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Free Service Edizioni

n°1/2 Gennaio-Febbraio 2011 Anno XII

Free Service Edizioni - Falconara M. (AN) - Rivista Mensile di Informazione e Aggiornamento di Cultura Ambientale - Poste Italiane s.p.a. - spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 1, DCB Ancona

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n° GENNAIO FEBBRAIO

1/2 2011

Anno XII €

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n°1/2 Gennaio-Febbraio 2011 anno XII

In copertina: Il logo dell’Anno Internazionale delle Foreste

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CAMBIAMENTI CLIMATICI

A Cancún progressi modesti e troppo lenti Durban... ultima spiaggia! Rinviati alla prossima COP17 tutti i nodi da districare

10 Presentato a Cancún il Climate Change Performance Index 2011 Le azioni nazionali per il clima superano quelle internazionali L’Italia occupa il 41° posto su 60 Paesi analizzati

12 A Cancún presentato dall’UNEP un nuovo Report Dall’aumento di acidità degli oceani crescono i pericoli Le barriere coralline subiscono le maggiori ripercussioni

14 Proposta analogia tra “abolizione della schiavitù” e “riduzione delle emissioni” Cambiamenti climatici: la consapevolezza sociale presupposto di ogni soluzione Sondaggio Pew Center evidenzia un’opinione pubblica disinformata

16 A Cancún presentato Rapporto UNEP America latina e Caraibi tra le aree più sensibili agli effetti del global warming Modelli di produzione, consumo e stili di vita cambieranno significativamente


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Come da programma il catamarano fotovoltaico ha raggiunto Cancún Tûranor: “Il Potere del Sole” Non rivoluzionerà i trasporti marittimi, ma enfatizza la sottostima attuale dell’energia solare

A Cancún Rapporto UNEP “Waste and Climate Change: Global Trends and Strategy Framework” Ridurre i rifiuti aiuta a combattere il riscaldamento globale Il metano delle discariche principale fonte di emissioni del settore rifiuti MANIFESTAZIONI E CONVEGNI a

Bruxelles, 9 Conferenza annuale STOA del Parlamento UE È possibile un futuro senza petrolio? Argomento più dibattuto: l’uso dell’auto alternativa

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Presentato il Rapporto del Pew Charitable Trusts Dalle rinnovabili opportunità da 2.300 miliardi di $ per il G-20 In Italia futuro brillante per il FV, ma anche rischi di crescita insostenibile

A Parigi un altro innovativo servizio per migliorare la qualità dell’aria Da Velib ad Autolib Il Sindaco Delanoë lo considera una vera e propria rivoluzione di Massimo Lombardi

32 L’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas ha deliberato il Piano Triennale 2011-2013 Il settore energetico coerente con i princìpi dello sviluppo sostenibile Tra le finalità anche il sostegno alla diffusione dell’auto elettrica

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Venerdì 18 febbraio 2011 M’illumino di meno: spegni la luce e accendi il tricolore La Giornata del Risparmio energetico 2011 dedicata ai 150 anni dell’Unità d’Italia di Silvia Angeloni

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ENERGIE ALTERNATIVE E RINNOVABILI

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IL COMMENTO

Dal SISTRI quinques al Milleproroghe una serie di rinvii a carattere ambientale “Annunciare” non è sinonimo di “Fare” Con proroghe e deroghe non si esce dalle emergenze

INFORMAZIONE E AGGIORNAMENTO

Dal 1° gennaio 2011 al bando i sacchetti di plastica non biodegradabili Addio al “vecchio” shopper, ma attenzione alle soluzioni alternative B. Commoner ammoniva che “non esistono pasti gratuiti”

37 Qualità dell’acqua negli acquedotti Livelli di arsenico troppo elevati L’UE nega la terza deroga all’Italia di Agnese Mengarelli


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api Raffineria Il sito di Falconara si conferma all’avanguardia in Italia Per il futuro nuovi investimenti verso il Polo energetico ambientalmente avanzato

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Rapporto UNEP evidenza la necessità di una riforma WTO delle sovvenzioni Sussidi alla pesca e degrado degli ecosistemi marini Fra 40 anni mancheranno dalle nostre tavole molte specie ittiche

CNEL e ISTAT Misurare il benessere Entro il 2011 sarà individuato il set di indicatori che integrino il PIL

58 BIODIVERSITÀ E CONSERVAZIONE

La letteratura scientifica conferma la correlazione tra malattie infettive e biodiversità Dalla perdita di biodiversità il rischio di un aumento delle malattie infettive Dalle specie vegetali opportunità per nuovi farmaci

50 L’ONU si appresta a realizzare la Celebrazione del 2011 Anno Internazionale delle Foreste Molte iniziative sono previste nel corso dell’anno

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EQUITÀ E SOSTENIBILITÀ

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Uno Studio cerca di far luce su un aspetto determinante per la low carbon economy Quali competenze per i lavori “verdi”? In futuro ogni lavoro sarà ecologico

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AMBIENTE E ARTE

Il “Bestiario” sostenibile di Edouard Martinet Instabillità e obsolescenza della nostra epoca messa in risalto dalla Steampunk Art di Massimo Lombardi

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€CO-FINANZIAMENTI

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I QUESITI DEL LETTORE

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AGENDA - Eventi e Fiere

AMBIENTE E SALUTE

Si è conclusa la prima fase del REACH Registrate 4.300 sostanze chimiche Passaggio decisivo per migliorare la salute e la sicurezza dei cittadini europei

AMBIENTE MARCHE NEWS AMBIENTE ABRUZZO NEWS


CAMBIAMENTI CLIMATICI

A Cancún progressi modesti e troppo lenti

DURBAN... ULTIMA SPIAGGIA! Rinviati alla prossima COP17 tutti i nodi da districare Con un comunicato dell’UN News Centre del 20 dicembre 2010, la Segretaria esecutiva dell’UNFCCC Christiana Figueres è ritornata sulle conclusioni della Conferenza di Cancún: “Tutti i Paesi, ma soprattutto quelli industrializzati, debbono compiere maggiori sforzi per la riduzione delle emissioni e di farlo rapidamente”. “Cancún è stato un passo importante, più di quanto si potesse immaginare. Ma è giunto il momento per tutti noi di superare le nostre aspettative perché nulla rimanga di intentato” ha aggiunto la Figueres, ricordando le conclusioni del Rapporto ONU diffuso a Cancún secondo il quale, anche se tutti gli obiettivi e le azioni fossero raggiunti ed attuati, ridurrebbero solo del 60% le

emissioni rispetto a quel che la scienza ritiene esser necessario per rimanere entro la fine del secolo al di sotto dei 2 °C di aumento delle temperature medie globali, soglia che non garantisce la sopravvivenza delle popolazioni più vulnerabili (cfr: “Bisogna colmare il divario”, in Regioni&Ambiente, n. 12 dicembre 2010, pagg. 9-11). Se si leggono gli impegni dei cosiddetti Acuerdos de Cancún (vedi box alla pagina accanto) appare evidente che progressi “veri” in termini numerici non ce ne sono stati, dal momento che i punti nodali, costituiti dalla continuazione o meno di un nuovo Protocollo alla scadenza di quello di Kyoto e le modalità di consegna entro il 2020 da

Durban (Sudafrica). Skyline e spiaggia della città sull’Oceano Indiano dove si svolgerà la prossima Conferenza Mondiale sul Clima (28 novembre - 9 dicembre 2011)

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parte dei Paesi sviluppati dei 100 miliardi di dollari per le azioni di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, sono stati accantonati. A ben guardare, l’unico vero successo è stato il mantenimento in vita del processo negoziale, ma a Durban questi aspetti dovranno essere inevitabilmente affrontati, non ci sarà più la possibilità del rinvio e, soprattutto, sarà difficile fare i “giochetti di prestigio” (smoke and mirrors), come George Soros, Presidente del Soros Fund Management e dell’Open Society Institute, ha definito le modalità con cui si è dato vita al “Fondo start up” di 10 miliardi di dollari. Detto da lui che prima di dedicarsi ad attività filantropiche a favore dei Paesi in via di sviluppo ha accumulato


enormi ricchezze con speculazioni di “alchimia finanziaria”, mutuando il titolo del suo libro pubblicato qualche anno fa anche in Italia, c’è da credere che dentro quel Fondo al momento c’è poco o niente. Eppure, i media hanno salutato le conclusioni positivamente. Forse, la minor pressione sulle aspettative ha dato l’impressione che sia andata meglio. Magari la votazione all’unanimità (solo la Bolivia si è opposta) ha indotto a ritenere che si è sulla buona strada per raggiungere un vero Accordo. Rileggendo le dichiarazioni della Figueres e le sottolineature fatte in merito allo scarto che sussiste tra le riduzioni volontarie e le richieste degli scienziati, non ci pare che sussistano validi

motivi per compiacersi del risultato conseguito, con l’aggravante, per giunta, che passerà ancora un anno prima che vengano effettivamente adottati i provvedimenti, con conseguenze che potrebbero essere drammatiche per i Paesi più poveri, che sono anche quelli più esposti ai cambiamenti climatici. Intervenendo nel corso della Conferenza, Bruno Tseliso Sekoli, del Lesotho e Capo delegazione del blocco dei 49 Least Developed Countries aveva posto la questione: “L’obiettivo di questa Conferenza è di mitigare i cambiamenti climatici e di aiutare i Paesi in via di sviluppo ad adattarvisi. La situazione è estremamente deludente. Le concentrazioni di gas serra sono cresciute ad un ritmo allarmante ed è preoccupante

pensare che abbiamo solo dieci anni di tempo per rimediare. La maggior parte di noi sta già lottando per sopravvivere. Mi appello ai Paesi sviluppati affinché facciano quel che è giusto. Essi hanno dimostrato la loro leadership economica e militare, mostrino ora di assumerla per il clima”. A quanto pare non ha ricevuto adeguate risposte. Certo, si può obiettare che al di là di impegni formali ci sono Paesi che si stanno già adoperando fattivamente per ridurre le proprie emissioni, ma una cosa è assumere impegni volontari, ben altra è quella di sottostare a limiti vincolanti. Come avevamo già anticipato (cfr.: Da “Hopenhagen” a “Can’tcun”, in

LOS ACUERDOS DE CANCÚN (The Cancún Agreements) Di seguito proponiamo uno stralcio del Comunicato finale dellí11 dicembre 2010, con il quale si è conclusa la Conferenza ONU sui Cambiamenti Climatici, svoltasi a Cancún (Messico). Gli elementi degli Acuerdos de Cancún includono quanto segue: • Gli obiettivi dei Paesi industrializzati sono ufficialmente riconosciuti all’interno di un processo multilaterale. Questi Paesi creeranno piani e strategie di sviluppo low carbon e valuteranno la forma migliore per farlo, • Le azioni dei Paesi in via di sviluppo per ridurre le emissioni sono ufficialmente riconosciute nel processo multilaterale. Verrà istituito un registro con il fine di relazionare e registrare le azioni di mitigazione dei Paesi in via di sviluppo con il finanziamento ed il supporto tecnologico dei Paesi industrializzati. I Paesi in via di sviluppo pubblicheranno rapporti sui progressi fatti ogni due anni. • Le Parti riunite nel Protocollo di Kyoto accettano di continuare i negoziati con il proposito di completare il loro lavoro ed assicurare che non ci sia nessun gap tra il primo e il secondo periodo di impegno del trattato. • I Clean Development Mechanisms (CDM) del Protocollo di Kyoto sono stati rafforzati per apportare maggiori investimenti e tecnologia a progetti ambientalmente sicuri e sostenibili di riduzione delle emissioni nel mondo in via di sviluppo. • Le Parti hanno avviato un insieme di iniziative ed istituzioni per proteggere le persone vulnerabili dal cambiamento climatico e per distribuire il denaro e la tecnologia di cui necessitano i Paesi in via di sviluppo per pianificare e costruire i loro futuri sostenibili. • La decisione comprende anche un totale di 30 miliardi di dollari di finanziamenti fast start provenienti dai Paesi industrializzati per sostenere l’azione sul cambiamento climatico nei Paesi in via di sviluppo fino al 2012 e l’intenzione di raccogliere 100 miliardi di dollari in fondi long-term per il 2020. • Rispetto al finanziamento climatico, è stato stabilito un processo per disegnare un Green Climate Fund all’interno della Conferenza delle Parti che abbia un Board con una rappresentanza uguale dei Paesi in via di sviluppo e sviluppati,. • È stato istituito un nuovo Cancún Adaptation Framework con l’obiettivo di permettere una migliore pianificazione ed implementazione dei progetti di adattamento nei Paesi in via di sviluppo attraverso un maggior finanziamento e supporto tecnico, includendo un processo chiaro per continuare con il lavoro in perdita e danni (work on loss and damage). • I Governi sono d’accordo nell’aumentare l’azione per frenare le emissioni dovute alla deforestazione ed al degrado forestale nei Paesi in via di sviluppo con il supporto tecnologico e finanziario. • Le Parti istituiscono un technology mechanism con un Technology Executive Committee and Climate Technology Centre and Network per aumentare la cooperazione tecnologica per sostenere le azioni di mitigazione ed adattamento.

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Regioni&Ambiente, n. 12 dicembre 2010, pagg. 6-8) è stato il Giappone, spalleggiato da Russia e Canada (USA e Cina sono rimasti ad ascoltare, tanto loro non ne sono firmatari!) a chiudere la porta ad eventuali proroghe del Protocollo di Kyoto. Dopo la Conferenza l’atteggiamento del Giappone è risultato più chiaro, allorché il 28 novembre 2010 il Governo annunciava che, contrariamente a quanto era stato previsto nel programma elettorale con cui il Partito Democratico aveva vinto le elezioni, il sistema di scambio delle emissioni, che sarebbe dovuto partire fiscalmente dall’aprile 2013 subirà il rinvio di un anno. “Non abbiamo rinunciato ai piani per introdurre un sistema di scambio delle emissioni, ma le nostre opinioni sono cambiate, conseguentemente al cambio delle circostanze d’oltremare”, ha dichiarato all’Agenzia Reuters il Ministro per la Strategia Nazionale Koichiro Gemba, riferendosi al fallimento dei tentativi di introdurre una egual legislazione negli USA, in Australia e nella Corea del Sud. In realtà, sono state le pressioni dell’industrie pesanti giapponesi che lamentavano l’eventuale perdita di competitività con quelle d’oltremare, a far rientrare nei suoi propositi il Governo del Primo Ministro Naoto Kan, stretto tra crisi economica e perdita di popolarità. C’è da dubitare, comunque, sulle possibilità che il Giappone possa raggiungere l’obiettivo che si è dato di tagliare al 2020 il 25% delle emissioni, senza una drastica riduzione di quelle industriali. C’è da osservare che neppure l’Unione europea ha rispettato la promessa di giocare un ruolo ambizioso, nascondendosi dietro l’inerzia di altri Paesi, preoccupata soprattutto di salvaguardare l’Emission Trading System (ETS), che non sembra aver portato, finora, benefici ai Paesi in via di sviluppo e non è stato in grado di ridurre sostanzialmen-

te le emissioni, e che presenta anche delle falle visto che la Commissione ha deciso di chiudere temporaneamente il mercato europeo del carbonio in gennaio. “Poiché l’UE si prepara ad applicare parametri di emissione più severi per gli impianti che emettono gas industriali nella terza fase del sistema ETS comunitario, dobbiamo lavorare per evitare che impianti analoghi situati al di fuori dell’UE ricevano significativi vantaggi competitivi tramite i crediti rispetto a più generose linee guida, in quanto ciò potrebbe aumentare il rischio di “carbon leakage” [ndr: è il rischio che interi settori industriali, per non sottostare agli obblighi di riduzione delle emissioni nell’UE, delocalizzino i propri impianti in Paesi terzi non soggetti a vincoli] a svantaggio del clima e delle imprese europee - dichiarava il 25 novembre il Commissario di Azione per il Clima Connie Hedegaard alle proposte di restrizioni sull’uso dei crediti derivanti da progetti di emissioni industriali avanzate dalla Commissione. Per evitare la “fuga del carbonio” la Commissione UE, infatti, ha approvato un sistema regolatorio per l’erogazione di 100 miliardi di euro alle industrie del petrolio e dell’acciaio per beneficiare gratuitamente fino al 2014 di crediti alle emissioni, fissando parametri di riferimento più elevati per il settore che secondo gli ambientalisti costituisce una vera e propria sovvenzione a settori ad alta intensità di carbonio. La Figueres, inoltre, ha sottolineato di aspettarsi di vedere decisioni rapide in merito alla nomina del consiglio del nuovo Green Fund e del Comitato del Technology Mechanism e “di ricevere i dettagli del finanziamento fast-start da parte dei Paesi industrializzati, in modo che il Segretariato sia in grado di inserire le informazioni che mostrino chiaramente gli importi che sono stati raccolti e che sono in corso di erogazione”.

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Anche il Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-moon nel messaggio consegnato ad Ahmed Djoghlaf, Segretario esecutivo della Convenzione sulla Diversità Biologica (CBD), in occasione della cerimonia di chiusura dell’Anno Internazionale della Biodiversità (IYB), svoltasi a Kanazawa (Giappone) il 18 dicembre, ha messo in risalto l’accordo raggiunto a Cancún sul REED + (Reducing Emissions from Deforestation and Forest Degradation) che “munito di congrue risorse per attuarlo [permetterà], promuovendo la conservazione e la gestione sostenibile delle foreste, non solo di mitigare gli impatti climatici e di aumentare la resilienza, ma di immetterci su un percorso che rallenti la velocità di accelerazione della perdita di biodiversità”. In verità, pure il Piano REED + rimane su un terreno di ambiguità, anche se al momento non è stato inserito nei meccanismi di mercato del carbonio, non generando crediti. Il Programma nato per proteggere le foreste e le popolazioni indigene che vi vivono, rischia di trasformarsi in un incentivo per il loro degrado, se dovesse diventare lo strumento che consente ai Paesi sviluppati di evitare di ridurre le proprie emissioni. Molte imprese stanno già esplorando le opportunità di business connesse ai crediti derivanti dal sequestro del carbonio delle foreste, con il rischio che si crei un nuovo “land grabbing” di tipo forestale, e ben poco interesse si manifesti per la difesa della biodiversità e delle popolazioni delle foreste. Come accennato, solo la Bolivia non ha firmato, denunciando che qualsiasi accordo sulle foreste deve garantire i diritti umani, civili, economici e politici dei popoli indigeni. “Vogliamo salvare la foresta, non sollevare i Paesi sviluppati dalla responsabilità di ridurre le proprie emissioni - ha dichiarato il suo capo negoziatore Pablo Solon - Pensiamo che ci dovrebbe essere un meccanismo anche


per le foreste, ma questo meccanismo dovrebbe essere integrale e non solamente concentrato su un aspetto quale quelle di cattura delle emissioni. Le foreste sono molto più di ciò”. Anche per il tema del trasferimento delle tecnologie verdi si è preferito rinviare gli aspetti più importanti e controversi ad un successivo momento. Come noto, si tratta di aiutare i Paesi in via di sviluppo ad uscire da una economia basata sul carbone per intraprendere una via low carbon, attraverso il sostegno finanziario e il trasferimento di tecnologie in grado di produrre energia pulita, i cui brevetti sono detenuti essenzialmente da poche Paesi

industrializzati (cfr: “Tecnologie per le energie pulite; ecco chi ne possiede i brevetti”, in Regioni&Ambiente, n. 11 novembre 2010, pagg. 8-9). Di fronte all’atteggiamento dei Paesi BASIC (Cina, India, Brasile e Sudafrica) che dichiaravano questo punto “non negoziabile”, c’è stata la chiusura della delegazione statunitense con la minaccia di bloccare ogni trasferimento in merito, se da parte dei BASIC non si fosse fatto di più in termini di taglio delle emissioni e, soprattutto, di accettarne la verifica. Così si è giunti alla creazione di un Comitato esecutivo tecnologico (Technology Executive Committee) che non prevede, però, un approccio, come

richiesto da più parti, che tenda a risolvere i problemi legati alla proprietà intellettuale sulle tecnologie stesse. Insomma, il processo per una condivisione multilaterale è ancora troppo lento e irto di ostacoli, specie in rapporto all’urgenza dei fenomeni dei cambiamenti climatici in atto. Il Protocollo di Kyoto chiuderà la sua operatività nel 2012, perciò, Durban (Sudafrica), dove dal 28 novembre al 9 dicembre 2011 avrà luogo la COP17 della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC), sarà l’ultima spiaggia per poter trovare un suo sostituto.

Cancún, Hotel Moon Palace. Sul tetto di una delle due sedi in cui si è svolta la Conferenza è stato realizzato un impianto fotovoltaico di 903 pannelli per un’estensione di 2.500 m2, in grado di fornire 220 MW di energia all’anno. La tecnologia a film sottile è stata fornita da Uni-Solar, mentre a ENEL Green Power si deve l’installazione che è stata inaugurata il 9 dicembre dal Ministro Stefania Prestigiacomo. Il progetto, infatti, è stato reso possibile grazie alla collaborazione tra il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, che ha contribuito al 50% alla partnership con ENEL, e la Secretería de Recuersos Naturales y Medio Ambiente (SEMARNAT) messicano (fonte: Uni-Solar)

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Presentato a Cancún il Climate Change Performance Index 2011

LE AZIONI NAZIONALI PER IL CLIMA SUPERANO QUELLE INTERNAZIONALI L’Italia occupa il 41° posto su 60 Paesi analizzati

Giunto alla 6a edizione il Climate Change Performance Index 2011 è stato presentato contemporaneamente a Cancún e a Bruxelles il 6 dicembre 2010. Redatto da GermanWatch (organizzazione non governativa con sede a Bonn che si prefigge di promuovere l’equità globale e la salvaguardia dei mezzi di sussistenza), in collaborazione con CAN-Europe (Climate Action Network che riunisce in Europa oltre 140 organizzazioni di 25 Paesi con l’obiettivo di arrestare gli effetti più pericolosi dei cambiamenti climatici), il Climate Change Performance Index (CCPI), confronta le prestazioni di protezione del clima di 60 Paesi industrializzati e in via di sviluppo (PVS) che insieme rappresentano più del 90% del consumo globale di energia, legato alle emissioni di CO2. A causa della mancanza di dati affidabili su temi quali la deforestazione e

l’uso dei suoli, che costituiscono circa il 20% dei gas serra (GHG) a livello mondiale, l’Indice si concentra essenzialmente sulle emissioni del settore energetico, che assommano a circa il 60% dei GHG. Il CCPI viene calcolato attraverso un indice complessivo a cui concorrono tre diversi parametri: - i livelli di emissione dell’anno preso in considerazione, sulla base dei dati forniti dall’International Energy Agency (30% del peso complessivo); - il trend delle emissioni derivanti da tali dati (50%); - la valutazione delle politiche climatiche (20%), sulla base di un sondaggio tra gli esperti nazionali del clima, che sono stati più di 190 per questa edizione. Pertanto, la struttura dell’indice è tale che la graduatoria che ne deriva pre-

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mia soprattutto i Paesi che dimostrano l’effettiva volontà di cambiamento. Il dato più significativo che emerge dall’Indice 2011, aggiornato agli ultimi dati disponibili (2008), è che per la prima volta le azioni per il clima a livello nazionale superano quelle internazionali, come ha osservato Jan Burck di GermanWatch e Capo redattore del Rapporto: “Dopo i deludenti risultati a livello internazionale di Copenhagen è una piacevole sorpresa che la consapevolezza del cambiamento climatico sia aumentata e le azioni nazionali siano migliorate in un certo numero di Paesi. Per la prima volta, le politiche nazionali hanno conseguito una classifica migliore di quelle internazionali. Vedremo se Cancún sarà in grado di tradurre queste azioni nazionali in una dinamica internazionale positiva”.


Nonostante il trend positivo dei progressi conseguiti, anche quest’anno i primi 3 posti sono “saltati” perché nessun Paese ha compiuto adeguatamente quegli sforzi necessari per ridurle in maniera tale da occupare il podio. I migliori quest’anno sono così risultati Brasile, Svezia e Norvegia, seguiti dalla Germania. Il Brasile aveva conquistato il primato tra i Paesi in via di sviluppo lo scorso anno, mantenendo questa buona posizione, mentre la performance migliore è stata fatta dalla Norvegia. Tra i top ten (non considerando i 3 posti in cima vuoti) troviamo anche nell’ordine Gran Bretagna, Francia, India, Messico, Malta e Svizzera. Arabia Saudita, Kazakistan, Australia, Canada si collocano viceversa agli ultimi posti, ma non sono distanti i due principali emettitori mondiali: Cina (56a) e USA (54a). “La Cina ha recentemente cominciato a migliorare le proprie politiche nazionali sul clima, compresa la legislazione sull’energia rinnovabile, divenendo leader mondiale nel settore degli investimenti nell’energia eolica ha osservato Matthias Duwe, Direttore di CAN Europe - Questo rappresenta una tendenza verso una forte politica per il clima nazionale che abbiamo vi-

sto in tutto il CCPI quest’anno”. Tuttavia, dal momento che le emissioni hanno un peso maggiore nell’Indice rispetto alle politiche, la classifica della Cina si è ancora abbassata rispetto allo scorso anno sulla base dell’andamento generale delle sue emissioni. Secondo i redattori del Climate Change Performance Index, il miglioramento visibile della politica climatica della Cina fa sperare in una tendenza alla riduzione delle proprie emissioni in futuro, tale da farle risalire posizioni in classifica. Una chiara eccezione al trend del 2011 verso una forte politica climatica nazionale sono gli Stati Uniti, dove il blocco al Senato della legislazione sul clima ha determinato una classifica inferiore. Gli USA presentano pessime prestazioni relative alle emissioni pro capite ed alla politica climatica. “L’amministrazione Obama - ha concluso Duwe - dovrà ora utilizzare le leggi esistenti sull’aria pulita [ndr: Clean Air Act] per regolamentare le emissioni ed invertire la tendenza degli Stati Uniti a retrocedere nella classifica di questo Indice”. Il CCPI contiene anche una mappa dedicata all’Europa in cui si può rilevare che le performance sui cambiamenti

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climatici differiscono notevolmente da Paese a Paese. “L’Unione europea ha alcuni Paesi leader come la Svezia, la Norvegia, la Francia e il Regno Unito - si sottolinea nel Rapporto - per i quali la classifica indica stabilità o aumenti, con performance nel complesso buone. Ci sono poi altri Paesi, quali Polonia, Turchia e Italia che detengono le posizioni più basse della classifica generale. Questo è dovuto essenzialmente alle loro politiche climatiche. La Polonia, ad esempio, è stata assieme all’Italia, leader di quegli Stati dell’UE nell’attività di bloccare l’obiettivo di ridurre le emissioni del 30% entro il 2020 e le decisioni di finanziamento per il clima”. C’è da osservare che l’Italia occupa il 41° posto (52,7 punti) in questa classifica, migliorando la posizione acquisita lo scorso anno (44° posto, con 48,0 punti) in virtù della riduzione delle emissioni, dovuta alla crisi economica, con conseguente contrazione della produzione industriale, che già iniziava a farsi sentire, ma è ancora fortemente penalizzata per le inadeguate politiche ambientali.


A Cancún presentato dall’UNEP un nuovo Report

DALL’AUMENTO DI ACIDITÀ DEGLI OCEANI CRESCONO I PERICOLI

Le barriere coralline subiscono le maggiori ripercussioni

Nel corso della COP 16 della Conferenza sui Cambiamenti Climatici di Cancún, in Messico, il Programma ONU per l’Ambiente (UNEP) ha presentato il Rapporto “Le conseguenze ambientali dell’acidificazione degli oceani” (Environmental Consequences of Ocean Acidification), che conferma le preoccupazioni circa gli effetti di una maggiore acidità degli oceani sull’ambiente marino, avvertendo che il futuro impatto delle emissioni in aumento sulla salute dei mari e degli oceani potrebbe essere molto più grande e più complesso di quanto precedentemente supposto. “L’acidificazione degli oceani è una ulteriore bandiera rossa che sventola per avvertire sui rischi per la salute planetaria circa la crescita incontrollata delle emissioni di gas a effetto serra. Si tratta di un nuovo pezzo che si aggiunge al puzzle scientifico, ma che sta suscitando una crescente preoccupazione - ha sottolineato Achim Steiner, Direttore esecutivo dell’UNEP, esortando i Governi ad agire per affrontare il problema - Il fenomeno si inserisce in un contesto di mari e oceani già stressati per

effetto di una pesca eccessiva e per altre forme di degrado ambientale. Così il pubblico potrebbe giustamente chiedere di quante bandiere rosse abbiano bisogno di vedere i Governi prima di cogliere il messaggio di agire”. L’acidificazione degli oceani, è il risultato dell’aumento delle concentrazioni di anidride carbonica che viene assorbita dagli oceani (un quarto delle emissioni vi si dissolve, producendo acido carbonico) che abbassa il livello di pH dell’acqua, calato di circa il 30%. Tali cambiamenti minacciano la sopravvivenza stessa di molti organismi marini, tra cui pesci e coralli, e insieme ad altri effetti ambientali, come la pesca eccessiva e il riscaldamento degli oceani, potrebbero avere un impatto massiccio sulla catena alimentare marina, che è una delle fonti principali di proteine e di mezzi di sussistenza per miliardi di persone. Alla stesura del Rapporto ha collaborato la Commissione Oceanografica Intergovernativa dell’UNESCO, il Plymouth Marine Laboratory e il National Oceanography Centre del Regno Unito.

