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the summer issue


The Summer Issue La mostra nasce come seconda edizione dell’evento Vanity F_AIR, con cui F_AIR – Florence Artist in Residence ha inaugurato il 2011. Anche in questo caso l’intento è dialogare con la città e con Pitti Uomo contemporaneamente in corso a Firenze. Dall’ovvio rimando alla famosissima rivista nasce il titolo The Summer Issue, che echeggia il numero estivo di certi magazine di moda, ridotti all’essenziale e un numero esiguo di pagine come simulacri e simboli di vanitas, al posto delle lussuriose fiere delle vanità delle uscite invernali. Poche opere in mostra, tutte capaci però di innestare riflessioni profonde sul senso dell’esistenza individuale e collettiva nel mondo dell’oggi. Gli artisti sfiorano il tema classico della vanitas, senza mai affrontarlo esplicitamente e senza intento moraleggiante, ma la mestizia data dai colori smorzati e dall’allestimento volutamente binario dei singoli interventi, marca il tono della mostra. Il tema del doppio rimanda alla contrapposizione di due identità, allo specchio, all’impronta di un passaggio. Nei teli di Fumitaka Kudo, i due reattori della centrale atomica di Fukushima sono uno scheletro integro ad ammonizione delle generazioni future; al contrario, nel dittico fotografico di Christiana Caro (Jewish Cemetery, 2010), la traccia del singolo individuo prevale sulla vanità collettiva e nazionalistica. E mentre i lavori di Stefania Balestri (Spirale, 2010) e di Raffaele Di Vaia (Venere 2010 - 2011, Faustine, 2010) possono essere letti come un aggiornamento colto in termini contemporanei della vanitas classica, l’opera di Valerio Ricci Untitled (2010), inevitabilmente richiama al mito di Re Mida. The exhibition is brought into existence as the second edition of Vanity F_AIR, the event that opened F_AIR Florence Artist in Residence 2011. Once again, the intention is to have a dialogue with the city and Pitti Uomo, running simultaneously in Florence. Its title comes from the evident allusion to the famous fashion magazines: The Summer Issue, in fact, echoes the nature of certain releases of the hot season, that are concise with a small number of pages; they are like simulacra and symbols of vanitas, compared to the lustful vanity fairs of the winter issues. Only a few works are on show, but all are able to rouse deep thinking on the meaning of today’s individual and collective existence. The artists touch upon the classical theme of the vanitas, never facing it directly, and without moral intention; but the mournfulness of the subdued colors and the binary display of the single pieces, marks the tone of the exhibition. The theme of the double evokes the counter position of two identities, of the mirror, the trace of a passage. In the work by Fumitaka Kudo, the reactors of Fukushima atomic plant stand unharmed like a skeleton warning to the future generations; on the contrary in the photograph diptych by Christiana Caro (Jewish Cemetery, 2010), the trace of the single individual prevails over collective and nationalistic vanity. While Spirale (2010) by Stefania Balestri and Venere (2010) by Raffaele Di Vaia (2010-2011), can be read as a cultured update in contemporary terms to the classical vanitas, Valerio Ricci’s gasoline cans (Untitled 2010), inevitably recalls the myth of King Midas.

Lucia Giardino


STEFANIA BALESTRI Il lavoro di Stefania Balestri è stato molto importante in questi ultimi dieci anni, al pari di altre artiste italiane e straniere, per una rilettura allo stesso tempo personale e collettiva del lavoro manuale femminile a cui erano destinate le donne secondo il modello occidentale. Con lei non ci troviamo di fronte ad un recupero delle pratiche evidenti o didascaliche come il cucito, ma ad un evocazione di una dimensione sospesa in cui il tempo personale coincideva con il tempo dedicato ad altre vite: la vita della famiglia, della casa, della scrittura diaristica... All’inizio l’analizzare il limite o il non confine tra tempo collettivo e quello personale che si fondeva in esso era effettuato attraverso l’uso dell’oggetto “casa di bambola”. (...) Questo suo particolare approccio e attenzione la ha portata negli ultimi anni a spostare la questione su un problema più legato alla capacità di ricordare e di chi e come può prendersi la responsabilità di farsi da mediatore di memorie collettive e personali. Oggi nel momento in cui si affidano tutte le nostre memorie, anche quelle remote, a contenitori elettronici (i numeri di telefono ai telefoni cellulari, le immagini alle macchine digitali, ece...) questa domanda acquista sfumature differenti. Per questo motivo il suo lavorare sul video e con le composizione di immagini fotografiche hanno mostrato sempre di più una impossibilità di una narrazione unica, ma hanno evidenziato la necessità di affidarsi al frammento, all’associazione di istanti. Proprio di questa tipologia di lavori si rifà ad esempio l’opera dal titolo”sognare un futuro” composta da cinque immagini di particolari ravvicinati di uno studio con libri e quaderni aperti. In questo caso la scelta di presentare le immagini su fondo bianco e in una composizione che ricorda la trasposizione della narrazione “diaristica” mette in evidenza l’importanza che l’artista non tanto vuole dare al silenzio, ma alla pause. La pausa è l’unico elemento che permette di iniziare una nuova frase, di lavorare sul ritmo e soprattutto evoca senza traumi e dando libertà all’immaginazione che non c’è sempre la possibilità di spiegare o razionalizzare sempre tutto. L’ultima serie di lavori fotografici e video dell’artista mettono in evidenza come il suo scopo di ricerca sia rimasto coerente dall’inizio del suo percorso (differenza e sovrapposizioni tra il tempo personale e quello collettivo, tra modelli di desideri collettivi e esperienze personali) anche se sono mutati i suoi soggetti e soprattutto il modo di farceli osservare. In particolare l’opera presentata per la mostra The Summer Issue, “Spirale” (2010), dimostra che è apparentemente attratta dai processi del guardare e sulla capacità dello sguardo di recepire o dimenticare i dettagli con cui ha a che fare tutti i giorni. Infatti, il dittico presenta la stessa immagine, anche se in realtà ci rendiamo subito conto che non è così. Nel momento che diamo subito un nome a ciò che guardiamo, ovvero “farfalla sospesa su un velo di acqua all’interno di una vasca”, ci rendiamo conto di tutto ciò che c’è attorno. Il soggetto sono i colori e le forme della farfalla sospesi e stratificati alle forme spiraliforme dell’acqua e della vasca e che rimanda a una relazione formale di tipo astratto tra fondo e superficie, problema tipico delle ricerche pittoriche di inizio del secolo. Stefania Balestri però non si ferma a questa riflessione o alla domanda di cosa imita cosa tra arte e natura e viceversa. In realtà il soggetto si dimostra proprio l’attorno, il rumore di fondo, quei moscerini e mosche che stazionano sull’acqua e forse proprio per il loro essere innocui. Se il soggetto è la farfalla le mosche sono gli intrusi che dalla vita ci fanno interrogare su quale sia il ruolo dell’arte nel momento in cui la rappresentazione di essa è solo il mezzo e non più il fine.


