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Francesco Brunello Zanitti

Af-Pak: la sfida della stabilitĂ 

Il futuro afghano e pakistano tra interessi contrapposti e cooperazione regionale Prefazione di Roberto Toscano Introduzione di Lamberto Zannier

Fuoco Edizioni-IsAG


GIANO AFFARI INTERNAZIONALI Collana diretta da Francesco Brunello Zanitti e Tiberio Graziani COMITATO SCIENTIFICO Diego Abenante (Università degli Studi di Trieste), Alfredo Canavero (Università degli Studi di Milano), Valter Maria Coralluzzo (Università degli Studi di Torino), Franco Fatigati (La Sapienza - Università di Roma), Renata Lizzi (Università di Bologna), Fabio Mini (generale di corpo d’armata in ausiliaria dell’Esercito Italiano), Stefano Pietropaoli (Università degli Studi di Salerno), Biancamaria Scarcia Amoretti (La Sapienza - Università di Roma), Lamberto Zannier (Segretario Generale dell’OSCE). Af-Pak: la sfida della stabilità di Francesco Brunello Zanitti Stampa Universal Book – Rende (Cosenza) Italia 1^ Edizione Febbraio 2014 Cartografie interne a cura di Lorenzo Giovannini Tabelle e grafici a cura di Francesco Brunello Zanitti Foto di copertina di Antonella Vicini © Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) Piazza dei Navigatori 22, 00147 Roma Telefono: +39 3341117081 e-mail: pubblicazioni@istituto-geopolitica.eu www.istituto-geopolitica.eu Fuoco Edizioni Via Quirino Majorana 96, 00152 Roma Telefono e Fax: 06 64690953 e-mail: contatti@fuoco-edizioni.it www.fuoco-edizioni.it


«L’Asia è un corpo vivente e la nazione afghana ne rappresenta il cuore. Tutta l’Asia è corrotta, se il suo cuore è corrotto, il suo declino è il declino dell’Asia; la sua ascesa è l’ascesa dell’Asia, il corpo è libero solamente mentre il cuore è libero, il cuore muore con l’odio, ma vive con la fede». Allamah Muhammad Iqbal (1877-1938), filosofo e poeta nazionale pakistano.


Presentazione editoriale

Il 7 ottobre 2001, in seguito agli attentati dell’11 settembre, gli Stati Uniti, assieme a Regno Unito, Canada e Australia, lanciarono un attacco militare contro l’Afghanistan, ufficialmente finalizzato alla cattura di Osama bin Laden, capo dell’organizzazione terroristica AlQaeda e a quel tempo protetto dal regime talebano. L’operazione, una componente della cosidetta “guerra al terrorismo” globale, e denominata dall’allora Amministrazione Bush Enduring Freedom, si risolse in pochi mesi con la caduta del governo talebano. Essa venne successivamente affiancata da una missione di sicurezza internazionale guidata dalla NATO, la International Security Assistance Force (ISAF). A partire dal 2011, per diversi motivi, tra i quali la ripresa dei gruppi talebani e l’insostenibilità di un conflitto sempre più costoso che non ha portato ai risultati sperati dalla coalizione, gli Stati Uniti e gli alleati della NATO hanno stabilito l’inizio di un graduale ritiro delle proprie truppe, un processo che dovrebbe terminare alla fine del 2014, nonostante siano in discussione alcune ipotesi riguardanti il mantenimento nel Paese di personale militare legato all’Alleanza Atlantica. Tuttavia, nell’attuale contesto internazionale, Washington appare sempre più propensa a concentrare la propria attenzione militare verso un’altra area d’interesse strategico, ossia quella dell’Asia-Pacifico, diminuendo gradualmente il proprio impegno in Asia centrale. In questo quadro internazionale l’Afghanistan s’appresta dunque ad attraversare un’importante fase di transizione, dai risvolti imprevedibili, visti il possibile dialogo di pace con i Talebani e le prossime scadenze elettorali, previste per l’aprile 2014. Inoltre, la fase del ritiro appare come il momento più complicato e ricco d’insidie.

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Tra molteplici interessi in gioco, i più rilevanti sono quelli di un Paese confinante che nel passato ha avuto un ruolo fondamentale nell’influenzare la politica afghana, ossia il Pakistan; quest’ultimo si trova a dover fronteggiare una situazione d’instabilità lungo il proprio confine con l’Afghanistan e nei suoi principali centri urbani. Per questo e altri motivi, le regioni caratterizzate attualmente da un’estesa situazione di conflittualità e violenza sono solitamente considerate un tutt’uno e identificate con il termine Af-Pak. I territori corrispondenti ad Afghanistan e Pakistan rappresentano un’area storicamente importante poiché punto d’incontro tra popoli e culture, nonché snodo dei commerci che percorrevano l’antica Via della Seta, ma ancora oggi queste regioni presentano una posizione strategica di rilievo, oltre ad essere una delle zone “calde” dell’Asia che potrebbe in una certa misura comprometterne l’ascesa preventivata. Questi ed altri aspetti vengono analizzati in Af-Pak: la sfida della stabilità, primo volume della collana “Giano – Affari Internazionali” di Fuoco Edizioni, che ha come obiettivo la presentazione di saggi specialistici volti alla comprensione di un sistema internazionale in rapido mutamento. L’Italia, in primo luogo nel contesto europeo e nel Mediterraneo, dovrà rispondere efficacemente a diverse sfide per non rimanere in una posizione svantaggiata nei prossimi decenni. Una delle finalità di queste pubblicazioni è proprio quella di offrire delle concrete ipotesi d’azione in ambito internazionale. Lo specifico obiettivo del primo libro della collana, presentato da una prefazione di S.E. Ambasciatore Roberto Toscano e da un’introduzione del Segretario Generale dell’OSCE Lamberto Zannier, è quello di approfondire differenti tematiche caratterizzanti un contesto regionale in cui il nostro Paese ha svolto un ruolo importante. Il presente libro intende essere una prima concreta analisi connessa all’indirizzo di ricerca dell’IsAG rivolto all’Af-Pak per favorire un dibattito interno in Italia sulla regione, analizzando la situazione odierna corrispondente alla fase finale dell’impegno italiano e soffermandosi sui concreti risultati ottenuti dalla missione dell’ISAF. Come si noterà,

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la presente ricerca non prende in considerazione dettagliatamente il ruolo di Roma nel contesto dell’Af-Pak, ma sarà opportuno cercare di comprendere in successive ricerche quali vantaggi l’Italia abbia ottenuto dalla sua partecipazione alla missione guidata dalla NATO. Questo saggio può essere un punto di partenza, in modo tale da comprendere efficacemente in primo luogo il contesto generale, gli interessi dei Paesi limitrofi, quelli dei principali alleati impegnati nell’area (in particolare gli Stati Uniti), cercando di delineare un quadro sui possibili risvolti futuri regionali. Un ulteriore obiettivo di Af-Pak: la sfida della stabilità è quello di offrire delle concrete proposte in termini di policy, presentando in sintesi quelle che si ritengono le principali questioni da affrontare nei prossimi mesi, avendo come intento strategico la stabilità dell’Af-Pak e dell’Asia meridionale, una base essenziale per favorire gli interessi economici italiani nella regione.