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L’autore principale del Rapporto e coordinatore del Programma di Ricerca sull’Acidificazione degli Oceani della Gran Bretagna, la dottoressa Carol Turley ha evidenziato l’impatto negativo che l’aumento dell’acidità degli oceani sta già avendo. “Stiamo assistendo ad un complesso impatto negativo dell’acidificazione degli oceani direttamente sugli organismi e su alcuni ecosistemi chiave che aiutano a fornire cibo per miliardi di individui - ha dichiarato Turley - Dobbiamo cominciare a pensare al rischio per la sicurezza alimentare”. Anche se la relazione osserva che ci possono essere alcuni “vincitori” all’interno degli ecosistemi marini, come le piante marine che potrebbero beneficiare della crescente acidificazione, la Turley ha messo in guardia sulla vulnerabilità di molti organismi marini. “Chiaramente non è sufficiente guardare ad una sola specie. Gli scienziati dovranno studiare tutte le componenti del ciclo di vita per vedere se certe forme sono più o meno vulnerabili”, ha osservato la Turley. Invitando i politici a tagliare le emissioni di CO2 e a ridurre la pressione sugli oceani attraverso la pianificazione dello spazio marino e dell’acquacoltura, la relazione raccomanda ai Governi di inserire la scienza dell’acidificazione degli oceani negli strumenti di gestione della pesca. Gli ecosistemi della barriera corallina sono quelli che subiscono le ripercussioni maggiori dell’acidificazione degli oceani. Il fenomeno, associato al riscaldamento degli oceani che sta causando lo sbiancamento dei coralli

con espulsione delle loro alghe simbionti (zooxantelle) e l’allarmante aumento delle malattie infettive del corallo, riduce la disponibilità di ioni di carbonato necessari per coralli e molti altri organismi marini per costruire componenti strutturali come scheletri e conchiglie, rallentandone la crescita. Questi due effetti stanno già uccidendo i coralli, rallentano lo sviluppo delle barriere, riducono la biodiversità e la struttura necessaria per fornire servizi ecosistemici cruciali. Poiché, sia le emissioni di CO2 di origine antropica sia le temperature continueranno ad aumentare, stanno diventando sempre più importanti le azioni locali per proteggere le barriere, tant’è che in dicembre l’American Geophysical Union, ha pubblicato lo studio “Coral Reef Remote Sensing: Helping Managers Protect Reefs in a Changing Climate”, che è poi gli Atti della Conferenza che il Coral Reef Watch (CRW) della NOAA (Agenzia federale statunitense per l’Oceanografia e la Meteorologia) ha tenuto per formare dirigenti e gestori delle barriere coralline sulla possibilità, utilizzando una combinazione di dati satellitari, osservazioni in situ e modelli matematici, di avere informazioni necessarie per monitorarne le minacce ed assumere le necessarie azioni di adattamento. Di certo “Nemo”, il pesce pagliaccio che ha ispirato il cartoon del 2003 della Pixar (“Alla ricerca di Nemo”) che tante insidie e minacce ha evitato, non riuscirebbe a cavarsela se dovessero scomparire gli anemoni che lo ospitano e proteggono.

Un pesce pagliaccio (Amphiprion ocellaris) ospitato in una colonia di anemoni del tipo Heteractis

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Proposta analogia tra “abolizione della schiavitù” e “riduzione delle emissioni”

CAMBIAMENTI CLIMATICI: LA CONSAPEVOLEZZA SOCIALE PRESUPPOSTO DI OGNI SOLUZIONE Sondaggio Pew Center evidenzia un’opinione pubblica disinformata

Sull’ultimo numero del 2010 avevamo evidenziato come il mondo scientifico sia alla ricerca di un nuovo approccio comunicativo dei cambiamenti climatici per informare attivamente ed efficacemente pubblico e decisori politici circa i rischi che essi comportano e le soluzioni che possono essere messe in campo per contrastarli (cfr: “Comunicare il global warming tra Tempeste e WEB”, in Regioni&Ambiente, n. 12 dicembre 2010, pp. 16-17). Ora, in un recente interessante studio Andrew J. Hoffman, Professore di Imprenditoria Sostenibile presso la Ross School of Business dell’Università del Michigan, sostiene che i cambiamenti climatici non costituiscono solo una questione di comunicazione, ma presuppongono un livello di consapevolezza sociale e atteggiamenti culturali, senza i quali non è possibile alcuna azione (“Climate change as a cultural and behavioral issue: adressing barriers and implementing solutions”, Organization Dynamics, Vol. 39, issue 4, October - December 2010, pp. 295-305, numero monografico dedicato a “Organizzarsi per la sostenibilità”). Hoffman fa un parallelismo tra l’atteggiamento che l’opinione pubblica ha nei confronti dei cambiamenti climatici con quello che la stessa ha assunto nel secolo scorso nei confronti del fumo: nonostante vi fossero stati vari studi scientifici che mettevano in evidenza lo stretto rapporto tra l’abitudine al fumo e l’esposizione a quello passivo e il cancro ai polmoni, passarono decenni prima che venissero introdotte norme per vietare di fumare in pubblico e si vedesse regredire il numero di morti per tale patologia. “Il problema non era solo se le sigarette causassero il cancro - afferma Hoffman - Il problema era se la gente ne fosse consapevole. Il secondo processo è del tutto diverso dal primo”. Qualcosa di simile, secondo il ricercatore sta accadendo per i cambiamenti climatici: a fronte di una stragrande

maggioranza di scienziati (97%) che affermano che le attività umane sono la causa principale del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici, l’accettazione di tale rapporto non ha ancora raggiunto un livello sociale. Ma Hoffman fa un’analogia ancora più provocatoria, quando afferma che il dibattito in corso sui cambiamenti climatici ha molti tratti in comune con quello che nel secolo XVIII si sviluppò sulla questione della schiavitù. Come allora gli abolizionisti venivano tacciati di voler provocare un collasso economico ed un sovvertimento del modello di vita che le classi abbienti avevano costruito, così oggi chi sostiene la necessità di tagliare drasticamente le emissioni di carbonio viene accusato di voler compromettere ogni ulteriore sviluppo: “Proprio come poche persone nel XVIII secolo intravidero nella schiavitù un problema morale, altrettante poche persone nel XXI secolo individuano una questione etica nell’ulteriore utilizzo dei combustibili fossili”. “La gente ci guarderà tra 100 anni con la stessa incomprensione con cui noi giudichiamo i difensori della schiavitù? - si è chiesto Hoffman - Se vogliamo affrontare il problema in maniera adeguata la risposta a tale questione deve essere affermativa. La nostra comune atmosfera non dovrà più essere vista come una discarica dove relegare i gas ad effetto serra e gli altri inquinanti”. Hoffman sostiene che è necessario un radicale cambiamento di valori. Riconoscendo che le attività umane sia in termini numerici che di impatto ambientale sono tali che potrebbero alterare ogni giorno gli ecosistemi della Terra, e che noi tutti condividiamo una responsabilità collettiva su tale problema, c’è la necessità di una cooperazione globale per risolverlo. In verità, a proporre per prima la connessione tra l’abolizione della schiavitù e l’uscita dall’uso dei combustibili fossili è stata Polly Higgins che da anni sta conducendo una campagna affinché

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il reato di “ecocidio” sia riconosciuto dalle Nazioni Unite come crimine internazionale contro la pace. Nel suo ultimo libro “Sradicare l’ecocidio” (“Eradicating Ecocide: Law and Governance to Prevent the Destruction of our Planet”, Shepheard-Walwyn, London, September 2010), l’Avv. Higgins, Premio Performance 2010 come “L’Avvocato del Pianeta Terra” e inserita dalla Rivista “The Ecologist” tra “I 10 maggiori pensatori visionari del mondo”, propone il significato del termine ecocidio come “diffusa distruzione, danneggiamento o perdita degli ecosistemi di un determinato territorio, sia a seguito delle attività umane o di altre cause ad esse correlate, in maniera tale che il loro pacifico godimento da parte degli abitanti di quel territorio ne è stato gravemente compromesso”. Secondo la Higgins, l’umanità si trova ad un bivio: continuare come prima a trattare il nostro Pianeta come si fa con qualcosa che deve essere comprato o ceduto quale proprietà privata al miglior offerente oppure riconoscere che le nostre vite dipendono da un delicato ecosistema e che tutti abbiamo la responsabilità del nostro habitat e delle future generazioni. L’“Avvocato della Terra” spiega che prima che fosse dichiarata fuorilegge, la schiavitù era commercializzata in Inghilterra da circa 300 compagnie che “lottarono contro l’abolizione, sostenendo che avrebbe comportato la perdita di posti di lavoro, che sarebbe stata antieconomica, che la schiavitù era voluta dalla gente e che era una necessità. Ciò che offrivano era un programma volontario di riduzione del numero di schiavi catturati. da vendere all’asta e che era meglio lasciare la questione al libero mercato. Fu riconosciuto da pochi che le condizioni dovessero migliorare, ma un’imposizione tramite delle leggi sarebbe stata troppo onerosa per le imprese. Come ultima concessione venne proposta l’applicazione di multe se si fossero fatte catture [di schiavi] oltre i limiti prefissati”. Come sappiamo, vinsero le argomenta-


zioni degli abolizionisti; le imprese che si dedicavano al commercio degli schiavi si diedero a trattare tè ed altre materie prime, e l’economia britannica non crollò. Di certo non si può mettere sullo stesso piano le sofferenze dirette indotte dalla schiavitù e quelle indirette provocate dalla combustione dei combustibili fossili, ma l’analogia proposta dai due autori sopra richiamati ci sembra, sul piano dei cambiamenti culturali, pertinente. Se provassimo a sostituire, come “oggetto” delle motivazioni addotte per mantenere la situazione inalterata, le “emissioni climalteranti” all’“abolizione della schiavitù” ci accorgeremmo, sorprendentemente, che sono pressoché le stesse. Bisogna convenire, quindi, che solo un cambiamento culturale potrà imprimere un’accelerazione al dibattito sui cambiamenti climatici che rischia di diventare sciatto, inconcludente e prolungato. Tuttavia, “il cambiamento non avverrà nel volgere di una notte - ha sentenziato Hoffman - ma solo quando la soluzione sarà in grado di contrapporsi alle

fondamenta stesse della nostra società basata sui combustibili fossili”. Queste considerazioni sono in linea con i risultati di un sondaggio condotto durante la Conferenza di Cancun dal Pew Center on Global Climate Change, Organizzazione statunitense che riunisce leader, politici, scienziati ed esperti in varie discipline per fornire un nuovo approccio alle problematiche più complesse che sono, spesso, anche le più controverse. Patrocinata dal Governo messicano, l’inchiesta che ha coinvolto oltre 500 delegati accreditati presso la COP16, in numero paritetico tra Paesi sviluppati e in via di sviluppo, ha evidenziato che il 94% dei partecipanti alla Conferenza “concorda sul fatto che iniziative sui cambiamenti climatici saranno efficaci solo con un forte sostegno da parte dei governi, imprese, ong, scienziati ed opinione pubblica”. Ma, secondo il 58% degli intervistati, il pubblico non conosce bene o alcunché dei “cambiamenti climatici”. “Questi risultati sottolineano l’enorme di-

vario tra l’impellente necessità di agire e la limitata conoscenza dell’opinione pubblica in merito alle questioni sul tappeto - ha osservato il Presidente del Pew Center, Eileen Claussen - Tutti noi (governi, esperti, patrocinatori ed amministratori di imprese) dobbiamo fare un lavoro migliore nello spiegare al pubblico sia i rischi che le opportunità che derivano dai cambiamenti climatici”. Tra gli altri risultati del sondaggio: - l’87% degli intervistati accusa i mezzi di informazione e gli opinionisti della scarsa comprensione che l’opinione pubblica ha dei cambiamenti climatici; - la maggior parte (66%) considera gli scienziati la “voce più veritiera”; - il 56% ritiene che i danni degli impatto umano sul clima siano irreversibili; - la stragrande maggioranza (90%) concorda sul fatto che la recessione economica ha reso i Paesi meno disponibili ad investire sui cambiamenti climatici.

Isola di Semirara (Filippine). Questa fotografia, scattata con un obiettivo da 800 mm il 31 marzo 2010 da un astronauta della Spedizione 23 a bordo della stazione spaziale internazionale, costituisce un esempio di quello che si intende per “ecocidio”. L’immagine ritrae, in condizioni rare di cielo sgombro da nubi, la miniera di carbone a cielo aperto di Panian, la più grande delle tre che vengono coltivate sull’isola, distante 280 km a Sud di Manila e che forniscono il 92% di tutto il carbone estratto nelle Filippine: in parte esportato in Cina e India; il resto alimenta le centrali termoelettriche del Paese. Gli strati superficiali “sterili”, costituiti da suolo e calcare sotto i quali si trova il carbone, vengono accumulati ai bordi della cava, a forma di anelli, che per la pressione esercitata dal materiale, a poco apoco si inabissano lungo i tratti costieri circostanti il Mar di Sulu. (fonte NASA)

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A Cancún presentato Rapporto UNEP

AMERICA LATINA E CARAIBI TRA LE AREE PIÙ SENSIBILI AGLI EFFETTI DEL GLOBAL WARMING Modelli di produzione, consumo e stili di vita cambieranno significativamente

I cambiamenti climatici - le loro cause, le loro conseguenze a livello mondiale e la gravità delle loro prevedibili conseguenze sia sugli ecosistemi che sulle attività umane - costituiranno una delle più grandi sfide di questo secolo. Si modificheranno significativamente gli attuali modelli di produzione, distribuzione e consumo, così come gli stili di vita complessiva delle società moderne. Nel corso del secolo attuale, i Paesi saranno costretti ad affrontare due sfide simultanee: adattarsi alle nuove condizioni climatiche e lavorare per mitigarli. L’America Latina e i Caraibi non sono immuni da queste sfide che sono state definite in dettaglio da una nuova pubblicazione che l’UNEP ha presentato a Cancún, “Vital Climate Change Graphics for Latin America and the Caribbean”. L’obiettivo di questo lavoro è quello di mostrare, in modo chiaro e articolato, attraverso carte, mappe e grafici, così come il calcolo degli attuali livelli di emissioni di gas serra e le possibilità di mitigarne gli effetti, lo stato del cambiamento climatico e le su implicazioni per la regione. Questo documento, oltre a contribuire allo studio e al dibattito sul fenomeno dei cambiamenti climatici globali e i loro effetti sul territorio, fornisce anche una fonte di riferimento per i decisori in ambito sia pubblico che privato, dal momento che si modificheranno significativamente gli attuali modelli di produzione, distribuzione e consumo, così come gli stili di vita complessiva delle società. Tra le decine di fatti e dati sul clima, il Rapporto indica che il numero di persone in America Latina e nei Caraibi colpite da temperature estreme, incendi, siccità, tempeste e alluvioni è cresciuto dai 5 milioni degli anni ’70 ai più di 40 milioni tra il 2000 e il 2009. Complessivamente, le condizioni meteorologiche avverse sono costate alla regione oltre 40 miliardi di dollari negli ultimi dieci anni. Solo per il Messico, il costo annuo stimato per affrontare gli effetti dei cambiamenti climatici sarà pari al 6,22% del PIL, con un incremento annuo al 2010 del 4%. Tali costi faranno aumentare i vincoli di bilancio in tutta ‘‘America Latina ed i Caraibi e potrebbero complicare i tentativi di ridurre la povertà e di raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio”. Il Rapporto, che è stato redatto in collaborazione dal Polar Research Centre GRID-Arendal dell’UNEP e dalla Divisione Sviluppo Sostenibile e gli Insediamenti Umani Divisione della ECLAC (Economic Commission for Latin America and the Caribbean), indica pure le previsioni degli scenari climatici futuri per la regione. Dai grafici si evidenzia che entro il 2050, l’aumento della temperatura delle superfici oceaniche si tradurrà in uno sbiancamento più diffuso delle barriere coralline, con un conseguente impatto negativo sul turismo e la pesca. I cambiamenti climatici determinano effetti sulla salute, non solo attraverso le ondate di calore e le malattie trasmesse dall’acqua, ma anche a causa dell’espansione delle aree geografiche favorevoli alla trasmissione di malattie trasmesse

da vettori. Il Rapporto mostra che nel 1970, solo un piccolo numero di Paesi dell’America Latina e dei Caraibi ospitava le zanzare che trasmettono la febbre gialla, il dengue e la malaria, mentre al 2002, la maggior parte della regione era stata colpita da queste malattie tropicali . Sebbene il contributo dell’America Latina e dei Caraibi alla produzione di gas ad effetto serra (GHG) rappresenti solo l’8% delle emissioni globali, escludendo quelle relativi al cambiamento di utilizzo dei terreni, i cambiamenti climatici attesi nel corso del secolo attuale avranno di certo un impatto significativo sulla la regione. Basandosi sull’analisi storica delle variabili quali temperatura, precipitazioni e livello del mare, il Rapporto delinea per i decisori, gli studiosi e il grande pubblico gli effetti e le cause di questo fenomeno dei cambiamenti climatici, evidenziando pure che i Paesi della regione necessitano di maggiori risorse ed assistenza per ridurre la loro vulnerabilità e rafforzare la resistenza agli effetti dannosi dei cambiamenti climatici. Al contempo nella relazione si sottolinea la crescente necessità di un coordinamento regionale e la condivisione delle migliori pratiche nella definizione di politiche sostenibili, tecnologie e opzioni di investimento per ridurre le emissioni di gas serra, attraverso l’espansione delle fonti di energia pulita e rinnovabile, l’aumento dell’efficienza energetica e l’adozione di misure di risparmio energetico. Per quel che concerne le risorse forestali della regione, i grafici mostrano la necessità di rapidi progressi nella riduzione delle emissioni derivanti dalla deforestazione e degrado forestale, al fine di invertire le prevalenti tendenze negative e di affrontare con successo una sfida chiave per la prosperità della regione, di lavorare cioè per contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici. Sono tre le principali sezioni della relazione: - le manifestazioni dei cambiamenti climatici; - gli effetti dei cambiamenti climatici e delle emissioni di gas serra; - le misure di mitigazione. Molti Paesi della regione hanno già avviato politiche concrete, strategie di investimento e soluzioni per affrontare la sfida. Queste storie di successo e best practices devono ora essere ampliate e integrate a livello nazionale e regionale, al fine di favorire la crescita, di creare posti di lavoro e strategie di sviluppo sostenibile per contribuire a combattere la povertà. Messaggi chiave • Ogni soluzione ai cambiamenti climatici, essendo un problema globale, deve essere basato sulla partecipazione di tutti i Paesi, con il riconoscimento delle responsabilità comuni, ma differenziate. La regione dell’America Latina e dei Caraibi dovrà operare gradualmente una transizione verso una strategia di sviluppo sostenibile che persegua un percorso a basso tenore di carbonio e promuova l’equità e l’inclusione sociale.

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• L’America Latina e i Caraibi, emettono in generale meno emissioni di tonnellate di CO2 pro capite rispetto alla media mondiale. Se si considera il totale delle emissioni, ivi compresi i cambiamenti di uso del territorio, i tassi della regione sono decisamente inferiori rispetto ad altre regioni per quanto riguarda le emissioni equivalenti di CO2 per ogni milione di dollari di PIL, poiché emette 1,152 tonnellate di CO2 equivalente per ogni milione di dollari di PIL rispetto alle 481 tonnellate equivalenti di CO2 per 1 milione di dollari emesso da parte dei Paesi dell’OCSE.

derivanti da uragani, tempeste e inondazioni), sono equivalenti a circa il 54% o il 32% del PIL per il 2008 a seconda degli scenari analizzati.

• Gli effetti dei cambiamenti climatici nella regione sono già notevoli (anche se con differenze da un Paese all’altro), in particolare per quanto riguarda il settore agricolo, la salute della popolazione, la disponibilità di acqua, il turismo, le infrastrutture urbane, la biodiversità e gli ecosistemi.

• Tra il 2000 e il 2007, la regione ha ricevuto dall’Official Development Assistance (ODA), circa 1,4 miliardi di dollari (in valore attuale) per combattere il cambiamento climatico.

• Allo stato attuale, ci sono nella regione 1.003 progetti a diverse fasi di attuazione, nell’ambito del Clean Development Mechanism (CDM). I Paesi della regione con il maggior numero di progetti CDM sono Brasile, Messico, Cile e Colombia. Il maggior numero di progetti CDM (87% del totale) sono nei settori delle energie rinnovabili e della riduzione di metano.

• L’America Latina e i Caraibi hanno visto di recente un aumento di eventi climatici estremi, con relativo aumento del numero di persone colpite. Il costo stimato dei danni provocati da questi eventi climatici estremi negli ultimi dieci anni, supera i 40 miliardi di dollari.

• L’importanza delle foreste in materia di cambiamenti climatici consiste nel suo grande potenziale di mitigazione. Panama, Bolivia e Paraguay fanno parte del programma REDD dell’ONU, che aiuta i Paesi in via di sviluppo a formulare e attuare strategie nazionali di REDD +. In aggiunta, un certo numero di Paesi della regione stanno svolgendo iniziative di conservazione e di gestione forestale.

• Per l’America Centrale, le stime dei costi economici dei cambiamenti climatici, accumulati al 2100 (con un tasso di sconto dello 0,5% - sulla base dell’impatto sul settore agricolo, sulla biodiversità, sulle risorse idriche, e i danni

• Le proiezioni climatiche in base ai diversi scenari di emissioni indicano che le forme di produzione, distribuzione e consumo devono essere profondamente modificate, al fine di procedere verso economie con più bassi livelli di emissioni.

Google ha lanciato, nel corso della Conferenza di Cancún, il programma “Earth Engine”, strumento che mira a consentire il monitoraggio dell’ambiente terrestre tramite un database di fotografie satellitari degli ultimi 25 anni. Secondo Google, con questi dati gli scienziati avranno la possibilità di acquisire informazioni sulla disclocazione delle risorse idriche o sullo stato delle foreste. Google Labs hanno presentato una mappa che mostra lo stato della vegetazione del Messico preparata in collaborazione con la Comision Nacional Forestal (CONAFOR), elaborata in meno di un giorno, utilizzando Earth Engine e i suoi mille computer. Gli scienziati presenti alla Conferenza, però, hanno espresso dubbi sulla capacità del tool di fornire dati accurati.

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Come da programma il catamarano fotovoltaico ha raggiunto Cancún

TÛRANOR: “IL POTERE DEL SOLE”

Non rivoluzionerà i trasporti marittimi, ma enfatizza la sottostima attuale dell’energia solare

In concomitanza con lo svolgimento della Conferenza ONU sul Clima, è attraccato al porto di Cancan il catamarano, battente bandiera svizzera, alimentato ad energia solare più grande del mondo. La scelta dell’approdo messicano è stata simbolica, derivando dalla filosofia stessa che ha sotteso l’intero progetto Planet Solar: le soluzioni per una mobilità più rispettosa dell’ambiente sono già disponibili. “Dimostrare che la tecnologia che permette a questa imbarcazione di navigare è sul mercato e può trovare applicazioni nella nostra normale vita quotidiana. Non domani, possiamo già cambiare oggi”, ha affermato Raphaël Domjan, ingegnere svizzero di 38 anni e socio della Horus Networks azienda che si vanta di fornire l’unico server per computer alimentato da energia solare. Appassionato di ecoesplorazioni, visto che attualmente non ci sono più nuove terre sconosciute, Domjan si dedica a

progetti per proteggere il nostro ambiente e la biodiversità. Ha quindi fondato Planet Solar, trovando nell’industriale tedesco Immo Ströher, promotore di forme di energia rinnovabile, il finanziatore che vi ha investito 17,5 milioni di dollari e che è il proprietario di Tûranor, questo il nome dato allo yacht, che secondo la lingua inventata dallo scrittore J.R.R. Tolkien nella saga del “Signore degli anelli”, significa “Il potere del sole”. “Questa è una pietra miliare nel progresso della mobilità ad energia solare - aveva affermato il 1° aprile 2010 Ströher all’inaugurazione dell’imbarcazione - Il mio sogno è di poter vedere l’energia solare occupare il posto che le compete: non solo su tetti, ma anche sulle strade, sui mari e nel cielo del futuro”. Costruito nei cantieri navali Knierim di Kiel (Germania), madrina del varo era stata la nipote proprio di Ströher, che,

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lanciando la consueta bottiglia di champagne ad infrangersi contro lo scafo in teak aveva pronunciato l’augurio “Che tu possa avere sempre molta acqua sotto i fiocchi e sole sul ponte”. L’imbarcazione, infatti, ha un sistema di propulsione alimentato da energia elettrica prodotta da 38.000 celle fotovoltaiche assemblate in 825 moduli che coprono una superficie di 537 m2, che supera i 600 m2 se si considerano i pannelli supplementari applicati agli stabilizzatori di prua 4e di poppa che vengono ritirati in condizioni di mare tempestoso. La più grande batteria agli ioni di litio (la più efficiente energeticamente) che sia stata costruita, immagazzina l’energia elettrica prodotta, permettendo ai silenziosi motori di far navigare la barca alla velocità massima per 10 ore in assenza di luce. Tûranor è stato disegnato da LOMOcean Design, conosciuto col vecchio nome di Craig Loomes Design Group


Ltd dal nome del progettista neozelandese, con l’intento di far risparmiare energia, sfruttando la caratteristica di “fendere le onde”, anziché “cavalcarle”. “Finora la navigazione a vela aveva coinvolto tre parametri: il vento, il moto ondoso e la marea - ha osservato Dany Faigaux, un membro dell’equipaggio - Noi abbiamo aggiunto due nuove dimensioni, vale a dire, la luce del sole e la batteria agli ioni di litio. È un modo del tutto nuovo di gestire l’energia”. Dopo essere partito da Monaco il 27 settembre 2010, il catamarano ha attraversato l’Oceano Atlantico per far tappa a Miami, prima di raggiungere Cancún. Non è stata la prima imbarcazione ad energia solare ad attraversare l’Atlantico, essendo stata preceduta da Solar21 nel 2007, ma se l’impresa che si sono proposti gli ideatori del Planet Solar World Tour 2010-2011 dovesse riuscire, Tûranor sarebbe il primo mezzo di trasporto alimentato ad energia solare ad effettuare il giro del mondo. Da Cancún, il catamarano solare, attraverso il canale di Panama, navigherà nel Pacifico toccando S. Francisco, Sydney, Singapore, Abu Dhabi, per rientrare tramite il canale di Suez nel Mediterraneo e raggiungere Monaco, da cui era partito. La rotta che verrà seguita prevede un percorso lungo la linea equatoriale, per massimizzare i vantaggi della maggior solarità, che sarà monitorato da Météo France che consiglierà di volta in volta il tragitto più efficiente sulla base condizioni meteorologiche previste, anche se le deviazioni per evitare aree nuvolose dovessero allungare i tempi. “Vogliamo essere il Phileas Fogg del XXI secolo - ha affermato Domjan, facendo riferimento al protagonista del celebre romanzo “Il giro del mondo in 80 giorni” di Jules Verne, il cui pronipote Jean è uno dei patron del progetto - Ma, a differenza di quanto immaginato da Verne, il nostro progetto è pensato per proteggere l’ambiente e dimostrare che l’energia solare è in grado di sostituire i combustibili fossili, e motivare gli ingegneri e scienziati a sviluppare queste tecnologie”. Ovviamente, il viaggio non è destinato a rivoluzionare i trasporti marittimi, poiché tale tecnologia non sarebbe adatta per le pesanti navi-container, bensì ad enfatizzare come l’energia solare sia inopinatamente ancora sotto utilizzata.

CARATTERISTICHE DI TÛRANOR Classe e tipo: Yacht Stazza: 85 tonnellate metriche Lunghezza: 31 m (35 m se si considerano i flaps, gli stabilizzatori di assetto) Larghezza: 15 m (23 m con i flaps) Propulsione: 2 motori elettrici sincroni a magneti permanenti di 60kW e 1.600 giri al minuto ciascuno Velocità: max 14 nodi (26 km/h) ; da crociera 7,5 nodi (14 km/h) Equipaggio: 4 membri (6 in occasione del Tour 2010-11, tra cui una donna)

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A Cancún Rapporto UNEP “Waste and Climate Change: Global Trends and Strategy Framework”

RIDURRE I RIFIUTI AIUTA A COMBATTERE IL RISCALDAMENTO GLOBALE Il metano delle discariche principale fonte di emissioni del settore rifiuti

A scala globale, il settore della gestione dei rifiuti ha contribuito per il 3-5% alle emissioni di gas serra di origine antropica (GHG) del 2005, pari circa alla percentuale emessa dai trasporti aerei e marittimi internazionali, secondo alcune stime, ma potrebbe trasformarsi da fonte di emissioni in un settore di riduzione delle emissioni, in parte grazie alla raccolta del metano delle discariche utilizzato come combustibile e per la produzione di energia elettrica. Benché, il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti sono in grado di ridurre i livelli delle emissioni, la prevenzione e il recupero (per es. come materia secondaria ed energia) eviterebbero le emissioni in tutti gli altri settori dell’economia. Questo, in sintesi, è l’assunto che viene messo in risalto nel Rapporto “Waste and Climate Change: Global Trends and Strategy Framework” che la Divisione Tecnologia, Industria ed Economia dell’UNEP e l’International Environmental Technology Centre (IETC) di Osaka hanno presentato a Cancún, durante la Conferenza UNFCCC. “Ogni strada, ogni occasione e ogni opzione per il taglio dei gas serra debbono essere messe in gioco se il mondo vuole combattere i cambiamenti climatici pericolosi e preparare il terreno per una transizione verso una Green Economy, a bassa emissione di carbonio e con un uso efficiente delle risorse, urgente nel 21° secolo - ha dichiarato Achim Steiner, Direttore esecutivo dell’UNEP e Sottosegretario generale delle Nazioni Unite - Il settore dei rifiuti sta già agendo per ridurre al minimo l’impatto di potenti gas serra come il metano, ma sono spesso iniziative su base nazionale. I tempi sono maturi per ampliare e fornire una risposta ben più coordinata e globale, soprattutto per le economie in via di sviluppo. In questo modo si avrebbero molteplici vantaggi che vanno dalla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra alla

creazione di nuovi posti di lavoro verdi e un maggiore accesso ai progetti che trasformano i rifiuti in energia”. Rifacendosi al “Gap Report”, presentato alla vigilia della Conferenza, secondo cui gli scienziati stimano che per poter mantenere entro la fine del secolo l’aumento della temperatura globale entro i 2 °C è necessario ridurre nei prossimi 10 anni almeno di altre 5 Giga tonnellate le emissioni previste dalle azioni volontarie del Copenhagen Accord (vedi: “Bisogna colmare il divario”, in Regioni&Ambiente, n. 12 dicembre 2010, pagg.9-11), l’UNEP sottolinea che questo gap potrebbe essere colmato agendo sulla riduzione di altri inquinanti non-CO2, dal “black carbon” e dai composti azotati al metano, emesso dalle discariche allorché le forme microbiche iniziano ad attaccare materiale organico come cibo, carta, legno e sfalci da giardino. Durante il processo di decomposizione viene prodotta una miscela abbastanza equilibrata di gas di biossido di carbonio e metano, male pratiche attuate in alcuni luoghi di infossamento e ricopertura dei rifiuti possono far aumentare percentualmente la produzione di metano. Si ritiene che, quando viene emesso in atmosfera, il metano abbia un potenziale di riscaldamento globale 25 volte superiore a quello dell’anidride carbonica per oltre 100 anni. Le discariche che dispongono di sistemi di recupero del gas in attività captano il metano e lo trasformano in carburante e compost. Pur variando da discarica a discarica, sulla base del tipo di materiale organico scaricato, le stime indicano che le discariche controllate dei Paesi sviluppati hanno tassi di captazione tra il 50% e 80%. Uno studio citato nel Rapporto (cfr.: Simone Manfredi, et al. (2009): Landfilling of waste: accounting of greenhouse gases and global warming contributions, in Waste Management & Research, 2009:27, pagg. 825-836), suggerisce un risparmio di 132-185 kg

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di emissioni equivalenti di CO2 per tonnellata di umido, misto in ingresso ai rifiuti solidi urbani ben gestiti, nelle discariche europee. Un altro studio (cfr: Jacob Møller et al (2009): Anaerobic digestion and digestate use: accounting of greenhouse gases and global warming contribution. Waste Management & Research: 2009: 27: pagg. 813-824) suggerisce che portando cibo, residui da giardino e la carta ai centri di compostaggio o riciclaggio, e riducendo così la quantità di materia organica nelle discariche, le emissioni potrebbero essere ridotte di 250 kg di CO2-equivalente per tonnellata di rifiuti solidi urbani. Ad esempio, la Germania, tra il 1990 e il 2005, ha vietato gradualmente il conferimento dei rifiuti organici non trattati nelle discariche, fatto che entro il 2012 avrà evitato 28,4 milioni di tonnellate di CO2-equivalente delle emissioni di metano. Il Rapporto non si limita ad indicare le riduzioni delle emissioni dei rifiuti tramite il recupero del metano, ma elenca tre principali aree in cui il settore può dare un notevole contributo al problema: 1) Ridurre la quantità di materie prime utilizzate nella produzione attraverso la riduzione dei rifiuti e il recupero dei materiali attraverso il riciclaggio (evitando le emissioni di gas serra provenienti dall’energia utilizzata per estrarre o produrre le materie prime); 2) Produrre energia da rifiuti in sostituzione dell’energia da combustibili fossili; 3) Stoccare il carbonio nelle discariche e attraverso il compostaggio nei suoli. Ma lo studio sottolinea anche che molto lavoro resta da fare per valutare pienamente il potenziale contributo delle emissioni e, quindi, i possibili risparmi di emissioni, nel settore dei rifiuti, perché in molti Paesi i dati possono essere parziali e i metodi di calcolo dell’inquinamento legati ai rifiuti variano tra le


nazioni. Infatti, la relazione rileva che i livelli di incertezza possono raggiungere anche 10-30% per i Paesi sviluppati (con set di dati di buona qualità) e fino ad oltre il 60% per i Paesi in via di sviluppo che non dispongono di dati annuali.

da un luogo all’altro. Sebbene le medie annuali di produzione pro-capite di rifiuti nei Paesi in via di sviluppo siano stimate attorno al 10-20% di quelle dei Paesi sviluppati, queste cifre sono in aumento quale conseguenza della crescita economica e demografica.