/// [‌] The pause is the only element that allows to start a new sentence, to work on the rhythm, and it especially evokes without trauma and freeing the imagination which does not always explain it all. The last series of photographic and video work by Stefania Balestri highlights as her aim as being coherent since the beginning of her work, even though her subjects and her way of making us observe the work, has changed. In particular, the work presented for this exhibition, The Summer Issue, Spirale (Spiral, 2010), demonstrates that she is apparently attracted to the process of sight, from the capacity of the sight, to receive or forget the every day details. In fact, the diptych presents the same image even if in reality we soon realize that it is not true, in the very moment we name what we look at, that is “suspended butterfly on the shallow water inside basin,â€? we soon realize, of all the rest that is around. The subjects are the colors and the forms of the butterfly, suspended and layered over the whirlpool and the basin. This evokes an abstract formal relationship between the bottom and the surface, problem typical of the pictorial research of the beginning of the century. Stefania Balestri does not just question what is art and what is nature or vice versa. In fact, the subject is exactly the surrounding, the back noise of gnats and flies hovering the water and maybe unharmful. If the subject is the butterfly, the flies are the intruders that make us interrogate ourself on the role of the art in the very moment the representation of art is just the medium and not the end. Lorenzo Bruni

Spirale 1, 2010


CHRISTIANA CARO

Christiana Caro è geografa ed esploratrice, traduce in immagini le mappe mentali e interiorizza i paesaggi, anche domestici, cercando il pattern nell’asimmetria ed isolando le variazioni negli schemi ripetuti. Le sue rappresentazioni non sono solo cartografiche: il suo obiettivo riesce a trattenere e rivelare i tratti immateriali dei luoghi che scopre, quelli in cui la storia ha determinato fisionomie non casuali. Sono tracce intenzionali e sacre i cippi e le lapidi che gli uomini conficcano nel terreno, per disegnare confini e conservare l’identità dei morti, in un’opera ancestrale di organizzazione del mondo fisico e mappatura di quello sociale e familiare.

Quando si fonda una città se ne delimita lo spazio e si individua un’area per le sepolture. Romolo scaglia la sua lancia, questa si conficca nel terreno mettendo radici e diventando l’albero più resistente di tutti, il corniolo; poi seppellisce suo fratello, che ha osato varcare il confine, e la sepoltura fuori dal perimetro della città costituisce anch’essa parte del rito – e del mito – di fondazione, ripetuto nei secoli per tutte le città romane. Nella definizione e conservazione dell’identità una memoria confusa è però una memoria inutile: il segnale divelto nega la propria funzione e diventa geometria di lapidi accatastate, documentata nell’opera meno sentimentale di Christiana Caro: un cimitero lontano dai churchyards romantici, due foto segnaletiche dai colori freddi, in una luce neutra, sotto vetro, in cui è vanificato il voto che affidiamo alla pietra perché tramandi etnia, religione, proprietà, ordine del mondo. Il cimitero si trova a Žitny Ostrov, un’isola del Danubio. Gli abitanti di Žitny Ostrov hanno cambiato nazionalità molte volte nel secolo scorso: fino alla prima guerra mondiale erano sudditi della monarchia austroungarica; tra il ’18 e il ’38 sono stati cittadini della repubblica cecoslovacca, ungheresi fino alla fine della seconda guerra mondiale, poi cecoslovacchi, infine slovacchi dal 1993. Perché segnare il luogo della sepoltura, organizzare le città dei morti, se la loro topografia sarà sconvolta? Tracciare con cippi che assomigliano a lapidi i confini tra gli stati, atto simbolico e fondativo per eccellenza, serve a definire l’identità dei luoghi e dei popoli che li abitano? L’illusione dell’uomo di governare lo spazio attraverso la sua trasformazione ed il tempo con la pratica della memoria è annullata dalla storia, e ciò che resta da fare è creare archivi, documentare momenti di una trasformazione, almeno quelli a cui ci capita di assistere. /// Photographer Christiana Caro is a geographer and explorer. Translating mental maps into images and interiorizing domestic landscapes, she search for patterns into asymmetries while isolating variations on repeated themes. Her images, which are cartographic representations, retain and reveal the essence of places she discovers, where the embedded history has not determined accidental physiognomies. Stone markers and tombstones are intentional, sacred traces. Man uses them to draw boundaries. This is an


