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Unione dei Democratici Cristiani e dei Democratici di Centro

12 aprile 2011

Sezione “domenico de paola”

Il Volantino

3a serie, n. 1

Alla riscoperta dei nostri valori Dopo anni torniamo nelle piazze e nelle case con il nostro “IL VOLANTINO”, l’esigenza di portare nuovamente fuori dalle mura della sezione cittadina dell’UDC la “voce” del nostro partito è scaturita da molteplici fattori primo fra tutti quello di voler dare seguito alle richieste di simpatizzanti ed attivisti del partito che ci chiedevano già da tempo di tornare a “raccontare” la politica, sia quella locale che quella nazionale e visto l’affievolimento della morale nei comportamenti personali che sta caratterizzando l’epoca in cui viviamo, con conseguente decadimento dei principi etici, questo ci è sembrato il momento più appropriato per ripresentarci a voi e con voi riflettere su quanto accade nella nostra città e nella nostra Italia. Qualche giorno fa il Cardinal Bertone ha invitato tutti, soprattutto coloro che hanno una responsabilità pubblica in qualunque settore, amministrativo, politico e giudiziario, ad assumere l'impegno di una più robusta moralità, di un senso di giustizia e di legalità. Fino a qualche tempo addietro, ma non poi così lontano, la figura del politico di “professione” era prerogativa dell’intellettuale, dello studioso, dell’ideologo, siccome considerata figura troppo lontana dai problemi della gente, oggi è stata sostituita da figure più pratiche, più tecniche, conseguendo il risultato che, soprattutto negli ultimi tempi, vediamo spiccare sulle prime pagine dei giornali notizie di scandali, di disonestà, di iniquità, di una spaventosa corruzione collettiva e di un governo distante dalle difficoltà della gente e ci riscopriamo nostalgici a ricordare la solidità morale e la correttezza di alcuni personaggi della Prima Repubblica, come Aldo Moro, a cui fin da sempre ci siamo ispirati nel crescendo del nostro pensiero politico. Come si fa a spiegare ai giovani che oggi assistono a questo “fare” della politica che ci sono cose che contano più del denaro, della popolarità e del potere? Talvolta le precarietà sociali ed economiche ci rendono complici di questo degrado dell’etica. Riscoprire gli ideali è l’unica soluzione possibile per far rinascere nei giovani l’entusiasmo. È necessario tornare a desiderare un’Italia migliore che non dimentichi le nostre tradizioni, ma che sia nel contempo spalancata al futuro. Il momento che il nostro Paese sta attraversando ci obbliga a riscoprire e riaffermare con forza i valori come la correttezza, il rispetto, la solidarietà, l’uguaglianza, la meritocrazia e a praticarli con atti tangibili. Crediamo in una politica equilibrata ed auspichiamo che proponga progetti concreti aiutando l’economia a ripartire davvero, che sappia distinguere tra garantismo e impunità. Una politica che rappresenti la nazione e che si ponga al suo servizio, che realizzi il bene comune, che include la difesa dei valori non negoziabili come la difesa alla vita. Moralità, legalità e giustizia siano i fulcri di una società che vuole crescere e che vuole dare delle risposte positive ai problemi del nostro tempo. Maria Mastrandrea

