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Il fuoco nella Parola

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Christian Albini Il male

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Christian Albini

IL MALE

Risvegliare l’umano in Hannah Arendt e Dietrich Bonhoeffer

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© Il Segno dei Gabrielli editori 2016 Via Cengia 67 37029 San Pietro in Cariano (VR) tel. 045 7725543 fax 045 6858595 info@gabriellieditori.it www.gabriellieditori.it Tutti i diritti riservati ISBN 978-88-6099-289-5 Illustrazione copertina Annalisa Gatto Progetto grafico Lucia Gabrielli Stampa Il Segno dei Gabrielli editori, San Pietro in Cariano (VR) Aprile 2016

Per la produzione di questo libro è stata utilizzata esclusivamente energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili ed è stata compensata tutta la CO2 prodotta dall’utilizzo di gas naturale.

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Premessa Capitolo 1 La resistenza al male nella Bibbia

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Immagini del bene e del male

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Il fascino del male

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Il male dentro di noi

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La pazienza della lotta

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Custodire il cuore

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Riconoscere il male dentro di noi e fuori di noi

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Capitolo 2 HANNAH ARENDT: LA VIA DELLA MENTE

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Quando l’impossibile è reso possibile

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Totalitarismo e fuga dalla libertà

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Vita attiva e vita contemplativa

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Azione e discorso

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Il male senza idee

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Non c’è libertà senza pensiero

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La storia della volontà

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Il giudizio come apertura agli altri

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Capitolo 3 DIETRICH BONHOEFFER: LA VIA DELLA PAROLA

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Un cammino di resistenza

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Fare teologia nel travaglio della storia

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Il cristiano, “uomo completo”

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Libertà e responsabilità del cristiano

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Il cristianesimo in un mondo uscito da Dio

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Come se Dio non ci fosse

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La fede oltre la religione

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Capitolo 4 RISVEGLIARE L’UMANO PER RISPONDERE AL MALE

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Una comune radice biblica

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Il male e la perdita dell’umanità

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Scegliere di amare il mondo

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Nella fedeltà alla terra

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Diventare umani insieme

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Socrate e Gesù

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Premessa

Mi gridano da Seir: «Sentinella, quanto resta della notte? Sentinella, quanto resta della notte?». (Is 21,11) Il grido riportato nel libro del profeta Isaia è un emblema dell’attesa dei sofferenti, del desiderio della fine del male da loro subìto. Oggi lo potremmo sentir risuonare dalle vittime dell’IS, dai miseri dell’Africa subsahariana, dagli oppressi di ogni continente, dai disoccupati e dai marginali della nostra società... Ma uscire dalla notte richiede attesa e perseveranza; non ci sono scorciatoie a buon prezzo. Quando si è nel buio, la luce sembra essere venuta definitivamente meno. La questione del male, strettamente collegata a quella del dolore, è enorme, urticante e proteiforme. Anche nella Bibbia, dove presenta molteplici dimensioni e sfaccettature. In ogni epoca ci sono tre interrogativi che eternamente ritornano e non cessano di suscitare angoscia: perché il male, da dove viene, che cos’è (Cur malum?, unde malum?, quid malum?)? Affrontarli in modo sistematico ed esauriente sarebbe un’impresa enorme, con il forte rischio di costruire discorsi che suonerebbero come quelli degli amici di Giobbe, «consolatori molesti» le cui parole sono «campate in aria» (cfr. Gb 16,2-3). I ragionamenti tendono infatti a incagliarsi in contraddizioni insormontabili, quando cercano soluzioni a buon mercato, e risultano poi offensivi per chi soffre. Ci vuole, piuttosto, una prospettiva che metta a fuoco il discorso e lo incanali in una direzione, rinunciando alla pretesa di dire tutto.

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Faccio mia la lettura di Paul Ricoeur, esposta in un libretto che è un capolavoro di brevità e acutezza per come dimostra il carattere aporetico del pensiero sul male, incapace di trovare una soluzione soddisfacente, e per come va oltre. Ricoeur sottolinea che il problema del male non è solo un problema speculativo: esso esige la convergenza tra pensiero, azione (in senso morale e politico) e una trasformazione spirituale dei sentimenti.1

Il pensiero filosofico e teologico trova nel male un ostacolo, una sfida nella sua ricerca di verità, giustizia, razionalità e quando lo affronta vede aprirsi difficoltà nuove. La mancanza di soluzioni definitive trova risposta solo nel continuare il lavoro del pensiero nel registro dell’agire e del sentire. Nell’azione c’è uno spostamento di accento, rispetto al pensiero, che nasce a motivo dell’urgenza suscitata dal male. Il dolore è un “caso serio” di fronte al quale non basta ragionare, perché bisogna combatterlo. Sotto l’influenza del mito, il pensiero speculativo è costretto a rivolgersi verso l’origine: donde viene il male? esso domanda. La risposta – non la soluzione – dell’azione è: che fare contro il male? Lo sguardo è così rivolto verso l’avvenire dall’idea di un compito da perseguire [...].2

