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COLLANA DI ANTROPOLOGIA Il corpo dei simboli. Nodi teorici e politici di un dibattito sulle mutilazioni genitali femminili* Mila Busoni - Elena Laurenzi Antropologia. Pratica della Teoria nella Cultura e nella Società* Michael Herzfeld Comparativamente Pietro Clemente - Cristiano Grottanelli Saggi sull’Etnografia Francesca Cappelletto Alle radici dell’Europa. Mori, giudei e zingari nei paesi del Mediterraneo occidentale. Volume I: secoli XV-XVII* Felice Gambin Tutto è relativo. La prospettiva in Antropologia* Bruno Barba

* Volumi pubblicati


a cura di bruno barba

TUTTO Ăˆ relativo La prospettiva in Antropologia


© Copyright Seid Editori 2008 Via Sette Santi, 16 – 50131 Firenze e-mail: info@seideditori.it Tutti i diritti sono riservati. È vietato riprodurre, archiviare in un sistema Di riproduzione o trasmettere in qualsiasi forma o qualsiasi mezzo, elettronico, meccanico, per fotocopia, registrazione o altro, qualsiasi parte di questa pubblicazione senza l’autorizzazione scritta dell’editore. È obbligatoria la citazione della fonte. Foto di Copertina: Carlo Bistolfi Prima edizione digitale 2013 ISBN 9788889473337


Presentazione della collana

L’antropologia è stata per tanti decenni una scienza-pattumiera, una scienza che studiava gli scarti delle altre scienze umane; l’oggetto dei suoi studi sugli scarti altrui l’ha resa per tanti versi una scienza “impura”, da osservare magari con interesse ma sempre da una debita distanza. A stretto contatto con i pensieri d’altri, essa ha incorporato tanti concetti e tante logiche in seno al proprio corpus teorico, divenendo così una scienza “bastarda”, che accetta suggerimenti e innovazioni dai gruppi umani più ininfluenti, dalle pratiche aopparentemente più effimere. Popoli politicamente insignificanti nell’arena mondiale (i Kwatiutl, i Trobiandesi, i Nuer, i Bororo, i Balinesi...) sono entrati nei pensieri delle centinaia di migliaia di studenti che, ormai nelle Università di tutti i continenti, si sono trovati a sostenere un esame di antropologia; i filosofi dogon, guaranì, winnebago ecc. sono stati chiamati nei suoi testi a dialogare con Parmenide o Aristotele, con Russel o Wittgenstein. La sua natura “bastarda” le ha permesso fin dall’inizio, pur nelle contraddizioni di tutti gli etnocentrismi in cui si trova immersa, di declinare una posizione critica più o meno esplicita verso l’etnocentrismo stesso che la produceva, dimostrando in continuazione con le proprie etnografie che altri mondi sono possibili, sempre. Ipersensibile ai mutamenti nei rapporti di forza internazionali, interculturali, e intraculturali (in primis quelli di genere), così come alle diverse sensibilità nei rapporti tra uomo e ambiente, l’antropologia nel corso dei decenni ha costantemente rielaborato i propri concetti, i propri approcci e i propri dibattiti. La presente collana intende contribuire in modo sistematico a divulgare questi sviluppi, offrendo lavori di studiosi, italiani o stranieri, che contribuiscano con la loro originalità ad illuminare un tema, a proporre una sintesi, a chiarire un dibattito in corso. In seguito all’entrata in vigore del nuovo ordinamento dell’Università italiana, con l’aumento degli insegnanti di materie antropologiche e con la nascita delle prime lareee in Antropologia, l’esigenza di un potenziamento editoriale della disciplina è imprescindibile. Gli studenti e i docenti devono avere accesso a sempre numerosi e aggiornati sussidi didattici. La speranza del direttore della collana e della SEID Editori è di poter contribuire a questo compito. Leonardo Piasere

V


Indice

Premessa

pag. XI

Pietro Clemente Pagine di una nostra storia. Il relativismo prudente e ben temperato

»

1

Anna Maria Rivera Per una postura relativista. Oltre il dualismo natura/cultura

»

19

Fabio Dei Chi ha paura del relativismo? Tra stregoneria e pensieri teocon

»

35

Marco Aime Relativismo, democrazia, diritto. Contro ogni fondamentalismo

»

57

Alessandro Simonicca Antropologia, etica, politica. Differenti culture, differenti razionalità

»