LA SEZIONE UDC AUSPICA PER TUTTA LA CITTADINANZA PACE E SERENITÀ E AUGURA UNA FELICE E SANTA PASQUA

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AMMINISTRAZIONE COMUNALE un primo anniversario scarso di risultati In queste settimane ricorre il primo anniversario dell’amministrazione d’Atri ed è ormai tempo di un primo bilancio annuale. Mentre impazzano sui blogs e sui vari siti internet locali le discussione a dir poco animate ed a volte da codice penale, il bilancio dell’amministrazione attuale si svela ai nostri occhi. Tolti gli archetti di via Immacolata, per i quali l’attuale sindaco con la relativa commissione consiliare della quale a suo tempo faceva parte deliberò la loro installazione, tolte le feste con ricchi premi e cotillon, poco o nulla è stato realizzato. L’estate grumese, che sappiamo benissimo essere stata realizzata con i fondi risparmiati dal più che dimezzato compenso per gli amministratori, ad oggi è costata ai cittadini diverse migliaia di euro euro solo per l’invio dei depliant contenenti il programma dell’intera stagione. Non è ancora noto quali siano i costi sopportati per la pletora delle esibizioni che si sono susseguite sul palco. Alcune inutili ripetizioni degli anni precedenti. Sono state tutte pagate? L’amministrazione Panzarino come una delle ultime realizzazioni, lanciò la raccolta differenziata che ancora oggi stenta a decollare ed è un problema per tutta la cittadinanza che, in balia delle onde, si dimena in chiavi e cassonetti, al momento solo per i grandi complessi edilizi, alla ricerca di notizie sul vero funzionamento della raccolta dell’umido. La raccolta differenziata è un dovere del cittadino e l’amministrazione non può rilassarsi su un problema così delicato che a lungo andare potrebbe portarci alla paralisi, come accade nelle regioni limitrofe, vedi Napoli e dintorni. Che l’amministrazione comunale abbia famelico bisogno di soldi da spendere e spandere è chiarissimo. Non appena ha potuto ha subito messo in pentola piani di svendita ad iniziare dalle farmacie, iniziando dalla più appetita, la Farmacia Appula SRL della quale il comune detiene il 51%. L’abilità e la saggezza degli amministratori uscenti per far aprire la seconda farmacia comunale a Grumo vengono lanciate alle ortiche in cambio di denaro da spendere visto che stanno svuotando le casse, che sempre più piangono, del Comune. La voracità di denaro manifestatati per la vendita delle farmacie è giustificata, a loro dire, dalla necessità di sistemare le strade che presentano sempre più voragini ancor più grosse di quelle presenti nei bilanci comunali. L’assurdità di tale operazione straordinaria come la vendita di un immobile sarebbe proprio quella di usarla per le spese correnti, infischiandosene di ogni regola contabile dettata dalle vigenti norme. Non si può vendere un patrimonio comunale per far fronte all’amministrazione ordinaria della città: è contro ogni regola della buona amministrazione. Opere come la Grumo-Mellitto, l’asilo nido di via Madonna delle Grazie, il Centro prima accoglienza anziani di via Verdi, il recupero del primo piano della Scuola Elementare lato via Lupis, del Palazzetto dello Sport, i prossimi lavori di risistemazione stradale, che vengono adesso alla luce, sono frutto della precedente amministrazione. Il merito di questa amministrazione d’Atri è tutto nella propaganda, che ad ogni evento viene fatta puntualmente e scrupolosamente dal suo staff. Siamo tutti d’accordo che borbonicamente è sempre festa farina e forca, ma è giunto il momento cara amministrazione comunale di togliersi la maschera e di mettersi sul serio a lavorare per TUTTA la cittadinanza e di farci conoscere la progettualità propria.

Vincenzo Romano

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I giganti del movimento cattolico italiano

