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Il settimanale libero di www.iltuoforum.net Numero 16 - Lunedì, 5 Dicembre 2011

Patet exitus: si pugnare non vultis, licet fugere Panoramica storica sul suicidio Il dibattito sul suicidio ha visto coinvolti nel corso della storia numerosi filosofi e pensatori. La liceità o meno dell’usare violenza contro di sé, ed eventualmente in quali circostanze l’uso della violenza trovi una propria motivazione etica fu oggetto di dibattito filosofico fin dalla Grecia antica. Platone nel suo Fedone dice, per bocca di Socrate: “Non è lecito all’uomo sostituirsi al volere degli dei”. Secondo Platone la non liceità del suicidio deriva dall’essere sulla terra come il soldato di un posto di guardia, posto dal quale non possiamo allontanarci senza averne il permesso. Sempre Platone afferma la non disponibilità della vita, che è affidata agli dei ai quali si deve lasciare totale arbitrio. L’uomo è subordinato al

loro volere e privo del diritto di autodeterminazione della morte. Lo stesso Platone però, più avanti negli anni, nelle Leggi,

postula tre evenienze in cui si può eccepire al divieto del suicidio: se questo è ordinato dallo Stato, per irreparabile ignominia o per un’insopportabile disgrazia. Nell’ Etica Nicomachea aristoteliana il suicidio è condannato non solo come atto di viltà, ma anche come crimine vero la polis. L’individuo è parte della società e non può, suicidandosi, sottrarsi ai doveri che gli derivano dall’appartenenza alla polis, a

Il dibattito su www.iltuoforum.net Diamo spazio alle opinioni di tutti

meno che non sia la città a chiedergli il suo sacrificio. Gli stoici hanno una concezione decisamente tollerante circa la possibilità di porre fine liberamente alla propria vita, purchè il suicidio sia attuato in precise circostanze. Per gli stoici la vita è solo il presupposto dell’agire etico sintetizzato nel “Patet exitus: si pugnare non vultis, licet fugere”. Desperata salus, il non ritenere più possibile la salvezza, necessitas, l’essere costretti al suicidio per ordine o coazione (mors iussa o mors coacta), furor o suicido per follia, dolor nelle forme di impatienta doloris o valetudinis, ovvero per malattia fisica o mentale, pudor ovvero per vergogna, execratio o suicidio per vendetta, mala coscientia ossia suicidio per senso di colpa, tedium vitae nell’anziano, per dolore fisico intollerabile come avviene nell’inpatientia, per devozione e fedeltà come nelle devotio e fides, o per iactation termine con


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cui si indicava raramente il suicidio filosofico erano comunemente accettati come motivazioni al suicidio. La categorica condanna al suicidio si diffonde insieme al Cristianesimo prima con Agostino d’Ippona, per estensione del V comandamento – non uccidere – e successivamente da Tommaso d’Aquino nel Summa Theologiae, come gesto diretto contro la naturale tendenza all’autoconservazione, contro la società a cui appartiene il singolo, contro il dono divino della vita. Il suicidio acquisisce la connotazione del crimine, e si passa dalla condanna del peccatore alla sua criminalizzazione, tanto che in mancanza del reo a cui fare scontare una condanna ci si accanisce contro il suo cadavere e la sua tomba, in una serie lunghissima di vilipendi. La trattazione del suicidio vedeva però già nel Rinascimento contrapporsi a questa visione etico-religiosa un approccio di carattere medico che pur www.iltuoforum.net

mantenendo al suicidio in sé un carattere demoniaco mitigava la colpa del suicida in quanto privo per vizio di mente della volontarietà di suicidarsi. E’ proprio nel Rinascimento, seppure spesso col carattere di una doppia morale (una inflessibile che condannava il suicidio delle classi povere e una che invece tendeva a occultare e a mitigare la responsabilità dei suicidi appartenenti al clero o alla nobiltà), che vengono ripresi quei concetti di malattia già dibattuti da Aristotele, Celso, Galeno, Ippocrate. Da questa dibattito si sollevavano voci a favore di un atteggiamento di maggiore pietà e comprensione per il suicida. L’Illuminismo criticò la durezza delle leggi che colpivano il suicida e la sua famiglia, arrivando a giustificarne alcune circostanze, riprendendo in parte l’etica degli stoici, e rivendicando il possesso della propria vita contro il dispotismo di Dio o dello Stato. Il dibattito si svolse in gran parte attraverso opere romanzate in cui la le prese di posizione avvengono per bocca dei personaggi (vedi

ad esempio I dolori del giovane Werther). Con lo sviluppo delle scienze sociologiche e della psicologia il suicidio diventa una risposta fortemente condizionata se non addirittura coatta a un dolore senza rimedio e senza uscita, un percorso di comprensione che è ancora in corso, che si propone di analizzare quello che resta comunque una decisione multifattoriale e per molti versi incomprensibile, che lascia solo marginalmente aperto lo spiraglio della volontarietà dell’uomo.