69

Antonio Flavio Pierucci Le trappole della differenza. Uno sguardo da destra

» 103

Bruno Barba Siamo tutti cannibali. Saudade e antropofagia: due concetti relativi

» 129

Teresinha Bernardo Relativismo e razzismo. Il caso brasiliano

» 149

Alessandra Guigoni L’identità vien mangiando. Il relativismo in cucina

» 167

VII


A Michele, mio padre


PREMESSA

Cercavo di mettere le cose in prospettiva, ma certe volte uno è troppo vicino e non ci riesce. Ci vuole una vita intera per arrivare a vedersi per quello che si è, e anche allora si rischia di sbagliare (Cormac McCarthy, Non è un paese per vecchi)

L’altro esiste, facciamocene una ragione. Sì, l’altro esiste, ed è diverso, nella percezione visiva, nel contatto, nell’odore. Piuttosto, a non esistere sono le verità assolute, immutabili, universali. Siamo abituati a cercare la barbarie dove la barbarie non c’è e la civiltà, quella vera, soltanto da “noi”. Qui la modernità e di là i “fossili”, le culture congelate nel tempo. Certo, come dice Umberto Eco, è vero che la lavatrice è un apparecchio elettrico che ha alleviato o annullato le fatiche delle lavandaie e sarebbe una battaglia di retroguardia sostenere che ha soprattutto cancellato i loro caratteristici canti. La civiltà – la “nostra” civiltà – ha automatizzato il presente, rendendocelo forse migliore. Sicuramente “preferibile”. Neanche il cannibalismo esiste più. E non esiste più neppure quella partecipazione emotiva, culturalmente condivisa, che lo rendeva coerente, stabile, accettabile. E persino giusto. Troppo spesso ignoriamo che “noi” e “gli altri” sono costruzioni della nostra mente – “finzioni” come dice Clifford Geertz (1987) – così come trascuriamo il fatto che l’identità non è un presupposto naturale, immutabile, “dato”, quanto piuttosto il frutto di una negoziazione, di una dinamica, di un processo infinito. Questo recita la filosofia del relativismo: che noi stessi siamo, diventiamo, continuamente “gli altri”. E che i cosiddetti valori universali – quelli rivelati” dice Immanuel Wallerstein, “grazie a qualcuno o a qualcosa, oppure scoperti come naturali dall’illuminazione di persone o gruppi di XI


TUTTO È RELATIVO

persone eccezionali” (Wallerstein 2007: 59) – sono in realtà nient’altro che creazioni contingenti, storiche e opinabili. Talvolta accidentali. Non è quindi così importante pensare che altri devono essere, per forza di cose, uguali a noi stessi e tanto meno affermare che “gli altri siamo noi”. Dice Francesco Remotti: “L’antropologia non ha lo scopo di appiattire i criteri, di eliminare le dissonanze, ma di far capire perché le dissonanze esistono e si avvertono. Si vorrebbe tuttavia compiere un passo ulteriore: un avvicinamento a ciò che ci sembra tanto strano e incompatibile per capirne le esigenze di fondo” (Remotti 2008: 187). La chiave di interpretazione sta davvero nell’intenzione: che cosa farne degli altri? Tutto sta quindi a come ci porgiamo di fronte a questa alterità. Dobbiamo considerarla qualcosa da cancellare, con la pretesa di un mondo uniforme, tanto nei “costumi” quanto nella fede? Dobbiamo pensare a un valore da preservare a prescindere, cavalcando una sorta di “esotismo estetico”? O, piuttosto, non sarebbe bene nutrire il dubbio che possano esistere un’altra storia, un’altra via, un altro canone di ricerca, un altro mondo? Un’altra religione e un’altra prospettiva: gli antropologi intuiscono che il mondo vada vissuto, piuttosto che spiegato. Più domande – su noi stessi e sugli altri – piuttosto che verità e certezze. Una buona domanda credo sia: come funziona – e dove, e con che dinamiche – l’interazione natura/cultura. Si tratta di un nodo cruciale, suscitatomi dall’interesse di un mio allievo. “Normale. Il cannibalismo è del tutto normale. Umano, comprensibile, persino un atto d’amore”. Ero stato così convincente, oppure non ero stato in grado di spiegarmi bene e quindi ero stato semplicemente equivocato? Non lo saprò mai, ma la risposta del mio studente era la prova che in fondo, quando si esamina ogni fatto che riguarda una cultura “altra”, quel che più conta è la prospettiva, meglio, il desiderio di porsi in una prospettiva. Il relativismo è stato inteso come una corrente filosofica, una teoria etica, un atteggiamento antropologico, una prassi superficiale. In realtà può essere, più di tutto, una maniera “umile” di pensare, di accostarsi alla molteplicità, di opporsi a ogni dittatura della verità. Mi piace pensare che sia un modo di viaggiare, nel tempo e nello spazio. Ricordo le parole di un uomo che ringrazio il cielo di avere avuto la possibilità di incontrare, prima della sua morte prematura, avvenuta nel 2007: “Il nostro mondo, cosiddetto globale, in fin dei conti non è che un pianeta di migliaia e migliaia delle più svariate province che non si incontrano mai. Girare il mondo significa passare da una provincia all’altra, ognuna delle quali è una solitaria stella a se stante: per la maggior parte delle persone che vi abitano il mondo finisce sulla soglia di casa, al XII