GIUSEPPE TONIOLO: RITRATTO DI UN BEATO PER RISCOPRIRNE L’ATTUALITÀ Il 14 gennaio la S. Sede ne ha annunciato la beatificazione, prevista per il prossimo 1° maggio, assieme a quella di Giovanni Paolo II. Giuseppe Toniolo nasce a Treviso nel 1845 da una famiglia profondamente sensibile ed incline alla fede cattolica. Porta celermente e brillantemente a compimento gli studi medi ed universitari, questi ultimi presso la facoltà politico-legale di Padova, dove consegue il titolo accademico a soli 22 anni. Ivi comincia la sua carriera universitaria appena l’anno successivo, nel 1868, per poi trasferirsi come professore ordinario a Pisa. Nel 1878 sposa Maria Schiratti, dalla quale avrà sette figli. Dagli anni Ottanta dell’Ottocento si interessa all’Opera dei Congressi, fondazione neoguelfa ramificatasi in tutt’Italia dal periodo di crisi postunitaria fra lo Stato liberale e la Chiesa cattolica. Dopo il suo scioglimento, Pio X (1903-1914) gli affida la rifondazione ufficiale dei cattolici italiani come movimento, ma già durante il pontificato di Leone XIII (1878-1903) Toniolo si distingue per la sua opera di apostolato della “Rerum Novarum”, grazie anche alla stima che il Papa nutre nei suoi confronti. È in questo frangente che Giuseppe Toniolo riprende e riporta sulla scena politica il concetto di “democrazia cristiana”, riveniente dal periodo della Rivoluzione e proprio dal milieu francese, e che egli definisce come “l’ordinamento civile nel quale tutte le forze sociali, giuridiche ed economiche, nella pienezza del loro sviluppo gerarchico, cooperano proporzionalmente al bene comune, rifluendo nell’ultimo risultato a prevalente vantaggio delle classi inferiori” (definizione data nel suo famoso saggio “Il concetto cristiano della democrazia”). In una stagione politica ed intellettuale in cui fioriscono i primi tentativi di superamento del conflitto tra Stato e Chiesa, Giuseppe Toniolo si colloca proprio nel solco di questa nuova tendenza. Come cattolico militante ed esponente di spicco dell’Azione Cattolica Italiana, egli rivolge un appello ai cattolici, richiamandoli ad un “ridestamento” dal torpore del rifiuto della vita politica, quale si era andata delineando dopo la breccia di Porta Pia. Più volte rievoca la necessità di un cristianesimo sociale, che sia progettazione sociale e fonte di una corretta interpretazione dei rapporti che devono intercorrere fra etica ed economia, fra etica e politica, che garantisca che al centro degli interventi e di natura politica e di quella economica ci sia l’uomo nel senso più completo del termine, l’uomo come unione di materia e forma, di corpo e spirito. L’elevazione dell’uomo così inteso è il fulcro del cristianesimo sociale. Pertanto, secondo Toniolo, che può esserne considerato il padre, la ricchezza non dovrebbe essere il fine, ma il mezzo attraverso cui raggiungere il vero obiettivo, quello del riscatto della persona umana, soprattutto di coloro che appartengono alle classi più umili e che più sono stati sferzati dall’irruzione dello Stato liberale. La battaglia dei cattolici intransigenti, infatti, che trovava nella “questione romana” il suo vessillo, era volta a difendere un ordine preesistente, dato da un tipo di società rurale, portatrice di valori morali e religiosi e di virtù, che si trovava minacciato dal novo ordine politico ed economico, con conseguente penalizzazione delle classi contadine. E verso il loro risollevamento è diretta parte consistente del pensiero socio-economico di Toniolo che, come già citato, ha nel “bene comune” l’obiettivo ultimo. Uomo di profonda fede e dalla mente illuminata, Giuseppe Toniolo si colloca come astro del nascente movimento politico cattolico in Italia, sulla scia dell’organizzazione dei movimenti politici cattolici negli altri Paesi europei, con i cui rappresentanti intrattiene consistenti rapporti intellettuali. Infine, marito e padre esemplare, con una famiglia numerosa egli vive un’esperienza laicale ricca e completa. La Chiesa lo eleverà agli onori degli altari il prossimo 1° maggio, con l’auspicio che la sua figura venga valorizzata e presa a modello dagli odierni cattolici impegnati in politica. Angela Campanelli

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La Repubblica dei precari e degli stagisti Per la nostra Costituzione, “l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Se solo questo principio fondamentale e irrevisionabile fosse stato scritto durante la vigente legislatura, allora l’Italia non sarebbe stata una Repubblica fondata sul lavoro, ma semmai sulla disoccupazione, sul precariato e sullo stage. L’Esecutivo italiano,infatti, propone politiche giovanili, volte a rilanciare il contratto di apprendistato, professionalizzante, ma gratuito. Di conseguenza, esso sta creando una Repubblica formata da milioni di ragazzi laureati e masterizzati “parcheggiati” in attesa di una prima occupazione. Causa di questa situazione, secondo il nostro governo, non è la mancanza di incentivi alle aziende necessari all’ assunzione di giovani senza esperienza, ma bensì la congiuntura economica. Intanto se solo la crisi questo diritto sociale ce lo avesse portato via, allora le aziende italiane, la pubblica amministrazione, così come, le istituzioni più prestigiose non avrebbero offerto ai giovani italiani sotto i 35 anni stage non retribuiti e contratti precari che non si stabilizzano mai. Dei primi è ricco il Sud, che si preoccupa di far fronte all’enorme mole di lavoro arretrato presente negli uffici, stipulando progetti formativi con le Facoltà, avendo in tal modo a disposizione manodopera a costo zero. Qui, infatti, i ragazzi sono pronti a lavorare gratuitamente, rimettendoci spese di viaggio e di alloggio, spinti dall’idea di poter ottenere alla fine del tirocinio formativo o di orientamento al lavoro almeno un contratto a tempo determinato. Ricco di precari è, invece, caratterizzato il Nord dove i giovani con contratti a tempo determinato svolgono lo stesso lavoro dei colleghi con un contratto a medio e lungo termine percependo la metà del loro salario. Per tanto se la nuova generazione è stata condannata a deporre le armi e a non cercare nemmeno più un lavoro, visto che questa non riceve nemmeno una risposta nel momento in cui va ad inoltrare decine di curriculum al giorno, l’Esecutivo italiano lasci almeno un po’ di solidarietà ai genitori che guardano invecchiare i propri figli in casa. Antonella Mercurio 4 di 8