Fulvia

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Schadenfreude Cattiverie italo-tedesche, da Schnellinger a Berlusconi

di Florian Schadenfreude, ovvero il “piacere provocato dalla sfortuna dell’altro”, non è solo uno di quei termini intraducibili nella nostra lingua tipici del vocabolario tedesco, ma anche quello che più sottintende il difficile rapporto tra Italia e Germania. Una relazione spesso proficua, ma tormentata da stereotipi duri a morire, che hanno trovato nuova linfa negli ultimi decenni. Dalla riunificazione delle due Germanie all’avvento in Italia di Silvio Berlusconi è possibile parlare di una “estraniazione strisciante” tra questi due Paesi che non riescono più a comprendersi forse perché da tempo hanno smesso di parlarsi. Le polemiche di questi giorni che dividono l’opinione pubblica italiana da quella tedesca in merito all’Unione Europea, i debiti nazionali e gli eurobonds stanno rinforzando i detrattori dell’asse italo-tedesco, particolarmente agguerriti, nei www.iltuoforum.net

rispettivi Paesi. La polemica fra Italia e Germania è di lunga data e trova la sua ragion d’essere in una contrapposizione sia culturale che storica. Quella culturale riguarda il contrasto tra latinità e germanesimo che si può far risalire a Tacito. Quella storica invece si avvale del risentimento italiano per la lunga dominazione di popoli di lingua tedesca e per le due guerre mondiali che hanno visto i due Paesi contrapposti. E’ inutile dire che nel secondo di questi conflitti l’alleanza nazi-fascista, subìta più che accettata dalla popolazione italiana, ha sparso molto sale su di una ferita da tempo aperta. Nel dopoguerra, che per molti versi ha rappresentato da ambo le parti il tempo dell’oblio, Italia e Germania (Federale) si sono trovate dalla stessa parte nella ricostruzione e nella Guerra Fredda e attorno al mito dell’unificazione europea si è creato un nuovo clima positivo tra le rispettive classi dirigenti. Tuttavia il pregiudizio dell’uomo comune era tanto resistente ed indifferente ai doveri della realpolitik che si è conservato piuttosto bene ancora oggi ed è giusto che il nostro breve viaggio

sulle cattiverie italo-tedesche parta proprio da qui. Un diffuso luogo comune vuole gli italiani stimare i tedeschi ma non amarli, e i tedeschi amare gli italiani senza stimarli. Per gli italiani che non hanno mai visitato la Germania e ancor più quelli che in Germania ci sono andati per lavorare costretti, il tipico tedesco è un personaggio efficiente quanto ottuso e privo del naturale calore latino. Viceversa, per un tedesco che non abbia mai oltrepassato a sud le Alpi o per chi solitamente lo fa d’estate per stabilirsi in una delle tante località balneari della nostra penisola, l’italiano medio è persona tanto amabile quanto disorganizzata. Già il sommo Goethe al termine del suo viaggio in Italia annotava: “Cerchi invano la probità tedesca; qui c’è vita e animazione, non ordine e disciplina; ciascuno pensa solo a sé e diffida degli altri, e i reggitori dello Stato, anche loro, pensano a sé soli.” Fin qui siamo ancora al riparo del savoir faire. Quando invece gli animi si surriscaldano, e non Pagina 3


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accade di rado, allora il tedesco per l’italiano diventa subito un sadico nazista e l’italiano per il tedesco un perfido mafioso. Nazismo e mafia: bisogna ammettere che, malgrado gli sforzi sinceri e ammirevoli degli ammiratori reciproci, la “pancia” dei due popoli ragiona ancora così. Ce ne siamo accorti bene quando il nostro premier Berlusconi, al Parlamento europeo, toccato sul vivo in merito a giustizia e conflitto d’interessi, ha replicato al deputato tedesco dell’SPD Martin Schulz con queste parole: “So che in Italia stanno girando un film sui lager nazisti. La proporrò per il ruolo di Kapò”. Pessima gaffe. E a nulla è valsa l’indignazione di tanti italiani una volta tanto solidali con un crucco. Perché in Germania, contrariamente a quanto pensano molti di noi, Silvio Berlusconi rappresenta il tipico esempio di “arci-italiano”, in possesso di tutte le caratteristiche negative con cui si usa malignamente tratteggiare il nostro popolo: “scaltro e invadente, chiassoso e inaffidabile, un amorale utilitarista che si crede al di www.iltuoforum.net

sopra del diritto e della legge”. (1) Tre anni più tardi la rivista tedesca Der Spiegel rendeva la pariglia ripubblicando malignamente, in occasione dei Campionati del mondo alle porte, la vecchia copertina con la pistola sul piatto di spaghetti. Che se nel ’77 voleva alludere al nostro terrorismo, nel 2006 l’intento era quello di dipingere i nostri azzurri come capaci di vincere coi soliti trucchetti.

