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La Redazione di REGIONI & AMBIENTE si riserva il diritto di modificare, rifiutare o sospendere un articolo a proprio insindacabile giudizio. L’Editore non assume responsabilità per eventuali errori di stampa. Gli articoli firmati impegnano solo i loro autori. È vietata la riproduzione totale o parziale di testi, disegni e foto. Manoscritti, disegni e foto, anche se non pubblicati, non vengono restituiti. Tutti i diritti sono riservati.


In copertina: Sanlúcar la Mayor (Siviglia). La torre della centrale solare Solúcar PS10

n°5 Maggio 2010 anno XI

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CAMBIAMENTI CLIMATICI

Bonn, Climate Change Talks (9-11 aprile 2010) Cancùn... far far away La nuova posizione del “prendere o lasciare” assunta dagli USA non favorisce il dialogo

10 Presentato da UNEP-HABITAT il Greenhouse Gas Standard Un Comune sistema di monitoraggio dei GHG Le città determinanti per le azioni di riduzione delle emissioni climalteranti

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MANIFESTAZIONI E CONVEGNI

Roma, 20-21 maggio 2010 “Governance Globale per l’Ambiente” Iniziativa dell’ICEF volta alla costituzione di un Tribunale Internazionale contro i reati ambientali

14 Firenze, Fortezza da Basso, dal 28 al 30 maggio 2010 TERRA FUTURA “Le comunità sostenibili e responsabili” al centro della VII edizione Parte dai territori locali e dalle città il cambiamento globale possibile: a testimoniarlo, in rassegna esperienze, progetti e prodotti di sostenibilità ambientale, economica e sociale


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AMBIENTE E SALUTE

Presentato lo Studio promosso dal Ministero dell’Ambiente nell’ambito del SEARCH “Qualità dell’aria nelle scuole, un dovere di tutti, un diritto dei bambini” Più PM10 in aula che in strada

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Molti Studi e Rapporti sottolineano l’importanza degli ecosistemi forestali Un manto boschivo in salute per la salute dell’uomo La Commissione UE lancia un Libro Verde sulla protezione delle foreste

ENERGIE ALTERNATIVE E RINNOVABILI

In attesa (da sette anni) dell’emanazione delle Linee Guida nazionali Solare FV: da opportunità per tutti a business per pochi? Allarme per le autorizzazioni di numerosi impianti su suoli agricoli

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34 Istituito il Comitato Nazionale per la Biodiversità Attuare il piano di azione europeo “Verso il 2010 e oltre” Al via una serie di Workshop per un’ampia consultazione

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Presentato da Althesys il 1° Rapporto annuale IREX L’italia tra i paesi europei a maggior crescita di FER Anche grazie agli incentivi più generosi del mondo

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BIODIVERSITÀ E CONSERVAZIONE

QUALITÀ E AMBIENTE

Presentato il Rapporto di Legambiente sulla diffusione delle fonti rinnovabili in Italia Comuni rinnovabili 2010 Sole, vento, acqua, geotermia, biomasse. Numeri ed esperienze dei Comuni italiani che hanno scelto l’energia pulita di Silvia Barchiesi

Eurobarometro pubblica la nuova indagine sull’atteggiamento dei cittadini UE Biodiversità: conoscerla per preservarla La maggior parte degli intervistati non sa cosa sia

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INFORMAZIONE E AGGIORNAMENTO

Presentato da ANCE e Legambiente un Decalogo Edilizia&sostenibilità Solo dal rafforzamento della cultura della sostenibilità può derivare una riduzione dei consumi energetici legati al settore civile


Macero Maceratese HDAJO>DC>:8DAD<>8=:

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SERVIZI AMBIENTALI

C.P.M. Gestioni Termiche s.r.l. Un modello di efficienza energetica e di compatibilità ambientale L’esempio di best practice a Castelraimondo (MC) di Silvia Barchiesi

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A COME AGRICOLTURA, ALIMENTAZIONE, AMBIENTE

La priorità della tutela del territorio agricolo (anche) nello sviluppo delle energie rinnovabili

AMBIENTE E ARTE

Presentata al Salone del Mobile la versione in plastica della celebre seduta “111TM Navy chair”: dal riciclo all’eco-design Emeco e Coca Cola insieme per sensibilizzare sulla necessità del recupero dei rifiuti

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€CO-FINANZIAMENTI

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I QUESITI DEL LETTORE

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AGENDA - Eventi e Fiere

di Maria Adele Prosperoni

46 Pubblicato il Regolamento UE per il nuovo logo La “foglia europea” per identificare il bio Grande opportunità di valorizzazione dei prodotti biologici italiani

48 Ancona 16 aprile 2010 un importante Convegno internazionale Un ruolo centrale per la nuova politica agricola comune 2014-2020 Il nuovo Commissario UE all’Agricoltura ha lanciato un pubblico dibattito sulla PAC

CTE NEWS - Regione Marche AMBIENTE ABRUZZO NEWS POLIECO MAGAZINE

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CAMBIAMENTI CLIMATICI

Bonn, Climate Change Talks (9-11 aprile 2010)

CANCÙN... FAR FAR AWAY

La nuova posizione del “prendere o lasciare” assunta dagli USA non favorisce il dialogo

delle emissioni climalteranti da parte dei Paesi più industrializzati, mentre non sono disposti ad accettare per loro impegni troppo “onerosi”. I Paesi in via di sviluppo del G77 vogliono la continuazione del processo negoziale all’interno della Convenzione ONU e guardano con diffidenza a colloqui che li taglino fuori; L’Unione europea, nonostante abbia riaffermato la sua disponibilità a tagliare fino al 30% le sue emissioni se le altre economie importanti accetteranno di partecipare allo sforzo globale di abbattimento, non riesce a far sentire la sua leadership, perché alle prese con dissidi interni tra Paesi in sofferenza economica per effetto del sistema di scambio delle quote di carbonio ed altri che sono fiduciosi sui vantaggi del sistema una volta che sarà definito un tetto globale di emissioni. I Paesi in via di sviluppo ritengono tale target non sia “pesante” per l’UE, dal momento che la recessione economica in atto e la ristrutturazione industriale dei Paesi dell’Est sta già determinando un calo sostanzioso delle emissioni. Lo stesso de Boer, secondo quanto riferito da EurActiv, nel corso dell’audizione del 14 aprile al Parlamento europeo ha messo in evidenza lo scetticismo dei Paesi in via di sviluppo circa la bontà delle offerte dell’UE. “Quantunque l’UE nel suo complesso dovrebbe rispettare gli impegni assunti nell’ambito del Protocollo di Kyoto, singoli Paesi all’interno dell’Unione europea denunciano serie difficoltà a raggiungere, almeno al momento, i rispettivi obiettivi sottoscritti - ha detto de Boer agli europarlamentari Se l’Europa crede fortemente nella crescita economica verde, allora l’obiettivo del 30% è indispensabile per raggiungere quel senso di cambiamento di direzione”.

Si è svolta a Bonn dal 9 all’11 aprile 2010 la prima tornata di colloqui sui cambiamenti climatici (Climate Change Talks) dopo la Conferenza ONU di Copenaghen del dicembre 2009. I lavori si sono protratti fino alla mattina di lunedì 12 e si sono chiusi con la decisione dei 175 delegati di tenere altre due sessioni di lavoro a cavallo della 32a Sessione delle Parti della Convenzione UNFCCC (già prevista sempre a Bonn dal 31 maggio all’11 giugno) e la Conferenza ONU sui Cambiamenti Climatici (a Cancùn, dal 29 novembre al 10 dicembre 2010). “Una si terrà probabilmente alla fine del mese di Agosto a Bonn - ha dichiarato il Direttore esecutivo dell’UNFCCC Yvo de Boer che per altro non sarà della partita, essendo dimissionario dal 1° luglio 2010 - l’altra, probabilmente a Settembre, ma della quale non sono stati decisi luogo e durata. Ci sono alcuni Paesi disponibili ad accogliere o finanziare le due sessioni supplementari”. “Abbiamo bisogno di decidere - ha aggiunto de Boer - ciò che può essere concordato quest’anno e quanto può essere rinviato a più tardi”. Queste parole hanno fatto concludere a vari commentatori che sarà improbabile riuscire a raggiungere un accordo sul global warming entro l’anno. D’altra parte, il Copenhagen Accord che avrebbe dovuto spianare la strada ai negoziatori si sta rivelando un vero e proprio ostacolo, sia perché i documenti prodotti e che erano stati faticosamente sfoltiti per Copenhagen stanno via via infoltendosi di nuove ed ulteriori richieste, sia perché gli impegni di riduzione dei Paesi quali presentati al Segretariato UNFCCC entro gennaio 2010, non permetterebbero di conseguire l’obiettivo di un aumento della temperatura per la fine del secolo entro i 2 °C rispetto all’era pre-industriale, come avevamo anticipato proponendo alcuni studi effettuati in merito (cfr.: “Falliscono l’obiettivo di contenimento del riscaldamento entro i 2 °C”, in Regioni&Ambiente, n. 3 marzo 2010, pag. 6 e segg.).

A dimostrazione del clima di diffidenza che regna, a Bonn si è manifestata l’irritazione degli USA nei confronti di Cina e India per la posizione da loro assunta di non ritenere il Copenhagen Accord, quantunque da loro sottoscritto, documento in grado di evitare il global warming e base di ogni futura discussione, poiché non è stato adottato dall’UNFCCC che si è limitata a “prenderne atto”. Se il “doppio gioco” di Cindia era in qualche modo prevedibile, hanno fatto calcoli sbagliati gli USA ad entrare nel “gioco”, al fine di evitare che l’UE, favorevole ad un Kyoto2,

Al di là delle tattiche diplomatiche che vengono approntate in occasione di negoziati in cui qualcuno è costretto, comunque, a dover rinunciare a qualcosa, ci sembra che meritino di essere evidenziati alcuni aspetti. Gli USA non vogliono un secondo Protocollo di Kyoto. I Paesi emergenti vogliono impegni vincolanti di riduzione

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potesse svolgere un ruolo di leadership, come avevamo a suo tempo osservato (cfr: “Hindi - Chindi e… Hamriki, Bhai - Bhai… Bhai”, in Regioni&Ambiente, n. 12 dicembre 2009, pag. 12 e segg.). L’Amministrazione Obama sta assumendo sui negoziati climatici una strategia “prendere o lasciare” che non favorisce un clima di dialogo (come ha evidenziato il blocco degli aiuti per Bolivia ed Ecuador che si sono rifiutati di rispettare i termini dell’accordo di Copenhagen e si sono fatti promotori di un Vertice climatico “alternativo” a Cochabamba, dal 20 al 22 aprile prossimo). Ad accentuare il senso di sfiducia che si sta diffondendo con il trascorrere del tempo, mentre i cambiamenti climatici e gli scienziati imporrebbero di agire presto, c’è stato lo scoop di The Guardian. Il Giornale britannico ha diffuso il 12 aprile il testo di un documento riservato per i negoziatori USA,

contenuto in un computer casualmente lasciato in un hotel europeo e del quale il quotidiano sarebbe entrato in possesso, che contiene gli elementi strategici di comunicazione degli USA sui negoziati in corso. In particolare, come riportato dal giornale, in cima alla lista degli obiettivi c’è: “Rafforzare la percezione che gli stati Uniti sono impegnati in modo costruttivo nei negoziati ONU nel tentativo di dar vita ad un regime globale di lotta ai cambiamenti climatici. Ciò include il supporto per un trattato parallelo e legalmente vincolante”. Il capo negoziatore degli USA, Jonathan Pershing, ha dichiarato di non essere a conoscenza del documento, ma il giornale ha ribattuto che il punto 3 del documento, “Create a clear understanding of the CA’s [Copenhagen Accord] standing and the importance of operationalising ALL elements”, corrisponde sostanzialmente a quanto da lui affermato nel corso

La città di New Orleans dopo il passaggio dell’uragano Katrina (2005)

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dei negoziati: “Non siamo disposti a vedere andare avanti un processo nel quale vengono selezionati certi elementi. Non era questo il patto che si era raggiunto a Copenhagen”.

L’altro Gruppo di Lavoro ha raggiunto conclusioni su ulteriori obblighi derivanti alle Parti di cui all’allegato I del Protocollo di Kyoto e sul programma di lavoro per il 2010. Il Gruppo AWG-KP ha convenuto di continuare a considerare aggiunte e individuali le riduzioni delle emissioni, così come “altre questioni”. Il Gruppo di Lavoro ha anche incaricato il suo Presidente John Ashe (Antigua e Barbuda) di predisporre la documentazione per la prossima sessione. In una intervista rilasciata all’Agenzia Xinhua, Ashe ha dichiarato che l’Accordo raggiunto a Copenhagen sul finanziamento per le azioni di mitigazione e adattamento, è stato un promettente punto di partenza, ma il compromesso raggiunto all’ultimo minuto l’anno scorso “non specifica le precise modalità” su come raggiungere l’obiettivo: “C’è incertezza da dove debba provenire il denaro. Al momento nessuno lo sa”.

Ecco, comunque, la sintesi dei lavori ai Climate Talks di Bonn Obiettivo della 9a sessione del Gruppo di Lavoro ad hoc sull’Azione di Cooperazione a Lungo Termine (AWG-LCA) e 11a sessione del Gruppo di Lavoro ad hoc sugli ulteriori Impegni per le Parti dell’Allegato I del Protocollo di Kyoto (AWG-KP), nel quadro della Convenzione delle Nazioni Unite Nazioni Unite Convenzione sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), era di approvare l’organizzazione e i metodi di lavoro nel 2010 sia per permettere ai due Gruppi di adempiere al loro mandato sia per predisporre la relazione dei risultati conseguiti da sottoporre ai lavori della 16a Conferenza delle Parti (COP) sui Cambiamenti Climatici e la 6a Conferenza delle Parti del Protocollo di Montreal (COPP/ MOP), che avranno luogo a Cancún (Messico), dal 29 Novembre al 10 dicembre 2010.

Uno degli aspetti risolti dopo la mezzanotte della domenica 11, riguardava i rapporti di cooperazione con il Gruppo AWG-LCA. Mentre molti Paesi sviluppati sottolineavano la necessità di una stretta cooperazione, molti Paesi in via di sviluppo si opponevano, preferendo mantenere i due binari negoziali rigorosamente separati. Alla fine, le Parti hanno concordato su un testo che permetta al Presidente del Gruppo di Lavoro, qualora lo ritenga opportuno, di incontrare il Presidente AWG-LCA per scambiarsi informazioni relative agli impegni delle Parti di cui all’Allegato I, da mettere a disposizione delle Parti stesse.

Per il AWG-LCA, uno dei problemi principali era costituito dall’opportunità o meno di dare mandato al suo nuovo presidente, Margaret Mukahanana-Sangarwe (Zimbabwe), di preparare un progetto di nuovo testo negoziale in vista della riunione del Gruppo AWG-LCA10 di giugno 2010 e, in caso affermativo, quali documenti e discussioni avrebbero dovuto essere riflesse nel testo. Una delle domande sottese a queste discussioni era la rilevanza dell’Accordo di Copenaghen, del quale la COP 15 aveva soltanto “preso atto”. Alcuni Paesi hanno sottolineato che l’orientamento politico dei leader mondiali dovrebbe essere recepito in ulteriori negoziati, mentre altri si opponevano a tale motivazione poiché l’Accordo non era stato adottato dalla COP e che il suo inserimento nel processo negoziale “non era stato legittimo”. Alla fine si è deciso di dare mandato al Presidente di preparare per la sessione di giugno un testo, sotto la propria responsabilità, che attinga sia dal Rapporto del Gruppo di Lavoro stilato per la COP 15 sia sul lavoro intrapreso dalla COP sulla base di tale relazione. Il Presidente del gruppo ha parlato di “ambiguità costruttiva”, osservando che quelle conclusioni dovrebbero essere lette con la ferma convinzione che tale lavoro deve essere riferito a tutti i lavori svolti dalla COP, comprese le sue decisioni: “Mi pare di rifare il lavoro che era stato fatto per raggiungere l’Accordo di Copenhagen”. Nelle sue conclusioni, il Gruppo AWG-LCA ha anche deciso di invitare le Parti a presentare ulteriori proposte entro la fine di aprile, di cui il Presidente può tener conto nel preparare il suo progetto di testo negoziale.

Usando un linguaggio identico nelle loro conclusioni, i due Gruppi (AWG-LCA e AWG-KP hanno, inoltre, convenuto di tenere altre due riunioni supplementari tra giugno e dicembre 2010, per tutto il tempo necessario.

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Presentato da UNEP-HABITAT il Greenhouse Gas Standard

UN COMUNE SISTEMA DI MONITORAGGIO DEI GHG

Le città determinanti per le azioni di riduzione delle emissioni climalteranti

Durante “World Urban Forum”, svoltosi a Rio de Janeiro dal 22 al 26 marzo ed organizzato da UNEP, UN-HABITAT- e Banca Mondiale, che ha avuto per tema “Il Diritto alla Città: Colmare il Divario Urbano”, il Direttore esecutivo di UN-HABITAT, Anna Tibaijuka ha presentato il primo sistema universale di calcolo delle emissioni di gas serra negli agglomerati urbani, in determinati settori, a un’ora precisa, fornendo un calcolo su base pro-capite. Il Global Greenhouse Gas Standard costituirà un vero e proprio sistema di monitoraggio dei gas climalteranti, indispensabile per mettere a punto politiche energetiche e dei trasporti mirate e più efficaci da parte delle Amministrazioni locali. “Nell’azione di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra le città sono parte della soluzione - ha dichiarato Tibaijuka Gli Amministratori delle città stanno scoprendo nuovi modi per indurre la gente ad abbandonare le auto per usare veloci autobus, per catturare il metano rilasciato dalle discariche per trasformarlo in energia, per sostenere uno sviluppo urbano compatto e non lo sprawl delle città”. I Sindaci, i Dirigenti urbani, gli Imprenditori e la Società civile, tutti riconoscono la necessità di agire per ridurre gli impatti dei cambiamento climatici sulle città. Anche

se l’ampiezza non dovrebbe ritardare l’azione, un requisito fondamentale per sostenere la politica e l’accesso ai finanziamenti è la creazione a livello mondiale di un aperto e armonizzato protocollo per quantificare le emissioni di gas serra attribuibili alle città e regioni locali. Le città sono responsabili dei 2/3 del consumo energetico globale e di oltre il 70%, secondo la maggior parte delle stime, delle emissioni che intrappolano il calore “Lo standard comune è un fondamentale passo per le città per capire meglio le loro emissioni di gas ad effetto serra ha osservato Zoubida Allaoua, Direttore per la Finanza, Economia e Sviluppo Urbano della Banca Mondiale - con questa consapevolezza le città possono attuare politiche più mirate e informare i propri cittadini”. Il Greenhouse Gas Standard calcola le emissioni su base pro-capite, tenendo conto di vari parametri in modo che le città possano confrontare nel tempo le proprie prestazioni e analizzare le differenze. Ad esempio, le emissioni di gas serra sono di 4,20 tonnellate di CO2eq pro-capite a Barcellona, di 10.6 a Bangkok e di 17,8 a Calgary (Canada). Ma le emissioni variano notevolmente da città a città a

Tokyo. Nonostante l’immagine di città sfavillante di luci è una delle capitali con il più basso indice di emissioni pro-capite

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seconda della loro fonte primaria di energia, del clima, dei mezzi di trasporto e della forma urbana. Negli Stati Uniti, una città ad alta densità come New York produce 10,4 tonnellate di CO2eq pro-capite, mentre Denver, città a densità molto bassa, ne produce più del doppio (21,3 tonnellate). In Europa è Rotterdam ad avere le emissioni pro-capite più elevate (29, 8 tonnellate), Atene ne emette 10,4, Londra 6,2, Parigi 5,2, Oslo 3,5. In Italia la città di Torino ne emette pro-capite (9,7), ma la Regione Veneto 10, la Provincia di Bologna ben 11,1 contro le 4 tonnellate della Provincia di Napoli. Lo Standard prevede che annualmente, per anno civile, siano monitorati e dichiarati tutti i sei gas disciplinati dal Protocollo di Kyoto: biossido di carbonio (CO2), metano (CH4), protossido di azoto (N2O), idrofluorocarburi (HFC), perfluorocarburi (PFC) e esafluoruro di zolfo (SF6); nonché altri importanti gas serra. Lo strumento predisposto è coerente con il protocollo del Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC) e con le altre iniziative di riduzione dei gas ad effetto serra, come quelle messe in atto dall’ICLEI-Governi Locali per la Sostenibilità e dalla Clinton Climate Initiative. “Queste norme e protocolli – ha osservato Jennifer Ewing Thiel, Direttore per l’innovazione tecnologica di ICLEI, Associazione che per prima aveva sviluppato un protocollo per le emissioni delle città - sono davvero utili per misurare le nostre emissioni le nostre emissioni e la loro gestione e, quindi, anche per individuare come ridurle, che è poi il vero e principale obiettivo”. Lo Standard, che definisce un format comune per facilitare la compilazione direttamente dalle città stesse o mediante la comunità scientifica, al momento è stato completato per oltre 40 città, ma l’obiettivo di UNEP, UN-HABITAT e Banca

Mondiale è quello di avere alla fine la rappresentazione di tutte le città del mondo. Riconoscendo, inoltre, che le attività in città fanno aumentare la produzione delle emissioni di gas serra oltre i confini urbani, lo Standard segue il protocollo per la misurazione e la comunicazione delle emissioni di gas serra come definito dal World Resources Institute (WRI) e dal World Business Council for Sustainable Development (WBCSD), che include, appunto, le emissioni prodotte oltre i limiti cittadini. Mentre è impossibile quantificare tutte le emissioni associate con la miriade di prodotti e materiali consumati in città, il progetto di norma prevede che gli inventari dei gas ad effetto serra urbano contengano: - le emissioni prodotte oltre i confini amministrativi per generare energia elettrica e di teleriscaldamento, consumata in città, comprese le perdite per la trasmissione e la distribuzione; - le emissioni prodotte dagli aerei e dalle navi che trasportano passeggeri o merci fuori dalla città; - le emissioni prodotte oltre i confini urbani dai rifiuti prodotti nelle città. “Le città possono essere un catalizzatore fondamentale verso l’obiettivo internazionale di mantenere un aumento della temperatura globale sotto i 2 °C entro il 2050 - ha dichiarato Achim Steiner, Sottosegretario generale delle Nazioni Unite e Direttore esecutivo dell’UNEP - L’Accordo di Copenhagen per il quale sostegno si sono espressi 110 Paesi che rappresentano oltre l’80% delle emissioni globali è ancora un work in progress. Rimane tuttora un divario di ambizione tra dove siamo e dove dobbiamo necessità di trovarci nel 2020. Grandi tagli da parte delle città potrebbero costituire la strada verso per colmare questo gap”.

Rotterdam. Contrariamente al messaggio rasserenante proposto dalla foto, risulta essere la città che emette più CO2 eq./ab.

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MANIFESTAZIONI E CONVEGNI

Roma, 20-21 maggio 2010

“GOVERNANCE GLOBALE PER L’AMBIENTE”

Iniziativa dell’ICEF volta alla costituzione di un Tribunale Internazionale contro i reati ambientali

“L’accelerazione e il peggioramento della crisi ecologica, l’aumento delle controversie in materia ambientale relative ai danni causati all’ambiente e all’ineguale distribuzione delle risorse comuni, la pressione sulla società per l’accesso effettivo alla giustizia ambientale su scala globale, insieme all’evoluzione legislative internazionale sull’ambiente e i diritti umani, richiedono una migliore definizione degli obblighi degli Stati e delle altre Parti e strumenti più adeguati, quali un’Agenzia Internazionale dell’Ambiente e una Corte Internazionale dell’Ambiente per la loro applicazione”.

scientifica dell’UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente) e della IUCN (Unione Mondiale per la Conservazione della Natura). Tra i relatori, oltre agli interventi del Presidente Giovanni Conso, Amedeo Postiglione, dei Ministri Franco Frattini (Affari Esteri) e Stefania Prestigiacomo (Ambiente), varie e prestigiose personalità del mondo scientifico, del diritto e della politica offriranno il loro contributo per un’ampia e approfondita analisi delle tematiche previste nelle sessioni e tavole rotonde, che costituiranno anche il contributo per la stesura della Raccomandazione finale.

Queste parole di Amedeo Postiglione, Presidente aggiunto onorario della Corte suprema di Cassazione, costituiscono un’efficace sintesi degli obiettivi dell’International Court of the Envinronmental Foundation (ICEF), Organizzazione no-profit da lui fondata nel 1992 di cui è tutt’ora Direttore, mentre il Prof. Giovanni Conso, già Presidente dell’Accademia dei Lincei, ne è il Presidente onorario. L’ICEF, opera in vari campi (giuridico, etico, filosofico e scientifico) e collabora anche con l’UNESCO, con Alenia-Telespazio (Strumentazioni spaziali per lo studio dell’ambiente) e con varie Università italiane ed estere, in questi anni ha promosso numerose iniziative, convegni e summit a livello internazionale che hanno visto la partecipazione di giudici, avvocati, professori universitari ed esperti provenienti da tutte le parti del mondo e riunitisi con lo stesso intento: creare un tribunale a livello internazionale per il perseguimento dei reati contro l’ambiente, da tutelare come diritto fondamentale di tutti gli esseri umani. A tal fine, il 20 e 21 maggio 2010 si svolgerà a Roma, presso il Ministero degli Affari Esteri, la Conferenza Internazionale “Governance Globale per l’Ambiente” (Global Environmental Governance). Organizzato, appunto, dall’ICEF con il supporto di Finmeccanica e PolieCo (Consorzio Nazionale per il Riciclaggio dei Rifiuti di beni a base di Polietilene), l’evento è patrocinato ai livelli più alti (Consiglio d’Europa, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero degli Affari Esteri, Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Ministero per i Beni e le Attività Culturali e sotto l’Alto Patrocinio della Presidenza della Repubblica) si avvarrà della collaborazione

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ICEF La Fondazione ICEF (International Court of the Environment Foundation) è una organizzazione senza finalità di lucro riconosciuta dalle Nazioni Unite (ECOSOC and FAO) e dal Consiglio d’Europa. È stata ufficialmente registrata in Roma il 22 Maggio 1992, e successivamente il 4 Luglio 2003. La finalità è quella di favorire la istituzione a livello mondiale di due organismi oggi mancanti: a) una Agenzia Internazionale per l’ambiente; b) una Corte Internazionale per l’ambiente. Questa finalità riguarda la governance globale dell’ambiente, che per essere efficace ha bisogno non solo di norme, ma anche di organismi che possano concretamente applicarle. La storia dell’ICEF è ricca di eventi realizzati in Italia e in molti Paesi e anche di prestigiosi riconoscimenti internazionali a livello scientifico ed istituzionale. Per merito di questa Fondazione, è stato sperimentato con continuità e successo, il metodo propositivo di collaborazione con i Governi e le Organizzazioni internazionali per un progresso della governance anche in sede mondiale, a fronte delle gravi sfide come il cambiamento climatico, la desertificazione, la crisi dell’acqua, la perdita della biodiversità e, purtroppo, il gran numero di casi di danno ambientale di rilevanza internazionale che rimangono tutt’ora senza un’adeguata sanzione anche economica. Fondatore e Direttore della Fondazione ICEF è il Dott. Amedeo Postiglione, Vice- Presidente del Forum Giudici europei per l’ambiente, Presidente Onorario Aggiunto Corte Suprema di Cassazione e membro IUCN-CIEL. Presidente onorario è S.E. Giovanni Conso, già Presidente della Corte Costituzionale e Presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei.


Conferenza Internazionale GOVERNANCE GLOBALE PER L’AMBIENTE 20-21 Maggio 2010 - Roma, Italia, Ministero degli Affari Esteri Finalità e metodo della Conferenza

Oggetto La Conferenza ha per oggetto il tema della “Governance ambientale” Finalità La Conferenza ha carattere soltanto scientifico. Essa studia i meccanismi con i quali le Istituzioni locali, nazionali, regionali ed internazionali stanno rispondendo alle sfide ambientali. Ragionare in termini di governance complessiva, cioè di integrazione del ruolo e delle responsabilità di tutti i soggetti coinvolti, costituisce ormai una necessità per una politica ambientale coerente ed efficace. Metodo La Conferenza intende favorire la più ampia discussione sui temi affrontati da un gran numero di relatori. Perciò è strutturata secondo il metodo delle tavole rotonde ed assicura uno spazio di dibattito e partecipazione anche per i partecipanti che non sono inseriti nel programma. I relatori dovranno contenere al massimo entro dieci minuti il loro intervento che dovrà essere sintetico, rinviando alla relazione scritta la più completa trattazione del tema. Articolazione Dopo la Sessione inaugurale, è prevista una prima tavola rotonda che riguarda le sfide globali dell’ambiente e la necessità e urgenza della loro governance: partecipano importanti personalità del mondo etico, economico, scientifico e giuridico. Segue una tavola rotonda dedicata al problema di assicurare la effettività del diritto internazionale dell’ambiente: questo diritto merita di essere meglio conosciuto sia nei principi generali, sia nei contenuti differenziali, sia nei meccanismi di implementazione previsti attualmente. Partecipano a questa tavola rotonda giuristi di diversi Paesi. La Conferenza si dedica successivamente al ruolo delle autorità amministrative, locali e nazionali: la tavola rotonda prevede la presenza di un numero limitato di esperienze di governance locale e nazionale ed è finalizzata a verificare quali sono le difficoltà e le priorità riscontrate. Segue sul piano logico uno sguardo alla governance ambientale su aree più vaste rispetto a quelle nazionali: una tavola rotonda comprende i temi della governance ambientale nell’Unione Europea, nell’ecosistema Mediterraneo - Mar Nero, nell’Artico e nell’Antartico; in questo caso, si cerca di evidenziare come la collaborazione degli Stati mira a risolvere problemi di comune interesse e ad indicare possibili soluzioni migliorative. Di particolare importanza è la tavola rotonda dedicata alle proposte di riforma dell’attuale sistema di governance internazionale ambientale, cioè della trasformazione dell’UNEP in una vera e propria Agenzia delle Nazioni Unite per l’ambiente. Su questo tema è sembrato saggio dare la parola ai soggetti istituzionali ed agli esperti che hanno particolarmente seguito finora questa problematica. Segue nella Conferenza una tavola rotonda di grande importanza dedicata al tema della giustizia. Questo tema viene affrontato da giudici di vari Paesi nel senso di chiarire l’importante ruolo svolto per la protezione dell’ambiente. Viene dato successivamente uno spazio adeguato alle esperienze delle Corti internazionali esistenti: la Corte di giustizia delle comunità europee; la Corte permanente di arbitrato dell’Aja; la Corte internazionale di giustizia dell’Aja; il Tribunale internazionale del diritto del mare. Partecipano alla tavola rotonda anche alcuni esperti con particolare riferimento ai temi della responsabilità degli Stati e dell’accesso alla giustizia. La tavola rotonda finale riguarda il ruolo della società civile nella protezione dell’ambiente. Come risulta dal programma partecipano vari organismi portando delle esperienze e suggerendo proposte di modifica dell’attuale modello di giustizia internazionale dell’ambiente. Raccomandazione finale La Raccomandazione finale, che non ha carattere politico, riassume le principale indicazioni emerse dalla Conferenza.

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Firenze, Fortezza da Basso, dal 28 al 30 maggio 2010

TERRA FUTURA “LE COMUNITÀ SOSTENIBILI E RESPONSABILI” AL CENTRO DELLA VII EDIZIONE Parte dai territori locali e dalle città il cambiamento globale possibile: a testimoniarlo, in rassegna esperienze, progetti e prodotti di sostenibilità ambientale, economica e sociale

Con 87.000 i visitatori dell’edizione 2009, 215 gli appuntamenti culturali in calendario con 800 relatori, 265 momenti di animazione, 600 aree espositive e 5.000 enti rappresentati, Terra Futura, la Mostra Convegno internazionale delle buone pratiche di sostenibilità, torna a ribadire la necessità improrogabile di una svolta: nelle scelte di governo (locali, nazionali, internazionali), nel modo di pensare e di fare economia, di consumare, di vivere sul Pianeta e di tessere relazioni sociali. Una svolta che anche alla luce del fallimento politico della XV Conferenza mondiale sui Cambiamenti Climatici di Copenhagen può e deve partire dai territori, dal locale. Per questo la VII edizione di Terra Futura (Firenze, Fortezza da Basso, dal 28 al 30 maggio 2010) è dedicata al tema delle “Comunità sostenibili e responsabili”: ad esse è necessario guardare per scoprire quanti siano già i nuovi modelli e le esperienze di sviluppo sostenibile. Da qui può nascere un progetto di società capace di farci uscire davvero dalla crisi. E di farci uscire diversi. A crederlo fermamente, e a volerne mostrare le numerose prove a conferma, sono i promotori dell’evento: Fondazione culturale Responsabilità Etica Onlus per il sistema Banca Etica, Regione Toscana e Adescoop-Agenzia dell’Economia Sociale, insieme ai partner Acli, Arci, Caritas Italiana, Cisl, Fiera delle Utopie Concrete e Legambiente. La comunità deve pensare e agire con la consapevolezza che si sono allargati i “confini” della propria responsabilità: quelli temporali (ossia verso le generazioni future), quelli spaziali (verso l’intero pianeta). C’è questo al centro di Terra Futura: presente e futuro si toccano, locale e globale sono inevitabilmente connessi. Se ogni azione nel locale ha ripercussioni nel globale, allora

anche le soluzioni, la svolta possibile potrà partire da qui. E ancora, qui trova motivo e radici il ruolo fondamentale delle città, come luoghi di contraddizione e conflitti, simbolo e prodotto della globalizzazione (dal 2008 oltre la metà della popolazione mondiale vive nelle città, qui è prodotto l’80% delle emissioni di gas serra e la temperatura media è maggiore di un grado rispetto alla media nazionale, agli usi civili è imputabile il 40% dei consumi energetici, e ancora nelle aree urbane avviene circa il 60% degli spostamenti…); ma anche le città come dimensione della pratica concreta di uno sviluppo diverso, spazi di incontro e di integrazione delle diversità, laboratori di sperimentazione di nuovi modelli di mobilità, di gestione del territorio, di risparmio energetico, di governo, di partecipazione dei cittadini, di convivenza civile… Terra Futura mostrerà il fitto panorama di buone pratiche esistenti, nate soprattutto dalle comunità locali, evidenziandone tutta la potenzialità. E chiederà adesione e impegno agli attori - associazioni e realtà del non profit, enti locali e istituzioni, imprese eticamente orientate - che si riconoscono nella necessità di un cambiamento che partendo dal locale sia capace di incidere nel globale: è quanto contenuto nel Position Paper, il documento condiviso e redatto dai partner di Terra Futura che lancia quattro grandi sfide cruciali e insieme concrete, riguardanti l’edilizia (ripensare il modo di costruire e di gestire gli edifici), la mobilità (favorire quella ciclabile e il trasporto pubblico locale, in particolare su rotaia), il microclima urbano (gestire diversamente le aree verdi e l’acqua e rilanciare l’agricoltura urbana e periurbana) e le relazioni sociali (coniugare la sostenibilità dello sviluppo con la convivenza civile e l’accoglienza responsabile).

LE INIZIATIVE SPECIALI DI TERRA FUTURA La Borsa delle imprese responsabili-Green Business Meeting Seconda edizione dell’iniziativa che favorisce nuove opportunità di green&social business per tutti gli attori del sistema (pubblico, privato eticamente orientato e non profit) nell’ambito della sostenibilità e dell’economia responsabile. Per tutti i partecipanti concrete possibilità di relazioni e business, attraverso incontri one-to-one e workshop tecnici. Terra Futura per la scuola Servizi e strumenti informativi per orientare docenti e studenti tra le proposte didattiche e i progetti educativi presentati in manifestazione: un progetto - giunto alla terza edizione - pensato per coinvolgere e sensibilizzare educatori, insegnanti, formatori, giovani e giovanissimi attraverso laboratori, momenti di orientamento e formazione, workshop, mostre, animazioni e spettacoli. Premio architettura e sostenibilità Quinta edizione del premio annuale sull’architettura sostenibile, promosso da Terra Futura ed Ecoaction-Cultura & Progetti Sostenibili in collaborazione con importanti atenei italiani. Il concorso premia nella categoria “Studio, Ricerca e Innovazione” le tesi di laurea e di dottorato di ricerca e nella categoria “Tradizione e Sviluppo sociale” le buone pratiche di amministrazioni pubbliche. Terra Futura International Terra Futura International guida i visitatori nel panorama di progetti, reti, eventi, politiche, normative,... inerenti allo sviluppo sostenibile a livello internazionale. Un punto informativo in manifestazione accoglie le delegazioni italiane e straniere in visita, offrendo un servizio di orientamento e materiali in lingua e promuovendo gli eventi internazionali di riferimento sui temi della sostenibilità.

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Ancora una volta Terra Futura (www.terrafutura.it) vedrà un programma culturale fitto e articolato, fra seminari, dibattiti e convegni con esperti e testimoni provenienti dal mondo della politica, dell’economia e della ricerca scientifica, ma anche dal terzo settore, la cultura e lo spettacolo. E poi workshop e laboratori, perché i visitatori di ogni età possano sperimentare quante siano le scelte quotidiane possibili per cambiare le cose a partire da ciascuno. Nell’ampia e articolata rassegna espositiva, articolata in 13 sezioni tematiche, progetti ed esempi concreti per vivere tutti meglio oggi e costruire un futuro eco, equo e sostenibile: dalla tutela dell’ambiente alle energie alternative, dall’impegno per

la pace alla solidarietà sociale, dalla finanza etica al commercio equo, e ancora agricoltura biologia, edilizia e mobilità sostenibili, turismo responsabile, welfare, cittadinanza attiva e partecipazione… Un mondo che è anche nuova economia, con interessanti potenzialità di crescita e di occupazione. Terra Futura è un evento sostenibile grazie alle sue scelte e azioni responsabili: carta certificata FSC per i materiali di comunicazione, ristorazione equosolidale e biologica, stoviglie biodegradabili, raccolta differenziata, mezzi di trasporto sostenibili, azzeramento delle emissioni di CO2, ecc... Per questo Terra Futura ha ricevuto da Italia For Events (IFE) il Premio Greenmeeting come “evento green di eccellenza”.

LE 13 SEZIONI ESPOSITIVE DI TERRA FUTURA Abitare Naturale: edilizia sostenibile, prodotti e tecnologie costruttive a basso impatto ambientale. Azioni Globali&Welfare: intercultura, pace, diritti umani, volontariato, sussidiarietà, welfare partecipativo, campagne di sensibilizzazione, finanza etica e cooperazione internazionale. Bio Cibo&Cose: agricoltura biologica e biodinamica, prodotti ecologici e tessile naturale. Comunicare la Sostenibilità: media, editoria e comunicazione. Eco-Idea-Mobility: mobilità sostenibile. Equo Commercio: commercio equo e solidale. Itinerari Educativi per la Sostenibilità: educazione, orientamento, formazione e ricerca. NuovEnergie: energie rinnovabili, risparmio energetico ed ecoefficienza. Reti del buon governo: reti associative pubbliche e istituzioni. Salute+Benessere: prevenzione e medicine non convenzionali. Terra dei Piccoli: progetti, prodotti e servizi per bambini e genitori. Turismo Eco&Responsabile: viaggi e vacanze sostenibili. TutelAmbiente: tutela dell’ambiente e della biodiversità, riciclo e riuso.