ancestral practice of organizing the physical world, a mapping of the social and familial. When a city is established, an area is delineated for burials. In Rome, Romulus throws his spear. It plunges into the ground, roots, and becomes nature’s most resistant tree, the dogwood. He then buries his brother, who dared pass this boundary. This burial site, beyond the perimeter of the city, is itself part of the rite – and the myth – of the foundation, repeated by all Roman cities over succeeding centuries. When defining and conserving an identity, a hazy memory is a useless memory. When altered, it negates its function and becomes a pattern of amassed markers, as documented in this unsentimental work by Christiana Caro. Located in a cemetery far away from romantic churchyards, two cold, colored mugshots in neutral lighting under glass nullify our pledge to the monuments of religion, ownership, and order. The cemetery is en route to Žitny Ostrov, a Danubian island in Slovakia. The inhabitants of Žitny Ostrov have changed their nationality many times during the last century. Until World War I they were subjects of the Austro-Hungarian monarchy. From 1918-1938, they were citizens of the Czechoslovak Republic, Hungarian until the end of World War II, then Czechoslovaks until they eventually reclaimed themselves as sovereign Slovaks in 1993. What is the purpose of marking the burials and organizing this city of death if the topography is repeatedly disrupted? Does tracing the boundaries between the states with grave-like-stones – a symbolic foundative act par excellence – serve to define the identity of the places and their inhabitants? Man’s illusion of control of the space by means of its transformation, and of time through the practice of memory is nullified by history, so we must create archives to document transformative moments, at least those we are aware of.

Arianna De Falco

Jewish Cemetery, c-print 2010


RAFFAELE DI VAIA

Un mio sogno ricorrente da ragazza, forse rivelatore della mia vanità o di qualche complesso che non amerei investigare, era di trovarmi tra la gente, cercare di parlarci ma non esserne ascoltata. Anzi di esserne completamente ignorata, come se non esistessi. Mi intromettevo in conversazioni, correggevo affermazioni contraddittorie, alla fine urlavo, ma tutti sembravano non accorgersi della mia presenza. Cambiando strategia, provavo a soffiare su una spalla, avevo a volte la sensazione di destare un leggero fremito o un istintivo ritrarsi; ma la ripetizione dell’operazione non andava a buon fine. Così al mio risveglio ero inquieta e l’incontro con i miei genitori distratti confermava la mia non esistenza. Allora, prima di entrare nel campo visivo della toletta specchiante degli anni ‘70, trattenevo il respiro e poi improvvisamente, ci balzavo di fronte per vedere se, colto di sorpresa, almeno lo specchio si accorgesse di me. Ed eccola, per fortuna, la mia immagine riflessa! Mi abbassavo, mi voltavo, per poi rigirarmi di scatto. Era sempre lì... il diavolo non mi aveva portato via. A tutto questo ho associato Venere (2010 – 2011), la serie di frottage a grafite su carta nerissima, di Raffaele Di Vaia, sin dal primo momento, quando nello studio dell’artista mi si è imposta allo sguardo: subito mi ha parlato di perdizione e di morte, perché, per evidente che sia la funzione degli specchi ritratti, essi la negano, pur simulandola, registrando solo un’ombra – senza dettagli e colori – dell’umano passaggio. Venere è l’evolversi e al contempo il ritorno di opere precedenti dell’artista, indissolubilmente legate ad uno schema o ad un disegno, dove gli elementi variabili forniscono, come in un film di David Lynch, illusive chiavi di lettura e illusorie vie d’uscita. Raffaele di Vaia reitera temi ed oggetti topici: qui lo specchio (in cui la madre ancora bambina, si rimirava e veniva ammonita) che l’insistenza del frottage finirà per distruggere: un processo ossessivo ma necessario per il finale possesso dell’oggetto del desiderio e il controllo sulla bellezza. Accade anche nel video Faustine (2009), dove l’artista, che altrove prende le parti del diavolo o dell’osservatore in agguato, è al contempo spettatore irretito e creatore di una ritmica danza di ombre, proprio come Morel, l’inventore del mondo-illusione nel romanzo di Aldolfo Bioy Casares. In Faustine, a differenza di Venere, colore e presenza umana marcano l’opera, ma il senso di perdizione e morte è altrettanto potente: l’abito acquamarina di Faustine è infatti fin troppo acceso per essere reale; e le due donne che istaurano dialoghi e balli con altrettante figure, sono nient’altro che proiezioni immateriali del negativo demiurgo. ///

