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n°9 Settembre 2011 Anno XII

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N° 9 SETTEMBRE 2011 ANNO XII

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CAMBIAMENTI CLIMATICI a

SOMMARIO

Dopo la 3 riunione del Comitato transitorio (Ginevra, 11-13 settembre 2011) Green Climate Fund in pista per Durban? I Finanziamenti del settore privato avranno un importante ruolo

8 Premiato il film-documentario sul global warming “Il paradiso [non] può attendere” “C’era una volta un’isola” mostra l’impatto dei cambiamenti climatici sulla popolazione di Takuu

11 Il Gruppo C40 Cities leader per contrastare i cambiamenti climatici Sindaci delle grandi città del mondo in prima linea Due Rapporti presentati al Summit di San Paolo evidenziano il loro importante ruolo

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MANIFESTAZIONI E CONVEGNI

Bologna, 5-8 Ottobre 2011 SAIE 2011 Salone Internazionale dell’Edilizia

16 ECOMONDO 2011 - Rimini, dal 9 al 12 novembre Superare la crisi aiutando l’ambiente: la rivoluzione green è già cominciata Intervista a Simone Castelli, Direttore della Business Unit di Rimini Fiera di Agnese Mengarelli


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18 INFORMAZIONE E AGGIORNAMENTO

Studio dell’Agenzia Europea dell’Ambiente Dalla corretta gestione dei rifiuti una forte riduzione dei GHGs La Strategia migliore, comunque, è di non produrli

22 “Rapporto Rifiuti 2011” dell’ISPRA Si riducono i rifiuti ma i costi aumentano “Pesano” ancora troppo i rifiuti conferiti in discarica

26 Pubblicato in G.U. il testo della Legge di conversione del “Decreto Anti-crisi” SISTRI: “l’ultima... proroga”? Novità anche per verifiche tecniche ed esenzioni

28 L’ONU ha fissato al 31 ottobre 2011 il raggiungimento dei 7 miliardi di individui La “bomba” demografica Bisogna pianificare ora le azioni per affrontare la sfida dei 9 miliardi al 2050

30 Rapporto del McKinsey Global Institute analizza i trend di crescita dell’urbanizzazione Al 2025 dalle grandi città il 60% del PIL mondiale Saranno le città di medio peso dei Paesi emergenti a crescere economicamente di più

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IL COMMENTO

Ecoreati: introdotte nel C.P. due nuove fattispecie

MATERIALE IN INSERTO D. Lgs. 7 luglio 2011, n. 121 (G. U. n. 177 del 1° Agosto 2011) Attuazione della direttiva 2008/99/CE sulla tutela penale dell’ambiente, nonché della direttiva 2009/123/CE che modifica la direttiva 2005/35/CE relativa all’inquinamento provocato dalle navi e all’introduzione di sanzioni per violazioni

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EDUCAZIONE ALLO SVILUPPO SOSTENIBILE

Settimana DESS-UNESCO: 7-13 novembre 2011 “A come Acqua” Regioni e province chiamate a svolgere un ruolo di stimolo degli eventi

36 I nemici del mare e delle spiagge Spiagge e mari inquinati di Silvia Angeloni

38 L’OCSE propone le strategie di intervento per gli obiettivi di RIO+20 Verso la crescita verde Il Segretario Generale: “Verde e Crescita possono coesistere”

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ENERGIE ALTERNATIVE E RINNOVABILI

Rapporto EPIA sui trend dei principali mercati europei La grid parity più vicina del previsto Sarà l’Italia a raggiungerla per prima


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Studio IEFE-Ref Le grandi opportunità delle FER termiche Necessità di coordinare nuovi incentivi con politiche industriali

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Report UNEP sulle tendenze globali delle rinnovabili In un anno gli investimenti sono aumentati del 32% La conferma dalla successiva pubblicazione di REN21

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Firmato il Decreto dal Ministro per lo Sviluppo Economico Nuovo regime di sostegno per la cogenerazione ad alto rendimento

MATERIALE IN INSERTO Schema di D.M. sviluppo economico recante le modalità per gli incentivi alla cogenerazione ad alto rendimento

EQUITÀ E SOSTENIBILITÀ

L’ultimo Rapporto IOM sulle Migrazioni nel Mondo (WMR 2010) La sfida della gestione delle migrazioni

AMBIENTE E SPORT

Iniziata l’era degli impianti eco-friendly Juventus Stadium Lo sport si adegua ai criteri di sostenibilità di Fabio Bastianelli

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A COME AGRICOLTURA, ALIMENTAZIONE, AMBIENTE

La crisi umanitaria nel Corno d’Africa non frena l’accaparramento di terra Land grabbing e sicurezza alimentare Dopo la bolla immobiliare gli investitori si rituffano nell’acquisto dei terreni

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La Commissione UE ha adottato una Comunicazione sulla sicurezza energetica Promuovere politiche energetiche low carbon oltre i confini Ineludibile ormai una “cessione di sovranità” degli Stati membri

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Survival International chiede di boicottare il safari umano Jarawa delle Andamane: da “pericolosi” a “in via di estinzione” Evitare che finiscano nello “zoo”

BIODIVERSITÀ E CONSERVAZIONE

La corretta gestione della fauna selvatica Dai ParrocchettI “inglesi” alle nutrie “italiane” Polemiche sui danni provocati dalle specie “alloctone”

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€CO-FINANZIAMENTI

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I QUESITI DEL LETTORE

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AGENDA - Eventi e Fiere


CAMBIAMENTI CLIMATICI

Dopo la 3a riunione del Comitato transitorio (Ginevra, 11-13 settembre 2011)

GREEN CLIMATE FUND IN PISTA PER DURBAN?

I Finanziamenti del settore privato avranno un importante ruolo

Uno dei principali motivi di tensione che si sono evidenziati nel corso dei Climate Change Talks, preparatori della Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici di Durban (Sudafrica), che si svolgerà dal 28 al 9 dicembre 2011, è il Green Climate Fund (GCF). Istituito alla Conferenza di Cancún dello scorso anno, anche se era stato già previsto alla Conferenza di Copenhagen come strumento essenziale per finanziare le azioni di adattamento e mitigazione nei Paesi di sviluppo, con un budget al 2020 (long-term) di 100 miliardi di dollari all’anno e uno fino al 2012 (start-up) di 30 miliardi di dollari, provenienti dai Paesi industrializzati. I Governi allora decisero che un Comitato di transizione avrebbe avuto il compito di strutturare il Fondo e progettarne gli aspetti operativi che avrebbero avuto inizio dopo Durban, quando sarebbe amministrato da un Consiglio composto da 24 membri, equamente distribuiti tra Paesi in via di sviluppo e Paesi sviluppati. Fin dalla sua prima riunione, in seno al Comitato transitorio di 40 membri si erano evidenziati disaccordi tra le parti in causa. In particolare i Paesi in via di sviluppo denunciavano Christiana Figueres, Segretaria esecutiva dell’UNFCCC

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un conflitto di interessi nella presenza di dipendenti della Banca Mondiale nello staff individuato per l’Unità di Supporto Tecnico, incaricata di coadiuvare il lavoro del Comitato. La Banca Mondiale (WB), infatti, al vertice messicano era stata invitata a far parte del Green Climate Fund come trustee ad interim, mentre gli eventi successivi facevano chiaramente intendere che World Bank e altre Banche di Sviluppo Multilaterali (MDBs) avevano assunto un ruolo decisivo nella progettazione del Fondo, là dove erano indicate come modello di “best practice” i Climate Investment Funds (CIFs), iniziativa delle MDB ospitata presso la WB. In considerazione che i CIF sono prestiti, piuttosto che sovvenzioni, gruppi della società civile ed ONG internazionali hanno chiesto in una lettera aperta che ai banchieri non venissero affidati ruoli operativi e di gestione nel nuovo fondo. Questa richiesta si è fatta ancora più forte, dopo che Bretton Woods Project, networker indipendente di un gruppo di ONG inglesi che fornisce informazioni sugli impatti sociali ed ambientali delle politiche della WB e del FMI per indurli ad una maggior trasparenza e partecipazione della società civile nei loro interventi, ha pubblicato nel giugno scorso un pamphlet dal titolo “A faulty model? What the Green Climate Fund can learn from the Climate Investment Funds”, in cui si esprime profondo scetticismo sulle possibilità che i CIF possano costituire un modello, oltre che sottolineare il conflitto di interesse della WB che vi svolge un ruolo di fiduciario.

Su questi presupposti si è svolta a Ginevra (11-13 settembre 2011) la terza riunione del Comitato di transizione, preceduto da un Workshop, a cui hanno partecipato i rappresentanti di banche, istituzioni finanziarie ed organizzazioni di settore, provenienti pariteticamente da entrambi i gruppi (Paesi in via di sviluppo e quelli industrializzati,) sul ruolo del Fondo nel promuovere un cambiamento culturale ed aziendale che “permetta al mondo di indirizzarsi verso un’economia a basse emissioni di carbonio e un futuro resiliente ai cambiamenti climatici”, come ha dichiarato la Segretaria esecutiva dell’UNFCCC Christiana Figueres che in video conferenza da Bonn si è detta soddisfatta delle sue conclusioni, che sono state prese in un clima disteso e su un buon livello di mediazione che prevederebbe il coinvolgimento della società civile e il finanziamento anche del settore privato. “C’è chiaramente l’ambizione dei Governi di metter in piedi un Fondo la cui entità di scala sia in grado di mettere in piedi processi integrati di sviluppo economico dei loro Paesi - ha osservato la Figueres - Ora il Comitato transitorio è sulla buona strada affinché il progetto di Fondo possa essere approvato dalla Conferenza delle Parti dell’UNFCCC di Durban”. Steven Gray, a capo della Divisione Gestione patrimoniale presso il Climate Change Capital delle Nazioni e presente all’incontro, ha affermato che c’è stato il riconoscimento che “L’impegno del settore privato va ben oltre la semplice consultazione” e se i membri dei Paesi europei e degli Usa sono stati “assai espliciti” nel sottolineare l’importante ruolo di integrazione degli investimenti privati, “I Paesi in via di sviluppo non vi si sono opposti”.

L’aspetto che crea maggiore conflittualità, pur intrecciato al precedente, è costituito dal finanziamento del Fondo che presenta tuttora in cassa scarse risorse. Di certo non è un buon momento per chiedere soldi, ma si deve pur tener fede agli impegni presi: dei 30 miliardi di dollari previste per lo start-up, l’ONU ne avrebbe ricevuti finora solo 12, secondo i dati presentati nel corso dell’Assemblea annuale a Montreal (10-12 settembre 2011) di CIVICUS, l’Alleanza mondiale per la partecipazione dei cittadini. I Paesi in via di sviluppo sostengono che i 100 miliardi di dollari annuali a disposizione del Fondo debbano provenire dalle risorse dei Governi dei Paesi industrializzati che, a loro volta, si aspettano che la gran parte del denaro venga sborsato dal settore privato. Da parte dei PVS c’è il timore che ci si concentri sulle azioni di mitigazione per ridurre le emissioni di gas climalteranti, a scapito di quelle di adattamento che per molti piccoli Stati, specialmente quelli insulari del Pacifico e quelli dell’Africa dove sussistono conflitti, sono prioritari essendo già drammaticamente avvertiti dalle loro popolazioni, più vulnerabili, gli effetti dei cambiamenti climatici. I Paesi industrializzati, al contempo, sono consapevoli di non essere in grado, per la crisi economica in atto, di sostenere tutto il peso del finanziamento del Fondo.

Speriamo che non insorgano fraintendimenti, dal momento che i finanziamenti per le azioni di adattamento e mitigazione costituiscono per i PVS l’elemento determinante per raggiungere un accordo internazionale di contrasto al global warming. I prossimi Climate Change Talks che avranno luogo a Panama City (1-7 ottobre 2011), dove si svolgeranno le sessioni dei Gruppi di Lavoro (AWG-KP 16 e AWG-LCA 14) costituiranno un banco di prova per verificare se effettivamente c’è un clima più disteso o se viceversa dovremo aspettarci di vedere il solito “gioco delle Parti”.

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Premiato il film-documentario sul global warming

“IL PARADISO [NON] PUÒ ATTENDERE”

“C’era una volta un’isola” mostra l’impatto dei cambiamenti climatici sulla popolazione di Takuu

Alla XIV edizione del Festival CinemAmbiente di Torino, il Premio per il miglior documentario internazionale è stato assegnato alla pellicola della Nuova Zelanda “There once was an island” (C’era una volta un’isola) della regista Briar March, “per la chiara esposizione di uno dei maggiori problemi ambientali del terzo millennio, cioè i cambiamenti climatici, spesso oggetto di discussioni teoriche e invece nel film mostrato attraverso la cruda realtà dell’impatto su una popolazione vera”. Il documentario mostra, infatti, attraverso una testimonianza diretta sugli effetti dell’innalzamento del livello dei mari per effetto del global warming in area dell’Oceano Pacifico e in una piccola comunità.

La comunità coinvolta è quella dei 500 abitanti di Takuu, raggruppati prevalentemente a Nukutoa, che prima che l’acqua li sommerga sono stati invitati dal Governo ad abbandonare questi isolotti che fanno parte della Melanesia, ma la sua popolazione è polinesiana. Come la maggior parte degli atolli corallini, infatti anche Takuu è molto vulnerabile agli effetti delle variazioni del livello del mare e dei movimenti tettonici, essendo il suo territorio di solo 1 m, al di sopra del livello dell’alta marea. Dopo che nel 1870 un’epidemia di vaiolo, portata da visitatori stranieri e da cui fino allora l’isolamento l’aveva protetta, la popolazione preesistente era stata decimata, gli atolli furono acquistati nel 1896 per 4 assi e 4,5 Kg di tabacco da Emma Coe, singolare figura di donna che creò un vero e proprio impero commerciale nel Pacifico, tanto che la sua vita avventurosa (era nata a Samoa da madre polinesiana e padre americano ed ebbe numerosi mariti ed amanti) ha ispirato un film “Emma: Queen of South Sea” (1988) di John Banas e un romanzo “La reine des Boucaniers” (1989) di Christel Mouchard. Con la complicità dell’Impero tedesco che in quegli arcipelaghi aveva costituito un Protettorato, abbatté tutti gli alberi preesistenti, sostituendoli con le piantagioni di palme da cocco ed importando lavoratori dalla Nuova Irlanda (l’arcipelago delle Bismarck). Tuttora le altissime palme di cocco e i banani sono gli unici alberi di queste isole da cui gli abitanti hanno tratto sostegno alimentare, insieme alla coltivazione del taro (Colocasia esculenta) ed ai prodotti della pesca. Ora, gli orti di taro vengono invasi dall’ingressione dell’acqua di

L’isola in questione è Takuu, il più meridionale e il più grande dei 13 atolli corallini che formano l’arcipelago delle Mortlock (13 km di terraferma su una circonferenza di 15 km, per una superficie totale di poco più di 1 km2) che fa parte, a sua volta, di Bouganville dalla cui capitale Kieta dista 250 km. Con l’integrazione nel 1975 delle isole Salomone in Papua-Nuova Guinea, quando tale Stato divenne indipendente, ci fu la proclamazione unilaterale della Repubblica delle Salomone Settentrionali con lo scopo di attuare una secessione che ha dato il via ad una guerra che ha provocato 20.000 morti ed è terminata solo nel 2000, allorché è stato raggiunto un accordo che prevede la creazione di un Governo autonomo a Bouganville e lo svolgimento di un referendum per l’indipendenza dopo un periodo di autonomia).

Un’immagine tratta dal film

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mare e le riserve di acqua potabile sono contaminate da acqua salmastra; mentre in occasione di maree eccezionali che avvengono due volte l’anno, il mare inonda le case, tutte rigorosamente eguali ed addossate le une alle altre, mettendo a repentaglio la sussistenza dei suoi abitanti. Il Prof. Richard Moyle, antropologo dell’Università di Auckland (NZ), che ha dedicato 15 anni di studi alla cultura e alla lingua polinesiana degli isolani, pur in un contesto fuori dal triangolo polinesiano i cui vertici sono le isole Hawaii a nord, la Nuova Zelanda ad ovest e l’isola di Pasqua ad ovest, che sono rimaste immuni da contaminazioni esterne, anche per la loro gelosa conservazione delle tradizioni indigene e pratiche religiose, tanto da vietare la permanenza nell’arcipelago anche a missionari. Moyle ha previsto che fra qualche anno non ci sarà più la possibilità per gli abitanti di Takuu di continuare il loro modello di vita: “Anche se potranno continuare la loro esistenza da qualche parte di Papua-Nuova Guinea, non credo che le famiglie di Takuu continueranno a funzionare come una comunità”.

Proprio leggendo le ricerche del Prof. Moyle, la regista Briar March ha colto l’ispirazione per un documentario che trattasse “le problematiche di una comunità che deve affrontare un cambiamento radicale, anche se non sussiste alcuna opzione positiva per i suoi componenti”. Così dopo due viaggi all’atollo (2006 e 2008), pur con le difficoltà di dover far riprese in assenza di elettricità e con il pericolo che un qualche intoppo alle attrezzature rinviasse le riprese di qualche mese, visto che il traghetto da Bouganville a Takuu funziona solo 4 volte all’anno. March è riuscita ad offrire uno spaccato di vita quotidiana, nello stile “film verità”, attraverso la storia, raccontata da loro stessi, di tre intrepidi personaggi (Telo, Endar e Satty) restii ad abbandonare le loro case per assimilare la cultura di un’altra comunità andando a vivere a Bouganville, esponendosi comunque al rischio di corruzione e criminalità, e soprattutto di malattie, visto che le stime del Governo di Papua Nuova Guinea indicano che il 90% dei 6

NAURU ovvero una sensazione di annegamento Il 18 luglio 2011, sulla rubrica “The opinion pages” del New York Times è apparso questo intervento di Marcus Stephen, Presidente dello Stato di Nauru, dal titolo “On Nauru, a Sinking Feeling” che proponiamo nella traduzione curata dalla Redazione, trattandosi di un’altra testimonianza dalla prima linea dei cambiamenti climatici globali. Vi perdono se non avete mai sentito parlare del mio Paese. E’ di appena 8 miglia quadrate, circa un terzo delle dimensioni di Manhattan. Situato nell’Oceano Pacifico meridionale, Nauru appare semplicemente come un puntino sulla maggior parte delle carte geografiche, se non manca del tutto, in una vasta distesa di blu. Ma non fate errori: noi siamo una nazione sovrana, con la nostra lingua, i nostri costumi e la nostra storia, che risalgono a 3 mila anni fa. Vi assicuro che Nauru merita una veloce ricerca su Internet, scoprirete non solo un Paese affascinante che viene spesso trascurato, ma troverete anche il racconto di un necessario ammonimento sulla vita in un luogo con forti limiti ecologici. L’estrazione di fosfati, prima con le imprese straniere e poi con le nostre, radendo al suolo la lussureggiante foresta pluviale tropicale che un tempo ricopriva l’area interna della nostra isola, ha deturpato il territorio lasciandoci solo una sottile striscia di costa per vivere. L’eredità dello sfruttamento ci ha lasciato con poche alternative economiche e uno dei più alti tassi di disoccupazione del mondo ed ha indotto i precedenti Governi a fare investimenti avventati che, in ultimo, hanno dilapidato i risparmi del nostro Paese. Io non voglio compassione, ma piuttosto voglio mettervi in guardia su quel che può accadere quando un Paese esaurisce le sue opzioni. Il mondo è indirizzato verso un percorso analogo con l’inarrestabile combustione di carbone e petrolio, che sta alterando il clima del pianeta, sciogliendo le calotte di ghiaccio, rendendo gli oceani più acidi e portandoci sempre più vicini al giorno in cui nessuno sarà in grado di garantire acqua pulita, terreno fertile o cibo abbondante. I cambiamenti climatici minacciano anche l’esistenza stessa di molti Paesi del Pacifico, dove il livello del mare è previsto che aumenti di 30 cm. o più entro la fine del secolo. Già adesso, la costa di Nauru, l’unica zona abitabile, è in costante erosione, e alcune comunità di Papua Nuova Guinea e delle Isole Salomone sono state costrette ad abbandonare le proprie case per sfuggire a maree record. I Paesi sotto il livello del mare di Tuvalu, Kiribati e le Isole Marshall possono sparire completamente entro l’esistenza dei nostri nipoti. Storie climatiche simili si stanno verificando in quasi tutti i continenti, dove è in atto una costante aggressione di siccità, inondazioni e ondate di calore, che dovrebbero divenire ancora più frequenti e intense con i cambiamenti climatici, hanno indotto all’esodo di persone e hanno provocato la diffusa scarsità di cibo. I cambiamenti hanno già accresciuto la competizione per le scarse risorse e potrebbero prefigurare la vita in un mondo dove i conflitti sono sempre più in crescita a causa delle catastrofi ambientali. Eppure la comunità internazionale non ha cominciato a prepararsi per lo sforzo che sarà richiesto alle organizzazioni umanitarie e per le implicazioni sulla stabilità politica in tutto il mondo. Nel 2009, un’iniziativa dei Pacific Small Island Developing States, di cui sono Presidente, ha costretto l’Assemblea generale delle Nazioni Unite a riconoscere il nesso tra cambiamenti climatici e sicurezza. Ma dopo due anni, nessuna azione concreta è stata intrapresa. Così, ho accolto con favore che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU domani inserirà il tema in un dibattito aperto, in cui avrò l’opportunità di affrontare il problema e di ribadire le proposte della mia organizzazione. Prioritariamente, il Consiglio di Sicurezza dovrebbe unirsi all’Assemblea Generale nel riconoscere che i cambiamenti climatici rappresentano una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale. Si tratta di una minaccia così grande come la proliferazione nucleare e il terrorismo globale. In secondo luogo, dovrebbe essere nominato un rappresentante speciale per il clima e la sicurezza. Per terzo, dobbiamo valutare se il sistema delle Nazioni Unite è di per sé in grado di rispondere ad una crisi di questa grandezza. La posta in gioco è troppo alta per attuare queste misure solo dopo un disastro che è già sopra di noi. I negoziati per ridurre le emissioni dovrebbero restare il principale Forum per conseguire un accordo internazionale. Non stiamo chiedendo ai caschi blu di intervenire, stiamo semplicemente chiedendo alla comunità internazionale un piano per la più grande sfida ambientale e umanitaria del nostro tempo. Nauru ha iniziato un intenso programma per riparare il danno causato dalle miniere e la mia amministrazione ha posto la sostenibilità ambientale al centro delle nostre politiche. Recuperare di nuovo integralmente la nostra isola sarà un processo lungo e difficile, ma è la nostra casa e non possiamo abbandonarla per un’altra. Vi perdono se non avete mai sentito parlare di Nauru, ma non vi perdonerò se ignorate la nostra storia.

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milioni di abitanti del Paese è a rischio di contrarre la malaria. In questa sua fatica, la regista neozelandese è stata accompagnata, nel primo viaggio, da un interprete di lingua inglese, nativo dell’isola che, dopo averla abbandonata, è divenuto ora uno strenuo paladino della sua causa, e dal Prof. Morley che doveva completare un dizionario della lingua Takuu; mentre nel secondo da due scienziati: l’oceanografo John Hunter e il geologo Scott Smithers, che nel documentario affrontano il fenomeno dell’erosione costiera nell’atollo e delle sue conseguenze da un punto di vista scientifico. Se, come abbiamo denunciato in altre occasioni (per ultimo, si veda “Cambiamenti climatici: la consapevolezza sociale presupposto di ogni soluzione”, in Regioni&Ambiente, n. 1-2, Genn-Febb 2011, pag. 14), i Governi non inizieranno a contrastare realmente i cambiamenti climatici in corso, fino a che questi non avranno raggiunto il livello di consapevolezza sociale e di personale impatto, allora questo film-documentario che spinge lo spettatore a considerare la propria relazione con l’ambiente circostante serve a rendere più sensibili allo specifico argomento. “Questa è una storia globale - ha dichiarato Lyn Collie, coproduttrice del film assieme a Briar March con la quale ha fondato la casa di produzione On The Level Productions - Era necessario che qualcuno la raccontasse”. Il rischio che la comunità internazionale rimanga insensibile di fronte alla perdita sia di una manciata di isole che sorgono in mezzo ad un Oceano che ne possiede migliaia, sia di una cultura originaria ed unica, soprattutto per quanto riguarda danze e canti, purtroppo è elevato, eppure “Se si perde qualcosa di minuscolo nel mondo, si perde un’enormità”, come ha riassunto uno dei personaggi del documentario.

Per le piccole nazioni del Pacifico, vittime del riscaldamento globale, il problema è simile ad un esercito invasore. Ci sono già rifugiati climatici a Vanuatu (Micronesia) e Tuvalu (Melanesia), rischiano di averne quelle dell’Oceano Indiano e del Mar dei Caraibi, tant’è che 40 Paesi insulari si sono riuniti nella AOSIS (Alliance of Small Island States), per portare all’attenzione dell’ONU le loro drammatiche condizioni. Eppure gli ultimi studi sull’innalzamento del livello del mare testimoniano che in questi ultimi decenni l’incremento è stato assai veloce e coerente con l’aumento della temperatura globale. I risultati di una ricerca finanziata dalla National Science Foundation e pubblicati di recente (cfr: Andrew C. Kemp, Benjamin P. Horton, Jeffrey P. Donnelly, Michael E. Mann, Martin Vermeer, Stefan Rahmstorf: “Climate related sea-level variations over the past two millennia”, in Proceedings Academy of Science - PNAS - 20 giugno 2011, n. 108) indicano che lungo la costa atlantica degli Stati Uniti, l’innalzamento nell’ultimo secolo è stato pari mediamente a 2 mm all’anno, il più alto degli ultimi 2.000 anni. “La Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici dovrebbe essere il quadro per lo sviluppo di una risposta al riscaldamento globale - ha affermato Aliioaiga Feturi Elisaia, Ambasciatore ONU a Samoa - ma i negoziati non sono rispondenti alla gravità degli impatti”. Così, i Paesi sviluppati continuano a determinare con le loro politiche anche la storia socio-culturale delle popolazioni che non hanno alcuna responsabilità per i danni ambientali conseguenti a quelle scelte! Ma, per mutuare il titolo di un altro più conosciuto film: “Il paradiso [non] può attendere”!

Un’immagine satellitare dell’atollo di Takuu (fonte: NASA)

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Il Gruppo C40 Cities leader per contrastare i cambiamenti climatici

SINDACI DELLE GRANDI CITTÀ DEL MONDO IN PRIMA LINEA

Due Rapporti presentati al Summit di San Paolo evidenziano il loro importante ruolo

Nel 2005, 40 Sindaci delle città più grandi del mondo si sono riuniti, impegnandosi a collaborare per affrontare una delle più grandi sfide economiche, sociali e ambientali del nostro tempo. Da allora, l’urgenza di rispondere ai cambiamenti climatici da parte delle città è aumentata ed esse continuano ad essere in prima linea su tale questione, tanto che ogni Sindaco delle città aderenti a C40 CITIES Climate Leadership Group (tra cui Roma) sa bene che non può permettersi di aspettare che i Governi nazionali concordino il giusto approccio per affrontare il global warming. Così, mentre i negoziati internazionali continuano, le città C40 stanno proseguendo nelle loro azioni, nella consapevolezza che l’attuazione di pratiche di sostenibilità a livello locale hanno un significativo positivo impatto a livello globale. Di recente il Gruppo che nel frattempo

ha raccolto l’adesione di 58 città (si è affiliata Milano), rappresentando l’8% della popolazione mondiale, il 12% delle emissioni globali di gas a effetto serra e il 21% del PIL globale, si è riunito a San Paolo (Brasile) per il loro 4° Summit biennale, nel corso del quale sono stati presentati due Studi, commissionati per misurare il vero impatto delle azioni locali per costruire un futuro a basse emissioni di carbonio e per testare il valore della rete di C40 Cities. “Sono fermamente convinto che non può essere gestito, quel che non viene misurato - ha affermato l’attuale Presidente del Gruppo, il Sindaco di New York City, Michael Bloomberg - Ciò vale negli affari come nelle attività di governo. Solo analizzando e quantificando rigorosamente e regolarmente i nostri sforzi possiamo renderci conto di quel che funziona, che cosa non va e perché, adottando le necessarie azioni”.

La megalopoli di San Paolo (Brasile) dove si è svolto il Summit delle C40 Cities Climate Leader Group

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Il primo Studio “Global Report on C40 Cities” svolto in partnership con Carbon Disclosure Project (CDP) e la consulenza di KPMG Advisory N. V., costituisce il primo inventario delle emissioni di gas ad effetto serra di 42 città del Gruppo che hanno partecipato all’indagine, indicando i rischi connessi ai cambiamenti climatici e sottolineando l’importanza delle attività svolte dai Governi locali per la loro riduzione. Dal Report che ha preso in esame quattro aree principali: la governance, le emissioni di gas a effetto serra, l’adattamento e le strategie, si evince che: • delle 42 città studiate, il 57% sta adottando obiettivi cittadini di riduzione dei gas serra e il 62% ha stabilito dei piani di azione per affrontare i cambiamenti climatici; • due su tre divulgano i dati relativi alle loro emissioni di gas serra al pubblico, il che significa che i


• •

Governi locali sono al passo con alcune grandi aziende mondiali che hanno deciso di rendere trasparenti i dati sulle emissioni (Global 500); il 79% ritiene che gli effetti dei cambiamenti climatici potrebbero direttamente ed indirettamente minacciare la capacità delle imprese locali di operare con successo, causando danni agli impianti, interrompendo i rifornimenti ed aumentando i costi dei premi assicurativi per i rischi da tali eventi; il 93% riconosce il rischio fisico connesso ai cambiamenti climatici; il 43% ha riferito di essere già alle prese con gli effetti di cambiamenti climatici nelle loro aree, con variazioni di temperatura rispetto al passato e conseguente aumento del numero di giorni caldi, della frequenza delle ondate di calore, dell’intensità delle precipitazioni, della gravità delle tempeste e delle inondazioni; il 69% ha deciso di includere il cambiamenti climatici e i loro effetti

nella pianificazione e programmazione urbanistica; • le città che hanno introdotto incentivi (il 26%), quali ricompense in denaro, riconoscimenti e premi alle persone o ai dipartimenti che abbiano raggiunto gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra, iniziano ora a vederne i benefici. “Le città stanno cominciando a cogliere le opportunità di lotta ai cambiamenti climatici e di un’economia a basso tenore di carbonio - ha osservato Conor Riffle, a capo di CDP Cities - La consapevolezza e la trasparenza del processo di monitoraggio è determinante per capire come i Governi cittadini possono meglio operare per ridurre le emissioni e i rischi ambientali, ma anche per sostenere la crescita economica. La più ampia piattaforma al mondo di reporting decennale effettuato sui cambiamenti climatici ha mostrato che l’analisi dà luogo ad una miglior gestione”. La seconda relazione, “Climate Action in Megacities: C40 Cities Baseline

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and Opportunities”, svolta in collaborazione con Arup descrive le azioni che le metropoli di tutto il mondo hanno messo in campo o intendono intraprendere per migliorare le proprie “performance ambientali”, con lo scopo primario di contrastare il cambiamento climatico, ma anche di favorire il rilancio dell’economia. I principali risultati del Report sottolineano che: • le Città C40 hanno messo in pratica 4.734 azioni per un totale di oltre 10.000 miliardi di dollari ed altre 1.465 sono state programmate; • i Sindaci hanno le maggiori possibilità di azione in settori quali i consumi energetici degli edifici, i trasporti e la gestione dei rifiuti; ma anche nei settori nei quali non hanno un controllo diretto i Sindaci hanno mostrato creatività e leadership nell’intraprendere azioni attraverso programmi di incentivazione, campagne educative e azioni di governance, per dare esempio; • nel settore dell’edilizia, ad esempio,


le città hanno avviato (o sono in programma) l’introduzione di vincoli di efficienza per gli edifici commerciali, di sistemi di certificazione energetica per tutti gli immobili e, soprattutto, di standard obbligatori per le nuove costruzioni, impegnandosi a continuare nella concessione di incentivi a chi realizzerà modifiche per aumentare l’efficienza degli edifici; • per quanto attiene i trasporti, sono oltre 75 le azioni messe in atto per ridurre l’impatto sul clima degli spostamenti urbani: si va dalla costruzione di parcheggi di scambio all’ampliamento della rete di piste ciclabili, dalla concessione di incentivi per taxi elettrici e ibridi all’organizzazione degli spostamenti casa-ufficio dei dipendenti pubblici; • nella gestione del ciclo dei rifiuti, le metropoli hanno già avviato la realizzazione di un’azione comune mirata alla riduzione della spazzatura, all’ampliamento generale delle strutture e degli impianti per

il riciclo e per il compostaggio dei rifiuti organici; al contempo, 12 stanno implementando gli impianti di produzione di elettricità dai rifiuti e 13 hanno avviato programmi per catturare il gas metano emesso dalle loro discariche. Secondo il Rapporto, tutti gli sforzi attuali e futuri delle megalopoli per contrastare gli effetti del riscaldamento globale serviranno non solo a migliorare la salute dell’ambiente, ma anche, grazie a una serie virtuosa di effetti a catena, a favorire le attività produttive, che invece rischiano di essere compromesse per effetto dei cambiamenti climatici. Lo studio non è solo l’attestazione della capacità di azione dei Sindaci, ma indica pure le opportunità che si creano attraverso il trasferimento di conoscenze e la collaborazione tra le città, anche se chiaramente non esiste una soluzione unica. “Questo rapporto dimostra che le città assolvono ad un ruolo veramente importante quando si tratta di agire sui cambiamenti climatici - ha dichiarato

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il Direttore di Arup, Mark Watts - I Sindaci hanno un potere reale nei settori giusti e il report documenta come essi utilizzano queste leve per ridurre le emissioni di carbonio. Qui c’è una ricchezza di informazioni su quel che si può fare, come è stato deliberato e le opportunità di estendere le azioni di successo in tutto il mondo per aiutare tutti noi a muoversi verso un futuro a basse emissioni”. Nel contesto del Vertice di San Paolo la Banca Mondiale si è impegnata a facilitare il finanziamento al gruppo delle C40 Cities per progetti di adattamento e mitigazione ai cambiamenti climatici, stanziando 6,4 miliardi di dollari, ma il suo Presidente Robert Zoellick si è detto fiducioso di poter sbloccare fino a 50 miliardi di dollari di capitali privati. Da parte sua, C40 ha annunciato che lavorerà con ICLEI (Local Governments for Sustainability) per definire il proprio standard globale a dimensione comunitaria per la contabilità e il reporting delle emissioni di gas serra.


MANIFESTAZIONI E CONVEGNI

Bologna, 5-8 Ottobre 2011

SAIE 2011 Salone Internazionale dell’Edilizia Dal 5 all’8 ottobre 2011, SAIE (Salone Internazionale dell’Edilizia) trasforma Bologna nella capitale mondiale del mondo delle costruzioni. Nelle quattro giornate di Manifestazione si parlerà del futuro del settore, si analizzeranno i trend economici e si potranno conoscere le soluzioni più innovative proposte dagli espositori presenti. SAIE è garanzia di know-how e di specializzazione e da quasi mezzo secolo - la prima edizione si è tenuta nel 1965 - è il punto di riferimento della business community del mondo delle costruzioni. In questi anni SAIE ha costruito un rapporto privilegiato con le principali associazioni di categoria, che gli consente di intercettare e sviluppare iniziative finalizzate alle esigenze delle

aziende, degli operatori e dei professionisti del settore. Un rapporto che ha consentito a SAIE di diventare “la vetrina specializzata per l’edilizia delle costruzioni” che propone novità, prodotti, tecnologie, sistemi ed eventi organizzati con le principali associazioni di categoria: Acai, Andil, Ance, Anfia, Anit, Aist, Assodimi, Assolterm, Assosolare, Atecap, Confindustria Ceramica, Conpavoper, GBCItalia e Unacea. Una scommessa che Bologna Fiere ha voluto cogliere in pieno per poter continuare a offrire, all’interno della fiera più specializzata del settore costruzioni, le chiavi di lettura del prossimo sviluppo urbanistico e residenziale. Per queste ragioni, a SAIE 2011 si parlerà: • di sostenibilità, di green building e

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dell’integrazione edificio-impianto con particolare riferimento ai materiali e ai dispositivi innovativi di produzione energetica di edificio; • di riqualificazione urbana e recupero; • di calcestruzzo (sia preconfezionato che prefabbricato); • di cantieristica in un’ottica di sostenibilità anche nei confronti dell’ambiente. SAIE, tra le principali manifestazioni europee del settore, ha sviluppato e sviluppa un intenso programma promozionale all’estero che garantirà alla manifestazione una grande affluenza di operatori (sia in chiave di opportunità per joint venture che in chiave di acquisti di materiali e macchinari/tecnologie). www.saie.bolognafiere.it


2011 Bologna 5-8 ottobre

SAIENERGIA INTEGRARE CON ENERGIA Energia rinnovabile ed efficienza energetica nella più grande fiera dell’edilizia

Lo spazio di SAIE dedicato al Costruire Sostenibile, al GreenBuilding e alla Riqualificazione Urbana per esporre e parlare di progetti, prodotti, tecnologie e opere internazionali

Viale della Fiera, 20 - 40127 Bologna (Italia) - Tel. +39 051 282111 - Fax +39 051 6374013 - www.saienergia.bolognafiere.it - saie@bolognafiere.it


ECOMONDO 2011 - Rimini, dal 9 al 12 novembre

SUPERARE LA CRISI AIUTANDO L’AMBIENTE: LA RIVOLUZIONE GREEN È GIÀ COMINCIATA Intervista a Simone Castelli, Direttore della Business Unit di Rimini Fiera di Agnese Mengarelli

da The European House - Ambrosetti e Rimini Fiera. Sarà anche assegnato il Premio Sviluppo Sostenibile 2011 a cura dell’omonima Fondazione.

Torna anche quest’anno il consueto appuntamento di ECOMONDO, che si terrà alla Fiera di Rimini dal 9 al 12 novembre e che rappresenta il secondo evento più importante in Europa per numero di visitatori e imprese partecipanti. Per avere delle anticipazioni su novità e conferme di questa edizione, abbiamo intervistato il Direttore della Business Unit di Rimini Fiera, Simone Castelli. La grande kermesse dedicata all’ambiente e alla cultura del riuso si prepara alla 15° edizione. Quali sono gli obiettivi del 2011? Puntiamo ad una manifestazione sempre più internazionale e sempre più al servizio dell’espositore, con approfondimenti culturali e formativi di alto livello. In collaborazione coi più autorevoli istituti e attraverso la sua rete di agenti esteri, ECOMONDO 2011 punta a raddoppiare il numero di buyers esteri in fiera e a svolgere un accurato screening nelle aree territoriali dell’Est Europa. Ricordando di essere reduce da un’edizione 2010 in ottimo progresso (65.109 visitatori, dei quali 5.218 stranieri), ECOMONDO ha condotto una forte campagna commerciale con stimolanti segnali dal mercato mentre il suo board scientifico, coordinato dal professor Luciano Morselli, ha messo a punto grandi contenuti per nuova edizione. Il 9 novembre la Fiera sarà poi inaugurata dal Forum Internazionale Ambiente ed Energia, organizzato

Valorizzare le risorse naturali, il riciclo dei rifiuti e il recupero di materiali ed energia: questi sono stati i valori che da sempre hanno contraddistinto la fiera. Quali sono i temi che avete voluto far risaltare per l’edizione 2011? Avremo un rafforzamento dei nostri comparti industriali storici, quelli che citava lei, visto che l’esposizione conterà su di un’alta concentrazione di imprese che si occupano dell’intero ciclo del rifiuto: dal recupero, al trattamento, al riuso. Saranno poi allestite Inertech e Reclaim Expo sul risanamento del territorio. In primo piano l’acqua e l’aria, i due elementi imprescindibili per il benessere della comunità umana: una sessantina di aziende leader hanno già aderito alle aree espositive dedicate. Oro Blu, trattamento e riuso delle acque, e Air, trattamento dell’aria e dei fumi industriali. In parallelo, si aprirà un dibattito culturale e scientifico realizzato in partnership con l’Università di Brescia e al cui programma contribuiranno l’Associazione Idrotecnica Italiana di Italian Water Convention, CNR, ANCI e ENEA. Saranno illustrate ricerche svolte in ambito europeo per l’uso sostenibile delle acque nel settore industriale. Nell’ambito della mostra Città sostenibile verranno trattati, invece, i progetti più avanzati per migliorare i parametri che definiscono un ambiente urbano di qualità. È stato siglato un importante accordo fra ECOMONDO e ANCI, tramite Ancitel Energia Ambiente, e durante la manifestazione si parlerà del Patto dei Sindaci, un programma per la sostenibilità ambientale condiviso da 2.600 Comuni europei. Un forum si focalizzerà poi sugli avanzamenti nel settore di gestione dei RAEE, i rifiuti elettrici ed elettronici, mentre una mostra e alcuni convegni riveleranno le nuove tecniche di trattamento e di gestione dei fanghi di depurazione.