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AMBIENTE E SALUTE

Presentato lo Studio promosso dal Ministero dell’Ambiente nell’ambito del SEARCH

“QUALITÀ DELL’ARIA NELLE SCUOLE, UN DOVERE DI TUTTI, UN DIRITTO DEI BAMBINI”

Più PM10 in aula che in strada

Come anticipato nel numero di aprile in occasione dell’articolo dedicato alla Conferenza Ministeriale “Ambiente e Salute” di Parma (cfr.: “Ridurre entro i prossimi 10 anni gli impatti dell’ambiente sulla salute”, Regioni&Ambiente, n. 4 aprile 2010, pag. 41), diamo resoconto dell’importante Studio “Qualità dell’aria nelle scuole, un dovere di tutti, un diritto dei bambini”, promosso dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, che si inserisce all’interno del Progetto europeo SEARCH (School Environment and Respiratory Health of Children”, coordinato dal REC-Ungheria (Regional Environmental Center for Central and Eastern Europe) e condotto nello stesso periodo stagionale tra il 2005 e il 2009 nelle scuole di 6 Paesi (oltre l’Italia, hanno partecipato Albania, Bosnia, Erzegovina, Serbia e Slovacchia).

Nel nostro Paese sono state coinvolte 13 scuole dell’obbligo in 6 Regioni (Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Lazio, Sicilia e Sardegna) per un totale di 939 alunni (tra gli 8 e gli 11 anni). Il dato eclatante che emerge è che i valori di PM10 nelle aule sono superiori a quelli che si registrano all’esterno, specie laddove la scuola è prossima ad un’area trafficata: caso frequentissimo, dal momento che l’80% delle scuole indagate sono localizzate in aree urbane e l’inquinamento esterno è legato prevalentemente a traffico autoveicolare. Le concentrazioni di polveri sottili più alte si sono registrate nelle aule della Scuola Media “Don Milani” di Venaria (TO), con livelli fino a 185µg/ mc, mentre i valori limite di legge sono di 50μg/mc (vedi grafico 1). Secondo il Rapporto, questa

Grafico 1

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situazione non è anomala poiché alle polveri che si generano all’interno delle aule si cumulano le polveri sottili provenienti dall’esterno. Anche le altre scuole monitorate hanno offerto lo stesso andamento di concentrazioni medie superiori a quelle registrate all’esterno, sottolineando come sia importante il contributo di una corretta pianificazione alla qualità dell’aria indoor nelle scuole che, alla fine, ne subiscono gli effetti. La fotografia scattata dalla Ricerca è quella di edifici scolastici piuttosto vecchi (il 50% circa è stato costruito prima del 1960): il più vetusto è quello di Ispra (Lombardia) che risale ai primi del ’900; mentre il più recente si trova a Roma, costruito negli anni ’90. Non va meglio per quanto attiene i Composti Organici Volatili (VOC), inquinanti la cui fonte è costituita perlopiù da pitture e vernici utlilizzate per le pareti o dalla formaldeide emanata dal legno trattato del mobilio. I cambiamenti nella temperatura, umidità e ventilazione possono far aumentare i livelli di emissione dei VOC, che indoor risultano nettamente superiori a quelli registrati outdoor. Sono in Sardegna i valori di forma aldeide più elevati in aula (72µg/mc contro i 13µg/mc dell’esterno) mentre i più

bassi si registrano nelle aule delle scuole emiliane (8μg/mc, contro 4μg/mc dell’esterno). Sulla base di studi compiuti dalla NASA, intesi a valutare l’azione delle piante d’appartamento in grado di rimuovere formaldeide, benzene e tricloroetilene in previsione di lunghi soggiorni di equipaggi umani in stazioni spaziali permanenti, nella Ricerca si propongono alcuni esempi di piante d’appartamento capaci di metabolizzare le sostanze dannose che contribuiscono a creare l’inquinamento indoor (vedi figura 1). Gli effetti sulla salute dei bambini (fisiologicamente più vulnerabili degli adulti perché il loro sistema immunitario è ancora immaturo e la concentrazione degli inquinanti è relativamente maggiore in un corpo di peso minore) che trascorrono molte ore in spazi piccoli ad alta densità abitativa, quali sono le aule scolastiche, sono l’aumento delle malattie allergiche e dell’asma. Dallo Studio è emerso che, in termini di salute respiratoria/ allergica, la condizione dei bambini monitorati è in linea con i dati dello Studio SIDRIA (Studi Italiani sui Disturbi Respiratori nell’Infanzia e nell’Ambiente) che ha stimato che il 20% dei ragazzi con meno di 15 anni ha sofferto o

Figura 1

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Grafico 2

soffre di rinite allergica e il 10% soffre di sintomi asmatici (vedi grafico 2). Ma il legame tra mondo scolastico e inquinamento atmosferico non si esaurisce con l’incremento delle patologie, dal momento che ricorrenti malattie respiratorie ed allergiche influenzano il diritto dei bambini ad andare a scuola, imparare e giocare con i propri compagni. “Le assenze scolastiche sono principalmente dovute a malattie delle prime vie respiratorie, asma e allergie - si legge nel Ricerca - I bambini asmatici e allergici (e le loro famiglie) sono i più vulnerabili: concentrazione e prestazioni scolastiche sono talora condizionate da disturbi del sonno e dagli effetti collaterali dei farmaci, i bambini asmatici sono spesso vittime di atti di bullismo e le cure mediche possono avere costi molto elevati. Se a scuola le crisi allergiche e asmatiche sono più frequenti, i genitori eviteranno il più possibile di mandare i figli a scuola. La mancanza di personale preparato e formato per affrontare crisi allergiche nelle scuole fa aumentare le paure dei genitori e l’isolamento dei bambini”. La corretta gestione della malattia allergica e dell’asma, significa stabilire un programma complesso e personalizzato che permetta di mettere in atto regole terapeutiche, comportamentali e ambientali per il controllo ottimale della malattia. Per ottenere questo tutte le persone-chiave del microcosmo del bambino, oltre a lui e alla sua famiglia, devono essere coinvolte in maniera attiva. È in questa ottica che il personale scolastico e i compagni di classe possono e devono contribuire attivamente a una gestione efficace di questa malattia. La corretta gestione delle problematiche allergiche, durante la vita scolastica, richiede non solo l’attuazione di norme ambientali, ma soprattutto conoscenze e comportamenti idonei da parte del personale scolastico e dei compagni da acquisire per consentire all’alunno asmatico e/o allergico, se sotto controllo, di condurre una vita scolastica normale. Sarebbe opportuno pertanto regolamentare in modo unitario i percorsi d’intervento e di formazione per garantire una sana qualità dell’aria e per la somministrazione dei farmaci in orario scolastico. A questo scopo sarebbe auspicabile che i responsabili alle politiche sanitarie ed educative, in accordo con i servizi socio-sanitari territoriali, individuino

le modalità, gli strumenti e le risorse affinché i regolamenti scolastici prevedano e permettano la somministrazione di farmaci in ambiente scolastico programmando iniziative e percorsi educativi mirati. Nello Studio non mancano, così, indicazioni per il personale che opera nelle scuole, per il gruppo classe, per i genitori; come vengono ultimante riassunte piccole azioni per un presente e un futuro più salubri nelle aule scolastiche (vedi Box). Nell’esperienza italiana, nonostante i dati nazionali non possano considerarsi allarmanti, le difficoltà incontrate nelle fasi progettuali hanno comunque evidenziato i punti di forza e di debolezza dei sistemi di gestione e prevenzione, inclusa la frammentazione e la chiarezza di ruoli delle autorità locali, affiancate da carenze strutturali e di risorse per l’edilizia scolastica. Il ruolo dei diversi settori (mobilità, energia, attività produttive, verde ed edilizia scolastica) e delle diverse Amministrazioni nazionali e locali coinvolte a vario titolo nella gestione di un ambiente sano a scuola, è fondamentale, ma deve, comunque, affiancarsi ad un processo di consapevolezza dei problemi e delle soluzioni disponibili, specie per chi è coinvolto in prima linea in quelle - apparentemente - piccole azioni quotidiane che, nel loro complesso, determinano la vitalità delle azioni di prevenzione a livello locale. Dall’esperienza è noto che quando ci si confronta con problematiche complesse, multifattoriali e prevalentemente locali la presenza di legislazione, pur se importante, non è il solo strumento disponibile per una efficace realizzazione degli obiettivi di prevenzione. Perché questi si realizzino o perché si possano concretizzare, anche i pratici consigli operativi suggeriti in questa breve pubblicazione (dalla scelta di arredi e materiali didattici, allíintegrazione del bambino asmatico nelle attività extracurriculari), oltre alla conoscenza dei rischi, dovrà essere costruita e coltivata anche la consapevolezza dell’importanza dei ruoli individuali (personale scolastico e docenti, familiari specie dei bambini allergici e asmatici, pediatri, operatori ambientali, associazioni di categoria), prevedere meccanismi e strumenti che facilitino scambi d’informazione e iniziative locali. “È un diritto dei bambini andare a scuola e avere protetta la propria salute: è un dovere di tutti occuparsene”.

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COSA FARE ORA Contro l’aria viziata - Arieggiare le aule e gli ambienti di ritrovo comuni (5-10 minuti più volte al giorno) per ridurre i livelli di CO2; - ventilare frequentemente i bagni, fornendo una ventilazione meccanica adeguata per evitare i residui la condensa e la crescita di muffe; - tenere le finestre aperte durante le operazioni di pulizia per evitare che le sostanze inquinanti presenti nei detergenti restino all’interno dell’aula. Per combattere la polvere - Pulire con panno bagnato le lavagne o possibilmente preferire lavagne metalliche o plastificate con i relativi pennarelli atossici alla classica lavagna con il gesso; - non accumulare sopra i mobili materiale scolastico, libri o quaderni; - pulire i locali della scuola (aule, corridoi, palestra ecc.) con panni adeguatamente risciacquati e puliti liberi da polvere e inquinanti; - porre particolare attenzione alla pulizia delle palestre, noto ricettacolo di polvere; - se possibile, utilizzare aspirapolveri dotati di filtri ad alta efficienza e di documentata efficacia e che impiegano vapore secco (> 100 °C); - plastificare i lavori fatti dagli studenti e i poster da appendere alle pareti per permettere la rimozione della polvere con panni umidi; - prediligere i giochi di legno o di plastica facilmente lavabili; - evitare giochi di peluche; - evitare tappeti; in alternativa utilizzare quelli di materiale plastico facilmente lavabile. Per abbattere gli inquinanti chimici - Considerare la possibilità di utilizzare piante ornamentali per ridurre la presenza di inquinanti chimici indoor; - evitare, quando possibile, che le disinfestazioni (di insetti, scarafaggi, acari) avvengano con tempistiche e modalità che non comportino possibili rischi per gli allergici. L’installazione di zanzariere è la scelta più salubre ed efficace da seguire; - pulire la scuola dopo l’orario scolastico e mai mentre i bambini sono ancora all’interno dell’edificio; - evitare l’utilizzo di sostanze tossiche e con odore intenso (candeggina, ammoniaca o altri prodotti). Per tenere lontani i pollini - Non eseguire lavori di giardinaggio (taglio dell’erba ecc.) durante le ore scolastiche; - eliminare piante fortemente allergizzanti come la parietaria negli spazi all’aperto dove i bambini giocano. Per non fare entrare in classe gli allergeni alimentari e animali - Appendere i cappotti all’esterno delle aule; - dopo aver consumato la merenda in classe durante l’orario di ricreazione pulire con un panno umido i banchi per rimuovere i residui alimentari; - svuotare i cestini contenenti rifiuti alimentari; - far lavare accuratamente a tutti i bambini le mani e la bocca; - evitare, se i bambini dormono a scuola, che mangino nei loro lettini (biberon, biscottini ecc.); - nel caso in cui nel giardino fossero presenti i pini fare particolare attenzione alla presenza della “processionaria” (Thaumetopoea pityocampa) e nel caso in cui fosse presente, comunicarne immediatamente alle autorità competenti la presenza così come previsto dal D.M. del 17/04/1998; - verificare attentamente che non ci siano nidi di vespe, api o calabroni nei luoghi all’aperto dove i bambini giocano (giostre, giardino); - sostituire il sacchetto nei cestini della spazzatura nel caso in cui siano stati gettati residui alimentari; - negli ambienti scolastici ove vi è la possibilità che i bambini dormano, ricoprire materassi e cuscini con fodere di tessuto antiacaro e lavare frequentemente lenzuola, copricuscini, coprimaterassi e coperte a temperatura superiore a 60 °C (pulire settimanalmente con un panno umido i coprimaterassi, i copricuscini e i copripiumini; lavare almeno una volta al mese le coperte); - predisporre armadietti dove mettere i grembiuli per i bambini, così si evitano di portare in classe allergeni dall’esterno.

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ENERGIE ALTERNATIVE E RINNOVABILI

In attesa (da sette anni) dell’emanazione delle Linee Guida nazionali

SOLARE FV: DA OPPORTUNITÀ PER TUTTI A BUSINESS PER POCHI?

Allarme per le autorizzazioni di numerosi impianti su suoli agricoli

La vasta eco che hanno avuto le recenti Sentenze della Corte Costituzionale con cui sono stati dichiarati illegittimi alcuni articoli delle Leggi sulla produzione di energia da fonti rinnovabili delle Regioni Calabria e Puglia, merita un approfondimento e, soprattutto, una adeguata riflessione. Sotto la “scure” dei giudici di Palazzo della Consulta sono caduti per ultimi (sentenza n. 124 del 1° aprile 2010) gli articoli 2 e 3 della Legge Regione Calabria, n. 42 del 29 dicembre 2008, recante “Misure in materia di energia da fonti energetiche rinnovabili” là dove: - erano previsti limiti alla produzione di energia da fonti rinnovabili sul territorio regionale (Art.2), perché, si “opererebbe in modo opposto rispetto alle norme internazionali e comunitarie le quali nell’incentivare lo sviluppo delle suddette fonti di energia, individuano soglie minime di produzione che ogni Stato si impegna a raggiungere entro un certo periodo di tempo”; - si proponeva una riserva del 20% a favore di azioni volte a garantire lo sviluppo del tessuto industriale regionale (Art.3) perché è stato ribadito “il principio secondo cui la Regione non può adottare provvedimenti che ostacolino in qualsiasi modo la libera circolazione delle persone e delle cose tra le Regioni”. I rilievi da parte da parte della Corte Costituzionale di alcuni articoli della Legge Regione Puglia n. 31 del 21 ottobre 2008 “Norme in materia di produzione di energia da fonti rinnovabili e per la riduzione di emissioni inquinanti e in materia ambientale” hanno avuto maggior risonanza mediatica (si è usato il termine “bocciatura”), indotta probabilmente dalla circostanza che è intervenuta alla vigilia della tornata elettorale regionale (la sentenza è stata depositata il 26 marzo 2010). In particolare, i Giudici costituzionali hanno annullato le parti della Legge regionale pugliese in cui: - si imponevano restrizioni agli impianti eolici e fotovoltaici, vietandone la realizzazione in zone agricole di pregio (oliveti e vigneti), nei siti della Rete Natura 2000 (SIC e ZPS), nelle aree protette nazionali e regionali, nelle oasi regionali e nelle zone umide tutelate a livello internazionale (Art. 2), perché non spetta “alle Regioni di provvedere autonomamente alla individuazione di aree non idonee alla installazione di impianti eolici e fotovoltaici, espressione della competenza statale di natura esclusiva in materia di tutela dell’ambiente”; - si dava la possibilità di presentare la DIA in luogo dell’Autorizzazione unica per una serie di impianti di fonte rinnovabile (fotovoltaico, eolico, idraulico, biomassa) fino alla soglia di 1 MW (superiore a quella prevista dalla normativa statale), perché “maggior capacità di generazione e caratteristiche dei siti di installazione per i quali si procede con la disciplina della DIA possono essere individuate

solo con Decreto del Ministero dello Sviluppo Economico di concerto con il Ministro dell’Ambiente e della Tutela del territorio e del Mare, d’intesa con la Conferenza unificata, senza che la Regione possa provvedervi autonomamente”. Nella convinzione che le Sentenze della Corte Costituzionale debbano essere rispettate, vogliamo sottolineare, a differenza di quanto omesso da molti commentatori di varie testate, che in quest’ultimo caso i Giudici hanno anche messo in evidenza che “va affermata, peraltro, la necessità, al fine del perseguimento dell’esigenza di contemperare la diffusione degli impianti di energie rinnovabili con la conservazione delle aree di pregio ambientali che lo Stato assuma l’iniziativa di attivare la procedura di cooperazione prevista per l’elaborazione delle linee guida”. Il riferimento della Consulta attiene alle Linee Guida per l’Autorizzazione Unica, che dovrebbero scaturire dalla Conferenza Stato-Regioni ed indicare le modalità procedimentali e i criteri tecnici da applicarsi alle procedure per la costruzione e l’esercizio degli impianti alimentati da fonti rinnovabili, con riferimento anche ai criteri di localizzazione. Ebbene, dobbiamo rimarcare che tali Linee Guida mancano da quasi 7 anni, essendo già state previste dal D. Lgs. 387/2003, che aveva recepito la Direttiva 2001/77/CE. In verità, esiste da tempo una bozza, ma non è stata ancora approvata dalla Conferenza unificata, anche se il Governo ha fatto sapere, attraverso il Sottosegretario allo Sviluppo economico Stefano Saglia, che le Linee Guida saranno definite entro il mese di maggio, insieme al nuovo Conto Energia. È opportuno ricordare, anche, che a due mesi dalla data (30 giugno 2010) di presentazione alla Commissione UE del Piano nazionale per le energie rinnovabili, come previsto dalla Direttiva 2009/28/CE, relativa alla “Promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili”, l’Italia non ha ancora elaborato il cosiddetto burden sharing regionale, ossia la ripartizione delle quote a livello regionale per raggiungere l’obiettivo vincolante per il nostro Paese del 17% di energia primaria, prodotta da rinnovabili entro il 2010, già previsto dall’Art. 8 bis della Legge di conversione del D. L. 208/2008. Tale ripartizione dovrebbe tener conto: - dei potenziali regionali; - dell’attuale livello di produzione; - dell’introduzione degli obiettivi intermedi al 2012, 2014, 2016 e 2018; - delle modalità di esercizio del potere sostitutivo del Governo nei casi di inadempienza delle Regioni. Peraltro, il D. Lgs. n. 115/2008 di attuazione della Direttiva 2006/32/CE sull’Efficienza energetica prevedeva che con le stesse modalità delle rinnovabili, fosse stabilita la ripartizione fra le Regioni degli obiettivi minimi di risparmio energetico.

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Di fronte a tali deficienze, le Regioni, come è accaduto anche per altri settori (vedi Certificazione Energetica degli Edifici), hanno proceduto in ordine sparso con proprie leggi, salvo poi che il Governo forse è meglio dire i Governi, inadempiente, ha impugnato le norme regionali per ottenerne l’annullamento. In assenza di un modello generale nazionale e unitario, sono sorte nelle varie Regioni normative diversificate, quando si è intervenuti con Leggi che hanno dettato norme specifiche, ma la situazione non è migliore nelle Regioni in cui si sono delegate le Province a rilasciare l’Autorizzazione Unica, poiché in qualche caso le procedure si differenziano tra le Province all’interno di una stessa Regione. Anche l’Autorità garante della concorrenza e del mercato è interventua di recente con una Segnalazione, lamentando aspetti problematici derivanti dal procedimento per l’Autorizzazione unica alla costruzione ed esercizio degli impianti di energia elettrica da fonti rinnovabili che l’emanazione delle Linee Guida, secondo la bozza predisposta, potranno contribuire a risolvere. Se si comprende la soddisfazione delle Associazioni degli Imprenditori delle Rinnovabili all’indomani delle Sentenze emesse dalla Corte Costituzionale, perché la parcellizzazione degli ordinamenti ha creato loro difficoltà ad operare e gestire gli investimenti, dall’altro è del tutto condivisibile l’atteggiamento di quegli Amministratori che tentano di arginare le richieste esorbitanti di connessione che solo in Puglia sono più che doppie rispetto all’obiettivo di 1.200 MW previsto per il 2010. Né si può dire che la Regione Puglia sia contraria alle rinnovabili, visto che il trend di produzione di questi ultimi anni è risultato il migliore a livello regionale. Inoltre, spetta agli Amministratori locali il compito di salvaguardare il territorio dall’assalto di quegli imprenditori, soprattutto stranieri, e developer, che allettati dagli incentivi italiani alle rinnovabili che sono i più lauti d’Europa, sono poco sensibili alle identità territoriali. Questa situazione è più diffusa, soprattutto nel solare fotovoltaico, di certo la tecnologia che offre le maggiori opportunità di espansione in Italia, ma che rischia di divenire contraddittoria rispetto alle sue originarie finalità. Produrre energia elettrica con l’uso di pannelli fotovoltaici è una pratica che deve essere guardata con grande favore perché si contribuisce all’uso di una risorsa inesauribile (il sole) riducendo, al contempo, le emissioni di gas serra in atmosfera. Se, però, tali impianti, anziché essere collocati sui tetti vengono posti a terra, allora occorre valutare attentamente le conseguenze di queste autorizzazioni. Già si dovrebbe attentamente verificare, prima di procedere alla costruzione di parchi fotovoltaici, che non siano recuperabili a zone umide o a verde terreni residenziali e compromessi (cave e discariche), figuriamoci come ci si dovrebbe allarmare quando le richieste si riferiscono all’utilizzo di terreni agricoli e fertili. Ad Aprilia, in provincia di Latina, per esempio, l’11 marzo è stato inaugurato un parco solare fotovoltaico di 15.444 moduli per una superficie totale captante pari a circa 22.700 m2, realizzato dall’azienda norvegese Statkraft, leader europeo delle rinnovabili. Purtroppo, si sta assistendo ad una proliferazione di tali

impianti su terreni i cui proprietari non sanno resistere alle tentazioni di grosse ditte che lasciano balenare ingenti introiti derivanti dall’utilizzo dei terreni per tali tecnologie, a fronte delle scarse redditività delle produzioni agricole o dell’affitto delle aree in questione. A volte, sono gli stessi proprietari a proporsi. Basta navigare su internet per osservare un annuncio del tipo “Aprilia, affitto terreno agricolo completamente recintato, pianeggiante, adatto per installare pannelli fotovoltaici o serre” (fonte: www.dir-autoemoto.com), accompagnato da foto in cui si scorge che ai bordi dell’appezzamento in questione fa bella mostra di sé un grande traliccio di alta tensione, per rendere più appetibile l’opportunità, attraverso una facile connessione di rete). In altri casi, sono gli Enti stessi a proporre le soluzioni per impianti fotovoltaici su terreni. Il 17 maggio presso la residenza municipale del Comune di Modena verrà aggiudicata, all’offerta più vantaggiosa tra quelle pervenute, la concessione di aree di proprietà comunale per realizzare una rete di impianti fotovoltaici a terra siti in località Marzaglia, per produrre energia elettrica da immettere nella rete nazionale. Poco importa se tale bando rientri tra quelli che, secondo la bozza delle Linee Guida, dovrebbero essere vietati “Ai sensi dell’ordinamento nazionale e comunitario, non possono essere indette procedure pubblicistiche di natura concessoria aventi ad oggetto l’attività di produzione elettrica, che è attività economica non riservata agli Enti pubblici e non soggetta a regime di privativa” (punto 1.3), colpisce, tuttavia, che nel bando venga messo in risalto che l’intervento, articolato su tre lotti per una superficie complessiva di oltre 27 mila m2 e per una potenza totale nominale di 993,6 kWp, insiste su un’area dove “non è prescritta come obbligatoria la formazione del PUA, pertanto la realizzazione del campo fotovoltaico - consistendo in una struttura esclusivamente impiantistica, che non prevede nuova edificazione, se non per le cabine di trasformazione di energia elettrica prodotta - può avvenire per intervento diretto qualora l’impianto abbia potenza inferiore a 1 MWp”. Sembra essere più un pacchetto preconfezionato per “batter cassa”, piuttosto che azione volta alla sostenibilità, come dalle premesse deliberative che richiamano PER, PEC e “Patto dei Sindaci”. Il territorio italiano, infatti, non ha niente di simile a quello dello Stato del Nevada o di uno del Nord-Africa. Abbiamo suoli ricchi di biodiversità e che, purtroppo, abbiamo già notevolmente compromesso negli ultimi 50 anni, occupandolo con seconde o terze case o con infrastrutture che hanno ridotto la superficie agricola utilizzabile (SAU) di circa il 30%, tanto che ormai le Associazioni agricole sono costrette a lanciare continui allarmi sulla necessità di conservare quel che è rimasto, se si vuole mantenere la qualità delle produzioni e la sicurezza alimentare. Gli impianti fotovoltaici a terra, pur non prefigurandosi come una copertura di impermeabilizzazione totale del suolo, riducono fortemente l’attività fotosintetica delle piante ed impoveriscono progressivamente il carbonio del suolo (carbon sink), che viene, viceversa, rilasciato. Né le piogge sono in grado di offrire al suolo sottostante un’adeguata imbibizione, con la sua progressiva desertificazione o erosione per il formarsi di rivoli di scorrimento

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delle acque piovane in occasione di fenomeni meteorologici estremi, sempre più frequenti, salvo recuperare le precipitazioni per utilizzarle a scopi irrigui, ma in tal caso ci sarebbe un consumo dell’energia prodotta. L’esperienza ha dimostrato che, una volta esaurito l’impianto, il suolo non è più facilmente restituibile all’agricoltura e alla natura. In Italia, secondo il Rapporto della Commissione nazionale per l’energia solare, sono disponibili tanti chilometri quadrati di superficie edificata dove installare in maniera sensata il fotovoltaico (attività artigianali, industriali, commerciali), aree dismesse che potrebbero essere bonificate con la contestuale rimozione delle coperture di eternit in avanzato stato di degrado, usufruendo così di un ulteriore incentivo. Gli Amministratori territoriali dovrebbero adoperarsi per raggiungere accordi e protocolli per agevolazioni fiscali, affinché i proprietari degli immobili non si oppongano ad una simile evenienza, pensando di potervi trarre maggiori guadagni con una futura bonifica e ricostruzione residenziale. Purtroppo, in Italia, unico caso in Europa, la proprietà fondiaria è stata sempre salvaguardata a favore di speculazioni edilizie; non vorremmo che, anche nel caso delle rinnovabili, il suolo venisse intravisto come semplice “supporto” per produrre reddito. “Oggi solo lo 0,25% della superficie dei tetti italiani è coperta da pannelli fotovoltaici e 1/3 dei pannelli solari è installato sui tetti, i restanti 2/3 in altri punti, per lo più su campi e prati - ha dichiarato a Eco dalle Città Alex Sorokin, Direttore di InterEnergy, Società di ingegneria e consulenze tecniche operanti nello sviluppo sostenibile nel campo energetico attualmente, se il 10% dei tetti fosse coperto da pannelli solari, si potrebbe produrre il 7% dell’energia elettrica di cui l’Italia ha bisogno”. C’è pure un altro aspetto che deve essere messo in evidenza. Le incentivazioni alle FER che costano agli italiani 7 miliardi di euro, prelevati dalla bolletta elettrica (Cip 6), nell’intenzione originaria avrebbero dovuto dar luogo ad una produzione di energia diffusa e distribuita tramite piccoli/medi impianti

a favore di singole famiglie e piccole industrie che, viceversa ne vengono precluse, nel momento in cui parchi e impianti di ampie dimensioni assorbono la più parte del Conto energia, trasformando così, quella che dovrebbe essere un’opportunità per tutti, nel solito business per pochi. A parte un maggior numero di addetti ai lavori rispetto agli impianti a terra, gli impianti installati sull’involucro esterno di edifici di piccola e media taglia, hanno una serie di vantaggi quali: - generazione di energia elettrica nei luoghi di consumo; - riduzione delle perdite di distribuzione; - promozione della consapevolezza di dover ridurre i consumi energetici; - scarse possibilità di furti. Negli stessi giorni dei pronunciamenti della Corte Costituzionale, veniva diffuso il tradizionale Dossier “Comuni Rinnovabili 2010” di Legambiente, realizzato con il GSE e Sorgenia, dal quale si evince che sono ben 6.801 i Comuni italiani che hanno optato per il solare, con il fotovoltaico di gran lunga preponderante sul solare termico (cfr: l’articolo “Comuni rinnovabili 2010 a pag. 26 e segg. di questo stesso numero), nonostante questo abbia potenzialità, costi e benefici superiori al fotovoltaico, come confermato anche dalla recente pubblicazione dell’ENEA “Gli usi termici delle fonti rinnovabili”. Tra i Comuni con la più alta diffusione di pannelli solari abbiamo osservato che si colloca al 21° posto della classifica, con un rapporto kW/ab di 540,57 kW, il Comune di Camerata Picena (1.700 abitanti) in provincia di Ancona, il cui territorio conosciamo perché dista poco più di 5 Km dalla Redazione di Regioni&Ambiente ed avendo ospitato di recente, nell’inserto Ambiente Marche News del mese di dicembre, un articolo (vedi pagg. 18-19) sull’inaugurazione di un impianto fotovoltaico il 17 novembre 2009 che si estende su una fascia di territorio di 1,7 ha, per una potenza di picco di 1 MW prodotta dai circa 2.000 pannelli (250 dei quali sono stati rubati, come riportato dai giornali locali, due settimane dopo l’inaugurazione), che costituisce quasi per intero l’ammontare della produzione “rinnovabile” per abitante.

Camerata Picena (Ancona). Impianto solare di Terni Energia

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Con l’entrata in funzione dell’altro impianto fotovoltaico che abbraccia “un’intera collina” e “visibile ad occhio nudo dal centro del paese” con una superficie interessata di 1,5 ha su cui insistono 4.000 pannelli, Camerata Picena, probabilmente, il prossimo anno si collocherà tra i primi 10 Comuni “rinnovabili” d’Italia. Se poi si dovesse realizzare l’ulteriore impianto, “le cui caratteristiche sono ancora da verificare”, raggiungerà almeno la 5a posizione. Quantunque nel Dossier di Legambiente si riconosca che “in cima alla classifica della diffusione del fotovoltaico troviamo Comuni con esperienza di grandi impianti [mentre] sono proprio gli impianti sui tetti e integrati negli edifici quelli da spingere con maggior forza perché avvicinano domanda e produzione di energia elettrica nella direzione di una efficiente generazione percentuale distribuita”, resta il fatto che tali Comuni possono fregiarsi di una “prestigiosa” graduatoria tra quelli “rinnovabili”, mentre a nostro parere tali esempi dovrebbero essere limitati sulla base dei PEAR o PIER Regionali che privilegiano gli impianti di piccola taglia per produrre energia diffusa e distribuita, e non imitati, perché worst, non già best practices. Il fatto che gli impianti delle rinnovabili siano stati inseriti tra le opere e le infrastrutture strategiche urgenti, non vuol dire che debbano essere considerati dei moloch a cui sacrificare territori e altre attività: “Il gioco non vale la candela, se si mettono in concorrenza le rinnovabili con l’agricoltura - ha dichiarato Ottaviano Diana, Segretario Coldiretti della zona del Cuneese dove è in corso una dura polemica tra Associazioni ambientaliste (Pro Natura, Legambiente, Cuneo Birding, Solare Collettivo) e alcune Amministrazioni locali che hanno

concesso la possibilità di installare impianti fotovoltaici a terra, a differenza di altre che hanno adottato regolamenti per impedirne la realizzazione (ndr: per verificare la posizione di Coldiretti in merito alla diffusione dei pannelli fotovoltaici sui campi, si veda l’articolo “La priorità della tutela del territorio agricolo (anche) nello sviluppo delle energie rinnovabili”, a pag. 43 e segg. di questo stesso numero). C’è poi da osservare che la rete elettrica italiana non è in grado attualmente “di integrare completamente queste fonti”, come ha riconosciuto Richard Paul Ingmar Wilhem, Responsabile dell’Area Sviluppo Italia - Divisione energie rinnovabili di Enel, nel corso del Forum “Ambiente & Sicurezza”, svoltosi a Roma il 5 marzo 2010. In altre parole, si rischia di costruire più impianti di quanti la rete sia in grado attualmente di connettere. Se poi si aggiunge che la Legge di Conversione del cosiddetto “Decreto salva Alcoa”, all’Art. 2 - sexies ha introdotto un’estensione temporale per l’accesso alle tariffe previste dal meccanismo del Conto energia per il fotovoltaico “a tutti i soggetti… che abbiano concluso, entro il 31 dicembre 2010, l’installazione dell’impianto ed abbiamo individuato la richiesta di conversione entro l’ultima data utile [sarà il Gestore per i Servizi Energetici, in collaborazione con l’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas, a chiarire i dubbi su tale data, sulla base del Testo Integrato Connessioni Attive] per realizzare la connessione entro il 31 dicembre 2010”, non è difficile prevedere un “assalto alla diligenza” per arraffare quante più tariffe 2010 possibili, visto che nella bozza del Conto Energia per il 2011, presentata dal Ministero dello Sviluppo Economico nello scorso febbraio, è previsto un taglio del 20-25%.

Sanlúcar la Mayor (Siviglia). La torre della centrale solare Solúcar PS10 della spagnola Abengoa si innalza fino a 115 metri al centro di un campo di eliostati (specchi che seguono il movimento del sole). In prossimità della cima, un ricevitore concentra la luce solare, riscaldando vapore saturo a 257 °C, che aziona una turbina generatrice di energia elettrica. La luce riflessa del sole è così intensa che il vapore acqueo e il pulviscolo emanano bianchi bagliori.

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Presentato da Althesys il 1° Rapporto annuale IREX

L’ITALIA TRA I PAESI EUROPEI A MAGGIOR CRESCITA DI FER Anche grazie agli incentivi più generosi del mondo Lo scorso 14 aprile a Milano, nell’ambito del Convegno “Economia Rinnovabile”, è stato presentato il primo Rapporto Annuale IREX (Italian Renewables Index), l’indice di borsa che monitora l’andamento dell’industria italiana delle energie rinnovabili, messo a punto da Althesys, la Società di Consulenza milanese guidata da Alessandro Marangoni, Docente all’Università “Bocconi”. Il Rapporto, dal titolo “L’industria italiana delle rinnovabili, tra convenienza aziendale e politiche di sistema”, ha evidenziato che l’Italia è uno dei Paesi europei con la maggior crescita delle FER (Fonti di Energia Rinnovabile) con ben 389 operazioni (investimenti in nuovi impianti e attività di finanza straordinaria), rilevate nel biennio 2008-2009: in impianti sono stimati 6,5 miliardi di euro, pari a 4.127 MW, di cui poco meno della metà delle operazioni mappate sono interne. “Nel 2009 in Europa gli investimenti in energia pulita hanno superato quelli nelle fonti tradizionali, raggiungendo il 61% del totale - ha spigato Marango-

ni - Il nostro Paese mostra una crescita molto significativa, ma anche una realtà articolata, sia per taglia che per caratteristiche dei player”. L’analisi costi-benefici condotta da Althesys su scenari alternativi di sviluppo delle FER al 2020 mostra un beneficio netto per l’Italia compreso tra 23,6 e 27 miliardi di euro. A fronte della spesa per gli incentivi, volti a coprire i costi di generazione differenziali e a stimolare gli investimenti privati, vi sono benefici sia economici, sia ambientali, come pure di politica energetica. La crescita delle rinnovabili genera occupazione e indotto, spiega il Rapporto, con felici ricadute sul PIL. Inoltre, il minor impiego di combustibili porta, non solo a una diminuzione delle emissioni, ma anche del fuel risk. Se il comparto è ancora frammentato, tenderà poi a razionalizzarsi. “La frammentazione e la numerosità di operatori, anche piccoli, sono elementi che caratterizzano la prima fase di forte sviluppo delle rinnovabili – ha sottolineato Marangoni - Questa fase, che il nostro Paese sta attraversando,

Figura 1

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è favorita da attese di alti ritorni dagli investimenti e da barriere all’ingresso più basse di quelle presenti nei mercati energetici tradizionali”. “È tuttavia prevedibile che alla fase di crescita, rapida e per certi versi disordinata - ha concluso il CEO di Althesys - segua un processo di progressivo consolidamento con l’uscita o l’assorbimento degli operatori minori o pi�� fragili”. Secondo il Rapporto, le caratteristiche tecnologiche ed economiche delle FER favoriscono la presenza di figure poco o nulla presenti nel comparto elettrico tradizionale, come quelle dei developer (soggetti che si dedicano all’individuazione, promozione e sviluppo di nuovi siti e progetti, sia sotto il profilo tecnico che autorizzativi), degli installatori e degli impiantisti, aventi spesso dimensione locale o al massimo regionale. Nel settore si affacciano anche alcuni trader di elettricità che si integrano a monte investendo in generazione con impianti FER. Il loro ingresso, da un lato è favorito dalla conoscenza del mercato elettrico e dei suoi meccani-


smi, dall’altro dalle soglie di investimento più basse di quelle degli impianti tradizionali. Inoltre, alcuni trader puntano su strategie di green marketing e sono attivi anche sui mercati dei certificati. La percezione di dinamicità del settore è data anche dalla numerosità di operazioni, ma la taglia media non è elevata. I grandi player elettrici detengono una quota di mercato importante, ma inferiore a quella posseduta nelle energie tradizionali. I diversi player differiscono per dimensioni, modelli strategici, portafoglio delle fonti, storia aziendale, capacità tecnologica e solidità finanziaria. Una prima distinzione è tra le aziende focalizzate sulle rinnovabili, spesso newcomer nel settore elettrico, e le imprese storiche per le quali le FER costituiscono solo una parte, talvolta non grande, del proprio mix energetico. A proposito di operatori, “Italia, stiamo arrivando” è il messaggio lanciato da Alfred Fei, manager cinese di Sky Solar, il quale ha ricordato che la Cina, pur essendo storica “regina” del carbone, ha da poco battuto il record mondiale di pannelli fotovoltaici sul proprio territorio. “Dal 2005 al 2008 nel mio Paese sono stati installati 10 milioni di megawatt”, ha detto FEI, annunciando imminenti progetti italiani. I player cinesi sono sedotti anche dagli incentivi che Roma offre con il Conto energia: “Gli incentivi erogati dallo

Stato italiano alle energie green sono i più generosi al mondo”, ha sottolineato Luciano Barra del Ministero dello Sviluppo economico. “Il sistema dei contributi fiscali va reso però più efficace ed efficiente”, ha osservato, d’accordo con Barra, Alessio Borriello dell’Autorità per l’energia. Lo studio ha analizzato anche l’andamento in Borsa delle aziende dell’energia verde, scoprendo che le rinnovabili sono più stabili del petrolio. L’indice IREX, che traccia l’andamento delle società “pure renewable” quotate alla Borsa Italiana, evidenzia, infatti, performance superiori al mercato in generale e, nonostante la limitata capitalizzazione, una maggior stabilità rispetto al segmento oil&gas. “Gli operatori che vanno in Borsa mettano in preventivo in questa fase la volatilità dei titoli”, ha ammonito Corrado Santini del Fondo d’investimento per infrastrutture F2i, ricordando che il suo fondo ha già erogato 130 milioni di euro (su un totale di 2 miliardi a disposizione) a favore di due progetti legati alle energie rinnovabili. L’industria italiana delle rinnovabili sta divenendo un settore di primo piano per l’economia italiana. In termini di occupati e investimenti, si legge nel Rapporto, ha ormai assunto le dimensioni di altri comparti importanti per la nostra economia, occupando circa 85.000 addetti nel 2009 rispetto ai 65.000 del settore esplorazione e produzione di gas e petrolio. Nel periodo

Figura 2

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2008-2009 ha realizzato investimenti per 6,5 miliardi di euro rispetto ai circa 5,4 miliardi previsti (ma non realizzati) nell’ultimo decennio per l’esplorazione e produzione di fonti fossili. Anche in confronto ad altre industrie italiane, le rinnovabili occupano un posto rilevante, impiegando più addetti della siderurgia primaria (circa 40.000) e avvicinandosi all’industria chimica (circa 130.000 occupati). Il peso raggiunto dal comparto richiede strategie ad hoc, che entrino a pieno titolo a far parte delle politiche economiche nazionali e che vadano oltre le semplici, seppur fondamentali, misure di incentivazione. Focalizzare l’attenzione solo sugli incentivi o sugli obiettivi ambientali internazionali rischia di essere riduttivo, essendo necessaria una visione di più ampio respiro, articolata su una pluralità di aspetti. Una politica industriale per le FER, da realizzare attraverso azioni chiare e coordinate fra tutti i livelli, dovrebbe considerare i seguenti elementi chiave: - i processi autorizzativi e la pianificazione territoriale; - i sistemi di incentivazione; - le infrastrutture di rete; - le misure per favorire il consolidamento delle imprese; - la promozione e il coordinamento della ricerca e sviluppo.