As a girl, I dreamed recurring scenes in which I found myself surrounded by people but hopelessly unable to grasp their attention at any level. Desperately wanting to be heard, I even screamed, only to no avail.  A blow on ones shoulder seemingly gained a response, though when repeated the effect changed.  Upon awakening I felt restless and the meeting with my distracted parents confirmed my non-existence.


Then I cautiously and reluctantly approached the 1970’s dressing room mirror to confirm or deny my existence. I jumped right in front of it, and fortunately, there it was my reflected image! I crouched, I turned to look back: it was still there … the devil had not taken me away! These recollections came immediately to me the moment when, in the artist’s studio, Venere (Venus, 2010-2011), a series of graphite frottages, on extremely black paper by Raffaele Di Vaia, imposed on my sight. The work conveys perdition and death because the depicted mirrors negate their evident reflective function, yet still simulate it, by recording the shadow of the human passage, without details and color. Venere is the evolution and the return of other works by the artist, all suggesting illusive interpretive keys and illusionary exits similar to David Lynch’s movies. Raffaele Di Vaia, reiterates topical themes, and objects. Here the mirror (where the mother, still a child, looked at herself, and was being admonished), will be destroyed by the persistence of the frottage: an obsessive, still necessary process, to possess the object of desire, and to control beauty. It happens in the video Faustine (2009) as well: where the artist, at times in the guise of the devil or as the observer waiting to ambush, is simultaneously a captured spectator, and creator of a rhythmic dance of shadows, like Morel, the inventor of the illusory world in the novel by Aldolfo Bioy Casares. Differing from Venere, color and human presence mark the work Faustine, but the sensation of perdition and death is equally powerful: the aquamarine of Faustine’s garment is in fact too high to be real; and the two women, in dialogue and dancing with the same amount of figures, are no more than immaterial projections of the evil demiurge.

Lucia Giardino

Venere (Mirror) 2010 -2011

Faustine (Still) 2009


FUMITAKA KUDO

Si deve raggiungere il climax del disastro per dare misura della distruzione e il vuoto per rendere la memoria dolorosa del pieno. Dopo lo scoppio del secondo reattore di Fukushima, giornalisti, scrittori, bloggers, iniziano la lunga e dolorosa campagna contro la corsa al consumo; predicatori di moderazione e ritorno alle leggi naturali, i moderni Savonarola, tuonano contro il lusso e invocano un rigore difficile, ma necessario. Il rimando alla torre di Babele, simbolo di vanità collettiva e arroganza dell’uomo è, per quanto scontato, sempre presente. A “fossili” vengono paragonati i disegni del giovane artista orientale, ed è quello che sembrano nell’essenzialità del segno, nella preferenza di Kudo delle tessiture pietrose dei supporti. Eppure essi trattengono un espressionismo che è tutto vitale, anche quando la vita è, come nei fossili, andata. I reattori ancora caldi diventano matrici di legno, pronte per incisioni future; il fumo dei loro scheletri è tattile e spinoso, come la coda bagnata di un pavone. Il Giappone non conosce la vanitas, non avalla luoghi comuni di stampo cristiano: crede invece nel rinnovamento positivo della natura in seguito alle grandi sciagure. Il Presente è Passato. Il Passato è il presente è il titolo dell’opera di Fumitaka Kudo: l’allusione agli speculari eventi di Hiroshima e Fukushima è per niente casuale. Ma Il Presente è Passato. Il Passato è il presente trasmette e registra solchi bruciati di un’energia tumorale che, mentre distrugge, traccia una finale stratigrafia del dolore, invece che una spirale di positivo ritorno. /// We must reach the climax of the disaster to measure destruction, and emptiness in order to supply the memory of the fullness. After the explosion of the second reactor of Fukushima, journalists, writers, and bloggers begin their long, dolorous run towards consumerism; as contemporary Savonarolas, preachers of moderation, wishing the return to the natural laws, thunder against luxury and cray out for a difficult, still inevitable rigor. The reference to the tower of Babel, a symbol of collective vanity and man’s arrogance, is, expectable as it is, always present. The drawings of the young Japanese artist are compared to “fossils,” due to their essential trait and Kudo’s preference for the stony texture of their supports (either paper or canvas). Nevertheless, they retain a certain vital expressionism even when life is gone, like in the fossils. The still, warm reactors are turned into wooden matrixes, ready for future engravings; the smoke from their skeleton is tactile and spiny, like the damp tail of a peacock. Japan does not know the vanitas. It does not support common places influenced by the Christian thinking; it believes instead in the positive renewal of nature, as the aftermath of the big disasters. Il Presente è Passato. Il Passato è il


presente (Present is Past. Past is Present), is the title of the work by Fumitaka Kudo; the allusion to the specular events in Hiroshima and Fukushima is not at all accidental. Il Presente è Passato. Il Passato è il presente transmits and records burned grooves incised by a tumoral energy, which, while it destroys, it traces a final stratigraphy of pain, instead of a coil of positive rebirth.