Oltre a dedicarsi al ragionamento è necessario – ed è soprattutto umano, potremmo aggiungere – contrastare il male e la sofferenza che esso provoca. Ma ciò non è ancora sufficiente, secondo Ricoeur. C’è un “lavoro” ulteriore che riguarda la sfera del sentire. L’esperienza del dolore è una ferita profonda, un veleno che entra nella nostra

1 Paul Ricoeur, Il male. Una sfida alla filosofia e alla teologia, Morcelliana, Brescia 1993, p. 47. 2 Ibid., pp. 48-49.

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circolazione sanguigna, un peso che paralizza il corpo e la mente. Mi vengono in mente le parole terribili di Jean Améry, nome assunto in Belgio dal filosofo austriaco Hans Meyer, che trascorse diciotto mesi al campo di AuschwitzMonowitz e che ho trovato in un articolo di Primo Levi. Sono la descrizione delle conseguenze psicologiche delle torture subite che hanno pesato su di lui fino alla morte. Anzi, sono state per lui un’interminabile morte fino al suicidio nel 1978. Chi è stato torturato rimane torturato. [...] Chi ha subito il tormento non potrà più ambientarsi nel mondo, l’abominio dell’annientamento non si estingue mai. La fiducia nell’umanità, già incrinata dal primo schiaffo sul viso, demolita poi dalla tortura, non si riacquista più.3

Per resistere al male, c’è da fare un passaggio nei propri sentimenti, un cambio qualitativo, mediante il quale sottrarsi a questa paralisi. Non a caso, negli atti di guarigione di Gesù, un aspetto fondamentale e ricorrente è il “rialzare” coloro che sono prostrati dal male e dal peccato (cfr. Mc 2,1-13). Fanno parte di un processo del genere sia il lamento e la protesta nei confronti di Dio stesso – i quali esprimono il nostro senso di scandalo di fronte al dolore e il bisogno di giustizia ben presenti anche nella Bibbia – sia la capacità di rinuncia alla doglianza e ai desideri da cui è originata, per quanto assolutamente legittimi. Non si tratta di pervenire a una sorta d’indifferenza da considerare come una soppressione dei sentimenti e dell’identità personale, quanto di pervenire a una saggezza che può essere “trovata” con grande fatica, ma non insegnata razionalmente o prescritta. È una relativizzazione dell’ego in cui il pensiero e l’azione diventano indipendenti dalla propria vicenda e dalla sorte personale.

3 Cit. in Primo Levi, Pagine sparse 1946-1980, in Opere, vol. 1, Torino, Einaudi 1997, p. 1249.

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Una uguale saggezza è forse abbozzata alla fine del Libro di Giobbe, quando è detto che Giobbe è giunto ad amare Dio per nulla, facendo così perdere a Satana la sua scommessa iniziale. Amare Dio per nulla significa uscire dal ciclo della retribuzione, di cui la lamentazione resta ancora prigioniera, tanto che la vittima si lamenta per l’ingiustizia della propria sorte.4

Qui Ricoeur individua uno spazio di dialogo nel quale possono incontrarsi le tradizioni giudeo-cristiana e buddista. La prima ha il suo principale riferimento nella teologia della croce, quale segno della sofferenza di Dio e della sua partecipazione al dolore umano in Cristo, e nel suo profondo significato di gratuità. Gesù ha rinunciato a qualsiasi vantaggio personale senza però rinunciare alla solidarietà con i sofferenti e alla lotta contro il male. Anzi, vivendole al massimo livello possibile. Misurarsi con il male è un compito necessario. È una ragione per vivere e persino per morire in nome dell’amore. La narrazione biblica, letta nella prospettiva di Ricoeur, ci dice proprio questo e presenta un itinerario, circoscrivendo un terreno su cui i cristiani si possono incontrare e collaborare con tutti gli uomini e le donne di buona volontà. In particolare, questo impegno comune – per come è trattato nel presente libro – non riguarda tanto il male del peccato genericamente inteso, né il vissuto soggettivo di sofferenza dovuto a malattie, disgrazie, incidenti o fattori socio-economici. Nell’esperienza biblica, come nella nostra realtà quotidiana, il male assume forme e volti diversi. L’Antico Testamento, per esempio, racchiude una terminologia che è prevalentemente riconducibile alla radice ra’ah – la quale ricorre 781 volte, tra verbi, nomi e aggettivi – coprendo un campo semantico di cui fanno parte tutte queste accezioni.5 4 5