Il Rapporto stima che in molti Paesi in via di sviluppo, il livello dei rifiuti organici (e quindi una potenziale fonte di emissioni di metano) è di circa il 50% per cento e potrebbe, in un Paese in rapido sviluppo come la Cina, rappresenteranno nel 2030 più della metà del flusso di rifiuti, qualora non si intervenga. Il Rapporto rileva, anche che il trattamento dei gas a effetto serra nel settore dei rifiuti deve essere considerato alla luce di altre implicazioni ambientali, sociali ed economiche delle strategie di gestione dei rifiuti, che sono diversi

Una delle sfide principali è quella di scindere la produzione di rifiuti dalla crescita economica. Alcuni dei Paesi più poveri del mondo hanno difficoltà a reperire i finanziamenti e la tecnologia per implementare programmi di gestione e recupero dei rifiuti, anche se alcuni progetti sono in corso tramite una corsia preferenziale sostenuta dal Protocollo di Kyoto e dal suo Meccanismo di Sviluppo Pulito (CDM). Una valutazione separata da parte dell’UNEP Risoe Centre in Danimarca stima che sono circa 320 (poco meno del 6% per cento) i progetti CDM in cantiere sono

collegato al gas di discarica. Secondo gli esperti dell’IETC di Osaka, questa è solo la “punta dell’iceberg” in termini di potenziale: “Ad esempio la Cina produce 254 milioni di tonnellate di rifiuti l’anno, ma solo il 2,5% per cento di tutti i progetti CDM cinesi sono indirizzati alle discariche; in India poco meno di 2%”. “Accolgo con favore questa relazione come base per affrontare i modi in cui la gestione dei rifiuti può contribuire a combattere il cambiamento climatico, una questione importante che è stata finora sottovalutata - ha affermato Katharina Kummer Peiry, Segretario esecutivo della Convenzione di Basilea sul controllo dei movimenti transfrontalieri di rifiuti pericolosi e sulla loro eliminazione - Attendo di unire le forze con gli altri per rafforzare questo legame attraverso la gestione ecologicamente corretta dei rifiuti”.

In figura, semplificazione schematica di un Sistema di Gestione di rifiuti urbani ed emissioni di gas ad effetto serra (applicabile alla gestione dei rifiuti urbani) fonte: UNEP

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MANIFESTAZIONI E CONVEGNI

Bruxelles, 9a Conferenza annuale STOA del Parlamento UE

È POSSIBILE UN FUTURO SENZA PETROLIO? Argomento più dibattuto: l’uso dell’auto alternativa

Il 7 dicembre il Parlamento europeo ha ospitato la IX Conferenza annuale STOA (Science and technology Options Assessment), organo ufficiale del Parlamento UE che si dedica, con la collaborazione di esperti esterni, istituti universitari e di ricerca, società di consulenza, alla valutazione delle opzioni scientifiche e tecnologiche. Il tema di quest’anno “È possibile un futuro senza petrolio?” (Is an oil free future possibile?), ha focalizzato le modalità per adattare l’economia e lo stile di vita per un possibile futuro senza petrolio. L’argomento più dibattuto è stato l’uso dell’auto alternativa: dalle flotte di auto elettriche con batterie intercambiabili all’utilizzo di metanolo in luogo dei prodotti derivati dal petrolio; senza che si sia convenuto su un’unica risposta, bensì che tutte le opzioni debbano essere prese in seria considerazione. Aprendo i lavori, il vice-Presidente del Parlamento UE la tedesca Silvana Koch-Mehrin ha sottolineato gli enormi vantaggi che deriverebbero dal passaggio dai convenzionali veicoli a combustione interna che costituiscono tuttora il 99% di tutte le auto vendute in Europa, a quelli elettrici che costituiscono attualmente una quota trascurabile di mercato. Le ha fatto eco il Presidente STOA, l’austriaco Paul Rübig, che ha sostenuto la necessità di intensificare gli sforzi per migliorare l’efficienza energetica, pensando alle alternative al petrolio come cambiamenti necessari che devono entrare a far parte della Strategia Energia 2020. “I consumatori useranno le auto elettriche quando queste saranno in grado di offrire loro la stessa convenienza, essere a buon mercato come un’au-

to a benzina di tre anni e costare la stessa cifra per ogni kilometro percorso - ha dichiarato uno dei tre prestigiosi oratori invitati, Shai Agassi, giovane Amministratore delegato della società californiana Better Place che si occupa di reti per ricarica di batterie e stazioni

di scambio, di recente inserito dalla Rivista “Foreign Policy” al 28° posto tra i cento pensatori più influenti del mondo. A suo avviso, il problema della scarsa gamma delle auto elettriche in circolazione sarebbe risolvibile con l’implementazione delle reti di ricarica e/o punti di scambio il cui costo “in un determinato Paese o Continente è equivalente a quello speso per il consumo di benzina in 6 giorni”. Egli ha quindi esortato i legislatori europei ad accelerare il passo in questo settore perché il petrolio diventerà sempre più caro: “Da dieci dollari il barile di qualche anno il petrolio è or-

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mai salito a 100 dollari ed aumenterà fino a 230 dollari il barile, se la Cina non dovesse smettere di produrre al ritmo attuale”. A quel punto, qualcosa dovrà essere fatto e la Cina se n’è resa conto. Grazie al suo “centralismo” decisionale e alle grandi dimensioni di scala dell’economia, sta “dando inizio ad investimenti nelle auto elettriche e, se l’Europa non vuole perdere il suo ruolo di prima produttrice al mondo di auto, questo è il momento di agire”. A seguire, è toccato al Premio Nobel 1995 per la Chimica, Paul Crutzen Professore del Max Planck Institute, elencare gli effetti dello sviluppo umano nell’“Antropocene” come è stata da lui stesso definita nel suo libro più famoso “Benvenuti nell’Antropocene. L’uomo ha cambiato il clima, la Terra entra in una nuova era” l’attuale era geologica in cui le attività umane sono le principali fautrici delle modifiche climatiche mondiali. La popolazione mondiale in un secolo si è quadruplicata, le aree urbane si sono decuplicate, la produzione industriale si è accresciuto di 40 volte il consumo di energia di 16. Di conseguenza, le emissioni umane di SO2 sono il doppio di quelle naturali, mentre i gas a effetto serra nell’atmosfera sono aumentati drammaticamente: l’anidride carbonica del 40% e il metano di oltre il 100%. “Dobbiamo ridurre le emissioni di CO2 del 40% e gli ossidi di azoto del 70-80% , attraverso risparmi energetici e maggiore utilizzazione di fonti energetiche rinnovabili”. Rispondendo, poi, ad una domanda circa la possibilità di utilizzare la “geoingegneria” per raffreddare il clima lanciando particelle di zolfo nell’at-


mosfera che può essere raffreddata da queste, dato il loro alto potere riflettente, Crutzen ha spiegato che nessuno, nemmeno lui che l’ha lanciato nel 2006, “in preda alla disperazione” (come ha dichiarato in un’intervista riportata sul sito del Parlamento UE) per vedere frustrati i tentativi internazionali di un accordo sulle riduzioni delle emissioni, vorrebbe che fosse attuato tale piano che “Molti consideravano un progetto assurdo, ma la verità è che, se non limitiamo le nostre emissioni e continuiamo sulla strada dell’inquinamento, senza trovare accordi sulla riduzione delle emissioni nocive , dovremo davvero fare qualche pazzia per rimediare”. Dopo l’intervento del vice-Presidente STOA, l’inglese Malcolm Harbour che ha chiesto una valutazione approfondita sulle possibili alternative al petrolio

da utilizzare negli Stati membri UE che dovrebbero al riguardo scambiarsi informazioni e buone pratiche su questo tema, fissando misure comuni per favorire la diffusione delle auto elettriche, è stata la volta di un altro Premio Nobel per la Chimica (1994), il Prof. George Olàh che in video-conferenza dall’University of Southern California ha parlato sull’ “economia del metanolo”, come alternativa a petrolio, gas naturale e carbone. “Non corriamo alcun pericolo di rimanere senza energia - ha rassicurato Olàh - Il problema è però quello di catturare, immagazzinare ed utilizzare energia”. Quando bruciano, gli idrocarburi producono CO2 che dovrebbe essere catturata per trasformare il metano in metanolo, un combustibile molto versatile, che può sostituire benzina e diesel.

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In altre parole, bisognerebbe replicare artificialmente il ciclo del carbonio, rendendolo più veloce. “La produzione industriale di metanolo da idrocarburi richiede molta energia, ma alcuni Paesi, soprattutto Cina, India e Indonesia stanno intraprendendo questo percorso perché hanno grandi riserve di carbone - ha spiegato Olàh La Cina da sola ha prodotto nel 2008 più metanolo di quello prodotto dal resto del mondo e prevede di costruire 100 nuovi impianti” Il Professore Oláh, infine, ha consigliato l’Europa di fare un uso migliore delle sue fonti geotermiche e dell’elettricità di punta, per dar vita ad impianti di produzione di metanolo, come quello sperimentale, che entrato in funzione in Islanda un anno fa.


Venerdì 18 febbraio 2011

M’ILLUMINO DI MENO: SPEGNI LA LUCE E ACCENDI IL TRICOLORE

La Giornata del Risparmio energetico 2011 dedicata ai 150 anni dell’Unità d’Italia di Silvia Angeloni

“M’illumino d’immenso”, scrisse Ungaretti nella celebre poesia: “Mattina”. Mentre nel 1917 si trovava a Trieste, soldato nella I Guerra Mondiale e vedendo lo spazio infinito del mare, si sentì invadere di luce e ritrovò serenità pur in un momento così terribile. Al contrario, l’iniziativa “M’illumino di meno” organizzata ogni anno dalla trasmissione radio-

fonica Caterpillar punta all’esatto contrario al “silenzio della luce”. È fissata per il 18 febbraio 2011, la Giornata del Risparmio Energetico, quest’anno in edizione speciale poiché ricorre lo stesso giorno dell’anniversario dei 150 Anni dell’Unità d’Italia. Infatti per questa edizione si ricercano accensioni originali di luci pulite a tema tricolore,

Immagine notturna dell’Europa da satellite NASA Observatory

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turbine, biciclette, lanterne che diano vita a tricolori luminosi sul territorio nazionale. Associazioni, aziende, ospedali, scuole, e abitazioni private saranno invitati al risparmio energetico. La campagna inizierà il 24 di gennaio e attraverso la radio verranno raccontate le pratiche intelligenti per il risparmio. Attuata per la prima volta nel 2005, ha avuto sin da subito


la partecipazione dell’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani), che ha chiesto ai Comuni italiani di aderire all’iniziativa per spegnere negli orari previsti le luci. È da sottolineare che nell’edizione del 2008 furono 500 i Comuni che aderirono. In passato tra i luoghi famosi rimasti al buio vi sono: La Tour Eiffel di Parigi, La Custum House di Dublino, il Colosseo, l’Arena di Verona, il Foreign Office di Londra e numerose piazze d’Italia. Nonostante la breve durata, la manifestazione ha dato una risposta positiva in termini di risparmio energetico. Secondo quanto riportato da TERNA (Società Responsabile della Trasmissione e del Dispacciamento dell’Energia Elettrica a livello nazionale), nel Belpaese nell’edizione del 2008 ad esempio nei momenti successivi all’iniziativa si è verificato un calo dei consumi nella misura di 400 MW, ben superiore ai 100 MW che si erano registrati nel 2007. L’edizione del 2010 di “M’illumino di meno” ha avuto una curiosa particolarità: una torcia fotovoltaica che sulla falsa riga di quella olimpica è “entrata” in diverse città del nostro Paese. Si è svolta una singolare fiaccolata ed è stata la prima al mondo ad essere costruita con energie rinnovabili, la cui accensione è stata affidata ad un LED. Su di essa la scritta: “Sol omnia regit” (Tutto dipende dal sole) richiamava ad un uso consapevole delle risorse energetiche. In base a questa occasione speciale se vedessimo l’Italia dall’alto di un aereo troveremmo in questo breve lasso di tempo il nostro Paese senza tutte quelle lucine colorate ma al buio, cene a lume di candela nei ristoranti, piazze al buio, un black-out quasi totale per una causa nobile.

DECALOGO BUONE ABITUDINI PER IL 18 FEBBRAIO (E ANCHE DOPO!) 1. spegnere le luci quando non servono 2. spegnere e non lasciare in stand by gli apparecchi elettronici 3. sbrinare frequentemente il frigorifero; tenere la serpentina pulita e distanziata dal muro in modo che possa circolare l’aria 4. mettere il coperchio sulle pentole quando si bolle l’acqua ed evitare sempre che la fiamma sia più ampia del fondo della pentola 5. se si ha troppo caldo abbassare i termosifoni invece di aprire le finestre 6. ridurre gli spifferi degli infissi riempiendoli di materiale che non lascia passare aria 7. utilizzare le tende per creare intercapedini davanti ai vetri, gli infissi, le porte esterne 8. non lasciare tende chiuse davanti ai termosifoni 9. inserire apposite pellicole isolanti e riflettenti tra i muri esterni e i termosifoni 10.utilizzare l’automobile il meno possibile e se necessario condividerla con chi fa lo stesso tragitto. E ricordati di spegnere tutte le luci e i dispositivi elettrici non indispensabili venerdì 18 febbraio alle ore 18.00!

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IL COMMENTO

Dal SISTRI quinques al Milleproroghe una serie di rinvii a carattere ambientale

“ANNUNCIARE” NON È SINONIMO DI “FARE” Con proroghe e deroghe non si esce dalle emergenze Anche quest’anno, puntuale come la Festività del Capodanno, è arrivato il “Milleproroghe” ovvero il D. L. n. 255 del 29 dicembre 2010 (G. U. n. 303 del 29 dicembre 2010), avente ad oggetto “Proroga di termini previsti da disposizioni legislative e di interventi urgenti in materia tributaria e di sostegno alle imprese e alle famiglie”. Il Decreto Legge ha un’impostazione differente rispetto a quelli varati negli anni precedenti, differenziando le proroghe onerose da quelle non onerose (di queste c’è un elenco di ben 65 provvedimenti prorogati alla data del 31 marzo 2011), come risulta dalla tabella 1 allegata. La novità maggiore, tuttavia, consiste nella facoltà lasciata al Presidente del Consiglio dei Ministri di adottare con propri successivi decreti ulteriori proroghe ai provvedimenti stessi, indicando così una volontà di delegificare i contenuti del provvedimento. Un Paese normale non dovrebbe aver bisogno di un Decreto che, solo per il fatto di essere denominato “Milleproroghe”, costituisce l’attestazione della sua incapacità a rispettare i tempi previsti per l’applicazione delle regole che si è dato o che derivano dalla sua appartenenza ad organismi europei e internazionali, fatta salva l’eventualità di voler introdurre norme ad integrazione o modifica di altre precedentemente emanate. In tal caso, però, viene stravolto l’originario significato del Decreto stesso, come l’esperienza della conversione in legge dei “Milleproroghe” degli anni passati ha dimostrato, specie quando i Parlamentari avvertono un “clima” pre-elettorale. Quest’anno, poi, il “Milleproroghe” è stato anticipato dal Decreto del Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio del 22 dicembre 2010 (il regalo di Natale!), avente ad oggetto “Modifiche ed integrazioni al decreto 17 dicembre 2009, recante l’istituzione del sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti” (G. U. n. 302 del 28 dicembre 2010), che contiene ulteriori disposizioni per l’avvio sul piano operativo del SISTRI.

Con tale Decreto, infatti, viene prorogato al 31 maggio 2011 il termine che il D. M. 28 settembre 2010 (G. U. n. 230 del 1° ottobre 2010), aveva di fatto fissato al 1° gennaio 2010 per l’avvio completo del sistema che, in meno di un anno, aveva già collezionato due rinvii e due correttivi. Ovviamente, anche il regime sanzionatorio per le violazioni agli adempimenti del SISTRI, quale previsto dall’Art. 39 “Disposizioni transitorie” del D. Lgs. n. 205 del 3 dicembre 2010, intitolato “Disposizioni di attuazione della direttiva 2008/98/Ce del Parlamento europeo e del Consiglio del 19 novembre 2008 relativa ai rifiuti e che abroga alcune direttive” (G. U. n. 288 del 10 dicembre 2010), che sarebbe scattato il 1° gennaio 2011, viene anch’esso congelato fino al 31 maggio 2011. Ma lo stesso Decreto 22 dicembre 2010, ha rinviato al 30 aprile 2011 il MUD relativo ai rifiuti prodotti e/o gestiti nel 2010, sulla base dei dati inseriti nel registro di carico e scarico, la cui compilazione era prevista entro il 31 dicembre 2010 tramite una scheda da inviare al Ministero, ma allora non ancora disponibile. Per quanto riguarda i rifiuti prodotti e/o gestiti dall’1-1-2011 fino al 31-5-2011 (periodo non coperto dal SISTRI), il termine per la presentazione del MUD è fissato al 31-12-2011. Durante questa protrazione del doppio regime, cosa succederà a coloro che commetteranno irregolarità nella tenuta dei “vecchi” registri e formulari? Dal momento che non sono più soggetti a cui possono essere comminate sanzioni alla luce delle correzioni alla parte IV del D. Lgs. n. 152/2006 introdotte con il D. Lgs. n. 205/2010, in particolare con le modifiche apportate all’Art. 258, durante tale periodo potranno godere di una vera e propria impunità! È veramente paradossale che, nato come strumento per combattere le ecomafie tramite la tracciabilità dei rifiuti, il sistema riveli la sua scarsa affidabilità proprio nel regime sanzionatorio che

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ne dovrebbe costituire il pilastro. Pronto un SISTRI sexties o altro correttivo? Questi “inciampi” derivano, oltre che dalla scarsa capacità di prevedere le conseguenze dell’introduzione di nuove norme sull’assetto generale del sistema, dalle continue deroghe e proroghe che lasciano spazio da un accavallarsi di regole che rischiano di contraddirsi, creando anche alibi a chi non vuole applicarle e scarsa fiducia nelle istituzioni in chi vuole ottemperarle. È di scarsa consolazione che, contestualmente alla firma del Decreto, il Ministero abbia firmato un Protocollo con Confindustria e Rete Imprese Italia in cui si individua nel Comitato di Indirizzo l’organismo che dovrà monitorare lo stato di avanzamento del SISTRI, presentando suggerimenti per il miglior funzionamento del sistema e sensibilizzando gli operatori ancora inadempienti ad attenersi alle disposizioni normative. Nello stesso giorno, nel primo pomeriggio c’era stato lo “strappo” (successivamente rientrato) del Ministro Stefania Prestigiacomo, dopo che aveva cercato inutilmente di spiegare che l’Art. 5 della Legge sull’imprenditoria di disoccupati e cassintegrati, che si stava votando alla Camera e che prevedeva l’esonero di comunicazione e catasto per la gestione dei rifiuti, non poteva essere approvato in quanto palesemente in contrasto con il SISTRI. Lo “spiacevole incidente”, come è stato definito dalla Presidenza del Consiglio, è in realtà una testimonianza che il sistema di tracciabilità dei rifiuti non trova un adeguato sostegno politico, al di là delle dichiarazioni ufficiali. Se è comprensibile che molti operatori abbiano avuto un certo timore di intraprendere il percorso “innovativo”, alla luce di obiettive criticità (in tempestiva distribuzione dei dispositivi, scarsità di officine in grado di installarli, difetti nell’hardware e nel software, scarsa informazione e formazione degli addetti), ribadiamo che sarebbe stato meglio


partire, comunque, e sperimentare la “novità”, magari introducendo modifiche ed integrazioni “cammin facendo”. Viceversa, dopo più di un anno si è ancora “al palo”, avendo preferito ad un avvio sperimentale le “proroghe” (sono state avanzate richieste per il differimento dell’operatività del sistema al 2012) che, come si è visto, non si sono rivelate risolutive. Per quanto attiene il “Milleproroghe”, di seguito riportiamo i principali differimenti al 31 marzo 2011 di scadenze a carattere ambientale, molte delle quali si trascinano ormai da anni. - Sono differiti i termini previsti dall’articolo 6, comma 1, lettera p) del D. Lgs. 36/2003 per conferire in discarica i rifiuti con PCI (Potere calorifico Inferiore) > 13.000 kJ/kg. - Il termine per la soppressione delle Autorità d’Ambito Territoriale (ATO) che organizzano, affidano e controllano la gestione di servizi, tra cui Rifiuti e Acqua di cui agli articoli 148 e 201 del D. Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, come prevista dall’articolo 2, comma 186-bis dalla Finanziaria 2010 (legge 191/2009) sull’affidamento dei servizi pubblici locali. Si è trattato di uno dei provvedimenti più attesi, in considerazione che sulla materia la confusione regna sovrana. La Legge ha demandato alle Regioni il compito di emanazione delle norme che disciplinano il trasferimento delle funzioni degli ATO senza indicare a chi affidarle, ferma restando l’indizione di gare per l’espletamento dei servizi. Così mentre alcune Regioni si sono già organizzate, demandando alle Province tale compito, altre hanno optato per un concentramento regionale delle funzioni, molte altre non avevano ancora deciso o addirittura hanno previsto il mantenimento degli ATO, in quanto Regioni a Statuto speciale. Mancando un coordinamento tra i vari livelli istituzionali, si rischia una notevole difformità gestionale sul territorio nazionale, con Province e Comuni a rivendicare un competente ruolo.

- L’applicazione dei valori limite delle emissioni di Composti Organici Volatili (COV), contenuti nell’Allegato II del D. Lgs. 161/2006, relativi ai solventi per vernici di cui all’Allegato I, destinati ad essere oggetto di miscelazione o di utilizzazione esclusivamente in Stati non appartenenti all’Unione europea. - Le disposizioni transitorie in materia di raccolta di rifiuti e determinazione della TARSU/TIA in Campania come da art. 11, commi 2-ter, 5-bis e 5-ter, del D. L. 195/2009. Vale la pena rammentare che con il comma 123 dell’art. 1 della Legge n. 22 del 13 dicembre 2010, recante “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di stabilità 2011)”, l’exFinanziaria, si è data facoltà agli Enti Locali di aumentare la tassa sui rifiuti solidi urbani, in deroga alla sospensione generale del potere di deliberare aumenti di tributi. - Il termine definito dall’art. 23 - comma 9 della Legge n. 102/09 in materia di prevenzione incendi per completare l’adeguamento delle strutture ricettive turistico-alberghiere con oltre 25 posti letto. - Il termine per l’individuazione delle regole sulla sicurezza nei luoghi di lavoro per le organizzazioni di volontariato, compresi i volontari della CRI, del Corpo Nazionale dei VV. F. e del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, di cui all’Art. 3 - comma 3 bis del D. Lgs. n. 81/08 - Il termine per il raggiungimento dell’intesa tra Stato e Regioni Province Autonome in materia di reti di energia, come previsto dalla Legge n. 102/2009. - Il termine per le verifiche sismiche su edifici e dighe di ritenuta, di cui alla Legge n. 31/2007 e alla Legge n. 139/2004. - Slitta la cessazione delle gestioni di affidamento del trasporto pubblico locale in regime difforme da quello previsto dall’art. 23-bis della Legge n. 133/2008, in base al quale le Regioni debbono indire le gare.

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- Ci sono tre mesi in più per l’emersione delle “case fantasma” ovvero per la presentazione delle istanze di aggiornamento catastale inerente agli immobili non dichiarati o che hanno perso il requisito di ruralità, di cui al D. L. n. 78/2010. Ricordiamo, infine, due assenze che, seppur annunciate od inserite nella bozza del “Milleproroghe” in approvazione dal Consiglio dei Ministri il 22 dicembre 2010, hanno fatto “notizia”: - il rinvio della norma che vieta dal 1° gennaio 2011 la commercializzazione negli esercizi artigianali e commerciali degli shoppers o buste di plastica (ndr; su questo argomento vedi l’articolo “???” a pag. ??? di questo stesso numero di Regioni&Ambiente); - l’invio entro il 31 gennaio 2011 agli organi competenti della dichiarazione di un tecnico abilitato che certifica la conclusione dei lavori sugli impianti fotovoltaici, per poter usufruire del Conto Energia 2010, anche se gli impianti entreranno in funzione successivamente, ma entro il 30 giugno 2011. Sembrava che tale decisione inserita nello schema del “Milleproroghe” approvato dal Consiglio dei Ministri il 22 dicembre 2010, secondo quanto riportato da organi di stampa, fosse stata presa per evitare “ingolfamenti” al sistema telematico, oltre che per facilitare imprese e committenti con i lavori in corso negli ultimi giorni dell’anno. In una nota del 24 dicembre 2010 il Gestore dei Servizi Energetici (GSE) aveva fatto bene a ricordare agli interessati che tale novità sarebbe stata attuativa solo al momento della pubblicazione in G. U. del Decreto e che l’attuale normativa prescriveva “la conclusione dei lavori di realizzazione dell’impianto entro il 31 dicembre 2010 e che, entro la medesima data, era data comunicazione al GSE, allegando l’asseverazione del tecnico abilitato” che, forse, è quello che ha tirato un sospiro di sollievo per la mancata proroga.


ENERGIE ALTERNATIVE E RINNOVABILI

Presentato il Rapporto del Pew Charitable Trusts

DALLE RINNOVABILI OPPORTUNITÀ DA 2.300 MILIARDI DI $ PER IL G-20

In Italia futuro brillante per il FV, ma anche rischi di crescita insostenibile

“I Paesi che vogliono ottimizzare gli investimenti, stimolare la creazione di posti di lavoro, dare vigore alla produzione e cogliere le opportunità per l’esportazione dovrebbero rafforzare le politiche di energia pulita”. Così si è espressa Phyllis Cuttino, Direttrice del Programma sull’energia e sul clima del Pew Charitable Trusts, Organizzazione indipendente senza scopo di lucro (ONG) la cui missione è di migliorare le politiche pubbliche, informare l’opinione pubblica e stimolare la partecipazione alla vita civile. Secondo il Rapporto “Global Clean Power: A $ 2,3 Trillion Opportunity”, entro i prossimi dieci anni gli investimenti privati in progetti energetici sulle fonti rinnovabili nei Paesi G-20 potrebbero raggiungere un ammontare di 2.300 miliardi di dollari. I dati che sono alla base del Rapporto sono stati redatti dal Bloomberg New Energy Finance, il fornitore principale al mondo di notizie, dati e analisi sull’energia pulita e sulla finanza e gli investimenti nel mercato del carbone. Sono stati presi in esame 3 scenari di politiche energetiche: 1) Business as usual, presumendo che i Paesi G-20 non adottino alcuna nuova politica sull’energia pulita o sul clima al di là di quelle già in essere; 2) Copenhagen, presupponendo l’adozione e l’attuazione di politiche che soddisfino gli impegni assunti nel 2009 a Copenhagen, alla Conferenza delle Parti sulla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico; 3) Enhanced clean energy, valutando che i Paesi del G-20 portino avanti delle politiche forti di energia pulita al fine di ridurre ulteriormente le emissioni di gas serra e massimizzare gli investimenti nell’energia pulita. Risultati principali 1. Ricchezza di opportunità Nello scenario Enhanced clean energy, gli investimenti totali in progetti di energia pulita nei Paesi G-20 ammontano a 2.300 miliardi di dollari per il prossimo decennio, 546 miliardi in più rispetto alla proiezione relativa allo scenario Business as usual; gli investimenti annuali potrebbero ammontare a 337 miliardi di dollari nel 2020, con un aumento del 161% rispetto ai livelli del 2010. Tutti i Paesi G-20 hanno l’opportunità di attrarre maggiori investimenti privati in attività per l’energia rinnovabile, adottando forti politiche di energia pulita. 2. L’Asia guida il mondo per gli investimenti in energia pulita trainata da un’impennata di crescita in Cina e India Nell’ambito del G-20, Cina, India, Giappone e Corea del Sud, si prevede che, nel 2020, incideranno per circa il 40% sugli investimenti in progetti di energia pulita, per tutti e tre gli scenari.