Premessa

limite del villaggio, al massimo al confine della valle. Il mondo che sta oltre è inesistente, insignificante e addirittura inutile, mentre quello intorno a loro e che l’occhio riesce ad abbracciare assurge alle dimensioni di un grande cosmo che oscura tutto il resto. Spesso gli abitanti di un luogo e chi viene da fuori hanno difficoltà a trovare un linguaggio comune, poiché ognuno di loro guarda il posto da un’ottica diversa: chi viene da fuori usa un grandangolare, che rimpicciolisce l’immagine ma allarga l’orizzonte, mentre la persona del posto ha sempre usato il teleobiettivo, se non addirittura il telescopio, che ingigantisce i minimi dettagli” (Kapu´sci´nski 2002: 149).

La consapevolezza della diversità: questo rende il viaggio – reale o immaginario – essenziale. E d’altra parte, il “non viaggio” inconscio compiuto dagli universalisti quotidiani porta a credere tanti costumi altrui barbari e selvaggi, inammissibili, primitivi. È la “nostra” ragione a giudicare: la stessa, ad esempio, che ci porta a definire “qualsiasi avvenimento che accade sul suolo africano in termini di ‘conflitto tribale’ o di ‘lotta etnica’, rinviando a una sorta di ferocia essenziale che si sarebbe interrotta solamente durante un breve periodo, quello della colonizzazione europea” (Amselle e M’Bokolo 2008: 25). Non c’è niente da fare, quella ferocia è “essenziale”, insita, incorruttibile; ma in qualche caso persino questi selvaggi possono accostarsi a noi. “Questi individui con gambe e braccia che vedo ora, così simili a me; queste donne i cui seni sono uberi flaccidi che penzolano sui ventri gonfi; questi bambini che si stirano e si aggomitolano con gesti felini; queste genti che non posseggono ancora il pudore primordiale… che sono nudi senza saperlo, come Adamo ed Eva prima del peccato, sono uomini, tuttavia…. Non si sono ancora fissati alla terra, né immaginano l’atto di seminare” (Carpentier 1995: 162).

Suscita orrore, questa immagine del romanziere cubano Carpentier, eppure, si scorge l’illuminazione inconscia del relativista … “sono uomini, tuttavia”. Uomini, come anche i cannibali, gli omosessuali, i diversi di tutti i tipi, tutti i gusti, gli appetiti, le razze. Uomini non inferiori ma, appunto, diversi. Questo testo non vuole e non riuscirà a dimostrare nulla. Si pone la domanda se il relativismo si possa considerare semplicemente indifferenza morale, inerzia politica o non sia, piuttosto, una lotta al fondamentalismo, un’esaltazione del pluralismo dei valori. L’idea è che non possa esistere in partenza una verità più vera delle altre, che ogni contingenza possa e debba essere sottoposta a un esame, a un’attenzione, a una curiosità. A una verifica “vissuta” e che la fede religiosa non debba per forza di cose influenzare i giudizi. No, il relativismo non è il diabolico corruttore dei costumi e nemmeno XIII


