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ISSUE #3


foto copertina Andrea Adorno

Editoriale di Gaetano Fisicaro

Cari lettori e Cari Soci, eccoci al numero 3 di Cromie. Sono Fotografo!!! Per fare il Chimico, bisogna studiare, andare all’università, prendere l’abilitazione, in alcuni casi, prima di esercitare il mestiere.Per fare il Medico, tanti anni di sacrificio sui libri e dopodichè tanta gavetta per realizzarsi.Per fare il Commercialista, studiare, praticantato, e dopo anni finalmente il tuo studio.Per fare l’Avvocato, non ne parliamo...Per fare l’Architetto, devi essere bravo a disegnare, devi studiare, approfondire....Per fare il fotografo......Basta andare in un negozio comprare la prima reflex che vogliamo, stampare i nostri bigliettini da visita e “senza capire come si faccia” buttarsi in questo lavoro..Ops....non è proprio così...Per fare il fotografo, devi studiare ma non solo il mezzo fotografico, ma la fotografia in generale, i grandi maestri, le correnti, i generi, fare un pò di pratica magari presso uno studio professionistico, e poi una volta scelta la propria strada aprire una propria attività o proseguire nella propria ricerca.Come sempre a voi il commento. Buona Luce!!!


Periodico di Fotografia

Sommario

3 - Cultura

Zeiss Storia di un Mito (pt 2) di Andrea Adorno

Spazio Portfolio

6 - Serena Vasta: Giampilieri 2012


Cultura Zeiss Storia di un mito (pt 2) di Andrea Adorno

A partire dal 1909, dunque, da una parte c’era la ICA che produceva fotocamere, e dall’altra la Zeiss che realizzava gli obiettivi che le corredavano. Nell’agosto del 1926 la Fondazione Carl Zeiss creò la società Zeiss Ikon (dal greco “ikon”, “immagine”) con sede a Dresda. Dopo un paio d’anni si procedette ad una razionalizzazione della produzione, circa cinquanta modelli di fotocamere di tutti i tipi. Tra queste vanno sicuramente citate le fotocamere per pellicola in rullo Ikonta, nei formati 6x4.5, 6x9 e poi anche 6x6cm, seguite dalle Super Ikonta, munite di telemetro. Ma è con l’ingresso nel settore delle fotocamere per pellicola 35mm che la Zeiss compie il grande passo realizzando quella che poi sarebbe divenuta una fotocamera storica, tanto che il suo nome, Contax, è stato scelto negli anni ‘70 quando si è trattato di rilanciare la produzione dopo la chiusura della Zeiss in Germania. Già nel 1913 Oskar Barnack aveva progettato una fotocamera per il formato 24x36, ma la produzione iniziò solo nel 1925, in un’officina di Wetzlar specializzata in microscopi, la Ernst Leitz. La macchina venne battezzata Leica (LEItz CAmera). La risposta della Zeiss Ikon fu la Contax. Il progetto Contax si deve in gran parte alla genialità del dottor Heinz Kuppelbender, direttore tecnico della Zeiss Ikon. Il problema principale era quello di costruire una fotocamera che funzionasse con lo stesso formato di pellicola della Leica senza copiarla. La Zeiss selezionò un’equipe apposita e la dedicò esclusivamente alla progettazione degli accessori per la Contax, mentre Bertele si dedicò alla progettazione degli obiettivi. L’impegno profuso dalla Zeiss Ikon fu notevole, ed i risultati, se sul piano commerciale non eguagliarono quelli della Leica, a causa principalmente dell’alto prezzo di vendita dell’intero sistema, sul piano tecnologico risultavano allo stesso livello, quando non superiori, a quelli della concorrente. lL’evoluzione della produzione di fotocamere procedette parallelamente all’incessante progettazione e realizzazione di nuovi obiettivi. Dopo l’avvento del Tessar, la più prestigiosa delle tappe successive fra i prodotti della Carl Zeiss fu il Biotar, un’ottica da 45mm ultraluminosa (in due versioni: f/1.0 e f/0.85) destinata a fini militari e scientifici. Con la nascita del sistema Contax si assisté alla presentazione dello schema ottico molto luminoso derivante dal Tessar: il Sonnar. Le pellicole fotografiche di quell’epoca erano relativamente poco sensibili, e dunque l’avvento del Sonnar, con la sua incredibile luminosità (un 50mm f/2 ed un 50mm f/1.5) di fatto rese possibile lo sviluppo della fotografia con poca luce: reportage, scatti a luce ambiente, fotografia sportiva. alle Olimpiadi di Berlino del 1936 fu presentato il famoso Olympia Sonnar, un 180mm con luminosità f/2.8. Durante la guerra lo stesso schema fu utilizzato per realizzare ottiche particolari destinate ad usi militari, come


