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ROCK & MUSIC REVIEWS

SIMONE LO PORTO LA VALLE DELL’UTOPIA

LORENZO JOVANOTTI SAFARI [2008]

Lorenzo Cherubini con “Buon Sangue” del 2005 aveva dimostrato di saper scrivere ottimi brani che spesso risultavano ancora troppo meccanici. Superati i quaranta, Jovanotti, “come il sole a mezzogiorno”, guarda la vita in maniera diversa, è più versatile, poliedrico e maturo. Crea una sequenza di canzoni ridotte all’essenziale che portano l’ascoltatore nella jungla della vita quotidiana. Secondo l’artista toscano è stata questa «l’avventura più bella di vent’anni di carriera»: Safari, una svolta. Il brano d’apertura Fango suona rasserenante e pacifico. Nulla di esaltante dal lato musicale, ma mette subito in luce l’accuratezza dei testi che poi sarà la base dell’intero lavoro. Importante, almeno nelle note, è la presenza di Ben Harper alle chitarre, anche se il suo estro si sente poco. L’universo sonoro poi diventa più limpido e contaminato con Mezzogiorno, riff rockeggianti ed un arrangiamento di fiati impeccabile. Un episodio coraggioso ma allo stesso tempo riuscito, che suggerisce una discreta voglia di rinnovarsi. Seguono due emozionanti poesie, A te e Dove ho visto te: la prima, come una nuova “Chissà se stai dormendo”, è una ballata romantica che va a ripescare Endrigo e Tenco; più trascinante invece la seconda, con lo splendido solo del fisarmonicista ottantaquattrenne Frank Marocco, session man di

fama mondiale, vero maestro di eleganza e raffinatezza. Scorrono veloci gli altri brani, tra cui la title-track, con la voce inconfondibile di Giuliano Sangiorgi, leader dei Negramaro, piena di suggestioni visive. Poi le melodie ritornano indietro nel tempo, suoni meno ricercati e più immediatezza, con un pizzico di malinconia, e un po’ di intonazione in più, d’altra parte la qualità a volte proviene anche dall’esperienza. Ma con Antidolorificomagnifico si torna alla sperimentazione. E’ il miglior brano in assoluto del disco: ricercato e minimale, orientaleggiante nella prima parte, sfiora i cori d’opera lirica nei cori nella seconda, mentre la strofa è rappata, quasi letta, seguendo un copione di viaggio che racconta spezzoni di vita, come soluzione a tutti i problemi della quotidianità. Un piccolo gioiello prima della chiusura-manifesto di Mani Libere 2008 in compagnia di Michael Franti, brano che nel suo scagliarsi contro l’uso indiscriminato delle fonti energetiche e a favore di quelle rinnovabili completa quella polarità tra fedeltà alle radici come ai valori della società e scommessa sulla ricerca. Passato e futuro, con in mezzo il presente di uno dei migliori dischi di quest’anno.

THE NIRO EP [2008]

Un piccolo gioiello di quattro brani ed un video introduce Davide Combusti nel panorama discografico italiano ed internazionale.

LORENZO JOVANOTTI SAFARI [2008] THE NIRO EP [2008] SIMONE LO PORTO LA VALLE DELL’UTOPIA RATAFIAMM PAUSA (EP) “E CONTINUO A CANTARE” 21.06.08 CARMEN CONSOLI MEDIAMENTE ISTERICA THE NIRO ORDINARY MAN

Il lancio del giovane cantautore romano in arte The Niro, con l’Ep “An Ordinary Man” è stato seguito con molta attenzione dalla casa discografica Universal, ma è solo un assaggio. La musica e la sua voce sono di grande impatto emotivo, e sono figlie della migliore tradizione cantautorale americana: per questo risulta difficile non paragonare questo album a Elliott Smith, a Tim e Jeff Buckley, ai Radiohead, ai Turin Brakes... La nostra generazione è figlia degli anni sessanta, settanta che tanta innovazione ha dato alla musica. Davide Combusti, riparte proprio da quelle radici ormai ben assimilate, per proseguire un discorso più personale, non limitandosi a copiare biecamente gli ”illuminati artisti”, bensì traducendo a modo suo tutte le influenze che lo hanno segnato. I testi delle sue composizioni raccontano storie autobiografiche, romantiche e decadenti, dove si alternano momenti di puro eclettismo chitarristico, folk, pop e qualche spunto di psichedelia necessario ad amalgamare il tutto. Dalla prima traccia “About love and indifference” si intuisce la costruzione complessa dei brani, eseguiti innestando più parti che amplificano il movimento ma ne destabilizzano talvolta l’intera struttura. Questa modalità di stampo jazzistico viene ripresa un po’ troppo meccanicamente in quasi tutti i brani. The Niro dimostra di avere una grande forza espressiva della voce, un falsetto preciso, ipnotico e avvolgente. Davide Combusti non è proprio “An ordinary man”: in poche tracce riesce a rendere chiaro il suo percorso, dimostrando di aver classe ed una buona dose di esperienza. Una delle più belle sorprese discografiche italiane degli ultimi tempi.