Lucia Giardino

Il presente è...o è presente - 2010


VALERIO RICCI

Incontrare le sculture di Valerio Ricci significa relazionarsi con qualcosa di familiare ma al tempo stesso percepirne l’estraneità in relazione al contesto in cui vengono presentate. Si tratta di oggetti che conservano una loro riconoscibilità formale, una aderenza al reale, ma che acquistano un’aura enigmatica entrando in rapporto con lo spazio e con chi le osserva. È in questo senso che la componente installativa assume un significato fondamentale, accentuando la sensazione di trovarsi a confronto con un prodotto estremamente semplice e insieme straordinariamente prezioso. In Untitled del 2010 – così come nell’installazione Storage presentata a New York nel 2009 – tale preziosità “intrinseca” all’opera viene esplicitata dalla scelta di materiale, forma e colore; il bronzo dalla tonalità dorata che caratterizza questi contenitori di lusso e il giallo dei mattoncini newyorkesi, simili a lingotti d’oro, rendono questi lavori appetibili allo sguardo, stimolando una voglia di possesso che si traduce in desiderio tattile. Un rimando al mito di Re Mida dove il processo è inverso: non l’uomo che tocca, trasformando in oro, ma l’oro che invita a toccare. Eppure, non è solo fuori l’oro che luccica: la scelta di due contenitori, ermeticamente sigillati e dal richiamo visivo così forte, porta a chiedersi cosa sia custodito al loro interno. C’è forse qualcosa di ancora più prezioso che non ci viene mostrato? Proprio la dialettica tra contenitore (visibile) e contenuto (invisibile) costituisce uno dei leit motiv nella ricerca di Valerio Ricci, che si ritrova non solo nelle sculture ma anche nei disegni e nell’ultima produzione fotografica. Il contenuto celato rinvia ad una segretezza intima, racchiusa in un recipiente che ne indica il valore inestimabile. Che poi questi contenitori rimandino a taniche di benzina, quindi al petrolio, non costituisce che un valore aggiunto; la preziosità dell’oro nero si lega indissolubilmente al suo risiedere nelle viscere della terra, al suo essere serbato a sua volta come fosse un segreto. La sua massa nera si fa perfetta metafora del sedimentato e del rimosso, prima ancora che emblema della ricchezza economica. Una sottile catena d’oro collega queste due sculture all’apparenza identiche, facendole dialogare come fossero due identità speculari; il raddoppiamento come specchio, e lo specchiarsi che si fa conoscenza, rimandano ad un altro celebre mito, quello di Narciso, che racchiude in sé l’essenza stessa della vanitas. Riferimenti che si muovono nei sotterranei della ricerca di Ricci, senza mai trasformarsi in citazioni esplicite ma, anzi, conservando un’ambiguità che rende questi lavori aperti a suggestioni diverse eppure sigillati dalla loro stessa indecifrabilità, preziosi nel celare qualcosa di forse ancor più prezioso. /// To meet the sculptures by Valerio Ricci is to confront with something familiar, and simultaneously to perceive its extraneousness in relation to the context where they are on show. They are objects which retain formal recognition, adherence to reality, still acquiring an enigmatic aura when they enter in relationship with the space and their observers. In this sense the installative aspect is overtly relevant, deepening the sensation to be confronted with a product extremely simple, still amazingly precious. In Untitled (2010) – as well as in the installation Storage, presented in New York in 2009 – such “intrinsic” preciousness is performed by the choice of material, shape, and color; the gold hued bronze of these luxury


containers, and the yellow of the New York bricks, like gold ingots, make these works tempting to the eye, rousing the desire of ownership, which translates in tactile desire. An echo to the myth of King Midas, where the process in inverse: not the man who touches, transforming into gold, but gold which invites to touch. Yet, sparkling gold is not just outside: the choice of the two containers, hermetically sealed, so visually powerful, makes wonder about their content. Is there something even more precious of what is shown? The actual dialectics between container (visible) and content (invisible) is one of the leit motiv of Valerio Ricci’s research, present not only in his sculpture, but also in the drawings and in his last photographic production. The hidden content evokes an intimate secrecy, closed in a vessel, which indicates its inestimable value. That the container also refer to oil cans, therefore to gasoline, is just surplus value; the preciousness of the black gold is indissolubly linked to its dwelling in the bowels of the earth, like a secret to be kept. Its black body is perfect metaphor of the removed sediment, more than emblem of economic wealth. A fine golden chain links the apparently exactly alike two sculptures, making them have a dialogue, like if they were two specular identities; the doubling, like the mirror and the act of looking at oneself reflection to gain awareness, evokes another famous myth, that of Narcissus, which retains the essence of the vanitas. References that move in the undergrounds of Ricci’s research, without never being explicit quotations, on the contrary, maintaining the ambiguity which makes these works open to different suggestions, though sealed in their own unintelligiblity; precious since they hide something even more precious