Italia-Germania, infinita

la

partita

Da quando gli europei hanno smesso di farsi la guerra è il gioco del calcio il teatro privilegiato dei campanilismi, il solo evento in cui è considerato lecito far risuonare i tamburi dell’orgoglio patriottico. E questo in special modo per Italia e Germania dove il nazionalismo è diventato nel dopoguerra un tabù politico e persino culturale. L’artefice della rivalità italotedesca sul tappeto verde fu, suo malgrado, un oscuro terzino tedesco, Karl-Heinz Schnellinger,

che per ironia della sorte giocava allora in una squadra italiana, il Milan. Quando centrò quasi per sbaglio la porta del nostro Albertosi, all’ultimo minuto della semifinale dei Mondiali del ’70 i suoi compagni italiani gliene dissero di tutti i colori. Con una vigorosa partita difensiva l’Italia stava infatti portando a casa senza troppi patemi d’animo una striminzita vittoria per uno a zero che significava pur sempre la finalissima col Brasile di Pelè. Ed ecco che un piede certamente non sopraffino rimetteva tutto in gioco portando le squadre ai supplementari. Supplementari che, come oggi tutti sanno, faranno di quella partita una leggenda e daranno modo agli italiani, alla fine vincenti con un rocambolesco quattro a tre, di prendersi più volte sul rettangolo di gioco quelle soddisfazioni che in misura assai maggiore arridevano ai tedeschi nella vita di tutti i giorni. Quella mitica giornata sportiva diede infatti inizio ad una serie di rivincite che la piccola Italia calcistica poteva prendersi sulla grande Germania economica. Vennero infatti la vittoria “mundial” di Spagna ’82 e l’ultima, beffarda, a Berlino 2006 che permise agli azzurri, Pagina 4


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sempre in semifinale e sempre ai supplementari, di superare i panzer per sistemare quindi i conti in finale con la Francia. Ma se esiste una mitologia dei vincitori ne esiste anche un’altra, non meno efficace, a disposizione degli sconfitti. Le vittorie dell’Italia calcistica sulla Germania sono state considerate dal nostro popolo come la predominanza dell’estro e della fantasia sulla mera forza dei teutonici. Questi ultimi, però, hanno maturato un’opinione piuttosto diversa di come sono andate le cose. C’è una parola che in Germania oltre a dar conto del risultato avverso riesce perfino a nobilitarlo e questa è: “catenaccio”. L’Italia quadricampeon è risultata vincente grazie al famigerato catenaccio, termine oggi un po’ in disuso ma che per decenni ha identificato uno schema di gioco particolarmente “abbottonato” tipico del nostro calcio, considerato scaltro e sparagnino dalle pungenti critiche dell’intera Europa sportiva. Nonostante gli stessi tedeschi non abbiano quasi mai offerto del calcio champagne e nonostante abbiano studiato e assimilato molti aspetti del www.iltuoforum.net

nostro calcio, in pubblico bisognava denigrare il nostro esasperato tatticismo come un classico esempio di antisportività. Vincere all’italiana, ossia in “contropiede”, altra parolaccia, fu considerato a lungo un disonore… specie se ad avvalersene erano gli undici di Valcareggi, di Bearzot o di Lippi. Tuttavia per i tedeschi, gli italiani del calcio, oltre che furbi e fortunati, sono stati a lungo considerati come dei grossi imbroglioni. Una partita che gli italiani non ricordano più, ma che i tedeschi non hanno ancora dimenticato fu quella che oppose l’Inter e il Borussia Moenchengladbach, quella che passò alla storia come la “partita della lattina”. Erano gli ottavi di finale della Coppa dei Campioni anno 1971/72 e a quel tempo il ‘Gladbach era una squadra fortissima che grazie a campioni come Netzer, Vogts e Heynckes rivaleggiava in patria con il Bayern di Beckenbauer, Mueller e Maier. Anche l’Inter era allora una signora squadra, tuttavia, forse perché aveva preso sottogamba l’avversario ancora poco conosciuto all’estero, andò presto in svantaggio. Sull’uno a

