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Galleria Schubert Piersandro Coelli Domani è un altro giorno, forse ...


A Lalla Schubert Lilloni che conosce quale sia il sentimento della pittura

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Organizzazione eventi espositivi Maria Grazia Iannacchino Assistenza tecnica Valentina Gentile Patrocinio Patrocinio Comune di Arluno Fotografie S. M. Rodinò Progettazione allestimenti arch. Adalberto Schubert Coordinamento editoriale Nicole Cavazzuti Stampa

Š Galleria Schubert via fontana 11 20122 Milano MI tel +39 0254101633 www.schubert.it

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Piersandro Coelli Domani è un altro giorno, forse ...

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Un attimo discese e si librò e durò molto più di un attimo John Steimbeck

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Indice

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Daniela Benelli Luigi Losa Valerio Adami: per Piersandro Roberto Roda: Un sessantottista non sessantottino Ettore Ceriani:Piersandro Coelli, Elogio della semplicità Simonetta M. Rodinò: intervista Piersandro Coelli Carlo Castellaneta: Versi erotici per Coelli Opere Rassegna critica Esposizioni

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L'esperienza artistica di Piersandro Coelli ruota attorno a due forze: la prima è quella del suo estro e della sua passione, instancabili, che hanno prodotto decine di personali in Italia e all'estero; la seconda è la costanza delle sue immagini e dei suoi motivi iconografici, che caratterizzano uno stile e parlano un linguaggio suo, molto connotato. Ma definire uno stile in modo univoco non è sempre facile. Soprattutto quello di Coelli, che ha impatto perché attinge a fonti diverse, mischiandole e riposizionandole con fantasia crescente: la grafica pubblicitaria, il fumetto, la foto, il collage, un "brain storming" di citazioni arstiche, il vintage. Il risultato è un racconto artistico lungo una vita, dominato da donne seduttrici e da situazioni narrative, che mescolano una certa ironia e uno sguardo ammiccante sulle cose, le persone, gli accadimenti. L'ironia è un'arma. Lo è nella parola scritta e lo è anche nella pittura. Coelli allude, annuisce, compone e smitizza. Questo mi sembrano le sue figure femminili, donne che giocano con l'essere guardate e che rimandano un gioco di specchi e di illusioni. Una specie di fotografia delle relazioni umane in generale, costruite su mascheramenti progressivi e concatenati. Guardando le opere di Coelli viene da pensare anche agli anni Settanta, ad un'epoca in cui l'immagine pittorica era ancora dominante, prima dell'esplosione della televisione e dello strapotere del cinema hollywoodiano. Un'immagine spesso simile ai fumetti, ma con una sua identità e dignità. Oggi le tecnologie digitali hanno soppiantato il disegno e la manualità iconografica, togliendoci un po' di quella poesia del fumetto che non era privilegio solo dei bambini. Daniela Benelli Assessore alla Cultura Provincia di Milano

“Senza titolo” 2002 cm 25x35 ecoline su carta

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pagina seguente: dettaglio “Senza titolo” 2004 cm 60x70 ecoline su carta


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Piersandro Coelli è un artista eclettico e ironico. Il suo linguaggio è talmente ricco di sfumature e tutt’altro che scontato, da costringere il suo interlocutore - noi spettatori – a sintonizzarsi sulla sua lunghezza d’onda. Ma proprio in questo stanno la difficoltà e il fascino delle opere di Coelli: il codice interpretativo non è immediato, tanto che il messaggio che ne deriva, apparentemente compreso, si rinnova ad ogni osservazione. Non può che essere l’ironia la chiave di lettura delle opere di Coelli, il motore che guida la scelta delle sue composizioni e la sua arte, che passa attraverso diverse tecniche per comporre una realtà di cui ci dà un’interpretazione smitizzata e disincantata. L’impressione è che questo gioco di immagini, questa scelta di figure fantasticate, queste opere sognanti e poetiche siano il frutto di un divertimento lavorativo che Coelli costruisce giorno dopo giorno, con passione e precisione, nel suo atelier milanese. E lo spazio diventa il luogo dove maggiormente si attualizza l’ironica realtà dell’artista e della sua arte: il piccolo laboratorio creativo è la fucina della fama internazionale e sconfinata di un autore che ha già esposto in tutto il mondo; lo sfondo infinito e neutrale delle sue opere è il luogo che ospita le figure ben delineate delle sue donne, tanto sensuali quanto illusorie, di fronte alle quali sicuramente mai si resta neutrali. In questa fumettistica realtà Coelli ci invita ad entrare, quasi fossimo in un sogno parallelo, per cogliere appieno i suoi messaggi, trasmessi con un codice personalissimo che l’autore ancora sa utilizzare, andando oltre le apparenze su cui spesso si poggia la nostra quotidiana realtà.

Luigi Losa Sindaco di Arluno


“Senza titolo“ 2002 cm 25x35 ecoline su carta

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Per Piersandro Valerio Adami

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“Senza titolo “ 2001 cm 25x35 ecoline su carta

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“Senza titolo “ 1998 cm 50x50 ecoline su pastalegno

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UN S ESSANTOTTISTA NON S ESSANTOTTINO R O B E RT O R O D A

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Roberto Roda|UN SESSANTOTTISTA NON SESSANTOTTINO

Senza titolo: dettaglio 2000 cm 70x50 tecnica mista su tavola

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Piersandro Coelli non è un artista facilmente etichettabile. Eppure qualcuno, cogliendo i legami linguistici e stilistici che le sue opere instaurano con gli universi dei cartoon e del fumetto, lo ha sbrigativamente ascritto alla Pop-Art, o meglio alle nutrite schiere dei figli e dei nipotini di Lichtenstein, Ramos. Warhol, Wesselmann. Fermandosi ad alcune apparenze più superficiali v'è anche chi nelle sue pitture ha ipotizzato consequenziali assonanze con l'italiano Valerio Adami. Ma sarà proprio vero? La critica d'arte contemporanea è un territorio così labile, e spesso così volutamente impreciso, che tutto e il contrario di tutto può alla fine, per ragioni di mercato, trovarvi giustificazione. Di certo Piersandro Coelli è un trickster colto, che nelle sue opere allestisce un reticolo di provocatori dialogismi intertestuali, usando riferimenti che non appartengono solo all'universo dell'arte contemporanea, ma anche (seppur non esclusivamente) alla comunicazione popolare (dai cartoni animati ai fumetti, dalle stampe d'e-

Senza titolo 2002 cm 25x35 ecoline su carta

poca alla pittura dozzinale di genere, dalla fotografia editoriale al cinema…) sicché i riferimenti a Tizio, Caio e Sempronio si moltiplicano e si stratificano, ovunque sparsi a piene mani. Rintracciarli, riconoscerli può per l'osservatore diventare un gioco coinvolgente, divertente, affatto banale. Per poter pienamente cogliere i sottintesi, chi guarda deve però entrare nel gioco suggerito dall'artista, soprattutto comprendere che non si tratta di mere citazioni, ma per l'appunto di dialoghi. Per "leggere" approfonditamente Coelli bisogna accettare gli sconfinamenti disciplinari e superare le apparenze. Per tentare di spiegare meglio il gioco intellettuale di Coelli devo introdurre alcune considerazioni. Se osserviamo un dipinto dell'artista confinandolo nella dimensione della sola pittura contemporanea i rimandi ad Adami possono apparire plausibili, ma se si tiene conto dell'imprinting che gli studi di architettura hanno lasciato all'artista nato ad Arona, riesce più chiaro perché molte

Senza titolo 1998 cm 60x50 ecoline su pastalegno

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Senza titolo 2005 cm 50x60 dettaglio ecoline su carta