QUALITÀ E AMBIENTE

Presentato il Rapporto di Legambiente sulla diffusione delle fonti rinnovabili in Italia

COMUNI RINNOVABILI 2010

Sole, vento, acqua, geotermia, biomasse. Numeri ed esperienze dei Comuni italiani che hanno scelto l’energia pulita di Silvia Barchiesi

È una fotografia di un’Italia in “movimento energetico”, quella scattata da Legambiente in “Comuni Rinnovabili 2010”, la Va edizione del Rapporto sulla diffusione delle fonti rinnovabili in Italia. Il Rapporto descrive, infatti, un’Italia in piena rivoluzione energetica con migliaia di impianti installati nell’arco degli ultimi anni e migliaia di progetti in via di installazione o in fase di approvazione. Eppure, nonostante lo scenario energetico italiano sia in movimento, la foto che ritrae la crescita delle rinnovabili nel Bel Paese non è affatto sfocata. I suoi contorni sono, invece, nitidi e ben delineati grazie ai dati e ai numeri riportati nel Dossier, frutto di un lavoro di raccolta e analisi di informazioni attraverso questionari compilati dai Comuni e poi elaborati tramite il confronto con gli studi del GSE, i Rapporti di ENEA, Itabia, Fiper, e ANEV e con le informazioni fornite da Regione, Province e Aziende. A raccontare il recente salto del nostro Paese verso la diffusione delle rinnovabili sono proprio i numeri: sono attualmente 6.993 i Comuni italiani dove è installato almeno un impianto; erano 5.580 lo scorso anno; 3.190 nel 2008. “Nel 2009 – dichiara Vittorio Cogliati Dezza, Presidente nazionale di Legamente – la crescita delle fonti rinnovabili è stata fortissima, con un più 13% di produzione, e dimostra quanto oggi queste tecnologie siano affidabili e competitive”. Insomma, circa l’86% dei Comuni italiani trae energia da fonti pulite: sole, acqua, vento, terra o biomasse. In particolare, in Italia sono 6.801 i Comuni del solare (83,9% del totale), 297 i Comuni dell’eolico di cui ben 192 completamente autonomi dal punto di vista elettrico, dal momento che producono più energia di quanta ne consumano, 799 i Comuni del mini-idroeletttrico per 715 MW istallati, 181 quelli della geotermia, in grado di fornire energia a quasi più di due milioni e mezzo di famiglie e 788 quelli delle biomasse. Sono 825 in totale i Comuni che grazie ad una sola fonte rinnovabile (eolica, mini-idroelettrica, fotovoltaica, da biomasse o geotermica) producono più energia di quanta ne cosumino; 24 sono quelli che grazie ad impianti di teleriscaldamento collegati a impianti biomassa o da geotermia superano il proprio fabbisogno. Ma il migliore esempio di innovazione energetica è rappresentato proprio da quei Comuni autonomi sotto il profilo sia elettrico che termico grazie ad un intelligente mix di fonti rinnovabili. Si tratta dei “Comuni 100% rinnovabili”. In Italia se ne contano 15. Il più virtuoso è, secondo Legambiente, Sluderno, il piccolo Comune della Provincia di Bolzano con poco più di 1.800 abitanti, in grado di contare su di un intelligente, quanto

lungimirante mix di impianti diversi diffusi nel territorio: 960 mq di pannelli solari termici e 512 kW di pannelli solari fotovoltaici diffusi sui tetti di case e aziende, più 4 micro impianti idroelettrici con una potenza complessiva di 232 kW, un impianto eolico da 1,2 MW (megawatt), realizzato in “comproprietà” con 3 Comuni vicini, impianti di biomasse locali e biogas per scaldare le case con una potenza complessiva di 6.200 kW termici, allacciati a 23 km di rete di teleriscaldamento. Il risultato del mix? Oltre 13 milioni di kWh annua di energia termica per soddisfare il fabbisogno di oltre 500 utenze, sia del Comune di Sluderno che del vicino Comune di Glorenza. A seguire Sluderno nella classifica del “virtuosismo rinnovabile” anche altri Comuni altoatesini, come Dobbiaco (BZ), Prato allo Stelvio (BZ), Vitipeno (BZ), Brunico (BZ) e altri della regione alpina come Morgex (AO), Pollein (AO), Lasa (BZ), Glorenza (BZ), Cavalese (TN), Fondo (TN), Racines (BZ), Monguelfo (BZ), Prè-Saint-Dider (AO) e Stelvio (BZ). Al di là di numeri e classifiche, il Rapporto “Comuni Rinnovabili 2010” riporta storie, racconta esperienze e offre modelli. Si tratta di Comuni che attraverso investimenti lungimiranti nelle fonti rinnovabili, hanno ottenuto risultati che vanno ben oltre la risposta agli obiettivi energetici e ambientali e che per questo sono stati premiati da Legamenbiente. Meritevole di citazione è il Comune di Tocco da Casauria (PE), il cui mix energetico vanta ben quattro pale eoliche che complessivamente (con 3,2 MW) permettono di produrre più energia elettrica di quella necessaria alle famiglie residenti, 24 kW di pannelli fotovoltaici e grandi impianti idroelettrici. Le royalties provenienti dell’eolico hanno permesso al Comune di acquistare lo storico Castello e progettarne la ristrutturazione. Altro Comune modello citato nel Rapporto è Maiolati Spontini (AN), che grazie ad un mix energetico fatto di pannelli solari fotovoltaici (135 kW), di un impianto mini idroelettrico (400 kW) e soprattutto di un impianto a biogas da discarica entra di diritto nella categoria “100% elettrici”. Oltre ai Comuni, Legambiente premia anche le Province rinnovabili. Ad aggiudicarsi il premio è la Provincia di Grosseto per gli importanti investimenti nelle rinnovabili e nelle nuove tecnologie che hanno portato ad affiancare ai “vecchi” impianti geotermici (180 MW) presenti a Monterotondo Marittimo, Pontieri e Santa Fiora, un impianto eolico da 20 MW nel Comune di Scansano e 70 kW di mini eolico a Grosseto; impianti a biomassa, che producono circa 117 mila MWh/ anno di energia elettrica; piccoli impianti idroelettrici nei Comuni di Grosseto e Castell’Azzara; impianti fotovoltaici

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diffusi e presenti in 27 dei 28 Comuni della Provincia. Tra le Province virtuose figura anche quella di Bolzano per la sua recente diffusione di instalazioni fotovoltaiche, eoliche, da biogas e geotermiche. L’elevano numero di Comuni altoatesini “100% rinnovabili” che abbiamo già citato ne è, infatti, una prova. Dalle Province, l’analisi di Legambiente, si allarga in questa edizione 2010 del Rapporto anche ai territori. Tra i “territori rinnovabili” merita particolare attenzione quello all’intero dell’Appennino Bolognese che copre 26 Comuni su cui insistono 144.000 abitanti e che vanta 716 mq di pannelli solari termici, 2.682 kW di fotovoltaico, 3 parchi eolici, (Castel del Rio, Monterenzio e San Bendetto Val di Sambro), 2.822 kW da impianti di mini idroelettrici e 748 kW di biogas nei Comuni di Gaggio Montano e Castel d’Aiano. Sempre qui, inoltre, nel Comune di Lizzano in Belvedere un impianto di teleriscaldamento a biomasse da 3MWt e una rete di teleriscaldamento da 20 km riescono a soddisfare il fabbisogno energetico termico di quasi il 40% delle famiglie residenti. Ma al di là dei mix rinnovabili sperimentati da pochi lungi-

miranti Comuni, Province e territori, Legambiente ha passato in rassegna ogni singola fonte pulita e la sua diffusione sul territorio italiano. Ecco allora che dal Rapporto, oltre che la fotografia di un incremento energetico sempre più rinnovabile, emerge anche la mappa dei Comuni “green”, che hanno scelto di investire nell’energia pulita. Per quanto riguarda il solare fotovoltaico, sono 6.311 i Comuni italiani in cui sono installati pannelli fotovoltaici, per una potenza complessiva di 754,8 MW al 31 dicembre 2009 e un incremento di 1.286 Comuni e 414,7 MW di potenza in più rispetto allo scorso anno. Il Comune con la più alta diffusione di pannelli fotovoltaici è Craco, un piccolo Comune di 796 abitanti in Provincia di Matera, dove si raggiunge una media di 542 kW ogni 1000 abitanti e una produzione elettrica che supera di gran lunga i fabbisogni delle famiglie. In ben 16 Comuni italiani l’energia da fotovoltaico riesce a soddisfare i fabbisogni delle famiglie residenti. Molto spesso si tratta di piccoli Comuni: quelli con la maggior diffusione di


impianti fotovoltaici in relazione al numero di abitanti sono, infatti, per il 64% Comuni con meno di 5.000 abitanti. Anche per quanto riguarda il solare termico, i protagonisti sono i piccoli Comuni: dei 4.064 Comuni italiani in cui sono installati pannelli solari per la produzione di acqua calda, 2.505 hanno meno di 5.000 abitanti. Come il solare fotovoltaico, anche il solare termico è in crescita: + 28% rispetto allo scorso anno. In vetta alla classifica di diffusione per abitante (e non assoluta) brilla il Comune di Fiè allo Sciliar (in Provincia di Bolzano) con una media di 1.152 mq/1.000 abitanti e un totale di 3.500 mq di panelli solari termici installati. Crescono, stando al Rapporto, anche i Comuni che scelgono di investire nell’energia del vento: il 2009 ha registrato oltre 1.287 MW di nuove installazioni e un incremento del 25% rispetto all’anno precedente. Sull’eolico, che richiede particolari condizioni ambientali per l’installazione degli impianti, Legambiente rinuncia alla classifica, sottolineando, tuttavia, come i Comuni con il più alto numero di MW installati siano tutti pugliesi: Troia (FG) con i suoi 171,9 MW è quello con la maggiore potenza installata, seguito da Minervino Murge (BT) con 116,4 MW e Sant’Agata di Puglia (FG) con 97,2 MW. Dal sole, al vento, all’acqua. Legambiente passa in rassegna anche l’idroelettrico, anzi per la precisione il mini-idroelettrico, prendendo in considerazione solo gli impianti con potenza fino a 3 MW. Anche qui il boom registrato negli ultimi anni è evidente, sia in termini di potenza installata, che di numero di Comuni: si è passati dai 17,5 MW del 2006 ai 715 MW censiti nel 2010. Per quanto riguarda la loro distribuzione e localizzazione, i Comuni del mini- idroelettrico si trovano per lo più lungo l’arco alpino e l’Appennino centrale. Il Comune con il più alto numero di MW installati è, infatti, Falcade (BL) con 3 piccoli impianti per una potenza complessiva di 6,6 MW. Tuttavia, Legambiente ricorda l’importanza di sdoganare questa tecnologia dal nord e la necessità di una sua diffusione sull’intero territorio italiano. Per quanto riguarda il “mini”, si legge nel Dossier “è possibile utilizzare il potenziale idroelettrico di piccoli salti d’acqua, acquedotti, condotte laterali, con un limitatissimo impatto ambientale”.

anni degli impianti a biomassa, ad oggi distribuiti in 569 Comuni e localizzati soprattutto al Centro Nord e nelle aree interne. I pochi impianti del Sud, invece, si trovano nelle aree costiere e vicini ai porti proprio perché utilizzano spesso biomasse provenienti dall’estero. Sia nei grandi impianti, che nei piccoli, è il cippato, il combustibile più usato. Altri tipi di biomasse solide utilizzate sono legno vergine, residui forestali, trucioli, segatura, scarti di industri agroalimentari, come i gusci di nocciole, castagne, uva. Ma il Report di Legambiente non prende in considerazione solo impianti che bruciano biomassa solida, ma anche quelli che producono energia elettrica e/o termica grazie alla combustione di gas, principalmente metano recuperato dalle deiezioni animali e, in parte, da discariche. Sono 359 i Comuni del biogas: 23 ospitano impianti a cogenerazione, producendo energia sia termica che elettrica; 23 producono energia termica; 313 producono solo energia elettrica. Solo 6 sono però i “Comuni 100% rinnovabili”, sia da un punto di vista termico che elettrico, grazie al biogas: Costa de’ Nobili (PV) e 5 Comuni tutti della Provincia di Alessandria, Casal Cermelli, Castenuovo Bormida, Piovera, Basaluzzo e Occiminiano. Insomma, sul fronte delle rinnovabili, in Italia qualcosa si è mosso. Lo dicono i dati contenuti nel Report che registrano la crescita nei Comuni italiani di impianti solari fotovoltaici, solari termici, mini idro-elettrici, geotermici, da biomasse e biogas integrati con reti di teleriscaldamenti. Sulla quantità non ci sono dubbi. Oltre al quanto, bisogna però analizzare il come. E sulle modalità si potrebbe aprire un altro capitolo, un altro dibattito, un altro Dossier.

Anche la geotermia ha registrato negli ultimi anni una vasta diffusione: dai 5 Comuni toscani del 2006 si è passati ai 181 Comuni censiti alla fine del 2009 per una potenza totale di 880,9 MW elettrici e 38,8 MW termici. Più costante, invece, è stato lo sviluppo registrato in questi

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BIODIVERSITÀ E CONSERVAZIONE

Molti Studi e Rapporti sottolineano l’importanza degli ecosistemi forestali

UN MANTO BOSCHIVO IN SALUTE PER LA SALUTE DELL’UOMO La Commissione UE lancia un Libro Verde sulla protezione delle foreste “Un più basso tasso di deforestazione e la creazione di nuove foreste hanno contribuito a far scendere l’elevato livello di emissioni di carbonio proveniente da foreste causati dalla deforestazione e degrado forestale - ha dichiarato Mette Wilkie Løyche, Coordinatore del Rapporto “Global Forest Resources Assessment” che la FAO ha reso noto il 25 marzo 2010 - Ma abbiamo bisogno di guardare avanti, perché i programmi per la costituzione di grandi impianti di forestazione in Cina, India e Vietnam, che rappresentano la maggior parte dei recenti guadagni delle aree forestali, termineranno entro il 2020. Ciò significa che abbiamo una piccola finestra di opportunità per mettere in atto misure efficaci e permanenti di riduzione significativa degli attuali tassi di deforestazione e degrado forestale. L’eventuale assenza di questi interventi potrebbe innescare un improvviso ritorno ad alti tassi di perdita netta di foreste e di emissioni di carbonio immessa in atmosfera dalle foreste, quali abbiamo registrato nel 1990”.

conseguito essenzialmente per la diminuzione della riconversione a terreni agricoli delle foreste tropicali, ma continua ad un ritmo impressionante in altri Paesi. La perdita netta annuale di foreste (quando la somma di tutti i vantaggi in termini di superficie forestale è più piccola di tutte le perdite) nel 20002009 è stata pari, comunque, ad un’area delle dimensioni di Costa Rica. Nonostante il Brasile abbia significativamente ridotto il tasso di deforestazione annuale da 2.9 milioni di ettari a 2.6, continua ad essere il Sud America il

Continente in cui si è registrato il più alto tasso di perdita annuale, con 4 milioni di ettari. Segue, con 3.4 milioni di ettari di perdita annuale, il Continente Africano, mentre l’Asia ha registrato un guadagno annuale di circa 2.2 milioni di ettari, dovuto ai programmi di riforestazione soprarichiamati e alla drastica riduzione di perdita dell’Indonesia che da 1.9 milioni di ettari degli anni ’90 è arrivata a perderne “solo” 0.5 ettari all’anno nell’ultimo decennio. L’Oceania ha registrato una perdita netta, dovuta in parte alla grave siccità che dal 2000 sta investendo l’Australia, con conseguenti gravi incendi boschivi. Nel Nord e Centro America, la superficie forestale è rimasta pressoché stabile, mentre in Europa ha continuato ad espandersi, sebbene ad un ritmo più lento rispetto al passato. Attualmente gli ecosistemi forestali coprono più di 4 miliardi di ettari, pari al 31% della superficie terrestre, con Federazione Russa, Brasile, Canada, Stati Uniti e Cina, che assieme ne contengono più della metà. Il Global Forest Resources Assessment è la più completa valutazione dei boschi e delle foreste presenti sul nostro Pianeta, non solo in termini di numero di persone (più di 900 specialisti hanno contribuito alla sua redazione) e Paesi coinvolti (233 tra Pa-

Secondo il Rapporto, ogni anno, globalmente, tra il 2000 e il 2009 circa 13 milioni di ettari di foreste sono stati persi o convertiti ad altri usi, rispetto ai circa 16 milioni di ettari all’anno che sono scomparsi tra il 1990 e il 1999, e questo trend positivo è stato Fonte: FAO - Global Forest Resources Assessment 2010

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esi e aree), ma anche per il campo d’azione, poiché esamina la situazione attuale e le recenti tendenze attraverso 90 variabili che coprono la portata, la condizione, gli usi e i valori delle foreste e delle altre aree boschive, con l’obiettivo di valutare tutti i benefici dalle risorse forestali. Le foreste, inoltre, svolgono un ruolo importante nella mitigazione dei cambiamenti climatici, sequestrando una grande quantità di carbonio. Viceversa, quando una foresta viene tagliata e convertita ad altri usi, il carbonio viene rilasciato nuovamente nell’atmosfera. “Per la prima volta, siamo in grado di dimostrare che il tasso di deforestazione si è ridotto a livello mondiale come risultato di sforzi congiunti adottati sia a livello locale che internazionale - ha detto Eduardo Rojas, Vice Direttore Generale del Dipartimento Foreste della FAO - Non solo i Paesi hanno migliorato la legislazione e le loro politiche forestali, ma hanno anche assegnato l’uso delle foreste alle comunità locali e popolazioni indigene, per la conservazione della diversità biologica e per altri servizi ambientali. Questo è un messaggio molto confortante per il 2010, Anno Internazionale della Biodiversità” C’è poi da osservare che la deforestazione costituisce un serio pericolo per la salute umana, come si sottolinea nel Rapporto “Vital Sites: The Contribution of Protected Area to Human Health”, curato dal WWF e diffuso in occasione della Giornata Mondiale delle Foreste (21 marzo). Il Rapporto stima tra 23-25% la riduzione delle malattie che si avrebbe con una migliore gestione delle risorse naturali. Proteggere i paesaggi naturali contribuisce infatti a salvaguardare la salute umana, anche tramite i prodotti farmaceutici che derivano dalle piane e che, secondo il Documento, assommanno ad un valore economico di 30 miliardi di dollari all’anno. “La deforestazione infligge un doppio colpo alla salute umana - ha osservato

Chris Elliott, Direttore esecutivo del WWF - aumenta la diffusione di alcune malattie e, al contempo distrugge piante e animali che possono essere la chiave per curare le malattie che affligono milioni di persone”. A sua volta, l’Agenzia Europea dell’Ambiente (European Environment Agency) ha pubblicato il 6 aprile il 5° della serie “10 Messaggi per il 2010”, dedicati alla Celebrazione dell’Anno Internazionale della Biodiversità. La valutazione dell’Agenzia “Biodiversity and forest ecosystems in Europe” evidenzia che mentre la superficie complessiva degli ecosistemi forestali, rimane stabile, i boschi debbono fronteggiare molteplici minacce. Oltre a pratiche di gestione insostenibile, all’inquinamento atmosferico e al cambiamento climatico, le foreste sono minacciate dalla frammentazione dovuta alla rapida diffusione delle aree urbane e reti di trasporto. Sia il sano funzionamento degli ecosistemi forestali sia la biodiversità, che le foreste forniscono, sono a rischio. Le foreste proteggono il suolo dall’erosione, regolano i flussi di acqua e catturano il carbonio dall’atmosfera. Intorno e all’interno delle aree urbane, esse sono essenziali per fornire aria fresca, la riduzione delle polveri e dell’inquinamento acustico, mitigando al contempo il caldo delle città. Il benessere di numerose piante e animali, tra cui molte specie protette dalle normative dell’Unione europea, è direttamente correlato agli ecosistemi forestali. Inoltre, le aree forestali svolgono un ruolo fondamentale nel facilitare gli spostamenti delle specie attraverso la loro connessione con altri ecosistemi. Ecco di seguito i principali risultati contenuti nel messaggio. Circa un terzo della superficie dei Paesi monitorati dall’AEA e dai Paesi che vi hanno collaborato, è costituito dal bosco, con le maggiori superfici forestali

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situate in Finlandia, Francia, Spagna e Svezia. Nei Paesi dell’Agenzia, solo il 5% delle foreste risulta non essere stato intaccato dall’azione umana. Nella regione europea ricoperta più diffusamente dal manto forestale, i boschi rappresentano quasi un quarto della superficie forestale totale, con più della metà della foresta incontaminata che si trova nella Federazione Russa. Le foreste di vecchia crescita naturale e semi-naturale sono particolarmente preziose per la biodiversità e lo stoccaggio di carbonio. Più della metà delle specie forestali di ”interesse europeo”e oltre il 60% dei tipi di habitat forestali individuati dalla Direttiva Habitat ha manifestato una “condizione inadeguata di conservazione”. Il 27% dei mammiferi, il 10% dei rettili e l’8% degli anfibi legati agli ecosistemi forestali sono minacciati di estinzione nella regione dell’Unione europea. Il cambiamento climatico provoca l’impatto principale che incide sulla gamma delle specie arboree, specialmente su quelle situate alle latitudini ed altitudini estreme. L’aumento dei periodi di siccità e gli inverni più caldi indeboliscono ulteriormente le foreste nei confronti delle specie invasive. Anche se alcune specie arboree possono produrre rendimenti più elevati di legname, la varietà genetica nelle foreste adattate regionalmente è essenziale affinché si adeguino a nuove condizioni ambientali, quali prodotte dal cambiamento climatico. Fattori quali le strutture di proprietà forestale e l’importanza delle foreste per le economie nazionali possono influenzare in modo significativo gli obiettivi della gestione degli ecosistemi forestali, incidendo, percio, sulla biodiversità. Il 40% delle foreste nei Paesi dell’ AEA sono di proprietà statale, mentre il restante 60% è privato. Proprio per esplorare le future opzioni


di gestione forestale la Commissione europea ha pubblicato un Libro verde “La protezione e l’informazione sulle foreste nell’UE: preparare le foreste ai cambiamenti climatici”. Preannunciato lo scorso anno nel Libro Bianco della Commissione “L’adattamento ai cambiamenti climatici: verso un quadro d’azione europeo” (COM, 2009, 147), il documento che fa parte dei cosiddetti atti “atipici” previsti, ma non disciplinati, dal Trattato dell’Unione, intende avviare una consultazione e un dibattito sulle modifiche che i cambiamenti climatici imporranno alle condizioni di gestione e protezione delle foreste in Europa e sulla possibile evoluzione della politica UE, che sarà chiamata a dare un contributo più sostenuto alle iniziative adottate in questo campo dagli Stati membri.

In particolare, occorre interrogarsi sulle sfide da affrontare, su come l’UE può contribuire a risolverle e sulla necessità di disporre di maggiori informazioni. “Lo stato relativamente stabile di recupero delle foreste in Europa non può essere dato per scontato - ha affermato il Commissario UE per l’Ambiente Janez Potočnik al lancio dell’iniziativa - Le foreste europee sono una risorsa preziosa che deve essere protetta contro gli effetti dannosi dei cambiamenti climatici e la perdita di biodiversità. Considerato che svolgono servizi sociali, economici e ambientali di vasta portata, la posta in gioco è alta. Abbiamo necessità di esplorare quale valore aggiunto un’azione europea può apportare agli sforzi nazionali per proteggere le forestee mantenere l’affidabilità delle informazioni disponibili”.

Fonte: European Environment Agency - 10 messages for 2010 Forest ecosystems

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Potočnik ha voluto sottolineare che se la politica forestale è essenzialmente di competenza nazionale, il cambiamento climatico è un problema comune che impone a tutti, a livello locale, nazionale ed europeo, di riconsiderare il proprio ruolo. In un secolo la temperatura media in Europa è aumentata di quasi 1 °C e le previsioni più ottimistiche stimano a 2 °C l’aumento della temperatura entro il 2100. La rapidità dei cambiamenti climatici sta indebolendo la naturale capacità di adattamento degli ecosistemi. Intere regioni non saranno più adatte per determinati tipi di foresta, mentre la naturale distribuzione delle specie di alberi sarà alterata, causando cambiamenti nella crescita delle foreste esistenti. La frequenza e/o l’intensità di


eventi estremi, quali tempeste, incendi, siccità e ondate di caldo, dovrebbe aumentare, esponendo così le foreste ad ulteriori pressioni. Anche senza i cambiamenti climatici la capacità delle foreste di svolgere le loro funzioni è sempre stata soggetta a impatti derivanti da vari rischi naturali: se da un lato è evidente che i cambiamenti climatici generali acuiscono tali rischi, dall’altro è impossibile quantificare accuratamente in che misura tali impatti sono dovuti esclusivamente ai cambiamenti climatici rispetto ai livelli storici. È per questo che gli impatti sulle funzioni delle foreste di origine endemica o legati ai cambiamenti climatici sono presi in esame nel loro complesso. “Quali serbatoi enormi di carbonio, le foreste giocheranno un ruolo fondamentale negli sforzi per mantenere il riscaldamento globale entro i 2 °C - ha osservato il neo Commissario UE per l’Azione per il Clima, Connie Hedegaard - Garantire la continuità dei servizi svolti dalle foreste europee è essenziale per la Strategia tematica dell’UE”. “Accolgo con molto piacere il tempestivo avvio di questo dibattito - ha concluso l’ex Ministro per l’Ambiente della Danimarca - L’input che riceveremo ci aiuterà a progettare efficaci politiche dell’Unione Europea in materia di clima e foreste”. La consultazione pubblica durerà fino al 31 luglio 2010 e verterà essenzialmente nel rispondere alle domande contenute nel Libro Verde (vedi Box) ed inviate al sito www.ec.europa.eu/ yourvoice. La Commissione pubblicherà i contributi al dibattito sul medesimo sito internet e fornirà in seguito un proprio feedback sui principali risultati della consultazione. Il 3 giugno 2010, nel quadro della Settimana Verde (1-4 giugno) verrà organizzato a Bruxelles un relativo Workshop.

Domanda 1: Ritenete che sia opportuno dedicare maggiore attenzione al mantenimento, bilanciamento e potenziamento delle funzioni svolte dalle foreste? In caso affermativo, a che livello sarebbe opportuno intervenire: di UE, nazionale o ad altri livelli? E come si dovrebbe procedere? Domanda 2: - In che misura le foreste e il settore forestale dell’UE sono pronti ad affrontare il tipo e l’entità delle problematiche poste dai cambiamenti climatici? - Ritenete che vi siano regioni particolari o determinati paesi più esposti o vulnerabili agli effetti dei cambiamenti climatici? Su quali fonti di informazioni basate la vostra risposta? - Sentireste la necessità di un intervento tempestivo a livello di UE per garantire il mantenimento di tutte le funzioni delle foreste? In che modo l’UE potrebbe contribuire garantendo un valore aggiunto all’impegno dei vari Stati membri? Domanda 3: - Ritenete che le politiche dell’UE e degli Stati membri siano sufficienti per garantire che l’UE dia il proprio contributo alla tutela delle foreste, comprese la preparazione in vista dei cambiamenti climatici e la conservazione della biodiversità nei boschi e nelle foreste? - In quale settore ritenete eventualmente necessario un ulteriore intervento? Come si potrebbe organizzare tale intervento: nell’ambito del quadro politico dato o in un altro? Domanda 4: - Come si potrebbe aggiornare l’attuazione pratica della gestione sostenibile delle foreste per migliorare le funzioni produttive e protettive svolte dalle foreste e, in generale, la redditività della silvicoltura e come si potrebbe rafforzare la resilienza delle foreste dell’UE rispetto ai cambiamenti climatici e alla perdita di biodiversità? - Quali provvedimenti occorre adottare per garantire la conservazione del pool di geni del materiale di moltiplicazione forestale in tutta la sua diversità e l’adattamento ai cambiamenti climatici? Domanda 5: Tenuto conto dei vari livelli d’azione interessati, oggi sono disponibili informazioni sufficienti sulle foreste che permettano di valutare con adeguata accuratezza e coerenza: - lo stato di salute e le condizioni delle foreste dell’UE? - il loro potenziale di produzione? - il loro bilancio del carbonio? - le rispettive funzioni di protezione (del suolo, delle acque, della biodiversità e la regolazione delle condizioni meteorologiche)? - la fornitura di servizi alla società e la rispettiva funzione sociale? - la redditività globale della silvicoltura? Se tali informazioni non sono sufficienti, come si potrebbero migliorare? L’impegno per armonizzare 86 la raccolta dei dati sulle foreste è sufficiente? Che cosa può fare l’UE per sviluppare e/o potenziare ancora di più i sistemi di informazione sulle foreste?

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Istituito il Comitato Nazionale per la Biodiversità

ATTUARE IL PIANO DI AZIONE EUROPEO “VERSO IL 2010 E OLTRE” Al via una serie di Workshop per un’ampia consultazione Sulla Gazzetta Ufficiale n. 84 del 12 aprile è stato pubblicato il Decreto 5 marzo 2010 del Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Stefania Prestigiacomo, che istituisce il Comitato nazionale per la biodiversità. Il provvedimento, dà attuazione agli impegni assunti dall’Italia a livello internazionale e comunitario sulla tutela

della biodiversità di cui quest’anno si celebra l’Anno internazionale. L’Italia nel 1994 ha ratificato la Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD) e prodotto, attraverso una Delibera del CIPE, le Linee guida strategiche per l’attuazione della Convenzione di Rio de Janeiro e per la redazione del Piano nazionale sulla biodiversità che, nonostante vari ten-

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tativi di redazione, non è mai stato effettivamente adottato. Dieci anni dopo, con Decreto del 27 aprile 2004, è stato istituito il Comitato di Coordinamento nazionale per la biodiversità, costituito da vari Ministeri e dal Rappresentante per il settore ambiente delle Regioni. Il percorso allora delineato con la Delibera CIPE non risponde più a quanto richiesto dai nuovi obiettivi globali ed europei in materia di Biodiversità e, pertanto, è stato intrapreso un nuovo cammino per giungere alla definizione di una Strategia Nazionale per la Biodiversità, anche in relazioni alle azioni da assumere, previste nel Piano d’Azione europeo “Verso il 2010 e oltre”. In ragione della trasversalità del tema biodiversità che risulta strettamente interconnesso con la maggior parte delle politiche di settore, è sembrato necessario un approccio multidisciplinare per la predisposizione, l’attuazione, l’aggiornamento della Strategia, da portare avanti attraverso un Ente a ciò preordinato, individuato nel Comitato nazionale per la biodiversità, che avrà il compito, quindi, di supportarne l’attività e monitorarne l’efficacia. In particolare, il Comitato avrà il compito di: - dare attuazione al percorso concertato di predisposizione e approvazione nell’ambito della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato e le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano della Strategia nazionale per la biodiversità; - coordinare, monitorare e valutare l’efficacia delle azioni portate avanti per dare attuazione alla Strategia nazionale per la biodiversità, individuando opportuni indicatori di valutazione per il monitoraggio e predisponendo dei rapporti intermedi e finale nell’arco temporale fissato per la sua implementazione;


w w w. i n f o p i n e t a . i t

- promuovere momenti di aggiornamento della Strategia con riferimento ad eventuali necessità e/o criticità emerse a livello internazionale, europeo o nazionale; - coordinare la revisione della Strategia al termine del periodo fissato per la sua attuazione; - coordinare le iniziative di sensibilizzazione e divulgazione connesse all’Anno Internazionale per la Biodiversità. Fanno parte del Comitato, istituito alla luce della riorganizzazione del Ministero dell’Ambiente intervenuta con DPR lo scorso agosto, 19 membri: - il Capo di gabinetto pro-tempore del MATTM, in qualità di Presidente; - il Segretario generale pro-tempore del MATTM in qualità di Vicepresidente; - il Direttore generale pro-tempore della Direzione “Protezione della natura e del mare”; - il Dirigente pro-tempore della Divisione “Tutela e gestione della biodiversità’’; - un Rappresentante del Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali; - un Rappresentante del Ministero per i beni e le attività culturali; - un Rappresentante del Ministero

dello sviluppo economico; - un Rappresentante del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca; - un Rappresentante del Ministero delle infrastrutture e i trasporti; - un Rappresentante del Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali; - un Rappresentante della Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per lo sviluppo del turismo e la competitività; - tre Rappresentanti designati dalla Conferenza dei Presidenti delle Regioni; - tre Rappresentanti indicati dalle Associazioni ambientaliste riconosciute che fanno parte del Consiglio Nazionale dell’Ambiente; - un Rappresentante indicato dagli Enti di ricerca e Società scientifiche; - un Rappresentante indicato delle Associazioni di categoria. Il 13 aprile è stata presentata presso il Ministero dell’Ambiente la bozza di Strategia, il cui testo è già stato sottoposto all’attenzione di altri Ministeri, delle Regioni e delle Aree naturali protette (Parchi nazionali, Aree marine protette e Riserve naturali dello Stato).

Nelle prossime settimane, secondo quanto comunicato dal Ministero, verrà discussa da vari attori istituzionali, al fine di assicurare un percorso condiviso e partecipato, in vista della 1^ Conferenza nazionale per la Biodiversità che avrà luogo a Roma, all’Università “La Sapienza”, dal 20 al 22 maggio, tappa fondamentale verso la successiva adozione, entro la fine del 2010, della Strategia. Per garantire un’ampia consultazione, il Ministero dell’Ambiente, con il supporto del WWF - Italia e del Dipartimento di Biologia vegetale de “La Sapienza” ha organizzato tre Workshop preliminari che avranno luogo a Firenze (29 aprile), a Padova (6 maggio) e a Napoli (13 maggio). Ogni Workshop vedrà avvicendarsi tre relazioni principali sui temi della biodiversità in relazione a Servizi ecosistemici, Cambiamenti climatici, e Politiche economiche: i tre grandi argomenti individuati dalla “Carta di Siracusa”, approvata nel corso del G8 Ambiente nell’aprile 2009 (cfr.: “Una Carta per la Biodiversità”, in Regioni&Ambiente, n. 6 giugno 2009, pag. 52 e segg.).

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tra i colori della natura

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Eurobarometro pubblica la nuova indagine sull’atteggiamento dei cittadini UE

BIODIVERSITÀ: CONOSCERLA PER PRESERVARLA La maggior parte degli intervistati non sa cosa sia Quasi un decennio fa, l’Unione europea si era assunta l’impegno di arrestare la perdita di biodiversità in Europa entro il 2010. Nonostante in alcune aree siano stati compiuti progressi, la biodiversità sta ancora scomparendo a un ritmo senza precedenti. In occasione del 2010 Anno internazionale della biodiversità proclamato dalle Nazioni Unite (cfr.: “La Biodiversità è vita. La Biodiversità è la nostra vita”, in Regioni&Ambiente, nn. 1-2 gennaio-febbraio 2010, pag. 40 e segg.), l’UE e, in particolare, la Direzione Generale Ambiente della Commissione hanno colto l’occasione per ribadire la priorità della difesa della diversità, mettendola al primo posto della propria agenda, con l’obiettivo di stimolare la consapevolezza e intensificare i dibattiti sulla materia. Nel mese di Marzo si è svolto il Consiglio Ambiente nel quale si è discusso di un nuovo target per arrestare la perdita di biodiversità e il degrado dei servizi ecosistemici per ripristinare quanto più possibile entro il 2020. Nel contempo è stata definita una visione a lungo termine per il 2050, termine entro il quale la biodiversità dovrebbe essere protetta, valorizzata ed opportunamente ripristi-

nata, inserendola nelle varie politiche integrate dell’Unione. Strategia questa che è stata poi confermata dai Capi di stato e di Gerno dei Paesi membri nel Vertice di Primavera del 26 marzo 2010. (ndr.: per un’analisi approfondita del tema biodiversità al Consiglio “Ambiente”, vedi “Molti gli argomenti trattati, ma numerosi i dissensi manifestati”, in Regioni&Ambiente, n. 4 aprile 2010, pag. 18 e segg.). La necessità di rendere la questione biodiversità più familiare, affinché i cittadini possano capire le potenziali conseguenze di questa perdita e quel che possono fare per fermarne il declino, viene avvalorata dalla pubblicazione il 9 aprile u. s. della nuova indagine “Atteggiamento nei confronti della Biodiversità” di Eurobarometro, che indica come la maggior parte dei cittadini europei non comprende cosa si intenda per Biodiversità e ritiene di non essere adeguatamente informata in materia. Si tratta di una inchiesta successiva a quella del 2007, condotta tra l’8 e l’11 febbraio 2010 su un campione di 27.000 cittadini europei selezionati, di

età superiore ai 15 anni, e vertevano essenzialmente su una serie di domande relative ad aspetti di biodiversità: - il livello di informazione dei cittadini europei in merito al termine di biodiversità; - giudizi sulle maggiori cause di perdita della biodiversità; percezione della perdita di biodiversità a livello nazionale, europeo e globale; - conseguenze aspettate dalla perdita di biodiversità; - pareri su ciò che bisogna fare per arrestare la perdita di biodiversità; - opinioni in merito alle misure che l’UE potrebbe adottare per proteggere la biodiversità; - azioni personali intraprese per conservare la biodiversità; - consapevolezza della Rete Natura 2000; - percezione dei ruoli più importanti svolti dalle aree di protezione della natura. Circa i due-terzi dei cittadini dell’UE aveva sentito il termine “biodiversità”, ma solo il 38% aveva adeguata conoscenza del suo significato. Di questi i

Familiarità con il termine “biodiversità”, (2007-2010)

Fonte: Eurobarometer

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più consapevoli sono risultati Austriaci (74%) e Tedeschi (73%), mentre gli Italiani si sono fermati al 22%. Non si sono verificate sostanziali differenze con il precedente sondaggio. Più di un quarto (27%, la stessa percentuale del 2007) degli intervistati ha ritenuto che l’inquinamento dell’aria e dell’acqua debbano essere considerati le maggiori minacce alla biodiversità: per gli Italiani la loro incidenza è leggermente superiore (29%). Per gli Italiani intervistati sono i disastri causati dall’uomo ad avere le maggiori responsabilità per la perdita di biodiversità, con una incidenza del 45% (secondi dopo i Ciprioti: 51%).

