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VALERIANO SAMBUGARO

MONSIGNOR BENIAMINO SCHIVO UN SECOLO DI BENE

AMMINISTRAZIONE COMUNALE DI GALLIO 2012


Dedicato alle sorelle Irene, Antonietta e Suor Giovanna Baldicchi


VALERIANO SAMBUGARO

MONSIGNOR BENIAMINO SCHIVO UN SECOLO DI BENE

AMMINISTRAZIONE COMUNALE DI GALLIO 2012


“Chi salva una vita, salva il mondo intero” (Talmud)

L’Amministrazione Comunale di Gallio rende omaggio al suo illustre cittadino Beniamino Schivo dedicandogli una strada con la seguente iscrizione:

VIA MONS. BENIAMINO SCHIVO Giusto tra le Nazioni


PREMESSA

Questo libro è stato scritto per debito di riconoscenza nei confronti di Beniamino, che mi ha onorato con la sua amicizia.

Don

L’Autore


CAPITOLO I INFANZIA

B

eniamino Schivo

nasce a Gallio il 28 giugno 1910 da

Luigi e da Teresa Finco nella casa paterna dei Truf in Contrada Schivi (ora Sambugari) al civico n. 5, dove vive circa due anni per poi emigrare con tutta la famiglia in Bosnia, costrettavi da motivi di lavoro.

Il 28 giugno 1910, non solo è la data di nascita di Beniamino, ma anche la data di consacrazione a Vescovo di Carlo Liviero, suo futuro protettore. Semplice coincidenza? Ecco l’autobiografia dell’infanzia da lui scritta e pubblicata su “Gallio 1915-18. Dramma di un Paese”, edita dall’Amministrazione Comunale di Gallio nel 1986:

UNA STORIA TRA TANTE ALTRE

Quando l’Italia entrò in guerra con l’Austria, non avevo ancora compiuto cinque anni e mi trovavo con i genitori e un fratellino in un villaggio della Bosnia, chiamato Nemila. Vi erano anche altre famiglie di Gallio che erano emigrate, insieme con la mia, per lavorare nei boschi e produrre carbone. Si trattava di un’emigrazione che, da stagionale in un primo tempo, si era trasformata in residenziale: infatti noi eravamo là da quasi tre anni. Come sudditi italiani in territorio dell’Impero austro ungarico, subito dopo il 24 maggio del 1915, fummo internati in un campo di concentramento a Brod sul fiume Sava. Conservo vaghi ricordi di quell’ambiente: ricordi che mi ritornano più vivi,


quando rileggo le pagine de “I Promessi Sposi” che descrivono il lazzaretto. Ci tennero lì per alcuni mesi; poi fummo rimandati nel villaggio di Nemila, e gli uomini ripresero il lavoro nei boschi. Compiuti i cinque anni, fui iscritto nelle scuole locali in lingua slovena: conservo un buon ricordo del primo maestro che era un montenegrino e di una giovane maestra che mi dimostrava molto affetto. La scuola era frequentata in prevalenza da ragazzi di religione greco ortodossa e da turchi di religione mussulmana. Noi cattolici eravamo una minoranza. Un giorno della settimana veniva un prete cattolico da Zeniza, e uno ortodosso, per il catechismo; veniva il muezzin del villaggio vicino, e ciascuno prendeva i suoi, dopo che questi avevano giocato insieme davanti alla scuola, mentre i tre conversavano tranquillamente fra loro, seduti vicino all’ingresso. Così andammo avanti fino alla fine della guerra, quando si sperava di rientrare in Italia. Ma venne la cosiddetta “spagnola” che, in pochi giorni, condusse alla morte mio padre e un secondo fratellino, nato in Bosnia, dopo che il precedente era, anche lui, morto a due anni e mezzo. Anche altre famiglie italiane furono colpite da gravi lutti. Verso la fine del 1918 fu possibile tornare in Italia, lasciando i nostri morti nel piccolo cimitero di Nemila. Il viaggio fu lungo e disagiato. Ho il ricordo di una grande confusione nelle stazioni più importanti, come Lubiana. Ancora non so spiegarmi come accadde che, in questa stazione affollatissima, ad un certo momento, mi trovai separato da mia madre e dal gruppo degli italiani che erano partiti con noi: la signora che mi dava il braccio non era più mia madre: con un gesto istantaneo mi staccai e saltai sul primo treno che mi trovai davanti. Per fortuna era quello giusto, e potei riunirmi a tutti gli altri che, nella confusione , ancora non si erano accorti della mia assenza. Su dei camions militari attraversammo il Piave in piena, sopra un ponte di zattere, e raggiungemmo Vicenza. Con mia madre eravamo diretti nel paese di Lovertino, dove si trovavano profughi il nonno paterno con altri membri della famiglia. Restammo poche settimane a Lovertino: mia madre pensò di raggiungere la sua famiglia nativa a Trissino, dove ci riunimmo con i nonni materni e prendemmo in affitto una cucina e una camera nella località chiamata “Il Motto”: poche case con una chiesetta in vetta al piccolo colle. A Trissino ricominciai la terza elementare che


avevo interrotto in Bosnia, ma senza poterla terminare, perché nel frattempo erano avvenuti altri fatti, che avrebbero affrettato il nostro ritorno a Gallio. Mia madre era vedova (e non di guerra), con un figlio da mantenere; non rifiutò la proposta di matrimonio che le venne fatta da un uomo, rimasto vedovo, con una figlia già sposata, ma costretto a provvedere a tre nipoti, rimasti orfani di madre, mentre il padre era emigrato in America. Si compose così una famiglia di sei persone: un uomo onesto e gran lavoratore, che mantiene quattro ragazzi non suoi, aiutato da mia madre che si trova anch’essa , in un momento, a dover pensare a tutti. Ci fu data una baracca nella Val dei Ronchi e affrontammo, tutti insieme, come la migliore delle famiglie, la nuova vita. Si era verso la fine del 1919, e i segni e i resti della guerra erano visibili dovunque. Cataste di munizioni, diventate giocattoli per noi ragazzi (ciascuno aveva il suo moschetto e non mancavano le munizioni). Si familiarizzava con ogni sorta di armi e non erano infrequenti le disgrazie: ora un occhio spappolato, ora una mano asportata, ora una vita stroncata. Ci fu grande allarme nella Valle un giorno che una squadra di noi ragazzi era salita fin verso la metà del monte Meletta e lassù aveva improvvisato un campo di tiro a segno. Non ci fecero buon viso, quando scendemmo con la faccia più innocente. Potei condurre a termine la terza elementare, cominciata tre volte. Cominciai a frequentare la chiesa, che era una baracca: in Bosnia ero arrivato agli otto anni senza mai vedere una Messa. Il 20 maggio del 1920 ricevetti la prima Comunione e la Cresima dal vescovo Luigi Pellizzo. Ben presto l’arciprete Don Francesco Caron mi propose di andare a scuola da lui in canonica; poi arrivò il primo Cappellano Don Martino Durighello che faceva scuola a me e a qualche altro ragazzo, prima nella villa Laurenzi e poi nella canonica ricostruita. Nell’agosto del 1923 arrivò il vescovo Mons. Carlo Liviero, un tempo arciprete di Gallio, ora Servo di Dio, con il quale partii per l’Umbria, lasciando, ancora una volta le montagne. Ma senza mai dimenticarle”. Don Beniamino Schivo


I Genitori di don Beniamino: Luigi Schivo e Teresa Finco.


Copia del certificato di battesimo di Beniamino.


Il piccolo Beniamino in braccio alla mamma a sinistra, pi첫 indietro il padre.


20 maggio 1920: Beniamino riceve la prima Comunione e la Cresima.


CAPITOLO II INCONTRO CON MONS. LIVIERO, ENTRATA IN SEMINARIO E ORDINAZIONE SACERDOTALE

N

ell’agosto del 1923 dunque, il tredicenne Beniamino incontra il futuro Beato Carlo Liviero, parte con lui per Città di Castello ed entra in Seminario.

Ecco come egli ricorda i dettagli dell’incontro con il vescovo, che ha segnato in modo definitivo la sua vita, e la partenza per la città umbra: «Nell’agosto del 1923 il vescovo di Città di Castello, Mons. Carlo Liviero, che era stato arciprete di Gallio dal 1890 al 1900, si trovava a Gallio, invitato a tenere una missione. Il 24 agosto di quell’anno, festa di San Bartolomeo, patrono della Parrocchia, mi trovavo in chiesa con la mia mamma per assistere alle funzioni religiose pomeridiane – all’epoca era in uso celebrare nei giorni festivi le funzioni del pomeriggio con il canto dei vespri – ed ero curioso di ascoltare il discorso del vescovo che aveva fama di essere un formidabile predicatore. In effetti rimasi molto impressionato da quella predica. Ad un certo punto, passando per i banchi per la raccolta dell’elemosina, mi si avvicinò l’economo spirituale reggente della parrocchia, don Giuseppe Ciscato, che mi disse. “Il vescovo vorrebbe incontrarti alla fine della funzione. Se c’è la tua mamma, porta anche lei: il vescovo vi aspetta nella saletta della casa del cappellano”. Rivedo ancora la saletta della canonica dove era seduto il vescovo Liviero quando entrai con la mia mamma. Mi chiese: “Vuoi venire con me a Città di Castello?” Risposi: “Sì”. Poi si rivolse a mia madre: “E voi siete contenta?” Mia madre rispose: ”Se è contento lui…”. E lui concluse: “Allora tròvati a Rovigo il giorno 2 settembre alle 8.00: andremo insieme in treno”. Non so spiegare il perché della mia subitanea risposta affermativa perché non avevo ancora maturato l’idea di farmi prete. Certo, l’ambiente parrocchiale e scolastico che frequentavo allora avranno certamente favorito anche l’aspetto vocazionale. Quell’anno avevo concluso la 2ª ginnasio della scuola gestita dalla parrocchia con insegnanti sacerdoti stipendiati con lasciti lasciati da preti di Gallio, e avevo da poco superato gli esami


statali presso il seminario di Thiene. La scuola parrocchiale non prevedeva la prosecuzione del corso ginnasiale oltre la 2ª, per cui o dovevo smettere di studiare, o dovevo andare in pianura. La mia famiglia non aveva certo la possibilità economica per mantenermi agli studi lontano da casa. Evidentemente queste considerazioni balenarono nella mia mente alla domanda di mons. Liviero ed io risposi subito di sì con convinzione. La settimana successiva la mamma preparò il modesto guardaroba necessario ed il 1° settembre mattina, accompagnato da mio zio Piero della Costa, scendemmo a piedi la Val di Valstagna con la valigia in spalla e a Carpanè prendemmo il treno per Padova, dove pernottammo. La mattina successiva partimmo di buon’ora per Rovigo, sede dell’appuntamento con il vescovo Liviero, con il quale partii per Città di Castello, non senza un po’ di nostalgia del mio paese e delle mie montagne». Compiuti gli studi nel seminario di Città di Castello prima e in quello Regionale di Assisi poi, Beniamino viene ordinato sacerdote a Città di Castello il 24 giugno 1933 dal vescovo Maurizio Crotti. Purtroppo il tanto amato vescovo Liviero, a cui don Beniamino era molto legato anche per debito di riconoscenza, non poté ordinare prete il suo “pupillo” in quanto vittima di un grave incidente automobilistico occorsogli il 24 giugno 1932 presso Fano, dove morì nel locale Ospedale il 7 luglio successivo, “povero come era vissuto”. Il novello sacerdote torna nel natio paese di Gallio per cantare la sua Prima Messa solenne nella chiesa arcipretale addobbata a festa il 29 giugno 1933. Ecco alcuni documenti storici relativi alla vita di Beniamino, che vanno dall’entrata in seminario alla celebrazione della “messa novella”.


Foto scattata nel giugno 1924, otto mesi dopo l’entrata in seminario. Beniamino è il quarto bambino in terza fila da sinistra con il cappello in mano. Sotto, sul retro, la comunicazione inviata alla madre. Da notare che si rivolge alla madre dandole del “voi”.

Trascrizione del testo: Città di Castello, lì 13-6-24 “Cara madre, ho sentito che voi tutti state bene come è pure anche di me. Ho saputo anche che lo zio Valentino è andato in Australia. Se potete, mandatemi magari 10 £ perché devo pagare la lavandaia. Questa fotografia è di tutto il Seminario coi Superiori e con il P. Bussoni e un altro Padre. L’abbiamo fatta pochi giorni fa durante una passeggiata. Saluti e baci a voi e alla famiglia. Vostro figlio, che sempre vi ricorda, Beniamino”.


Il giovane chierico ventenne Beniamino è il primo dei quattro da sinistra della prima fila.


Beniamino è il primo a sinistra con le braccia conserte, sotto, il quarto da destra della 3ª fila.


Beniamino con la madre, il padre adottivo e il fratello Francesco.


Estratto dal “Chronicon” della Parrocchia di Gallio.


.Per chi non riuscisse a decifrare facilmente la scrittura, ecco la trascrizione del testo: ANNO DOMINI 1933 “29 Giugno – Messa novella – Il 29 Giugno fu giornata lieta e memoranda per il popolo di Gallio che vide un figlio di questa terra salire per la prima volta il santo altare. Egli risponde al nome di Don Beniamino Schivo, alunno del Pontificio Seminario Umbro di Assisi, ordinato a Città di Castello il 24 di questo mese. Il novello levita salito al sacerdozio per il caritatevole di quell’anima grande che fu l’Eccellentissimo Mons. Liviero, Vescovo di Città di Castello e già benemerito Arciprete di questa Chiesa, celebrò solennemente alle ore 10 tra l’esultanza di tutti i suoi conterranei. Recitò il discorso di occasione il M. Rev. Don Giuseppe Ciscato parroco di Alano, già economo spirituale di Gallio e già maestro del novello levita. Alle ore 12 vi fu il pranzo sociale con 70 coperti. La giornata fu chiusa con una brillante recita della locale filodrammatica in onore del festeggiato”.

Santino–ricordo dell’ordinazione sacerdotale.


CAPITOLO III ATTIVITA’ PASTORALE

I

l primo bambino battezzato dal novello sacerdote diventerà anch’egli prete: si tratta del futuro don Lorenzo Grigiante, fratello di Padre Bernardo e di Don Valentino.

Terminata la breve vacanza nel paese natio, torna a Città di Castello. Porta indelebile nel suo cuore il ricordo di Mons. Liviero e si impone di fare tutto il possibile per portarlo agli onori degli altari. Intraprende nella città umbra la sua attività sacerdotale: anche un solo elenco rende l’idea della multiforme attività pastorale che caratterizza la sua azione. - A soli 25 anni, nel 1935 viene nominato Rettore del Seminario Vescovile di Città di Castello, carica che manterrà per 35 anni fino al 1970, dedicando gran parte della sua vita alla formazione dei sacerdoti. - In contemporanea svolge il suo ministero sacerdotale in qualità di parroco di Santa Maria in Belvedere dal 1941 al 1947. - Responsabile della “Scuola parificata vescovile”, oggi “Scuola Sacro Cuore”, fondata da Mons. Liviero, dal 1935 al 1985. - E’ canonico della basilica cattedrale dal 1947. - Nel 1958 viene nominato Vicario Generale della Diocesi di Città di Castello, carica che manterrà fino al 1966. - Membro del Consiglio Presbiterale dal 1973 al 1979 e dal 1985 al 1997. - Membro del Consiglio Presbiterale Regionale dal 1973 al 1976.


- Vicario episcopale per le religiose dal 1976 al 2003. - Membro del collegio dei consultori dal 1984. - Direttore dell’archivio storico e della biblioteca diocesana dal 1984 al 2000. - Membro della commissione diocesana d’arte sacra dal 1992 al 2000. - Per molti anni Direttore della “Libreria Sacro Cuore”. - Nella sua opera sacerdotale è inoltre legato alle “Piccole ancelle del Sacro Cuore”, figlie spirituali del beato Carlo Liviero. - Il 16 giugno 1983 viene insignito del titolo di Protonotario Apostolico da Papa Giovanni Paolo II.

In udienza dal Papa


CAPITOLO IV 50° ANNIVERSARIO DI SACERDOZIO

S

antuario della Madonna del Transito di Canoscio, 24 giugno 1983, ricorrenza del 50° anniversario di Sacerdozio di don Beniamino.

Il Santuario si trova sul colle di Canoscio, a una dozzina di chilometri da Città di Castello, in mezzo ai castagni. Dal 1348 esisteva una cappella dedicata alla Madonna Assunta, in cui era venerata una bella icona di scuola senese che raffigurava la Vergine al momento del transito. Il 15 agosto 1854 Luigi Piccardini, padre filippino, in omaggio al dogma dell’Immacolata, pensò di costruire un santuario sul luogo dell’esistente cappella: nacque così il primo santuario dedicato all’Immacolata. Il tempio fu terminato nel 1857 e consacrato nel 1878. Il tempio, circondato da un ampio piazzale, è preceduto da un artistico portico, opera di Giuseppe Castellucci di Firenze. L’interno è a tre navate: sopra il cornicione della navata centrale, dove partono gli archi della volta, vi sono immagini di vari santi, in terracotta marrone e bianca. Dell’affresco originale del 1348 resta solo l’immagine della Madonna dormiente, dal volto luminoso, racchiusa in un’urna; attorno e sopra è dipinto l’affresco che raffigura gli Apostoli e l’incoronazione di Maria in mezzo agli Angeli, capolavoro di Annibale Gatti, della seconda metà del 1800. Nella tragica guerra del 1940-1945 che fece tante rovine in tutto il mondo, venne coinvolto anche il Santuario di Canoscio. Nel luglio del 1944 ci fu lo scontro di Canoscio tra i tedeschi e le truppe anglo americane. Perfino dentro la chiesa ci fu una lotta terribile all’arma bianca tra i contendenti e il tempio fu bagnato dal sangue dei combattenti. La chiesa cannoneggiata, con il tetto crollato, con le mura in parte squarciate, colpita all’esterno e all’interno, fu molto rovinata.


L’allora vescovo di Città di Castello, Mons. Filippo Maria Cipriani, chiamato il vescovo di Canoscio e della Madonna, amico fraterno di don Beniamino e da questi coadiuvato, si mise con coraggio ad attuare la difficile opera di ricostruzione e sul rifatto pavimento di marmo si vede il suo stemma.

Foto dedica di ringraziamento del vescovo Filippo Maria Cipriani a Don Beniamino.


