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... ci sono momenti di grazia in cui l’occhio, al meglio della sua forma, ha il vero potere di “vedere”. Marc Riboud


Copyright Š 2012 Giorgio Andreoli - Guastalla (RE) giorgio.andreoli@libero.it Stampato presso Litocolor snc, Guastalla (RE) - Dicembre 2012 ISBN 978-88-906759-1-1

EASYCOLOR editore


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ealtà o visione onirica?

Verità o fantasia? Oggettività o utopia? I pensieri e le idee corrono veloci; per i più la fotografia non può prescindere dal concetto della riproduzione fedele del reale, magari colto da occhio esperto, che ti prende per mano e ti accompagna a una nuova visione, un punto di vista nuovo e ineccepibile ma inconfutabile, senza distorsioni o bizzarre interpretazioni.

mondo reale (qui non troverete artifici digitali o immagini manipolate), ma offre l’incredibile possibilità di rielaborazione mentale del credibile, un modo diverso di rapportarsi con la fotografia. Uno scenario concreto, dunque, ma anche diverso e inusuale. Obbligati a riflettere su ogni singolo scatto possia-

mo rivedere il paesaggio, il “nostro” paesaggio, con occhi “I Blu” nasce per l’esatta e contraria interpretazione della più attenti; un’esplorazione dell’esistente che restituisce mia, personale, concezione dell’immagine fotografica. emozione diverse e, soprattutto, una nuova consapevolezza. Aiutato da una moderna tecnica all’infrarosso, la fotografia G.A. si rivela non solamente un facsimile del


Natura e sguardi ad effetti speciali

Tiziano Soresina

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n libro fotografico: è tempo di bilanci per Giorgio Andreoli. E le immagini con la tecnica dell’infrarosso - qui riportate - sono una scelta non solo dettata dall’ultimo approdo (comunque già datato 2006) della sua grande passione per lo scatto, ma “incarnano” al meglio le idee che sorreggono i suoi reportage lungo il Po (i più numerosi) e su e giù per l’Appennino. Ha un duplice obiettivo: l’ambiente da tutelare, ma anche da osservare con occhi diversi, complice la dimensione sognante del “clic” ad effetto speciale che t’inchioda al soggetto che chissà quante altre volte hai visto, ma su cui non hai mai riflettuto, dando quella presenza nel paesaggio troppo per scontata. Insomma, in un unico “contenitore” il messaggio ambientalista (“Amo la natura padana e dell’Appennino, non sono un attivista ma credo nei valori a protezione del nostro habitat”) e l’uso sapiente del computer nell’acquisizione e nella post-produzione dell’immagine, non per “taroccare” ma per contrastare leggermente i toni, dare perfetta sintonia fra la sensazione provata in quel momento di “caccia fotografica” e il risultato ottenuto. Dice di sé che è un grafico-pubblicitario ed un fotoamatore. Niente di più vero. Creatività, padronanza dello strumento informatico, infatuazione travolgente per la fotografia sono i“pilastri” del suo percorso professionale che, nel tempo libero, hanno trovato una felice “appendice” all’aria aperta, fra boschi e baracche solitarie. Certamente nulla nasce per caso. Infatti la fotografia ha fatto ben presto capolino nella voglia di esprimersi di Giorgio: è sui banchi di quinta dell’Istituto d’arte “Toschi” di Parma che arriva la folgorazione. Siamo negli anni a cavallo fra il 1977 e il 1978, il 18esimo compleanno coincide con