due Boninsegna venne colpito da una lattina lanciata dagli spalti tedeschi e allora gli interisti chiesero a gran voce la ripetizione della partita. L’arbitro fece però continuare e il Borussia dilagò su un avversario in crisi di nervi che alla fine rimediò un pesantissimo uno a sette. Dopo di che ci fu una lunga battaglia legale tra le due squadre con quella italiana che pretendeva la ripetizione dell’incontro anche se le regole UEFA non lo prevedevano. Alla fine, grazie ad un cavillo, l’avvocato Prisco riuscì a far ripetere il match e per giunta su campo neutro. L’intera Germania insorse contro gli italiani accusati di comportamento antisportivo, ma alla fine la partita fu rigiocata e terminò con un pareggio che garantì la qualificazione alla squadra italiana. Dinanzi ad un avversario che sembrava vincere le partite in sede legale o con l’ausilio della monetina (Europei ‘68) si stagliava l’immagine eroica dello sconfitto incolpevole, di Sigfrido incarnatosi in Kaiser Franz che, lussatasi la spalla gioca, i supplementari dell’Azteca con il braccio legato al corpo. Mirabile esempio di stoicismo che, Pagina 5


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associato ad un campione di classe ed eleganza assolute, alimenta la leggenda di chi è stato sconfitto ma non vinto. Si ritorna a Tacito, appunto.

Amore all’arrabbiata Abbiamo citato solo alcuni esempi che, dalla politica allo sport, hanno caratterizzato negli ultimi decenni la rivalità fra Italia e Germania. E molti altri ancora se ne potrebbero fare perché come si è detto quella in gioco tra i due Paesi è una partita infinita. Ma sarebbe sbagliato oltre che ingeneroso per chi si prodiga in senso opposto, guardare le relazioni italo tedesche soltanto in chiave negativa. Già nel 1976, in uno dei suoi celebri “viaggi”, Enzo Biagi poteva obiettare ai germanofobi in servizio perenne effettivo che esisteva anche una Germania “buona” di cui era importante parlare, non fosse altro per il suo enorme contributo dato alla civiltà europea e mondiale. Poi venne un Ispettore dai toni pacati e dallo sguardo compassionevole, Stephan Derrick, che ebbe non solo il merito di essere protagonista di www.iltuoforum.net

uno dei più longevi e fortunati telefilms, ma per quel che ci interessa qui riuscì a modificare in misura notevole la percezione dell’uomo tedesco al di fuori dei suoi confini. Gli italiani, e non solo loro, apprezzarono quel personaggio dai modi garbati, “conservatore ma sagace” a detta di Umberto Eco, assolutamente distante dalla stereotipata immagine nazista che Hollywood aveva dei tedeschi consegnato al cinema. Negli anni Duemila fu poi un pilota di Formula 1, Michael Schumacher, a rinsaldare l’amicizia tra italiani e tedeschi grazie alla fantastica esperienza con la Ferrari che ha garantito al team del Cavallino ben cinque titoli mondiali e consecutivi (!) Ed in precedenza due campioni del calcio, Karl-Heinz Rummenigge e Rudi Voeller avevano lasciato splendidi ricordi a Milano e a Roma in virtù della loro umana simpatia pur al seguito d’un’esperienza particolarmente sfortunata. Allo stesso tempo in Germania il rapporto con gli italiani si è visto che può comportare non solo una superficiale simpatia, ma anche il rispetto. Imprenditori

come Luca di Montezemolo, economisti come Mario Draghi e politici come il nostro attuale Presidente del Consiglio Mario Monti sono particolarmente stimati per la loro abilità, competenza e affidabilità. Questo ci dice che il cliché può spiegarci qualcosa ma non tutto. Che la schadenfreude di cui si è discusso non è una particolare forma d’odio e ovviamente nemmeno di amore. Potremmo, con qualche forzatura, e citando il titolo di una delle tante pubblicazioni tedesche filo italiane, identificare questo fenomeno come una sorta di “amore all’arrabbiata”. In fondo Germania e Italia sono nazioni talmente speculari da poter essere felicemente complementari. E quando l’europeismo ha avuto la meglio sul ripiegamento nazionalistico ne hanno guadagnato entrambe. Valga ciò anche d’augurio.

Florian (1) Siamo tedeschi perché non siamo italiani, di Birgit Schoenau, tratto da Limes 4/11 “La Germania tedesca nella crisi dell’euro”. Pagina 6


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Non sono un malato di mente Di Eric Draven

Anders Behring Breivik, l'autore della strage di Oslo del 22 luglio scorso, contesta le conclusioni del rapporto degli psichiatri che lo hanno definito "schizofrenico paranoico" e, pertanto, non penalmente responsabile del massacro di 77 persone. Con un colpo di scena, Breivik - per bocca di uno dei suoi avvocati nega di essere "malato di mente". Il legale ha esaminato per ore buona parte del rapporto con il suo assistito che ha ravvisato "errori, fraintendimenti e frasi fuori contesto".