Ibid., p. 55. Cfr. Gianni Cappelletto, «Le risposte dell’Antico Testamen-

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Qui intendo il male che si fa barbarie dilagante, violenza diffusa dell’uomo sull’uomo, odio legittimato, indifferenza per l’altro, disprezzo per certe categorie di persone... È il grande male storico-politico delle ideologie, degli autoritarismi, dei terrorismi, delle oppressioni, degli imperialismi, delle mafie che si fanno cancro da cui la società è pervasa. Il Novecento (secolo del male?) in cui sono nato ha visto una lotta prolungata contro tali potenze oscure; le Guerre Mondiali, i campi di concentramento e i gulag, le armi di distruzione di massa che hanno avuto la loro alba di morte con le esplosioni di Hiroshima e Nagasaki sono un po’ i simboli di questi flagelli che hanno preso tre forme principali: il male totalitario, tecnologico e globale.6 Sembrava che certi livelli di atrocità non fossero più ripetibili e che certe sfide fossero ormai vinte nei due tempi della sconfitta del Terzo Reich e della caduta dei muri nel 1989. Le democrazie sembravano essersi definitivamente affermate, tanto che c’è stato chi ha addirittura parlato di “fine della storia”. Invece, il sistema occidentale ha visto emergere le sue contraddizioni che hanno favorito nuove minacce, esplose con la “data simbolo” dell’11 settembre 2001, quando la grande potenza USA ha sperimentato il terrore che si vive quasi quotidianamente in altre parti del mondo. Da allora, è emerso lo spettro del fondamentalismo che si è poi incarnato nelle nuove/vecchie mostruosità dello Stato Islamico. I conflitti si sono moltiplicati a livello planetario. La crisi economica ha segnato la fine delle certezze di benessere e sancito l’erosione dei diritti duramente conquistati in Occidente. Le ricchezze si concentrano sempre più nelle mani di pochi privilegiati, i quali rimangono per lo più indisturbati, invece di essere contestati, perché l’ostilità si to», in P. Lombardi (a cura di), Male, Bibbia e Occidente, Morcelliana, Brescia 2000, pp. 37-77. 6 Cfr. Michele Martelli, Il secolo del male. Riflessioni sul Novecento, manifestolibri, Roma 2004.

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rivolge maggiormente verso i più miseri, visti come concorrenti in un quadro di scarsità. Spinte da povertà, guerre e catastrofi ambientali, le masse di migranti sono diventate il simbolo dell’angoscia e dell’incertezza globali, in sospeso tra la necessità della convivenza tra le culture e la tentazione del rifiuto intollerante in cui riemergono le ombre dell’odio razziale e religioso. Non ci sono più le ideologie del Novecento, ma sembrano rarefatte anche le idee forti che stimolino passioni di massa, portatrici di progetti di società e di giustizia. Con l’eccezione di papa Francesco, mancano leader mondiali proiettati oltre gli interessi particolari e che rappresentino una speranza. L’angoscia è senz’altro una delle emozioni dominanti in questo nostro tempo. Certo, non tutto è negativo come appare da questo quadro. Ci sono anche segnali positivi e tracce dell’emergere di una diversa coscienza globale, capace forse di raccogliere e affrontare tali sfide. La mia riflessione vorrebbe appunto offrire un contributo in tal senso, aiutando a riscoprire delle risorse intellettuali e spirituali a cui possiamo attingere nella lotta al male. Il primo capitolo descrive come, nella Bibbia, è presentata la potenza di una malvagità dilagante e soprattutto l’atteggiamento del credente che resiste al male. Il cuore del libro è nei capitoli due e tre, dove è presentata quella che potremmo definire come un’eredità contemporanea della tradizione biblica. Nel 2016 cadono i centodieci anni dalla nascita di due figure chiave del Novecento: Hannah Arendt e Dietrich Bonhoeffer. Le loro origini, personalità e vicende biografiche sono molto diverse. Lei è una filosofa ebrea che si è occupata soprattutto di teoria politica, esule dalla Germania per sfuggire al nazismo e approdata negli Stati Uniti, dove ha condotto un’intensa vita intellettuale e accademica. Lui è un teologo cristiano che ha scelto la via dell’opposizione attiva a Hitler, condannato a morte e ucciso all’età di trentanove anni. Hanno seguito percorsi molto differenti che non si sono mai incrociati. Però, da un altro punto di vista, hanno molto in comune. Entram-