RECENSIONE

politici cattolici in tempo di diaspora: senza voce di Pasquale Allegro

Vorrei parlare di “Cattolici dal potere al silenzio” come di un libro importante, di grande peso e sostanza, attuale come non mai in tempi oscuri come questi attraversati da una corrente d’inaffidabile mercificazione valoriale. In realtà si tratta di un testo-intervista, in cui Beppe Del Colle, noto editorialista di Famiglia Cristiana, risponde alla domande dell’altrettanto rinomato giornalista Pasquale Pellegrini riguardo al ruolo che hanno ricoperto i cattolici nell’immenso circo della storia politica italiana, lungo tutti i 150 anni che vanno dall’Unità nazionale fino alla formazione della Seconda Repubblica. Traghettatori d’idee che si rifanno ai valori morali e politici espressi dalla dottrina sociale della Chiesa, i politici cattolici hanno dimostrato nel tempo di poter costituire una risacca di forze sociali e democratiche, partendo dall’origine pulsante e grandioso qual è stato il fulgido astro nascente del Partito popolare italiano, fino all’ereditaria esperienza, unica ed eccezionale, dell’opulenza fruttuosa della Democrazia Cristiana, vera figura risorgimentale tra i rimasugli ideologici del secondo dopoguerra. Sono le principali stagioni della politica italiana che caratterizzano, dunque, lo scenario evocato dai ricordi di questi due importanti autori, nonché autorevoli testimoni, di questo libro ben documentato: gli anni della Resistenza, la Costituente, l’indimenticabile primavera del boom economico, il confronto-scontro con i comunisti, gli anni agitati e sconquassati del terrorismo nero e rosso, il verde leghista e la balena bianca, i dibattiti intorno all’etica pubblica fino alla rivendicazione speranzosa di un futuro meno apocalittico circa l’importanza delle suggestioni cattoliche… E come poi tralasciare di citare le biografie dei principali protagonisti dell’esegesi politica cattolica? Don Sturzo, Dossetti, De Gasperi e Aldo Moro solo per citarne alcuni tra i più importanti. E poi ancora, in questo botta e risposta di competenze, si evidenzia come il virus del correntismo e la piaga del clientarismo abbiano portato, ovviamente non come diretta conseguenza, all’epilogo di “Mani pulite” ed alla dispersione dei politici cattolici. Ecco dunque sopraggiungere il tempo della diaspora, dell’inutile rappresentanza, dell’atmosfera d’inettitudine e d’inadeguatezza in cui si trova immersa una ormai silente (da qui il richiamo al “silenzio” nel titolo) categoria sociale, se così vogliamo chiamare i portatori di un’idea che può mutare indissolubilmente la società. Che fine hanno fatto dunque coloro i quali in nome della fede, della carità e della giustizia hanno collaborato alla fondazione di una società chiamata Italia? Li riconosciamo per caso nei cosiddetti “cattolici adulti” che strizzano l’occhio ad una fede prêt-à-porter in cui mescolano credo e coscienza, vita ed eutanasia? O magari possiamo ritrovarli tra coloro che, celati dietro ad una fede pressoché “conservatrice”, ci spacciano un’etica di mercato subdolamente clerico-fascista? Già De Gasperi rifuggiva sdegnato una politica che non fosse esclusivamente aconfessionale, secondo quel “date a Cesare quel che è di Cesare” che poco più di duemila anni fa un uomo infinitamente potente nella sua natura divina, quanto infimamente silenzioso nella sua umile condizione sociale, aveva posto a sigillo del nostro progetto di figli di Dio immersi nel mondo. Anche Angelo Bagnasco, il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, che nel suo recente accorato appello ha espresso il vivo desiderio di veder nascere una nuova generazione di politi cattolici, sembra esprimere il disagio di chi non costituisce più quella sublime voce itinerante che ha risuonato in ogni meandro della penisola, fino a renderla unita e florida. E’ giunta dunque l’ora d’intonare un coro straripante? Di tornare ad esercitare l’autorità, di assumere di nuovo il potere? No, semplicemente è giunta l’ora di tornare a parlare. 5 di 8