“La valle dell’utopia” è l’album d’esordio di Simone Lo Porto, cantautore milanese, grande appassionato di viaggi, di fotografia e di musica sudamericana. Il disco è composto da undici brani nei quali l’artista racconta, spesso con un tocco d’ironia, storie nate nel capoluogo lombardo, sfumate da calde atmosfere tipicamente latine. Per ascoltare adeguatamente questo disco dovreste infilarvi gli infradito, farvi portare subito in mondi lontani, dovreste lasciare tutto e partite immediatamente per una vacanza, spiagge, mare, vi accompagneranno sorrisi, ottimismo, scimmie in sottofondo, tanti colori e tanti souvenir, come le “Cartulen”, ma non solo da Paris. Tante emozioni che scorrono veloci insieme ai volti di tanti personaggi che portano ad immedesimarti coi protagonisti delle storie: postini, carcerati, emigranti, viaggiatori. Un disco davvero solare, con alcuni risvolti sociali e di attualità. Riguardo alla musica, ritmi latino americani, brasiliani si amalgamano bene con fisarmoniche fresche sonorità cantautorali nazionali, piccole sfacettature rendono originale ogni pezzo dell’album. Da sottolineare in particolare Stefano Iascone (trombettista di Roy Paci) che ha suonato in “Palme finte e acquari tropicali” e la canzone simbolo del disco “ La pelle di un pollo onesto”, il cui testo esilarante rimane subito in testa. In quattro mesi, tempo dedicato a comporre il suo primo lavoro, Lo Porto ha percorso più di diecimila chilometri in giro per l’America latina, da nordest a sud, accompagnato da uno studio mobile, sovraincidendo sul master percussioni, fiati e vari strumenti tipici. L’autore si colloca tra un nostrano Buona Vista Social Club e Jack Johnson, tra i Negrita dell’ultimo “L’uomo sogna di volare” ad un Silvestri alla prima maniera. L’album è molto interessante, vario e viene accompagnato da un libretto ricco di belle fotografie firmate dall’artista che accompagnano ogni traccia.

FABRIZIO POGGI - MERCY FABRIZIO POGGI - VIA DALL’INFERNO - INTERV.


RATAFIAMM PAUSA (EP)

Si chiamamo Ratafiamm e chi li ascolta dovrebbe davvero prendersi una lunga “Pausa”, perchè ascoltando i 4 brani si entra in un mondo inesplorato per la musica italiana e serve tempo per assaporare i testi e le musiche. Sono quattro piccole magie, che anche se vengono citate sul retro del cd in un diverso ordine di scaletta da quello che poi si ascolterà, risultano piene di passione e pienamente mature, che per un gruppo giovane

“E CONTINUO A CANTARE” 21.06.08 PARMA OMAGGIO TRIBUTO A PIERO CIAMPI. PARMA - In occasione del “Parma Poesia Festival” e della Giornata della Musica, il 21 giugno, si è tenuto al teatro regio di Parma un grande concerto, omaggio al cantautore livornese Piero Ciampi. Undici giovani protagonisti per un grande tributo, ed un’inedita interpretazione dei suoi brani che anche grazie alla partecipazione dell’orchestra del Regio di Parma, hanno trovato una seconda giovinezza. Realizzato con la collaborazione del Club Tenco di Sanremo, lo spettacolo era già iniziato per l’occasione alle ore 16 con una conferenza pomeridiana al Ridotto del Teatro Regio. Condotto da Alessandro Albertini ed Enrico de Angelis, l’incontro serviva a tratteggiare la figura e la poetica di Ciampi. Presenti anche in sala Ezio Alovisi (autore del film “Adius”, ispirato a Ciampi, in cui sul finale dell’incontro è stato proiettato un “avant-film” di venti di minuti circa), Ugo Marcheselli (del Circolo Piero Ciampi di Senigallia), Nada, Sergio Secondiano Sacchi (del Club Tenco) nonché gli stessi coautori di Ci-

