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Cappella Bruder Klaus Peter Zumthor

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Premessa Il contenuto di questo libricino cerca di raccontare due intense giornate alla presenza di un magistrale esempio di architettura contemporanea, attraverso un linguaggio che piÚ rappresenta le reali sensazioni vissute da me in prima persona. Questo racconto dunque, in qualche modo riassume anche il mio modo di assimilare la grande lezione dell’architettura contemporanea e in genere, fatto di poche parole ben pesate e piacevoli immagini, capaci di rendere a pieno l’atmosfera di quel tiepido pomeriggio di fine Luglio.

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L’Architetto Probabilmente la cosa più corretta per descrivere un progetto è iniziare proprio citando l’Architetto che l’ha pensato. In questo caso si tratta di Peter Zumthor, che anche se ormai molto conosciuto, è giusto ugualmente sottolineare i passaggi essenziali della sua esistenza, così da comprenderne al meglio il lavoro. Zumthor inizia fin da subito ad avere a che fare con la materia; suo padre, Oscar, era un ebanista. Nasce dunque a Basilea nel 1943 un architetto che segnerà profondamente, direttamente e non, l’architettura dei giorni nostri. Malgrado il suo fare schivo e scorbutico, da vecchio eremita nei Grigioni svizzeri, Zumthor da giovane approda a New York, studiando architettura per circa un anno al Pratt Institute; esperienza che lui definirà, in alcune interviste, di nessun aiuto; proprio perchè fin da piccolo è stato introdotto nel grande mondo del fare le cose, nel senso più concreto. Malgrado la poco stimolante avventura accademica, la Grande Mela gli permette di conoscere una realtà assai differente da quanto è abituato, una realtà, quella più estroversa e mediatica dalla quale cercherà sempre di fuggire per il resto della vita. Nel corso degli anni insegna in numerose università di tutto il mondo, giungendo fino a Mendrisio, all’Accademia di Mario Botta in Svizzera. Dopo numerosi premi e riconoscimenti, finalmente corona il suo lungo percorso con il prestigioso Premio Pritzker nel 2009, grazie ad un’illuminata giuria con, tra i tanti, Renzo Piano, Alejandro Aravena, Shigeru Ban e Juhani Pallasmaa. Oramai la celebrità dell’architetto è alle stelle e come probabilmente ultima grande fatica, ad ormai 72 anni, gli viene commissionato l’ampliamento per il LACMA di Los Angeles, con un budget “limitato” a 650 milioni di dollari. Non sono di certo concluse quindi le avventure di Zumthor che è famoso per procrastinare pesantemente i tempi di progetto e realizzazione a causa di una maniacale ricerca e perfezione per il dettaglio.

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Il Committente Il perchè di un edificio è fondamentale per comprenderne il significato più intimo, soprattutto se dietro a questo “perchè”, non c’è un motivo usuale, bensi la necessità di poter esprimere qualcosa di grande attraverso la costruzione di un piccolo edificio. Alle spalle di tutto ciò infatti vi sono Hermann-Josef e Trude Scheidtweiler, una coppia di agricoltori tedeschi, che commissionano nel 2001 all’architetto Peter Zumthor questo progetto, onorando Bruder Klaus, santo patrono vissuto nel XV secolo, come segno di riconoscenza a Dio per la lunga vita concessa loro. Il progetto è realizzato in un terreno di proprietà della coppia, nel villaggio di Wachendorf, nella campagna dell’Eifel, regione nell’ovest della Germania. Zumthor accetta subito l’incarico e non richiede nessun compenso, poichè anche la madre era devota al Santo. Il progetto dovrà manifestarsi in un piccolo segno all’interno del paesaggio, considerando anche il budget piuttosto limitato dei due agricoltori, che per questo motivo costruiranno loro stessi il progetto con l’aiuto di alcuni amici, cercando di utilizzare tutte le risorse già presenti nel luogo.

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Inquadramento Il focus sequenziale permette di comprendere ad una scala più ampia le relazioni del progetto con il contesto. L’area dove sorge la piccola cappella si trova alle porte del piccolo centro urbano di Wachendorf, paesino situato a 55km da Colonia. Già da queste prime immagini si può immaginare il luogo nel quale è inserito l’edificio. Paesaggio naturale segnato dall’attività agricola dell’uomo, che ha generato nel corso del tempo una frammentazione del suolo creando così una miriade di sfumature. Si può osservare come le relazioni ad ampia scala della città con il paesaggio, del costruito con il naturale plasmato dall’uomo, siano riprese, ad una scala inferiore, fra la geometria della cappella e il paesaggio in cui risiede. Si percepisce chiaramente il forte segno architettonico all’interno della natura circostante.