Roberto Roda|UN SESSANTOTTISTA NON SESSANTOTTINO

sue realizzazioni presentino una vocazione innegabile all'arredo. Se si guardano le opere coelliane dal punto di vista differente dell'arredo e del design, si aprono nuovi imprevisti dialoghi. Adami magari si eclissa e pare insinuarsi la lezione di Ettore Sottsass jr. e dell'esperienza di Memphis. Quello che Sottsass ha sostenuto nei riguardi del disegno industriale (il design è un modo di discutere la vita. È un modo di discutere la società, la politica, l'erotismo, il cibo e persino il design. Infine, è un modo di costruire, una possibile utopia figurativa o di costruire una metafora della vita) si adatta bene all'agire artistico di Piersandro ( si provino a sostituire le parole pittura o arte al termine design), a patto di accettare che la discussione possa contemplare anche una salutare dose d'ironia, di intelligente sberleffo, di lucida e amabile follia. Se supponiamo che Coelli stia dialogando non solo con il mondo della pittura e del design ma anche con quello dei cartoon e del fumetto, si può scoprire che invitati a conversare nel salotto dell'artista, non ci stanno solo Adami e il guru Sottsass, ma anche, bene in vista, Heiz Edelmann, il geniale artista cecoslovacco che firmò la grafica di "Yellow Submarine", rivoluzionario capolavoro dell'animazione filmica (1968) e persino Benito Jacovitti, l'esilarante disegnatore del "Vittorioso" e dei

fumetti di Cocco Bill e Zorry Kid. Piersandro tappezza le sue pitture di calzini ben sapendo che proprio un calzino fu il soggetto di una delle prime opere di successo di Roy Lichtenstein (Sock, 1961). Ma poi questa icona, che sta alle origini della Pop-Art, viene moltiplicata (e irrisa) usandola allo stesso identico modo con cui il disegnatore del "Vittorioso" punteggiava le sue caotiche tavole fumettate di salami e lische di pesce. Per non dire dei cerotti che segnano i personaggi jacovittiani così come le gambe delle avvenenti pin-up di Coelli. Sono dialoghi sottili, forse persino snob, mai urlati piuttosto bisbigliati, quelli instaurati da Coelli: affermano le contraddizioni di un artista serio che non vuole prendersi troppo sul serio. Coelli è partecipe, italica punta di diamante, di un movimento artistico internazionale a cui non viene dato statuto ma che, non per questo, è inesistente: certo non ha manco un nome sicché debbo, per ragioni comunicative, inventarmene uno. Sessantottismo, mi pare adeguato. I suoi aderenti, spesso così inconsapevoli da non riconoscersi nemmeno fra di loro, non sono assolutamente da confondersi con i sessantottini e i post-sessantottini che sono, in Italia reduci patetici e un po' obnubilati, troppo spesso riconvertiti alle politiche del potere. I sessantottisti,

“Meriggio a Bellaria con mareggiata e reggiseno”: dettaglio 2007 cm 40x50 tecnica mista su tela dipinta

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invece, amano gli anni cinquanta-sessanta, non per acritica nostalgia ma perché vi riconoscono lo splendore delle loro origini intellettuali, non necessariamente anagrafiche. I sessantottisti sono persone colte e curiose e sanno bene che la cultura (degli altri) è spesso come la marmellata (meno ce n'è più la si spalma): per questo vedono, come fumo negli occhi, quei politici che, pur senza aver mai indossato l'uniforme nazista, ogni volta che si imbattono nella parola cultura fanno incredibili sforzi di autocontrollo per fingersi democratici e non tirar fuori la luger. I sessantottisti non stanno necessariamente a gauche, ma inneggiano concordi al potere dell'immaginazione e della cultura, consapevoli che, con l'aria di restaurazione che ha iniziato a soffiare forte, occorre davvero un grandioso miracolo perchè l'immaginazione possa andare al potere. E gli eventi miracolosi si sa mica capitano tutti i giorni. Per questo stanchi di sorbirsi l'isola dei famosi alla tv, i sessantottisti italiani sono magari disposti a fare scalzi un pellegrinaggio sino a Bologna per assistere alle epifanie (teatrali) della Madonna che piange sperma sfidando le ire e le messe riparatrici del vescovo felsineo e persino gli sproloqui dell'onnipresente Vittorio degli Sgarbi che dalle pagine del Carlino invoca le patrie galere non già per chi truffa, depreda, ruba e vio-

lenta ma per gli artisti che si lasciano sedurre da laici pensieri irreligiosi (certo che, a pensarci bene, la fantasia del Vittorio nazionale non ha limiti: che anche lui sia da ascrivere alle file sessantottiste? Mah!). I sessantottisti sono fermamente e politicamente scorretti, ma non amano la violenza reale, semmai adorano quella eccessiva, parodistica e sublimata della pulp-fiction perché sono convinti che un sorriso impertinente sia, alla fine, l'arma migliore. Agli avversari rivolgono il motto: una risata vi seppellirà. Il Sessantottismo ha patriarchi nobili, assolutamente tricksterici: per capire di cosa stiamo parlando occorre ricordarsi almeno di Curt Stenvert (Vienna 1920-Köln 1992 ) e delle sue irridenti installazioni degli anni sessanta, dei film di Russ Meyer (Oakland 1922-Hollywood 2004), di certe poesie di Lawrence Ferlinghetti (New York 1919), di Bruno Vidoni (Cento 1930-2001), fotografo e pittore emiliano, che nei primi anni settanta costruiva nella pianura padana falsi reportage sul Vietnam e le rivolte irlandesi per dimostrare che la fotografia di guerra non la racconta mai giusta e dieci anni più tardi dava forma, per riflettere sulla credulità di massa, ad un intero inesistente paese, Santa Bladina in provincia di Forlì (sic!), con tanto di santa patrona e cultualità annessa tipo santini, ex voto,

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Roberto Roda|UN SESSANTOTTISTA NON SESSANTOTTINO

che qualcuno ancora oggi prende per buoni. Una performance artistica protrattasi per diversi anni, con svariati differenti episodi e culminata nella partecipazione poco oltre la metà degli anni ottanta ad un mega-convegno nazionale sulla cultura degli enti locali in qualità di assessore del Comune di Santa Bladina! Il Palmiro Cangini, immaginario assessore del comune di Roncofritto del comico romagnolo Paolo Cevoli avrebbe visto i natali ben più di un decennio più tardi. Per capire il Sessantottismo occorre rispolverare la lezione di Dino Buzzati (San Pellegrino1906-Milano1972) che nelle premesse a Poema a Fumetti (1969) prendeva per i fondelli i suoi più borghesi e perbenisti lettori ringraziando, fra gli artisti di assodata fama che l'avevano "altamente" ispirato, anche Irwing Klaw e Mademoiselle Féline, pornografo statunitense il primo, caraibica e prorompente spogliarellista la seconda. Il Sessantottismo non è, come si può facilmente capire uno stile artistico e men che meno

“Solitudine ai margini del bosco con ombrello” 2006 cm 50x60 tecnica mista su tela dipinta

pittorico, ma un modo di sentire, una filosofia di vita contro la stupidità e l'omologazione, senza rifiutare la modernità. I sessantottisti non sono dei goliardi e nemmeno dei nostalgici piuttosto dei resistenti. La loro lotta è quella di chi (ricordate i Fab Four di Yellow Submarine) si ostina ancora a combattere i Biechi Blu, tutti quegli zombi che vogliono ridurre il mondo ad una grigia monotonia. Oggi fra i nomi attivi in questo movimento di idee che attraversa arte, letteratura, cinema, fumetto ascriverei per parte internazionale (ovviamente a loro insaputa) il cartoonist Matt Groenig, creatore dei Simpson, i registi Robert Rodriguez (sessantottista assai più del suo amico Quentin Tarantino), i Thierry e Didier Poiraud di Atomik Circus, il Jim Jarmush di Coffee and Cigarettes, lo scrittore francese Daniel Pennac e ancora, per rimanere oltralpe, il disegnatore e soggettista David B. e ancora Joann Sfar quando, insieme al già citato B., racconta a fumetti le storie di Urani, la città dei brutti sogni. Ma la lista corre il rischio di diven-

“Senza titolo” 2007 cm 17x24 tecnica mista su carta

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“Senza titolo” 1996 cm 50x35 ecoline su pastalegno


tare un elenco telefonico se entriamo nella pittura e nell'arte contemporanea: il sudafricano Conrad Botes, l'inglese ma berlinese d'adozione Mattew Hale, il tedesco Fabian Weinecke, le bulgare Boryana Dragoeva e Alla Georgeva, tutti questi artisti presentano in molte loro realizzazioni spiccate tensioni sessantottiste. Nel Sessantottismo italiano ci stanno dentro fino al collo l'iiridente pittore e scultore novarese Corrado Bonomi, gli incontenibili artisti torinesi Plinio Martelli e Titti Garelli (separati nella produzione artistica ma uniti nella vita), il filosofeggiante pittore friulano (ma svizzero di nascita) Walter Bortolossi, la dirompente scrittrice ligure Claudia Salvatori, il comico zelighiano Paolo Cevoli… Piersandro Coelli, pure lui sta qui, in buona, anzi ottima compagnia, col rischio di risultare incompreso, perché la critica italica non ama chi trasgredisce le regole delle discipline, chi sconfina di qua e di là, a maggior ragione se questi sconfinamenti sono intelligenti, pertinenti, dialogici. L'inseguimento comporta troppa fatica. Uscire dagli schemi richiede troppo impegno, troppo studio. Questo è l'unico motivo perché personalità geniali e non omologabili del Novecento italiano come Alberto Savinio (pittore e scrittore), Dino Buzzati (scrittore, giornalista, pittore, critico d'arte), Furio Jesi (archelogo, antropologo, germanista, romanziere,

pittore) godono di fama assai inferiore ai loro meriti culturali. Si pensi a Buzzati, idealmente legato alle innovative sperimentazioni dialogiche intertestuali del milieu surrealista parigino che ruotava intono alle edizioni di Jean Jacques Pauvert, Eric Losfeld e Planète ma etichettato, sbrigativamente, come un emulo della Pop-Art perchè reo di aver dipinto dei quadri-fumetto. Eppure i primi quadri-fumetto di Buzzati sono del 1957 e dunque anticipano quelli di Warhol di tre anni, e di almeno quattro-cinque quelli di Lichtenstein e Ramos. Sarebbe bastata, e tutt'oggi basterebbe, un poco di umiltà e di ricerca cronologica e interdisciplinare, per accorgersi che i modelli dialogici buzzatiani traggono ragione, nella fattispecie, dalla lezione pittorica di Gianfilippo Usellini, dai fumetti del "Corriere dei piccoli" (che Dino ben conosceva lavorando al Corriere della Sera a cui faceva capo anche la nota rivista per ragazzi), dai fumetti e dalle foto bondage dell'underground erotico statunitense (Klaw, Willie, Stanton, Jim, Eneg, ecc.) tutto ripensato e shakerato usando le metodologie di quel surrealismo ereticale (non bretoniano) che figliò il Realismo fantastico, il gruppo Panique, i fotoracconti sperimentali di Ado Kirou e persino i fumetti di Barbarella. Basterebbe davvero poco per evitare inconsistenti luoghi comuni, quegli stessi in cui rischia