In questo bellissimo santuario, il 24 giugno 1983, si raduna moltissima gente per festeggiare e assistere alla celebrazione della messa solenne di ringraziamento per il 50° anniversario di sacerdozio di Don Beniamino. Sono presenti moltissimi sacerdoti concelebranti ed il vescovo di Città di Castello. Partecipano naturalmente i parenti del festeggiato, venuti appositamente da Gallio. Ecco la foto-cronaca della festa, culminata con il pranzo nel ristorante vicino al santuario.

Il Vescovo di CittĂ  di Castello introduce la cerimonia.


Don Beniamino alla consacrazione del pane e del vino.


L’omelia di Don Beniamino


Foto di gruppo con i parenti


Santino-ricordo del 50° anniversario della consacrazione sacerdotale.

Da notare che la frase tratta dal Deuteronomio «Il Signore tuo Dio ti ha portato, come un uomo porta il proprio figlio, per tutto il cammino che hai fatto» è la stessa che aprirà il testamento che don Beniamino redigerà nel 1992.


Da ricordare la poesia in quartine, composta e decantata durante il pranzo da Mons. Edoardo Marconi:

50° DI SACERDOZIO DI MONS. BENIAMINO SCHIVO Per Lei io scrissi nel cinquantotto, ero allor giovane, or son vecchiotto, mutati i tempi e pur l’aspetto, ma sempre identico riman l’affetto. In questi nuovi venticinquanni ci furon gioie ci fur malanni, e papi e vescovi abbiam cambiato, puro il Messale fu riformato. Sparì il latino del dies irae e le chitarre si fer sentire, si diradono i tabaroni ed ecco i preti giacca e calzoni. Lei fu Rettore, poi fu Vicario, il mondo è bello perché è pur vario, poi nel silenzio sembrò sparire, ma il suo travaglio mai fè apparire. La sua gran fede, semplice e schietta, la sua condotta ognor corretta, la sua prontezza nell’aiutare, nel prevenire, nel consigliare, ci fur d’esempio, d’ammirazione, e di continua, forte lezione. Lesse, studiò e scrisse carte con mente, cuore, finezza ed arte. Il suo Manzoni ebbe d’appresso, e lo citava preciso e spesso, curò la sacra Teologia, sacra Scrittura, Filosofia.


Curò il decoro nelle funzioni, fu assiduo ai Corsi, alle riunioni, amò il Capitolo, la Cattedrale, tutta la classe sacerdotale. Poi, un bel giorno, o Monsignore, passò a curare le sante Suore e col suo tatto e il suo sorriso s’è assicurato il Paradiso: ché per Lei pregano, senza misura, quelle nel mondo, quelle in clausura; che non le ascolti, pensar non oso, Gesù Signore ch’è loro Sposo! Ha poi l’appoggio potente e fiero del grande Vescovo Carlo Liviero: se non va in cielo don Beniamino: povero me… io starei fino! Noi che l’avemmo fin dall’aurora speriamo averlo tant’anni ancora! Qui al fine termina il mio strambotto: arrivederci al duemilaotto!


CAPITOLO V GIUSTO TRA LE NAZIONI

G

iusti sono quegli uomini che hanno saputo combattere il male, rischiando la vita per salvare altre vite minacciate da progetti di sterminio”, recita una iscrizione nel Museo dell’Olocausto di Gerusalemme. Proprio quel che fa don Beniamino, giovane rettore del seminario di Città di Castello negli anni della seconda guerra mondiale, sottraendo alla deportazione Ursula Korn e la sua famiglia ebrea. Racconta don Beniamino: «La giovanissima Ursula (detta Uschi), e i genitori Johanna e Paul Korn erano approdati in Umbria dalla loro Breslavia dopo fughe rocambolesche e spostamenti forzati. Fuggiti dalla Germania nel 1935 in seguito alle leggi razziali e stabilitisi ad Alassio, dovettero lasciare la Riviera per finire madre e figlia in un carcere perugino, il padre in un campo del Salernitano, trattati come delinquenti secondo le leggi antisemite adottate anche dall’Italia alla fine del 1938. Quindi, spogliati di ogni proprietà, erano riusciti a ricongiungersi per vivere in domicilio coatto a Collazzone e, dopo il 1940, a Città di Castello, insieme ad un’altra coppia, i Frank, con una figlia, Renate, anch’essi ebrei». Ed aggiunge: «Era stato il mio amico don Carlo Pazzaglia, parroco di Collazzone, a mandarmeli. Un giorno Uschi bussò al mio portone. Era la prima persona ebrea che conoscevo, e io che m’interessavo di storia sacra e archeologia biblica, ebbi l’impressione di incontrarmi con una parente del Signore. Non mi chiese nulla al momento, felice di avviare una conoscenza cui rivolgersi in caso di bisogno… Cosa che avvenne specie dopo l’8 settembre 1943, quando cominciarono le deportazioni degli ebrei. I Frank sparirono presto. I Korn mi chiesero aiuto: la loro destinazione era il lager. Sino ad allora avevo potuto far poco, consentire a Uschi di studiare al ginnasio delle suore… Da quel momento, si trattò di garantire protezione e nascondigli con qualche rischio: così scattò l’operazione “buchi da trovare”, individuati ora in un eremo – il Pozio – delle suore oblate salesiane, poi in un edificio vicino; infine li nascosi in città. Il padre in Seminario e le donne, vestite da suore e fatte passare per novizie, nell’adiacente convento… E i nazisti avevano scatenato la caccia».


All’arrivo degli alleati, il lieto fine, e la partenza per gli Usa della famiglia Korn nel 1950. Negli anni a venire, Uschi, si prodigherà e busserà a innumerevoli porte per far sì che al suo salvatore venisse attribuito il giusto riconoscimento. Nella primavera del 1986 arriva a don Beniamino l’invito a recarsi a Gerusalemme per l’attribuzione di un prestigioso premio. Don Beniamino parte dunque per la capitale israeliana dove, il 7 settembre dello stesso anno, lo Stato di Israele, tramite la Fondazione Yad Vashem, gli conferisce il DIPLOMA D’ONORE che così recita:

Il presente Diploma attesta che nella seduta dell’8 Giugno 1986 la Commissione d’Omaggio ai Giusti delle Nazioni, istituita dall’Istituto Commemorativo dei Martiri e degli Eroi – Yad Vashem – sulla base delle testimonianze da essa raccolte, ha reso omaggio a Monsignor Beniamino Schivo che, a rischio della propria vita, ha salvato degli Ebrei durante il periodo dell’Olocausto in Europa. Gli ha conferito la Medaglia dei Giusti e l’ha autorizzato a piantare un albero a suo nome nel Viale dei Giusti sul Monte del Ricordo a Gerusalemme.


Uschi e Don Beniamino a Gerusalemme con il diploma di “Giusto tra le Nazioni�.


Copia del Diploma d’onore di “Giusto tra le Nazioni”conferito il 7 luglio 1986 e consegnato a don Beniamino il 7 settembre 1986.


La cerimonia di messa a dimora dell’ulivo avviene il 7 settembre 1986. L’ulivo di don Beniamino è contrassegnato dal n. 1580.


Don Beniamino, sotto lo sguardo di Uschi, prepara il terreno per la messa a dimora del “suo� ulivo.


L’ulivo n. 1580 cresce rigoglioso da oltre 25 anni


Il 29 ottobre 1991 gli viene conferita la cittadinanza onoraria da parte dello Stato di Israele, come da attestato sotto riprodotto.


Eroismo? Risponde don Beniamino: “Credo che sia stato il mio essere prete, il Vangelo, il periodo era eccezionale … E minimizza: “Ho avuto la collaborazione di laici fidati e di alcune suore. E poi anch’io, da piccolo, ero stato in Bosnia, tra mussulmani e ortodossi sperimentando una particolare solitudine, chissà…”. L’umiltà, unitamente alla carità e all’amore verso il prossimo, è sempre stata la caratteristica di Don Beniamino: faceva parte del suo DNA. Non ha mai pubblicizzato se stesso. Fosse stato per lui, noi parenti, se non ci avessero pensato le sorelle Baldicchi1 telefonandoci e mandandoci copie dei giornali dell’epoca, avremmo saputo la notizia del riconoscimento del suo atto eroico solo nel gennaio 2008, quando la televisione ha trasmesso in diretta dal Quirinale la cerimonia di premiazione da parte del Presidente della Repubblica Italiana. Alle nostre calorose congratulazioni, quando l’estate successiva è venuto a Gallio per le tradizionali vacanze, si è schermito dicendo: «Non fo fatto niente di eccezionale: anche voi, al posto mio, vi sareste comportati allo stesso modo!». Schivo di nome e di fatto, la prova della sua grande umiltà la fornisce egli stesso, scrivendo al punto 2. del testamento: “Chiedo perdono umilmente a tutti coloro che avessero ricevuto da me offese, disgusti a cattivi esempi”. Dell’intera vicenda ci occuperemo nelle pagine finali, pubblicando – su autorizzazione della società editrice San Paolo – il capitolo I del libro di Peter Hellman “L’Albero dei Giusti”, dedicato a don Beniamino. Non solo Israele, ma anche gli Stati Uniti rendono omaggio a don Beniamino. Della sua opera a favore degli ebrei ha ufficiale riconoscimento a Washington dove, nell’agosto 1999, al sindaco di Città di Castello, invitato all’annuale seminario di studi interconfessionali ebraici e cattolici, viene affidato, per la consegna all’interessato, il premio “Courage to care” da parte dell’ADL (Anti Deformation League’s), destinato a quelle personalità che si sono contraddistinte nella difesa dei valori umani e nella tutela dei diritti inalienabili di ogni individuo. Il nome di Mons. Beniamino Schivo viene scolpito in un monumento alla memoria posto all’interno del museo ebraico dell’Olocausto di Washington che ogni anno accoglie due milioni di visitatori. L’ambito premio Courage to care, costituito da un pannello con sette formelle che narrano la storia dell’Olocausto con scene di deportazione degli ebrei dal ghetto di Varsavia, viene consegnato a don Beniamino nella sala consiliare del Comune di Città di Castello, nel corso di una commovente e gioiosa manifestazione, alla presenza delle autorità locali e di un pubblico orgoglioso ed entusiasta. 1

Le sorelle Antonietta e Irene Baldicchi hanno vissuto con Don Beniamino fin dal 1971, accudendolo in ogni sua necessità. Egli dirà sempre: «Non finirò mai di ringraziarle; non avrei potuto trovare famiglia migliore».


Premio “Courage to care”: le formelle con scene di deportazione degli ebrei dal ghetto di Varsavia

Ecco i titoli di alcuni giornali dell’epoca: - La Nazione dell’Umbria: “Un eroe italiano: Monsignor Schivo”; - Il Messaggero: “Don Schivo, il Perlasca umbro”; - Asiago Ieri, Oggi, Domani: ”Mons. Beniamino Schivo Truf, il Perlasca2 galliese”articolo scritto dal nostro concittadino Gastone Paccanaro; - Asiago Ieri, Oggi, Domani: ”Premio «Courage to care» a Mons. Beniamino Schivo, da Gallio, iscritto nell’elenco dei Giusti delle Genti” - articolo a firma di Gastone Paccanaro.

Anche l’Italia si inchina e rende onore a Don Beniamino per la generosità e per il coraggio dimostrati e messi in opera durante la seconda guerra mondiale.

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Quella di Perlasca (Como 31/1/1910 – Padova 15/8/1992) è la straordinaria vicenda di un uomo che, pressoché da solo, nell’inverno 1944/45, a Budapest, riuscì a salvare dallo sterminio nazista migliaia di ungheresi di origine ebraica, inventandosi il ruolo di Console spagnolo, lui che non era né diplomatico né spagnolo.


Il 24 gennaio 2008, al Quirinale, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, proclama: Al Monsignore Beniamino Schivo è conferita la Medaglia d’Oro al Merito Civile con la seguente motivazione:

Sacerdote di elevate qualità umane e civili, nel corso dell’ultimo conflitto mondiale, in atto le persecuzioni razziali, con eroico coraggio ed encomiabile abnegazione, aiutava una famiglia tedesca di origine ebrea a fuggire da Città di Castello, dove era stata internata, procurandole successivamente nascondigli, cibo e capi di vestiario. Mirabile esempio di coerenza e di rigore morale fondato sui più alti valori cristiani e di solidarietà umana. La cerimonia si svolge in forma solenne – in diretta TV – a Palazzo del Quirinale nella Sala dei Corazzieri. Don Beniamino è accompagnato da mons. Giancarlo Lepri, parroco della cattedrale di Città di Castello, che esprimerà “la gioia dell’intera chiesa castellana per l’ulteriore riconoscimento del servizio alla persona umana svolto da questo suo figlio”, dalle sorelle Baldicchi e da Uschi, la signora ebrea da lui salvata. E’ presente anche il sindaco di Città di Castello, Fernanda Cecchini, che così descrive il fare del sacerdote: “L’azione di monsignor Schivo è nota e celebrata sia in sede locale, sia in organismi internazionali che combattono le discriminazioni razziali. Questa onorificenza aggiunge però – precisa il sindaco – il dovuto crisma dell’ufficialità della Repubblica Italiana all’azione eroica compiuta dall’allora giovane sacerdote. Sono felice del fatto che monsignor Schivo, pur già ampiamente pago delle infinite soddisfazioni morali e della riconoscenza che gli hanno tributato tanti cittadini tifernati3 nel corso della sua lunga vita pastorale e attività culturale, possa 3

Tifernati sono i cittadini di Città di Castello, il cui nome originario era Tiphernum.


conoscere di persona anche questo pronunciamento della massima istituzione italiana e che ciò accada in un frangente in cui il coraggio di agire contro l’oppressione e la ferocia del nazismo sembra perdere senso agli occhi dei più”. Sono presenti inoltre il vice-premier dell’epoca Francesco Rutelli e i ministri Amato, Fioroni, Melandri, Ferrero, Pecoraro Scanio e il Presidente dell’Ucei Renzo Gattegna. […] Attraverso la telecronaca diretta di Rai 3 è stato veramente commovente seguire mons. Schivo, che era seduto in prima fila, specialmente quando si è alzato e si è diretto verso il Presidente Napolitano per ricevere l’onorificenza. Il suo viso di intrepido novantasettenne, investito dai fari della ripresa televisiva, era divenuto luminoso,quasi trasfigurato, rivelando peraltro i segni di un’intensa commozione[…]

24 gennaio 2008: - Palazzo del Quirinale - Attesa per l’inizio della cerimonia.


24 gennaio 2008: Palazzo del Quirinale – Consegna della medaglia d’oro al valore civile. In secondo piano Uschi, la signora ebrea salvata con la sua famiglia.

24 gennaio 2008: - Palazzo del Quirinale – Don Beniamino, il Sindaco di Città di Castello, Fernanda Cecchini, e Uschi.


I giornali dell’epoca riportano così l’evento: - Corriere dell’Umbria: “Monsignor Schivo, quando un premio è orgoglio di tutti”; - La Nazione: “Lo Stato si inchina al sacerdote-eroe”; - Corriere Città di Castello: “Toccante cerimonia al Quirinale per la premiazione di monsignor Schivo, medaglia d’oro al valore civile”; - La Nazione Città di Castello: “Gli eroi della fede. Il Sindaco abbraccia monsignor Schivo”; - Asiago Ieri, Oggi, Domani: “Monsignor Beniamino Schivo Truf colpisce ancora. Grande riconoscimento dello Stato Italiano al nostro concittadino” - a firma di Gastone Paccanaro.


CAPITOLO VI BEATIFICAZIONE DI CARLO LIVIERO

C

ome detto, dopo la morte di Mons. Liviero, che egli considera il faro della sua vita, nel 1959 don Beniamino propone ai Superiori la raccolta delle testimonianze da presentare alle autorità ecclesiastiche competenti per l’eventuale apertura della causa di beatificazione. La proposta viene accolta ed egli si dedica anima e corpo al gravoso compito: lo fa anche per un debito di riconoscenza nei confronti del “suo vescovo”. La documentazione raccolta ha consentito che si potesse presentare alla Congregazione per le cause dei Santi domanda di nulla osta per l’introduzione della causa di beatificazione. Scrive don Beniamino: «Tale domanda, presentata dal vescovo di Città di Castello, Mons. Cesare Pagani, e suffragata dal consenso di numerosi altri vescovi, fra i quali, in primo luogo, tutti quelli della Conferenza episcopale umbra, fu inoltrata nel febbraio del 1975. Seguì, da parte della S. Congregazione, un attento esame della documentazione presentata, che si concluse il 5 agosto 1976 con la concessione del nulla osta del S. Padre Paolo VI, per l’introduzione della Causa di Beatificazione del Servo di Dio Carlo Liviero». Nel 1977 ha inizio la causa di beatificazione e don Beniamino ne sarà il postulatore. In concomitanza, esce nel mese di giugno dello stesso anno una splendida biografia di Mons. Liviero, scritta dallo stesso don Beniamino e tradotta anche in inglese. Da tale biografia si può intuire la grande devozione che egli nutre nei confronti di Liviero. Scrive infatti l’autore: «Come il Servo di Dio non altro cercava in tutte le sue imprese, se non il regno di Dio e la sua giustizia, così anche le fatiche di tutti coloro che si impegnano per la sua esaltazione da parte della Chiesa, siano strumenti del disegno divino perché esso trovi piena attuazione. Da questo spirito siano mossi tutti coloro che lavorano, quelli che pregano e che sperano di vedere un giorno glorificato, anche in terra, il Servo di Dio Carlo Liviero».


Il processo di beatificazione e canonizzazione si svolgerà fino al 1982. Nell’anno 2000 viene proclamata l’eroicità delle virtù e nel 2006 viene riconosciuta una guarigione miracolosa attribuita alla sua intercessione. Finalmente Mons. Carlo Liviero viene beatificato a Città di Castello il 27 maggio 2007. Alla solenne cerimonia che si svolge nella Basilica Cattedrale di Città di Castello, è presente una moltitudine di fedeli e vi partecipa una numerosa delegazione del Comune di Gallio, capitanata dall’Arciprete don Lauderio Dal Bianco che dichiarerà: «Personalmente posso ricordare un fatto, un atteggiamento che mi sorprese il giorno della solenne Beatificazione di Mons. Carlo Liviero a Città di Castello. Mons. Beniamino Schivo ebbe sicuramente una parte importante quale postulatore nella causa di beatificazione di Mons. Carlo Liviero. Quel giorno pensavo di vederlo tra i porporati, sul palco di coloro che presiedevano la celebrazione. Invece, quel giorno, abbiamo condiviso tutta la celebrazione tra tutta la delegazione di sacerdoti padovani che erano presenti. Mi piace ricordare mons. Beniamino Schivo per la sua semplice, grande, serena umiltà». Quel giorno don Beniamino confiderà ai parenti intervenuti alla cerimonia: “Oggi sono veramente felice: posso morire contento”.