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Il Paesaggio Come già si è potuto percepire dalle ortofoto di inquadramento, il luogo con il quale dialoga il progetto è assai interessante. La natura controllata dalla mano dell’uomo sprigiona tutte le sue sfumature che ogni giorno giocano in modo diverso con la luce del sole. I colori sono sempre estremamente vivaci; le tessiture dei campi regalano calore e forti prospettive, che ben si contrastano con i fitti boschi modellati dall’uomo. Si apre davanti ai nostri occhi un quadro ben controllato, dove ogni elemento si trova nella giusta posizione, garantendo così una silenziosa sinfonia.

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Lo sviluppo progettuale Nella prima “fase” della progettazione, lei pensa alle necessità del luogo e a quello che manca. Dopo come evolve il progetto? PZ: Non penso solo al luogo, io visito il luogo, perché è un’esperienza fisica e tutto si può pensare sul luogo. In architettura c’è sempre un bisogno dietro. Penso al bisogno, all’uso: quello che faccio è valido? Mi piace? E cosa manca? Provo a pensare e a sentire assieme le necessità della funzione e dell’uso e delle particolarità del luogo. Nella fisicità del luogo, quando viene osservato, c’è tutta la storia, perché la storia si fa vedere nel corpo del mondo. Molto di più che nei libri. Anche nei libri, certo, ma la storia, la memoria, è diventata narrativa perché viene studiata all’università e quindi c’è bisogno del racconto dei libri. Ma la vera storia, quella delle nostre famiglie, delle nostre persone, è qui, e qui, è lì, e ancora qui, no?. Quindi questo è il mio lavoro: osservare, e capire cosa vedo, o provare a capirlo. Questo piccolo stralcio d’intervista fatta a Peter Zumthor ci chiarifica degnamente il primo approccio dell’architetto rispetto ad un nuovo progetto. A seguire avviene una lunga fase di riflessione ed elaborazione attraverso schizzi e modelli che occuperà la parte fondamentale dell’intero percorso progettuale. Anche in questo caso i passaggi sono i medesimi; dopo aver riflettuto e disegnato a lungo si è giunti ad una prima soluzione di progetto. Si manifesta subito il monolite dalla geometria pura esterna che muta improvvisamente all’interno, accogliendo uno spazio totalmente organico che culmina in un ambiente centrale dal soffitto via via più alto che si chiude a capanna. Da questo scende un elemento luminoso che ravviva e segna questo piccolo luogo.

primi elaborati di progetto

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primi elaborati di progetto

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La proposta definitiva Il progetto non è mai completo per definizione, soprattutto quando si parla di Zumthor, che spesso in fase di cantiere tende a definire piccoli miglioramenti. In questo caso la prima proposta non aveva ancora raggiunto un grado di purezza tale da poter essere confermata. Il processo progettuale continua e l’assidua produzione pensata di schizzi e modelli permettono di avvicinarsi sempre più alla soluzione definitiva. Il progetto diventa ancora più essenziale, viene eliminato il tema della luce artificiale, creando un oculo che possa entrare in diretta relazione con l’esterno e il sole. La pianta prende forza e il sistema costruttivo segue a pari passo tutte le fasi di progetto, essendo parte fondamentale del tutto. Nasce quindi una pianta essenziale, definita dalla compenetrazione di una geometria razionale con un’altra del tutto organica. Lo stesso processo avviene in sezione, dove il solido ingloba una forma morbida che segue le linee della pianta, raccontando un percorso in ascesa che giunge al loculo di prima relazione con l’esterno. Anche le materialità riflettono le forme, dove all’esterno puro viene attribuito un materiale denso, pesante : il calcestruzzo; all’interno l’organicità è espressa dal legno.

schizzi di Peter Zumthor

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plastici di progetto - esterno

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plastici di progetto - interno

