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Margherita Vanore Docente di Progettazione Architettonica Iuav di Venezia

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A distanza di 15 mesi dal sisma, sia la distruzione che la ricostruzione a L’Aquila mettono in evidenza le conseguenze drammatiche del terremoto. Molte parole si sono succedute in questo periodo per denunciare, commemorare, contestare o elogiare quanto è stato fatto in risposta all’emergenza, nonché per proporre visioni o soluzioni alternative, più o meno realistiche e praticabili. È tuttavia importante poter leggere oggi, con quella distanza che serve per “mettere a fuoco”, ciò che il terremoto dell’Aquila ha generato, cercando di dare un senso, non solo di soccorso e non solo strettamente tecnico, ai diversi contributi attivati per la ricostruzione del capoluogo abruzzese. In quest’ottica propongo qui una breve e molto parziale lettura che muove dai molteplici significati assegnabili alla parola “SISMYCITY” e da un’esperienza di progetto svolta nell’ambito dell’Università Iuav di Venezia. Tra le tante parole che vogliono individuare

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L’Aquila oggi, “SISMYCITY” nel rimandare in parte a “SimCity” induce a ripensare la città del sisma come una città nata da una simulazione, una città conformata quasi in modo esclusivo da un’idea di città sicura e accessibile, una città che arriva in soccorso di quella precedente, ma è soprattutto una città nuova, che trasforma il territorio in modo esteso, irreversibile ed inevitabilmente poco condiviso. La struttura amministrativa della città dell’Aquila, si è dotata di un settore chiamato “area sisma” e ha rinominato il servizio di pianificazione come settore di ri-pianificazione. Termini che sintetizzano luoghi e azioni prioritarie, per affrontare le forti criticità di quanto è oggi destinato a riconfigurare una città costruita in risposta al sisma e ri-pianificare la sua integrazione con la città distrutta dal sisma. Le prime fasi di costruzione della città nuova, nell’intersecarsi, sovrapporsi o interferire con quella sopravvissuta al terremoto (già di per sé composta da diverse forme di città), hanno risposto all’emergenza primaria di accogliere chi aveva perso la casa, in strutture sicure e non provvisorie (se non per la destinazione d’uso), collocate a distanza dal centro storico. AÉ:B:G<:CO69:A96G:HD88DGHD! >CI:BE>G>HIG:II>!=68DHá 9>HAD86IDB><A>6>69>G:H>9:CO: 6CI>H>HB>8=::=6;DGI:B:CI: BD9>;>86IDDE:G8:GI>K:GH> IG6H;><JG6ID>AI:GG>IDG>D! EGDKD86C9DC:>8>II69>C>JC6 H:CH6O>DC:9>9>HI688D96AA6ADGD 8JAIJG69:AAÉ67>I6G:JG76CD#

Nella struttura della città nuova, proprio per la necessità di raggiungere rapidamente una sicurezza antisismica dei nuclei residenziali, è stata negata la complessità del costruirsi con logiche e forme insediative diverse, che avrebbero comportato tempi più lunghi di azione. Il suolo urbano è stato quindi riconfigurato, me-

diante un progetto urbanistico figlio dell’emergenza e una collocazione più o meno adeguata e funzionale delle piastre su cui si innalzano gli edifici residenziali. Le costruzioni realizzate in poco più di un anno, infatti, si sommano a realtà di natura ed estensione diversa senza riuscire ad integrarsi ad esse. La loro volumetria costante e ripetuta, secondo ritmi e norme che ne stabiliscono relazioni semplificate, tanto con il contesto che con il sistema di accessibilità, nonostante la variazione del linguaggio, contribuisce alla percezione di una estesa e pervasiva condizione di periferia urbana, incapace di sostenere l’assenza di un centro storico di grande bellezza, ma ancora in rovina. Gli abitanti reclamano al più presto la ricostruzione del loro centro storico e sono naturalmente diffidenti nei confronti di case temporanee solide e sicure, ma estranee alla loro cultura dell’abitare in città. Alcune conseguenze formali e relazionali della messa in sicurezza dei nuovi edifici sono rintracciabili nel modo in cui si è uniformato il rapporto tra le residenze e il suolo della città. Per ragioni tecniche, le case non appoggiano direttamente al suolo, ma si staccano da esso mediante piastre e isolatori sismici. L’attacco a terra degli edifici risulta quindi poco variabile e il piano più basso è dedicato unicamente a garage, depositi e spazi tecnici. La residenza e i servizi, in questo modo, non si conformano in rapporto al piano di campagna, ma si staccano da esso per lasciare a dei dispositivi tecnici la possibilità di far scorrere la piastra con quanto le è stato sovrapposto. La complessità della sezione e l’articolazione spaziale non può quindi essere accolta in una costruzione che deve far fronte all’emergenza, anzi viene comprensibilmente evitata. Il paesaggio urbano è così uniformato dalla ripetitività degli elementi, delle misure, delle distanze tra le cose.