CAPITOLO VII VACANZE A GALLIO

O

gni anno, nel mese di luglio, ininterrottamente dal 1971, don Beniamino torna a Gallio per trascorrere quindici giorni di vacanza a ritemprarsi “tra le sue amate montagne e i suoi boschi”.

I primi anni soggiornava presso la famiglia della cugina Giovannina. Successivamente, quando venivano anche le sorelle Baldicchi e non c’era posto per tutti, erano ospiti di “Villa Giovanna”, casa vacanze gestita dalla suore orsoline. La sera, immancabilmente, la visita a casa della cugina Giovannina e alla sua famiglia. Ricordo con nostalgia le lunghe serate trascorse insieme, ascoltando con tanto piacere la loro conversazione. Si sedevano in poltrona, uno accanto all’altra, mano nella mano, e rivangavano i bei tempi trascorsi insieme da bambini. Erano molto legati e avevano un rapporto di grande amicizia e confidenza. …..«Te ricordito Giovanina, quando in istà ‘ndavimo a far erba par darghe da magnare d’inverno a le quatro piegore che gavevimo in stala…… altro che adeso che no i taia gnanca più el fen dei prai!… …..«Se me ricordo! E ti, Beniamin, te ricordito de quela volta che semo ‘ndà su a Stenfele , ti al rocolo dei Canus a torte un lugarin e mi invese te go spetà sui pascoli a catar more, frole e haneper che dopo ‘ndavimo a vendere in Asiago. Ti te si rivà dal rocolo, te ghe tirà fora da la gabieta el lugarin par mostramelo e lu te xe volà via lasandote a boca suta; semo tornai casa sensa uxelo parchè no te gavevi altri soldi par comprarghene un altro…». Risata fragorosa di don Beniamino e di tutti gli astanti!


.….«Beniamin, te ricordito che d’inverno, quando che ghe gera un bel giasso xo’ par la strada dei Ronchi che porta al Latrink e al Kalierun, ’ndavimo a slisegar con un palo in mexo a le gambe che ne serviva da sostegno…. Che divertimento!....» ..…«Come se me ricordo, Giovanina! Fra l’altro el giasso lo fasevimo naltri boce butando sece de aqua de scondon, altrimenti i grandi brontolava. Quanto che go sognà, quando che gero in seminario, de far ‘na bela sciada coi me sci de fagaro! Go sognà tante volte de vegner xo a tuta velocità da la Castelana fin xo i Ronchi! Go soferto tanta nostalgia a Cità de Castelo, ma go sempre tegnuo duro, con l’aiuto de le suore de Galio che gera in convento là: la suora Paccanaro, sorela del Celestin e del Daniele, e la suora Sartori, sorela de la maestra “Mana”, le vegneva spesso a trovarme e consolarme e darme coraio…». …..«A proposito, come xela sta quela volta che te si partio par Cità de Castelo e te si ‘ndà in seminario sensa dirghe gnente a nesun? Me ricordo che te gavevi ‘na moroseta . Naltri boce gavemo pensà che la te gaveva lasà e che ti te si partìo par la delusion!...» Altra risata fragorosa dei presenti. ….«Ma che morosa, Giovanina, ma che delusion! La se ‘nda così: “El 24 de agosto del 1923, festa de San Bortolo, dopo le funsion, go incontrà el vescovo Liviero che gera vegnuo in Galio par ‘na mision: el me ga domandà se volevo ‘ndare con lu in seminario a Cità de Castelo e mi ghe go dito de sì. Alora lu el ga vosuo parlare con me mama che la ghe ga dito: «contento lu, mi son d’acordo». Se gavemo dato apuntamento a Rovigo a le 8 del 2 setembre: me ga compagnà fin Rovigo me xio Piero de la Costa e son partìo col vescovo: la sera tardi semo rivà a Cità de Castelo. Che gropo in gola che gavevo la note, quando che son rivà e son ‘ndà in leto: no son sta più bon de dormire par tanto tempo… Go sempre soferto de tanta nostalgia, ma no go mai pensà de lasar el seminario”. Sì, gavevo ‘na simpatia par ‘na toseta, ma cose de putei che no gaveva gnente a che fare co la decision de partire par Cità de Castelo….». Forse non ho reso in modo corretto e comprensibile le conversazioni in dialetto tra don Beniamino e mia madre. Provvedo pertanto, per chi ne avesse bisogno, a riportarle in italiano. …..«Ti ricordi Giovannina, quando d’estate andavamo a raccogliere l’erba per dar da mangiare d’inverno alle quattro pecore che avevamo in stalla?...altro che adesso che non falciano più i prati!…». …..«Certo che ricordo! E tu, Beniamino, ti ricordi quella volta che siamo andati a Stenfele, tu al roccolo dei Canus a comprare un lucherino ed io, invece, ti ho aspettato sui pascoli raccogliendo more, fragole e lamponi, che poi andavamo a vendere ad Asiago?. Tu sei arrivato dal roccolo, hai estratto dalla gabbia il lucherino


per mostrarmelo, ma lui è volato via lasciandoti a bocca asciutta. Siamo tornati a casa senza uccellino perché non avevi soldi per comprarne un altro …». Risata fragorosa di don Beniamino e di tutti gli astanti. …..«Beniamino, ti ricordi che d’inverno, quando la strada dei Ronchi che porta al “Latrink” e al “Kalierun” era un lastrone di ghiaccio, andavamo a scivolare con un palo in mezzo alle gambe che ci serviva da sostegno?. Che divertimento!…». …..«Eccome se mi ricordo, Giovannina! Tra l’altro il ghiaccio lo facevamo noi ragazzi versando secchi d’acqua sulla strada, di nascosto per non essere rimproverati. Quanto ho sognato, quand’ero in seminario, di fare una bella sciata con i miei sci di faggio! Ho immaginato tante volte di scendere a tutta velocità dalla “Castellana” ai Ronchi. Ho sofferto di tanta nostalgia, ma ho sempre tenuto duro. Sono stato aiutato da due suore di Gallio che erano in convento a Città di Castello: la suora Paccanaro, sorella di Celestino e Daniele, e la suora Sartori, sorella della maestra “Mana”, che venivano spesso a trovarmi e consolarmi, infondendomi coraggio…». …..«A proposito, come mai sei partito per Città di Castello e sei andato in seminario senza dir niente a nessuno della cerchia dei nostri amici? Mi ricordo che avevi una fidanzatina. Noi ragazzi pensammo che ti avesse lasciato e che tu fossi partito per la delusione!...» Altra risata fragorosa dei presenti. …..«Ma quale fidanzata, Giovannina, ma quale delusione! E’ andata così: “Il 24 agosto del 1923, festa di San Bartolomeo, dopo le funzioni, ho incontrato il vescovo Liviero che era venuto a Gallio per una missione: mi domandò se volevo andare con lui in seminario a Città di Castello ed io risposi di sì. Lui ha voluto parlare con mia mamma che ha detto: «se è contento lui, per me va bene». Ci siamo dati appuntamento a Rovigo alle ore 8 del 2 settembre, dove mi ha accompagnato mio zio Piero della Costa: arrivammo a Città di Castello a tarda sera. Avevo un groppo in gola che non riuscii a dormire quando andai a letto quella notte e per tante altre ancora. Ho sempre sofferto di tanta nostalgia, ma mai ho pensato di lasciare il seminario. Sì, avevo una simpatia per una ragazzina, ma si trattava di una relazione innocente tra bambini che non aveva niente a che fare con la mia decisione di partire per Città di Castello…». La serata finiva con il richiamo di Antonietta Baldicchi a rispettare i tempi di rientro a Villa Giovanna. Così tutte le sere restavamo estasiati a sentirli parlare. Le vacanze finivano in fretta e Don Beniamino doveva far ritorno a Città di Castello: ci salutava affettuosamente con la promessa di tornare l’anno successivo. Così fu fino all’estate del 2008.


Giugno 1960: Prima Messa di Don Roberto Tura e Don Lorenzo Grigiante. Don Beniamino non poteva mancare: il suo primo battesimato è diventato sacerdote. Prima fila da sinistra: Don Giacomo Tura (Prete Baiele), Mons. Antonio Moletta, Mons. Mario Zanchin futuro vescovo di Fidenza, don Roberto Tura, Don Lorenzo Grigiante, Don Beniamino, l’Arciprete Don Melchiorre Bonato, Don Bruno Grigiante. Seconda fila da sinistra: Don Ruggero Ferrazzi (futuro Arciprete di Gallio), Don Bortolo Pertile, Don Tarcisio Dissegna (Cappellano di Gallio), Don Pietro Munari, Don Bernardino Grigiante, Don Domenico Gianesini, Don Giuseppe Fincati, Don Aldo Zorzi (ex Cappellano di Gallio), Don …..(sconosciuto). Terza fila da sinistra: Gloder Lorenzo (zio Cin) sacrestano, Don Pierantonio Gios, Don Valentino Grigiante, Don Gianfranco Ambrosini, Don Gianfranco Scarmoncin, Danillo Finco, Gloder Antonio.


Fine anni sessanta: incontro con il sindaco Pietro Schivo.


Malga Fossetta, luglio 1975 Sopra, da sinistra: Don Pietro Munari, Don Bruno Grigiante, Don Beniamino, Don Domenico Gianesini . Sotto, da sinistra: Don Pietro Munari, Don Beniamino, Don Bruno Grigiante e, accovacciato, Don Lorenzo Grigiante (primo battesimo di Don Beniamino).


Vacanze a Gallio: al Monte Zomo, nei pressi del cippo eretto in memoria del colonnello Ettore Bussi e dei caduti del reparto di fanteria della Brigata “Liguria” nei combattimenti avvenuti tra il 14/11 e il 5/12/1917.

Vacanze a Gallio: alla “Possa Nova”.


Vacanze a Gallio: Don Beniamino passeggia al “Boschetto�.

Vacanze a Gallio: Don Beniamino con le cugine Giovannina, Maria e Orsolina.


CAPITOLO VIII 77 ° ANNIVERSARIO DI SACERDOZIO E 100 ANNI DI ETA’

N

ell’agosto 2009 muore, a quasi 101 anni la cugina Giovannina e nell’ottobre dello stesso anno se ne va anche Irene, la minore delle sorelle Baldicchi che tanto hanno fatto per lui.

Don Beniamino rimane molto colpito dal luttuoso evento e anche la sua salute sembra vacillare. Invece si riprende bene, sostenuto anche dalle visite frequenti del vescovo, mons. Domenico Cancian – nostro corregionale di Vittorio Veneto – che, al momento del commiato, lo benedice e si fa da lui benedire. La mente è sempre lucida e brillante e, immancabilmente, ogni settimana chiama i parenti di Gallio per sentire le novità del paese: Gallio è sempre nel suo cuore. Il 24 giugno 2010, nella Chiesa Cattedrale di Città di Castello, concelebrerà, in buona forma fisica, tra una moltitudine di confratelli sacerdoti la messa solenne per i suoi 77 anni di sacerdozio e, nel corso della cerimonia, terrà un brillante discorso di ringraziamento rivolto a tutti coloro che gli sono stati vicini nel corso del suo lungo ministero sacerdotale: tutti i vescovi che si sono succeduti, i sacerdoti della diocesi, quasi tutti da lui formati, i fedeli e quanti gli hanno voluto bene. In conclusione, a suggello della sua vita consacrata, evoca, ricorda e ringrazia il “suo vescovo”, il Beato Carlo Liviero. Pochi giorni dopo, il 28 giugno, festeggerà – in un clima di grande giovialità – il secolo di vita, in compagnia del vescovo e dei parenti arrivati per l’occasione da Gallio. Nel corso della conversazione dirà, non senza commozione: «Sono arrivato alla meta dei cento anni, ho raggiunto il 77° anniversario di sacerdozio, ho celebrato più di 32.000 messe! Devo solo ringraziare il Signore». In occasione del 77° anniversario dell’ordinazione sacerdotale e dei cento anni di vita di don Beniamino, Papa Benedetto XVI invia una magnifica pergamena e imparte la Benedizione Apostolica.


La pergamena inviata dal Papa a Don Beniamino per il 77째 anniversario di Sacerdozio.


Don Beniamino in abiti sacri per l’inizio della celebrazione eucaristica del 24 giugno 2010 in occasione della festa del 77° anniversario della consacrazione sacerdotale.


Don Beniamino si avvia all’altare.


Discorso del Vescovo, Mons. Domenico Cancian.

Discorso a braccio di Don Beniamino.


Concelebrazione

Foto finale di gruppo con Antonietta Baldicchi


Santino-ricordo del 77° anniversario di Sacerdozio con l’immagine del Beato Carlo Liviero.


28 giugno 2010: Don Beniamino compie 100 anni e festeggia con il Vescovo e i parenti venuti da Gallio.


CAPITOLO IX TRAMONTO ED ESEQUIE

V

ivrà ancora un anno e mezzo. Muore serenamente, all’età di 101 anni-7 mesi-2 giorni, nella sua abitazione la sera del 30 gennaio 2012, amorevolmente assistito dalle sorelle Antonietta e Suor Giovanna Baldicchi, che, assieme alla sorella Irene, deceduta nel 2009, lo hanno accudito disinteressatamente per quasi 40 anni. Il 1° febbraio si celebrano nella Basilica Cattedrale di Città di Castello i funerali. Alla cerimonia funebre presieduta dal Vescovo, attorniato da numerosissimi sacerdoti, partecipano numerosi cittadini che vogliono porgere l’ultimo saluto all’illustre concittadino.

Nell’omelia esequiale il Vescovo ne tratteggia la figura, dicendo: «Monsignor Schivo è in qualche modo il nostro patriarca: per l’età longeva, per la sapienza acquisita nel lungo e generoso servizio alla nostra Chiesa tifernate, per la sua spiccata personalità umana e sacerdotale. …La benedizione del Signore promessa ad Abramo è arrivata anche a Mons. Beniamino. Una benedizione che ha reso feconda la sua vita, soprattutto per quanto attiene ai tantissimi sacerdoti che lui ha formato con amore e zelo. La sua è stata una paternità spirituale molto feconda. Ricordo con commozione le tante volte che in questi quattro anni del mio servizio episcopale l’ho incontrato: aveva sempre un’accoglienza attenta, sorridente, carica di affetto. Mi chiedeva se ero stanco, mi raccomandava di non lavorare troppo e di riposare, mi incoraggiava e mi assicurava la sua preghiera e infine ci davamo una reciproca benedizione. Sono stati per me momenti molto sereni, distensivi, anche perché mi invitava spesso a pranzo. Antonietta, Irene e suor Giovanna lo preparavano con molta cura. Mi sentivo di


casa. A volte venivano anche i suoi parenti e lui era particolarmente contento. Conserverò nella mia mente il volto sereno e sorridente che infondeva pace e gioia. ...Mons. Beniamino è stato un sacerdote di grande integrità morale, di notevole intelligenza e di grande spiritualità. E’ stato un uomo saggio, sereno, capace di giudizi equilibrati, un grande educatore, un padre che ha formato numerose generazioni di preti soprattutto nei 35 anni passati come Rettore. E’ stato una guida sicura per tante religiose. A volte poteva dare soggezione, ma subito si percepiva il suo affetto paterno, la sua vicinanza. Era un uomo ordinato, comunicava in modo preciso ed essenziale, trasmetteva serenità. Ha dedicato la sua vita al servizio della nostra Chiesa, prodigandosi in molteplici attività. …A nome della Chiesa di Città di Castello e mio personale, esprimo immensa gratitudine al Signore per il dono di Mons. Schivo, invocando per il suo servo fedele la “corona della giustizia”. … Grazie, Mons. Beniamino, si ricordi di tutti noi». + Domenico Cancian f.a.m. Vescovo di Città di Castello

Mi sembra doveroso riportare i principali messaggi di cordoglio per la morte di Don Beniamino, espressi da varie personalità. Ecco quello inviato dalla comunità ebraica di Roma a firma del suo Presidente: …. «Chi salva un uomo, salva il Mondo intero”: così ci insegnano i nostri Maestri e Mons. Schivo, siamo certi, ha salvato con il suo gesto le generazioni future della famiglia Korn, quelle che poi hanno contribuito a far risplendere le nostre comunità in Italia ed in Europa e lo Stato d’Israele, dalle ceneri della Shoàh. Per questo e con il permesso delle Autorità cittadine di Città di Castello, vogliamo proporre di poter concordare una cerimonia di piantagione di un Ulivo proveniente da Israele proprio nella città in cui ha vissuto e poi ci ha lasciati. Una piantagione che sarà contestuale a quella di 5 alberi che faremo nelle verdi colline di Gerusalemme alla sua memoria. Che sia il suo nome ricordato in benedizione». Riccardo Pacifici Presidente della Comunità Ebraica di Roma


Ed ecco i messaggi di cordoglio che si sono scambiati il Sindaco di Gallio ed il Vescovo di Città di Castello: «In qualità di Sindaco del Comune vicentino di Gallio, mi sento particolarmente onorato di portare l’accorato saluto di tutta la mia comunità a Mons. Beniamino Schivo. Nel corso della sua lunga vita egli ha infatti reso grande il suo cognome così tipicamente galliese, grazie alle numerose vicende che lo hanno visto protagonista. Ci piace ripensare al bambino che giocava nelle macerie lasciate dalla Grande Guerra nell’Altopiano di Asiago, ma anche al giovane prelato che, con onore e dignità, ha svolto innumerevoli importanti ruoli di guida spirituale. In special modo, noi cittadini di Gallio, vogliamo porgere l’estremo saluto a un concittadino che ci ha resi fieri con il suo coraggio e la sua determinazione nei terribili anni delle leggi razziali antisemitiche: Gallio porge così i suoi più sentiti omaggi a un «Giusto tra le Nazioni» poiché “chi salva una vita, salva il mondo intero”». Pino Rossi Sindaco di Gallio