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Da non dimenticare che in contemporanea a ECOMONDO si svolgeranno Key Energy, la fiera internazionale per l’energia e la mobilità sostenibili, e Cooperambiente, fiera dedicata all’offerta cooperativa di energia e servizi per l’ambiente, a cura di LegaCoop. Giunto alla 15a edizione, ECOMONDO rappresenta l’evento di riferimento per tutte le aziende e gli operatori del settore green. Ci può fare un bilancio delle passate edizioni? Quali sono le novità per il 2011? Abbiamo assistito, e per certi versi accompagnato, quella che credo sia una grande rivoluzione. Le imprese presenti ad ECOMONDO (allora Ricicla), oggi oltre mille, all’inizio erano protagoniste di un’attività quasi esplorativa. Un prodotto proveniente da materia riciclata generava fenomeni di costume dei quali si faticava a intravedere la ripetibilità. Da cinque anni a questa parte il settore è diventato industriale a tutti gli effetti. Prima rigenerare rifiuto era attività quasi secondaria per l’immagine del prodotto, oggi invece è un plus. Intorno a questa rivoluzione culturale si è sviluppato un nuovo comparto industriale che viaggia a braccetto con la ricerca scientifica e che la nostra manifestazione ha sempre seguito e incoraggiato. Fra le novità ricordo che ECOMONDO 2011 ricaverà spazi dimostrativi anche all’esterno dei padiglioni. In una zona appositamente attrezzata sorgerà un’Area demo dove gli espositori potranno mettere in mostra i propri mezzi in situazioni operative. Un luogo dedicato all’esecuzione di prove di abilità, dimostrazioni, nonché all’intrattenimento. A ECOMONDO sono presenti molti espositori e visitatori dall’estero. Cosa proponete ai mercati emergenti? E agli operatori italiani? È vero. L’area espositiva di ECOMONDO, un’immensa vetrina sulla green economy, quest’anno è aumentata del 30%. Sono attesi buyers da 250 Paesi, dall’Europa alla Russia, passando per


l’America Latina. Ai mercati emergenti le aziende espositrici proporranno soluzioni su misura per guidare il loro sviluppo secondo criteri ecocompatibili, affinché non debbano poi trovarsi ad affrontare emergenze ambientali gravi ed onerose. Agli operatori italiani, soprattutto con i nostri selezionati business meeting, offriamo invece una ribalta eccezionale per approcciare mercati che da soli faticherebbero ad avvicinare. Quali sono le aspettative per il 2011? Pensa che l’attuale crisi economica possa in qualche modo influire sul mondo dell’industria verde? Le aspettative sono positive, anche se credo che la crisi che attanaglia tutto il mondo occidentale non possa non aver ricadute anche sulla green economy. Penso altresì che quest’ultima, al contrario di altri settori, abbia le potenzialità per innescare un meccanismo virtuoso capace di invertire la rotta. Non credo

di peccare d’ottimismo affermando che proprio dai comparti espositivi di ECOMONDO potrebbe arrivare quella carica innovativa in grado di accendere la miccia della ripresa. Questo è il miglior augurio che faccio all’edizione 2011 e alle aziende che vi partecipano. ECOMONDO rappresenta una delle più autorevoli vetrine di tecnologie, strumentazioni scientifiche, progetti dimostrativi e realtà industriali affermate. Perché è importante non perdere l’edizione 2011? Perché, al di là delle emergenze, la diffusa cultura riguardante la sostenibilità dello sviluppo è ormai un patrimonio del Paese. E qui si rafforza, si mette in mostra. Bisogna quindi essere a ECOMONDO per evidenziare con i fatti questa convinzione, e dimostrare la volontà di rilanciare l’economia aiutando allo stesso tempo l’ambiente. Questo è il messaggio che credo sia

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importante comunicare. Il livello di raccolta differenziata è in crescita continua e mediamente a livelli più che dignitosi. In Italia abbiamo una realtà come Conai che sul fronte degli imballaggi recupera e riusa con percentuali al di sopra degli obiettivi europei. ECOMONDO 2011 concentrerà la sua attenzione sulla crescita ulteriore di questa sensibilità, poiché il salto di qualità definitivo lo possiamo compiere solo se questo approccio passa dalla teoria alla pratica quotidiana. Ci sono obiettivi da raggiungere, dettati dal Green New Deal ed Europa 2020; sono traguardi che riguardano qualità dell’ambiente, ma anche straordinarie opportunità di sviluppo industriale, per determinare un nuovo modello produttivo, improntato all’eco-efficienza. Last but not least, tutto ciò ha una ricaduta positiva a livello occupazionale, creando domanda di manodopera qualificata e diffusa. Non è poco, di questi tempi.


INFORMAZIONE E AGGIORNAMENTO

Studio dell’Agenzia Europea dell’Ambiente

DALLA CORRETTA GESTIONE DEI RIFIUTI UNA FORTE RIDUZIONE DEI GHGS

La Strategia migliore, comunque, è di non produrli

Nel suo 6° Programma di Azione Ambientale (20022012), l’UE ha fissato l’obiettivo di dissociare la produzione di rifiuti dalla crescita economica. Nella Strategia tematica sulla prevenzione e il riciclaggio dei rifiuti (EU, 2005) la Commissione europea, poi, ha chiesto di prendere in considerazione il “ciclo di vita” nelle politiche dei rifiuti e di avviarsi verso un società del riciclo. Nella sua recente revisione della Strategia tematica (EU, 2011), la Commissione ha anche chiesto una migliore informazione e le previsioni degli impatti sull’ambiente e sulla salute basati sul ciclo di vita delle politiche dei rifiuti con un focus specifico sulle politiche di consumo delle risorse e di contrasto ai cambiamenti climatici, evidenziando l’opportunità di una loro maggiore coerenza. Per aiutare a raggiungere questi obiettivi, l’UE ha emanato Direttive per ridurre l’impatto ambientale dei rifiuti sin dalla fase iniziale del ciclo di vita del prodotto. La Direttiva quadro sui rifiuti (EU, 2008) mira a migliorare la gestione dei rifiuti, soprattutto attraverso la loro prevenzione e l’aumento

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del riciclaggio, mentre la Direttiva sulle discariche (EU, 1999) ha introdotto obiettivi di ridurre il conferimento in discarica dei rifiuti urbani biodegradabili. Queste misure dovrebbero contribuire anche a migliorare l’efficienza delle risorse nell’UE, dal momento che i materiali riciclati possono in parte sostituire le risorse vergini. L’obiettivo di ridurre la produzione di rifiuti, compresi rifiuti solidi urbani, però, non è stato ancora raggiunto. I dati Eurostat indicano che, in media, un cittadino dell’UE ha prodotto 468 kg di rifiuti solidi urbani (RSU) nel 1995 e 524 kg nel 2008. Ora, secondo l’analisi contenuta nel Rapporto “Opportunità dai


rifiuti - Benefici per il clima, passato e futuro, da una migliore gestione dei rifiuti urbani in Europa” (Waste opportunities – Past and future climate benefits from better municipal waste management in Europe), pubblicato il 29 agosto 2011 dall’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA), la cifra è destinata ad aumentare fino a 558 kg nel 2020, se non vengono messe in atto, da parte dei Paesi analizzati (tutti i 27 Paesi membri dell’UE, tranne Cipro, più Norvegia e Svizzera), politiche efficaci per ridurre la produzione di rifiuti. Responsabile delle emissioni da rifiuti è soprattutto il metano che si produce dai rifiuti biodegradabili conferiti in discarica. Anche se questo potente gas a effetto serra può essere catturato e usato per generare energia, gran parte di esso si diffonde nell’atmosfera, determinando un potente effetto sul clima. Ridurre la quantità di rifiuti destinata alle discariche è, pertanto, un obiettivo importante delle politiche dell’UE sui rifiuti. Tuttavia, come anticipato, i volumi di rifiuti continuano ad aumentare in tutta l’UE.

Per calcolare le emissioni da rifiuti, il Rapporto ha utilizzato il “ciclo di vita”, considerando tutte le emissioni dirette dai rifiuti durante la lavorazione e il trasporto. Inoltre, esso considera le emissioni che vengono evitate in altri settori dell’economia, conteggiando, ad esempio, la riduzione delle emissioni quando i combustibili fossili sono sostituiti dall’energia recuperata dai rifiuti. In questo modo, il metodo può mostrare il potenziale impatto delle diverse strategie di gestione dei rifiuti. In particolare, il riciclaggio porta alla riduzione delle missioni, perché il riciclo dei materiali da rifiuti urbani evita le emissioni che sarebbero state generate con l’estrazione e la lavorazione delle materie prime vergini, ben superiori a quelle causate dai processi di riciclaggio. Tre differenti scenari per il 2020 dimostrano che il potenziale di risparmio di gas serra dipende in gran parte da come i Paesi attueranno le politiche dell’UE sui rifiuti, in particolare se soddisferanno gli obiettivi della Direttiva sulle Discariche di riduzione del conferimento in discarica dei RSU biodegradabili.

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Di seguito, riportiamo i principali risultati conseguenti ai tre diversi scenari. 1. In uno scenario business as usual, le emissioni nette di gas serra dalla gestione dei rifiuti urbani risulterebbero ridotte di 44 milioni di tonnellate di CO2eq fino al 2020 rispetto al 2008. I due principali fattori responsabili di questo miglioramento sono la riduzione delle emissioni di metano dalle discariche e l’aumento delle emissioni evitate tramite il riciclaggio. 2. Se tutti i Paesi soddisfacessero pienamente gli obiettivi di riduzione dei rifiuti della Direttiva sulle Discariche, le emissioni di gas serra dalla gestione dei rifiuti urbani nel 2020 potrebbe essere ridotto di 62 milioni di tonnellate di CO2eq, pari all’1,23% delle loro emissioni totali di gas serra nel 2008. 3. Un divieto assoluto di conferimento in discarica potrebbe ridurre ulteriormente il potenziale netto delle emissioni derivanti dalla gestione dei rifiuti nel 2020 di 78 milioni di tonnellate di CO2eq rispetto al 2008, che sono corrispondenti, per chiarezza di confronto, a più di quelle emesse in quell’anno dall’Ungheria.. Anche un’analisi effettuata dall’OCSE, seguendo un approccio un po’ diverso, ma sempre basato sul ciclo di vita, conferma a grandi linee i risultati del lavoro dell’EEA, vale a dire che una migliore gestione dei rifiuti urbani ha un significativo potenziale per ridurre le emissioni di gas serra. Un dato incoraggiante che proviene dal Rapporto è che

sempre più rifiuti solidi urbani vengono riciclati e sempre di meno finiscono in discarica. L’UE ha riciclato il 17% dei suoi rifiuti solidi urbani nel 1995 e 40% nel 2008. In tale periodo, la quantità conferita in discarica è scesa dal 68% al 40%. Questi miglioramenti hanno già tagliato le emissioni nette annuali di gas a effetto serra di 48 milioni di tonnellate di CO2eq tra il 1995 e il 2008 nell’UE-27, Norvegia e Svizzera. A rappresentare la frazione più grande dei RSU nella maggior parte dei Paesi UE, sono gli avanzi di cucina e i rifiuti da giardino. Questo rappresenta una notevole opportunità per ridurre le emissioni attraverso il riciclaggio e il recupero energetico (nel 2008, 44 milioni di tonnellate di materia organica sono state compostate, emettendo 1,4 milioni di tonnellate di CO2eq, che se fossero state sottoposte a digestione anaerobica, producendo biogas utile, avrebbero potuto ridurre di 2 milioni di tonnellate di CO2eq le emissioni europee. Oltre alle preoccupazioni per il clima, l’aumento dei tassi di e il recupero energetico potrebbero migliorare anche l’efficienza delle risorse: obiettivo principale della Strategia UE 2020. Tuttavia, anche la più efficace strategia di gestione dei rifiuti genera gas serra e causa la perdita di risorse. Pertanto, a detta degli autori dello studio, la migliore strategia è quella di evitare, in primo luogo, la generazione di rifiuti.

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“Rapporto Rifiuti 2011” dell’ISPRA

SI RIDUCONO I RIFIUTI MA I COSTI AUMENTANO “Pesano” ancora troppo i rifiuti conferiti in discarica “Si riduce la produzione nazionale (-1%) e quella pro-capite (-1,6%) di rifiuti, ma aumentano i costi per la sua gestione (+5,1%)”: può essere così sinteticamente riassunto il Rapporto Rifiuti 2011, pubblicato dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA). Il dato in crescita relativo ai costi di gestione del servizio di igiene urbana nel 2008 è quello che lascia perplessi e che non può essere giustificato con i maggiori costi del servizio, dal momento che la diffusione della raccolta “porta a porta”, aumentando quantitativamente e qualitativamente la raccolta differenziata, fa diminuire i costi per il conferimento in discarica dei rifiuti non riciclabili. Da rimarcare, inoltre, che sono ancora disomogenei i valori che emergono dalla diverse realtà geografiche del nostro Paese e sono tuttora superiori alla media europea (38%) i rifiuti conferiti in discarica (40,6%) e la loro produzione: 532 kg all’anno contro i 512 kg dell’UE a 27.

Di seguito, la sintesi dei dati, quale si rileva dal sito dell’ISPRA. Produzione rifiuti: valori nazionali Nel 2009 cala la produzione dei rifiuti urbani in tutte le macroaree geografiche italiane: -1,6% al Centro; -1,4% al Nord; -0,4% al Sud. Per quest’ultima in particolare, la riduzione dell’ultimo anno si presenta più contenuta rispetto a quella del 2007-2008 (-2,2%). La diminuzione dell’1%, che fa seguito alla leggera contrazione già registrata tra il 2007 ed il 2008 (-0,2%), è legata a diversi fattori: esiste infatti una correlazione tra produzione di rifiuti urbani ed indicatori socio-economici quali il PIL e la spesa delle famiglie. Tra il 2008 ed il 2009 calano tutti gli indicatori considerati: PIL (-3%), spese delle famiglie (-2%), produzione dei rifiuti urbani (-1,1%). Produzione rifiuti pro-capite Diminuisce anche la produzione pro-capite: tra il 2008 ed il 2009, ogni abitante ha prodotto circa 9 kg in meno ogni

anno, con una contrazione percentuale dell’1,6% ed un valore complessivo pro-capite pari a circa 532 kg per abitante. Rispetto al 2006, anno in cui la produzione pro-capite aveva raggiunto il valore massimo di 550 kg per abitante per anno, la riduzione risulta pari a circa 18 kg per abitante per anno (-3,2%). Il Centro presenta ancora i maggiori valori, con circa 604 kg per abitante all’anno nel 2009, mostrando tuttavia una progressiva riduzione già a partire dal 2006. Rispetto al 2005, il dato si è complessivamente ridotto per ogni abitante di quasi 35 kg all’ anno. Al Nord e al Sud, i valori nel 2009 risultano pari a circa 530 e 493 kg per abitante all’anno, gli stessi registrati nelle medesime macroaree geografiche nel 2005. A livello regionale presentano i valori più elevati: Emilia-Romagna (circa 666 kg per abitante all’anno), Toscana (663 kg), Valle d’Aosta (621 kg) e Liguria (605 kg). Queste regioni (ad eccezione della Valle d’Aosta) presentano tutte una riduzione rispetto al 2008: Toscana

Nel considerare lo smaltimento, non possono essere trascurate anche le cosiddette “ecoballe” stoccate in Campania

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(-23 kg per abitante per anno); EmiliaRomagna (-14 kg circa), Liguria (-7 kg); del tutto evidente il calo della produzione pro-capite della regione Umbria che si attesta, nell’anno 2009, a circa 590 kg per abitante per anno (-23 kg), a fronte dei 613 kg del 2008. La produzione pro-capite più bassa si riscontra, nel 2009, in 4 regioni del Mezzogiorno: in Basilicata (382 kg/ abitante per anno), Molise (426 kg), Campania (467 kg) e Calabria (470 kg). Anche diverse regioni del nord Italia mostrano dati pro-capite inferiori alla media nazionale. In particolare, il Veneto ed il Friuli Venezia Giulia, nel 2009 risultano al di sotto dei 500 kg/ abitante per anno (rispettivamente 483 kg e 479 kg), mentre poco al di sopra di tale soglia si posizionano Lombardia, Trentino-Alto Adige (entrambe con 501 kg) e Piemonte (505 kg). Raccolta differenziata: dati nazionali e per macroaree Continua il trend di crescita della raccolta differenziata anche nel 2009, che raggiunge il 33,6% della produzione totale dei rifiuti urbani, a fronte del 30,6% circa del 2008. Il totale dei rifiuti urbani raccolti in modo differenziato rileva, tra il 2008 ed il 2009, una crescita di quasi 450 mila tonnellate nel Mezzogiorno (+29,4%) ed incrementi pari ad oltre 280 mila tonnellate nel Nord (+4,2%) ed a circa 115 mila tonnellate nel Centro (+6,9%). Tali crescite portano il valore della raccolta nelle regioni settentrionali ad oltre 7 milioni di tonnellate e quelli del Sud e del Centro, rispettivamente a quasi 2 milioni di tonnellate ed a circa 1,8 milioni di tonnellate. Nel 2009 la media nazionale di raccolta differenziata pro-capite, è pari a circa 179 kg per abitante all’anno, con valori di circa 255 kg nel Nord, di circa 150 kg nel Centro e di 94 kg nel Sud. A livello regionale sono il Trentino-Alto Adige ed il Veneto le regioni con le più alte percentuali di raccolta differenziata, pari rispettivamente al 57,8% e 57,5%. Tra le regioni del Nord, quella che mostra il progresso più consistente è, tuttavia, il Friuli Venezia Giulia il cui tasso di raccolta differenziata arriva a sfiorare il 50% nel 2009 (49,9%, a fronte del 42,6% del 2008). Prossime a tale obiettivo risultano anche Piemonte (49,8%) e Lombardia (47,8%), mentre superiore al 45% risulta la percentuale di raccolta della regione Emilia-Romagna (45,6%). Per quanto riguarda il Centro, nel

2009 la Toscana mostra un tasso pari al 35,2%, mentre Umbria e Marche si attestano, rispettivamente, a percentuali pari al 30,4% ed al 29,7%. Di poco superiore al 15% è il valore registrato dal Lazio (15,1%). Al sud Italia, oltre alla Sardegna, la crescita più rilevante tra le regioni del Mezzogiorno si osserva in Campania, la cui percentuale di raccolta differenziata si attesta, nell’ultimo anno, al 29,3% circa (19% nel 2008 e 13,5% nel 2007), con tassi pari al 48% circa per le province di Avellino e Salerno ed al 29,7% circa per Benevento. Nel 2009, l’Abruzzo differenzia circa il 24% dei rifiuti, seguita da Puglia (14%), Calabria (12,4%) e Basilicata (11,3%). Supera per la prima volta la soglia del 10%, il Molise (10,3%), mentre il dato siciliano risulta ancora inferiore a tale valore. Aumenta nel 2009 il numero di province con percentuale di raccolta differenziata superiore al 40%. Sono 46 (contro le 39 del 2008 e le 29 del 2007) quelle che superano tale soglia, di cui 26 con tassi superiori al 50% (23 nelle regioni del nord e 3 in Sardegna), mentre 12 rimangono ancora al di sotto del 10% (dalle 28 del 2006 alle 12 del 2009). Più in dettaglio, i maggiori livelli di raccolta differenziata, analogamente ai precedenti anni, si riscontrano, nella provincia di Treviso (69,2% circa), seguita da Rovigo, Pordenone e Novara (rispettivamente al 66,6%, 66,3% e 63,2%). Al di sopra del 60% si collocano anche le percentuali di Vicenza (62,3%), Trento (60,6%) e del Medio Campidano (prima provincia del centro-sud, anch’essa con il 60,6% circa). Situazione diversa invece per le province di Enna, Siracusa, Messina e Frosinone, tutte al di sotto del 5% e per quelle di Caltanissetta, Palermo, Rieti e Catania, con tassi compresi tra il 5 ed il 7%. Raccolta differenziata: le 27 con più di 150 mila abitanti Tra le città con più di 150 mila abitanti, è ancora Reggio Emilia, con il 49,9%, che fa registrare la più elevata percentuale di raccolta differenziata. Superano il 45% di raccolta le città di Modena (47,4%), Ravenna e Parma (entrambe con il 45,2%) ed il 40%, Torino (41,7%), Padova (40,4%) e Brescia (40,2%). Per diverse città del centro-nord (Verona, Prato, Livorno e Firenze) si osservano percentuali comprese tra il 35 ed il 40%. Nel 2009, il numero complessivo di città che raccolgono in modo differenziato una quota superiore al 35% dei rifiuti urbani prodotti, è pari ad

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11 (8 nel 2008) di cui 4 con un tasso di raccolta superiore al 45% (nel 2008 tale percentuale era oltrepassata solo da Reggio Emilia). Milano si attesta ad una percentuale di raccolta pari al 34,2% circa, mentre Roma e Genova superano, per la prima volta, la soglia del 20%, con valori, rispettivamente, al 20,2% e 23%. La percentuale di Napoli è del 18,3%, mostrando un consistente progresso rispetto al 9,6% del 2008. Tale progresso è in buona parte legato alla crescita della raccolta differenziata della frazione organica (+19.200 mila tonnellate circa tra il 2008 ed il 2009) e del vetro (+10.500 tonnellate). Tra le città del Mezzogiorno, in evidente crescita risulta la percentuale di raccolta di Cagliari (dal 17,8% del 2008 al 30,5% del 2009), mentre per le altre città si osservano crescite più contenute o una sostanziale stabilità. Quattro comuni del Mezzogiorno, Catania, Palermo, Taranto e Messina si attestano a valori percentuali di raccolta differenziata al di sotto del 10%. Il compostaggio e il trattamento meccanico biologico Il compostaggio mostra incrementi, non solo rispetto al totale dei rifiuti trattati (+9,7% rispetto all’anno 2008), ma soprattutto riguardo alla quantità di frazione organica da raccolta differenziata che cresce di oltre 10 punti percentuali (2,9 milioni di tonnellate). Grazie al maggior impegno nello sviluppo della raccolta differenziata, il settore evidenzia importanti progressi soprattutto nelle aree del Centro e del Sud del Paese. Al Centro, Lazio (+46%) ed Umbria (+27%) realizzano gli incrementi maggiori rispetto al 2008. Al Sud, la frazione organica dei rifiuti urbani avviata a compostaggio denota un aumento del 36%: il trend positivo si riscontra in tutte le regioni, soprattutto in Sardegna (+66%), Molise (+61,7%) e Puglia (42,8%). Fa eccezione la regione Campania dove si riscontra una diminuzione del 39,6%. Al Nord rimangono costanti gli incrementi della frazione organica da RU avviata a compostaggio (tre punti percentuali in più rispetto al 2008). Il quantitativo complessivo di compost prodotto nel 2009, pari ad 1,34 milioni di tonnellate, evidenzia, rispetto al precedente anno, un incremento del 6,8%. Il costante sviluppo del settore è dimostrato anche dal numero di impianti


operativi presenti che passano dai 229 del 2008 ai 236 del 2009 (156 localizzati al Nord, 39 al Centro e 41 al Sud). Il trattamento meccanico biologico evidenzia, invece, nell’ultimo biennio, una flessione nei quantitativi trattati che, relativamente all’anno 2009, interessa tutte le aree del Paese. In particolare, nel Nord, i rifiuti trattati (2,8 milioni di tonnellate) diminuiscono del 9,4%, nel Centro e nel Sud si evidenziano rispettivamente decrementi del 6,8% e dell’11,8%. Il numero di impianti operativi, pari a 117, diminuisce, rispetto all’anno 2008, di quattro unità. L’incenerimento Nel 2009 il numero di impianti di incenerimento operativi sul territorio nazionale rimane invariato e pari a 49 unità. La maggior parte degli impianti è ubicata al Nord Italia (57%) e, in particolare, nelle regioni Lombardia ed Emilia Romagna con, rispettivamente 13 e 8 impianti operativi. Nel Centro operano 13 impianti, di cui 8 in Toscana, 4 nel Lazio ed 1 nelle Marche. Gli altri 7 impianti sono localizzati in Campania (1), Puglia (1), Basilicata (1), Calabria (1), Sicilia (1) e Sardegna (2). Nel 2009, i rifiuti complessivamente inviati ad incenerimento negli impianti autorizzati al trattamento di RU e CDR, ammontano ad oltre 5 milioni di tonnellate, di cui 2,8 milioni di RU indifferenziati, circa 978 mila tonnellate di frazione secca da trattamento meccanico biologico, 799 mila tonnellate di CDR, oltre 400 mila tonnellate di altri rifiuti speciali e circa 34 mila tonnellate di rifiuti sanitari. Il quantitativo di rifiuti urbani e di CDR avviati ad incenerimento, nel 2009, risulta pari a circa 4,6 milioni di tonnellate con un incremento dell’11%. Il rapporto con le quantità prodotte aumenta dal 12,7% nel 2008, al 14,3% nel 2009. Gli impianti di incenerimento dotati di sistemi di recupero energetico elettrico hanno trattato 3,1 milioni di tonnellate di rifiuti, recuperando oltre 1,9 milioni di MWh di energia elettrica. Gli impianti dotati di cicli cogenerativi con la produzione sia di energia elettrica che termica, hanno trattato oltre 1,8 milioni di tonnellate di rifiuti con un recupero di oltre 1,2 milioni di MWh di energia elettrica e circa 965 mila MW di energia termica. Lo smaltimento in discarica La discarica si conferma la forma più

diffusa di smaltimento dei rifiuti urbani, nonostante sia l’opzione meno adeguata dal punto di vista ambientale. Nel 2009 sono state inviate in discarica 15,4 milioni di tonnellate di rifiuti, pari al 40,6% di quelli complessivamente gestiti. Si nota, comunque, una riduzione rispetto al 2008 (-650 mila tonnellate, pari al 4%). La diminuzione è imputabile soprattutto al Nord con -8,7% e al Centro con -7,4%. Il Sud, al contrario, aumenta di 92 mila tonnellate la quota inviata in discarica (+1,4%). Nel considerare lo smaltimento, non possono essere trascurate anche le cosiddette “ecoballe” stoccate in Campania: quando le forme di stoccaggio d’emergenza vengono prolungate, diventano a tutti gli effetti forme di smaltimento in discarica. Questi siti hanno accolto annualmente, a partire dall’anno 2002, quote rilevanti di rifiuti, sfiorando, alla fine del 2009, i 6,6 milioni di tonnellate, anche se nell’ultimo anno sono sensibilmente diminuite le quantità stoccate grazie all’operatività dell’inceneritore di Acerra (oltre 239 mila tonnellate). La Lombardia, mantiene il primato di regione che smaltisce in discarica la percentuale inferiore di rifiuti urbani prodotti, pari al 7% del totale, facendo registrare ancora un consistente miglioramento rispetto al 2008 (-19%). Ottimi risultati, in termini di riduzione dello smaltimento, sono raggiunti anche dal Friuli Venezia Giulia (14% dei rifiuti prodotti), dal Veneto (22%) e dal Trentino-Alto Adige (26%); in tutte queste regioni la raccolta differenziata raggiunge ottimi livelli. Consistenti i miglioramenti in Sardegna, dove lo smaltimento in discarica passa dal 52% al 42% del totale dei rifiuti urbani prodotti e in Abruzzo che segna un 60% rispetto all’80% del 2008. Il Lazio, con oltre 2,6 milioni di tonnellate di rifiuti, è la regione che smaltisce in discarica la maggiore quantità (80% dei rifiuti prodotti). La sola provincia di Roma smaltisce in discarica oltre 2 milioni di tonnellate di rifiuti, di cui circa 1,5 milioni solo nel Comune di Roma. Molise, Sicilia e Liguria sono le regioni che presentano la percentuale maggiore di rifiuti smaltiti in discarica rispetto al totale di quelli prodotti: rispettivamente l’88% per le prime due e l’83% per la Liguria. Il numero delle discariche per rifiuti non pericolosi che hanno smaltito RU, nel 2009, è pari a 224, 20 in meno di quelle rilevate nel 2008. Di queste 94

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sono localizzate al Nord, 43 al centro e 87 al Sud. Costi gestione del servizio di igiene urbana Nel 2008, i rifiuti sono costati in media agli italiani 138,22 euro a persona. Nei grandi comuni con più di 50 mila abitanti si paga di più (circa 158,43 euro pro-capite), mentre nei piccoli centri al di sotto dei 5 mila abitanti si spendono mediamente 100,80 euro a persona. In media la spesa per gestire i rifiuti urbani è cresciuta del 5,1% rispetto al 2007. La ripartizione dei costi è la seguente: il 44,3% è imputabile alla gestione dei rifiuti indifferenziati; il 20,2% alla gestione delle raccolte differenziate; il 14,8% allo spazzamento e lavaggio delle strade; la rimanente percentuale ai costi generali del servizio. I costi medi di gestione per kg di rifiuto ammontano a 17,44 eurocentesimi/ kg per la gestione dei rifiuti indifferenziati ed a 14,40 eurocentesimi/kg per la gestione della frazione differenziata, di poco superiori ai valori calcolati per il 2007, in cui ammontavano rispettivamente a 16,49 e 14,00 eurocentesimi/ kg. Nel 2010 il numero dei comuni che applicano la tariffa di igiene ambientale (TIA) è pari a 1.203 (14,8% del totale). L’analisi dei dati evidenzia che a livello nazionale, si è passati dal 4,1% di popolazione interessata dal sistema tariffario, riferito all’anno 2000, a circa il 28,7% dell’anno 2010. L’analisi economica condotta sui piani finanziari, redatti ai sensi del DPR 158/99, dei soli comuni che applicano la TIA, rileva che il costo totale medio pro-capite nel 2009 è pari a 167,5 euro a persona, con un incremento del 4,5% rispetto al 2008. Nello specifico nei comuni con più di 50 mila abitanti il costo è di circa 143,2 euro pro-capite, mentre nei piccoli centri al di sotto dei 5 mila abitanti il costo è mediamente di 114,2 euro a persona. Il costo totale medio pro-capite per kg di rifiuto prodotto, nei comuni in regime di TIA, si attesta per l’anno 2009 a 26,6 eurocentesimi/ kg, con un incremento rispetto al 2008 dell’1,9%. Imballaggi e rifiuti di imballaggio L’immesso al consumo degli imballaggi, sul mercato nazionale, nel 2009 ammonta a circa 10,8 milioni di tonnellate, con un decremento, rispetto al 2008, del 12,9% corrispondente a circa 1,4 milioni di tonnellate. Tale riduzione è


attribuibile soprattutto alla crisi economica, in particolare a quella industriale, ma anche ad azioni di prevenzione messe in atto dalle aziende al fine di ottimizzare i sistemi di imballo. La filiera che, tra il 2008 e il 2009, registra la maggiore contrazione è quella del legno, con il 23% in meno dell’immesso al consumo, seguita dall’acciaio (-14,8%), dalla carta (-9,1%), dalla plastica (-9,1%), dall’alluminio (-6,6%) e dal vetro (-3,5%). Nell’anno 2009, la quantità di rifiuti di imballaggio avviata complessivamente a recupero ammonta a oltre 8 milioni di tonnellate. Rispetto al 2008, tale quantitativo diminuisce di oltre 314 mila tonnellate, ma confrontando la percentuale di rifiuti di imballaggio recuperati, rispetto alla quantità immessa al consumo, nel 2009 si evidenzia un aumento di 5,7 punti percentuali, passando infatti dal 68,9% nel 2008 al 74,6% nel 2009. Inoltre, l’86,5% del recupero complessivo di rifiuti di imballaggio, corrispondente a oltre 6,9 milioni di tonnellate, è rappresentato dal recupero di materia; il restante 13,5%, oltre 1 milione di tonnellate, rappresenta il recupero energetico. Gli imballaggi cellulosici sono in assoluto i più recuperati rappresentando il 45% del totale recuperato. Il contesto europeo Secondo i dati resi disponibili da

Eurostat, nel 2009 i 27 Stati membri dell’Unione europea hanno prodotto circa 256 milioni di tonnellate di rifiuti urbani (-1,2% rispetto al 2008). Negli Stati membri maggiormente popolati (Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Spagna) si registra una diminuzione nella produzione di rifiuti urbani compresa tra il 2,5% e lo 0,5%, corrispondente ad un totale di circa 1,9 milioni di tonnellate. I valori della produzione pro-capite dei rifiuti urbani mostrano una notevole eterogeneità: si passa da circa 316 kg per abitante/anno, rilevati in Polonia e Repubblica Ceca, a quelli più elevati registrati in Danimarca (831 kg per abitante/anno) e a Cipro (775 kg per abitante/anno). Il valore pro-capite riferito all’UE 27 è di circa 512 kg/abitante per anno. Valori elevati di produzione pro-capite di rifiuti urbani si osservano anche in Lussemburgo (701 kg/abitante per anno), Irlanda (662 kg), Malta (648 kg) e Paesi Bassi (611 kg), mentre Romania, Lituania, Estonia, Lettonia, Slovacchia, (oltre a Polonia e Repubblica Ceca) producono quantità inferiori ai 400 kg/abitante anno. Gli abitanti di Germania, Francia, Regno Unito, Italia, Spagna, Portogallo ed Austria (che rappresentano i due terzi della popolazione dell’UE 27) producono annualmente tra i 500 kg ed i 600 kg di rifiuti urbani a testa. Sempre nel 2009,

i dati relativi alla gestione confermano il costante, ma moderato trend di diminuzione del ricorso alla discarica; nello specifico circa il 38% dei rifiuti urbani gestiti nei 27 Stati membri è smaltito in discarica; il 20% è avviato ad incenerimento, mentre il 24% ed il 18% sono, rispettivamente, avviati a riciclaggio e compostaggio (includendo anche le quantità avviate al trattamento meccanico biologico). Lo smaltimento in discarica interessa ancora numerosi Stati membri, in particolare quelli di più recente accesso, mentre Germania, Austria, Paesi Bassi, Svezia, Danimarca e Belgio (più di un quarto della popolazione europea) smaltiscono in discarica quote inferiori al 10% dei propri rifiuti urbani. I dati evidenziano una situazione molto eterogenea tra i diversi Paesi dell’Unione anche riguardo all’incenerimento di rifiuti urbani, maggiormente utilizzato negli Stati dell’Europa centro-settentrionale, in particolare Belgio, Austria, Francia, Germania e Paesi Bassi, ma con la massima espansione in Svezia (234 kg/abitante per anno nel 2009), Lussemburgo (252 kg/abitante per anno) e Danimarca (399 kg/abitante per anno). In vari Stati membri, quali Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Irlanda, Slovenia, Ungheria, e Spagna vengono incenerite quantità molto basse di rifiuti.

La percentuale di conferimento dei rifiuti in discarica in Italia è ancora elevata rispetto alla media dell’UE

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Pubblicato in G.U. il testo della Legge di conversione del “Decreto Anti-crisi”

SISTRI: “L’ULTIMA... PROROGA”? Novità anche per verifiche tecniche ed esenzioni

finanziaria anti-crisi, potesse contenere all’Art. 6 disposizioni che abrogavano con effetto immediato tutte le norme relative, ripristinando i registri di carico e scarico dei rifiuti - che il SISTRI avrebbe aboliti - così come il modello unificato di dichiarazione (MUD). Ma come poteva accadere, ci domandavamo, che tout court il SISTRI venisse cancellato dopo gli elevati costi sopportati per approntare il sistema, dopo le numerose e vivaci polemiche politiche che lo hanno accompagnato, dopo che le imprese hanno pagato per iscriversi al sistema e versato i relativi contributi, “Sul frontespizio di un vocabolario trovo questa mia registrazione fatta con bella scrittura e qualche ornato. Oggi 2 Febbraio 1886 passo dagli studi di legge a quelli di chimica. Ultima sigaretta! […] Penso che la sigaretta abbia un gusto più intenso quand’è l’ultima […] Una volta allorché da studente cambiai alloggio dovetti far tappezzare a mie spese le pareti della stanza perché le avevo coperte di date […] Del secolo passato ricordo una data che mi parve sigillasse per sempre la bara in cui volevo mettere il mio vizio. Nono giorno del nono mese del 1899 […]. Per diminuire l’apparenza balorda tentai di dare un contenuto filosofico alla malattia dell’ultima sigaretta. Si dice con un bellissimo atteggiamento: mai più! Ma dove va l’atteggiamento se si tiene la promessa? L’atteggiamento non è possibile di averlo che quando si deve rinnovare il proposito”. Italo Svevo, La Coscienza di Zeno, Bompiani 1990, pagg. 7-8-9 Eravamo convinti che al rientro dalle ferie avremmo dovuto predisporre un altro articolo su un’ulteriore proroga all’operatività del SISTRI (il sistema di tracciabilità dei rifiuti, che sarebbe dovuto partire dal 1° settembre 2011), dopo il nuovo flop della simulazione avvenuta in luglio. Non immaginavamo, però, che il D. L. 13 agosto n. 138, relativo alla manovra

dopo che il D. Lgs. 7 luglio 2011, n. 121, relativo all’attuazione della direttiva sulla tutela penale dell’ambiente, ha modificato, alleggerendole, le sanzioni amministrative previste per le violazioni connesse alle procedure del SISTRI (vedi rubrica “Il Commento”, a pag. 32 di questo stesso numero), dopo l’Accordo raggiunto il 27 luglio u. s. in sede di Conferenza Unificata in merito accesso di Regioni, Province, Comuni e ARPA/ APPA al SISTRI, attraverso il catasto telematico per finalità di consultazione delle informazioni sulla tracciabilità dei rifiuti?

G. U. n. 216 del 16 Settembre 2001 Testo del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, coordinato con la legge di conversione 14 settembre 2011, n. 148, recante: “Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo” (omissis) “Art. 6: i commi 2 e 3 sono sostituiti dai seguenti: 2. Al fine di garantire un adeguato periodo transitorio per consentire la progressiva entrata in operatività del Sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti, nonché l’efficacia del funzionamento delle tecnologie connesse al SISTRI, il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, attraverso il concessionario SISTRI, assicura, a decorrere dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto-legge e sino al 15 dicembre 2011, la verifica tecnica delle componenti software e hardware, anche ai fini dell’eventuale implementazione di tecnologie di utilizzo più semplice rispetto a quelle attualmente previste, organizzando, in collaborazione con le associazioni di categoria maggiormente rappresentative, test di funzionamento con l’obiettivo della più ampia partecipazione degli utenti. Conseguentemente, fermo quanto previsto dall’articolo 6, comma 2, lettera f-octies del decreto-legge 13 maggio 2011, n. 70, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 2011, n. 106 per i soggetti di cui all’articolo 1, comma 5, del decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare 26 maggio 2011, per gli altri soggetti di cui all’articolo 1 del predetto decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare 26 maggio 2011, il termine di entrata in operatività del SISTRI è il 9 febbraio 2012. Dall’attuazione della presente disposizione non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. 3. Con decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del Mare, di concerto con il Ministro per la semplificazione normativa, sentite le categorie interessate, entro novanta giorni dall’entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, sono individuate specifiche tipologie di rifiuti, alle quali, in considerazione della quantità e dell’assenza di specifiche caratteristiche di criticità ambientale, sono applicate, ai fini del sistema di controllo di tracciabilità dei rifiuti, le procedure previste per i rifiuti speciali non pericolosi. 3-bis. Gli operatori che producono esclusivamente rifiuti soggetti a ritiro obbligatorio da parte di sistemi di gestione regolati per legge, possono delegare la realizzazione dei propri adempimenti relativi al SISTRI ai consorzi di recupero, secondo le modalità già previste per le associazioni di categoria”.

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Ci hanno meravigliato, poi, le immediate prese di posizione contro tale abrogazione, in particolare quella del Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, nonché membro del Governo che tale manovra aveva varato, Stefania Prestigiacomo che definiva “L’abrogazione del sistema di tracciabilità dei rifiuti speciali e pericolosi (l’80% dei rifiuti prodotti in Italia) prevista con un colpo di mano nella manovra è una resa alle ecomafie, un atto di miopia politica che va corretto nel corso dell’esame parlamentare del provvedimento”. Non sono mancate, però, le dichiarazioni di plauso per tale decisione, come quelle espresse dal Presidente di FAI Conftrasporto. Poi, quando abbiamo visto il testo bipartisan dell’Art. 6, come modificato ed approvato in sede di conversione in Legge del D. L. n. 138/2011 (vedi box), ci siamo rassicurati: si è trattato in fin dei conti di un’ennesima proroga! Pertanto, il SISTRI risuscitato, entrerà in vigore il 9 febbraio 2012 per tutti

gli operatori, ad eccezione delle imprese produttrici di rifiuti pericolosi che hanno meno di 10 dipendenti, per le quali la Legge 12 luglio 2011, n. 106 aveva previsto una data non anteriore al 1° giugno 2012 e che sarà fissata con apposito Decreto ministeriale. Ovviamente, fino a quella data si continuerà ad ottemperare agli obblighi “cartacei” (registri, formulari, MUD). Il testo del comma 2 dell’Art. 6 prevede un aggiustamento in corso d’opera con la verifica tecnica dei componenti hardware e software, da svolgersi entro il 15 dicembre 2011, attraverso una serie di test operativi che coinvolgeranno gli utenti e le loro associazioni di categoria. In tale norma c’è chi intravede la possibilità che chiavetta USB e Black box vengano sostituite o modificate, visto che nei mesi scorsi non hanno dimostrato adeguato funzionamento. Viene introdotta, inoltre, la possibilità, tramite un provvedimento del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare da adottarsi entro 90

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giorni dall’entrata in vigore della Legge, di rendere facoltativo il SISTRI per alcune specifiche categorie di rifiuti, come è previsto già per alcuni rifiuti speciali non pericolosi (comma 3). Un’ultima novità è contenuta nel comma 3 bis, là dove si statuisce che chi produce esclusivamente rifiuti soggetti a ritiro obbligatorio da parte dei sistemi di filiera regolati per legge (ad esempio: batterie, oli esausti, imballaggi, ecc.), potrà delegare gli adempimenti del SISTRI ai Consorzi di recupero. Senza voler entrare nel merito delle nuove disposizioni, ci sembra che quest’“ultima proroga” abbia qualche analogia con l’“ultima sigaretta” del romanzo di Svevo, facendoci sorgere la domanda: si vuole veramente guarire dal vizio della proroga o, come Zeno Cosini, si va alla ricerca di alibi solo per sfuggire alle proprie responsabilità? Siamo convinti che questa, infatti, non sarà l’ultima proroga e che nel prossimo intramontabile Decreto Milleproroghe di fine d’anno ne troveremo un’altra.