A livello globale la percezione della gravità di perdita di biodiversità è stata pari a l’93%, con Greci i più preoccupati, seguiti da Portoghesi e Italiani (95). Anche per quanto riguarda la situazione in Europa, sono risultati più allarmati i Portoghesi (94%), seguiti dagli Italiani (93). La perdita di biodiversità, problema molto grave all’interno del proprio Paese, la media si è attestata al 37% (una riduzione di 6 punti percentuali rispetto all’inchiesta del 2007), con una forbice netta tra Portoghesi (72%) e Finlandesi (9%): gli Italiani sono tra i più preoccupati con un indice che dal 57% sale al 59% dell’ultimo sondaggio.

Dal sondaggio è risultato che, rispetto al 2007, i cittadini dell’UE hanno mostrato una minor propensione a considerare la perdita di biodiversità un problema serio (84%, contro 88%). I più preoccupati sono risultati Portoghesi (93%) e Romeni (89%): gli Italiani seguivano subito dopo con l’83%. In merito alle differenti percezioni tra la situazione nazionale, europea e globale, gli intervistati hanno denunciato una preoccupazione maggiore a mano a mano che si passava dall’esame della situazione nazionale a quella globale.

Per quel che riguarda le ragioni per cui è importante arrestare la perdita di biodiversità, le risposte che indicano sia un obbligo morale sono salite dal 61% del 2007 al 70% del 2010. Sono i Ciprioti (95%) a cogliere un impegno etico nella salvaguardia della biodiversità, seguiti dagli Italiani (84%)e con i Polacchi in coda (52%). Anche le risposte che attengono al benessere e alla qualità della vita, offerti da un alto grado di biodiversità, sono salite dal 55% del 2007 al 58%. Anche per questa risposta i Ciprioti si Consapevolezza della Rete Natura 2000

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sono dimostrati i più sensibili (85%), ma gli Italiani si confermano ai primi posti con il 70%. Le conseguenze economiche che potranno derivare all’Europa dalla perdita di biodiversità sono state percepite molto gravi per il 45% dei cittadini dell’UE, ma hanno paventato conseguenze pesanti Ciprioti e Ungheresi (70%): gli Italiani si attestano al 56%. Alla domanda relativa alle ragioni per cui è importante arrestare la perdita di biodiversità, per non far aumentare i cambiamenti climatici è stata la risposta più scelta (50%) dagli intervistati, con Ciprioti e Greci che con l’83% e il 77%, rispettivamente, con gli Italiani che sono convinti per il 63%. Alla domanda “Quali misure prioritarie potrebbero essere adottate dall’UE per proteggere la biodiversità?”, tra le risposte offerte è risultata prioritaria con il 30% “L’introduzione di un regolamento più stringente dell’impatto sulla natura dei settori economici”, ma anche la necessità di “maggiore informazione per i cittadini in merito all’importanza della biodiversità” ha avuto un riscontro (22%). Per regolazioni più ferree per i


settori economici sono risultati più propensi Ungheresi e Sloveni (37%), mentre per gli Italiani questa opzione si riduce al 26% che risale al 31% quando si tratta di ricevere maggiori informazioni, con Ciprioti e Maltesi a fare le richiestepiù pressanti, rispettivamente con il 36% e 33%. In merito alla disponibilità dei cittadini dell’UE di essere personalmente disponibili a fare sforzi per proteggere la biodiversità, si è dichiarato disponibile il 70%, con un leggero incremento rispetto al sondaggio del 2007 (67%). Le variazioni maggiori di minor disponibilità si sono registrate tra i Lussemburghesi che sono scendono dall’ 85% al 77% e gli Slovacchi che scendono dall’83% al 68%, mentre gli Italiani, hanno registrato una propensione positiva essendo saliti dal 62% al 69%. Anche per quanto ha riguardato la conoscenza della Rete Natura 2000, i cittadini dell’UE hanno evidenziato una maggiore, seppur lieve (+ 2%), consapevolezza, dal momento che si è passati dall’80% di coloro che non ne avevano mai sentito parlare al 78% dell’attuale sondaggio. I più informati sono risultati i Finlandesi (81%) e i Bulgari (72%),

mentre gli Italiani si collocano agli ultimi posti (5%), subito prima di Irlandesi (4%) e Britannici (2%), con una ripresa, comunque, sul 2007 (3%). Alle domanda sugli importanti ruoli che possono assumere le aree di protezione della natura, la maggior parte degli intervistati si è orientata per la protezione delle piante e degli animali (53%), mentre il 43% si è dichiarato per arrestare la distruzione delle aree di pregio sia terrestri che marine. Sul primo ruolo gli Italiani si sono pronunciati al 44%, mentre per il secondo solo al 31%. Infine, solo il 6% dei cittadini dell’UE intervistato ha ritienuto che le aree protette possano essere utilizzate per scopi economici, mentre il 48% ha indicato che dovrebbero esserne escluse e il 41% accetterebbe questa condizione in nome di un superiore interesse pubblico, purchè siano previste misure compensative per i danni arrecati. Olandesi (60%) e Danesi (55%) sono risultati i maggiori oppositori, mentre gli Italiani si sono collocati sotto la media europea con il 32%. Sulla base di queste indicazioni trova conferma la necessità di intraprendere

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campagne di informazione per rendere i cittadini dell’Unione europea più informati sulle vere conseguenze che la perdita di biodiversità avranno sulla loro vita quotidiana, ponendo l’accento sulle iniziative che possono intraprendere per impedire tali effetti. La Commissione UE ha, quindi, varato una Campagna di sensibilizzazione e di informazione per il pubblico, che mira a sensibilizzare l’opinione pubblica su questo problema mediante un sito web, un video, azioni di PR, manifestazioni di artisti di strada e articoli sulla stampa scritta, ivi compresi i media sociali. La Campagna si basa sullo slogan “Biodiversity. We are all in this together” (“Biodiversità. Siamo tutti coinvolti”) ed è caratterizzata da una dimensione pedagogica che pone in luce i vantaggi della biodiversità, insistendo sul concetto di servizi dell’ecosistema e i pericoli legati alla loro eventuale scomparsa. Tema ricorrente della Campagna sarà la connettività e l’interdipendenza. Il Commissario per l’Ambiente Janez Potocnik ha dichiarato: “La biodiversità è il motore naturale del nostro futuro e dobbiamo imparare ad occuparcene. Spero che questa campagna vi contribuisca e sensibilizzi l’opinione pubblica circa l’esigenza di avere maggior cura della natura da cui dipendiamo”.


INFORMAZIONE E AGGIORNAMENTO

Presentato da ANCE e Legambiente un Decalogo

EDILIZIA&SOSTENIBILITÀ

Solo dal rafforzamento della cultura della sostenibilità può derivare una riduzione dei consumi energetici legati al settore civile

Nel corso del Convegno “Edilizia & Sostenibilità. L’industria delle costruzioni verso la green economy”, svoltosi a Milano il 4 marzo 2010 alla Triennale nell’ambito di “Green Life”, ANCE Lombardia (Associazione Regionale dei Costruttori Edili) e Legambiente hanno presentato il primo Decalogo, scritto congiuntamente, che riassume tutte le regole per un’attività edilizia di qualità, rispettosa del territorio e vicina ai cittadini, al fine di dare impulso ad una nuova e condivisa cultura della sostenibilità ambientale in edilizia che possa determinare una significativa riduzione dei consumi energetici legati al settore civile. In Italia oltre un terzo dei consumi energetici è legato all’abitare, soprattutto a causa della climatizzazione invernale ed estiva. Un’abitazione italiana standard consuma, ogni anno, solo per il riscaldamento circa 20 litri di petrolio a metro quadro: un valore che supera notevolmente i corrispondenti livelli di approvvigionamento di nazioni con climi ben più rigidi, come la Germania e la Svezia, e grava in modo significativo sui bilanci delle famiglie. Cultura della sostenibilità nell’edilizia significa, invece, riduzione degli sprechi di energia, innovazione delle tecnologie costruttive, preferenza verso i materiali riciclabili, utilizzo di fonti di energia rinnovabili ed energia pulita, infine, collocazione di ampie zone verdi all’interno degli spazi edificati. Una nuova politica dell’abitare è anche responsabilità sociale e social housing, che deve coinvolgere interi quartieri, realtà urbane che andrebbero progettate e ricostruite con criteri di sostenibilità, riorganizzando tutti i servizi dell’abitare e della città: - trasporto delle persone e delle merci; - servizio energia; - uso e riciclo dei materiali; - acqua; - spazi di aggregazione e socialità; - natura in città; - agricoltura di prossimità. Solo il rafforzamento della cultura della sostenibilità, tanto negli interventi di manutenzione e recupero dello stock edilizio esistente, quanto negli interventi di nuova costruzione, può determinare una significativa riduzione dei consumi energetici legati al settore civile.

novazione e il rispetto delle risorse territoriali, che si deve tradurre, nel contempo, in una significativa opportunità per l’avvio di una solida e competitiva “economia verde” all’interno della filiera delle costruzioni. “La sostenibilità nell’edilizia non è più un lusso, ma una nuova politica dell’abitare -ha osservato Angelo Maiocchi, Vice Presidente di ANCE Lombardia - È un percorso verso la qualità, l’innovazione e il rispetto delle risorse territoriali: siamo impegnati perché questo processo si traduca quindi in una significativa opportunità per l’avvio di una solida e competitiva green economy nell’ambito della filiera delle costruzioni, che rappresenta una colonna portante nel sistema produttivo regionale”. “Gli stili di vita e dell’abitare stanno cambiando - ha dichiarato Andrea Poggio, Presidente della Fondazione Legambiente Innovazione e Vice Direttore nazionale di Legambiente - La convinzione che la villetta con box e giardino sia sinonimo di vita ecologica è falso: consuma troppo suolo e ci rende schiavi dell’automobile. È invece nella città densa dei condomini, nei quartieri e nei paesi dotati di trasporto pubblico e servizi di prossimità che è possibile oggi il buon vivere sostenibile”. Durante il dibattito, il tema su una cultura della sostenibilità ambientale in edilizia è stato approfondito con numerosi interventi: dalla sostenibilità ambientale al ruolo dell’industria delle costruzioni alle tesi di Legambiente per l’edilizia sostenibile e alle proposte del mondo delle costruzioni per l’avvio di una “green economy” dalle politiche regionali per il risparmio energetico e la qualità ambientale in edilizia alle innovazioni e politiche per una nuova cultura dell’abitare nel quadro delle politiche europee.

Oggi, è ancora la città la principale infrastruttura per la vita e l’economia sostenibile del futuro ed è importante che la politica si faccia carico di determinare condizioni che favoriscano l’edilizia del recupero e della ricostruzione, rispetto a quella che determina contrazione di superfici agricole a causa della espansione e dispersione degli insediamenti. Si tratta di mettere in atto un percorso verso la qualità, l’in-

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LE DIECI REGOLE 1)

Ricostruire le nostre città riutilizzando e sostituendo il vecchio 2) Sfruttare i nuovi vuoti urbani 3) Addensare in corrispondenza dei nodi 4) Sperimentare nuove soluzioni tecnologiche 5) Progettare in maniera integrata 6) Ricercare economie di scala 7) Innovare i processi aziendali 8) Usare materiali a basso impatto 9) Contribuire all’evoluzione del mercato 10) Educare alla qualità


SERVIZI AMBIENTALI

C.P.M. GESTIONI TERMICHE S.R.L.

UN MODELLO DI EFFICIENZA ENERGETICA E DI COMPATIBILITÀ AMBIENTALE L’esempio di best practice a Castelraimondo (MC)

di Silvia Barchiesi

Qualità, risparmio e compatibilità ambientale: è così sintetizzabile la mission di C.P.M. Gestioni Termiche s.r.l. di Recanati, dal 1988 a servizio di Amministrazioni Pubbliche, Imprese e Privati nel campo della climatizzazione (condizionamento e riscaldamento), della pubblicazione illuminazione e della progettazione, installazione, messa a norma e riqualificazione tecnologica degli impianti, oltre che della progettazione, realizzazione e gestione di

Prima

impianti alimentati con fonti di energia rinnovabile. Se molteplici e diverse sono le aree di attività e di intervento che alimentano il core business della C.P.M., unica è la filosofia aziendale che punta a standard qualitativi elevati e allo stesso tempo alla razionalizzazione delle risorse energetiche, all’abbattimento dello spreco energetico, al risparmio economico e alla riduzione dell’impatto ambientale. Numerose aziende e pubbliche amministrazioni hanno scelto l’offerta di servizi della C.P.M. Gestoni Termiche e

la sua strategia di risparmio energetico ed economico. Tra questi figura anche il Comune di Casteraimondo (MC) che nel 2008 ha pubblicato un bando di gara per la gestione globale del parco impianti di pubblica illuminazione, aggiudicato proprio alla C.P.M. grazie ad un progetto di elevato livello tecnico ed economicamente vantaggioso. Ad illustrare i punti di forza dell’offerta progettuale della C.P.M è lo stesso

erano infatti: - la messa a norma degli Impianti comunali di Pubblica Illuminazione secondo le norme UNI-CEI e la Legge regionale 10/02; - la riqualificazione tecnologica degli stessi finalizzata all’efficienza energetica; - un piano di gestione e manutenzione di lungo periodo per mantenere inalterato il valore del parco impianti; il tutto chiaramente finalizzato, oltre

Dopo

amministratore delegato dell’azienda, il Dott. Alessandro Tramannoni. Dott. Tramannoni qual è il vantaggio competitivo della vostra proposta, risultata poi vincente a Castelraimondo? La qualità e il vantaggio economico sono sicuramente i fattori chiave del successo della nostra proposta di gestione del servizio di pubblica illuminazione che ha saputo soddisfare in pieno le esigenze del Comune. Tra le richieste dell’Amministrazione vi

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che all’ammodernamento degli impianti, anche alla riduzione della spesa corrente. Per quanto riguarda l’adeguamento normativo, abbiamo provveduto: - alla sostituzione di ben 934 punti luce obsoleti (su un totale di 1.256 dislocati sul territorio comunale), circa il 75% del parco installato, con punti luce di ultima generazione, cut-off in linea con le norme regionali sull’inquinamento luminoso; - alla sostituzione di circa 300 sostegni tra pali e bracci a muro;


- al rifacimento parziale o totale di 24 dei 32 quadri di comando; - alla stesura di oltre 18 km di nuovi cavi a norma (FG7): - a circa 2 km di scavi, il tutto nell’arco di 10 mesi. La riqualificazione tecnologica invece è partita con la redazione di un P.R.I.C. (Piano Regolatore dell’Illuminazione Pubblica Comunale), uno strumento tecnico e urbanistico per la gestione dell’illuminazione pubblica, volto a censi-

pianti qualitativamente migliore dell’attuale, economicamente vantaggioso con un minore impatto ambientale. Il ricorso a tecnologie consolidate che offrono garanzie di corretto funzionamento nel medio - lungo periodo e allo stesso tempo un risparmio quantificabile con relativa sicurezza, ha giustificato l’investimento. Un’efficienza, quindi, ottenuta in misura maggiore selezionando l’opportuno ac-

Prima

re e classificare tutti gli impianti presenti sul territorio di competenza e utile a razionalizzare gli interventi d’illuminazione pubblica e privata sul territorio. Tre sono gli obiettivi principali del progetto di riqualificazione tecnologica degli impianti che abbiamo implementato: - migliorare la qualità della luce adeguandola alle diverse zone servite; - migliorare l’integrazione degli impianti di illuminazione nel contesto urbanistico circostante; - aumentare il livello di efficienza energetica, rendendo il parco im-

esperienza delle nostre squadre tecniche dislocate sul territorio che, quotidianamente, implementavano le operazioni stabilite dai nostri manuali di manutenzione preventiva e programmata certificati ISO 9001 e ISO 14001. Infatti, secondo cadenze temporali ben precise, i componenti e sub-componenti degli impianti vengono visionati, controllati e sostituiti anche se ancora funzionanti. L’esperienza ci insegna che, anche nel

Dopo

coppiamento ottica/lampada attraverso la classificazione e zonizzazione delle aree secondo le normative vigenti, con l’avallo di precisi calcoli illuminotecnici che confrontano la situazione attuale con quella proposta. Per quanto riguarda, invece, il piano di gestione e manutenzione, il progetto gestionale proposto è finalizzato essenzialmente a mantenere costante nel tempo due valori: il livello di efficienza raggiunto e la qualità del parco impianti. Questo è stato possibile grazie soprattutto all’alta professionalità ed

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caso di impianti adeguati e riqualificati a regola d’arte, senza un’efficace pianificazione degli interventi di manutenzione che preveda accurate e periodiche verifiche, controlli e sostituzioni, gli ingenti risparmi ottenuti potrebbero essere disattesi dopo pochi anni. Tra le novità della vostra proposta gestionale c’è è un vero e proprio servizio di telegestione degli impianti e un servizio di assistenza in tempo reale, puntuale e affidabile, attivo 24 ore al giorno. In che cosa consiste?


Abbiamo messo a punto un vero e proprio sistema di mappatura e monitoraggio elettronico degli impianti presenti sul territorio. Grazie al nostro Programma gestionale degli impianti PLMS (Public Light Management System), un sistema informativo accessibile tramite internet, ogni nostro cliente può contare su di un sistema di controllo e monitoraggio in tempo reale di tutto il nostro lavoro. Il responsabile del Servizio, grazie al PLMS, comodamente seduto davanti al suo PC, può visualizzare in tempo reale attraverso Rendering complesso sede comunale - Torre del Cassero semplici passaggi: - il censimento degli Grazie all’impiego di sorgenti luminose di impianti di Pubblica Illuminazione su mappa aggiornato ultima generazione da 35 a 150W con alto indice di resa cromatica, siamo riusciti in tempo reale; - lo stato di avanzamento dei lavori di a coniugare all’effetto scenico-estetico un cospicuo risparmio energetico rispetto messa a norma e riqualificazione; - lo stato delle varie manutenzioni alla soluzione luminosa precedente che ordinarie, programmate e straordi- utilizzava fari da 250W. narie; - una serie di altri dati e informazioni È il risparmio energetico, oltre che esportabili su programmi Microsoft quello economico, uno dei vantaggi che ha spinto il piccolo Comune del Office per eventuali analisi. Il tutto, comunque, si completa con un maceratese ad adottare la proposta proservizio di reperibilità immediata che gettuale della C.P.M. s.r.l. garantisce l’intervento entro le 48 ore al Parola di Gian Mario Brancaleoni, massimo per il singolo punto luce guasto, Responsabile dell’ Ufficio Tecnico del ed un’ora per i casi di pericolo o emergen- Comune di Castelraimondo. Ing. Brancaleoni, qual è il risparmio za, quale un’intera linea fuori servizio. energetico ed economico ad oggi La vostra offerta per Casteraimon- conseguito? do ha incluso anche un progetto di Quali sono le previsioni per i prosriqualificazione illuminotecnica. In simi anni? Il consumo di energia elettrica è diminuche cosa consiste? Abbiamo sottoposto all’Ammini- ito di circa 210.000 kWh/anno rispetto strazione Comunale un progetto di ai consumi storici, di circa il 25%. Se si riqualificazione illuminotecnico del considera poi che secondo i dati dell’ IEA complesso costituito dalla Sede comu- (International Energy Agency) per la pronale e dall’adiacente Torre del Cassero, duzione di 1 kW di Energia Elettrica in monumento del 1300 simbolo della Italia si disperdono contemporaneamente città, volto a valorizzare i rilievi archi- in atmosfera 0,509 kg di CO2, (anidride carbonica), mantenendo costante il rentettonici del monumento.

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dimento degli impianti e quindi il livello di efficienza energetica tramite un’accurata e costante manutenzione programmata, si riuscirebbe a “risparmiare” all’ambiente emissioni per circa 107 tonnellate CO2/anno, quindi oltre 2.000 tonnellate nell’arco dei 20 anni di durata dell’appalto, pari ad oltre 800 TEP (tonnellate equivalenti petrolio). Sul fronte economico, poi, il Comune ha ottenuto una riduzione dei costi gestionali di poco inferiore al 20% ai costi correnti. Addirittura il canone di gestione attuale (Fornitura Energia Elettrica + manutenzioni e Pronto Intervento) è del 4% inferiore al canone sostenuto dal Comune di Castelraimondo nel 2006, un risultato di tutto rispetto considerando che il costo di un kWh di Pubblica Illuminazione dal Dicembre 2006 ad oggi ha subito un incremento del 25,4%.


A COME AGRICOLTURA, ALIMENTAZIONE, AMBIENTE

LA PRIORITÀ DELLA TUTELA DEL TERRITORIO AGRICOLO (ANCHE) NELLO SVILUPPO DELLE ENERGIE RINNOVABILI di Maria Adele Prosperoni

Coldiretti è stata una delle prime organizzazioni agricole sul territorio a mobilitarsi, con la massima convinzione, per l’adozione di efficaci politiche e di adeguate normative per lo sviluppo delle energie rinnovabili e, in particolare, per l’avvio ed il sostegno delle filiere agro-energetiche. È del 12 novembre 2005, la proposta di legge di iniziativa popolare, ideata e presentata dalla Confederazione, per la promozione della produzione e dell’impiego di biomasse e di biocarburanti di origine agricola, con lo slogan “Mettiamo a coltura 1 milione di ettari di semi oleosi”. Ancora, è di Coldiretti la paternità della previsione - tradotta in norma dall’articolo 1, comma 423 della legge n.266/05 (finanziaria 2006) - che ha riconosciuto la qualifica di attività connessa alla produzione ed alla cessione di energia elettrica e calorica da fonti agroforestali e fotovoltaiche. Molteplici sono state, quindi, le proposte formulate nelle sedi istituzionali per il riconoscimento di strumenti economici incentivanti per le fonti rinnovabili. Una battaglia condotta con energia e per l’energia, per un cambiamento credibile e duraturo dello scenario, nella convinzione che la scelta della produzione energetica da parte dell’impresa agricola si inserisce in un programma imprenditoriale basato sulla diversificazione e sulla multifunzionalità e che le agroenergie ed il modello della generazione diffusa, oltre a garantire la riduzione della dipendenza dai prodotti fossili e dalle importazioni, consentono di diminuire le emissioni, di migliorare la qualità dell’aria e, più in generale, di tutelare l’ambiente ed il territorio. Perché Coldiretti, quindi, da tempo ed in diverse occasioni, si è pronunciata contro la realizzazione di alcuni parchi eolici e, di recente - come per esempio in provincia di Cuneo - ha contestato l’installazione di un parco fotovoltaico? Nella coerenza dell’impegno iniziale, sono parzialmente modificati alcuni

elementi del contesto, con l’aggravante di un quadro giuridico di riferimento, in parte carente ed in parte contraddittorio. Sta assumendo dimensioni allarmanti il crescente fenomeno di installazione di grandi impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili, che nulla hanno a che fare con l’attività agricola e che causano una trasformazione radicale del territorio, sia dal punto di vista paesaggistico, che con riferimento ai riflessi negativi sulle attività produttive. Il sistema incentivante in conto energia che, negli ultimi anni, sul modello tedesco, ha consentito il decollo della filiera fotovoltaica, sta determinando, con effetto distorsivo rispetto agli obiettivi, l’incremento di fenomeni speculativi legati all’installazione di vere e proprie centrali elettriche fotovoltaiche in area agricola, formate da distese di pannelli disposti in file parallele, sopraelevati rispetto al piano di campagna, installate su terreni che vengono sottratti alla produzione. Le conseguenze di questa aggressione ai territori sono molteplici, sia dal punto di vista ambientale che economico e produttivo. L’ARPA della Puglia, in una nota inviata al Presidente della Regione ed agli assessori interessati, nel porre l’accento sul fenomeno diffusivo delle richieste di autorizzazione di impianti fotovoltaici a terra di potenza prossima o superiore ai 10 MW, capaci di occupare enormi superfici agricole, rappresenta che, solo nei primi due mesi del 2010, in Puglia sono state presentate istanze per l’installazione di oltre 405 MW, per una superficie agricola totale da impegnare, stimabile in circa 1.217 ettari. Sulla base di tali premesse, l’Agenzia analizza l’incidenza ambientale di tipo cumulativo connessa a tali impianti, sottolineandone i possibili effetti negativi sul paesaggio, sull’equilibrio idrogeologico e sulla permeabilità dei suoli, conseguenti alle lavorazioni di preparazione delle aree, alla concentrazione

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delle acque meteoriche in corrispondenza dei punti di scolo dei pannelli, all’alterazione dei processi di ricarica delle falde, con conseguenti rischi di aggravamento di fenomeni alluvionali e di erosione. Vengono considerati, inoltre, la potenziale depressione delle attività biologiche associate alla perdita di irraggiamento solare delle ampie aree ombreggiate dai pannelli e la modifica del comportamento della fauna avicola acquatica migratoria, per la possibilità che i pannelli vengano scambiati per specchi lacustri. Alla perdita, quindi, di terreno destinato alla produzione agricola, si associa il dato preoccupante di una trasformazione irreversibile del paesaggio, dell’ambiente, dell’ecosistema e, più in generale, del territorio, che è, tra l’altro, elemento distintivo e caratterizzante dell’offerta di beni e servizi agricoli. Una pianificazione territoriale che determini un impatto negativo sull’ambiente circostante è certamente contraddittoria e pregiudica il territorio e le potenzialità di offerta delle imprese agricole. Infatti, una localizzazione non adeguatamente controllata di simili impianti, oltre agli effetti negativi incidenti sulla produttività, interrompe la continuità paesaggistica dei luoghi, compromettendo il valore aggiuntivo dei prodotti agricoli, che sono indissolubilmente legati alla qualità del territorio. L’agricoltura è un modello espressivo dell’identità territoriale e, se per territorio si intende una serie articolata di fattori, geologici, climatici, sociali, culturali, l’indicazione che lega un prodotto al proprio territorio svolge sicuramente il ruolo di differenziare e distinguere il prodotto medesimo, rendendolo “unico”. Si comprendono, quindi, le ragioni per le quali alcune Regioni o alcuni enti locali hanno adottato appositi provvedimenti finalizzati a prevenire la realizzazione selvaggia di impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. Ad esempio, i Sindaci di dieci comuni


della provincia di Torino, accomunati, tra l’altro, dalla caratteristica che oltre il 70% del loro territorio è inedificato e destinato all’uso agricolo - hanno adottato una Delibera nella quale, riconosciuto come presupposto indispensabile la conservazione del suolo a destinazione agricola, è stato fissato il divieto di installazione di impianti fotovoltaici e di altri impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili con moduli ubicati al suolo, qualora gli stessi non siano volti alla produzione di energia finalizzata direttamente alla conduzione dell’azienda agricola. Nella motivazione del provvedimento vengono riportati i dati sul consumo di suolo agricolo in Italia che, secondo il primo rapporto dell’Osservatorio Nazionale sul consumo di suolo, negli ultimi 50 anni, avrebbe sottratto alle produzioni agricole circa 1/3 del terreno del nostro Paese, con una perdita giornaliera attuale di 200 mila metri quadrati. Nella Legge regionale n. 5/07, la Re-

gione Friuli-Venezia Giulia, riguardo agli interventi relativi a impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili in area agricola, impone il rispetto delle disposizioni in materia di sostegno nel settore agricolo, con particolare riferimento alla valorizzazione delle tradizioni agroalimentari locali, alla tutela della biodiversità, così come del patrimonio culturale e del paesaggio rurale. A fronte dei tentativi posti in essere da altre Regioni (ad esempio il Molise, la Puglia e la Calabria) di adottare norme ancora più restrittive, prevedendo dei limiti in termini di localizzazione o di potenza massima da installare, la Corte Costituzionale, con alcune recentissime pronunce (sentenza n.282 del 2009 e, da ultimo, sentenze nn.119, 120 e 124 del 2010) ha censurato le previsioni finalizzate ad individuare una serie di aree territoriali ritenute non idonee all’installazione di impianti eolici e fotovoltaici.

La Corte, nel precisare che la disciplina degli insediamenti di impianti eolici e fotovoltaici è attribuita alla potestà legislativa concorrente in tema di “produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia”, ai sensi dell’articolo 117, terzo comma, della Costituzione, ha fissato qualche punto fermo, chiarendo, prioritariamente, che la normativa internazionale, quella comunitaria e quella nazionale manifestano un favor per le fonti energetiche rinnovabili, ponendo le condizioni per un’adeguata diffusione dei relativi impianti. In ambito nazionale, la normativa comunitaria è stata recepita dal decreto legislativo n.387/03, il cui articolo 12, che enuncia princìpi fondamentali in materia (così la sentenza n.364 del 2006), qualifica interventi di pubblica utilità ed indifferibili ed urgenti le opere per la realizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili, nonché quelle connesse e le infrastrut-

Aprilia (Latina). Parco solare di Casale della Statkraft con 15.444 moduli fotovoltaici in silicio cristallino per una superficie captante totale pari a 22.700 m2

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ture indispensabili alla costruzione e all’esercizio dei medesimi impianti. Nelle pronunce, la Corte evidenzia come la normativa statale di cornice non contempli alcuna limitazione specifica, né divieti inderogabili, rinviando alle linee guida di cui all’articolo 12, comma 10, del decreto citato, il compito di assicurare un corretto inserimento degli impianti nel paesaggio. Nonostante la richiamata disposizione abiliti le Regioni a “procedere all’indicazione di aree e siti non idonei alla installazione di specifiche tipologie di impianti”, la Corte Costituzionale precisa che ciò può aver luogo solo “in attuazione” delle predette linee guida. Nelle pronunce si chiarisce che il bilanciamento tra le esigenze connesse alla produzione di energia e gli interessi, variamente modulati, rilevanti in questo ambito, impone una prima ponderazione concertata in sede di Conferenza unificata, in ossequio al principio di leale cooperazione, al fine di consentire alle Regioni ed agli enti locali di contribuire alla compiuta definizione di adeguate forme di contemperamento di tali esigenze. Una volta raggiunto tale equilibrio, ogni Regione potrà adeguare i

Approfondimento a cura del

criteri così definiti alle specifiche caratteristiche dei rispettivi contesti territoriali (così, anche sentenza n.282 del 2009). Diversamente, la Corte ha precisato che la mancata adozione di un provvedimento nazionale non consente alle Regioni di provvedere autonomamente all’individuazione di criteri per il corretto inserimento nel paesaggio degli impianti alimentati da fonti di energia alternativa (così, anche sentenza n.166 del 2009). Se, quindi, la Corte Costituzionale è, innegabilmente, interprete autorevole e puntuale di una previsione chiara, ciò che rileva da questa analisi è l’urgenza di provvedere ad integrare il quadro normativo, a procedere alla sua attuazione o, se necessario, ad una modifica dello stesso, per fronteggiare la contraddizione che emerge dalla corretta applicazione delle disposizioni di riferimento, tenendo in debita considerazione l’inderogabile necessità di assicurare tempestivamente un adeguato contemperamento dei diversi interessi ed impedendo l’irreversibile trasformazione del paesaggio agrario. Al riguardo, vale la pena di ricordare che la politica ambientale comunitaria è fondata su alcuni principi cardine, tra

i quali rileva la sfida di combinare in modo sostenibile e nel lungo termine la protezione dell’ambiente con le esigenze di un’economia in continua crescita e si basa sul convincimento che norme ambientali elevate stimolino l’innovazione e le opportunità imprenditoriali e che le politiche economiche, sociali e ambientali debbano essere strettamente integrate. Nell’attuale contesto, pertanto, all’irrinunciabile esigenza di modifica dello scenario energetico a vantaggio di fonti alternative e rinnovabili, va parallelamente associata la condizione che la costruzione degli impianti sia subordinata ad un’adeguata programmazione e pianificazione, impedendo il consumo di suolo agricolo, in quanto fattore non rinnovabile di produzione e salvaguardando adeguatamente anche l’ambiente, il paesaggio, la biodiversità ed i beni culturali. Tutelare il territorio ed il paesaggio dalle minacce di degrado e dalle deturpazioni delle opere infrastrutturali ed urbanistiche deve essere un obiettivo prioritario, per un’agricoltura di qualità e competitiva sui mercati interni ed internazionali.

Dott. Stefano Masini, Responsabile Area Ambiente e Territorio - Coldiretti

Una moderna nozione di «territorio rurale» trae origine dal ripensamento delle relazioni fra città e campagna, fra cultura urbana e mondo agricolo. Se l’Italia è un paese che sta tornando a capire e a sostenere l’agricoltura, è lecito pensare che questo avvenga non per quello che storicamente ha significato, ma per il ruolo che le nostre imprese rivestono, come contributo ad un ambiente salubre, ad un paesaggio godibile e ad una serie di servizi utili a migliorare la qualità della vita dei cittadini e dei consumatori. E’ innegabile come la promozione di prodotti di qualità aventi determinate caratteristiche connesse al territorio di provenienza possa rappresentare una carta vincente per il mondo rurale, in particolare nelle zone svantaggiate o periferiche, favorendo, tra le altre cose, la permanenza della popolazione rurale in tali zone. Nella valutazione di impatto degli impianti energetici, anche quando si tratti di fonti rinnovabili, non si può prescindere, quindi, da un’analisi circostanziata dei costi-benefici, che tenga in debito conto quale reale valore abbia l’integrità ambientale, territoriale e paesaggistica per le imprese agricole. L’impatto della diffusione delle centrali di energia sul territorio, con la facile compromissione dei valori del suo paesaggio, rischia di indebolire l’importante processo di rigenerazione dell’agricoltura, non più finalizzato a produrre in termini quantitativi, ma mirato alla qualità e, sempre con maggiore convinzione, alla valorizzazione del territorio. Una politica territoriale può essere efficace solo ricercando ed attuando adeguati strumenti normativi di regolazione dei processi economici e di salvaguardia del territorio e dei segni della sua identità.

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Pubblicato il Regolamento UE per il nuovo logo

LA “FOGLIA EUROPEA” PER IDENTIFICARE IL BIO Grande opportunità di valorizzazione dei prodotti biologici italiani La Commissione europea ha pubblicato (GUUE n. L 84/19 del 31 marzo 2010) il nuovo Regolamento (Regolamento UE n. 271/2010), che apporta modifiche al Regolamento 889/2008 circa le modalità di applicazione del nuovo Logo per l’Agricoltura Biologica, che sarà obbligatorio dal 1° luglio 2010, e presente sul mercato per un periodo di transizione di due anni, garantendo la conformità del prodotto agli standard europei per l’agricoltura biologica, mentre sarà opzionale per i prodotti importati. Non è consentita alcuna modifica del logo o la sua combinazione con altri elementi, anche se sarà possibile associarlo a marchi locali, nazionali o privati. I produttori che introdurranno un nuovo progetto grafico della confezione, entro il 30 giugno 2010, potranno ancora utilizzare il vecchio simbolo europeo. Il logo sarà accompagnato da un codice numerico dell’organismo certificatore, in formato standard, con l’indicazione del luogo di coltivazione delle materie prime agricole che costituiscono il prodotto. Il nuovo logo mostra dodici stelle che tracciano il profilo di una foglia su

sfondo verde brillante (Euro leaf), trasmettendo in modo diretto due messaggi chiari: Natura ed Europa. Il logo è stato disegnato dallo studente tedesco Dušan Milenković che ha vinto il concorso “Logo biologico UE”, indetto circa un anno fa, avendo ottenuto il 63% dei voti espressi on line da 129.493 persone per scegliere, tra tre finalisti, selezionati da una giuria di esperti internazionali tra 3.422 proposte pervenute. “Sono felice che l’UE abbia un nuovo logo per gli alimenti biologici - ha dichiarato al momento dell’annuncio del vincitore Mariann Fischer Boel, l’ex-Commissaria per l’Agricoltura e lo sviluppo rurale, ora sostituita dal romeno Dacian Cioloş, che per prima aveva proposto di scegliere il logo tramite concorso - Questo esercizio ha migliorato l’immagine dei cibi biologici e ora abbiamo un logo in cui tutti potranno identificarsi. È un disegno bello ed elegante e non vedo l’ora di acquistare prodotti che riportino questo logo a partire da luglio prossimo.” L’Allegato del nuovo Regolamento (cfr. pagina accanto) contiene una serie di

Fonte: www.organic-farming.eu

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indicazioni per tutti coloro che avranno necessità di utilizzare in maniera corretta, a partire dal punto di vista grafico, il nuovo logo che dovrà rafforzare la fiducia del consumatore e sostenere il settore biologico europeo in continua crescita. Sul sito della Commissione UE nella sezione dedicata all’agricoltura biologica (www.ec.europe.eu/agricolture/organic) è possibile scaricare in inglese un Regolamento sull’uso e la gestione del logo, con indicazioni specifiche sul posizionamento nelle confezioni dei prodotti, nonché un manuale con diverse soluzioni grafiche. Per l’Italia, Paese leader del biologico in Europa, si tratta di una grande opportunità per difendere le proprie produzioni che con il nuovo logo saranno ancor meglio riconoscibili. Secondo i dati provvisori forniti dall’ISMEA (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo-Alimentare), il settore bio in Italia lo scorso anno, nonostante la crisi, sarebbe cresciuto del 7-8% per un totale di superficie coltivata pari ad oltre un milione di ettari su cui insistono ben 45mila aziende agricole.