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bi hanno le loro radici nella Bibbia, entrambi si sono confrontati con il problema del male nazista e hanno cercato una risposta. Una comparazione tra le loro riflessioni non è mai stata tentata. Eppure, si tratta di un’operazione molto interessante, come ho potuto constatare. Arendt e Bonhoeffer rappresentano due importanti vie di resistenza al male: una è impostata sulla ragione e l’altra sulla fede; in una l’agire nasce dal pensare e nell’altra dall’ascoltare la Parola di Dio. Vie diverse, certo, ma sono perciò incompatibili e inconciliabili? E possono essere attuali anche per noi oggi? Queste domande sono affrontate dalle conclusioni, nelle quali ho tentato un’attualizzazione, sottolineando come alla filosofia di Hannah Arendt appartenga uno sforzo di fiducia nell’umanità e alla teologia di Dietrich Bonhoeffer un impegno a pensare criticamente il cristianesimo. Sono convinto che, per assumere la nostra responsabilità storica di abitatori del XXI secolo e per educare le nostre coscienze a essere all’altezza di questo tempo, abbiamo bisogno di entrambi.

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Capitolo 1

La resistenza al male nella Bibbia

Il mistero dell’iniquità è già in atto. (2Ts 2,7)

La Bibbia prende il male decisamente sul serio, non lo sottovaluta, non lo nasconde, non lo minimizza. Dichiara apertamente la sua tragicità e drammaticità. È interessante prendere come esempio e punto di partenza la seconda lettera ai Tessalonicesi, tradizionalmente attribuita all’apostolo Paolo. Si tratterebbe, invece, secondo l’opinione più diffusa tra gli studiosi degli scritti neotestamentari di una lettera “deuteropaolina” o pseudoepigrafa, attribuibile cioè a un discepolo di Paolo. Egli sarebbe intervenuto per affrontare la nuova situazione di una comunità (quella di Tessalonica, appunto) di origine paolina. Si ritiene che la 1Tessalonicesi sia stata inviata da Paolo verso il 49-50 dell’era volgare e si tratterebbe addirittura del primo scritto cristiano, mentre la seconda appare decisamente più tarda. Nel tono delle lettere si riscontrano evidenti diversità che fanno pensare a un mutamento del contesto. Quello che attira l’attenzione è la diversa prospettiva “escatologica” nei due scritti. Nella 1Tessalonicesi la venuta del Signore è attesa come “imminente” o comunque nell’arco della generazione di quelli che sono ancora in vita. Nella 2Tessalonicesi la venuta del Signore, che metterà fuori gioco quella dell’avversario, è procrastinata perché sarà preceduta dalla crisi del tempo finale secondo lo schema tipico della tradizione apocalittica.7 7

Rinaldo Fabris, 1-2 Tessalonicesi, Paoline, Milano 2014, p. 23.

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Se la seconda venuta di Gesù non era vicina come si riteneva in precedenza, nascevano dei problemi per i credenti, sollevati soprattutto dal confronto con l’esperienza del male, a cui si riferisce il versetto che abbiamo riportato. L’iniquità (or. anomías) di cui parla l’autore dell’epistola corrisponde, nella traduzione greca dell’Antico Testamento (la cosiddetta LXX), a diversi vocaboli ebraici: ‘awen, ‘awôn, peša’, raša’ traducibili con “peccato”, “iniquità”, “malvagità”. Stanno a significare una potenza del male che si manifesta in azioni malvagie e che è “in atto”, per cui gli uomini ne patiscono le conseguenze. Una tale realtà suona evidentemente come una smentita della fede in un Salvatore ormai prossimo a venire. La risposta teologica dell’autore di 2Tessalonicesi è che si tratta di un mistero. Nella LXX, mystērion rende l’ebraico rāz, di origine persiana, che nel libro di Daniele indica sì una realtà nascosta, ma soprattutto il piano di Dio sulla storia umana. Questo “assaggio” non esaurisce certo una lettura completa dell’epistola,8 ma ci consente di mettere a fuoco due aspetti importanti del messaggio biblico. Nella storia cristiana, la riflessione filosofica ha abbracciato l’idea del male come “assenza di bene”, come una sorta di vuoto dell’essere. Parlarne, invece, come di una potenza in atto ne mette maggiormente a fuoco il carattere di realtà tremendamente presente che lascia il segno nella vicenda umana. Il secondo aspetto è quello forse più difficile, ma anche più importante, perché ci dice che il male è dentro a un piano di Dio. Non significa che Dio lo voglia e agisca per provocare la sofferenza dell’uomo, ma che il suo verificarsi è in qualche modo da lui permesso e che la sua risposta al male avverrà solo in un futuro che non sappiamo prevedere. 8 A tale proposito, rinvio al già citato studio esegetico di Fabris e, per quel che riguarda l’influsso di 2Tessalonicesi sulla storia del pensiero, a Massimo Cacciari, Il potere che frena. Saggio di teologia politica, Adelphi, Milano 2013.

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