come Angelo Ruscitto anche de visu) testifica essere stati i primi i Ciaccaruscio che si sono lanciati contro Antonio Sferrazzuolo (è soprannome). È anche certo che il Lamor-

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gese (testi Carrea Michele e Giorgio Petrella de visu) andò gridando per i vicoli chiamando nella dimostrazione i seguaci dell’arciprete. E’ certo ugualmente che da parte degli artigiani e signori la dimostrazione non era preparata, tanto vero che di essi si trovavano solo al principio una decina di uomini e una ventina di signori, signorine e donne, mentre del partito del Migliarese vi erano oltre un centinaio. Tanto che il Migliarese aveva la notte antecedente chiamati in sua casa folle di contadini fino alle 1¼ è evidente che egli per conto proprio organizzava o difesa o dimostrazione; altrimenti sarebbero impossibili e la presenza di tanti suoi in quell’ora e l’andata di essi da lui la sera; come sarebbe inspiegabile il grido del Lamorgese e quello delle donne che correvano gridando per far correre gente: hanno ucciso l’arciprete! Testi Oronzo Carmine e Cristina Palmera moglie di Antonio Di Monaco”. A seguito dei diversi tafferugli oltre 150 contadini furono denunciati e finirono sotto processo. La Questura, allarmata, mandò a Petrella un ufficiale in pianta stabile; il Sindaco ed il Consiglio Comunale furono di fatto esautorati “per motivi di ordine pubblico”. Un visitatore scrisse in quei giorni: “I petrellesi affollano a giorni alterni ora l’ospedale di Campobasso, ora la Pretura di Montagano”. Don Migliarese non si dava pace per il provvedimento che lo aveva colpito, cercò sostegni nel partito popolare, si rivolse ai deputati del Molise, al Ministro dei Culti, a Don Luigi Sturzo. Scrisse persino a Mussolini: “Perché mai questi miei avversari in nome del fascismo combattermi solo perché diedi in paese il tracollo alla massoneria imperante, distrussi i privilegi ed i dispotismi medioevali, volli tutelare i diritti degli umili?”.

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Il Prefetto Emina, anch’egli fascista, confermò che Migliarese aveva cercato effettivamente di fondare lui il fascio, “ma è dovuto restare nel partito popolare perché i fascisti sconsiderati strumenti di altri, gli hanno fatto una guerra spietata”. Il Vescovo, pressato dai fascisti e dalle notizie che giungevano da Petrella, era indeciso sul da farsi; reputò “inopportuno e pericoloso il trasferimento di Migliarese” e si appellò, a sua volta, Roma. La confusione era totale, i fascisti minacciavano violenze. Davide Lembo, federale dei fasci di San Giorgio, dichiarò al Prefetto Franchetti che “egli stesso si troverebbe costretto a capeggiare l’azione per imporre al Migliarese di andarsene, perché altrimenti i fascisti gli si ribellerebbero e dichiarerebbero sciolta la sezione”. Il Prefetto Franchetti chiese lumi al guardasigilli Oviglio ma, nel frattempo, D. Lembo si rivolse anche al sottosegretario all’Interno, Aldo Finzi, e a Farinacci, segretario nazionale del PNF, prospettando una “fascistica reazione”. Si sparse anche la voce che una bomba carta era stata lanciata contro il fascio di Petrella, ma il Prefetto escluse ogni responsabilità del Migliarese. Il 12 settembre 1921, con una lettera al Sindaco del presidente Nicolino Rateni, venne comunicata la costituzione degli “Arditi Cattolici”: che non hanno nulla che vedere con gli Arditi del Popolo” (o fasci di San Giorgio).