Non credo sia necessario fare una ricostruzione dettagliata del personaggio Anders Breivik: è negli occhi e nelle menti di tutti noi il ricordo del massacro di www.iltuoforum.net

Utoya. A pochi mesi da allora,ci troviamo in una situazione paradossale: Breivik è pazzo e quindi merita di essere ricoverato a vita in un manicomio giudiziale oppure è un criminale lucido e quindi (secondo la legge norvegese) tra poco più di 20 anni può tornare libero? La questione non è solo squisitamente di diritto o di psichiatria forense, ma anche di scelte politiche. Vogliamo credere che Breivik sia un orco solitario cresciuto e sviluppatosi nell'indifferenza generale, ma che resta sostanzialmente un corpo estraneo alla tollerantissima società norvegese oppure vogliamo considerarlo come la punta di un Iceberg che invece è ben presente nel paese dei fiordi? La scelta degli psichiatri fa propendere per la prima opzione: cerchiamo di capire quali siano le conseguenze di una scelta simile. Considerare Breivik un folle solitario è molto autoassolutorio, per la Norvegia. Significherebbe che il sistema tutto sommato funzione e che

una sola pecora nera non inficia il progetto. Ma significherebbe anche che il sistema di polizia non funziona. Perchè un singolo è stato in grado di progettare e realizzare un massacro senza che nessuno se ne accorgesse. Quindi se ne deduce che i norvegesi sono quantomeno dei superficiali. E che in ogni caso hanno bisogno di più prevenzione. Perchè non condividere questa impostazione? perchè vorrebbe dire che non si è compreso nulla di quanto accaduto a luglio. Breivik sia nei suoi scritti che nelle sue azioni denuncia una lucida determinazione e una notevole capacità organizzativa. Progettare e realizzare un'azione diversiva come la bomba ad Oslo,atta a distrarre la polizia norvegese e farla convergere in città, sguarnendo il vero obbiettivo di Breivik è di solito sinonimo di grande lucidità mentale. Mi piacerebbe capire come ciò sia compatibile con una diagnosia di delirio schizofrenico paranoico. Forse la quantità di odio che emerge dalle sue idee e da ciò Pagina 7


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che

scriveva?

Se così fosse, dovremmo temere di moltissima gente che va in giro per i fora su internet e scrive cose anche più deliranti di quelle di Breivik. Probabilmente l'obiezione principale che viene fatta da chi sostiene la pazzia di Breivik è il fatto che la legge norvegese prevede una pena onestamente ridicola per quello che ha fatto il massacratore di Utoya. Quindi meglio tenerlo in ospedale psichiatrico a vita. Ma un ospedale psichiatrico non può fornire le garanzie detentive di un carcere; Breivik potrebbe fuggirne, ha dimostrato un ottimo livello di addestramento militare e una determinazione feroce; inoltre la polizia norvegese non è armata. Che certezze potremmo avere sul fatto che costui non se ne andrebbe quando vuole? La seconda obiezione che potrebbe essere mossa è che Breivik vuole andare in galera e non essere dichiarato pazzo per poter sfruttare mediaticamente la sua detenzione. In pratica, vorrebbe passare da prigioniero politico, costretto in www.iltuoforum.net

ceppi da coloro che vogliono indottrinare all'immigrazionismo forzato e all'annullamento dell'identità europea....insomma quelle cose che andava predicando su internet e non solo prima di luglio. Beh...onestamente la trovo una scusa infantile. Se non una paura di non sapere come smontare le sue tesi. Il che, se mi permettete, mi fa ancora più impressione di Utoya. Quest'uomo ha massacrato scientemente 77 giovani norvegesi, colpevoli solo di non pensarla come lui. Se non siamo in grado di far passare questo messaggio, allora Breivik ha vinto.

Anders Breivik va processato e la Norvegia ha il dovere di adeguare le sue leggi, penali e civili, ai rischi che il suo caso ha evidenziato. Soprattutto, da Breivik si deve partire per mettere a nudo tutto il mondo che l'ha partorito, nutrito, educato e sostenuto sulla strada di Utoya.

E non vale nemmeno la pena di processarlo; perchè quelli da processare saremmo noi occidentali ed il nostro pensiero e sistema di valori, così deboli e difficili da difendere che può bastare un lupo solitario per sbranarli.