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dettaglio disegno esecutivo

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1m

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disegni finali

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La costruzione Il processo di costruzione segue due fasi principali: la costruzione del telaio interno definito da 112 tronchi di albero che crea la pianta interna e la gettata di calcestruzzo che solidifica la forma. Il processo dura circa due anni, infatti, una volta costruita l’intelaiatura interna, viene gettato una volta al mese il calcestruzzo per uno spessore di 50 centimentri. Al completamento del progetto di giunge ad un’altezza di 12 metri, segnati in prospetto dalle fasce dei casseri dell’intero processo. Una volta completata la stuttura di calcestruzzo avviene il passagio più complesso, imprevedibile ed incredibile: viene acceso un fuoco all’interno per bruciare tutta la struttura di legno. Il processo dura circa tre settimane, quando finalmente viene svelato lo spazio interno segnato dalla trama in negativo dei tronchi di legno. Avviene quindi un doppio contrasto fra interno ed esterno: cromatico e tattile. Il colore chiaro del calcestruzzo viene celato dal processo di bruciatura del legno che si manifesta in un nero intenso. La superficie liscia dell’esterno si contrappone a quella ben più organica e ruvida dell’interno. Il progetto è finalmente concluso nella sua essenza. Gli ultimi perfezionamenti riguardano il pavimento che viene definito da uno strato di due centimetri di piombo fuso e delle sfere di cristallo poste all’estremità interna dei fori provocati dalle strutture puntiformi orizzontali delle casseforme di costruzione. L’interno essenziale viene completato da una seduta in legno di faggio, un portacandele in alluminio spazzolato e una piccola cassetta contenente un libricino per il visitatore. Viene infine posizionata all’interno una scultura di Hans Josephsohn raffigurante il volto del santo. All’esterno il tutto è completato da un grande portone triangolare e una piccola croce greca posizionata al di sopra.

prove per la scelta del calcestruzzo che meglio potesse esprimere l’essenza del progetto e il legame con il contesto.

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costruzione del progetto dalle fasi iniziali, il processo del fuoco e il dettaglio finale, gestito all’interno grazie ad una scala che si “arrampica� dentro lo spazio principale.

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L’ incontro Proprio come nelle vere storie d’avventura il tutto è iniziato con il tour di tre giovani studenti alla scoperta fisica di alcuni esempi d’architettura contemporanea così tanto studiati ed apprezzati. Durante il viaggio il paesaggio è mutato notevolmente, da una grande città come Colonia si è giunti fino al piccolo villaggio di Wachendorf. La forte presenza dell’edificato ha via via lasciato spazio alla natura, giungendo alla piccola cappela, dove si cerimonia il perfetto equilibrio delle due parti all’interno di un rispetto reciproco. In questo progetto è fondamentale il tema del cammino, del percorso, del viaggio, anche per il significato più intimo della cappella, trattandosi di un edificio religioso. Il lungo tragitto mi ha quindi portato nella valle dove risiede il piccolo villaggio. La morfologia del terreno accoglie l’edificato in una piccola conca e la cappella si trova appena fuori da questo, posta su un piano leggermente più elevato. Quello che accade quando si percorre l’unica strada di accesso al villaggio, è questo forte senso di possesso dell’intorno, dato da un’importante fuga prospettica che ti permette di osservare tutto. Camminando ci siamo accorti di un inconfondibile segno nel paesaggio distante alcuni chilometri. Il caldo terreno modellato dall’uomo e dalla natura è interrotto improvvisamente in un punto da un elemento che ne riprende i colori ma non le geometrie. Il piccolo edificio si impone nello spazio circostante. E’ quindi avvenuto un gioco di relazioni tra il visitatore e il visitato analogo a ciò che accade tra l’alpinista e la cima del monte.

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Come per l’alpinista, anche noi seguivamo perennemente quel punto con lo sguardo, senza apparentemente riuscire a raggiungerlo. Il tempo passa, fino a che il morbido terreno nasconde la meta. Il camminare incessante ci riporta il segno agli occhi: ci siamo davanti.

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Il sentiero che giunge direttamente alla porta d’entrata mette a dura prova il nostro sguardo sempre più contrastato da un sentimento di incredulità misto ad ammirazione. Finalmente si può entrare, ma giunge un imprevisto che fa parte di tutte le più degne storie d’avventura. La cappella ha la porta chiusa; essendo privata ha un orario determinato.