INTERVISTA AL LEADER UDC PIER FERDINANDO CASINI dal quotidiano l’Avvenire «Berlusconi è convinto che fino a quando resiste a Palazzo Chigi è più forte. Ma non è così. La scelta di restare asserragliato nella roccaforte del governo lo rende solo più debole. Infinitamente più debole». Parla piano Pier Ferdinando Casini, e all’improvviso, anche se ha davanti solo il cronista di Avvenire, si rivolge direttamente al capo del governo. «Non ti garantisci restando immobile nel bunker, ma solo avendo la lucidità di capire che un disegno politico non si esaurisce nella propria persona». È un invito forte a fare un passo indietro per aprire una fase nuova. È un appello a privilegiare la Politica rispetto alle convenienze. E a capire che il progetto di un grande rassemblement dei moderati che abbia come riferimento i valori del Partito popolare europeo è ancora possibile. Casini insiste: «Non sarò io a indicare a Berlusconi una soluzione, un nome, un percorso. Tocca a lui capire che questo è il momento della generosità e delle scelte coraggiose. Tocca a lui individuare in fretta una soluzione. Perché ormai è diventato un ostacolo anche per i suoi attuali compagni di cordata. E perché se avesse il coraggio di lasciare Palazzo Chigi, quelle convergenze che oggi appaiono impossibili diventerebbero immediatamente realizzabili. E così tante riforme. Penso a una grande intesa sulla giustizia. E penso a segnali chiari sulle intercettazioni: non serve il bavaglio che pretende Berlusconi, ma certo potrebbero essere disciplinate in fretta e con vasto consenso». Dietro quel pressing prende forma il "salvacondotto" per il Cavaliere. Casini insiste: «Silvio trovi la forza di gestire l’ultima fase con le armi della politica. E non arroccandosi nel fortino e gridando al complotto». Presidente Casini se il premier rinunciasse a Palazzo Chigi avrebbe anche nuove chance per la corsa al Quirinale? No, questo no. Berlusconi non è il leader politico giusto per la successione al presidente Napolitano. Un uomo che ha diviso e che divide il Paese in maniera così lacerante non può essere il capo dello Stato. Il centrodestra ha altri nomi di valore su cui puntare; ma Berlusconi no. Lui non è mai riuscito a pacificare l’Italia... Anzi, troppo spesso l’ha eccitata, l’ha imbarbarita e l’ha ferita nell’anima. Allude anche alla vicenda Ruby? Io del caso Ruby non parlo perché non serve parlarne. Perché tutto è drammaticamente eloquente. Tutto, davvero tutto, a cominciare dal tentativo di far passare quel gruppo di ragazze per educande. Ma una cosa deve essere chiara a tutti: il fallimento di Berlusconi non è legato ai suoi comportamenti privati. Lui deve lasciare Palazzo Chigi perché non c’è stata una sola delle grandi cose promesse che è riuscito a realizzare. Non ha fatto nulla per la famiglia, nulla per il ceto medio... Non è riuscito a correggere i mali della giustizia, a realizzare un vero federalismo solidale, a rendere concreta la troppe volte annunciata rivoluzione fiscale. E vogliamo parlare ancora di Ruby? Parliamo, allora, dei temi etici e dei suoi rapporti con Fli. C’è poco da parlare, c’è solo da aspettare la prova dell’Aula. Vedrete a partire dalla legge sul fine vita dimostreremo la nostra compattezza. Conosco uno ad uno i parlamentari dell’Udc e sto imparando a conoscere anche quelli del Nuovo Polo. E posso dire di non aver dubbi su come ci muoveremo sui grandi temi legati a vita e famiglia. 6 di 8