«Gent.mo Signor Sindaco,

La ringrazio vivamente per il messaggio che mi ha fatto pervenire in occasione della morte del vostro benemerito concittadino Mons. Beniamino Schivo. Posso assicurare in tutta verità che la sua testimonianza nella nostra Chiesa è stata esemplare umanamente e religiosamente. E’ stato davvero “un giusto” davanti a Dio e davanti agli uomini. Sono altresì testimone del grande amore per la sua Gallio dov’era stato parroco l’amato vescovo, il beato Carlo Liviero. Potete proprio essere orgogliosi dell’uno e dell’altro. Nella speranza di poterci incontrare, saluto cordialmente e ringrazio della sua sensibilità». + Domenico Cancian f.a.m. vescovo di Città di Castello


CAPITOLO X IL TESTAMENTO

P

enso faccia piacere leggere il testamento olografo, redatto da Don Beniamino il 14 settembre 1992, che così recita:

“Il Signore tuo Dio ti ha portato, come un padre porta il proprio figlio, per tutto il cammino che hai fatto” (Deut. 1,51) Nel nome del Signore. Amen. Oggi, 14 settembre 1992, in età di anni 82, trovandomi, per dono di Dio, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali e del tutto libero di disporre delle mie cose, esprimo su questa carta le mie estreme volontà. 1. Intendo morire in seno alla Santa Chiesa Cattolica e nella piena e amorosa accettazione di quanto il Signore vorrà disporre nel rimanente della mia esistenza terrena e nella sua conclusione. Ringrazio il Signore della vocazione al Sacerdozio e tutti coloro che mi hanno aiutato, in qualunque modo, a diventare sacerdote; in primo luogo Maria Santissima, San Giuseppe, il mio Angelo custode e i miei Santi Protettori. 2. Confermo la mia devozione al Sommo Pontefice, al mio Vescovo e agli altri Superiori. Chiedo perdono umilmente a tutti coloro che avessero ricevuto da me offese, disgusti e cattivi esempi. Intendo morire con l’animo unito a tutti dalla più profonda stima, rispetto e amore, in particolare ai confratelli sacerdoti. Ricordo con particolare stima e gratitudine le Religiose di vita contemplativa e di vita attiva assieme a tutte le persone consacrate che ho conosciuto durante la mia vita. 3. Rivolgo un pensiero particolarmente affettuoso a mio fratello Francesco, alla cognata Rina, ai loro figli e nipoti. Come pure ricordo con affetto i parenti tutti


che vivono a Gallio o in altre località, con un grazie speciale alla cugina Giovannina, ai suoi figli Valeriano, Mirella e Nadia e gli altri familiari. 4. Penso con grande venerazione ai Vescovi che si sono succeduti durante la mia vita nella diocesi di Città di Castello, a cominciare dal Servo di Dio Mons. Carlo Liviero; e aggiungo alla loro schiera il nome di Mons. Pietro Fiordelli al quale, per sua bontà, sono stato sempre legato da amicizia fraterna. 5. …omissis… 6. Ho provveduto con apposito contratto, allegato a questo testamento, al loculo nel camposanto di Città di Castello nella tomba dove è sepolta mia madre e suo marito Antonio che mi ha fatto da padre da quando avevo nove anni; a loro e a mio padre Luigi spero di riunirmi, per la misericordia del Signore, nella dimora celeste. 7. Per i suffragi mi affido alla carità di tante persone buone che avrò lasciato su questa terra, ma che certamente continueranno a ricordarmi e a farmi del bene. 8. Scelgo come esecutori testamentari le sorelle Suor Giovanna, Antonietta e Irene Baldicchi, delle quali ho piena stima e fiducia e che potranno decidere liberamente su quanto non risultasse chiaro in queste mie disposizioni. Sono a loro tanto grato per il grande aiuto ricevuto in molti anni. 9. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore. Città di Castello, 14 settembre 1992 Don Beniamino Schivo


DON BENIAMINO, RIPOSA IN PACE


CAPITOLO XI RICORDI E TESTIMONIANZE

… Ricordando Mons. Schivo La vita di ognuno di noi è legata ad alcune figure che sono state punti d’appoggio nelle prime difficoltà, aiuto nei momenti difficili. … Far memoria del passato quando gli anni passano è guardare volti spesso fissi solo nella memoria, ma sempre vivi e presenti nel ricordo. Tra questi è Mons. Beniamino Schivo: la sua figura alta ed elegante, il suo sguardo che esprimeva forza e serenità, pur nella fermezza che emanava, penso che a molti, sia laici che sacerdoti, resterà presente per il resto della vita. … Difficile sarebbe dimenticare il grande compito formativo che per tanti anni lo ha visto protagonista nella vita della Chiesa diocesana di Città di Castello. Come Rettore del Seminario, ancora giovanissimo, ma così determinato e sicuro, lo ricordo soprattutto nei mesi che i seminaristi passavano in vacanza alla villa S. Cuore, nelle belle celebrazioni liturgiche, cui anche noi come vicini potevamo partecipare quando, al suono della campana, dovevamo affrettarci per non arrivare tardi. Sempre deciso, sicuro, ma estremamente sereno, con una serenità che emanava dalla autorevolezza della sua persona e si diffondeva a chi lavorava vicino a lui. … Ricordo la mia prima Comunione, con quella foto che, ogni volta che l’ho incontrato, mi mostrava (la conservava nel cassetto come un bel ricordo…). Eravamo nel 1940, molto vicini alla guerra che doveva portare un così grande e doloroso rivolgimento, accanto a lui erano mons. Cipriani, mons. Pieggi e tanti parenti e amici che non ci sono più. Le vicende della guerra ci sparsero alla ricerca di sicurezza nei dintorni della città e, solo molto più tardi si seppe come e con quale coraggio mons. Rettore, incurante dei rischi cui si esponeva, riuscì ad aiutare e proteggere ebrei e persone in gravissimo pericolo di vita.


Passarono molti anni e lo ritrovai come assistente della gioventù femminile di Azione Cattolica, vicino nel lavoro, presente in ogni decisione, nonostante i tanti impegni che lo assillavano. Anni di impegno nelle parrocchie, nelle lunghe riunioni di consiglio, nelle visite ai gruppi… Posso dire ora che mi intimidiva un po’, anche se era estremamente presente e comprensivo quando doveva rimproverare o disapprovare alcune nostre posizioni. Erano anni pieni di entusiasmo, con tanta voglia di fare e anche un po’ di impreparazione, per cui il suo giudizio era determinante per l’autorevolezza che riusciva sempre a farci sentire. Assieme a mons. Fiordelli, che insegnava al Liceo, ci seguivano alternandosi tra loro in quegli anni sempre difficili della giovinezza, con tanta paterna bontà che è difficile dimenticarli. Sono sicura che alla mia generazione hanno dato delle basi che ci siamo portate dietro per tutta la vita, una fedeltà senza riserve alla Chiesa, un impegno apostolico che ci spinge, ora come allora, a portare fuori un po’ di quella ricchezza spirituale che ci avevano così generosamente donato. Lo rividi molti anni dopo, quando portavo con me figli piccoli ed ero immersa in una vita tanto diversa, ma fu ugualmente bello incontrarlo perché il tempo sembrava non fosse passato e mi accolse con l’affetto sereno di sempre. Mi risentii a casa, accolta… con la gioia di ritrovare la stessa persona, pronta ad ascoltare problemi diversi, ma con l’affetto di un tempo. Il concilio stava cambiando tante realtà, io ancora non capivo il nuovo di Dio che stava travolgendo le nostre certezze; ricordo però che allora mi disse: “sono solo tante impalcature che cadono…”. … Da lui allora ho imparato a cercare il nuovo che ci porta a capire e vivere il nostro oggi. Quando negli ultimi anni ho avuto occasione di incontrarlo, sereno nonostante il diminuire delle sue forze, la perdita della vista,la parziale sordità che lo isolava, ho visto che, nonostante tutto, non dimenticava persone e fatti anche ormai lontani, e non solo perché conservava intatta la sua lucida mente, ma e soprattutto perché il suo cuore sacerdotale era sempre aperto agli altri, dimentico di sé e delle sue difficoltà, quindi pronto, fino alla fine, ad accoglierci col solito grande, sorridente ed affettuoso saluto.


… Questo è il Mons. Schivo che mi piace ricordare con tanto affetto e gratitudine. Maria Costanza Dini

Ricordo di Mons. Schivo Monsignor Schivo era “Monsignore” per noi ragazzine dell’Azione Cattolica e dei campeggi estivi. Non lo vedevamo spesso. Accompagnava il Vescovo nelle visite che ci faceva a Villa S. Cuore e qualche volta celebrava per noi in occasioni speciali. Ci faceva un po’ soggezione, con quell’aspetto molto austero, apparentemente distaccato, che sapeva di disciplina e rigore. Ho avuto occasione di conoscerlo meglio, più tardi, quando io ero già adulta, sposata e madre e soprattutto molto impegnata nel mio lavoro di medico. Anche Monsignore era “più grande”; aveva abbandonato l’aspetto severo; ora appariva per quello che era: mite, attento e “tenero”. Frequentavo la sua casa per l’amicizia con Antonietta e Irene ed ero sempre accolta con affetto, con attenzione. Si interessava della mia famiglia, dei miei figli, soprattutto dell’ultimo, Andrea, che a volte lo andava a trovare per fargli da interprete con i suoi ospiti americani. Credo che Andrea non fosse un grande interprete, ma Monsignore mostrava di apprezzarlo e di essergli grato. Aveva attenzione e comprensione per questo ragazzo, lo gratificava e forse ricordava il lungo servizio come rettore del seminario minore della nostra città, durante il quale aveva avvicinato e formato tanti ragazzi. Ho avuto Monsignore anche come paziente: questo mi ha permesso di apprezzarne l’umiltà e la semplicità; soprattutto la pazienza, più vera negli ultimi tempi, quando la perdita della vista e dell’udito gli avevano precluso la lettura e la conversazione con gli altri. Non l’ho mai visto scoraggiato, mai lamentoso. Era sempre sereno e grato. Anche Renzo, mio marito, ha un bel ricordo; era con lui il giorno della sua morte. Così scrive: “La mattina fino alle 12 ero stato con lui nel tentativo di trovare un accesso venoso; avevo provato anche sul dorso della mano, quella mano che tante volte aveva benedetto, consacrato e assolto. Giusto tra i giusti, ha lasciato a Castello, a Gallio, a Gerusalemme la sua traccia. Uomo di poche parole, ben equilibrato, più propenso all’ascolto che al giudizio; sacerdote fino all’ultimo. Ho partecipato qualche volta alla celebrazione eucaristica nella sua casa, quando per motivi di vista e di postura non poteva più uscire. Anche in me ha lasciato la traccia della sua fede”.


Pensando a Monsignore mi vengono in mente le parole della Scrittura: “… se custodirai i miei precetti e non dimenticherai il mio insegnamento, lunghi giorni e anni di vita e tanta pace ti apporteranno … (Pr 3,1-2). Credo che il Signore lo abbia ricompensato così per la sua fedeltà, aggiungendo anche un ultimo dono: una nevicata abbondante e candida che copriva Città di Castello quando veniva condotto dalla sua casa in Cattedrale per le esequie funebri: lui che aveva lasciato le sue montagne innevate da bambino per rispondere ad una chiamata, ma non le aveva mai dimenticate. Marcella e Renzo Tettamanti


CAPITOLO XII UN ULIVO DA ISRAELE PER MONS. BENIAMINO SCHIVO

A

seguito della proposta fatta dal Presidente della Comunità ebraica Riccardo Pacifici, il 14 maggio 2012 ha avuto luogo a Città di Castello, presso il parco verde di via Leopoldo Franchetti, la cerimonia di piantagione di un ulivo giunto da Gerusalemme attraverso l’associazione Keren Kayemet le Israel, in memoria e in onore di don Beniamino per l’eroica azione di salvataggio compiuta a favore della famiglia ebrea Korn durante la seconda guerra mondiale. Erano presenti lo stesso Pacifici, il vescovo mons. Domenico Cancian, il rabbino Alberto Funaro, Lorella Zarfati, rappresentante dell’associazione Keren Kaiemet le Israel, il Sindaco di Città di Castello Luciano Bacchetta e il sindaco di Gallio Pino Rossi, accompagnato dai parenti di don Beniamino. Hanno partecipato gli alunni della scuola internazionale “San Filippo” della città umbra e quelli della scuola ebraica di Roma “Vittorio Polacco”. Erano presenti inoltre numerosissimi cittadini.


Hanno preso la parola le autorità civili e religiose, i cui discorsi si possono così riassumere: «Monsignor Schivo, un uomo, un sacerdote che ha speso la vita per gli altri, ha saputo vedere e scegliere il bene quando farlo significava mettere a repentaglio la propria vita. Viviamo in una società in cui l’indifferenza prevale sulla solidarietà. Mons. Schivo, in un momento molto buio per l’umanità, incurante del gravissimo rischio che correva, ha scelto la via del coraggio e della giustizia: motivo per il quale lo stato di Israele lo ha dichiarato “Giusto tra le Nazioni”. Ricordando che il suo alto valore morale lo trasfigura tra i più fulgidi esempi di grandezza morale, oggi sciogliamo il nostro debito di riconoscenza con questa cerimonia di messa a dimora di un ulivo in sua memoria», ha detto il Presidente Pacifici, cui ha fatto seguito il sindaco di Città di Castello dicendo: «Siamo qui per onorare la memoria di un grand’uomo che, con una azione eroica e in silenzio, la salvato una famiglia ebrea. Questo nostro gesto odierno è di straordinario valore civile, morale e politico, un seme gettato per allontanare dalla coscienza civile ogni germe velenoso di negazionismo, razzismo, rifiuto del diverso e della società aperta. Un gesto che onora Città di Castello».

Da sinistra: il sindaco di Gallio, il Vescovo e il sindaco di Città di Castello.


Toccanti le parole con cui il vescovo mons. Cancian ha tratteggiato la figura di don Beniamino: «E’ un momento storico molto bello quello che stiamo vivendo con la messa a dimora di questo ulivo che ricorda mons. Schivo e la sua testimonianza ecclesiale e civile e la sua attenzione soprattutto a persone che sarebbero morte senza il suo intervento. Tutto questo ci ricorda che la vita ha una possibilità di essere vissuta in maniera davvero bella e questo ci impegni a fare altrettanto. In momenti come questi in cui tocchiamo con mano le difficoltà, esempi luminosi come quelli di mons. Schivo, che ci riempiono di speranza e di gioia, ci provochino a vivere una vita di grande valore come la sua». Il prelato ha proseguito leggendo la testimonianza di Ursula Korn su quanto don Beniamino fece per salvare la vita alla sua famiglia: «Arrivati a Città di Castello ci affidarono a un sacerdote, Beniamino Schivo, che ci portò via di notte e ci fece camminare per 8 ore nelle campagne in mezzo al buio, ci nascose in un convento e noi donne fummo vestite da suore… Solo dopo parecchi mesi la guerra cessò e fummo finalmente liberi. Avevamo solo le nostre vite e per sempre dovrò dire grazie a quel sacerdote». Nel suo intervento, il sindaco di Gallio, Pino Rossi, ha così concluso: «E’ un onore per me e per la popolazione che rappresento essere presente a questa cerimonia in ricordo di mons. Schivo per la messa a dimora di questo meraviglioso ulivo proveniente da Gerusalemme, a testimonianza del bene da lui compiuto. Egli ci ha lasciato un fulgido esempio di carità verso il prossimo. Così come lui non ha mai dimenticato le sue radici – infatti ogni anno tornava a Gallio per trascorrere qualche giorno di vacanza tra le “sue” montagne – così noi non lo dimenticheremo mai e porteremo sempre nel cuore il suo ricordo» Il canto dei bambini ed il loro sorriso nel gettare una manciata di terra, mentre veniva messo a dimora l’ulivo, ha concluso la cerimonia.


L’ulivo è stato messo a dimora e una lapide di marmo ricorda l’evento.


Le pagine seguenti, pubblicate per cortese concessione della Società Editrice San Paolo, sono tratte dal libro di Peter Hellman “L’Albero dei Giusti”.


I MONSIGNOR SCHIVO

ALBERO 1580


Ursula Korn Selig – nata in Germania, cresciuta e salvata in Italia, gettata piuttosto controvoglia sui lidi americani all’età di ventiquattro anni – ricorda con precisione la molla che fece scattare in lei il tardivo, ma prepotente desiderio di rincontrare il proprio salvatore. Uschi, come la chiamavano al tempo della sua infanzia, stava ascoltando il telegiornale nel suo modesto appartamento di Marble Hill, un angolo fuori mano della zona occidentale di Manhattan. Era una sera del maggio 1985. Uschi vide uno spettacolo che la mandò su tutte le furie: il presidente Ronald Reagan in visita in Germania che depositava una corona di fiori presso il cimitero militare tedesco di Bitburg. Lì erano sepolti, assieme ai soldati della Wehrmacht, pure 419 membri delle SS. A differenza dei soldati, gli uomini delle SS si erano volontariamente vincolati alla fedeltà nei confronti di Hitler in virtù di un patto di sangue. Si trattava insomma di uomini che avevano espressamente scelto di prendere parte ai crimini nazisti. Non sempre è facile per un superstite di certe tragedie, per quanto grato ai suoi benefattori, mettersi a sedere e scrivere una lettera a Yad Vashem, per proporre la candidatura di uno di questi all’onorificenza di giusto delle nazioni. Benché la storia sia a lieto fine, ovvero l’opera di salvataggio sia andata in porto, malgrado lo scorrere dei decenni, l’irrompere del ricordo di fatti assai dolorosi può essere troppo difficile da affrontare. Così trascorrono gli anni, senza che il superstite dell’Olocausto trovi la forza di passare all’azione. Qual è allora «la molla che fa uscire allo scoperto il superstite», per dirla con Mordechai Paldiel, direttore del Dipartimento dei Giusti? Ecco la sua risposta: «A volte, un uomo perde la vita in un incidente d’auto e la moglie decide di sistemare le cose prima che sia troppo tardi: Così si mette a sedere per scriverci una lettera. Oppure un uomo si lamenta col proprio medico a causa di un dolore nella parte sinistra del corpo. Il medico non trova nulla sul piano clinico e domanda al paziente se per caso egli non soffra di tensione. Ora, a farlo sentire sotto pressione è l’ansia di chiudere un determinato cerchio».