Alessandra Troncone

Untitled bronzo dorato (gilted bronze) 2010


Biografie Artisti | Artists Biographies STEFANIA BALESTRI stefania.balestri@alice.it Vive e lavora a Firenze | Lives and works in Florence PRINCIPALI MOSTRE COLLETIVE dal 2000 | SELECTED GROUP SHOWS since 2000 2011 Premio concorso yicca, Factory Art Gallery, Berlino. 2010 Niente da vedere tutto da vivere. Tornare per partire, a cura di L. Bruni; evento parallelo alla XIV Biennale di Scultura, Istituto del marmo Pietro Tacca, Carrara. 2009 Invocare istanti, a cura di L. Bruni, Dry Photo, Prato. 2007 De Soto esplora te stesso, a cura di A. Scappini, D’A Arte Contemporanea, Empoli (FI) 2004 Interni, a cura di P. Gaglianò, Casa Simonetti, Torre del Lago; Collettiva, a cura di R. Tempestini, Studio Rossellini Pucci,Firenze; Un cuscino per sognare, a cura di M. Paderni e R. Chiessi, Reggio Emilia, Novegro (MI), Monaco Germania. 2003 Verso la città del sole, a cura di G. Cauteruccio e P. Gaglianò, Teatro Studio Scandicci, FI; Dedicati a Mario Luzi Palazzo Te, Mantova; Collettiva, a cura di R. Tempestini Spazio Espositivo Castelnuovo Val di Cecina (PI). 2002 L’essenza dello sguardo, a cura di A. Scappini, Villa Caruso Bellosguardo, Lastra a Signa (FI); Collettiva, a cura di R. Tempestini, Spazio Espositivo Castelnuovo, Val di Cecina (PI). 2001 Ex Stazione Leopolda, Firenze; Itinerante Tokyo, sedi varie. PRINCIPALI MOSTRE PERSONALI dal 2000 | SELECTED SOLO SHOWS since 2000 2007 Filo rosso, Kore Arte Contemporanea, Villa Shneiderff, Bagno a Ripoli, Fi Fabbrica Cucirelli, a cura di Alessandra Scappini, Varese. 2006 - In quiete, a cura di E. Clausen, Galleria Luxardo, Roma; Bad Girls, a cura di M. Chini Officina, Firenze. 2005 - Qualcosa di familiare, a cura di M. Chini, Dry Photo, Prato. 2003- Nautilus a cura di L. Vecere, la Corte Firenze. 2002 Interno e Dumdum Bologna; La casa delle fate, a cura di L. Bruni. 2001 - Studio Mugnaini, Firenze. 2000 - Condominio, a cura di P. Castellucci, Immmaginaria, Firenze; In Studio, a cura di M. Perosino, Mercurio, Viareggio CHRISTIANA CARO www. christianacaro.com Christiana Caro (Washington,1980) è la prima artista residente di F_AIR Florence Artist in Residence. Ha appena concluso un ricco curriculum accademico incentrato sulla storia dell’arte e sulla fotografia, analogica e digitale, conseguendo un master of Fine Arts alla University of Arizona, Tucson. L’interesse principale di Christiana Caro è il paesaggio, sia urbano che naturale, in cui l’intervento umano sia presente come traccia per una rilettura in chiave sentimentale. /// Presently lives in Florence as the first resident artist of F_AIR Florence Artist in Residence. PRINCIPALI MOSTRE COLLETIVE dal 2000 | SELECTED GROUP SHOWS since 2000 2011 4-Story, 5th on 6th Gallery, Tucson, Arizona; Some Other Words for Duration, University of Arizona Museum of Art, Tucson, AZ; Tucsoniana, Lionel Rombach Gallery, Tucson, AZ. 2010 - AY-yah-fyah-lah-YOH-kuul, Lionel Rombach Gallery, Tucson, AZ; Locating Landscape: New Strategies, New Technologies, Center for Creative Photography, Tucson, AZ; Landscape Interrupted, Coconino Center for the Arts, Curata da William Jenkins, Flagstaff, AZ. 2009 Spaces in Between, Todd Walker Gallery, Tucson, AZ; Locating Landscape: New Strategies, New Technologies, Sam Lee Gallery, LA, CA; Good People, Bad Behavior, G Fine Art, Washington, DC; Invented Memories, Anton Art Center, Detroit, MI; New Video, Loft Cinema, Tucson, AZ; Borders, Boundaries, and Ranges, Twain C. Tippetts Gallery, Utah State U., Logan, UT (Catalogo) Continuum, University of Arizona Art Lab, Tucson, AZ (Catalogo). 2008 Mostra inaugurale, Art Raw Gallery, NY, NY; 5x5 (x5), The Target Gallery, Torpedo Factory, Alexandria, VA; Snap to Grid, Los Angeles Center for Digital Art (LACDA), LA, CA. 2007 8.5” x 11” Project, ALL Gallery, New Haven, CT WBNA Armory Show, Providence, RI. 2005 78 Read Avenue, Xanadu Gallery, New York, NY. 2003 Summer Resident Exhibition, The Firehouse Gallery, Martha’s Vineyard, MA 65”x25”, The Boston Photo Coop, Boston,