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Andrew Hopkins Docente di Storia dell’Architettura Università dell’Aquila

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La presenza di una grande popolazione studentesca a Venezia è sempre stata considerata un baluardo contro l’eccessivo afflusso di turisti, ma anche una costante fonte di guadagno nel mercato degli affitti. L’Aquila non ha mai conosciuto un fenomeno simile in termini di turismo, ma dagli anni ‘50 la città diviene il centro delle facoltà umanistiche della più antica università dell’Abruzzo, e di conseguenza molti studenti vi venivano ad abitare durante il periodo universitario. Dopo la chiusura di alcune caserme militari della zona e lo spostamento di molti uffici regionali dall’Aquila a Pescara, la vita studentesca nel centro storico, è diventata un’elemento molto presente nella vita cittadina. L’Università di Venezia già col suo nome, Ca’ Foscari (uno dei più importanti palazzi storici veneziani) indica l’importanza che le università hanno giocato nel cambio di uso di molti edifici nel dopoguerra. Ciò vale anche per L’Aquila, dove alcuni palazzi del centro storico, come Palazzo Carlo, Palazzo Camponeschi e Palazzo Porcinari, erano talmente danneggiati da dover essere demoliti se non fossero diventati sede dell’Università degli Studi dell’Aquila. L’aumento degli affitti ha fatto in modo che

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molti studenti e residenti di Venezia si spostassero a vivere a Mestre, mentre a L’Aquila la generale carenza di strutture abitative dopo il terremoto ha fatto in modo che molti studenti non vivano più nella stessa città in cui sono iscritti all’università, con tutte le conseguenze negative che questo fatto porta a loro e alla città stessa. Nel giro di quindici mesi la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Aquila dovrebbe essere spostata dal sito temporaneo di Bazzano all’ospedale di San Salvatore vicino al Castello, e si spera che questo fatto possa giocare un ruolo rilevante per l’inizio della rinascita della città: gli studenti insediandosi in un edificio storico importante e adiacente al centro, ricominceranno a frequentare e portare vita al centro storico stesso. Per poter lavorare in questa direzione sarà di primaria importanza mettere a disposizione degli studenti alloggi sicuri ma economicamente accessibili.

Andrew Hopkins Professor in History of Architecture Universiy of L’Aquila

K:C>8: 6C9AÉ6FJ>A60 I=:GDA:D; I=:JC>K:GH>IN >CI=:=>HIDG>86A 8:CIG: While the presence of a large student population in Venice has always been considered a bulwark against the daily overflow of visiting tourists it has also been a constant source of

income for those in the rental market for apartments. L’Aquila has never known anything like the same phenomenon in terms of urban tourism, but from the 1950s until 2009 the city was the locus of the humanistic faculties of the oldest university of the Abruzzo and also where most students rented accommodation to pursue their degrees. Given the closure of army barracks and the relocation of some regional offices from L’Aquila to Pescara, student life became one of the most important presences in the historical centre, animating the bars and providing work for the photocopy shops among other things. Ca’ Foscari as a denomination points to the specific role of utilizing important buildings in the historical centre of a city that universities have played in the post-war period. With palazzo Carli, palazzo Camponeschi and palazzo Porcinari all set along via Roma the same was no less true of L’Aquila, although these three palaces have been so badly damaged that they probably will have to be demolished. High prices mean that students and most residents of Venice now live in Mestre whereas general unavailability of accommodation in L’Aquila in the post-earthquake context has resulted in numerous students no longer living in the city where they are enrolled at university with all the detrimental consequences that brings for them and for the city. Within fifteen months time the faculty of Arts (Lettere e Filosofia) at L’Aquila ought be relocated from the temporary perch at Bazzano to their long-planned home in the former hospital of San Salvatore near the Castello and we hope this will play a significant part in the beginning of the rebirth of L’Aquila as a place for students to live and study by reclaiming an important historical building at the edge of city from which we can move slowly but surely back in towards the centre of the town. Providing safe but affordable accommodation for students will be crucial to any success in this direction.

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Paola Marotta Architetto

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Il 18 maggio 2009 ho cominciato a lavorare a L’Aquila. Ricordo bene ogni giorno a partire da quel momento; spesso, nonostante mi trovi in contesti completamente diversi, il mio pensiero torna a quell’esperienza, al desiderio di voler dare una risposta concreta alla drammatica situazione che gli aquilani stavano vivendo, alla necessità di trovare degli elementi dai quali ripartire. Come architetto, ho seguito gli aspetti urbanistici progettuali del progetto C.A.S.E., i moduli abitativi, destinati a una durevole utilizzazione, per consentire la sistemazione delle persone in attesa della ricostruzione e riparazione delle proprie abitazioni crollate o danneggiate. Una scelta diversa, innovativa, rispetto all’utilizzazione di containers, decisamente poco confortevoli rispetto ai tempi di permanenza, o delle case unifamiliari in legno che oltre a produrre un forte consumo di suolo pongono notevoli problematiche, anche in termini di costi, circa la demolizione e il recupero delle aree quando dismesse. Una scelta importante per una nazione, a oggi, ancora priva di una politica post terremoto pur essendo, il nostro, un territorio esposto ad altissimo rischio (Nimis, 2009); per un