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Malgrado le dimensioni contenute, l’edificio si impone sul luogo in cui risiede e la geometria pura ed essenziale si manifesta in tutta la sua essenza, grazie ad un materiale duro come il calcestruzzo. Nonostante ciò anche la natura ha un forte legame con questo elemento puro, infatti le 24 stratificazioni si manifestano attraverso un disegno organico dalle numerose sfumature che si legano simbioticamente con il contesto. Il primo strato è più largo degli altri, generando uno zoccolo che permette la seduta. Il resto è parte del monolite e non “esce” dalla geometria complessiva, inclusi i numerosi fori di costruzione che tentano un primo contatto con l’interno. Gli unici elementi che fuoriescono dalla geometria sono il portone e la croce al di sopra. Il contrasto dei due materiali, il calcestruzzo più caldo e il metallo più freddo sono separati da una lama di luce che garantisce una convivenza pacifica senza punti di contatto, così da preservare la purezza dei materiali.

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piccola croce greca posta al di sopra del portone

piccolo testo incastonato nella facciata principale che riporta l’inaugurazione del progetto e il santo a cui è intitolata la cappella.

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Entriamo Malgrado le dimensioni contenute, la grande porta sfida il visitatore con la sua mole, permette di far percepire la reale entitĂ del luogo, paragonandosi quasi al grande portone della cattedrale di Colonia.

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dettagli portone

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Il percorso si fa sempre più oscuro fino a giungere nello spazio centrale, il cuore fisico e spirituale del progetto, dove una cascata di luce ci bagna il volto. Lo spazio sfiora l’ultraterreno e il nostro sguardo non riesce a distogliersi dal grande segno luminoso. E’ molto forte l‘analogia con un cielo stellato, fatto dei riflessi delle piccole sfere di vetro che impestano la superficie interna.

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Dopo alcuni minuti riprende l’osservazione dello spazio e di tutti i dettagli che lo rendono vivo. L’elemento più sorprendente di questo edificio, probabilmente unico nel suo genere e percepibile solo attraverso una visita diretta, è il profumo di bruciato che traspira dalle scanalature del calcestruzzo.

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dettagli pavimento di piombo fuso

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il simbolo rappresenta il ciclo e la fede di Bruder Klaus

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Scultura di Hans Josephsohn raffigurante il Santo Bruder Klaus

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Ad un certo punto il cielo si fa più cupo, entrano alcuni visitatori proprio come avviene al principio di una cerimonia. Ci riuniamo sotto al grande occhio di luce che sorprendentemente inizia a piangere. Piove. Questo momento così emozionante non lascia trapelare nessun dialogo fra i presenti, che ammirano lo spettacolo dell’acqua impetuosa che scende all’interno della cappella, colonizzando il pavimento di piombo leggermente concavo. Il suono imperante dello scroscio dell’acqua si trasmuta in un dialogo fra natura e architettura.

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Inverno - Renè Spitz

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Suggestioni - Helene Binet

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Dall’alto - Renè Spitz

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Dall’alto - Renè Spitz

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Prospettive

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Analisi - giochi di colore

Il prospetto dell’edificio racconta il paesaggio nel quale è inserito il progetto, senza tralasciare nessun dettaglio. Come una tela bianca, la geometria pura esterna si è intrisa di tutto il procedimento costruttivo e giorno dopo giorno assorbe i segni che il tempo gli regala. Si manifesta un disegno organico dalle innumerevoli sfumature. Attraverso questa scomposizione ho separato le principali. Il tutto ritorna alle distese di campi coltivati e alle loro piacevoli e morbide curve che si adagiano nella vallata.

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Analisi

Il contrasto interno esterno è probabilmente il fattore più impressionante dell’intero progetto. Oltre a discostarsi come tipo di superficie, infatti l’esterno è liscio e l’interno è scanalato, segnato della trama dei tronchi d’albero; quello che più impressiona è il trattamento cromatico dello stesso materiale. Grazie al processo di combustione, la superficie perde il ricchissimo cromatismo, a favore di un colore scuro, quasi nero in penombra. Il tutto è perfettamente invertito, tanto che gli unici elementi neri che si trovano all’esterno, cioè i buchi di costruzione, dentro brillano quasi di luce propria, grazie al riflesso della luce che cade dall’alto.

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Il forte contrasto di geometrie interna ed esterna, è responsabile dello spazio pieno di generazione fra le due. Oltre a questo, lo schema racconta due spazi all’interno della cappella, uno più pubblico, più chiaro, in diretta relazione con la porta d’entrata e l’altro più protetto, intimo, segnato scuro; il vero cuore della cappella, dove risiedono gli unici e fondamentali oggetti dell’intero edificio.