Nello scenario Enhanced clean energy, la Cina attirerebbe nel prossimo decennio investimenti complessivi pari a 620 miliardi di dollari, l’India 169 miliardi di dollari di investimenti privati complessivi. In India, l’investimento annuale in energia pulita si prevede raggiunga addirittura il 763% nel prossimo decennio, secondo lo scenario Enhanced clean energy, e del 369% nello scenario Business as usual. 3. Gli Stati Uniti trarrebbero benefici da una forte politica di energia pulita Gli Stati Uniti sono uno dei tre Paesi che hanno più da guadagnare nell’adottare politiche aggressive di energia pulita, se paragonate a quelle attuali. La differenza degli investimenti complessivi negli scenari Business as usual e Enhanced clean energy è per gli Stati Uniti di 97 miliardi di dollari (40%). Nello scenario Enhanced clean energy, gli Stati Uniti potrebbero attrarre 342 miliardi di dollari di investimenti in progetti di energia pulita privati nel prossimo decennio e annualmente 53 miliardi di dollari entro il 2020, una crescita del 237% percento rispetto ai livelli del 2010. 4. L’Economia europea dell’energia pulita si sviluppa L’Unione Europea ha un potenziale di crescita degli investimenti complessivi del 20% sino a raggiungere i 705 miliardi di dollari dal 2010 al 2020, se si realizzasse lo scenario Enhanced clean energy. Considerati nel loro insieme, gli Stati membri dell’UE potrebbero attrarre 85 miliardi di dollari di investimenti annui entro il 2020, se venissero adottate politiche potenziate di energia pulita. Nello scenario Enhanced clean energy, l’investimento complessivo in progetti di energia pulita nel prossimo decennio nei Paesi chiave europei: i. Germania - 208 miliardi di dollari ii. Regno Unito - 134 miliardi di dollari iii. Italia - 90 miliardi di dollari iv. Francia - 57 miliardi di dollari 5. Le politiche di energia pulita riducono le emissioni di gas serra Solo forti misure politiche assicurerebbero che il settore energetico faccia la sua parte nel contenere le emissioni globali entro il 2015 per mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2 °C, secondo i calcoli dell’IPCC. 6. L’Incremento di capacità da energia rinnovabile potrebbe superare annualmente i 177 Gigawatt entro il 2020 Complessivamente, i Paesi G-20 potrebbero cumulare, nel prossimo decennio, incrementi di capacità di 1.180 Gigawatt, se si realizzasse lo scenario Enhanced clean energy.

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Questo equivarrebbe a quattro volte la capacità di energia pulita esistente oggi. Dati chiave nel settore eolico: i. L’energia del vento risulterebbe il principale contenitore dei finanziamenti fino al 2020, considerando che si tratta di una tecnologia su larga scala, competitiva a livello di costi e abbastanza sviluppata. ii. Nello scenario Enhanced clean energy, i finanziamenti per attività nell’energia eolica salgono a 190 miliardi di dollari - un aumento del 222% in 10 anni. Dati chiave nel settore solare: i. Il solare raccoglie la seconda fetta più grande di finanziamenti nei Paesi del G-20 e mantiene tale posizione in tutti gli scenari. ii. Nello scenario Enhanced clean energy, gli investimenti nel solare aumentano del 53%. Dati chiave in altri settori di tecnologia rinnovabile: i. Complessivamente i livelli di investimento crescerebbero più per la biomassa, il geotermico, il termovalorizzatore e il mini-idroelettrico rispetto all’eolico e al solare, se i Paesi implementassero politiche più ambiziose di energia pulita. Nell’insieme, l’investimento crescerebbe a 69 miliardi di dollari nello scenario Enhanced clean energy - un aumento del 263% in 10 anni. 7. Questioni politiche La straordinaria crescita mondiale degli investimenti in energia pulita, nel corso degli ultimi cinque anni, è stata determinata da un semplice fatto: alle politiche di supporto all’energia pulita seguono gli investimenti. Più volte è stato dimostrato che le nazioni con i più forti quadri politici hanno attratto maggiori capitali e goduto dei benefici economici collegati, inclusa la creazione di posti di lavoro. La crescita in questo settore crea lavoro a tutti i livelli della filiera - dalla progettazione alla spedizione - e l’espansione del mercato può avvantaggiare lavoratori e imprese di tutto il mondo. Italia Considerando gli alti prezzi dell’elettricità, secondo il Rapporto, l’Italia è uno dei Paesi più importanti nel quale ci si aspetta che l’energia solare raggiunga la “grid parity”, con altre fonti di elettricità, che significa che in un certo numero di anni, generando un kilovattora all’ora da un modulo solare, esso sarà direttamente competitivo a livelli di costi sul mercato dei prezzi, rispet-

to all’energia generata dalla rete. Di conseguenza il Governo sarà tenuto a ridurre le attuali tariffe del conto energia per il solare, ma anche con questi tagli, l’analisi del Bloomberg New Energy Finance indica che l’Italia sarà il mercato più interessante nei prossimi anni per il solare fotovoltaico (FV). Infatti essa occupa una posizione di primo piano nei nostri scenari per investimenti e finanziamenti in energia pulita. Nello scenario relativo alle politiche forti, l’investimento complessivo potenziale in Italia dal 2010 al 2020 si prevede sia di 90 miliardi di dollari, che farebbe leva su una capacità di generazione di energia da rinnovabile di 47 GW. Finora in Italia le tariffe in conto energia hanno prodotto 1 GW in capacità solare, 1.1 GW in biomassa e 4.8 GW nell’eolico. Gli attuali incentivi, associati ad una potenziale “grid-parity” nel fotovoltaico, significano che il solare ha un futuro potenzialmente molto brillante in Italia. Il Governo ha dichiarato che alla fine di questo anno, il 25% della sua energia, arriverà da fonti rinnovabili e si è impegnato a ridurre le emissioni, entro il 2020, di almeno il 20% rispetto ai livelli del 1990, e probabilmente del 30% come parte dell’impegno dell’UE a Copenhagen. Rendendo più efficiente la procedura delle concessioni, il Paese ha aperto la strada agli sviluppatori per una rapida costruzione di grandi progetti, sebbene solo il tempo dirà quanto saranno realmente efficaci tali misure. Il mercato dell’eolico in Italia è attualmente il terzo d’Europa e il settore della biomassa è in fase di sviluppo, ma entrambi sono a rischio perché il governo sta discutendo una modifica nel sistema delle certificazioni verdi che farebbe scendere i prezzi e renderebbe le entrate dei progettisti più instabili. Il settore del fotovoltaico è tutelato da questi cambiamenti perché è gestito da un diverso regime e l’Italia potrebbe diventare il mercato più vantaggioso del FV nel 2011, secondo il Bloomberg New Energy Finance. Questo potrebbe portare ad una crescita insostenibile e al rischio di creare un ciclo di espansione e recessione. Il Governo ha introdotto dei tagli moderati agli incentivi delle tariffe in Conto energia per il solare nel 2011. Per favorire una crescita delle rinnovabili importante, ma gestibile, l’Italia può andare avanti con i suoi incentivi in Conto energia portando il settore alla “grid-parity”, ma adattandoli, per seguire meglio i costi del solare. Il Governo può anche considerare di sospendere la tassa addizionale e finanziare programmi che assicurino che i potenziali acquirenti come i proprietari di residenziale, industriale e commerciale non sospendano l’acquisto una volta che le tariffe saranno eliminate.

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A Parigi un altro innovativo servizio per migliorare la qualità dell’aria

DA VELIB AD AUTOLIB

Il Sindaco Delanoë lo considera una vera e propria rivoluzione

di Massimo Lombardi

Dopo l’incredibile successo di Velib, il bike-sharing di Parigi che dal luglio 2007 permette ogni anno a più di 200.000 abbonati e ad oltre 4 milioni di utenti temporanei di prelevare una bicicletta in una delle tante postazioni, distanti tra loro circa 300 m., per poi restituirla in un’altra (ndr: si veda l’articolo dello stesso autore “Velib: a Parigi un valido esempio di mobilità sostenibile”, in Regioni&Ambiente, n. 9 settembre 2007, pagg. 14-15), la Capitale francese si appresta a dar vita ad una nuova iniziativa, il cui obiettivo è sempre costituito dalla mobilità sostenibile e dalla necessità di alleggerire i centri urbani delle auto inquinanti e di migliorare la qualità dell’aria che viene respirata. Certo, come è stato per Velib, anche per Autolib (così si chiama il nuovo servizio, acronimo che deriva da Auto à libre service) non si tratta di una novità assoluta, in quanto un servizio di car-sharing è attivo in molte altre capitali e città europee, ma certamente è innovativo il sistema di gestione predisposto, oltre alle dimensioni e ai numeri messi in campo.

Tra il giugno e novembre 2009 sono state avviate le negoziazioni con le tre candidature che avevano fatto le migliori offerte e, infine, il 16 dicembre 2010, nel corso di una conferenza-stampa, Delanoë ha annunciato che il Gruppo Bolloré (logistica, trasporti marittimi, energia, editoria, ecc.) ha prevalso sugli altri due concorrenti (Consorzio SNCF-RATP-AVIS-Vinci e Veolia Transport), per aver fatto l’offerta di un servizio di prossimità, semplice, abbordabile, moderno e confortevole, come ufficialmente spiegato. Tuttavia, la stampa transalpina, nel darne notizia, avanza la tesi che decisiva sia stata la proposta di creare 800 nuovi posti di lavoro, tanti quanti saranno gli addetti nelle 75 principali stazioni, che si prenderanno cura per 12 ore giornaliere (dalle ore 08.00 alle 20.00) delle auto e dei clienti che usufruiranno o vorranno usufruire di tale servizio. Il progetto, quindi, è entrato nella sua fase esecutiva, per concludersi nell’ottobre 2011, quando il servizio sarò operativo in Parigi, mentre nella primavera del 2012 è prevista la

Una delle 700 stazioni Autolib che saranno costruite a Parigi (fonte: Mairie de Paris)

Era stato le Maire de Paris, Bertrand Delanoë a rivelare il progetto in occasione della sua visita nel 2008 al Salone Mondiale dell’Automobile di Parigi, quando in una intervista del 7 ottobre aveva dichiarato che il suo interesse per le auto elettriche, presentate nell’occasione, derivava da un’iniziativa di auto a noleggio, che si apprestava a lanciare nella città e nei Comuni della banlieu. Infatti, nel marzo del 2009 si costituiva un Consorzio misto (Syndicat Mixte Pubblic) a cui, oltre a Parigi, aderivano 19 Comuni della cintura e la regione dell’Île-de-France, che indiceva una gara d’appalto a valenza europea per la gestione del servizio.

sua estensione agli altri 41 Comuni (nel frattempo, infatti, se ne sono aggiunti altri 22 sugli 80 della regione a cui era stata fatta la proposta, ma altri potranno inserirsi in seguito). L’intento è di “Proporre ai cittadini del XXI secolo una soluzione più ecologica e creativa per i loro spostamenti, integrata con gli altri mezzi di trasporto, dalla metropolitana al taxi - ha spiegato il Sindaco di Parigi - Una vera e propria rivoluzione in termini di efficienza che migliorerà la qualità della vita”. I Parigini, intervistati dall’Institut français d’opinion publique (Ifop) su un campione rappresentativo di residenti, si sono dichiarati interessati ad utilizzare Autolib al 61% (di questi il 5% lo farà più volte alla settimana; il 13% un paio di volte

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al mese; il 28% qualche volta durante l’anno; il 15% lo userà solo una o due volte l’anno). C’è da tener conto che molti di coloro che possiedono un’auto (dal campione sono risultati pari al 45%, dato che si avvicina al 42% dei parigini che non sono motorizzati secondo uno studio effettuato dall’Atelier Parisien d’Urbanisme - APUR), che rimane ferma per il 95% del tempo, potrebbero decidere di abbandonarla definitivamente, se avessero un servizio sostitutivo all’occorrenza. Bisognerà vedere comunque le reazioni dei potenziali clienti rispetto alle tariffe del servizio, visto che il 42% di loro, secondo il sondaggio, era disponibile a sborsare tra i 10 e i 20 euro al mese. Vediamo, quindi, quali sono i costi del servizio L’abbonamento annuale costerà 12 euro al mese, cui devono aggiungersi 5 euro per la prima mezz’ora, 4 euro per la seconda e 6 euro per tutte le mezz’ore successive. L’abbonamento settimanale sarà di 15 euro, più 7 euro per la prima mezzora, 6 euro per la seconda e 8 euro per ogni mezz’ora successiva alla prima ora. Chi ne usufruirà per un giorno spenderà 10 euro per l’abbonamento, più 7 euro per i primi 30 minuti, 6 euro per la seconda mezz’ora e 8 euro per le mezz’ore successive. Gli abbonamenti familiari usufruiranno del 10% di sconto. La cauzione in caso di incidente di cui si è responsabili è di 500 euro che si dimezza dopo 6 mesi, estensibile anche a coloro che, abbonati settimanalmente o giornalmente, accettino di pagare 2 euro in più per l’affitto. Secondo la tabella di marcia (finora non ci sono state variazioni temporali rispetto a quanto era stato

dei seggiolini d’auto per bambini (1 euro a tragitto). Inoltre, gli utenti avranno, come detto, il personale sul posto dalle ore 08.00 alle 20.00 negli “Espaces Autolib”: tutti i comuni aderenti e qualche arrondissement saranno dotati di tale espace, in più un Centro di accoglienza situato in Parigi, sarà aperto agli utenti in qualunque momento ed occasione, 7 giorni su 7 e 24 ore su 24. L’operazione complessivamente dovrebbe generare un volume di affari di oltre un miliardo di euro nei 12 anni di gestione contrattuale del servizio che dovrebbe essere utilizzato a regime da 200.000 utenti annuali. Si ritiene che utilizzeranno tale servizio anche le imprese e le amministrazioni pubbliche che, concedendo l’abbonamento ai propri dipendenti, potranno ridurre la propria flotta. Il Gruppo Bolloré apporterà nella Società che si costituirà 50 milioni di capitale ed altrettanti saranno quelli pubblici, con 35 milioni a carico della città di Parigi, 4 milioni quelli della Regione, mentre i Comuni aderenti finanzieranno l’operazione con 50.000 euro per ogni stazione. Il Gruppo che ha vinto la gara di appalto si accollerà i costi per il rischio di impresa fino ad un bilancio cumulativo negativo di 60 milioni di euro, mentre il rischio di vandalismi è assicurato con 3.000 euro a vettura L’auto che sarà utilizzata costituisce ancora un incognita, ma deriverebbe dal concept della Blue car, progettata dal Gruppo Bolloré in joint venture con Pininfarina, modello a 3 porte e 4 posti, del peso di 1.120 kg, per una lunghezza di 3,65 m. ed un baule della capacità di 350 litri. Il motore elettrico, el alimentato da batterie litio-metal-polimeri (lithium métal politio-meta lymère) che danno un’autonomia di 250 k km urbani e 150 extraurbani e richiedono un tempo di ricarica rich di 4 ore, ha una potenza di 50 kW - 68 CV ed è in grado di

La Blue Car progettata dal Gruppo Bolloré in joint venture con Pininfarina, concept da cui dovrebbe derivare l’auto elettrica per il servizio Autolib (fonte: Mairie de Paris)

originariamente previsto), in aprile inizieranno i lavori sulla rete stradale. Si tratterà di implementare 1.046 stazioni di ricarica (700 a Parigi, delle quali 200 saranno sotterranee), dove gli utenti potranno essere identificati, effettuare le operazioni di prenotazione (minimo 20 minuti), anche telefonicamente o via internet, prelevare, quindi, l’auto dopo aver staccato la spina di alimentazione dall’apposita colonnina e lasciarla in un’altra dopo l’utilizzo, come avviene adesso per le biciclette Velib. Tali stazioni saranno dotate di una colonnina di ricarica e di 4-6 posti auto (quelle sotterranee una dozzina), mentre il personale addetto informerà gli utenti, rilascerà gli abbonamenti e, al contempo, li assisterà e li guiderà nell’uso di tale innovativo servizio e nei servizi complementari, come l’affitto

sviluppare una velocità massima di 130 km. Dotate di autoradio, computer di bordo con USB a jack e GPS satellitare che guiderà verso la stazione di resa, saranno inizialmente 3.000 le vetture disponibili, anche se si prevede che raggiungeranno le 4.000 unità. Un bottone di chiamata urgente permetterà all’utente di essere messo in contatto con un operatore Centre d’Appel, accessibile gratuitamente, che provvederà a fornire tutta l’assistenza di cui gli utenti avranno bisogno. A tutt’oggi, comunque, la vettura non è ancora omologata, anche se il Gruppo Bolloré ha dato incarico di assemblarla alla Cecomp, azienda torinese specializzata in prototipi e in auto di poca serie, e non alla Pininfarina che continuerà a portare avanti lo sviluppo della Blue Car.

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L’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas ha deliberato il Piano Triennale 2011-2013

IL SETTORE ENERGETICO COERENTE CON I PRINCÌPI DELLO SVILUPPO SOSTENIBILE

Tra le finalità anche il sostegno alla diffusione dell’auto elettrica

Era stato lo stesso Presidente uscente Alessandro Ortis, preoccupato per un’eventuale paralisi dell’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas determinata dall’assenza del vertice senza del quale non potevano essere definite le tariffe di elettricità e gas per il trimestre gennaio-marzo 2011, a sollecitare al Consiglio di Stato un parere circa la possibilità di una proroga, il cui mandato scadeva il 15 dicembre 2010, dopo la rinuncia fatta dal Presidente dell’Antitrust Antonio Catricalà che era stato nominato dal Governo il 18 novembre 2010, evidentemente preoccupato delle divisioni che si erano palesate tra le forze politiche per la nomina degli altri Commissari. Secondo i Magistrati amministrativi che si sono pronunciati il 7 dicembre 2010, l’attuale Collegio potrà dunque continuare ad operare fino al 15 febbraio 2011, senza bisogno di ulteriori atti salvo nuove nomine, “Dandosi la simultanea scadenza di tutti i componenti del collegio, è giocoforza ammettere, a titolo eccezionale la possibilità di una proroga che si dovrà esaurire entro il termine (non ulteriormente prorogabile) di 60 giorni dalla scadenza del mandato, beninteso con la limitazione dei poteri agli atti di ordinaria amministrazione e a quelli indifferibili e urgenti”.

strategie e le conseguenti iniziative che l’Autorità intende perseguire. Nell’ambito di un contesto in cui le dinamiche concorrenziali si sviluppano costantemente per via di una sempre maggiore liberalizzazione, la tutela per i consumatori deve essere sempre maggiore e quello energetico può senza dubbio essere il settore dell’economia che può maggiormente contribuire al superamento della crisi, rilanciando l’economia nazionale con una crescita sempre coerente con i principi dello sviluppo sostenibile.

Da qui, la decisione dell’AEEG di deliberare il 4 gennaio 2010 il Piano Strategico delle Attività per il Triennio 2011-2013, il documento che deriva dal processo annuale di aggiornamento e programmazione dell’Ente. “Con la prima delibera dell’anno, tradizionalmente dedicata all’adozione del nuovo Piano triennale, intendiamo garantire la continuità dell’azione dell’Autorità, pur nelle more della nomina del nuovo Collegio che potrà ovviamente modificare o integrare gli indirizzi strategici da noi oggi doverosamente delineati. Attraverso l’approvazione del Piano - ha spiegato il Presidente Alessandro Ortis - abbiamo inteso consolidare il processo di programmazione, ad aggiornamento annuale, adottato negli ultimi sei anni come necessario mezzo gestionale. Con ciò mettiamo pure a disposizione di tutti i soggetti interessati uno strumento, di trasparenza e di comunicazione, che consente di conoscere con largo anticipo la nostra agenda: un programma di regolazione e controllo progressivamente aggiornabile, anche sulla base di ogni più approfondita interlocuzione istituzionale e di consultazioni pubbliche periodiche con consumatori, operatori e loro Organismi rappresentativi”.

Ecco in sintesi la strutturazione gerarchica delle azioni previste nel Piano. 1. Promuovere lo sviluppo di mercati concorrenziali: 1a. Sviluppare e armonizzare i mercati dell’elettricità e del gas; 1b. Promuovere l’adeguatezza dell’offerta e contenere il potere di mercato degli operatori dominanti: 1c. Promuovere la formazione di efficienti mercati transnazionali dell’elettricità e del gas; 1d. Garantire un accesso trasparente e non discriminatorio alle infrastrutture regolate. 2. Sostenere e promuovere l’efficienza e l’economicità dei servizi infrastrutturali: 2a. Promuovere adeguatezza, efficienza e sicurezza delle infrastrutture; 2b. Garantire l’economicità e la qualità dei servizi a rete, compreso lo sviluppo delle smart grids e la promozione degli autoveicoli elettrici; 2c. promuovere l’efficienza dell’attività di misura. 3. Tutelare i clienti dei servizi energetici: 3a. Gestire la completa apertura dei mercati lato domanda, anche avviando il superamento del servizio di maggior tutela nel settore elettrico; 3b. Garantire il servizio universale e tutelare specifiche categorie di clientela; 3c. Sviluppare i livelli di qualità e sicurezza dei servizi. 4. Promuovere l’uso razionale dell’energia e contri-

La prima parte del Piano offre un panorama generale e di contesto, sia a livello nazionale che internazionale, sullo stato dei mercati dell’energia elettrica e del gas e sulla più recente evoluzione normativa di riferimento, descrivendo altresì ruolo, funzioni e competenze dell’Autorità. La seconda, più interessante per i consumatori, illustra le

Il Piano strategico triennale si articola su 7 obiettivi generali (obiettivi ad ampio spettro temporale e settoriale, riconducibili al mandato della legge istitutiva o, in ogni caso, alla normativa generale di fonte comunitaria e nazionale), suddivisi in una serie di obiettivi strategici (obiettivi attraverso i quali si intendono realizzare gli obiettivi generali), a loro volta esplicitati da obiettivi operativi (obiettivi di dettaglio riferiti ad ogni singolo obiettivo generale e strategico, precisati attraverso altrettante schede e, se del caso, specifiche o note su particolari aspetti riguardanti anche le modalità di perseguimento degli stessi obiettivi).

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buire alla tutela ambientale: 4a. Sostenere e diffondere l’efficienza energetica negli usi finali; 4b. Contribuire alle scelte per lo sviluppo sostenibile, compresa l’integrazione di convenienti fonti rinnovabili nel sistema. 5. Garantire la semplificazione e l’attuazione delle discipline regolatorie: 5a. Vigilare sulla corretta applicazione della normativa da parte dei soggetti regolati; 5b. Vigilare sul divieto di traslazione dell’addizionale Ires di cui alla legge 133/08; 5c. Assicurare e facilitare l’attuazione della disciplina regolatoria. 6. Sviluppare l’interlocuzione con gli attori di sistema: 6a. Sviluppare i rapporti con i soggetti istituzionali; 6b Potenziare gli strumenti di consultazione e interlocuzione con operatori, consumatori e loro associazioni; 6c. Consolidare la comunicazione e i rapporti con i massmedia. 7. Accrescere l’efficienza operativa interna dell’Autorità: 7a. Sostenere lo sviluppo delle risorse umane; 7b. Migliorare l’efficienza organizzativa e finanziaria; ciò rilevando ancora la necessità di superare alcune problematiche circa l’adeguatezza degli organici e gli effetti della recente manovra finanziaria nazionale sull’autonomia gestionale dell’Autorità.

luoghi privati, ovvero direttamente presso abitazioni, box e parcheggi condominiali o garage aziendali. Secondo una precedente normativa, infatti, ai consumatori domestici era vietato disporre di un duplice punto di fornitura elettrica nella stessa unità immobiliare, se non per alimentare pompe di calore. Poiché le batterie dei veicoli elettrici devono poter essere ricaricate anche a casa, la disponibilità di punti di ricarica è un fattore condizionante dello sviluppo della mobilità elettrica. “Le decisioni assunte sono coerenti con le iniziative già varate a sostegno dello sviluppo delle smart grids, per modernizzare e rendere più flessibili e intelligenti le reti di distribuzione elettrica - ha concluso il Presidente AEEG Questo tipo di sviluppo favorisce anche l’utilizzo delle fonti rinnovabili e l’efficienza energetica, a beneficio dell’ambiente e dei consumatori finali”.

Merita segnalazione che al punto 2.b degli obiettivi sopra richiamati, per quanto di propria competenza, l’Autorità ha indicato la finalità di promuovere adeguate condizioni per la diffusione dell’auto elettrica, anche attraverso discipline regolatorie che incentivino la presenza di una rete articolata di punti di ricarica. Tant’è che con Delibera 242 del 15 dicembre 2010, relativa a “Disposizioni speciali per l’erogazione dei servizi di trasmissione, distribuzione e misura e del servizio di dispacciamento ai fini della sperimentazione dei sistemi in bassa tensione di ricarica pubblica dei veicoli elettrici”, dal 1° gennaio 2011 è entrata in vigore una nuova tariffa riservata alla ricarica delle auto elettriche nei centri urbani e in altri luoghi aperti al pubblico, stabilendo altresì regole semplificate per la sperimentazione degli stessi servizi e criteri concorrenziali per la selezione di 6 progetti pilota per la ricarica pubblica, che verranno selezionati entro il 30 aprile 2011 e che dovranno soddisfare requisiti di efficienza ed efficacia ben definiti e precisi impegni a pubblicizzare e condividere i risultati ottenuti. “Dopo il provvedimento che ha consentito di eliminare i vincoli normativi all’installazione di un secondo contatore per le ricariche private presso le utenze domestiche, la nuova delibera faciliterà anche soluzioni per le ricariche in luoghi aperti al pubblico - ha sottolineato Ortis - L’insieme dei due provvedimenti rappresenta un ulteriore, deciso contributo allo sviluppo della mobilità elettrica”. In precedenza, infatti, con la Delibera 56 del 19 aprile 2010, l’Autorità aveva eliminato alcuni limiti normativi che non consentivano di ricaricare le batterie dei veicoli elettrici in

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INFORMAZIONE E AGGIORNAMENTO

Dal 1° gennaio 2011 al bando i sacchetti di plastica non biodegradabili

ADDIO AL “VECCHIO” SHOPPER, MA ATTENZIONE ALLE SOLUZIONI ALTERNATIVE B. Commoner ammoniva che “non esistono pasti gratuiti”

Dopo cinquant’anni di commercializzazione, quello che era divenuto il simbolo dell’“usa e getta”, lo shopper per la spesa, per lo più in polietilene, è diventato illegale. Il divieto era già previsto nelle disposizioni contenute nella Legge n. 296/2006 (la “Finanziaria 2007”), commi 1129-1131 dell’Art. 1, che ne aveva fissato la messa al bando a partire dal 1° gennaio 2010, ma era successivamente intervenuta la proroga con il D. L. n. 194/2009.

“Era nella bozza del Milleproroghe, ma mi sono opposta - ha dichiarato il Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Stefania Prestigiacomo dopo il Consiglio dei Ministri che, di fatto, ha messo definitivamente al bando dal 1° gennaio 2011 gli shopper ovvero i sacchetti di plastica in polietilene per la spesa - Sarebbe stato insopportabile che alla vigilia della scadenza della norma ci fosse stato nuovamente un motivo per non farlo entrare in vigore. Il sistema produttivo ha avuto tempo per prepararsi a questo cambiamento”. Viene da osservare che anche i Ministeri interessati non hanno affrontato per tempo le problematiche connesse a queste scelte, non emanando i necessari e previsti Decreti attuativi fornendo, così, occasione di ricorsi ed opposizioni che sono già stati annunciati dall’Associazione dei produttori di materie plastiche ed affini (Unionplast), anche con il coinvolgimento della Commissione europea come ha fatto la Federazione europea delle aziende trasformatrici di materie plastiche (EuPC) che ha presentato un esposto per violazione della Direttiva 62/94/ CE sugli imballaggi e rifiuti da imballaggi. C’è da dire che tale novità era sta anticipata da alcune città che, aderendo alla Campagna “Porta la Sporta”, promossa dall’Associazione Comuni Virtuosi, avevano approvato delibere di Consiglio comunale e/o modificato i Regolamenti di polizia urbana, introducendo sanzioni per i commercianti che si fossero ostinati a distribuire sacchetti non biodegradabili. Anche le grandi catene di negozi (GDO) avevano abituato negli ultimi mesi i propri clienti ad utilizzare soluzioni alternative per trasportare a casa le merci acquistate, fermo restando che le scorte di shopper “non conformi ai requisiti di biodegradabilità indicati dagli standard tecnici europei vigenti potranno essere distribuite fino ad esaurimento e esclusivamente a titolo gratuito”, come specificato dal comunicato stampa del Ministero dello Sviluppo Economico. Il consumo in Italia di shopper era di 200.000 tonnellate l’anno, per la cui produzione erano necessarie 430.000 tep (tonnellate di petrolio equivalente). Ogni italiano ne consumava più di 300 pezzi, 1/4 di tutti i sacchetti distribuiti nell’Unione europea ed importati prevalentemente dai Paesi asiatici. Un consumo esagerato, favorito anche dal basso costo per il consu-

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Le borse riutilizzabili per la spesa saranno una delle opzioni praticabili dopo il divieto degli shopper in plastica (fonte: Institute for Human Centered Design Store)


matore che abbandonava, poi, i sacchetti utilizzati un po’ ovunque, inquinando l’ambiente cittadino e, soprattutto, quello fluviale e marino. In Francia, dove si sta discutendo da anni di introdurre una tassazione dei sacchetti non biodegradabili, l’effetto dissuasivo, connesso a tale proposta che farebbe aumentare il costo dello stopper, ha già fatto diminuire il consumo, tanto che è passato da 10,5 miliardi del 2002 a poco più di 1 miliardo del 2009. Non bisogna credere, tuttavia, che le soluzioni alternative (carta, biopolimeri, borse riutilizzabili, ecc.) siano meno inquinanti e più sostenibili. Abbiamo motivo di credere che il “tormentone” delle dichiarazioni e prese di posizione andrà avanti ancora per parecchio tempo, così per non entrare direttamente nelle polemiche “italiane” abbiamo preferito fare una ricognizione su quel che sta avvenendo in altri Paesi, in merito alle proposte alternative.