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Prefazione

“Af-Pak”, un acronimo coniato da Richard Holbrooke che ha solo quattro anni di età, ma che da allora è al centro dell’attenzione degli addetti alla politica estera e dell’interesse degli studiosi di politica internazionale. La realtà cui esso fa riferimento è tuttavia così complessa da rendere molto problematico elaborare visioni di insieme capaci di dare un senso a uno sconcertante groviglio di fattori, soggetti, dimensioni, spinte ed interessi contrastanti. È per questo motivo che il libro di Francesco Brunello Zanitti va salutato come lavoro di grande interesse, oltre che di notevole spessore. Non mancano di certo, anche in Italia, libri dedicati all’Afghanistan e al Pakistan, ma si tratta di solito di opere che, anche quando sono scientificamente valide, si muovono all’interno di una sola disciplina (storica, sociologica, politologica, strategica, etnografica ecc.). Questo libro invece intreccia senza percepibili stacchi tutte queste dimensioni, ricavandone un tessuto ad un tempo ricco e coerente. Molto interessante, fin dalle prime battute, è il discorso sullo stesso termine “Af-Pak” – un termine forse utile, e comunque ormai invalso nel dibattito corrente, ma che da un lato è subito risultato controverso, con un Pakistan che non può certo apprezzare di essere accomunato sotto uno stesso acronimo a un Paese che certo non considera del proprio stesso rango. Ma dietro il termine, la sostanza: una sostanza che in effetti divide più di accomunare, se si pensa al revisionismo territoriale degli Afghani (che non hanno mai riconosciuto la Linea Durand) e la pretesa pakistana di potere esercitare sul territorio afghano, e sui suoi stessi equilibri politici interni, un grado di controllo difficilmente accettabile per il popolo afghano. Brunello Zanitti si chiede quali siano le dimensioni di fondo della irrisolta contesa per il potere a Kabul, e – pur senza fornire 9


interpretazioni univoche e chiuse dentro angusti schemi teorici – ci fornisce un importantissimo elemento di analisi, invitandoci a non lasciarci andare, soprattutto in un Paese di tale complessità come è l’Afghanistan, alla tentazione del “fattore unico”, in particolare quello religioso. Persino nel caso del più radicale islamismo, quello dei Talebani – ci fa infatti notare – l’elemento religioso non è certo esclusivo, tanto che addirittura è la dimensione etnico-tribale a risultare spesso prevalente, e non solo nella divisione pashtun/non-pashtun, ma anche nelle differenziazioni (Ghilzai, Durrani) all’interno della stessa etnia pashtun. Ed è questo stesso approccio rigorosamente interdisciplinare che ispira le pagine dedicate al Pakistan, dove i vari livelli di conflitto si articolano lungo direttrici sia religiose (la divisione fra sunniti e sciiti e, all’interno della denominazione sunnita, la differenziazione e il contrasto fra deobandi, più radicali, e barelvi, più moderati) che etniche (il ruolo dominante dei Punjabi, le spinte separatiste dei Beluci). Va aggiunto che l’Autore, pur addentrandosi con competenza e sensibilità nelle peculiarità etnico-religiose di entrambi i Paesi, non perde mai di vista – in questo in modo diametralmente opposto a certe focalizzazioni orientaliste sull’Altro come “diverso” – il fatto che anche quando si studiano aree del mondo che hanno una storia e una configurazione culturale ben diverse dalle nostre, rimangono pur sempre valide le analisi “classiche” sul potere politico o sulla realtà socio-economica. Disuguaglianza sociale e la natura kleptocratica ed “estrattiva” del potere, in questo senso, ci spiegano molto di più, sulla difficoltà di costruire una res publica basata sulla cittadinanza, che non il ruolo delle madrase o la frammentazione regionale, etnica, tribale, religiosa. Di particolare interesse sono le pagine dedicate al ruolo dell’India sia come agente esterno non secondario nella vicenda afghana sia, soprattutto, nei suoi rapporti con il Pakistan. Qui l’Autore fa risaltare i profondi nessi fra queste due dimensioni, e nello stesso tempo cerca

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Prefazione

di interpretare le ragioni di quella che per gli Indiani è una infondata “paranoia” pakistana, ma che trova il suo più vero fondamento, più che in una percezione della minaccia esterna proveniente dal più potente vicino, nella estrema fragilità interna del Pakistan e dal ruolo politico, sempre centrale anche quando formalmente soggetto al potere politico, delle sue Forze Armate. L’analisi di Brunello Zanitti non è mai puramente accademica, ma sottende sempre un implicito riferimento alla policy. In questo senso la parte di maggior interesse per i practitioners della politica estera sono le conclusioni, focalizzate sui possibili scenari futuri. Gli interrogativi sono molti, ma due sono i principali. Primo: i Talebani non sono stati sconfitti e dovranno in qualche modo essere inseriti in un futuro assetto dell’Afghanistan, ma fino a che punto sarà possibile resistere ad una loro prevedibile spinta egemonica, per quanto forse secondo una strategia graduale? Secondo: quali potrebbero essere gli sbocchi della profonda crisi (politica, economica, sociale) del Pakistan, secondo alcuni destinato alla “balcanizzazione” se non a diventare uno “Stato fallito”? Brunello Zanitti non pretende di fornire risposte a tali quesiti, anche se il suo libro permette di identificare gli elementi centrali capaci di influire sugli sviluppi futuri in entrambi i Paesi. Non si tira certo indietro, invece, quando si tratta di formulare concrete proposte in termini di policy – proposte che ci sembrano tutte molto condivisibili: dalla necessità di favorire la normalizzazione dei rapporti India-Pakistan al mantenimento, anche nelle fasi future della vicenda afghana, della cooperazione regionale all’aiuto fornito dalla Comunità Internazionale; dalla necessità di non smettere il contrasto al narcotraffico a quella di cercare di far sì che l’Afghanistan cessi di essere un terreno di scontro fra Iran e Arabia Saudita. Spesso si dice che il nostro Paese non possiede una tradizione di “studi d’area” paragonabile a quella che esiste altrove, in particolare negli Stati Uniti. Il libro di Francesco Brunello Zanitti – che meriterebbe di uscire quanto prima in inglese – ci fa pensare che, anche se questo è