L’ONU ha fissato al 31 ottobre 2011 il raggiungimento dei 7 miliardi di individui

LA “BOMBA” DEMOGRAFICA

Bisogna pianificare ora le azioni per affrontare la sfida dei 9 miliardi al 2050

Secondo i demografi delle Nazioni Unite, che hanno stilato l’ultima Revisione sulle stime della popolazione mondiale (“World Population Prospect: The 2010 Revision”) il 31 ottobre 2011 sulla Terra ci saranno 7 miliardi di individui. Poco importa se la soglia fatidica verrà oltrepassata qualche giorno o qualche mese dopo, resta il fatto che la progressione è stata notevole e tale che le previsioni fatte nella Revisione precedente (viene realizzata ogni due anni) che nel 2050 si sarebbe raggiunto il numero di 9.150.000.000 di persone, sono state corrette ora in 9.310.000.000, a seguito di una maggior probabilità di aumento delle nascite e di riduzione del tasso di mortalità che l’ultima Revisione attesta, anche se la precedente,

ad esempio, aveva previsto al 2010 una popolazione superiore di 13 milioni di individui rispetto al numero effettivamente raggiunto. Se si considera che la popolazione mondiale era di soli 2 miliardi nel 1930, che già nel 1974 aveva toccato i 4 miliardi, che aveva raggiunto nel 1999 i 6 miliardi, che ad oggi è di 7 miliardi e che, secondo l’ONU, nel 2050 sarà di oltre 9 miliardi, non è difficile concludere che il nostro pianeta avrà sempre maggiore difficoltà a “sostenerla”. Quantunque sia probabile che l’innovazione e la creatività dell’uomo possano reperire, come hanno storicamente fatto, ulteriori risorse, non c’è dubbio che nel corso dell’Antropocene (definizione coniata nel 2000 dal Premio

Nobel per la Fisica, Paul Crutzen per indicare una nuova epoca geologica in cui l’impatto delle attività umane è scientificamente equivalente a quello delle altre forze che hanno plasmato la superficie della Terra), dovranno essere trovate soluzioni adeguate per poter “nutrire il Mondo, senza distruggere il Pianeta”. “Ogni miliardo di persone in più rende la vita più difficile per tutti, è così ovvio - ha riassunto la situazione che dovremo affrontare il demografo John Bongaarts di Population Council è una ONG internazionale, che cerca di migliorare il benessere e la salute riproduttiva delle attuali e future generazioni di tutto il mondo e di contribuire al raggiungimento di un equilibrio umano, equo e sostenibile tra le persone

La copertina disegnata da Mike King per il capitolo dedicato alla popolazione di The Post Carbon Reader Series dal titolo “La popolazione: il moltiplicatore di qualsivoglia altro fenomeno” (Population: The Multiplier of Everything else” di William N. Ryerson

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e le risorse - È la fine del mondo? No! Possiamo alimentare 10 miliardi di individui? Probabilmente! Ma sarebbe meglio, ovviamente, con una popolazione inferiore”. Comunque dati ancora più interessanti sono quelli che si evidenziano a livello di singoli Stati. Secondo la Revisione, in Cina la popolazione, dopo aver raggiunto il picco di 1.395 milioni nel 2025, scenderebbe (usiamo il condizionale perché alcune di queste previsioni ci lasciano perplessi, senza nulla togliere all’autorevolezza scientifica della fonte) a 940 milioni nel 2100; negli USA dagli attuali 310 milioni di individui, si passerebbe a 400 milioni nel 2050 e a 478 nel 2100; la Russia che ora conta 143 milioni di persone, nel 2100 li vedrebbe ridursi a 111 milioni; in Nigeria, la cui attuale popolazione è di 150 milioni, passerebbe a 390 milioni nel 2050 e, addirittura, a 730 nel 2100! In Italia la popolazione, attualmente di 60 milioni di abitanti, toccherebbe il picco di 61,3 milioni nel 2025 per ridursi poi progressivamente fino al dato di 55,6 milioni nel 2100. La Direttrice della Divisione Popolazione del Dipartimento affari economici e sociali dell’ONU, Hania Zlotnik ha chiarito che la Revisione 2010 ha utilizzato una metodologia più complessa di quella usata per le precedenti edizioni, basata sulle probabili traiettorie dei tassi fertilità, avvertendo comunque che tali metodi previsionali possono avere margini di errore sul lungo periodo. La nuova metodologia usata suddivide i Paesi in tre categorie di fertilità: - bassa, cioè Paesi dove le donne non hanno un numero di bambini sufficiente a garantire che, in media, ogni donna sia sostituito da una figlia che sopravvive fino all’età della procreazione (il 42% della popolazione mondiale oggi vive in questi Paesi); - intermedia, cioè Paesi in cui ogni donna ha in media tra 1 e 1,5 figlie (vi vive il 40% della popolazione); - elevata, cioè Paesi in cui ogni donna a più di 1,5 figlie (solo il restante 18% della popolazione vive in questi Paesi). I Paesi ad alta fertilità sono per lo più concentrati in Africa (39 dei 55 Paesi del continente hanno alti tassi di fertilità), ma ce ne sono anche 9 in Asia, 6

in Oceania e 4 in America Latina. I Paesi a bassa fertilità includono tutti i Paesi europei ad eccezione di Islanda e Irlanda, 19 dei 51 in Asia, 14 dei 39 nelle Americhe, due in Africa (Mauritius e Tunisia) e uno in Oceania (Australia). “Se, sulla base delle stime, la popolazione dei Paesi a basso ed intermedio tasso di fertilità raggiungeranno un picco per poi declinare prima della fine del secolo ha sottolineato la Zlotnik per giustificare questi dati - I Paesi ad elevata fertilità aumenteranno la loro popolazione lungo tutto questo periodo, perciò, anche se il loro tasso di fertilità si abbassasse, rimarrebbero comunque al di là della soglia di rimpiazzo della loro popolazione. In qualche caso delle proiezioni, assisteremo ad un invecchiamento della popolazione nelle 3 categorie di Paesi e ad un aumento della speranza di vita”. Nel 2005-2010, l’aspettativa di vita media alla nascita era di 56 anni nei Paesi ad alta fertilità. Ora, in considerazione dei progressi compiuti nel ridurre la diffusione dell’AIDS e l’espansione del trattamento antiretrovirale, le proiezioni assumono un continuo calo nei tassi di mortalità e l’aspettativa di vita nei Paesi ad alta fertilità sale a 69 anni nel 2045-2050 e a 77 nel 2095-2100. Nei Paesi a fertilità intermedia, l’aspettativa di vita media che era di 68 anni nel 20052010 è destinata ad aumentare a 77 anni nel 2045-2050 e 82 anni nel 2095-2100. I Paesi a bassa fertilità tendono ad avere, come gruppo, più alta l’aspettativa di vita media che è stata stimata a 74 anni nel 2005-2010 e si prevede salirà a 80 anni nel 2045-2050 e a 86 anni nel 2095-2100. A livello globale, l’aspettativa di vita dovrebbe aumentare da 68 anni nel 2005-2010 a 81 nel 2095-2100. Il Direttore esecutivo del Fondo per la popolazione dell’ONU (UNFPA) Babatunde Osotimehin ha osservato che la maggior longevità prevista per tutte le regioni e la bassa fertilità in molti Paesi significa che saremo di fronte alla sfida dell’invecchiamento della popolazione: “Dobbiamo pianificare in anticipo l’assistenza sanitaria e le reti di sicurezza sociale per gli anziani e, al contempo, supportare la più numerosa generazione di giovani che ci sia mai stata”. In occasione della Giornata Mondiale della Popolazione (11 luglio), l’UNFPA ha lanciato la Campagna “7 miliardi di azioni” (7 Billion Actions) per coinvolgere le persone, le istituzioni, le

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imprese, i media, le ONG, le università e gli istituti di ricerca, su cosa significa vivere in un mondo con 7 miliardi di individui e incoraggiare iniziative sui temi che riguardano tutti noi. Sono 7 le questioni chiave di tale campagna: - Povertà e disuguaglianza: “Ridurre la povertà e la disuguaglianza rallenta anche la crescita della popolazione”; - Donne e Ragazze: “Investire nel potere delle donne e delle ragazze accelererà i progressi su tutti i fronti”; - Giovani e futuro: “Le giovani generazioni che sono le più ampiamente e maggiormente interconnesse della storia e l’apertura alle nuove tecnologie, per la produzione energetica stanno trasformando la politica globale e la cultura”; - Salute riproduttiva e diritti: “Assicurare che ogni bambino sia voluto e che ogni parto sicuro renda le famiglie più piccole e più forti”; - Ambiente (Pianeta sano, Popolazione in salute): “Le richieste di acqua, alberi, cibo e combustibili fossili non faranno che aumentare con la crescita a 7 miliardi della popolazione mondiale”; - Invecchiamento: “L’abbassamento del tasso di fertilità e la maggiore aspettativa di vita aggiungeranno una nuova sfida a livello mondiale”; - Urbanizzazione: “I prossimi due miliardi di persone vivranno nelle città, quindi abbiamo bisogno di pianificare adesso per le loro necessità”. Per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza del traguardo dei 7 miliardi di individui, l’UNFPA ha programmato pure un conto alla rovescia di 7 giorni, che inizierà il 24 ottobre (Giornata delle Nazioni Unite) e si concluderà il 31 ottobre, giorno in cui, come ricordato, nascerà il 7.000.000.000° abitante della Terra. Il 2 Novembre, poi, verrà pubblicato il Rapporto “State of World Population” che analizzerà le sfide e le opportunità di questa pietra miliare della storia umana.


Rapporto del McKinsey Global Institute analizza i trend di crescita dell’urbanizzazione

AL 2025 DALLE GRANDI CITTÀ IL 60% DEL PIL MONDIALE Saranno le città di medio peso dei Paesi emergenti a crescere economicamente di più

Se la popolazione mondiale è in continua crescita (vedi l’articolo precedente), quella che vive in città ha trend ancora più veloci (una crescita di 1,6 volte più rapida) e tali che già ora più della metà di essa vive nei centri urbani del mondo e al 2025 un quarto di essa vivrà nelle 600 maggiori città che continueranno a produrre, come oggi, il 60% del PIL mondiale. Sono queste alcune delle conclusioni cui giunge il nuovo rapporto “Urban World: mapping the economic power city”del McKinsey Global Institute, la sezione di ricerca economica di McKinsey&Company per sviluppare una comprensione più profonda dell’economia globale in continuo sviluppo, che ha esaminato l’evoluzione demografica e la crescita economica dal 2007 al 2025 di 2.000 centri urbani del mondo, tra cui 23 italiani. Nel Rapporto, oltre a prevedere un mondo sempre più urbanizzato, si segnala che tra non molto le aree urbane più importanti non saranno più quelle occidentali, ma quelle asiatiche con il crescere del numero e dell’importanza di nuove megalopoli a rapida espansione, come Shanghai, Tianjin, Chongqing e Shenzhen, in Cina, mentre l’urbanizzazione indiana è in uno stadio relativamente iniziale e le maggiori città del sud-America danno origine a città di medie dimensioni a rapida espansione. Già oggi, grandi aree urbane nelle regioni sviluppate sono, senza dubbio, giganti economici. Metà del PIL mondiale nel 2007 è stato dato da 380 città di regioni sviluppate, con oltre il 20% del PIL mondiale provenienti da 190 città del Nord e le 220 città più grandi delle regioni in via di sviluppo hanno contribuito per un altro 10%. Ma entro il 2025, secondo il Rapporto, 1/3 di queste città dei mercati sviluppati non faranno più parte di queste top 600, dove altresì entreranno 136 nuove città, tutte provenienti dal mondo in via di sviluppo, ben 100 delle quali saranno cinesi, quindi 13 indiane e 8 sudamericane. Contrariamente a quanto accaduto finora, allorché 23 “megalopoli” (al di sopra dei 10 milioni di abitanti) hanno contribuito al 14% del PIL globale, al 2025 tale quota si ridurrà al 10%, con un progressivo aumento della crescita economica delle città di “medio-peso” (tra 150.000 e 10 milioni di abitanti) che produrranno il 40% del PIL globale. Entro la stessa data, 13 città di “medio-peso” diventeranno “megalopoli” e sono tutte nei Paesi emergenti, con la sola eccezione di Chicago (USA) e 7 nella sola Cina. Entro il 2025, in queste 600 città abiteranno circa 235 milioni di famiglie di classe media (che guadagnano più di 20.000 dollari l’anno a parità di potere d’acquisto-PPP), mentre oggi ne sono ospitate 210 milioni, con un aumento considerevole nelle città dei mercati emergenti a svantaggio di quelle dei mercati occidentali, in special modo di quelle europee. Ri-

spetto ad oggi in queste 600 città ci saranno probabilmente circa 13 milioni in più di bambini di età fino a 15 anni, con andamenti molto diversi tra le regioni. Circa 7 milioni di bambini in più vivranno nelle città cinesi, nonostante il previsto calo demografico del Paese, ed altri 3 milioni nelle città del Nord-America, anche se la percentuale più alta di bambini sarà appannaggio delle città indiane e africane. La ricerca mostra anche che l’invecchiamento in città non è fenomeno tipico solo dei Paesi sviluppati. Ben 423 città di Paesi in via di sviluppo contribuiranno all’80% della popolazione al di sopra dei 65 anni, di queste 216 città sono cinesi ed avranno un aumento di 80 milioni di anziani, con Shanghai che si prevede ospitarne il doppio di quelli di New York. In tutto il mondo, la dimensione delle famiglie è in diminuzione, ma il loro numero è in crescita e nelle top 600 città, secondo il Rapporto, crescerà 2,3 volte il tasso di crescita della popolazione mondiale, con la formazione di 250 milioni di nuove famiglie. Si stima che circa l’85% di queste famiglie si formeranno nelle città delle regioni emergenti, e la metà di queste vivrà nelle città della Cina, tanto che a livello globale Pechino e Shanghai, oltre a Tokyo, saranno le città che sperimenteranno la più forte crescita della domanda di alloggi. Secondo il McKinsey Global Institute, dal 2007 al 2025 le 23 città italiane analizzate, nel complesso, non cresceranno né economicamente, anche se da loro deriverà il 53% della ricchezza nazionale, né demograficamente, essendo prevista una popolazione che passerà solo da 28 a 29 milioni. Delle nostre città, l’unica a inserirsi nelle classifiche degli indici presi in considerazione è Milano, al 15° posto per numero di famiglie con un reddito annuo medio di oltre 20.000 dollari, mentre al 2007 figurava all’11° posto per PIL. Le norvegesi Oslo e Bergen, al 2025 saranno rispettivamente la 1a e la 3a città con il più alto PIL pro-capite. C’è da osservare che, seppure il Rapporto prenda in considerazione la futura crescita economica delle città e non la qualità della vita dei suoi abitanti, si rimane perplessi di fronte alla constatazione che le problematiche relative alla sostenibilità non abbiano alcun peso nel rendere “ricche” le città del futuro.

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IL COMMENTO

Pubblicato il D. Lgs. di attuazione della Direttiva sulla Tutela Penale dell’Ambiente

ECOREATI: INTRODOTTE NEL C.P. DUE NUOVE FATTISPECIE Sanzioni amministrative per gli Enti e le Società per illeciti commessi da propri dirigenti e dipendenti

Dal 16 agosto 2011 danneggiare la natura protetta è un reato penale! Ciò in forza del D. Lgs. 7 luglio 2011, n. 121 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 177 del 1° agosto 2011 avente ad oggetto “Attuazione della direttiva 2008/99/CE sulla tutela penale dell’ambiente, nonché della direttiva 2009/123/CE che modifica la direttiva 2005/35/CE relativa all’inquinamento provocato dalle navi e all’introduzioni di sanzioni per violazioni”. I termini di recepimento, in verità, erano già scaduti e solo la minaccia della Commissione UE, formalizzata il 16 giugno scorso, di adire la Corte europea di Giustizia se entro due mesi l’Italia non si fosse adeguata ha impresso un’accelerazione all’iter legislativo che era già stato approvato dal Consiglio dei Ministri il 7 aprile 2011. Due le nuove fattispecie incriminatrici introdotte nel codice penale per sanzionare i comportamenti illeciti delle persone fisiche (Art. 1): - la condotta di chi uccide, distrugge, preleva o possiede fuori dei casi consentiti esemplari di specie animali (punita con l’arresto da 1 a 6 mesi o con l’ammenda fino a 4.000 euro) o vegetali selvatiche protette (punita con l’ammenda fino a 4.000 euro) ; - la condotta di chi distrugge o comunque deteriora in modo significativo un habitat all’interno di un sito protetto

(punita con l’arresto fino a 18 mesi e con l’ammenda non inferiore a 3.000 euro). Modificando, quindi (Art. 2), il D. Lgs. 8 giugno 2001, n. 231 sulla responsabilità amministrativa degli enti, si introduce la responsabilità diretta delle società, persone giuridiche e associazioni per i reati ambientali già previsti, ma per i quali non erano sanzionate, e quelli introdotti con il nuovo decreto, commessi in loro interesse da propri amministratori, dirigenti, dipendenti. In sostanza, l’illecito che per le persone fisiche è “penale”, per gli enti diviene anche “amministrativo” per tutte le fattispecie già previste dal D. Lgs. 231/2001 e di quelle dei nuovi reati introdotti, che potrà essere di carattere pecuniario, interdittivo e oblatorio (confisca del prezzo o profitto del reato). Per le sanzioni pecuniarie, sarà il giudice a deciderne l’entità sulla base della gravità dell’illecito e della capacità finanziaria dell’ente: il legislatore si è limitato a prevederne un massimo per quote, il cui singolo valore può arrivare a 1.549 euro. Diamo di seguito un quadro sintetico delle novità, rinviando comunque al testo del Decreto in oggetto pubblicato nel Materiale in inserto nelle pagine accanto. Pertanto, in relazione ai nuovi reati, la sanzione potrà raggiungere:

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ATTUAZIONE DELLA DIRETTIVA 2008/99/CE SULLA TUTELA PENALE DELL’AMBIENTE, NONCHÉ DELLA DIRETTIVA 2009/123/CE CHE MODIFICA LA DIRETTIVA 2005/35/CE RELATIVA ALL’INQUINAMENTO PROVOCATO DALLE NAVI E ALL’INTRODUZIONE DI SANZIONI PER VIOLAZIONI

(ndr: Si avverte che il testo del Decreto inserito nelle pagine di questo Inserto non riveste carattere di ufficialità e non è sostitutivo in alcun modo della pubblicazione ufficiale cartacea).

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA Visti gli articoli 76 e 87 della Costituzione; Vista la direttiva 2008/99/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 19 novembre 2008, sulla tutela penale dell’ambiente; Vista la direttiva 2009/123/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 ottobre 2009, che modifica la direttiva 2005/35/CE relativa all’inquinamento provocato dalle navi e all’introduzione di sanzioni per violazioni; Visto il decreto legislativo 6 novembre 2007, n. 202, recante attuazione della direttiva 2005/35/CE relativa all’inquinamento provocato dalle navi e conseguenti sanzioni; Vista la legge 4 giugno 2010, n. 96, recante disposizioni per l’adempimento di obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alle Comunità europee - legge comunitaria 2009, ed, in particolare, l’articolo 19; Vista la preliminare deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella riunione del 7 aprile 2011; Acquisiti i pareri delle competenti Commissioni della Camera dei deputati e tenuto conto che le competenti Commissioni del Senato della Repubblica non hanno espresso i pareri nei termini previsti; Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri, adottata nella riunione del 7 luglio 2011; Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri e del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e del Ministro della giustizia, di concerto con il Ministri degli affari esteri, dello sviluppo economico, delle politiche agricole alimentari e forestali, delle infrastrutture e dei trasporti e dell’economia e delle finanze; Emana il seguente decreto legislativo:

Art. 1 Modifiche al codice penale 1. Al codice penale sono apportate le seguenti modificazioni: a) dopo l’articolo 727, è inserito il seguente: «Art. 727-bis (Uccisione, distruzione, cattura, prelievo, detenzione di esemplari di specie animali o vegetali selvatiche protette) Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, fuori dai casi consentiti, uccide, cattura o detiene esemplari appartenenti ad una specie animale selvatica protetta è punito con l’arresto da uno a sei mesi o con l’ammenda fino a 4.000 euro, salvo i casi in cui l’azione riguardi una quantità trascurabile di tali esemplari e abbia un impatto trascurabile sullo stato di conservazione della specie. Chiunque, fuori dai casi consentiti, distrugge, preleva o detiene esemplari appartenenti ad una specie vegetale selvatica protetta è punito con l’ammenda fino a 4. 000 euro, salvo i casi in cui l’azione riguardi una quantità trascurabile di tali esemplari e abbia un impatto trascurabile sullo stato di conservazione della specie.»; b) dopo l’articolo 733, è inserito il seguente: «Art. 733-bis (Distruzione o deterioramento di habitat all’interno di un sito protetto) Chiunque, fuori dai casi consentiti, distrugge un habitat all’interno di un sito protetto o comunque lo deteriora compromettendone lo stato di conservazione, è punito con l’arresto fino a diciotto mesi e con l’ammenda non inferiore a 3.000 euro.». 2. Ai fini dell’applicazione dell’articolo 727-bis del codice penale, per specie animali o vegetali selvatiche protette si intendono quelle indicate nell’allegato IV della direttiva 92/43/CE e nell’allegato I della direttiva 2009/147/CE. 3. Ai fini dell’applicazione dell’articolo 733-bis del codice penale per ‘habitat all’interno di un sito protetto si intende qualsiasi habitat di specie per le quali una zona sia classificata come zona a tutela speciale a norma dell’articolo 4, paragrafi 1 o 2, della direttiva 2009/147/CE, o qualsiasi habitat naturale o un habitat di specie per cui un sito sia designato come zona speciale di conservazione a norma dell’art. 4, paragrafo 4, della direttiva 92/43/CE. Avvertenza: Il testo delle note qui pubblicato è stato redatto dall’amministrazione competente per materia ai sensi dell’articolo 10, commi 2 e 3 del testo unico delle disposizioni sulla promulgazione delle

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Regioni&Ambiente n° 9 Settembre 2011

INSERTO

D. Lgs. 7 luglio 2011, n. 121 (G. U. n. 177 del 1° Agosto 2011)


leggi, sull’emanazione dei decreti del Presidente della Repubblica e sulle pubblicazioni ufficiali della Repubblica italiana, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 1985, n. 1092, al solo fine di facilitare la lettura delle disposizioni di legge modificate o alle quali è operato il rinvio. Restano invariati il valore e l’efficacia degli atti legislativi qui trascritti. - Per le direttive CEE vengono forniti gli estremi di pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale delle Comunità europee (GUCE). Note alle premesse: - L’art. 76 della Costituzione stabilisce che l’esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti. - L’art. 87 della Costituzione conferisce, tra l’altro, al Presidente della Repubblica il potere di promulgare le leggi e di emanare i decreti aventi valore di legge ed i regolamenti. - La direttiva 2008/99/CE è pubblicata nella G.U.U.E. 6 dicembre 2008, n. L 328. - La direttiva 2009/123/CE è pubblicata nella G.U.U.E. 27 ottobre 2009, n. L 280. - Il decreto legislativo 6 novembre 2007, n.202, è pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 9 novembre 2007, n. 261, S.O. - L’art. 19 della legge 4 giugno 2010, n.96 (Disposizioni per l’adempimento di obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alle Comunità europee - Legge comunitaria 2009), pubblicata nella Gazzetta Ufficiale 25 giugno 2010, n. 146, S.O., così recita: «Art. 19.(Delega al Governo per il recepimento della direttiva 2008/99/ CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 19 novembre 2008, sulla tutela penale dell’ambiente, e della direttiva 2009/123/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 ottobre 2009, che modifica la direttiva 2005/35/CE relativa all’inquinamento provocato dalle navi e all’introduzione di sanzioni per violazioni). - 1. Il Governo è delegato ad adottare, entro il termine di nove mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, uno o più decreti legislativi al fine di recepire le disposizioni della direttiva 2008/99/ CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 19 novembre 2008, sulla tutela penale dell’ambiente, e della direttiva 2009/123/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 21 ottobre 2009, che modifica la direttiva 2005/35/CE relativa all’inquinamento provocato dalle navi e all’introduzione di sanzioni per violazioni. 2. I decreti legislativi di cui al comma 1 sono adottati su proposta del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, del Ministro per le politiche europee e del Ministro della giustizia, di concerto con il Ministro degli affari esteri, con il Ministro dello sviluppo economico, con il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, con il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti e con il Ministro dell’economia e delle finanze, nel rispetto delle modalità e delle procedure di cui all’art. 1, secondo i principi e criteri direttivi generali di cui all’ articolo 2, nonché secondo i seguenti principi e criteri direttivi specifici, realizzando il necessario coordinamento con le altre disposizioni vigenti: a) introdurre tra i reati di cui alla sezione III del capo I del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, e successive modificazioni, le fattispecie criminose indicate nelle direttive di cui al comma 1; b) prevedere, nei confronti degli enti nell’interesse o a vantaggio dei quali è stato commesso uno dei reati di cui alla lettera a), adeguate e proporzionate sanzioni amministrative pecuniarie, di confisca, di pubblicazione della sentenza ed eventualmente anche interdittive, nell’osservanza dei principi di omogeneità ed equivalenza rispetto alle sanzioni già previste per fattispecie simili, e comunque nei limiti massimi previsti dagli articoli 12 e 13 del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, e successive modificazioni.».

Art. 2 Modifiche al decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231 1. L’articolo 4 della legge 3 agosto 2009, n. 116, è sostituito dal seguente:

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«Art. 4. Introduzione dell’articolo 25-decies del decreto legislativo 2001, n. 231: 1. Dopo l’articolo 25-nonies del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, è inserito il seguente: “Art. 25-decies (Induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria). !. In relazione alla commissione del delitto di cui all’art. 377-bis del codice civile, si applica all’ente la sanzione pecuniaria fino a cinquecento quote.”». 2. Dopo l’articolo 25-decies del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, è inserito il seguente: «Art. 25-undecies (Reati ambientali) 1. In relazione alla commissione dei reati previsti dal codice penale, si applicano all’ente le seguenti sanzioni pecuniarie: a) per la violazione dell’articolo 727-bis la sanzione pecuniaria fino a duecentocinquanta quote; b) per la violazione dell’articolo 733-bis la sanzione pecuniaria da centocinquanta a duecentocinquanta quote. 2. In relazione alla commissione dei reati previsti dal decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, si applicano all’ente le seguenti sanzioni pecuniarie: a) per i reati di cui all’articolo 137: 1) per la violazione dei commi 3, 5, primo periodo, e 13, la sanzione pecuniaria da centocinquanta a duecentocinquanta quote; 2) per la violazione dei commi 2, 5, secondo periodo, e 11, la sanzione pecuniaria da duecento a trecento quote. b) per i reati di cui all’articolo 256: 1) per la violazione dei commi 1, lettera a), e 6, primo periodo, la sanzione pecuniaria fino a duecentocinquanta quote; 2) per la violazione dei commi 1, lettera b), 3, primo periodo, e 5, la sanzione pecuniaria da centocinquanta a duecentocinquanta quote; 3) per la violazione del comma 3, secondo periodo, la sanzione pecuniaria da duecento a trecento quote; c) per i reati di cui all’articolo 257: 1) per la violazione del comma 1, la sanzione pecuniaria fino a duecentocinquanta quote; 2) per la violazione del comma 2, la sanzione pecuniaria da centocinquanta a duecentocinquanta quote; d) per la violazione dell’articolo 258, comma 4, secondo periodo, la sanzione pecuniaria da centocinquanta a duecentocinquanta quote; e) per la violazione dell’articolo 259, comma 1, la sanzione pecuniaria da centocinquanta a duecentocinquanta quote; f) per il delitto di cui all’articolo 260, la sanzione pecuniaria da trecento a cinquecento quote, nel caso previsto dal comma 1 e da quattrocento a ottocento quote nel caso previsto dal comma 2;


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6.

g) per la violazione dell’articolo 260-bis, la sanzione pecuniaria da centocinquanta a duecentocinquanta quote nel caso previsto dai commi 6, 7, secondo e terzo periodo, e 8, primo periodo, e la sanzione pecuniaria da duecento a trecento quote nel caso previsto dal comma 8, secondo periodo; h) per la violazione dell’articolo 279, comma 5, la sanzione pecuniaria fino a duecentocinquanta quote. In relazione alla commissione dei reati previsti dalla legge 7 febbraio 1992, n. 150, si applicano all’ente le seguenti sanzioni pecuniarie: a) per la violazione degli articoli 1, comma 1, 2, commi 1 e 2, e 6, comma 4, la sanzione pecuniaria fino a duecentocinquanta quote; b) per la violazione dell’articolo 1, comma 2, la sanzione pecuniaria da centocinquanta a duecentocinquanta quote; c) per i reati del codice penale richiamati dall’articolo 3-bis, comma 1, della medesima legge n. 150 del 1992, rispettivamente: 1) la sanzione pecuniaria fino a duecentocinquanta quote, in caso di commissione di reati per cui è prevista la pena non superiore nel massimo ad un anno di reclusione; 2) la sanzione pecuniaria da centocinquanta a duecentocinquanta quote, in caso di commissione di reati per cui è prevista la pena non superiore nel massimo a due anni di reclusione; 3) la sanzione pecuniaria da duecento a trecento quote, in caso di commissione di reati per cui è prevista la pena non superiore nel massimo a tre anni di reclusione; 4) la sanzione pecuniaria da trecento a cinquecento quote, in caso di commissione di reati per cui è prevista la pena superiore nel massimo a tre anni di reclusione. In relazione alla commissione dei reati previsti dall’articolo 3, comma 6, della legge 28 dicembre 1993, n. 549, si applica all’ente la sanzione pecuniaria da centocinquanta a duecentocinquanta quote. In relazione alla commissione dei reati previsti dal decreto legislativo 6 novembre 2007, n. 202, si applicano all’ente le seguenti sanzioni pecuniarie: a) per il reato di cui all’articolo 9, comma 1, la sanzione pecuniaria fino a duecentocinquanta quote; b) per i reati di cui agli articoli 8, comma 1, e 9, comma 2, la sanzione pecuniaria da centocinquanta a duecentocinquanta quote; c) per il reato di cui all’articolo 8, comma 2, la sanzione pecuniaria da duecento a trecento quote. Le sanzioni previste dal comma 2, lettera b), sono ridotte della metà nel caso di commissione

del reato previsto dall’articolo 256, comma 4, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152. 7. Nei casi di condanna per i delitti indicati al comma 2, lettere a), n. 2), b), n. 3), e f), e al comma 5, lettere b) e c), si applicano le sanzioni interdittive previste dall’articolo 9, comma 2, del decreto legislativo 8 giugno 2001, n. 231, per una durata non superiore a sei mesi. 8. Se l’ente o una sua unità organizzativa vengono stabilmente utilizzati allo scopo unico o prevalente di consentire o agevolare la commissione dei reati di cui all’articolo 260 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e all’articolo 8 del decreto legislativo 6 novembre 2007, n. 202, si applica la sanzione dell’interdizione definitiva dall’esercizio dell’attività ai sensi dell’art. 16, comma 3, del decreto legislativo 8 giugno 2001 n. 231.». Art. 3 Modifiche al decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 1. Al comma 17 dell’articolo 6 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, dopo il secondo periodo è inserito il seguente: «Per la baia storica del Golfo di Taranto di cui all’articolo 1 del decreto del Presidente della Repubblica 26 aprile 1977, n. 816, il divieto relativo agli idrocarburi liquidi è stabilito entro le cinque miglia dalla linea di costa.». 2. All’articolo 260-bis del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, dopo il comma 9 sono aggiunti, in fine, i seguenti: «9-bis. Chi con un’azione od omissione viola diverse disposizioni di cui al presente articolo ovvero commette più violazioni della stessa disposizione soggiace alla sanzione amministrativa prevista per la violazione più grave, aumentata sino al doppio. La stessa sanzione si applica a chi con più azioni od omissioni, esecutive di un medesimo disegno, commette anche in tempi diversi più violazioni della stessa o di diverse disposizioni di cui al presente articolo. 9-ter. Non risponde delle violazioni amministrative di cui al presente articolo chi, entro trenta giorni dalla commissione del fatto, adempie agli obblighi previsti dalla normativa relativa al sistema informatico di controllo di cui al comma 1. Nel termine di sessanta giorni dalla contestazione immediata o dalla notificazione della violazione, il trasgressore può definire la controversia, previo adempimento degli obblighi di cui sopra, con il pagamento di un quarto della sanzione prevista. La definizione agevolata impedisce l’irrogazione delle sanzioni accessorie.». 3. Al comma 1 dell’articolo 260-ter del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, dopo le parole: «All’accertamento delle violazioni di cui ai commi» le parole: «8 e 9» sono sostituite dalle seguenti: «7 e 8». Note all’art. 3: - Il testo dell’articolo 6 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n 152, (Norme in materia ambientale), pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 14 aprile 2006, n. 88, come modificato dal presente decreto così recita: «Art. 6. (Oggetto della disciplina). - 1. La valutazione ambientale strategica riguarda i piani e i programmi che possono avere impatti significativi sull’ambiente e sul patrimonio culturale.

III


2. Fatto salvo quanto disposto al comma 3, viene effettuata una valutazione per tutti i piani e i programmi: a) che sono elaborati per la valutazione e gestione della qualità dell’aria ambiente, per i settori agricolo, forestale, della pesca, energetico, industriale, dei trasporti, della gestione dei rifiuti e delle acque, delle telecomunicazioni, turistico, della pianificazione territoriale o della destinazione dei suoli, e che definiscono il quadro di riferimento per l’approvazione, l’autorizzazione, l’area di localizzazione o comunque la realizzazione dei progetti elencati negli allegati II, III e IV del presente decreto; b) per i quali, in considerazione dei possibili impatti sulle finalità di conservazione dei siti designati come zone di protezione speciale per la conservazione degli uccelli selvatici e quelli classificati come siti di importanza comunitaria per la protezione degli habitat naturali e della flora e della fauna selvatica, si ritiene necessaria una valutazione d’incidenza ai sensi dell’articolo 5 del decreto del Presidente della Repubblica 8 settembre 1997, n. 357, e successive modificazioni. 3. Per i piani e i programmi di cui al comma 2 che determinano l’uso di piccole aree a livello locale e per le modifiche minori dei piani e dei programmi di cui al comma 2, la valutazione ambientale è necessaria qualora l’autorità competente valuti che producano impatti significativi sull’ambiente, secondo le disposizioni di cui all’articolo 12 e tenuto conto del diverso livello di sensibilità ambientale dell’area oggetto di intervento (48). 3-bis. L’autorità competente valuta, secondo le disposizioni di cui all’articolo 12, se i piani e i programmi, diversi da quelli di cui al comma 2, che definiscono il quadro di riferimento per l’autorizzazione dei progetti, producano impatti significativi sull’ambiente. 3-ter. Per progetti di opere e interventi da realizzarsi nell’ambito del Piano regolatore portuale, già sottoposti ad una valutazione ambientale strategica, e che rientrano tra le categorie per le quali è prevista la Valutazione di impatto ambientale, costituiscono dati acquisiti tutti gli elementi valutati in sede di VAS o comunque desumibili dal Piano regolatore portuale. Qualora il Piano regolatore Portuale ovvero le rispettive varianti abbiano contenuti tali da essere sottoposti a valutazione di impatto ambientale nella loro interezza secondo le norme comunitarie, tale valutazione è effettuata secondo le modalità e le competenze previste dalla Parte Seconda del presente decreto ed è integrata dalla valutazione ambientale strategica per gli eventuali contenuti di pianificazione del Piano e si conclude con un unico provvedimento. 4. Sono comunque esclusi dal campo di applicazione del presente decreto: a) i piani e i programmi destinati esclusivamente a scopi di difesa nazionale caratterizzati da somma urgenza o ricadenti nella disciplina di cui all’articolo 17 del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, e successive modificazioni; b) i piani e i programmi finanziari o di bilancio; c) i piani di protezione civile in caso di pericolo per l’incolumità pubblica; c-bis) i piani di gestione forestale o strumenti equivalenti, riferiti ad un ambito aziendale o sovraziendale di livello locale, redatti secondo i criteri della gestione forestale sostenibile e approvati dalle regioni o dagli organismi dalle stesse individuati 5. La valutazione d’impatto ambientale, riguarda i progetti che possono avere impatti significativi e negativi sull’ambiente e sul patrimonio culturale. 6. Fatto salvo quanto disposto al comma 7, viene effettuata altresì una valutazione per: a) i progetti di cui agli allegati II e III al presente decreto; b) i progetti di cui all’allegato IV al presente decreto, relativi ad opere o interventi di nuova realizzazione, che ricadono, anche parzialmente, all’interno di aree naturali protette come definite dalla legge 6 dicembre 1991, n. 394. 7. La valutazione è inoltre necessaria, qualora, in base alle disposizioni di cui al successivo articolo 20, si ritenga che possano produrre impatti significativi e negativi sull’ambiente, per:

IV

a) i progetti elencati nell’allegato II che servono esclusivamente o essenzialmente per lo sviluppo ed il collaudo di nuovi metodi o prodotti e non sono utilizzati per più di due anni; b) le modifiche o estensioni dei progetti elencati nell’allegato II che possono avere impatti significativi e negativi sull’ambiente; c) i progetti elencati nell’allegato IV. 8. Per i progetti di cui agli allegati III e IV, ricadenti all’interno di aree naturali protette, le soglie dimensionali, ove previste, sono ridotte del cinquanta per cento. 9. Le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano possono definire, per determinate tipologie progettuali o aree predeterminate, sulla base degli elementi indicati nell’allegato V, un incremento nella misura massima del trenta per cento o decremento delle soglie di cui all’allegato IV. Con riferimento ai progetti di cui all’allegato IV, qualora non ricadenti neppure parzialmente in aree naturali protette, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano possono determinare, per specifiche categorie progettuali o in particolari situazioni ambientali e territoriali, sulla base degli elementi di cui all’allegato V, criteri o condizioni di esclusione dalla verifica di assoggettabilità. 10. L’autorità competente in sede statale valuta caso per caso i progetti relativi ad opere ed interventi destinati esclusivamente a scopo di difesa nazionale non aventi i requisiti di cui al comma 4, lettera a). La esclusione di tali progetti dal campo di applicazione del decreto, se ciò possa pregiudicare gli scopi della difesa nazionale, è determinata con decreto interministeriale del Ministro della difesa e del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare. 11. Sono esclusi in tutto in parte dal campo di applicazione del presente decreto, quando non sia possibile in alcun modo svolgere la valutazione di impatto ambientale, singoli interventi disposti in via d’urgenza, ai sensi dell’articolo 5, commi 2 e 5 della legge 24 febbraio 1992, n. 225, al solo scopo di salvaguardare l’incolumità delle persone e di mettere in sicurezza gli immobili da un pericolo imminente o a seguito di calamità. In tale caso l’autorità competente, sulla base della documentazione immediatamente trasmessa dalle autorità che dispongono tali interventi: a) esamina se sia opportuna un’altra forma di valutazione; b) mette a disposizione del pubblico coinvolto le informazioni raccolte con le altre forme di valutazione di cui alla lettera a), le informazioni relative alla decisione di esenzione e le ragioni per cui è stata concessa; c) informa la Commissione europea, tramite il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare nel caso di interventi di competenza regionale, prima di consentire il rilascio dell’autorizzazione, delle motivazioni dell’esclusione accludendo le informazioni messe a disposizione del pubblico. 12. Per le modifiche dei piani e dei programmi elaborati per la pianificazione territoriale o della destinazione dei suoli conseguenti a provvedimenti di autorizzazione di opere singole che hanno per legge l’effetto di variante ai suddetti piani e programmi, ferma restando l’applicazione della disciplina in materia di VIA, la valutazione ambientale strategica non è necessaria per la localizzazione delle singole opere. 13. L’autorizzazione integrata ambientale è necessaria per: a) i progetti di cui all’allegato VIII del presente decreto; b) le modifiche sostanziali degli impianti di cui alla lettera a) del presente comma. 14. Per gli impianti ove è svolta una attività di cui all’allegato VIII del presente decreto, nonché per le loro modifiche sostanziali l’autorizzazione integrata ambientale è rilasciata nel rispetto di quanto previsto dall’articolo 208, commi 6 e 7, del presente decreto. 15. Per gli impianti di cui alla lettera a) del comma 12 del presente articolo, nonché per le loro modifiche sostanziali, l’autorizzazione integrata ambientale è rilasciata nel rispetto della disciplina di cui al presente decreto e dei termini di cui all’articolo 29-quater, comma 10.


