Page 20

VINCENZO AGNETTI: «UNA PAROLA VALE L’ALTRA MA TUTTE TENDONO ALL’AMBIGUITÀ» Ilaria Bernardi

L’opera di Vincenzo Agnetti non solo è stata capace di cogliere immediatamente le istanze di azzeramento della pittura dei primi anni Sessanta, ma ha anche anticipato le successive ricerche concettuali internazionali. Nato a Milano nel 1926, Agnetti si diploma all’Accademia di Brera per poi frequentare il Piccolo Teatro di Milano. Dalla fine degli anni Cinquanta si avvicina alla pittura informale e alla poesia, ma, resosi conto dei limiti dell’immagine e della parola, sceglie di dedicarsi soltanto al momento germinale delle opere, circoscrivendo la sua attività al dialogo con i componenti del gruppo milanese Azimuth ed alla scrittura di testi teorici sulla loro rivista. Ancor più convinto dell’inadeguatezza della pittura, nel 1962 abbandona qualsiasi rapporto diretto con l’operare artistico e, trasferitosi in Argentina, giunge a formulare il concetto di ‘liquidazionismo’ o ‘arte no’: rifiuta totalmente la pittura per sostituirla con la parola scritta in innumerevoli quadernetti, mai riletta né riorganizzata, ma lasciata allo stadio di pura intuizione ivi abbozzata. Intraprende così una profonda riflessione sul linguaggio che lo conduce a redigere tra il 1963 e il 1965 Obsoleto, un ‘antiromanzo’ in cui decostruisce i postulati del senso comune per smascherare la relatività di ogni convenzione linguistica e per recuperare al contempo il perduto, l’obliterato, il disperso. Nel 1967 torna in Italia e, sebbene intraprenda un personale percorso artistico fatto di opere e di altrettanto fondamentali scritti a loro corredo, il suo principale interesse rimane il linguaggio. Dalle tabelle permutabili dei Principia (1967), alla Macchina drogata (1968), dai Feltri (dal 1968) agli Assiomi (1968-74), dai Libri dimenticati a memoria (dal 1969) al Brevetto di NEG e NEG (1970), dal Progetto per un Amleto politico (1973) a Dopo le grandi manovre (dal 1978) fino all’opera Il Lucernario rimasta incompiuta nel 1981 a causa della sua morte prematura, Agnetti continua senza sosta a dimostrare come «una parola vale l’altra ma tutte tendono all’ambiguità». Attraverso paradossi, contraddizioni e tautologie, in ogni suo lavoro smaschera l’inganno intrinseco al linguaggio, alla tecnologia e ai moderni strumenti di comunicazione che sempre veicolano un potere. Cerca in ogni modo di disancorare il linguaggio dall’uso alienante che ne fa la società moderna, superandone il senso e andando alla ricerca di un linguaggio universalmente comprensibile (quello numerico), capace sia di ridurre all’unità la polisemia intrinseca alla parola, sia di rendere lo spettatore parte integrante di tale processo. Dissimile dagli artisti concettuali statunitensi per l’attenzione da lui conferita alla manualità, Agnetti si inserisce piuttosto in un contesto culturale che vede in Opera aperta (1963) di Umberto Eco, in Il medium è il messaggio (1967) di Marshall McLuhan, ne La società dello spettacolo (1967) di Guy Debord e nei coevi scritti di Raymond Queneau, George Perec e Italo Calvino, gli esempi più calzanti rispettivamente di un’analoga apertura dell’opera allo spettatore, di una riflessione su come la tecnologia riduca il medium nel messaggio e su come la società dello spettacolo riesca ad influenzare le masse, nonché di un’indagine sulle potenzialità del linguaggio svolta mediante la messa a punto di nuove strutture linguistico-narrative basate sulla logica matematica. Sempre in bilico tra arte, scrittura, poesia, teatro e tecnologia, Agnetti disvela le estensioni e le contraddizioni intrinseche all’espressione linguistica, risolvendole in un’unità paradossale, atta ad innescare una molteplicità interpretativa mediante associazioni apparentemente prive di senso in cui il rigore analitico assieme alla inquieta poeticità portano a compimento una ricerca tesa a sostituire l’oggetto con il linguaggio, la presenza con l’assenza, lo scorrere progressivo del tempo con il dimenticare a memoria. Le opere di Agnetti esposte in occasione di questa mostra permettono di seguire tale ricerca, coprendo un arco cronologico che va dal 1967 al 1981. Nelle schede pubblicate di seguito, ciascuna di queste è analizzata attraverso un testo di commento volto a portare in luce i suoi significati intrinseci avvalendosi, qualora possibile, di passi desunti dagli scritti dell’autore1. La sequenza delle schede è dettata dall’anno di realizzazione delle opere e, in caso di esemplari dello stesso anno, da analogie iconografiche e/o concettuali tra esse. Quando invece si tratta di lavori facenti parte di una serie (es. gli Assiomi e i Feltri), al primo esemplare di questa fanno sempre seguito i testi di commento relativi a tutti gli altri esemplari anche qualora siano stati realizzati in anni successivi rispetto alle opere non appartenenti a quella serie che sono analizzate dopo essa. L’intento del Catalogo delle opere in mostra è infatti quello di ripercorrere la ricerca dell’artista attraverso i suoi stessi lavori, individuandovi i fili conduttori, le analogie e gli sviluppi che li rendono parte di un’unica opera omnia.

1.

All’interno delle schede le dichiarazioni di Vincenzo Agnetti citate tra virgolette caporali sono desunte da suoi scritti editi in volumi

e riviste (v. bibliografia) e/o conservati e rielaborati dall’Archivio Agnetti. 21

Profile for Galleria Il Ponte

Agnetti, Vincenzo. Testimonianza  

A cura di Bruno Corà Testi di Ilaria Bernardi Catalogo in brussura, 30x21 cm, 104 pagine a colori Edizione italiano/inglese

Agnetti, Vincenzo. Testimonianza  

A cura di Bruno Corà Testi di Ilaria Bernardi Catalogo in brussura, 30x21 cm, 104 pagine a colori Edizione italiano/inglese

Advertisement