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sostanzialmente vero, la ragione non dipende certo dalla mancanza di studiosi e di opere a livello di eccellenza. Roberto Toscano

Roberto Toscano è un diplomatico italiano e membro del Consiglio di Presidenza dell’IsAG. Ha servito come Ambasciatore nella Repubblica Islamica d’Iran (2003-2008) e nella Repubblica dell’India (2008-2010). In precedenza è stato a capo dell’Unità di analisi e programmazione del Ministero degli Affari Esteri e ha presieduto il Conflict Prevention Network del Comitato Assistenza allo sviluppo dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico). Nel corso della sua carriera diplomatica ha servito anche in Cile, Spagna, URSS, USA e presso l’ONU/Ginevra.

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Introduzione

L’analisi di Francesco Brunello Zanitti pone l’accento su uno dei principali temi di sicurezza con cui la Comunità Internazionale continuerà a confrontarsi nel prossimo futuro, sia pure con politiche e strumenti più diversificati rispetto al passato. Se, infatti, da un lato l’ormai imminente transizione politica e militare in Afghanistan rappresenta una tappa importante nel processo di democratizzazione del Paese, da troppi decenni sconvolto da conflitti e violenze, d’altro canto le incognite per la futura stabilità dell’intera regione sono molteplici e, perlopiù, di difficile lettura. Un tema che emerge con chiarezza dall’elaborato, e che condivido pienamente, attiene all’esigenza che l’attenzione e il sostegno della Comunità Internazionale non vengano meno in questa delicatissima fase di transizione. Troppe sono le minacce, principalmente di carattere transnazionale, alla stabilità dell’intera area centro-asiatica per lasciare la futura gestione della questione afghana alla sola comunità regionale. I dibattiti all’interno dei nuovi processi di cooperazione regionale, quale il processo di Istanbul (anche noto come “Heart of Asia”), mostrano chiaramente i limiti di questo approccio, ponendo in evidenza la difficoltà a promuovere un’azione coerente da parte di una comunità regionale all’interno della quale appare difficile identificare quegli interessi e visioni comuni indispensabili per dare avvio a un’ampia e incisiva azione politica condivisa. Una delle sfide principali che la Comunità Internazionale dovrà affrontare è dunque la seguente: come promuovere un adeguato livello di co-operazione regionale sulle questioni inerenti alla sicurezza in Afghanistan? L’obiettivo è quello di sostenere lo sviluppo di un Afghanistan

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stabile, prospero e maggiormente integrato in una regione a sua volta stabile e prospera. Si tratta in sostanza di operare a diversi livelli, sostenendo da un lato la dirigenza afghana nello sviluppo di più costruttivi rapporti di vicinato con i Paesi confinanti (e quelli con il Pakistan rivestono ovviamente carattere prioritario per vari ordini di considerazioni ben evidenziate in questo studio), allo stesso tempo evitando ogni tentazione di disimpegno da parte dei maggiori stakeholders internazionali. Anche sotto quest’aspetto l’analisi di Brunello Zanitti coglie nel segno: nelle sue raccomandazioni finali, infatti, egli puntualmente rileva l’assoluta necessità di promuovere un’attiva cooperazione regionale per il futuro dell’Afghanistan. Questo dovrà esser fatto coinvolgendo in primo piano i Paesi vicini, quali le repubbliche centro-asiatiche, Pakistan, Iran, Cina, India, (non ignorando il ruolo importante di altri Paesi della regione, quale l’Arabia Saudita), ma sollecitando allo stesso tempo un forte impegno e un contributo, per quanto possibile coordinato, da altri attori globali quali Russia, Stati Uniti e Unione Europea. Concordo inoltre sulla nozione che la cooperazione internazionale debba essere innanzitutto indirizzata al contrasto delle principali sfide transnazionali del XXI secolo, quali il terrorismo, il fondamentalismo, la criminalità organizzata, il traffico di droga e armi e la tratta di esseri umani. Tutte sfide che richiedono risposte congiunte e sostenibili. Occorre certamente intensificare gli sforzi della Comunità Internazionale in tutti questi settori. In questo campo è fortemente impegnata anche l’OSCE, con cui l’Afghanistan collabora strettamente nella sua veste di Partner di cooperazione. Il “metodo OSCE”, che mira al rafforzamento della fiducia tra gli Stati attraverso la cooperazione, offre un modello cooperativo di promozione della sicurezza che appare pienamente in linea con l’approccio che si dovrà adottare in futuro per la gestione della questione afghana. Al di là della forte attenzione ai temi della sicurezza transnazionale, attraverso una serie di iniziative focalizzate sul

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Introduzione

controllo della frontiera, la lotta al terrorismo e al fondamentalismo, al traffico della droga e alla corruzione, l’OSCE propone un’agenda che trascende il settore politico-militare, toccando anche i temi dei diritti umani, del buongoverno, del rafforzamento dello Stato di diritto, della sicurezza energetica, della tratta di esseri umani, della libertà dei mezzi d’informazione e dei diritti delle minoranze. L’impegno dell’OSCE nei confronti dell’Afghanistan nasce dalla ferma convinzione che, nel lungo periodo, la stabilità di quell’area geografica avrà implicazioni per la sicurezza di tutta la regione, e che pertanto le cinque repubbliche dell’Asia centrale, in quanto Paesi partecipanti a pieno titolo nell’Organizzazione, debbano giocare un ruolo di primo piano, assumendosi precise responsabilità. Al Vertice di Astana nel 2010 venne riconosciuta la necessità di una maggiore unità d’intenti per contrastare efficacemente le emergenti minacce di natura transnazionale. Nel solco di quella decisione, nel 2011 i Ministri degli Esteri dell’OSCE concordarono di rafforzare il contributo dell’Organizzazione a sostegno dell’Afghanistan espandendo il suo raggio d’azione e promuovendo un approccio più pragmatico alla sicurezza della regione. Attraverso le Missioni civili OSCE nei Paesi dell’Asia centrale sono ora in via di attuazione numerosi progetti a carattere regionale volti a favorire lo sviluppo delle forze di sicurezza, lo scambio di best practices, il rafforzamento dello Stato di diritto, il rispetto delle normative internazionali, il ruolo della società civile, l’indipendenza dei media, nonché un dialogo politico ad ampio spettro. L’OSCE si è inoltre dotata di diversi strumenti regionali per rispondere a esigenze più specifiche degli Stati direttamente interessati. Tra questi, l’Istituto OSCE di Formazione del Personale Addetto alla Gestione delle Frontiere, con sede a Dushanbe, che promuove l’attuazione di standard internazionali e best practices sulla gestione delle frontiere con esperti provenienti da tutta la regione, o l’Accademia OSCE di Bishkek, che offre borse di studio a studenti dell’Asia centrale, incluso l’Afghanistan, e che attraverso i suoi corsi specializzati aiuta a formare