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i Blu

la prima macchina fotografica (regalatagli dal padre). In classe - anche se l’insegnamento teorico della fotografia era lungi dall’essere previsto - c’è la spinta giusta per misurarsi con quel mezzo espressivo. Con tre compagni guastallesi (Giacomo Fornasari, Massimo Canuti e Leonardo Tenca) cementa il sodalizio battezzato “Anfoteca” - simpatico l’acronimo con le iniziali dei cognomi dei quattro fondatori - da cui scaturiranno immagini (per lo più in bianco e nero) fra il grottesco e il paradossale, ma anche una mostra (a Guastalla, in sala civica, nel 1978) e soprattutto l’impratichirsi con la camera oscura, usando carte di stampa particolari e liquidi fotografici diversi. Una bella “palestra”, con l’entusiasmo underground della gioventù. Un’esperienza formativa che, però, lascerà ben presto spazio agli sforzi per costruirsi una professionalità con in tasca il diploma dell’istituto d’arte parmigiano. Per Andreoli il mondo del lavoro significherà prima collocarsi nel settore della grafica pubblicitaria e poi in quello dell’editoria (Studio Cyrano, Meeting, Omnia Edizioni, Easycolor). E la passione per la fotografia, iniziata da giovane squattrinato con la sua reflex Canon? Un “fuoco” che non si sopirà mai, un interesse che, a fasi alterne, continuerà a coltivare pur dovendo fare i conti con le concrete esigenze lavorative. Ma dal Duemila “qualcosa” cambia. E quel “qualcosa” si chiama digitale. L’approdo è casuale, accettando un’offerta della Kodak: via i rullini, ecco le immagini che si scaricano sul computer, c’è tutta l’immediatezza di un sistema rivoluzionario che è anche una svolta professionale perché il lavoro l’ha portato anche ad essere fotoreporter per alcune pubblicazioni che cura. Da questo momento la passione fotografica s’intensifica, le “puntate” verso il


Po, la golena e sconosciuti ma non per questo meno affascinanti luoghi appenninici si moltiplicano. Esce prepotente l’amore per la natura che combacia perfettamente con la ricerca sempre più raffinata della mediazione tecnologica nell’espressione artistica. E questi primi dodici anni del nuovo Millennio saranno densi di sperimentazioni, di curiosità, di risultati concreti: la tecnica panoramica con cui “abbraccia” paesi ed atmosfere padane, le foto macro - dal taglio scientifico - di fiori ed insetti, l’infrarosso che dà suggestioni oniriche a paesaggi, costruzioni, cieli. E qui nel libro la scelta dell’Autore è caduta sull’infrarosso. Vediamone il perché. Andreoli dice di essersi ispirato ad un volume del fotografo Stanislao Farri sulle valli che si estendono fra Novellara, Bagnolo e Reggiolo, poi entra più nello specifico della sua decisione: “Spesso le persone guardano ma in realtà non vedono, non percepiscono: in quest’ottica ho puntato sull’infrarosso, per aiutare, invitare alla riflessione. E tutto è cominciato in golena a Luzzara, davanti ad un barcone del vecchio ponte in chiatte trasformato in un tipico casotto del Po: trascinato dall’atmosfera ho voluto provare e ho scattato. Quel giorno ho capito che era la strada da battere”. Scorci fuori dal tempo, forti contrasti fra cielo e terra, la “luce” che la fa da padrona in tantissime immagini e qui non puoi non cogliere il collegamento inconscio con la mamma pittrice naif (Franca Restelli, scomparsa nel gennaio ‘93) che dipingeva, con colori vivaci, i suoi sogni di una vita “illuminata” dalla pace, dalla serenità, da una natura esuberante che domina e protegge. E scorrendo le foto si colgono poi nella loro essenza le giornate “da infrarosso”: luce pulita con l’aria priva di pulviscolo e foschie, i cieli carichi di nuvoloni, le linee