16. L’autorità competente, nel determinare le condizioni per l’autorizzazione integrata ambientale, fermo restando il rispetto delle norme di qualità ambientale, tiene conto dei seguenti principi generali: a) devono essere prese le opportune misure di prevenzione dell’inquinamento, applicando in particolare le migliori tecniche disponibili; 9 b) non si devono verificare fenomeni di inquinamento significativi; c) deve essere evitata la produzione di rifiuti, a norma della quarta parte del presente decreto; in caso contrario i rifiuti sono recuperati o, ove ciò sia tecnicamente ed economicamente impossibile, sono eliminati evitandone e riducendone l’impatto sull’ambiente, secondo le disposizioni della medesima quarta parte del presente decreto; d) l’energia deve essere utilizzata in modo efficace ed efficiente; e) devono essere prese le misure necessarie per prevenire gli incidenti e limitarne le conseguenze; f) deve essere evitato qualsiasi rischio di inquinamento al momento della cessazione definitiva delle attività e il sito stesso deve essere ripristinato ai sensi della normativa vigente in materia di bonifiche e ripristino ambientale. 17. Ai fini di tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, all’interno del perimetro delle aree marine e costiere a qualsiasi titolo protette per scopi di tutela ambientale, in virtù di leggi nazionali, regionali o in attuazione di atti e convenzioni internazionali sono vietate le attività di ricerca, di prospezione nonché di coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare, di cui agli articoli 4, 6 e 9 della legge 9 gennaio 1991, n. 9. Il divieto è altresì stabilito nelle zone di mare poste entro dodici miglia marine dal perimetro esterno delle suddette aree marine e costiere protette, oltre che per i soli idrocarburi liquidi nella fascia marina compresa entro cinque miglia dalle linee di base delle acque territoriali lungo l’intero perimetro costiero nazionale. Per la baia storica del Golfo di Taranto di cui all’articolo 1 del decreto del Presidente della Repubblica 26 aprile 1977, n. 816, il divieto relativo agli idrocarburi liquidi è stabilito entro le cinque miglia dalla linea di costa. Al di fuori delle medesime aree, le predette attività sono autorizzate previa sottoposizione alla procedura di valutazione di impatto ambientale di cui agli articoli 21 e seguenti del presente decreto, sentito il parere degli enti locali posti in un raggio di dodici miglia dalle aree marine e costiere interessate dalle attività di cui al primo periodo. Le disposizioni di cui al presente comma si applicano ai procedimenti autorizzatori in corso alla data di entrata in vigore del presente comma. Resta ferma l’efficacia dei titoli abilitativi già rilasciati alla stessa data. Dall’entrata in vigore delle disposizioni di cui al presente comma è abrogato il comma 81 dell’articolo 1 della legge 23 agosto 2004, n. 239». Il testo dell’articolo 260-bis del citato decreto legislativo n 152 del 2006, come modificato dal presente decreto così recita: «260-bis. Sistema informatico di controllo della tracciabilità dei rifiuti 1. I soggetti obbligati che omettono l’iscrizione al sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti (SISTRI) di cui all’articolo 188-bis, comma 2, lett. a), nei termini previsti, sono puniti con una sanzione amministrativa pecuniaria da duemilaseicento euro a quindicimilacinquecento euro. In caso di rifiuti pericolosi, si applica una sanzione amministrativa pecuniaria da quindicimilacinquecento euro a novantatremila euro. 2. I soggetti obbligati che omettono, nei termini previsti, il pagamento del contributo per l’iscrizione al sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti (SISTRI) di cui all’articolo 188-bis, comma 2, lett. a), sono puniti con una sanzione amministrativa pecuniaria da duemilaseicento euro a quindicimilacinquecento euro. In caso di rifiuti pericolosi, si applica una sanzione amministrativa pecuniaria da quindicimilacinquecento euro a novantatremila euro. All’accertamento dell’omissione del pagamento consegue obbligatoriamente, la sospensione immediata dal servizio fornito

dal predetto sistema di controllo della tracciabilità nei confronti del trasgressore. In sede di rideterminazione del contributo annuale di iscrizione al predetto sistema di tracciabilità occorre tenere conto dei casi di mancato pagamento disciplinati dal presente comma. 3. Chiunque omette di compilare il registro cronologico o la scheda SISTRI - AREA MOVIMENTAZIONE, secondo i tempi, le procedure e le modalità stabilite dal sistema informatico di controllo di cui al comma 1, ovvero fornisce al suddetto sistema informazioni incomplete, o inesatte, altera fraudolentemente uno qualunque dei dispositivi tecnologici accessori al predetto sistema informatico di controllo, o comunque ne impedisce in qualsiasi modo il corretto funzionamento, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da duemilaseicento euro a quindicimilacinquecento euro. Nel caso di imprese che occupino un numero di unità lavorative inferiore a quindici dipendenti, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da millequaranta euro a seimiladuecento. Il numero di unità lavorative è calcolato con riferimento al numero di dipendenti occupati mediamente a tempo pieno durante un anno, mentre i lavoratori a tempo parziale e quelli stagionali rappresentano frazioni di unità lavorative annue; ai predetti fini l’anno da prendere in considerazione è quello dell’ultimo esercizio contabile approvato, precedente il momento di accertamento dell’infrazione. Se le indicazioni riportate pur incomplete o inesatte non pregiudicano la tracciabilità dei rifiuti, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da euro duecentosessanta ad euro millecinquecentocinquanta. 4. Qualora le condotte di cui al comma 3 siano riferibili a rifiuti pericolosi si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da euro quindicimilacinquecento ad euro novantatremila, nonché la sanzione amministrativa accessoria della sospensione da un mese a un anno dalla carica rivestita dal soggetto cui l’infrazione è imputabile ivi compresa la sospensione dalla carica di amministratore. Nel caso di imprese che occupino un numero di unità lavorative inferiore a quindici dipendenti, le misure minime e massime di cui al periodo precedente sono ridotte rispettivamente da duemilasettanta euro a dodicimilaquattrocento euro per i rifiuti pericolosi. Le modalità di calcolo dei numeri di dipendenti avviene nelle modalità di cui al comma 3. Se le indicazioni riportate pur incomplete o inesatte non pregiudicano la tracciabilità dei rifiuti, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da euro cinquecentoventi ad euro tremilacento. 5. Al di fuori di quanto previsto nei commi da 1 a 4, i soggetti che si rendono inadempienti agli ulteriori obblighi su di loro incombenti ai sensi del predetto sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti (SISTRI) sono puniti, per ciascuna delle suddette violazioni, con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro duemilaseicento ad euro quindicimilacinquecento. In caso di rifiuti pericolosi si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da euro quindicimilacinquecento ad euro novantatremila. 6. Si applica la pena di cui all’articolo 483 c.p. a colui che, nella predisposizione di un certificato di analisi di rifiuti, utilizzato nell’ambito del sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti fornisce false indicazioni sulla natura, sulla composizione e sulle caratteristiche chimico-fisiche dei rifiuti e a chi inserisce un certificato falso nei dati da fornire ai fini della tracciabilità dei rifiuti. 7. Il trasportatore che omette di accompagnare il trasporto dei rifiuti con la copia cartacea della scheda SISTRI - AREA MOVIMENTAZIONE e, ove necessario sulla base della normativa vigente, con la copia del certificato analitico che identifica le caratteristiche dei rifiuti è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 1.600 euro a 9.300 euro. Si applica la pena di cui all’art. 483 del codice penale in caso di trasporto di rifiuti pericolosi. Tale ultima pena si applica anche a colui che, durante il trasporto fa uso di un certificato di analisi di rifiuti contenente false indicazioni sulla natura, sulla composizione e

V


sulle caratteristiche chimico-fisiche dei rifiuti trasportati. 8. Il trasportatore che accompagna il trasporto di rifiuti con una copia cartacea della scheda SISTRI - AREA Movimentazione fraudolentemente alterata è punito con la pena prevista dal combinato disposto degli articoli 477 e 482 del codice penale. La pena è aumentata fino ad un terzo nel caso di rifiuti pericolosi. 9. Se le condotte di cui al comma 7 non pregiudicano la tracciabilità dei rifiuti, si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da euro duecentosessanta ad euro millecinquecentocinquanta «9-bis. Chi con un’azione od omissione viola diverse disposizioni di cui al presente articolo ovvero commette più violazioni della stessa disposizione soggiace alla sanzione amministrativa prevista per la violazione più grave, aumentata sino al doppio. La stessa sanzione si applica a chi con più azioni od omissioni, esecutive di un medesimo disegno, commette anche in tempi diversi più violazioni della stessa o di diverse disposizioni di cui al presente articolo. 9-ter. Non risponde delle violazioni amministrative di cui al presente articolo chi, entro trenta giorni dalla commissione del fatto, adempie agli obblighi previsti dalla normativa relativa al sistema informatico di controllo di cui al comma 1. Nel termine di sessanta giorni dalla contestazione immediata o dalla notificazione della violazione, il trasgressore può definire la controversia, previo adempimento degli obblighi di cui sopra, con il pagamento di un quarto della sanzione prevista. La definizione agevolata impedisce l’irrogazione delle sanzioni accessorie.». Il testo dell’articolo 260-ter del decreto legislativo 3 aprile 2006, n 152, citato nelle note all’articolo 3, così come modificato dal presente decreto così recita: «Art. 260-ter. (Sanzioni amministrative accessorie. Confisca). - 1. All’accertamento delle violazioni di cui ai commi 7 e 8 dell’articolo 260-bis, consegue obbligatoriamente la sanzione accessoria del fermo amministrativo del veicolo utilizzato per l’attività di trasporto dei rifiuti di mesi 12, nel caso in cui il responsabile si trovi nelle situazioni di cui all’art. 99 c.p. o all’articolo 8-bis della legge 24 novembre 1981, n. 689, o abbia commesso in precedenza illeciti amministrativi con violazioni della stessa indole o comunque abbia violato norme in materia di rifiuti. 2. Si applicano, in quanto compatibili, le disposizioni di cui agli articoli 213, 214, 214 bis e 224-ter del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, e relative norme di attuazione. 3. All’accertamento delle violazioni di cui al comma 1 dell’articolo 260-bis, consegue la sanzione accessoria del fermo amministrativo di mesi 12 del veicolo utilizzato dal trasportatore. In ogni caso restituzione del veicolo sottoposto al fermo amministrativo non può essere disposta in mancanza dell’iscrizione e del correlativo versamento del contributo. 4. In caso di trasporto non autorizzato di rifiuti pericolosi, è sempre disposta la confisca del veicolo e di qualunque altro mezzo utilizzato per il trasporto del rifiuto, ai sensi dell’articolo 240, secondo comma, del codice penale, salvo che gli stessi che appartengano, non fittiziamente a persona estranea al reato. 5. Il fermo di cui al comma 1 e la confisca di cui al comma 4 conseguono obbligatoriamente anche all’accertamento delle violazioni di cui al comma 1 dell’articolo 256».

Art. 4 Modifiche al decreto legislativo 3 dicembre 2010, n. 205 1. All’articolo 190 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, come modificato dall’articolo16, comma 1, lettera d), del decreto legislativo 3 dicembre 2010, n. 205, sono apportate le seguenti modificazioni: a) al comma 1 prima delle parole: «I soggetti di cui all’articolo 188-ter» sono anteposte le seguenti: «Fatto salvo quanto stabilito al comma 1-bis»; b) dopo il comma 1 è inserito il seguente: «1-bis. Sono

VI

esclusi dall’obbligo di tenuta di un registro di carico e scarico gli imprenditori agricoli di cui all’articolo 2135 del codice civile che raccolgono e trasportano i propri rifiuti speciali non pericolosi di cui all’art. 212, comma 8, nonché le imprese e gli enti che, ai sensi dell’art. 212, comma 8, raccolgono e trasportano i propri rifiuti speciali non pericolosi di cui all’articolo 184, comma 3, lettera b)». 2. All’articolo 39 del decreto legislativo 3 dicembre 2010, n. 205, sono apportate le seguenti modificazioni: a) il comma 2 è sostituito dal seguente: «2. Al fine di graduare la responsabilità nel primo periodo di applicazione del sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti (SISTRI) di cui all’articolo 188-bis, comma 2, lettera a), del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 205, e successive modificazioni, i soggetti obbligati all’iscrizione al predetto sistema che omettono l’iscrizione o il relativo versamento nei termini previsti, fermo restando l’obbligo di adempiere all’iscrizione al predetto sistema con pagamento del relativo contributo, sono puniti, per ciascun mese o frazione di mese di ritardo: a) con una sanzione pari al cinque per cento dell’importo annuale dovuto per l’iscrizione se l’inadempimento si verifica nei primi otto mesi successivi alla decorrenza degli obblighi di operatività per ciascuna categoria di operatori, enti o imprese, come individuata dall’articolo 12, comma 2, del decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare in data 17 dicembre 2009, e successive modificazioni, pubblicato nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 9 del 13 gennaio 2010; b) con una sanzione pari al cinquanta per cento dell’importo annuale dovuto per l’iscrizione se l’inadempimento si verifica o comunque si protrae per i quattro mesi successivi al periodo individuato alla lettera a) del presente comma»; b) dopo il comma 2, sono inseriti i seguenti: «2-bis. Anche in attuazione di quanto disposto al comma 1, i soggetti di cui all’articolo 188-ter, commi 1, 2, 4 e 5, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e successive modificazioni, che fino alla decorrenza degli obblighi di operatività del sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti (SISTRI) di cui all’articolo 188-bis, comma 2, lettera a), del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e successive modificazioni, non adempiono alle prescrizioni di cui all’articolo 28, comma 2, del decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare 18 febbraio 2011, n. 52, sono soggetti alle relative sanzioni previste dall’articolo 258 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, nella formulazione precedente all’entrata in vigore del presente decreto. 2-ter. Anche in attuazione di quanto disposto al comma 1, le sanzioni previste dall’articolo 258 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152,


nella formulazione previgente a quella di cui al decreto legislativo 3 dicembre 2010, n. 205, per la presentazione del modello unico di dichiarazione ambientale si applicano ai soggetti tenuti alla comunicazione di cui all’articolo 28, comma 1, del citato decreto ministeriale 18 febbraio 2011, n. 52, e successive modificazioni, secondo i termini e le modalità ivi indicati. 2-quater. Le sanzioni amministrative di cui all’articolo 260-bis, commi 3, 4, 5, 7 e 9, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e successive modificazioni, sono ridotte, ad eccezione dei casi di comportamenti fraudolenti di cui al predetto comma 3, a un decimo per le violazioni compiute negli otto mesi successivi alla decorrenza degli obblighi di operatività per ciascuna categoria di operatori, enti o imprese, come individuata dall’articolo 1 del decreto ministeriale 26 maggio 2011, e successive modificazioni, e a un quinto per le violazioni compiute dalla scadenza dell’ottavo mese e per i successivi quattro mesi.». Note all’art. 4: Il testo dell’articolo 190 del citato decreto legislativo n 152 del 2006, come modificato dall’ articolo 16, comma 1 lettera d) del decreto legislativo 3 dicembre 2010, n. 205 (Disposizioni di attuazione della direttiva 2008/98/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 19 novembre 2008 relativa ai rifiuti e che abroga alcune direttive), pubblicato nella Gazzetta Ufficiale 10 dicembre 2010, n. 288, S.O., come ulteriormente modificato dal presente decreto così recita: «Art. 190. (Registri di carico e scarico). - 1. Fatto salvo quanto stabilito al comma 1-bis, i soggetti di cui all’articolo 188-ter, comma 2, lett. a) e b), che non hanno aderito su base volontaria al sistema di tracciabilità dei rifiuti (SISTRI) di cui all’articolo 188-bis, comma 2, lett. a), hanno l’obbligo di tenere un registro di carico e scarico su cui devono annotare le informazioni sulle caratteristiche qualitative e quantitative dei rifiuti. Le annotazioni devono essere effettuate almeno entro dieci giorni lavorativi dalla produzione del rifiuto e dallo scarico del medesimo. 1-bis. Sono esclusi dall’obbligo di tenuta di un registro di carico e scarico gli imprenditori agricoli di cui all’articolo 2135 del codice civile che raccolgono e trasportano i propri rifiuti speciali non pericolosi di cui all’articolo 212, comma 8, nonché le imprese e gli enti che, ai sensi dell’articolo 212, comma 8, raccolgono e trasportano i propri rifiuti speciali non pericolosi di cui all’articolo 184, comma 3, lettera b). 2. I registri di carico e scarico sono tenuti presso ogni impianto di produzione o, nel caso in cui ciò risulti eccessivamente oneroso, nel sito di produzione, e integrati con i formulari di identificazione di cui all’articolo 193, comma 1, relativi al trasporto dei rifiuti, o con la copia della scheda del sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti (SISTRI) di cui all’articolo 188-bis, comma 2, lett. a), trasmessa dall’impianto di destinazione dei rifiuti stessi, sono conservati per cinque anni dalla data dell’ultima registrazione. 3. I soggetti di cui al comma 1, la cui produzione annua di rifiuti non eccede le dieci tonnellate di rifiuti non pericolosi, possono adempiere all’obbligo della tenuta dei registri di carico e scarico dei rifiuti anche tramite le associazioni imprenditoriali interessate o società di servizi di diretta emanazione delle stesse, che provvedono ad annotare i dati previsti con cadenza mensile, mantenendo presso la sede dell’impresa copia dei dati trasmessi. 4. Le informazioni contenute nel registro di carico e scarico sono rese disponibili in qualunque momento all’autorità di

controllo qualora ne faccia richiesta. 5. I registri di carico e scarico sono numerati, vidimati e gestiti con le procedure e le modalità fissate dalla normativa sui registri IVA. Gli obblighi connessi alla tenuta dei registri di carico e scarico si intendono correttamente adempiuti anche qualora sia utilizzata carta formato A4, regolarmente numerata. I registri sono numerati e vidimati dalle Camere di commercio territorialmente competenti. 6. La disciplina di carattere nazionale relativa ai registri di carico e scarico è quella di cui al decreto del Ministro dell’ambiente 1° aprile 1998, n. 148, come modificato dal comma 7. 7. Nell’Allegato C1, sezione III, lettera c), del decreto del Ministro dell’ambiente 1° aprile 1998, n. 148, dopo le parole: «in litri» la congiunzione: «e» è sostituita dalla disgiunzione: «o». 8. I produttori di rifiuti pericolosi che non sono inquadrati in un’organizzazione di ente o impresa, sono soggetti all’obbligo della tenuta del registro di carico e scarico e vi adempiono attraverso la conservazione, in ordine cronologico, delle copie delle schede del sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti (SISTRI) di cui all’articolo 188-bis, comma 2, lett. a), relative ai rifiuti prodotti, rilasciate dal trasportatore dei rifiuti stessi. 9. Le operazioni di gestione dei centri di raccolta di cui all’articolo 183, comma 1, lettera mm), sono escluse dagli obblighi del presente articolo limitatamente ai rifiuti non pericolosi. Per i rifiuti pericolosi la registrazione del carico e dello scarico può essere effettuata contestualmente al momento dell’uscita dei rifiuti stessi dal centro di raccolta e in maniera cumulativa per ciascun codice dell’elenco dei rifiuti.». Il testo dell’articolo 39 del citato decreto legislativo n. 205 del 2010, come modificato dal presente decreto così recita: «Art. 39. (Disposizioni transitorie e finali). - 1. Le sanzioni del presente decreto relative al sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti (SISTRI) di cui all’art. 188-bis, comma 2, lett. a), si applicano a partire dal giorno successivo alla scadenza del termine di cui all’ articolo 12, comma 2, del decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare in data 17 dicembre 2009 e successive modificazioni. 2. Al fine di graduare la responsabilità nel primo periodo di applicazione del sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti (SISTRI) di cui all’articolo 188-bis, comma 2, lettera a), del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 205, e successive modificazioni, i soggetti obbligati all’iscrizione al predetto sistema che omettono l’iscrizione o il relativo versamento nei termini previsti, fermo restando l’obbligo di adempiere all’iscrizione al predetto sistema con pagamento del relativo contributo, sono puniti, per ciascun mese o frazione di mese di ritardo: a) con una sanzione pari al cinque per cento dell’importo annuale dovuto per l’iscrizione se l’inadempimento si verifica nei primi otto mesi successivi alla decorrenza degli obblighi di operatività per ciascuna categoria di operatori, enti o imprese, come individuata dall’articolo 12, comma 2, del decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare in data 17 dicembre 2009, e successive modificazioni, pubblicato nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 9 del 13 gennaio 2010; b) con una sanzione pari al cinquanta per cento dell’importo annuale dovuto per l’iscrizione se l’inadempimento si verifica o comunque si protrae per i quattro mesi successivi al periodo individuato alla lettera a) del presente comma; 2-bis. Anche in attuazione di quanto disposto al comma 1, i soggetti di cui all’articolo 188-ter, commi 1, 2, 4 e 5, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e successive modificazioni, che fino alla decorrenza degli obblighi di operatività del sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti (SISTRI) di cui all’articolo 188-bis, comma 2, lettera a), del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e successive modificazioni, non adempiono alle prescrizioni di cui all’articolo 28, comma 2, del decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare 18 febbraio 2011, n. 52, sono soggetti alle relative sanzioni previste dall’articolo 258 del decreto legislativo 3 aprile 2006,

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n. 152, nella formulazione precedente all’entrata in vigore del presente decreto. 2-ter. Anche in attuazione di quanto disposto al comma 1, le sanzioni previste dall’articolo 258 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, nella formulazione previgente a quella di cui al decreto legislativo 3 dicembre 2010, n. 205, per la presentazione del modello unico di dichiarazione ambientale si applicano ai soggetti tenuti alla comunicazione di cui all’articolo 28, comma 1, del citato decreto ministeriale 18 febbraio 2011, n. 52, e successive modificazioni, secondo i termini e le modalità ivi indicati. 2-quater. Le sanzioni amministrative di cui all’articolo 260-bis, commi 3, 4, 5, 7 e 9, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, e successive modificazioni, sono ridotte, ad eccezione dei casi di comportamenti fraudolenti di cui al predetto comma 3, a un decimo per le violazioni compiute negli otto mesi successivi alla decorrenza degli obblighi di operatività per ciascuna categoria di operatori, enti o imprese, come individuata dall’articolo 1 del decreto ministeriale 26 maggio 2011, e successive modificazioni, e a un quinto per le violazioni compiute dalla scadenza dell’ottavo mese e per i successivi quattro mesi. 3. Dalla data di entrata in vigore del presente decreto sono abrogati gli articoli 181-bis, 210 e 229 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, nonché l’ articolo 3 del decreto legislativo 30 aprile 1998, n. 173. 4. Dalla data di entrata in vigore del decreto ministeriale di cui all’articolo 184-bis, comma 2, è abrogato l’articolo 186. 5. Gli allegati B, C, D ed I alla Parte IV del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 sono sostituiti dai corrispondenti allegati al presente decreto. 6. Gli allegati A, G ed H alla Parte IV del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 sono abrogati. 7. Dopo l’allegato I alla parte IV del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, è aggiunto l’allegato L riportato in allegato al presente decreto. 8. Rimangono in vigore fino alla loro scadenza naturale, tutte le autorizzazioni in essere all’esercizio degli impianti di trattamento rifiuti che prevedono la produzione o l’utilizzo di CDR e CDR-Q, così come già definiti dall’ articolo 183, comma 1, lett. r) e s), del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, precedentemente alle modifiche apportate dal presente decreto legislativo, ivi incluse le comunicazioni per il recupero semplificato del CDR di cui alle procedure del DM 5 febbraio 1998 art. 3, Allegato 1, Suballegato 1, voce 14 e art. 4, Allegato 2, Suballegato 1, voce 1, salvo modifiche sostanziali che richiedano una revisione delle stesse. 9. Fino al 31 dicembre 2011 sono esclusi dall’obbligo di iscrizione al sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti (SISTRI), di cui all’articolo 188-bis, comma 2, lett. a), gli imprenditori agricoli che producono e trasportano ad una piattaforma di conferimento, oppure conferiscono ad un circuito organizzato di raccolta, i propri rifiuti pericolosi in modo occasionale e saltuario. Sono considerati occasionali e saltuari: a) i trasporti di rifiuti pericolosi ad una piattaforma di conferimento, effettuati complessivamente per non più di quattro volte l’anno per quantitativi non eccedenti i trenta chilogrammi o trenta litri al giorno e, comunque, i cento chilogrammi o cento litri l’anno; b) i conferimenti, anche in un’unica soluzione, di rifiuti ad un circuito organizzato di raccolta per quantitativi non eccedenti i cento chilogrammi o cento litri all’anno. 10. Gli imprenditori agricoli di cui al comma 9 conservano in azienda per cinque anni la copia della convenzione o del contratto di servizio stipulati con il gestore della piattaforma di conferimento o del circuito organizzato di raccolta come anche le schede SISTRI - Area Movimentazione, sottoscritte e trasmesse dal gestore della piattaforma di conferimento o dal circuito organizzato di raccolta. 11. Fatta salva la disciplina in materia di protezione dell’ambiente marino e le disposizioni in tema di sottoprodotto, laddove sussistano univoci elementi che facciano ritenere la loro presenza sulla battigia direttamente dipendente da mareggiate o altre cause comunque naturali, è consentito l’interramento

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in sito della posidonia e delle meduse spiaggiate, purché ciò avvenga senza trasporto né trattamento. 12. La raccolta degli elenchi telefonici e dei beni e prodotti che, dati in comodato d’uso e presentando rischi inferiori per l’ambiente, siano restituiti dal consumatore o utente, dopo l’utilizzo, al comodante, non rientra tra le operazioni di raccolta di rifiuti come definita dall’art. 183, comma 1, lett. o). 13. Le norme di cui all’articolo 184-bis si applicano anche al materiale che viene rimosso, per esclusive ragioni di sicurezza idraulica, dagli alvei di fiumi, laghi e torrenti. 14. Entro 90 giorni dall’entrata in vigore del presente decreto, con decreto del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, adottato ai sensi dell’ articolo 184-bis, comma 2, del decreto legislativo n. 152 del 2006 come introdotto dal presente decreto, sono definite le condizioni alle quali sia da qualificarsi come sottoprodotto il materiale derivante dalle attività di estrazione e lavorazione di marmi e lapidei. 15. Con decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare possono essere individuate, in base al criterio della rappresentatività sul piano nazionale, organizzazioni alle quali è possibile delegare i compiti previsti dalla disciplina del Sistri ai sensi dell’ articolo 7, comma 1, del decreto del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare in data 17 dicembre 2009, come modificato dall’ articolo 9, comma 1, del decreto del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare in data 9 luglio 2010, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 161 del 13 luglio 2010. 16. I decreti ministeriali di attuazione delle disposizioni del presente decreto sono adottati, salvo che non sia diversamente ed espressamente previsto, entro due anni dalla data di entrata in vigore delle relative disposizioni.».

Art. 5 Clausola di invarianza 1. Dall’attuazione del presente decreto non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sarà inserito nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. È fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare. Dato a Roma, addì 7 luglio 2011 NAPOLITANO Berlusconi, Presidente del Consiglio dei Ministri Prestigiacomo, Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare Alfano, Ministro della giustizia Frattini, Ministro degli affari esteri Romani, Ministro dello sviluppo economico Romano, Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Matteoli, Ministro delle infrastrutture e dei trasporti Tremonti, Ministro dell’economia e delle finanze Visto, il Guardasigilli: Alfano


- le 250 quote (fino a 387.250 euro) per “uccisione, distruzione, cattura, prelievo detenzione di esemplari di specie animali o vegetali selvatiche protette” ; - da 150 fino a 250 quote per “distruzione o deterioramento di habitat all’interno di un sito protetto”. Per l’inquinamento delle acque: - da 150 a 250 quote, in relazione a “scarichi di acque reflue industriali senza autorizzazione o in sua violazione”; - da 200 a 300 quote, in relazione a “scarichi di acque in violazione di divieti”.

dalla linea di costa, nella baia storica del Golfo di Taranto” (comma 1), del “cumulo giuridico delle sanzioni” per le violazioni dell’Art. 260-bis e del “ravvedimento operoso dei soggetti responsabili delle violazioni amministrative SISTRI che regolarizzano la propria posizione entro 30 giorni dalla commissione del fatto o, in alternativa, 60 giorni dalla contestazione, con il pagamento di 1/4 della sanzione” (comma 2).

Per la valutazione di impatto ambientale: - fino a 250 quote, in relazione a “esercizio di attività senza autorizzazione integrata ambientale o in sua violazione”. In definitiva, al di là dell’incidenza in maniera significativa sugli interessi economici di Enti e Società, commettere reati ambientali quali inclusi nel D. Lgs. 231/2001, infatti, potrebbe determinare non solo un’ammenda in capo al legale rappresentante, ma anche l’arresto, nonché l’interdizione dai pubblici uffici, la sospensione delle eventuali autorizzazioni per le attività, l’esclusione da contratti con la Pubblica Amministrazione e da agevolazioni, il divieto di pubblicità.

Sono ancora più sostanziose le modifiche apportate (Art. 4) al D. Lgs. n. 205/2010 di attuazione della nuova Direttiva Quadro sui Rifiuti. “Sono esclusi dall’obbligo di tenuta di un registro di carico e scarico gli imprenditori agricoli che raccolgono e trasportano e trasportano i propri rifiuti speciali non pericolosi, nonché le imprese e gli enti che raccolgono e trasportano i propri rifiuti derivanti dalle attività di demolizione, costruzione, e i rifiuti che derivano dalle attività di scavo” (comma 1). Con il comma 2 vengono apportate modifiche al sistema sanzionatorio previsto per inottemperanza al SISTRI: - allineamento del “sistema sanzionatorio transitorio” alle successive proroghe all’operatività introdotte con il DM 26 maggio 2011; - introduzione di sconti pari a 1/10 per le violazioni commesse negli 8 mesi successivi alla decorrenza degli obblighi di operatività per ciascuna categoria di operatori, enti o imprese, e a 1/5 per le violazioni compiute dalla scadenza dell’ottavo mese e per i successivi 4 mesi; - estensione il fermo amministrativo del veicolo anche al recidivo che viaggia “in assenza di scheda-movimentazione”, mentre era previsto solo per il recidivo che viaggia con “scheda- movimentazione alterata” (anche in questo caso sembra essere una correzione ad uno svarione). - precisazione che gli operatori obbligati all’iscrizione al SISTRI “sono soggetti alle relative sanzioni previste dall’articolo 258 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 nella formulazione precedente all’entrata in vigore del presente decreto” ha tutto il sapore di voler mettere una “pezza” al quel buco normativo del quale avevamo data segnalazione (cfr: “Tra SISTRI, MUD e MUDINO”, in Regioni&Ambiente, n. 4, aprile 2011, pag. 26). Conforta, al riguardo, quanto ha scritto l’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione in merito a questa “reviviscenza” dell’articolo 258 del TUA: “Peraltro ciò non sembra sufficiente - in ossequio al principio di legalità ed ai suoi corollari in tema di successione di leggi penali nel tempo - ad elidere l’effetto retroattivo per tutti i fatti commessi fino al 25 dicembre 2010 determinato dall’abolitio criminis inavvertitamente posta in essere dal d.Lgs. n. 205/2010. Infatti la modifica della norma transitoria non è in grado di provocare la “reviviscenza” dell’illecito penale anche in relazione ai fatti pregressi alla novella, limitandosi a conferire rilevanza penale solo a quelli commessi successivamente all’entrata in vigore del d.Lgs. n. 121/2011”.

Sono state apportate, quindi, modifiche (Art. 3) al D. Lgs. n.152/2006 (il cosiddetto Testo Unico Ambientale) con l’inserimento del “divieto di idrocarburi entro le 5 miglia

Sarà anche per il ginepraio normativo creatosi che il Governo avrebbe voluto cancellare con un colpo di spugna, tramite il D. Lgs. 13 agosto 2011, il SISTRI?

Per i rifiuti: - da 150 a 300 quote, in relazione a “gestione non autorizzata”; - da 150 a 250 quote, in relazione alla “violazione degli obblighi di comunicazione, tenuta registri obbligatori e formulari”; - da 150 a 250 quote, in relazione a “traffico illecito di rifiuti”; - da 300 a 800 quote, in relazione a “organizzazione di traffico illecito di rifiuti”; - da 150 a 300 quote, in relazione a “omessa adesione al SISTRI, per inadempienza agli obblighi di comunicazione telematica e di tracciamento dei trasporti”. Per l’inquinamento di siti: - fino a 250 quote, in relazione a “omessa bonifica di suolo, sottosuolo, acque inquinate”. Per le emissioni in atmosfera: - fino a 250 quote, in relazione a “installazione e/o esercizio di attività senza autorizzazione ad emissioni o in violazione”; - fino a 250 quote, in relazione a “emissioni in atmosfera oltre i valori limite”. - fino a 250 quote, in relazione a “produzione, consumo, importazione, esportazione, detenzione, commercializzazione delle sostanze lesive dell’ozonosfera”. Per l’inquinamento da navi: - fino a 300 quote, in relazione a “inquinamento doloso o colposo”.

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EDUCAZIONE ALLO SVILUPPO SOSTENIBILE

Settimana DESS-UNESCO: 7-13 novembre 2011

“A COME ACQUA”

Regioni e province chiamate a svolgere un ruolo di stimolo degli eventi

In un appuntamento consolidato di crescita, di consapevolezza, e di impegno, sia delle istituzioni che dei cittadini,dopo aver affrontato nei diversi anni grandi temi dello sviluppo sostenibile, l’Energia (2006), i Cambiamenti Climatici (2007), i Rifiuti (2008), la Città e la Cittadinanza (2009), la Mobilità (2010), la VI edizione della Settimana UNESCO di Educazione allo Sviluppo Sostenibile, che si terrà dal 7 al 13 novembre 2011, sarà dedicato all’Acqua: bene indispensabile a tutte le attività umane, patrimonio comune e inalienabile delle generazioni presenti e future. Anche quest’anno, sotto l’egida e il coordinamento della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO, in collaborazione con le Regioni e le Province Autonome, scenderanno in campo centinaia e centinaia di realtà, dalle istituzioni alle scuole, dalle associazioni alle imprese, dalle fondazioni alle università, dando vita a una fitta rete di eventi del genere più diverso: convegni, seminari, giochi, escursioni, mostre, laboratori didattici, spettacoli, proiezioni, dimostrazioni... raducendosi in un appuntamento consolidato di crescita, di consapevolezza e di impegno, sia delle istituzioni che dei cittadini. Sono stati oltre 500 gli appuntamenti che hanno animato lo scorso anno la Settimana, mostrando un’Italia ricca di realtà virtuose e desiderose di diffondere saperi e comportamenti orientati a un futuro più equo e sostenibile. Diversi sono gli aspetti che potranno essere approfonditi quest’anno, affinché la Settimana si traduca in un momento di crescita comune verso una vera e propria “cultura dell’acqua”: dai modelli di consumo ai cambiamenti climatici; dall’inquinamento alla gestione integrata; dalle pratiche irrigue all’accesso all’acqua come veicolo di pace e di sviluppo. regione italiana: tutti coloro che sono a vario livello impegnati nell’educazione alla sostenibilità sul territorio sono invitati ad aderire promuovendo iniziative da inserire nel programma nazionale e curandone la realizzazione.

La Settimana s’inquadra nel “DESS - Decennio dell’Educazione allo Sviluppo Sostenibile 2005 - 2014”, Campagna mondiale proclamata dall’ONU e coordinata dall’UNESCO, allo scopo di diffondere valori, conoscenze e stili di vita orientati al rispetto del bene comune e delle risorse del pianeta. A scegliere il tema dell’anno è il Comitato Nazionale DESS che si compone di tutte le principali realtà che operano a ogni livello in Italia per promuovere la “cultura della sostenibilità”: istituzioni, associazioni, rappresentanze socio-economiche, ONG, centri di ricerca e formazione, reti di scuole, agenzie ambientali… Criteri per l’adesione Gli aderenti dovranno impegnarsi affinché le iniziative proposte risultino conformi alla maggior parte dei requisiti indicati, pur nel rispetto delle specificità, capacità e risorse delle organizzazioni promotrici. 1) finalità educativo-formativa dell’attività proposta, che non dovrà essere meramente informativa ma orientata a diffondere saperi, sensibilità e tecniche, promuovere valori, formare competenze, incoraggiare l’assunzione di comportamenti virtuosi; 2) carattere innovativo-interattivo delle metodologie e degli strumenti utilizzati, che dovranno prevedere tecnologie comunicative/informatiche, stimolare la creatività, coinvolgere attivamente i destinatari attraverso meccanismi partecipativi; includere attività pratiche e dimostrative; 3) legame con il contesto culturale e territoriale di riferimento, nell’ottica di comprendere e valorizzare le specificità culturali, ambientali, e storiche che lo caratterizzano; 4) capacità di affrontare le diverse dimensioni (economiche, sociali, ambientali e culturali) dei temi trattati evidenziandone l’interdipendenza e secondo un approccio multi-disciplinare; 5) coinvolgimento di diversi attori (istituzioni, privati, società civile, associazioni, scuole, università) ai fini di costruire percorsi educativi e formativi orientati a principi di partecipazione, condivisione, integrazione tra saperi e competenze diverse; 6) presenza di meccanismi di verifica e monitoraggio degli esiti dell’iniziativa, sotto il profilo quantitativo e qualitativo (in aggiunta alla scheda di valutazione che la CNI Unesco chiederà di compilare per verificare l’impatto delle manifestazioni); 7) presenza di attività di comunicazione e diffusione

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dell’iniziativa; 8) limitazione dell’impatto ecologico e sociale dell’iniziativa: prevenzione dei rifiuti prodotti nel corso dello svolgimento dell’iniziativa stessa, riduzione degli sprechi, utilizzo di fonti energetiche pulite, incoraggiamento di forme di mobilità sostenibile, compensazione delle emissioni di CO2 prodotte, utilizzo di prodotti certificati, alimenti biologici e a “chilometri 0”, assenza di discriminazioni etniche, religiose, di genere ecc.; 9) assenza di fini pubblicitari e di lucro e partecipazione a titolo gratuito dei destinatari. Orientamenti tematici Le iniziative proposte potranno affrontare uno o più dei seguenti aspetti: • Acqua e stili di vita: risparmio idrico negli usi domestici, alimentari e turistici, modelli di consumo attenti agli sprechi e all’inquinamento, accorgimenti per il riutilizzo dell’acqua nella vita quotidiana; • Acqua, salute e povertà: accesso all’acqua potabile e disponibilità di impianti idrici ed igienico-sanitari soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, informazione e formazione delle popolazione per l’approvvigionamento di un’acqua salubre; • Acqua, ecosistemi e territorio: protezione della risorsa idrica intesa come habitat, riduzione dell’inquinamento delle acque, interne e sotterranee, dei mari e degli oceani, impatto degli usi urbani, produttivi ed energetici sugli ecosistemi idrici, sul suolo, sul paesaggio e sull’assetto del territorio, dissesto idrogeologico; • Acqua e conflitti: equo accesso all’acqua e ai bacini idrici come condizione per il mantenimento della pace e del benessere; • Acqua e gestione: buone pratiche per una gestione sostenibile del ciclo dell’acqua e dei bacini idrici, gestione integrata secondo la normativa europea e nazionale, riutilizzo di acque reflue e piovane, partecipazione delle popolazioni locali e degli attori interessati ai piani di gestione, riduzione delle perdite e manutenzione della rete ecc.; • Acqua e agricoltura: pratiche irrigue sostenibili (sfruttamento ottimale della produttività dei terreni, irrigazione a goccia, riutilizzo etc.), tecnologie innovative, riduzione delle perdite, impatto dell’agricoltura intensiva; • Acqua e clima: carenza idrica, siccità, eventi meteorologici estremi, rischi di calamità naturali e altri effetti dei cambiamenti climatici, impatto sulla quantità idrica globale, buone pratiche di prevenzione e mitigazione, importanza dei progetti di cooperazione sostenibile (per es. impianti di dissalazione alimentati ad energia solare); • Acqua e rifiuti: riduzione degli imballaggi, uso di acqua di rubinetto in caraffa; * Acqua e diversità culturale: ricorso ad antichi saperi e valorizzazione delle identità e specificità del territorio -

culturali, naturali, produttive - per una gestione sostenibile e democratica della risorsa. L’Acqua nella sua dimensione storica, biologica e psicologica, intesa come archetipo, ambiente di nascita, elemento del corpo, spazio vitale. L’UNESCO, come indicato nel documento guida internazionale, pone l’accento sull’importanza di attivare partenariati a tutti i livelli e chiama alla collaborazione tutti i soggetti interessati, istituzionali e non, sottolineando in particolare il ruolo delle rappresentanze della società civile, del settore privato, dei media e delle istituzioni deputate alla ricerca L’educazione allo sviluppo sostenibile, in tutti i contesti in cui opera, formali o informali che siano, si caratterizza per i seguenti elementi: • Interdisciplinarietà: lo sviluppo sostenibile deve inserirsi nell’intero programma didattico – non costituisce materia di insegnamento a sé; • Acquisizione di valori: più che trasmettere passivamente nozioni, è importante in via prioritaria puntare a far comprendere i valori che sono alla base dello sviluppo sostenibile; • Sviluppo del pensiero critico e ricerca della risoluzione dei problemi: lo scopo dell’educazione è portare l’individuo a credere in se stesso di fronte ai problemi e alle sfide sempre nuove poste dallo sviluppo sostenibile, e in questo modo fornirgli gli strumenti per ricercare risposte concrete da applicare nella vita quotidiana e professionale; • Molteplicità di metodologie: è necessario utilizzare metodologie didattiche stimolanti e innovative, e soprattutto interattive, quali le esperienze pratiche, le attività all’aria aperta, i giochi, e far uso di materiali multi-mediali, artistici… tutti strumenti a supporto di un’educazione che sia davvero di qualità; • Decisioni condivise e “partecipate”: i discenti devono essere invitati a partecipare attivamente non solo nella pratica, ma anche nella programmazione dell’apprendimento; • Importanza del contesto locale: attenzione particolare va riservata alle problematiche locali; ed anche le questioni globali vanno trattate utilizzando il linguaggio più familiare al discente. L’educazione alla sostenibilità non è dunque volta a fornire risposte puntuali a problemi specifici, quanto piuttosto a stimolare il pensiero critico, il senso d’incertezza e del limite riferito agli effetti del nostro agire quotidiano, indurre il senso di collettività e responsabilità nei confronti del mondo in cui viviamo. Ulteriori dettagli, con le modalità di adesione e l’elenco dei referenti regionali, sono pubblicati sul sito www.unescodess.it.