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paese in cui non è stato ancora definito un programma di intervento che corrisponda ad una metodologia capace di ricondurre alla normalità situazioni emergenziali (Gabrielli, 2010). Il primo compito affidatomi è stato definire i progetti preliminari per la distribuzione delle case antisismiche sostenibili ecocompatibili nelle aree approvate in conferenza di servizi il 16 maggio 2009. I lavori sarebbero iniziati l’8 giugno e, secondo un calendario ben preciso di priorità, era necessario predisporre il miglior assetto urbanistico per la distribuzione delle piastre in termini di funzionalità, in termini di inserimento ambientale, ma soprattutto in termini di tempi. Si lavorava dalle otto di mattina fino all’una, le due della notte. Un riscontro continuo tra fattibilità del progetto e verifica dello stato dei luoghi. Una forte preoccupazione per le “ripercussioni” territoriali di una trasformazione irreversibile che si stava operando. Un’attenzione enorme per il, difficile, “controllo” delle modificazioni che il progetto C.A.S.E. avrebbe potuto indurre. Un particolare impegno per il disegno dello spazio pubblico. Una corsa contro il tempo per aiutare chi aveva perso tutto. In pochi mesi, sono stati realizzati alloggi per oltre 17.000 persone, case in grado di garantire livelli di protezione sismica e dunque restituire un minimo di serenità dopo l’esperienza devastante delle scosse prolungate nel tempo. HDCDHI6I>G:96II>EGD<:II>8DC A68DCH6E:KDA:OO68=:>A7>HD<CD 9:AA6EDEDA6O>DC:H>:HI:C9:DAIG: >A7>HD<CD;>H>8D9:AA686H6#

Non è dunque un caso che particolare attenzione sia stata rivolta anche al progetto degli spazi pubblici definito con la precisa volontà di ridurre al minimo i consumi di suolo e caratterizzare le aree sulla base del riconoscimento dei valori identitari. Sono stati di-

segnati, e realizzati, anche gli orti urbani: un tassello fondamentale per attivare processi partecipativi in aree che, lungi dal voler sostituire la forza e la valenza identitaria dei luoghi aquilani, comunque necessitano della costruzione di buone regole condivise per la cura e la trasformazione dello spazio pubblico tra le C.A.S.E. L’esperienza vissuta a L’Aquila è stata caratterizzata da una serie di contraddizioni che hanno investito la sfera professionale e, inevitabilmente, la sfera personale. Lavorare in una realtà sconvolta da un evento catastrofico comporta la revisione di non poche certezze. In effetti il lavoro svolto in quei mesi è stato segnato da una serie di questioni problematiche emerse dal confronto tra le pratiche del sapere e la necessità di risolvere un’emergenza. Da un lato la percezione di una oggettiva difficoltà nel contemperare convinzioni teoriche con la dimensione reale dei problemi da risolvere. Dall’altro, la presa di coscienza di una crisi della “portata” della disciplina urbanistica. CDCEDIGåB6>9>B:CI>86G: A::HEG:HH>DC>9:AKDAID9:AA: E:GHDC:8=:B>;:GB6K6CD E:GHIG6968=>:9:C9DB> 9>;6G:EG:HID#

Non potrò mai dimenticare le discussioni con i colleghi ingegneri per cercare di riequilibrare quella settorializzazione funzionalista rispetto alla quale, in nome della sicurezza antisismica, della sostenibilità energetica o della garanzia della funzionalità sistemica (in termini, ad esempio di dimensioni stradali o di numeri di posti auto) la qualità progettuale veniva intesa come una componente estetica. Credo che il processo attualmente in atto a L’Aquila debba costituire l’occasione per cominciare a porre questioni e prime ipotesi di riflessione sul ruolo e sulla portata sociale dell’urbanistica in contesti a carattere emer-

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La mappatura comprende oltre 800 fotografie di tutte le strade e le piazze della zona rossa de L’Aquila, ed è stata condotta tra novembre e dicembre 2009. L’intento della mappatura è di offrire una rappresentazione visiva, il più possibile oggettiva, della dimensione dell’area inagibile e dall’entità del danno. Ogni strada, vicolo e piazza è stata fotografata in modo da essere completamente rappresentata, seguendo criteri di uniformità che escludessero il più possibile scelte estetiche od emozionali: ottica, altezza, prospettiva e punto di vista sono gli stessi per tutte le immagini.

Conducted from November to December 2009, the mapping includes over 800 photographs of all the streets and squares of the “red zone” of L’Aquila. The aim was to provide an objective as possible visual aid illustrating the impracticable area and the extent of the damage. Each street, alley and square was photographed so that it would be fully shown according to criteria intended to eliminate personal aesthetic or emotional choices. The same optics, height, perspective and viewpoint were thus used for all the images.