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la prossima generazione di amministratori pubblici. Ovviamente, nessuna organizzazione internazionale potrebbe operare in maniera isolata in questo complesso scenario. Occorre uno sforzo congiunto tra i vari attori, mirato a promuovere una strategia ampia e condivisa e a incoraggiare convergenze e sinergie, nel rispetto dei vari mandati. Sullo sfondo, il ruolo della Comunità Internazionale a sostegno delle forze di sicurezza afghane continuerà a restare essenziale per garantire quel contesto di sicurezza necessario a favorire l’efficacia dell’azione delle organizzazioni civili sul terreno. Tra gli attori più significativi, accanto alle molte Missioni presenti sul terreno a Kabul, a cominciare da UNAMA, che svolge un prezioso ruolo di supporto e di raccordo con la Comunità Internazionale, merita ricordare in particolare l’Ufficio ONU per la Droga e il Crimine (UNODC), l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (OCS) e la Conference on Interaction and Confidence Building Measures in Asia (CICA). Si tratta, in tutti questi casi, di strumenti privilegiati per la promozione della cooperazione rafforzata a livello sia locale che regionale. Ed è proprio su questi temi e con questi attori che si giocherà la partita del futuro. A livello locale sarà fondamentale porre le basi per una riconciliazione sostenibile tra le varie etnie-tribù coinvolte. A livello regionale, la Comunità Internazionale dovrà adoperarsi efficacemente affinché le diverse priorità nazionali, le complesse relazioni inter-etniche e territoriali, nonché la fitta ragnatela di rapporti bilaterali spesso condizionati dalla storia, dalle ideologie, dalle tensioni etniche o dalla competizione per le risorse idriche o energetiche non complichino le prospettive di una solida e duratura cooperazione su più vasta scala. Mentre un decennio di “transizione” volge probabilmente al termine, per l’Afghanistan sta iniziando un decennio di profonda “trasformazione”, con tutte le sfide che ciò comporterà. E la Comunità Internazionale non potrà farsi trovare impreparata nel sostenere i progressi faticosamente segnati nel campo della sicurezza,

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Introduzione

democratizzazione e sviluppo, evitando pericolosi passi indietro, e garantendo un avvenire di pace e prosperità all’intera regione. Lamberto Zannier

Lamberto Zannier è un diplomatico italiano, attualmente Segretario Generale dell’OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa). Dal giugno 2008 al luglio 2011 è stato Rappresentante del Segretario Generale delle Nazioni Unite in Kosovo in qualità di capo dell’UNMIK (United Nations Interim Administration Mission in Kosovo). Dal 1991 al 1997 è stato Capo dell’Ufficio Disarmo, Controllo degli Armamenti e Cooperazione in materia di Sicurezza presso il Segretariato della NATO a Bruxelles e tra 2000 ed il 2002 è stato Rappresentante Permanente per l’Italia del Consiglio Esecutivo dell’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche a L’Aia.

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Premessa

L’obiettivo principale della missione ISAF in Afghanistan era quello di garantire l’addestramento delle forze di sicurezza nazionali del Paese asiatico, le Afghan National Security Forces (ANSF), la ricostruzione delle istituzioni governative di Kabul dopo quasi trent’anni di conflitti e lo sradicamento dei diversi gruppi insurrezionali vicini alla passata amministrazione talebana. Il maggiore contributo, in base al numero delle Forze Armate impiegate, è stato offerto da Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Italia e Francia. L’Italia, inviando come picco massimo circa 4.000 militari nel corso dell’ultimo decennio ed essendo responsabile del Comando Regionale occidentale (province di Herat, Badghis, Ghowr e Farah), ha contribuito in maniera sostanziale alle operazioni militari, di sicurezza e d’addestramento in territorio afghano. Nonostante il previsto ritiro di gran parte del contingente straniero entro il 2014, è altamente probabile il mantenimento di personale militare dell’Alleanza Atlantica e degli Stati Uniti, in base alla cosiddetta Resolute Support Mission, avendo come obiettivo principale una minima continuità nel perseguimento degli obiettivi strategici della missione iniziale. Una soluzione che vedrebbe coinvolta anche l’Italia. In vista di questo probabile ulteriore impegno e per comprendere la situazione attuale, appare dunque necessario soffermarsi su molteplici aspetti caratterizzanti l’Af-Pak. Considerati gli stretti legami tra Afghanistan e Pakistan ed utilizzando un metodo interdisciplinare, l’obiettivo principale è volto a una comprensione generale delle cause di carattere storico, sociale, etnico e geografico dell’attuale fase di estrema incertezza dell’area. Il presente libro, in quanto parte integrante del Programma di ricerca dell’IsAG dedicato all’Asia