non è cosa da poco. Suonano dal 1996, ma hanno esordito con un lavoro autoprodotto nel 2005 che già faceva ben sperare e poi lentamente, con il passo obliquo non di un gorilla ma di una tartaruga, vincono un premio ambitissimo livornese: il Ciampi e l’anno seguente il premio speciale Siae, candidandosi anche nello stesso anno trai migliori per il premio De Andrè. Ottimi arrangiamenti talvolta acustici altri elettronici sono sempre volti ad esaltare il profondo significato testuale. Giorgio Gaber cantava “La mia generazione ha perso”, invece ascoltando Ratafiamm sembra proprio che fortunatamente ci siano ancora ragazzi in grado di evolvere e creare un proprio pensiero. “Pausa” sembra così uno spiraglio di ottimismo per il futuro cantautorale italiano, una linea guida da seguire. Quattro tracce non bastano però a sod-

ampi Pino Pavone e Gianfranco Reverberi. Con loro si è avuto modo di confrontarsi con una serie di discorsi, di ricordi atti a delineare anche con l’intero pubblico presente, una linea comune sulla poetica e sulla vita del cantautore. Lo spettacolo serale, è iniziato puntuale, con un montaggio di immagini e parole di Ciampi, tratto da una trasmissione inedita degli archivi Rai, un incrocio fra teatro e canzone d’autore. Con gli arrangiamenti e la direzione di Marco Biscarini (a parte Niccolò Fabi che sarà diretto da Reverberi), gli illustri ospiti hanno interpretato alcune canzoni che l’artista scrisse tra il 1961 - anno d’esordio col nome di Piero Litaliano - e la fine degli anni Settanta. Ogni artista, inoltre ha avuto la possibilità di scegliere di affiancare ai brani di Ciampi canzoni del proprio repertorio. Sul palco subito Morgan esordisce con la battuta “i tempi morti sono i migliori”, ovviando a un piccolo problema tecnico. Poi riparte all’attacco e subito travolge con “L’amore è tutto quì” e poi “Il denaro”, perla mai incisa da Ciampi. Pino Marino incanta subito dopo con la toccante “Sporca Estate” per la sua potenza vocale tiene ben il confronto con l’originale. Bobo Rondelli e Luca Faggella sono

disfare la curiosità per questo gruppo, anche se spicca il bellissimo brano Cavalli di Cortez che soddisfa appieno le aspettative in un crescendo corale che fa pensare al Quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo in cui il popolo insieme avanza, lasciandosi un tramonto alle spalle. Il messaggio dei vecchi, degli avi, più volte citati nei testi è stato pienamente recepito: l’eredità culturale forma una delle basi più solide dei loro temi. Enrico Cibelli ha raccolto la tradizione cantautorale di De Andrè, di Modugno e anche di un primo Vecchioni e, con l’intento di rinnovare la musica d’autore italiana, sviscera i problemi pressanti antichi e moderni del vivere quotidiano. La sua voce è espressiva e carica di passione, sufficiente a convincere fin dal primo ascolto.

livornesi Doc (“una città del sud circondata da gente del nord”) e hanno dedicato parte della loro carriera artistica a Ciampi. Rondelli con la canzone sul precariato artistico “Il Merlo” rappresenta al meglio l’anima più sarcastica di Ciampi, con un cantato strascicato che coinvolge subito. Diversa l’interpretazione di Faggella, molto intima, che conclude l’esibizione di “Livorno”, con una passeggiata verso il pubblico, stralunata e commovente. A chiudere la prima parte dello spettacolo ci sono Pino Pavone, grande amico e collaboratore di Ciampi, ne ha vissuto più intensamente di altri il dramma umano e artistico. Dal suo primo album canta la canzone “Maledetti amici”, dai raffinati sapori jazz, atto d’amore nei confronti di un certo modo di fare canzoni e verso una serie di amici maledetti che hanno, sia incidentalmente che per scelta, fatto con lui un tratto di strada in comune”. Samuele Bersani, dopo “Qualcuno tornerà”, stupisce il pubblico con la sua “Giudizi Universali” accolta fin dalle note iniziali da un boato. Riapre lo show e commuove subito il pubblico Niccolò Fabi, che che anche se non proprio in serata con la voce, propone una trascinante versione della sua “Costruire”. Forse i La Crus sono stati quelli