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I NEMICI DEL MARE E DELLE SPIAGGE Spiagge e mari inquinati di Silvia Angeloni

Ci siamo appena lasciati alle spalle la “Bella Stagione”, dopo aver fatto il “pieno” di sole e belle nuotate, ma anche di bibite e gelati le cui bottigliette e involucri sono state spesso abbandonati inopinatamente a terra, perciò le spiagge non sono più come le avevano lasciate i volontari che a maggio armati di arnesi e di buona volontà avevano pulito gli arenili. Era successo nell’ambito della XII Edizione di “Spiagge Pulite - Clean Up the Med 2011”, la campagna nazionale di Legambiente che aveva visto schierarsi un gruppo di coraggiosi che sacchetto e paletta alla mano avevano deciso di rendere più “sostenibili” le nostre spiagge, rimuovendo circa 50 tonnellate di rifiuti. I nemici del mare sono numerosi - come evidenziato da Mare Monstrum 2011 - rovinano fondali e acqua marina. Inoltre come ogni fine stagione non solo il paesaggio viene deturpato, ma anche la salute del nostro mare ne risente. Questa situazione accade in tutti i nostri mari, non solo nel nostro Paese, ma anche e in altri mari nel mondo. Il Giornale di Sicilia ha pubblicato un articolo corredato da una foto in cui si vede una bagnante che si appresta a prendere la tintarella e che deve purtroppo destreggiarsi tra i rifiuti. Non tutti sanno che una semplice bottiglia, abbandonata in mare, necessita di 450 anni per decomporsi. Di seguito i dati che riguardano della “decomposizione” dei rifiuti: - Buccia di banana, da 3 a 4 settimane; - Buccia di arancia circa 6 mesi; - Bottiglia di plastica da 100 a 1.000 anni a terra, in mare 450 anni; - Sigaretta con filtro, 12 anni, una sigaretta senza filtro 3 mesi; - Pannolino per bambini circa 550 anni; - Ciabatta di plastica: da 50 a 80 anni; - Sandalo di cuoio: da 25 a 40 anni.

Il mare risente purtroppo di scarichi fognari non depurati. Infatti sono 143 le città medio-grandi non ancora collegate ad un impianto fognario adeguato. Le spiagge inoltre sono state invase dal cemento, sia da edifici sorti abusivamente, sia da ristoranti e stabilimenti balneari, che tolgono la libera fruizione della spiaggia ai cittadini obbligandoli al pagamento di una sorta di pedaggio per arrivare al mare. Se molti rifiuti trovati in mare sono derivati dalle cattive abitudini dei villeggianti che affollavano le spiagge, anche l’attività industriale ha causato un notevole inquinamento, basti pensare alla laguna di Venezia inquinata dal distretto industriale di Porto Marghera. La stessa sorte è toccata a quel tratto del Mar Jonio che si trova nella zona antistante il distretto industriale di Taranto e quello di Crotone. Ancora, come si può dimenticare la costa di Cogoleto in provincia di Genova, contaminata dal cromo dello stabilimento chimico dell’azienda milanese Stoppani. (ndr. Tutti i dati provengono da Mare Monstrum 2011). Passeggiando in riva al mare d’inverno, quando né gli addetti comunali, né i proprietari degli stabilimenti balneari si occupano della pulizia della spiaggia, è possibile trovare di tutto: dalle gomme delle auto, alle maschere da sub, scarpe, ciabatte, giocattoli in plastica; residui dell’estate precedente, oltre un’infinità di detriti legnosi trasportati in riva dalle onde dello stesso mare. I cittadini dovrebbero adottare un atteggiamento più responsabile, usando il sacchetto con cui hanno comprato il cibo, alla fine della giornata come raccoglitore per i rifiuti, ed evitando di buttare i mozziconi a terra. Il mare è una grande risorsa per l’uomo che deve cercare di preservare questo bene così prezioso.

(Fonte: UNEP - “Ocean Conservancy; Seas at Risk”).

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Venite a scoprire la nuova strada dei Pneumatici Fuori Uso.

CompraVerde 6/7 ottobre 2011

Fiera di Cremona Italia

Ecopneus è presente a CompraVerde per informare i referenti della Pubblica Amministrazione sui benefici degli asfalti modificati con il polverino di gomma, a vantaggio della collettività. Questa mescola, infatti, è in grado di ridurre il rumore di marcia, minimizzare i danni stagio-

www.ecopneus.it

nali, drenare l’acqua ed aumentare l’aderenza pneumatico-strada. L’argomento verrà trattato anche durante il workshop promosso da Ecopneus in cui si evidenzierà la maggiore sicurezza e il comfort per gli utenti della strada e per chi vive in aree limitrofe a strade trafficate.

Ecopneus è presente al PAD. 1

il futuro dei pneumatici fuori uso, oggi


L’OCSE propone le strategie di intervento per gli obiettivi di RIO+20

VERSO LA CRESCITA VERDE Il Segretario Generale: “Verde e Crescita possono coesistere”

“Crescita verde significa promuovere la crescita e lo sviluppo economico e al contempo assicurare che il patrimonio naturale continui a fornire le risorse e i servizi ambientali sui quali si basa il nostro benessere. Per far ciò, è necessario accelerare gli investimenti e l’innovazione che renderanno possibile una crescita sostenuta e daranno vita a nuove opportunità di ordine economico”. È quanto si può leggere nel Rapporto di 142 pagine “Towards Green Growth”, pubblicato dall’Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (OCSE), dove si indica che la Green Economy può offrire nuove opportunità di crescita e di posti di lavoro pari a 1.000 miliardi di dollari entro il 2050, ma per raggiungere questo traguardo, secondo l’OCSE bisogna che i Governi di tutto il mondo adottino politiche di promozione dell’innovazione, degli investimenti e dell’imprenditorialità. Un ritorno allo “status quo” sarebbe infatti poco saggio e, in ultima analisi, insostenibile. Un tale orientamento implicherebbe rischi che potrebbero generare costi umani e frenare la crescita e lo sviluppo economico. Ne potrebbero risultare: - maggiore penuria idrica; - colli di bottiglia nell’approvvigionamento di risorse; - inquinamento atmosferico e idrico; - cambiamenti climatici e perdita di biodiversità irreversibili. Da qui sorge la necessità di strategie volte a realizzare una crescita più verde. Fonti di crescita verde La crescita verde ha il potenziale per fronteggiare le sfide economiche e ambientali e per introdurre nuove fonti di crescita tramite i seguenti canali. • La produttività. Incentivi per una maggiore efficienza nell’uso delle risorse e del patrimonio naturale in modo da aumentarne la produttività, riducendo gli sprechi e il consumo energetico. Tali risorse devono essere impiegate per usi del massimo valore. • L’innovazione. Opportunità di innovazione incoraggiate da politiche e condizioni quadro che rendano possibili nuovi modi di creazione di valore e di gestione delle problematiche ambientali.

• Nuovi mercati. Creazione di nuovi mercati tramite lo stimolo della domanda di tecnologie, prodotti e servizi verdi. Creazione di condizioni favorevoli a nuove opportunità di lavoro. • La fiducia. Aumentare la fiducia degli investitori tramite una maggiore prevedibilità e stabilità circa i modi con cui i governi intendono gestire le principali questioni ambientali. • La stabilità. Condizioni macroeconomiche più equilibrate, prezzi delle risorse meno volatili e consolidamento fiscale tramite, ad esempio, il riesame della composizione e dell’efficienza della spesa pubblica e l’aumento dei redditi attraverso l’attribuzione di un prezzo all’inquinamento. La crescita verde può anche ridurre i rischi di impatti negativi sulla crescita generati da: • Effetto “collo di bottiglia” che rendono gli investimenti più costosi, come avviene nel caso in cui vi è necessità di infrastrutture ad alta intensità di capitale allorché le riserve idriche diventano scarse o la qualità dell’acqua si riduce (ad esempio, impianti di desalinizzazione). A tale riguardo, la perdita di capitale naturale può eccedere i guadagni generati dall’attività economica e mettere a repentaglio la capacità di sostenere la crescita futura. • Squilibri dei sistemi naturali che aumentano il rischio di conseguenze più profonde, inaspettate, altamente dannose e, talvolta, irreversibili, come è avvenuto per alcuni stock ittici e come potrebbe avvenire per la biodiversità se il cambiamento climatico dovesse proseguire con la stessa intensità. I tentativi di identificare potenziali soglie limite suggeriscono che alcune di queste sono già state oltrepassate (cambiamento climatico, cicli globali dell’azoto e perdita di biodiversità). Un modello per la crescita verde Non esiste una ricetta universale per l’applicazione di strategie di crescita verde. Il percorso di crescita di un’economia più “verde” dipende dalle politiche adottate e dal quadro istituzionale, dal livello di sviluppo, dalle disponibilità di risorse e dalle specifiche criticità ambientali. I Paesi avanzati, emergenti e in via di sviluppo fronteggiano sfide diverse e possono cogliere opportunità distinte; lo stesso può dirsi di Paesi con economie e situazioni politiche diverse. Tuttavia, vi sono elementi comuni da considerare qualunque sia il contesto. L’aspetto più importante è che al centro di ogni strategia di crescita verde vi sia una buona politica economica. Una politica economica flessibile e dinamica è il migliore strumento di crescita e di transizione verso una crescita verde. Per rendere la crescita “verde”, sarà necessario un utilizzo molto più efficiente delle risorse al fine di ridurre le pressioni sull’ambiente. Un uso e una gestione efficienti delle risorse sono gli obiettivi fondamentali della politica economica e ciò richiederà di attuare molti interventi fiscali e normativi

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tore di produzione, nonché il ruolo che svolge nella crescita. Tale strategia mira a individuare dei metodi efficaci sotto il profilo dei costi, volti ad attenuare quelle pressioni ambientali che potrebbero ostacolare la transizione verso i nuovi percorsi di crescita che permetteranno di non superare le soglie ambientali critiche su scala locale, regionale e globale. L’innovazione svolgerà un ruolo chiave. Con la tecnologia di produzione e i comportamenti attuali dei consumatori, è possibile ottenere esiti positivi solo fino a un certo punto; al di là di questo, infatti, l’esaurimento del capitale naturale avrà conseguenze negative sulla crescita generale. Non sempre sappiamo dove sia situata tale frontiera, ma sappiamo che la capacità di sostituire il capitale riproducibile (come le macchine) con capitale naturale (esaurito) è limitata in assenza di innovazione. L’innovazione può contribuire, spostando tale frontiera, a disgiungere la crescita dall’esaurimento del capitale naturale. Una strategia della crescita verde è anche consapevole del fatto che, utilizzando il PIL quale misura del progresso economico, in genere si tralascia il contributo del patrimonio naturale alla ricchezza, alla salute e al benessere. Pertanto, essa mirerà ad ampliare il ventaglio di indicatori del progresso affinché questi includano anche la qualità e le diverse componenti della crescita, nonché l’impatto di quest’ultima sulla ricchezza e il benessere individuale. Per tale ragione, e per tante altre, la crescita verde è una componente essenziale dello sviluppo sostenibile (vedi box). I costi in termini economici generati dalle emissioni di alcuni inquinanti e l’eccessivo sfruttamento di alcune risorse sono relativamente noti. Una volta che le giuste politiche saranno applicate, i benefici ottenuti saranno evidenti. In alcuni casi, l’entità dei vantaggi derivati dalla conservazione dei servizi ambientali, ovvero le risorse che l’uomo reperisce nella natura, nonché i tempi con cui tali vantaggi si manifestano sono incerti dal momento che le interazioni tra servizi ambientali, cambiamento climatico e biodiversità sono complessi. Tuttavia, le azioni intraprese oggi per proteggerci da esiti sfavorevoli, irreversibili o addirittura catastrofici possono evitare costi notevoli domani. Le decisioni in materia di politica economica devono integrare una prospettiva di più lungo termine. Vi è un forte legame tra modelli di crescita e cambiamenti tecnologici che crea una dipendenza dal percorso seguito nonché vincoli tecnologici e istituzionali. Gli impatti ambientali sono altresì cumulativi e talvolta irreversibili. Ciò implica nessi molto stretti tra le decisioni prese oggi e le opportunità economiche di domani.

CRESCITA VERDE E SVILUPPO SOSTENIBILE Lo sviluppo sostenibile fornisce un importante contesto di analisi per la crescita verde. La Green Growth Strategy dell’OCSE si giova del nucleo fondamentale delle analisi e degli sforzi politici compiuti dopo la Conferenza di Rio tenutasi vent’anni fa. Essa sviluppa un’agenda chiara e mirata per tenere fede a numerose aspirazioni a favore dello sviluppo sostenibile definite a Rio de Janeiro. La crescita verde non è stata concepita in sostituzione dello sviluppo sostenibile, ma dovrebbe piuttosto essere considerata quale un sottoinsieme dello stesso. Essa ha una portata ridotta e implica un’agenda politica operativa che può contribuire a raggiungere un progresso concreto e misurabile capace di coniugare le esigenze dell’economia con quelle dell’ambiente. Il suo punto focale è la promozione delle condizioni necessarie a favorire l’innovazione, gli investimenti e la concorrenza che possano creare un terreno fertile per la nascita di nuove fonti di crescita economica compatibile con ecosistemi resilienti. Le strategie di crescita verde devono tenere particolarmente conto di numerose problematiche sociali e preoccupazioni relative all’equità che potrebbero essere sollevate da un’economia più “verde”, tanto su scala nazionale quanto internazionale. Ciò è essenziale per portare a buon fine l’applicazione delle politiche di crescita verde. Inoltre, bisognerebbe applicare tali strategie parallelamente a iniziative centrate sul più ampio pilastro sociale dello sviluppo sostenibile. La Green Growth Strategy dell’OCSE propone un quadro operativo di politiche abbastanza flessibile da poter essere adattato alle diverse circostanze nazionali e livelli di sviluppo. In collaborazione con iniziative condotte da altre sedi internazionali tra cui UNEP, UNESCAP e Banca Mondiale, la crescita verde dell’OCSE è stata progettata per contribuire alla realizzazione degli obiettivi di RIO+20. Far confluire politiche di crescita verde e obiettivi di riduzione della povertà sarà un aspetto importante del processo di adattamento di tale quadro ai Paesi emergenti e in via di sviluppo. Vi sono importanti complementarietà tra crescita verde e riduzione della povertà, che possono contribuire a realizzare gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio. Queste includono, ad esempio, la predisposizione di infrastrutture più efficienti (come quelle idriche e di trasporto), il miglioramento delle condizioni precarie di salute legate al degrado ambientale e l’introduzione di tecnologie efficienti capaci di ridurre i costi e di aumentare la produttività attenuando, al contempo, la pressione ambientale. Data la crescita del patrimonio naturale nei Paesi a basso reddito, le politiche di crescita verde possono ridurre l’esposizione ai rischi ambientali e incrementare la sicurezza dei mezzi di sostentamento per i poveri.

in genere non associati a un’agenda “verde”. In ogni caso, si afferma nel Report, l’azione governativa richiede l’esame di un ampio ventaglio di politiche e non unicamente di quelle abitualmente considerate “verdi”. Una strategia di crescita verde è basata sugli aspetti della politica economica e ambientale capaci di rafforzarsi a vicenda. Essa riconosce il pieno valore del capitale naturale quale fat-

“Questo Rapporto mostra che verde e crescita possono coesistere - ha dichiarato il Segretario generale dell’OCSE José Angel Gurrìa - Con le giuste politiche in atto, siamo in grado creare posti di lavoro, aumentare la prosperità, preservare il nostro ambiente e migliorare la qualità della vita. Tutti allo stesso tempo”.

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ENERGIE ALTERNATIVE E RINNOVABILI

Rapporto EPIA sui trend dei principali mercati europei

LA GRID PARITY PIÙ VICINA DEL PREVISTO Sarà l’Italia a raggiungerla per prima

In occasione della XXVI Conferenza e Mostra dell’Energia Solare Fotovoltaica Europea (267h EU PVSEC) di Amburgo (5-9 settembre 2011), l’EPIA (European Photovoltaic Industry Association), l’Associazione delle Industrie Fotovoltaiche più grande del mondo ha presentato il Report “Solar Photovoltaics. Competing in the Energy Sector”, redatto in collaborazione con la società di consulenza strategica A.T. Keamey e svolto su 5 mercati nazionali (Francia , Germania, Gran Bretagna, Italia, e Spagna) e 4 diversi segmenti di mercato. L’assunto dell’analisi svolta è che in Europa già nel 2013 la produzione di energia elettrica da solare fotovoltaico può essere competitiva, in alcuni segmenti, con quella prodotta da fonti energetiche tradizionali. Lo studio sottolinea che i progressi tecnologici compiuti, uniti all’implementazione su larga scala, hanno contribuito ad una impressionante riduzione dei prezzi negli ultimi 20 anni, con una diminuzione di oltre il 20% ogni volta che il volume complessivo venduto di moduli fotovoltaici è raddoppiato e vi è un enorme potenziale per un ulteriore calo dei costi del 36-51% al 2020. “Già oggi, l’elettricità fotovoltaica è più conveniente di quanto molti pensino - ha affermato il Presidente EPIA Ingmar Wilhelm - Nei prossimi anni sarà ancora più conveniente grazie al miglioramento delle tecnologie e alle economie di scala. Con l’aumento del prezzo dell’energia elettrica da fonti convenzionali, il solare fotovoltaico diventerà una parte completamente competitiva del mix energetico”. Secondo l’EPIA, confrontando il costo pieno della generazione di elettricità, utilizzando il Levelized Cost of Electricity (LCOE) che include tutti gli investimenti e i costi operativi nel corso dell’intera durata dell’impianto, comprensivi della sostituzione del carburante e dell’attrezzatura, con le tendenze del mercato nel prossimo

La spiegazione per cui il nostro Paese è in testa in questa classifica viene data dall’Associazione stessa, citando due aspetti: - il primo è che l’Italia ha un’alta irradiazione rispetto agli altri Paesi; - il secondo è che in Italia l’elettricità costa già tantissimo, quindi rispetto agli altri Paesi è decisamente più basso il gap da colmare.

decennio il costo del kWh fotovoltaico da un range di 0,16-0,35 euro nel 2010 passerà a 0,08-0,18 euro nel 2020, ovviamente a seconda della taglia dell’impianto e del livello di irraggiamento. La grid parity, infatti, non sarà raggiunta nello stesso momento e in tutti i segmenti nei principali mercati europei. Sarà in Italia nel 2013 che gli impianti fotovoltaici commerciali, di una certa taglia (almeno 100 kWp), potrebbero essere convenienti anche senza incentivi, mentre in Spagna, Germania, Gran Bretagna e Francia si dovrà attendere, rispettivamente, il 2014, il 2017, il 2017 e 2018. Per gli impianti residenziali (3 kWp) si dovrà aspettare il 2015 in Italia, il 2016 in Francia, il 2017 in Spagna e Germania, infine nel 2019 in Gran Bretagna. Anche per le grandi centrali fotovoltaiche (2,5 MWp), secondo l’EPIA il pareggio dei costi sarebbe abbastanza vicino: in Italia nel 2014; in Spagna e Francia nel 2015; in Germania nel 2017; in Gran Bretagna nel 2019. Per quelli più piccoli (con più di 500 kWp) occorrerà almeno un anno in più, ma in tutti i Paesi analizzati la grid parity verrà raggiunta prima del 2020.

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Nello Studio c’è anche una valutazione sulla capacità della rete elettrica italiana di accogliere l’aumento della quota di elettricità solare immessa nel sistema. Secondo l’EPIA, a fronte di una produzione al 2030 di 38-39 GW previsti, la nostra rete sarebbe in grado di assorbirne circa 37, nonostante si riconosca che in Italia esiste già una conflittualità tra le diverse fonti energetiche per l’allacciamento alla rete, tale che “sarebbe necessario un impianto normativo in grado di garantire una reale separazione delle reti”. C’è da osservare, comunque, che nel confrontare i vari trend e gli scenari di sviluppo dei Paesi dalle maggiori economie dell’Unione europea, l’EPIA ha preso in considerazione due diversi parametri, senza grandi differenze di risultati: - Dynamic grid parity, inteso come il momento in cui, in un particolare segmento di mercato di un Paese specifico, il valore attuale dei ricavi a lungo termine (redditi e risparmi) di un impianto fotovoltaico eguaglia i costi a lungo termine di produzione e rifornimento di energia elettrica derivante da fonti tradizionali, immessa in rete. - Generation value competitiveness, il momento in cui, in un Paese specifico, per un investitore aggiungere al proprio portafoglio un impianto fotovoltaico ha un eguale attrattiva di un impianto basato su fonti tradizionali.


Raggiungere la competitività del fotovoltaico in tutta Europa, tuttavia, richiede impegno politico per un quadro regolamentare che supporti lo sviluppo della tecnologia e la rimozione delle distorsioni del mercato. Le fonti energetiche rinnovabili, tra cui il PV, saranno essenziali per raggiungere gli ambiziosi obiettivi europei di riduzione dei gas serra e garantire la sicurezza di un approvvigionamento energetico sicuro e locale. Incoraggiare lo sviluppo del PV svolgerà, inoltre un ruolo importante nello sforzo dell’UE di creare un’economia intelligente e sostenibile per il futuro. “Il passaggio all’energia solare fotovoltaica non è solo un’opzione auspicabile per raggiungere gli obiettivi energetici e ambientali, ma è anche realistica e competitiva - ha ribadito Wilhelm - Per gli investitori interessati alle prospettive dell’energia solare, adesso è il momento di agire. La riduzione notevole dei costi, la validità dell’impronta ecologica e le nuove innovative funzioni stanno creando oggi un clima ideale per gli investimenti nella tecnologia fotovoltaica che è sulla buona strada per diventare una parte pienamente competitiva del sistema elettrico nell’UE e una parte importante in crescita del futuro energetico mondiale”. A smorzare l’ottimismo dell’EPIA ha pensato l’analista Dan Ries della Società londinese di ricerca e consulenza finanziaria Collins Stewart Hawkpoint, che, partecipando ad un convegno ad Amburgo, ha affermato che la situazione del settore solare nel 2011 si sta deteriorando a causa della riduzione della domanda proprio nei principali mercati europei. Secondo Ries, la situazione macroeconomica, la diminuita attenzione sul solare, una maggiore difficoltà di finanziamento e le aspettative degli acquirenti che i prezzi possano continuare a scendere, sono i principali fattori che deprimono la domanda. In Germania la domanda è inferiore alle aspettative, nonostante il notevole calo dei prezzi dei moduli, tanto che la Collins Stewart stima che a fine 2011 ne consumerà per 5 GW, mentre ne erano stati installati nel 2010 per 7,2 GW. Anche in altri Paesi europei, secondo Ries, la situazione del mercato è influenzata dai fattori sopra richiamati,

in particolare in Italia, il secondo più grande mercato del solare, si prospetta una situazione difficile, con una partenza molto lenta nel 2012, come per la Germania, a causa della riduzione delle tariffe incentivanti di acquisto dell’energia prodotta. Nonostante a livello mondiale si stia registrando un miglioramento della domanda in Cina, USA e India, questi mercati complessivamente rappresentano solo il 22% della domanda globale, per cui “non sono in grado di sopperire alle previste riduzioni dei due più

Fonte: EPIA

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grandi mercati del mondo”. C’è, inoltre, da tener conto che se il prezzo medio di vendita dei moduli continuerà a scendere, mentre quello del polisilicio si manterrà, come ora, stabile, i margini di profitto per i venditori si ridurranno e tutti i segmenti del settore rimarranno in sofferenza per tutto il 2011. Se poi i prezzi del silicio dovessero ridursi drasticamente nelle prossime settimane, le aziende non sarebbero in grado di avvertirne i benefici fino al 1° trimestre del 2012.


Studio IEFE-REF

LE GRANDI OPPORTUNITÀ DELLE FER TERMICHE

Necessità di coordinare nuovi incentivi con politiche industriali

Nel corso del Convegno “Rinnovabili termiche ed efficienza energetica. Politica e mercato”, organizzato dallo IEFE (Istituto di Economia e Politica dell’Energia e dell’Ambiente dell’Università “Bocconi”), è stato presentato il Rapporto del Ref (Ricerche per l’economia e la finanzia) “L’incentivazione delle fonti rinnovabili nel settore del riscaldamento-raffrescamento” che ricostruisce un primo quadro informativo di base sul settore, disegna uno scenario di raggiungimento dell’obiettivo 2020 e valuta possibili contributi e costi delle diverse leve di azione per il perseguimento del target. Il Piano di Azione Nazionale (PAN) per l’energia rinnovabile prevede che entro il 2020 il consumo di energia rinnovabile nel settore del riscaldamento raffreddamento superi il livello da conseguire per il settore elettrico. Il livello di partenza, almeno secondo il PAN, è molto lontano dal target del 17,1% per le rinnovabili termiche: considerato che l’Italia dovrà puntare con forza sull’efficienza ener-

getica e mantenere i consumi attorno ai 130 Mtep annuali, questo significa che le rinnovabili termiche dovranno più che triplicare lo sforzo attuale per passare dall’attuale quota del 5,5% al target prefissato. In particolare, il solare termico dovrà aumentare di 24 volte rispetto ad oggi, le biomasse triplicare (entrando in concorrenza con elettrico e trasporti), il geotermico crescere di 1,4 volte. Si tratta, cioè, di raggiungere un consumo annuale di oltre 10 Mtep di energia rinnovabile termica al 2020, ben 6,6Mtep in più rispetto ad oggi. “Appare chiaro - si legge nel Rapporto - che la scelta adottata fino ad oggi di determinare sistemi di incentivazione come quello per il fotovoltaico, al di fuori di un’analisi costi benefici tra le varie opzioni possibili nelle politiche di incentivazione delle FER, aumenterà pesantemente gli oneri da sostenere per raggiungere l’obiettivo globale 2020 del 17%”. Il documento indica, in effetti, l’esigenza

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di un nuovo e più riequilibrato riallineamento del sostegno alle diverse fonti, anche tenendo presente che non tutto l’ammontare dell’aumento necessario di produzione delle termiche dovrà essere incentivato, perché la penetrazione spontanea delle tecnologie e l’emersione nelle statistiche dei consistenti volumi già consumati forniranno un contributo significativo al perseguimento dell’obiettivo. Secondo lo Studio Ref, il 30% dell’incremento necessario (circa 2Mtep) delle termiche non viene attualmente contabilizzato o sottostimato dai rilevamenti statistici che andrebbero rivisti. Un altro 19% (circa 1 Mtep) potrebbe essere fornito dalla diffusione delle tecnologie delle rinnovabili termiche già oggi competitive (pompe di calore e biomasse), mentre un ulteriore 23% potrebbe derivare dall’obbligo previsto di consumare energia rinnovabili termica per i nuovi edifici, e dal D. Lgs. 28/2011, attuativo della Direttiva 2009/28/CE sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti


rinnovabili, con cui sono state tracciate le linee generali per un nuovo sistema di incentivazione, basato su strumenti nuovi ed esistenti. Pertanto, rimarrebbe solo il 28% (circa 1,8 Mtep) da raggiungere tramite gli incentivi di sostegno alle rinnovabili termiche, il cui costo sarebbe 10 volte in meno rispetto al fotovoltaico, dal momento che il costo cumulato per ottenere l’incremento di 1MWh di consumi da FER termiche sarebbe di 318 euro, mentre per raggiungere lo stesso risultato con il fotovoltaico sarebbero necessari ben 3.000 euro. La somma per incentivare 1,8 Mtep di termiche entro il 2020 sarebbe, secondo Ref, di 6,8 miliardi di euro, con un aggravio dell’1% sulle bollette del metano dei consumatori. Molti elementi dei meccanismi di incentivazione devono ancora trovare una definizione che tengano conto sia della rilevanza, per il settore, delle scelte compiute dagli attori del lato della domanda sia della coerenza con gli schemi di sostegno per altri settori d’uso di energia, elettrico in primis. Risulta, dunque, “indispensabile che un adeguato disegno dei nuovi incentivi sia coordinato con politiche industriali mirate ai comparti manifatturieri interessati”. L’importanza che i mercati italiani del solare termico, degli impianti a biomasse legnose e delle pompe di calore potrebbero rivestire nel futuro processo

di sviluppo del nostro Paese è ben testimoniato dal volume d’affari che essi già attualmente sono in grado di generare. Sulla base dei dati statistici attualmente disponibili il volume d’affari complessivo generato da tali mercati nel 2009 può infatti essere stimato attorno a 2.349 milioni di euro, dei quali circa 500 milioni di euro riconducibili alle attività di fabbricazione e installazione di collettori solari termici, circa 786 milioni di euro attribuibili alle attività di fabbricazione, vendita e installazione delle stufe e caldaie a pellet, così come di vendita del pellet, circa 100 milioni di euro attribuibili al mercato del teleriscaldamento a biomasse legnose (sono qui comprese le attività di approvvigionamento della materia prima, di vendita e installazione degli impianti, nonché di vendita del calore prodotto) e circa 963 milioni di euro ascrivibili ai mercati delle pompe di calore aria-aria, delle pompe di calore aria-acqua e delle pompe di calore acqua-acqua (indotto compreso). I mercati italiani del solare termico, degli impianti a biomasse legnose e delle pompe di calore mostrano tuttavia un grado di dipendenza dall’estero ancora elevato anche se in via di lenta riduzione, così come risulta dai dati statistici esistenti per il 2009. Circa il 65% della domanda italiana di collettori solari è stato, infatti, coperto dalle importazioni dai Paesi esteri, come il 70% di quella

Schema di impianto di teleriscaldamento

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delle pompe di calore e il 35% della materia prima necessaria ad alimentare le stufe in pellet (mentre si esporta il 18% dei collettori solari italiani, il 53% delle pompe di calore e il 6% delle stufe a pellet). Un grado di dipendenza piuttosto marcato, ma molto inferiore ad altri settori come il fotovoltaico in cui l’85% dei moduli installati e circa il 69% degli inverter viene importato. Anche il Governo sembra essersi convinto delle grandi opportunità offerte dalle FER termiche e dell’esigenza di sostenerne il mercato. “Il calore prodotto da fonti rinnovabili darà il maggior contributo rispetto alla produzione di energia elettrica per il conseguimento degli obiettivi al 2020 - ha affermato Stefano Saglia, Sottosegretario al Ministero dello Sviluppo Economico con delega all’Energia, che ha partecipato al Convegno - Per sostenere il settore il Governo introdurrà per la prima volta il conto energia per la produzione di energia termica da fonti rinnovabili, la revisione dei certificati bianchi e un fondo per il finanziamento dello sviluppo tecnologico industriale. Gli strumenti previsti per conseguire questi obiettivi sono: promozione della cogenerazione, misure per favorire l’autoproduzione di energia per le piccole e medie imprese e il rafforzamento dell’efficienza energetica”.


Report UNEP sulle tendenze globali delle rinnovabili

IN UN ANNO GLI INVESTIMENTI SONO AUMENTATI DEL 32% La conferma dalla successiva pubblicazione di REN21

Secondo “Global Trends in Renewable Energy Investment”, l’annuale Rapporto dell’UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente), redatto dalla Bloomberg New Energy Finance in collaborazione con la Frankfurt School of Finance and Management, nel 2010 gli investimenti mondiali nelle energie rinnovabili sono stati pari a 211 miliardi di dollari con un aumento del 32% rispetto al 2009, ma quel che sorprende, si sottolinea, è che per la prima volta gli investimenti dei Paesi in via di sviluppo hanno superato quelli dei Paesi industrializzati (72 miliardi di dollari contro 70 miliardi). A trainare questo trend di crescita è stata la Cina che in un sol anno, con le sue fattorie eoliche a terra e gli impianti off-shore, è cresciuta del 28% con 48,9 miliardi di dollari investiti, ma anche altri Paesi emergenti hanno evidenziato una forte vitalità, quali India (+25%, con 3,8 miliardi investiti), Medio Oriente e Africa (+104%, con 5 miliardi), Centro e Sud America (+39%, con 13,1 miliardi) ed Asia, escluse Cina e India (+31%, con 4 miliardi). “Le attività di investimento nelle rinnovabili da parte dei Paesi in via di sviluppo non porta solo a delle innovazioni tecnologiche - ha affermato Udo Steffens, Presidente della Frankfurt School of Finance and Management - Aprirà nuovi mercati, poiché i nuovi arrivati promuovono una gamma di nuovi modelli economici e sostengono l’imprenditoria nel mondo in via di sviluppo”. In Europa, viceversa, gli investimenti su larga scala sono calati (-22%, con 35,2 miliardi), anche se sono stati compensati da progetti su piccola scala (soprattutto fotovoltaici), incentivati

da “feed-in-tariffs” e riduzione dei costi dei moduli, come ha riconosciuto il Direttore generale di Bloomberg New Energy Finance, Michael Liebreich. Gli investimenti nei piccoli impianti distribuiti in Europa sono guidati dalla Germania (+132%, con 34 miliardi di dollari), seguita da Italia (+ 59%, con 5,5 miliardi), Francia (+150%, con 2,7 miliardi), Repubblica Ceca (+163%, con 2,3 miliardi). Nel Rapporto si afferma che tale mercato dovrebbe mantenere il suo vigore nel 2011 per la continua riduzione dei costi della tecnologia solare, anche se sono stati annunciati da numerosi Paesi, tra cui l’Italia, tariffe di acquisto in calo per i nuovi progetti: “misura logica che mira a riflettere la notevole riduzione dei costi tecnologici”. In termini quantitativi, nel 2010 sono stati ancora predominanti gli investimenti per l’energia eolica (+30%, con 94,7 miliardi di dollari), seguita da quella del solare (+52%, con 86 miliardi), da biomasse e termovalorizzatori (con investimenti per 11 miliardi) e da biocarburanti (con 5,5 miliardi, ma con vistosi cali annuali dal momento che nel 2006 il settore aveva avuto investimenti per 20,4 miliardi). Il Rapporto evidenzia, poi, che mentre la spesa pubblica nella ricerca e sviluppo a lungo termine legata alle rinnovabili è aumentata (+120%, superando i 5 miliardi di dollari), quella delle imprese è diminuita (-12%, con 3,3 miliardi), a causa della crisi economica e delle preoccupazioni degli investitori “per l’over-capacity dell’industria, di fronte ai tagli dei programmi di incentivi ed alla concorrenza delle centrali

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elettriche alimentate a gas naturale a buon mercato”. Secondo il Rapporto il basso costo del gas naturale nel corso del 2010 ha incentivato i produttori di energia, negli USA come in Europa, a costruire più centrali elettriche a gas a scapito di progetti di energia rinnovabile. “La crescita costante di questo segmento chiave della green economy non è casuale - ha però sentenziato Achim Steiner, Direttore esecutivo dell’UNEP - La combinazione di obiettivi

governativi, di sostegno politico e di fondi incentivanti è alla base dell’ascesa dell’industria delle rinnovabili e rendono più facilmente raggiungibile la non più procrastinabile trasformazione del nostro sistema energetico mondiale. La Conferenza ONU sui cambiamenti climatici, che avrà luogo quest’anno a Durban, e il Summit “Rio+20” che si terrà in Brasile l’anno prossimo, saranno delle ottime occasioni per accelerare e generalizzare questo passaggio verso una green economy a basse emissioni di carbonio e a basso consumo di risorse, nel contesto dello sviluppo sostenibile e della eradicazione della povertà”. La conferma che le fonti rinnovabili non sono più un settore di nicchia della produzione energetica è venuta dalla successiva pubblicazione di “Renewables 2011. Global Status Report” di REN21, Forum globale sull’energia rinnovabile. La relazione attesta che nel 2010, circa il 20% della produzione globale di energia elettrica è stata generata dalle rinnovabili, che il 16% dei consumi finali di energia è “green” e che la capacità di generazione di energia proveniente da tali fonti (compreso l’idroelettrico) è stata la metà di quella installata (complessivamente circa 30GW). “Le performance globali delle energie rinnovabili nonostante i venti contrari sono state una costante positiva in periodi turbolenti - ha dichiarato Mohamed El-Ashry, Presidente del Comitato direttivo di REN21 - Oggi, sempre più gente produce energia da rinnovabili con capacità in continua crescita, prezzi in progressiva discesa e le quote di energia rinnovabile rispetto alla energia globale continuano a crescere”.

Ecco gli altri punti salienti del Report: - sono più di 100 i Paesi con capacità di produrre energia solare fotovoltaica; - USA, Cina, Germania, Spagna e India sono stati nell’ordine i Paesi con la maggior capacità di produzione da energie rinnovabili, eccetto l’idroelettrico; - negli USA la produzione di energia primaria da rinnovabili (10,9%) ha quasi eguagliato quella del nucleare (11,3%), con la produzione geotermica maggiore del mondo;

- la Cina guida la graduatoria per l’installazione di turbine eoliche e di impianti solari termici ed è divenuto il Paese con la maggior produzione di energia idroelettrica; - le energie rinnovabili hanno costituito in Cina il 26% della capacità elettrica installata nel 2010, fornendo più del 9% dell’energia finale; - il Brasile di fatto è l’unico produttore mondiale di etanolo derivato dallo zucchero ed ha aumentato notevolmente la sua produzione idroelettrica; - nell’UE le rinnovabili hanno rappresentato il 41% della nuova capacità elettrica installata, ma questa quota è stata significativamente inferiore (60%) rispetto al 2009; - la Germania ha installato nel 2010 più pannelli fotovoltaici di quanti non ne abbia installato il mondo intero nel 2009; - all’inizio del 2011 risultano 119 i Paesi che hanno un qualche tipo di obiettivo politico di sostegno alle rinnovabili, più del doppio rispetto al 2005, di cui più della metà sono Paesi in via di sviluppo. “Sempre più persone al mondo stanno avendo accesso ai servizi energetici grazie alle fonti rinnovabili, non solo per soddisfare i propri bisogni primari, ma anche per conseguire uno sviluppo economico - ha osservato EL-Ashry - Lo sviluppo delle rinnovabili in zone remote garantisce agli individui l’accesso ai servizi base, come l’illuminazione, le comunicazioni, la cottura dei cibi, il riscaldamento/raffrescamento, il pompaggio dell’acqua, ma anche di originare una crescita economica attraverso l’azione propulsiva dei servizi”.

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La Commissione UE ha adottato una Comunicazione sulla sicurezza energetica

PROMUOVERE POLITICHE ENERGETICHE LOW CARBON OLTRE I CONFINI Ineludibile ormai una “cessione di sovranità” degli Stati membri

“L’Unione Europea dovrebbe promuovere politiche energetiche a basse emissioni di carbonio nei Paesi al di fuori dei propri confini, come parte integrante dei piani per contrastare i cambiamenti climatici e diventare meno vulnerabile agli shock petroliferi”. Anche se nel Comunicato stampa l’oggetto della Comunicazione della Commissione UE (COM(2011) 539), adottata il 7 settembre 2011dal titolo On security of energy supply and international cooperation - “The EU Energy Policy: Engaging with Partners beyond Our Borders”, viene riassunto con Una voce unica per la tutela degli interessi energetici extraunionali, a noi piace sottolineare quella azione-chiave proposta di Facilitate access of least developed countries to climate financing, notably by contributing in the framework of UNFCCC negotiations to the definition of a new Clean Development Mechanism more adapted to energy access and sustainable development needs”.

Secondo la Commissione si tratta di adottare per la prima volta una strategia globale per le relazioni esterne dell’UE in ambito energetico, al cui centro vi è il miglior coordinamento fra gli Stati membri per identificare ed attuare priorità chiare in tema di politica energetica estera. La Commissione ha pure indicato la necessità che dovrebbe essere tale organo a negoziare i contratti strategici per l’energia per conto degli Stati membri al fine di dare un maggior peso alle contrattazioni. Oltre alla Comunicazione, la Commissione ha proposto una decisione volta a istituire un meccanismo per lo scambio di informazioni relative agli accordi intergovernativi nel settore energetico fra Stati membri e Paesi terzi. Questo meccanismo amplierà e integrerà la procedura di notifica già applicabile agli accordi in ambito gasiero a tutte le forme di energia, costituendo inoltre uno strumento per scambiare informazioni a livello unionale prima e dopo

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i negoziati con i paesi terzi. La finalità è rafforzare la posizione negoziale degli Stati membri nei confronti dei Paesi terzi, garantendo nel contempo la sicurezza dell’approvvigionamento, il corretto funzionamento del mercato interno e la certezza giuridica degli investimenti. “Negli ultimi anni la nostra politica energetica ha compiuto veri progressi - ha dichiarato Günther Oettinger, Commissario europeo responsabile per l’Energia - L’UE deve ora estendere i successi del proprio ampio mercato interno dell’energia oltre le sue frontiere per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento energetico all’Europa e per stimolare partenariati internazionali in questo settore. La Commissione propone oggi un approccio coerente alle relazioni con i Paesi terzi in ambito energetico. A questo fine è necessario migliorare il coordinamento interno affinché l’UE e i suoi Stati membri agiscano e si esprimano con una sola voce”.