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Svolto ad Ancona (16 aprile 2010) un importante Convegno internazionale

UN RUOLO CENTRALE PER LA NUOVA POLITICA AGRICOLA COMUNE 2014-2020 Il nuovo Commissario UE all’Agricoltura ha lanciato un pubblico dibattito sulla PAC Si è svolto il 16 aprile ad Ancona il Convegno internazionale “La Pac del Futuro” (A CAP for the Future), organizzato in collaborazione con il “Groupe de Bruges” (ONG che raccoglie singoli cittadini degli Stati membri dell’UE sensibili ad una forte politica agricola comune), l’INEA (Istituto Nazionale di Economia Agraria), la Facoltà di Economia “G. Fuà” - Università Politecnica delle Marche, il Consorzio interuniversitario SPERA (Centro Studi sulle Politiche Economiche Rurali e Ambientali), l’Associazione “Alessandro Bartola” - Studi e Ricerche di Economia e Politica Agraria. All’evento, che si è inserito nell’ambito delle attività della Rivista Agriregionieuropa che fin dal 2008 ha avviato un Forum sul futuro della PAC, hanno partecipato oltre 200 convegnisti tra ricercatori, rappresentanti delle associazioni europee di categoria, imprenditori del settore e dirigenti delle istituzioni dell’UE, che hanno socializzato esperienze e approfondimenti, al fine di partecipare attivamente alla costruzione della futura politica europea per l’agricoltura. Dal Convegno è emerso che la PAC rappresenta oggi uno strumento da rivedere alla luce di nuovi e importanti fattori, quali: - l’aumento della concorrenza; - la priorità della sostenibilità ambientale; - le garanzie ai consumatori, che vogliono prodotti di qualità a prezzi giusti. L’agricoltura riveste infatti un ruolo centrale all’interno del dibattito sulle strategie e le politiche da adottare, anche e, soprattutto, in chiave di sicurezza alimentare, in quanto può fornire una effettiva risposta al tema della carenza di cibo, ma anche in termini di crescita produttiva, di mantenimento occupazionale nelle aree rurali e di lotta al cambiamento climatico. Non bisogna trascurare, infatti, la funzione nodale ricoperta dalla PAC in termini di fornitura di beni pubblici, sia per quanto attiene il contributo

sociale, arginando l’esodo dai territori, sia per quanto riguarda lo sviluppo economico delle regioni rurali, dall’agriturismo alla produzione di importanti denominazioni d’origine e indicazione geografiche protette (DOP e IGP), nonché in relazione alla tutela ambientale, dall’utilizzo all’irrigazione dei terreni, per evitare il progressivo processo di desertificazione. Serve, dunque, una politica agricola che superi le inefficienze e le differenze di trattamento di quella attuale e che meglio risponda agli interessi dei cittadini e dei consumatori, più mirata ad obiettivi esplicitati condivisi e più a misura delle necessità e dei costi effettivi. “Attualmente la PAC eroga un pagamento diretto agli agricoltori sulla base di quello che hanno percepito dal 2000 al 2002 - ha sottolineato Franco Sotte, vice Presidente del Groupe de Bruges e Professore di Economia e Politica agraria all’Università Politecnica delle Marche - ma per il futuro è improponibile continuare a elargire i pagamenti sulla base di ciò che gli agricoltori hanno ricevuto, cioè con parametri storici; bisogna invece cercare motivazioni, riuscendo a costruire un collegamento tra cosa fa l’agricoltore, presupposto dell’esistenza del sostegno e il sostegno stesso, commisurando e rendendo armonici questi due aspetti”. Oggi è sempre più difficile sostenere un’impresa nel settore agricolo che è stato per anni la spina dorsale dell’economia europea e ne costituisce tuttora un comparto importante. “Ci accorgiamo infatti - ha continuato Sotte - che non è con i sussidi che le aziende riescono a crescere, a svilupparsi. Occorre invece una politica complessiva orientata a ‘costruire’ gli imprenditori agricoli fin dalla loro cultura e formazione”. Tutti i relatori intervenuti hanno ribadito che il settore primario deve contribuire alla promozione di una crescita intelligente, sostenibile e so-

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lidale, che passa attraverso una più efficiente produzione e una crescente competitività. La produzione di beni alimentari continua a possedere insomma una valenza strategica e una PAC ben strutturata può contribuire alla stabilizzazione dei mercati mondiali, a mantenere l’occupazione nelle zone rurali, a rafforzare il mercato unico e a migliorare la competitività. Il Convegno di Ancona è intervenuto proprio a ridosso dell’iniziativa di un Dibattito pubblico sul futuro della PAC nell’Unione Europea, lanciato il 12 aprile da Dacian Cioloş, il nuovo Commissario europeo all’Agricoltura e allo Sviluppo rurale in previsione della grande Conferenza organizzata dalla Commissione UE a Bruxelles il 19-20 luglio 2010. La Strategia Europa 2020 apre una prospettiva nuova, nel cui contesto la PAC può contribuire maggiormente allo sviluppo di una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, rispondendo in maniera più adeguata alle nuove sfide della nostra società, in particolare sul piano economico, sociale, ambientale, climatico e tecnologico. È anche necessario che la PAC tenga maggiormente conto della diversità e della ricchezza delle agricolture dei 27 Stati membri dell’UE. Il dibattito avviato si incentra sugli obiettivi futuri della PAC nella nuova prospettiva della Strategia, mentre la discussione sui mezzi per raggiungerli avverrà in un secondo tempo. “La politica agricola comune non è appannaggio esclusivo degli specialisti, ma appartiene a tutti gli europei. I cittadini europei vanno ascoltati e bisogna darsi il tempo di raccogliere le idee e le aspettative di tutti gli attori della società - ha dichiarato Dacian Cioloş Aspetto le reazioni e le riflessioni non solo degli agricoltori, ma anche delle associazioni degli ambientalisti, dei consumatori e per la tutela del benessere degli animali. Occorre ampliare il dibattito il più possibile perché è la


società intera a beneficiare di questa politica comune europea, attraverso l’alimentazione, la gestione dei territori e la protezione dell’ambiente. È quindi doveroso dare ai cittadini il diritto e il tempo di esprimersi”. Proprio per raccogliere i contributi al dibattito pubblico, Dacian Cioloş ha annunciato l’avvio di un sito internet (www.ec.europa/agriculture/cap-debate) che rimarrà aperto fino al mese di giugno 2010. In seguito, un organismo indipendente redigerà una sintesi dei contributi pervenuti, dalla quale la Commissione si augura che emergeranno idee solide per elaborare la comunicazione sulla PAC dopo il 2013 che sarà presentata alla fine dell’anno. A seguire, saranno pubblicate le proposte legislative (tra luglio e settembre 2011); infine ci sarà l’approvazione definitiva della nuova PAC post-2013 (presumibilmente tra luglio e settembre 2012). Questo calendario fa capire che il dibattito procederà per gradi successivi di approfondimento, per cui gli agricoltori dovranno ancora attendere almeno due anni per conoscere precisamente le norme della PAC per il periodo 2014-2020.

“Il dibattito - ha precisato Cioloş - riguarderà esclusivamente il quadro generale di riferimento, gli obiettivi che dovrà porsi la nuova Pac e non gli strumenti per raggiungerli”. Oltre al contributo che la PAC può offrire allo sviluppo della strategia Europa 2020, il dibattito pubblico si incentra su quattro temi principali: - Perché una politica agricola comune europea? - Quali sono gli obiettivi che la società assegna all’agricoltura in tutta la sua diversità? - Perché riformare la PAC e in che modo renderla rispondente alle aspettative della società? - Quali sono gli strumenti per la PAC di domani? Nel suo discorso alla Commissione agricoltura del Parlamento europeo, il Commissario Cioloş ha sollevato, oltre a questi temi principali, una serie di tematiche più dettagliate che riguardano i problemi di approvvigionamento alimentare in Europa e nel mondo, l’occupazione nelle zone rurali, la gestione sostenibile delle risorse naturali, i cambiamenti climatici, la volatilità dei prezzi, la comprensione, da parte dei cittadi-

ni, del sistema degli aiuti, l’equilibrio all’interno della catena alimentare e la competitività dell’agricoltura europea. Il dibattito sarà molto impegnativo, anche perché i suddetti vantaggi dell’agricoltura e della PAC dovranno trovare spazio all’interno delle altre innumerevoli priorità ed esigenze dell’Unione europea: ricerca, innovazione, occupazione, competitività, formazione, difesa comune, politica dell’immigrazione, trasporti, ambiente, contrasto ai cambianti climatici, lotta alla povertà, politica estera. Perciò, in questa fase è importante che singoli agricoltori, associazioni di categoria, organizzazioni sindacali, semplici cittadini facciano sentire le proprie opinioni e proposte. Abbiamo dovuto constatare che ad una settimana esatta dall’avvio della consultazione, erano già stati inseriti nel suddetto sito internet parecchi interventi, ma ben pochi risultavano quelli inviati dall’Italia. Per dare indicazione di come il livello del dibattito cambi da Paese a Paese, abbiamo conteggiato i contributi inviati dai Francesi rispetto a quelli degli italiani: 80 a 7!

Coltivazione di sorgo nella campagna marchigiana. Sullo sfondo una tipica casa colonica con “bigattiera“

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AMBIENTE E ARTE

Presentata al Salone del Mobile (Milano, 14-19 aprile) la versione in plastica della celebre seduta

“111TM NAVY CHAIR”: DAL RICICLO ALL’ECO-DESIGN

Emeco e Coca Cola insieme per sensibilizzare sulla necessità del recupero dei rifiuti

Nel corso del Salone Internazionale del Mobile che si è svolto a Milano dal 14 al 19 aprile 2010, è stata presentata la sedia “111™ Navy Chair”, replica del modello Emeco Navy Chair, progettato nel 1944 per la Marina Militare Statunitense. Originariamente prodotta in alluminio, la nuova versione di seduta è invece realizzata in Polietilene tereftalato riciclato (circa il 65% del suo peso), fibre di vetro di rinforzo e pigmenti. Si tratta di un n nuovo concept di sedia, disegnato o e realizzato dal brand Emeco, azienda nda leader in America nella produzione one di sedie, mobili e complementi di arredo, tipicamente in alluminio o riciclato all’80%, con l’impiego della la plastica riciclata di bottiglie della Coca Cola, proveniente dalla stabilimento di g (South riciclaggio di Spartanburg Carolina), il più grande al mondo, tramite una partnership artnership tra The Coca Cola Company ny e United Resource Recovery Corp.. Per dar vita ad un prodotto che fosse resistente, stente, comodo, durevole e a costi nettamente inferiori rispetto alle tipiche sedie in alluminio, minio, Emeco ha impiegapiegato circa 4 anni ni di ricerca e 111 bottiglie riciclate di Coca Cola. “Quando Cooca-Cola mii contattò per la realizzazione di questo progetto, accettai subito con entusiasmo - ha dichiarato Gregg Buchbinder, Presidente di Emeco - An-che se per noi oi riprogettare un prodotto di punta unta come Emeco Navy®

Chair è stato un investimento molto significativo, fin dall’inizio sono stato entusiasta all’idea di poter riutilizzare, ogni anno, il materiale PET di ben tre milioni di bottiglie di plastica per produrre tantissime sedie. La nuova 111 Navy Chair™ è la più resistente e la più bella sedia che potessimo mai realizzare. Siamo riusciti a trasformare un oggetto che solitamente viene buttato via, in qualcosa di desiderabile e di resistente nel tempo”. La Coca-Cola è stata la p prima azienda a lanciare, nel 2007, il primo oggetto realizzato in pet riciclato con il proposito proposit di motivare al riciclo dimostrando d come le bottiglie in pet possano trasforpossa marsi in prodotti di uso quotid quotidiano. I prodotti rPET includono t-shirts, b borse, shoppers, car cartelle, zaini, cappellini, quaderni cappelli e ora aanche sedie, ricavate da botricav tiglie di plastica riciclata. Ogni ric oggetto reca og l’indicazione l’ dell’esatto numero n di bottiglie b di plastica utilizpl zate per la sua zat pro produzione. “Le 111 Navy Chair™ Ch sono l’espressione l’e della nostra d attenzione a e impegno i nei cconfrontidell’ecossostenibilità, dell’innovazione d e dell’originalità n del d design - ha affermato Kate aff Dwyer, Group Dw Director, WorlDire dwide Licensing, di The Coca-Cola Company Compan - Questa novità, iin aggiunta

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alla linea di prodotti rPET, sottolinea il fatto che le bottiglie Coca-Cola sono un materiale di riciclo prezioso, di valore. Rappresenta un altro importante passo avanti nella nostra strategia di recupero e riciclo di tutte le nostre bottiglie e lattine”.

Per il lancio pubblicitario, conseguente all’operazione di co-marketing, il prototipo di seduta è statopresentato in versione Ice cube, all’interno di un blocco di ghiaccio creato dallo scultore Duncan Hamilton , specializzato nella lavorazione di questo materiale.

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Nello stesso Comunicato dell’indizione della Giornata, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 16 aprile, è stato emanato il Bando “Bike sharing e fonti rinnovabili”.

MINISTERO DELL’AMBIENTE E DELLA TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE Bando “Bike sharing” (G. U. n. 88 del 16.04.2010)

Il 9 maggio 2010 si svolgerà la “Prima Giornata Nazionale della Bicicletta”. L’iniziativa voluta dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare volta a sottolineare come una mobilità alternativa ed ecocompatibile possa essere effettivamente realizzabile, è abbinata al Concorso BICITY per promuovere la “mobilità dolce” nelle città, riservando strade, piazze, luoghi di pregio ambientale, artistico, storico e architettonico esclusivamente alle biciclette, diviso in 2 sezioni: - Premio BICITY 2010, destinato ai 4 Comuni che in occasione della Giornata avranno riservato in via esclusiva al solo traffico di biciclette il percorso più lungo rapportato alla popolazione residente; - Premio BICITY Tutto l’Anno, rivolto ai 4 Comuni che in via permanente ed esclusiva, presentano il percorso a ciclabilità totale più lungo, rapportato alla popolazione residente.

Finalità Promuovere la diffusione delle biciclette e delle biciclette con pedalata assistita per incrementare l’efficienza energetica e il risparmio negli usi finali tramite il cofinanziamento di progetti volti alla riduzione delle emissioni climalteranti attraverso la realizzazione di progetti di bike sharing associati a sistemi di alimentazione mediante energie rinnovabili, in particolare, a pensiline fotovoltaiche. Disponibilità Finanziaria Per l’attuazione della misura sono destinate risorse finanziarie pari a 14 milioni di euro. Beneficiari Il Bando è rivolto a Comuni ed Enti gestori dei parchi nazionali e regionali così come elencati nel quinto Aggiornamento delle Aree Naturali Protette o procedimento successivo. Le istanze possono essere presentate dai soggetti di cui sopra in forma associata o consortile.

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Interventi ammissibili Nell’ambito della realizzazione di progetti di bike sharing associati a sistemi di alimentazione mediante energie rinnovabili ed in particolare pensiline fotovoltaiche, sono ammissibili le seguenti tipologie di intervento: - Realizzazione di sistemi di piste ciclabili dotate di almeno un punto di controllo via webcam; - Costruzione e dotazioni di parcheggi attrezzati riservati alle biciclette, presso strutture e spazi pubblici; - Fornitura di biciclette elettriche a pedalata assistita anche con sistemi innovativi; - Installazione delle colonnine elettroniche per la ricarica delle biciclette elettriche; - Impianti ad energia rinnovabile a supporto del servizio di bike sharing (alimentazione colonnine elettroniche, segnaletica stradale, opere accessorie, illuminazione delle postazioni); - Sistemi informatici, hardware e software, e di rete per il monitoraggio e la gestione di remoto delle bici, anche se integrati in progetti di car sharing; - Iniziative di comunicazione, formazione e informazione inerenti alle fonti rinnovabili e alla mobilità sostenibile, in particolare alla diffusione della cultura della bicicletta.

informazione inerenti alle fonti rinnovabili e alla mobilità sostenibile sono ammesse a finanziamento per un massimo del 10% del costo ammissibile e comunque non superiori a 25mila euro. Presentazione delle domande Le domande di contributo, debitamente sottoscritte dal rappresentante legale dell’Ente, dovranno essere inoltrate esclusivamente a mezzo plico raccomandato con avviso di ricevimento entro il 23 ottobre 2010 al seguente indirizzo: Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare Direzione Generale per lo Sviluppo Sostenibile, il Clima e l’Energia - Via Cristoforo Colombo, 44 - 00147 Roma Il Bando e i relativi Allegati sono scaricabili dal sito istituzionale www.minambiente.it

IL MINISTERO DELL’AMBIENTE E DELLA TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE Finanziamento di interventi per l’efficienza energetica e l’uso di energie rinnovabili in Aziende ospedaliere e ASL delle Regioni Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. (G. U. 20 aprile 2010, 91)

Non sono ammissibili interventi finalizzati alla mera attività sportiva. Costi ammissibili Nella realizzazione degli interventi soprarichiamati, sono ammissibili a contributo le spese al netto dell’IVA relative esclusivamente a: - Spese tecniche, tra cui progettazione, direzione lavori e collaudo; - Fornitura e installazione dei beni, dei materiali e dei componenti necessari alla realizzazione dell’intervento; - Sistemi informatici, hardware e software, e di rete per il monitoraggio e la gestione in remoto delle bici; - Spese per iniziative inerenti alle attività di comunicazione, formazione ed informazione.

L’Avviso per manifestazioni di interesse soprarichiamato rientra nell’ambito del Programma Operativo Interregionale (POI) “Energie rinnovabili e risparmio energetico” 20072013, approvato dalla Commissione UE, relativamente ad interventi a valere sulle linee di Attività 2.2 “Interventi di efficientamento energetico degli edifici e utenze energetiche pubbliche o ad uso pubblico” e 2.5 “Interventi sulle reti di distribuzione del calore, in particolare da cogenerazione e per teleriscaldamento e teleraffrescamento”.

Sono considerati ammissibili a contributo esclusivamente interventi relativi a investimenti avviati successivamente al 16 aprile 2010.

Beneficiari Possono manifestare il proprio interesse al presente Avviso esclusivamente le Aziende Sanitarie Locali e le Aziende Ospedaliere di diritto pubblico presenti in Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. Non sono, comunque, accolte manifestazioni di interesse provenienti da strutture sanitarie private o miste, anche facenti parte del Servizio Sanitario Nazionale.

Sono ammessi a finanziamento, nella misura massima dell’80% dell’intero costo finanziabile, progetti il cui costo complessivo al netto d’IVA è compreso tra i 50mila e 500mila euro. I costi per le iniziative di comunicazione, formazione ed

Obiettivi In coerenza con gli orientamenti strategici ed i contenuti del POI, gli interventi proposti dai suindicati Soggetti dovranno contribuire al raggiungimento dei seguenti obiettivi: - favorire lo sviluppo e la diffusione dell’efficienza energetica

La gestione del servizio di bike sharing sarà a totale carico dell’Ente proponente.

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nel settore dell’edilizia ospedaliera; - garantire una riduzione dei consumi di energia primaria; - garantire la certificazione energetica del patrimonio immobiliare interessato dagli interventi; - favorire l’utilizzo e la diffusione dei materiali eco-compatibili per l’edilizia; - potenziare ed adeguare l’infrastruttura delle reti di trasporto e distribuzione del calore ai fini della diffusione delle fonti rinnovabili e della piccola e micro cogenerazione; - promuovere la produzione di energia termica da fonti rinnovabili; - migliorare le conoscenze, le competenze e l’accettabilità sociale in materia di energie rinnovabili ed efficienza energetica. Risorse finanziarie Per gli interventi selezionati è previsto il finanziamento complessivo di 60 milioni di euro. Saranno ammessi un massimo di 5 interventi per Regione, aventi ciascuno un costo ammissibile minimo di 1 milione di euro e massimo di 10 milioni di Euro. Oggetto della manifestazione di interesse Gli interventi proposti devono essere realizzati su immobili di proprietà pubblica, in quanto costituenti parte del patrimonio immobiliare delle ASL e delle Aziende ospedaliere pubbliche, ovvero concessi ad esse in comodato d’uso da altro ente pubblico proprietario, secondo le seguenti tipologie: Attività 2.2 - Interventi di efficientamento degli edifici e utenze energetiche pubbliche o ad uso pubblico: a. interventi di analisi e diagnosi energetica con l’indicazione delle priorità e definizione degli obiettivi raggiungibili; b. interventi sull’involucro degli edifici al fine di promuovere il risparmio energetico attraverso la riduzione della trasmittanza termica degli elementi costituenti l’involucro; c. interventi di sostituzione di impianti generali e/o degli impianti di riscaldamento e raffrescamento convenzionali al fine di promuovere l’efficienza energetica, il risparmio energetico, le fonti rinnovabili di energia.

di distribuzione del calore e del freddo alimentate da centrali a biomassa; c. realizzazione, ristrutturazione o ripotenziamento di reti di distribuzione del calore e del freddo alimentate da impianti geotermici. Presentazione della manifestazione di interesse e scadenza Le manifestazioni d’interesse, redatte in carta semplice, dovranno essere presentate utilizzando il Modello di domanda (Allegato A) e la Scheda descrittiva dell’intervento progettuale (Allegato B), all’interno della quale saranno riportate le informazioni e gli elementi utili all’esame dell’intervento proposto. Alla manifestazione di interesse devono essere allegati: 1. il progetto,almeno a livello di preliminare, dell’intervento proposto; 2. l’elaborato relativo alla diagnosi energetica,ove già realizzata; 3. la dichiarazione resa dai competenti organi regionali ed attestante che la struttura su cui insiste l’intervento proposto non sarà parte, nel prossimo quinquennio, del piano di dismissione coerentemente con la programmazione sanitaria regionale. Le manifestazioni di interesse dovranno pervenire entro e non oltre le ore 12.00 del 7 giugno 2010 al seguente indirizzo: Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Direzione Generale per lo Sviluppo Sostenibile, il Clima e l’Energia Via Cristoforo Colombo n. 44 00147 Roma L’Avviso, nella sua versione completa e corredata degli Allegati in questione, è consultabile e scaricabile al sito istituzionale del MATTM: www.minambiente.it o a quello del POI: www.poienergia.it.

Attività 2.5 - Interventi sulòle reti di distribuzione del calore, in particolare da cogenerazione e per teleriscaldamento e teleraffrescamento. Nello specifico gli interventi potranno riguardare interventi di: a. ristrutturazione o ripotenziamento di reti di distribuzione del calore e del freddo alimentate da impianti di cogenerazione; b. realizzazione, ristrutturazione o ripotenziamento di reti

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i quesiti dei lettori: L’ESPERTO RISPONDE a cura di Leonardo Filippucci

Gli impianti mobili per il recupero dei rifiuti non pericolosi devono essere sottoposti a verifica di assoggettabilità a valutazione di impatto ambientale? In caso affermativo, a quale Amministrazione compete la procedura di verifica? Con recente sentenza n. 127 dell’8 aprile 2010, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 46 della Legge della Regione Umbria n. 11/2009, nella parte in cui escludeva dalla verifica di assoggettabilità alla VIA i progetti relativi agli impianti mobili per il recupero di rifiuti non pericolosi mediante operazioni di recupero R5, anche se rientranti, con riferimento alle capacità complessivamente trattate, nella “tipologia di cui al punto 7, lettera zb), dell’allegato IV alla parte II del D.lgs. 152/2006, qualora trattino quantitativi medi giornalieri inferiori a duecento tonnellate e il tempo di permanenza degli stessi impianti sul sito predeterminato per lo svolgimento della campagna di attività non sia superiore a sessanta giorni”. Ad avviso della Corte, l’obbligo di sottoporre un progetto alla procedura di VIA, o, nei casi previsti, alla preliminare verifica di assoggettabilità alla VIA, attiene al valore della tutela ambientale (sentenze n. 225 e n. 234 del 2009), che, nella disciplina statale, costituisce, anche in attuazione degli obblighi comunitari, livello di tutela uniforme e si impone sull’intero territorio nazionale. La disciplina statale uniforme non consente di introdurre limiti quantitativi all’applicabilità della disciplina, anche se giustificati dalla ritenuta minor rilevanza dell’intervento configurato o dal carattere tecnico dello stesso. Pertanto, per i progetti indicati dall’allegato IV al D.lgs. n. 152 del 2006, sottoposti alla verifica di assoggettabilità di competenza delle Regioni, queste non possano derogare all’obbligo di compiere la verifica, potendo solo limitarsi a stabilire le modalità con cui procedere alla valutazione preliminare alla VIA vera e propria. In conclusione, ad avviso della Consulta, poiché il punto 7, lettera zb), dell’allegato IV alla parte II del D.lgs. 152/2006 prevede che siano sottoposte a screening regionale gli “impianti di smaltimento e recupero di

agenda

Per quanto riguarda il secondo aspetto, occorre ricordare che, ai sensi dell’art. 208, comma 15 del D. Lgs. 152/2006, gli impianti mobili di smaltimento o di recupero, in linea generale, sono autorizzati, in via definitiva, dalla Regione ove l’interessato ha la sede legale o la società straniera proprietaria dell’impianto ha la sede di rappresentanza; mentre, per lo svolgimento delle singole campagne di attività sul territorio nazionale, l’interessato, almeno sessanta giorni prima dell’installazione dell’impianto, deve comunicare alla Regione nel cui territorio si trova il sito prescelto le specifiche dettagliate relative alla campagna di attività. Si pone pertanto il problema se la verifica di VIA competa alla Regione (o all’ente delegato) del luogo ove ha la sede l’impresa e/o alla Regione (o all’ente delegato) del luogo ove ha luogo la campagna. Sicuramente la verifica va compiuta dall’Amministrazione del luogo prescelto per la campagna, in quanto solo in occasione di questa può essere apprezzato e valutato l’impatto dell’attività di recupero sull’ambiente circostante. Peraltro, poiché la VIA ha ad oggetto l’impatto ambientale di un progetto nelle diverse fasi della sua realizzazione, gestione e dismissione, appare rispondente ad una logica di prevenzione e di precauzione l’interpretazione secondo cui anche l’autorizzazione generale rilasciata dall’Amministrazione ove ha sede l’impresa debba essere preceduta da un procedimento di verifica, volto a valutare il ciclo tecnologico dell’impianto e i suoi impatti potenziali. Ovviamente gli esiti di tale procedimento di verifica potranno essere successivamente utilizzati nelle procedure di screening effettuate in occasione delle singole campagne.

Eventi e Fiere

Ferrara, 19-21 maggio 2010 Fiera Accadueo Sede: Ferrara Fiere Organizzazione: Bologna Fiere spa Informazioni: www.accadueo.com - accadueo@bolognafiere.it Lecce, 20-23 maggio 2010 Festival dell’Energia Sede: Varie locations della città Organizzazione: Aris Informazioni: Silvia Boccato - Tel. +39 02 20241715 segreteria@festivaldellenergia.it

rifiuti non pericolosi, con capacità complessiva superiore a 10 t/giorno, mediante operazioni di cui all’Allegato C, lettere da R1 a R9, della parte quarta del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152”, la legge regionale che prevede soglie anche solo potenzialmente inferiori sono incompatibili con l’art. 117, comma 2, lett. s) della Costituzione, che attribuisce alla competenza statale esclusiva la materia della tutela ambientale. Se ne desume, conseguentemente, che anche gli impianti mobili debbano essere sottoposti a verifica di VIA allorquando abbiano una capacità complessiva superiore a 10 t/giorno.

Bologna, 26-29 maggio 2010 EXPOSANITÀ Mostra internazionale al servizio della Sanità e della Salute Sede: Fiera di Bologna Organizzazione: Via Corticella, 181/3 - 40128 Bologna Tel. +39 051 325511 - Fax +39 051 324647 Informazioni: www.senaf.it - info@senaf.bo.it Milano, 3-7 giugno 2010 Festival Internazionale dell’Ambiente Sede: Fiera Milano City Informazioni: www.festival-ambiente.it

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CTE NEWS Cooperazione Territoriale Europea


oltre...

andando


INDICE

Le foto delle copertine, di pag. 5 e di pag. 12 sono state gentilmente concesse dal fotoreporter Maurizio Rillo

Editoriale

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Regione Marche IAI, si chiude l’anno di presidenza italiana. Il 5 maggio vertice ad Ancona, cantiere di strategie per l’Adriatico e lo Ionio

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Ministero degli Affari Esteri Cooperazione transfrontaliera Implementarla è una priorità per l’Italia A parlarne è l’On. Franco Frattini, Titolare del Dicastero degli Affari Esteri della Repubblica Italiana

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La IAI nel quadro degli interventi EU di cooperazione territoriale Intervista al Sottosegretario del Ministero degli Affari Esteri, Sen. Alfredo Mantica

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Repubblica di Montenegro - Presidenza IAI 2010-2011 Iniziativa adriatico Ionica: impressioni, progetti, priorità

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Segretariato permanente IAI L’importanza del segretariato per l’iniziativa adriatico-ionica Contributo dell’Ambasciatore Alessandro Grafini, Segretario Generale IAI

p. 11

Le Relazioni Attività dell’Iniziativa Adriatico Ionica durante l’anno di presidenza italiana

p. 12

La Regione Marche e la Cooperazione Territoriale nel bacino adriatico ionico

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EDITORIALE

I profondi cambiamenti dei rapporti internazionali impongono all’Unione Europea una sempre più convinta e coraggiosa presa di coscienza delle sue responsabilità, con il corollario di una crescente ed attualizzata assunzione di responsabilità, ad iniziare dalla nostra stessa più ampia casa europea. Nel 2000 i Capi di Governo ed i Ministri degli Esteri di Albania, Bosnia-Erzegovina, Croazia, Grecia, Italia e Slovenia adottarono la Dichiarazione di Ancona, lanciando l’Iniziativa Adriatico -Ionica (IAI). Nel 2002 si aggiunse l’allora Unione di Serbia e Montenegro. Dal 2008 è operativo ad Ancona un Segretariato Permanente della IAI. Oggi la IAI conta otto membri, di cui tre dell’UE. Dei rimanenti cinque, la Croazia è prossima all’ingresso e gli altri quattro sono destinati, in un futuro non lontano, ad entrare definitivamente nella casa europea. Occorre accompagnare, agevolandolo, tale processo. Fa piacere ricordare che nel 2000 ad Ancona erano presenti anche i massimi vertici dell’UE, testimonianza di una lungimirante condivisione di una visione strategica che, se ha già dato articolati risultati concreti, dopo un decennio può, e deve, compiere un decisivo salto di qualità, nell’interesse non solo della crescita economico-sociale ed istituzionale dell’area, ma di un complessivo quadro di stabilità e sicurezza europea. Nel corso della Presidenza italiana della IAI, è stato firmato un Protocollo di cooperazione ed altri tre sono pronti alla firma. L’Italia condivide il recente, ancora necessariamente limitato, approccio UE sulle macro-regioni ed è convinta che valga la pena perseguirlo senza esitazioni nelle aree che si dimostrino mature per attuarlo. Occorre coraggio e lungimiranza strategica complessiva, considerato che il processo per la finalizzazione di una macro-regione richiede un arco temporale di qualche anno. Il bacino adriatico-ionico è un bacino che presenta analogie con l’area del Baltico, trattandosi in entrambi i casi di mari circoscritti, con problematiche e sfide simili, ed entrambi “cerniere” tra Stati membri e Stati terzi ed è allo stesso tempo lo sbocco marittimo naturale dell’area danubiana. L’Adriatico-Ionio ha, in definitiva, tutti i requisiti per

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configurarsi come macro-regione omogenea per la quale sviluppare un approccio strategico fondato sulla similarità e sulla comunanza di problemi, opportunità e prospettive. Una macro-regione in grado di interagire senza sovrapposizioni e di creare sinergie con altre macro-regioni europee. Parliamo di un’area che si estende per oltre 600 mila chilometri quadrati ed in cui vivono circa 100 milioni di persone. Territori già strettamente legati da svariate forme e diverse esperienze di cooperazione transfrontaliera. Come è avvenuto per il Baltico, ove pre-esisteva un consolidato tessuto di cooperazione tra i diversi Paesi, così per l’Adriatico e lo Ionio riteniamo che l’elaborazione di una strategia europea possa fare tesoro della pluralità di iniziative, programmi e progetti già in atto, dando ad essi una compiuta cornice europea, ed adattando gli strumenti a disposizione alle peculiarità delle varie realtà, senza per questo perdere di vista l’obiettivo complessivo ed unitario di rafforzare la coesione di tutta l’UE. Un importante valore aggiunto di questa Strategia adriatico-ionica è la conferma di un fondamentale segnale politico ai Paesi dei Balcani occidentali di rinnovata attenzione ad una prospettiva di concreta collaborazione, da sviluppare parallelamente al più complesso processo verso la futura adesione alla casa europea cui essi naturalmente appartengono. L’orizzonte che immaginiamo per realizzare la Strategia è sufficientemente ampio da permetterci di allineare le priorità sulle quali lavoreremo con quelle che saranno indicate dalla Strategia 2020 ed emergeranno con le future prospettive finanziarie, ponendoci così perfettamente in linea con gli orientamenti strategici dell’UE in materia di sviluppo e di integrazione.


REGIONE MARCHE

di incontro tra i Paesi membri della IAI e la Commissione Europea, è stata quella di aprire un percorso a sostegno della creazione della macro Regione Adriatico Ionica. Sul modello dell’area del Baltico con cui il bacino adriatico ionico ha molte analogie, in un sistema caratterizzato da comuni tratti storici, economici, culturali e da importanti iniziative di integrazione, la proposta vuole valorizzare tutte le esperienze di cooperazione già esistenti, come il Forum delle Città dell’Adriatico–Ionio, delle Camere di Commercio, delle Università e dell’Euroregione Adriatico–Ionica. Allo stesso tempo l’iniziativa si propone di sviluppare un forte consenso su tutte le più importanti problematiche: la protezione ed il mantenimento di un ambiente sostenibile, il miglioramento dell’accessibilità dell’area, l’avvio di uno sviluppo economico-sociale equilibrato, la sicurezza dell’intero bacino. La prospettiva è aprire un laboratorio di cooperazione nel quale sperimentare e sviluppare sempre nuove idee per giungere in tempi ragionevolmente rapidi al riconoscimento di Macroregione europea da parte delle Autorità Comunitarie.

Gian Mario Spacca Presidente Regione Marche

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Cooperazione Territoriale Europea

L’anno di Presidenza italiana dell’Iniziativa Adriatico Ionica si chiude all’insegna della collaborazione tra i Paesi del bacino adriatico ionico con la riunione del 5 maggio tra gli otto Ministri degli Esteri e la partecipazione istituzionale dell’Ue e della Presidenza del Consiglio degli Stati del Mar Baltico. L’impegno della Regione Marche, che ospita ad Ancona la sede del Segretariato permanente, non si esaurisce con questa scadenza; anzi, intendiamo ribadire il nostro ruolo nella diplomazia che guarda ad est sottolineando la vocazione di Porta d’Oriente della nostra Regione. Le Marche, per storia e posizione geografica, si sono sempre relazionate con l’area balcanica, distinguendosi per il coinvolgimento di tutti gli attori del territorio, in uno slancio di solidarietà su campi di azione comuni come la promozione di micro imprese, la ristrutturazione di centri di aggregazione e assistenza, l’erogazione di servizi pubblici, il rafforzamento delle

istituzioni locali, la promozione di iniziative culturali, il turismo e la pesca. Il consolidamento delle relazioni con i Paesi che si affacciano sull’Adriatico e lo Ionio è stato avviato dalle Marche con un ruolo da protagonista; un risultato ottenuto grazie al forte impegno delle istituzioni e della comunità che hanno dimostrato grande sensibilità ed attenzione per la cooperazione con questo territorio. Parallelamente si sono rafforzate le relazioni tra le diverse realtà territoriali, sono state individuate soluzioni ai problemi comuni e strategie interregionali condivise. Le fondamenta di una regione europea che superasse i confini dei singoli Stati, sono state poste proprio ad Ancona, nel 2000, alla presenza dei massimi vertici dell’Ue, a testimonianza di una lungimirante condivisione di una visione strategica, nell’interesse della crescita economico sociale ed istituzionale dell’area in un complessivo quadro di stabilità e sicurezza europea. Da quella Conferenza per lo sviluppo e la sicurezza dell’Adriatico è nata la “Carta di Ancona” sulla quale si fondano le politiche dell’Iniziativa Adriatico Ionica: “Il rafforzamento della cooperazione regionale contribuisce a promuovere la stabilità politica ed economica - sancisce la Carta - costituendo una solida base per il processo di integrazione europea”. La strategia della presidenza italiana, ribadita ad ogni occasione

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IAI, SI CHIUDE L’ANNO DI PRESIDENZA ITALIANA. IL 5 MAGGIO VERTICE AD ANCONA, CANTIERE DI STRATEGIE PER L’ADRIATICO E LO IONIO


MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI

Cooperazione transfrontaliera

IMPLEMENTARLA È UNA PRIORITÀ PER L’ITALIA

A parlarne è l’On. Franco Frattini, Titolare del Dicastero degli Affari Esteri della Repubblica Italiana

L’Italia è l’unico Stato dell’Unione Europea a confinare con Paesi non membri dell’UE ad est sul Mare Adriatico ed al tempo stesso a sud con l’altra sponda del Mediterraneo: quali sono le strategie politiche derivanti da tale posizione? La collocazione mediterranea dell’Italia e la sua proiezione verso il sud est europeo conferiscono al nostro paese un ruolo speciale nei confronti dei Paesi non membri dell’Unione Europea, per i quali siamo un interlocutore di riferimento apprezzato e stimato. Proprio in virtù di questa posizione e dei tradizionali legami storici ed economici che manteniamo con i nostri vicini, l’Italia persegue una strategia politica di costante dialogo con l’obiettivo di approfondire l’ampio spettro delle relazioni, sia bilaterali che regionali, anche in prospettiva della progressiva integrazione dei Balcani Occidentali nella UE. È nostro specifico interesse valorizzare e promuovere la dimensione adriatica in ambito europeo quale area vitale per lo sviluppo economico europeo e cornice ideale entro cui promuovere uno scambio fecondo tra le società civili della regione. In quest’ottica abbiamo avviato un’articolata azione per il rilancio e il rafforzamento degli strumenti di cooperazione regionale che hanno una chiara vocazione adriatica, quali l’Iniziativa Adriatico-Ionica (IAI), di cui l’Italia è Presidente di turno, e l’Iniziatica Centro Europea (InCE) con l’obiettivo di pervenire alla definizione di una strategia macro-regionale condivisa per l’Adriatico e di facilitare l’integrazione europea dei Balcani Occidentali. I territori dell’ex Jugoslavia, pur in presenza di diffuse criticità, si sono avviati verso una fase di relativa stabilità politica e di sviluppo economico. Cosa può fare l’Italia per accelerare e sostenere questo processo nei vari Stati ed in tutta l’area? Qual è la ricetta

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per superare la consolidata difficoltà dell’Italia a sviluppare una politica integrata verso l’area dei Balcani Occidentali nella logica del sistema paese? All’interno dell’UE, l’Italia è senza dubbio il Paese da sempre più sensibile nel sostenere la prospettiva europea dei Balcani Occidentali, nella consapevolezza che solo la piena integrazione della regione nelle strutture europee ed euro-atlantiche possa contribuire alla sua definitiva stabilizzazione e democratizzazione. Proprio con l’obiettivo di accelerare e dare concretezza alla prospettiva europea della regione balcanica, ho presentato l’anno scorso un Piano in otto punti che ha suscitato interesse tra i partner comunitari e vivo apprezzamento nella regione. Gli stessi Paesi balcanici, che con tempi e modalità differenti si stanno avviando verso una definitiva stabilità politica, nutrono forti aspettative nella strategia adottata dall’Italia verso l’intera area. Alla luce delle intense relazioni bilaterali con i paesi della regione, la ricetta che proponiamo mira a strutturare la cooperazione in tutti i settori attraverso la conclusione di intese intergovernative (abbiamo avviato partenariati strategici e consultazioni rafforzate con Croazia, Slovenia, Serbia, Albania e Montenegro) al fine di sostenere adeguatamente le intense dinamiche che da sempre caratterizzano il nostro interscambio commerciale con i Balcani e che, nonostante gli effetti della crisi economica, ci vede ai primissimi posti in tutti i paesi dell’area. Notevoli opportunità di investimento si dischiudono per le aziende italiane in settori strategici quali l’industria, l’energia, l’ambiente, le infrastrutture e i trasporti. La radicata presenza del sistema bancario e assicurativo italiano nella regione fornisce infine una rete essenziale per lo sviluppo dei flussi commerciali e degli investimenti. In questo quadro, un ruolo di primo piano è svolto anche dalle Regioni e dagli Enti Locali italiani, che operano nei Balcani Occidentali in stretto raccordo con le realtà territoriali ad essi economicamente e culturalmente più vicine. Si determina così un tessuto connettivo di fondamentale importanza per un solido sviluppo dei rapporti tra i Paesi e i popoli della regione.