d’orizzonte, le ore che scorrono via veloci (“Quando vado a Po lascio l’orologio a casa, sul comodino”) alla ricerca di quelle emozioni che sa cogliere solo un vero innamorato dell’ambiente in cui vive (la Bassa di Guastalla e dintorni) o va in vacanza (l’Appennino reggiano). C’è anche la specificità - che dà il titolo alla pubblicazione - delle fotografie virate in blu. E qui la motivazione è doppia. La prima squisitamente tecnica: il fotografo utilizza per gli scatti all’infrarosso una macchina Sony che ha un sensore a quattro canali (invece dei soliti tre), cioè rosso-verde-blu e verde smeraldo, con quest’ultimo canale che conferisce all’immagine un leggero viraggio sul blu una volta sviluppato il file digitale. Ma c’è un secondo aspetto colto ed emozionale al tempo stesso, come vero e proprio omaggio alla Bibliothèque o Littérature bleue che allude, prendendone poi il nome indicativo del genere, ai racconti d’origine popolare dal sapore fiabesco che, sotto forma di opuscoli economici dalla copertina povera di carta di colore appunto blu, vennero venduti in Francia da ambulanti a partire dalla metà del Settecento. Ma è giunto il momento di sfogliare il libro: 67 fotografie fra testimonianza e sogno. * Ringrazio per i preziosi suggerimenti Elisa Battini e Paolo Curti. Testi consultati: Landscapes (catalogo della mostra fotografica di Giorgio Andreoli, Guastalla 2007); Gianfranco Andreoli e Giovanni Benvenuti (a cura di), Franca Restelli: la pittrice della luce, Mcm, Luzzara 1993; Stanislao Farri, Terra d’Acqua, Age, Reggio Emilia 1997; Giulio Bizzarri e Paolo Barbaro (a cura di), Luigi Ghirri: lezioni di fotografia, Quodlibet, Macerata 2010

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Sognando la luce del mattino

Daniele Daolio

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n ogni nostro giorno c’è un momento speciale in cui il mondo si carica di energia pura. Avviene quando la luce del mattino inizia a farsi forte, penetrante. Ormai lontana dall’alba ma nemmeno prossima al mezzogiorno, quella luce del sole ormai alto ci rende la vita perché regala forza all’aria che respiriamo e, attraverso questa, al sangue. Il nostro. Nel resto della giornata si compie il ciclo naturale ma non c’è un altro momento altrettanto magico in cui ognuno si nutre inconsapevolmente di forza rigeneratrice: un alimento impalpabile ma indispensabile a tutti i viventi del nostro pianeta, che siano uomini e donne oppure animali e piante. Si ripete come un prodigio quotidiano ma, sembra incredibile, non ce ne accorgiamo perché i nostri sensi appannati non lo colgono più. Se qualcuno ce lo rivelasse diremmo che non è vero, non esiste, oppure, forse, è solo un sogno. Il libro fotografico che stai gustando ha un grande potere: ti apre la strada alla ricerca degli elementi vitali che non scorgi più per poi rivelarli agli occhi della tua mente. Un po’ come sognare la luce del mattino, “quella” luce del mattino, ma ad occhi aperti, ammirati. I blu di Giorgio Andreoli sono i toni di colore sfumati, eterei, che appartengono alla nostra natura più intima, atavica, ma ormai per noi quasi impercettibili. Li vedevano, e bene, i nostri lontani avi dell’antichità quando il cielo non era corroso dalle luci false generate dalla corrente elettrica e le sorgenti lumino-

se erano quelle degli astri, le stelle che guidavano il cammino e generavano intimità tra gli umani. O erano quelle pallide e tremolanti dello stoppino che bruciava sulla candela: minimi aloni giallastri che non confondevano di certo le forze della natura né quelle dentro le anime. Anime semplici. Nelle foto ci sorprende il bagliore di certi bianchi che non esistono ai nostri occhi, a certe “nevicate” fantastiche, in realtà trionfi di luce che non troviamo nel vero ma che l’obiettivo della macchina fotografica ha saputo registrare. È il mistero e la forza evocatrice di immagini tanto “diverse” ma tanto vere, fantastiche ma naturali, certo oniriche ma parte importante dei nostri sensi sopiti e annichiliti. Giorgio ha scelto la tecnica dell’infrarosso per rappresentare il sogno. È la sua sfida. È il suo personalissimo modo di rigenerare il vero dentro di noi creando pagina per pagina una galleria di specchi convessi in cui il reale si fonde con il fantastico e il ritratto fedele di angoli di vita, di acqua, di terra e di alberi viene risucchiato nel mondo della fantasia. Gli alberi sono i protagonisti di questo album di sorprese, di segnali di vita potenti, di vibrazioni terrene. Qui gli alberi tornano finalmente alla loro sacralità. Quella degli antichi che veneravano le piante più vecchie e frondose compiendo, sotto l’intrico dei rami, riti e sacrifici. Ne avvertivano la forza soprannaturale e la carica energetica. Ne avevano timore e le amavano rispettandole come e più degli umani. Ora non è più così e questo contatto salvifico sembra perduto per sempre.