Cultura

ad esempio un 400mm f/1.5. Ma il primato tecnologico europeo, ovvero mondiale, della Carl Zeiss non derivava soltato dagli schemi ottici; c’era ma anche un altro risultato, stiamo parlando del trattamento antiriflessi. Si tratta di un’altra pietra miliare nella storia dell’industria fotografica. Le conseguenze pratiche di tale scoperta erano tali che il governo tedesco impose il segreto militare sul brevetto, grazie al trattamento antiriflessi divenne concretamente possibile la realizzazione di obiettivi retrofocus o a lunghezza focale variabile (gli zoom, per intenderci). Lo scoppio della seconda guerra mondiale portò la conversione ad usi militari di una parte delle capacità produttive della Zeiss, con conseguente rallentamento delle ricerche in ambito ottico. A partire dal 1943, inoltre, la Carl Zeiss di Jena divenne un obiettivo primario nella strategia di bombardamento aereo portata avanti dagli Alleati. I danni furono notevoli, ma non devastanti. Anche Dresda, nonostante fosse una città d’arte, non fu risparmiata, e con essa gli stabilimenti Zeiss Ikon. A questo punto la storia della Fondazione Zeiss entra in una fase molto complessa. Alla fine della guerra (aprile 1945), infatti, la Germania fu divisa quattro zone, una sotto il controllo sovietico e tre sotto il controllo degli Alleati (rispettivamente inglese, francese e statunitense). Il seguito alla 3° Parte sul prossimo numero di CROMIE.


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Serena Vasta Giampilieri 2012

Nel numero di questo mese andiamo a conoscere Serena Vasta e il suo progetto fotografico “Giampilieri 2012, che le è valso diversi riconoscimenti, tra tutti la selezione per il progetto FIAF ITACA Storie d’ Italia. Per Serena 28 anni la fotografia ha fatto sempre parte della sua vita. Inizia da audidatta con le attrezzature del padre, appasionadosi oltre che al digitale anche all’analogico, fino alla polaroid. Predilige la fotografia di reportag ma si cimenta con passione anche in altri generi fotografici. Conosciamola meglio.


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- Quando inzia la tua passione/interesse per la fotografia?

Molto presto! Da che io mi ricordi in giro per casa ci sono sempre state macchine fotografiche, ho sempre avuto la mia macchinetta durante i viaggi di famiglia e le gite scolastiche, con relativi album con scritte e adesivi colorati. Dal 2006 ho approfondito la fotografia a livello tecnico, prima con macchine analogiche, poi anche con il digitale.

- Qual’è il genere fotografico che preferisci o con il quale trovi maggiori affinità?

Mi piace raccontare storie, quelle di chi mi circonda ma anche quelle che vivono dentro di me. Quindi se da un lato amo la forza espressiva del reportage dall’altro mi diverte molto anche la ricerca, l’esplorazione dell’infinitamente piccolo, mondi colorati che si dischiudono come per magia dentro le gocce d’acqua, nei riflessi o nella natura. Mi piace molto anche il ritratto, soprattutto foto a bambini, neonati e mamme in dolce attesa.

- Quanto tempo dedichi alla fotografia?

La fotografia fa parte della mia vita tutti i giorni anche quando non ho in mano una macchina fotografica. A volte anche leggendo un libro faccio fotografia, pensando alle cose che voglio raccontare, cercando soluzioni laddove le parole non sono abbastanza. Spesso lavoro su progetti che richiedono molto tempo, ma mi diverto molto anche con la Polaroid, la pellicola e la Diana F+, diciamo con la parte più spontanea e istintiva della mia fotografia.

- Da dove nasce il tuo progetto Giampilieri 2012? e per quale motivo?

Giampilieri è stato un lavoro lungo e impegnativo, volevo raccontare questo posto, queste vite ma per molto tempo non sono riuscita a trovare il modo giusto per farlo. Ci sono tornata tante volte, ho scattato le foto, ma soprattutto ho guardato, ho immaginato, parlato con le persone, ho ascoltato tante volte le loro storie. Non è facile relazionarsi con persone che hanno perso tutto e che abitano a un’ora di strada da casa tua. Le tragedie di solito sono degli altri, sono lontane.


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- Quali sono per te i fotografi che riconosci come punti di riferimento?

Devo ammettere che sono sempre stata attratta dai fotografi incontrati per caso sulla mia strada, famosi e non, da Marco Sgarbi e Stefano Corso su flickr a Elliott Erwitt (di cui ho vinto un libro per puro caso) a Gabriele Rigon, Nino Migliori e tantissimi altri.

- Progetti per il futuro?

Tra i progetti per il futuro c’è il completare un lavoro in polaroid e poi tante altre cose che arriveranno, come sempre, al momento giusto!

- Come vedi la fotografia oggi?

La fotografia vissuta a livello “AMAtoriale” è in ottima salute, c’è voglia di raccontarsi e raccontare e questo non può che essere positivo, negli ultimi anni c’è stata una grande crescita e questo è uno stimolo forte che spinge tutti a migliorarsi. Io credo, che a prescindere da tutto la fotografia starà sempre bene fino a che ci saranno cose da raccontare e la voglia di farlo. L’importante è non seguire le mode, non fissarsi troppo con la perfezione, non affidarsi solo agli altri ma scommettere su sé stessi. Trovare uno stile personale, portarlo avanti e poi ricominciare tutto daccapo.


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CROMIE ISSUE #3