Il Pdl voleva manifestare contro la Procura di Milano; Santoro e un bel pezzo delle opposizioni a favore... I pm non hanno bisogno di furore popolare: né a favore, né contro. Non hanno bisogno degli atti d’accusa del premier, ma nemmeno delle difese di Santoro che finiranno soltanto con indebolirne immagine e credibilità e a renderne più complicato il lavoro. Hanno invece bisogno di rispetto e di serenità, di lavorare lontano dal clamore e dai riflettori. Oggi quella serenità manca? Vuole la verità: non mi ha convinto l’offensiva della procura di Milano, non mi ha convinto la difesa di Berlusconi, non mi ha convinto nulla di questa brutta storia. Vedo tanta confusione in uno scenario amaro, squallido... Vedo l’immagine del mio Paese compromessa e tanta, tanta superficialità. E allora l’unica cosa che vorrei dire è voltiamo pagina e facciamolo in fretta. Mezzo Pd è attento alle mosse di Santoro... Il Pd ha fallito. Basterebbe rileggere le parole con cui Rutelli l’ha lasciato. E magari accostarle al grido di dolore di una persona seria come Umberto Ranieri: il Partito democratico nel Mezzogiorno deve essere rifondato se vuole davvero essere un argine al malaffare. Molti, però, scommettono che in caso di voto anticipato lei direbbe sì a una "santa alleanza" contro Berlusconi Scommettono male. Io lavoro per un Paese normale, che non abbia bisogno di "sante alleanze"... Di patti contro qualcuno. Io lavoro perché la politica abbia un sussulto. Ha ragione Andrea Riccardi: serve uno scatto di qualità. Per troppo tempo ci siamo affidati quasi esclusivamente alle nomenclature di partito; per troppo tempo le convenienze dei leader hanno deciso l’agenda politica. Ora basta: voltiamo pagina e facciamo capire alla società civile che non ci può lasciare soli. Facciamolo con uno spirito nuovo di pacificazione, di riconciliazione, di ritrovata unità. Siamo ancora in tempo. Presidente insisto: dirà sì o no alla "santa alleanza" col Pd e con Vendola? Sono stato già chiaro: non credo a questa prospettiva. E c’è solo una possibilità che si realizzi: dovrebbero saltare le condizioni di normalità democratica. Dovrebbe perdere la testa Berlusconi, dovrebbe cominciare ad attaccare il capo dello Stato, la Costituzione... Oggi questo rischio non esiste e prego Dio che questo epilogo non si realizzi. Berlusconi continua a ripetere che il voto anticipato sarebbe un dramma... Ha capito che la grande marea di astensionismo lo travolgerebbe e lo cancellerebbe definitivamente dalla scena politica. E allora resiste. Arroccato. Rinchiuso nel palazzo. Senza rendersi conto che così il Paese affonda. È per questo che se mi costringono a scegliere tra la paralisi e il voto so che cosa scegliere... Andremo a elezioni e l’Udc dirà da subito che il suo obiettivo, poi, sarà una grande coalizione. Perché se non c’è un armistizio tra i partiti non si esce dalle sabbie mobili. L’armistizio si realizza solo dopo nuove elezioni? No, si realizza anche con un passo indietro del premier, ora. Spero ancora in un suo gesto politico, spero ancora che capisca che con lui, lì, tutto è impossibile. Vede, al Parlamento europeo un’intesa sull’immunità parlamentare è stata raggiunta senza fatica, in Italia no... Io so il perché e credo che anche Berlusconi dovrebbe incominciare a riflettere. Arturo Celletti 7 di 8