“Marinaretta in paesaggio lacustre forse austriaco” 2007 cm 63x82 tecnica mista su tela dipinta e sughero

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Roberto Roda|UN SESSANTOTTISTA NON SESSANTOTTINO

di rimanere ingiustamente imprigionato Coelli. Dicevo di come Coelli ci imponga di travalicare le discipline o meglio ci obblighi continuamente a mutare i nostri punti di vista iconografici anche perché le sue opere da semplici pitture si sono evolute negli anni in oggetti e collage, dove il suo bagaglio culturale (che comprende la pittura, la letteratura, l'architettura, il design, il fumetto, il cinema, la fotografia e persino la poesia visiva) viene tutto mescolato, tutto tritato. Piersandro prende foto, parole, fumetti, pezzi di suoi disegni e "sbatacchia" tutto insieme, magari incollandolo su vecchi dipinti, incerti e dozzinali, recuperati ai mercatini per due lire, pardon per due euro. L'esito è esilarante, pur anche stravagante per via di una casualità che qualche critico ha voluto ricondurre concettualmente, e non del tutto impropriamente, alle lezioni del dada o alla poesia futurista, ma che in realtà essendo solo apparente sembra piuttosto raccogliere (opportunamente travisandoli) i suggerimenti di alcuni poeti visivi, Michele Perfetti in primis. Del resto fra i poeti visivi Perfetti è l'unico a cui il Sessantottismo non starebbe poi tanto stretto. Poiché l'universo culturale coelliano è straordinariamente ampio, il fruitore-osservatore per comprendere e inserirsi nei dialoghi lanciati dall'artista dovrebbe possedere lo stesso bagaglio cultu-

rale e fors'anche dovrebbe condividerne lo stesso vissuto. Il che naturalmente è impossibile e rende non perseguibile una completa decifrazione degli allestimenti. Il gioco a cui Coelli chiama l'osservatore è dunque un divertente processo investigativo (che presuppone sempre una buona dose di inconoscibilità), non troppo dissimile da ciò che amava praticare anche Dino Buzzati nei suoi quadri-racconto. Del resto Coelli non ha mai fatto mistero di avere riservato a Buzzati e alla sua pittura narrativa molte appassionate attenzioni e di averla ben digerita. Più l'osservatore saprà immedesimarsi con l'artista, più saprà nel tempo accrescere le proprie conoscenze visuali, maggiormente arriverà alla appagante decifrazione di sempre nuovi riferimenti dialogici. Se ogni qual tanto l'osservatore tornerà ad osservare una medesima opera coelliana, sempre avrà possibilità di scorgervi qualcosa che magari prima era stato, per impreparazione di parte, impossibile notare. Rimane implicito che nel frastuono visivo allestito da Coelli ascoltare tutte le voci che dialogano accavallandosi è praticamente impossibile, ma alla fine è proprio questo che conferisce fascino indubbio al gioco dell'artista e alle sue divertenti opere.

“Senza titolo” 2007 cm 17x24 tecnica mista su carta

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PIERSANDRO C OELLI Elogio d ella s emplicità E T TO R E C E R I A N I

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Ettore Ceriani|PIERSANDRO COELLI - ELOGIO DELLA SEMPLICITA’

“Senza titolo” 2006 cm 24x49x16 applicazioni su sughero e piombo

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“Dio ci ha donato la vita, una cosa semplice se non fosse che noi uomini tendiamo a complicarla" così affermava un celebre scienziato in una sua pubblicazione. In effetti, se guardiamo a quanto sta succedendo nel mondo in questi ultimi decenni, possiamo notare che le cose stanno sempre più complicandosi, nonostante scienza e tecnologia abbiano dipanato un bel po' di problemi. E' indubbio che il mondo stia marciando a forte velocità e non tutti abbiano il passo per seguire i suoi repentini cambiamenti. Peggio ancora se si appartiene ad una nazione povera, dove il 'gap' tecnologico e culturale forma un divario che tende continuamente ad allargarsi. Il cosiddetto 'villaggio globale' ha sicuramente contribuito ad ampliare gli orizzonti, ma dando prevalenza agli aspetti economici, finanziari, produttivi. Invece, i confronti fra le diverse culture, che rappresentano le radici di ciascun popolo, sono stati sinora estemporanei, casuali e, quando avvengono, superficiali. Va da sé che la cultura, invece di essere fenomeno di reciproca conoscenza ed approfondimento, sia spesso messa ai margini, diventando - nelle occasioni in cui viene proposta - momento di mera curiosità, oppure prodotto che soggiace alle leggi

commerciali. Del resto, la 'globalizzazione' non ha necessità di approfondimento e di sollecitazione intellettuale. Come lo stesso termine lascia chiaramente intendere, la sua principale finalità è quella di trasformare il mondo in un'unica regione pianificata. La più vasta possibile, dominata da poche regole, in cui il singolo, specie quando diverge o diventa un ostacolo, va accantonato. La persona non è considerata protagonista, ma utente. Esattamente il contrario dei fondamenti su cui si basa l'arte, nella quale conta la personalità, intesa quale suprema esperienza dell'Essere (ovviamente in tutte le sue varianti). Nel mondo contemporaneo siamo così in presenza di un riduttivismo diffuso. In tutti i campi muta a volte (ma non troppo) la veste esteriore, mentre i contenuti sono praticamente gli stessi, poiché vale la legge della massima diffusione e del più vasto utilizzo. Una tendenza che, pur nel dovuto rispetto a chi opera intelligentemente nei diversi settori, definiremmo 'pubblicitaria' in quanto gioca molto non sulla sensibilità dei singoli, ma sulle preferenze medie dei più. Del resto, sono la stessa fragilità della società contemporanea e

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Ettore Ceriani|PIERSANDRO COELLI - ELOGIO DELLA SEMPLICITA’

la fretta che la contraddistingue ad incanalare le nostre esigenze, materiali e psichiche, su false piste. Se un individuo non ha il tempo per riflettere, è costretto a demandare tale facoltà ad altri, che fanno per lui pure le scelte, ovviamente sulla base della loro discrezionalità, votata al principio economico del massimo utile con il minimo sforzo. In arte, la situazione risulta ulteriormente peggiorata dal fatto che a tendenze e movimenti aperti a tensioni universali sono andati sostituendosi linguaggi personali portati a misurarsi non sulla base di valori fondanti e motivanti, ma sul clamore, sulla rottura, sull'escamotage. Oggi nelle mostre maggiormente propagandate conta l'evento in se stesso più del contenuto. Non c'è quindi da meravigliarsi se ai valori da sempre legati al 'fare arte' si sono sostituiti stratagemmi fortemente indirizzati verso la massima possibilità di pubblicizzazione. Uno dei valori dimenticati è la semplicità, quella semplicità che risulta necessaria per dare via libera alle emozioni più sincere, per raggiungere la poesia, per far sì che l'opera d'arte sia veramente mezzo di comunicazione. La semplicità è diventata qualità rara al mondo, specialmente in

un'epoca, come l'attuale, in cui la fretta sotto le stelle è molta. Chi riflette ama analizzare, confrontarsi, risalire al significato profondo dell'Essere. Proprio per questo la semplicità non può essere confusa con il semplicismo. Quando la sintesi nasce dalla semplicità è sentimento, quando nasce dal semplicismo è banalità. Il poeta belga Jacques Brel soleva dire che "artista è colui che invecchia senza diventare adulto". Non a caso, tanti grandi artisti (Picasso fra i primi) hanno sentito l'esigenza di guardare all'universo dei bambini, quasi a voler purificare la loro arte dalla pretenziosità dei tempi e dalle incrostazioni della retorica. Ho riscoperto il valore della semplicità una domenica mattina, andando a far visita a Piersandro Coelli nel suo studio di Milano. Ho avuto così modo di rendermi conto, proprio dalle sue opere iniziali, che è un requisito fondamentale del suo approccio all'arte, un bisogno connaturato di risalire alle radici dell'emozione. Piersandro mi ha mostrato alcuni piccoli lavori che avevano come soggetto gruppetti di case. Composizioni lineari, apparentemente (ma solo apparentemente) elementari, però sublimate da colori chiari e luminosi, più immaginari che reali. Impostata sulla tradi-