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meridionale, considera i principali risvolti strategici connessi all’India, dati i legami storici tra l’Afghanistan e il Subcontinente e il ruolo preponderante che Nuova Delhi potrebbe assumere nei prossimi anni nel Paese. Analizzando, inoltre, l’importanza strategica dell’Af-Pak sono approfonditi altri aspetti legati agli interessi di diversi attori, su tutti Stati Uniti, Cina, Russia, Iran e Arabia Saudita. Prima di tutto è necessario però comprendere perché si utilizza la particolare denominazione “Af-Pak”. Il termine “Af-Pak” (o “AfPak”) è un neologismo prettamente giornalistico la cui origine è legata ai circoli di strategia politica e ai think tank connessi all’ambiente della politica estera statunitense per indicare l’Afghanistan e il Pakistan come due Paesi facenti parte di un unico teatro di operazioni militari e strategiche. Questo particolare approccio ai due Stati asiatici è stato teorizzato e messo concretamente in pratica durante l’Amministrazione Obama, ma l’utilizzo ufficiale del termine è stato interrotto dal governo degli Stati Uniti nel 2010. La singola situazione militare e politica di Kabul e Islamabad richiederebbe dunque un approccio particolare da parte delle nazioni impegnate nelle operazioni militari, ma in generale anche per la situazione successiva che si materializzerà una volta che l’ISAF si sarà ritirata dall’Afghanistan. Inoltre, Washington ha come obiettivo strategico futuro l’inserimento dell’Asia meridionale e centrale all’interno di un’architettura economico-commerciale a guida statunitense, il progetto della cosiddetta “Nuova Via della Seta” che collegherebbe queste aree al “Grande Medio Oriente” e all’Europa. In questo senso è quindi necessario considerare Afghanistan e Pakistan come due entità statali strettamente interconnesse. I motivi alla base di questa concezione geopolitica sono legati a questioni di carattere storico, geografico ed etnico. Il Pakistan ha sempre valutato l’Afghanistan come un territorio strategicamente importante in funzione principalmente anti-indiana, ma anche un’area per favorire la propria influenza in Asia centrale e i commerci con i Paesi di questa regione. Islamabad ha avuto nel corso della Guerra Fredda, ma soprattutto a partire dagli anni ’90, un ruolo

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Premessa

attivo nell’influenzare direttamente o indirettamente la politica interna del vicino. Oggi gli Stati Uniti sono ben consci che la stabilizzazione futura dell’Afghanistan è strettamente connessa alla stessa politica interna ed estera del Pakistan ed è per questo motivo che gli ultimi anni hanno registrato un’accresciuta attenzione da parte di Washington nei confronti di quest’ultimo Paese. Il successo dell’azione in Afghanistan, secondo diversi think tank statunitensi, dipenderebbe dunque dal tipo d’approccio utilizzato anche nei confronti del Pakistan1. Lo scrittore ed etimologista Michael Quinion ha sostenuto che il termine “Af-Pak” sia stato pubblicamente utilizzato per la prima volta all’inizio del mese di febbraio 2009, in un discorso pronunciato durante la conferenza sulla sicurezza a Monaco, l’8 febbraio 2009, dal diplomatico statunitense Richard Holbrooke, a quel tempo appena nominato Inviato speciale per l’Afghanistan e il Pakistan dal Presidente Obama. In particolare Holbrooke affermò: «Prima di tutto, chiamiamo sovente il problema Af-Pak, come unione di Afghanistan-Pakistan. Questo non è solamente uno sforzo per salvare otto sillabe. È un tentativo per indicare e imprimere nel nostro DNA che c’è un unico teatro di guerra, a cavallo tra un mal definito confine, la Linea Durand, e che sul lato occidentale di questo confine la NATO e le altre forze sono in grado di operare. Sul lato orientale, c’è il territorio sovrano del Pakistan. Ma è sul lato orientale di questo mal definito confine che si trova il movimento terrorista internazionale2». Il termine però, come si evince dalle parole di Holbrooke, era già in uso nei circoli accademici e strategici statunitensi. Lo stesso diplomatico lo utilizzò nel febbraio 2008: «Esiste un teatro di guerra, che chiamerei Af-Pak, con due fronti – uno 1 PAKISTAN PROJECT REPORT, Pakistan on the Edge, “Institute for Defence Studies and Analyses”, New Delhi, December 2012, pp. 83-86. 2 M. QUINION, Af-Pak, http://www.worldwidewords.org/turnsofphrase/tp-afp1.htm.

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orientale e uno occidentale. […] Credo che potremmo guardare indietro di dieci anni da ora e sostenere che l’Af-Pak fosse maggiormente importante per la nostra sicurezza nazionale dell’Iraq3». Il termine è diventato d’uso comune negli ambienti connessi alla politica internazionale e nei think tank, non solo nordamericani. In sostanza ha reso possibile la comprensione che il problema della stabilizzazione afghana è strettamente legato al Pakistan e che soprattutto il fenomeno dell’estremismo religioso di matrice islamica rappresenta una questione comune ai due Stati, malgrado esistano delle sfumature diverse. Per decenni i Paesi confinanti con l’Afghanistan hanno svolto un ruolo di primo piano nel tentare d’influenzare la politica interna afghana. Diversi gruppi etnici, come Uiguri, Tagiki, Uzbeki, Pashtun così come altre organizzazioni islamiche radicali hanno utilizzato il territorio afghano come base per la formazione dei militanti o per l’azione diretta contro il contingente internazionale. L’importanza dell’influenza pakistana sull’Afghanistan è rappresentata ad esempio dall’attivismo di diversi gruppi estremisti operanti nelle province occidentali del Pakistan, ovvero Khyber Pakhtunkhwa, Federally Administered Tribal Areas (FATA) e Belucistan. Il Pakistan, dopo la sconfitta del 1971 nella Terza guerra indo-pakistana, ha cercato nel corso degli ultimi decenni di assicurarsi una certa influenza su Kabul, in modo tale da avere un vantaggio strategico lungo il proprio confine nord-occidentale nel caso di un conflitto con l’India e di una conseguente invasione da oriente. Inoltre, potendo ipoteticamente contare al di là del confine occidentale su un governo amico e controllabile, il Pakistan potrebbe concentrarsi maggiormente verso il proprio confine orientale e ostacolare l’aumento dell’influenza indiana nella regione. Secondo diversi analisti, il problema legato al Kashmir sarebbe l’elemento base che ha portato il Pakistan a sostenere nel corso degli anni differenti gruppi radicali, come 3 H. COOPER, Choosing Wich War to Fight, “New York Times”, February 24th, 2008, http://www.nytimes.com/2008/02/24/weekinreview/24cooper.html?_r=0.