Uno studio pubblicato nel giugno 2009, ma diffuso sui media il mese precedente, da EPIC news & views, notiziario dell’Environment and Plastics Industry Council (EPIC), gruppo industriale canadese che promuove l’uso responsabile e il recupero delle materie plastiche, che l’aveva commissionato a due laboratori indipendenti, metteva in guardia su possibili rischi per la salute dall’uso di borse per la spesa riutilizzabili, a causa degli alti livelli di muffe, batteri e lieviti che erano stati riscontrati nei campioni analizzati. In particolare: - il 64% di questi era risultato contaminato da batteri e circa il 30% mostrava livelli superiori a quelli consentiti per l’acqua potabile; - il 40% rivelava la presenza di muffe e lieviti; - alcuni denunciavano la presenza di coliformi fecali e batteri intestinali. Ovviamente lo studio è stato contestato, non tanto nei risultati ottenuti, quanto nella metodologia adottata. In

PLEASE DON’T FORGET TO WASH YOUR REUSABLE BAGS! Ricordarsi di lavare regolarmente le borse riutilizzabili per la spesa se non si vuole incorrere in rischi per la salute! (fonte: everydayminimalist)

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particolare, sulla Rivista di Comunicazione Politica della Provincia dell’Ontario (Canada) è comparso un articolo che ne inficiava la validità scientifica perché è partito da una ipotesi prestabilita, non già da presupposti derivanti da precedenti ricerche. Inoltre, se erano stati utilizzati campioni in cui erano stati trasportati indumenti ginnici o pannolini usati, non era difficile, ha scritto la Rivista, avere certi risultati (PPS Review, agosto 2009, pp. 4-5). Comunque, il Dottor Richard Summerbell, del Centro di Ricerca di microbiologia ambientale “Sporometrics” di Toronto ed ex Capo della Divisione di Micologia Medica presso il Ministero della Salute dell’Ontario, richiesto di una valutazione dei risultati dello studio, dichiarava che un uso continuo ed improprio di borse per la spesa riutilizzabili comporta “il rischio principale di intossicazioni alimentari. Ma altri rischi significativi includono infezioni della pelle come bolle batteriche, reazioni allergiche, attacchi d’asma e infezioni all’orecchio”. “La presenza di materiale fecale in alcune borse è il fatto più rilevante - ha proseguito Summerbell - Tutti i prodotti a base di carne dovrebbero essere confezionati singolarmente prima di essere immessi in una borsa riutilizzabile per prevenire eventuali perdite. Questo comportamento dovrebbe diventare uno standard di sicurezza lungo tutta la filiera alimentare”. Summerbell ha ammonito, quindi, a non usare le borse per la spesa per trasportarvi abbigliamento da palestra o pannolini o qualcosa di similare, per prevenire la possibilità di essere esposti ad uno dei superbatteri MRSA, fortemente resistenti agli antibiotici (This Blue Marble, a Global Current Events Discussion Forum, 29 maggio 2009) Lo scorso mese di Novembre, dopo che alcune borse per la spesa riutilizzabili, per lo più prodotte in Cina, avevano rivelato livelli di piombo potenzialmente pericolosi, il Senatore dello stato di New York Charles E. Schumer ha scritto alla Food and Drug Administration per sollecitarla ad approfondire il problema. “Dicono che i sacchetti di plastica sono dannosi; ora dicono che sono dannose queste. C’è qualcos’altro ancora peggiore?”, si chiedeva una signora che camminava con la borsa riutilizzabile sotto il braccio sulla Upper West Side (The New York Times, 14 novembre 2010). Il Ministro indiano per l’Ambiente e le Foreste, Jairam Ramesh intervenendo in Parlamento sulla decisione dell’Amministrazione della città di Delhi di vietare l’uso dei sacchetti di plastica, aveva affermato che tale decisione era conseguenza del fallimento delle politiche cittadine e regionali di raccogliere e smaltire adeguatamente i rifiuti. “La plastica è una sostanza chimicamente inerte, utilizzata in tutto il mondo per imballaggi e non è di per sé pericolosa

per la salute e per l’ambiente, quando il suo riciclaggio avviene secondo linee guida e procedure determinate”. Dichiarando, poi, di non essere d’accordo con le soluzioni alternative proposte dall’Amministrazione di Delhi di usare juta e carta perché comportano rischi ambientali di uso dei suoli e deforestazione, ha detto che il Governo indiano “si sta muovendo verso borse per la spesa di plastica biodegradabile, opzione buona ma ancora troppo costosa” (The Times of India, 9 luglio 2009). Tra le soluzioni, infatti, vengono proposti i sacchetti biodegradabili, per lo più quelli che utilizzano materia prima di derivazione da prodotti agricoli, quali mais, girasole ed altre materie vegetali. C’è chi ha fatto calcoli (Consorzio Carpi) che per produrre lo stesso quantitativo di bio-shopper corrispondente a quelli in polietilene utilizzati finora sarebbero necessari 300.000 ettari di terreno e 1.200.000 milioni di m3 d’acqua per irrigarli: un consumo di suolo e risorse idriche che nessun Paese sarebbe in grado di sostenere, salvo pensare ad ingenti importazioni dai Paesi in via di sviluppo, che comporterebbero saldi negativi alla bilancia commerciale. Ma, aspetti più gravi da considerare sono non solo quelli connessi alla sostenibilità, ma anche a quelli etici ed equi, perché sarebbe come scaricare i nostri problemi altrove e sui più deboli, senza risolvere le criticità ambientali globali. Inoltre, lo smaltimento del sacchetto bio-degradabile, divenuto rifiuto, non può avvenire tramite la raccolta differenziata della plastica come il “vecchio” shopper, perché non compatibile con i relativi processi di riciclaggio, ma può essere utilizzato per la raccolta dell’organico, là dove tale servizio viene effettuato. Viceversa, se finisce impropriamente in discarica, come capita anche al sacchetto di polietilene, produrrà metano, gas ad effetto serra molto più potente della CO2 prodotta da quello. Ancora una volta ci troviamo di fronte a dover risolvere un problema che non deriva direttamente dal “prodotto”, ma dal nostro comportamento successivo al suo uso. Dobbiamo rammentare sempre che le risorse sono limitate e, quindi, dobbiamo contenere gli sprechi, come ci invitava a riflettere già quarant’anni fa nel suo libro più famoso e sempre attuale lo scienziato ecologista Barry Commoner con la sua 4a Legge dell’Ecologia: “Non si distribuiscono pasti gratuiti (“Il cerchio da chiudere: la natura, l’uomo e la tecnologia”).

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Qualità dell’acqua negli acquedotti

LIVELLI DI ARSENICO TROPPO ELEVATI L’UE nega la terza deroga all’Italia di Agnese Mengarelli

L’acqua del rubinetto è sicura. O almeno dovrebbe esserlo. La Commissione sanitaria di Bruxelles ha recentemente avviato delle indagini per scoprire la qualità dell’acqua che esce dai nostri rubinetti e i risultati sono stati agghiaccianti: in alcune Regioni l’acqua è talmente inquinata che potrebbe favorire l’insorgere del cancro. Nelle nostre acque sono stati riscontrati valori troppo elevati di boro, fluoro e arsenico. L’arsenico è un elemento chimico, i cui composti sono veleni particolarmente potenti, che trovano impiego come pesticidi, erbicidi ed insetticidi. L’arsenico uccide danneggiando in modo gravissimo il sistema digestivo ed il sistema nervoso, portando l’intossicato alla morte per shock. Composti contenenti arsenico sono cancerogeni e, in particolare, sono implicati nella patogenesi del carcinoma della vescica, del carcinoma mammario e di alcuni tumori della pelle. Un’estesa letteratura scientifica disponibile su prestigiose riviste internazionali ha ormai provato che l’esposizione cronica all’arsenico ha effetti multipli e devastanti sulla salute umana: - riduce le difese antiossidanti dell’organismo, - provoca stress ossidativo direttamente nell’ambiente intracellulare, - interferisce pesantemente con i meccanismi endocrini regolati dagli estrogeni (da cui il sospetto che possa causare tumori alla mammella); - e non ultimo, può attaccare direttamente i filamenti di DNA e provocarne lesioni combinate di vario tipo.

vigionamenti idrici da destinare al consumo umano è costituito da acque sotterranee. Dal momento che l’acqua che scorre dai nostri rubinetti rappresenta una questione di vitale importanza per il benessere dei cittadini, una ricca legislatura è stata prodotta sia a livello europeo che a livello nazionale. Nel 1998 è stata introdotta la Direttiva 98/83/CE la Drinking Water Directive, DWD, che ha cambiato considerevolmente l’impianto legislativo nazionale, in relazione alla distribuzione di acque potabili nel nostro paese. In primo luogo, sono stati introdotti valori parametrici significativamente ridotti rispetto ai precedenti standard. Attualmente i limiti consentiti dall’Unione Europea di arsenico nell’acqua sono di 10 µg/litro (microgrammi per litro). Secondo i più recenti studi, non c’è alcun pericolo se si porta questa soglia fino ai 20 µg/l, tanto che il Ministero della Salute italiano aveva addirittura chiesto di portare questi limiti almeno fino a 50 µg/l. Tuttavia, secondo l’UE, oltre i 20 µg/l, il rischio di contrarre il cancro aumenta a dismisura, ed una scelta del genere potrebbe essere un rischio troppo grande per i cittadini.

L’arsenico è di origine naturale e viene rilasciato dai sedimenti nelle acque di falda a causa delle condizioni anossiche del sottosuolo. In Italia oltre l’80% degli approv-

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Nel 2001, quando venne recepita la DWD, le strutture del servizio idrico in Italia risultavano estremamente frammentate, per cause di natura storica, idrologica e geografica. La situazione è poi cambiata con la creazione degli ATO (Ambito Territoriale Ottimale), che sono 92 società di gestione uniche, i cui territori sono approssimativamente quelli delle Province e che sono responsabili per tutti i servizi idrici, risultanti dalla fusione dei precedenti molteplici operatori esistenti. Tuttavia sono rimaste le problematiche legate ai valori troppo elevati in aree vaste di alcuni elementi naturali particolarmente pericolosi per la salute umana; infatti, tra i vari Stati Membri, l’Italia è stato il Paese che ha emanato il maggior numero di deroghe, soprattutto in relazione a parametri di origine naturale e geologica. La richiesta di deroghe era peraltro prevista dall’art. 9 della Direttiva 98/83/CE, ma era determinata sulla base dei seguenti criteri:

pianificazione temporale e disponibilità dei finanziamenti (su base annua); • non applicabilità della deroga alle acque utilizzate negli impianti di produzione alimentare.

• valutazione e gestione dei rischi, finalizzata ad evitare potenziali pericoli per la salute umana; • esigenza della deroga come unico mezzo per assicurare l’approvvigionamento idrico e ristabilire la conformità; • impossibilità di garantire la fornitura di acque destinate al consumo umano nella zona interessata con altro mezzo congruo; • evidenza di realizzazione di adeguate azioni correttive, con relativa

Nella richiesta l’Italia faceva riferimento al fatto che il proprio inquinamento è dovuto a cause “naturali”, determinate alle stratificazioni geologiche di origine lavica tipiche di alcuni territori e dal fatto che la fornitura di acqua non può essere garantita con mezzi alternativi. La giustificazione, portata a corredo della richiesta della terza deroga, non è bastata all’UE per concedere attenuanti: i cittadini italiani non possono più correre rischi sanitari così alti.

Dal 2003 al 2009 sono state investite imponenti risorse finanziarie nel settore delle acque potabili, con un riassetto generale dei sistemi idrici di distribuzione, e ciò ha permesso una notevole diminuzione delle aree e delle popolazioni interessate dalle deroghe, riducendo i casi di elementi non in conformità a tre (arsenico, fluoro e boro), che, ad oggi, riguardano 5 Regioni (Lombardia, Toscana, Lazio, Campania, Umbria) e due Province Autonome (Trento e Bolzano), le stesse che hanno richiesto la terza deroga. La richiesta riguardava il parametro dell’arsenico per valori di 20, 30, 40 e 50 µg/l, il parametro del boro per valori di 2 e 3 µg/l e il parametro del fluoro per valori di 2,5 µg/l.

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Ora che la Commissione Europea ha bocciato il rinnovo della deroga per i prossimi tre anni, si pongono alcuni interrogativi: cosa è stato fatto negli ultimi 6 anni per risolvere il problema arsenico? Le prime due deroghe triennali, infatti, erano state concesse dall’UE proprio per dare tempo ai territori di riorganizzare la propria rete idrica, solo a fronte di progetti di opere che permettessero di trovare una soluzione alla contaminazione da arsenico nelle acque. Il Governo negli ultimi anni ha stanziato finanziamenti a fondo perduto per risolvere la questione. Le aziende che gestiscono gli acquedotti della Regione Lombardia, ad esempio, hanno avuto accesso a questi fondi e il problema è stato in gran parte risolto, attraverso l’apertura di nuovi pozzi e realizzando impianti di ossidazione per l’arsenico. Nel Lazio e in Toscana, dove il problema risulta più grave, a causa dell’origine lavica dei terreni che determina una maggiore concentrazione di arsenico, la questione non è ancora stata risolta e i livelli di contaminazione sono ancora troppo elevati. “C’è stata una sottovalutazione del problema in linea generale - ha dichiarato Stefano Ciafani, Responsabile scientifico di Legambiente - Chi doveva controllare l’attuazione del piano di intervento, non lo ha fatto. Le Regioni, invece, non hanno fatto i controlli nei confronti dei gestori. L’omissione è del gestore, delle Regioni e del Ministero della Salute.”. Il Ministro della Salute, Ferruccio Fazio, interrogato il 24 novembre scorso alla Camera dei Deputati, ha scaricato sugli enti locali le responsabilità, ricordando che le funzioni inerenti alla gestione dell’acqua potabile sono attribuite dalla normativa vigente alle autorità locali. Eppure è stato il suo Ministero a chiedere le


precedenti deroghe e proprio il suo Governo ha chiesto la terza deroga per alcune forniture di acqua nelle regioni Campania, Lazio, Lombardia, Toscana, Trentino-Alto Adige e Umbria e lo stesso Governo, con il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 17 dicembre (G.U. 4 Gennaio 2011), ha dichiarato lo Stato d’Emergenza fino al 31 dicembre 2011, in relazione alla concentrazione di arsenico nelle acque destinate all’uso umano superiore ai limiti di legge in alcuni comuni del territorio della Regione Lazio. Lo Stato d’Emergenza è stato dichiarato in quanto necessario a “consentire l’espletamento, in termini di somma urgenza, di tutte le iniziative necessarie a garantire la somministrazione di acqua destinata al consumo umano, ed il contestuale avvio degli interventi di potabilizzazione urgente finalizzati a ricondurre la concentrazione di arsenico entro i limiti stabiliti dalla Commissione europea; tenuto conto che detta situazione di emergenza, per intensità ed estensione, non e’ fronteggiabile con mezzi e poteri ordinari”. Anche in questo caso sorgono alcune perplessità. Il problema riguarda la salute dei cittadini e quindi la questione deve essere risolta il più presto possibile. Eppure non si capisce come sia possibile far passare per emergenza una situazione che persiste da diversi anni e che doveva essere già risolta con le precedenti deroghe, che sono state concesse ai gestori per ben 6 anni fino al dicembre 2009. Inoltre, nel testo non vengono specificati i comuni coinvolti né il nome del Commissario straordinario che dovrà gestire l’emergenza. Se la contaminazione da arsenico è un problema a livello nazionale, la Regione più esposta, tuttavia, è il Lazio con 91 città e borghi (tra le

province di Roma, Latina e Viterbo), per un totale di circa 750.000 cittadini. La Regione ha istituito un’unità di crisi, che ha subito avviato un’indagine statistica epidemiologica, per verificare se esiste un collegamento tra la contaminazione degli acquedotti e alcune patologie tumorali. A coordinare la ricerca sarà il Dipartimento Regionale di Epidemiologia dell’Asl Rm in collaborazione con i Servizi di Prevenzione delle Aziende Sanitarie delle Province di Roma, Viterbo e Latina. Molte Associazioni e Comitati hanno criticato duramente il modo con cui è stato affrontato il problema durante questi anni. In particolare, è mancata l’informazione ai cittadini sui possibili rischi per la salute, soprattutto per le categorie più sensibili come le donne in stato interessante, i neonati e i bambini sotto i 3 anni. Solo da qualche settimana i Comuni interessati hanno cominciato a vietare l’utilizzo dell’acqua dei rubinetti per il consumo diretto e per la preparazione degli alimenti. In altri casi hanno iniziato a distribuire acqua con caratteristiche conformi alla normativa vigente presso asili nido e scuole materne. Il Codacons, l’Associazione di consumatori che ha recentemente espresso soddisfazione al no della Commissione Europea sulle deroghe all’acqua all’arsenico, ha annunciato un’azione collettiva (class action) alla quale possono partecipare anche le Amministrazioni comunali interessate contro Stato e Regione Lazio. Il risarcimento spettante a ciascuna famiglia, secondo il Codacons, ammonta a 600 euro. Gli intestatari di una bolletta dell’acqua per un contratto di utenza in corso, possono chiedere il risarcimento dei danni subiti per effetto dell’inadempimento, protrattosi nel tempo, da parte dello Stato e della

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Regione, degli obblighi assunti per legge e imposti dall’UE per poter ottenere le deroghe richieste. Una buona notizia arriva dalla ricerca. Secondo un recente studio, condotto sugli abitanti del Bangladesh, dove il problema della contaminazione da arsenico dell’acqua potabile è molto grave, un’alimentazione caratterizzata da grandi quantità di ravanelli, patate dolci e altri ortaggi simili, può ridurre gli effetti tossici alle persone costrette a bere acqua contenente concentrazioni alte di arsenico. In questa regione del Sud Est asiatico e in altri paesi limitrofi, è in corso una massiccia epidemia di avvelenamento da arsenico e si stima che circa 57 milioni di persone bevano acqua da pozzi con concentrazioni di arsenico al di sopra dei limiti massimi stabiliti dall’OMS. Erano state alcune organizzazioni non governative a proporre di utilizzare acque sotterranee per ricavare acqua potabile, in quanto le acque di superficie erano contaminate da batteri, ma non vennero effettuati i test sull’acqua di falda per l’arsenico. Si pensa che molti altri Paesi dell’area, come Vietnam e Cambogia, abbiano ambienti geologici sotterranei tali da provocare la stessa alta concentrazione di arsenico nelle acque sotterranee. Dalla ricerca è emerso che le persone del luogo, esposte ad alti livelli di arsenico, hanno sviluppato meno lesioni cutanee, se mangiavano grandi quantità di radici e cucurbitacee, tra cui rientrano anche la papaya verde e la zucca, segno che probabilmente questi due alimenti sono in grado di ridurre gli effetti tossici di questa sostanza chimica. … ma sappiamo che né papaya verde né zucca riusciranno a calmare l’ira dei cittadini italiani.


api Raffineria

IL SITO DI FALCONARA SI CONFERMA ALL’AVANGUARDIA IN ITALIA Per il futuro nuovi investimenti verso il Polo energetico ambientalmente avanzato

Sicurezza e ambiente sono due fattori alla base di un percorso reale e concreto di sostenibilità all’interno del quale le vocazioni naturali del territorio possono e devono sposarsi con quelle di un tessuto industriale strategico. Era questo l’obiettivo della giornata di confronto che si è tenuta il 30 Novembre a Falconara Marittima fra il Gruppo api, le Istituzioni e gli Enti di riferimento. Il workshop, che si intitolava significativamente “Sicurezza e Ambiente. Un percorso in continuo nel sito api di Falconara” è stato l’occasione per riaffermare con i fatti che per il Gruppo api sicurezza e ambiente sono e rimarranno due priorità sulle quali continuare ad investire. A dimostrazione che questi obiettivi non rappresentano semplici impegni sulla carta, ma che hanno già trovato una pratica applicazione, lo dimostrano i dati del Rapporto di Sicurezza 2009 sul sito di Falconara Marittima, che sono stati oggetto di una presentazione specifica all’interno del workshop. Due sono gli esempi più significativi: i dati INAIL che pongono l’api ai vertici in tema di sicurezza sui luoghi di lavoro e le analisi ARPAM e ISPRA sulla qualità del mare dalle quali non emerge nessuna criticità.

Ha aperto i lavori Ugo Brachetti Peretti, Presidente api anonima petroli italiana, secondo il quale “la sicurezza e l’ambiente sono le parole chiave per fare veramente impresa. Per questo motivo all’interno del piano industriale è dedicata notevole attenzione ai temi del rispetto ambientale e della sicurezza. La stessa attenzione che ha permesso al sito di Falconara Marittima di essere ai primi posti del comparto nazionale petrolifero e petrolchimico. Grazie al concorso delle parti sociali, si è inoltre riusciti a lavorare ad un piano di riassetto occupazionale che ha scongiurato sensibili ridimensionamenti della forza lavoro in un contesto economico nazionale e internazionale di grande difficoltà, soprattutto per il settore petrolifero.” Presente anche Sandro Donati, Assessore Regionale all’Ambiente, che ha affermato: “A fronte di notevoli cambiamenti legislativi a livello nazionale e internazionale, abbiamo intenzione di potenziare il PEAR, il nostro Piano Energetico Ambientale Regionale, affinché tutte le iniziative di sviluppo puntino su innovazione, efficienza energetica, fattibilità socio-economica e crescita occupazionale. Il tutto nell’ottica per cui l’ambiente e le attività ad esso connesse siano opportunità per una nuova e più attenta economia”. Ad illustrare il Rapporto di sicurezza 2009 sono stati Giancarlo Cogliati, Amministratore Delegato api Raffineria di Ancona e Paolo Buscemi, Responsabile Salute, Sicurezza, Ambiente, Qualità api Raffineria, che hanno rendicontato in modo dettagliato le prestazioni ambientali e di sicurezza del sito industriale, oltre a sintetizzare il contributo che l’Azienda offre al territorio in termini di sviluppo socio-economico. Per quanto concerne la sicurezza sul posto di lavoro, sono stati sottolineati i numeri riguardanti gli infortuni che, per quanto riguarda i dipendenti diretti dell’api lo scorso anno sono stati solo due, mentre per quanto concerne ditte esterne sono stati pari a quattro. L’indice di frequenza pari a 2,5 e l’indice di gravità pari a 0,02, che rappresentano la migliore performance degli ultimi 10 anni, testimoniano un avanzamento importante nella gestione della sicurezza del sito. Altri dati significativi hanno, poi, riguardato le emissioni di sostanze nocive nell’atmosfera con valori che non hanno registrato differenze significative rispetto all’anno precedente e sono risultati costantemente al di sotto dei limiti prescritti.

Il Presidente di api raffineria Ugo Brachetti Peretti

Anidride carbonica (CO2) È stata rilevata una leggera flessione delle emissioni di anidride carbonica che è da ascrivere sostanzialmente al minor lavorato registrato nel 2009.

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EMISSIONI DI CO2 (T/ANNO) Ciclo Impianti petroliferi IGCC Totale

2006 502.787 1.514.046 2.016.833

2007 512.174 1.569.980 2.082.154

2008 535.948 1.516.464 2.052.412

di poco superiori a quelli dell’anno scorso. Gli interventi strutturali al Postfiring dell’HRSG, che verranno realizzati nella fermata 2010, permetteranno di incidere positivamente sulle emissioni di questo inquinante.

2009 507.206 * 1.423.227 1.930.433

EMISSIONI DI CO (T/ANNO) Ciclo Impianti petroliferi IGCC Totale Limite prescritto *

* il dato di raffineria è al netto della CO2 recuperata dall’impianto preposto

Ossidi di Zolfo (SOx) Diminuiscono le emissioni di SO2, che si attestano in 960 tonnellate annue, sia per il minor lavorato e sia per il mix di combustibili utilizzato. Ampiamente sotto i limiti di legge sono risultati sia i flussi di massa che le concentrazioni. Da evidenziare, per il ciclo di raffinazione, il miglioramento dell’indice di emissioni di SO2 per tonnellata di materia prima lavorata. EMISSIONI DI SOX * (T/ANNO) Ciclo Impianti petroliferi IGCC Totale Limite prescritto **

2006 909 152 1.061 1.920

2007 812 173 985 1.998

2008 1.199 174 1.373 2.031

2009 821 147 969 1927

2008 311 584 895 1.143

2009 51 314 365 506

Polveri sospese totali (PST) I dati sono sostanzialmente in linea con gli anni precedenti. La lieve diminuzione dagli impianti petroliferi risente del progressivo orientamento all’uso di fonti più pulite in alimentazione ai forni, abbinato al minor lavorato dell’anno.

Ciclo Impianti petroliferi IGCC Totale Limite prescritto *

EMISSIONI DI NOX * (T/ANNO) 2007 294 604 898 1.151

2008 33 307 340 506

EMISSIONI DI PST (T/ANNO)

Ossidi di Azoto (NOx) Sono in diminuzione anche i valori degli ossidi di azoto, che risentono di un apporto inferiore da parte degli impianti petroliferi. Il dato, anche in questo caso, è influenzato dalla minor produzione del 2009 e dal minor utilizzo di combustibili liquidi. Da segnalare il miglioramento dell’indice “emissioni di kg di NOx per tonnellata di materia prima”, che passa da 0,084 a 0,075.

2006 262 665 927 1.105

2007 18 314 332 506

* Valore limite stabilito dal D. M. del Ministero dell’industria, del Commercio e dell’Artigianato del 28/07/1994 – Prot. 671364

* SOx espressi come SO2 ** Limite derivante dal Decreto Direttore Dipartimento Territorio e Ambiente - Regione Marche n. 18/03 del 30/06/03

Ciclo Impianti petroliferi IGCC Totale Limite prescritto **

2006 26 439 465 506

2009 264 584 848 1.079

2006 34 1 35 91

2007 16 3 19 95

2008 18 10 28 96

2009 16 6 22 91

* Limite derivante dal Decreto Direttore Dipartimento Territorio e Ambiente – Regione Marche n. 18/03 del 30/06/03

Composti Organici Volatili (COV) Sebbene per i COV il 2009 registri una crescita complessiva del 4%, imputabile essenzialmente alla sezione “impianti” e, quindi, delle emissioni fuggitive, va sottolineato che gli indici caratteristici mostrano valori in continuo miglioramento, come testimonia la significativa riduzione delle sorgenti fuori soglia rispetto all’anno precedente: 65 contro le 141 del 2008. EMISSIONI DI COV (T/ANNO) Serbatoi Effluenti Attività di caricazione Impianti* Totale

* NOx espressi come NO2 ** Limite derivante dal Decreto Direttore Dipartimento Territorio e Ambiente – Regione Marche n. 18/03 del 30/06/03

Monossido di Carbonio (CO) Cresce un po’ l’apporto degli impianti petroliferi, ma complessivamente il dato rimane molto al di sotto dei limiti prescritti. Il contributo dell’impianto IGCC (Integrated Gasification Combined Cycle) si allinea ai valori del 2007, peraltro

2006 54 76 51 33 214

2007 51 66 72 47 236

2008 49 61 91 41 242

2009 47 62 91 52 252

* Comprende contributi da emissioni fuggitive e torcia

La salvaguardia della salute e l’attenzione per la sicurezza sul lavoro costituiscono parte integrante della gestione complessiva dello Stabilimento. Rimangono, infatti, consi-

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SPESE AMBIENTALI - ESERCIZIO (MIGLIAIA DI EURO)

Monitoraggio e controllo Prevenzione e inquinamento Tratt.to e riduzione delle sostanze inquinanti Conservazione patrimonio naturale Costi immateriali Totale per cicli ed anno TOTALE

2006 Imp. petr. IGCC 2.058 480 2.006 579 3.440 310 62 4 888 100 8.454 1.473 9.927

2007 Imp. petr. IGCC 1.213 289 1.969 356 5.217 741 0 0 1.182 157 9.581 1.543 11.124

2008 Imp. petr. IGCC 1.362 115 2.679 553 4.647 668 0 0 1.362 168 10.050 1.504 11.554

2009 Imp. petr. IGCC 457 178 4.184 413 2.174 437 0 0 1.387 160 8.202 1.188 9.390

2007 Imp. petr. IGCC 1.953 0 340 0 910 10 0 0 3.203 10 3.213

2008 Imp. petr. IGCC 0 0 3.150 0 1.000 50 0 0 4.150 50 4.200

2009 Imp. petr. IGCC 129 0 1.588 0 1.314 48 0 0 3.406 48 3.454

SPESE AMBIENTALI - INVESTIMENTO (MIGLIAIA DI EURO)

Monitoraggio e controllo Prevenzione e inquinamento Tratt.to e riduzione delle sostanze inquinanti Conservazione patrimonio naturale Totale per cicli ed anno TOTALE

2006 Imp. petr. IGCC 931 80 2.090 0 4.051 0 507 0 7.579 80 7.659

stenti le spese ambientali, sia d’esercizio che d’investimento, pur registrando una flessione rispetto ai due anni precedenti. Il contenimento dei costi sostenuti sono il risultato di un’ottimizzazione, ma soprattutto di programmi di investimento prossimi al completamento, grazie alla realizzazione di opere significative negli anni. Il workshop, moderato da Andrea Taffi, Capo Servizio del Corriere Adriatico, è continuato con la tavola rotonda, alla quale hanno partecipato le Istituzioni locali e gli Organi di controllo, per approfondire alcune tematiche importanti tanto per l’azienda quanto per il territorio. Secondo Giorgio Alocci, Direttore Regionale Vigili del Fuoco Marche, i risultati ottenuti dall’api devono essere uno stimolo per un impegno continuo, in un sistema nel quale

tutti i soggetti coinvolti concorrono alla tutela ambientale. Donatino D’Elia, Vicedirettore scientifico ARPAM, ha confermato che l’api è migliorata negli ultimi anni in materia di sicurezza sul lavoro, aumentando le ore di formazione professionale per i propri dipendenti, attività che andrebbe ulteriormente valorizzata per evitare episodi di infortuni e incidenti vari. Anche Alessandro Pajno, Comandante della Capitaneria di Porto di Ancona, ha confermato l’ottimo trend dell’azienda nell’abbattimento degli idrocarburi in mare. Matteo Astolfi, Assessore all’Ambiente di Falconara Marittima, ha affermato che il Comune e l’Assessorato si fanno portavoce della tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini attraverso il confronto e il dialogo con l’Azienda, inteso

Un momento della tavola rotonda

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come stimolo per uno sviluppo del territorio omogeneo che coinvolga tutti i soggetti portatori di interesse. Giancarlo Cogliati, Amministratore Delegato api Raffineria di Ancona, ha ricordato che il dialogo con le istituzioni deve essere caratterizzato da spirito di collaborazione e di confronto, rientrando a pieno titolo in un percorso, dove le esigenze tecniche ed economiche si integrino con quelle della politica a difesa dell’ambiente. “Se anche la raffineria fosse rasa al suolo e in quei 70 ettari venisse installato un impianto di fotovoltaico o eolico, l’energia prodotta non basterebbe ad approvvigionare metà della popolazione di Falconara.” - ha continuato Cogliati - “Per questo la nostra volontà è quella di procedere con i progetti per la realizzazione di una centrale elettrica alimentata a metano e di un rigassificatore, per il quale ha ottenuto la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) dal Ministero.” In termini di sicurezza e, soprattutto, di salvaguardia ambientale sono stati fatti grandi sforzi. Negli ultimi 5 anni il Gruppo api ha speso 35 milioni di euro per la bonifica del suolo, il barrieramento idraulico e il trattamento della falda acquifera. Si tratta di un attestato di grande merito per l’Azienda, nella logica di considerare la raffineria di Falconara Marittima come un’azienda che è stata e potrà continuare ad essere un’opportunità di sviluppo per il territorio e non certo un freno. Le conclusioni del workshop sono state affidate a Paolo Andreani, Presidente di Confindustria Marche e a Goffredo Brandoni, Sindaco di Falconara Marittima.