La quota di energia importata nell’UE, attualmente l’80% del petrolio e oltre il 60% del gas, continua a crescere. Le decisioni e gli accordi nazionali con i Paesi terzi esercitano un impatto significativo sullo sviluppo delle infrastrutture e sull’approvvigionamento di energia dell’UE nel suo complesso. È necessario, quindi, promuovere meglio gli interessi dell’UE nelle relazioni con i Paesi di transito e produttori di energia, mentre nuovi modelli di domanda e offerta sui mercati mondiali dell’energia e una crescente competizione per le risorse rendono necessario giocare la carta del valore aggiunto dell’UE nelle relazioni esterne del settore energetico. La Commissione ha sottolineato, infatti, che l’insieme dei materiali rari (panoply of raw materials), necessari per produrre energia rinnovabile, includono le “terre rare” il cui approvvigionamento è attualmente “critico”. Il riferimento è conseguente alla decisione della Cina, detentrice di circa il 97% della produzione mondiale di “terre rare” (metalli strategici per l’industria delle rinnovabili e dell’energia in generale alle politiche restrittive di Pechino.) di porre limiti alla loro produzione ed esportazione, ufficialmente per motivi di tutela ambientale, ma si pensa che le vere ragioni derivino dalla volontà di preservarle per la propria industria e di contrastare il fenomeno dell’esportazione illegale a seguito del loro crescente prezzo sui mercati. Usa e UE hanno minacciato di ricorrere contro tali restrittivi provvedi-

menti all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Intanto, secondo quanto riportato dall’Agenzia Reuters del 6 settembre 2011, la Commissione UE starebbe valutando l’opportunità di accumulare una scorta di “terre rare” per tutelare le industrie europee e non farsi cogliere impreparati di fronte alle politiche restrittive di Pechino. Inoltre, nella Comunicazione si chiede di costituire Centri di Ricerca con altri Paesi, in particolare con Stati Uniti e Giappone, per sviluppare materiali sostitutivi o per ridurne l’uso. Al contempo viene richiesta una più stretta collaborazione con la Cina e gli altri Paesi emergenti, quali India e Brasile, su problematiche, ad esempio, relative all’efficienza energetica, alle rinnovabili e al “carbone pulito”. Oltre all’attenzione al miglioramento dell’accesso all’energia sostenibile da parte dei Paesi meno sviluppati e in via di sviluppo, a cui si è accennato all’inizio, la Comunicazione elenca ben 43 azioni concrete, tra le quali spicca l’importanza energetica che la Commissione affida alla Regione Mediterranea, chiedendo agli Stati membri di “essere attivamente impegnati nel promuovere lo sviluppo delle infrastrutture energetiche in questa regione”, proponendo forme di partenariato per progetti pilota di energia solare nel 2011-12 con i Paesi del Mediterraneo meridionale. Altre azioni, da perseguire prevedono che:

Bruxelles, Palazzo Berlaymont, sede della Commissione UE

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- gli Stati membri condividano le informazioni relative agli accordi internazionali con i Paesi terzi nel settore energetico, compresi gli accordi ancora in fase di negoziato; la Commissione può fornire un parere caso per caso in merito alla conformità di tali accordi con il diritto unionale e con gli obiettivi comuni di sicurezza dell’approvvigionamento; - gli accordi in ambito energetico con i Paesi terzi possono inoltre essere negoziati a livello unionale se questo è necessario per raggiungere gli obiettivi essenziali comuni, come è il caso di un accordo con l’Azerbaigian e il Turkmenistan sul gasdotto transcaspico, per il quale è stato richiesto un mandato specifico dal Consiglio; - l’UE promuoverà norme giuridicamente vincolanti a livello internazionale in materia di sicurezza nucleare, anche in sede di Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), e si impegnerà a estendere le valutazioni di sicurezza nucleare ai Paesi limitrofi dell’UE. Resta da vedere se gli Stati membri saranno disponibili a “cedere sovranità” a favore di un organo superiore. Come sta dimostrando l’attuale crisi economico-finanziaria, l’UE è attualmente troppo debole, non soltanto perché non ha gli adeguati strumenti in grado di salvaguardare gli interessi europei nel mondo, ma soprattutto perché non dispone della legittimità per farlo.


Firmato il Decreto dal Ministro per lo Sviluppo Economico

NUOVO REGIME DI SOSTEGNO PER LA COGENERAZIONE AD ALTO RENDIMENTO Con Comunicato del 9 settembre 2011 il Ministero dello Sviluppo Economico ha informato che il Ministro Paolo Romani ha firmato il decreto che definisce il nuovo regime di sostegno per la cogenerazione ad alto rendimento, in attuazione dell’articolo 30 della Legge 99/2009 Disposizioni per lo sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia. Giunge così al termine l’atteso nuovo regime di incentivazione per gli impianti di cogenerazione ad alto rendimento. C’è da osservare, comunque, che tale decreto non poteva essere emanato prima che fossero stati stabiliti i nuovi criteri per il riconoscimento della condizione di alto rendimento per gli impianti di cogenerazione, come previsto dalla Direttiva 2004/8/CE sulla Promozione della cogenerazione basata su una domanda di calore utile nel mercato interno, le cui linee guida per l’applicazione e attuazione sono state introdotte con Decisione della Commissione UE 2008/952/CE. In base all’articolo 12 della sopra richiamata Direttiva che prevede la modifica degli allegati al D. Lgs n. 20/2007 per adeguarli alla metodologia selettiva introdotta con la Decisione della Commissione UE, in data 4 agosto 2011 il Ministro dello Sviluppo Economico, di concerto con il Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare Stefania Prestigiacomo, aveva firmato il Decreto ministeriale che stabilisce i nuovi criteri per il riconoscimento della condizione di alto rendimento per gli impianti di cogenerazione (CAR). L’incentivo, il cui metodo di calcolo è omogeneo per tutti gli impianti ed è commisurato all’effettivo risparmio di energia primaria, si applica dal

1° gennaio 2011 ed è basato sul sistema dei Certificati Bianchi (denominati anche Titoli di Efficienza Energetica, sono stati introdotti dalla Direttiva UE sull’efficienza energetica negli usi finali e sui servizi energetici ed attestano il conseguimento di risparmi energetici attraverso l’applicazione e sistemi efficienti), che vengono riconosciuti per un periodo di 10 anni per gli impianti di produzione e di 15 anni per gli impianti abbinati al teleriscaldamento. Al valore base del Certificato Bianco è inoltre applicato un coefficiente (K), differenziato per cinque scaglioni di potenza, per tener conto dei diversi rendimenti medi degli impianti e delle potenzialità di sviluppo della piccola e media cogenerazione. La misura è cumulabile solo con fondi di garanzia, detassazione e altri contributi in conto capitale, dunque è sostitutivo dell’attuale Certificato Bianco. La gestione della misura è affidata al Gestore dei Servizi Energetici (GSE), cui l’operatore si rivolgerà per richiedere la qualificazione come CAR e che annualmente riconoscerà all’operatore stesso un incentivo corrispondente agli effettivi risparmi di energia primaria conseguiti e misurati. Con il Decreto in questione sono previste norme specifiche per definire gli incentivi anche per i rifacimenti di impianti esistenti e viene recepito anche quanto previsto dal D.Lgs. 3 marzo 2011, relativo all’attuazione della Direttiva 2009/28/CE sulla promozione dell’uso di energia da fonti rinnovabili, che riconosce incentivi “agli impianti cogenerativi entrati in esercizio dopo il 1° aprile 1999 e prima dell’entrata in vigore del decreto legislativo 8 febbraio 2007 [...] hanno diritto [...] ad un incentivo [...] pari al 30% di quello

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definito [...] per un periodo di cinque anni a decorrere dall’entrata in vigore del decreto di definizione del predetto incentivo” (Art. 29, comma 4). La cogenerazione ad alto rendimento è diffusa soprattutto in settori industriali ad alto consumo di energia termica e nel settore dei servizi annessi a reti di teleriscaldamento urbano. Il nuovo regime di sostegno può assicurare un ulteriore sviluppo di questa tecnologia, conseguendo non solo nuovi obiettivi in termini di risparmio energetico, ma anche significative ricadute positive sui settori industriali che consumano l’energia termica e l’energia elettrica prodotta nel proprio ciclo di lavorazione, abbattendo direttamente il costo dell’energia. Ad ogni buon fine pubblichiamo nelle pagine accanto il testo del Decreto firmato il 5 settembre dal Ministro dello Sviluppo Economico, con l’avvertenza che al momento di chiudere in redazione questo numero di Regioni&Ambiente non è stato ancora pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, come del resto il citato Decreto 4 agosto 2011.


(ndr: Si avverte che il testo del Decreto inserito nelle pagine di questo Inserto non riveste carattere di ufficialità e non è sostitutivo in alcun modo della pubblicazione ufficiale cartacea, non ancora avvenuta al momento di andare in stampa).

Il Ministro dello sviluppo economico Visto il decreto legislativo 16 marzo 1999, n. 79, ed in particolare: - l’articolo 2, comma 8, che definisce cogenerazione la produzione combinata di energia elettrica e calore che garantisce un risparmio di energia rispetto alle produzioni separate; - l’articolo 3, comma 3, che istituisce nell’ambito della regolazione del settore elettrico l’obbligo di utilizzazione prioritaria dell’energia elettrica prodotta, oltre che da fonti energetiche rinnovabili, mediante cogenerazione; - l’articolo 11, commi 2 e 4, che riconosce all’energia elettrica da cogenerazione l’esenzione dall’obbligo di cui al medesimo articolo 11, comma 1 e la precedenza sulla rete di trasmissione nazionale; Vista la delibera dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas del 19 marzo 2002, n.42 e successive modifiche ed integrazioni, che definisce Ie condizioni per il riconoscimento della produzione di energia elettrica e calore ai sensi del predetto articolo 2, comma 8 del decreta legislativo 79/1999 (di seguito: delibera 42/2002) Vista la direttiva 2004/8/Ce del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 febbraio 2004, sulla promozione della cogenerazione basata su una domanda di calore utile nel mercato interno dell’energia e che modifica la direttiva 92/42/Cee; Vista la direttiva 2006/32/Ce del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 aprile 2006, concernente l’efficienza degli usi finali dell’energia e i servizi energetici e recante abrogazione della direttiva 93/76/Cee del Consiglio; Visto il decreto legislativo 8 febbraio 2007, n. 20 recante “Attuazione della direttiva 2004/8/Ce sulla promozione della cogenerazione basata su una domanda di calore utile nel mercato interno dell’energia, nonché modifica alla direttiva 92/42/Cee” (di seguito: decreto legislativo 20/2007), ed in particolare: - l’articolo 3 che, avvalendosi della facoltà riconosciuta agli Stati membri di utilizzare metodi alternativi nella definizione della cogenerazione ad alto rendimento (di seguito anche: Car), stabilisce che fino al 31 dicembre 2010 sia considerata tale quella rispondente alle condizioni e ai criteri definiti all’articolo 2, comma 8, del decreto legislativo 79/1999, definiti con la predetta delibera 42/02 e successive modifiche ed integrazioni; - l’articolo 4 che riconosce al produttore che 10 richiede

il diritto al rilascio della garanzia di origine di elettricità da Car designando il Gestore dei servizi elettrici - Gse Spa quale soggetto incaricato di rilasciarla; - l’articolo 6, comma 1 secondo periodo, che riconosce alla Car l’accesso al sistema dei certificati bianchi, ovvero ai benefici derivanti dall’applicazione dei provvedimenti attuativi delle disposizioni legislative in materia di incremento dell’efficienza energetica degli usi finali di energia, nel settore dell’energia elettrica e del gas; - l’articolo 6, comma 2, che riconosce l’accesso ai benefici di cui al comma 1 anche alla cogenerazione abbinata al teleriscaldamento; - l’articolo 14, come modificato dall’articolo 38, comma 12, della legge 23 luglio 2009, n. 99, che riconosce i diritti acquisiti dai soggetti titolari di impianti realizzati o in fase di realizzazione in attuazione dell’ articolo 1, comma 71, della legge 23 agosto 2004, n.239 come vigente a131 dicembre 2006, stabilendone i requisiti; Visto il decreto legislativo 30 maggio 2008 n. 115, recante “Attuazione della direttiva 2006/32/Ce relativa all’efficienza degli usi finali dell’energia e i servizi energetici e abrogazione della direttiva 93/76/Cee” (di seguito: decreta legislativo 115/2008), e successive modificazioni ed in particolare l’ articolo 7, concernente i certificati bianchi, e gli articoli 2, comma 1, lettera t) e 10, istitutivi della disciplina dei sistemi efficienti di utenza per impianti di produzione di energia elettrica, con potenza non superiore a 20 MWe, alimentati da fonti rinnovabili ovvero in assetto cogenerativo ad alto rendimento; Visto la legge 23 luglio 2009, n.99 recante “Disposizioni per 10 sviluppo e l’internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia” (di seguito: legge 99/2009) ed in particolare: l’articolo 30 comma 11 che: - prevede che il regime di sostegno previsto per la Car di cui al secondo periodo del comma 1 dell’articolo 6 del decreto legislativo 20/2007 sia riconosciuto per un periodo non inferiore a dieci anni, limitatamente alla nuova potenza entrata in esercizio dopo la data di entrata in vigore del medesimo decreta legislativo, a seguito di nuova costruzione o rifacimento nonché limitatamente ai rifacimenti di impianti esistenti; - indica che il regime di sostegno è riconosciuto sulla base del risparmio dell’energia primaria, anche con riguardo all’energia autoconsumata sul sito di produzione, assicurando che il regime di sostegno sia in linea con quello adottato dai principali Stati membri dell’Unione europea, al fine di perseguire l’obiettivo dell’armonizzazione e di evitare distorsioni della concorrenza; - prevede che, con decreta del Ministro dello sviluppo economico, siano stabiliti i criteri e le modalità per il riconoscimento dei benefici economici per la Car di cui

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Regioni&Ambiente n° 9 Settembre 2011

INSERTO

SCHEMA DI D.M. SVILUPPO ECONOMICO RECANTE LE MODALITÀ PER GLI INCENTIVI ALLA COGENERAZIONE AD ALTO RENDIMENTO


al medesimo comma, garantendo la non cumulabilità delle forme incentivanti; l’articolo 33 che definisce le “reti interne di utenza”; Visto il decreto legislativo 3 marzo 2011, n. 28 (di seguito: decreto legislativo 28/2011), ed in particolare l’articolo 29, comma 4, secondo cui gli impianti cogenerativi entrati in esercizio dopo il 1 aprile 1999 e prima della data di entrata in vigore del decreto legislativo 20/2007, riconosciuti cogenerativi ai sensi delle norme applicabili alla data di entrata in esercizio dell’impianto, hanno diritto, qualora non accedano ai certificati verdi ne agli incentivi definiti in attuazione dell’articolo 30, comma 11, della legge 99/2009, ad un incentivo pari al 30% di quello definito ai sensi della medesima legge per un periodo di cinque anni a decorrere dall’entrata in vigore del presente decreto, purché, in ciascuno degli anni, continuino ad essere cogenerativi ai sensi delle norme applicabili alla data di entrata in esercizio; Visti i decreti 20 luglio 2004 del Ministro delle attività produttive, di concerto con il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio, concernenti la nuova individuazione degli obiettivi quantitativi nazionali di risparmio energetico e sviluppo delle fonti rinnovabili, di cui all’articolo 16, comma 4, del decreto legislativo 23 maggio 2000, n. 164 e la nuova individuazione degli obiettivi quantitativi per l’incremento dell’ efficienza energetica negli usi finali di energia, ai sensi dell’articolo 9, comma 1, del decreto legislativo 79/1999; Visto il decreto 21 dicembre 2007 del Ministro della sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, che revisiona ed aggiorna i predetti decreti del 20 luglio 2004; Visto il decreto 4 agosto 2011 del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, che modifica ed integra gli allegati del decreta legislativo 20/2007; Tenuto conto del contributo della cogenerazione ad alto rendimento al conseguimento degli obiettivi di riduzione dei consumi di energia, posti dal Piano d’azione per l’efficienza energetica predisposto in attuazione della direttiva 2006/32/Ce; Ritenuto opportuno definire un regime di sostegno, attraverso il sistema dei citati certificati bianchi, che dia prevedibilità al valore dell’incentivo, in modo da sostenere gli investimenti necessari per sviluppare il potenziale della cogenerazione ad alto rendimento; Ritenuto necessario attribuire gli incentivi sulla base dell’effettivo rendimento degli impianti qualificati come cogenerativi ai sensi delle disposizioni vigenti al momento della loro entrata in esercizio, ovvero sulla base di risparmi di energia primaria, derivanti dalla produzione di energia termica ed energia elettrica, utilizzando coefficienti correttivi per tener conto delle diverse dimensioni d’impianto e dell’eventuale utilizzo dell’energia attraverso reti di teleriscaldamento; Ritenuto opportuno, nel definire gli specifici incentivi previsti dalla legge 99/2009, tenere conto degli altri strumenti di sostegno previsti dalla normativa a favore della cogenerazione, garantendo la non cumulabilità di alcuni di essi al fine di evitare distorsioni di concorrenza sul mercato interno, nonché del valore economico sul mercato nazionale dell’energia prodotta, in modo da

II

mantenere il livello del sostegno in linea con quanta riconosciuto alla Car nei principali Stati Membri dell’Unione europea; decreta Articolo 1 Oggetto ed ambito di applicazione 1. Le disposizioni di cui al presente decreta definiscono il regime di sostegno, previsto dall’articolo 30, comma 11 della legge 99/09, per la cogenerazione ad alto rendimento e si applicano: a) alle unità di cogenerazione entrate in esercizio, come nuove unità di cogenerazione ovvero come rifacimento di unita esistenti secondo le condizioni definite dal presente decreto, a decorrere dal 7 marzo 2007, data di entrata in vigore del decreto legislativo 20/2007; b) alle unità di cogenerazione entrate in esercizio dopo il 10 aprile 1999 e prima del 7 marzo 2007, riconosciute come cogenerative ai sensi delle norme applicabili alla data di entrata in esercizio dell’unita medesima, secondo le modalità ed i criteri e nei limiti indicati all’ articolo 29, comma 4, del decreto legislativo 28/2011. Articolo 2 Definizioni 1. Ai fini del presente decreto si applicano le definizioni di cui al decreto legislativo 20/2007, ed inoltre le seguenti: a) unità di cogenerazione o sezione di cogenerazione: parte di un impianto di cogenerazione la quale, in condizioni ordinarie di esercizio, funziona indipendentemente da ogni altra parte dell’impianto di cogenerazione stesso; b) rifacimento: intervento tecnologico, realizzato dopo l’entrata in vigore del decreto legislativo 20/2007 su una unità di produzione cogenerativa o non cogenerativa in esercizio da almeno dodici anni, che comporti la totale ricostruzione o la sostituzione con componenti nuovi di almeno due dei componenti principali, come definiti qui di seguito. Per gli impianti con turbine a gas, sono componenti principali: la turbina stessa, lo scambiatore di calore a recupero, l’alternatore. Per gli impianti con turbine a vapore o a fluido organico, sono componenti principali: la turbina stessa, il generatore di vapore, l’alternatore. Per gli impianti in ciclo combinato gas-vapore, sono componenti principali: la turbina a gas, la turbina a vapore, il generatore di vapore a recupero, uno dei due alternatori asserviti alla turbina a gas ed alla turbina a vapore. Per gli impianti con motori a combustione interna o esterna, sono componenti principali: il motore stesso, lo scambiatore per il recupero di calore dai fumi, l’alternatore. L’intervento di rifacimento di unità di cogenerazione abbinata alla rete di teleriscaldamento, ove riferito alla configurazione che comprenda anche la rete di teleriscaldamento, in aggiunta alle condizioni sopra elencate, deve prevedere interventi di potenziamento della rete stessa che comportino una capacita di trasporto aggiuntiva, espressa in termini di Tep/anno, non inferiore al trenta per cento della capacita di trasporto nominale antecedente


l’intervento di rifacimento. Si considera “rifacimento” l’intervento tecnologico, realizzato dopo 1’entrata in vigore del decreto legislativo 20/2007 su una unita di produzione in esercizio da almeno dodici anni, che comporti l’istallazione di una nuova turbina a vapore e di un nuovo alternatore all’interno di un sito dove sia già presente un impianto di produzione di energia elettrica non cogenerativo, quando tali nuove unità, affiancate alle preesistenti, siano finalizzate alla produzione di energia in regime di CarR; non si considera rifacimento 1’intervento in cui l’installazione delle nuove unita interessi solo una sezione della turbina esistente; c) nuova unità di cogenerazione: unità di cogenerazione entrata in esercizio, a seguito di nuova costruzione, dopo la data di entrata in vigore del decreto legislativo 20/2007; d) data di entrata in esercizio di una unità di cogenerazione: data in cui e stato effettuato il primo funzionamento in parallelo con il sistema elettrico nazionale dell’unita, come risulta dalla denuncia dell’Utf di attivazione di officina elettrica; e) operatore: soggetto giuridico che detiene la proprietà o che ha la disponibilità dell’unità di cogenerazione; f) rete di teleriscaldamento: rete di tubazioni che distribuisce energia termica in forma di vapore, acqua calda o liquidi refrigerati, dall’unità di cogenerazione verso una pluralità di edifici o siti, per il riscaldamento o il raffreddamento di spazi, che rientra nella proprietà o nella disponibilità dell’operatore o di società controllata ai sensi delle vigenti disposizioni in materia di separazione proprietaria, amministrativa e contabile per le imprese del settore dell’energia elettrica e del gas. Devono essere soddisfatte tutte le seguenti condizioni: a. la rete deve svilupparsi su terreni pubblici ovvero su più terreni privati, in ogni caso non esclusivamente riconducibili all’operatore cosi come definito dalla lettera e); b. l’allacciamento alla rete deve avvenire mediante dispositivi dotati di appositi strumenti di misura che consentano la contabilizzazione e la periodica fatturazione agli utenti del servizio ai sensi del Dm 24 ottobre 2000 n. 370 e successive modifiche ed integrazioni; c. la cessione dell’energia termica deve riguardare utenti del servizio diversi da soggetti o pertinenze riconducibili all’operatore e deve essere regolata da contratti di somministrazione, atti a disciplinare le condizioni tecniche ed economiche di fornitura. Articolo 3 Condizioni per l’accesso al regime di sostegno 1. Le unità di cogenerazione entrate in esercizio a decorrere dal 1° gennaio 2011 sono considerate Car, ai fini dell’accesso ai benefici economici di cui al presente decreto, se rispondono ai criteri indicati nel decreto 4 agosto 2011 del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, ed annessi allegati (che si riportano per correntezza in allegata al presente decreto, con pari numerazione). 2. Le unità di cogenerazione entrate in esercizio tra il 7 marzo 2007 e il 31 dicembre 2010, qualora non rientrino nella definizione di Car secondo i criteri indicati nel decreta 4 agosto 2011 citato al comma 1, sono considerate

cogenerative, ai fini dell’accesso ai benefici economici di cui al presente decreto, se rispondono alle condizioni e ai criteri indicati dalla delibera 42/2002 e successive modifiche ed integrazioni, fermo restando che i benefici economici sono riconosciuti secondo Ie modalità del presente decreto. 3. Le unità di cogenerazione entrate in esercizio dopo il 1° aprile 1999 e prima del 7 marzo 2007, riconosciute cogenerative ai sensi delle norme applicabili alla data di entrata in esercizio, accedono ai benefici economici di cui al presente decreta nei limiti e alle condizioni indicati all’articolo 29, comma 4, del decreta legislativo 28/2011, fermo restando che i benefici economici sono riconosciuti secondo le modalità del presente decreto. Articolo 4 Regime di sostegno 1. Le unità di cogenerazione, come definite all’articolo 1 del presente decreto, hanno diritto, per ciascun anno solare in cui soddisfano i requisiti di Car, al rilascio di certificati bianchi, in numero commisurato al risparmio di energia primaria realizzato nell’anno in questione, se positivo, calcolato come segue:

dove: - RISP e il risparmio di energia primaria, espresso in MWh, realizzato dall’unità di cogenerazione nell’anno solare considerato - ECHP è l’energia elettrica, espressa in MWh, prodotta in cogenerazione dalla unità di cogenerazione durante l’anno considerato - HCHP è l’energia termica utile, espressa in MWh, prodotta in cogenerazione dalla unità di cogenerazione durante l’anno considerato - ηE RIF è il rendimento medio convenzionale del parco di produzione elettrica italiano, assunto pari a 0,46, corretto in funzione della tensione di allacciamento, della quantità di energia autoconsumata e della quantità di energia immessa in rete secondo le modalità di calcolo riportate nell’allegato 7 del decreto 4 agosto 2011. La percentuale di energia elettrica autoconsumata da tenere in conto e quella riferita alla produzione totale in regime di Car - ηT RIF è il rendimento medio convenzionale del parco di produzione termico italiano, assunto pari a 0,82 nel caso di utilizzo diretto dei gas di scarico e pari a 0,90 nel caso di produzione di vapore/acqua calda - FCHP è l’energia, espressa in MWh, del combustibile che l’unità di cogenerazione ha consumato durante l’anno considerato per produrre in cogenerazione Le grandezze ECHP, HCHP, FCHP sono calcolate secondo le modalità indicate nel decreto 4 agosto 2011, prendendo a riferimento il rapporto energia/calore Ceff quale indicato nell’allegato 2 par. 7.2. L’operatore la cui unità di cogenerazione sia riconosciuta come Car in un dato anno ha diritto, per quell’ anno, ad un numero di certificati bianchi pari a: CB = (RISP * 0,086)* K

III


dove: - (RISP * 0,086) è il risparmio, se positivo, espresso in Tep; - K è un coefficiente di armonizzazione, posta pari a: 1,4 per Ie quote di potenza fino ad 1 MWe 1,3 per Ie quote di potenza superiore a 1 MWe e fino a 10 MWe 1,2 per Ie quote di potenza superiore a 10 MWe e fino a 80 MWe 1,1 per Ie quote di potenza superiore a 80 MWe e fino a 100 MWe 1,0 per Ie quote di potenza superiori a 100 MWe e per i rifacimenti indipendentemente dalla potenza istallata 2. I certificati bianchi sono riconosciuti, subordinatamente all’esito delle verifiche di cui all’articolo 7 e fermo restando quanta disposto dal comma 3, per un periodo di: a) dieci anni solari, per le unità di cogenerazione di cui all’articolo 1, comma 1, lettera a) diverse da quelle comprese alla lettera b) del presente comma, a decorrere dal 1° gennaio dell’anno successivo alla data di entrata in esercizio dell’unità di cogenerazione; b) quindici anni solari, per le unità di cogenerazione di cui all’articolo 1, comma 1, lettera a) abbinate a reti di teleriscaldamento, ove l’intervento comprenda anche la rete, a decorrere dal 10 gennaio dell’anno successivo alla data di entrata in esercizio dell’unita di cogenerazione; c) cinque anni solari, per le unità di cogenerazione di cui all’articolo 1, comma 1, lettera b), nel limite del 30% di quanta riconosciuto alle unita di cui alle lettere precedenti, a decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto. 3. Nell’ambito del periodo di diritto al riconoscimento dei certificati bianchi di cui al comma 2 sono inclusi, senza alcun recupero o diritto a proroghe, gli anni in cui l’unita di cogenerazione non rispetta le condizioni di cui all’articolo 3, ferma restando la validità del titolo autorizzativo a suo tempo rilasciato per la realizzazione e l’esercizio della medesima unità. 4. La decorrenza indicata dal comma 2 può essere prorogata, su motivata richiesta del produttore, fino al terzo anno solare successivo alla data di entrata in esercizio dell’unità di cogenerazione, pena la decadenza del diritto all’accesso agli incentivi di cui al presente decreto. Articolo 5 Periodo di rendicontazione 1. Il periodo di rendicontazione, ai fini del calcolo per il riconoscimento dei benefici economici oggetto del presente decreto, e pari ad un anno solare, a decorrere dal 1° gennaio al 31 dicembre di ciascun anno, ferme restando Ie decorrenze di cui all’articolo 4, comma 2. 2. Qualora, per specifiche esigenze del processo di valle legato alla stagionalità dell’utenza calore, l’unità di produzione di energia possa marciare in assetto cogenerativo per un periodo inferiore all’annualità è fatto obbligo agli operatori di dotare l’unita stessa di idonea strumentazione che permetta di contabilizzare le ore di esercizio, il calore utile e l’energia elettrica prodotta durante la marcia in assetto cogenerativo. In carenza di tale strumentazione sarà preso a riferimento il periodo

IV

di rendicontazione su base annuale secondo quanta indicato al comma 1. Per specifiche esigenze del processo di valle si intende l’indisponibilità dell’utenza calore su base stagionale determinata dalle condizioni climatiche o dal ciclo operativo delle lavorazioni. Articolo 6 Cumulabilità degli incentivi 1. Gli incentivi di cui al presente decreto non sono cumulabili con altri incentivi pubblici o regimi di sostegno comunque denominati, fatto salvo quanta previsto ai successivi commi. 2. Il diritto agli incentivi di cui al presente decreto è cumulabile, nel rispetto delle relative modalità applicative: a) con l’accesso a fondi di garanzia e fondi di rotazione; b) con altri incentivi pubblici in conto capitale non eccedenti il 40 per cento del costo dell’investimento nel caso di impianti di potenza elettrica fino a 200 kW, non eccedenti il 30 per cento nel caso di impianti di potenza elettrica fino a 1 MW, e non eccedenti il 20 per cento nel caso di impianti di potenza superiore a 1 MW; c) con l’ accesso alla detassazione dal reddito di impresa degli investimenti in macchinari e apparecchiature. Resta ferma l’applicazione dei regimi previsti per i sistemi efficienti di utenza di cui agli articoli 2 e 10 del decreto legislativo 115/2008, per le reti interne di utenza di cui all’articolo 33 della legge 99/2009, per lo scambio sul posto di cui alla delibera Aeeg 74/08 e per l’esenzione dall’obbligo di cui all’articolo 11 del decreto legislativo 79/1999, nei limiti delle rispettive modalità applicative. 3. Gli operatori che hanno avuto accesso ai certificati bianchi ai sensi dei decreti 20 luglio 2004 del Ministro delle attività produttive, di concerto con il Ministro dell’ ambiente e della tutela del territorio, e successive modifiche ed integrazioni, possono accedere ai benefici di cui al presente decreto previa rinuncia al godimento del diritto dell’intero quantitativa dei certificati bianchi ottenuti a valere sulle medesime unità di cogenerazione. In tale caso il calcolo e la valorizzazione del risparmio ottenuto sono contabilizzati secondo i criteri del presente decreto, effettuando il relativo conguaglio in caso di differenza tra i due benefici. 4. Gli impianti di cogenerazione abbinati al teleriscaldamento realizzati in attuazione dell’articolo 1, comma 71, della legge 23 agosto 2004, n.239, che hanno avuto accesso ai certificati verdi ai sensi dell’articolo 14 del decreto legislativo 20/2007, non possono accedere ai benefici di cui al presente decreto. Articolo 7 Valutazione preliminare dell’unità di cogenerazione non in esercizio 1. Gli operatori che intendono accedere al regime di sostegno per unità di cogenerazione che non sono ancora in esercizio inviano al Gse, in copia al Ministero della sviluppo economico, la documentazione tecnica ed amministrativa riguardante l’unità di cogenerazione per un esame preliminare, volto ad accertare se la configurazione di impianto e la strumentazione di corredo permettano di individuare le grandezze che concorrono


a qualificare l’unità di cogenerazione come Car. La documentazione tecnica è redatta secondo la modulistica che sarà resa disponibile, sul sito internet del Gse, previa approvazione del Ministero dello sviluppo economico, entro il 30 settembre 2011. 2. Il Gse si esprime entro 120 giorni solari dal ricevimento della documentazione presentata ai sensi del comma 1, circa la sufficienza della documentazione stessa, individuando eventuali carenze ed indicando le eventuali modifiche da apportare. Se l’operatore non intende apportare le modifiche indicate dal Gse, questi adotta, in fase di riconoscimento, ipotesi conservative a vantaggio dell’Amministrazione. 3. La documentazione tecnica ed amministrativa di cui al comma 1, completa delle eventuali modifiche indicate dal Gse ed accettate dall’operatore, costituisce il quadro di riferimento per l’unità di cogenerazione ed esime I’operatore dalla presentazione di ulteriore documentazione nella fase di riconoscimento di cui all’articolo 8, fatti salvi i dati di esercizio consuntivi dell’anno precedente e l’obbligo di trasmissione al Gse e al Ministero dello sviluppo economico di variazioni che possano incidere in modo significativo sul rispetto della condizione tecnica di cogenerazione. Articolo 8 Procedure per il riconoscimento di Car e per l’accesso al regime di sostegno 1. Per l’accesso al regime di sostegno, gli operatori trasmettono al Gse la domanda di riconoscimento di Car utilizzando la modulistica resa disponibile dal Gse, di cui al comma 2. La prima domanda di riconoscimento e completa di copia della denuncia di officina elettrica, del verbale di verifica redatto dall’Utf e della comunicazione della data di entrata in esercizio; per gli impianti di cui all’articolo 3, comma 2, la domanda esprime anche l’eventuale richiesta, da parte dell’operatore, di riconoscimento ai sensi della delibera 42/02 dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas e successive modifiche ed integrazioni, che rimane valida per tutto il periodo di diritto ai certificati bianchi. 2. La modulistica per l’invio dei dati, previa approvazione del Ministero della sviluppo economico, e resa disponibile sul sito internet del Gse entro il 30 settembre 2011, liberamente utilizzabile da parte di chiunque e in formato modificabile, unitamente alle istruzioni operative per la compilazione e all’indirizzo di posta elettronica da utilizzare per l’invio. 3. Per le unità di cogenerazione di cui all’articolo 3, commi 2 e 3, gli operatori sono tenuti a verificare che i dati eventualmente già inviati al Gse corrispondano a quanta richiesto ai sensi del presente decreto ed a trasmettere allo stesso Gse una dichiarazione confermativa ovvero la documentazione integrativa necessaria, convalidate da perizia giurata sottoscritta da un tecnico abilitato. 4. Le domande di cui al comma 1 e le dichiarazioni o la documentazione di cui al comma 3 sono inviate al Gse entro il 30 novembre 2011, per gli esercizi degli anni precedenti il 2011, ed entro il 31 marzo di ogni anno per gli esercizi degli anni successivi. 5. Entro 120 giorni solari dalla ricezione delle domande

di cui al comma 4, il Gse, verificato che la documentazione di cui al comma 1 sia completa e correttamente compilata e che i dati forniti siano congrui, si pronuncia accogliendo oppure respingendo la richiesta di riconoscimento. L’accoglimento o il respingimento sono motivati con i valori degli indici energetici calcolati dal Gse in conformità dei criteri stabiliti nel decreto 4 agosto 2011 per gli impianti di cui all’articolo 3, comma 1, o dei criteri vigenti all’epoca dell’entrata in esercizio, limitatamente all’accesso agli incentivi, per gli impianti di cui all’articolo 3 commi 2 e 3. Per il primo anno di attuazione del presente decreto, il termine di cui al presente comma è fissato in 180 giorni. 6. La domanda di cui al comma 4 e respinta per le unità di cogenerazione non dotate di strumentazione idonea a definire le grandezze fisiche necessarie, ai sensi dell’articolo 4, per il calcolo dei benefici. In tal caso, l’operatore, qualora voglia usufruire del regime di sostegno, è tenuto a dotare l’unità di cogenerazione della strumentazione necessaria entro e non oltre due anni dalla data di entrata in vigore del presente decreta; l’eventuale riconoscimento dei benefici decorre dalla data di avvenuta dotazione, ferma restando la durata temporale di cui all’articolo 4, comma 2. Resta fermo quanta previsto al paragrafo 5.3 dell’allegato II al decreto 4 agosto 2011 per le sole sezioni di micro cogenerazione. 7. In caso di non completezza 0 di non verosimiglianza della documentazione, il Gse invita l’operatore a produrre, entro sessanta giorni, documentazione integrativa. Trascorsa invano tale data, la richiesta di riconoscimento si intende respinta senza bisogno di alcuna comunicazione ulteriore. L’invito a produrre documentazione integrativa sospende i termini temporali di cui al comma 5. Tali termini riprendono a decorrere quando il Gse riceve la documentazione integrativa richiesta. 8. Se la richiesta di riconoscimento come Car e accolta, il Gse rilascia all’operatore un numero di certificati bianchi calcolato in base all’articolo 4, comma 1. Articolo 9 Certificati bianchi 1. I certificati bianchi riconosciuti ai sensi dell’ artico10 4 sono ascrivibili alla II tipologia cosi come definita dalle regole di funzionamento di cui agli articoli 10, comma 3, dei decreti 20 luglio 2004 del Ministro delle attività produttive, di concerto con il Ministro dell’ambiente e tutela del territorio, e successive modifiche ed integrazioni. I suddetti certificati bianchi possono essere utilizzati per l’assolvimento della propria quota d’obbligo da parte dei soggetti obbligati, ai sensi delle disposizioni in materia di risparmio energetico di cui ai citati decreti 20 luglio 2004, oppure essere oggetto di scambio e contrattazione tra gli operatori che Ii detengono e i soggetti obbligati stessi. 2. In altemativa all’utilizzo indicato al comma 1, l’operatore puo chiedere al Gse il ritiro dei certificati bianchi cui ha diritto. In tali casi, il Gse ritira i certificati bianchi al prezzo, stabilito in attuazione dell’ articolo 6, comma 1 del decreta 21 dicembre 2007 del Ministro dello sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, vigente per gli stessi al momento dell’entrata in esercizio dell’unita di

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cogenerazione. Per le unità di cogenerazione entrate in esercizio in data antecedente a quella di entrata in vigore del presente decreto, il prezzo di riferimento e quello vigente alla medesima data di entrata in vigore. Il prezzo di ritiro rimane costante per tutta la durata del periodo di incentivazione. 3. L’autorizzazione alla emissione fattura e rilasciata dal Gse contestualmente al riconoscimento di Car di cui all’articolo 8, comma 5. L’importo della fattura e pari al prezzo complessivo di ritiro, calcolato in base a quanta stabilito al comma 2, diminuito di una quota non superiore all’uno per cento che, previa adeguata motivazione fornita al Ministero dello sviluppo economico, il Gse è autorizzato a trattenere a titolo di rimborso delle spese di istruttoria. Il Gse salda la relativa fattura entro 45 giorni solari continuativi dalla data di ricezione. 4. I certificati bianchi acquistati dal Gse ai sensi del comma 2 non possono essere oggetto di successive contrattazioni con i soggetti obbligati, indicati al comma 1. Nell’ambito dell’aggiornamento del decreto 21 dicembre 2007 del Ministro della sviluppo economico, di concerto con il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, sono definite le modalità con cui i risparmi di energia primaria connessi ai certificati bianchi ritirati dal Gse ai sensi del comma 2 sono contabilizzati ai fini degli obiettivi quantitativi nazionali di risparmio energetico. Articolo 10 Copertura degli oneri 1. II Gse ha titolo a vedersi riconosciuti dalla Cassa conguaglio per il settore elettrico i costi residui sostenuti per l’attuazione degli articoli 8 e 9. L’Autorità per l’energia elettrica e il gas provvede a definire le modalità per la compensazione del Gse a carico del conto per la promozione dell’efficienza energetica negli usi finali, posta a copertura del meccanismo dei titoli di efficienza energetica. Articolo 11 Attività di gestione, ispezioni e controlli 1. Il Gse, nel definire adeguate modalità organizzative per l’attuazione del presente decreto, si avvale di contributi e supporti specialistici da parte di società controllate, in particolare per le attività di istruttoria tecnica connesse alla valutazione dei progetti e per le attività di verifica e controllo. 2. Il Gse, in proprio o su mandato del Ministero dello sviluppo economico, effettua ispezioni in sede locale per accertare la conformità dei dati trasmessi alla reale situazione. Copia dell’esito delle ispezioni einviata al medesimo Ministero e all’operatore. 3. In caso di accertate difformità tra quanta dichiarato e la situazione reale dell’unita di cogenerazione, ovvero di documenti non veritieri ovvero di dichiarazioni false e mendaci, il Gse annulla il beneficio economico per tutti gli anni sulle cui produzioni la difformità ha avuto effetti, con recupero delle somme eventualmente erogate o dei benefici concessi e trasmette all’Autorità per l’energia elettrica e il gas l’esito degli accertamenti effettuati per l’applicazione delle sanzioni di cui all’articolo 2, comma 20, lettera c) della legge 14 novembre 1995, n. 481.

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4. Nei casi in cui le difformità accertate ai sensi dei commi 1 e 2 derivino da carenze impiantistiche o di sistemi di misurazione che non permettano di definire con precisione le grandezze utili per la definizione dell’incentivo economico, l’operatore e tenuto ad intervenire apportando le modifiche ritenute necessarie dal Gse; in tali casi, fermo restando quanta previsto al comma 2, ogni forma di incentivazione e sospesa, senza possibilità di recupero temporale, fino al completamento delle modifiche. Articolo 12 Comunicazioni e monitoraggio 1. Entro il 31 ottobre di ogni anno il Gse trasmette al Ministero dello sviluppo economico e, per conoscenza, all’Autorità per l’energia elettrica e il gas, anche in formato elettronico, un prospetto riepilogativo delle richieste di riconoscimento come cogenerazione pervenute relativamente alla produzione effettuata nell’anno solare precedente. 2. Per ciascuna unità di cogenerazione, il prospetto di cui al comma I riporta almeno: le principali caratteristiche tecniche; i dati tecnici di funzionamento relativi all’anno solare precedente; l’esito dell’esame documentale svolto dal Gse. 3. Il Gse conduce a scadenza triennale un’indagine per accertare che il regime di sostegno vigente per la cogenerazione ad alto rendimento si mantenga in linea con quello riconosciuto nei principali Stati membri dell’Unione europea, anche nei riguardi del suo valore economico, riferendo al Ministero dello sviluppo economico sui risultati di tale accertamento. Roma, 5 settembre 2011.