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Premessa

ad esempio i Talebani4. Non esiste solamente la minaccia indiana, visto che diversi governi pakistani hanno sfruttato l’estremismo islamico per sconfiggere il nazionalismo interno, dei Pashtun e dei Beluci, così come le loro ambizioni in Afghanistan e Kashmir. Inoltre, a partire dall’invasione sovietica nel 1979 migliaia di Pashtun e altri gruppi etnici provenienti dal territorio afghano si sono riversati in Pakistan, in particolare nelle province occidentali. Lungo le FATA, assieme al rafforzamento di diversi sodalizi radicali islamici, è aumentato il commercio della droga e di armi, che è stata per anni una delle principali attività di molti Pashtun5. I partiti islamici estremisti pakistani assieme alle autorità religiose hanno aperto nei pressi dei campi profughi dei rifugiati afghani diverse madrase, una delle fonti principali per il successivo emergere dei Talebani e di altri gruppi di militanti operanti in Asia centrale e meridionale. Questi campi furono utilizzati per l’addestramento dei gruppi radicali che dovevano compiere operazioni nel Kashmir controllato dall’India e nel resto del territorio indiano, una forza utilizzata in due modalità differenti: per colpire direttamente l’India e successivamente avere una maggiore capacità di negoziazione con Nuova Delhi, disponendo del controllo di queste organizzazioni6. In questo senso dunque, il confine che divide Afghanistan e Pakistan non è mai esistito ed è uno dei motivi per cui molto spesso si sostiene che il destino dei due Paesi sia interdipendente. Uno dei problemi attuali del Pakistan però, come osserveremo dettagliatamente nel corso del volume, è che il radicalismo si è trasformato probabilmente in un boomerang, essendo i diversi gruppi ormai quasi fuori controllo, tanto da riversare le loro operazioni non solamente contro le istituzioni afghane o indiane, ma anche contro quelle pakistane. Il pericolo maggiore, 4 T. H. JOHNSON, M. C. MASON, Understanding the Taliban and Insurgency in Afghanistan, “Orbis: A Journal of World Affairs”, Vol. 51, No. 1, Winter 2007, p. 82. 5 Ibid. 6 O. N. MEHROTRA, Madrasa in Pakistan: The Chief Promoter of Islamic Militancy and Terrorism, “Strategic Analysis – Institute for Defence Studies and Analyses”, New Delhi, February 2000.

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vista l’attuale situazione di estrema violenza che caratterizza l’Af-Pak, è che questi gruppi di militanti islamici abbiano libero accesso alle installazioni nucleari pakistane7. Il termine “Af-Pak” è stato fortemente criticato, soprattutto negli ambienti militari del Pakistan, dove non è ben vista la comparazione con il più piccolo Stato afghano. Come sostenuto dal giornalista pakistano Saeed Shah sul “The Guardian”, la Comunità Internazionale ha da sempre associato il Pakistan all’India, e Islamabad ha costantemente cercato una sorta di competizione con il vicino indiano. Tutto ciò perché il Pakistan, assieme al Bangladesh, era parte integrante dell’India fino alla partizione del 1947 e i Pakistani non si sono mai raffrontati con gli Afghani nella stessa maniera che avviene con gli Indiani. Il giornalista pakistano ha sostenuto dunque che il termine “Af-Pak” indicherebbe una sorta di visione diplomatica semplificata, relegando il Pakistan assieme al suo vicino afghano in una certa posizione “inferiore”, mentre l’India verrebbe lodata come una potenza emergente8. Lo stesso ex Presidente pakistano Pervez Musharraf ha criticato il termine in un’intervista al “Der Spiegel”: «Sono totalmente contrario al termine “Af-Pak”. Non sostengo l’utilizzo di questo termine per due ragioni: la prima è che questa strategia pone il Pakistan allo stesso livello dell’Afghanistan. Non lo siamo. L’Afghanistan non ha un governo e il Paese è completamente destabilizzato. Il Pakistan non lo è. La seconda, ed è molto più importante, è che esiste l’elemento indiano all’interno dell’intero gioco. Esiste la lotta armata in Kashmir, senza la quale elementi estremisti come la Lashkar-e-Toiba non esisterebbero9». 7 V. SAIGHAL, There Is No End Game in Afghanistan, January 19th, 2013, http:// www.vinodsaighal.com/a35.html. 8 S. SHAH, Pakistan Pushes U.S. for Nuclear Technology Deal, “The Guardian”, March 22nd, 2010, http://www.guardian.co.uk/world/2010/mar/22/pakistan-usnuclear-technology-deal. 9 S. KOELBL, B. SANDBERG, “Spiegel” Interview with Pervez Musharraf: Obama ‘Is Aiming at the Right Things’, “Spiegel Online”, June 7th, 2009, http://www.spiegel.

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Premessa

La classe dirigente indiana e al tempo stesso i circoli legati alla politica internazionale di Nuova Delhi osservano naturalmente con favore la visione strategica statunitense che unisce l’Afghanistan al Pakistan, individuando soprattutto nell’azione di quest’ultimo la causa primaria della situazione di destabilizzazione lungo l’Hindu Kush. Tuttavia, l’India non intende associare la questione afghana a quella kashmira, malgrado l’Amministrazione Obama abbia cercato all’inizio del proprio mandato nel 2009 di legare il problema del Kashmir all’Af-Pak. La tesi centrale di questo volume è che gran parte delle problematiche legate al teatro afghano sono collegate alle dinamiche dei rapporti AfghanistanPakistan-India, le quali naturalmente coinvolgono anche le storiche e comuni rivendicazioni sul Kashmir, una parte del quale è controllato anche dalla Cina. A questo proposito, come non citare l’auspicio del primo ministro indiano Manmohan Singh: «Sogno di un giorno durante il quale, pur mantenendo le nostre rispettive identità nazionali, si possa fare colazione ad Amritsar, pranzare a Lahore e cenare a Kabul. Questo è il modo in cui i miei antenati vivevano. Questo è il modo in cui dovrebbero vivere i nostri nipoti10». Per i diversi motivi ricordati, ma soprattutto per il malcontento pakistano, a partire dal gennaio 2010, l’Amministrazione statunitense ha interrotto ufficialmente l’uso del termine, anche se esso è a tutti gli effetti entrato a far parte del lessico geopolitico a livello mondiale. Per citare due esempi concreti, basta fare riferimento al The Obama’s War, la serie tematica del “Washington Post” relativa alla guerra nell’AfPak, mentre la rivista “Foreign Policy” ha predisposto un canale multimediale esclusivamente dedicato ai due Paesi, chiamato The AfPak Channel. de/international/world/spiegel-interview-with-pervez-musharraf-obama-is-aiming-atthe-right-things-a-628960.html. 10 Breakfast in Amritsar, lunch in Lahore, hopes PM, “The Hindu”, January 9th, 2007, http://www.hindu.com/2007/01/09/stories/2007010904590100.htm.