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Petrella Tifernina manifestazione popolare (anni 20)

Intanto, i sostenitori di Don Migliarese non stavano a guardare: una delegazione di anziani si recò dal Prefetto e dal Vescovo a perorarne la causa. Con l’ennesima lettera al Vescovo (6 novembre 1921), M. Volpe riferì, infatti, che una ventina, tra contadini e artigiani, e, insieme a questi, il Sindaco e i consiglieri comunali “ ... hanno chiesto al Commissario della questura il suo allontanamento (di Volpe) e si sono anche lamentati e anche per questo chiedevano l’allontanamento mio, che avevo scomunicato (!) il loro arciprete! … l’arciprete ci ha illuminato, ci volevano togliere gli animali di città, eravamo schiavi dei signori”. P. Volpe teme per la sua incolumità: “la mia vita non è sicura. Giovannino De Stefano di Michele, ragazzo quattordicenne ieri, tornando di campagna, ha udito dire a Michelino Di Lallo (Visciuottolo) e Giuseppe Di Lallo (Ciaccaruscio): “se fossimo stati

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alla dimostrazione, avremmo ammazzato p. Volpe!”. Infatti i suoi vistomi appena mi circondarono e tempestarono di pugni, calci, bastonate e sassi”. Riferì, inoltre, che la forza pubblica ebbe ordini di procedere severamente contro i contadini di Migliarese: “vi sono munizioni e 10 bombe shiper per il caso di rivolta”. Anche Mons. Migliarese si rivolse al Vescovo (4 novembre 1921): Eccellenza Rev.ma, i miei avversari giurando sulle strane promesse, sulle pazzesche assicurazioni di Volpe, che io ero liquidato; che io, finchè la chiesa sarebbe stata chiesa, non avrei detto più messa; che io ero stato scomunicato dalla S. Sede e che, non avrei più potuto essere riabilitato. Ed ecco perché la loro esasperazione è giunta al colmo, ed ecco perché ieri mattina hanno commesso il folle gesto d’impedirmi l’entrata in cappella, minacciandomi finanche di percosse. Ma non mi hanno toccato, perché sono intervenuti alcuni miei amici che mi hanno protetto. Sono entrato in caserma. Tra una parola e l’altra si è giunti a vie di fatto; i gloriosi fascisti di S. Giorgio hanno fatto volare delle bastonate, pugni, sassi; si è risposto in modo eguale dall’altra parte, e poi, grazie a Dio, è finito tutto senza conseguenze gravi. Lo vede, eccellenza, dove mi ha trascinato D. Volpe? Questo solo raro incidente non si era mai verificato in nove anni; viene D. Volpe, un semplice provvedimento amministrativa lo trasforma in una guerra infame contro il povero parroco, che trascina alla gogna della pubblica moralità, izzandogli contro l’odio bestiale del popolo, ed ora ecco i frutti della sua iniquità. Qui nessuno è colpevole: egli solo! Anche i suoi amici sono esasperati contro di lui. Come! Vanno dicendo, ce ne ha fatte fare tante, ci ha fatto dichiarare nemici dell’Arciprete, ecc ecc, assicurandoci che non sarebbe stato più prete, ed ora?... Si figuri che molti di essi vole-

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vano fare contro di lui una dimostrazione. E così, ora, per calmarli, pare vada facendo altre promesse … Oh! quando verrà il suo processo, allora, solo allora si conoscerà tutta la iniquità di questo disgraziato. Ma mi voglio ancora augurarmi di essere accontentato per poter tutto obliare. Torno or ora dalla messa, indisturbato, in mezzo ad un fiume di popolo. I facinorosi non sono comparsi! Hanno trovato la scusa ch’essi mi impedivano l’entrata in Cappella, perché vi credevano che andassi senza il permesso di E.V. Tale pensiero veniva confermato loro dalla risposta di D. Volpe rappresentante del Papa, superiore al Vescovo come egli ha fatto credere finora, di non sapere niente di tale disposizione. Perciò prego l’E.V. di voler mandare in iscritto la concessione fattami. Ma nel gesto di essi vi è la mano di D. Volpe? Pare di sì. Il via vai continuo fin oltre la mezzanotte, l’aver d’improvviso smessa l’idea di andare col popolo al Cimitero, quando già da parecchio tempo aveva incoraggiato tale pellegrinaggio; aver detto ad un crocchio di persone, ieri stesso, prima di far giorno, mentre andava in chiesa:sentite, se riuscite ad impedirgli l’entrata in Cappella stamane, la battaglia è vinta (parole sentite dalla donna Di Lisio M. Giuseppa, mentre si recava anch’essa in Chiesa), tutto fa supporre la complicità di questo D. Volpe. Sa chi ieri mi impedì principalmente l’entrata in cappella, armata perfino di rivoltella? La Carmela Rateni, colei che mi ha denunziato per il famoso aborto, la cui amicizia non disdegna D. Volpe, facendola perfino andare in casa sua. L’altra sera pare di averglielo già scritto ieri - andava e veniva dalla casa di Volpe. Dunque, questa disgraziata, con l’amore di Mastandrea e con altre, capitanate da Michele Carrea e da Errico Casciuolo, in casa del quale stette ieri l’altro D. Volpe, mi hanno impedito di entrare. E sa chi capitanava la rissa? D. Luigi di Lallo e Michele Caris-