Eric Draven

Perchè perdonatemi per la supponenza, ma cercare di farmi credere che Breivik abbia fatto tutto da solo (e non mi riferisco alle azioni di luglio, quanto alla loro preparazione non solo militare) è un'offesa alla mia intelligenza che non tollero.

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Caruso, Calderoli & Cantalamessa Chi protesta, chi contesta e chi conta

di Florian

Vi ricordate di Francesco Saverio Caruso, il no-global napoletano che con i suoi espropri proletari aveva messo in imbarazzo la sinistra di governo? Ecco, il signor Caruso è l'emblema di una cultura radicale, figlia dell’agiata borghesia occidentale, tanto marginale in politica quanto influente sul piano delle idee. E' infatti come minimo dal Sessantotto che il signor Caruso, definitosi “sovversivo a tempo pieno”, riesce ad imperare in filosofia come in sociologia, in antropologia come in psicologia, finendo col dire la propria persino in economia e in religione, ambiti in cui pure non è particolarmente ferrato. Nel complesso non c'è materia in cui questo signore non abbia messo becco e che non sia riuscito ad indirizzare almeno in parte nella direzione a lui più gradita. Dinanzi a tale protervia è naturale che qualcuno pure www.iltuoforum.net

reagisca. Ed ecco venire avanti il prode Roberto Calderoli, che per la sua presenza fino a ieri nel governo Berlusconi è figura maggiormente discussa. AntiCaruso per eccellenza, d’estrazione più piccolo che borghese, quest’altro curioso campione del dibattito contemporaneo è il sempiterno portavoce di chi, allergico alla messa in discussione delle tradizioni, “quando sente parlare di cultura, mette mano alla pistola”. Sebbene questa contrapposizione viscerale sia al fondo più sottintesa che reale, in quanto nel regno fatato del signor Calderoli le idee di Caruso hanno notoriamente poca presa, essendo tutte le "Padanie" nient'altro che province nordiste, mentre il radicalismo, per sua natura metropolitano, ha acquisito col tempo una caratterizzazione sudista, terzomondista, filoaraba. Tuttavia, in mancanza di meglio, è il populismo panciuto e beota del signor Calderoli a far da contrappasso alla colta perfidia radicale di Caruso & Co. E' la cosiddetta destra nazionalista ad attrarre buona parte di quel ceto minuto e benpensante che un

tempo votava per le élites conservatrici prima che queste diventassero semplicemente “moderate”. In fondo cos'è il moderatismo se non il pragmatico slittamento a sinistra nel confronto delle idee da parte di un ceto medio ridottosi a perseguire individualmente il proprio tornaconto? Il superaffollato centro, crocevia di tutti gli affari, non ha altro pensiero che la difesa del ricco portafogli, del resto gli importa poco. Come ama dire, laissez-faire, laissezpasser. All’interno della grande palude non si comprano libri, non si frequentano dibattiti, ragion per cui non si prende posizione alle vivaci dispute culturali che costantemente oppongono il signor Caruso e il signor Calderoli. Si supporta svogliatamente l'uno o l'altro a seconda solo di chi fa più chiasso e rovina così la quiete. Questo signore, che per fin troppo ovvie ragioni oseremmo chiamare Cantalamessa, è l’emblema delle oscillazioni politiche di chi spesso si nasconde dietro l’abito talare non avendo convinzioni e ancor Pagina 9


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meno tradizioni da rispettare. Per lui vale unicamente il parere della pubblica opinione e come una leggera banderuola oscilla ad ogni refolo di vento, convincendosi così d'esser al passo dei tempi, sempre oltre, da onesto progressista quale ama presentarsi. La vecchia generazione preferiva spezzarsi piuttosto che piegarsi dura, arcigna, avvinghiata ad usanze e convinzioni finite con essa nella tomba della Storia. Il presente e il futuro è dei signori Caruso e Calderoli ai quali tutti i Cantalamessa del mondo saranno grati di lasciare libertà di parola per poter contare silenziosamente i propri quattrini. L'unica cosa che li abbia mai per davvero interessati.