Come si armonizza la politica italiana nell’area del SEE con le esigenze e gli interessi espressi dai singoli territori? Occorre innanzitutto promuovere un approccio regionale per la soluzione dei problemi, come stiamo sottolineando con il nostro impegno a rilanciare gli strumenti di cooperazione regionale e i fori di dialogo negli ultimi venti anni - per l’InCE - e dieci anni - per la IAI - hanno fornito un contributo valido e sostanziale in tale ottica. In secondo luogo, l’esige di armonizzazione a cui fa riferimento conferisce ulteriore priorità all’opportunità di promuovere l’integrazione di ciascun Paese dell’area nel grande mercato europeo. In tal senso, soprattutto nel contesto dell’attuale congiuntura che ha registrato una forte riduzione degli investimenti esteri anche nei Balcani, è nostro interesse stimolare la crescita economica della regione, valorizzando le potenzialità d’investimento in questi mercati ancora relativamente inesplorati. Per esempio nel comparto energia, la vicinanza geografica, la disponibilità di risorse energetiche (in particolare da fonti rinnovabili quali l’idro-elettrico) e le prospettive di accesso all’intero mercato centro-europeo, costituiscono i principali fattori d’investimento di aziende italiane presenti sul territorio. In questa prospettiva risulta essenziale anche favorire la fluidità dei collegamenti attraverso il potenziamento delle reti infrastrutturali di trasporto, in particolare quelle che riguardano la realizzazione

degli importanti Corridoi Multimodali Paneuropei V e VIII, nonché la rete di autostrade del mare che interessa l’Adriatico-Ionio. Quale ruolo ritiene possa essere affidato all’Iniziativa Adriatico Ionica nell’ambito della strategia politica italiana verso i Paesi dell’area dei Balcani Occidentali? La dimensione adriatica riveste carattere centrale per l’Italia: con oltre 1.000 kilometri di costa e più di 17.7 milioni di abitanti residenti nelle 7 regioni rivierasche, l’Adriatico-Ionico costituisce una priorità assoluta nella politica del Governo. Riteniamo pertanto che l’Iniziativa Adriatico-Ionica, nel decimo anniversario della sua nascita, debba rilanciare il proprio ruolo di Forum strategico, che operi in modo concreto e incisivo con un approccio “projectoriented”, per sviluppare aree di comune interesse regionale in materia di ambiente, turismo, cultura e cooperazione inter-universitaria, trasporti e cooperazione marittima, piccole e medie imprese. Con l’obiettivo ultimo di realizzare una Strategia europea per l’Adriatico e lo Ionio, intendiamo pertanto incoraggiare forme di collaborazione transfrontaliera e rafforzare la cooperazione con l’Unione Europea e con le altre organizzazioni internazionali ed iniziative regionali come l’InCE, la Cooperazione Economica del Mar Nero, il Consiglio degli Stati del Mar Baltico e l’Unione per il Mediterraneo.

Cooperazione Territoriale Europea

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Italia, Ancona, Costa del Conero

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LA IAI NEL QUADRO DEGLI INTERVENTI EU DI COOPERAZIONE TERRITORIALE Intervista al Sottosegretario del Ministero degli Affari Esteri, Sen. Alfredo Mantica

tro con l’ingresso della Croazia, ed ancor di più con le altre auspicate adesioni all’UE di Paesi dei Balcani Occidentali.

In presenza di una decomposizione del processo integrativo: quale ruolo ritiene possono svolgere le organizzazioni interregionali internazionali come l’InCE e la IAI? La complessità nell’applicazione, in tempi ragionevolmente brevi, del Trattato di Lisbona, hanno reso di particolare attualità le dimensioni regionali europee. In questo contesto occorre fare una distinzione fra l’Iniziativa Centro Europea (InCE) e l’Iniziativa Adriatico-Ionica (IAI). Quando l’InCE venne istituita, all’epoca “Quadrangolare”, solo l’Italia era membro dell’allora Comunità Europea, mentre al momento dell’istituzione della IAI, solo l’Italia e la Grecia erano membri dell’Unione Europea. Dei diciotto Paesi dell’InCE, nove sono ora membri dell’UE. Degli otto membri della IAI, tre sono i membri comunitari, Grecia, Italia e Slovenia, che diventeranno quat-

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L’InCE, lo sappiamo tutti, ha oggi bisogno di un rilancio che la renda attuale rispetto a quei compiti originari che ha brillantemente assolto. Il Vertice di Bucarest del 13 novembre scorso ha infatti deciso la creazione di un Gruppo di Esperti - presieduto dall’Italia - che entro l’estate formularà proposte operative per migliorarne l’efficienza e trasformarla in un organismo più dinamico e project-oriented, onde rispondere alle sfide politiche, economiche e sociali del XXI secolo. La IAI, rilanciata dalla Presidenza dell’Italia (giugno 2009 - giugno 2010), ha il compito politico di agevolare l’ingresso nell’UE di cinque non membri comunitari (Albania, Bosnia-Erzegovina, Croazia, Montenegro e Serbia), allo stesso tempo proseguendo il cammino della già esistente cooperazione strategica degli otto membri IAI, innanzitutto nei settori delle piccole e medio imprese, turismo, cultura e cooperazione inter-universitaria, ambiente, sicurezza ed istituzioni. Testimonianza concreta dell’impegno della Presidenza italiana sono i Memorandum firmati ed in via di finalizzazione nei diversi settori di cooperazione. InCE e IAI potranno quindi, ciascuna nel proprio ambito geo-politico ed economico- sociale, svolgere

un ruolo determinante in Europa, con opportune sinergie anche fra loro, facilitando la formazione del consenso su problemi comuni fra gli attori coinvolti, a livello nazionale e territoriale, nella complessa gestione dell’UE. In che misura ritiene che la strategia delle macro regioni europee già approvata per l’area del Mar Baltico possa rispondere alle esigenze del bacino Adriatico Ionico? La strategia della macro regione del Mar Baltico, insieme a quella del Danubio che dovrebbe essere formalizzata nel 2011, ed a quella, al momento a livello di proposta, per il Mare del Nord, ha accelerato in questi ultimi mesi la riflessione su una possibile gestione decentrata, a livello regionale, dell’UE, su temi locali di interesse comune delle aree coinvolte. Ed è proprio per questo che sono intervenuto, il 13 aprile scorso a Bruxelles, al Forum del Comitato delle Regioni “L’integrazione attraverso la cooperazione territoriale”, sotto l’egida della neo-Presidente italiana Mercedes Bresso. L’Italia, con accordo di Grecia e Slovenia, ha presentato in tale occasione la IAI ed ha lanciato la proposta di una macro-regione Adriatico-Ionica. Occorre infatti realizzare in concreto quello che in questi ultimi due anni il Governo italiano ha più volte ripetuto a Bruxelles, e cioè riequilibrare quel che percepiamo come uno squilibrio a sfavore del fianco sud dell’UE. Il tutto evitando discriminazioni e sovrapposizioni, applicando in-


vece il principio dell’inclusività, con le indispensabili sinergie fra le macro-regioni stesse. Quali sono le azioni ed i percorsi che il Ministero degli Esteri intende attivare per promuovere il riconoscimento dell’Euroregione adriatico - ionica? L’Italia, insieme agli altri due membri IAI dell’UE, Grecia e Slovenia, hanno già concordato di lavorare

occasione della riunione dei Ministri degli Esteri e delle celebrazioni del decennale dell’Iniziativa. Ne discuteremo approfonditamente anche con le Regioni italiane e le realtà territoriali dei Paesi IAI. Abbiamo peraltro già avviato contatti preliminari con i competenti Commissari UE e con il Parlamento Europeo. Sappiamo di avere il supporto del Presidente del Comitato delle Regioni. Cercheremo il

fermamente nella bontà della nostra iniziativa e dell’utilità che una macro-regione Adriatico-Ionica potrà avere nel più vasto contesto della stabilità e della sicurezza europea, nonché del suo potenziale di aggregazione e di sviluppo fra tutti gli interessati.

consenso degli altri membri UE, onde poter attivare il Consiglio Europeo. Siamo ben consci che si tratta di un percorso delicato e non breve, che guarda al 2014, quando Grecia ed Italia avranno in sequenza la Presidenza dell’UE. Ma siamo determinati, credendo

regione europea adriatico - ionica e con quali strumenti? Direi in prima approssimazione gli stessi di cui già si occupa l’Iniziativa Adriatico-Ionica. Squadra vincente non si cambia!

Quali sono gli ambiti e le tematiche a cui dovrebbe prioritariamente interessarsi la macro

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Cooperazione Territoriale Europea

insieme nel promuovere la macroregione Adriatico-Ionica. Occorre ovviamente il supporto attivo di tutti i potenziali interessati, a livello sia di Governi centrali che territoriali. Contiamo quindi di cementare l’interesse degli Stati della IAI il 5 maggio ad Ancona, in

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Tirana, Albania, un edificio “colorato”


REPUBBLICA DI MONTENEGRO - PRESIDENZA IAI 2010-2011

INIZIATIVA ADRIATICO IONICA: IMPRESSIONI, PROGETTI, PRIORITÀ Con questo documento abbiamo il piacere e l’opportunità di condividere le nostre impressioni in merito alla cooperazione, alle attività e ai risultati condivisi raggiunti durante la presidenza italiana dell’Iniziativa Adriatico Ionica (IAI), oltre che di illustrare i progetti generali e le priorità dell’imminente Presidenza montenegrina. Consapevoli del significato che le integrazioni europee rivestono per tutti gli Stati membri della IAI, apprezziamo enormemente ed elogiamo l’impegno dimostrato dall’Italia, uno dei principali Paesi dell’area mediterranea, nel rafforzare il sostegno all’ottica europea da parte dei partner della IAI non appartenenti alla UE. Intendiamo inoltre esprimere il nostro vivo apprezzamento per le attività intraprese per favorire una maggiore rilevanza del bacino Adriatico Ionico nell’ambito delle priorità dell’Unione Europea, in vista della creazione di una Strategia per questa regione (la Strategia Europea per la Macro-Regione Adriatico Ionica) e del raggiungimento di questo status. Desideriamo altresì porre l’accento sull’encomiabile contributo dell’Italia, quale Presidente di turno, nella stesura delle bozze per i Protocolli di cooperazione in settori di interesse chiave per gli stati membri della IAI, alla stipula dei quali saranno state gettate le fondamenta istituzionali e programmatiche di un ulteriore coinvolgimento della IAI. Riteniamo sia doveroso rimarcare l’assoluta importanza dello sviluppo di un approccio project-oriented in seno all’Iniziativa, priorità che la Presidenza montenegrina si impegna a perseguire nelle funzioni di prossimo Presidente di turno. Nel corso di quest’anno il Montenegro ha instaurato una cooperazione fruttuosa negli ambiti di interesse condiviso Montenegro, Budva, la città vecchia

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sia con la Presidenza italiana che con gli altri Stati membri della IAI. Il nostro auspicio è di continuare a offrire un costante sostegno alla cooperazione in aree quali il turismo, i trasporti, la tutela del patrimonio ambientale e culturale, e lo sviluppo delle piccole e medie imprese. Consci che la cooperazione transfrontaliera è un ingrediente essenziale di questa Iniziativa, riteniamo che il compito della Presidenza del Montenegro sarà portare avanti con il coordinamento del Segretariato Permanente IAI le attività volte a rafforzare la collaborazione della IAI con le comunità locali, le Amministrazioni comunali, le Università e le Camere di Commercio. La regione adriatica vanta un patrimonio unico costituito da bellezze naturali, e ricchezze culturali e storiche; di conseguenza, consideriamo di particolare rilievo le attività italiane dedicate alla creazione della Strategia per la tutela della regione adriatica, che rivestirà un ruolo prioritario per la Presidenza montenegrina. In tal senso, attribuiamo una valenza essenziale alla Commissione Trilaterale per l’Adriatico e ribadiamo il nostro interesse in favore dell’integrazione di tutti i Paesi che si affacciano sull’Adriatico in tale Commissione. Per concludere, nelle vesti di prossimo Presidente di turno intendiamo confermare la massima fiducia nei confronti di un avanzamento della cooperazione tra tutti i partner della IAI, di una maggiore concretizzazione dei progetti avviati, di un migliore sfruttamento del potenziale, nonché del raggiungimento della prosperità in tutti gli Stati membri della IAI e per tutti i cittadini del bacino Adriatico Ionico.


SEGRETARIATO PERMANENTE IAI

L’IMPORTANZA DEL SEGRETARIATO PER L’INIZIATIVA ADRIATICO-IONICA Contributo dell’Ambasciatore Alessandro Grafini, Segretario Generale IAI Dal 2000 in poi l’IAI si è sviluppata e si è quindi verificata la necessità dell’istituzione di un Segretariato che potesse tenere le fila di tutto il lavoro svolto e da svolgere, i documenti, i rapporti con tutti i Paesi coinvolti. Non è un caso, infatti, che tutte le strutture di questo tipo siano dotate di un Segretariato. Da qui la forte volontà e l’impegno di tutti nel creare il Segretariato Permanente proprio ad Ancona. L’impulso definitivo è giunto dal meeting di Zagabria, nel 2008, che non solo ha stabilito la costituzione del Segretariato, ma ha anche deciso all’unanimità di fissare la sede ad Ancona e la mia elezione a Segretario Generale per tre anni. La Regione Marche ha poi fatto il resto, assegnando fra l’altro al Segretariato una sede di grande pregio come la struttura appena recuperata della Cittadella dei Sangallo. Il Segretariato Permanente è stato inaugurato ufficialmente ad Ancona il 19 giugno 2008, sotto la Presidenza Greca; esso assicura la funzione di coordinamento consentendo cosi un lavoro più sistematico tra i Paesi membri in alcuni settori prioritari: economia, PMI, turismo, cooperazione universitaria e scientifica, ambiente, trasporti, protezione civile.

Un forte accento è stato posto anche nel coinvolgimento degli Enti locali nella cooperazione, a partire dalla Regione Marche, e nel raccordo con altre organizzazioni regionali esistenti nell’area, in primo luogo l’InCE, nonché con i Forum esistenti ad Ancona relativi alle Camere di Commercio, alle città dell’Adriatico e dello Ionio e alla Cooperazione inter - universitaria (UNIADRION). L’Iniziativa Adriatico Ionica, per le caratteristiche che la contraddistinguono e in particolare per l’interesse che i suoi Paesi membri nutrono nei confronti delle tematiche connesse alla tutela delle acque marine e delle coste, si proietta anche in una dimensione più propriamente mediterranea. Alla Presidenza greca, nel giugno 2009, è seguita quella italiana, che in sinergia con il Segretariato di Ancona, ha assicurato lo svolgimento di riunioni tecniche (11 in tutto) nelle materie oggetto del lavoro dell’Iniziativa e quattro riunioni del Comitato dei Senior Officials. La Presidenza italiana si è inoltre concentrata sulla redazione di quattro Protocolli di cooperazione tra i Paesi IAI nelle materie di ambito di piccole e medie imprese, turismo, sviluppo rurale e archeologia

subacquea; tali protocolli tendono a focalizzare la cooperazione tra i Paesi IAI su obiettivi specifici. Anche la dimensione Parlamentare, dopo la riunione di Atene del Maggio 2009, è ripresa con la riunione di Bari del 28-29 Aprile, i cui sviluppi saranno evidenziati nella riunione Ministeriale del 5 Maggio 2010 ad Ancona che conclude la Presidenza Italiana e celebra anche il X anniversario dell’Iniziativa Adriatico Ionica. In definitiva la Presidenza Italiana ha segnato l’approfondimento dei settori di cooperazione sopraelencati attraverso la sottoscrizione di protocolli destinati ad avere un follow - up a cura del Segretariato e di ‘focal points’ da designare nei vari Paesi. Altro risultato importante è l’avvio di una strategia europea per il riconoscimento di questo territorio, che rappresenta un’area circoscritta destinata a divenire bacino interno dell’Unione Europea, come macro regione. In questa prospettiva, e in collaborazione con la Presidenza IAI e gli enti più volte nominati, il Segretariato si è proposto e si propone come punto di riferimento della nuova, proficua fase di operatività dell’Iniziativa Adriatico Ionica. Cooperazione Territoriale Europea

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Grecia, vista panoramica del Mare di Marmara

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LE RELAZIONI

ATTIVITÀ DELL’INIZIATIVA ADRIATICO IONICA DURANTE L’ANNO DI PRESIDENZA ITALIANA La Presidenza italiana dell’Iniziativa Adriatico Ionica (IAI) è stata inaugurata ad Ancona il 16 Giugno 2009 con il primo incontro del Committee of Senior Officials e con un meeting dei Vice-Ministri degli Esteri degli otto paesi partecipanti alla IAI. Il Governo Italiano ha voluto dunque dare immediatamente un forte significato politico alla sua presidenza identificando il bacino Adriatico Ionico come area di interesse prioritario di sviluppo socioeconomico e culturale comune. In particolare, il sottosegretario agli esteri, Senatore Mantica, ha sottolineato, in quella occasione, l’importanza di dover coinvolgere maggiormente l’Unione Europea nelle attività che si svolgono nell’area in oggetto soprattutto attraverso l’azione congiunta dei tre paesi già membri dell’UE (Italia, Grecia e Slovenia). Da parte italiana è altresì necessario coinvolgere le Regioni che in molte aree di cooperazione hanno competenze importanti o esclusive. Fin dall’inizio si sono delineati i temi prioritari sui quali la Presidenza italiana di turno si sarebbe Italia, Ancona, sede del Segretariato Permanente IAI

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concentrata, vale a dire: turismo, piccole e medie imprese, ambiente, trasporti e cooperazione marittima, Università. Strategia Europea per la regione Adriatico Ionica Nel periodo successivo l’obiettivo delle attività svolte in seno all’Iniziativa Adriatico Ionica è stato quello di seguire e applicare le direttive e le indicazioni espresse nel primo incontro di giugno. L’impegno principale della Presidenza Italiana della IAI, in stretta collaborazione con il Segretariato dell’Iniziativa Adriatico Ionica, quello di attivare tutti gli stakeholders del bacino Adriatico Ionico per lavorare insieme e giungere all’adozione, da parte dell’Unione Europea, di una Strategia macroregionale per la regione Adriatico-Ionica. A tale scopo, il primo passo è stato di informare durante il secondo incontro del Committee of Senior Officials (Ancona - 27-28 Gennaio 2010) sulla necessità di sviluppare un modello macro-regionale e sulle possibilità di sviluppo che avrebbe portato.


Serbia, Topola, interi della chiesa cristiana-ortodossa di San Giorgio

una prima dichiarazione dei Ministri degli Esteri degli otto paesi IAI a sostegno della creazione di una Strategia Europea per la Macro-Regione Adriatico Ionica in occasione del Consiglio Adriatico Ionico del 5 Maggio 2010.

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Cooperazione Territoriale Europea

Protocolli di Cooperazione IAI Allo scopo di intensificare la collaborazione, gli scambi di esperienze e la condivisione di progetti tra i paesi IAI, la Presidenza italiana ha voluto concentrare i suoi sforzi sull’adozione di alcuni protocolli di cooperazione su temi che ha ritenuto di interesse prioritario. Nel campo della cooperazione a favore delle piccole e medie imprese l’11 Febbraio 2010 è stato firmato a Verona un Protocollo di Cooperazione IAI. Il Protocollo che è stato elaborato attraverso la stretta collaborazione tra Ministero per lo Sviluppo Economico, le Regioni costiere adriatiche, in particolare le Marche, il Forum delle Camere di Commercio si pone come base per lo sviluppo di attività comuni coordinate dalla Presidenza IAI di turno e dal Segretariato Permanente. Il Protocollo per lo sviluppo del turismo nel bacino Adriatico Ionico sarà firmato il 13 Maggio prossimo a Roma dai Ministri per il Turismo dei Paesi IAI e ha lo scopo principale di favorire lo sviluppo della re-

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Tutti i rappresentanti degli 8 paesi hanno sostenuto entusiasticamente l’idea e compreso che si tratta di una occasione unica per ridurre le differenze sociali ed economiche che ancora esistono nell’area e per favorire il progressivo avvicinamento alla UE di quei paesi che ancora non sono membri. Una Strategia Europea per l’area Adriatico Ionica dovrebbe fornire gli strumenti e stabilire gli obiettivi da raggiungere nel medio e nel lungo termine. Allo scopo di seguire un percorso corretto verso la Macro-Regione Adriatico Ionica, la presidenza Italiana ha voluto rafforzare la cooperazione della IAI con il CBSS (Council for the Baltic Sea States); Il Baltico è l’unica regione europea che ha visto adottata una Strategia Europea per il proprio territorio. Di conseguenza utilizzare questa best practice potrebbe essere di aiuto e facilitare il percorso per la regione Adriatico Ionica. È stata organizzato, per questo motivo, un workshop (29-30 Aprile - Ancona), nella forma di un brainstorming, tra esperti a livello accademico, per il confronto e il parallelo delle politiche di sviluppo delle due regioni europee, entrambi mari semi-chiusi e con caratteristiche e problematiche simili. Questo lavoro, insieme a quello dei Senior Officials, del Segretariato Permanente IAI, delle Regioni e delle reti di cooperazione presenti nell’area dovrà portare ad


gione Adriatico Ionica come destinazione turistica integrata. Il Protocollo di cooperazione sull’archeologia subacquea è stato sviluppato nell’ambito della Tavola Rotonda IAI sulla cultura e si propone di rafforzare la cooperazione tra i Paesi IAI su un tema poco sviluppato dalla cooperazione internazionale in quanto si affrontano temi delicati quali le ricerche in acque internazionali e gli illeciti relativi al traffico di beni archeologici. La firma è prevista nel mese di maggio. Infine, durante l’anno di Presidenza italiana è stato riscontrato un forte interesse nell’allargare l’ambito della cooperazione anche all’agricoltura. È stata indetta, dunque, una Tavola Rotonda ad hoc sul tema che ha prodotto un ulteriore Protocollo di cooperazione sullo sviluppo rurale con l’obiettiCroazia, Isole

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vo di creare un network di cooperazione stabile tra i Paesi IAI sul tema. Il protocollo sarà firmato dai Ministri dell’Agricoltura alla fine del mese di maggio. Altre attività rilevanti Nell’ambito della cooperazione sul tema dell’ambiente, la Presidenza italiana IAI si è voluta concentrare sulla lotta all’inquinamento dei mari Adriatico e Ionio tramite l’estensione di un esercizio molto tecnico a tutti i Paesi IAI. Si tratta del “Sub-Regional Contingency Plan for Prevention of Preparedness for and Response to Major Pollution Incidents in the Adriatic Sea” che per ora è stato adottato solo da Italia, Croazia e Slovenia. Per la prima volta, durante la Tavola Rotonda IAI, si è richiesto uno sforzo a tutti i Paesi IAI per lavorare


Marche, già interessata in diversi progetti di cooperazione decentrata con i partner di oltre Adriatico, e nel raccordo con altre organizzazioni regionali esistenti nei Balcani, in primo luogo l’InCE, ma anche il Consiglio di Cooperazione Regionale (CCR), subentrato al Patto di Stabilità per il Sud-Est Europa, l’organizzazione della Cooperazione Economica degli Stati del Mar Nero (BSEC) e con i networks di cooperazione già operanti nell’area: il Forum delle Camere di Commercio dell’Adriatico Ionio, Il Forum delle Città, UniAdrion e AdriaPAN, il network delle aree protette dell’area Adriatico Ionica. L’attività della Presidenza è stata supportata dal Segretariato Permanente IAI guidato dalla sua istituzione (maggio 2008) dall’Amb. Alessandro Grafini. Gli incontri svoltisi ad Ancona sono stati organizzati dal Segretariato in cooperazione con la Regione Marche. Inoltre il Segretariato ha svolto ampie attività di presenza e di contatto con le autorità e le istituzioni locali dando quindi maggiore consistenza e continuità all’azione della IAI.

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Cooperazione Territoriale Europea

in vista dell’adozione di questo strumento fondamentale per la protezione dell’ambiente marino. In ambito universitario, il Segretariato Permanente IAI, durante tutto l’anno di Presidenza italiana ha lavorato a stretto contatto con il network universitario UniAdrion. I risultati sono stati il contributo alla creazione del nuovo network dei networks universitario MEDADRION, fondato a Teramo a dicembre 2009, di cui UniAdrion è membro ed una rivitalizzazione del network Adriatico Ionico che ha organizzato per il 19 e 20 Aprile 2010 una Tavola Rotonda IAI in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione e la Conferenza dei Rettori delle Università partecipanti al network. Il tema della cooperazione marittima è stato anche affrontato e si è concentrato soprattutto su un rafforzamento della cooperazione e dello scambio di esperienza sui temi della sicurezza, del monitoraggio del traffico marittimo e sulle attività per la protezione dell’ambiente. Infine, la Presidenza italiana IAI ha voluto porre un forte accento nel coinvolgimento degli Enti Locali nella cooperazione, a partire dalla Regione

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Bosnia-Herzegovina, Banja Luka


LA REGIONE MARCHE E LA COOPERAZIONE TERRITORIALE NEL BACINO ADRIATICO IONICO LA STORIA A seguito della caduta del muro di Berlino, che rappresenta simbolicamente la fine di una politica e di un’economia basata su una netta divisione del mondo e la firma del Trattato di Maastricht, l’Unione Europea ha avviato una serie di programmi il cui fine ultimo è

quello di assicurare uno sviluppo omogeneo dei diversi territori, di favorire l’ingresso di nuovi Stati nell’Unione e di consentire il raggiungimento di una sostanziale armonizzazione dei territori. Un’attenzione particolare è stata riservata ai territori appartenenti alla ex Unione Sovietica ed agli

Slovenia, Dolenjska, castello medievale di Otocec

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Stati aderenti al Patto di Varsavia, dove l’UE ha sviluppato una serie di programmi finanziati attraverso fondi dedicati ai Paesi la cui adesione era stata preventivata per l’anno 2004. Per i territori del Sud Est Europa, interessati dall’inizio degli anni ‘90 da una crisi bellica di vastissime proporzioni, sono stati attivati una serie di interventi più propriamente riconducibili alla cooperazione allo sviluppo che, nel tempo, si sono prima integrati e, successivamente, sono stati quasi totalmente sostituiti dai programmi di cooperazione territoriale e transfrontaliera. L’Italia, ed in particolare la Regione Marche, per posizione geografica e rapporti storici, sociali, culturali e commerciali, hanno da sempre relazioni privilegiate con i Paesi dell’area balcanica. La partecipazione attiva alle iniziative di solidarietà, che ha registrato nel 1995 la costituzione ad Ancona dell’unità di crisi nazionale, è stata seguita dall’attuazione di una serie di progetti che hanno visto il coinvolgimento dell’intero territorio marchigiano con tutti i suoi attori (Regione, Province, Comuni, Università, Associazioni culturali e sociali, ONG) in uno slancio di fattiva solidarietà in numerosissimi campi di azione. Si va dalla promozione di micro imprese alla ristrutturazione e promozione di centri di aggregazione e di assistenza, dalla formazione ed assistenza tecnica per la creazione di imprese private e di erogazione di servizi pubblici all’assistenza alle istituzioni come, ad esempio, nelle municipalità di Elbasan e di


Space. Nell’ambito del Programma Interreg IIIA NPPA la Regione Marche ha implementato 65 progetti (37 in qualità di capofila e 28 in qualità di partner), per un totale di risorse attivate pari a circa 17 milioni di euro. Nell’ambito del Programma Interreg IIIB CADSES la Regione ha implementato 25 progetti, per un totale di risorse attivate pari a circa 7 milioni di euro. La veloce evoluzione economica e sociale dei Paesi coinvolti nell’attuazione dei programmi, e quindi la sostanziale concretezza e positività di tale politica, hanno fatto sì che, a questa fase, seguisse un nuovo periodo di programmazione i cui principali obiettivi sono l’allargamento e la crescita economica e sociale dell’area. L’attuale periodo di programmazione 2007-2013 vede la politica

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il passaggio dai progetti ai programmi e, nel successivo periodo di programmazione 2000-2006, il consolidamento ed il rafforzamento della cooperazione. Sostanzialmente la principale differenza è rappresentata dal passaggio da interventi puntiformi mirati a favorire la crescita e lo sviluppo di alcune aree grazie anche alla cooperazione di soggetti appartenenti all’UE, ad azioni coordinate tendenti a raggiungere, nell’intero territorio, scopi condivisi. In questo periodo la Regione Marche ha operato fattivamente, partecipando alle iniziative di cooperazione transfrontaliera Interreg IIIA NPPA-Nuovo Programma di Prossimità Adriatico e di cooperazione transnazionale Interreg IIIB CADSES-Central, Adriatic, Danubian and South-Eastern European

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Argirocastro. Non sono inoltre da trascurare i positivi risultati derivati da iniziative volte a valorizzare e rendere fruibili i giacimenti culturali esistenti nell’area e che confermano, se necessario, l’esistenza di significativi rapporti fra le popolazioni dell’area, come avvenuto, ad esempio, con la mostra delle icone dell’area balcanica. Contemporaneamente alcuni Paesi membri dell’UE avevano attivato, con proprie risorse, azioni di cooperazione allo sviluppo a sostegno degli interventi comunitari ed in particolare l’Italia, con la legge 84 del 2001, ha fornito un importante contributo per rafforzare e razionalizzare gli interventi che le istituzioni locali, le associazioni di volontariato e le ONG italiane avevano realizzato nell’area. L’evoluzione della politica di coesione vede nel periodo 1994-1999

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Serbia, panorama

di coesione rafforzarsi attraverso l’obiettivo “Cooperazione territoriale europea” che con i tre livelli si prefigge di integrare i territori divisi dai confini nazionali riunendoli attorno a problematiche comuni che necessitano di soluzioni condivise. IL PRESENTE Dal 2007 la Regione Marche è coinvolta in un programma di cooperazione transfrontaliera (IPA Adriatico), in due program-

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mi di cooperazione transnazionale (MED-Mediterraneo e SEE-Sud Est Europa), oltre che nel programma di cooperazione interregionale Interreg IVC. In questi programmi è stata presente, sia come lead partner che partner in diversi progetti ricadenti in tutti gli ambiti, registrando una forte concentrazione nel turismo, nella cooperazione istituzionale e nel settore dall’ambiente. L’impegno con il quale sono stati affrontati questi programmi può

essere agevolmente desunto da alcuni dati per il periodo 20072010: nel programma SEE, che coinvolge 16 Paesi (8 Stati UE e 8 Stati extra-UE), l’11% dei progetti finanziati vede la partecipazione della Regione e di soggetti provenienti dal suo territorio (grafico 1); nel programma MED, che coinvolge 9 Stati dell’Unione Europea, l’8% dei progetti finanziati vede la partecipazione della Regione e di soggetti provenienti dal suo territorio (grafico 2); nel programma


Interreg IVC, che coinvolge tutti i 27 Stati membri dellâ&#x20AC;&#x2122;Unione Europea, il 3% dei progetti finanziati vede la partecipazione della Regione e di soggetti provenienti dal suo territorio (grafici 3 e 4).

Oltre ai risultati materiali derivanti dai progetti di cooperazione allo sviluppo si è potuta registrare la nascita di una rete immateriale fatta di rapporti di conoscenza e reciproca accettazione che ha

costituito la solida base per la costruzione dei partenariati dei diversi progetti di cooperazione territoriale. Le reti immateriali si sono, nel tempo, strutturate ed i rapporti fra i

Cooperazione Territoriale Europea

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Croazia, Dubrovnik, il vecchio porto al tramonto

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diversi soggetti sono stati formalizzati, e se possibile rafforzati, con la costituzione, dieci anni fa, dei tre Forum dell’Adriatico e dello Ionio (delle Città, delle Camere di Commercio e delle Università) che hanno l’epicentro delle loro attività ad Ancona e che operano fattivamente per favorire la realizzazione di progetti condivisi, finanziati con risorse comunitarie. Nel 2006 le tre reti sono state affiancate da un’altra organizzazione, l’Euroregione Adriatica. L’Euroregione Adriatica, con sede a Pola, nella Regione istriana, è un’associazione di cooperazione costituita da

enti territoriali - di norma di livello sub-statale e regionale - italiani , sloveni, croati, bosniaci, montenegrini ed albanesi che si affacciano sulle sponde del mare Adriatico e Ionico. La Regione Marche è stata tra i fondatori dell’Euroregione ed ha partecipato attivamente anche ai lavori preparatori. Gli obiettivi generali dell’Euroregione Adriatica sono: • il rafforzamento della stabilità nell’area adriatica e balcanica; • la promozione dello sviluppo sostenibile e della coesione economica e sociale fra gli enti aderenti.

Grecia, Atene, Acropoli, entrata all’Odeon di Erode Attico

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Tali obiettivi vengono perseguiti promuovendo iniziative comuni in settori strategici per l’area, quali la tutela dell’ambiente, il turismo, la cultura, la pesca e le attività produttive, le infrastrutture ed i trasporti. La Regione Marche ha quindi operato attivamente, negli anni, per facilitare il dialogo e la collaborazione nell’intera area, mettendo in azione numerose iniziative in proprio ed in collaborazione con altri soggetti privati ed istituzionali. Le Marche inoltre hanno partecipato attivamente al progetto, predisposto dall’Italia di concer-


IL FUTURO Occorre fin da ora riflettere su quel che sarà il futuro dell’intera area che - con una popolazione di circa 100 milioni di abitanti concentrata in 600.000 km2 - vede già alcuni Stati parte integrante dell’UE,

altri molto vicini a un’inclusione formale, oltre che sostanziale, nell’Unione ed i rimanenti che si avvicinano a tappe forzate a tale risultato. L’area adriatico-ionica, pur essendo caratterizzata da un patrimonio di forti rapporti, in molteplici settori, resta comunque un territorio disomogeneo dal punto di vista economico, sociale, ambientale e culturale. L’area è formata da Paesi che condividono molte risorse comuni e mostrano una notevole interdipendenza; ciò comporta che le azioni realizzate in una zona specifica possono ripercuotersi su altre parti della regione se non addirittura sull’intera regione. In tale contesto l’area adriatico-ionica può diventare un ulteriore laboratorio di cooperazione regionale in cui sperimentare e sviluppare nuove idee e procedure, in particolare in ambiti quali: • Il mantenimento di un ambiente sostenibile;

Cooperazione Territoriale Europea

zioni locali e le società civili nelle aree identificate dalla Dichiarazione in modo da promuovere i legami tra le popolazioni della Regione Adriatico-Ionica e favorire gli scambi di esperienze e la comprensione reciproca”. L’Iniziativa Adriatico Ionica è ormai una realtà consolidata nell’area e, con l’istituzione nel 2008 del Segretariato Permanente, con sede ad Ancona, ha trovato un utile strumento per raccordare le attività e le decisioni assunte sotto le Presidenze dei Paesi che partecipano all’Iniziativa e per collegare le attività delle istituzioni territoriali con le politiche nazionali e multilaterali.

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to con la Commissione Europea, per la sicurezza e la cooperazione nell’Adriatico e nello Ionio allo scopo di favorire il superamento delle tensioni presenti nell’area e di valorizzare le opportunità offerte da un’azione concertata in vista della stabilizzazione e dello sviluppo del bacino Adriatico-Ionico. Culmine di tale progetto è stata l’organizzazione, nel maggio 2000, della Conferenza per lo Sviluppo e la Sicurezza dell’Adriatico e dello Ionio, la cosiddetta Conferenza di Ancona, che ha dato l’avvio all’Iniziativa Adriatico Ionica cui hanno partecipato i Capi di Governo e i Ministri degli Esteri dei sei Paesi rivieraschi. I lavori della Conferenza si sono conclusi con l’adozione, da parte dei Ministri degli Esteri dei sei Paesi rivieraschi, della Dichiarazione di Ancona che, tra l’altro, al paragrafo 9 sottolinea “l’importanza della promozione della cooperazione tra le amministra-

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• L’avvio di uno sviluppo economico e sociale più equilibrato; • Il miglioramento dell’accessibilità e dell’attrattiva; • Il rafforzamento delle istituzioni democratiche locali; • La garanzia della sicurezza della regione. Risulta evidente che il modo migliore, peraltro non semplice, per giungere a risultati concreti e per cogliere le opportunità offerte sia il ricorso ad una strategia regionale multisettoriale integrata che può trovare nel riconoscimento di una macroregione europea un primo ed importante avvio. Tra l’altro questo riconoscimento potrebbe rendere più agevole e veloce il percorso di avvicinamento e di ingresso nell’UE di quegli Stati che ancora non partecipano all’Unione e, contemporaneamente, consentire un migliore coordinamento ed un utilizzo più strategico delle risorse comunitarie destinate ai territori in via di adesione. Parallelamente vanno valorizzate e rafforzate le reti esistenti per mantenere il forte coinvolgimento di tutti i territori interessati al riconoscimento da parte dell’UE della macroregione adriatico-ionica: è infatti con la condivisione degli obiettivi, con la conoscenza diffusa degli strumenti più idonei al loro raggiungimento, con la partecipazione ai processi decisionali che potranno sconfiggersi le resistenze nazionalistiche e le spinte verso il rallentamento del processo di integrazione europea. Montenegro, isole mediterranee, una “porta sul mare”

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Segretariato Permanente Iniziativa Adriatico-Ionico IAI Via Cittadella, Ancona Tel. +39 071 2073715 - +39 071 201064 - fax +39 071 2076976 alessandro.graďŹ ni@aii-ps.org


PF Cooperazione Territoriale, Politiche Giovanili e Sport, Regione Marche Tel. 071 8063216/3861 - Fax 071 8063215 funzione.cooperazioneterritoriale@regione.marche.it


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N째

MAGGIO 2010


In copertina: foto di Massimo Fraticelli - retro: foto di Claudio Cardellini

INDICE Rifiuti pericolosi La Regione Abruzzo si mobilita contro il rischio amianto. Amianto: in arrivo contributi regionali per la rimozione Previsti finanziamenti pari al 70% della spesa sostenuta per i privati e pari al 100% della spesa sostenuta per i Comuni di Silvia Barchiesi p. 4 Tutela del territorio Contro frane, alluvioni, terrremoti e incendi un Master per la prevenzione Per la prevenzione delle emergenze,un master finanziato dalla Regione Obiettivo del Master la formazione di professionisti dell’emergenza, specializzati nella prevenzione e mitigazione dei danni, oltre che nella riabilitazione e messa in sicurezza del territorio di Alberto Piastrellini p. 5 Agenda 21 La Giunta Regionale finanzia l’Accordo di Programma “Agenda 21” Dalla Regione, 400 mila euro per lo sviluppo sostenibile Per ciascuna Provincia verrà assegnato un contributo di 100 mila euro di Silvia Barchiesi p.