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simi, persone con cui trattavo familiarmente, sedendo financo al banchetto nuziale di mia sorella e dalle quali mi vedo ora fuggito e bersagliato. Dopo la satanica opera del Giudice della S. Sede, come qui lo chiamano. Ma io fiducia nell’E.V. Ho fiducia che l’E.V. mi farà giustizia. Se non erro, credo di aver compreso lo scopo nobilissimo che si è prefisso l’E.V. nel voler attendere l’esito del giudizio penale in corso. Ebbene, si, attenderemo Eccellenza. Son sicuro che ne uscirò fiero e che l’E.V. trarrà da questo argomento per rendermi giustizia dinanzi al mondo. Balduino Migliarese

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Portone laterale della Chiesa di San Giorgio Martire - Petrella Tifernina


Mezzo borghese e mezzo Prete Cadute le accuse con le sentenze di assoluzione, non vi erano più ragioni per mantenere la sospensione e Don Balduino chiese ripetutamente di essere pienamente riabilitato nelle sue prerogative. Finalmente, dopo l’ultimo colloquio, il Vescovo comunicò personalmente a un sollevato Don Migliarese che la sospensione era rimossa. Il prete si precipitò a Petrella: era ansioso di comunicare la lieta notizia. Scrisse al parroco economo curato Don Luigi Camino: Novembre 1921 Caro D. Luigi, Avrete saputo che ieri sono stato dall’ Ecc.mo, che mi ha riabilitato. Mandatemi per la porgitrice tutto l’occorrente per celebrare qui in casa. Saluti B. Migliarese Don Luigi ignora o finge di non sapere e risponde: Caro D. Balduino, dite che siete stato dal Vescovo e che vi ha riabilitato. Però a me non consta nessuna delle due cose che voi dite, se il nostro Mons. Vescovo vi ha riabilitato ne provo sommo piacere. Che Dio ci benedica. L’Economo Curato Sac. Luigi Camino

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Migliarese gli dà assicurazione e insiste per avere l’occorrente affinché potesse celebrare, è indignato. Caro D. Luigi, credete che sia pazzo? O un imbecille? Ho tutta la coscienza di quel che compio. Mandatemi l’occorrente per celebrare, essendo stato ieri riabilitato dall’Ecc.mo Vescovo. E ciò vi basti. Questa lettera sarà la vostra garanzia. Se commettessi una sciocchezza, la pagherei io. Badate a quel che fate. Se per voi stamane non celebro, ricordatevi che la pagherete. Vergogna! Balduino Migliarese Intanto, in paese la notizia si diffuse rapidamente, la gioia dei seguaci del parroco esplose, per le strada echeggiarono questi versi: “chiàgnene i pagliettìne che dice a mésse don Balduine” (piangono i pagliettini perché dice Messa Don Balduino). Fece da contraltare l’irritazione e la rabbia degli avversari che reiterarono minacce di ogni tipo e mandarono un vero avvertimento al Vescovo e alle autorità di pubblica sicurezza. Tra il Vescovo e la Prefettura si ebbero trattative riservatissime. Scrisse padre M. Volpe: Il Commissario De Sanctis “suggerisce che si avesse un colloquio tra Vescovo e Prefetto per prendere accordi comuni fra le Autorità Ecc. che e Civili nel riguardo del Migliarese, dello stesso parere è il Commissario della Questura”. “... pur essendo obbligato il Vescovo a ridare la messa a Mons. Migliarese, si deve comprendere che questo avrebbe provocato ulteriori disordini e sarebbe accaduto il peggio. Insomma meglio vederlo di nuovo senza la messa e aver che fare con un prete sospeso, o come essi dicono, mezzo borghese, che non con un prete riabilitato”.