Uschi è una donna piccola di statura, dal temperamento coraggioso e instancabile. Vive sola a Marble Hill dal 1977, ossia dall’anno in cui il marito Stanley cadde vittima di un attacco di cuore, appena uscito di casa, mentre era diretto al campo da tennis, in compagnia della moglie. Morì due settimane dopo. Il mese successivo morì anche la madre di Uschi, mentre il padre era deceduto cinque anni prima. Priva di fratelli e sorelle, senza figli, tre aborti spontanei alle spalle, Uschi si ritrovava a essere l’ultima superstite della sua famiglia. Ma lontano, in un’antica e graziosa cittadina italiana, circondata da mura, viveva ancora colui che in un certo senso rappresentava la sua autentica famiglia: un sacerdote alto, dai capelli bianchi e dal temperamento riservato, l’esatto opposto dell’esuberante Uschi: «E’ l’unico al mondo – spiega – a conoscere i miei pensieri, a volermi veramente bene». Uschi ricorda così la sua reazione guardando il presidente Reagan a Bitburg quella sera: «Ero a dir poco furiosa! Fu allora che decisi che, se il presidente si permetteva di onorare con fiori le tombe delle SS, allora io dovevo fare qualcosa per ricordare coloro che si erano trovati dalla parte opposta della barricata». Fu così che il giorno seguente Uschi scrisse una lettera a Yad Vashem, proponendo l’attribuzione a monsignor Beniamino Schivo dell’onorificenza di giusto delle nazioni. «So che non avrei dovuto attendere quarant’anni per compiere questo passo, ma ora devo farlo – scrisse Uschi -. Ogni gentile che si sia dimostrato disposto a rischiare la propria vita per salvare quella di un ebreo meriterebbe di essere onorato dai posteri in modo che il mondo non abbia mai a dimenticare questi nobili eroi. Vi prego, aiutatemi a fare il possibile per il mio amico e salvatore. Questa è la mia storia…». Sono molti i superstiti dell’Olocausto che rievocano un’infanzia ricca di calore e di amore. Un periodo sostanzialmente felice, malgrado la condizione di povertà, sino al momento del crollo totale. Uschi è sempre stata sin troppo consapevole di questo. La protagonista della nostra storia è nata nel 1925 a Breslavia, città all’epoca tedesca, poi ceduta alla Polonia nel 1945 (oggi chiamata Wroclaw). I suoi genitori, Paul e Joanna, erano entrambi di estrazione alto-borghese. Gente di mondo, insomma. «All’epoca – racconta Uschi-, un matrimonio tra persone di estrazione sociale molto diversa era pressoché impensabile». Ogni mattina, prima di recarsi a dirigere il grande magazzino di famiglia, Paul Korn si godeva una cavalcata. Sua moglie Joanna, racconta Uschi, era una donna bella e volitiva, che «acquistava i propri vestiti a Parigi, li indossava una volta sola per poi gettarli via». La famiglia Korn disponeva di personale di servizio: un cuoco, un maggiordomo e una bambinaia per Uschi. «I miei genitori non avevano tempo per me – racconta l’anziana signora -. Non cenavamo nemmeno insieme. Io prendevo sempre i pasti


con la governante». Si racconta che, di tanto in tanto, Uschi si mettesse a mordere la gente. Tanto per prendersi una pausa dalla propria tormentata vita matrimoniale, Joanna Korn decise di trascorrere un periodo a Berlino assieme a Uschi, nel 1932, presso i genitori e la sorella. Paul invece restò a casa, continuando a occuparsi dell’impresa di famiglia. Ma l’ora drammatica dell’avvento del III Reich si stava avvicinando , per cui il soggiorno berlinese fu breve. Nel 1934, la zia e i nonni materni di Uschi si trasferirono ad Alassio, splendida località di villeggiatura della Riviera italiana, ove avevano acquistato un albergo che dava sul mare, l’Imperiale. Grazie a un influente amico italiano, la famiglia era giunta nel nostro Paese munita di una lettera di raccomandazione firmata da Benito Mussolini, che la autorizzava a stabilirsi in Italia a tempo indeterminato, nonché a possedervi beni immobili. Uschi e sua madre raggiunsero i familiari in Italia nel 1935. Lì si sentivano al riparo dai guai che gli ebrei stavano passando in Germania. Il padre di Uschi, rimasto a Breslavia, si sentiva al sicuro. Avendo servito l’esercito tedesco durante la prima guerra mondiale col grado di ufficiale, non poteva immaginare che egli sarebbe stato considerato, di lì a poco, nemico del Reich. Né bastò a smuoverlo dal suo ottimismo un’aggressione, a suon di percosse, di cui fu vittima una notte, per mano delle camicie brune. Sul treno notturno, sul quale Uschi e la madre viaggiavano da Berlino a Milano con biglietto di sola andata, si verificò un incidente che la dice lunga sul fosco clima politico dell’epoca. Quando il treno fu in prossimità del confine svizzero-tedesco a Basilea, i poliziotti tedeschi preposti al controllo dei documenti rilevarono un’irregolarità nel passaporto di Uschi che, in ottemperanza alle leggi hitleriane, era marcato con una «J»4. La bimba e la madre, insieme ad altri passeggeri, ricevettero l’ordine di scendere dal treno: «A quel punto io cominciai a gridare come una pazza – ricorda Uschi – e non volevo saperne di smetterla. Avevo paura che mia madre mi lasciasse lì». Un passeggero suggerì a Joanna di calmare la bambina e di nasconderla dietro le tendine, nel compartimento di prima classe. L’uomo pensava che la polizia si sarebbe dimenticata della bimba. Infatti, andò proprio così. Le urla della bimba, una volta in Italia, si trasformarono in sorrisi. «Da parte degli italiani fui trattata sempre e soltanto con estrema gentilezza», afferma Uschi. Le foto risalenti all’epoca mostrano una ragazzina snella, felina, che passeggia lungo l’elegante spiaggia ornata di palme, in compagnia dei nuovi amici, per lo più ragazzi dai capelli scuri impomatati all’indietro. Dopo sei mesi di lezioni private di italiano, 4

«J»stava per Jüdin, «ebrea» [ndt]


Uschi fu iscritta a un ginnasio pubblico. L’unico aspetto spiacevole consisteva nell’obbligo di lasciare la classe durante le lezioni di religione. «Perché sono diversa?», si chiedeva la ragazzina. In realtà, in Germania, sin da quando le finestre della sua scuola ebraica erano state infrante a sassate, durante gli ultimi giorni della sua permanenza in patria, ella aveva compreso perché era «diversa». Attorno al 1939, anche Paul Korn, espulso dalla Germania, raggiunse la famiglia ad Alassio. Giunse nel momento peggiore: dopo aver rifiutato per anni di emulare l’esempio tedesco, l’Italia adottò improvvisamente una legislazione antisemita, nel novembre del 1938. Fu così che gli ebrei furono allontanati dalle professioni chiave e dalle scuole, nonché privati del diritto di possedere beni immobili. I nonni materni di Uschi furono costretti a vendere l’appartamento di loro proprietà a Milano. Uschi rievoca l’imbarazzo dell’acquirente, un ufficiale dell’aeronautica italiana, al momento dell’acquisto ad un prezzo bassissimo, nel quale erano tra l’altro compresi «i bei mobili, i tappeti, nonché la cristalleria che i miei nonni si erano dati la pena di portare da Berlino». Furono costretti a vendere pure l’albergo di Alassio. La famiglia, privata così dei suoi beni, si trasferì in una villa presa in affitto, situata di fronte all’albergo. Pochi giorni dopo, Paul Korn venne arrestato «e condotto in una località segreta», racconta Uschi. Due giorni dopo, fu il turno delle donne: Uschi, sua madre, sua zia e la cugina vennero ammanettate dai carabinieri. «Portai con me soltanto una valigetta, l’orsacchiotto e un album di fotografie», ricorda Uschi. Le donne furono portate in treno fino a Perugia, la città sulle colline umbre dalle tuttora solide mura etrusche antiche di 2500 anni. Alcune religiose presiedevano il carcere femminile. Uschi ricorda che la suora che venne ad aprire il portone scrutò con severità quelle donne elegantemente vestite e chiese: «Che hanno fatto?». «Nulla», rispose uno dei carabinieri, per nulla felice del dovere che era costretto a compiere. «Sono ebree». Joanna Korn e sua sorella dovevano essere separate dalle figlie, ma lei insistette perché restassero assieme. «Allora fummo sistemate tutte insieme in una grande cella, destinata ad ospitare carcerate incinte», racconta Uschi. Il vitto era scadente. «Mia madre aveva nascosto un po’ di denaro nella sottoveste. L’usò per acquistare cibo migliore». I pasti erano serviti da una giovane detenuta «molto simpatica» che indossava l’uniforme da carcerata. «Come mai ti trovi qui?», le chiese Uschi. «Ho ucciso il mio fidanzato», rispose. I detenuti cattolici frequentavano giornalmente un corso biblico, tenuto dalle suore. Curiosamente, agli ebrei era stata assegnata la lettura de La Capanna dello


Zio Tom. La famiglia di Uschi si venne a trovare in compagnia di migliaia d’altri ebrei, stranieri e residenti in Italia, arrestati «per solidarietà» nei confronti di Hitler, a seguito della guerra dichiarata da Mussolini agli Alleati nel giugno 1940. Gli italiani tuttavia portarono avanti tale politica repressiva a modo loro, rivelando una certa tendenza a lenire le sofferenze imposte alle vittime. Piuttosto che mantenere gli ebrei in stato d’arresto, il governo preferiva applicare loro la misura del rilascio sotto libertà vigilata. Il che stava a significare che gli ebrei venivano alloggiati in appartamenti, abitazioni e camere d’albergo vacanti, disseminati in tutto il Paese. L’affitto era pagato e veniva inoltre corrisposta loro un’indennità per i pasti giornalieri. A coloro che disponevano di denaro era poi permesso di migliorare la loro condizione. Comunque erano tutti sottoposti all’obbligo di presentarsi presso il locale ufficio di polizia al mattino, al pomeriggio e alla sera. Quanto ai cittadini italiani di razza ebraica, essi non vennero arrestati nella prima fase della repressione antisemita, tuttavia si ritrovarono privati del posto di lavoro, della proprietà e dei principali diritti civili. Dopo una settimana trascorsa in carcere, Uschi e la madre vennero trasferite in una cittadina di nome Collazzone. Qui ricevettero un assaggio dell’inimitabile maniera italiana di fare la guerra agli ebrei. Uschi fu colpita da un forte mal di denti. A seguito d’accordi intercorsi tra il locale ufficio di polizia e le autorità di Roma, le fu combinato un appuntamento presso un dentista di Perugia (a Collazzone non ce n’erano). «Viaggiai in autobus fino a Perugia – ricorda Uschi -, sotto la sorveglianza di due carabinieri in guanti bianchi». Quella settimana seguirono vari viaggi, nel corso di uno dei quali il dentista, secondo Uschi un antifascista, chiese alle guardie se non si vergognassero di scortare una tale «criminale». In effetti, quegli uomini parevano assai imbarazzati. Così, per gli appuntamenti successivi, a Uschi fu permesso di recarsi a Perugia da sola, sul proprio onore. Avrebbe potuto andare molto peggio. Se Uschi avesse avuto la sventura di trovarsi nella vicina Francia, per esempio, avrebbe dovuto subirsi il mal di denti incarcerata da una rete di filo spinato, simile a quello che correva lungo tutti i campi di internamento quali Gurs, Riversaltes e Compiegne. Si trattava di luoghi sporchi e miserabili, che costituivano il primo passo in direzione di Auscwitz. Migliaia di internati ebrei di nazionalità straniera morirono di malattia e malnutrizione in quei campi amministrati da francesi, e non da tedeschi. Gli italiani – ciò resterà a loro merito in eterno – non arrivarono mai a trattare gli esseri umani in quel modo. Oltre alla spoliazione delle proprietà, il trattamento riservato dalle autorità italiane agli ebrei consisteva in uno stillicidio di infinite, piccole umiliazioni. A Collazzone, ad esempio, i Korn dovevano recarsi a firmare alla stazione di polizia quattro volte al giorno. Come se tutto ciò non bastasse, il comandante si recava inoltre a casa loro per controllare se rispettassero il coprifuoco, imposto a partire dalle otto di sera.


Ancora, si premurava di controllare le amicizie di Uschi con parecchi adolescenti della città: agli ebrei era proibito socializzare con persone appartenenti alla razza ariana. «Ci incontravamo al di fuori del paese – raccontava Uschi –. Alle volte il comandante della polizia arrivava in bicicletta, e noi dovevamo nasconderci fra i cespugli». Il parroco del villaggio, a differenza del comandante, si mostrava gentile nei confronti degli ebrei ospiti della cittadina. Rivolgeva spesso la parola a Uschi, violando apertamente le disposizioni in materia. Quando i Korn stavano per essere trasferiti a Città di Castello, il sacerdote la invitò a contattare un suo vecchio compagno di studi teologici, diventato rettore del seminario vescovile. «Si chiama don Beniamino Schivo. Andate a trovarlo e salutatelo da parte mia – insistette il sacerdote –. E’ un uomo sul quale potete veramente contare». Questo consiglio estemporaneo, proveniente da un sacerdote di cui Uschi ha dimenticato il nome, avrebbe significato per i Korn la differenza fra la salvezza e la fine pressoché certa in una camera a gas.

Città di Castello è un agglomerato medievale racchiuso da mura, che oggi conta 38.000 abitanti. Il Tevere scorre pigramente attraverso la zona occidentale della città, il cui nome latino, che deriva appunto dal fiume, era Tiphernum. Questa regione si chiama Alta Valle del Tevere. A est si trovano le Marche, i cui monti e colline normalmente si ritrovano innevati nel periodo che precede Natale. Il treno non ferma più a Città di Castello, isolata dai principali itinerari turistici. Chi visita Assisi e Perugia raramente fa tappa qui. Le ventose strade della città si fanno via via più strette, ornate da graziosi archi che congiungono tra loro gli antichi edifici. Dappertutto, chiese e alte mura conventuali. Anche di giorno, la maggior parte degli abitanti tiene chiuse le verdi persiane. Nelle fresche sere d’autunno, dai muri di pietra sembra emanare l’odore dei caminetti accesi. Mentre quasi tutto il resto del mondo sembra aver adottato la moda delle scarpe da ginnastica, a Città di Castello persino gli adolescenti che si ritrovano in piazza Gabriotti indossano ancora raffinate scarpe di cuoio, probabilmente simili a quelle usate da Romeo e Giulietta. Città di Castello è rinomata per i numerosi palazzi seicenteschi di proprietà della famiglia Vitelli. Nel palazzo principale, oggi Museo comunale dell’arte, vi è una piccola finestra che sovrasta un arco che domina la strada. La storia racconta che Laura, moglie di Alessandro Vitelli, avesse l’abitudine di osservare i giovani aitanti. Quando poi intendeva attirarne uno a sé, soleva lasciar cadere il fazzoletto. Al giovanotto, dopo qualche ora di felicità con Laura, veniva indicata una porta. Da lì, però, si cadeva in strada. Se il malcapitato sopravviveva alla caduta, i paggi di Laura


piombavano su di lui per assicurarsi che non avrebbe mai potuto raccontare la sua avventura. Uschi aveva quindici anni quando giunse con la madre a Città di Castello, all’inizio del 1941. Lì le due donne si ricongiunsero con Paul Korn, appena rilasciato da un campo di concentramento vicino a Salerno. Alla famiglia venne assegnata una sola stanzetta in un edificio nei pressi del Duomo. L’affitto era a carico del governo. Al pari di tutti gli altri, ai Korn venivano forniti buoni pasto. In ottemperanza alle leggi razziali, a Uschi era permesso di frequentare esclusivamente una scuola ebraica. Tuttavia a Città di Castello non vi erano istituti di questo genere e i pochi ebrei che vivevano lì erano stati, come i Korn, deportati da altro luogo. Agli adulti era impossibile lavorare. La loro attività principale consisteva nel presentarsi presso la locale stazione di polizia quattro volte al giorno. Non avendo nulla da perdere, Uschi una mattina si incamminò in direzione del seminario vescovile, un palazzo dall’aspetto austero, nel quartiere nord-occidentale della città. Bussò al grande portone scuro e sulla soglia apparve una suora dall’aspetto poco amichevole. «Sono venuta a trovare il rettore», disse Uschi. La religiosa esitava. Che cosa poteva mai avere in comune una ragazza adolescente col rettore di un seminario maschile? Tuttavia Uschi non venne cacciata via, anzi fu condotta in una grande sala. Il rettore fece il suo ingresso attraverso una porta laterale che dava sul suo studio. «Era alto e biondo – ricorda Uschi –, indossava un cappello rotondo e una lunga tonaca nera. Sin dal primo momento, sentii che era la persona più gentile che avessi mai incontrato». Schivo, da parte sua, ricorda così quella prima visita: «Aveva l’aria di una ragazza di buona famiglia. Ci mettemmo a conversare , ma essa non mi chiese nulla benché, data la sua situazione, non avesse nulla». Schivo aveva all’epoca trentun anni. Si noti che Uschi era la prima persona ebrea che incontrava in vita sua. Da ragazzo lo stesso Schivo era stato un rifugiato. Nato da una famiglia contadina di Gallio, una cittadina dell’altopiano veneto, Schivo perse il padre in tenerissima età: di lui non conserva, infatti, alcun ricordo. La madre ben presto si risposò. Vista l’impossibilità di godere di un tenore di vita decente in patria, la famiglia emigrò in Bosnia, per poi finire internata in un campo profughi subito dopo lo scoppio della prima guerra mondiale: com’è noto, l’Italia era entrata in guerra al fianco dell’Intesa e contro l’impero austroungarico, del quale la Bosnia faceva parte. «Parecchi contadini italiani furono internati in Bosnia – racconta Schivo –. Eravamo trattati male». In capo ad un anno la famiglia fu rilasciata. All’età di sei anni, Schivo cominciò


a frequentare le lezioni, che erano tenute in serbo-croato. A casa, si parlava sia l’italiano sia il dialetto veneto. «La mia formazione è stata veramente multietnica – racconta Schivo –. Turchi e musulmani erano in maggioranza, i cattolici in minoranza. Non disponevamo neppure di una chiesa». Quando, alla fine della guerra, la sua famiglia tornò in Veneto, Schivo corse il rischio di restare in Bosnia. «Vi era grande confusione nella stazione ferroviaria – ricorda –. Credevo di stringere la mano di mia madre, ma, quando guardai in alto, mi resi conto di trovarmi invece assieme a un’estranea. Un treno stava per uscire dalla stazione. A quel punto decisi di prenderlo al volo, piuttosto che restar lì a non far nulla. Fu così che ritrovai i miei genitori». L’episodio è emblematico del carattere risoluto di Schivo, che il futuro religioso ha sempre rivelato, sin dall’infanzia. Qualunque bambino di quell’età, resosi conto dell’assenza della madre, sarebbe rimasto dov’era, scoppiando in lacrime. Invece Schivo si mostrò già allora all’altezza della situazione. Soltanto dopo il suo ritorno in Italia Schivo si trovò ad assistere alla prima Messa della sua vita. «La maggiore emozione che provai all’epoca fu la curiosità – racconta –. Ero incantato dallo spettacolo». Il passaggio all’insegnamento in lingua italiana sulle prime gli creò delle difficoltà, e la sua istruzione fu aiutata dal parroco locale, che gli faceva da precettore. Nel 1923 Beniamino restò impressionato dalla predica di un sacerdote del luogo che era stato trasferito a Città di Castello. Il religioso chiese se, per caso, qualche ragazzo tra i presenti fosse interessato a frequentare la scuola del seminario. «Fui il solo a farmi avanti», racconta Schivo. Così cominciò i suoi studi ad Assisi, all’età di quattordici anni. Studente modello, invece di essere assegnato a una parrocchia fu destinato alla formazione dei sacerdoti. Aveva appena venticinque anni quando fu nominato rettore del seminario vescovile di Città di Castello, dove gli fu affidata la responsabilità di cinquanta ragazzi. La vita scorreva tranquilla a Città di Castello, ma era tuttavia dura per i pochi ebrei internati lì. Paul e Joanna Korn, nella loro condizione di ozio forzato, trascorrevano le giornate tra preoccupazioni e litigi. Pure Uschi era inattiva, il che non sfuggì all’attenzione di Schivo. Egli non aveva la possibilità di liberarla dall’internamento, tuttavia un giorno chiese alla ragazza, la quale gli faceva visita regolarmente ogni settimana, se le sarebbe piaciuto frequentare il ginnasio, nonostante la proibizione al riguardo da parte delle leggi razziali italiane. Di fronte alla proposta, Uschi si mise a saltare di gioia. Schivo le combinò allora un appuntamento col vescovo locale, monsignor Filippo Maria Cipriani.