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Giovanna Calvenzi Photoeditor

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Fin dal momento della sua nascita lo specifico della fotografia è stato quello di giocare sull’ambiguità tra realtà e finzione. L’illusione che la fotografia fosse “vera riproduzione” della realtà ha avuto vita brevissima. Oggi, fatta la necessaria chiarezza fra una forma espressiva che cerca di essere testimone del reale e un’altra possibilità narrativa che dal reale prende le distanze orientandosi verso l’interpretazione o l’invenzione creativa, è possibile interrogarsi sulla funzione della fotografia. La domanda potrebbe addirittura essere: FJ6AÝ>A8DBE>IDD<<>9:AA6 ;DID<G6;>6!9>FJ:AA6;DID<G6;>6 ÆHD8>6A:ÇD<>DGC6A>HI>86 D9D8JB:CI6G>68=:H>EG:D88JE6 9>I:HI>BDC>6G::9>>C;DGB6G:4

Di quella fotografia la cui principale funzione sembra in pratica essere assolta quotidiana-

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mente da altri mezzi di comunicazione? Con l’ottimismo della ragione è possibile continuare a credere che la fotografia possa davvero informare, emozionare, far mutare opinioni e intendimenti. In questa direzione la storia è di conforto e ci ha insegnato che se non proprio a cambiare il mondo, la fotografia era riuscita a modificare molte cose. Il lavoro di Jacob Riis (1849-1914) sulla vita negli slums del Lower East Side di New York era servito per far demolire gli edifici più fatiscenti; l’inchiesta fotografica condotta da Lewis Hine (1874-1940) sul lavoro minorile nelle fabbriche di molti degli Stati Uniti aveva portato a far approvare una legge che lo vietava. In anni più vicini a noi si diceva che le foto della guerra in Vietnam avessero tanto turbato l’opinione pubblica da costringere il governo americano a ritirare le sue truppe. Se per i primi due riferimenti si parla di anni nei quali cinema e televisione non c’erano ancora, nel caso del Vietnam la diffusione delle informazioni visive era avvenuta attraverso la stampa o grazie alle molte iniziative militanti che allora proliferavano in tutto il mondo. In Italia ci sono state nel corso del tempo alcune iniziative che hanno avuto l’intento di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle trasformazioni in atto sul territorio. Nel 1984 Luigi Ghirri aveva raccolto attorno a sé, per il libro e la mostra “Viaggio in Italia”, un gruppo di fotografi che da tempo erano impegnati a documentare il nuovo paesaggio italiano, quello che nasceva dalla speculazione edilizia e dallo sfruttamento incontrollato dei beni ambientali. In realtà l’obiettivo di Ghirri e di quanti come lui stavano interessandosi al paesaggio e al paesaggio urbano non era denunciare quanto stava accadendo bensì interrogarsi sul ruolo del fotografo e della fotografia e constatare quanto già era accaduto, spesso utilizzando quello “stile documentario” che prevede un atteggiamento equanime e, nei limiti del possibile, “oggettivo” nei confronti della realtà.

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Claudio Persio

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6 aprile 2009, ore 3.32. Quattro mesi di scosse, paura e rassicurazioni. Il colpo arriva in un istante, sicuro, veloce e violento, con una forza che non so dire, con un rumore che non so descrivere. E insieme al rumore trema tutto e balla e scricchiola e gira su se stesso. Tutto, cose e uomini, cerca un appoggio che non trova, un sostegno a cui reggersi per non cadere, o per rialzarsi. E rumore e polvere, e ancora rumore. La terra non si ferma più, decisa a scrollarsi tutto ciò che le sta addosso. Il terremoto colpisce dal basso e di lato contemporaneamente, e feroce come un mostro mitologico. Non ascolta ragione, non sente suppliche. Guido per le strade delle periferie tra frammenti di vetri e intonaci caduti dalle case. Vedo una palazzina crollata e c’è gente che si agita, qualcuno urla. Continuo a guidare. Il telefonino non funziona e solo i fari allentano il buio. Cerco di capire cosa è successo, non immagino la misura di ciò che mi sta accadendo attorno. Il traffico verso le periferie è bloccato. Lascio la macchina e corro alla Fontana Luminosa per raggiungere San Pietro, il quartiere dell’infanzia. Conosco quelle case, in quel Quarto la mia gente ci ha vissuto per più di una generazione e lì non c’è nulla di sicuro, di antisismico, come presto impareremo a dire. Santa Maria Pagani-

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ca mi si para davanti, terribile nella luce incerta della piazza. Nell’oscurità il profilo delle cortine laterali appare sbeccato e lacerato dal crollo dei tetti, e non lascia dubbi: la bella chiesa di mia nonna è crollata su se stessa. Non riesco a tagliare i vicoli per le troppe macerie e dall’alto cade roba. È rischioso, troppo, raggiungere San Pietro per quelle stradine. Mi dirigo verso piazza Duomo, a cercare notizie. La gente che incontro cammina frettolosa e spaesata per le strade più larghe, con lo sguardo rivolto verso l’alto. Molte facciate squarciate per intero mostrano solai sfondati. Dietro il comune non si passa, ancora case a terra. Le anziane di una casa di riposo, perlopiù su sedie a rotelle e con coperte addosso, stanno adunate in via Sallustio. Accudite da alcune suore, aspettano in silenzio. La piazza è piena di gente, molta con il pigiama e a piedi nudi. Mentre l’attraverso con lo sguardo, alla cupola delle Anime Sante arriva ancora un colpo fortissimo. Il Duomo sembra oscillare e spingere con forza per non crollare di più; chi è intorno a me urla. Raggiungo la Villa e via XX Settembre che è quasi l’alba. CDC8=>:9DE>è!C:HHJCDE>èKJDA: H6E:G:!DGB6>ÝIJIID8=>6GD :9Ý9:CIGD>B>:>D88=>688:86I> 96AA6EDAK:G:#EG:HIDH6EGå 8=:Ý9:CIGD>AB>DG:HE>GD#