“Senza titolo” 2004 cm 60x70 ecoline su carta

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zionale struttura centrata, portata a chiudere lo spazio in avanti come a voler inglobare l'osservatore permeandolo di sollecitazioni primarie, in modo da permettere alla stringatezza strutturale del dipinto di accompagnare la scansione intima. Le sue immagini intendono però penetrare nel corpo degli eventi umani e non arrivare ad un loro rigoroso trascendimento. Non c'è quindi la ricerca di una estrema purezza della forma, ma piuttosto il maturare un fatto visivo per arrivare all'essenza, come percezione di articolazioni temporali, nell'intento di riportare alla luce una loro primigenia forza intrinseca. Questa forza intrinseca rimarrà caratterizzante pure nelle successive definizioni d'esiti e permetterà, anche nelle composizioni più assiepate, di mantenere un ordine vitale. Sembra infatti che l'artista voglia preservare l'originale percezione di ogni elemento dell'immagine da possibili travisamenti. Un passaggio significativo della sua pittura, attraverso i vari cicli che contrassegnano lo sviluppo della sua identità stilistica, avviene quando lo spazio, sino a quel momento naturalistico, si trasforma in dimensione virtuale, non più legata ai condizionamenti fisici del supporto ma alle molteplici speculazioni mentali.

Uno spazio elastico, pronto a flettersi o ad ampliarsi a seconda delle necessità, ma che prescinde dalle regole dell'oggettività, pur mantenendone le forme. Uno spazio in cui può esserci indifferentemente tutto e niente, nel quale si assiste ad una distribuzione uniforme dei centri d'interesse visivo. In questo spazio le forme fluttuano, libere da rapporti chiaroscurali e da schemi precostituiti, come un'immensa riserva di rivelazioni, amalgamando al di fuori di qualsiasi ordine cronologico - memoria e realtà entro un unico insieme emblematico. In realtà, quella di Coelli è la dimensione della vita entro cui si saldano passato e presente, un palcoscenico capiente che raccoglie vissuto, incontri, sospiri, intuizioni momentanee ed esperienze destinate a durare. Non a caso ho parlato di palcoscenico perché, per certi versi, il suo armonico dispiegamento sul supporto assomiglia all'opera lirica, dove i personaggi, invece di parlare, cantano fra loro, e cantano anche quando riflettono per conto proprio, spesso inspiegabilmente non sentiti da chi gli sta accanto. All'opera, le emozioni, gli affetti e persino i fatti si sentono prima che se ne capiscano le parole che li esprimono. Ecco, nei lavori di Piersandro c'è una realtà che esce dai tempi

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Ettore Ceriani|PIERSANDRO COELLI - ELOGIO DELLA SEMPLICITA’

e dai modi del quotidiano, che raccoglie nello stesso ambito accadimenti e pensieri, impulsi e riflessioni, in quanto la realtà 'personale' non è il frutto di un particolare momento, ma un continuo sommarsi di acquisizioni, dove ogni oggetto, ogni cosa, ogni figura non è mai a se stante, ma nasce da un determinato entroterra, ha una sua precisa identità, è in rapporto mutabile con le altre. Come un mosaico, in cui ogni tessera ha una sua funzione, un proprio posto, pur essendo incastonata fra le altre. Ecco perché, nelle sue immagini, pur essendoci uno stretto rapporto di sintonia (non solo pittorica) fra gli elementi riportati sulla superficie, ciascuno di loro ha uno spazio netto e compiuto, che corrisponde rigorosamente alla misura del riporto in carta colorato, quasi a volersi staccare dalla materia indeterminata, a voler ribadire una propria storia. Da quante vicende è formata la vita! Inizialmente siamo stati in molti a sbagliare, adottando per le opere di Coelli il termine 'Pop Art' . Forse per la fretta che tutta la critica ha di catalogare entro registri di vasta popolarità. Prima di tutto perché la 'Pop Art' è un fenomeno che si identifica con un contesto tipicamente americano. Sappiamo che il primo esempio di pittura 'Pop' appartiene a Richard Hamilton ed è

legato ad un quadro esposto nel 1956 durante una mostra raccolta sotto il titolo " Questo è futuro" alla Whitechapel Art Gallery di Londra. Ma il modo con cui l'ambiente artistico americano l'ha prontamente adottata, facendola sua, ci fa pensare che avesse pienamente maturato i prodromi per accogliere tale apporto artistico. In seguito la 'Pop Art' è diventata un contenitore in cui è stato messo un po' di tutto e proprio per questo ha finito per perdere le sue caratteristiche principali, sino a degenerare. Per quanto lo spazio di Coelli sia virtuale, non è mai asettico, né ritagliato attorno ad un soggetto centrale destinato a proporsi emblematicamente allo sguardo dell'osservatore. Spesso, quando ad esempio diventa cielo 'stellato', si tramuta in una proiezione a forte impatto emotivo, addirittura intensamente poetica, ed assorbe gli elementi che formano la composizione, li ingloba. Il linguaggio di Piersandro, non scade mai al livello di sub-cultura, in ciò aiutato da una fine ironia che gli permette di volare alto. Anzi, proprio per il modo con cui è enunciato, lascia sottendere un entroterra sostanzialmente umanistico e di vaste connessioni letterarie. Così, questi elementi fluttuanti destinati a solidificarsi nella

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memoria, anche quando appartengono alle funzioni della quotidianità sembrano essere animati da una propria autonomia distintiva, che nasce dal contatto con la persona. E' la stessa relatività della condizione umana a sublimarne il ruolo. Un oggetto usato da una persona cara, per quanto comune, non sarà mai una cosa qualsiasi, ma un oggetto particolare e ad offrire la misura del suo valore non sarà la sua funzione, ma il suo significato. La tecnica usata da Piersandro, che ritaglia tali oggetti o figure o loro particolari, li colora e poi li imprime sul fondo, ci sembra un tentativo di nobilitare questi elementi, uno per uno, nell'ambito del contesto pittorico che li accoglie. E quando, più avanti, apre un nuovo ciclo, caratterizzato dagli ambienti, dalle sovrastrutture e dagli orpelli che distinguono le funzioni e le tipologie dei vari lavori, al di là dell'assiepamento che tende a evidenziare il caos della nostra epoca, anche in tali icone è ben presente il registro del vissuto. L'esempio che intravedo dietro tali composizioni è quello di una formazione corale in cui ogni voce ha una sua tonalità particolare, una sua funzione, un suo valore, pur facendo parte di un insieme che segue un unico spartito. Lo spartito naturalmente è

l'uomo, dentro il quale questi valori vengono dipanati. Altra icona che ricorre spesso nella pittura di Coelli è quella legata ad una nota confezione di cioccolatini. Dapprima potrebbe sembrare una larvata denuncia della strumentalizzazione, anche sentimentale, che la pubblicità effettua subdolamente a livello di inconscio popolare. Larvata perché l'artista non è abituato a declamare, ma suggerisce, usa i toni ed i modi pacati di una discussione serena, dove non vale il primo impatto, ma le svariate circostanze che lo determinano. Non è denuncia, ma semmai il tentativo di recuperare l'icona da un ambito riduttivo che non è suo, per arrivare a ripristinare, nella rigorosa interpretazione del bianco e nero, le sue prerogative originali, innestandole in una trama pittorica che ne valorizzi pienamente le sue potenzialità espressive. Non a caso, Piersandro la riporta così com'è, senza effettuare alcun ritocco, attribuendole la valenza di un antico reperto finalmente tornato alla luce. Ecco un ulteriore esempio di semplicità poetica, intesa come naturale capacità di arrivare all'essenza delle cose.