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In base a queste considerazioni generali, il libro è dunque strutturato nel seguente modo. Il primo capitolo, L’Af-Pak: profilo etnografico e storico, analizza i motivi per cui Afghanistan e Pakistan sono due Paesi dal destino sostanzialmente intrecciato. In questo senso sono prese in considerazione la situazione etnolinguistica dell’area con alcune dinamiche recenti di carattere etnico; infine, i motivi storici che hanno portato all’attuale situazione di estrema violenza, connessa principalmente a una particolare visione della religione islamica. Il secondo capitolo, L’Afghanistan e le relazioni indo-pakistane, si sofferma sugli interessi indiani in Afghanistan e su come il conflittuale rapporto indo-pakistano influenzi decisamente la situazione afghana. In questo senso vengono spiegati i motivi strategici che hanno portato Islamabad a considerare l’Afghanistan un territorio da “utilizzare” in funzione anti-indiana. Il terzo capitolo, L’importanza strategica dell’Af-Pak. Il caso dei gasdotti, sottolinea il grande valore strategico dell’area per diversi attori regionali e globali, essenzialmente come ponte di collegamento energetico e commerciale che potrebbe unificare diverse regioni asiatiche. In questo caso sono forniti differenti esempi di condotte trasportanti gas naturale, ma non solo, in modo tale da comprendere l’importanza politica dell’Af-Pak nell’attuale contesto regionale e la competizione in corso per influenzare Kabul e Islamabad. Il quarto capitolo, L’Af-Pak e il contesto regionale: possibili scenari futuri, osserva le prospettive dell’evolversi della situazione. In primo luogo vengono considerati i possibili scenari dei prossimi anni legati all’Afghanistan. A questo proposito sono stati analizzati: il dialogo avviato con i Talebani, chi sono i promotori, i motivi che stanno dietro questa scelta e quali conseguenze potrebbero esserci per la regione; la prospettiva indiana; gli interessi degli Stati Uniti; il possibile dialogo indo-russo-cinese sull’Afghanistan e il ruolo dei Paesi centro-asiatici. La seconda parte della sezione è dedicata al futuro pakistano e in particolare ai seguenti fattori: il dialogo con i Talebani pakistani; il potenziale smembramento del Paese sulla base

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Premessa

delle direttrici etnolinguistiche; le relazioni future con Stati Uniti e Cina; la prospettiva dell’India; gli scenari futuri d’Islamabad connessi alle dinamiche delle relazioni India-Pakistan-Iran-Arabia Saudita. Il capitolo è concluso da un esame delle possibili minacce derivanti dall’ascesa di una particolare forma di wahhabismo nell’Af-Pak e nella regione circostante. Il libro termina l’analisi sulla situazione contemporanea dell’Af-Pak con le Conclusioni, nel corso delle quali vengono ricordati in sintesi i principali punti che si ritiene debbano essere presi in considerazione per favorire la stabilità dell’Af-Pak e dell’Asia meridionale.

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Capitolo 1 Af-Pak: profilo etnografico e storico

1.1 La situazione etnolinguistica dell’Af-Pak Un elemento basilare che porta Afghanistan e Pakistan ad essere strettamente connessi riguarda non solamente la comunanza religiosa, ma soprattutto la situazione etnografica dei due Paesi. Da questo punto di vista, infatti, il confine rappresentato dalla cosiddetta Linea Durand appare inesistente. Questa demarcazione artificiale venne stabilita nel 1893 in seguito all’accordo tra Mortimer Durand, Segretario degli affari esteri del Raj britannico, e l’emiro afghano Abdur Rahman Khan, in modo tale da fissare i limiti delle rispettive zone d’influenza dopo le prime due guerre anglo-afghane (1839-42 e 1878-80). Oggi l’Afghanistan non riconosce questo confine, sostenendo che la popolazione pashtun abitante i territori del Pakistan dovrebbe essere unita a quella residente nelle province afghane11. Secondo la pubblicazione Afghanistan Index predisposta dal think tank “Brookings Institution”, l’etnia maggioritaria del Paese è quella pashtun (inclusi i Kuchi), rappresentante circa il 42% degli Afghani. I Tagiki sono il secondo gruppo, il 27% della popolazione, seguiti dagli Hazara (9%), Uzbeki (9%), Aimak (4%), Turkmeni (3%), Beluci (2%) e altri gruppi minoritari (Nuristani, Pashai, Pamiri, Kirghizi, Arabi e Gurjar, 4%)12. I diversi gruppi etnici dell’Afghanistan, i quali si 11 S. ABRAHIMKHIL, Karzai: Afghanistan Never Recognised the Durand Line, “Tolonews”, May 4th, 2013, http://www.tolonews.com/en/afghanistan/10381-karzaiafghanistan-never-recognised-the-durand-line. 12 I. S. LIVINGSTON, M. O’HANLON, Afghanistan Index, “Brookings”, December 13th, 2012, p. 18. THE ASIA FOUNDATION, Afghanistan in 2012. A Survey of the

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contraddistinguono al loro interno per ulteriori differenze di carattere sociale, linguistico e religioso, possono essere definiti come entità le cui componenti sono unite da comuni legami di tipo linguistico, culturale, identitario e sociale.

I Pashtun, circa 13 milioni di abitanti, rappresentano il gruppo etnico più importante dell’Afghanistan. Secondo l’organizzazione “Minority Rights Group International” (MRG) sono storicamente la componente più influente del Paese dal punto di vista politico, così come gli storici fondatori della monarchia afghana nel 174713. I Pashtun risiedono prevalentemente nelle province meridionali e orientali dell’Afghanistan e sono in maggioranza musulmani sunniti. Afghan People, 2012, p. 182. 13 W. LAMER, E. FOSTER, Afghan Ethnic Groups: a Brief Investigation, “CivilMilitary Fusion Center”, August 2011, p. 2, https://www.cimicweb.org/Documents/ CFC%20AFG%20Social%20Well-being%20Archive/CFC_Afg_Monthly_Ethnic_ Groups_Aug2011%20v1.pdf. Pashtuns, “World Directory of Minorities and Indigenous People”, http://www.minorityrights.org/5433/afghanistan/pashtuns.html.