Solo oggi riesco a scriverti. Non sono convinto di volerlo fare, non sono certo che vorrai leggere ancora. Ancora di me e dell’Aquila. Delle vie e dei luoghi che ci hanno visto crescere e andare in giro. A cercare la vita che avevamo davanti. Ragazzi cani, giovani randagi col naso all’aria, agli odori e alla speranza di ciò che volevamo. A cercare la vita. Sono passati sedici mesi, un natale, due pasque e un ferragosto. Capodanno non è venuto e io continuo a dire quest’anno. Eppure a volte mi sembra che sia trascorsa una vita intera, e quando mi accade

mi sorprendo di essere ancora qui. Cosa posso dirti ancora che tu non sappia ormai? Che altri non ti abbiano già detto o che tu non abbia visto alla televisione? Dopo le 3 e 32 c’è stato il soccorso ai feriti e il dovere verso i morti e il miracolo dei resuscitati; e le sigarette, tante e difficili da trovare in quei primi giorni; difficili da trovare come le parole e i pensieri, che ancora non riesco bene a mettere in fila. Dopo. Dopo sono venute le tendopoli. Subito dopo, quasi insieme ai crolli. E tanti elicotteri a volare sopra le macerie e sulla gente ammassata sotto il sole dei parcheggi e dei campi sportivi, stremata e impaurita dalle scosse continue. E dopo ci sono stati i quartieri vuoti e la città vecchia presidiata dall’esercito e in mano ai vigili del fuoco. Dopo ancora i funerali di Stato. E tutti hanno visto il nostro dolore e hanno saputo che c’era una città con tante lacrime. E dopo sono venuti tutti. A portare solidarietà e a promettere aiuti. Dopo sono venuti a fare il G8. E hanno messo i radar e le contraeree sulle nostre colline. E ancora elicotteri e soldati, che sembrava il Vietnam di un vecchio film. E così chi prima non ci conosceva ha saputo dell’esistenza di una città chiamata L’Aquila degli Abruzzi, e che quella città era bellissima ed era stata distrutta da un terremoto. E dopo sono venute gru gigantesche e tanto ferro, e ci siamo chiesti come le piazze potessero sopportarne il peso. E dopo è cominciata l’attesa per una casa. E dopo ancora e ancora dopo. Dopo sono tornato a lavoro. E il lavoro mi ha rimesso tra le macerie della vecchia città. Altrove, si direbbe centro storico ma qui si dice “zona rossa”. Devi avere un permesso speciale per accedervi e ai cancelli devi mostrare i documenti ai soldati. Devi portare scarpe con la punta di ferro e il casco sulla testa. Io ci sto tutto il giorno, ormai da un anno tutti i giorni. Mi muovo tra puntelli di ferro e centine di legno e parlo con i puntellatori, che parlano altri dialetti. Fumo con loro e, se chiedono, racconto di una città dove vivevano bambini che facevano

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l’ennesima transenna che blocca, dopo una certa ora, l’accesso alla “zona rossa”. Mi trovo a Piazza Regina Margherita, meglio conosciuta come Piazza del Boss. Il Boss è un’antica cantina frequentata da gente di ogni età. A quest’ora è già chiusa, ma fuori ci sono ancora molte persone perché ci sono dei ragazzi che stanno suonando. La musica avvolge il mio stato di confusione. Intorno a me facce, forse maschere, piene di vita danzano come se fossero su carboni ardenti. Un bambino innocente e spensierato balla davanti ai musicisti che improvvisano nuove melodie. Mi sento come quel cane che segue la banda e la confusione pur di non stare solo. Capisco che bisogna guardare da vicino, sentire gli odori, ascoltare i rumori e percepire le sensazioni spesso contrastanti per conoscere questa città sospesa, perché guardarla da lontano serve a poco.

<G6HH>H <GDL>C<JE DK:GI=:GJ77A: Grass is growing up over the rubble. Darkness and silence invade the now empty city streets. The scent from the pollen-laden trees makes me feel more inebriated than wine would. The warm summer air caresses my skin and for an instant it brings a feeling of relief. I walk a few metres down the Corso as far as the Fontana Luminosa with my eyes shut. I can almost hear the brash voices of the lads coming home from university, the shop assistants chatting across the street from the doorways of their small brightly coloured shops, or the voices of the old men seated at the café tables commenting on the latest rugby match of the Aquila team.