“Il tema della sicurezza sul lavoro e della tutela ambientale sono ormai da tempo entrati nel Dna delle aziende italiane. - ha affermato Paolo Andreani - Risulta infatti evidente a tutti che un corretto sviluppo economico non può non accompagnarsi al rispetto delle peculiarità delle realtà in cui si opera. D’altro canto, qualsiasi tipo di pianificazione territoriale non può non tenere conto delle esigenze di realtà imprenditoriali che ormai fanno parte integrante del tessuto socio-economico di alcuni territori locali. In questo senso dunque, ribadito che sicurezza e ambiente restano al vertice delle priorità, lo sviluppo economico della nostra Regione deve in tutto i modi confrontarsi con le esigenze di un settore strategico come quello dell’energia, che risulta vitale per lo sviluppo di tutte le nostre aziende”. Per il primo cittadino falconarese, Goffredo Brandoni, è di fondamentale importanza conciliare la salute e la sicurezza dei cittadini con le esigenze della Raffineria, soprattutto in periodi di crisi, come quello che il Paese sta affrontando. “In qualità di amministratore locale considero la sicurezza sul lavoro e la tutela dell’ambiente questioni imprescindibili nell’attività di governo del territorio. - ha continuato il Sindaco di Falconara Marittima - In questo senso ritengo molto utile il fatto che con api si sia aperto un canale di dialogo e di confronto trasparente. Non bisogna infatti dimenticare che ci sono aspetti legati all’economia e all’occupazione che ritengo vadano anch’essi tutelati. Lo sforzo è stato e sarà, dunque, di riuscire sempre meglio a coniugare sicurezza e ambiente, che restano fondamentali, con lo sviluppo socioeconomico della città di Falconara”.

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Uno Studio cerca di far luce su un aspetto determinante per la low carbon economy

QUALI COMPETENZE PER I LAVORI “VERDI”?

In futuro ogni lavoro sarà ecologico

Favorendo lo sviluppo di un’economia a basse emissioni di carbonio per una crescita ecosostenibile, i Governi possono conseguire due obiettivi apparentemente lontani tra loro, ossia adempiere agli obblighi in materia di cambiamenti climatici e ridurre la disoccupazione. Per cogliere le opportunità economiche offerte da questo tipo di economia, la forza lavoro deve disporre delle giuste competenze. Ma quali sono?

nella nuova Strategia dell’Unione europea per una crescita sostenibile e la creazione di posti di lavoro, denominata “Europa 2020”, che pone l’innovazione e una crescita ecosostenibile al centro di un piano di rilancio della competitività.

Lo studio “Skills for green jobs: European synthesis report”, condotto dal Centro europeo per lo Sviluppo della Formazione Professionale (Cedefob), in collaborazione con l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), cerca di fornire delle risposte, partendo dal presupposto che per avere le competenze determinanti per il passaggio a un’economia a bassa emissione di carbonio è indispensabile migliorare le competenze attuali, anziché definire nuovi programmi di studio e di formazione per fornire nuove competenze ecologiche. Le reazioni alla crisi economica costituiscono una chiara dimostrazione del legame tra lo sviluppo di un’economia a basse emissioni di carbonio e la creazione di posti di lavoro. Nel periodo 2008-2009 vari Stati membri dell’UE hanno introdotto pacchetti di misure di incentivazione economica che prevedevano investimenti in programmi riguardanti l’efficienza energetica e le fonti energetiche alternative. Il Piano europeo di ripresa economica, avviato nel 2008, contemplava un incentivo fiscale di circa 200 miliardi di euro per affrontare la recessione economica e concentrava gli investimenti sulle infrastrutture e le tecnologie pulite. Gli stessi temi sono stati ripresi

Dal Rapporto, che esamina le competenze necessarie per sviluppare un’economia a bassa emissione di carbonio in sei Stati membri (Danimarca, Germania, Estonia, Spagna, Francia e Regno Unito), emerge che i confini tra i lavori a bassa emissione di carbonio e quelli che non lo sono stanno diventando sempre più sottili. La percezione del fatto che si tratti di un nuovo lavoro ecologico o di un lavoro esistente con nuovi elementi varia tra i sei Stati membri. Per esempio, in Estonia quella del certificatore energetico può essere considerata una nuova occupazione ecologica, tuttavia in Germania può essere vista come un cambiamento delle competenze di un certificatore, che è una figura professionale ormai consolidata. BusinessEurope, l’Unione delle Confederazioni europee dell’industria e dei datori di lavoro, nel suo recente studio “Greening the Economy”, sostiene che non esiste una chiara definizione dei lavori ecologici e che la distinzione tra settori ecologici e settori più tradizionali è artificiosa. Può essere utile cercare di distinguere le competenze ed i lavori ecologici da quelli che non lo sono. Dallo studio del Cedefop risulta che molte delle competenze necessarie per i lavori a bassa emissione di carbonio si possono trovare nelle occupazioni esistenti. Per lo sviluppo di un’economia a bassa emissione di carbonio, una combinazione equilibrata di competenze

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generiche (per esempio, autonomia e comunicazione), competenze ecologiche generiche (come la riduzione dei rifiuti e il miglioramento dell’efficienza energetica e delle risorse) e aggiornamento delle competenze professionali esistenti è molto più importante rispetto alla disponibilità di competenze ecologiche più specifiche. Proprio come nel caso delle competenze in materia di tecnologie dell’informazione, che sono diventate essenziali per molti aspetti della vita lavorativa, tutto lascia supporre che le competenze ecologiche diventeranno altrettanto importanti per quasi tutti i lavori. Tuttavia, lo studio del Cedefop pone anche in evidenza che il livello di aggiornamento professionale necessario per consentire ai lavoratori di passare a un’occupazione in un settore “più ecologico” completamente diverso può essere inferiore a quello previsto. Le competenze presenti nei settori “vecchi” o in declino possono essere preziose per l’economia a bassa emissione di carbonio.

Per esempio, i lavoratori con esperienza nel campo della costruzione navale e nel settore del petrolio e del gas sono molto ricercati nell’industria delle turbine eoliche per le loro competenze in materia di saldatura, trattamento di superfici e installazione. Da studi di casi emerge che, se esiste una solida base di competenze generiche, con l’aggiornamento o l’integrazione delle competenze professionali esistenti è possibile eseguire tutta la serie di compiti richiesti da una nuova occupazione ecologica (vedi tabella). Sebbene l’aggiornamento delle competenze appaia più efficace dello sviluppo di nuove competenze ecologiche, alcuni settori richiederanno considerevoli investimenti in competenze, tenuto conto del livello di aggiornamento necessario. Per esempio, l’efficienza energetica e la costruzione di abitazioni a zero emissioni di carbonio dipendono in larga misura dalla normativa nazionale. Le preoccupazioni nutrite riguardo alla capacità dell’industria edile di soddisfare i requisiti in materia di bassa

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emissione di carbonio con la forza lavoro attualmente disponibile sono basate soprattutto sul numero di lavoratori che hanno bisogno di aggiornare le proprie competenze, anche se le nuove competenze richieste non sono particolarmente complesse. L’Unione europea presenta tuttavia carenze sistemiche nella sua base di competenze che limitano la produttività e la competitività e riducono la sua capacità di sfruttare le opportunità offerte dalla crescita ecologica. Le carenze di competenze gestionali, tecniche e professionali, molte delle quali sono legate a discipline quali Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica (STEM), preoccupano di più della mancanza di “nuove” competenze ecologiche. In Europa, si legge nel Rapporto, le discipline STEM sono sempre meno popolari nell’ambito dell’istruzione secondaria e terziaria. A causa delle tendenze demografiche, alcuni Paesi non dispongono di un numero sufficiente di ingegneri per sostituire quelli che giungono al termine della vita lavorativa, con la conseguente mancanza di persone dotate delle competenze necessarie per realizzare importanti progetti infrastrutturali. La carenza di ingegneri è forse il problema principale per il settore ambientale in Germania e la situazione è ulteriormente aggravata dal fatto che negli ultimi anni si è ridotto il numero di laureati e tirocinanti in ingegneria. In futuro ogni lavoro sarà ecologico, occorre perciò integrare la comprensione dell’impatto ambientale di un’occupazione nei sistemi di istruzione e formazione. L’integrazione dello sviluppo sostenibile e delle questioni ambientali nelle qualifiche esistenti è molto più efficace della creazione di nuovi standard formativi. Ogni nuovo apprendistato dovrebbe comprendere un elemento relativo alla riduzione delle emissioni di carbonio, come avviene attualmente in Australia. Le strategie di sviluppo delle competenze devono perseguire vari obiettivi. In primo luogo, devono consentire alle persone di accrescere le proprie competenze esistenti attraverso un tipo di formazione adeguato alle proprie esigenze particolari e reso accessibile con una serie di strumenti e metodi diversi. L’aggiornamento delle competenze deve essere tuttavia accessibile e proficuo. Da una recente indagine condotta nel Regno Unito è emerso che la maggior parte degli elettricisti è disposta a ricevere una formazione in materia di impianti fotovoltaici, tuttavia è riluttante a pagare 2.050 euro per il corso di formazione. In secondo luogo, si deve suscitare l’interesse degli studenti a livello secondario e terziario nei confronti delle STEM e sviluppare le competenze in questi ambiti fondamentali in quanto forniscono la base di competenze di alto livello nel campo della riduzione delle emissioni di carbonio. Attualmente, la Confederation of British Industry del Regno Unito sta valutando la possibilità di offrire un incentivo finanziario di 1.100 euro a ogni studente che si iscrive a un corso di studi per conseguire un titolo nelle STEM. In terzo luogo, vanno migliorate le competenze generiche di tutta la forza lavoro. In questo senso, per competenze

generiche si intendono le competenze richieste in quasi tutte le occupazioni e le competenze ecologiche che devono essere una componente di qualsiasi lavoro. Infine, deve essere rivolta maggiore attenzione alla formazione dei formatori. Non è disponibile un numero sufficiente di formatori e insegnanti consapevoli delle questioni ambientali e capaci di insegnare nuove tecniche. Le carenze sono particolarmente accentuate nell’agricoltura e nel settore edile. I sei Stati membri esaminati nello studio del Cedefop sono tutti consapevoli delle possibilità di occupazione derivanti dal passaggio a un’economia a bassa emissione di carbonio, tuttavia nessuno di essi ha integrato lo sviluppo delle competenze nelle strategie e nei programmi ambientali. La Francia è probabilmente il Paese più avanzato al riguardo, con il suo recente Piano di mobilitazione per i lavori ecologici. Le strategie per lo sviluppo delle competenze che affrontano le carenze sistemiche del mercato del lavoro sono in fase di aggiornamento e favoriranno i lavori ecologici. Alcuni studi di casi danesi pongono in evidenza l’importanza di adottare una prospettiva intersettoriale quando si individuano i fabbisogni di competenze. Se considerano soltanto le strette esigenze settoriali, le imprese possono lasciarsi sfuggire le possibilità di innovazione e di creazione di posti di lavoro nei nuovi mercati dell’energia ecologica. Le amministrazioni nazionali e regionali sono favorevoli allo sviluppo di fonti di energia alternative (ad esempio, l’energia eolica in Danimarca) e al loro utilizzo per stimolare la creazione di posti di lavoro attraverso politiche coordinate in materia di occupazione, aggiornamento delle competenze e innovazione. Lo studio del Cedefop dimostra che le amministrazioni regionali svolgono un ruolo di primo piano nella formulazione di strategie globali e organizzate per lo sviluppo delle competenze e nella realizzazione di iniziative di successo dei settori pubblico e privato che hanno ottenuto considerevoli risultati e potrebbero essere considerate esempi di migliori pratiche. Le amministrazioni a tutti i livelli devono tuttavia essere consapevoli delle implicazioni dell’abolizione degli incentivi, come dimostrato dal recente tracollo del settore fotovoltaico in Spagna. Per sfruttare tutte le possibilità di creazione di posti di lavoro dell’economia a basse emissioni di carbonio, i responsabili politici europei devono garantire che il loro sostegno a favore dello sviluppo delle competenze e della formazione sia adeguato all’obiettivo e all’ambizione delle loro strategie di promozione degli investimenti nell’innovazione e nelle infrastrutture ecosostenibili.

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BIODIVERSITÀ E CONSERVAZIONE

La letteratura scientifica conferma la correlazione tra malattie infettive e biodiversità

DALLA PERDITA DI BIODIVERSITÀ IL RISCHIO DI UN AUMENTO DELLE MALATTIE INFETTIVE Dalle specie vegetali opportunità per nuovi farmaci

Comunità Ambiente, Società di consulenza che opera nel settore ambientale con particolare riferimento alla conservazione della natura e ai fondi comunitari nel settore, ha inserito sul suo sito il Rapporto “Literature study on the impacts of biodiversity change on human health” (Barbara Calaciura, Marcello Basili e Oliviero Spinelli), commissionatole dalla Direzione Generale Ambiente della Commissione UE. L’obiettivo dello studio era quello di fornire una panoramica delle attuali informazioni riguardanti gli impatti dei cambiamenti, della biodiversità e degli ecosistemi su due servizi relativi alla salute umana: la regolamentazione delle malattie infettive e la fornitura di medicinali. L’assunto dello studio è che la salvaguardia della biodiversità è alla base della stabilità degli ecosistemi e dei servizi che forniscono alla comunità, come cibo, acqua potabile, aria pulita, il controllo delle malattie e le materie prime per lo sviluppo di farmaci, tutti fattori questi che sono essenziali per la salute umana. Le malattie infettive dell’uomo Lo studio si concentra su alcune malattie infettive nella popolazione umana, in particolare le malattie trasmesse da vettori (Vector-Born Disease), gli organismi che trasportano gli agenti patogeni, perché, come sottolineato nel Millennium Ecosystem Assessment: - queste malattie sono estremamente sensibili ai cambiamenti dell’ambiente naturale (per esempio, le condizioni

figura 1. Sintesi schematica delle realizioni interconnesse tra comportamento umano, mutamenti ecologici e cambiamenti nell’incidenza delle malattie infettive. Un vettore è un insetto o qualsiasi altro portatore vivente che trasmette un agente infettivo. Un organismo ospitante è un organismo che accoglie un agente patogeno. Un deposito è l’organismo ospitante a lungo termine dell’agente patogeno di una malattia infettiva.

ambientali influiscono sia sugli agenti patogeni infettivi, sia sugli insetti, che sugli ospiti intermedi che li trasmettono); - molte di queste infezioni sono legate a specifici ecosistemi (come foreste e zone umide); - sono la principale causa di morte, provocando 1,4 milioni di morti all’anno in tutto il mondo, con la previsione che rappresenteranno la percentuale maggiore delle future malattie, a causa del crescente impatto dei cambiamenti della biodiversità. Le VBD trattate nello studio sono state selezionate in base a: - impatto diretto dei cambiamenti negli ecosistemi sulla loro diffusione; - frequenza attuale e alta incidenza sulla salute umana; - presenza di focolai al di fuori delle loro aree tradizionali e ricomparsa nelle zone in cui erano considerate eradicate o sotto controllo (le cosiddette malattie emergenti). La diversità di specie negli ecosistemi intatti è in grado di proteggere l’uomo contro l’insorgenza e la diffusione di malattie infettive. I cicli di trasmissione delle malattie sono generalmente mantenuti in equilibrio dai processi limitanti delle popolazioni (come per esempio l’immunità acquisita per le malattie infettive, la predazione e la competizione per il cibo) e dai limiti nella capacità di carico degli habitat degli ospiti e dei vettori. In ecosistemi stabili ogni specie occupa una posizione particolare o nicchia e, così facendo, impedisce l’invasione di specie “straniere” che potrebbero far parte di un ciclo di malattie infettive, sia come predatori, prede, ospiti, vettori o parassiti. È sempre più evidente che una maggiore ricchezza di specie può diminuire la diffusione di agenti patogeni per l’uomo. E’ molto probabile che comunità ricche di specie siano popolate da specie altamente competitive, che lasciano vacanti un minor numero di nicchie per la possibile invasione di specie che trasportano agenti infettivi. Dati recenti indicano che un’alta diversità di ospiti può diminuire il rischio di insorgenza di una malattia attraverso l’ “effetto diluizione”, cioè una minore probabilità che i “vettori” entrino in contatto con gli ospiti di un patogeno. Tuttavia, sebbene una maggiore diversità di ospiti sia in grado di ridurre i tassi di trasmissione di particolari malattie, è anche possibile che portino altri agenti patogeni. Il ruolo relativo della ricchezza di specie rispetto alla composizione di specie resta da chiarire, infatti la variazione di biodiversità influisce non solo sul numero di specie, ma anche sulla loro composizione. L’alterazione degli ecosistemi naturali ad opera dell’uomo

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influenza la distribuzione e l’incidenza delle malattie infettive trasmesse da vettori. Le modificazioni dell’ecosistema sono diverse e spesso sono collegate tra loro. Esse includono: l’introduzione di specie aliene; la perdita, la frammentazione e il deterioramento degli habitat; i cambiamenti nella distribuzione e disponibilità di acque superficiali; i cambiamenti nelle pratiche agricole; l’urbanizzazione; gli altri cambiamenti di uso del suolo. Le alterazioni ecologiche, che direttamente o indirettamente interessano le popolazioni del patogeno, del vettore o degli ospiti animali del patogeno e il contesto all’interno del quale interagiscono, possono creare un disturbo nelle loro complesse interrelazioni, destabilizzare l’equilibrio naturale e modificare l’epidemiologia delle malattie trasmesse da vettori. Le condizioni per la trasmissione della malattia possono essere aumentate o i cicli di trasmissione interrotti. I legami tra i cambiamenti della biodiversità e le malattie infettive negli uomini si verificano a tutti i livelli della biologia, dalla genetica degli organismi alla diversità strutturale degli habitat. Qualsiasi disturbo in un ecosistema può indurre: - cambiamenti genetici negli agenti patogeni (per esempio, variazioni della virulenza del patogeno); - cambiamenti nella dinamica di popolazione di vettori o ospiti (abbondanza, diversità, composizione, distribuzione), cambiamenti nella comunità (predazione, composizione, densità di popolazione, ecc.); - cambiamenti nella diversità strutturale (struttura, complessità di habitat, dimensione, frammentazione e distribuzione, relazione area-specie). Le modifiche ambientali causate da attività antropiche possono indirizzare i processi di selezione dei vettori e degli agenti patogeni, determinando la diffusione dei vettori e dei ceppi patogeni che meglio si adattano alle nuove condizioni ambientali. Un esempio di patogeni evoluti recentemente è rappresentato dai nuovi ceppi di influenza. Il potenziale di mutabilità consente agli agenti patogeni di cambiare ospite e di migrare in una nuova nicchia ecologica. Questo “trasferimento di ospite” è più facile a livello di interfaccia tra le comunità naturali e le comunità agricole con un’alta densità di popolazione umana, di animali domestici e di colture, dove maggiore è il tasso di contatto vettore-ospite. Alcune malattie infettive umane sono legate alla dinamica delle popolazioni di vettori, ospiti e patogeni, ad esempio, un alto rischio o l’incidenza della malattia di Lyme e del West Nile virus possono essere strettamente associati ai cambiamenti nella diversità o alla composizione degli ospiti animali che, a sua volta, è associata ad alcuni tipi di distruzione e frammentazione di habitat. La trasmissione delle principali malattie infettive umane trasmesse da vettori, come la malaria e la febbre gialla, può essere collegata alla diversità strutturale. Cambiamenti nella pianta e nella complessità degli abita, la frammentazione e la modifica degli habitat, in particolare delle foreste e delle zone umide, legate agli insediamenti e alle attività umane, sono in grado di creare nuovi siti di riproduzione per il vettore. Inoltre, possono modificare la densità di distribuzione e il comportamento degli ospiti “reservoir” e le loro interazioni con gli esseri umani e moltiplicare i contatti con i vettori.

Le VDB sono le malattie con l’impatto maggiore e continueranno ad esserlo in futuro. L’impatto maggiore si concentra nelle regioni più povere del mondo, dove le VDB non sono solo un risultato, ma anche una causa della povertà. La malaria da sola è responsabile di circa l’11% delle malattie in Africa, mentre tutte le VDB sommate insieme ammontano a meno dello 0,1% delle malattie in Europa. Le VDB hanno conseguenze negative a lungo termine sul benessere sociale e sulla performance economica dei Paesi a basso reddito, interessando le risorse umane, la disuguaglianza, l’istruzione, la produttività e la capacità di apprendimento. Queste malattie comportano alti costi a livello sociale ed economico e impediscono lo sviluppo economico, perpetuando la “trappola della povertà”. Nei Paesi sviluppati le malattie infettive dell’uomo implicano costi elevati derivanti da assenze dal lavoro, cure mediche, ospedalizzazione e riabilitazione. Da notare l’alto costo dei programmi di vaccinazione per prevenire focolai di possibili pandemie da nuovi ceppi d’influenza. Medicinali La perdita di biodiversità diminuisce la fornitura di materie prime per la medicina tradizionale e per la scoperta di nuovi farmaci. La diversità biologica, in particolare le piante, è una fonte primaria di prodotti medici. Nella medicina tradizionale e moderna di tutto il mondo sono usate tra 50.000 e 70.000 specie vegetali e quasi ogni classe di farmaci comprende un modello di struttura che deriva dalla natura. La perdita di specie potrebbe avere immediati effetti negativi, s4e si tratta di specie attualmente utilizzate per scopi medicinali, e potrebbe anche ridurre le opportunità per la futura scoperta di nuovi prodotti naturali con proprietà medicinali, se si tratta di specie non ancora studiate per il loro potenziale farmaceutico o addirittura da scoprire. Ad esempio, le foreste pluviali tropicali contengono almeno la metodi tutte le specie del mondo, ma meno del 5% delle specie di piante tropicali sono state studiate per il loro potenziale farmaceutico. Questo lascia un grande potenziale per sempre più scoperte, ma anche il potenziale per grandi perdite dato che le foreste pluviali vengono abbattute in tutto il mondo e specie non ancora studiate vengono perse per estinzione. Si stima che la perdita di biodiversità sta portando alla perdita di circa tre nuovi farmaci potenziali ogni anno. Valorizzare la biodiversità come fonte di farmaci potrebbe contribuire alla sostenibilità economica della conservazione della natura. Il valore economico dei farmaci è notevole e in molte parti del mondo la spesa perla medicina tradizionale e complementare non è solo significativa, ma in rapida crescita. Inoltre, i trattamenti a base di erbe sono a livello internazionale altamente remunerativi. Anche se non incluso nella contabilità nazionale formale, l’uso di piante medicinali dà un contributo significativo alle attività produttive, al reddito e al benessere di alcune comunità. La biodiversità rimane una delle principali fonti di composti bioattivi perla medicina moderna. Conclusioni I legami tra la biodiversità, il funzionamento degli ecosistemi e la diffusione di malattie infettive sono complessi e la conoscenza è ancora frammentaria. Tuttavia, vi sono indicazioni

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che l’attuale riduzione della biodiversità e i conseguenti cambiamenti negli ecosistemi possono generare un aumento del rischio di diffusione di alcune gravi malattie umane. La salvaguardia della biodiversità potrebbe ostacolare questo trend e permetterci di continuare ad ottenere e sviluppare farmaci da prodotti naturali. Attualmente, un certo numero di malattie umane trasmesse da vettori sta tornando in zone dove erano state precedentemente eradicate, alcune sono in aumento nelle aree di endemismo, altre stanno comparendo in nuovi Paesi. Il grave impatto economico e per la salute delle malattie infettive è destinato a continuare e ad aggravarsi nel prossimo futuro. Una migliore comprensione dei legami tra i cambiamenti nella biodiversità, l’epidemiologia delle malattie infettive e la disponibilità di risorse naturali per i farmaci sarebbe necessaria agli amministratori, per prendere decisioni informate sulla gestione della biodiversità per diminuire i rischi per la salute umana e per ridurre l’incidenza delle malattie infettive nell’uomo. Le malattie infettive dell’Uomo La prevenzione e il trattamento delle malattie infettive e le decisioni sulla conservazione della biodiversità sono generalmente considerati separatamente, nonostante i legami. Sebbene numerosi studi indichino che i cambiamenti nella biodiversità influenzano il tasso di trasmissione delle malattie infettive all’uomo, le connessioni tra le malattie infettive e la biodiversità sono scarsamente comprese e sono state solo parzialmente studiate e documentate. In parte, il motivo è che il rapporto tra i componenti all’interno degli ecosistemi non è ancora chiaro. Ad esempio, le conseguenze dei cambiamenti in un ospite o un vettore per la diffusione di malattie infettive sono spesso ancora sconosciuti. Questa carenza di informazioni rende molto difficile stimare l’incidenza futura di malattie infettive a causa di cambiamenti nella biodiversità. Una struttura di assistenza sanitaria per una malattia trasmessa da vettori deve tener conto nel processo decisionale della sua biologia ed ecologia, della gamma possibile di effetti collaterali, dei rischi e dei costi-benefici delle azioni di protezione. I dati che collegano l’impatto socio-economico delle variazioni di biodiversità e dei servizi eco-sistemici alle malattie infettive umane sono molto scarsi. Sono anche difficili da confrontare, in quanto misurano il carico della malattia in modi diversi. Inoltre, gli studi sono in genere a livello locale e non permettono il confronto dei risultati tra Paesi in via di sviluppo e Paesi sviluppati. Di conseguenza, non è ancora possibile dare un valore alla regolazione delle malattie da parte di un ecosistema. Tuttavia, studi che analizzano la relazione tra malattie infettive e redditi propongono interventi pubblici per combattere le malattie infettive che tengano conto dello sviluppo dell’immunità, dell’ecologia delle malattie, delle alterazione degli ecosistemi e della gestione delle malattie.

stati realizzati numerosi studi sul legame tra i cambiamenti della biodiversità e la diffusione delle malattie infettive, una indicazione che questo sta diventando un argomento “caldo” della ricerca. Ulteriori ricerche interdisciplinari, che uniscano ecologia, biologia, epidemiologia, farmacologia, medicina, scienze sociali ed economia, sono necessarie per capire meglio: - il ruolo della biodiversità nell’emergenza, diffusione e trasmissione delle malattie infettive; - le relazioni tra le variazioni degli ecosistemi prodotte dall’uomo, la biodiversità e la trasmissione di malattie infettive umane, compreso il loro impatto economico; - il valore della biodiversità della protezione contro le malattie infettive. Lo sviluppo di un approccio integrato richiede un accordo su una terminologia e su definizioni comuni La biodiversità fornisce una fonte essenziale di farmaci e continuerà a farlo in futuro. Con lo sviluppo di nuove tecniche di chimica combinatoria (la rapida sintesi di farmaci con un gran numero di molecole diverse, ma strutturalmente affini) e la modificazione chimica per lo sviluppo di nuovi farmaci, ci si aspetterebbe un calo di interesse dei prodotti naturali come fonte chimica de per i farmaci Tuttavia, le stesse tecniche facilitano anche la selezione di prodotti naturali e di conseguenza danno un nuovo impulso alla ricerca di materiale chimico di base negli organismi viventi che non sono mai stati utilizzati nella medicina tradizionale. Pertanto, il mantenimento della biodiversità sarà importante nel preservare una fonte di materia prima per i nuovi farmaci. Di particolare interesse sono gli ecosistemi marini ed i microrganismi. Sebbene non vi siano dubbi circa la dipendenza attuale della medicina tradizionale moderna dalla biodiversità, solo di recente gli scienziati e gli economisti hanno unito le forze per quantificare la biodiversità come fornitore di medicinali. Ulteriori ricerche sono necessarie valutare la biodiversità come fonte di prodotti naturali per la cura della salute.