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Il Vescovo, che aveva annunciato a Migliarese la revoca della sospensione, tornò sulla sua decisione e fece propria la soluzione concordata con le autorità civili. Il 5 novembre 1921 Padre M. Volpe comunicò, infatti, a Migliarese la decisione del Vescovo che lo autorizzava a celebrare “soltanto privatamente in casa e non giù nel portone”. Migliarese ne fu costernato, l’8 novembre 1921 scrisse questo telegramma al Vescovo: La Piazza di Volpe esercita violenze, io son punito sembra incredibile misura ordine pubblico impossibilitato allontanare amici da casa costretto perciò celebrare cortile. Migliarese I nemici di Migliarese non si fermarono, la soluzione di compromesso escogitata non bastava, Mons. Migliarese doveva sparire da Petrella, con le buone o con la forza. Padre M. Volpe organizzò una petizione al Vescovo, firmata da oltre quattrocento persone, contro la riabilitazione di Migliarese. Vi si dice tra le altre: Eccellenza Rev.ma I sottoscritti protestano presso l’eccellenza vostra reverendissima nel modo il più energico, vedendo gradatamente riabilitato il Migliarese. Protestiamo il disposto da Vostra Ecc.za che ha autorizzato il Migliarese non solo a celebrare la messa, ma a celebrarla in pubblico.. Mentre portiamo a conoscenza di Vostra Ecc. Rev.ma questa nostra violenta protesta, la preghiamo nel modo più esplicito che non solo vieti al Migliarese di celebrare la messa come atto oltraggioso al nostro sentimento religioso, ma punisca il medesimo come pre-

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te meritevole di gravissima punizione e ce ne liberi una buona volta. Non dubitiamo della energica coscienza della E.V., facendole presente che, come ella (cosa che sarebbe oltraggiosa solo al pensarla) non adempia a quanto un popolo intero supplica per la difesa della sua religione e della sua pace ed onorabilità; sapremo far noi con la violenza. Le promettiamo che né il padre Volpe, né altri chicchessia di questo mondo sarà capace di sconsigliarcelo ed impedircelo. Ad ogni modo impediremo con tutte le forze che questo nostro prete scenda a profanare la santità della nostra chiesa. Le rivalità tra le due fazioni non si placarono, una terza sommossa si ebbe ai primi di marzo del 1922: è il cosiddetto “sciopero contro padre Volpe”. Anche questa volta comparvero zappe, bidenti e forconi, vi furono feriti e contusi da ambo le parti. Intanto, l’indomito Prete continuò nelle sue iniziative: il 13 settembre 1922, in qualità di Amministratore unico della Società Elettrica Amoroso Antonio & c., chiese al Comune il permesso per l’avvio della costruzione di un impianto di distribuzione di energia elettrica a bassa tensione, “a scopo d’illuminazione e di riscaldamento di questo comune”. Le lettere al Vescovo e alle autorità civili continuarono ad essere numerose e minacciose. Il 23 novembre 1922, i signori, la Società Combattenti, il Circolo di Unione, i Soci di Forza e Lavoro, il Circolo dei Venti, il Circolo Giovanile, gli artigiani, scrissero nuovamente al Vescovo ribadendo la loro intenzione di volersi liberare, anche con la violenza, di Mons. Migliarese. Eccellenza Ill.ma e Rev.ma, il feroce fattore di questo mostro, del Migliarese; il suo arrovellarsi da qualche giorno,i suoi misteriosi viaggi, le sue strane insistenze