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Now I only hear the steps of a dog who has been following me since Piazza Duomo. Like me, he seems to be intrigued by the barriers blocking off the small old alleys from the Corso. I hold my breath a bit and then speed up to reach the opening where two soldiers are about to position the umpteenth barrier and so close off access to the “red zone”, as always happens at a certain time in the evening. Now I am in Piazza Regina Margherita, better known as “Square of the Boss”. The “Boss” is the name of an old wine bar where people of all ages hang out. At this time of night it is already closed but there are still a lot of people outside because some guys are playing music. The music cloaks my state of confusion. The faces all round, almost masks, are full of light. They dance as if they were on red-hot coals, while an innocent-looking, carefree boy jigs in front of the musicians who are trying out new tunes. I feel like the dog who follows the band and the confusion simply not to be left alone. I know you need to look close-up, smell the odours, listen to the sounds and feel the often contrasting sensations if you want to understand this suspended city. Looking from afar is of no use.

G.F.

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Riesci a farti una seppur vaga idea di cosa significhi sapere che sotto tonnellate di macerie, di ferro, di mobili, di vetri, di giocattoli pulsa la vita e che il suo eventuale protrarsi può dipendere da ogni tuo singolo gesto, da tutte le decisioni che prendi in sequenza, applicando le tue conoscenze in maniera ponderatamente fulminea? Sarebbe un eufemismo definire la tensione, lo stress, il desiderio di fare subito ed al meglio, semplicemente il “mio lavoro”. Eppure è così. Lo scenario che si è presentato agli occhi dei Vigili del Fuoco dell’Aquila è stato apocalittico. Lo abbiamo visto tutti attraverso gli occhi freddi, ciechi e curiosi degli obbiettivi. Le narici, le orecchie, gli occhi, le mani dei Vigili del Fuoco dell’Aquila lo hanno sentito fin dal primo istante ed hanno cercato di dare risposta alla domanda urlata da ogni cantone: “Aiutami, tirami fuori di qui, trovami, fammi scendere in fretta da questo mostro ferito che

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ry day. The “quarry camp” was recognized as C.O.M. 5, i.e. “Mixed Operational Command”. These were big words for people like us who knew nothing about civil defence. Simply saying them made us feel important. They needed a camp representative and so I soon found myself being the “camp chief”. A fine responsibility! At the junction of the road up to the camp, a splendid wooden sign, painted acid green and framed by slats and pieces of bark bore the words “quarry camp” written in white pebbles. This is where we shared our experience. We were supported by lots of volunteers and soldiers who came and went and were always very considerate towards us – there in that small house surrounded by oak and fruit trees with a vegetable garden and a marvellous walnut tree, which proved a major attraction for groups of people who gathered under its marvellous broad foliage. HD8>6AG:A6I>DCH6C99>6AD<J: L>I=E:DEA:>CI=:6G:6L:G: D;;JC96B:CI6A>BEDGI6C8:#

I made lots of new friends which helped me mature although this never replaced my love of “my own people” and my own land, despite the fact that the destruction of our houses and the devastation of the social fabric had made me a “foreigner in my own house”. Today, 6 August 2009, I find the following words: “mad people are not those who dream, but those who give up dreaming.” I hope that all the people who have suffered from the earthquake never stop dreaming. We will rebuild the marvellous city of L’Aquila and its many villages. They are a world heritage.

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Nicoletta Bardi

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Libri come pietre, diceva una locandina che proponeva di portarli in città con le carriole, per inventare una biblioteca nel tendone del presidio cittadino: la cultura che rientra nel centro, le macerie che ne escono. Libri come pietre, raccontava il diario sul terremoto di una donna aquilana, che descriveva i volumi che cadevano su di lei e sul suo letto la notte del 6 aprile dello scorso anno. Libri come pietre, sosteneva una ragazza che spiegava la necessità terapeutica di trasformare in parole le macerie che le appesantivano la mente, il cuore e l’anima. Libri come pietre, proponeva una docente universitaria, elevandoli ad arma contundente da scagliare contro chi provocava nella gestione post-sisma più danni di quanti ne avesse fatto il terremoto. Qualcuno ha detto che a L’Aquila la prima cosa che si è rotta con il terremoto è stato il “tempo”, non più classificabile con le consuete unità di misura: tempo immobile per alcuni aspetti, con una città (centro e periferia) fantasma, con le eterne vacanze fuori casa, con la sospensione della vita normale; ma contemporaneamente tempo accelerato per altri aspetti,

con i continui mutamenti di persone e cose, con l’estremizzazione delle infinite facce della sopravvivenza e soprattutto con l’intensificazione delle emozioni. In opposizione a tanto vasta e tanto diversificata distruzione, la scrittura, nel senso più esteso di questa parola, ha opposto la resistenza e la fragilità di un foglio di carta, il solo capace di contenere realmente tanto dolore, e di impedire che sia vano. Una volta le persone mute portavano un quadernino appeso al collo e ci scrivevano le parole che non potevano pronunciare, per farle leggere ai loro interlocutori. Anch’io, da dopo il terremoto, ho continuamente bisogno di prendere appunti e riempio biglietti, fogli, taccuini. Ho camminato per il cimitero e nella parte nuova ho visto i volti delle persone che incontravo nei vicoli, seppellite tra residui di cantieri edili, di muri crollati, transenne, fango, spazi indefiniti che litigano con il concetto di “città dei morti”: del resto tutto è diventato “città dei morti” e non è più necessario tirare una linea di demarcazione. Ý9>;;>8>A:HE>:<6G:8DB: H>EDHH6:HH:G:ÆDG;6C> 9>JC68>II¿Ç/ÝJCAJIIDIGDEED <G6C9::C:AADHI:HHDI:BED IGDEED>C9:;>C>ID! 8=:CDCHD8DAAD86G:#