1° TEMPO L’amore è tutto qui - MORGAN Il Denaro - inedito - MORGAN Sporca estate - MARINO Tu no - MARINO Il merlo - RONDELLI ...- RONDELLI Al palazzo di giustizia - ONGARO Il salvatore delle donne tristi - ONGARO Maledetti amici - PAVONE Sobborghi - PAVONE Qualcuno tornerà - BERSANI Giudizi universali - BERSANI 2° TEMPO Fino all’ultimo minuto - fabi Costruire - fabi Livorno - FAGGELLA Il lavoro - FAGGELLA Il vino - LA CRUS Come ogni volta - LA CRUS Autunno a Milano - CRISTICCHI Io e te Maria - CRISTICCHI Confiteor - NADA Eri proprio tu - NADA Mi è sfuggito l’amore (collage Ciampi) - CAPOSSELA Adius - CAPOSSELA

più vicini allo spirito di Ciampi, hanno sorpreso il pubblico del teatro Regio, con una ispirata versione de “Il vino” accompagnati oltre che dall’orchestra, dalle voci di un improvvisato coro da osteria di alcuni degli artisti della serata. L’interpretazione del brano di Nada è poesia pura, visto l’affetto che la legava con il cantante livornese “Eri proprio tu” è davvero sentita, come un omaggio da padre a figlia conquista il pubblico che la omaggia con una standing ovation. Così da un’esistenza tormentata il cantautore livornese dall’aria malinconica viene rivalutato grazie agli omaggi sentiti degli amici e di giovani autori che rendono anche oggi attuale l’opera senza tempo di Ciampi. Vinicio Capossela conclude la bellissima serata con “Mi è sfuggito l’amore”, un testo anticonformista creato per l’occasione con spezzoni di poesie di Ciampi. Al termine dello spettacolo sono tutti soddisfatti, e concordi nel pensare che sia stata il miglior tributo a Piero Ciampi. Gli artisti si congratulano, stringono le mani, tutti visibilmente provati e commossi, all’uscita laterale dopo quasi tre ore di concerto il ricordo del cantautore sembra davvero aver trovato un tempo per essere ascoltato, un tempo per esser vissuto, fino in fondo e capito.


CARMEN CONSOLI MEDIAMENTE ISTERICA DELUXE 29.10.08 LIVE+PRESS Il 29 ottobre 2008 Mediamente Isterica, la terza fatica discografica di Carmen Consoli, compie dieci anni. Per festeggiare questo compleanno la cantantessa catanese ha scelto di ripubblicare l’album in edizione Deluxe (la prima in Italia, inserendo nel disco brani inediti dell’epoca e versioni mai pub-

blicate) e ripartire in un tour che toccherà tutta Italia. L’ispirazione del momento ti porta a sperimentare nuovi suoni,perchè dice:”La musica per me è lo specchio, la mia anima, il corpo che mi piace vestire”, così mentre all’inizio della sua carriera cantava con Mario Venuti “Mai come ieri”, oggi ripropone da donna matura quale è diventata l’album a suo dire più importante della sua vita ricantandone e risuonandone per l’occasione ogni parte con eccellenti nuove sonorità.

THE NIRO ORDINARY MAN Ancor prima di aver pubblicato il suo album d’esordio, The Niro, polistrumentista ventinovenne, poteva già vantare un curruculum d’eccezzione, avendo aperto numerosi concerti a livello internazionale ed avendo suscitato l’interesse addirittura di Chris Hufford, manager dei Radiohead. Dopo il primo Ep “About Love and Indifferente”, i primi due singoli, “Liar”, e An ordinary man” avevano messo in evidenza il suo talento ed una voce ricca di colori e sfumature. Le tredici tracce di questo album, prodotto