“Senza titolo” 2003 cm 25x35 Ecoline su carta

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Ettore Ceriani|PIERSANDRO COELLI - ELOGIO DELLA SEMPLICITA’

La figura femminile è un altro elemento ricorrente nell'arte di Coelli. E' una donna ricondotta a simbolo, lontana da qualsiasi tentativo di raffigurazioni fisionomiche. Intera o frammentata in particolari, spesso rappresentata da un indumento o da un aggeggio che introduce alla femminilità, da una morbida curvatura di linea o da una stesura di colore tenero, non ha mai un significato univoco. In realtà, la donna è la dimensione più evidente della vita, con tutti i suoi limiti, ma anche con tutte le sue eterne illusioni. Spesso rappresenta quella parte dell'uomo che lo stesso non conosce, il mistero dell'esistenza; altre volte è la concretezza cui ci dobbiamo adattare, altre ancora è la possibilità di sognare e di andare oltre le contingenze della quotidianità. Insomma, la donna è la vita nella sua globalità, comprendente anche quella parte che spesso trascuriamo. Proprio per tale molteplicità di significati assunti di volta in volta, l'elemento femminile è la linea di continuità che attraversa i vari cicli affrontati dall'artista, in qualsiasi modo e con qualsiasi particolare venga rappresentata.

tele di intonazione popolare dove i paesaggi tendono a declinazioni fiabesche. In questi panorami improbabili, nei quali l'ingenuità della rappresentazione arriva spesso all'assurdo, inserisce combinazioni di figure e di oggetti, tentando una difficile mediazione estetica, ma nel contempo cercando mediazioni forti che, proprio a causa delle loro incongruenze temporali e strutturali, portano alla riflessione. Una riflessione che richiede una interpretazione 'intuitiva', chiamando l'osservatore ad immettere la personale visione della vita, la sua esperienza intellettuale, la mentalità del suo tempo, gonfiandole o sgonfiandole a suo arbitrio. La presenza di un fondale che costringe a ritornare a ritroso nel tempo, ad un'epoca antecedente, smorza la fretta dei nostri giorni e costringe a ripensamenti. In un piccolo e divertente catalogo, 'Storia dell'Arte-Volume 3°', per una mostra alla Galleria Schubert (2001), Coelli parla delle sue 'sculture'. Se pensiamo alla scultura in senso classico, la definizione ci sembra un po' rischiosa. E' però anche vero che tutto nella sua arte non rispetta steccati e convenzioni. Ma è poi così importante che un'opera d'arte si chiami scultura, quadro o installazione?

Ogni tanto Piersandro frequenta qualche mercatino ed acquista

“Senza titolo” 2004 cm 60x70 ecoline su carta

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Nei quadri, alcuni elementi compositivi sono spesso inseriti ai confini della superficie dipinta, quasi volessero uscire, andare oltre i limiti coercitivi della rappresentazione, mossi da una forza misteriosa che li fa vivere. Quando un paio di gambe femminili penzolano dall'alto sorge immediata l'idea che oltre vi sia il resto del corpo, in un prolungamento ideale che però non si vede. Si può solo prefigurare, dando spazio alla immaginazione. Ciò è dovuto al dinamismo intrinseco dei suoi lavori, più mentale che fisico, che coinvolge l'osservatore in un processo speculativo. Negli anni del secondo dopoguerra, periodo nel quale Coelli attinge parecchio, in molte case venivano allestiti degli 'altarini popolari', diversissimi fra loro per composizione e gusto. Tali altarini che di solito venivano posati su un mobile, raccoglievano foto, statuine, oggetti, immaginette, cartoline, ecc. Insomma, un po' di tutto, assemblato senza distinzioni di tempo e per questo considerati come una memoria di famiglia, sempre aperta a nuove aggiunte. Senza arrivare a sostenere che il 'futuro non esiste'', la relazione con il passato è implicita nella vita e nella concezione del tempo. Sant'Agostino diceva che 'Non esistono, propriamente parlando,

tre tempi, il passato, il presente e il futuro, bensi' tre presenti: il presente del passato, il presente del presente, il presente del futuro'. Ecco perché le 'sculture' di Coelli mi ricordano tali altarini, in continuo divenire nel corso degli anni, dove coesistono i tre tempi di un continuo presente ed un unico attore: l'uomo. Da molti anni Piersandro Coelli sta compiendo un articolato e singolare viaggio nel mondo dell'arte, osservando, riflettendo, trascrivendo con segni e colori il suo multiforme vissuto. Che la dimensione sia temporale o immaginaria, il viaggio è in ogni caso un muoversi verso un altrove, che talvolta significa la trasformazione del viaggiatore in un altro, perché il cambiamento è prima di tutto modificazione mentale di ciò che si è o si crede di essere. Diceva Khalil Gibran: 'Sono un viaggiatore e un navigatore, e ogni giorno scopro qualche nuova regione dentro la mia anima'.

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“Senza titolo” 2007 cm 20x30 tecnica mista su carta

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MERCI, M ONSIEUR D EGAS Parole che SIMONETTA M. RODINO' domanda a PIERSANDRO COELLI

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Simonetta M. Rodinò|MERCI,MONSIEUR DEGAS

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Significati, simbologie, astrazioni, introspezioni, analisi: cosa significa dipingere per te?

biano. Ma il metodo è rimasto il medesimo. Un po’ come quello del bambino con le matite colorate.

A dire la verità ci si siede sopra lo sgabello. Davanti al tavolo. Io dipingo in orizzontale. E si inizia a disegnare. E tutto è semplice. O almeno così lo era all’inizio. Perché: “dipingere non è molto difficile quando non ci sai fare. Ma quando si incomincia a saperci fare, allora le cose cambiano”. Ma questa è una frase di Degas, che pare fosse una malalingua.

I bambini, col loro modo ingenuo, a volte riescono a stupirci, mescolando sui loro fogli fantasia, colore e pura innocenza. Li ho visti i bambini, accompagnati dalla maestra, nei musei e specialmente in Francia. Davanti ai quadroni. Se ne stanno seduti per terra. Mangiano il panino, fanno le briciole e copiano. In realtà fanno pasticci. Ma bellissimi pasticci. Molto migliori di certe pomponeggianti Madonne strabiche. Che allattano improbabili bambolotti macrocefali con il nome di Gesù Bambino. Il tutto sotto gli occhi caramellosi di un San Sebastiano sorridente a causa delle trentasette frecce che lo trafiggono. Spesso, in basso a destra, vi è un setter bastardo probabilmente incrociato, a giudicare dalla coda, con un maialino d’India.

Quali allora i cambiamenti dal tuo inizio ad oggi? E, di fatto, tanti anni fa la matita, o la fusaggine, il carboncino o il pastello andavano da soli. Mi preoccupavo essenzialmente di usare la matita giusta, morbida o dura, 5B o HB, per il tratteggio giusto. E di disegnare i contorni delle cose. Poi quei contorni li coloravo. Con l’ecoline, i pastelli a cera, l’acrilico; quasi mai con l’olio. Ed era tutto qui. Oggi, forse, disegno i contorni dei pensieri. E non so più bene la differenza tra una mina 5B ed una HB. Ecco dove le cose cam-

Che cosa pensi delle collezioni dei Musei? Bisognerebbe selezionare meglio i quadri esposti nei musei. E magari, anziché appendere chilometri di Mattia Preti o di Carlo

“Senza titolo” 2001 cm 60x50 tecnica mista su tavola

“Senza titolo” 2000 cm 50x50 tecnica mista su tavola

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Simonetta M. Rodinò|MERCI,MONSIEUR DEGAS

Maratti o, che so, Francesco Solimena, incollare alle pareti i foglietti colorati di Martina, di Nicole e di Simonetta: allieve della terza B. E la pensava così anche un certo Huysmans se già a fine ‘800, in “Á rebours”, scriveva di quelle azimate famiglie parigine che la domenica, in una noia estatica, sfilavano davanti a certe atrocità esposte al Louvre. Insomma, datemi meno musei, ma datemeli migliori. Datemi più bambini e meno scuola.

cose più difficili. Ma i rapporti tra le cose, quelli non li si possono eliminare. E si incomincia a costruirsi un proprio schema, una propria geometria che a volte rischiano di diventare una gabbia. Si inventano le proprie regole. Che non sono quelle dei 112 manuali intitolati: “Come dipingere in 14 facili lezioni”. Manuali responsabili dell’esistenza di 627.893 pittori che davanti ad un Fontana o ad un Capogrossi possono dire con orgoglioso disprezzo: “Sono capace di farlo anch’io”.

Ma la formazione è non solo necessaria ma anche fondamentale: altrimenti si verificherebbe non solo il trionfo dell’improvvisazione, ma anche quello del kitch. E già ne vediamo parecchio in giro.

Molti artisti si sono conformati ad una regolamentazione severa e rigorosa, penso al Kandinsky di “Punto, linea e superficie” o ai ‘Programmes’ di Vasarely. Tu quali regole segui?