A volte passo in strade che non mostrano le loro ferite, e allora cerco di limitare lo sguardo, e fingo che non sia successo niente; fingo di provare fastidio per i piccoli fastidi, e noia per le piccole noie, ma la recita non funziona, e il buco nero inghiotte i tentativi patetici con cui provo ad illudermi senza mai riuscirci. A tutto tondo, ben intero, il sentimento della pietà, e della pena. Provo pena e pietà per tutto e tutti: per persone, animali, cose. Li provo per me, sempre

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We have all been involved in a deeply challenging situation, strained to the limit. At times it’s been easier to pretend to be someone else rather than show your true self. Not to demonstrate to others that you’re better but to prove to yourself that you have the strength to react. This has not been a single earthquake. If every inhabitant of L’Aquila or Abruzzo could tell in a few words their own experience of the quake and everything that happened afterwards, we would have thousands of stories whose only common denominator is the initial earthquake itself. Some people would tell you that they were terrified, but that basically the earthquake only lasted for twenty seconds. Others would say that they were not only terrified but thought they were going to die along with those who unfortunately did die. Some people only changed a few pieces of the puzzle of life while others changed the whole puzzle and had to begin again all over again. We can thus argue that there is no such thing as an earthquake – only earthquakes. Many people’s lives have been devastated and, while licking their wounds, they have tried to find the will and strength to begin again. This usually only comes from the last surviving certainty – life itself – and a sense of respect for those who are no longer here. This is the earthquake. The earth shakes and shatters you, your family, your house, your work, your friendships, convictions and life itself.

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In the hotel When I was a young girl I would come across stories about historical figures who were exiled and I used to think “Yes okay, but as a punishment it’s certainly not one of the harshest.” I had obviously failed to grasp the meaning of exile. Now that we have been exiled by our own “Mother Earth”, I fully understand the violence meted out on people who are forcefully sent away from the place where they thought that they had build themselves a whole life. You get by, or rather survive in a situation of suspension because you can’t look to the future. You only want to go back to where you came from, but unfortunately it’s not time yet. Some people opening their mouths without thinking were so mean as to claim that most of the 20,000 citizens of L’Aquila who are lodged in the coastal towns were “on holiday”. This kind of “intelligent” remark is frankly quite appalling. Let’s try and see why. “Holiday” is a term which denotes a state of mental and physical relaxation due to a voluntarily break from work, your house, city and habits. Having said this, let’s ask a question: Do some people really believe that losing your own house (which you cost a 30-year mortgage or is still to be paid) in twenty seconds as well as your job, and way of life relaxes the mind and involves a voluntary break from your own city? I sincerely hope that very few people have such confused ideas on this issue and that when they read this even the few will change their mind. Living as an earthquake victim in another place means wasting your life, throwing away whole months doing nothing. Being an earthquake victim on the coast means that your mind is still in L’Aquila and that you only dragged away your body. It means experiencing an apparently normal situation when you’re fully aware that you are only guests in another reality.

Claudia Di Domenico

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Dal terremoto non ne esci, ci sei dentro fino in fondo: ebreo errante che si riconosce solo nella sua stella gialla. È vero, non sei più lo stesso, ma non sei neanche un altro, sei quello del terremoto, quello che è morto e che poi è resuscitato, quello che ha guardato dentro la sfera del grande mago. Per te non c’è più un prima e non esiste più neanche un dopo, il tuo non è più un viaggio nella vaghezza del tempo, ma in un non- tempo dove ogni cosa è certezza, nel non-tempo di chi già sa come sarà perché tutto è già concluso. I fiori sul tuo balcone sono già appassiti: il giovane prunus, il bel gelsomino e anche la forte ginestrella; i tuoi figli sono già irrimediabilmente perduti, i tuoi e quelli non ancora nati; la casa che devi ancora costruire con dei grandi finestroni che guardano il verde attraversato dal vento è già crollata, di nuovo e di nuovo ancora. E non è più una questione di computi metrici, di rilevamenti geologici né di