FABRIZIO POGGI & CHICKEN MAMBO MERCY Se nel 2003 Wim Wenders nel suo documentario “The Soul of a Man” avesse potuto ascoltare questo disco, di sicuro sarebbe riuscito a dare un ulteriore colore al suo lavoro. L’ispirazione, la visione ed il contributo di un italiano si fonde a perfezi-

da Universal, in chiave internazionale, confermano senza riserve il buon esordio dell’artista romano. Davide Combusti, alias The Niro, ha curato interamente la parte musicale e gli arrangiamenti che danno ad ogni traccia un tocco di originalità, di sorpresa fin dalla prima ballata

one in questo disco nella più profonda capacità di esplorare le radici americane del blues. Lui è Fabrizio Poggi, cantante e armonicista apprezzato anche oltreoceano, musicista dotato di grande passionalità, semplicità e spontaneità. Misurarsi con un repertorio del passato implica necessariamente una ricerca, così dopo “Turututela”, dedicato alla musica popolare italiana, Poggi si confronta con le vere radici al blues perché, come diceva già Dylan, la tradizione non si ferma mai e va continuamente aggiornata e reinterpretata per evitare che muoia (e chi lo sa meglio di lui). In Mercy vive così il futuro ed il passato, l’armonicista suona la tradizione e la modernità ed i suoni diventano magici, profondi ed intensi. Le quattordici tracce e le quattro bonus track

Durante la sua ultima tournée americana di ottobre vestendo i panni di ambasciatrice della musica popolare siciliana, il New York Times l’ha definita una “magnifica combinazione tra una rocker e un’intellettuale”. Dopo un percorso lento e coerente di ricerca, tra teatri, tournée internazionali, musica folk, etnica, colonne sonore (vedi “L’uomo che ama”, il film di Maria Sole Tognazzi) e ancora collaborazioni importanti (ultima quella con Franco Battiato ne “Tutto l’universo obbedisce all’amore”), l’artista ritorna sui suoi passi, quasi a dirci che spesso il tanto errare fa richiudere il cerchio e ritrovare “L’anello mancante”. Carmen in ottima forma con i capelli cortissimi, per la presentazione ha scelto l’Hiroshima Mon Amour di Torino, una delle città più rock e amate dall’artista, ed ha dato il via anche al suo re-make tour con la data zero per stampa e fans club. Iniziato alle 18.00 puntuali, è stato un concerto atipico: il disco è stato proposto dal vivo nella sequenza originale del disco. Nonostante ciò l’artista ha stupito, con suoni perfetti curati e precisi, come si conviene per una grande occasione. Curata dall’ottimo producer e fonico Gianluca Vaccaro, Carmen ha cantato alla perfezione con una voce calda, corposa, inedita, (non velocizzata come nel disco

originale). Sul palco con lei ha voluto gli stessi musicisti con cui aveva suonato in passato, dal batterista americano Leif Searcy a Massimo Roccaforte, ed il nuovo bassista Vincenzo Virgillito. Si sono riscoperti nuovi suoni più attuali oggi di ieri, così trovano nuova vita Geisha, Eco di Sirene con un video antimilitarista, Contessa Miseria e la bellissima Autunno dolciastro, mentre con Anello mancante rimane sola sul palco per una versione intimista ed acustica. Conclude il concerto l’inedito brano L’uomo meschino, contenuto anch’esso nella nuova versione dell’album. Carmen Consoli è cresciuta ed è diventata una donna d’azione che, senza aspettative ma con molti desideri, si è riappropriata dei suoi brani, cantandoli come li sente oggi, con uno sguardo al passato e con una punta nuova e matura d’ironia. Ha imparato nel tempo che tra De Andrè, Battiato, Joan Baez ed un unplugged dei Nirvana anche un violino, un bouzouki o un tamburello della tradizione siciliana possono essere rock, scuotere gli animi e destabilizzare. Il suo percorso è pronto così per proseguire, e conclude in conferenza stampa che “essere artisti significa lavorare, reinventarsi, sforzarsi di essere originali, ed è al passato che bisogna guardare per potersi evolvere”.