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Arta Abruzzo Approvato la proposta di legge di riordino L’ARTA verso la riorganizzazione Efficienza e risparmio, i vantaggi di una struttura più snella e meno costosa dell’Agenzia Regionale per la Tutela dell’Ambiente di Alberto Piastrellini

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Bonifica siti contaminati Dalla Regione Abruzzo via libera all’istituzione del Sito di Interesse Regionale Area Chieti scalo, istituito il SIR Dopo la perimetrazione dell’area, interessata da preoccupanti criticità ambientali, un Gruppo di lavoro definirà le linee guida per gli interventi di bonifica di Silvia Barchiesi p. 8 Energie rinnovabili Dalla Regione via libera alla procedura semplificata per la realizzazione di impianti fotovoltaici La Regione Abruzzo spinge sul fotovoltaico Definite anche le “Linee guida” per gli impianti fotovoltaici a terra di Silvia Barchiesi

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Gestione Rifiuti Regione Abruzzo e Consorzio Comprensoriale Smaltimento Rifiuti di Lanciano Via libera all’accordo di programma Previsti il potenziamento del polo tecnologico di Cerratina e il finanziamento per piccoli Comuni, volto a realizzare centri di raccolta di Alberto Piastrellini p. 11 Consorzio Lanciano Consorzio Comprensoriale Smaltimento Rifiuti di Lanciano Un punto di riferimento ambientale per l’intera regione di Silvia Barchiesi

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ACIAM spa ACIAM s.p.a., la Marsica e la rivoluzione del “porta a porta” di Germano Contestabile

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RIFIUTI PERICOLOSI

La Regione Abruzzo si mobilita contro il rischio amianto.

AMIANTO: IN ARRIVO CONTRIBUTI REGIONALI PER LA RIMOZIONE Previsti finanziamenti pari al 70% della spesa sostenuta per i privati e pari al 100% della spesa sostenuta per i Comuni di Silvia Barchiesi

La tutela della salute dei cittadini e dei lavoratori, oltre che la salvaguardia dell’ambiente rientra da sempre tra le priorità strategiche attorno a cui ruotano le politiche ambientali della Regione Abruzzo. Mai sottovalutato, il “problema amianto” è da tempo oggetto di indagini, sopralluoghi, provvedimenti ed ora anche di finanziamenti. Dopo l’elaborazione di un “Piano regionale di protezione dell’ambiente, di decontaminazione, di smaltimento e di bonifica; ai fini della difesa dai pericoli derivanti dall’amianto” (L.R. 30.08.1996, n. 75), l’approvazione delle “Linee guida per la realizzazione del Piano”, la realizzazione del “Sistema Informativo Territoriale per la mappatura dei siti della Regione Abruzzo con presenza di amianto - Amianto map” (DGR n. 689 del 9.07.2007), l’approvazione delle seguenti DGR: “Direttive in materia di realizzazione e gestione di discariche per rifiuti costituiti da materiali di matrice cementizia contenente amianto” (DGR n. 258 del 19.03.2007); “Programma per la rimozione e lo smaltimento di piccoli quantitativi di materiali contenenti amianto” (DGR N. 211 del 4.05.2009); “Norme per la protezione dell’ambiente, decontaminazione, smaltimento e bonifica ai fini della difesa dai pericoli derivanti dall’amianto” (DGR N. N. 212 del 4.05.2009); la Giunta regionale, su proposta dell’Assessore all’Ambiente, Daniela Stati, ha approvato il provvedimento con cui si dà avvio al programma di concessione di incentivi pubblici per la rimozione di piccoli quantitativi di amianto (30 mq o 450 kg). Proprio per ridurre la permanenza sul territorio regionale di situazioni determinate dalla presenza di amianto e incentivarne lo smaltimento, la Regione ha dato il via libera a contributi a fondo perduto per Comuni e soggetti privati, alle prese con la rimozione e lo smaltimento di piccole quantità di rifiuti contenenti amianto e di piccole quantità di materiali contenenti amianto in opera. Al 2007 i siti con amianto censiti dalla Regione, grazie a ben 10.167 sopralluoghi, erano 2.375: 1900 edifici pubblici e 475 siti industriali. “Con questo provvedimento - ha commentato l’Assessore regionale all’Ambiente Daniela Stati - si avvia un importante e sentito programma di dismissione dell’amianto con incentivi a singoli privati e ai Comuni a cui farà seguito l’emanazione di specifici bandi pubblici. Una commissione regionale di va-

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lutazione, composta da rappresentanti di Regione, ARTA, ASL e Province, redigerà successivamente, per la concessione dei contributi, in riferimento a specifici criteri e modalità già individuati, le graduatorie delle domande su base provinciale”. Per quanto riguarda, invece, l’entità dei contributi, questa si differenzia a seconda dei destinatari: 1) il contributo massimo erogabile ai soggetti privati, per ogni singolo intervento di rimozione e smaltimento di materiali contenenti amianto, sarà pari al 70% della spesa sostenuta per un massimo contributo ammissibile di € 1.865,00. 2) Il contributo massimo erogabile ai Comuni, per ogni singolo intervento di rimozione e smaltimento di materiali contenenti amianto, sarà pari al 100% della spesa sostenuta per un massimo contributo ammissibile di 1.865,00 euro, mentre saranno riconosciuti i contributi ad ogni singolo Comune fino ad un massimo di 10.000,00 euro. “Per i Comuni - ha aggiunto l’Assessore Stati - abbiamo già avviato degli interventi operativi per oltre 2 milioni di euro, sostenuti da cofinanziamenti regionali al 70%, nell’ambito del piano triennale per l’ambiente”. Oltre ai contributi stanziati, l’Assessore Stati, ha inoltre annunciato ulteriori passi avanti nella lotta all’amianto: “In un altro provvedimento da me proposto, è stata approvata l’istituzione del Comitato Tecnico Interdisciplinare per i lavori relativi alla definitiva elaborazione del Piano Regionale Amianto. Da questo punto di vista purtroppo l’Abruzzo è fanalino di coda insieme alle Regioni Puglia e Molise, non avendo ancora approvato il Piano Regionale Amianto. Stiamo cercando di recuperare un grave gap e penso che, fatti tutti i necessari passaggi, in autunno anche l’Abruzzo avrà il Piano Regionale Amianto. Un altro tassello che mettiamo per continuare l’opera tesa a portare la nostra Regione ai livelli che le competono”. Secondo gli indirizzi ad oggi forniti dalla Regione, tale Piano, dovrà infatti essere in primo luogo un valido strumento operativo, volto a fornire indicazioni e linee di indirizzo per la protezione, decontaminazione, smaltimento e bonifica dell’ambiente contro i pericoli derivanti dall’amianto, oltre che un prezioso strumento conoscitivo del “problema amianto” nella Regione, in quanto dovrà contenere una mappatura del rischio nel territorio regionale, oltre che un censimento degli impianti, degli edifici, dei siti e dei mezzi di trasporto con presenza di amianto o di materiali contenenti amianto.


TUTELA DEL TERRITORIO

Contro frane, alluvioni, terrremoti e incendi un Master per la prevenzione

PER LA PREVENZIONE DELLE EMERGENZE, UN MASTER FINANZIATO DALLA REGIONE Obiettivo del Master la formazione di professionisti dell’emergenza, specializzati nella prevenzione e mitigazione dei danni, oltre che nella riabilitazione e messa in sicurezza del territorio di Alberto Piastrellini

L’emergenza ambientale diventa materia di studio e l’Università si fa carico di formare professionisti in grado di fronteggiarla. Torna per la sua seconda edizione il Master di II livello in “Ingegneria della Prevenzione delle Emergenze”, promosso e finanziato della Regione Abruzzo e dalla Facoltà di Ingegneria dell’Università degli Studi dell’Aquila. A presentare il Master, avviato con un’ apposita Convenzione sottoscritta dalla Regione Abruzzo e dall’Università degli Studi dell’Aquila, è stato l’Assessore alla Protezione civile, Daniela Stati. Scopo del Master è quello di sviluppare nuove professionalità spendibili nel mondo della Protezione Civile, che grazie alla loro formazione interdisciplinare, possano apportare un contributo significativo alla definizione di linee di intervento nell’ambito dell’emergenza, promuovendo lo sviluppo di nuove competenze nel campo dell’Ingegneria della previsione e della prevenzione delle emergenze ambientali e territoriali. “È questa una delle priorità dell’Assessorato regionale alla Protezione Civile - ha esordito l’Assessore Daniela Stati nel presentare il Master, le cui lezioni partiranno proprio a maggio. “Il Master - ha continuato l’Assessore Stati - è rivolto a tutte le figure professionali interessate alle potenziali cause di rischio nei diversi contesti operativi (Pubblica Amministrazione, Enti Territoriali, Aziende e Organismi privati) e nelle attività professionali ed imprenditoriali”. Il bando di selezione, disponibile on-line anche sul sito regionale www.regione.abruzzo.it nella sezione “Concorsi”, oltre che sul sito www.univaq.it, è rivolto, infatti, anche al personale della Regione Abruzzo. “L’esperienza del terremoto - ha aggiunto l’Assessore - ci ha insegnato come sia indispensabile una conoscenza ed una responsabilità maggiore da parte dei tecnici”. Le attività, l’esperienza acquisita e le sensibilità tecniche, professionali e scientifiche legate al sisma del 6 aprile 2009 costituiscono un ulteriore elemento di stimolo, concretezza ed efficacia per la didattica del Master. Per diffusione, continuità ed entità dei danni inferti alle attività economiche e di servizio, oltre che per le perdite di vite umane che spesso comportano, gli eventi disastrosi come frane, alluvioni, terremoti e incendi costituiscono spesso un fattore frenante per lo sviluppo economico e, più in generale, per lo sviluppo sociale. L’urbanizzazione e l’incidenza delle grandi opere sul territorio rendono il problema ancora più cogente. Il terremoto a L’Aquila del 6 aprile 2009, l’alluvione del 1° Ottobre a Messina, la frana del 10 novembre ad Ischia lo hanno tragicamente confermato.

Per la varietà e la complessità dei possibili fenomeni, è quanto mai difficile disporre di strategie integrate di intervento e di prevenzione. Di qui la necessità di professionisti in grado di operare nell’emergenza e di prevederla. Compito del Master sarà, infatti, proprio quello di formare figure professionali specializzate nell’attuazione di misure di prevenzione e mitigazione dei danni, di conservazione e riabilitazione del territorio e di messa in sicurezza dell’ambiente di vita, in grado di offrire un contributo significativo alla definizione delle linee di intervento concrete ed efficaci nella prevenzione delle emergergenze ambientali e territoriali. Il Master offre, pertanto, una formazione interdisciplinare e garantisce l’effettiva spendibilità sul mercato del lavoro delle professionalità formate. A conferma della multidisciplinarietà delle conoscenze impartite, allo svolgimento del Master, il cui coordinamento è affidato al Prof. Giulio D’Emilia, parteciperanno Docenti del Dipartimento di Architettura ed Urbanistica, del Dipartimento di Ingegneria Elettrica ed Informatica, del Dipartimento di Ingegneria delle Strutture Acque e Terreno, del Dipartimento di Ingegneria Meccanica, Energetica e Gestionale, del Dipartimento di Chimica, del Dipartimento di Ingegneria Chimica e Materiali della Facoltà di Ingegneria dell’Università di L’Aquila, oltre che docenti provenienti dall’Università di Chieti e dirigenti, esperti, professonisti della Regione Abruzzo, del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, del Servizio Nazionale Dighe e ricercatori del CNR/ICT di L’Aquila. Il Master, dalla durata annuale con un impegno complessivo di 600 ore di cui 200 di stage e tirocini formativi presso Enti pubblici o privati è solo il primo passo di una più ampia strategia di pervenzione delle calamità natarali che la Regione Abruzzo ha scelto di perseguire. “Vogliamo insistere su queste tematiche - ha concluso l’Assessore - e lo faremo nei prossimi anni con maggior forza. Intanto per fine anno è previsto anche l’avvio del Master di II livello in Ingegneria antisismica, anch’esso promosso e finanziato dall’Assessorato regionale di Protezione Civile, utile per l’aggiornamento normativo di liberi professionisti e dei dipendenti delle P.A. sulla nuova ‘Normativa Tecnica per le Costruzioni’ vigente dal 1° luglio 2009”.

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AGENDA 21

La Giunta Regionale finanzia l’Accordo di Programma “Agenda 21”

DALLA REGIONE, 400 MILA EURO PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE

Per ciascuna Provincia verrà assegnato un contributo di 100 mila euro di Silvia Barchiesi

La Regione Abruzzo si mobilita per “Agenda 21”, il piano d’azione per lo sviluppo sostenibile, da realizzare su scala globale, nazionale e locale con il coinvolgimento più ampio possibile di tutti i portatori di interesse che operano sul territorio. La Giunta Regionale, su proposta dell’Assessore regionale all’Ambiente, Daniela Stati, ha approvato, infatti, la delibera con la quale viene finanziato l’Accordo di Programma per “Agenda 21”, tra la Regione Abruzzo e le Province di L’Aquila, Chieti, Pescara e Teramo e la partecipazione della Regione al Coordinamento Regionale. Con la risoluzione del Consiglio Regionale n. 97/7 del 13 maggio 2003, la Regione Abruzzo aveva già fissato il suo impegno per entrare a far parte del Coordinamento Regionale delle “Agende 21” Locali, per affidare alle quattro Province l’opportunità di costituire la Rete di “Agende 21” Locali della Regione Abruzzo e per garantire la prosecuzione del processo tramite appositi finanziamenti delle attività inerenti. Successivamente, con delibera n. 1184 del 10 dicembre 2003, la Giunta Regionale ha sostenuto il proseguimento del processo di “Agenda 21” delle Province di L’Aquila, Chieti, Teramo e Pescara attraverso un apposito Accordo di Programma. Tutte le parti, sottoscrivendo l’Accordo, hanno assunto una serie di impegni reciproci, quali: 1) facilitare e potenziare lo scambio di informazioni sui temi di “Agenda 21”; 2) attivare iniziative promozionali e culturali di diffusione dei principi di sostenibilità; 3) contribuire alla determinazione di indicazioni ed orientamenti per la formulazione dei piani di settore e regionali; 4) monitorare e valorizzare le buone pratiche sul territorio regionale; 5) favorire momenti formativi per amministratori e responsabili negli Enti Locali; 6) incentivare la formazione di nuove figure professionali per lo sviluppo sostenibile. Soddisfatta del risultato raggiunto, l’Assessore regionale all’Ambiente Daniela Stati ha dichiarato: “L’Accordo di Programma approvato riconosce e rafforza l’interesse regionale per le attività che si svolgono nell’ambito di Agenda 21. Per questo motivo abbiamo deciso di partecipare in modo più incisivo rispetto al precedente accordo con un contributo di 100.000,00 euro per Provincia. Per poter beneficiare del contributo, queste dovranno presentare un apposito piano di lavoro. Tale contributo sarà erogato in tre fasi e a seguito di avanzamenti delle

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azioni, solo al termine della conclusione del precedente progetto. Infatti, le azioni previste nel precedente Accordo non sono state ancora concluse, per diversi motivi, come ad esempio per quanto riguarda la Provincia de L’Aquila, a causa del terremoto”. “Lo scorso novembre - ha continuato l’Assessore - in un incontro avuto con le Province per la verifica dell’andamento delle attività, è emersa l’opportunità, fermi restando i contenuti dell’Accordo già sottoscritto, di proseguire nelle iniziative già intraprese arricchendole ed implementandole con riguardo ad alcune tematiche di emergente interesse”. “Pertanto - ha concluso l’Assessore Stati - si è ritenuto anche di realizzare il massimo coinvolgimento dei Comuni sia per la trattazione dei temi specifici, che per la diffusione degli strumenti volontari di sostenibilità, come appunto l’Agenda 21, indispensabili per rendere partecipe la popolazione e ottenere i migliori risultati”.


ARTA ABRUZZO

Approvato la proposta di legge di riordino dell’Agenzia Regionale per la Tutela dell’Ambiente

L’ARTA VERSO LA RIORGANIZZAZIONE Efficienza e risparmio, i vantaggi di una struttura più snella e meno costosa di Alberto Piastrellini

È una riorganizzazione all’insegna dell’efficiacia e dell’efficienza che punta prima di tutto alla razionalizzazione delle risorse e anche al risparmio, quella che coinvolgerà presto l’ARTA, l’Agenzia Regionale per la Tutela dell’Ambiente. A dare il via libera alla riorganizzazione dell’Ente è stata la Giunta Regionale che, su proposta dell’Assessore all’Ambiente Daniela Stati, ha approvato la proposta di legge regionale di modifica della L.R. 64/1998, di “Istituzione dell’Agenzia Regionale per la Tutela dell’Ambiente - A.R.T.A.” Restano dunque inalterate le funzioni e le competenze, ma cambia l’organizzazione della struttura. L’obiettivo? Un modello organizzativo più snello, leggero e veloce, oltre che più economico e meno dispendioso, grazie alla riduzione di figure dirigenziali di vertice. Oltre che in termini di efficienza e di produttività, la riorganizzazione inciderà positivamente anche sulle casse regionali, in linea con gli obiettivi della Regione. “Il riordino degli Enti regionali - ha esordito, commentando la proposta di legge, lo stesso Assessore regionale all’Ambiente Daniela Stati - il raggiungimento degli obiettivi di contenimento e razionalizzazione della spesa pubblica, secondo criteri di economicità, efficacia ed efficienza, previsti poi dalla L.R. n. 4 del 19/03/2009, sono alcuni degli obiettivi che ci siamo prefissati all’inizio della Legislatura. Le modifiche introdotte con questo provvedimento vanno in quella direzione”. I tagli previsti dalla proposta di legge sono dunque giustificati, non solo dal risparmio economico, ma anche dalla maggiore efficienza che ne deriverebbe. “In concreto - ha continuato l’Assessore Stati - si è ritenuto utile operare in maniera incisiva sulla razionalizzazione di quelle funzioni assolte dall’Agenzia che si sono rivelate sovrastimate alle concrete esigenze e che, comunque, hanno determinato un notevole aggravio di spesa, per giungere ad un modello organizzativo più snello, più confacente alle reali necessità con importanti risparmi per l’ente”. L’attuale struttura prevede, infatti, presso la Sede centrale ben quattro aree: - Area Promozione, Progettazione e Produzione Attività e Servizi; - Area Amministrativa; - Area Innovazione Tecnologica, Sviluppo Ricerca e Studi Ambientali; - Area Formazione Informazione e SIRA. Una di queste verrà dunque soppressa con la conseguente riduzione di una figura dirigenziale di vertice. Passando da quattro a tre aree, tuttavia, quantità e qualità dei servizi erogati non saranno affatto compromessi. Le attività finora svolte dall’area che verrà soppressa con la riorganizzazione saranno, infatti, ripartite fra le restanti aree

che si faranno carico di nuove funzioni e provvederanno a garantire gli stessi servizi erogati fino ad oggi. In sostanza, le varie sezioni restano, ma viene meno la direzione di area con relativa indennità. Anche l’organizzazione interna, sezioni, uffici e competenze saranno coinvolte nella procedura di ottimizzazione e razionalizzazione e disciplinate da un apposito regolamento da adottare entro 180 giorni dall’approvazione della legge di riforma. La proposta di riordino introduce, inoltre, nuove competenze e maggiori responsabilità per il Direttore Tecnico e Direttore Amministrativo. Entrambi i ruoli verranno, infatti, potenziati rispetto a quanto previsto dalla legge vigente. Con la nuova proposta si allargherà il loro raggio d’azione poichè entrambi avranno diretta attribuzione di competenze e diretta responsabilità. Le loro funzioni non saranno più limitate al semplice supporto al Direttore Generale e alla mera espressione di pareri. La riorganizzazione dell’ARTA non riguarda, però, la sola Sede centrale, ma coinvolge anche le strutture periferiche che dovranno presto dire addio al vecchio modello dipartimentale: al posto del tradizionale “Dipartimento” si sostituirà, infatti, il cosiddetto “Distretto”, con al vertice un solo dirigente di struttura complessa. La proposta di legge approvata dalla Giunta che regola e discplina l’organizzazione interna dell’ARTA, non trascura, però, il controllo e la vigilanza sull’ente, ruolo affidato affidato al Consiglio Regionale. “Altro aspetto importante di questa disegno di legge - ha commentato l’Assessore Stati - è il ruolo che viene giustamente assegnato al Consiglio Regionale e nello specifico alla Commissione consiliare competente. Mentre nella legge in vigore si fa solo un vago riferimento alla vigilanza del Consiglio Regionale sull’Agenzia, nel nuovo testo viene ben definito il ruolo primario della Commissione Consiliare competente che esercita la funzione di controllo sull’Agenzia per valutare gli effetti delle politiche e per verificare il raggiungimento dei risultati con scadenze temporali ben stabilite. Il Consiglio regionale diventa così protagonista delle vicende dell’Agenzia. Credo sia un passaggio rilevante”.

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BONIFICA SITI CONTAMINATI

Dalla Regione Abruzzo via libera all’istituzione del Sito di Interesse Regionale

AREA CHIETI SCALO, ISTITUITO IL SIR Dopo la perimetrazione dell’area, interessata da preoccupanti criticità ambientali, un Gruppo di lavoro definirà le linee guida per gli interventi di bonifica di Silvia Barchiesi

L’area contaminata di Chieti Scalo è finalmente un Sito d’Interesse Regionale (SIR). La Giunta regionale d’Abruzzo, infatti, su proposta dell’Assessore all’Ambiente, Daniela Stati, ha accolto la richiesta avanzata dal Comune e dalla Provincia di Chieti, presso il Ministero dell’Ambiente e della Tutelea del Territorio e del Mare, nell’ambito della Conferenza dei Servizi relativa al sito di interesse nazionale (SIN) di “Bussi sul Tirino”, di riconoscere il sito inquinato di Chieti Scalo quale Sito di Interesse Regionale e ha così deliberato l’istituzione del SIR. Si tratta della zona che va dal centro commerciale Megalò al terzo salto dell’Enel nella zona di San Martino. L’area, mappata da Comune, ARTA e Provincia di Chieti con carotaggi ed analisi del terreno e delle falde acquifere che hanno evidenziato le criticità ambientali diffuse riguardanti il suolo, il sottosuolo e le acque sotterranee è stata perimetrata nei dettagli dal Servizio Gestione Rifiuti della Regione Abruzzo sulla base della planimetria elaborata dal responsabile del Servizio bonifiche del Comune di Chieti. Le indagini effettuate, infatti, hanno evidenziato la presenza di rifiuti interrati misti, urbani e speciali, trovati in diversi punti dell’area compresa tra il nucleo industriale e il fiume Pescara, direttamente a contatto con le acque della falda superficiale, nonché l’accertamento della contaminazione anche a carico delle acque sotterranee della falda “profonda”. Le stesse analisi effettuate dall’ARTA hanno evidenziato superamenti delle concentrazioni soglia di contaminazione (CSC), per alcune sostanze organiche clorurate, solventi in genere e metalli. Di qui il via libera della Regione alla proposta del Comune di Chieti di istituire nell’area interessata un Sito d’Interesse Regionale.

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“Tale provvedimento - ha commentato l’Assessore regionale all’Ambiente Daniela Stati - scaturisce dalla necessità di intervenire su un’area caratterizzata da forti criticità ambientali, evidenziate durante le numerose indagini che hanno rilevato la presenza di rifiuti interrati, trovati in diversi punti dell’area, nonché contaminazioni causate da pregresse attività industriali”. “Quella di intervenire nelle aree contaminate è una nostra priorità - ha aggiunto l’Assessore Stati - L’istituzione del SIR ha questo obiettivo: realizzare interventi per la bonifica delle aree contaminate, ai fini della conservazione e ripristino delle migliori condizioni ambientali”. A breve, infatti, verrà costituito presso la Direzione Protezione Civile Ambiente - Servizio Gestione Rifiuti un “Gruppo di lavoro” composto anche da rappresentanti della Provincia e del Comune di Chieti per definire le linee guida delle procedure operative tecnico-amministrative da seguire per la realizzazione degli interventi di bonifica, oltre che per individuare le risorse necessarie e i fondi disponibili per la messa in sicurezza dell’area inquinata e il suo ripristino ambientale. In particolare, tale “Gruppo di lavoro” sarà costituito da: - un rappresentante della Regione Abruzzo - Servizio Gestione Rifiuti; - un rappresentante della Provincia di Chieti; - due rappresentanti del Comune di Chieti. Profondamente soddisfatto del risultato raggiunto è l’Assessore all’Ecologia e all’Ambiente del Comune di Chieti, Bassam El Zohbi: “Ringrazio la Regione Abruzzo ed in particolar modo l’Assessore Regionale Daniela Stati, per la sensibilità dimostrata nell’accogliere la richiesta del Comune di Chieti di riconoscimento del sito inquinato di Chieti Scalo (dal Megalò fino al terzo

salto dell’Enel nella zona di San Martino), quale Sito di Interesse Regionale. Si tratta di un grande risultato per la nostra città che, dopo una precisa mappatura dell’intera zona eseguita da Comune, ARTA e Provincia con carotaggi ed analisi del terreno e delle falde acquifere, comporterà lo stanziamento dei fondi necessari alla bonifica e alla messa in sicurezza delle aree inquinate dal tombamento, per decenni, di rifiuti anche pericolosi che hanno trasformato l’area a ridosso del Fiume Pescara in una bomba ecologica”. “Come certamente tutti ricorderanno - ha continuato l’Assessore - l’area in questione è oggetto di Ordinanza Sindacale emessa alcuni anni fa con la quale si fa divieto assoluto di coltivazione, movimento terra, pascolo ecc. Pertanto, la bonifica della zona comporterà il ritiro della suddetta Ordinanza e l’appropriazione di quella vasta area di terreno per la città ed i cittadini. Il Comune di Chieti è, quindi, pronto sin da ora a partecipare alla costituzione del Gruppo di lavoro unitamente a Regione Abruzzo e Provincia di Chieti”. “Inoltre - ha concluso El Zohbi - il ringraziamento alla Regione vale doppio anche in considerazione del fatto che in precedenza, il Comune unitamente a Regione Abruzzo e Provincia di Chieti, aveva avanzato analoga richiesta al Governo Nazionale per includere l’area di che trattasi nei Siti di Interesse Nazionale, ricevendo purtroppo risposta negativa con la logica conseguenza di allungare i tempi per giungere all’attuale approvazione da parte del governo regionale.” L’istituzione del SIR nell’area di Chieti Scalo rappresenta, così, per la Regione Abruzzo l’ennesima tappa di un percorso di politiche a favore della tutela ambientale in generale e della conservazione e/o ripristino delle aree inquinate, in particolare.


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ENERGIE RINNOVABILI

Dalla Regione via libera alla procedura semplificata per la realizzazione di impianti fotovoltaici

LA REGIONE ABRUZZO SPINGE SUL FOTOVOLTAICO Definite anche le “Linee guida” per gli impianti fotovoltaici a terra di Silvia Barchiesi

Meno ostacoli normativi, meno burocrazia e semplificazione delle procedure autorizzative. Con la DGR n. 244 del 22/03/2010 la Regione Abruzzo apre le porte alle rinnovabili e per il fotovoltaico si apre una nuova stagione. La Giunta Regionale ha, infatti, dato il via libera ad un nuovo provvedimento che autorizza in via generale gli impianti fotovoltaici fino limite di 1MW. Addio alle lungaggini amministrative e normative. D’ora in avanti realizzare un impianto fotovoltaico sarà, dunque, più semplice. Se, tuttavia, il provvedimento inaugura una nuova procedura semplificata, dall’altra introduce anche nuovi criteri operativi da rispettare per l’installazione degli impianti, ovvero le cosiddette “Linee guida per il corretto inserimento di impianti fotovoltaici a terra nella Regione Abruzzo”. Grazie al nuovo provvedimento, d’ora in avanti le Società private e le Amministrazioni Pubbliche che intendono realizzare impianti fotovoltaici, una volta acquisita la Soluzione Tecnica Minima Generale di connessione alla rete elettrica (STMG), rilasciata dall’ENEL, non dovranno far altro che redigere il progetto definitivo secondo le cosiddette “linee guida” contenute nella stessa delibera, dotarsi direttamente di tutte le autorizzazioni o atti di assenso necessari per la realizzazione delle opere e trasmetterle, secondo la modulistica, al competente Servizio Energia della Regione. Decorsi 30 giorni, l’autorizzazione è immediata: il proponente è autorizzato, ai sensi del DL.gs 387/2003, a realizzare l’impianto e le opere connesse. Aziende e Pubbliche Amministrazioni potranno così beneficiare della nuova procedura semplificata, illustrata ufficialemente lo scorso 16 aprile nell’ambito di un Convegno, organizzato dalla Regione Abruzzo, dal titolo “L’energia fotovoltaica in Abruzzo. Presentazione ufficiale dei nuovi regolamenti ”. “L’autorizzazione generalizzata di cui alla DGR n. 244 del 2/03/2010 - ha precisato la Dott.ssa Iris Flacco, Dirigente del Servizio Politica Energetica, Qualità dell’Aria e SINA della Regione Abruzzo, nel corso del suo intervento - non costituisce un nuovo procedimento per il rilascio dell’autorizzazione alla costruzione e all’esercizio di impianti fotovoltaici, ma è una semplificazione del procedimento unico previsto dall’art. 12 del D. Lgs. n. 387/2003. Ai fini della costruzione e dell’esercizio di impianti fotovoltaici ai sensi del D. Lgs. n. 387/2003, le aziende interessate hanno la facoltà di avvalersi della suddetta procedura

semplificata in sostituzione del procedimento unico ordinario, dotandosi direttamente di tutte le autorizzazioni o atti di assenso necessari ai fini della realizzazione delle opere”. Con la semplificazione delle procedure autorizzative, dunque, via libera alle rinnovabili in Abruzzo e niente più ostacoli alla produzione di energia pulita. Se la Regione apre al fotovoltaico, tuttavia, lo fa con con rigore e serietà. La Giunta ha, infatti, approvato con lo stesso provvedimento anche le “Linee guida per il corretto inserimento di impianti fotovoltaici a terra nella Regione Abruzzo”, una sorta di guida pratica alla realizzazione di impianti fotovoltaici nella Regione Abruzzo che individua le aree non idonee e fissa i criteri per una migliore progettazione. L’installazione di un impianto fotovoltaico su suolo agricolo comporta inevitabilmente la modifica dell’uso di quel territorio e del suo microclima. Diventa pertanto necessario individuare dei criteri di base, che pur rispettando il legittimo diritto di produrre energia elettrica mediante una fonte rinnovabile, preservino le comunità locali da una perdita di identità socio-culturale e conservino le caratteristiche generali del territorio. La loro stessa localizzazione deve essere frutto di un’accurata analisi e valutazione. Le stesse “Linee guida”, alla voce “Criteri territoriali” prevedono, infatti, un elenco di zone non ritenute idonee all’installazione a terra degli impianti (riserve naturali, aree boscate o coperte da uliveti, aree a rischio di esondazione, ecc…). Oltre a vincoli territoriali, il provvedimento approvato dalla Giunta, prevede poi anche dei vincoli quantitativi (“Criteri dimensionali”) e qualitativi (“Criteri di buona progettazione”) volti a ottimizzare le resa produttiva dell’impianto, a favorirne l’integrazione armoniosa con il resto del paesaggio e a contenerne l’impatto visivo, anche mediante uno studio di Analisi della visibilità dell’impianto dai principali punti di vista di interrese pubblico e paesaggistico. Il provvedimento fissa, inoltre, anche dei vincoli per la realizzazione di impianti fotovoltaici su insediamenti produttivi, industriali, artigianali e all’interno dei confini di discariche di rifiuti o di aree di cava dismesse, di proprietà pubblica o privata. Elaborate per garantire il decollo del fotovoltaico in Abruzzo, le “Linee guida” sono vere e proprie indicazioni di “buone pratiche”, volte a garantire soluzioni tecniche e tecnologiche con lo scopo di tutelare le tradizioni culturali e produttive della Regione Abruzzo e a preservarne il paesaggio.


GESTIONE RIFIUTI

Regione Abruzzo e Consorzio Comprensoriale Smaltimento Rifiuti di Lanciano

VIA LIBERA ALL’ACCORDO DI PROGRAMMA Previsti il potenziamento del polo tecnologico di Cerratina e il finanziamento per piccoli Comuni, volto a realizzare centri di raccolta di Alberto Piastrellini

Quattro milioni di euro per potenziare la piattaforma ecologica e la realizzazione dell’impianto di biostabilizzazione dei rifiuti a Cerratina e parere favorevole per aumentare la volumetria della discarica come risarcimento del suo utilizzo per varie emergenze. É il risultato dell’Accordo di programma raggiunto tra la Regione Abruzzo e il Consorzio Comprensoriale Smaltimento Rifiuti di Lanciano, facendo così marcia indietro rispetto alla decisione contraria al conferimento di rifiuti da ambiti extraconsortili, presa nelle scorse settimane. L’Accordo, approvato dalla Giunta Regionale su proposta dell’Assessore regionale all’Ambiente Daniela Stati e successivamente sottoscritto presso la sede della Direzione Protezione Civile Ambiente di Pescara dallo stesso Assessore Stati e dal Presidente del Consorzio Comprensoriale Smaltimento Rifiuti di Lanciano, Gianpanfilo Tartaglia, permetterà all’ente di recuperare le volumetrie della discarica di Cerratina utilizzate per sopperire alle necessità di altri territori e di ricevere finanziamenti per investire nelle proprie strutture, potenziando così il polo tecnologico. “Come Regione abbiamo sottoposto all’Assemblea dei Sindaci un Accordo di programma serio sul quale abbiamo trovato un’intesa - ha commentato l’Assessore Daniela Stati che ha partecipato all’Assemblea dei Sindaci del Consorzio comprensoriale per lo smaltimento dei rifiuti - certamente all’interno dell’Assemblea dei Sindaci vi sono delle differenti posizioni, che in qualche modo possono essere anche giustificate, ma ancora una volta ha prevalso il forte senso di respon-

sabilità. Con questo Accordo abbiamo mantenuto gli impegni presi nel corso dell’incontro che ho tenuto a Lanciano con i Sindaci”. “L’iniziativa - ha precisato la Stati - rientra tra le politiche ambientali messe in campo dall’Assessorato per attuare la programmazione regionale di settore, migliorare i rapporti di collaborazione con i Consorzi comprensoriali e finalizzare al meglio le loro azioni e i loro interventi sul territorio. Si fa in modo di corrispondere all’esigenza di modernizzare e potenziare i servizi di gestione dei rifiuti, in particolare quelli per il trattamento obbligatorio dei rifiuti e del loro riciclo (raccolte differenziate domiciliari), con strumenti agili ed efficaci come sono gli accordi volontari”. “L’Accordo, inoltre, prevede di dare continuità alle attività di sussidiarietà del Consorzio per lo smaltimento di rifiuti urbani provenienti da altri territori (in particolare dal teramano) che, attualmente, presentano carenze impiantistiche, evitando così situazioni emergenziali - ha concluso la Stati. “E per questo invio un doveroso ringraziamento ai Sindaci di quel territorio. La decisione di rivedere il diniego al conferimento è una dimostrazione di grande disponibilità nei confronti degli altri ambiti territoriali della Regione, alcuni dei quali sono in difficoltà per mancanza di scelte coraggiose e di programmazione del passato - ha concluso la Stati. In sostanza, con l’Accordo sottoscritto la Regione Abruzzo ed il Consorzio Comprensoriale Smaltimento Rifiuti di Lanciano, hanno valutato congiuntamente di approvare un quadro di azioni ed

interventi finalizzati al potenziamento del polo tecnologico ubicato in località “Cerratina” nel Comune di Lanciano ed alla individuazione di attività di sussidiarietà per trattamento e smaltimento dei rifiuti urbani, a livello di Ambito Territoriale Ottimale (ATO) e regionale. In particolare, l’Accordo prevede che la Regione Abruzzo sostenga finanziariamente i piccoli Comuni ricadenti nell’ambito montano per la realizzazione di centri di raccolta al fine di ottimizzare l’incidenza dei costi di trasporto. A trarre vantaggio dall’Accordo sarà anche lo stesso Consorzio di Lanciano: “Le risorse che saranno corrisposte dalla Regione Abruzzo al Consorzio – ha precisato la Stati - consentiranno di adeguare ulteriormente alle migliori tecniche disponibili il polo tecnologico di Lanciano, rendendolo maggiormente competitivo ed efficiente (impianto di trattamento fisso, discarica di servizio, piattaforma ecologica”. Ottimismo circa le prospettive del Consorzio è stato espresso anche dal suo Presidente Gianpanfilo Tartaglia: “Siamo soddisfatti per il risultato ottenuto perché permetterà al Consorzio di proseguire il lavoro di recupero delle volumetrie perse dalla discarica per ragioni di sussidiarietà consortile, con il riconoscimento di circa 800mila metri cubi”. “I provvedimenti daranno la possibilità al Consorzio di rendersi sempre più competitivo ed efficiente - ha proseguito Tartaglia - ampliando la piattaforma ecologica che permetterà di raggiungere elevati livelli di differenziazione della raccolta dei rifiuti, a cui si aggiunge l’impianto di biostabilizzazione, per chiudere il ciclo della raccolta”.