ALLEGATO 1 Tecnologie di cogenerazione oggetto del presente decreto a) b) c) d) e) f) g) h) i) l) m)

Turbina a gas a ciclo combinato con recupero di calore Turbina a vapore a contropressione Turbina di condensazione a estrazione di vapore Turbina a gas con recupero di calore Motore a combustione interna Microturbine Motori Stirling Pile a combustibile Motore a vapore Cicli Rankine a fluido organico Ogni altro tipo di tecnologia o combinazione di tecnologie che rientrano nelle definizioni di cui nell’articolo 2, lettera a) del decreto legislativo 8 febbraio 2007, n. 20.

ALLEGATO II Calcolo dell’energia elettrica da cogenerazione 1.

Per calcolare il risparmio di energia primaria di una unità di cogenerazione, occorre anzitutto determinare l’energia elettrica e il calore non prodotti in regime di cogenerazione e distinguerli dalla produzione da cogenerazione. A tal fine si procede in base ai principi illustrati nel seguito, che definiscono i confini del sistema di cogenerazione.

2.

Come illustrato nella figura 1, sono esclusi il combustibile consumato ed il calore prodotto da impianti esclusivamente termici (caldaie di riserva e di integrazione) che in molti casi sono presenti sul sito. Le frecce nel riquadro “unità di cogenerazione” indicano i flussi di energia che attraversano i confini del sistema. Figura 1 Parte CHP, parte non CHP e caldaie esclusivamente termiche all’interno dell’impianto

3.

per le sezioni di microcogenerazione, i valori certificati devono essere approvati dalla società Gestore dei Servizi Energetici.

4.

L’energia elettrica prodotto in cogenerazione è calcolata come descritto qui di seguito.

5. Fase 1 5.1 Per distinguere quale parte dell’energia elettrica prodotta non può essere riconosciuta come cogenerata, è innanzitutto necessario calcolare il rendimento globale della unità di cogenerazione. 5.2 Il rendimento globale di una unità di cogenerazione si determina come sehur: l’energia prodotta dalla unità di cogenerazione (somma dell’energia elettrica, dell’energia meccanica e del calore utile) in un dato periodo di riferimento, divisa per l’energia di alimentazione consumata dalla unità di cogenerazione nello stesso periodo di riferimento: rendimento globale = (energia prodotta)/(energia di alimentazione) 5.3 il calcolo del rendimento globale deve basarsi sui valori di esercizio della unità di cogenerazione specifica,

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5.4 5.5

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6.

misurati nel periodo di riferimento. Per le sole sezioni di micro cogenerazione, è consentito sostituire la misura della quantità di calore utile con una stima della stessa quantità. La stima deve basarsi sui dati di potenza certificati dal Costruttore e sulla misura, anche indiretta, del numero di ore di funzionamento equivalenti della unità durante il periodo di riferimento. Nel caso di presenza di circuiti dissipativi del calore la quantità di calore utile deve essere misurata. Per periodo di riferimento di si intende un anno solare, dal 1° gennaio al 31 dicembre. Per produzione di energia si intende l’energia elettrica totale (somma dell’energia elettrica cogenerata e di quella non cogenerata) e il calore utile generati nell’impianto di cogenerazione nel corso di un periodo di riferimento. Esempi di calore utile sono i seguenti: calore utilizzato in processi industriali; calore utilizzato per il riscaldamento o il raffreddamento di ambienti; i gas di scarico di un processo di cogenerazione utilizzati direttamente per essiccare. Non è considerato come calore utile il calore disperso nell’ambiente senza alcun impiego. Esempi di calore non utile sono: il calore disperso da camini e tubi di scappamento; il calore dissipato in condensatori o altri dispositivi di smaltimento; il calore utilizzato per il funzionamento dell’impianto di cogenerazione (ad esempio, per il riscaldamento dell’acqua di alimentazione di caldaie e recupero di calore). Se l’energia termica viene utilizzata sotto forma di acqua calda, il calore di ritorno verso l’impianto di cogenerazione non è considerata come calore utile, e va quindi escluso dal calcolo degli indici energetici. Se l’energia termica viene utilizzata sotto forma di vapore, il calore contenuto nella condensa di ritorno verso l’impianto di cogenerazione è considerato calore utile, e può quindi essere incluso nel calcolo degli indici energetici: da tale calcolo va esclusa, in questo caso, la quantità di calore corrispondente ad una portata massiccia di acqua che si trovi alla temperatura di 15 °C ed alla pressione di 1,013 bar, e sia pari alla portata massica del vapore. Il calore esportato verso un altro sito, ed ivi utilizzato per produrre energia elettrica, non è considerato come calore utile. L’energia elettrica generata da tale calore esportato va inclusa nella produzione elettrica totale (cfr. la figura 4). Per energia elettrica non prodotta da cogenerazione si intende l’energia elettrica generata da una unità di cogenerazione in un periodo in cui la unità non produca calore utile. Esempi di casi in cui l’energia elettrica è prodotta in cogenerazione sono: a) turbine a gas o motori a combustione interna senza recupero di calore; b) impianti con dispositivi di dissipazione del calore (ad esempio, condensatori negli impianti a vapore e in quelli a ciclo combinato, quando il calore di condensazione non trovi impiego utile). Per energia di alimentazione si intende l’energia totale, calcolata in base al potere calorifico inferiore, del combustibile che la unità di cogenerazione impiega per generare l’energia elettrica e il calore utile (cogenerati e non coegenerati) durante il periodo di riferimento. L’eventuale condensa di ritorno dal processo non è considerata come energia di alimentazione. Per energia di alimentazione in cogenerazione si intende l’energia del combustibile, calcolata in base al potere calorifico inferiore, che la unità di cogenerazione impiega per cogenerare energia elettrica e calore utile in un periodo di riferimento (cfr. la figura 1). Per energia di alimentazione non in cogenerazione si intende l’energia del combustibile, calcolata in base al potere calorifico inferiore, che la unità di cogenerazione impiega per la produzione di sola energia elettrica, senza la contemporanea produzione di calore utile (cfr. la figura 1). Fase 2 6.1 Nel calcolo del risparmio di energia primaria, i valori misurati della produzione di energia elettrica e di calore utile possono essere portati in conto interamente se il rendimento globale della unità di cogenerazione è pari o superiore: a) all’80% per le sezioni con turbina a gas a ciclo combinato con recupero di calore e per le sezioni con turbina di condensazione a estrazione di vapore; b) al 75% per tutti gli altri tipi di unità di cogenerazione.

7. Fase 3 7.2 Se il rendimento globale della unità di cogenerazione è inferiore ai valori di soglia (75% o, rispettivamente, 80%), si assume che vi sia produzione di energia elettrica non in cogenerazione; la unità di cogenerazione può allora essere divisa in due parti virtuali, un con cogenerazione e una senza cogenerazione. 7.3 Per la parte della cogenerazione, l’operatore dell’impianto rileva, per tutto il periodo di riferimento, il diagramma di carico del calore (domanda di calore utile in funzione del tempo) ed individua gli eventuali periodi in cui la unità di cogenerazione funziona in cogenerazione. Per ciascuno di tali periodi, l’operatore misura la produzione reale di calore utile e di energia elettrica della unità di cogenerazione. Con questi dati determina il “rapporto energia/calore” effettivo (Ceff). 7.4 Il “rapporto energia/calore” effettivo consente all’operatore di calcolare quale parte dell’energia elettrica misurata nel periodo di riferimento è riconosciuta come energia elettrica cogenerata. A questo fine, l’operatore calcola

VIII


il prodotto HCHP x Ceff e lo confronta con la produzione elettrica totale dell’impianto nel periodo di riferimento. Il minore tra tali due valori è assunto pari all’energia elettrica cogenerata ECHP. 7.5 Per le sezioni di cogenerazione entrate in servizio da meno di un anno, per la quali non siano disponibili dati misurati, può essere utilizzato il “rapporto energia/calore” di progetto (Cprog) in luogo di quello effettivo (Ceff). 8. Fase 4 8.1 Se il “rapporto energia/calore” effettivo della specifica unità di cogenerazione non è noto, l’operatore dell’impianto può impiegare il “rapporto energia/calore” di base (Cdefault), come specificato nella tabella seguente. L’renergia elettrica prodotta mediante cogenerazione è calcolata secondo la formula ECHP = Cdefault

8.2 In questo caso, tuttavia, l’operatore deve notificare al GSE le ragioni della mancanza di un “rapporto energia/ calore” effettivo, il periodo per il quale mancao i dati e le misure. 9. Fase 5 9.1 L’energia elettrica calcolata nelle fasi 3 e 4 sarà portata in conto per calcolare il risparmio di energia primaria del processo di cogenerazione. 9.2 Per calcolare il risparmio di energia primaria è necessario determinare il consumo di energia di alimentazione non in cogenerazione. Il consumo di energia di alimentazione non in cogenerazione è calcolato come la produzione elettrica non cogenerata divisa per il rendimento elettrico dell’impianto. Il rendimento elettrico dell’impianto è il rapporto tra l’energia elettrica complessivamente prodotta durante il periodo di riferimento e l’energia associata al combustibile complessivamente consumato durante lo steso periodo. II - Confini del sistema di cogenerazione 1.

2.

I confini di un sistema di cogenerazione devono essere stabiliti definendo i limiti del processo di cogenerazione stesso. Per definire la quantita di energia in ingresso e in uscita devono essere installati strumenti di misura sui confini del sistema. Una unità di cogenerazione fornisce energia a un’area di consumo. L’area di consumo è separata dalla unità di cogenerazione ma consuma l’energia prodotta da quest’ultima. Le due aree non corrispondono necessariamente ad aree geograficamente distinte all’interno del sito e possono essere rappresentate come mostrato di seguito. L’area di consumo può essere un processo industriale, un singolo consumatore di calore ed energia elettrica, un sistema di teleriscaldamento/raffreddamento o una rete elettrica (cfr. la figura 2).

IX


Figura 2 Area dell’unità di cogenerazione

3.

4.

La quantità di energia elettrica prodotta in cogenerazione è misurata ai morsetti del generatore. Da tale quantità non deve essere sottratta l’energia elettrica usata internamente dalla unità di cogenerazione per il proprio funzionamento. Elementi di impianto che non operano in cogenerazione, come le caldaie o le unità che producono soltanto energia elettrica, non sono incluse nella unità di cogenerazione, come illustrato nella figura 3. Figura 3 Selezione dei limiti di sistema corretti in caso di caldaia ausiliara di riserva (GT: turbina a gas; G: generatore; HB: caldaia a combustibile; HRB: caldaia a recupero calore)

5.

Le turbine a vapore secondarie (cfr. la figura 4) devono essere incluse nella unità di cogenerazione. La produzione di energia elettrica di una turbina a vapore secondaria fa parte della produzione energetica della unità di cogenerazione. L’energia termica necessaria per generare questa energia elettrica supplementare deve essere esclusa dalla produzione di calore utile della unità di cogenerazione. Figura 4 Selezione dei limiti di sistema corretti in caso d turbine a vapore secondarie (ST: turbina a vapore)

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6.

Quando due o più motori primi sono collegati in serie (ad esempio, il calore prodotto da una turbina a gas è trasformato in vapore che alimenta una turbina a vapore), non possono essere considerati separatamente, anche se uno di essi è ubicato in un sito diverso (cfr. la figura 5). Figura 5 Confine dell’unità di cogenerazione per generatori forza motrice collegati

7.

Quando il motore primo posto a monte non produce energia elettrica o energia meccanica, i limiti della unità di cogenerazione sono fissati attorno al motore primo a valle. L’energia di alimentazione per tale motore primo è il calore prodotto dal motore primo a monte.

ALLEGATO III Metodo di determinazione del rendimento del processo di cogenerazione 1. 2.

I valori usati per calcolare il rendimento della cogenerazione e il risparmio di energia primaria sono determinati sulla base del funzionamento effettivo o previsto dell’unità in condizioni normali di utilizzazione. Definizione di cogenerazione ad alto rendimento.

Ai fini del presente decreto, la cogenerazione ad alto rendimento risponde ai seguenti due criteri: a) b) c)

la produzione mediante cogenerazione delle unità di cogenerazione fornisce un risparmio di energia primaria, calcolato in conformità al punto 3, pari almeno al 10%; la produzione mediante unità di piccola cogenerazione e di micro-cogenerazione che forniscono un risparmio di energia primaria è assimilata alla cogenerazione ad alto rendimento. Calcolo del risparmio di energia primaria.

Il risparmio di energia primaria fornito dalla produzione mediante cogenerazione secondo la definizione di cui l’allegato II è calcolato secondo la seguente g formula:

dove: PES è il risparmio di energia primaria; CHP Hη è il rendimento termico della produzione mediante cogenerazione, definito come la quantità annua di calore

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utile divisa per l’energia contenuta nell’intero combustibile di alimentazione, impiegato per produrre sia il calore utile che l’energia elettrica da cogenerazione; Ref Hη è il valore di rendimento di riferimento per la produzione separata di calore; CHP Eη è il rendimento elettrico della produzione mediante cogenerazione, definito come energia elettrica annua da cogenerazione divisa per l’energia contenuta nell’intero combustibile di alimentazione, impiegato per produrre sia il calore utile che l’energia elettrica da cogenerazione. Allorché un’unità di cogenerazione genera energia meccanica, l’energia elettrica annua da cogenerazione può essere aumentata di un fattore supplementare che rappresenta la quantità di energia elettrica equivalente a quella di energia meccanica. Questo fattore supplementare non dà diritto al rilascio della Garanzia d’origine di cui all’art. 4 del decreto legislativo 8 febbraio 2007, n. 20. Ref Eη è il valore di rendimento di riferimento per la produzione separata di energia elettrica. I valori di rendimento di riferimento per la produzione separata di energia elettrica e di calore sono definiti, rispettivamente, negli allegati IV e V. Al valore di rendimento di riferimento per la produzione separata di energia elettrica si applicano i fattori di correzione di cui all’allegato VI; il valore risultante è rettificato con i fattori di correzione di cui all’allegato VII. I fattori di correzione di cui all’allegato VII non si applicano ai combustibili a base di legno e al biogas. Se l’unità di cogenerazione utilizza più combustibili, i valori di rendimento di riferimento di cui agli allegati IV e V relativi ai singoli combustibili, calcolata assumendo come peso, per ciascun combustibile, il relativo contenuto energetico.

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ALLEGATO IV Valori di riferimento per la produzione separata di energia elettrica I valori di rendimento di riferimento per la produzione separata di energia elettrica sono riportati nella tabella seguente. Tali valori, espressi in per cento, sono basati sul potere calorifico inferiore e sulle condizioni ISO standard (temperatura ambientale di 15 °C, pressione di 1,013 bar, umidità relativa del 60%).

1. 2. 3. 4.

I valori di rendimento di riferimento di cui al presente allegato si applicano per una durata di 10 anni a partire dall’anno di costruzione dell’unità di cogenerazione. A partire dall’undicesimo anno successivo all’anno di costruzione dell’unità di cogenerazione, si applicano, anno per anno, i valori di rendimento di riferimento relativi alle unità di cogenerazione di 10 anni di età. L’anno di costruzione di un’unità di cogenerazione è l’anno solare nel corso del quale è iniziata la produzione di energia elettrica. Se un’unità di cogenerazione esistente è oggetto di un ammodernamento il cui costo di investimento supera il 50% del costo di investimento di una nuova unità di cogenerazione analoga, l’anno solare nel corso del quale è iniziata la produzione di energia elettrica dell’unità di cogenerazione ammodernata è considerato come l’anno di costruzione ai fini di quanto esposto nel presente allegato.

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ALLEGATO V Valori di rendimento di riferimento per la produzione separata di calore I valori di rendimento di riferimento per la produzione separata di calore sono riportati nella tabella seguente. Tali valori, espressi in per cento, sono basati sul potere calorifico inferiore e sulle condizioni ISO standard (temperatura ambientale di 15 °C, pressione di 1,013 bar, umidità relativa del 60%).

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ALLEGATO VI Fattori di correzione legati alle condizioni climaticeh medie per l’applicazione dei valori di rendimento di riferimento per la produzione separata di energia elettrica I valori di rendimento di riferimento di cui all’Allegato II, riferiti alla temperatura ambiente di 15 °C, di cui all’Allegato IV, devono essere corretti in funzione della temperatura media annuale della zona climatica in cui è installata l’unità di cogenerazione, secondo quanto descritto nella tabella seguente.

Esempio: Una unità di cogenerazione costruita nel 2009, alimentata con gas naturale, è installata in Sicilia. Come stabilito nell’Allegato IV, il valore di rendimento di riferimento per la produzione separata di energia elettrica, al quale applicare la correzione, è 52,5%. Il valore di rendimento di riferimento corretto per tener conto della zona climatica di installazione (zona B) è invece: 52,5 - 0,104 = 52,396%.

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ALLEGATO VII Fattori di correzione legati g alle p perdite evitate sulla rete

Esempio: Una unità di cogenerazione da 100kW elettrici a motore alternativo funzionante a gas naturale è connessa con una rete elettrica alla tensione di 380 V. L’85% dell’energia elettrica prodotta è destinata all’autoconsumo e il 15% della produzione è ceduto alla rete pubblica. La unità di cogenerazione è stata costruita nel 1999. La temperatura ambiente annuale è di 15 °C (di conseguenza non è necessaria alcuna correzione climatica). In base all’Allegato IV, il valore di rendimento di riferimento relativo al 1999 per il gas naturale è pari al 51,1%. Dopo la correzione per tenere conto delle perdite sulla rete, il valore di rendimento di riferimento per la unità di cogenerazione (sulla base della media ponderata dei fattori contenuti nel presente allegato) è dato da: Ref Eη = 51,1% * (0,860 * 0,85 + 0,925 * 0,15) = 44,4%

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ENERGY expo 4a edizione

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EQUITÀ E SOSTENIBILITÀ

L’ultimo Rapporto IOM sulle Migrazioni nel Mondo (WMR 2010)

LA SFIDA DELLA GESTIONE DELLE MIGRAZIONI

Un fenomeno destinato ad aumentare con l’incremento della popolazione mondiale

Strettamente connesso alle dinamiche demografiche è il fenomeno delle migrazioni. Se la tendenza allo spostamento, dovuta da fattori politici, ambientali, culturali ed economici ha accompagnato da sempre l’umanità, ora in un mondo in cui è in forte crescita la popolazione, le difficoltà economiche e gli effetti dei cambiamenti climatici, i flussi migratori sono destinati a crescere. “Il fenomeno della migrazione è già intenso [...] ed è destinato ad aumentare - ha dichiarato Michele Klein-Solomon, Osservatore permanente dell’Osservatorio Internazionale per le Migrazioni (IOM) della Nazioni Unite, alla presentazione dell’ultimo Rapporto sulla Migrazione nel Mondo (World Migration Report 2010) dal titolo “Il Futuro delle Migrazioni: costruire le competenze per il cambiamento - La sfida per il futuro sarà su come gestirlo”. Il numero di migranti internazionali è oggi stimato intorno ai 214 milioni, con un aumento di quasi 40 milioni nell’ultimo decennio e, se continuerà a salire allo stesso ritmo nei prossimi 20 anni, potrebbe raggiungere quota 405 milioni entro il 2050, mentre la forza lavoro nei Paesi in via di sviluppo crescerà da 2.4 miliardi del 2005 a 3.6 miliardi nel 2040. Il Rapporto mostra che, nonostante la crisi economica, il numero totale dei migranti è rimasto stabile nel corso degli anni, in quanto relativamente pochi hanno fatto ritorno a casa nonostante l’elevato tasso di disoccupazione. Disoc-

cupazione che però nel 2009 ha causato il calo solo del 6% delle rimesse verso i Paesi in via di sviluppo, mentre alcuni Paesi, come Bangladesh, Pakistan e Filippine, hanno registrato un aumento del volume delle rimesse. In questo scenario, considerando comunque, che la domanda di lavoro dei Paesi di destinazione è al momento superiore all’offerta di lavoro dei Paesi di origine, i canali di migrazione legale resteranno un’eccezione e non la regola. Le nuove forme di migrazione irregolare, inoltre, stanno sempre più interessando categorie che hanno bisogno di protezione internazionale: minori non accompagnati; richiedenti asilo; vittime di tratta; persone che fuggono dagli effetti del cambiamenti climatici; ecc. “Viviamo in un mondo mobile: capitali, beni e servizi si spostano con facilità ed è naturale che avvenga anche per la gente, a prescindere dalle politiche di Governo - ha osservato William Lacy Swing, Direttore Generale IOM - Oggi è possibile trasferirsi da luoghi remoti in poco tempo e con scarse risorse. Così gli sforzi per arrestare la migrazione sono destinati ad essere inefficaci”. La percezione diffusa è che la migrazione sia dal Sud al Nord del mondo, in realtà, i movimenti di popolazione tra e all’interno dei Paesi in via di sviluppo, secondo il Rapporto avrebbe un impatto altrettanto significativo nei prossimi 30 anni. Per esempio, i cambiamenti climatici che continue-

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ranno a peggiorare il degrado ambientale esistente, sarebbe uno dei principali motori della migrazione. Siccità, inondazioni e tempeste mortali o anomalie climatiche colpiranno ancora più duramente i Paesi del Sud del mondo in ritardo nell’approntare azioni di mitigazione ed adattamento. Le stime evidenziano che la maggior parte dei conseguenti flussi migratori avverrà all’interno della provincia o regione. Il Rapporto rileva che, nonostante le centinaia di milioni di dollari spesi ogni anno per rafforzare la capacità di gestione dei flussi migratori da parte degli Stati, le risposte ai cambiamenti delle migrazioni attuali o emergenti sono spesso a breve termine, lacunose e frammentarie. Pochi Paesi hanno dato uno sguardo attento a queste dinamiche migratorie e messo in atto le misure di cooperazione nazionale o tra Stati necessarie per gestire in modo efficace il fenomeno. “Con ‘gestire’ non si vuol dire ‘stop’ o ‘controllo’ - ha affermato Lacy Swing - Con ‘gestione’ deve intendersi agevolare l’immigrazione legale, combattere e ridurre l’incidenza della migrazione irregolare, e creare strumenti di cooperazione tra gli Stati”. “Senza investimenti significativi nelle tematiche migratorie, non ci sono dubbi che le criticità legate ai diritti dei migranti e alla loro integrazione nelle società ospitanti siano destinate ad acuirsi - ha continuato il Direttore IOM - Investire e pianificare nel futuro delle migrazioni aiuterà a migliorare la percezione pubblica dei migranti, che ha subìto negativamente gli effetti dell’attuale crisi economica. Contribuirà anche ad alleggerire la pressione politica sui Governi per progettare iniziative a breve termine sul tema dell’immigrazione”

Nel Rapporto vengono indicate le dinamiche migratorie e i trend, citando, tra gli altri principali motori, i tassi di diminuzione della popolazione nei Paesi industrializzati, il lavoro stagnante in quelli in via di sviluppo, le disparità di reddito, la povertà, i conflitti e la globalizzazione, individuando i principali settori che potrebbero subire grandi cambiamenti a causa del fenomeno migratorio e le raccomandazioni attraverso le quali i Governi potrebbero gestirlo efficacemente, tra cui: - rafforzare le legislazioni nazionali e politiche sugli spostamenti interni causati dai cambiamenti climatici; - elaborare dati più esaustivi su migrazione irregolare e mercati del lavoro; - contrastare la tratta di migranti e il traffico di esseri umani consolidando la capacità dei Paesi di transito a dare assistenza ai migranti irregolari. ll mondo sarà colto impreparato dal passo incessante della migrazione se gli Stati, le organizzazioni internazionali e la società civile non uniranno le loro forze per rispondere alle sfide che il fenomeno comporta. “In tema di migrazione non è necessario reinventare la ruota e nemmeno dare fondo ai conti bancari - ha concluso Lacy Swing - Soluzioni umane ed efficaci per le problematiche migratorie sono a portata di mano. Si tratta solo di stabilire delle collaborazioni e di stanziare risorse in modo efficiente, con uno sguardo al futuro per delineare politiche oculate e di lungo termine, basate sui fatti e non sull’opportunismo politico di breve periodo”.

L’Europa Occidentale e Centrale ospitano 51 milioni di migranti che costituiscono i 2/3 della migrazione internazionale in Europa. In questo grafico vengono riportati i 10 Paesi dove sono maggiormente presenti. Da sottolineare come Spagna e Italia abbiano registrato il maggior incremento del numero dei migranti tra il 2005 e il 2010, rispettivamente di 1,8 e 1,4 milioni. (fonte: WMR 2010)

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Survival International chiede di boicottare il safari umano

JARAWA DELLE ANDAMANE: DA “PERICOLOSI” A “IN VIA DI ESTINZIONE”

Evitare che finiscano nello “zoo”

Dopo il maremoto che si abbatté sulle coste thailandesi, birmane, bangladeshesi, cingalesi e indiane, a seguito dell’altrettanto disastroso terremoto del dicembre 2004 con ipocentro al largo dell’isola di Sumatra, ci furono apprensioni per la sorte delle popolazioni indigene che vivono in isolamento negli arcipelaghi delle Andamane e Nicobare, quasi 600 isole nel Golfo del Bengala a circa 1.300 km dalle coste dell’India, di cui costituiscono uno dei 6 territori. Fortunatamente, la maggior parte dei gruppi tribali che lì abitano da circa 60.000-65.000 anni era rimasta illesa. Grazie alla loro millenaria simbiosi con la natura dei luoghi e alla loro profonda conoscenza dei fenomeni naturali, gli abitanti si erano già messi in salvo sulle alture assieme agli animali, anche loro messi in guardia dall’insolito ritrarsi della marea. Solo un gruppo, tuttavia, quello dei Nicobaresi ha avuto circa un terzo della popolazione (contava 30.000 individui) annientato, quando le acque hanno travolto i villaggi lungo la costa. A differenza delle altre tribù, dedite alla caccia, pesca e raccolta di frutti e tuberi, i Nicobaresi sono prevalentemente dei coltivatori e vivono assimilati, convertiti al Cristianesimo. Quando gli elicotteri degli aiuti sorvolarono l’isola di Sentinel,

72 km2 di superficie dove vive la tribù più isolata dell’area, per verificare la situazione dopo lo tsunami, i membri degli equipaggi avvistarono gruppi di isolani, il cui numero presumibilmente, a detta delle autorità indiane, dovrebbe oscillare tra 50 e 300 abitanti, che minacciavano con le loro armi gli intrusi. In particolare, una foto con un Sentinelese (non si conosce il nome con cui i gruppi si denominano) che puntava arco e freccia contro un elicottero in perlustrazione fece il giro delle varie Agenzie giornalistiche che la diffusero con il commento di una inveterata resistenza degli indigeni all’assimilazione, tanto che l’India ha mantenuto finora una politica di non interferenza, vietando anche di scattare fotografie dei luoghi. Non solo non fanno agricoltura, ma sembra che non siano in grado di riprodurre il fuoco, conservando la brace di precedenti pire, e i loro utensili in metallo sono soltanto il frutto del recupero di materiale proveniente dai relitti di navi affondate e spiaggiate sull’isola. L’equipaggio di una nave mercantile arenatasi sull’isola nell’agosto del 1981 ha dovuto tenere a bada i Sentinelesi con le armi per una settimana prima che la Marina Indiana sopraggiungesse per evacuarli. Sorte peggiore era toccata nel 1896 ad un evaso dalla colonia penale inglese della Grande Andamane che era stato subito

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ucciso dagli isolani, quando la sua zattera di fortuna era approdata sull’isola. Altrettanto cruenta è stata di recente la fine di due pescatori di frodo. Avventuratisi nel gennaio del 2006 nelle acque poco profonde attorno all’isola, interdette alla pesca, furono attaccati e uccisi dagli indigeni. Questi residui gruppi di “negritos”, dalla piccola corporatura come i pigmei, sono i discendenti, come i 100 Onge che sopravvivono nelle Piccola Andamane, i 365 Jarawa delle Grande Andamane, i 380 Shompén della Grande Nicobare, della più antica migrazione umana che si sia verificata dall’Africa all’Asia, probabilmente la stessa da cui derivavano gli antenati dei Papua e degli Aborigeni australiani, a dimostrazione delle capacità delle popolazioni paleolitiche di effettuare lunghi viaggi per mare. Sono rimasti isolati anche tra di loro, come denunciano le lingue parlate che non sono mutuamente intelligibili. Una di queste lingue, si è estinta l’anno scorso, con la scomparsa a 85 anni dell’ultima discendente del gruppo Bo, mentre il gruppo Jangli si era già estinto nel 1920. Questi gruppi sono stati decimati a seguito della colonizzazione britannica, iniziata nel 1858 in queste isole, e che in seguito furono aggregate all’India britannica, sia a causa delle malattie introdotte verso le quali non avevano difese immunitarie sia per il tentativo di civilizzarli, catturandoli e recludendoli nella “Casa delle Andamane” dove sono morti molti componenti delle varie tribù. Per evitare che i pochi individui rimasti facciano presto la stessa fine, l’organizzazione Survival International, che dal 1969 aiuta i popoli indigeni di tutto il mondo a proteggere le loro vite e i loro fondamentali diritti umani, ha chiesto ai turisti di boicottare la Andaman Trunk Road (ATR), rimasta aperta, nonostante la Corte Suprema indiana ne avesse ordinato la chiusura nel 2002. “Chiediamo a tutti i turisti di boicottare la strada - ha affermato Stephen Correy, Direttore generale di Survival - Nonostante le direttive, i turisti continuano ad invadere il territorio dei Jarawa, mettendo a rischio le loro vite e trattandoli come animali in uno zoo. Se la situazione non migliorerà, lanceremo un boicottaggio del turismo in tutte le isole Andamane”. La ATR è la strada che collega la capitale Port Blair, nella Andamane del Sud, a Diglipur all’estremità settentrionale della Andamane Centrale, tagliando per 35 km la Riserva territoriale dei Jarawa, costituita il 30 giugno 1956 dal Governo Indiano per garantire protezione alla cultura di tale gruppo etnico rispetto al potere giudiziario ed amministrativo, prevedendone la “non interferenza” e “nessuna imposizione”. Per primo a studiarne la cultura tra il 1908 e il 1910 fu il britannico A. R. Radcliffe-Brown, fondatore dell’indirizzo funzionalistico negli studi di Antropologia, volto a cogliere i contributi che istituzioni sociali e culturali svolgevano per il sostentamento dell’uomo o per creare condizioni necessarie per il mantenimento e l’esistenza del gruppo sociale. Radcliffe-Brown giudicò la società Jarawa “unspoiled pristine” (primitiva incontaminata) degna di essere salvaguardata, anche se i suoi componenti “risultano tuttora ostili” (“The Andaman Islanders”, 1922). La loro “ostilità” si accentuò allorché furono introdotti nella regione, tra il 1952 e il 1953, dei coloni provenienti dal continente, soprattutto dal Pakistan orientale (l’attuale Bangladesh), assegnando ad ogni famiglia 3, 65 ettari da diboscare

e coltivare. Proprio per evitare interferenze e contaminazioni con gruppi non tribali era stata creata la Riserva che via via venne estesa per superficie. Nel 1975 il Ministero per gli Affari Tribali del Governo Indiano diede avvio alla “Andaman Primitive Tribal Welfare Association”, con lo scopo di controllare e monitorare che le misure di sviluppo dell’area non pregiudicassero gli obiettivi di tutela degli Adim (primitivi). La costruzione della ATR aveva costituito il momento culminante delle ostilità tra i gruppi tribali e non tribali. Sulle pareti dell’Ufficio tecnico di Mile-Tilak un cartello indica i nomi dei coloni che, impiegati nella costruzione del tratto Jirkatang-Baratang della strada, sono stati uccisi tra il 1969 e il 1972, nel corso di attacchi dei Jarawa. Questo atteggiamento ostile, ha impedito che i coloni si avventurassero nella Riserva Jarawa, ma dopo che questi, a partire dal 1998, hanno evidenziato un cambiamento dei loro atteggiamenti nei confronti dei coloni, avvicinandosi ai villaggi, specie per curarsi, o disponendosi ai margini della ATR, in attesa di ricevere qualche regalo dai migliaia di turisti che percorrono la strada nella speranza di vedere i “selvaggi”, come se fosse un safari umano, le incursioni dei bracconieri all’interno della riserva si sono intensificate, riducendo le possibilità di caccia degli indigeni e rischiando di compromettere i loro modelli culturali “I Jarawa sono perfettamente in grado di decidere del proprio futuro per esercitare questo diritto - ha aggiunto Sophie Grieg di Survival International - Tuttavia, la foresta da cui dipende la loro sopravvivenza deve essere protetta e non devono essere costretti a vivere nel modo che gli altri ritengono sia migliore per loro. La storia dimostra che le conseguenze dei tentativi compiuti per imporre lo sviluppo ai popoli tribali e allontanarli dalle loro terre sono sempre disastrosi”. Di certo, i 762 cm di ampiezza della strada non possono costituire una barriera tra i 365 Jarawa e i 350.000 coloni che abitano dall’altra parte della riserva e che ritengono indispensabile quell’arteria per lo sviluppo della regione. Dopo che Shri Manoranjan Bhakta, l’unico rappresentante delle Andamane e Nicobare al Parlamento Indiano, aveva inviato il 19 giugno 2005 una lettera al Governatore delle Isole in cui chiedeva di intraprendere delle misure per evitare la precarietà esistenziale dei Jarawa, ma anche dei coloni in continua crescita che subiscono i contraccolpi della diminuzione dei prezzi e delle rese delle produzioni agricole, il Ministero degli Affari Tribali ha incaricato un Gruppo di studio di verificare e analizzare la situazione sul campo, di cui ha fatto parte l’antropologo Vishvajit Panda. Questi, nel suo articolo diffuso on line nel 2007 (“From dangerous to endangered: Jarawa “primitives” and welfare politics in the Andaman Islands”), riporta la risposta data da un Jarawa a cui, prima di essere dimesso da un distretto sanitario dove era stato curato, era stato chiesto se un giorno pensasse di vivere stabilmente nel villaggio: “Vivere nel villaggio vorrebbe dire rinunciare a sentire il mutare delle stagioni e dei venti, e i conseguenti cambi nella varietà di alimenti disponibili nella foresta. Gli agricoltori abitano in un sol luogo e questo non è buono”. Eppure, qualche cambiamento nei loro comportamenti sembra essere inevitabile se vogliono (e debbono) sopravvivere come gruppo etnico, altrimenti c’è il rischio che i Jarawa rimangano segregati nello “zoo”, con tutti gli esiti negativi che ne conseguono.

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A COME AGRICOLTURA, ALIMENTAZIONE, AMBIENTE

La crisi umanitaria nel Corno d’Africa non frena l’accaparramento di terra

LAND GRABBING E SICUREZZA ALIMENTARE

Dopo la bolla immobiliare gli investitori si rituffano nell’acquisto dei terreni

“Quid faciant leges, ubi sola pecunia regnat, aut ubi paupertas vincere nulla potest?” Che possono le leggi, là dove solo il denaro ha il potere, o dove la povertà non ha mezzi per vincere? (Petronio, Satyricon, Cap XIV) La peggiore siccità degli ultimi 60 anni che ha colpito il Corno d’Africa, si è trasformata in una vera e propria emergenza umanitaria. Sono circa 12 milioni gli africani di Somalia, Kenya, Etiopia, Gibuti in “condizioni critiche”, come ha stimato l’UNICEF, in un’area dove il livello di malnutrizione è superiore al 50% dell’intera popolazione. Se in Somalia la situazione è resa ancora più drammatica dalla crisi politico-istituzionale del Paese, dalla corruzione che impedisce un’equa distribuzione degli aiuti e dalle incursioni dei ribelli delle milizie islamiche, il problema è aggravato in Etiopia dalla vendita di terre coltivabili a multinazionali occidentali, molte delle quali le utilizzano per produrre agrocarburanti per le cosiddette “auto verdi”. L’Etiopia, uno dei Paesi più poveri dell’Africa, è, infatti, quello in cui l’accaparramento di terreni a prezzi o affitti stracciati da parte di investitori privati procede più celermente, nonostante contadini e pastori abbiano diritti di utilizzo sui terreni che

coltivano o su cui pascolano le loro greggi. Ufficialmente, la proprietà della terra è dello Stato, così sulla base del Piano quinquennale di Crescita e Trasformazione, varato dal Governo etiope con l’intento di attrarre investimenti stranieri che dovrebbero creare posti di lavoro e ammodernare le infrastrutture agricole, oltre 3 milioni di ettari, considerati dal Governo di Addis Abeba incolti o insufficientemente sfruttati, sono stati ceduti a società straniere. Più di un terzo di queste terre, però, si trova nella Provincia di Gambella, una regione con scarsa densità di popolazione, ma ricca di acque, essendo solcata dal fiume Baro e dal suo affluente Jajjaba. Solo negli ultimi tre anni su quei terreni si sono buttate 896 aziende europee, dei Paesi del Golfo, ma anche indiane, cinesi e pakistane. Una di queste, l’indiana Karaturi Agro Products ha avuto in affitto 100.000 ha per dar vita ad un grande progetto agricolo che dovrebbe sostenere lo sviluppo della piccola agricoltura locale. Una corrispondenza dalla regione dell’Agenzia Umanitaria dell’ONU, IRIN riporta le dichiarazioni di un pastore che è stato “villaggizzato”, dopo che le terre ai margini del fiume Baro su cui pascolava il suo gregge sono ora sfruttate dalla Karaturi, e che adesso deve fare parecchie ore di cammino per poter raggiungere altri pascoli. “Non c’è stato detto che la nostra terra sarebbe stata data ad investitori stranieri - ha affermato Ujulu che ha 7 figli da mantenere - Quello che so è che il Governo ci ha promesso nuove

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scuole per i nostri figli, centri sanitari e acqua potabile, se vogliamo essere inclusi nel programma di villaggizzazione. Questo è il motivo per cui sono venuto in questo villaggio tre mesi fa”. L’articolo 40, comma 5 della Costituzione etiope recita che le comunità pastorali hanno diritto ad un terreno libero per il pascolo e la coltivazione, nonché il diritto di non essere sradicati dalle loro terre. “La nostra terra è stata presa illegalmente - ha dichiarato ad IRIN, un altro contadino villaggizzato - Anche se il terreno non era utilizzato per scopi agricoli, era pascolo per il nostro bestiame. Ora abbiamo scarsità di pascoli. Non sappiamo cosa ci accadrà in futuro”. Il Governo etiope e gli investitori stranieri controbattono alle accuse asserendo che i pastori non sono stati sfrattati dai campi né che sia stato loro impedito l’accesso al fiume, ma l’Agenzia ONU riferisce che nelle aree date in concessione “vivono comunità pastorali che si spostano da un luogo all’altro, perciò i servizi come acqua, sanità e scuola devono seguire i loro movimenti. In caso contrario ci sarà degrado dei suoli e impoverimento delle risorse”. Secondo la Banca Mondiale in Africa, dove la terra ha i prezzi più bassi del mondo, sarebbero stati svenduti o dati in affitto per decenni almeno 35 milioni di ha, tuttavia non è facile stimare le dimensioni del fenomeno perché governi e imprenditori stranieri non sono disponibili a fornire informazioni sulle trattative e sugli accordi intercorsi. Certo è che dai dati che la FAO ha fornito, il land grabbing (efficace neologismo inglese con cui si connota come “furto di terra” questa umana tragedia) è in crescita esponenziale, soprattutto in Africa. Olivier de Schutter, Relatore sul Diritto al cibo delle Nazioni Unite (l’Art. 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo stabilisce che ogni individuo e ogni comunità hanno il diritto di entrare in possesso delle risorse e dei mezzi necessari a produrre o a procurarsi cibo in quantità adeguata alla sussistenza e ogni Stato deve garantire che questo avvenga) che ha recentemente compiuto nel mese di luglio una missione in Africa per valutare di persona la situazione nel Continente, nel Rapporto “Large-scale land acquisitions and leases: a set of minimum principles and measures to address the human rights challenge”, presentato alla 33a Sessione del Consiglio sui Diritti Umani dell’ONU, ha trovato ben 389 acquisizioni su larga scala di terra agricola a lungo termine in 80 Paesi. Di queste solo il 37% dei cosiddetti progetti di investimento mirano a produrre cibo, mentre il 35% è destinato ad agro-carburanti e 19.5 milioni di ha di terra agricola si trasformano ogni anno in aree industriali e immobiliari. Soprattutto la quantità di terre prese in Africa per soddisfare la domanda crescente dei Paesi ricchi per i biocarburanti è sottovalutata e fuori controllo, secondo il Rapporto di Friends of the Earth, presentato il 30 agosto 2010 : “Africa: Up for Grabs”. La ricerca che ha preso in esame 11 Paesi africani ha evidenziato che 5 milioni di ettari sono stati acquistati da società straniere per la produzione di biocarburanti, che le foreste e la vegetazione spontanea sono state cancellate, che gli agro carburanti sono in competizione con le colture ali-

mentari, con conseguenti scarse garanzie per i diritti delle comunità locali. “L’espansione dei biocarburanti nel nostro Continente sta trasformando i territori in coltivazioni energetiche, sottraendo alle comunità terreni agricolo-alimentari e creando conflitti con le popolazioni locali sulla proprietà della terra - ha affermato Mariann Bassey, Coordinatore per Azione per i Diritti Ambientali di Friends of Earth- Nigeria - Noi vogliamo investimenti reali per l’agricoltura che ci permetta di produrre cibo non già carburante per le auto straniere”. Il fenomeno di accaparramento di terre coltivabili che possono essere acquistate da qualche parte del Pianeta ha conosciuto un’accelerazione alla fine del 2008, quando la crisi alimentare globale ha generato preoccupazione per le forniture in Paesi che consumano più cibo di quanto ne producono. Al fine di rafforzare la loro sicurezza alimentare, i Paesi dipendenti dalle importazioni hanno cominciato ad acquistare ettari di terreni agricoli nei Paesi più poveri. Nonostante la retorica del “win-win” ovvero che gli investimenti in tale Paesi sono opportunità di sviluppo convenienti sia per i Governi locali che per le imprese private, c’è il rischio concreto per i Paesi ospitanti, soprattutto per quelli politicamente più deboli e più insicuri da un punto di vista alimentare, di perdere il controllo sulle proprie forniture di cibo, quando ne avranno maggior bisogno. Se n’è accorta l’Argentina, dove il 7% dei terreni produttivi agricoli è già di proprietà straniera e il cui Governo ha presentato una proposta di legge per imporre restrizioni sulla proprietà di terreni arabili e coltivabili da parte di investitori stranieri: “Il controllo della terra - ha affermato il Presidente Cristina Fernández de Kirchner - è un tema fondamentale e di importanza strategica per il XXI secolo”. In nome della sicurezza alimentare, la produzione mondiale di cibo e la relativa catena distributiva potrebbero finire nelle mani di poche aziende agro-alimentari internazionali con legami con i fondi speculativi (hedge fund). Con una domanda crescente di derrate alimentari e una offerta che non riesce a soddisfarne appieno le richieste, gli investimenti in terreni agricoli sono tra i più sicuri e remunerativi perché, come affermava Mark Twain, “non ne fabbricano più”. Così, dopo aver causato la bolla immobiliare, trasformando i terreni agricoli in aree fabbricabili, ora le società finanziarie si rituffano sull’acquisto dei terreni per scopi agro-alimentare, dal momento che il settore offre un sicuro e rapido ritorno economico. Pensare che tale fenomeno interessi solo le comunità locali e gli abitanti delle foreste dei Paesi in via di sviluppo con Governi poco democratici sarebbe un tragico errore. Gli attacchi speculativi degli investitori internazionali, anche tramite le agenzie di rating con essi coinvolte, sottendono ad un’unica logica: privatizzare i profitti e socializzare le perdite. Pertanto, anche gli Stati democratici potrebbero rischiare una propria insicurezza e le varie forme di stato sociale messe in atto nei Stati più democratici potrebbero essere sottoposte a “giudizi negativi”, se quelle politiche fossero contrarie ai loro interessi.