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nell’offrirci la pace a discrezione il suo insinuarsi presso le Autorità Civili e gridare che non lascerà Petrella neppure se gli verrà tolta la messa; il suo feroce minacciare di trascinare il Prof. Volpe ai tribunali ecclesiastici e laici; l’improvviso abbattersi e tacere dei suoi fanatizzati ridotti ormai ai minimi termini…:tutto questo ed altro che non importa raccogliere nella fretta del momento che fugge; ci rivela che qualche cosa di grave, di decisivo sia stato emanato da Roma. Non è dunque per noi tempo di starcene tranquilli, ma di agire, di protestare presso l’E.V. e di gridare che non ammettiamo,non ammetteremo mezze misure. … l’E.V. tenga fermo di liberarcene da sua parte o la chiameremo responsabile di quanto faremo noi per liberarcene. La nostra sarà contro il Migliarese una vera crociata in difesa dell’altare e della Patria. Eccellenza, abbiamo parlato chiaro e non siamo disposti ad ammettere repliche. Impossibile la pace con il Migliarese; impossibile la pace nostra, lui presente a Petrella: ce ne sbrigheremo anche con la violenza.

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Negli stessi giorni fu distribuito nella case di Petrella un libello, ancora una volta rigorosamente anonimo, dal titolo “Un briciolo di verità sull’ex Monsignore Balduino Migliarese”. Lo scritto, infarcito di pesantissimi insulti e offese di ogni tipo, si concludeva con parole drammatiche: “Se non te ne vai, se l’Autorità Ecclesiastica nicchia o non ha la forza di farti spulezzare, e la civile non ha la volontà: sapremo noi trovare, la via più spiccia”.

Petrella Tifernina, casa Palmera poi Municipio inizi 1900

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Via Cavour - Petrella Tifernina

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L’adesione al fascismo L’avvento al potere del fascismo (ottobre 1922) e alcuni dei primi provvedimenti assunti dal governo Mussolini (reintroduzione del crocefisso nelle classi, inserimento dell’insegnamento della religione nei programmi scolastici, annuncio di una politica antimassonica, l’aggravio delle sanzioni giuridiche comminate per le offese al clero e alla religione cattolica, etc.) diedero la sensazione che si potesse realizzare nuovamente uno stato cattolico, fondato sull’alleanza tra trono ed altare. La chiesa non osò condannare apertamente il fascismo, anzi, nel 1923, il giornale della Santa sede, l’Osservatore Romano, accusò il Partito popolare, che tendeva a proporsi come il più accreditato avversario del fascismo, di danneggiare l’immagine della Chiesa. La Santa Sede chiese apertamente le dimissioni di Don Luigi Sturzo. Si ebbe dunque una frammentazione dei cattolici sull’atteggiamento verso il fascismo e numerosi vi aderirono. In questo clima di grandi sconvolgimenti, anche Don Migliarese, il cui operato, a ben vedere, era sempre improntato ad una ossequiosa fedeltà al Papa ed alle indicazioni del Vaticano, aderì improvvisamente al fascismo, sulla scia del movimento detto dei clerico fascisti. Il 13 gennaio 1924 nei locali della Società Cattolica di Mutuo Soccorso si tenne una riunione alla quale parteciparono oltre quattrocento persone. In quell’occasione Migliarese tenne una conferenza su “Cattolici e Fascismo”. L’oratore ricordò le tristi condizioni in cui versava l’Italia prima della Marcia su Roma, per opera del sovversivismo e del settarismo, illustrando la grande opera di ricostruzione nazionale che andava compiendo il fascismo ed il nobile ed ardito programma di rivalutazione e di difesa del sentimento religioso che andava attuando, concludendo che tutti i cattolici d’Italia do-

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vevano sentire il sacrosanto dovere di appoggiare incondizionatamente il governo nazionale. L’assemblea votò per acclamazione l’ordine del giorno, presentato dallo stesso Migliarese, con cui si deliberò di mettere a disposizione del fascismo le forze della società Cattolica nella imminenza della convocazione dei comizi. Un ampio resoconto dell’assemblea fu pubblicato il 27 gennaio 1924 dal settimanale fascista “La Nostra Ora”. Ma quel terreno era minato, occupato dai notabili locali che già in massa avevano indossato la camicia nera e dato vita agli Arditi del Popolo: l’adesione di Migliarese ebbe l’effetto di benzina sul fuoco.

Fascisti a Petrella Tifernina davanti al municipio, anni 40

A metà febbraio del 1923 un nuovo colpo contro Migliarese andò a vuoto: vennero assolti i contadini, suoi fautori, che dall’aprile del 1921 al febbraio 1922 si erano azzuffati diverse volte con i forzalavoristi e i fascisti.