Certo: bisogna imparare, ma la cosa difficile è dimenticare. Così, quando non ci si sa fare, si impara a disegnare una casa, un fiore, un’automobile (che è più difficile). Il fatto è che, dopo, non importano più la casa, il fiore o l’automobile (che resta difficile). Ma il loro volume, i loro rapporti. Ed è lì che le cose incominciano ad essere impegnative per davvero. L’automobile la si può anche eliminare perché nessuno ordina di fare a tutti i costi le

Ma, per me, non si può chiedere a chi dipinge davvero quali siano le sue regole. Semplicemente: le sa. E spesso le sbaglia. Quando questo accade nascono i quadri migliori. In una parola voglio dire che bisogna essere capaci di sgrammaticare. Purchè si conosca la grammatica. Poi, mi vengono dubbi che anche questo sia esatto, ma lasciamo stare. Per esempio, io ho fatti quelli che pomposamente si possono chiamare “cicli”. Una serie di “Madonnine”, “Rifacimenti di quadri

“Senza titolo” 1996 cm 60x70 ecoline su pastalegno

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dell’otto e novecento”, “Titoli di libri”, una che si può chiamare “On the road” ed altre serie che ora non mi vengono in mente. Più o meno è sempre andata così.. Hai già in mente come verrà un quadro, o il processo creativo matura parallelamente alla componente tecnica? I primi quadri di quello che possiamo chiamare, tanto per darsi delle arie, “periodo” nascono da un’idea. E chissà come viene quell’idea? E camminano veloci. Perché si ha fretta di tramutare in immagini quel pensiero nato magari in metropolitana o mentre si fa colazione o si è fermi ad un semaforo. Poi è come sedimentato. Ed allora si cura maggiormente sia il quadro che l’idea. Li si affinano. Si è più attenti. Se metto una cosa in basso a destra deve essere bilanciata da un’altra al centro. Che a sua volta deve concatenarsi con una in alto. E poi se c’è un colore

“Senza titolo” 2005 cm 31x35x20 applicazione su sughero e piombo

freddo, e può essere perché il primo colore che stendo è sempre quello che mi capita in mano a caso, lo debbo armonizzare con uno caldo; un tono chiaro con uno scuro. Non è difficile, ma incomincia a divenirlo, inizia ad essere pittura. Poi, quando se ne è completamente padroni, si inizia a limare, a raffinare, direi a gigioneggiare. E’ l’idea che se ne è andata e rimane solo la tecnica. E allora bisogna smettere. O almeno io credo che sia così. Perché si rischia di fare l’accademia di se stessi. O comunque non ci si diverte più. E qui preferisco non pensare a quanti “mostri sacri” dell’arte hanno rifatto se stessi. Sì, certo: c’è il mercato, il successo, l’immagine, i soldi. Ci sono troppe cose intorno all’arte. Che dovrebbe essere sola. Non voglio essere io a pontificare. Scherzosamente potevano farlo Baj e Guttuso. Parlando di Morandi. Più o meno dicevano: “che noia, una vita passata a dipingere bottiglie”. Nel caso specifico penso proprio sbagliassero perché, per tutta una vita, Morandi ha fatte bottiglie che non

“Senza titolo” 2006 cm 32x34x3 applicazione su sughero e piombo

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“Senza titolo” 2006 cm 54x56 acrilico su legno sagomato


Simonetta M. Rodinò|MERCI,MONSIEUR DEGAS

erano niente male anche se forse, ma questa è un’altra storia, avrei preferito che qualcuna contenesse un sano Lambrusco della sua terra. E penso anche che si divertisse a dipingerle. Comunque, quando si capisce che si rischia di essere la copia di se stessi, è meglio passare ad un’altra idea. Perché la copia di se stessi vuol dire cercare di fare un quadro più bello. E penso non ci sia nulla di peggio, per un pittore, che voler fare un quadro bello. Riuscirà magari ad ingannare il pubblico. Ma mentirà a se stesso. Ecco perché bisogna passare ad un’altra idea. Non foss’altro per il gusto di ricominciare. Ma da dove nasce l’idea? Già, ma l’idea, questa come viene? Come viene l’ispirazione? Che è un bellissimo concetto. Forse un po’ troppo romantico. Non si

“Senza titolo” 1996 cm 40x50 ecoline su pasta legno

è sempre dei giovani Werther. E non si può starsene lì a meditare sul significato della vita e sul destino dopo la morte. Come in un tumultuoso quadro di Friedrich dove il viandante aspetta e aspetta. Anche perché a furia di aspettare i pittori invecchiano. Almeno in età. Non dovrebbero nello spirito. E poi non credo più di tanto al così detto artista che se ne sta lì, a cercarla tra le nuvole. L’ispirazione. Bisogna, Leopardi mi perdoni, andare a vedere cosa c’è oltre la siepe. Altrimenti si rischia di non dipingere. Un pittore così farebbe meglio ad andare al cinema. E se non vi sono buoni film potrebbe, meglio ancora, andare a donne. Chissà che lì, al cinema dico, non gli venga un’idea. L’importante però è non tirare fuori un taccuino per appuntarsela. A parte il ridicolo anacronismo della cosa, che fa tanto acquerellista dell’Ottocento, deve rimanere da sola nella mente. Se se ne va, vuol dire che non era buona.

“Senza titolo” 1995 cm 45x45 ecoline su pasta legno

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“Senza titolo” 1995 cm 40x45 ecoline su pasta legno


Il tuo dunque è quello che oggi si definisce work in progress. No, è un lavorare continuo e non m’importa se non faccio progressi. Il work in progress lasciamolo ai pubblicitari o ai bancari, ai pittori lasciamo la fantasia che non ha programmi di progresso. Si lavora e basta. Ognuno col suo metodo. Io per esempio non faccio mai bozzetti. Sarebbero crogiuoli di appunti, di idee. Ed a che cosa mi servirebbero quando poi, dipingendo il quadro, mi metterei ad inseguire altri sogni? Perché le immagini nuove spesso vengono lavorando. Da un segno tracciato. Che può essere il contorno di una bottiglia. Però è venuto male. E fa pensare, che so, ad un salame. Ed allora si dipingerà una trattoria. Ma non è importante sia una trattoria od una bottiglia. Ciò che importa è che sia una costruzione. Questo almeno per me. Che i quadri li costruisco. Ricordo che, per una mostra all’estero, la gallerista voleva appendere accanto alla porta una sorta di manifesto. Mi ha dato un rotolo di carta alto più di due metri, una manciata di pennarelli, un’ora di tempo e mi ha detto: “Fai ciò che vuoi”. Credo di aver disegnata la cosa peggiore tra tutte quelle che ho fatte. Perché la pittura ha bisogno di silenzio e di solitudine, di concentrazio-

ne, di tempo. Ecco perché nello studio raramente tengo la radio accesa e, quando lo è, cambio stazione all’apparire della nevrosi di notizie criminalpolitiche per sintonizzarmi solamente sulla musica classica a bassissimo volume (Satie mi perdonerà se perdo qualche vibrazione delle sue Gymnopedies). Ecco perché tengo l’orologio su una sedia nell’altra stanza e procedo lentamente, con pignoleria forse eccessiva. Nulla nei tuoi lavori è affidato al caso: nessuna sbavatura, niente trucchi per coprire il minimo errore. Tutto sempre ‘pulito’ e perfetto. E questa è la mia gabbia. Li invidio quei pittori che sbagliano. Io, invece, correggo spesso con la gomma. Ricordo una di quelle domande saccentemente giornalistiche fatte a Giovanni Arpino: “Cosa ci vuole per essere uno scrittore?” La risposta fu: “Il cestino della carta straccia”. Insomma, se mi domandano cosa serve ad un pittore, io potrei rispondere: la gomma. Perché sto attento alle distanze, ai rapporti. E questa forse è una colpa. Molti anni fa un gallerista, che poi ha accettati i miei quadri, mi ha detto: “Sbaglia di più”. Ho fatto esattamente l’opposto. Una

“Senza titolo” 1997 cm 70x100 ecoline su pasta legno

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Simonetta M. Rodinò|MERCI,MONSIEUR DEGAS

parte determinante in ciò la hanno avuta le piccole sculture che ho costruite con piombo, fili di ferro, fotografie e colori. E quelli che chiamo altorilievi: fatti con sughero, un po’ di metallo, ritagli di foto e fumetti. O le sagome di legno che ho pazientemente, troppo pazientemente, intagliate.

strada di una qualunque città. C’è spazio persino per gli alberi e per un cane che fa pipì. Per un lampione e per una puttana. Per il rumore e per il silenzio. E per una coppia di vigili. Per due auto che si scontrano, una saracinesca che si abbassa ed il menù di un ristorante. Ci sono ombelichi scoperti e culi bassi e manager che passano con la loro valigetta che contiene pratiche e panini imbottiti e la ‘Gazzetta della Sport’. C’è spazio persino per un pittore. Che enumerando tutte queste cose non ha fatto altro che dipingere un quadro scritto. Perché, almeno per me, un quadro non è che affacciarsi alla finestra.