Fin dalla pubblicazione del Millennium Ecosystem Assessment nel 2005, c’è stata una crescente attenzione ai legami tra biodiversità e la trasmissione di malattie infettive. Negli ultimi anni, e in particolare nel corso del 2009, sono

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L’ONU si appresta a realizzare la Celebrazione del 2011

ANNO INTERNAZIONALE DELLE FORESTE Molte iniziative sono previste nel corso dell’anno Durante la COP 16 di Cancún, l’8 dicembre 2010 è stato organizzato, a cura del Forum delle Nazioni Unite sulle Foreste (UNFF), dell’Unione Internazionale perla Conservazione della Natura (IUNC) e del Programma di Forestazione della Clinton Climate Iniziative, un evento collaterale dal titolo “International Year of Forests 2011: Forests for People”, che ha fatto il punto su alcune iniziative di successo intraprese per l’integrazione

delle tematiche della forestazione, dei cambiamenti climatici e della sostenibilità nella pianificazione allo sviluppo. Le foreste, infatti, oltre a giocare un ruolo fondamentale nella vita di 1,6 miliardi di individui in tutto il mondo e a fornire l’habitat per milioni di specie, assumono il compito fondamentale di mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici.

L’iniziativa di Cancún è stata, tra l’altro, evento introduttivo alle numerose attività che avranno luogo nel 2011, anno nel corso del quale verrà celebrato, appunto, l’Anno Internazionale delle Foreste, secondo la risoluzione dell’ONU del 2006 (vedi box). La realizzazione di una tale celebrazione era stata proposta dalla Croazia, durante il VI Forum delle Nazioni Unite sulle Foreste, quale risposta al persi-

Il logo dell’Anno Internazionale delle Foreste, progettato per trasmettere il tema “Foreste per la gente”, sottolinea il ruolo centrale degli individui in materia di gestione, conservazione e sviluppo sostenibile delle nostre foreste. Gli elementi iconografici illustrano i molteplici valori delle foreste e l’urgenza perla gestione di un approccio a 360°: le foreste assicurano rifugio alle persone e habitat per la biodiversità; sono sorgente di alimenti, medicinali e acque pulite; svolgono un ruolo fondamentale nel mantenimento della stabilità climatica globale e dell’ambiente. Tutti questi elementi, colti nel loro insieme rafforzano il messaggio che le foreste sono vitali per la sopravvivenza e il benessere delle persone in tutto il mondo, dei 7 miliardi di noi.

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stente problema della deforestazione e alla necessità di stimolare la comunità internazionale a compiere azioni più efficaci per il suo contrasto, basandosi anche su riuscite esperienze internazionali e nazionali. Le foreste coprono circa il 30% delle terre emerse, ma ogni anno 13 milioni di ettari vengono perduti, a causa principalmente della conversione agricola, del taglio indiscriminato, della mancata di gestione del territorio e dell’espansione degli insediamenti. Per questo anche nei negoziati ONU sul clima è stata sottolineata l’importanza della salvaguardia dei polmoni verdi rimasti, assieme a misure che portino a salvaguardare i diritti delle popolazioni indigene. Deforestazione e degrado delle foreste sono responsabili di circa il 17% delle emissioni di gas serra a livello globale. Alberi e vegetazione sono infatti fra i principali serbatoi di carbonio (circa 289 Gigatonnellate): il carbonio immagazzinato nella biomassa forestale, nel legno e nel fogliame, è maggiore di tutto quello presente nell’atmosfera, ma si stima che solo nell’ultimo decennio tale stock sia

diminuito di circa 0,5 Gigatonnellate, cioè quanto viene assorbito ogni anno dalle foreste di tutta l’Unione europea. Ad aver subito le maggiori riduzioni sono stati i continenti sudamericano e africano, con un trend negativo rispettivamente di 4 milioni di ettari e di 3,4 milioni di ettari, mentre il continente asiatico presenta un saldo positivo di 2,2 milioni di ettari, grazie ai programmi di rimboschimento su larga scala in Paesi quali, Cina, India, Cambogia e Vietnam, a cui l’evento ha dedicato gran parte dei panel. L’Anno Internazionale delle Foreste mira ad accrescere la consapevolezza e a promuovere un’azione globale per la gestione, conservazione e sviluppo sostenibile di tutti i tipi di foreste, comprese le specie arboree al di fuori delle foreste. “Questo è un invito aperto a tutta la Comunità Internazionale - ha detto Pekka Patosaari, Direttore del Forum delle Nazioni Unite sulle Foreste - a riunirsi e lavorare insieme ai Governi, alle organizzazioni internazionali e alla società civile per fare in modo che

le nostre foreste vengano gestite in modo sostenibile per le generazioni attuali e future”. Il lancio ufficiale dell’Anno Internazionale delle Foreste il cui tema sarà, come anticipato, “Forest for People”, si svolgerà il 2 febbraio 2011, presso la sede delle Nazioni Unite a New York, nel corso della 9a sessione dell’UNFF, ma in tutti i Paesi si svolgeranno varie attività che includono Tavole rotonde ad alto livello, proiezioni di film, concorsi artistici, emissioni di francobolli commemorativi, ecc. Anche l’Unione europea darà il suo contributo per cercare di definire un messaggio unico condiviso da tutti i suoi Paesi membri, volto a raggiungere tutti i cittadini e ad aumentare la consapevolezza del bosco e dei beni e servizi da esso forniti. Per l’Italia il focal point delle iniziative sarà il Corpo Forestale dello Stato, per l’esperienza e la professionalità acquisita, delle quali non mancheremo di darne ampia informazione.

RISOLUZIONE 61/193 ADOTTATA DALLE NAZIONI UNITE NELLA 83A RIUNIONE PLENARIA DEL 20 DICEMBRE 2006 PER DICHIARARE IL “2011 ANNO INTERNAZIONALE DELLE FORESTE” L’Assemblea Generale, Confermando il suo impegno alla dichiarazione autorevole non vincolante dei principi per un consenso globale su gestione, conservazione e sviluppo sostenibile di tutti i tipi di foreste e dell’Agenda 21, adottata alla Conferenza delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo, alla Dichiarazione Millennium delle Nazioni Unite, adottata al Summit Millenium nel 2000, alla dichiarazione di Johannesburg sullo sviluppo sostenibile e al piano di implementazione del summit mondiale sullo sviluppo sostenibile, adottati al summit mondiale sullo sviluppo sostenibile, che si è tenuto a Johannesburg, Sud Africa nel 2002, Ricordando la Convenzione sulla Diversità Biologica, la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, la Convenzione delle Nazioni Unite per la Lotta alla Desertificazione nei Paesi gravemente colpiti dalla siccità e / o desertificazione, in particolare in Africa, e le altre convenzioni che attengono alla complessità delle tematiche forestali, Riconoscendo che le foreste e la gestione sostenibile delle foreste possono contribuire significativamente allo sviluppo sostenibile, all’eliminazione della povertà e al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo concordati a livello internazionale, compresi gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, Richiamando la decisione 2006/230 del 24 luglio 2006 del Consiglio Economico e Sociale, Sottolineando la necessità di una gestione sostenibile di tutti i tipi di foreste, compresi gli ecosistemi forestali fragili, Convinta che sforzi concertati dovrebbero concentrarsi sulla sensibilizzazione a tutti i livelli per rafforzare la gestione sostenibile, la conservazione e lo sviluppo sostenibile di tutti i tipi di foreste a beneficiodelle attuali e future generazioni, 1. Decide di dichiarare il 2011 Anno Internazionale delle Foreste; 2. Chiede alla segreteria del Forum delle Nazioni Unite sulle Foreste del Segretariato del Dipartimento degli Affari Economici e Sociali, di assolvere al ruolo di punto focale per l’attuazione dell’Anno, in collaborazione con i Governi, il Partenariato sulle foreste e le Organizzazioni internazionali,regionali e subregionali e come pure i processi dei principali grandi gruppi; 3. Invita, in particolare, l’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura delle Nazioni Unite, nella fattispecie il Presidente del Partenariato sulle Foreste, affinché nell’ambito del suo mandato sostenga l’attuazione dell’Anno; 4. Chiede ai Governi, alle pertinenti Organizzazioni internazionali e regionali e ai grandi gruppi di sostenere le attività riguardanti l’Anno, anche attraverso contributi volontari, e di collegare la loro relativa attività al tema dell’Anno; 5. Incoraggia i partenariati volontari tra gli Stati membri, le Organizzazioni internazionali e i grandi gruppi per facilitare e promuovere le attività riguardanti l’Anno a livello locale e nazionale, anche mediante la creazione di Comitati nazionali o la designazione di punti focali nei loro rispettivi Paesi; 6. Chiede al Segretario Generale di riferire all’Assemblea generale alla sua 64^ sessione sullo stato dei preparativi per l’Anno.

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AMBIENTE E SALUTE

Si è conclusa la prima fase del REACH

REGISTRATE 4.300 SOSTANZE CHIMICHE Passaggio decisivo per migliorare la salute e la sicurezza dei cittadini europei

“Questo è un inizio perfetto per l’Anno Internazionale della Chimica - ha dichiarato Geert Dancet, Direttore esecutivo dell’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA) nel corso della Conferenza stampa di presentazione dei dati numerici relativi alle notifiche sulla classificazione pervenute all’Agenzia - La Classificazione e l’Inventario delle Etichette, che saranno a disposizione del pubblico entro la fine dell’anno, migliorerà significativamente la sicurezza, fornendo informazioni aggiornate su tutte le sostanze pericolose che sono oggi sul mercato dell’Unione europea”. Sono risultate pari a 3.114.835 le notifiche sulla classificazione delle sostanze chimiche in linea con le nuove regole UE, in base alle quali tutte le imprese che fabbricano o importano sostanze chimiche hanno dovuto classificarle entro il 1° dicembre 2010 e notificate entro il 3 gennaio 2011 all’ECHA. Mentre i fabbricanti e gli importatori che immettono sostanze pericolose sul mercato per la prima volta successivamente a tale scadenza, dovranno notificare la classificazione all’ECHA entro un mese. Questi dati consentiranno all’ECHA di predisporre il primo inventario europeo delle sostanze pericolose e delle classificazioni armonizzate. Qualora siano state notificate diverse classificazioni per la stessa sostanza le imprese interessate dovranno concordare un testo da registrare. Ciò porterà infine a classificazioni armonizzate di tutte le sostanze pericolose immesse sul mercato UE. La classificazione, spiega in una nota la Commissione europea, è essenziale per stabilire se una sostanze chimica

sia pericolosa per la salute e per l’ambiente e determinerà le informazioni da apportare sulle etichette delle sostanze chimiche che i lavoratori e i consumatori utilizzano. Le nuove regole sono stabilite nel Regolamento (CE) n. 1272/2008 sulla classificazione, l’etichettatura e l’imballaggio delle sostanze chimiche (CEI), che allinea il sistema di classificazione UE al Sistema mondiale armonizzato GHS (Globally Harmonised System) delle Nazioni Unite, perseguendo una convergenza su scala mondiale dei sistemi di classificazione delle sostanze chimiche che servirà ad agevolare gli scambi e a migliorare il livello di protezione, in particolare nei Paesi che finora non hanno usato sistemi di tal genere. Considerato che non vi sono limiti di tonnellaggio per la presentazione delle notifiche, a differenza degli obblighi di registrazione in forza del REACH (Regolamento n. 1907/2006 concernente la registrazione, la valutazione, l’autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche), molte più imprese sono state interessate dagli obblighi di notifica di cui al CEI, segnatamente piccole imprese. Il Vicepresidente della Commissione UE Antonio Tajani, Commissario responsabile per l’Industria e l’Imprenditoria, ha affermato che “Il primo inventario di tutte le sostanze pericolose nell’UE assicurerà che tutte le imprese - comprese le piccole imprese - e i consumatori dispongano delle informazioni necessarie per un uso sicuro delle sostanze chimiche. Sono orgoglioso del fatto che l’Europa sia all’avanguardia e che, assieme al REACH, il Regolamento CEI promuova la sostenibilità e la concorrenzialità dell’industria chimica europea”. Le sostanze e le miscele devono essere classificate secondo

Sulle etichette per le sostanze chimiche in commercio, cambiano i pittogrammi (simboli), di pericoli (fisici e per la salute), al fine di uniformarsi al sistema mondiale armonizzato (GHS). Inoltre, in base al Regolamento 1272/2008/CE (CLP) dovranno contenere le indicazioni di pericolo (Frasi H) e i consigli di prudenza (Frasi P).

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classi e categorie specifiche di rischio e etichettate con opportuni pittogrammi di pericolo, avvertenze, indicazione di pericolo e consigli di prudenza. Ciò è importante per assicurare che le informazioni siano trasmesse adeguatamente a tutti. L’industria avrà la responsabilità di concordare la classificazione di tutte le sostanze. Tuttavia, per rischi particolarmente gravi - come nel caso di sostanze cancerogene, mutagene o tossiche per la riproduzione - le autorità degli Stati membri e l’ECHA riesamineranno tutte le informazioni disponibili e proporranno classificazioni armonizzate che la Commissione renderà obbligatorie tramite strumenti legislativi. Il Commissario UE responsabile per l’Ambiente Janez Potočnik ha dichiarato che “La pubblicazione e l’armonizzazione delle classificazioni migliorerà la sicurezza per tutti coloro che manipolano sostanze chimiche e consentirà agli utilizzatori a valle e ai consumatori di scegliere sostanze chimiche meno pericolose rispondenti alle loro esigenze”. La scadenza del 30 novembre per la registrazione delle sostanze chimiche di ampio uso è stata fissata da REACH, il Regolamento per la registrazione, valutazione, autorizzazione e restrizione delle sostanze chimiche, entrato in vigore nel 2007, riguardava le sostanze chimiche più pericolose (vale a dire quelle cancerogene, mutagene o tossiche per la riproduzione) fabbricate o importate in quantità pari o superiori a 1 tonnellata all’anno per ciascuna società, sostanze estremamente tossiche per l’ambiente acquatico fabbricate o importate in quantità pari o superiori a 100 tonnellate all’anno per ciascuna società e sostanze fabbricate o importate in quantitativi superiori a 1000 tonnellate all’anno. A seguito di tale processo di registrazione, che ha avuto inizio il 1° giugno 2008 con la fase di pre-registrazione (phase-in), diverse società hanno già innalzato i loro standard di sicurezza a seguito del processo di registrazione, come ha segnalato l’industria chimica. Ciò comporta un uso più sicuro delle sostanze chimiche prodotte o importate in grandi quantitativi o che presentano rischi specifici, come ad esempio le sostanze pericolose per la salute umana o l’ambiente.

risultati di REACH andranno a vantaggio sia delle imprese che dei consumatori grazie alla condivisione delle conoscenze nell’ambito del settore chimico con conseguente innalzamento degli standard di sicurezza sia per quanto concerne le condizioni di lavoro che i prodotti stessi. Anche l’ambiente ne trarrà beneficio grazie a una riduzione dell’inquinamento chimico. C’è da osservare, tuttavia, che l’ECHA aveva previsto più di 5.000 sostanze, mentre dai 24.675 dossier sottoposti all’Agenzia sono state 4.300 le sostanze notificate, comprese le 3.400 della phase-in, secondo quanto specificato nel Comunicato stampa del 1°dicembre 2010. A cosa è dovuta questa differenza? L’ECHA ha fatto sapere che nei mesi successivi verificherà i motivi di tale disparità tra il numero finale delle sostanze registrate e le sue precedenti previsioni. Se dovesse risultare che alcuni produttori o importatori non hanno registrato tutte le sostanze prodotte o importate. Come è noto, tale omissione comporterà il ritiro delle sostanze dal mercato europeo, con la conseguente esposizione al rischio di blocco produttivo delle imprese dei utilizzatori a valle, seppur estranei. Nel 2013 e nel 2018 sono previste altre due scadenze per la registrazione riguardanti le sostanze chimiche prodotte o importate in quantitativi più ristretti. La Commissione UE ha fatto sapere che trarrà insegnamenti da questa prima fase di registrazione per consentire un espletamento senza intoppi delle registrazioni future. fonte: ECHA

Sebbene la scadenza riguardasse per lo più le sostanze chimiche prodotte o importate in grandissime quantità, a questo esercizio ha partecipato anche un certo numero di piccole e medie imprese cui si deve circa il 14% delle registrazioni, contro l’86% delle grandi aziende. Poiché le PMI sono anche utilizzatrici di sostanze chimiche, esse finiranno per beneficiare a loro volta delle informazioni di sicurezza così raccolte. Inoltre, hanno dimostrato capacità a partecipare con successo al SIEF (Substance Identify Exchange Fora) le imprese di produttori extra-UE che hanno effettuate il 19% delle registrazioni. A livello europeo la maggior parte delle registrazioni sono state effettuate da società di Germania (23%), Gran Bretagna (12%), Paesi Bassi e Francia (9%), Belgio (8%), a seguire Italia (7%), con 1.504 registrazioni. La situazione continuerà a migliorare via via che le informazioni raccolte tramite il processo di registrazione verranno fatte passare lungo la catena delle forniture. I

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EQUITÀ E SOSTENIBILITÀ

Rapporto UNEP evidenza la necessità di una riforma WTO delle sovvenzioni

SUSSIDI ALLA PESCA E DEGRADO DEGLI ECOSISTEMI MARINI

Fra 40 anni mancheranno dalle nostre tavole molte specie ittiche

In una nuova relazione dal titolo “Fisheries Subsidies, Sustainable Development and the WTO”, l’United Nations Environment Programme (UNEP) sottolinea l’urgenza di far avanzare rapidamente i negoziati dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, per un accordo internazionale volto a vietare i dannosi sussidi governativi per la pesca e di introdurre nuove misure per garantire la sostenibilità e la redditività futura degli oceani è un monito che il tempo stringe e che gli oceani non possono attendere. “Il prezioso lavoro che viene riflesso in questo Rapporto aiuta

ad illuminare un percorso chiaro verso soluzioni alla sfida delle sovvenzioni alla pesca - ha dichiarato Achim Steiner, Direttore esecutivo UNEP - è giunto il momento in cui la comunità internazionale riassuma le lezioni apprese ed intraprenda una azione decisiva per salvare non soltanto la risorsa, ma anche gli ecosistemi marini da cui milioni di individui dipendono per la nutrizione e per il lavoro”. Nella relazione si passa in rassegna gli sforzi per la riforma dei sussidi per la pesca, che hanno avuto un’escalation nel

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corso dell’ultimo decennio, e si concentra sui modi con cui i Governi stanno affrontando gli ostacoli che si frappongono per individuare quali sussidi siano da bloccare e quali quelli da limitare. Oltre a fornire significativi potenziali vantaggi economici, la pesca è anche un’importante fonte di sostentamento e cibo per i Paesi in via di sviluppo e costituisce il principale apporto proteico per quasi un miliardo di persone in tutto il mondo. Eppure, l’80% delle scorte ittiche commerciali del mondo sono in grave impoverimento e sono state sottoposte ad uno sfruttamento superiore alle loro capacità di ripristino biologico, tanto che le perdite economiche dovute ad overfishing sono state stimate in 50 miliardi di dollari all’anno. Le sovvenzioni statali sono state riconosciute come una delle cause principali di tale sfruttamento eccessivo, che a sua volta sta minacciando l’integrità dell’ambiente marino. “Questo è un enorme spreco di capitale naturale e sta minacciando la sicurezza alimentare, lo sviluppo e l’habitat marino - ha dichiarato Steven Stone, Capo del settore Economia e Commercio dell’UNEP - Queste sovvenzioni dannose per la pesca sono in contrasto con il principio base stesso della green economy che promuove l’investimento per l’ambiente come motore per la ripresa economica e la crescita sostenibile”. La pubblicazione dell’UNEP sottolinea che i sussidi governativi per il settore della pesca devono essere più trasparenti e responsabili, se si vuole che le norme concordate dal WTO siano efficaci. Vengono, quindi, individuate le diverse sfide che devono essere affrontate, tra cui quella di definire la portata del divieto delle sovvenzioni, individuando le eccezioni che saranno autorizzate, garantendo un trattamento speciale e differenziato per i Paesi in via di sviluppo e stabilendo i requisiti di gestione della pesca.

Tutti i Paesi, inoltre, vengono esortati ad adottare misure proprio per riformare le loro pratiche di sovvenzione. Il Rapporto è un manuale di riferimento completo che fornisce una panoramica storica, una sintesi ed un’analisi delle questioni fondamentali riguardanti la riforma dei sussidi alla pesca e l’attuale sviluppo delle sovvenzioni alla pesca negoziate in seno al WTO. Vi sono contenute anche esperienze a livello nazionale di Paesi, quali l’ Ecuador, la Norvegia e il Senegal, che illustrano l’impatto dei sussidi e dei processi di riforma. L’UNEP ha svolto un ruolo di primo piano nel produrre analisi relative alle politiche della pesca e per facilitare un efficace dialogo tra i decisori politici, le organizzazioni del commercio e le comunità che praticano la pesca. Attualmente, l’Organismo fornisce la propria assistenza e i risultati dei suoi studi sui vari Paesi e dei workshop internazionali che si sono svolti in merito agli effetti delle sovvenzioni alla pesca nei negoziati WTO in corso, quale contributo per garantire che queste discussioni siano costantemente basate su criteri di sostenibilità. Nonostante la fase critica dei negoziati in corso e le tante domande che hanno bisogno di risposte, il Rapporto illustra come la riforma dei sussidi alla pesca abbiano la potenzialità per diventare uno degli sforzi più importanti a livello internazionale per raggiungere la maggior parte degli obiettivi ambientali e un coerente sviluppo economico a livello globale. “In qualunque parte del mondo vi troviate - ha affermato Guillermo Valles Galmes, Presidente del gruppo negoziale sulle normative del WTO - leggete questo Rapporto per sapere perché fra 40 anni i vostri figli potrebbero non essere più in grado di catturare, commerciare e mangiare pesce o, anche, di conoscere la maggior parte delle specie ittiche di cui noi abbiamo goduto finora”.

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CNEL e ISTAT

MISURARE IL BENESSERE Entro il 2011 sarà individuato il set di indicatori che integrino il PIL

Il Presidente del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL) Antonio Marzano e il Presidente dell’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT), Enrico Giovannini, hanno avviato la costituzione, presso il Consiglio, di un “Gruppo di indirizzo sulla misura del progresso della società italiana”, composto da rappresentanze delle parti sociali e della società civile. L’obiettivo del Gruppo è quello di sviluppare un approccio multidimensionale del “Benessere Equo e Sostenibile” (BES), che integri l’indicatore dell’attività economica, il Prodotto Interno Lordo (PIL), con altri indicatori, ivi compresi quelli relativi alle diseguaglianze (non solo di reddito) e alla sostenibilità (non solo ambientale). Il tema della misurazione del progresso ha due componenti: la prima, prettamente politica, la seconda di carattere tecnico-statistico. Come ormai appare evidente dal dibattito internazionale sull’argomento, non è possibile sostituire il PIL con un indicatore singolo del benessere di una società. Quindi, si tratta di selezionare un insieme di indicatori e fare ciò richiede il coinvolgimento di tutti i settori della società, nonché degli esperti di misurazione. Ecco perché CNEL e ISTAT hanno deciso di avviare questa iniziativa, in analogia a quanto sta avvenendo in altri Paesi. Il Gruppo lavorerà nel corso dei prossimi 18 mesi con l’obiettivo di: - sviluppare una definizione condivisa del progresso della società italiana, definendo gli ambiti economici, sociali ed ambientali di maggior rilievo (salute, lavoro, benessere materiale, inquinamento, ecc.); - selezionare un set di indicatori di elevata qualità statistica rappresentativi dei diversi domini. Tale insieme di indicatori dovrà essere limitato

in termini numerici, così da favorire la sua comprensione anche ai non esperti; - comunicare ai cittadini il risultato di questo processo, attraverso la diffusione più capillare possibile dell’andamento degli indicatori selezionati. Inoltre, l’ISTAT costituirà una Commissione Scientifica che avrà il compito di svolgere il lavoro preparatorio per lo sviluppo degli indicatori statistici più appropriati per misurare il progresso della società italiana, anche alla luce delle raccomandazioni internazionali. In particolare, nella prima fase (prima metà del 2011), si procederà: • allo svolgimento di una consultazione pubblica online aperta agli esperti, alla società civile ed ai singoli cittadini per raccogliere i loro contributi sull’importanza delle singole dimensioni del benessere maggiormente rilevanti per la società italiana. Inoltre, l’Istat ha inserito nella propria indagine multiscopo alcuni quesiti sull’importanza che i cittadini danno alle singole “dimensioni” del benessere, utilizzando le categorie suggerite dall’OCSE e dalla Commissione Stiglitz; • alla definizione, sulla base di tali risultati, delle macrodimensioni del benessere da porre sotto osservazione. La proposta del Gruppo verrà poi presentata alle diverse Commissioni ed all’Assemblea del CNEL per l’approvazione. Nella seconda fase del progetto (seconda metà del 2011) l’ISTAT proporrà al Gruppo di Indirizzo i possibili indicatori da adottare per misurare i diversi aspetti del benessere equo e sostenibile, il quale cercherà di pervenire, previa consultazione dei portatori di interesse, ad una proposta condivisa da sottoporre, per approvazione finale, alle

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diverse Commissioni ed all’Assemblea del CNEL. Infine, a metà del 2012 si procederà alla predisposizione di un Rapporto CNEL-ISTAT sulla misura del progresso della società italiana, che verrà reso disponibile in diverse forme e promosso attraverso i mezzi di comunicazione, così da assicurarne una conoscenza il più diffusa possibile tra la popolazione. L’iniziativa CNEL-ISTAT pone l’Italia nel gruppo dei paesi (Francia, Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Australia, Irlanda, Messico, Svizzera, Olanda) che hanno recentemente deciso di misurare il benessere della società attraverso un insieme selezionato di indicatori statistici di qualità, alla cui selezione partecipano rappresentanti delle parti sociali e della società civile. Tale approccio, suggerito dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ose) e dalla “Commissione Stiglitz” costituita dal Presidente Francese Nicholas Sarkozy, fornirà al paese una quadro condiviso dell’evoluzione dei principali fenomeni economici, sociali ed ambientali. Perché è importante misurare il benessere della società Gli indicatori statistici risultano particolarmente importanti per delineare e valutare le politiche aventi lo scopo di promuovere il progresso della società. La scelta di questi indicatori è un passo cruciale, in quanto il “cosa si misura” influenza il “cosa si fa”. Se gli strumenti utilizzati non sono corretti, o non riescono a cogliere tutte le caratteristiche dell’oggetto di indagine, possono indurre a prendere decisioni inefficaci o sbagliate. Negli ultimi anni l’alto grado di complessità raggiunto dalla società e la distanza tra l’andamento delle variabili macroeconomiche e la


percezione che i cittadini hanno del benessere, hanno alimentato un crescente dibattito sulla capacità degli indicatori maggiormente utilizzati di fornire un’immagine corretta della realtà. Il Prodotto interno lordo (Pil) il principale protagonista di tale dibattito. Misura quantitativa dell’attività macroeconomica, esso ha assunto nel tempo il ruolo di indicatore dell’intero sviluppo economico-sociale e del progresso in generale. Tuttavia, data la sua natura di misura della produzione realizzata dal sistema economico, esso non può fornire una visione complessiva del progresso di una società, ma deve essere integrato con altri indicatori dei fenomeni che influenzano la condizione dei cittadini, quali l’inclusione sociale, la disuguaglianza, lo stato dell’ambiente, ecc. Tali limiti sono ben noti, cosicché negli ultimi quaranta anni si sono moltiplicate le iniziative per sviluppare indicatori alternativi o complementari al Pil (ad esempio, l’Indice di Sviluppo Umano delle Nazioni Unite), ma è solo a partire dal 2004, anno nel quale l’Ocse organizzò a Palermo il primo Forum Mondiale dell’Ocse su “Statistica, Conoscenza e Politica”, che il tema ha interessato in non specialisti ed ha alimentato il dibattito su come andare “Oltre il Pil”. In particolare, con la “Dichiarazione di Istanbul”, firmata nel 2007 dall’Ocse, dalle Nazioni Unite, dalla Banca Mondiale, dalla Commissione Europea, dall’Organizzazione della Conferenza Islamica al termine del secondo Forum mondiale Ocse e il lancio del “Progetto Globale sulla misura del progresso delle società” sempre più Paesi hanno cominciato a guardare a questo tema con l’attenzione necessaria, avviando iniziative di carattere metodologico e politico.

La conferenza “Beyond Gdp” organizzata nel 2007 dalla Commissione Europea (assieme a Parlamento Europeo, Club di Roma, WWF e OCSE) ha posto il tema all’attenzione del leader politici europei e nel gennaio del 2008 il Presidente francese Nicholas Sarkozy istituì la Commissione sulla misura della performance economica e del progresso sociale. Diretta dai premi Nobel Joseph Stiglitz e Amartya Sen e da Jean-Paul Fitoussi, la Commissione ha concluso i suoi lavori nel settembre 2009, subito dopo la pubblicazione da parte della Commissione Europea della Raccomandazione “PIL e oltre: misurare il progresso in un mondo in evoluzione” e del Rapporto dell’OCSE sulla misura del progresso delle società. I temi oggetto di questi documenti sono stati poi ripresi nel comunicato finale della riunione di Pittsburg del G20 e soprattutto dal terzo Forum mondiale dell’OCSE, svoltosi in Corea ad ottobre del 2009,con interventi sia del Presidente del CNEL, sia del Presidente dell’ISTAT. Le raccomandazioni dell’OCSE e della Commissione Stiglitz L’approccio proposto dal “Progetto Globale sulla misura del progresso delle società” è stato sposato in pieno dalla Commissione Stiglitz, la quale ha formulato numerose raccomandazioni, sintetizzabili in 6 messaggi chiave: • invece che concentrarsi su un concetto di produzione, quale è il PIL, si deve privilegiare la misura del benessere economico delle persone; • non esiste una misura singola che possa dar conto di tutte le varie dimensioni del benessere e gli indicatori compositi non sono una risposta soddisfacente, così come la misura della felicità; • non potendo avere un unico indicatore, ci si deve concentrare sulle

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dimensioni rilevanti per il benessere degli individui. Sulla base delle ricerche disponibili, le più importanti appaiono: - lo stato psicofisico delle persone; - la conoscenza e la capacità di comprendere il mondo in cui viviamo; - il lavoro; - il benessere materiale; - l’ambiente; - i rapporti interpersonali e la partecipazione alla vita della società; - l’insicurezza. Inoltre, bisogna guardare alla distribuzione di tutte le dimensioni del benessere (equità); • la sostenibilità non è solamente un fenomeno ambientale, ma comprende elementi di carattere economico e sociale e può essere misurata solamente guardando agli stock di capitale che la generazione attuale lascia in dote a quelle successive (stock di capitale prodotto, di capitale naturale, di capitale sociale e di capitale umano); • il lavoro svolto dalla Commissione rappresenta un punto di inizio di questo lavoro, non il punto finale. Per rendere operative le raccomandazioni formulate gli statistici devono fare la loro parte, ma il compito più importante spetta ai politici, i quali, seguendo il percorso indicato nella Dichiarazione di Istanbul, dovrebbero costituire in ogni Paese una “Tavola rotonda sul progresso”, cui dovrebbero partecipare rappresentanti di tutte le componenti della società.