d’apertura “You think you are” impreziosita dal solo di tromba jazz di Sergio Vitale. Alcuni pezzi, come “About Love and Indifference” sono però così ricchi di variazioni musicali da destabilizzare le intere strutture dei brani. Questa impostazione di stampo jazzistico si ripete in modo meccanico in tutti i brani facendo perdere un po’ di magia all’intero lavoro. È sicuramente un album eclettico dove da brani in cui la cadenza rock e solo accennata, si passa ad atri in cui la dolcezza della voce si contrappone alla distorsione del solo dell’elettrica. Il giovane cantautore si spinge oltre, inserendo cori dal sapore verdiano, ritmi

avvolgenti di flamenco, e falsetti sempre precisi: una calamita per l’ascoltatore che viene cullato da un’energia ipnotica. La scaletta sul finale perde mordente, ma la produzione è curata nei minimi dettagli, ed il suono risulta limpido e interessante fino alla fine. The Niro ha un approccio molto originale ed utilizza melodie che raramente ritroviamo nella musica italiana. Per The Niro, si parla già di rivelazione: sicuramente ha talento, ha un carattere definito e la sua voce in particolare, ha un grande impatto emotivo. Tutti ottimi requisiti per arrivare lontano.

raccolgono nuove versioni di traditional rinfrescati, autentici, a tratti commoventi, aggiornati ad un sentire moderno. È un disco di grande qualità, Poggi ha una voce pulita, confessionale, che risulta spiazzante al primo ascolto ma allo stesso tempo risalta ed innova. “Mercy” diventa qualcosa di assolutamente legato all’anima che traduce in musica un’azione terapeutica e consolatoria.

Mainline è senza dubbio uno dei vertici del disco. A completare un disco di grande pregio ci sono John The Revelator, direttamente dal repertorio dei Basement Tapes di Bob Dylan & The Band. All’interno della chiesa stampata in copertina oltre all’anima di Fabrizio Poggi, ci sono anche i compagni di viaggio: gli strepitosi Chicken Mambo, grandi musicisti che insieme a Poggi curano magistralmente ogni singolo particolare (un esempio su tutti è il martello che batte su Amazing Grace). Come solo un grande artigiano della musica sa fare, Poggi viaggia alla ricerca, alla riscoperta e alla salvaguardia delle musiche e delle liriche popolari ed in “Mercy” ha trovato una potente alchimia per guarire tutti i cuori induriti dai tempi cupi che stiamo vivendo.

Il disco si apre con Mercy, un brano dal forte impatto soul con l’organo di Garth Hudson (The Band) assoluto protagonista della scena, ma il meglio arriva con le strepitose versioni di Noboby’s Fault But Mine, con Rob Paparozzi (Blues Brothers Band e Blood Sweat & Tears), Wayfaring Stranger e This Train. La splendida Jesus On The


FABRIZIO POGGI & CHICKEN MAMBO VIA DALL’INFERNO INTERVISTA

Prima le canzoni popolari delle nostre terre (in “La storia si canta”), poi la tradizione degli spirituals americani in Mercy, ultimo – bellissimo – disco di Fabrizio Poggi. Proprio da lui ci facciamo raccontare il cammino artistico, ma soprattutto umano e spirituale, che lo ha portato da giovane ad innamorarsi dell’armonica e successivamente a riprendere i grandi canti delle piantagioni di cotone d’oltreoceano insieme ad alcuni nomi altrettanto importanti della musica a stelle e strisce degli ultimi trent’anni Come è incominciato il tuo amore per l’armonica? Insomma, tutti quanti a scuola suonano il flauto, si appassionano al massimo alla chitarra, alla batteria... Ho incominciato suonando la chitarra, che suono ancora oggi insieme al mandolino e all’organetto, poi un giorno, mi sono accorto che con l’armonica riuscivo ad esprimermi con più facilità e che forse con la chitarra avevo scelto lo strumento sbagliato. Per fortuna l’armonica ha avuto l’idea di scegliere me e oggi ne sono davvero contento. E tra i tuoi ispiratori ci sono qui anche armonicisti? Da adolescente ho lasciato presto la scuola, ho cominciato a lavorare in fabbrica. In quegli anni i miei eroi musicali erano soprattutto i Rolling Stones, i Bluesbreakers e i Cream, ed ascoltavo anche cantautori come Dylan, Browne, Young e il primo Springsteen. Qualche anno dopo vidi “The Last Waltz”, il film d’addio di The Band e venni folgorato dal carisma di Muddy Waters e dall’incredibile suono dell’armonica di Paul Butterfield. Non avevo mai sentito quello strumento suonare in un modo così emozionante. The Band mi affascinava più di altri perché era capace di miscelare tutto ciò che veniva dalle radici americane ed era composto (a parte il batterista) da ragazzi canadesi. Ragazzi di un altro paese che, come me, si erano innamorati delle storie e della musica dell’altra America, quella raccontata da Kerouac, da Steinbeck, al cinema da John Ford, Altman, Peckinpah... Comunque capii subito che la musica che rappresentava meglio tutto ciò che avevo dentro, era il blues. Sentivo di avere qualcosa in comune con i neri che suonavano l’armonica alla fine di una dura giornata di lavoro passata nei campi di cotone del Mississippi o nelle fabbriche di Chica-