Questo schema permette di fare una riflessione sul contesto nel quale è inserita la cappella. Si tratta di un paesaggio naturale plasmato dall’uomo, che lo ha frammentato in lotti dai perimetri geometrici. Vi è quindi una diretta relazione con la pianta del piccolo edificio, che in analogia con queste geometrie è definita da un pentagono irregolare. L’interno al contrario si discosta dalla planimetria del luogo; ritrova una propria chiave nella sezione dello stesso, dove la superficie morbida dei campi viene ripresa nello spazio interno dell’edificio.

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Interpretazioni Credo sia necessario, all’interno del processo di critica e analisi di un’opera d’arte in generale, ammettere in tutta onestà il vero pensiero del progettista, senza così lasciare troppo spazio ad interpretazioni che spesso riusultano forzate e frutto della fervida immaginazione del critico. Probabilmente questa premessa è molto più coerente riguardo Zumthor che ogni altro architetto, poichè studiando le sue opere ci si rende conto che aldilà dell’oggetto fisico non c’è altro, se non l’oggetto fisico stesso e il suo essere un “pezzo” di buona architettura; un oggetto spaziale che asserve alla necessità per cui è stato creato nel modo più corretto e coerente. Per questo motivo vi è la necessità ora di ammettere direttamente le parole del progettista, così da comprendere definitivamente il perchè di tutto ciò. Da Casabella 747 “Costruire col fuoco: la cappella nell’ Eifel” di Chiara Baglione. Chiara Baglione, domanda all’architetto: ” la tecnica costruttiva adottata nella cappella si basa su un procedimento che appare inconciliabile con la pratica professionale corrente. Da un lato punta su un esito altamente evocativo insito nello stesso processo costruttivo, dall’altro rovescia i luoghi comuni primo fra tutti quello per cui il fuoco è nemico del costruire. Il rifiuto di tutti i luoghi comuni su cui si basa la pratica professionale attuale può essere una chiave di lettura per comprendere quest’opera ma anche altri suoi progetti?” PZ risponde: “ lavoro sempre così. Parto dal programma, dall’uso, dal luogo. Nel processo progettuale delle mie opere non è insita alcuna critica intenzionale alla pratica professionale normale. Il mio modo di procedere rispecchia il mio modo di essere e di rispondere a condizioni date, non è un atteggiamento teorico o programmatico. Se nei fatti il mio approccio al progetto mette in crisi i metodi progettuali consolidati non spetta a me dirlo. Nella mia opera la luce è la luce, la materia è materia... Ma la cappella non è un manifesto, è invece, almeno lo spero, un lavoro preciso. L’atteggiamento sperimentale non è mai stato il mio obiettivo. L’obiettivo era solo rispondere a un programma molto strano e difficile: come realizzare una cappella di campagna così piccola con pochi elementi”

Dall’alto - Renè Spitz

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Interpretazioni Da A+U 2008:09 No.456 Dopo che abbiamo costruito la Cappella, alcuni Svizzeri sono venuti da me e mi hanno detto: “ Ovviamente questo spazio vuoto nella penombra con soltanto alcuni raggi di luce viene dal fatto che la vita di Bruder Klaus terminò in una cella nella roccia!” Io risposi: “ No, non è questa la ragione”. Loro dissero :” Oh, allora è una torre in relazione alla carriera di soldato di Bruder Klaus!” Risposi; “ Non è questo il perchè, tuttavia ho pensato che fosse importante per la Cappella guardare al cielo, rimanendo verticale all’esterno, in relazione alle ondulazioni dei campi, in modo da segnare il territorio”. Il critico tende a cercare un’interpretazione avvincente ed interessante, così da giustificare un’architettura incredibile, supportata quindi in ipotesi da un significato pregnante. Per Zumthor non funziona così, infatti l’unico linguaggio ammissibile è quello dei materiali e del metodo costruttivo, che siano i più idonei per il luogo e la funzione. Tutto è estremamente pragmatico e non c’è nessun significato nascosto dietro alle sue forme.