Uschi venne così iscritta in un collegio retto da suore benedettine. Era la sola allieva esterna. Essere l’unica alunna ebrea in una scuola cattolica avrebbe potuto rivelarsi un’esperienza penosa, ma Uschi, vivace e affabile, fu accolta senza problemi dalle compagne e trattata bene dalle religiose, specialmente da suor Anselma, insegnante di francese, spagnolo e latino. Donna dalla mentalità aperta, di gran classe e di buona famiglia, ella aveva scoperto tardi la vocazione religiosa, quando aveva già trent’anni. «Suor Anselma mi voleva veramente bene», ricorda Uschi. Così ogni mattina, alle otto, Uschi si incamminava verso il convento, che distava appena cinque isolati dalla sua abitazione, e suonava il campanello. «Non vedevo l’ora di essere a scuola», racconta. A differenza delle compagne, Uschi lasciava l’istituto all’una. Il vescovo aveva ottenuto per la ragazza l’esonero dall’obbligo di presentarsi ogni giorno alle dodici presso la locale stazione di polizia. Tuttavia Uschi continuava a presentarsi al mattino, al pomeriggio e alla sera. Per quanto le piacesse, la scuola non era comunque tutta la sua vita. Uschi aveva, infatti, stretto amicizia con il gruppo di studenti che si incontravano da Paci, la libreria antifascista situata nell’odierna piazza Matteotti. Uno di loro, un bel giovane gentile dall’aria misteriosa, studente di chimica dal nome Giovanni Bianchini, divenne il suo ragazzo, malgrado l’opposizione di Joanna Korn. «In realtà Giovanni piaceva molto a mia madre – precisa Uschi –, ma a noi ebrei era proibito frequentare persone di razza “ariana”. Mia madre in realtà temeva che io finissi col procurare guai alla famiglia. Chiesi allora consiglio a monsignor Schivo, il quale si guardò bene dal raccomandarmi di troncare il rapporto col giovane: si limitò a invitarmi alla prudenza». In virtù delle leggi razziali varate nel 1938, l’Italia fu il primo Paese europeo ad aderire alla guerra scatenata da Hitler contro gli ebrei. Tuttavia, nei cinque anni successivi, il governo italiano si adoperò soprattutto per contenere le pressioni tedesche finalizzate a stringere sempre più il cappio. Questo atteggiamento fu esteso, oltre i confini del nostro Paese, anche ai territori occupati dalle armate italiane, come la Grecia e la Jugoslavia. Mentre si calcola che, alla fine dell’estate del 1943, oltre centomila ebrei erano stati scovati in Francia, Belgio e Olanda e quindi avviati alla deportazione, nei territori controllati dagli italiani nessuno aveva subito tale triste sorte. Migliaia di ebrei, ad esempio, trovarono rifugio nei sette dipartimenti della Francia sud-orientale occupati dagli italiani, in particolare in quello di Nizza. Malgrado le pressioni tedesche, gli italiani continuarono ad accampare scuse per eludere le loro richieste di mettere i cittadini ebrei agli arresti. Tutto ciò mentre la polizia di Vichy, nel resto della Francia, si dava un gran da fare per consegnarli ai tedeschi, destinazione Auschwitz.


Proprio in quel periodo, alla fine dell’estate del 1943, si verificò una drammatica svolta per quanto riguarda la condizione degli ebrei in Italia. Il 3 settembre di quell’anno, le forze alleate occuparono il Sud dello Stivale e iniziarono la loro marcia verso nord. Il maresciallo Pietro Badoglio, succeduto da quarantacinque giorni, alla fine di luglio, nella guida del governo all’ormai sempre più impopolare Mussolini, non aveva nessuna intenzione di continuare la guerra in patria, dopo il tragico esito della campagna di Russia condotta a fianco dei tedeschi. L’8 settembre il nuovo governo annunciò la firma dell’armistizio con gli Alleati. Per tutta risposta Hitler riversò le sue truppe di occupazione nel Paese e nella Francia italiana, creando lo stato-fantoccio della Repubblica Sociale di Salò, formalmente presieduta da Mussolini. Assieme alle truppe regolari giunsero gli uomini delle SS specializzati in deportazioni, i quali si mossero assai rapidamente. Sabato 16 ottobre un gruppo di loro fece irruzione nella comunità ebraica di Roma e arrestò 1259 persone: 896 di loro erano donne e bambini. Tra le vittime, alcuni facevano risalire le loro origini agli ebrei deportati a Roma da Gerusalemme nel 70 d.C. a seguito del saccheggio della Città Santa e della distruzione del secondo tempio ad opera del generale romano Tito. Ora la destinazione di questi membri della più antica comunità ebraica d’Europa era Auschwitz, ove giunsero una settimana dopo l’irruzione. Centoquarantanove persone furono risparmiate per essere destinate ai lavori forzati, mentre gli altri finirono nelle camere a gas. I Korn ebbero modo di rendersi conto della nuova, tremenda situazione anche nella pur pacifica Umbria, una sera di quello stesso ottobre. Un poliziotto li aiutò recandosi in visita da loro, per avvisarli che alle sei di mattina del giorno seguente sarebbero stati arrestati e tradotti in carcere a Perugia, sotto il controllo delle SS. «Fate attenzione» disse il poliziotto, poi se ne andò. All’epoca della prima ondata di arresti scatenata contro gli ebrei di cittadinanza straniera, Joanna Korn aveva preso in seria considerazione l’idea di trovare rifugio nella neutrale Svizzera passando attraverso le Alpi, ma il marito non si era mostrato d’accordo. Ora tale prospettiva era assolutamente irrealizzabile: «Non avevamo né documenti né denaro», spiega Uschi. A causa del coprifuoco, la ragazza non osava nemmeno presentarsi a Schivo per chiedere ancora una volta consiglio. La famiglia fu di nuovo portata via in manette, come era già successo ad Alassio tre anni prima. Uschi ricorda che i carabinieri si scusarono per il ricorso a tale umiliante misura. Seimilaottocento ebrei residenti in Italia erano destinati alla deportazione. Tutto lasciava pensare che i Korn sarebbero stati tra questi, quando a Perugia avvenne il miracolo. A causa del flusso continuo di ebrei che giungevano da parecchi paesi e città, il carcere delle SS era pieno zeppo. I Korn vennero quindi


rimandati a Città di Castello, con l’ordine di restarvi sino a nuova disposizione. Non immaginavano nemmeno che cosa era stato loro risparmiato. Presto Beniamino Schivo sarebbe diventato il salvatore dei Korn: sino alla sera precedente, la necessità non si era ancora palesata. A Uschi sembrava già molto ciò che egli aveva fatto per lei, offrendole assieme al vescovo la possibilità di frequentare una scuola regolare, oltre a essere l’unica persona al mondo alla quale potesse «aprire il mio povero cuore». Così la ragazza non perse tempo e, non appena tornata da Perugia, corse a bussare alla porta del Seminario. «E’ tempo di prepararsi», le annunciò subito Schivo. Il giorno stesso, il religioso si consultò col vescovo Cipriani, il quale si disse d’accordo sulla necessità di nascondere la famiglia. Quindi affidò a Schivo il compito di elaborare un piano atto allo scopo e di portarlo avanti. «Mi trovai così ad affrontare il problema – afferma Schivo con naturalezza – e cercai di escogitare il modo migliore per risolverlo». La soluzione più ovvia sarebbe stata la ricerca di un nascondiglio all’interno di quel labirinto che erano le proprietà della Chiesa locale. Tuttavia Schivo sentiva che la famiglia sarebbe stata maggiormente al sicuro al di là delle mura. Aveva pensato anche a un posto preciso. Sulle colline, nella zona orientale, vi era una sorta di eremo, normalmente utilizzato d’estate per ritiri spirituali, di proprietà delle suore salesiane, il cui convento era attiguo al seminario. L’eremo, chiamato Pozio, in quel periodo era già chiuso. «Pensai che quel luogo sarebbe stato il più sicuro», afferma Schivo «poiché non vi erano strade che conducessero lì, solo un sentiero. Le religiose più anziane raggiungevano il luogo servendosi di un carro trainato da buoi, mentre le più giovani andavano a piedi, il che richiedeva sette ore di marcia. Mi pareva impossibile che i tedeschi potessero arrivare fin lassù». Di fronte all’esplicita richiesta di Schivo, la madre superiora esitava, ma a seguito delle sue gentili pressioni, acconsentì a consegnargli la chiave dell’eremo montano. Schivo, in compagnia di un giovane seminarista, scortò i Korn sino alla meta. A loro si aggregò il fidanzato di Uschi, Giovanni. Alcuni mesi prima, egli era stato richiamato alle armi e, dal momento che era studente universitario, era stato fatto ufficiale. «Come seppe dell’armistizio», racconta Uschi, «invitò i suoi soldati ad abbandonare l’uniforme e a tornare a casa. Lo stesso fece anche lui». In quanto disertore, Giovanni correva il rischio di essere fucilato. Né mancavano scagnozzi fascisti già sulle sue tracce. I Korn e Giovanni, scortati da Schivo e dal suo assistente, affrontarono così il faticoso viaggio sulle colline, portando con sé soltanto lo stretto necessario per la sopravvivenza. A trovarsi particolarmente in difficoltà fu Paul Korn. «A un certo


punto si mise a sedere e non voleva più proseguire», ricorda Uschi. Se l’uomo avesse saputo delle ambasce che attendevano la famiglia a Pozio, non si sarebbe mai riusciti a convincerlo a proseguire. Per ben due anni, i Korn avevano vissuto tristemente relegati in una stanzetta. Ora, esausti a seguito della lunga scalata, si trovarono a essere i soli abitanti di un intero convento. In altre circostanze, si sarebbe trattato di un posto idilliaco per una vacanza, se si pensa alla splendida vista sui boschi delle Marche. Ma un freddo vento autunnale penetrava nell’edificio, che non era attrezzato per l’inverno: la corrente elettrica era stata tolta, i letti e quasi tutti i mobili erano stati portati via per l’inverno. Le persiane dovevano essere tenute chiuse. Dopo la partenza dei sacerdoti, i Korn e Giovanni si ritrovarono al buio, intirizziti. In una casetta di pietra adiacente al convento viveva con la sua famiglia un fido guardiano di nome Lazzaro. Schivo si era accordato con lui affinché portasse alla famiglia un pasto al giorno, a mezzanotte. «Preferiva che neppure la moglie e i figli sapessero che noi ci trovavamo là», racconta Uschi. «Ogni sera, Lazzaro aspettava che i suoi familiari si addormentassero, per portarci minestra e pane, alle volte anche pasta, senza però mai eccedere nella quantità, poiché la moglie non doveva accorgersi del calare delle provviste». Era stato convenuto un segnale preciso per l’arrivo di Lazzaro: tre colpi alla porta. «Non morivamo di fame, ma l’appetito non mancava mai», ricorda Uschi. Rovistando in cantina, la ragazza aveva scovato una provvista di patate, presumibilmente dimenticata dalle suore al momento della loro partenza. «Le mangiammo crude, come animali», ricorda Uschi. Giovanni fece diversi viaggi in città, tornando ogni volta con provviste ulteriori di cibo, generi sanitari e – colmo del lusso – coperte! Se solo ci fossero stati anche i letti… Sebbene l’eremo si trovasse in posizione di splendido isolamento in cima a un promontorio, talvolta alcuni contadini alla ricerca di cibo sulle colline passavano sulla mulattiera. Se avessero scorto qualche segnale di vita provenire dal convento chiuso, immediatamente sarebbero stati presi da curiosità. Tuttavia, Uschi e Giovanni sfidavano il rischio di essere scoperti ritirandosi, di tanto in tanto, in un giardino cintato da mura nel retro del convento. La vigilia di Natale del 1943 fu un’altra notte fredda e solitaria. Giovanni si trovava a casa del padre per trascorrervi le vacanze. A mezzanotte, i Korn udirono i soliti tre colpi alla porta. Convinti che, come al solito, si trattasse di Lazzaro, fornito di minestra e di pane, aprirono la porta. Ma non trovarono Lazzaro sulla soglia, bensì Beniamino Schivo! In quella giornata di festa, che avrebbe dovuto trascorrere in chiesa, il giovane religioso aveva deciso di avventurarsi a piedi fino a Pozio, dopo il calare delle tenebre, per regalare ai Korn un sacco pieno di provviste natalizie. Schivo indossava abiti da contadino ed era la prima volta che Uschi lo vedeva senza


tonaca. Con lui vi era lo stesso giovane seminarista che li aveva accompagnati a Pozio in autunno. «Sono venuto a trascorrere la notte di Natale con voi», spiegò Schivo. Restò con la famiglia fino alle cinque del mattino. Con lo stesso gusto col quale si erano avventati sui cibi freschi, i Korn accolsero la notizia della lenta risalita degli Alleati lungo lo Stivale. Schivo avrebbe poi rievocato quella notte di Natale cinquantacinque anni dopo, offrendo la sua testimonianza al progetto diretto da Steven Spielberg dedicato ai sopravvissuti della Shoah5. Le condizioni di vita dei Korn furono da lui definite «deplorevoli»: «In considerazione della classe sociale cui apparteneva la famiglia in questione e del benessere di cui avevano goduto in Germania e in Italia prima della guerra, lascio immaginare quanto dovesse essere duro per loro essere soggetti a tali privazioni. Quando ripenso al loro soggiorno a Pozio, ancora oggi non posso fare a meno di provare tristezza. Ma a quel punto, l’importante era riuscire a sopravvivere, nell’attesa dell’arrivo degli Alleati». Schivo voleva essere lontano da Pozio prima che giungesse l’alba: il rischio di essere scoperto era grande. Il religioso e il seminarista decisero quindi di attraversare i boschi, evitando la strada normale. «Infatti, se ci fossimo incamminati lungo la mulattiera – racconta l’anziano monsignore –, qualche contadino di passaggio avrebbe potuto vederci. D’altra parte, ogni volta che passavamo di fronte a una fattoria, un cane si metteva ad abbaiare». Quando giunsero infine al seminario, la mattina di Natale sul tardi, avevano già nelle gambe quindici ore di marcia. All’inizio del 1944, la madre superiora delle suore salesiane si rivolse a Schivo per esternargli la propria preoccupazione: se i Korn fossero stati scoperti a Pozio, ciò avrebbe potuto significare guai seri per le sue suore, da parte dei fascisti oppure dei tedeschi, i quali si stavano avvicinando a Città di Castello. Non più disposta a sopportare il peso di tale responsabilità, la religiosa chiese la restituzione della chiave. «Naturalmente comprendevo la sua preoccupazione per l’incolumità delle suore», ricorda Schivo. Tuttavia salvare la vita dei Korn era e restava per lui l’obiettivo principale. Il sacerdote dispose sì la restituzione della chiave alla madre superiora, ma non prima di essersi procurato un duplicato per i Korn. In via precauzionale, Schivo dispose pure il trasferimento della famiglia presso un edificio adiacente al convento, piccolo e privo di finestre, munito di un forno in cui le religiose cuocevano il pane. Così, se qualcuno fosse entrato nel convento, lo avrebbe trovato vuoto. «Ci sedevamo sul pavimento, nell’oscurità – ricorda Uschi –, guardandoci in faccia e domandandoci che cosa sarebbe successo il giorno 5

Si tratta della Survivors of the Shoah Visual History Foundation, creata dal regista statunitense nel 1994 allo scopo di raccogliere una banca dati audiovisiva contenente le testimonianze dei sopravvissuti all’Olocausto [ndr].