go, e così cominciai a comprare dischi di blues, gli stessi che oggi ascolto ancora assiduamente: Robert Johnson, Sonny Terry & Brownie McGhee, Blind Willie Johnson, Sonny Boy Williamson, Willie Nelson e gli Staples Singers. Sono comunque anche attento a tutto ciò che c’è di nuovo in giro. Tra i dischi che ho ascoltato ultimamente mi sono piaciuti quelli di Eric Bibb, Guy Davis, Otis Taylor, Ollabelle, Ray La Montagne, Alexis P. Suter... Hai affermato che aver fatto dischi, e in particolare “Mercy”, ti ha un po’ salvato da un momento di difficoltà che hai dovuto affrontare. Nel disco suoni degli spirituals e si sente che il tuo rapporto con questi brani è molto profondo. Non credo però che sia tanto un fatto religioso... Sì, infatti. Più che con la religione e le sue regole dogmatiche, credo di avere un rapporto intimo e profondo con qualcosa che è difficile da descrivere se non con la parola spiritualità. Qualche anno fa ho letto che per qualcuno l’inferno era “l’esperienza di essere separato da Dio”. Questa frase mi ha colpito molto, e mi è tornata in mente durante il faticoso tentativo di uscire dalla brutta depressione che mi ha colpito qualche tempo fa, quella che io ho chiamato “il mio inferno sulla terra”. In quel periodo ho scoperto che cantare lo spiritual era per me un modo di essere collegato con un’essenza spirituale che io definisco con la parola “Paradiso”, un modo di uscire dal mio inferno. Proprio come successe agli schiavi africani in America centinaia di anni fa la musica in generale e lo spiritual in particolare sono diventati per me l’àncora di salvezza per sopravvivere in questo mondo a volte ingiusto e crudele. Il grande miracolo dello spiritual, una musica che io ho sempre suonato, tanto che nel mio primo disco ci sono citate Swing low sweet chariot e Will the circle be unbroken, è proprio quello di essere una musica così piena di forza e saggezza da riuscire a toccare ogni cuore in ogni parte del mondo. Non importa dove tu sia nato, quale sia la lingua che parli e il colore della tua pelle. Le canzoni che ho cantato in “Mercy” sono doni meravigliosi che qualcuno ha voluto regalarci per guarire la nostra anima. E lì dentro è compreso in maniera perfetta il mio concetto di religione. Conosco personalmente la difficoltà anche solo di riuscire a trovare un contatto per una serata dal vivo nella mia città. Com’è la situazione per te? E soprattutto come hai fatto tu a metterti in contatto con dei musicisti del calibro di Rob Paparozzi o Garth Hudson? Suonare in Italia è davvero diffi-