TUTTO È RELATIVO

il segno dell’impossibilità umana di costruire un senso assoluto della vita; ma il presupposto della tolleranza e quindi della democrazia. Tutti i grandi imperi, da quello romano a quello di Gengis Khan, a quello inglese vittoriano, all’apice della loro potenza hanno avuto la capacità di tolleranza strategica, di “farsi relativi”: hanno avuto la capacità di attirare le élites dei popoli dominati, di assorbirne i valori utili, di sincretizzarne le religioni. Proprio la Romanità, rispetto alla cultura greca o ebraica, non ha nemmeno “origine propria”, ma piuttosto, come ha scritto Rémi Brague (1998), una “secondarietà culturale”; rispetto alle tradizioni originarie che essa ha tradotto, riadattato, trasmesso senza mai smarrire il senso della loro diversità. Lo stesso diritto romano è una forma di transazione generalizzata, Roma si è di volta in volta appropriata, trasformandoli, di tutti i linguaggi creati dalle culture cosiddette primarie, mantenendo sempre vivo il rapporto con la propria alterità. Certo, la storia sembra insegnare che a lungo termine la tolleranza contenga il germe dell’autodistruzione. L’iperpotenza si dilata fino a temere la perdita di identità e di coesione: arriva la chiusura verso l’Altro, l’esclusione, l’intolleranza. Eppure, crollano gli imperi, ma la cultura – plastica e permeabile – quella resiste. Nessun popolo e nessun individuo perdono davvero “la propria identità”. Se ne creano una nuova, mai impoverita. Paesi come gli Stati Uniti e il Brasile, che sono “solo” immigrazione, hanno fatto scelte diverse, in certi casi opposte: si può dare enfasi alla diversità oppure mescolarla, ma sempre sapendo che esiste e che “deve” esistere. Come dice il filosofo Umberto Galimberti, abbiamo un vincolo genetico nel quale, e in modo ineluttabile, è scritta tutta la nostra vicenda biologica; abbiamo un vincolo culturale, per cui l’essere nati in Occidente non ci consegna allo stesso destino di chi è nato in terre più diseredate; abbiamo un vincolo familiare da cui dipende la nostra educazione, quando non la nostra cultura, e che in gran parte decide il nostro futuro. Abbiamo infine una nostra visione del mondo che, se da un lato ci consente di orientarci, dall’altro ci limita. Quasi costretti: dalla biologia, dalla famiglia, dall’educazione, da quello che tutto insieme definiamo cultura. Ma quel “quasi”, come dice quella canzone brasiliana1, è ben “più che un dettaglio”. È semplicemente la nostra volontà di scelta. Tengo sempre a mente le parole del Pedro Archanjo di Jorge Amado che nel romanzo Tenda dos milagres 2” dice a più riprese: “il mio materialismo non mi limita”. Si può essere al contempo marxisti e feticisti, dichiararsi agnostici e partecipare ai riti che fortificano le divinità pagane. 1

Detalhes, di Roberto Carlos.

2

Jorge Amado, La bottega dei miracoli, Garzanti, Milano, 1978.

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Premessa

Forse, per essere relativisti è necessario fare ricorso alla poesia, all’utopia; di certo è necessaria una buona dose di fantasia e di buona volontà per credere nel potenziale creativo e di rinnovamento degli incontri culturali. Altro che pigrizia mentale, disimpegno, superficialità: basta pensare all’ipotetico potere devastatore della “monocultura pura” e alla minaccia letale che il concetto di purezza porta con sè, per porsi con convinzione una domanda: “come non essere relativisti?”

Grazie a Luisa, Marco e Anna; a Reginaldo e a Flavio; ai miei e ai miei amici; ai miei alunni e a tutti coloro grazie ai quali mi sento “relativamente” bene in questo mondo

Bibliografia Amselle, Jean-Loup e M’Bokolo, Elikia, 1995, Au coeur de l’ethnie: Ethnie, tribalisme et État en Afrique, Paris, La Découverte (trad.it., L’invenzione dell’etnia, Roma, Meltemi, 2008). Brague, Rémi, 1992, Europe, la voie romaine, Paris, Criterion (trad. it. Il Futuro dell’Occidente. Nel modello romano la salvezza dell’Europa, Milano, Rusconi, 1998). Carpentier, Alejo, 1953, Los pasos perdidos, México, Edición y Distribución Iberoamericana de Publicaciones (trad. it. I passi perduti, Palermo, Sellerio, 1995). Jullien, François, 2006, Nutrire la vita. Senza aspirare alla felicità, Raffaello Cortina, Milano. Geertz, Clifford, 1973, Interpretation of Cultures. Selected Essays. New York, Basic Books (trad. it. Antropologia interpretativa, Bologna, Il Mulino, 1987). Latour, Bruno, 1997 (1991), Nous n’avons jamais été modernes, La Découverte, Paris. Kapu´sci´nski, Ryszard, 1998, Heban, Warsaw, Czytelik (trad. it. Ebano, 2002, Milano, Feltrinelli). Remotti, Francesco, 2008, Contro natura. Una lettera al Papa, Roma-Bari, Laterza. Wallerstein, Immanuel, 2006, European Universalism. The Rhetoric of Power (trad. it. La retorica del potere, Roma, Fazi, 2007).

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Tutto e relativo