Un’attenzione quasi paranoica verso il concetto di equilibrio. In questi lavori più che mai dovevo stare attento alle misure, agli spessori, ai punti di vista. Posso sbagliare, ma penso che la tridimensionalità abbia influenzato il mio successivo modo di dipingere. Lo ha, per così dire, baroccheggiato. Portandomi al problema del mettere e del togliere. Ed alla fine è tutto lì. Nel cosa mettere o nel cosa togliere. Probabilmente Mondrian e Pollock ragionavano nello stesso modo. L’uno tendeva verso il nulla, l’altro verso il tutto. In entrambi i casi l’importante è sapersi fermare. Non importa quali siano le tecniche, la concezione, la tematica od il pensiero. Io ritengo semplicemente che in un quadro od in una scultura, oggi anche in un video o a maggior ragione in una installazione, ci possa stare ogni cosa. E’ un po’ come l’immagine di una qualunque

Il mondo che raffiguri nelle opere è il nostro quotidiano, con difetti e debolezze. Non tutti però comprendono, davanti a un tuo quadro, di non essere spettatori, ma attori delle tue scene ironiche strappati alla propria realtà. Per questo cerco di rubare la realtà. Per questo faccio furti di fotografie che incollo. Per questo vado per mercatini e compro per due soldi dignitosissime ‘croste’. E poi le stravolgo con quelli che oggi sono ridicolmente, ma in modo trendy (si dice così?), chiamati interventi. E poi le parole dei fumetti e brandelli di disegni

“Senza titolo” 2004 cm 70x100 ecoline su carta

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fatti da me. In una parola: sto a guardare, rubo qualcosa ed il quadro è già fatto. Per farlo realmente, poi, ci vogliono sei o sette ore. E un bel po’ di concentrazione e magari anche molta fatica. Ma tutto questo è tanto bello. Forse solo per me (o comunque per ogni pittore) perché questo è il mio mondo, sono le mie idee. Ed un quadro è fatto con le idee. Ma a chi le dipinge non bisogna chiedere quali siano. E’ vero che Kandinsky apprezzava le persone che guardano i quadri in silenzio, ma non pensi che una tua chiarificazione aiuterebbe a comprendere di più il tuo spirito, o almeno avvicinare chi lo guarda al modo di leggere un quadro come lo fai tu? Ma è più che legittimo che chi guarda un quadro se ne faccia una propria idea, giusta o sbagliata che sia, purchè non ascolti i fiumi di parole che la vanagloria del così detto artista rischia di rovesciargli addosso. Se cercassi di dare una risposta potrei divenire un filosofo da terza liceo classico formatosi su un Bignami mal digerito. O peggio un parolaio di imbecillità patinata da canale televisivo o da rivista glamour. E poi quelle idee, una volta

che il quadro è finito, il pittore se le è gia dimenticate. Forse. O forse fa finta che sia così. Perché la pittura è finzione. O è realtà? Meglio smettere se no arriviamo a Platone. E non ho mai capito se sia la natura ad imitare l’arte o il contrario. E allora chiudo il libro della filosofia perché credo che chi dipinge debba solo dire che si mette lì, per tanti e tanti giorni della propria vita, insieme agli strumenti del suo lavoro. Le matite, i pennelli, la colla, i pennarelli, i colori. Poi tra quegli strumenti ci metterei anche un poco di fantasia, di intelligenza e non voglio sdilinquirmi con parole come poesia o cuore. E con questi suoi mezzi fa delle cose. E tutto questo “non è molto difficile quando non ci sai fare. Ma quando si incomincia a saperci fare, allora le cose cambiano”. Sarà vero, signor Degas? Ma, senza risposta, lo lascio nel suo studio con i suoi sogni, i suoi colori, cartoncini e pezzetti di foto sparsi ovunque, le sue mani da operaio intellettuale e le sue opere, appese fino al soffitto, che ci fanno viaggiare in un mondo onirico la cui dimensione della realtà è pura fantasia e disincanto.

“Senza titolo” 2006 cm 39x52x21 applicazione su sughero e piombo

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Versi erotici per Coelli Basta vederlo, Piersandro Coelli, come si attarda nei particolari, e come indugia a sondare negli anfratti il grado di umidore, come esplori l’intera cavità, corteggi nastri e bindelli, richiami in vita peduncoli e pistilli che subito si dispongono nell’universo pittorico del loro creatore ad assumere le forme più gradite e i colori più eccitanti, dunque l’anatomia segreta che le donne gelosamente custodiscono ma che sono felici di rivelare fingendo una sapiente noncuranza, appena l’attimo di schiudere una plica, di lasciare una fessura che tutto il suo aroma venga esaltato, e quindi la carica di rugiada che contiene, e diviene la perla luccicante distillata nell’acme del desiderio.

Carlo Castellaneta

“Senza titolo” 2007 cm 20x30 tecnica mista su carta

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pagina precedente “Senza titolo” dettaglio 200 cm 50x60 tecnica mista su tavola


OPERE

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“Meriggio a Bellaria con mareggiata e reggiseno� 2007 cm 40x50 tecnica mista su tela dipinta

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“Maternità sul fiume tra le belle lavanderine” 2007 cm 50x70 tecnica mista su tela dipinta

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“Promontorio prealpino all’ora della toilette” 2007 cm 60x120 tecnica mista su tela dipinta

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“Il primo cavaliere� 2006 cm 60x80 tecnica mista su tela dipinta

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“Riflessi sul lago con vele, amanti e forse parrucchiera� 2006 cm 40x50 tecnica mista su tela dipinta

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“Guado di fiume asiatico con mutanda in altalena� 2007 cm 50x70 tecnica mista su tela dipinta

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“Senza titolo” 2007 cm 20x30 tecnica mista su carta

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“Senza titolo” 2007 cm 20x30 tecnica mista su carta

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“Senza titolo” 2007 cm 20x30 tecnica mista su carta

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“Senza titolo” 2007 cm 20x30 tecnica mista su carta

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“Senza titolo” 2007 cm 20x30 tecnica mista su carta

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“Senza titolo” 2007 cm 17x24 tecnica mista su carta

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“Senza titolo” 2007 cm 17x24 tecnica mista su carta

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“Senza titolo” 2007 cm 17x24 tecnica mista su carta

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“Senza titolo” 2007 cm 17x24 tecnica mista su carta

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“Senza titolo” 2007 cm 17x24 tecnica mista su carta

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“Senza titolo” 2007 cm 17x24 tecnica mista su carta

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“Senza titolo” 2007 cm 17x24 tecnica mista su carta

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“Senza titolo” 2007 cm 17x24 tecnica mista su carta

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Rassegna critica

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RASSEGNA CRITICA

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Le immagini di Coelli sono composte come un puzzle di

Nei cieli di Coelli dimora il silenzio dei media, sono

colori: frammenti bidimensionali contornati da righe nere,

realizzati a video spento. Qui si scoprono fragili sago-

affastellati con un ritmo da discomusic.

me di uomini e donne forse mai nati, ma evocati a

Francesca Bonazzoli

intermittenza. Jaqueline Ceresoli

I cieli di Coelli sono dei veri e propri palchi su cui si recita la commedia della vita quotidiana.

Coelli spinge avanti verso l’o rizzonte cose e pensieri apparentemente in bilico ma al contrario ben ancorati al

Roberto Borghi

tavolo del di-segno/di-s-sdegno, ma soprattutto ai segni del quotidiano di cui riorganizza il caos.

Si ha la sensazione che Coelli sia proprio riuscito a cat-

Gigiotto Del Vecchio

turare in extremis sulla tela qualche flash di ricordi accostati secondo la fantasia del loro proprietario. E’ lo scor-

Coelli è un irriverente pittore serio le cui opere invadono

rimento del sogno che non tiene conto delle regole della

lo spazio sia con totale noncuranza nei confronti di con-

logica ma solo della logica prodotta dall’immaginario.

fini e tele, sia con ironia e voglia di giocare con i non-

Luciano Caprile

sense. Silvia Dell’Orso

“Senza titolo” 2000 cm 50x60 tecnica mista su tavola

“Senza titolo” dettaglio 2005 cm 40x40 tecnica mista su tavola

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RASSEGNA CRITICA

Le contraddizioni di Coelli continuano fra ordine e dis-

Le opere di Piersandro Coelli sono qui non tanto per dirci

ordine, fra l’impulso a narrare e l’a ttenzione alle emozio-

una teoria dell’a rte, ma per utilizzare le forme dell’a rte

ni. Se la contraddizione fosse una colpa, in lui sarebbe

moderna per una nuova finalità: quella impegnata a

felix culpa.

mostrare la propria sensibilità, il personale piacere di troGian Luigi Falabrino

varsi soggettivamente e creativamente nell’o pera. Loredana Parmesani

Coelli se la deve vedere solo con se stesso quando perde, e ci fa perdere, la testa per le sue fantastiche fem-

Per Coelli la pittura è sogno, memoria anche di cose che

mine discinte disegnate alla maniera di un fumetto: pupe

non ha visto né conosciuto, solitudine con se stesso, e la

da sballo, senza chiaro scuro, soltanto un contorno netto

possibilità di parlare il suo linguaggio, usando un alfabe-

(e crudele).

to che è fatto di forme e colori. Melisa Garzonio

Fernanda Pivano

Coelli lascia in sospensione le immagini, gli avvenimenti

Nelle opere di Coelli si produce un effetto straniante tra

e con un programmatico azzeramento delle situazioni porta in

immagini inventate e immagini vere, tra finzione fantasti-

risalto soprattutto il momento elegantemente pittorico.

ca e realtà, ma tutto all’interno dell’universo della rappre-

Paolo Levi

sentazione virtuale, in un iconico gioco di rispecchiamen-

“Senza titolo” 2006 cm 35x34x3 applicazioni su sughero e piombo

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ti linguistici.

Quella di Coelli è una pittura in bilico tra figurazione e Francesco Poli

astrazione, dove la realtà del quotidiano viene trasfigurata da immagini deformate che evocano i ritmi del vivere

Nel suo lavoro ritrovo la mia generazione: tutta una tribù

urbano tra ironia, denuncia e visione poetica.