Florian

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Liberalizzazioni all'amatriciana Di Sounasegasusughi

Colpa delle liberalizzazioni. La CGIA di Mestre sembra finalmente avere trovato il colpevole: se gli italiani sono ogni giorno sempre più vessati, la colpa è del libero mercato, che negli ultimi anni avrebbe letteralmente fatto impennare i prezzi di alcuni dei beni e servizi più comunemente richiesti ed utilizzati da noi tutti nel nostro vivere quotidiano. Ma se ci fermiamo un attimo ad analizzare i settori toccati dallo studio della CGIA, i conti sembrano non tornare: dalle ferrovie alle poste passando per le banche e le assicurazioni, pare davvero difficile poter parlare di libero mercato. Non basta la sigla SpA a cancellare il fatto che si tratti sempre e comunque di società controllate dallo Stato o

che dallo Stato sono pesantemente vincolate e regolamentate: basti pensare alla RCauto, talmente libera da essere obbligatoria per legge! A contare non dovrebbero essere soltanto le sigle o gli azionisti, ma il vero ed effettivo grado di apertura dei mercati oggetto di analisi, che era e resta – a voler essere benevoli - estremamente ridotto. Quanto all’impennata dei prezzi, è necessario poi chiarire un ulteriore equivoco: che la concorrenza sul libero mercato (quello vero) porti in generale ad una riduzione dei prezzi è vero, ma trattasi appunto di una tendenza generale, non di una certezza. Nei settori in cui lo Stato mantiene i prezzi artificiosamente bassi, è plausibile infatti che un’apertura del mercato faccia registrare al contrario un aumento degli stessi, il che – lungi dall’essere un male per i consumatori – costituirebbe la sana espressione di quello che resta l’unico sistema veramente capace di allocare in modo efficiente ed equo le risorse scarse che abbiamo a disposizione. Prezzi ballerini e società libera sono un binomio inscindibile, a meno che Pagina 10


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l’obiettivo non siano le code per il pane come in URSS. Condivisibile invece l’appello che la stessa CGIA rivolge al Governo Monti: attenzione a porre in atto nuove ed ulteriori liberalizzazioni. Se fatte ancora una volta all’italiana, sarebbe l’ennesima – e forse ultima – occasione sprecata.

Sounasegasusughi

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Riflessioni sulle parole di Travaglio in tema di suicidio Di Fulvia La morte di un uomo per suicidio lascia sempre in chi resta la sensazione dell’evitabilità e dello spreco, oltre che dell’angoscia, e molto meno, forse perché condizionati dal pensiero di non essere i depositari della nostra vita, una sensazione di rispetto, pietà e perfino compassione. La morte di Lucio Magri per suicidio assistito ha portato in questi giorni molte persone a dibattere e confrontarsi sia sul suicidio per sé che sul suicidio assistito. Indubbiamente se il tema suicidio affrontato in senso storico è affascinante, diventa meno affascinate e più doloroso quando conosciamo il suicida. Chiunque abbia vissuto il suicidio di una persona conosciuta sa che la domanda che ci si pone in maniera ossessiva è quella se si sia stati capaci o meno di capire il disagio dell’anima di chi ha scelto di “levar la mano su di sé [cit]”. Attribuiamo la causa del suicidio alla perdita di lucidità e della padronanza di sé, come dimostra il suo stesso gesto. Ancora, esperienza comune è

quella di riconoscersi come “l’ultimo uomo”, ovvero di immaginarsi nella circostanza di intervenire all’ultimo minuto per fermare il suicida. Chi di noi non taglierebbe la corda o trascinerebbe fuori dall’acqua un aspirante suicida, e quanta gente ha sacrificato addirittura la propria vita per salvare da morte autoinflitta un perfetto estraneo? Che cosa ci spinge a volere la salvezza fisica dell’uomo, se non la perfetta immedesimazione in noi, istintuale o meno, che ci porta a immaginare lo stesso desiderio di vivere nostro nell’altro, il nostro volere essere salvati nell’altro, la nostra alienazione alla morte nell’altro? Magri muore in modo non diverso da Socrate, colla moderna cicuta che ora ha il nome chimico di un medicinale. Muore in modo diverso solo nei fatti , come muoiono migliaia di persone che si lanciano nel vuoto, magari abbracciando i propri bambini nella folle pretesa di portarli con sé o allontanarli dal dolore del mondo, o che seduti ordinatamente su una strada in posizione di preghiera si lasciano ardere vivi per un Pagina 11


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motivo ideologico. Muore in modo diverso solo perché è diversa non la morte ma l’ultimo pezzo della vita. Magri prende un treno e paga una clinica, Primo Levi si lancia dalla bella tromba delle scale col mancorrente in ferro battuto e legno della sua casa torinese pur essendo sopravvissuto al i lager, Monicelli non aspetta magari quel pochissimo tempo che era logico aspettarsi dai i suoi novantacinque anni e si butta dalla finestra dell’ospedale dove era ricoverato. I commenti che ho sentito sul suicidio di Magri vertono su due principali punti: perché non si sia ad esempio buttato dalla finestra ma abbia scelto un modo quasi elitario di uccidersi, quello del suicidio assistito, con relativa analisi della vigliaccheria di Magri, e quello della curabilità della depressione. Magri era depresso, dicono. Curabile, si dice. Eppure io non riesco a trovare una via di uscita dalla riflessione che se da un lato la depressione è causa di suicidio, la natura stessa della depressione si riconosce attraverso il pensiero suicidario o l’azione o il tentativo suicidario. Abbiamo sviluppato nel tempo la convinzione che la cura della www.iltuoforum.net

depressione sia arrivata alla guarigione della malattia in tutti i casi. Non è così. Una depressione radicata e inveterata può non giovarsi di un trattamento farmacologico o psicanalitico. Dalla depressione si può anche guarire, ma come sempre non è detto.