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L’epilogo Il 18 gennaio 1924 Don Balduino partì di buon’ora per uno dei suoi frequenti viaggi a Napoli. Accompagnava un giovane per il disbrigo delle pratiche di espatrio in America e per altre sue incombenze. Non farà mai più ritorno nell’amata Petrella. Il giorno 20, durante il viaggio di ritorno, alla stazione di Vinchiaturo (CB) salutò il giovane che accompagnava, raccomandandogli di riferire ai genitori che la pratica di espatrio era per concludersi positivamente. Si apprestò quindi per scendere in quella stazione, dovendo recarsi a Bojano per svincolare una partita di olio destinato alla cooperativa. Improvvisamente cadde dal treno, rovinando su uno spuntone metallico che lo ferì gravemente al fianco. Soccorso, venne portato nell’abitazione di Don Cosimo Spina, parroco di Vinchiaturo. Avvisata la famiglia, arrivarono la sorella Veturia, il fratello Tucitide, il cognato Silvio De Rubertis. Lo raggiunsero anche alcuni amici della cooperativa. Le sue condizioni presto si aggravarono, insorse la peritonite: dopo quattro giorni di sofferenze Balduino Migliarese cessò di vivere alle ore 17.00 del 23 gennaio 1924. La notizia giunse come un fulmine a Petrella, lasciando attoniti e sbigottiti. Pianse molto il popolo di Don Balduino, “è mòrte ‘a sctùfe” (si è spenta la stufa) esclamò qualcuno, che ancora oggi nel gergo locale significa “si è spenta la speranza”. Il 24 gennaio, giorno del funerale, nonostante il freddo e la neve, giunsero da Petrella oltre trecento persone, con ogni mezzo ed anche a piedi: portarono con sé il gonfalone del Comune, il vessillo della Cooperativa e della Società di Mutuo Soccorso per l’ultimo saluto alla guida, al maestro, la cui salma fu trasferita nella natia Montemiletto, dove fu venne proclamato il lutto cittadino.

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La notizia del tragico evento fu pubblicata dai maggiori giornali locali e nazionali dell’epoca (il Mattino, il Mezzogiorno, il Giorno, il Giornale d’Italia, il Corriere Italiano) e moltissime furono le attestazioni di cordoglio. Nel primo anniversario della morte, la famiglia Migliarese diede alle stampe un volume che raccoglieva discorsi, telegrammi e lettere giunte alla morte del congiunto. Non si mancò di stigmatizzare che tra le centinaia di messaggi non c’era quello del Vescovo di Campobasso. C’erano invece i messaggi degli amici ed estimatori di sempre e di quasi tutti gli ex dirigenti del Partito Popolare del Molise: tra questi, l’avv. Gaetano Amoroso, l’Avv. Michele Camposarcuno, l’Avv. Giovanni Janigro, il Dott. Pietro Giampaolo, il Rag. Baldini, l’Avv. Michele De Rubertis, l’Avv. Francesco Colitto, il Dott. Francesco Ialenti, ed altri ancora. Sulle circostanze dell’incidente che portò alla morte di Don Balduino, circolarono voci e si fecero congetture ma non risulta che si svolsero indagini. Nell’anno 1980, nel centenario della nascita di Monsignor Balduino Migliarese, Don Celestino Di Paolo, parroco di Petrella, fece ogni sforzo per ricordarne la figura. Ci furono alcuni articoli su giornali nazionali e locali e un servizio televisivo della RAI del Molise. Don Celestino Di Paolo reperì diversi documenti sull’illustre predecessore, tra questi una dichiarazione pro veritate, resa al parroco di Lupara, Don Giuseppe De Letis il 9 marzo 1980, dal Signor Antonio Belvicco, nato a Campobasso il 18 gennaio 1897, cooperatore di Migliarese e già presidente del molino e della società di mutuo soccorso.