(tribalizzazione contro la globalizzazione) più un surreali-

Paolo Rizzi

smo ritagliato quasi metafisico visto dalla parte dell’o ggi. Concetto Pozzati

Assemblando personaggi, tipi e oggetti d’o gni genere Coelli produce quadri, sculture e altorilievi dove si respi-

Coelli non chiede niente a chi lo guarda, neanche di

ra un’a ria un po’ Pop, Dada e anche da operetta.

essere capito, soltanto di essere rispettosi delle sue

Fabrizio Rovesti

inquietudini inquietanti. Carlo Rizzi

Le scene di Coelli sono familiari, fanno parte del quotidiano, tutte risolte con un moto di spirito attento, sensibile e contempora-

“Senza titolo” 2007 Øcm 19 tecnica mistasu sughero

“Senza titolo” 2003 cm 30x30 tecnica mista su tavola

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“Senza titolo” 2007 Øcm 19 tecnica mista su sughero


RASSEGNA CRITICA

neamente indagatore, ma senza ansie o patemi d’animo perché

più dell’immediata percezione di una foto patinata, di uno

così è la gente comune, quella di tutti i giorni.

spot dal montaggio serrato e dalla colonna sonora assorMichela Sala

dante. Maurizio Scudiero

Una storia in ogni opera, un continuo articolarsi di un unico racconto. Tra il fumetto e il surreale Coelli ci suggerisce un’interpretazione della vita stessa. Una filosofia leggera ma mai troppo spensierata. Andrea Schubert

Nell’à-plat a tutto campo del colore a valenza simbolica Coelli introduce qualche frammento iconico, e il racconto si dispiega. A tratti amaro, spesso ironico, talvolta ludico: sempre affascinante ed elegante. Pier Luigi Senna

Coelli ci vuole condurre per mano attraverso un mondo che, pur apparentemente irreale, può comunicare molto di

“Senza titolo” 2005 cm 50x50 ecoline su carta

Sono invenzioni appassionate, tutte da godere nella

“Senza titolo” 2005 cm 50x60 ecolinesu carta

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“Senza titolo” 2005 cm 70x100 ecolinesu carta


loro pittura agile e disinibita, tutte da scoprire che Coelli ci regala a piene mani per parlarci della vita e del sogno. Giorgio Seveso

Caro Coelli, sono andato a vedere i vostri quadri, sono molto belli e mi piacciono anche i colori di alcuni. I vostri quadri sembrano dei sogni un po’ realistici e anche un po’ fantastici. Invece quelli arrotondati sono sempre belli ma non particolarmente come gli altri. Daniele Frizzorin (allievo di terza media)

Piersandro Coelli e Martina

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Personali

1995 Galleria Galleria Galleria Galleria

Nuovo Aleph – Milano Spazio Libero – Milano TeArt – Torino Il Torchio di Porta Romana – Milano

1996 Galleria Galleria Galleria Galleria

Microbrera – Milano Bianca Pilat – Milano Priuli agli Scalzi – Venezia James West – Londra (UK)

1997 Galleria Galleria Galleria Galleria

Canonica Arte Incontro – Milano Bianca Pilat Contemporary Art – Chicago (USA) Studio Laboratorio di Anna Virando –Torino Aquifante – Busto Arsizio

1998 Galleria Galleria Galleria Galleria

Artistudio – Milano Feltrinelli – Milano San Carlo – Milano Brezia – Cosenza

Galleria Galleria Galleria Galleria Galleria

2002 Galleria Azzardo – Milano Galleria Immagini Spazio Arte - Cremona Galleria La Roggia – Pordenone Galleria L’Idioma – Ascoli Piceno Palazzo dell’Antica Pretura – Castell’Arquato Galleria Ghelfi – Montecatini Terme 2003 Galleria Galleria Galleria Galleria

1999 Galleria Fonderia delle Arti – Malnate Galleria Satura – Genova Galleria Bocca – Milano Palazzo Comunale - Carona 2000 Galleria Galleria Galleria Galleria

Schubert – Milano Il Prato dei Miracoli – Pisa Salone Colombo – Portovaltravaglia Veratti – Varese Studio Jelmoni – Piacenza

Schubert – Milano Bianca M. Rizzi – Milano Ghelfi – Verona Il Collezionista – Roma

2004 Villa Pomini – Castellanza Galleria L’Incontro - Santa Margherita Galleria Schubert – Milano Ex Chiesa di San Pietro in Atrio – Como Galleria Centro Arte - Pisa Galleria Milarte - Milano

Studio Laboratorio di Anna Virando - Torino Arianna Sartori Arte – Mantova Fluxia – Chiavari Alphacentauri - Parma

2001 Galleria Artistudio – Milano

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2005 Galleria Galleria Galleria Galleria

Aunkan – Barcellona (Spagna) Studio Laboratorio di Anna Virando –Torino Artetadino6 – Milano Istinto – Milano

2006 Galleria Galleria Galleria Galleria

Schubert – Milano Spia d’Italia – Lonato BorgoArte – Borgosesia Tridentum - Trento

2007 D’Art Gallery – Seoul (North Korea) Galleria Milarte – Milano Galleria Porta Rose – Garessio Castello Sabaudo – Casotto Palazzo Comunale – Canzo

Principali collettive e manifestazioni

2008 Galleria d’Arte Moderna – Cento Galleria Arianna Sartori Arte – Mantova Galleria Schubert - Milano Spazio Civico Museale Francesco Tonali - Arluno

1995 Galleria Galleria Galleria Galleria

Il Cannocchiale – Milano De Bellis – San Francisco (USA) La Crocetta – Gallarate Bianca Pilat – Milano

1996 Galleria Contemporanea – Bari Galleria San Carlo – Milano Miart – Milano Comune di Tropea Asta Finarte – Milano Fiera Arte – Padova Comune di Cancelli Lineart – Gent (Belgio) 1997 Columbus Center – Toronto (Canada) Chapelle du Bon Pasteur – Montreal (Canada)

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Galleria San Carlo – Milano Asta Sotheby’s – Roma Arte Fiera – Bologna Miart – Milano Galleria Derbylius – Milano Fiera Arte – Padova 1998 Galleria Bianca Pilat – Milano Galleria Arte Giappone – Milano Comune di Maranello Galleria Satura – Genova

2002 Galleria Yuikaji – Kioto (Giappone) Galleria Circus – Kube Galleria Attico – Tokio Galleria Mibu - Kioto Galleria 446 – Osaka Galleria Artestudio – Milano Galleria Centro dell’Incisione – Milano Spazio Camelot – Gallarate La Permanente - Milano Galleria Ghelfi – Montecatini Terme

Asta Rotary Club – Milano 1999 Galleria Il Tempo Ritrovato – Milano Galleria Aquifante – Busto Arsizio Galleria San Carlo – Milano Asta Archè – Milano Galleria Canonica Arte Incontro – Milano Palazzo Aldobrandini – Frascati 2000

2003 Galleria Schubert – Milano Galleria Franco Cancelliere – Messina Galleria Studio Laboratorio di Anna Virando – Torino Galleria Comunale Arte Contemporanea – Piombino Galleria L’Incontro – Santa Margherita Ligure Museo Civico - Asti Fiera del Levante – Bari Salone del Libro – Hermillon (Francia)

Sharjah Art Museum – Sharjah (Arabia) Galleria San Carlo – Milano Galleria Artestudio – Milano Società Umanitaria – Milano Galleria Schubert – Milano Miart – Milano Asta Christie’s – Milano 2001

2004 Palazzo del Broletto – Como Galleria Artestudio – Milano Galleria Schubert – Milano Fasco Group – Lugano (Svizzera) Foro Italico – Roma Asta Lion’s - Legnano

Galleria Franco Cancelliere - Messina Galleria Arte Giappone – Milano Galleria Schubert – Milano Galleria Artestudio – Milano Art-Wave – Rimini

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2005 Galleria Arte Radici – Milano Galleria Studio Vivo – Cremona Galleria Aquifante – Busto Arsizio Fiera Civitas – Padova Galleria Studio Laboratorio di Anna Virando - Torino Galleria Artetadino6 – Milano 2006 Galleria ArtKultur – Monaco di Baviera (Germania) Palazzo Tè – Mantova Casa di Pavese – S. Stefano Belbo Ambasciata egiziana – Roma Galleria Ada Zunino – Milano Galleria Arte à – Ferrara Galleria Il Dado – Torino Galleria Dimensione Arte – Nocera 2007 Galleria Schubert – Milano Palazzo della Regione – Trento Arianna Sartori Arte – Mantova Galleria Pont-Aven – Suzzara Galleria D.A. Nuova Visione – Gallarate Palazzo Comunale - Nocera Galleria Artestudio - Milano

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Non si sa dove si va, ma ci si va Luciano Bianciardi

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Piersandro Coelli "domani è un altro giorno, forse...