Sfoglio le pagine. Impossibile fare un elenco di tutte quelle che mi hanno offerto emozioni. Anche dure, a volte contrastanti tanto da spingermi a riflettere. Quando mai abbiamo visto svettare così il campanile, ora ferito dal sisma, dell’antica chiesa di San Carlo nel centro di Guastalla? Quando esce dall’ambiente naturale e si addentra tra le case, il fotografo riesce a ridefinire i volumi e le armonie delle architetture, degli spazi aperti che si spalancano al chiarore che li pervade. Grazie alla luce, “quella” luce. Ti prego di andare alla foto del grande cancello arrugginito che guarda la lunghissima strada spolverata di ghiaia. Qui i confini della carreggiata si fondono con i campi sulla sinistra e diventano un tutt’uno con essi. Ci vedo la fine di un’epoca dove la strada senza una meta ci spinge al confronto con le nostre radici, con quello che desideriamo conservare come nostro patrimonio. Può essere la foto-simbolo, l’emblema del nostro futuro e di quello dei nostri figli. Vorrei ti accostassi col giusto rispetto alla foto di pagina 17 in cui i prati attorno al Ponte della Forca lasciano rispettosamente spazio ad una casa che fu locanda ma che oggi, tra coppi sbriciolati, travi divelte e tetti crollati, ancora parla del suo leggero, armonioso porticato che fu luogo d’incontro per pellegrini, mercanti o viaggiatori. Ma questo non è più e allora Giorgio spinge quella grande casa fuori dal tempo e la colloca, con gusto e ricerca fotografica ma soprattutto con animo sensibile, tra le nuvole del cielo e le nuvole della terra che emergono dalle erbe e dai cespugli. Un livello fantastico che non esiste ma che il fotografo riesce a far pulsare ugualmente e a riproporre al nostro sentire. È uno straordinario richiamo alla nostra essenza che si fonde da sempre,

nutrendosene, col sogno e con la fantasia. Se non apprezzi le valli della bassa pianura non andare alla pagina 27, quella del filare dei pioppi sul canale rilucente di luce del mattino. Io ho tanti ricordi di quelle terre assolate oppure buie di pioggia, gelide di neve o rigogliose del canto degli uccelli tra le erbe alte, i fossi, i canali. Per chi ama le valli certe immagini sono bagliori accecanti per lo spirito. Giorgio Andreoli è un ritrattista dell’anima, un cercatore di sensazioni sopite e un reporter di sentimenti sinceri. Cerca i boschi di montagna e i suoi faggi ma è calcando la terra del Grande Fiume che da tutto se stesso. E il Po ringrazia. Quel Po da lui ritratto nelle sue mille fattezze pare una signora che un tempo fu bella e che ora nasconde le sue rughe profonde, segni di un lacerante abbandono, scavate dal finto amore degli uomini. All’opposto di un paesaggista classico, Giorgio ricrea le immagini della Signora, le forza, sembra caricarle di paura ma anche di gioia e fiducia, le offre sugli altari dell’inconscio e le porge ai fortunati possessori del suo libro con risultati mai visti prima. Gioca sulla forza dei colori-non colori lasciando che siano dominanti il bianco del belletto della Signora e il tono blu, appena percettibile, appena un velo vago e inconsistente che pare riflettere l’anima perduta del Fiume nei suoi anni migliori. Un po’ ci fa male, un po’ ci esalta, di sicuro ci propone una sua personale spinta alla riflessione ma anche al sogno. Quello della luce del mattino.


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Immagina - Giorgio Andreoli - iBlu

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