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CONSORZIO LANCIANO

Consorzio Comprensoriale Smaltimento Rifiuti di Lanciano

UN PUNTO DI RIFERIMENTO AMBIENTALE PER L’INTERA REGIONE di Silvia Barchiesi

Piattaforma consortile dove vengono differenziati i rifiuti

Costituito da ben 53 Comuni, ai sensi della Legge 915/82 e delle L.L.R.R. 74/88, 26/93 e 7/94, il Consorzio Comprensoriale Smaltimento Rifiuti di Lanciano (CH), i cui servizi erogati coprono un bacino di utenza comprendente il territorio Frentano, Sangro Aventino e Ortonese-Marrucino, è ormai oggi un valido e qualificato punto di riferimento ambientale, sia per i 160.000 abitanti del bacino consortile che per l’intero territorio regionale, in quanto, viste le condizioni di criticità per lo smaltimento degli RSU che gravano sull’intera Regione, il Consorzio serve anche diverse aree extrabacino dell’aquilano, del teramano e del chietino. I principali servizi erogati dal Consor-

Valori espressi in Kg

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zio riguardano lo smaltimento dei rifiuti, la raccolta differenziata, la raccolta e il trasporto dei rifiuti solidi urbani e dei fanghi di depurazione di derivazione da scarichi civili e il riciclaggio dei rifiuti. Nel dettaglio, attualmente, il Consorzio si fa carico delle seguenti attività: raccolta rifiuti ingombranti; raccolta RAEE; raccolta RUP; raccolta agrochimici; servizi di igiene urbana; noleggio container; fornitura cassonetti; fornitura sacchetti e secchielli; realizzazione ecopunti; smaltimento rifiuti urbani e assimilati; selezione e cernita rifiuti provenienti da raccolta differenziata. Il Consorzio è autorizzato alla costruzione e gestione di una Discarica per rifiuti non pericolosi e di una Piattafor-

ma di Valorizzazione dei rifiuti secchi, provenienti dalla raccolta differenziata, entrambe site in località Cerratina di Lanciano. Il sito di Cerratina con la centrale termoelettrica alimentata da gas di discarica, vero e proprio gioiello tecnologico, è il fiore all’occhiello del Consorzio e dell’intera Regione. Si tratta, infatti, di uno degli impianti più grandi d’Abruzzo, con una potenza installata di 4.192 KW termici (1.672 Kw) che consentono la produzione annuale di circa 10 milioni di Kw/h immessi nella rete di distribuzione del Gestore Rete di Trasmissione Nazionale dell’energia elettrica, in grado di soddisfare le richieste di elettricità di 400 famiglie, evitando allo stesso tempo la dispersione in atmosfera dei gas prodotti in discarica. Per il convogliamento e pompaggio del biogas sono attivi circa 80 pozzi di estrazione, messi in rete da circa 12 km di tubazioni, continuamente controllate da 4 presidi di gestione, più 15 sottostazioni per il monitoraggio e la gestione del gas. Per il polo ad alta tecnologia di Cerratina è inoltre in programma un vero e proprio potenziamento, secondo l’Accordo siglato nei giorni scorsi tra il Consorzio Comprensoriale Smaltimento Rifiuti di Lanciano e la Regione Abruzzo che consentirà di apportare ulteriori interventi tecnici, volti a rendere il polo tecnologico di Cerratina maggiormente competitivo ed efficiente. Dall’altra parte, il Consorzio si impegnerà a tamponare le condizioni di criticità di quelle aree regionali prive di condizioni di autosufficienza per i servizi di smaltimento dei rifiuti urbani. Insomma, in cambio di un potenziamento del sito di Cerratina, l’Accordo prevede attività di sussidiarietà per il trattamento - smaltimento dei rifiuti urbani, a livello di Ambito Territoriale Ottimale (ATO) e regionale. Il Consorzio Comprensoriale Smaltimento Rifiuti di Lanciano, inoltre, gestisce 4 Centri di Trasferimento di RSU indifferenziati, situati nei


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Comuni di Fallo, Lama dei Peligni, Torricella Peligna e Monteferrante, dove conferiscono 26 Comuni decentrati, i quali hanno così abbattuto i costi di trasporto in discarica, con notevoli vantaggi anche per l’ambiente. Obiettivi prioritari per il Consorzio sono la riduzione dei rifiuti e il raggiungimento dei livelli di raccolta differenziata previsti dalla normativa vigente attraverso un efficace, efficiente ed economico sistema di raccolta di RSU e un’ottimizzazione dei sistemi di raccolta differenziata.

La collaborazione del mondo della scuola e la partecipazione dei cittadini sono, senza dubbio, gli strumenti attraverso cui il Consorzio tenta di diffondere la rinnovata cultura ambientale di cui è portavoce. È, infatti, già in corso e si chiuderà a fine anno, la prima campagna di comunicazione, promossa dal Consorzio e rivolta alle scuole elementari, dal titolo “Partecipazione, educazione, formazione sul sistema delle raccolte differenziate del Consorzio Comprensoriale Smaltimento Rifiuti - Lanciano”, che punta ad informare la cittadinanza sulle attività

svolte dal Consorzio e a sensibilizzarla nei confronti di una corretta politica di differenziazione. Allo scopo di diffondere e promuovere una capillare cultura della differenziazione sono in corso di attivazione i seguenti servizi: - raccolta cartucce e toner; - raccolta oli esausti di provenienza domestica. È, invece, in fase di realizzazione il nuovo piano industriale per la ridefinizione e ottimizzazione del ciclo integrato dei rifiuti urbani nell’ambito del bacino consortile, mentre è in fase di conclusione l’iter progettuale per la realizzazione di un impianto per la selezione dei rifiuti secchi provenienti dalla raccolta differenziata urbana. È, inoltre, già stata avviata la progettazione per la realizzazione di un impianto complesso MTB (trattamento meccanico biologico). Numerosi sono i progetti e le iniziative in cantiere, promosse dal Consorzio, tra cui le operazioni di riqualificazione e ampliamento dei Centri di Trasferenza al fine di permettere anche il conferimento di rifiuti differenziati, l’avvio di progetti di collaborazione con l’Ateneo di Chieti e L’Aquila, la conclusione delle procedure per l’ottenimento delle certificazioni ISO 14001 (ambientale) e OHSAS 18001 (sicurezza).

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ACIAM S.p.A., LA MARSICA E LA RIVOLUZIONE DEL “PORTA A PORTA” di Germano Contestabile

Cos’è la raccolta porta a porta Tra i diversi sistemi di raccolta differenziata il “porta a porta” costituisce senz’altro la modalità più innovativa. Esso risulta di enorme comodità per le utenze servite, permettendo di selezionare in casa il rifiuto in appositi mastelli colorati, prima della loro esposizione all’esterno dell’abitazione, secondo un preciso calendario di raccolta. Nel giorno stabilito, nel corso della mattinata, gli addetti al ritiro prelevano il mastello e ne svuotano il contenuto nell’automezzo, riposizionandolo nel punto in cui è stato prelevato. Ogni contenitore è caratterizzato da una colorazione diversa (bianco per la carta, giallo per la plastica, verde per vetro e barattolame, marrone per l’organico e grigio per il residuo non recuperabile) e da un codice alfanumerico che individua l’utenza a cui è stato assegnato. Inoltre, per impedire la fuoriuscita dei rifiuti ad opera di cani e gatti randagi o di piccoli animali selvatici, i mastelli sono dotati di chiusura antirandagismo. In fase di distribuzione dei diversi contenitori che compongono il kit di raccolta, viene consegnato anche l’opuscolo informativo e un

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calendario dei ritiri. Nell’opuscolo informativo sono contenute tutte le indicazioni per una rapida e corretta selezione dei rifiuti, con consigli pratici ed elenchi dettagliati dei materiali riciclabili. Nelle pagine finali, un forbito vocabolario di materiali (“il rifiutario”), indica senza possibilità di errore la destinazione di ogni singolo rifiuto. Attraverso incontri pubblici, punti informativi, lezioni scolastiche, giornate ecologiche ed altre attività di comunicazione ambientale, il gestore del servizio rende i cittadini compartecipi dell’iniziativa. Il porta a porta nella Marsica Nell’anno 2009 sono partiti i primi servizi domiciliari di Aciam sul territorio marsicano. Fino ad allora il sistema di raccolta in essere prevedeva raccolte stradali, contenitori di prossimità e servizi dedicati per le principali utenze commerciali ed artigianali del comprensorio. Le percentuali di differenziata erano attestate attorno al 15%, con alcuni comuni in cui si superava il 20% (zone servite con raccolte di prossimità o ritiri dedicati alle aziende) ed altri in cui si superava appena il 10%.


Oggi, con l’attivazione delle raccolte “porta a porta”, lo scenario sta mutando rapidamente con risultati molto incoraggianti sia in termini di quantità e di qualità, sia in termini di collaborazione e soddisfazione delle utenze raggiunte. La raccolta domiciliare a Carsoli Il primo Comune ad essere convertito ad un sistema domiciliare è stato quello di Carsoli. Il paese conta circa 5.000 abitanti, di cui oltre 3.000 residenti nel solo Capoluogo. E proprio a questi è toccato il privilegio di sperimentare per primi la rivoluzione del “porta a porta”, mentre nelle frazioni permane, per ora,il sistema di raccolta tramite isole ecologiche stradali. Servizi straordinari sono stati dedicati sia ai piccoli esercizi del centro, che ai negozi della vasta area commerciale, sia alle piccole imprese artigiane che alle grandi utenze industriali, in base alle diverse tipologie di rifiuti, alle quantità prodotte e alle specifiche modalità di smaltimento richieste. Isole ecologiche mobili per beni durevoli dismessi e altri rifiuti ingombranti completano il quadro delle opportunità di smaltimento offerto alla popolazione, liberando altresì il territorio dall’enorme peso delle discariche abusive. Infine, per venire incontro alle esigenze dei numerosi non residenti, che trascorrono nelle seconde case solo brevi periodi dell’anno (in genere in concomitanza delle festività o ferie estive), è stata realizzata, in uscita dal paese, un’isola ecologica recintata, per il conferimento diretto dei materiali differenziati. Le percentuali di raccolta sono passate, già dopo qualche settimana, dal 8% del servizio tradizionale, al 50% del “porta a porta”, mentre il dato netto della zona del capoluogo arriva addirittura a sfiorare il 70%. La raccolta domiciliare a Massa d’Albe Forti dell’esperienza maturata nel Comune di Carsoli, a febbraio 2010, il servizio di raccolta “porta a porta” è stato implementato anche nel Comune di Massa d’Albe. Si tratta di un territorio molto vasto, prevalentemente montuoso, formato da un Capoluogo e due Frazioni, per un totale di circa 1.400 abitanti residenti ed altrettanti proprietari di seconde case, disabitate per gran parte dell’anno. Cruciale è il ruolo che il sistema di raccolta rifiuti è chiamato a svolgere in un Comune a spiccata vocazione turistica, in un territorio dalle bellezze naturali spettacolari e che ospita, tra l’altro, il Parco archeologico dell’antica Città romana di Alba Fucens, uno dei siti più visitati dell’intero Abruzzo.

La comunità del piccolo centro Marsicano ha riposto in maniera impeccabile, con una dedizione ed un interesse inaspettato, a testimonianza che nei piccoli centri l’attenzione all’ambiente e ai sistemi di salvaguardia del territorio, resta altissima. Mentre il servizio di raccolta pre-esistente, impostato su un sistema di isole ecologiche estensive, riusciva a garantire percentuali di raccolta addirittura sotto al 4%, a neanche un mese dall’attivazione, il nuovo sistema ha raggiunto, già da subito, la percentuale del 60% che è in costante crescita. Eccezionale è la qualità del rifiuto ritirato, anche grazie alla presenza di un numero veramente esiguo di condomini rispetto ad abitazioni singole, che rappresentano la tipologia abitativa prevalente, su cui esercitare un più efficace controllo dei materiali. Prospettive e sviluppi futuri Gli ottimi risultati conseguiti nei primi Comuni hanno incoraggiato scelte analoghe da parte di altre amministrazioni sempre più convinte che la scelta di un radicale cambiamento del sistema di raccolta dei rifiuti, seppur più onerosa nei primi anni di attivazione, risulti ampiamente premiante nel medio-lungo periodo. I benefici per l’ambiente e per la crescita civile e sociale delle comunità locali sono invece immediati e palpabili fin dai primi mesi, con evidenti miglioramenti del decoro e dell’igiene urbana nelle piazze, nei parchi e sulle strade cittadine. Sulla scia di queste considerazioni, numerosi altri Comuni hanno richiesto ad Aciam S.p.A. l’effettuazione di studi di fattibilità per l’implementazione di servizi domiciliari sul proprio territorio, segno questo di un prossimo inevitabile sviluppo di tali sistemi di raccolta.

Azienda Consorziale Igiene Ambientale Marsicana Via Edison 25 (N. Ind.le) 67051 Avezzano (AQ) Tel 0863 441345 - Fax 0863 440651 info@aciam.it - www.aciam.it - Numero Verde: 800 220403

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AMBIENTE ABRUZZO NEWS

DIREZIONE PROTEZIONE CIVILE - AMBIENTE - Servizio Gestione Rifiuti Via Passolanciano, 75 - Pescara - Tel. 085.7671 - Fax 085.767.2585 - www.regione.abruzzo.it Regione Abruzzo


M A G A Z I N E n. 10 - Maggio 2010


EDITORIALE

A poco meno di un mese dal giro di boa del primo semestre 2010 il mondo dell’impresa del riciclo è ancora alla prese con gli effetti della crisi economica che da due anni sta ponendo forti pressioni sul mercato, mentre il continuo calare dei prezzi del riciclato, per effetto di forti speculazioni da parte di Paesi emergenti, rende sempre più difficile questa attività alla quale, comunque, è riconosciuta universalmente una forte valenza ambientale. Nel frattempo, mentre dall’Europa giungono voci di una auspicabile Agenzia che si occupi della tracciabilità dei rifiuti nel territorio dell’UE, il nostro Paese, curiosamente in anticipo sui tempi, ha varato il Sistema Telematico SISTRI che sta sollevando negli Operatori non pochi dubbi e preoccupazioni circa la sua applicazione e la sua entrata a regime. Su questo tema, PolieCo ha già da tempo attivato i suoi Uffici e, con la fattiva collaborazione della Fondazione Santa Chiara per lo studio del diritto e dell’economia dell’ambiente, sta approntando una serie di Corsi di Formazione e Aggiornamento il cui calendario sarà a breve consultabile sul

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sito: www.polieco.it. Proprio la formazione degli Operatori, associata alla ricerca di un dialogo costruttivo con le Istituzioni, i rappresentanti delle Amministrazioni territoriali e degli Organi di Controllo è il principale indirizzo di questa prima parte dell’anno. Se si considera che in pochi mesi sono stati messi in programma 3 eventi di rilevanza nazionale (un quarto è in programma per giugno e un quinto, di livello internazionale, che avrà luogo luce in Settembre, ad Ischia), si evidenzia l’impegno e l’attenzione che il Consorzio profonde per l’organizzazione di Corsi ed Eventi Formativi.

Voglio qui ringraziare coloro che hanno contribuito alla realizzazione delle iniziative sotto elencate che ampio successo hanno riscosso tra gli utenti: - Le buone pratiche per uno smaltimento intelligente – riciclo e recupero dei materiali in polietilene (Roma, 8 marzo – sigla dell’Accordo di Programma tra Regione Lazio e Consorzio PolieCo); - Esportazione e importazione dei rifiuti tra normativa comunitaria e nazionale. Regole, prassi e possibili crimini. Linee guida per un controllo efficace (Firenze, 20 aprile, in collaborazione con l’Agenzia delle Dogane della Toscana); - La gestione dei rifiuti (in particolare di materiale plastico) in Campania, alla luce della recente normativa “speciale” e della normativa comunitaria e nazionale in cantiere (Napoli, 30 aprile).

PolieCo MagazineSOMMARIO Shopper biodegradabili QUANDO LA TUTELA DELL’AMBIENTE È NELLE MANI DEL CONSUMATORE di Stefano Masini

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LE CRITICITÀ NEL SETTORE DEL RICICLO ASSORIMAP fa il punto sullo stato dell’arte nel comparto nazionale a cura di ASSORIMAP

IL DIRITTO INTERNAZIONALE, COMUNITARIO E DOMESTICO DELL’ECONOMIA COME DIRITTO LIQUIDO Terza parte di Franco Silvano Toni di Cigoli

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Informazione n. 10 - Maggio 2010

Shopper biodegradabili

QUANDO LA TUTELA DELL’AMBIENTE È NELLE MANI DEL CONSUMATORE di Stefano Masini Responsabile Area Ambiente e Territorio - Coldiretti; Consigliere PolieCo

La crisi economica di questi ultimi due anni, partita dagli Stati Uniti ed estesasi poi a tutta l’Europa, non solo ha determinato una contrazione della domanda privata, ma ha anche comportato una maggiore consapevolezza del consumatore, come dimostrano recenti indagini. La crisi, in estrema sintesi, ha portato con sé il passaggio dalla new economy alla post-economy, le cui caratteristiche sono quelle di un sistema di mercato a cui è stato tolto il piedistallo e che ritorna a porsi al servizio dei valori e delle esigenze delle persone. In un recente scritto (Pensieri di un Vescovo sull’enciclica Caritas in veritate, Etica e capitale, Milano, 2009), anche Dionigi Tettamanzi richiama l’apporto fondativo dell’etica nell’ambito dell’agire economico, finanziario e aziendale. Con ciò non si vuole negare l’importanza dell’efficienza, del reddito e dello sviluppo, ma si vuole ricordare che l’uomo oltre che l’autore è anche il centro e il fine di tutta la vita economica. Il modello di crescita proposto è un modello eticamente sostenibile. L’etica in questo modo non viene più vista come correttiva di comportamenti economici palesemente errati, ma assicura alle decisioni economiche un contributo dirompente e innovatore al tempo stesso. Non possiamo, quindi, più pensare che data l’offerta si crei automaticamente la domanda, ma dobbiamo andare ad analizzare nel dettaglio quello che il consumatore consapevole di oggi desidera. Quest’ultimo sicuramente ha di fronte, grazie all’informazione di internet e dei mass media più in generale, tutti i rovesci della medaglia di quelle invenzioni tecnologiche che hanno comportato un appagamento momentaneo e un danno ambientale nel medio-lungo periodo. Al riguardo, un esempio molto interessante è rappresentato dalle borse in plastica da asporto merci che sicuramente agevolano il trasporto dei beni dal supermercato a casa, ma se ne viene fatto un utilizzo improprio, riempie le discariche a cielo aperto, le spiagge d’Italia e si rischia di minacciare la biodiversità del nostro Paese. La tendenza odierna è sicuramente quella di rifiutare quei sacchetti, anche in considerazione del fatto che il processo di produzione è causa di danni all’ambiente e alla vita. La risposta che viene data a questa nuova domanda di un ambiente sano è la bioplastica, un tipo di plastica

biodegradabile in quanto derivante da materie prime vegetali rinnovabili annualmente. La bioplastica si caratterizza per un processo di produzione che riesce ad incorporare valori eticoambientali, garantendo l’utilizzo esclusivo di materiali eco-compatibili, un ridottissimo impatto sui terreni, una bio-degradabilità e decomposizione nel breve periodo, una producibilità di concime, in quanto la sostanza è fertilizzante, ed infine minori emissioni di fumi tossici nel caso di incenerimento. Nel contempo, questi prodotti risultato di complesse manifatture tecnologiche ed ecologiche, reiscono anche ad adattarsi ai nostri bisogni per rispondere a delle necessità avvertite come inderogabili. La bioplastica viene progettata in maniera diversa, non secondo il vecchio e fallace modello prendi-usa-butta (dalla culla alla tomba), ma con una logica di prodotto crandle-to-crandle, composto di materiali che saranno riutilizzati al 100% senza scarti. Seguendo questo percorso il concetto di fine vita di un prodotto coincide con l’inizio della vita dei suoi componenti, riducendo al minimo le conseguenze negative della produzione e della gestione dei rifiuti per la salute umana e l’ambiente. Coldiretti, che da tempo ha caratterizzato la propria azione di lavoro in vista della sostenibilità ambientale, non ha esitato a promuovere l’impiego delle bioplastiche nei mercati di vendita diretta di Campagna Amica. Ciò in quanto nella stessa ricerca di canali alternativi alla grande distribuzione, in cui il consumatore può trovare prodotti genuini a ridotto costo e impatto ambientale, si è cercato di affermare nuova consapevolezza associata alla scelta di alimenti di qualità. In estrema sintesi, possiamo dire che ci sono due modi per raggiungere una situazione di benessere (per sé e per gli altri): produrre molto e desiderare poco. Il modello di società che abbiamo conosciuto ha privilegiato, senza dubbio, il primo aspetto. E’ da ritenersi però, con certezza, che il futuro dovrà affidarsi sempre di più al secondo. Non si sta parlando di privazioni ma di una ricerca di valori essenziali che va nella direzione di una generale semplificazione, ossia di un percorso educativo di eliminazione di ciò che è inutile e superfluo ovvero che va sprecato.

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LE CRITICITÀ NEL SETTORE DEL RICICLO ASSORIMAP fa il punto sullo stato dell’arte nel comparto nazionale a cura di ASSORIMAP

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Recentemente l’ente statistico dell’Unione Europea, Eurostat ha diramato i dati relativi alla produzione di rifiuti degli abitanti dell’Unione e alla loro destinazione. Dal Rapporto (che fa riferimento all’anno 2008) emerge che appena due anni fa ogni abitante dei 27 Paesi membri ha generato, in media, 524 Kg di rifiuti (appena un Kg in meno rispetto al 2007). Ebbene, il 40% di questa quantità pro-capite è stata smaltita in discarica; il 20% avviata all’incenerimento, il 23% al riciclaggio, e il 17% al compostaggio. Ovviamente sotto la lente del Rapporto ci sono i Rifiuti Solidi Urbani, ma i dati raccolti sono comunque emblematici di cosa “bolle in pentola” in Eurolandia. Da questo punto di vista l’Italia non fa eccezione se si analizzano i dati contenuti nel Rapporto sui Rifiuti Urbani che l’ISPRA ha presentato lo scorso 28 aprile. Una lieve decrescita nella produzione dei rifiuti urbani - per alcuni analisti dovuta alla riduzione dei consumi stante il perdurare della crisi economica - non ha spostato di molto il livello della pratica nazionale del riciclaggio; anche quest’anno il Bel Paese si configura come molto dipendente dalle discariche. Dal Rapporto ISPRA risulta che sono 16 i milioni di tonnellate di rifiuti (circa il 45% del totale prodotti in Italia pari a 32,5 milioni di tonnellate), che sono finiti in discarica (una leggera flessione del 5,5% rispetto al 2007); per contro continua ad aumentare sensibilmente la quota di compostaggio (+12% pari a circa 2,7 milioni di tonnellate), mentre la quota avviata ad incenerimento è pari a 4,1 milioni di tonnellate (12,7% dei RSU prodotti). Rispetto al totale degli imballaggi immessi al consumo, nel 2008 ne è stato recuperato il 69%, superando ampiamente, a livello nazionale, l’obiettivo del 60% fissato dalla legislazione del 31/12/2008. Dal punto di vista dei costi, si segnala che in media, nel 2008, ogni abitante ha speso circa 130 Euro per la gestione dei rifiuti. A partire da queste considerazioni, che, ripetiamo, partono da alcuni dati relativi solo ai RSU ma sappiamo bene quanto incidano nella conta le quantità di rifiuti speciali, pubblichiamo, di seguito, una riflessione targata ASSORIMAP che presenta una fotografia in chiaroscuro di problematiche e prospettive nel comparto italiano del riciclo delle plastiche. Il settore del riciclo, in Italia, è costituito complessivamente da circa 300 imprese, che impiegano circa 2.000 addetti, con una capacità di riciclo di oltre 1.500 Kton/ anno, che rappresentano l’ultimo anello della filiera ambientale. Su quest’ultima e segnatamente sulle imprese del riciclo occorre doverosamente prestare la massima attenzione, quale asse di riferimento per la definizione della sostenibilità ambientale della produzione, con lo sviluppo di

effetti economici evidenti sia a livello di sistema Paese (come l’Italia da sempre importatore di materie prime), che a livello aziendale (con una gamma di prodotti base riciclati a costi inferiori e competitivi a livello di qualità). Il comparto del riciclo rappresenta la componente della filiera accreditata implicitamente a poter certificare i dati sull’effettivo recupero e quindi verificare il raggiungimento degli obiettivi comunitari; centrare gli obiettivi non deve essere considerato solo l’assolvimento di un obbligo ma la prova di aver saputo organizzare un sistema produttivo equilibrato ed integrato tra tutte le componenti della filiera. Il sistema, come oramai l’Europa ci chiede, deve saper coniugare tutti i fattori: economico, sociale e ambientale. La verifica dei fattori ha tra gli elementi fondanti l’esame sui dati dell’effettivo riciclato, che attesta quindi la capacità del sistema di ridurre i consumi di materia prima e di energia, avanzi economici per il settore della produzione e infine evidenti vantaggi ambientali, in primis con una riduzione dell’inquinamento. Occorre rilevare, però, una grande anomalia, segnatamente il fatto che i dati sul riciclo escano dalla componente raccolta (tra l’altro decisamente squilibrata tra le percentuali conseguite al Nord e quelle al Centro Sud) e non invece da quella del riciclo. Purtroppo, infatti, non sempre quello che viene raccolto viene riciclato. Se ci si attenesse alla sola analisi dei RSU, si può osservare che molti rifiuti di imballaggio in plastica (che costituiscono una frazione importante del totale), vengono recuperati e, dopo la fase di selezione dirottati in discarica, a testimonianza di una raccolta inadeguata. Si assiste, a questo punto ad un ulteriore paradosso: meno materiale avviato a riciclo, più materiale avviato in discarica e ulteriore doppia movimentazione degli stessi. Quando non accade poi che tali materiali siano avviati al recupero energetico; al riguardo si evidenzia che tale pratica precede solo lo smaltimento nella gerarchia delle modalità di gestione previste dalla vigente Direttiva Comunitaria. A questo punto appare evidente che i dati relativi alla mera raccolta non possono essere i soli utilizzati; al contrario, deve essere acquisito ciò che viene realmente riciclato e le imprese dei riciclatori, che sono il punto di arrivo per il recupero effettivo del rifiuto si possono qualificare come interlocutore privilegiato per la certificazione dei dati. Sempre sul fronte della raccolta, fra le problematiche individuate nel settore, si evidenzia come questa, nella gran parte dei Comuni italiani, sia insufficiente tanto punto di vista quantitativo quanto, soprattutto, da quello qualitativo, il che non rende possibile un riciclo ecoefficiente o comunque non consente di realizzare una

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materia prima secondaria (MPS) competitiva e in grado di sostituire la materia prima vergine. L’industria italiana del riciclo (strutturata similarmente ad una tipica impresa manifatturiera) è leader in Europa e nel mondo per know-how e tecnologia: si ritiene, pertanto, piuttosto paradossale che tali realtà abbiano problemi dovuti alla qualità di materiali che ne penalizzano le potenzialità. È opportuno precisare, al riguardo, che la grande varietà di materie che rientrano nella denominazione volgare di plastica, rappresenta un ulteriore elemento di complessità in ragione delle diverse tipologie da trattare (PET, PE, PVC, ecc). Sarebbe necessario ed auspicabile che venisse posta una maggior attenzione alle attuali logiche di raccolta, promuovendo una migliore efficienza ed efficacia, e magari prestando attenzione alle esperienze già maturate nei Paesi europei maggiormente industrializzati come la Francia, la Spagna o la Germania. Si ricorda che ASSORIMAP aderisce all’Associazione Europea dei Riciclatori di Materie Plastiche EUPR - European Plastic Recyclers e si rende disponibile ad essere di supporto per approfondire e trasferire le esperienze e le buone prassi realizzate all’estero. Tornando all’oggetto principale di questa riflessione, ricordiamo che il comparto del riciclo sta vivendo drammaticamente la crisi che ha avvolto tutta l’industria globale: l’analisi della situazione di mercato nel settore del riciclo della plastica si correla anche con la diminuzione di immesso al consumo e della conseguente riduzione dei rifiuti di beni in plastica (e relativa riduzione dell’attività di riciclaggio). Inoltre, la diminuzione dei costi della materia prima riduce, di fatto, le potenzialità del riciclato, con una netta riduzione della capacità di tali prodotti di penetrare il mercato; il quale, a livello nazionale, appare a tutt’oggi piuttosto chiuso alle dinamiche del Green Public Procurement (GPP), che adeguatamente applicato, come avviene in altri Paesi d’Europa, potrebbe offrire un’ottima occasione di slancio per i materiali da riciclo. Risulta necessario in questi periodi di recessione economica prevedere puntuali misure di sostegno al settore. Come già detto la raccolta inadeguata, la crisi economica, un mercato globale che ha introdotto nuovi soggetti competitivi- soprattutto con costi aziendali inferiori (leggasi costo del lavoro, costi amministrativi, costo dell’energia) - hanno acuito il problema già presente storicamente per le imprese riciclatrici e cioè quello dell’approvvigionamento. Il settore che risente maggiormente di tale problema è quello del post consumo, cioè quello delle imprese che ricavano i materiali da trattare principalmente dalla raccolta differenziata.

Ricordiamo che già sulle pagine del PolieCo Magazine (N. 4 - marzo 2009, pag. 4), la Sig.ra Mirella Galli, Past President Assorimap e Consigliere PolieCo, aveva rilasciato una intervista dichiarando che: “I riciclatori stanno facendo presente alla Comunità Europea, tramite l’attività del Consorzio PolieCo e dell’Associazione Europea di categoria, la grave situazione in cui le imprese si trovano con la frustrante consapevolezza che, molto probabilmente, nelle sedi istituzionali, non si darà gran valore a queste lamentele, ma il non accoglimento delle istanze potrebbe essere un boomerang per l’intero settore delle plastiche”. Ricordando come nella situazione economica al tempo si sarebbe potuto verificare il rischio di veder invenduti molti rifiuti plastici, soprattutto imballaggi, la Galli aveva paventato che “qualcuno potrebbe essere tentato di affermare che all’aumentare del costo non conviene più riciclare, bensì termovalorizzare”. Sempre su questo aspetto, il Consigliere PolieCo aveva già allora posto la questione relativa ai costi della RD vanificati dall’attività di termovalorizzazione, tanto più quando il cittadino “si vede sottrarre sotto gli occhi il contributo per le fonti assimilate - CIP6, destinato all’incenerimento invece di finanziare fonti rinnovabili più pulite”. Più volte, PolieCo si è espresso nel merito della necessità di intercettare i rifiuti (anche quelli plastici) a monte (proprio come avviene per il polietilene di competenza del Consorzio) e tale esigenza sta trovando, oggi, un chiaro riscontro nell’attività in crescita degli operatori indipendenti (sistemi autonomi di recupero correlati alla propria attività di produzione di rifiuti di imballaggio), che riescono a gestire determinati flussi di recupero con economie più performanti. In conclusione, vorremmo ricordare che il comparto del riciclo, proprio per gli effetti economici, sociali ed ambientali che ha sulla società e sul pianeta, andrebbe adeguatamente sostenuto, non solo dal punto di vista finanziario, ma anche politico, laddove si auspicano scelte forti per indirizzare il mercato verso prodotti più sostenibili e verso la promozione di tecnologie e professionalità “carbon free”. In tale ottica va letto anche il ritardo italiano nell’attuazione del principio comunitario “bottle to bottle”; che di fatto ha impedito di utilizzare plastica riciclata nei materiali a contatto con alimenti, che è stato sbloccato dal Regolamento Comunitario 282/2008, che offre l’opportunità ai riciclatori nazionali di usufruire di una procedura di accredito per la produzione di plastica (nel caso specifico PET) a contatto con gli alimenti.

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Approfondimento

IL DIRITTO INTERNAZIONALE, COMUNITARIO E DOMESTICO DELL’ECONOMIA COME DIRITTO LIQUIDO [Paradigmaticità della materia ambientale e variazioni sul tema con riguardo ai soggetti, alle regole ed ai modelli organizzativi]* Franco Silvano Toni di Cigoli - Docente di Diritto del Commercio Internazionale all’Università di Padova e Regular Visiting Fellow at the British Institute of International and Comparative Law in London

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[segue] I tratti fin qui evocati sono quattro [il primo, pluralismo versus monismo; il secondo, rete versus gerarchia; il terzo, governance versus governo (e questo terzo tratto - come del resto ciascun altro tratto - potrebbe avere una sua varianza, qui ad esempio rappresentabile attraverso una epitome che veda: regolazione versus regolamentazione); il quarto, che era l’ultimo nell’elencazione già prospettata, integrazione versus chiusura]; ciò dato, ne possiamo però aggiungere - prima di passare a qualche applicazione pratica degli stessi tratti - almeno uno ulteriore [anche se la lista è ovviamente aperta, il quinto sarà realmente l’ultimo tratto del nostro elenco come qui proposto]. Si tratta di ciò che potrebbe essere epitomato con il ricorso alla nozione [ed agli strumenti] di Soft Law, e ciò in relazione alla nozione [ed agli strumenti] di Hard Law [tanto che, ai nostri fini, una epitome della detta relazione potrebbe essere rappresentata con Soft Law v. Hard Law]. Intanto, vediamo di recuperare un paio di brevi definizioni [rectius, approssimazioni] con riguardo ai detti Laws. Per quanto possa essere riferibile al cosiddetto Soft Law si è portati generalmente a far riferimento a strumenti alternativi alle istituzionali fonti di produzione del diritto; questi detti strumenti alternativi, dando corpo al diritto morbido, qui in parola, notoriamente tendono ad assumere una loro “propria forma” ed ad avere una indiretta efficacia vincolante [e, pur collocabili extra ordinem, non solo sono innegabilmente riconducibili all’ordinamento, ma lo stesso ordinamento contribuiscono, in un sempre maggior numero di settori, concretamente a costruire, ad integrare ed a modificare]. Per quanto, poi ed invece, possa essere riferibile al cosiddetto Hard Law, si è portati generalmente a far riferimento ai tradizionali strumenti normativi, frutto di processi formalizzati di produzione [il più facile rinvio sarebbe qui alla cosiddetta produzione legislativa] riservati all’opera di corpi ed organi investiti della relativa funzione. I giuristi [ma non solo i giuristi] sono stati abituati, prevalentemente negli ultimi due secoli, ad una coincidenza tra diritto ed Hard Law, indubbiamente favorita da una concezione del diritto che si era ristretta nella legge ed ad una legge che era diventata sostanzialmente monopolio degli Stati, e quindi ad un diritto che, così come allora era inteso [e come qualcuno si attarda ancora, nella sua totalità, ad intendere oggi], altro non era e non poteva essere che il prodotto degli Stati [e tale restava anche in una dimensione internazionale che, nella faticosa ricostruzione dualistica, era sempre e comunque il Law of Nations: con uno stress sul lemma nations, mai scalfito, neppure nella ipotesi più avanzata, dove lo stesso diritto internazionale era un prodotto magari delle organizzazioni internazionali, che altro non dovevano essere se non organizzazioni degli Stati e fra gli Stati]. La nuova stagione del diritto [e non della legge] vede un’onda montante rappresentata da un Soft Law sempre più poliforme [con una propria panoplia rappresentata dai fenomeni di regolazione e di autoregolamentazione, dai codici e dalle raccolte “private e di privati”, dalle raccomandazioni, dalle prassi, dalle risoluzioni e dai “lodi” atti a veder alternativamente risolte le dispute]; palesemente detta onda è ancor più montante nel diritto dell’economia [e nell’ambito di questa, un appropriato rinvio può essere certamente fatto all’economia dell’ambiente attraverso il paradigmatico esempio rappresentato dalle cosiddette norme tecniche la cui natura e genesi è ben nota]. Oggi il diritto è

Terza parte

indubbiamente in parte [rectius, in buona parte], alcuni dicono in gran parte, con riferimento al diritto internazionale e comunitario [leggi, europeo] manifestazione percettibile del Soft Law [anzi, si potrebbe estremizzare l’assunto con il dire: “questo è il futuro del diritto”] e non marginale potrebbe essere anche il riferimento che dovesse esser fatto al diritto domestico. Conseguentemente dobbiamo renderci avezzi, come giuristi e non solo come tali, ad un diritto [anche riferito o riferibile alle questioni ambientali inspecie se compendiate nella gestione dell’ambiente] che non esca dalle tradizionali assemblee [magari e soprattutto, quelle legislative], forse non soggetto a quello che alcuni dicono essere il tradizionale “controllo democratico” [ma magari soggetto ad altri controlli] e comunque rimesso alla [e manifestazione della] volontà delle parti. Certamente anche nell’ambito dell’ordine da porsi nell’economia dell’ambiente possiamo parlare di fenomeni di privatizzazione del diritto, di conseguente contrattualizzazione del diritto [di un diritto alla carta, di un diritto fai da te: ma non in senso negativo ed ancor meno dispregiativo]. Tutto ciò premesso e per non deludere circa le ragioni di questa brevissima introduzione [cosiccome per confermare quanto una buona teoria generale sia terribilmente pratica] proviamo a vedere che cosa possa, come conseguenza, comportare ciò che è stato supra rappresentato nei cinque tratti [anche solo come disegnati] allorquando si debba andare a ricercare, a ricostruire, a leggere, ad interpretare ed ad applicare quello che dovrebbe essere il diritto richiesto come riferibile ad una singola fattispecie. Secondo quanto abbiamo diligentemente anticipato, intanto non possiamo più parlare di fonti, ma dobbiamo ormai parlare di materiali giuridici in senso plurale [in cui non solo ritrovare l’opera dei giudici (ampiamente considerati, pensando anche agli arbitri in senso lato intesi), ma anche l’opera dei professori di diritto, cosiccome l’opera dei legislatori istituzionali e dei legislatori non istituzionali]. Poi dobbiamo pensare ai livelli parimenti plurimi, penso al livello internazionale, a quello comunitario [leggi, europeo] ed a quello domestico o municipale a dir si voglia [vale a dirsi a quello nazionale, così tacendo quello subnazionale, che però esiste]. È forse possibile, dati gli assunti direttamente sopra palesati, solamente avere delle [parziali, e per definizione, incomplete] liste. Ovviamente non ci dettaglieremo sulle diverse liste [dettaglio che costituirebbe, come già cennato, un meraviglioso gioco comunque aperto, se non un vero e proprio esercizio di stile, o meglio, un insieme di esercizi di stile (e qui il nome d’obbligo è quello di Raymond Queneau, con un rinvio al suo famoso testo dal titolo: Exercices de style)]. [segue] * Il presente contributo è qui pubblicato, come evidenziato in epigrafe, nella sua Terza parte [la Prima parte è stata pubblicata su questa Rivista, n. 8 - dicembre 2009, pag. 7; la Seconda parte è stata poi pubblicata, sempre su questa Rivista, n. 9 - marzo 2010, pagg. 6 e 7] e costituisce ancora la trascrizione dell’intervento effettuato dall’Autore al Forum Internazionale, I edizione, in materia di Economia dei Rifiuti, tenutosi ad Ischia il 25 e 26 settembre 2009, organizzato da Ambrosetti e PolieCo. La trascrizione di detto intervento sarà oggetto di completamento, con una sua Quarta parte, in un prossimo numero di questa Rivista.

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Sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti - SISTRI. A breve i Corsi di Formazione promossi da PolieCo e dalla Fondazione S.Chiara Il Consorzio PolieCo (Consorzio nazionale per il riciclaggio dei rifiuti dei beni a base di polietilene) e la Fondazione Santa Chiara per lo Studio del Diritto e dell'Economia dell'Ambiente, rendono noto che, stante le difficoltà riscontrate da molte Aziende nell'approccio all'applicazione e alla funzionalità del Sistema SISTRI e attesa l'opportunità degli Enti in oggetto, di promuovere una crescita oggettiva nei confronti degli obblighi normativi a favore dell'ambiente, avendo acquisito maggiori elementi di conoscenza e giudizio circa: adempimenti, costi e modalità applicative del sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti, stanno approntando una serie di Corsi di Formazione e Aggiornamento, il cui Calendario sarà a breve consultabile sul Sito: www.polieco.it Inoltre, come da collaudata modalità operativa, PolieCo è disponibile a socializzare con le imprese consorziate: segnalazioni, problematiche, notizie, contributi tecnici ed approfondimenti che vengano ritenuti utili al fine di un continuo e puntuale aggiornamento nel conoscenza comune del Sistema Sistri.

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