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AMBIENTE E SPORT

Iniziata l’era degli impianti eco-friendly

JUVENTUS STADIUM Lo sport si adegua ai criteri di sostenibilità di Fabio Bastianelli

L’8 settembre 2011, in concomitanza con i festeggiamenti per il 150° Anniversario dell’Unità d’Italia, si è svolta a Torino la cerimonia di inaugurazione dello Juventus Stadium (non ha ancora il nome che sarà legato ad uno sponsor così come avviene per molti altri stadi calcistici europei), uno dei pochi esempi di stadio calcistico di un Club proprietario dell’impianto in cui effettua le partite interne. In precedenza, in Italia c’è stato solo l’esempio dello Stadio “Giglio” di Reggio Emilia, inaugurato nel 1995, in occasione dell’incontro interno con la Juventus, allorché l’A.C. Reggiana militava in serie A. L’interesse per tale evento non è motivato, ovviamente, da partigianeria calcistica, bensì dall’attenzione alla sostenibilità ambientale che alcune caratteristiche dell’impianto presentano. Già in passato, in occasione dei Campionati Mondiali di Calcio in Germania nel 2006 ed in Sudafrica nel 2010, avevamo analizzato, nell’ambito degli impatti ambientali che tali eventi determinano, anche le soluzioni impiantistiche di economicità, efficienza energetica, consumo di materiali e

di acqua, integrazione architettonica al paesaggio, ecc. (cfr.: Regioni&Ambiente, n. 7/8 luglio-agosto 2006, pp. 48-49, e n.6 giugno 2010, pp.44-45) Si deve osservare che lo sport più seguito del mondo si sta adeguando a costruire i cosiddetti eco-friendly urban stadium che si conformano agli standard di sostenibilità e di sfruttamento delle energie rinnovabili, peraltro richiesti dal manuale FIFA “Football Stadiums: Technical Recomandations and Requirements”. Nel caso dello Juventus Stadium c’è qualcos’altro, tale da renderlo il più ecocompatibile del mondo. Vediamo perché. L’impianto sorge sulle ceneri del precedente Stadio delle Alpi che era stato realizzato per lo svolgimento delle partite del Campionato Mondiale di Calcio in Italia nel 1990. Nel 2003 il Comune di Torino vende per 25 milioni di euro allo Juventus Football Club S.p.A. il diritto di superficie per la durata di 99 anni sull’area dello Stadio delle Alpi che viene chiuso nel 2006 alle attività sportive. Nel 2008 il Consiglio di Amministrazione della società biancone-

Veduta dall’alto dello Juventus Stadium (foto: Walter J. Rotelmayer; fonte: Wikipedia)

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ra approvava il progetto architettonico del nuovo stadio, a firma degli architetti Gino Zavanella dello Studio Gau e da Hector Suarez dello Studio Shesa, entrambi con una ampia esperienza nella costruzione di impianti sportivi, che sorgerà sul sito del vecchio, perciò senza ulteriore consumo di suolo. I lavori di demolizione, iniziati nel novembre del 2008, si sono conclusi a fine marzo 2009, recuperando quanto più possibile il materiale del Delle Alpi. Il calcestruzzo (40.000 mc) derivato dalla demolizione del vecchio impianto è stato opportunamente triturato, trasformato in un materiale simile alla ghiaia, e riutilizzato come sottofondo per rilevato strutturale. Anche la parte interrata del vecchio stadio, compresa la zona del campo di gioco, è stata completamente recuperata. L’acciaio (5.000 tonnellate), l’alluminio (300 tonn.), il rame (100 tonn.) e il vetro (2.000 m2) sono stati inviati negli impianti di rifusione per il riciclaggio e riutilizzati per la nuova costruzione. Grazie alla raccolta differenziata e al principio del “Km 0”, si è avuto un basso consumo di risorse ed un risparmio economico di circa 2,3 milioni di euro. I lavori di costruzione sono iniziati nel luglio 2009 e sono proseguiti fino ad agosto 2011, ma l’impatto ambientale sulla città, conseguente ai lavori del cantiere, è stato ridotto, anche grazie all’utilizzo di tecniche avanzate. Nella gestione di routine dell’impianto, poi, si utilizzano le fonti alternative di energia e tecnologie innovative per ridurre il consumo di acqua. Così: - per produrre acqua calda, riscaldare gli ambienti e il terreno di gioco, c’è l’allacciamento alla rete di teleriscaldamento, riducendo le emissioni di gas; - per scaldare l’acqua sanitaria per gli spogliatoi dei ristoranti ci si avvale di impianti solari termici, riducendo gli sprechi energetici; - per l’illuminazione di tutto lo stadi, si utilizza i pannelli fotovoltaici con dispositivi di “inseguimento solare”, producendo energia pulita: - per irrigare il terreno di gioco viene usato un impianto per il recupero delle acque piovane, e risparmiando di almeno il 50% il consumo di acqua necessaria per mantenere in perfette condizioni il manto erboso. Il nuovo stadio, è stato concepito con i massimi standard di sicurezza con l’accesso, privo di barriere architettoniche, che avviene da quattro ingressi posti sugli angoli, con ampie rampe che seguono il profilo delle collinette verdi sulle quali sorge l’impianto e portano ad un anello che lo circoscrive. In caso di emergenza l’impianto può essere evacuato in meno di 4 minuti. La copertura in cloruro di polivinile (PVC) degli spalti è sorretta da due pennoni che richiamano la vecchia struttura del “Delle Alpi”. Studiata nella “galleria del vento”, è stata realizzata ispirandosi al profilo delle ali degli aerei: una struttura di grande leggerezza, realizzata in una membrana in parte

trasparente ed in parte bianca, per permettere una visione ottimale del campo, sia diurna sia notturna, ed in grado di garantire il passaggio della luce tramite i lucernari, in maniera tale che sia sufficiente per la crescita dell’erba del campo. La struttura esterna, dal profilo a semicerchio e senza elementi che si distacchino dalla linea di continuità, ricorda quella di un’astronave è composta da 7.000 pannelli in Alucobond® (composito in alluminio e anima in polietilene a bassa densità), colorati in varie sfumature di grigio e bianco, oscillanti e riflettenti, i quali, secondo il designer Fabrizio Giugiaro che ha curato il design degli esterni, danno l’effetto di una “bandiera in movimento”. Infine, un altro elemento di sostenibilità è offerto dalla capienza di 41 000 spettatori, mentre il “Delle Alpi” ne poteva contare 69.000. Il dato di per sé è già indicativo dei maggiori comfort di cui possono godere gli spettatori, rimanendo comunque al di sopra del limite minimo di 40.000 posti a sedere dei 12 stadi che i Paesi candidati ad ospitare i Campionati Mondiali 2018 e 2022 debbono mettere a disposizione. Non ci sembra che possa essere considerata “pratica sostenibile” la costruzione di stadi per l’evento, che successivamente siano sotto utilizzati e con una gestione in perdita, come ben sa il Portogallo che, dopo aver costruito nuovi impianti o ristrutturato ampliandoli quelle esistenti per l’occasione del Campionato Europeo di Calcio nel 2004, rispondenti alle richieste FIFA, si ritrova ora con impianti che accolgono mediamente 4.000-5.000 paganti!

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LE CARATTERISTICHE TECNICHE DEL NUOVO STADIO O DELLA JUVENTU NTU NT TU US Capienza: 41.000 posti a sedere Posteggi: 4.000 possti auto Superficie totale: 3555.000 m² Superficie interna allo stadio: 45.000 m² Superficie stadio: 90.000 m² Aree dedicate ai seervizi: 150.000 m² Aree commerciali: 34.000 m² Aree verdi e piazze: 30.000 m² Persone impiegate nella costruzione: 450 Acciaio utilizzato: 6.000 t Skybox: 64 Pitch view studio: 2 Posti stampa: 275 Bar: 21 Aree ristorazione: 8 Ristoranti: 2 per 4.0000 pasti Spogliatoi: 3


BIODIVERSITÀ E CONSERVAZIONE

La corretta gestione della fauna selvatica

DAI PARROCCHETTI “INGLESI” ALLE NUTRIE “ITALIANE” Polemiche sui danni provocati dalle specie “alloctone” Il Ministero dell’Ambiente, dell’Alimentazione e degli Affari Rurali (DEFRA) della Gran Bretagna ha lanciato l’allarme per la diffusione nel Paese del parrocchetto dal collare (Psittacula krameri). Questo grazioso uccello esotico, nelle sue quattro sottospecie conosciute, vive in natura nelle savane alberate, nelle boscaglie e nelle foreste secondarie dell’Africa sub-sahariana e del sub-continente indiano È il parrocchetto più conosciuto, di taglia attorno ai 40 cm e di colore generalmente verde, anche se in cattività ne sono state fissate mutazioni di colore giallo, bianco e blu. Presenta un evidente dimorfismo sessuale: il maschio ha un collarino rosa soffuso di viola sulla nuca e una banda nera dal becco al collo; la femmina ha colorazione più pallida ed è priva di collare rosa e banda nera e ha le timoniere centrali più corte. Secondo il DEFRA, mai l’isola ha conosciuto un’invasione così rapida di fauna selvatica. Ad esempio, lo scoiattolo grigio (Sciurus carolinensis), una delle 100 specie aliene più dannose della lista IUNC, ha impiegato secoli per conseguire il suo dominio in Inghilterra, mentre il parrocchetto ha conquistato Londra e le aree circostanti in soli 16 anni! Nel 1995, infatti, la sua popolazione era stimata in 1.500 esemplari, ora il numero è salito ad oltre 30.000 individui. Introdotti come uccelli da tenere in gabbia all’interno di abitazioni e cortili o nelle voliere dei giardini privati e zoologici britannici, molti di questi animali sono fuggiti o volutamente liberati, ma non si pensava che fossero in grado di resistere in libertà a latitudini così settentrionali. La loro esplosione demografica è tuttora oggetto di studio. Alcuni ritengono che tale fenomeno possa essere stato enfatizzato dalla diffusione di piante esotiche nei giardini, che costituiscono la base alimentare dei parrocchetti; altri credono che sia stata l’abitudine di molti proprietari di mettere nei pressi delle loro abitazioni delle “mangiatoie” per uccelli; altri, ancora, che sia legato ai cambiamenti climati-

ci in atto che hanno reso più caldo il clima britannico, facendo aumentare il loro metabolismo e diminuire il numero dei loro predatori. Tuttavia, gli ultimi due inverni in Gran Bretagna sono stati particolarmente rigidi, ma non hanno avuto ripercussioni negative sulla specie. “Non c’è alcuna conclusione plausibile - ha dichiarato Grahame Madge, portavoce della Royal Society for the Protection of Birds, organismo che ha criticato la decisione assunta di considerare nociva tale specie e come tale oggetto di possibile uccisione, anche senza licenza di caccia - Non sussistono dati che supportino una diminuzione dei predatori, né elementi che giustifichino un impatto ambientale di tale evenienza. Personalmente, non ritengo che il clima sta giocando un qualche ruolo in merito. Al momento i parrocchetti non creano importanti problemi di conservazione alle specie autoctone, anche se in futuro potrebbero determinarne”. Il DEFRA sostiene che specie aliene come il parrocchetto pesano sull’economia del Paese per 1,7 miliardi di sterline all’anno. Il timore maggiore è che i parrocchetti possano diffondersi in aree agricole, minacciando i raccolti. Negli USA, gli Stati di California, Georgia e New Jersey ne hanno proibito la detenzione, oltre che vietarne categoricamente la liberazione, dopo che tali uccelli avevano causato incendi e guasti alla rete elettrica. Questa specie, infatti, costruisce grandi nidi coloniali sulle cime di grandi alberi anche a 20 metri di altezza, che possono ospitare da 10 a 20 coppie, arrivando a pesare anche 200 Kg. Per questo i parrocchetti collegano saldamente le strutture del nido a rami grandi all’attaccatura con il tronco, quindi intrecciano decine di rametti e formano una grande “fascina” percorsa da tunnel comunicanti e da camere di cova dove ogni femmina depone 5-8 uova che vengono incubate per 20 giorni. Nelle aree di nuova colonizzazione questi uccelli hanno individuato nei tralicci

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in legno della rete elettrica il posto prediletto per costruire tale nido che può facilmente incendiarsi e provocare black out allorché divengono fradici per la pioggia. “Il pericolo è esagerato - ha affermato Andrew Tyler, Direttore di Animal Aid - Più che un’azione di eradicazione dovremmo bloccare l’importazione di questi uccelli che vengono venduti per sopportare una noiosa vita in gabbia. Non è sorprendente che vogliano fuggire. Se vogliamo davvero che coesistano con altre specie, dobbiamo concedere loro un territorio”. Oltre al parrocchetto dal collare, almeno altre 3 specie di pappagalli hanno stabilito colonie di nidificazione in Gran Bretagna: il parrocchetto monaco (Myiopsitta monachus), originario di una vasta area della parte sud-orientale del Sudamerica, con le altrettante 4 sottospecie come quello dal collare dal quale si distingue, tuttavia, per una minor taglia (attorno ai 29 cm) e per la coda blu, facilmente visibile in volo; il parrocchetto alessandrino (Psittacula eupatria), originario dell’Asia meridionale, di maggiori dimensioni (circa 58 cm) dalla lunga coda; il parrocchetto blu incoronato (Aratinga acuticaudata) del Venezuela. I ricercatori dell’Imperial College London stanno conducendo un censimento scientifico dei parrocchetti per avere un quadro chiaro su ciò che il Paese sta affrontando. Lo studio, chiamato Project Parakeet, dal quale sono attesi risultati in grado di indicare alcune soluzioni, si propone di valutare: - il numero, la distribuzione e la prevista crescita della popolazione; - l’impatto ecologico sulla biodiversità del Regno Unito; - l’impatto economico sul sistema agricolo del Paese. Secondo il DEFRA, si tratta di incoraggiare la cattura dei parrocchetti, il loro reinserimento naturale, nonché la loro uccisione, ma il London Wildlife Trust ha già fatto sapere, comunque, che i “parrocchetti non sono meno britannici del curry”.


Anche in Italia è sempre più frequente sentire ed avvistare parrocchetti dal collare e monaco. A Roma la prima segnalazione risale alla fine degli anni ’70 a Villa Doria Pamphili, successivamente è stata osservata la presenza di

alcuni individui a Castelfusano e presso Villa Borghese. È possibile sentire gli strani pigolii molto acuti e striduli di queste specie pure al Parco Lambro (MI). Successivamente segnalazioni di colo-

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nie sono avvenute dai parchi di Genova e di Bologna. Queste osservazioni, unitamente alla sempre maggiore frequenza di avvistamenti, porterebbero a pensare che il numero dei parrocchetti stia velocemente aumentando anche


nel nostro Paese, ma anche in questo caso diviene difficile considerarli “alloctoni”, visto che sono nati e cresciuti in Italia. Se in Gran Bretagna le polemiche estive sono state alimentate dalla sorte del parrocchetto, in Italia sono state le proposte contenute nel documento finale che la Commissione Agricoltura della Camera ha approvato all’unanimità nel luglio scorso e che prevederebbero, secondo la stampa nazionale, l’“abbattimento indiscriminato” di specie dannose all’agricoltura, tra cui il lupo. Al di là di forzature e strumentalizzazioni che non sono mancate, anche per la vigilia dei calendari venatori regionali che si trascinano ormai da decenni con i loro corollari di impugnative e ricorsi, la Commissione presieduta dall’On. Paolo Russo aveva attivato nei mesi precedenti un’indagine per acquisire una completa informazione sul fenomeno dei danni causati dalla fauna selvatica alle produzioni agricole e zootecniche, sulla tipologia, sulla localizzazione geografica e sulla quantificazione economica dei danni denunciati, sulle colture danneggiate e

sulle specie animali interessate. Nel corso dei lavori, la Commissione ha ascoltato tutti i protagonisti del settore: associazioni ambientaliste e venatorie, organizzazioni professionali agricole e zootecniche, nonché ANCI, UPI e Conferenza delle Regioni. L’orientamento finale emerso, da tradursi in breve tempo in un articolato normativo, prevede la possibilità di cacciare, oltre a cinghiali, caprioli, tortore, corvi, storni e nutrie, specie individuate tra le maggiori responsabili dei danni causati ad agricoltori ed allevatori, anche il lupo. Immediate le reazioni delle associazioni ambientaliste e animaliste che hanno intravisto un atteggiamento di apertura da parte della Commissione all’aumento delle specie cacciabili, e soprattutto a quelle protette, come il lupo. Al di là delle interpretazioni possibili, riteniamo che i Membri della Commissione abbiano avuto ben chiara la differenza che passa tra la possibilità di abbattere specie protette, i cui danni provocati peraltro sono marginali e nei confronti delle quali occorre assumere un atteggiamento di grande prudenza e sulla base di conoscenze e dati

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scientifici a cui sono deputati organismi autorevoli, come l’ISPRA che ha assunto il ruolo svolto dall’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica (INFS), e la necessità di intraprendere azioni forti e tempestive verso quelle specie il cui aumento di numero sta provocando guai consolidati alle aziende agricole. Non crediamo pertanto che il lupo possa essere stato individuato quale capro espiatorio delle difficoltà della nostra zootecnica, né che le altre specie sopracitate, pur gravemente dannose alle colture quali i cinghiali, siano state indicate come i veri responsabili della crisi della nostra agricoltura. Se il fine ultimo è quello della prevenzione, accanto ad azioni necessarie di contenimento della fauna selvatica sulla base di criteri di tutela della biodiversità e di sostenibilità territoriali, sarebbe opportuno approntare misure e strumenti di difesa delle colture e degli allevamenti, nonché di vietare l’immissione di nuove specie, come insegna sia la proliferazione di cinghiali importati dall’est-Europa a scopo venatorio che, essendo più prolifici e di grossa taglia, hanno soppiantato quelli autoctoni, sia la diffusione delle nutrie…


Con la recente conversione in Legge da parte del Parlamento del D. L. n. 138/2011, contenente la manovra economica bis (secondo altri, con le modifiche del maxiemendamento, sarebbe ter) che taglia fondi alla pubblica amministrazione, all’istruzione, alla ricerca universitaria ed imprenditoriale, sarà sempre più difficile scovare risorse per finanziare progetti di innovazione e ricerca, a meno che non ci si affidi a fondi europei. Orbene, sulla GUUE del 26 luglio 2011 sono stati pubblicati 3 bandi per lo sviluppo delle FER, ma in questo numero diamo notizia soltanto di 2, riservandoci di pubblicare il terzo (Energy Call part 2) sul prossimo numero, essendo fissata all’8 marzo 2012 la scadenza per la presentazione dei relativi progetti. Le iniziative si inseriscono nell’ambito del 7° Programma Quadro che per il periodo 2007-2013 dispone di un bilancio di oltre 53 miliardi di euro per dare impulso alla ricerca e all’innovazione, creando occupazione e crescita. Premettiamo di seguito una sintesi esplicativa che vale per tutti i bandi relativi. Programma di lavoro Il Programma di lavoro contribuisce agli obiettivi dell’innovazione in due modi e rappresenta un cambiamento significativo rispetto alle edizioni passate: • Sostegno a più temi di ricerca volti a generare conoscenza e a conseguire prodotti, processi e servizi innovativi (comprese le fasi pilota, dimostrative e di validazione) • Identificazione delle potenzialità di sfruttamento - innovazione e disseminazione - e migliore e uso delle conoscenze generate Schemi di finanziamento Il Programma di lavoro e l’invito a presentare proposte stabiliscono per ogni tema di ricerca aperto la tipologia di progetto (schema di finanziamento) per implementarlo, le condizioni minime di partecipazione i criteri di ammissibilità. In generale nell’ambito del Settimo Programma Quadro per il programma specifico cooperazione possono distinguersi i seguenti schemi di finanziamento: • Progetti collaborativi, si distinguono in: • progetti collaborativi di piccole/medie dimensioni • progetti integrati di grandi dimensioni

• progetti collaborativi dedicati alle PMI • progetti collaborativi per azioni specifiche dedicate ai paesi partner della cooperazione internazionale (SICA) • Azioni di Coordinamento (CSA - CA) • Azioni di Supporto (CSA-SA) Partenariato: • ai Progetti collaborativi devono partecipare almeno tre persone giuridiche indipendenti di tre differenti stati membri UE o Paesi Associati, in aggiunta possono partecipare le organizzazioni dei paesi terzi partner della cooperazione internazionale (paesi ICPC) ammissibili al Programma. • ai Progetti collaborativi SICA devono partecipare almeno quattro persone giuridiche indipendenti di cui due di due differenti Stati Membri UE e due di due differenti paesi partner della cooperazione internazionale (cd. paesi ICPC) • alle Azioni di Coordinamento devono partecipare almeno tre persone giuridiche indipendenti di tre differenti Stati Membri UE o Paesi Associati. I progetti possono durare dai 18 mesi ai tre anni e possono essere svolte ad esempio le seguenti attività: organizzazione di eventi (comprese conferenze, incontri, gruppi di lavoro, seminari), attività di studio, scambi di personale, scambio e divulgazione di buone pratiche. Nell’ambito delle azioni di coordinamento non possono essere svolte attività di ricerca e sviluppo tecnologico. • le Azioni di Supporto devono essere svolte da una sola persona giuridica pubblica/privata. Questo tipologia di progetti ha lo scopo di contribuire all’implementazione dei Programmi Quadro e alla preparazione della ricerca comunitaria futura o allo sviluppo di sinergie con altre politiche al fine di stimolare, incoraggiare e agevolare la partecipazione delle PMI, delle organizzazioni della società civile, di piccoli gruppi di ricerca e di centri di ricerca nuovi o remote nelle attività del Programma Quadro. Contributo comunitario Il contributo comunitario ai progetti varia in funzione dello schema di finanziamento e dei soggetti partecipanti (persone giuridiche pubbliche/private): • Progetti collaborativi - Per le università, enti pubblici no-profit, organismi di ricerca e piccole e medie imprese i costi ammissibili saranno cofinanziati nelle seguenti proporzioni: - attività di ricerca e sviluppo tecnologico: 75%; - attività dimostrative: 50%; - attività di gestione: 100%; - altre attività: 100%. Si ricorda inoltre che la Commissione europea ha adottato, in data 15 giugno u.s., una decisione con la quale viene mantenuta la percentuale del 60% per il metodo di calcolo

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delle spese generali “Transitional flat rate” per l’intera durata del Settimo Programma Quadro, ovvero fino al 2013. • Azioni di coordinamento e supporto-rimborso al 100% dei costi diretti ammissibili e forfettario del 7% dei costi indiretti. Nell’ambito di questi progetti non è possibile svolgere attività di ricerca e sviluppo. Beneficiari Per i Collaborative Project e la condizione minima di partecipazione prevede che ci siano almeno 3 persone giuridiche indipendenti, aventi sede in uno Stato membro o in un Paese associato. I partner del progetto non possono avere la sede nello stesso Stato. Per le Coordination and Support Actions (supporting action) la condizione minima è che almeno uno dei partners sia una persona giuridica indipendente.

COMMISSIONE EUROPEA Bando “Città Intelligenti” (FP7) (GUUE n. C 213 del 20 luglio 2011)

La Commissione UE ha lanciato l’iniziativa “Smart Cities and Communities Iniziative” che si propone di sostenere le città che si impegnano ad incrementare l’efficienza energetica dei propri edifici, delle reti energetiche e dei sistemi di trasporto in modo tale da ridurre entro il 2020 del 40% le proprie emissioni di gas serra. “È giunto il momento per cui le città e i partner industriali sviluppino soluzioni integrate sostenibili per offrire energia pulita, sicura e conveniente ai cittadini per ridurre i consumi e creare nuovi mercati sia in Europa che altrove - ha dichiarato il Commissario per l’Energia Gunther Oettinger - Le città sono centrali per conseguire l’obiettivo di risparmiare entro il 2020 il 20% di energia e per sviluppare entro il 2050 un’economia a basse emissioni di carbonio, dal momento che il 70% del consumo europeo di energia avviene nelle città che hanno, quindi, un notevole potenziale di risparmio energetico tramite l’uso più intelligente di risorse e l’integrazione di adeguate tecnologie”. Budget finanziario 40 milioni di euro, anche se ne erano stati preannunciati 80. Progetti finanziabili Questo primo Bando è riservato ad azioni di: - Strategic sustainable and screening of city plans (Coordinating Action) - Large scale systems for urban area heating and/or cooling supply (Collaborative Project) Presentazione delle domande e scadenza Le proposte vanno inviate tramite il sistema elettronico EPSS (Electronic Proposal Submission Service) a cui è necessario iscriversi, entro le ore 17.00, ora locale di Bruxelles, del 1° dicembre 2011. il testo completo dell’invito a presentare proposte, il Work Programme, le linee guida per il proponente ed altre informazioni necessarie per la presentazione delle proposte sono reperibili sul portale CORDIS della Commissione europea all’indirizzo: http://cordis.europa.eu/fp7/dc/index.cfm?fuseaction=UserSite. CooperationDetailsCallPage&call_id=355

COMMISSIONE EUROPEA Bando “Edifici energeticamente efficienti” (FP7) GUUE n. C 213 del 20 luglio 2011 Anche il Bando “Energy-efficient Buildings” si inserisce nell’ambito del 7° Programma Quadro di Ricerca e Sviluppo tecnologico il cui finanziamento è tra le priorità dell’agenda politica dell’Unione europea e si trova al centro di una strategia coerente sull’innovazione, la cosiddetta “Unione dell’Innovazione” di cui l’Europa ha bisogno se vuole competere con economie grandi e dinamiche come Stati Uniti e Cina. Per ottenere tale risultato occorre dare più sostegno alle attività che permettono di colmare il divario tra attività di ricerca e mercato, dimostrando che le nuove tecnologie hanno un potenziale commerciale o possono funzionare su scala sufficientemente ampia da essere convenienti per l’industria. “L’Europa sta dando l’ennesima dimostrazione del proprio impegno a porre la ricerca e l’innovazione in cima all’agenda strategica per la crescita e l’occupazione - ha sottolineato Maire Geoghegan-Quinn, Commissaria per la Ricerca, l’Innovazione e la Scienza - La competizione a livello europeo per ottenere questi finanziamenti riunirà i migliori ricercatori e innovatori d’Europa per affrontare i problemi maggiori del nostro tempo”. Budget finanziario Per questo Bando sono previsti indicativamente 140 milioni di euro suddivisi per aree tematiche: - per “Nanoscienze, Nanotecnologie, Materiali e Nuovi Prodotti Tecnologici” sono previsti 70 milioni di euro; - per “Ambiente (compresi i Cambiamenti Climatici)” vanno 5 milioni di euro; - per “Energia” sono destinati 35 milioni di euro; - per “Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione” sono disponibili 30 milioni di euro. Progetti finanziabili NMP - Nanoscienze, nanotecnologie, materiali e nuove tecnologie • EeB.NMP.2012-1 Interazione e integrazione tra gli edifici, le griglie, le reti di riscaldamento e raffreddamento e stoccaggio di energia e di sistemi di generazione di energia (Collaborative Project) • EeB.NMP.2012-2 Approccio sistemico per gli edifici esistenti, tra cui l’ammodernamento dell’involucro, sistemi di illuminazione ad alto rendimento, efficienza energetica dei sistemi HVAC e sistemi di generazione di energia rinnovabile (Collaborative Project) • EeB.NMP.2012-3 Sviluppo e validazione di “processi e modelli di impresa di prossima generazione per l’alta efficienza energetica degli edifici e l’integrazione di nuovi servizi (Collaborative Project) • EeB.NMP.2012-4 Approcci basati sulle nanotecnologie per aumentare le prestazioni dei sistemi HVAC (Collaborative Project) • EeB.NMP.2012-5 Nuovi materiali per finestre intelligenti concepite come adeguati sistemi multifunzione che offrono un maggior controllo di energia (Collaborative Project) • EeB.NMP.2012-6 Metodologie per il trasferimento di conoscenze all’interno della catena del valore, in particolare per le PMI (Coordination e Support Actions)

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Ambiente (ivi compresi i cambiamenti climatici) • EeB.ENV.2012.6.6-2 Concetti e soluzioni per migliorare l’efficienza energetica degli edifici storici, in particolare quelli urbani di quartiere (Collaborative Project) Energia • EeB.Energy.2012.8.8.3: Dimostrazione di ristrutturazione di edifici ad energia quasi Zero per città e quartieri (Collaborative Project) ICT - Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione • EEB-ICT-2011/06/05 ICT per energia positiva tra quartieri (Collaborative Project) Presentazione delle domande e scadenza Le proposte vanno inviate tramite il sistema elettronico EPSS (Electronic Proposal Submission Service) a cui è necessario iscriversi, entro le ore 17.00, ora locale di Bruxelles, del 1° dicembre 2011. il testo completo dell’invito a presentare proposte, il Work Programme, le linee guida per il proponente ed altre informazioni necessarie per la presentazione delle proposte sono reperibili sul portale CORDIS della Commissione europea all’indirizzo: http://cordis.europa.eu/fp7/dc/index.cfm?fuseaction=UserSite. CooperationDetailsCallPage&call_id=355

MINISTERO DELL’AMBIENTE, DELLA TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE Programma nazionale per la promozione dell’energia solare Misura 1 “Il sole negli enti pubblici” (G. U. n. 126 del 1° giugno 2007) Con un Comunicato del 26 luglio 2011, il MATTM fa sapere che ci sono ancora 2 milioni di euro a disposizione della dotazione di oltre 10 milioni di euro con i quali finora sono stati finanziati 488 interventi di cui al Bando “Il sole negli enti pubblici”. Ad ogni buon fine, riportiamo gli elementi principali della misura. Obiettivi e descrizione La misura promuove la realizzazione di impianti solari termici per la produzione di calore a bassa temperatura realizzati su edifici pubblici, offrendo particolare sostegno agli interventi realizzati con il meccanismo del finanziamento tramite terzi. Tipologia degli interventi L’impianto dovrà essere destinato a: - produzione di acqua calda sanitaria presso edifici ad uso continuativo e utenze stagionali; - produzione di acqua calda sanitaria presso gli impianti sanitari; - riscaldamento dell’acqua delle piscine; - riscaldamento degli ambienti attraverso pannelli radianti a pavimento o a parete; - produzione di calore a bassa temperatura per processi industriali o pseudo-industriali (ad es. lavanderie, impianti della filiera agro-alimentare, sistemi di lavaggio e sterilizzazione, ecc.). Ogni progetto dovrà prevedere l’installazione di impianti

solari di superficie captante netta non inferiore a 20 m2. Tale superficie potrà essere raggiunta anche dalla somma di più impianti singoli, a condizione che la superficie minima degli stessi sia non inferiore a 6 m2. Gli impianti dovranno essere provvisti di apparecchiature per la contabilizzazione energetica e il monitoraggio delle prestazioni. Spese ammissibili (al netto dell’IVA): - progettazione, direzione lavori, collaudo degli impianti; - fornitura dei materiali e dei componenti necessari alla realizzazione degli impianti; - installazione e posa in opera degli stessi; - eventuali opere edili strettamente necessarie e connesse all’installazione degli impianti; - dispositivi per il monitoraggio delle prestazioni del sistema. Le spese ammissibili non potranno comunque essere superiori al valore determinato dalle seguenti formule: 1. C = 950 - 0,5 S (per i collettori piani vetrati) 2. C = 1.200 - 0,5 S (per i collettori sottovuoto) dove C è il costo ammissibile in Euro/m2 ed S è la superficie captante lorda in m2. I lavori dovranno avere inizio entro 120 giorni dalla data di ricevimento della notifica della concessione di contributo ed avere fine entro 240 giorni. Tipologia del contributo La percentuale massima del contributo è pari al 50% del costo ammissibile dell’intervento. La percentuale sale al 65% nel caso in cui la quota del costo dell’intervento a carico del soggetto richiedente sia coperta attraverso finanziamento tramite terzi (ai sensi dell’art. 3, lettera k della direttiva 2006/32/ CE del 5 aprile 2006) operato da una E.S.CO (energy service company) accreditata presso l’Autorità dell’Energia Elettrica e del Gas (AEEG). Il sistema di monitoraggio è integralmente a carico del Ministero nella misura massima del 10% del costo ammesso e comunque non superiore a 15.000,00 Euro. Beneficiari Pubbliche amministrazioni ed Enti pubblici, incluse le società collegate o controllate dagli stessi ai sensi dell’art. 2359 e successivi del Codice civile, i quali siano proprietari o esercitino un altro diritto reale di godimento o siano possessori o gestori purché autorizzati dal proprietario, sulla struttura edilizia oggetto dell’intervento. Localizzazione geografica Territorio italiano. Presentazione domande e scadenza Le istanze, redatte secondo quanto stabilito nell’Allegato 1.1 del Bando, dovranno essere trasmesse esclusivamente a mezzo plico raccomandato con avviso di ricevimento all’indirizzo: Ministero dell’Ambiente, della Tutela del Territorio e del Mare - Direzione generale per la Salvaguardia Ambientale - Divisione IX, Energie Rinnovabili - Via Cristoforo Colombo, 44 - 00147 Roma. Le domande potranno essere presentate fino ad esaurimento delle risorse. L’ordine di valutazione e di concessione del contributo è sequenziale, secondo la data di spedizione delle domande. Il soggetto che intenda ottenere contributi relativamente a più interventi dovrà presentare più domande di finanziamento, una per ciascun progetto.

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i quesiti dei lettori: L’ESPERTO RISPONDE a cura di Leonardo Filippucci

Cosa si intende per responsabilità amministrativa degli enti in materia ambientale? Il D. Lgs. 8 giugno 2001, n. 231 contiene la disciplina generale della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica (restano esclusi lo Stato, gli enti pubblici territoriali, gli altri enti pubblici non economici nonché gli enti che svolgono funzioni di rilievo costituzionale). In via di estrema sintesi, il D. Lgs. 231/2001 stabilisce che, nel caso di reati commessi nell’interesse o a vantaggio di un ente, a questi sia applicabile una sanzione amministrativa, purché il reato sia commesso: a) da persone che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell’ente o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale nonché da persone che esercitano, anche di fatto, la gestione e il controllo dello stesso; b) da persone sottoposte alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti di cui alla lettera a). L’ente non risponde se le predette persone hanno agito nell’interesse esclusivo proprio o di terzi. Le sanzioni applicabili per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato sono, a seconda dei casi: a) la sanzione pecuniaria; b) le sanzioni interdittive; c) la confisca; d) la pubblicazione della sentenza. La sanzione pecuniaria si applica sempre e viene calcolata per quote in un numero non inferiore a cento né superiore a mille, a seconda del tipo di reato; l’importo di una quota va da un minimo di 258 euro ad un massimo di 1.549 euro. Nella commisurazione della sanzione pecuniaria il giudice determina il numero delle quote tenendo conto della gravità del fatto, del grado

agenda

della responsabilità dell’ente nonché dell’attività svolta per eliminare o attenuare le conseguenze del fatto e per prevenire la commissione di ulteriori illeciti; l’importo della quota, invece, è fissato sulla base delle condizioni economiche e patrimoniali dell’ente allo scopo di assicurare l’efficacia della sanzione. Non è ammesso il pagamento in misura ridotta. Le sanzioni interdittive sono: a) l’interdizione dall’esercizio dell’attività; b) la sospensione o la revoca delle autorizzazioni, licenze o concessioni funzionali alla commissione dell’illecito; c) il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, salvo che per ottenere le prestazioni di un pubblico servizio; d) l’esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi e l’eventuale revoca di quelli già concessi; e) il divieto di pubblicizzare beni o servizi. Le sanzioni interdittive si applicano in relazione ai reati per i quali sono espressamente previste, quando ricorre almeno una delle seguenti condizioni: a) l’ente ha tratto dal reato un profitto di rilevante entità e il reato è stato commesso da soggetti in posizione apicale ovvero da soggetti sottoposti all’altrui direzione quando, in questo caso, la commissione del reato è stata determinata o agevolata da gravi carenze organizzative; b) in caso di reiterazione degli illeciti. Le sanzioni interdittive hanno una durata non inferiore a tre mesi e non superiore a due anni. Il procedimento di accertamento e di applicazione delle sanzioni amministrative è disciplinato agli articoli 34 e ss. del D. Lgs. 231/2001. Il D. Lgs. 7 luglio 2011, n. 121, entrato in vigore il 16 agosto 2011, ha introdotto nel D. Lgs. n. 231/2001 l’art. 25-undecies prevedendo la responsabilità degli enti anche per gli illeciti amministrativi dipendenti da reati ambientali. Così, ad esempio, qualora venga accertato il reato di discarica abusiva di rifiuti pericolosi, l’ente nel cui interesse è commesso il reato sarà chiamato a pagare una sanzione pecuniaria da 200 a 300 quote.

Eventi e Fiere

Cremona, 6-7 ottobre 2011 ComparaVerde-BuyGreen - Forum Internazionale degli Acquisti Verdi Sede: Quartiere Fieristico - Piazza Zelioli Lanzini, 1 - 26100 Cremona Organizzazione: Adescoop-Agenzia dell’Economia Sociale s.c. - Via dei Colli 131 - 35143 Padova Tel. 049 8726599 fax 049 8726568 Informazioni: www.compraverde.it Bastia Umbra (PG), 21-23 ottobre 2011 KLIMAHOUSE UMBRIA - IV Fiera specializzata per l’efficienza energetica e la sostenibilità in edilizia Sede: Organizzazione: Fiera Bolzano S.p.A. - Piazza Fiera, 1 - 39100 Bolzano Tel. 0471 516000 fax: +39 0471 516111 info@fierabolzano.it www.klimahouse-umbria.it - info@fierabolzano.it

Ferrara, 5-6 novembre2011 BIOEDILIZIA - Salone delle Nuove Tecnologie per il Risparmio Energetico In contemporanea con HABITAT Sede: Fiere e Congressi di Ferrara Organizzazione: Multimedia Tre - Via Veneto, 49 - 30030Vigonovo (VE) Informazioni: Tel. 049 9832150 Fax 049 99830728 info@habitatfieraferrara.it www.habitatfieraferrara.it Milano, 16-19 Novembre 2011 GREENERGY Expo 2011 - Produrre Energia Risparmiando il Pianeta In contemporanea con EnerSolar + 2011 Sede: Fiera Milano - Rho Organizzazione: Artenergy Publishing – Via Gramsci, 57 – 20032 Cormano (MI) - Tel. 02 66306866 Fax 02 66305510 Informazioni: www.greenergy.eu

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