UNIONE DEI DEMOCRATICI CRISTIANI E DEI DEMOCRATICI DI CENTRO Sede: Corso Umberto n. 11 -70025 Grumo Appula (Bari) E-mail:

udcgrumoappula@yahoo.it Considerazioni sull’ultimo libro di Michele de Lucia

“Dossier Bossi – Lega Nord” L’ultimo libro di Michele De Lucia, scaturito da un lungo e meticoloso lavoro di documentazione, può essere letto come un affresco della “peste italiana” a partire dal ritratto a tutto tondo di colui che più e meglio di altri ne risulta sintomatica espressione. L’Umberto Bossi che emerge dal voluminoso “Dossier Bossi – Lega Nord” (Ed. Kaos), contrariamente all’immagine che se n’è voluta fino ad oggi dare e/o costruire, è, infatti, non l’antidoto ma il prodotto di quel veleno partitocratico di cui il camaleontismo è uno degli aspetti più rappresentativi ed eclatanti. Politico dai molteplici, e sempre tra loro contraddittori, atteggiamenti, il “senatùr” è un uomo per tutte le stagioni pronto a recepire, con indiscutibile capacità, quanto proviene dal basso ventre di una parte consistente, per fortuna non maggioritaria, degli italiani, di quelli, cioè, che al ben dell’intelletto sostituiscono il gonfiore della pancia. Da questo punto di vista, forse Massimo D’Alema non ebbe tutti i torti nel riconoscere in lui e nel suo partito una costola della sinistra, non certo in rapporto con una sinistra gobettiana, salveminiana, rosselliana o spinelliana, ma con quel conservatorismo massimalista a cui l’enfatico rivoluzionarismo è profondamente debitore. In un certo senso, la constatazione dalemiana scaturì, più o meno inconsciamente, dalla consapevolezza che la storia comunista, specie nella sua declinazione togliattiana, se vogliamo guardare al nostro paese, è sempre stata antitetica al liberalismo riformatore, lo ha osteggiato, ostracizzato, preferendo all’apporto innovatore la mediocrità dell’arrendevolezza al luogo comune. Nell’Annuario parlamentare si legge che Bossi ha militato nel 1968 nel Movimento studentesco e successivamente nel Manifesto, nel Pdup, nell’Arci, persino nei Verdi. Il fatto che non si accenni a rapporti con i radicali la dice lunga. Tuttavia, come laicamente suggerisce De Lucia, non va sbeffeggiato, demonizzato e tanto meno sottovalutato. Va, invece, preso molto sul serio e considerato per il ruolo che svolge in questo particolare momento storico in cui alla caduta delle ideologie hanno fatto da contrappeso spinte secessioniste e particolarismi esacerbati. Bossi non è nazionalista, anzi è l’antitesi del nazionalismo. Proprio in nome del particolarismo etnico e culturale di cui ambisce farsi interprete, dà voce a quel sentimento antiunionista che attenta al federalismo europeo e che si sta allargando a macchia d’olio proprio nel vecchio continente. Ma chi è, poi, davvero Bossi? Un personaggio pirandelliano, un politico avveduto, un “genio”, come addirittura si spinse a definirlo il suo collega di partito Roberto Maroni, oppure un accorto funambolo che, come scrive De Lucia, “ha strumentalizzato il malcontento di cittadini per costruire una macchina di potere e di consenso”? Probabilmente un po’ di tutto, ma anche, e in particolare, un abile stratega e, insieme, la forma più compiuta dell’antiliberalismo e, quindi, di quella deriva populista (e, di conseguenza, antipopolare) che, in modo più o meno larvale, è sempre stata una componente dell’antidemocraticismo di certa sinistra. Per De Lucia, nel corso del tempo Bossi ha finito per gettare la maschera mostrandosi come “il più zelante difensore della partitocrazia”. Potrebbe sembrare un giudizio troppo drastico e affrettato, duro, impietoso. La lettura dell’ampio dossier attesta che non è così e che, anzi, l’opinione di De Lucia è prudente ed equilibrata. Suddiviso in cinque parti, a loro volta ripartite in capitoli e sottosezioni, il libro in oltre quattrocentosessanta pagine fornisce una mole incredibile di documenti, discorsi, articoli, affermazioni a conferma che, gratta gratta, dietro il messaggio leghista si celano non grandi idealità ma, in perfetta linea di continuità con la tradizione italiota, la “roba”. Emblematica, in questo senso, l’ultima parte, che va da pag. 369 alla 457, dedicata alle attività affaristico-bancarie.

Francesco Pullia

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