successivo. Per i miei genitori, grida e litigi erano all’ordine del giorno. La situazione varcava i limiti della nostra capacità di sopportazione, stavamo lentamente impazzendo». Col senno di poi, la scelta di trasferire la famiglia nell’edificio del forno doveva rivelarsi assai saggia. Una notte, i Korn udirono grida in tedesco, provenienti dall’esterno: era una pattuglia che stava perlustrando il convento, valutando la possibilità di installarvi il quartier generale del feldmaresciallo Kesserling, le cui forze stavano allora opponendo una tenace resistenza all’avanzata alleata lungo lo Stivale italiano. I tedeschi bussarono con forza alla porta di Lazzaro, reclamando la chiave del convento. L’uomo, di natura prudente, in quell’occasione si rivelò astuto: spiegò, infatti, che sarebbe stato ben felice di fornire loro la chiave, il problema era che non l’aveva. Perciò avrebbe dovuto recarsi a Città di Castello il mattino successivo, per ritirarla dalla madre superiora. Ciò detto, offrì vino della sua cantina ai soldati, i quali, dopo aver bevuto, se ne andarono contenti. Poi Lazzaro bussò tre volte alla porta dei Korn per comunicare loro le novità. I Korn sloggiarono in fretta e furia il mattino seguente, in compagnia di Giovanni. Era già tardo pomeriggio quando raggiunsero i dintorni di Città di Castello. Scorgendo una pattuglia tedesca lungo la strada, si rifugiarono in un cimitero circondato da alte mura, per uscire quando era ormai buio. Un soldato tedesco attraversò la strada e si avvicinò al gruppetto. «A quel punto pensai veramente che fosse finita – racconta Uschi –. Una famiglia ebrea e un disertore italiano! Invece, il tedesco si limitò a chiedere: “Fiammifero?”. Voleva solo accendersi una sigaretta». Giovanni tornò a casa e i Korn si avviarono al seminario. Bastò bussare una volta sola e subito Schivo venne ad aprire la porta, «giusto in tempo per farci scivolare all’interno», spiega Uschi. Sebbene fosse una donna forte, Joanna Korn svenne, cadendo sul pavimento di pietra, probabilmente più per la tensione che per la fatica. Ma Schivo aveva già pronto un nuovo piano, «nuovi buchi in cui nasconderli», per dirla con le sue parole. Egli aveva già mandato in avanscoperta il suo fidato seminarista presso un contadino che viveva sulle colline a nord della città, per sondare la possibilità di nascondere lì Paul Korn. Nel frattempo, nascose l’uomo in una stanza all’ultimo piano di una palazzina disabitata che si trovava di fronte al seminario. Al tempo stesso, organizzò il soggiorno di Uschi e della madre presso il vicino convento del Sacro Cuore. Uschi ricorda di essere stata condotta attraverso lunghe sale fino a un’ala disabitata e remota del convento. Le donne vennero custodite in una stanza al secondo piano, non prima di essere vestite da capo a piedi nel caratteristico abito bianco e nero delle religiose. Non dovevano lasciare quella


stanza per nessun motivo; sarebbe stata sempre la stessa religiosa, suor Lucina, a portare loro i pasti, due volte al giorno. Nessun altro doveva avere contatti con loro. Il cambiamento di vita fu enorme: per la prima volta, dopo mesi, le Korn non ebbero più a soffrire freddo e fame. Uschi spiega che le suore, grazie al loro rapporto d’amicizia con i contadini della zona, non erano mai sprovviste di cibo. Era in particolare la pasta calda, che Lucina consegnava regolarmente loro per pranzo, a piacerle. Per di più, ora che erano vestite da religiose, le Korn potevano perfino permettersi il lusso di aprire le finestre alla luce del giorno, godendo così di una piacevole vista sui campi. Nel convento vi era una religiosa assai incuriosita dalle due strane «suore» che risiedevano nell’ala isolata del convento e che non prendevano mai i pasti in compagnia delle consorelle. Una sera, questa si arrampicò su una scala e giunse fino alla finestra. «Chi siete?», chiese la religiosa senza mezzi termini. «Sorelle di Milano – rispose Uschi in perfetto italiano –. Il nostro convento è stato bombardato». Apparentemente soddisfatta, la religiosa scese la scala e se ne andò. Una mattina del giugno 1944, Uschi disse alla madre: «Mutti, sento rumore d’aeroplani. Forse stanno bombardando Firenze». Un attimo dopo la verità si palesò da sola: «Stavano bombardando noi!». Le due donne si rifugiarono sotto il letto, mentre l’incursione sconquassava la città a ondate. «Non mi preoccupavo tanto per me – racconta Uschi –, quanto piuttosto per don Schivo. Se fosse successo qualcosa a lui, noi saremmo stati sicuramente perduti». Alla fine della giornata, quando i bombardieri se n’erano andati, si sentì bussare alla porta. Le donne credevano che fosse suor Lucina: invece era Schivo. Il religioso voleva accertarsi che le donne fossero sane e salve, e far sapere loro che il padre era incolume. «Ha visto Giovannino?», chiese Uschi, usando il diminutivo affettuoso. Schivo scosse la testa. Qualche ora più tardi, tuttavia, il religioso tornò accompagnato dal ragazzo. «Aveva raccontato alle suore che Giovannino era un elettricista – racconta Uschi –. Altrimenti a un giovanotto non sarebbe mai stato permesso l’accesso al convento». I bombardamenti divennero un fatto consueto, quel mese di giugno. Schivo licenziò i suoi studenti e trasformò il primo piano del seminario in un ospedale, sul modello di quello di Città di Castello requisito dai tedeschi. «Misero alla porta tutti i pazienti, gettandoli in strada – racconta Schivo –. Io li accolsi in casa mia». Al suo ospedale di fortuna erano preposti due medici italiani, disertori dell’esercito, ai quali egli aveva offerto rifugio. Al termine di ogni bombardamento, Schivo compiva un giro di ricognizione per le strade, in cerca di vittime da ricoverare in seminario, ove


vi erano letti pronti ad accoglierli nella vasta sala centrale, protetta da spesse mura di pietra. Per le Korn, custodite nel convento, la maggior minaccia alla loro vita non proveniva dal cielo. Una notte di giugno, udirono grida di ubriachi provenienti dal cortile, poi una sequela di violenti colpi contro la porta. Uschi sbirciò fuori e vide un gruppo di soldati tedeschi, barcollanti. Joanna voleva restare al riparo in cella. «Mutti, se anche non ci uccidono ci violenteranno», disse Uschi. Così convinse la madre a calarsi nell’orto, al lato opposto del quale si trovava l’ala principale del convento. «Camminammo carponi, al buio – racconta Uschi –, anche se, a causa dei nostri abiti ingombranti, avremmo potuto essere viste facilmente». I tedeschi si misero a sparare nella loro direzione, proprio nel momento in cui stavano cercando di raggiungere l’entrata principale del convento. Le religiose, terrorizzate dai tedeschi, inizialmente non volevano aprire la porta. Poi, udendo la voce di Uschi, si lasciarono convincere. All’alba, le due donne, ancora vestite da suore, scivolarono lungo la strada che conduceva al seminario. «Ormai è ora che stiate qui con me», decise Schivo. La notte dormirono in una stanza chiusa a chiave, sul retro del seminario. A quel punto i tedeschi, che si preparavano per mantenere il controllo della città di fronte all’offensiva dell’incalzante fanteria inglese, ordinarono l’evacuazione di tutti i civili, eccezion fatta per quelli addetti ai servizi di pubblica necessità. Come s’è detto, poco tempo prima Schivo aveva trovato a Paul Korn un rifugio in una fattoria a nord. Uschi e la madre partirono invece con le suore del Sacro Cuore, assieme a un gruppo di orfani affidati a queste. Si misero così in marcia in direzione della residenza estiva delle suore: un edificio squadrato e solido in collina, non lontano dalla città. Esteriormente, non si notava nessuna differenza fra le due donne e le suore. Tuttavia, proprio mentre stavano camminando per la strada, mescolate alla folla di rifugiati, una donna improvvisamente esclamò ad alta voce: «Guarda guarda! Quelle sono le ebree che erano state internate. Pensavo fossero state spedite in Germania». A quel punto non vi era più un minuto da perdere: proprio per evitare quella fine, Joanna Korn afferrò la figlia per il braccio e insieme si diedero alla fuga. Seguendo un altro percorso, le due donne si riunirono alle religiose, che stavano scortando i bambini verso un’abbazia francescana della valle.


L’abbazia si chiamava «I Zoccolanti», ed era ritenuta sicura poiché collocata sulla cima di una ridente collina. Né i bombardieri né l’artiglieria avrebbero potuto scambiarla per un obiettivo militare. Tuttavia, proprio nel momento in cui i rifugiati si accalcavano nel cortile dell’abbazia, essa venne colpita. Due suore e parecchi bambini furono uccisi. I superstiti abbandonarono l’abbazia, ormai in fiamme. Dopo aver trascorso la notte nel bosco, furono informati dai partigiani che i tedeschi stavano preparandosi alla ritirata e avrebbero quindi abbandonato Città di Castello. Così ciascuno tornò, per così dire, a casa sua: le religiose e gli orfani al convento del Sacro Cuore, Uschi e la madre al seminario vescovile. Dal momento che in città mancava la corrente, i tedeschi decisero di fare incetta di candele. Il vescovo aveva dato a Schivo il compito di consegnare al loro comandante un centinaio di candele prelevate dalle chiese locali. Riteneva che fosse meglio consegnarle spontaneamente ai tedeschi piuttosto che permettere loro di saccheggiare le chiese. Vista la drammaticità della situazione, i tedeschi e i loro scagnozzi fascisti si erano lanciati al rastrellamento di chiese e conventi, a caccia di disertori, partigiani ed ebrei. Pochi giorni prima, i tedeschi avevano fatto irruzione nel seminario e setacciato la cappella. «Guardate nel confessionale, dietro all’altare, dovunque vogliate», Schivo aveva detto loro. Si comportava cioè come se non avesse nulla da nascondere: risposta ineccepibile, dal momento che le due donne erano alloggiate al piano superiore. Trascorsero ancora due giorni d’asprissimi combattimenti per la città. Ogniqualvolta Schivo usciva per accogliere i feriti, Uschi si preoccupava. Se avesse perso la vita, chi mai si sarebbe preso cura di lei e della madre? Una notte, i bombardamenti si fecero così intensi, che le due donne si rifugiarono in un sottoscala, abbastanza robusto per resistere a un colpo diretto. La sera successiva regnava uno strano silenzio. Che significava mai? Al mattino, giunse Schivo e trovò Uschi. Prendendola per mano, la condusse fuori, in strada, dove splendeva il sole. «Vidi soldati inglesi – racconta Uschi – che indossavano i tipici calzoncini color kaki e calze fino al ginocchio». Era il 14 luglio 1944, Uschi aveva ormai diciannove anni ed era già innamorata. Si precipitò a casa di Giovanni, in una strada stretta e antica, proprio dietro la stazione di polizia presso la quale in un passato recente doveva presentarsi di continuo a firmare. Ormai nulla e nessuno avrebbe potuto impedire ai due giovani di stare insieme. «Siamo liberi», disse Uschi, abbracciandolo. Ma era chiaro che Giovanni non condivideva la sua gioia. «Tu sei libera – rispose –, ma per noi italiani non è ancora finita: ci siamo soltanto sbarazzati di un invasore. Ora che gli inglesi sono qui, ne abbiamo un altro».


Non era certo la risposta che Uschi si aspettava, di sicuro non dall’uomo che sperava di sposare. Tuttavia, Giovanni restava un punto fermo nella sua vita. I vestiti della ragazza erano stati tutti rubati, ma Giovanni le procurò un’ampia tenda di buona stoffa, strappata dalla finestra di una scuola frequentata da bambini appartenenti a facoltose famiglie fasciste. Una sarta trasformò il tessuto in un elegante vestito estivo per Uschi. Nei giorni immediatamente successivi alla loro liberazione, Uschi e la madre avevano continuato a vivere al seminario. Poi il comandante inglese della città trovò loro una nuova sistemazione, presso un bell’appartamento di proprietà di un fascista che si era rifugiato al Nord, al seguito dei tedeschi. Quanto alla sorte del padre, era un pensiero che per il momento Uschi cercava di rimuovere. Proprio al Nord, ove egli si trovava al momento, i tedeschi tenevano ancora testa di fronte all’avanzata alleata. Poi, dopo tre mesi, un amico di Uschi di nome Riccardo – membro del gruppo che soleva riunirsi alla libreria Paci – si precipitò da lei. «Ho visto un uomo vestito di cenci, nella piazza di fronte al Duomo – disse il giovane –. Assomiglia proprio a tuo padre». Si scoprì così che Paul Korn aveva trascorso l’estate alla fattoria, sano e salvo. Ma benché i tedeschi mantenessero tuttora il controllo della situazione, Korn non ce la faceva a restare nascosto lì. Perciò decise che, qualunque cosa accadesse, egli si sarebbe avventurato a Città di Castello. Ormai dispersa, la famiglia non disponeva di alcun recapito. Joanna Korn, che una decina di anni prima aveva l’abitudine di gettare i propri eleganti vestiti francesi dopo averli indossati una sola volta, ora trafficava in coperte militari e vestiti usati al mercatino delle pulci. Paul Korn accompagnò la moglie un paio di volte, ma non sopportava l’odore delle merci che la moglie vendeva. «Mio padre era un signore – afferma Uschi –, ma mia madre era una donna che sapeva lottare per la sopravvivenza». Uschi si era trovata molto bene in Italia prima della guerra e fu altrettanto felice di vivervi in seguito. Tuttavia i suoi genitori non misero mai radici nel nostro Paese. Nel 1949 ottennero i visti necessari per emigrare negli Stati Uniti. La speranza di Uschi era sempre quella di sposare Giovanni, ma egli esitava ancora: «Voleva laurearsi e doveva studiare ancora molto, e non aveva soldi per mantenermi», racconta Uschi. Secondo lei, era stata la guerra a cambiarlo, in particolare un orribile incidente avvenuto proprio mentre Uschi osservava, piena di sgomento, le suore e i bambini colpiti dalle schegge nel cortile degli Zoccolanti. All’epoca Giovanni aveva trovato rifugio presso una fattoria, assieme ad alcuni compagni di studi. Fu allora che una giovane donna, illudendosi che fosse in corso una pausa nei combattimenti, si avventurò all’aperto. Esplose una bomba, che le


dilaniò le carni. La scena successiva è degna del peggiore girone infernale: la stessa bomba che aveva ucciso l’amica di Giovanni aveva ridotto in pezzi pure il recinto di un porcile. Al che gli animali, improvvisamente liberi di scorrazzare, si raggrupparono intorno a quel corpo dilaniato, che divenne il loro pasto. «Quando conobbi Giovanni era un giovane sano – racconta Uschi –, ma dopo quella terribile esperienza non fu mai più lo stesso». I Korn giunsero a New York nel 1950. Furono alloggiati alle Marseilles, un fatiscente albergo per immigranti nell’Upper West Side. Rispondendo alle inserzioni sull’«Aufbau», il quotidiano della comunità ebreo-tedesca, entrambe le donne ottennero presto un lavoro in fabbrica. La situazione si presentò assai più difficile per Paul Korn: dopo lunghe ricerche, riuscì a trovare un posto di guardiano notturno presso un pensionato per anziani. Joanna, un tempo una signora viziata dell’alta società, ora amava l’America e la sua etica professionale orientata al successo. Suo marito, invece, si sentiva sconfitto. Tuttavia, malgrado il suo misero stipendio, ogni mese inviava offerte al seminario vescovile di Città di Castello. «Dapprima mandava cinque dollari per volta – racconta Uschi –, poi, quando se lo poteva permettere, dieci…». Uschi si sentiva sola in America. «Perché non vai ai campi di tennis del Central Park?», suggerì la madre. Infatti, Uschi amava il tennis ed era destinata a incontrare qualcuno di interessante. Quel qualcuno si rivelò essere Stanley Selig. Alto e di bell’aspetto, proprio come Giovanni, Stanley era nato a Francoforte e cresciuto in Francia. Giunto a New York nel 1939, all’indomani dello scoppio della guerra si era arruolato nell’esercito. Ora lavorava per un importatore di lana. Uschi e Stanley si sposarono davanti a un giudice del Bronx cinque mesi dopo il loro incontro. L’uomo, che amava sua moglie alla follia, andava a prenderla ogni sera, all’uscita della scuola serale. Tuttavia Stanley sentiva che la moglie si struggeva per ciò che si era lasciata alle spalle in Italia. Nel 1955, il quinto anno del loro matrimonio, Stanley propose a Uschi un viaggio in Italia e persino di far visita a Giovanni, se era veramente ciò che voleva nel profondo del cuore! Ma Joanna Korn non aveva intenzione di lasciar viaggiare la figlia da sola. Così le due donne giunsero insieme a Città di Castello nell’autunno del 1955. Giovanni lavorava all’epoca per un’industria chimica di Perugia, distante un’ora di autobus. Il decoro, insistette Joanna, le imponeva di accompagnare la figlia, in quanto donna sposata, a Perugia, in occasione del suo primo incontro con Giovanni dopo sei anni. Uschi oppose resistenza, ma la madre non era tipo da arrendersi facilmente. La giovane donna si rivolse allora alla sola persona che non si era mai tirata indietro, ogni volta che si era trovata in necessità. Fu così che Beniamino Schivo, il quale già in passato si era assunto il compito di salvare la vita alla giovane, si trovò ancora una


volta a intercedere per lei, ma stavolta in termini ben diversi: «Convinse mia madre a restare con lui a Città di Castello». Con la sua passeggiata centrale, ampia e animata, i suoi celebri caffè e i negozi di cioccolato, Perugia offriva l’atmosfera adatta a quest’incontro. Tuttavia, ciò non bastò a cambiare Giovanni. Egli si lamentava ancora a causa delle ristrettezze economiche e degli studi interrotti. Uschi alloggiava in una stanza presso l’Hotel Brufani, l’albergo più prestigioso di Perugia, il che non deve far però pensare che la scelta fosse stata dettata dal proposito di trascorrere la notte insieme. I due si sedettero nel piccolo parco di fronte all’albergo, ove restarono fino a tarda sera, portando avanti una conversazione in definitiva inconcludente. Dall’altro lato del parco vi era l’ingresso di un’antica fortificazione in pietra: era il carcere in cui i Korn erano stati tradotti nel 1943, per poi scampare miracolosamente alla deportazione. Quel mattino, Uschi ritornò a Città di Castello. La fiaccola dell’amore per Giovanni era ormai fioca, forse del tutto estinta. Tornata a New York, Uschi trovò lavoro come indossatrice di pellicce nell’elegantissimo showroom della 57ª East Street, di proprietà di Ben Thylan. Per godersi fino in fondo i loro viaggi in Italia, Stanley imparò la nostra lingua. Fra lui e Schivo nacque una profonda amicizia. Avendo sentito la madre superiora delle suore benedettine esprimere il desiderio di un aspirapolvere, Stanley ne spedì uno dall’America. Nel cuore di Uschi vi era una grande tristezza: malgrado il suo profondo amore per i bambini, non era mai riuscita a portare a termine una gravidanza. A suo parere, la colpa è delle dure prove, in particolare i continui nascondimenti, sopportate negli anni dell’adolescenza. La coppia intendeva acquistare un appartamento per la vecchiaia nella Riviera italiana. Stavano ormai per firmare il contratto quando, nel 1977, Stanley fu colpito da un attacco cardiaco. Morì due settimane più tardi. Il mese successivo, fu la volta di Joanna Korn. Uschi portò avanti il lavoro allo showroom, che le piaceva sì, ma fino a un certo punto. Un giorno, il suo capo le chiese di consegnare con urgenza un impermeabile foderato in visone a Ingrid Bergman, a Londra. Secondo le istruzioni, Uschi doveva prendere l’aereo il venerdì sera per essere di ritorno il lunedì, in tempo per il lavoro. «Accettai l’incarico – racconta Uschi –, ma aggiunsi che mi sarebbe piaciuto trascorrere un paio di giorni in più a Londra, approfittandone per godermi il teatro locale. Ben non era d’accordo. Al che io gli dissi di trovare qualcun altro per consegnare quel dannato cappotto. Ad ogni modo, non ero stata assunta per fare la fattorina». Poco tempo dopo il suo rifiuto, fu licenziata. Libera di fare ciò che voleva, Uschi se ne partì per l’Italia, dove restò tre mesi. Trascorse la maggior parte del tempo a Napoli, presso la «sua famiglia adottiva», quella di suor Anselma, la sua