Dall’alto - Renè Spitz

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Sintesi conclusiva La volontà di presentare questo piccolo progetto è fortemente motivata dal fatto che permette di comprendere a pieno l’essenza dell’architettura, dove risiedono e si relazionano l’uno con l’altro: forma, materiali e costruzione; senza che l’uno sia scisso dall’altro. Nasce così un progetto che guarda continuamente al dettaglio, ma allo stesso tempo mantiene una solida integrità formale generale. E’ qui rappresentata una forte relazione fra interno ed esterno, dove l’essenza del corpo è soggetta all’anima. Un progetto umano, che in qualche modo raffigura e trasmette proprio noi stessi; uno specchio nel quale ci riflettiamo e ci ritroviamo, scoprendo un corpo massiccio ma che cela al suo interno un mondo fatto di sensazioni, più incomprensibile, che ti trasporta e su cui non si ha controllo. Questo è ciò che avviene quando ci si trova in quel luogo, soprattutto quando ha luogo il passaggio fra esterno e interno; l’introduzione in un’atmosfera nuova, incredibile e difficilmente descrivibile. Il profano rimane all’esterno, l’entrata ci manifesta la necessità di un pensiero rivolto a qualcosa di più grande, il sacro riempie lo spazio e l’architettura che lo custodisce è enigmatica. La natura è fuori, lasciando spazio ad un bosco artificiale dove la presenza naturale si cela dietro la mano sapiente di un uomo. Viene definita un’architettura dove gli elementi naturali quali acqua, fuoco, aria e terra si fondono, creando un segno tangibile all’interno del paesaggio e molto più profondamente scuotendo il visitatore. L’idea costruttiva è strettamente connessa al materiale utilizzato e alla mano operaia locale, materializzando i concetti di pieno e vuoto, luce ed ombra, peso e leggerezza. Il contrasto caratterizza l’intero progetto; la geometria pura esterna si relaziona con la sezione morbida dei campi, facendosi pianta dello spazio interno. Si potrebbe definire quindi come un pezzo di terreno, che ne ha assorbito le infinite sfumature, grazie al tempo che ha plasmato la materia. Un contrasto fra luce ed ombra, dove la prima assume una presenza così materiale da trasmettere una fisicità più presente del calcestruzzo. Un’architettura viva, che accetta le volontà della natura assorbendole e facendone tesoro, assumendo giorno dopo giorno nuove sfumature e colori. Come per tutte le architetture, anche per questa, forse più di ogni altra, il fattore tempo è fondamentale. Il passo di limite fra architettura e natura qui è molto breve e mi chiedo se fra molti anni, se mai esaurirà la sua funzione, questo piccolo elemento di calcestruzzo diventerà un ulteriore tassello del paesaggio ormai sempre più antropizzato.

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Bibliografia - Peter Zumthor - Helene Binet, Peter Zumthor Works: Buildings Projects 1979-1997, Lars Muller, 1998 - Nobuyuki Yoshida, A+U Extra Edition: Peter Zumthor, A+U, 1998 - Peter Zumthor, Pensare architettura, Electa, 2003 - Peter Zumthor, Atmosfere. Ambienti architettonici. Le cose che ci circondano, Electa, 2007 - Thomas Durisch - Peter Zumthor, Peter Zumthor: Buildings and Projects, 1985-2013, Scheidegger and Spiess, 2014

articoli - Chiara Baglione, Costruire col fuoco: la cappella nell’Eifel/Interview with Peter Zumthor, in “Casabella” n.747, settembre 2006 - Francesco Garutti, Intervista a Peter Zumthor, in “Klat” n. 05, primavera 2011 - Marco Masetti, “Parlare di architettura con Peter Zumthor”, 9 dicembre 2009, Haldenstein, Grigioni, via Gizmoweb.org

immagini - Architekturbüro Peter Zumthor - Gabriele Boretti - Andrea Fortunato - Helene Binet - Renè Spitz - pavlinalucas.com

video - Bruder Klaus Field Chapel - https://www.youtube.com/watch?v=XtWcHeFWQ1k

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Progetto: Peter Zumthor Collaboratori: Rainer Weitschies; Michael Hemmi; Frank Furrer; Pavlina Lucas; Rosa Goncalves Strutture: Jürg Buchli, Claus Jung Committente: Trudel e Hermann-Josef Scheidtweiler Localizzazione: Mechernich, Eifel, Germania Cronologia: 2005-2007: realizzazione; Maggio 2007 completamento

Profile for Gabriele Boretti

Bruder Klaus Field Chapel  

Bruder Klaus Field Chapel Peter Zumthor

Bruder Klaus Field Chapel  

Bruder Klaus Field Chapel Peter Zumthor

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