Invece, ho trovato interessanti le parole di Marco Travaglio sul suicidio assistito paragonato all’omicidio del consenziente. Anche se mi trovo in disaccordo perché mi sembra tratti della questione in modo molto forzato e confusionario, Marco Travaglio analizza per punti una serie di circostanze, prime tra tutti l’aiuto al suicidio. Travaglio sostiene che accettando per legittima la disponibilità della propria vita l’essere assistiti nel suicidio in realtà contraddice il presupposto delegando la propria vita ad un altro. Credo che Travaglio non abbia le idee veramente chiare su che

significhi suicidio assistito. Significa sic et simpliciter fornire i mezzi e la conoscenza. Come dire, insegnare a fare un cappio a chi si vuole impiccare, in modo che questo cappio non si sleghi. Non significa iniettare(azione attiva) un veleno. Io non mi sento di chiamare quello di Magri omicidio del consenziente, perché Magri aveva ogni attitudine fisica per il tipo di suicidio che ha messo in atto e per me Magri si è ucciso da solo, pur se un altro essere umano gliene ha fornito gli strumenti fossero questi il know-how della scienza o un poco di penthotal. Invece mi domando se la pietas estrema possa essere motivo valido per aiutare una persona che non ha la capacità fisica di arrivare al suicidio, fatti salvi tutti i tentativi di convincimento, ovvero se esista una liceità nel suicidio assistito. E’ un aspetto che mi lacera enormemente, e credo che in questo caso solo una persona cara possa , volendo e avendone la forza, aiutare qualcuno a togliersi la vita e assumersi stante le leggi vigenti il carico penale che da questo consegue. Pensandoci, la cronaca ci offre periodicamente Pagina 12


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storie simili in cui si intrecciano l’omicidio del consenziente e il suicidio. In questi casi mi sento di dire che il suicidio possa in qualche modo essere il prezzo del sangue dell’omicidio del consenziente, o che almeno questo è un sentire comune che mi pare di cogliere. Sempre sul Fatto si accenna a quel pendio scivoloso che sempre compare in tutti i dibattiti etici: se si fanno delle eccezioni potremmo trovarci a rendere etici, e quindi leciti, comportamenti che non lo sono per calo dell’attenzione, per progressivo allargamento dei limiti. Si certo che è vero, il rischio esiste. Però a mio avviso ogni pretesa di inquadrare in materia di etica medica qualsiasi comportamento con una legge rigida e dogmatica è destinato al fallimento. Intanto, nessuno può essere fatto vivere per legge, e dubito esista un aspirante suicida che si sia fermato temendo di finire processato. Invece si sono fermati o hanno assunto comportamenti assolutamente privi di requisiti scientifici e perfino umani tanti medici costretti a una medicina di difesa, che si trovano a navigare www.iltuoforum.net

a vista nel mare magno del fine vita col timore di essere condannati per non avere messo un sondino nasogastrico a un 93enne in coma irreversibile. Da un pendio scivoloso all’altro, solo che il secondo pendio scivoloso viene vissuto come valenza positiva perché tutela la vita cronologica (ma non quella biologica e men che meno di relazione).

rispetto di chi ha fatto una scelta forse ponderata, pagandola solo e comunque con la propria vita, anche e soprattutto quando la nostra scelta sarebbe stata diversa dalla sua.

Di Fulvia

Concordo invece sull’analisi che fa Travaglio sulla mancata relazione tra grado di libertà di un paese e felicità. Solo che lo scopo ultimo della vita privata può essere indubbiamente la ricerca della felicità, laddove invece uno stato quale che sia ha il dovere, nella mia opinione s’intende, di perseguire il raggiungimento del massimo grado di libertà possibile. Anche quando questa libertà non piace. Io credo che chiunque di noi se vedesse una persona apprestarsi al suicidio farebbe qualcosa per fermalo. Quello che mi chiedo è cosa fare per chi non vuole essere fermato. Mi chiedo se si può imporre la vita fino alla morte, o se molto semplicemente, non si debba chinare il capo nel silenzio e nel Pagina 13

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