religiosa «speciale» del Sacro Cuore, composta da numerosi fratelli e sorelle. «Caso mai fosse successo qualcosa ai miei genitori durante la guerra – racconta Uschi –, suor Anselma aveva raccomandato alla sua famiglia di prendersi sempre cura di me». All’epoca dell’«affare Bitburg», Uschi lavorava mezza giornata per un’impresa di importazioni, ma era un lavoro assai leggero. Quando telefonò per la prima volta all’ufficio newyorkese di Yad Vashem, proponendo di inserire Beniamino Schivo nel novero dei giusti delle nazioni, non ricevette una risposta incoraggiante: «Amico mio, furono tutt’altro che cortesi – racconta –: spiegarono che la procedura avrebbe richiesto due anni e aggiunsero che, essendo i miei genitori deceduti, io non sarei stata in grado di ottenere il riconoscimento di ciò che il sacerdote aveva fatto per noi». Uschi non aveva nessuna intenzione di demordere. Una volta che la pratica raggiunse il tavolo del Comitato dei Giusti, non cessò di tempestare di telefonate l’ufficio di Gerusalemme, malgrado una differenza di fuso orario di sette ore, per controllare l’andamento del caso. «Ero sempre più ansiosa», racconta. Nella primavera del 1986, Paldiel le telefonò per annunciarle: «Ha vinto lei!». Il mattino della cerimonia dell’albero, in settembre, Uschi e Schivo bussarono alla porta di Paldiel, presso gli uffici di Yad Vashem. Fu lei a procedere alle presentazioni, per sé e per Schivo, una coppia la cui solidità non era stata alterata dal tempo. «Il personale – racconta divertita Uschi –, apparve sconcertato. Si aspettavano una vecchietta piegata in due, con un fazzoletto al capo, e un decrepito e pingue prete di campagna». Nella luce fioca e grigia della Sala della Rimembranza, Schivo e Uschi scesero al pavimento di pietra, che recava incisi i nomi dei campi di sterminio. Egli accese una fiamma al di sopra delle ceneri, in rappresentanza dei sei milioni di vittime. Dopo che un cantore ebbe intonato il Qaddish (l’orazione ebraica per i defunti), Schivo recitò una preghiera di suffragio in latino. Uschi è una donna dotata di grande autocontrollo, tuttavia è lei stessa ad ammettere: «La cerimonia mi sconvolse veramente». Schivo la prese per mano e la sostenne. Il ricordo di quei giorni trascorsi a Gerusalemme assieme a monsignor Schivo diverte moltissimo Uschi: ogni mattina l’anziano religioso si presentava a colazione nel ristorante dell’Hotel Laromme, vestito in eleganti abiti civili, una copia del «Jerusalem Post» sotto il braccio: «Non fa niente se non sa leggere l’inglese!», racconta Uschi. Gli impiegati dell’albergo si scambiavano tra loro strane occhiate: probabilmente pensavano a un’avventura galante tra una vivace signora di New York e un distinto signore italiano.


Uschi allora andò dritta al banco dell’accettazione: «Dovete sapere – spiegò loro – che questo signore non è il mio amante. E’ un sacerdote che tanti anni fa salvò la vita a me e ai miei genitori. E’ qui per ricevere l’onorificenza di giusto della nazioni». La sera stessa, Schivo trovò un mazzo di fiori nella sua stanza, omaggio del personale dell’albergo. Schivo è stato recentemente intervistato per conto della Fondazione dei sopravvissuti alla Shoah patrocinata da Steven Spielberg, nel giugno del 1998 a Città di Castello. All’inizio della registrazione l’anziano religioso appare ritroso e laconico, si direbbe che non gradisca il fatto di trovarsi al centro dell’attenzione. Si noti che egli racconta all’intervistatore, un giovane giornalista di Milano, di non aver mai incontrato un ebreo sino a quel giorno del 1941, quando la signorina Korn bussò alla porta del suo seminario, benché – si affretta a chiarire – egli naturalmente conoscesse gli ebrei grazie all’Antico Testamento e fosse per lui una gioia insegnare ai suoi allievi le pagine più belle della Bibbia. Al di là delle ovvie differenze tra i singoli, tutti i salvatori di ebrei dimostrano riservatezza nel narrare la storia del loro eroismo. Nel caso di Schivo questo atteggiamento si spinge agli estremi: egli racconta all’intervistatore di non aver mai rivelato a nessuno, nemmeno al vescovo, i particolari del salvataggio dei Korn. «Nemmeno a un membro della sua famiglia?», gli fu chiesto. «A nessuno», rispose il sacerdote. Nemmeno sotto tortura, avrebbe potuto aggiungere. Quando Uschi e la sua famiglia abbandonarono in fretta e furia Città di Castello nell’autunno del 1943, la loro amata suor Anselma era preoccupata, quasi disperata. Essa supplicò Schivo di svelarle il nascondiglio dei Korn, ma egli non si lasciò smuovere. «Per il resto della sua vita, anche quando era ormai vecchia e malata – racconta Uschi –, suor Anselma non smise mai di ripetere che, malgrado tutto il bene che voleva a monsignor Schivo, non gli avrebbe mai perdonato quel silenzio». L’intervistatore a un certo punto chiede a Schivo se non avesse mai ricevuto indicazioni da parte del Vaticano circa l’opera di salvataggio degli ebrei. «Niente affatto – dichiara deciso –. Ci trovavamo isolati a Città di Castello, e non avevamo notizie da Roma. Non sapevamo nemmeno che cosa stesse succedendo ad Assisi». Ad Assisi, che, si noti, dista appena quaranta chilometri da Città di Castello, il vescovo locale si era fatto promotore di intensi sforzi per il salvataggio degli ebrei. Conventi che erano rimasti chiusi agli estranei per secoli spalancarono le loro porte agli ebrei braccati. Soltanto il Vaticano avrebbe potuto permettere una simile rottura di tradizioni consolidate, insiste Schivo: «A Roma, gli ebrei si rifugiarono fra le braccia delle istituzioni cattoliche. Sono convinto che la Chiesa abbia fatto tutto il possibile per aiutare gli ebrei».


Di fronte alla domanda, posta alla fine del dialogo, se gradisse aggiungere qualcosa, Schivo rispose con calma: «In quanto cattolico credo in Gesù Cristo e nella luce che viene dal Vangelo. Se la gente comprendesse il messaggio del Vangelo, la tragedia dell’Olocausto non sarebbe mai potuta accadere».

Marble Hill, la zona di New York in cui Uschi ha trascorso la sua vita coniugale, è una delle più pittoresche di Manhattan. Abitazioni in eccentrico stile vittoriano, con torrette sulla cui cima spiccano galletti e banderuole dalle più strane fogge, si nascondono all’ombra delle fredde facciate dei moderni, smisurati grattacieli residenziali, che guardano sul maestoso fiume Hudson e sulle scogliere del New Jersey che s’innalzano di lontano. Piccoli condomini in New Jersey Palisades, sulla spiaggia lontana. Appartamentini stile liberty come quello di Uschi sono numerosi a Marble Hill. Un tempo roccaforte degli immigrati irlandesi, adesso la zona è multietnica. Quando venni a trovarla per la prima volta, Uschi mi attendeva in giardino in compagnia del suo barboncino color crema, che aveva battezzato con un nome italiano, Oggi. Inizialmente, non compresi che era proprio la signora con cui avevo appuntamento e passai oltre: mi sembrava troppo giovane per aver vissuto l’Olocausto oltre cinquant’anni addietro. Stavamo prendendo l’ascensore per salire al suo appartamento, al quinto piano, ma la luce all’interno della cabina non funzionava e Uschi, agilissima, salì le scale in un battibaleno. «Dai giorni della mia drammatica fuga – mi spiegò –, evito sistematicamente il buio, persino quando dormo». Feci fatica a tenerle dietro sulle scale. Nel suo appartamento, modesto ma accogliente, Uschi mi raccontò della sua intenzione di recarsi in Italia a maggio, quando le giornate si fanno più calde. Eravamo in dicembre. Dopo averle espresso il mio desiderio di incontrare monsignor Schivo insieme a lei, le chiesi se sarebbe stata disposta ad anticipare il viaggio a Città di Castello. «Prima? Quando?», chiese. «Appena possibile». Senza aggiungere una sola parola, Uschi si precipitò al telefono e formò il numero. «Buonasera, monsignor Schivo, sono Uschi. Come sta?». Quando Schivo disse che sarebbe stato disponibile per una visita la settimana successiva, Uschi s’accese di un sorriso talmente raggiante che avrebbe illuminato la buia cabina dell’ascensore. Il treno da Roma ad Arezzo, sede della stazione ferroviaria più vicina a Città di Castello, era in ritardo di almeno due ore. Non fu difficile riconoscere Beniamino Schivo tra la folla in attesa: un uomo alto, ancora diritto, tutto vestito di nero,


all’infuori del colletto bianco, tipico dell’abito sacerdotale. I suoi occhi azzurri mostrarono segni di preoccupazione fino al momento in cui riconobbe Uschi, ma anche di cautela nel momento in cui lei mi presentò al religioso. Uschi mi aveva confidato che Schivo le aveva telefonato a New York per esprimerle le sue riserve circa l’opportunità di raccontare in un libro la sua esperienza. Egli aveva, infatti, letto un libro circa il salvataggio degli ebrei ad Assisi, che lo aveva colpito per le fantasticherie e le imprecisioni di cui straripava. Lo stesso monsignore aveva dato alle stampe, quando era già sui settant’anni, un libro destinato alle scuole che raccontava l’occupazione nazista a Città di Castello. Per tutta la durata della nostra visita, che si protrasse per una settimana, Schivo si dimostrò un guidatore agile e assai esperto, capace di padroneggiare con assoluta sicurezza le stradine tortuose di Città di Castello. Tuttavia, per il viaggio, della durata di trentacinque minuti, da Arezzo a Città di Castello, affidò la guida della sua Alfa Romeo alla signora Irene Baldicchi, la quale, insieme alla sorella Antonietta, ha procurato un alloggio a Schivo dal momento del suo pensionamento, dopo trentacinque anni di rettorato del seminario vescovile. Ciò quasi trent’anni fa. Egli attribuisce la propria straordinaria vitalità, nonostante i suoi ottantotto anni, proprio alle loro cure premurose. La strada che porta a Città di Castello serpeggia tra le irte colline della valle del Tevere. Un cigolante ponte d’acciaio, che oltrepassa il lento fiume e porta alle mura della città medievale, sostituisce l’antico passaggio su begli archi di pietra, fatto saltare dai tedeschi durante la ritirata del 1944. Schivo e le sorelle Baldicchi vivono in uno spazioso appartamento che si trova in un palazzo squadrato, subito al di fuori delle mura cittadine. Una riproduzione di una Madonna col Bambino di Raffaello fa bella mostra di sé nella linda cameretta del monsignore. Dappertutto libri, tra cui una storia della Bibbia in più volumi. Di fronte alla sala da pranzo, dove Schivo è solito recitare le consuete preghiere prima di ogni pasto, si trova il suo spazioso studio. Sul tavolo troneggia un’antica mappa di Città di Castello, un quadro del Taj Mahal, nonché un certificato onorario di cittadinanza israeliana. Quasi tutte le mattine, Schivo si reca alla biblioteca diocesana nell’ex seminario. Di questa libreria egli è direttore, unico addetto, nonché l’utente più assiduo. La memoria di quei tragici giorni è ancora assai viva presso gli ambienti cattolici di Città di Castello, come Uschi ha modo di constatare visitando il convento del Sacro Cuore il mattino successivo al nostro arrivo. Aggirandoci per i freddi locali del convento, in cui aveva vissuto nascosta assieme alla madre oltre cinquant’anni prima, incrociammo una religiosa, suor Graziella, la quale fissava intensamente la


straniera. Da ragazza, Uschi non portava i capelli biondi o una pelliccia di visone, ma ciò non trasse in inganno suor Graziella. «Tu sei Uschi! – esclamò la religiosa –. Ti ricordi quella suora curiosa di sapere che c’era al secondo piano? La suora che si arrampicò sino alla finestra con una scala?». A quel punto, suor Graziella abbracciò Uschi. Il calore delle religiose non si era raffreddato, nemmeno dopo cinquantacinque anni. La memoria degli eventi era viva pure nell’ex seminario vescovile. Facemmo ingresso attraverso lo stesso portone imponente davanti al quale Uschi un tempo si era fermata chiedendo del rettore. Ora l’edificio ospita un centro studi. Il direttore, monsignor Luigi Guerri, raccontò del portiere, Giuseppe Bucci, al quale era stato affidato il compito di consegnare due volte al giorno i pasti a Paul Korn, nascosto in una soffitta al di là della strada del seminario. Bucci temeva la curiosità degli estranei: come assolvere il compito senza destare sospetti? «Bucci sistemava il cibo in un secchio – racconta Guerri –. Quindi copriva il secchio con mangime: chiunque avrebbe creduto che andasse a dar da mangiare ai polli». Schivo ascoltava con ammirazione. «Io dissi soltanto a Bucci di portare il cibo al signor Korn – spiegò –, senza fornirgli ulteriori istruzioni. Non mi ero reso conto che fosse così astuto». Città di Castello era rimasta sotto il dominio dello Stato della Chiesa fino al 1860 e si riteneva che i primi ebrei a giungervi fossero stati i Korn e gli altri perseguitati dalle leggi razziali. Negli anni ottanta, però, fu rimosso lo stucco della facciata di un antico palazzo di via del Vingone. L’edificio era stato da tempo adibito a deposito merci della chiesa locale. Al di sotto dello stucco, incisa con cura nell’arenaria, fu rinvenuta una stella di Davide. Ricerche condotte da Ariel Toaff, docente di storia medievale ebraica presso l’università Bar Ilan di Ramat Gan, in Israele, rivelarono che gli ebrei erano stati invitati a Città di Castello nel XIV secolo, con l’incarico di studiare il modo di sanare il bilancio municipale, chiaramente in rosso. Il palazzo di via del Vingone era stato la loro sinagoga. Cercando nell’archivio municipale, Toaff scoprì un gran numero di testi ebraici su pergamena, fra cui alcuni, talmudici, ricopiati non più tardi del XII secolo. Toaff vanta uno stretto legame personale con Città di Castello. Suo padre Elio, già rabbino capo a Roma, era stato nascosto per breve tempo in questa città durante la guerra. Nell’autunno del 1998, il sindaco Adolfo Orsini ospitò un congresso internazionale sui rapporti tra la città e l’ebraismo nel corso dei secoli. La relazione di Schivo era intitolata: «Ebrei a Città di Castello durante la seconda guerra mondiale». Organizzatrice dell’evento era stata Marisa Borchiellini, una storica cresciuta a pochi passi dall’allora ancora sconosciuta sinagoga. Quando la signora Borchiellini mostrò


il luogo a Uschi, ella restò attonita. Soltanto allora seppe che, percorrendo la strada che la portava a scuola ogni mattina, era passata innumerevoli volte davanti alla stella di Davide nascosta. A pensarci bene, parrebbe di trovarsi di fronte a una contraddizione incomprensibile: una donna che conserva soltanto bei ricordi di un luogo in cui pendevano sul suo capo ben due spade di Damocle: minacciata da un lato dalla guerra «regolare», dall’altro da quella «particolare», ossia la terribile persecuzione antiebraica. Tuttavia, ella ricorda addirittura con gioia il periodo trascorso a Città di Castello: le coccole delle suore, gli amici che incontrava davanti alla libreria Paci, la storia d’amore con Giovanni, la fiducia e l’aiuto incondizionato di don Schivo. L’unico incancellabile ricordo doloroso per Uschi, riguardo a tutto quel periodo, è legato all’esilio nel bell’eremo di Pozio. Vi facemmo visita l’ultimo giorno del nostro soggiorno italiano. La mulattiera è stata migliorata, ressa carrozzabile, ma solo fino a un certo punto. Avventurandosi fra le colline, la strada cede presto il posto a una traccia fangosa, lungo la quale i cani dei contadini abbaiano ancora furiosamente ai passanti. Annidata tra i cipressi su un’alta cresta, Pozio è ben visibile già da lontano. Poi la strada piega bruscamente, e l’eremo scompare alla vista sino al momento in cui lo si raggiunge. Furono tre suore a condurci in auto dalla città, per permetterci di visitarlo. A Città di Castello il tempo era nel complesso mite, ma il vento lassù era tagliente. Proprio come Uschi ricordava, passava persino attraverso i muri dell’eremo, oggi usato come colonia estiva per i bambini bisognosi della città. Proprio come allora, una razione di patate era stata dimenticata in cantina. La casa col forno, in cui i Korn si erano rannicchiati al buio per mesi, era chiusa. Uschi diede al luogo un’occhiata guardinga e sospettosa, come se fosse infestato dai serpenti. Prima della partenza, le suore tirarono fuori una bottiglia di brandy e alcuni bicchieri. Chinarono il capo quando Schivo, sciarpa di seta al collo, chiuse gli occhi e impartì la benedizione, che includeva un ringraziamento a Dio per aver permesso di usare quel luogo per salvare vite umane. Fu un momento solenne. Ma quando Schivo riaprì i suoi occhi azzurri, questi addirittura danzavano, guardando verso Uschi: «Adesso non andare a cacciarti nei guai», disse.


Monsignor Beniamino Schivo. Un secolo di bene.