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cemento armato è che, nel non-tempo dove sei adesso, è così che funziona. Gli anni sono già trascorsi e anche i secoli e anche i grandi blocchi millenari, tempeste di sabbia e di fuoco si sono già abbattute sull’universo spazzando via tutto ciò che c’era da spazzare: case e chiese e monumenti e parole e scritture e statue e croci e vessilli e bandiere. Il terremoto che hai vissuto ha scatenato questo terremoto, un altro, questa volta cosmico e inarrestabile che ti ha sbalzato in un oltre sconosciuto dove il tempo non è mai esistito, dove i giorni che vedi scorrere da lontano sono solo un riflesso dolce e tremendo di un nontempo che in verità non si è mai mosso. Tu sei lì, viaggi dentro quel grande mare, quel grande deserto e non provi smarrimento, non è come dicono, non hai perduto la tua identità, anzi, per la prima volta hai finalmente scoperto chi sei veramente. Sei il silenzio che ti circonda e che pulsa in virtù dell’uomo che lo attraversa e sei tu l’uomo che lo sta attraversando adesso, ed è solo grazie a te se quel silenzio ha incominciato a pulsare. E allora gli darai anche una voce e se quel silenzio parlerà, sarà solo nella tua voce e nelle tue parole. È di te che gli parlerai, di com’è essere uomini e svelerai all’immutabile la bellezza dei giorni che scorrono, gli confiderai in segreto della prima neve, degli acquazzoni di fine estate, dell’ultimo sole autunnale, dirai a quel nulla che sarebbe bello portare in quel nulla i tuoi fiori: il giovane prunus, il bel gelsomino, la forte ginestrella, che sarebbe bello costruirci anche una casa, magari con dei grandi finestroni che guardano il verde battuto dal vento. Non smetterai mai di parlare e nessuno saprà se quello che dici è vero o è falso, se sono favole o se è tutta un’illusione, nessuno saprà se la casa dei tuoi racconti è crollata davvero, se è davvero esistito quel grande portone che ad un tratto si spalanca e quel profumo di mele

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che ti avvolge e quel bambino che corre per i crocicchi del paese. La verità è che prima del terremoto vivevi nella paura, sentivi la presenza di un ladro invisibile che ti girava intorno ed eri legato alle cose nella misura in cui sapevi che prima o poi ti sarebbero state portate via. Il terremoto ti ha liberato nella misura in cui hai sperimentato che sei tu che dai vita e sostanza alle cose e che tutte le cose sono fatte del tuo stesso inafferrabile essere. Perché alla fine quel ladro è venuto davvero, nottetempo e con un accelerazione di dieci, venti, forse mille miliardi di anni, ha rubato in un solo istante tutto quello che prima o poi ti sarebbe stato ineluttabilmente rubato. È successo, eppure non hai visto in quella distruzione totale un’opera di devastazione, ma un lavoro di recupero. Te ne sei reso conto proprio mentre attraversavi il silenzio della tua città sventrata, proprio mentre ti aggiravi nelle tue vecchie stanze, con i soffitti bucati, i solai crollati, le pareti divelte. 9:CIGDFJ:AA686G86HH6KJDI6! JCI:BED!8>67>I6K6JC686H6 C6I696JCHD<CD:96AAÉ6BDG: 9>8=>!JC<>DGCD!9:8>H: 9>G:6A>OO6GAD#

Era una casa attraversata da mattina a sera da incontrollabili venti messaggeri di bonaccia o di tempesta, animata da segreti e confidenze, tenuta insieme dalla speranza; una casa fatta della stessa inafferrabile sostanza di cui sono fatti i ricordi e le memorie, della stessa sostanza che ha la tenerezza quando ti intenerisci, che ha la commozione quando ti commuovi; fatta della stessa sostanza delle emozioni, dello stesso, impalpabile materiale di cui è fatta un anima. Al ladro hai lasciato i mattoni e le pietre, al tempo la polvere e la cenere, ma la casa

dell’anima è salva e sono salve anche la città di quell’anima e le strade di quell’anima e l’intero mondo che appartiene a quell’anima. Il terremoto ha solo liberato il tuo mondo dal suo destino di mondo legandolo indissolubilmente alla tua anima che è senza destino, senza inizio e senza fine.

NDJ9DCÉI<:I 6L6N;GDBI=: :6GI=FJ6@: You don’t get away from the earthquake. It’s with you right to the end. Like a wandering Jew, you end up only identifying with your yellow star. It’s true, you are no longer yourself, but you’re not even someone else. You’re the earthquake person, someone who died and was then resuscitated. The person who looked inside the great magician’s crystal ball. For you there is no longer a before and not even an after. You’re no longer journeying into vagueness of time but exist in a non-time when everything is certain, in the non-time of someone who already knows what it will be like, because everything has already ended. The flowers on the balcony have already faded: the young plum tree, a pretty jasmine and the strong-growing broom. Your children have already been irremediably lost; yours and those still not born; the house that you still have to build with the large windows overlooking the windswept green countryside has already collapsed again and again. It’s no longer a question of cost estimates or geological surveys and reinforced concrete.

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6.4.2009 AJC:9รก Monday

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57 8DBJC>9:A 8G6I:G:H>HB>8D Towns where Earthquakes have occured

Soil Survey

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SISMYCITY  

Un progetto fotografico sulle conseguenze del sisma che ha colpito L'Aquila

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