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La riportiamo testualmente: “… mentre Migliarese scendeva venne spinto da un giovanotto di Petrella1, figlio di Marcello Lembo. Finì sul volantino del treno, morì dopo tre giorni. Il giovanotto che l’aveva spinto, dopo un anno si ammalò di polmonite. Prima di morire rivelò al confessore che era stato lui a commettere il delitto contro D. Balduino e diede ordine al confessore che appena dopo la sua morte avrebbe dovuto pubblicare dall’altare il delitto compiuto ad evitare che venissero imputate persone innocenti. In quei tre giorni di agonia chiesero a D. Balduino se fosse a conoscenza della persona che l’aveva spinto, rispose che conosceva bene chi l’aveva spinto ma non volle rivelare l’individuo, perdonando di cuore non solo chi l’aveva spinto “ha ancora una vita da vivere” - ma anche i mandanti “ che Dio li perdoni”.

Funerale di Don Balduino Migliarese, Vinchiaturo 25 gennaio 1924 1 Si tratta di Manfredi Lembo, il Capitan Fracassa dei Combattenti, figlio di Marcello Lembo e di Giulia Carissimi, nato a Benevento nel 1905 e morto a Petrella nel 1926 all'età di 21 anni.

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Finito di stampare nel mese di aprile 2015 presso la Tipografia Arti Grafiche La Regione srl C.da Pesco Farese, 5 86025 Ripalimosani (CB)


Oltre i secoli, la forza di un’idea!

Regione Molise Programma di Sviluppo Rurale 2007/2013 Asse IV “Attuazione dell’Approccio Leader” Misura 421 “Cooperazione Interterritoriale e Transnazionale” Progetto “Borghi Rigenerati” azione scrigni della memoria

ANTONIO DI LALLO

Celebrare la memoria di storie come questa è fondamentale per mantenere un legame inscindibile con il proprio passato e consentire ad una intera collettività di conservare un’anima ed una identità, con il suo immenso patrimonio di storia, cultura, evoluzione e progresso. Conoscere le proprie origini ci insegna ad affrontare con spirito critico e con coscienziosità le vicende del nostro presente ed è indispensabile alla creazione di una nuova consapevolezza. Fu così che, quando quella curiosità, di scoprire il trascorso da cui discendiamo, si fece largo nelle nostre menti, comprendemmo che era necessario rendere giustizia ad un popolo dimenticato dalle più recenti generazioni ed ad un uomo intrepido che diede voce alle sue genti; quella voce che, come un eco, riecheggia oggi vigorosa nelle nostre orecchie. Balduino Migliarese fu uomo di profonda fede ed eccellente oratore. Fu il primo ad utilizzare la sua privilegiata posizione di uomo di cultura per aiutare il popolo e non per sopraffarlo. Riuscì a suscitare nelle masse una grande presa di coscienza che spinse il popolo ad unirsi in rivolta contro i soprusi e lo strapotere dei pochi ricchi che fino ad allora avevano governato e dominato su tutto e tutti. Un’impresa rivoluzionaria per quegli anni! Inculcò, così, nella classe meno abbiente del popolo, l'idea che il Comune fosse la casa di tutti e non di pochi. Rese concreta questa sua idea battendosi duramente, tanto da far eleggere il primo sindaco contadino della storia comunale Petrellese. Tutto questo rimanendo sempre fedele alle direttive della Chiesa dell'epoca. Da uomo di fede, traspare attraverso le sue azioni il significato più profondo della carità e della solidarietà verso il prossimo. Nonostante la sospensione e i processi subiti, portò avanti le sue idee impregnandole dell’umanità cristiana di cui non dimenticò mai di essere portavoce. Fu certamente un precursore dei tempi in un posto tanto remoto ed ignorato. Dalla sua storia, sebbene così lontana nel tempo, traiamo lezioni di vita sociale e cristiana. Da lui impariamo che il tempo ed il luogo in cui viviamo sono nostri, che non bisogna vivere le vicende in modo passivo ma con consapevolezza e coscienza collettiva e morale, avendo il coraggio di cambiare il corso degli eventi. Valeria Capocefalo e Deborha Muccino

COPPOLE E PAGLIETTE Don Balduino Migliarese storia di un impegno civile 1912 - 1924

Questo volume è stato realizzato dall’Associazione Culturale

Petrella Tifernina (CB) È vietata la vendita

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