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Capitolo 1. Af-Pak: profilo etnografico e storico

Esistono cinque grandi confederazioni di Pashtun: Durrani, Ghilzai, Karlanri, Sarbani e Ghurghuscht, le quali sono a loro volta suddivise in ulteriori diverse comunità. I Durrani e i Ghilzai sono considerati i due gruppi più influenti tra i Pashtun e lo stesso attuale Presidente dell’Afghanistan, Hamid Karzai, proviene da una comunità di Durrani, precisamente dal sottogruppo dei Popalzai. La maggioranza dei Talebani è invece appartenente al gruppo etnico pashtun dei Ghilzai, mentre altre componenti sono legate ai Ghurghuscht14. La struttura sociale dei Pashtun è basata sul codice Pashtunwali dell’onore e del comportamento. Secondo lo MRG i princìpi e i valori fondamentali dei Pashtun sono l’ospitalità, la protezione degli ospiti, la difesa della proprietà, l’onore familiare, la vendetta in caso di offesa o uccisione di un famigliare e la difesa dei parenti di sesso femminile15. Nonostante i Pashtun abbiano dominato costantemente la scena politica afghana non hanno mai formato un omogeneo partito politico capace di superare le divisioni interne. Secondo le ricerche del think tank “Tribal Analysis Center” (TAC), le rivalità tra i diversi sottogruppi, nonché le interferenze negli affari delle altre comunità della stessa etnia, hanno da sempre caratterizzato la storia delle dinamiche di gruppo dei Pashtun16. Un dato di rilievo per comprendere la situazione politica ed etnografica dell’Af-Pak è che circa 27 milioni di Pashtun, chiamati anche Pathani, risiedono in Pakistan. Qui rappresentano grosso modo il 15% della popolazione, il secondo gruppo etnico del Paese, ed abitano principalmente la provincia di Khyber Pakhtunkhwa e le FATA, a ridosso dunque della Linea Durand, ma anche le principali città pakistane, come Peshawar, Quetta, Rawalpindi, Islamabad, Lahore e Karachi. In Pakistan gli interessi dei Pashtun sono tradizionalmente perseguiti dal partito Awami National Party (ANP). 14 W. VOGELSANG, The Afghans, Blackwell Publishers, Oxford (VK) en Malden (Massachusetts), 2008. T. H. JOHNSON, M. C. MASON, Understanding the Taliban and Insurgency in Afghanistan, cit., p. 74. 15 Pashtuns, “World Directory of Minorities and Indigenous People”, cit. 16 TRIBAL ANALYSIS CENTER, Pashtun Tribal Dynamics, October 2009, http:// www.tribalanalysiscenter.com/PDF-TAC/Pashtun%20Tribal%20Dynamics.pdf.

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Le etnie dell’Afghanistan17.

POPOLAZIONE (in milioni)

TOTALE 32,6

ETNIE Pashtun Tagiki Hazara Uzbeki Aimak Turkmeni Beluci Altri (Nuristani, Pashai, Pamiri, Kirghizi, Arabi e Gurjar)

13,7 (42%) 8,8 (27%) 2,9 (9%) 2,9 (9%) 1,3 (4%) 1,0 (3%) 0,7 (2%) 1,3 (4%)

Un importante sottogruppo etnico dei Pashtun è quello dei Kuchi, originari delle province meridionali ed orientali dell’Afghanistan, la cui maggioranza appartiene alla confederazione tribale dei Ghilzai. Nel 2008 un articolo della “Integrated Regional Information Network” (IRIN) ha riportato che l’Afghan Independent Directorate of Kuchi Affairs (IDKA) stimava che la popolazione dei Kuchi afghani oscillasse all’incirca tra i 2 e i 3 milioni di abitanti18. “Kuchi” significa in lingua dari “nomade”. I Kuchi sono infatti tradizionalmente una popolazione nomade all’interno del territorio afghano in cerca di acqua, cibo e terra per il pascolo del proprio bestiame. Il gruppo più importante della popolazione kuchi, ormai sedentario, si trova nelle province nord-occidentali dell’Afghanistan, in un’area tradizionalmente abitata dai gruppi etnici uzbeki e tagiki. Secondo lo MRG, il regime talebano, supportando i Kuchi per la comune appartenenza all’etnia 17 I. S. LIVINGSTON, M. O’HANLON, Afghanistan Index, cit., p. 18. 18 INTEGRATED REGIONAL INFORMATION NETWORK, Afghanistan: Kuchi Nomads Seek a Better Deal, February 18th, 2008, http://www.irinnews.org/ Report/76794/AFGHANISTAN-Kuchi-nomads-seek-a-better-deal.

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Capitolo 1. Af-Pak: profilo etnografico e storico

pashtun, li ha incoraggiati a spostarsi e insediarsi in alcuni territori già abitati precedentemente da altre etnie. Attualmente la maggiore attività dei Kuchi sedentari è quella legata all’agricoltura. I gruppi di Kuchi che persistono negli spostamenti di carattere nomade si trovano principalmente nel Registan, la regione desertica nel sud dell’Afghanistan situata tra le province di Helmand e Kandahar. La fonte di sostentamento primaria di questi gruppi è connessa alle attività pastorizie. Gli spostamenti dei Kuchi hanno generato nel corso degli ultimi anni tensioni e scontri tra i diversi gruppi etnici principalmente per motivi legati ai diritti di proprietà. Nel maggio 2010 a Behsud, un centro abitato nei pressi di Kabul, vi sono stati violenti scontri tra i Kuchi e gli Hazara. Secondo “Afghanistan Analysts Network” (AAN) numerose abitazioni di Hazara vennero abbattute e diversi abitanti di quest’ultimo gruppo etnico furono uccisi o costretti ad abbandonare la città. Allo stesso tempo però i Kuchi rappresentano il gruppo più povero e maggiormente esposto alla violenza. Gli scontri interetnici degli ultimi decenni, alcuni periodi di siccità (1971-72 e 1998-2002) e la modernizzazione dei sistemi di trasporto interni hanno causato delle gravi difficoltà ai Kuchi. Tra il 1998 e il 2002 questo gruppo etnico ha perso il 75% del proprio bestiame e ha visto aumentare le difficoltà negli spostamenti a causa del blocco migratorio da parte dei signori della guerra locali, i quali hanno iniziato a richiedere tasse più alte per le migrazioni interne e l’uso delle terre19. Esiste una piccola minoranza di Kuchi anche in Pakistan, essi si trovano principalmente a Karachi e nella provincia del Sindh.

19 F. FOSCHINI, The Kuchi-Hazara Conflict, Again, “Afghanistan Analysts Network”, May 27th, 2010, http://aan-afghanistan.com/index.asp?id=764.

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Afpak - La sfida della stabilità