cile! Il modo di intendere la musica tra Italia e Stati Uniti, parlando ovviamente in generale, è assolutamente diverso. Ecco perché spesse volte io mi sono trovato meglio negli States. Là ciò che conta è la musica. Tutto il resto passa in secondo piano. Quando si condivide la passione per una musica capace di raccontare con parole dirette e sincere ciò che abbiamo dentro, tutto è molto più semplice. Negli States, l’onestà e la sincerità pagano sempre, senza ombra di dubbio. E’ vero ho avuto il privilegio di suonare con grandi della musica di ieri e di oggi, da Willie Nelson a Garth Hudson, a Rob Paparozzi, a Jerry Jeff Walker a Eric Bibb, Guy Davis e Otis Taylor, ma per conquistarli non ci è stato bisogno né di case discografiche né di altro. L’unica cosa che ci ha davvero unito sono stati la mia musica e la mia armonica. Per raccontare ogni avventura, forse non basterebbe un libro. Per quanto concerne Garth Hudson, tutto è legato a Dylan & The Band. Non ho fatto in tempo a vedere la Band dal vivo, quindi ho sentito il bisogno di andare a Woodstock ad assistere al Midnight Ramble, il famoso happening musicale che Levon Helm (batterista di The Band) tiene nel granaio di casa sua, appositamente trasformato in studio di registrazione. Non sapevo che la mia compagna Angelina, in accordo con Maud Hudson, era riuscita ad avere i contatti per registrare qualche brano con Garth Hudson (pianista, tastierista e fisarmonicista di The Band). Così al Leopard Studio di Woodstock dalle tre del pomeriggio alle sei di sera di sabato 20 ottobre 2007 ho registrato alcune tracce di “Mercy” in compagnia di uno dei miei eroi musicali che ha davvero fatto la storia della musica contemporanea. Difficile descrivere con le sole parole il mio stato d’animo durante la registrazione. L’atmosfera nello studio era magica e la musica sembrava fluire dalle mani di Garth come per magia. Altrettanto stupenda è la voce di sua moglie Maud, anche lei ha voluto contribuire al nostro progetto musicale. Poi alla sera il concerto di Levon Helm ha chiuso un giorno che difficilmente potrò dimenticare. Tu hai fatto un disco, “La storia si canta”, in cui hai ripreso le canzoni popolari del nostro Paese che si cantavano nelle risaie, nelle fabbriche e sui campi di guerra. Cosa le accomuna secondo te agli spirituals di “Mercy”? C’è un filo rosso che lega le canzoni dei raccoglitori di cotone del Mississippi alle nostre delle risaie o delle fabbriche. Lo stesso filo rosso che lega Woody Guthrie a Giovanna Daffini. Le loro canzoni folk (e il blues e lo spiritual cosa sono se non canzoni folk), vengono tutte

da un retroterra comune. Sono canzoni semplici, ma hanno una grande anima. Sono canzoni che meritano di essere ricordate perché hanno fatto da colonna sonora alla vita disperata eppure piena di sogni di tante persone da questa e dall’altra parte dell’Atlantico. Le stesse persone che come me, come te e che come tutti coloro che si riconoscono negli stessi valori, amano ascoltare. Canzoni capaci di raccontare con parole dirette e sincere ciò che abbiamo dentro. Canzoni che ho cercato in qualche modo di fare “mie” dandone una visione personale, sincera, onesta e in qualche modo unica. Quindi ciò che le lega è la sofferenza... Sì, la sofferenza delle condizioni di vita delle classi oppresse, siano esse bianche o nere, lombarde o del Mississippi. E’ un’idea che girava da molto tempo nella mia testa, così come non mi sfuggono le analogie fra i nostri emigranti di inizio Novecento e quello di chi oggi viene da noi alla ricerca di una vita migliore. A questo aggiungi la fascinazione che su di me ha sempre esercitato la figura del cantastorie, oggetto anche del mio più recente lavoro letterario. Un cantore di sofferenza, un poeta popolare capace di raccontare in musica lasciando la gente a bocca aperta e che va di piazza in piazza ad aiutare a vivere, informando, denunciando e consolando. Credo che dentro “La storia si canta” ci sia un po’ di “Mercy” e in “Mercy” un po’ de’ “La storia si canta”: la mia sensibilità abita sempre al medesimo indirizzo. Non posso ma soprattutto non voglio ragionare per compartimenti stagni. Le nicchie, le definizioni, i marchi di fabbrica dividono: e io non voglio dividere, voglio unire. O almeno ci provo... Ed ora dove si sposterà la tua ricerca? Adesso è presto per parlare di nuovi progetti discografici. Sto finendo di scrivere un libro in cui protagoniste saranno ancora una volta il blues e le sue storie. E poi mi piacerebbe produrre artisticamente anche artisti diversi dal mio mondo musicale. E in questo devo dire che qualche contatto già si è stabilito. La vita mi ha insegnato a non fare progetti a lunga scadenza, ma a vivere il mio futuro di giorno in giorno. Naturalmente dentro di me ogni giorno nascono nuove idee e nuovi progetti, il mio cuore e la mia anima continuano a essere pieni di sogni e di emozioni. Ma se le emozioni posso trasmetterle agli altri attraverso la mia voce e la mia armonica, i sogni finché non diventeranno realtà, preferisco tenerli in segreto nei cassetti del mio cuore.

Rock Mag 2008  
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