MA. 2002 The Photo Collective, President’s Gallery, Massachusetts College of Art, Boston, MA; MOSTRA PERONALE | SOLO SHOW 2002 Survey, Leather District Lofts, Boston, MA PREMI E RESIDENZE | AWARDS and RESIDENCIES 2011 -Fulbright Research Fellowship, Slovacchia; F_AIR - Florence Artist in Residence at FUA School of Fine Arts, Firenze; SPE National Student Award, Society for Photographic Education. 2010 Medici Grant, University of Arizona. Travel Grant, Lee and Martin Karpiscak; Albert Haldeman Scholarship, University of Arizona. 2009 - College of Fine Arts Small Grant, University of Arizona; Graduate and Professional Student Council Travel Grant, University of Arizona. 2008; Graduate Tuition Scholarship (2008-11), University of Arizona. 2003-Residency, Martha’s Vineyard Center for Visual Arts (MVCVA), Martha’s Vineyard, MA RAFFAELE DI VAIA http://www.raffaeledivaia.com Nato a Torino nel 1969, vive e lavora tra Firenze e Prato | Born in Turin in 1969, lives and work between Florence and Prato PRINCIPALI MOSTRE COLLETIVE dal 2000 | SELECTED GROUP SHOWS since 2000 2010 OPEN STUDIOS 2010, a cura del Centro di Cultura Contemporanea Strozzina; B-Label a cura di I. Balzani e I. Innocente, PRIVATE FLAT #6 – Firenze. 2008, Corale 10, contributo critico di F. Marmorini, StudioMD, Prato. 2007 Abbiamo fatto bene ad uscire, a cura di P. Toffolutti, Villa di Toppo Florio, Buttrio (UD); Versus, Studio MD, Prato; 2006 Il Giardino Immaginato, a cura di B. Corà, Giardino del Palazzo di San Clemente, Firenze; Vitamortemiracoli, a cura di G. Pasi, Terme di S. Giovanni – Rapolano T., SI. 2005 Vitamortemiracoli, a cura di G. Pasi, Galleria Bagnai – Siena; La Mossa delle Idee, a cura di F. Strigoli, Sala Santa Rita – Roma. 2004 Gemine Muse, a cura di M. Bazzini, Museo dell’Opera del Duomo, Prato; Tracce Fuori Centro, a cura di P. Landi e G. Bindi, Ardenza Terra (ex Spica) – Livorno; Convergenze 2004 – Il lavoro futuro, a cura di O. Gambari, Cittadellarte - Fondazione Pistoletto, Biella; Retentiva - Funzioni e disfunzioni della fotografia italiana attuale, a cura di R. Gavarro, Venezia Immagine 2004, Padiglione Italia, Giardini di Castello, Venezia. 2002 Rotte Metropolitane, a cura di D. Filardo e R. Tempestini Frizzi , Giardino Vivarelli-Colonna, Assessorato alla Cultura, Firenze; Videodays, a cura di F. Strigoli, Piazza Giotto, Vicchio (Fi). 2001, Video Place Italia – PRESENT CONTINUOS, a cura di D. Filardo, Fabbrica Europa, Stazione Leopolda, Firenze; Visioni & Visioni, a cura di C. d’Apolito, Parterre, Firenze; Mixed-Media, Galleria Neon, Bologna; Punctum, a cura di R. Rinn e F. Ionda, Ex Macelli, Prato. PRINCIPALI MOSTRE PERSONALI dal 2000 | SELECTED SOLO SHOWS since 2000 2009 OMNIA VANITAS, a cura di Francesco Funghi, Studio Chimera, Vinci (FI). 2004 A Capo, a cura di D. Ventroni, progetto di R. Fiesoli, Patrizia Pepe, Capalle, FI. 2001 Kiai, a cura di F. Milani, Tracce Fuori Centro, Limonaia di Villa Vogel, Firenze; Antropologica, a cura di F. Strigoli, Ridotto Palazzo Medici Riccardi, Firenze. 2000 Luce Encefalica, a cura di P. Ballerini, Galleria Grafio, Prato; ÒRGANO, a cura di C. Gianni, Galleria SpazioGaribaldiArte, Prato FUMITAKA KUDO www.fumitakakudo.com Nato a Niigata, Giappone nel 1981, vive e lavora a Firenze | Born in Niigata, Japan, in 1981. Lives and work in Florence, PRINCIPALI MOSTRE COLLETIVE | SELECTED GROUP SHOWS 2011 Markers/Mapping/2011, a cura di D. Polak e A.Cohen, Art Life Gallery, Venezia; Biennale di incisione contemporanea, Bassano del Grappa, Palazzo Sturm, Museo Remondini. 2010 Il segreto dello sgurado. Premio San Fedele 2010, Galleria San Fedele, Milano; Follow the Line, a cura di O. Hoffman, MH Gallery, Givatayim, Israel; Living Fossils, a cura di R. Bedarida, Harlem Studio Fellowship di MA, New York. 2007 Exhibition TAAM, Mende, Germania;


Exhibition TAAM, Wunsidel, Germania; 2006 Art Center, Berlino, Germania; Mostra annuale dell’Accademia di Belle Arti di Carrara, Firenze, Italy; Mostra annuale dell’Accademia di Belle Arti di Carrara, Frankoforte, Germania. 2005 Premio Nazionale delle Arti ‘05, Roma PRINCIPALI MOSTRE PERSONALI | SELECTED SOLO SHOWS 2010 Living Fossils, curated by C. Gatti, Montrasio Arte, Milan; Classic style, Jurou Gallery, Kurashiki, Japan. 2009 Fumitaka Kudo, EXPO EX, Senigallia, Italy; Luce interiore, Aliprandi Gallery, Milano. 2008 Luce nel vento, Ex Laundry Art Space, Sarzana, Italy; Luce nell’ombra, Grascie Art Space, Pietrasanta. PREMI e RESIDENZE | AWARDS and RESIDENCIES 2010 HSF Residency Program, Harlem Studio Fellowship, New York; 2009 Premio NATO per il 50 anniversario del Centro di Ricerche Subacquee di La Spezia

VALERIO RICCI www.valerioricci.com Nato a Campiglia Marittima nel 1976. Vive e lavora a Roma | Born in Campiglia Marittima in 1976. Lives and works in Rome. PRINCIPALI MOSTRE COLLETTIVE | SELECTED GROUP SHOWS 2009 Italian Artists New York, ISCP International Studio & Curatorial Program, New York; Avvertenze Artistiche, Mercati di Traiano, Museo dei Fori Imperiali, Roma; HOAST 2009 - Harlem Open Artists Studio Tour, New York. 2006 Conuscite, Castelbasso, a cura di C. Materazzi, 2005 Luxury, Galleria Antonio Battaglia, Milano, a cura di R. Gavarro. 2004 Roma Punto Uno, mostra itinerante, Ministero degli Affari Esteri, Roma, a cura di M. Coccia e M. de Candia; Retentiva. Funzioni e disfunzioni della fotografia italiana attuale – Venezia Immagine, Padiglione italiano ai Giardini della Biennale, Venezia a cura di R. Gavarro PRINCIPALI MOSTRE PERSONALI | SELECTED SOLO SHOWS 2011 Söul, a cura di A. Troncone, MLAC, Università La Sapienza, Roma; 2009 Io, a cura di R. Bedarida e T. Meucci HSF - Harlem Studio Fellowship, New York. 2008 Monti Silvani, a cura di S. Bordini Galleria AOCF58, Roma. 2006 Forme dell’immateriale, a cura di M. de Candia, Studio Morbiducci, Roma. 2004 Domestica – Nuove dinamiche nella dimensione del privato, a cura di R. Gavarro, Soligo Art Project, Roma RESIDENZE | RESIDENCIES 2011 Mongin, Artist in Residence Program, Seoul; 2009 HSF Residency Program, Harlem Studio Fellowship, New York


The Summer Issue Stefania Balestri, Christiana Caro, Raffaele Di Vaia, Fumitaka Kudo, Valerio Ricci 14 giugno – 12 luglio, F_AIR – Florence Artist in Residence via San Gallo 45/r, Firenze www.fair.palazziflorence.com Ringraziamenti e crediti | Acknowledgements and Credits Sostenitori e promotori | Sponsors and Promoters: Gabriella Ganugi – Palazzi President FUA – Florence University of the Arts F_AIR – Florence Artist in Residence and Fua School of Fine Arts Curatore | Curator: Lucia Giardino Testi | Texts: Lorenzo Bruni, Arianna De Falco, Lucia Giardino, Alessandra Troncone Traduzioni | Translations Alexandra and Rebecca Chipkin, Michelle Thompson Crediti fotografici | Potographic credits Gli artisti | The artists Grafica | Graphics Chiara dei Palazzi Supporto tecnico | Technical support Eleonora Accorsi, Federico Bargelli, Enzo Fascetto Sivillo Assistente organizzativo | Organization Assistant Michelle Thompson Ufficio Stampa Palazzi | Palazzi Press Office

Un grazie particolare a | Special thanks to Tutto lo staff di Palazzi, e coloro che hanno reso possible questa mostra, in particolare | Palazzi staff and all those who made the exhibition possible ea Centro di Cultura Contemporanea Strozzina, Boboutic, Michelle Bergamo, Mariagrazia Pontormo, Eleonora Spacchini, Cristina Zamagni. Ulteriori partner e supporter | Further partners and supporters Sebastien Sanz de Santamaria, Residency Unlimited, New York Throng Nguyen, artista, curatore, co-fondatore di Art Slant Pietro Gaglianò, curatore Museo Nazionale Alinari della Fotografia, Firenze British Institute, Firenze


The Summer Issue Stefania Balestri, Christiana Caro, Raffaele Di Vaia, Fumitaka Kudo, Valerio Ricci 14 giugno – 12 luglio, F_AIR – Florence Artist in Residence via San Gallo 45/r, Firenze www.fair.palazziflorence.com

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