AMBIENTE E ARTE

IL “BESTIARIO” SOSTENIBILE DI EDOUARD MARTINET Instabillità e obsolescenza della nostra epoca messa in risalto dalla Steampunk Art di Massimo Lombardi

Nel giugno 2010, l’UNEP (United Nations Environment Programme) ha pubblicato un Rapporto dal titolo “Metal Stocks in Society” in cui, dopo aver sottolineato che le scorte di metallo si trovano ormai “above ground”, fuori dal suolo (negli articoli per la casa in disuso, nei mezzi di trasporto a fine vita, nelle apparecchiature meccaniche abbandonate), si metteva in risalto che tale disponibilità costituisce una straordinaria opportunità per lo sviluppo sostenibile, non solo in termini di risorse, ma quale occasione per ridurre la domanda di energia, limitare i livelli di inquinamento, abbassare le emissioni di gas serra. Sono sempre più numerosi gli artisti che realizzano le proprie sculture, trasformando divenuto rifiuto in una preziosa materia prima. Edouard Martinet è uno di questi, ma a differenza dei suoi colleghi, è l’unico che non salda le varie parti recuperate. Dopo aver cercato gli oggetti di uso quotidiano, giunti a fine vita, presso sfasciacarrozze, rigattieri e mercatini delle pulci, ne preleva le parti che ritiene facciano al suo caso e le assembla con rivetti e viti come un puzzle, sulla base di un ben elaborato e preordinato disegno. I materiali sono i più vari: da pezzi della carrozzeria di una vecchia auto a pentole di cucina arrugginite; da serbatoi di scooter a barrette di vecchie macchine da scrivere; da freni a bacchetta di vecchie biciclette a cucchiai da frittura. In venti anni di attività “scultorea” ha dato vita ad un vero e proprio “bestiario” popolato di anfibi, pesci, uccelli, insetti ecc., che ci meravigliano per la loro impressionante vitalità, derivante dalla conoscenza anatomica dell’animale, ma soprattutto per la “poesia” che promana da quelle fattezze.

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Cavalletta (41x85x22 cm.) Ali: carter di un ciclomotore Addome: parafanghi di bicicletta e parti di un vecchio giocattolo Zampe anteriori: pezzi dei freni di bicicletta e tappi di fissaggio per cartongesso Zampe posteriori: forcelle di bicicletta Torace e testa: pezzi di auto e di moto Antenne: cavo dei freni di una moto Coccinella (18x26x19 cm.) Corazza (elitra): lampada ad olio usata nei lavori stradali Addome: fanale Torace: fanale Occhi: lampeggianti direzionali Unghie: freni di motocicletta Antenne: catena dei freni di moto Parti inferiori delle zampe: catena di bicicletta Pesce (30x68x16 cm.) Corpo: parafanghi e carter di ciclomotore Lisca cucchiaini Intestini: clacson a trombetta Occhi: lampeggianti direzionali Bocca: mestolo da cucina Pinne: spatole per frittura Scarabeo egiziano (13x38x16 cm.) Addome: fanali recuperati da un’auto guidata durante la II Guerra Mondiale Torace: fanale Luxor di moto Ali: guarnizioni del cofano di una Citroën Capo, zampe e antenne: parti di motocicletta Mantide religiosa (90x90x43 cm.) Ali: luci posteriori di auto Peugeot 404 Torace: paraurti di un’auto anni ’50 Capo: frecce direzionali Parte superiore delle zampe anteriori: spremi aglio e snocciola olive Addome: paraurti e ventilatore d’auto Zampe posteriori: pezzi di tergicristallo e tappi di fissaggio per cartongesso Struzzo (34x40x15 cm.) Corpo: testa del cilindro di un aspirapolvere Piume, gambe e occhi: parti di una macchina da scrivere Collo: manico di un vecchio tritacarne

Le creazioni di tal genere possono essere inserite in quella corrente che viene denominata “Steampunk”, letteralmente macchina a vapore di scarsa qualità, termine coniato nel 1987 dallo scrittore statunitense K. W. Jeter (quello di Blade Runner, come seguito dell’omonimo film) per indicare il filone letterario fantascientifico che ambienta i suoi racconti nel XIX secolo, nell’epoca della rivoluzione industriale caratterizzata dalla macchina a vapore e che ha avuto precursori illustri (Jules Verne, H. G. Wells, Conan Doyle). Nato come filone letterario, lo Steampunk è divenuto oggi popolare assumendo connotazioni come stile di vita e modo di abbigliarsi, come genere musicale (tra i vari gruppi musicali che seguono tale tendenza, il più noto è stato quello dei Sex Pistols) e come movimento artistico “retrofuturista” (vedi il recente saggio di Étienne Barillier, “Steampunk! L’esthétique rétro-futur”, 2010, Les Moutons Électriques Ed., in particolare la terza parte “Être Steampunk”, dedicata alle performance degli artisti del genere) che tenta di mettere in evidenza l’instabilità e l’obsolescenza della nostra epoca, caratterizzata da una miriade di oggetti e servizi che ci circondano, che non sono sostenibili. “Il nostro modo di vivere è già passato… ma non dovremmo mai disperare di esso… prende il suo significato da quel che facciamo ora…”, come ha chiarito lo scrittore Bruce Sterling nel breve saggio “The User’s Guide to Steampunk” scritto nel 2008 in occasione del GOGBOT Festival dedicato alla Steampunk Art, Music e Technology che si svolge ogni anno in settembre ad Enschede (Paesi Bassi).

Nato a Le Mans (Francia) nel 1963, Edouard Martinet si è laureato presso l’École Supérieure des Arts Graphiques et d’Architecture d’Intérieure di Parigi, città dove ha lavorato come graphic designer fino al 1992 ed in cui ha iniziato a presentare alcune sue opere in mostre collettive. Trasferitosi per lavoro nella Charente, vive dal 1995 a Rennes dove insegna presso il locale Institut des Arts Appliqueés, professione che gli consente di poter dedicare tempo alla sua passione e all’allestimento di Mostre personali in Francia, Gran Bretagna, Svizzera. I suoi lavori, molto richiesti dal mercato ed esposti in prestigiose Gallerie d’Arte, fanno mostra di sé in collezioni private, ma possono essere ammirate anche nelle bacheche del Museo Oceanografico di Monaco e nella vetrina del negozio Hermès di Rue du Faubourg Saint Honoré a Parigi.

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Stanziamento disponibile L’importo massimo per il finanziamento dei soprarichiamati progetti è di 83.000,00 euro. Qualora si rendano disponibili risorse in una delle diverse azioni, l’Amministrazione si riserva la possibilità di modificare il riparto delle risorse stanziate.

MINISTERO DELLE POLITICHE AGRICOLE ALIMENTARI E FORESTALI Bando attuativo del Piano d’azione nazionale per l’Agricoltura biologica (Decreto del Capo Dipartimento Politiche competitive del mondo rurale e della qualità, pubblicato sul sito del Mipaaf il 30 dicembre 2010) Finalità In relazione agli obiettivi fissati dal “Programma di azione nazionale per l’agricoltura biologica e i prodotti biologici per l’anno 2008-2009”, il presente decreto individua le iniziative da finanziare per il “Sostegno all’interprofessione” e “Iniziative delle organizzazioni dei produttori”, volte al raggiungimento dei seguenti obiettivi: - migliorare l’organizzazione dell’offerta, sostenendo l’associazionismo tra aziende; - favorire la concentrazione dell’offerta dei prodotti biologici; - favorire lo sviluppo di forme contrattuali interprofessionali che consentano di riequilibrare il potere lungo la filiera tra produttori, intermediari e dettaglianti; - favorire la costituzione di strutture e reti di vendita con carattere di continuità; - sostenere lo sviluppo e il rafforzamento delle piattaforme logistiche specializzate per il biologico; - migliorare l’efficienza della filiera ottimizzando i processi produttivi e/o i circuiti di raccolta o di trasformazione, creando economie di scala, anche allo scopo di ridurre i prezzi al consumo e garantire la giusta remunerazione ai produttori; - sostenere azioni di divulgazione e comunicazione del settore biologico; - sostenere lo sviluppo dell’agricoltura biologica. “Sostegno all’interprofessione” Possono essere finanziate azioni coordinate tra produttori, trasformatori e distributori, garantite da accordi scritti, che prevedono la realizzazione di un “progetto pilota” finalizzato ad almeno una delle seguenti azioni: - creazione e sviluppo di forme innovative di commercializzazione (con l’esclusione di portali internet); - creazione o potenziamento delle piattaforme logistiche specializzate per il biologico (impianti comuni di stoccaggio, trasformazione e commercializzazione, ecc); - acquisto/leasing/noleggio di attrezzature dedicate; - altre azioni per il rafforzamento della filiera, rispondenti alle finalità di cui sopra.

Spese ammissibili Sono ritenute ammissibili i seguenti costi: - spese per l’acquisto/leasing/noleggio di attrezzature “dedicate” nonché per la realizzazione/acquisizione/potenziamento di impianti di stoccaggio, stagionatura, conservazione e trasformazione, ecc., per la costituzione/ampliamento di centri unici di commercializzazione dei prodotti; - spese per il personale dedicato al progetto, l’organizzazione di incontri, gruppi di lavoro e comitati tecnici, spese di viaggio e soggiorno dei partecipanti, spese di coordinamento, spese per la redazione e pubblicazione di atti e documenti tecnici, spese per le prestazioni immateriali connesse al progetto (assistenza tecnica, studi speciali e altri servizi di consulenza). Dette spese dovranno essere funzionali alla realizzazione del progetto pilota. Tali progetti potranno usufruire di un contributo massimo pari all’80% del costo totale del progetto e comunque non superiore a euro 83.000,00 euro. Beneficiari Sono ammessi a presentare i progetti i soggetti in possesso dei seguenti requisiti: a) riuniscono o si impegnano a riunire con atto pubblico operatori di tutti i segmenti della filiera (produzione, trasformazione e commercializzazione); b) operano esclusivamente nell’ambito del settore biologico e/o biodinamico; c) almeno uno dei soggetti che partecipa all’aggregazione abbia, da solo, sedi operative in almeno 3 Regioni. Il requisito di “operare esclusivamente nell’ambito del settore biologico e biodinamico” riguarda tutti i soggetti che partecipano all’ATI e/o che svolgono almeno un’attività prevista dal progetto. In caso di aggregazioni, il soggetto responsabile del progetto è il capofila che deve essere indicato nella fase di presentazione del progetto. “Iniziative delle organizzazioni dei produttori” Possono essere finanziate: - azioni di informazione e divulgazione che prevedono l’utilizzo delle diverse forme di comunicazione (video, giornali, eventi, ecc); - corsi di formazione diretti agli operatori biologici del set-

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termine di cui al comma 1, previa presentazione di istanza motivata e relazione sullo stato di attuazione dell’attività realizzata.

tore primario; - assistenza tecnica non ordinaria. Stanziamento disponibile L’importo massimo per il finanziamento dei soprarichiamati progetti è di 819.000,00 euro Qualora si rendano disponibili risorse in una delle diverse azioni, l’Amministrazione si riserva la possibilità di modificare il riparto delle risorse stanziate. Spese ammissibili Sono ritenuti ammissibili: - le spese per la partecipazione a mostre e fiere (iscrizione, spese di viaggio e soggiorno,pubblicazioni, affitto stand, premi per concorsi); - le spese inerenti l’organizzazione del programma di formazione e le spese di viaggio e soggiorno dei partecipanti; - i costi dei servizi di consulenza e assistenza tecnica forniti da terzi purché essi non rivestano carattere continuativo o periodico né siano connessi con le normali spese di funzionamento dell’impresa, come la consulenza fiscale ordinaria, i servizi regolari di consulenza legale e i servizi di pubblicità. Tali progetti potranno usufruire di un contributo massimo pari all’80% del costo totale del progetto e comunque non superiore a 102.000,00 euro. Beneficiari Sono ammesse a presentare i progetti: - le Organizzazioni di Produttori e le loro Unioni riconosciute ai sensi del Decreto Legislativo 27 maggio 2005, n. 102, del Reg. (CE) n. 1234/2007 e del Reg. (CE) n. 2200/96. Le Organizzazioni di Produttori devono essere riconosciute per i prodotti biologici o avere un volume di fatturato commercializzato di prodotto biologico pari ad almeno il 20% del totale. Le Unioni di Organizzazioni di Produttori devono avere al loro interno almeno 8 Organizzazioni di Produttori tra quelle riconosciute per i prodotti biologici e quelle che hanno un volume di fatturato commercializzato di prodotto biologico pari ad almeno il 10% del totale; - le Associazioni di Produttori che abbiano una rappresentanza interregionale e un volume di attività calcolato sulla media delle entrate di bilancio degli ultimi 3 anni pari ad almeno 100.000,00 euro, siano costituite da operatori biologici. Dette Associazioni devono operare esclusivamente nel settore biologico e/o biodinamico. Per Associazioni di Produttori che abbiano una rappresentanza interregionale si intendono associazioni che riuniscono operatori del settore o loro associazioni/aggregazioni, anche a carattere interprofessionale, con sedi operative in almeno 5 Regioni coinvolte nel progetto. In caso di aggregazioni, il soggetto responsabile del progetto è il capofila che deve essere indicato nella fase di presentazione del progetto. Termine per la realizzazione dei progetti La realizzazione delle attività deve essere completata entro 20 mesi dalla data di registrazione, da parte dell’organo di controllo, del Decreto di concessione contributo. Nel caso di realizzazione del progetto pilota, il beneficiario si impegna a proseguire le attività per ulteriori 12 mesi. Il Ministero si riserva la facoltà di concedere la proroga del

Presentazione progetti e scadenze I progetti devono essere redatti utilizzando esclusivamente i format allegati al Decreto, in particolare dovrà essere indicata una descrizione precisa del contenuto del progetto articolata in: 1. Presentazione del soggetto proponente e degli eventuali soggetti aggregati dalla quale risulti il possesso dei requisiti di ammissibilità (allegando la relativa documentazione giustificativa); 2. Criticità del contesto ed obiettivi del progetto; 3. Descrizione del progetto: 3.1 obiettivi perseguiti e risultati attesi, 3.2 descrizione delle azioni con il dettaglio del ruolo svolto da ogni soggetto coinvolto, 3.3 tempi e luoghi di realizzazione del progetto (durata in mesi), 3.4 metodo di valutazione ed indicatori utilizzati. 4. Piano finanziario del progetto (dettagliato per anno) con l’indicazione della partecipazione finanziaria di ciascun soggetto coinvolto. 5. Nel piano finanziario devono essere previste le spese per la valutazione, il monitoraggio e la verifica amministrativa. I progetti devono pervenire in duplice copia, accompagnati da una lettera di trasmissione sottoscritta dal legale rappresentante del soggetto proponente (nel caso di aggregazioni dal legale rappresentante del soggetto capofila), a pena di esclusione entro e non oltre le ore 14,00 del 28 febbraio 2011, al seguente indirizzo:. Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali Dipartimento delle politiche competitive del mondo rurale e della qualità Direzione generale dello sviluppo agroalimentare e della qualità - Ufficio agricoltura biologica SAQ X Via XX Settembre n. 20 - 00187 Roma I progetti pervenuti saranno esaminati e valutati da un’apposita Commissione di valutazione tecnico-amministrativa, nominata dal Capo Dipartimento, sulla base dei criteri stabiliti dall’Art. 8 del Decreto. Per ulteriori informazioni e per scaricare gli allegati si rinvia al sito www.politicheagricole.it alla sezione bandi.

MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO Bando “Progetti esemplari di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili su edifici pubblici” Finalità Con Avviso Pubblico del 30. 12. 2010 della Direzione generale per l’energia nucleare, le energie rinnovabili e l’efficienza energetica, ha preso avvio una nuova procedura ad evidenza pubblica per il sostegno di progetti innovativi ed esemplari riguardanti la realizzazione di impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili su edifici di proprietà pubblica, in grado di avviare una trasformazione industriale

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su base locale, relativa alla produzione di beni e la fornitura di servizi specifici e di sollecitare un cambiamento culturale nelle amministrazioni e nelle popolazioni coinvolte.

I costi relativi alle macchine frigorifere e sistemi ausiliari si sommano ai costi dell’impianto di produzione dell’energia termica (cogenerazione e solare termico)

Soggetti beneficiari Possono presentare progetti, i Ministeri, le Università, le Regioni, le Province, i Comuni e le Comunità Montane, delle aree dell’obiettivo Convergenza (Campania, Puglia, Calabria e Sicilia) proprietari degli immobili per i quali presentano progetti.

I suddetti costi massimi ammissibili sono incrementati del 15% qualora gli interventi siano realizzati su edifici di pregio sottoposti a vincolo ai sensi del D. Lgs. n. 42/2004 e s. m. i.

Dotazione finanziaria Le risorse disponibili sono pari a 20 milioni di euro a valere dal Programma Operativo Interregionale (POI) Energia 2007-2013 sulla linea di attività “Interventi a sostegno della produzione di energia da fonti rinnovabili nell’ambito dell’efficientamento energetico degli edifici e utenze energetiche pubbliche o ad uso pubblico” che tra i suoi principali obiettivi prevede l’aumento della quota di energia proveniente da fonti rinnovabili e il miglioramento dell’efficienza energetica, promuovendo al contempo le opportunità di sviluppo locale e di nuova occupazione. Progetti finanziabili I Progetti saranno selezionati mediante una procedura valutativa a graduatoria e beneficeranno di un contributo pari al 100% delle spese ammissibili. I contributi, non cumulabili con alcun altra forma di contributo incentivo in conto esercizio, né con alcuna forma di agevolazione fiscale, potranno essere erogati per progetti che presentino caratteristiche di innovatività 4ed esemplarità, in relazione alla natura e alle funzioni degli edifici interessati, all’integrazione ambientale con particolare riferimento alle iniziative ricadenti in aree di pregio ambientale, al mix delle fonti di energia utilizzate e alle caratteristiche tecniche e tecnologiche degli impianti che dovranno essere esclusivamente del tipo:

Spese ammissibili Le spese ammissibili riguardano: - spese tecniche (progettazione, direzione lavori, collaudo e certificazione degli impianti); - fornitura dei beni, dei materiali e dei componenti necessari alla realizzazione dell’iniziativa; - installazione e posa in opera degli impianti di produzione di energia elettrica e/o termica da fonte rinnovabile; - eventuali opere edili strettamente necessarie alla realizzazione dell’intervento; - sistemi di acquisizione dati e analisi delle prestazioni per il monitoraggio; - spese relative alla pubblicità dei bandi e avvisi, quali somme a disposizione della stazione appaltante, nel limite massimo del 2% dell’importo complessivo dei lavori fissato quale base di gara. Il costo complessivo ammesso, al netto delle spese per il Piano di comunicazione che debbono accompagnare i progetti, pena la non ammissibilità, per singola iniziativa è compreso tra 300.000-1.000.000 di euro. Presentazione delle domande e scadenze Le domande di partecipazione, corredate della relativa documentazione e redatte secondo lo schema dell’Allegato A, dovranno essere trasmesse mediante raccomandata A/R - o altro mezzo di spedizione equivalente per legge, a partire dal 1° aprile e fino al 20 aprile 2011 (non saranno prese in considerazione istanze spedite prima del termine iniziale e oltre il termine finale), al seguente indirizzo: Ministero dello Sviluppo Economico - Direzione Generale per l’Energia Nucleare, le Energie Rinnovabili e l’Efficienza Energetica Via Molise, 2 - 00187 Roma Sul sito web del MSE è possibile trovare tutte le indicazioni utili per partecipare all’iniziativa e chiarimenti in merito all’Avviso possono essere richiesti unicamente al seguente indirizzo di posta elettronica: poienergia@sviluppoeconomico.gov.it.

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i quesiti dei lettori: L’ESPERTO RISPONDE a cura di Leonardo Filippucci

In materia di Valutazione Ambientale Strategica, l’autorità competente può coincidere con l’autorità procedente? Il Consiglio di Stato, con sentenza 12 gennaio 2011 n. 133, nel riformare una sentenza del TAR Lombardia Sede di Brescia che si era espressa per l’incompatibilità tra autorità competente e autorità procedente, ha ritenuto che, sebbene dalle definizioni contenute nell’art. 5 del D. Lgs. 152/2006 «risulta chiaro che entrambe le autorità de quibus sono sempre “amministrazioni” pubbliche, in nessuna definizione del Testo Unico ambientale si trova affermato in maniera esplicita che debba necessariamente trattarsi di amministrazioni diverse o separate (e che, pertanto, sia precluso individuare l’autorità competente in diverso organo o articolazione della stessa amministrazione procedente). Né appaiono decisivi, in tal senso, i richiami testuali dai quali la parte originaria ricorrente ritiene di ricavare la conferma indiretta di tale necessaria separatezza (e, in particolare, la previsione ex art. 9, d.lgs. nr. 152 del 2006 della possibilità di “accordi” che l’autorità competente può concludere anche con l’autorità procedente, oltre che con altri soggetti interessati alla procedura); ciò perché, da un lato, è possibile cogliere altrettanto validi indizi testuali a sostegno di una diversa ricostruzione - come, ad esempio, nell’art. 11 del medesimo decreto, laddove si evidenziano la funzione “collaborativa” all’attività di pianificazione svolta dall’autorità competente alla V.A.S. e il carattere interno di tale ultima fase rispetto alla procedura di formazione del piano o del programma - e per altro verso nessuno di questi indici è assolutamente incompatibile con una possibile individuazione dell’autorità competente in diverso organo all’interno del medesimo ente pianificatore. Più in generale, la Sezione non condivide l’approccio ermeneutico di fondo della parte odierna appellata, che desume la necessaria “separatezza” tra le due autorità dal fatto che la V.A.S. costituirebbe un momento di controllo sull’attività di pianificazione svolta dall’autorità competente, con il corollario dell’impossibilità di una identità o immedesimazione tra controllore e controllato. Siffatta ricostruzione, invero, è smentita dall’intero impianto normativo in subiecta materia, il quale invece evidenzia come già accennato - che le due autorità, seppur poste in rapporto dialettico in quanto chiamate a tutelare interessi diversi, operano “in collaborazione” tra di loro in vista del risultato finale della formazione di un piano o programma attento ai valori della sostenibilità e compatibilità ambientale: ciò si ricava, testualmente, dal già citato art. 11, d.lgs. nr. 152 del 2006, che secondo l’opinione preferibile costruisce la V.A.S. non già come un procedimento o subprocedimento autonomo rispetto alla

agenda

procedura di pianificazione, ma come un passaggio endoprocedimentale di esso, concretantesi nell’espressione di un “parere” che riflette la verifica di sostenibilità ambientale della pianificazione medesima». Secondo il Consiglio di Stato, pertanto, autorità competente e autorità procedente possono coincidere nello stesso ente, purché il cosiddetto parere motivato sia espresso da un organo diverso da quello deputato all’adozione del piano o programma. Nel procedimento di autorizzazione unica di cui all’art. 12 del D. Lgs. 387/2003, la soprintendenza deve esprimersi in conferenza di servizi? Sì. Come recentemente ricordato dal TAR Sicilia Sede di Catania con sentenza 14 gennaio 2011 n. 35, l’art. 12 del D. Lgs. 387/2003 «prevede che la costruzione e l’esercizio degli impianti di produzione elettrica alimentate da fonti rinnovabili sono soggetti ad un’autorizzazione unica rilasciata dalla Regione, che è tenuta a convocare la conferenza di servizi entro 30 giorni dal ricevimento della domanda di autorizzazione (T.A.R. Sicilia, Palermo, Sez. I, 578 del 20.1.2010, n. 578 ). È stata, quindi, prevista un’autorizzazione unica, che sostituisce tutti i pareri e le autorizzazioni altrimenti necessari, e in cui confluiscono anche le valutazioni di carattere paesaggistico, nonché quelle relative all’esistenza di vincoli di carattere storico-artistico, tramite il meccanismo della Conferenza di servizi. Pertanto, l’organo competente al rilascio dell’autorizzazione unica compie la valutazione comparativa di tutti gli interessi coinvolti, tenendo conto delle posizioni di dissenso espresse dai partecipanti alla Conferenza di servizi (cfr. Cons. Stato, sez. VI, 22 febbraio 2010, n. 1020), mentre le Amministrazioni interessate dal progetto di realizzazione dell’opera, ivi compresa quella deputata alla tutela del paesaggio, sono tenute a partecipare alla predetta conferenza ed ad esprimere in tale sede i pareri di cui sono investiti per legge, secondo le dinamiche collaborative e dialettiche proprie dello strumento di semplificazione procedimentale voluto dal legislatore nel settore della realizzazione di impianti di energia da fonti rinnovabili. Qualora, invece il singolo parere sia reso al di fuori della conferenza esso è illegittimo per incompetenza assoluta alla stregua di un atto adottato da un’autorità amministrativa priva di potere in materia». Del resto anche l’art. 14-ter, comma 3-bis della Legge 241/1990 (comma aggiunto del D.L. 78/2010) stabilisce oggi espressamente che, in caso di opera o attività sottoposta anche ad autorizzazione paesaggistica, il soprintendente si esprime, in via definitiva, in sede di conferenza di servizi, ove convocata, in ordine a tutti i provvedimenti di sua competenza ai sensi del D. Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42.

Eventi e Fiere

Verona, 17-18 febbraio 2011 ECO(MAKE(2011 - 1a Mostra Convegno Internazionale su materiali e tecnologie per l’edilizia sostenibile Sede: Fiera di Verona Segreteria organizzativa: Piemmeti spa Via Niccolò Tommaseo, 15 - 35131 Padova Tel. +39 049 8753730 - fax +39 049 8756113 info@piemmetispa.com - www.piemmetispa.com Bologna, 1-3 marzo 2011 COM-PA 2010 - Salone Europeo della Comunicazione Pubblica

Sede: Fiera di Bologna Organizzazione: BolognaFiere SpA Viale della Fiera, 20 - 40127 Bologna Tel. 051 282111 - Fax 051 6374004 - www.bolognafiere.it info@compa.it Reggio Emilia, 3-6 marzo 2011 ECOCASA & IMPRESA - Comfort, Benessere & Sostenibilità Sede: Fiere di Reggio Emilia Tel. 0522 503511 - Fax 0522 503555 www.fierereggioemilia.it info@fierereggioemilia.it Informazioni: Keymedia Group Tel. 0522 521033 - 0522 520696 17-20

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Lavoro, Àducia, rilancio dell’economia Bilancio Regionale 2011

LA RIDUZIONE DEI TRASFERIMENTI STATALI: -80%

Regione Marche: debito regionale contratto

2006

2007

2009

2010

660

714

767

830 2008

51 2011

Dopo (2011)

281,4

Confronto trimestrale del tasso di disoccupazione Valori %

173,7

7,3

127,3

103,4

115,4

95,9

94,2

88,0

42,6

57,7

14,3

8,5

11,4

Prima

LA DISOCCUPAZIONE 247,4

Regioni a Statuto Ordinario Variazione tributi pro-capite Valori assoluti Confronto 2005-2009

Basilicata

Trasferimenti Statali annuali alla Regione Marche prima e dopo la manovra nazionale Legge 122/2010: -170 milioni (Valori in milioni di euro)

PRIMATO MARCHE PER RIDUZIONE FISCALE PRO-CAPITE

7,6

6,6

Piemonte

Lazio

Liguria

Lombardia

Molise

ITALIA

Campania

Veneto

Emilia Romagna

Abruzzo

Umbria

Calabria

5,6 Toscana

-42,9

221

(Valori in milioni di euro)

893

943

1.071

1.007 2005

-9,6

“Di fronte alla concertazione sociale ed alla collaborazione istituzionale - dichiara l’Assessore al Bilancio Pietro Marcolini - che anche quest’anno si realizza nella regione, si osserva, nella manovra Ànanziaria del Governo, una chiara volontà di annullare di fatto la capacità gestionale delle risorse, la possibilità di realizzare interventi e assicurare alla comunità i servizi da sempre garantiti. È lecito chiedersi, allora, se la scelta che il Governo ha fatto non sia la negazione del federalismo, tuttora obiettivo principale del suo programma tanto da dedicarvi due Ministeri delineando, nella stretta inevitabi-

2004

del lavoro e lo sviluppo delle piccole imprese con la conferma, nonostante i tagli nazionali, del pacchetto di interventi anticrisi. Alcuni dati esempliÀcativi a rendiconto delle misure regionali

25.000 lavoratori interessati e 500 milioni di Ànanziamenti per resistenza e sviluppo

RIDOTTO IL DEBITO: -38%

Puglia

“Le Marche - dichiara il Presidente della Regione Gian Mario Spacca - resistono, soprattutto sul fronte del lavoro, nonostante la pesantissima crisi internazionale. L’anno prossimo sarà ancora più difÀcile. La Regione ha operato notevoli risparmi di spesa per compensare gli effetti della riduzione di circa -80% dei trasferimenti dello Stato,che comunque restano pesanti. Investiamo su quattro aree prioritarie: coesione sociale, lavoro e occupazione, rilancio dell’economia, nuova imprenditorialità nel turismo e nella cultura. L’impegno del 2011 è di rafforzare la cattura progettuale delle risorse libere nel bilancio dello Stato, dell’UE e degli altri enti internazionali. Su questa Ànalità saranno valutati i dirigenti regionali e sarà potenziata l’integrazione tra istituzioni, per evitare sovrapposizioni. Importante sarà anche la collaborazione tra pubblico e privato.”

le, uno scopo preciso: scaricare le proprie responsabilità, esautorare le scelte decisionali delle Regioni, disunire i territori e minare la coesione tra Regione, Enti locali e cittadini.”

MARCHE

Il 2011 sarà l’anno “orribile” della Ànanza pubblica anche nelle Marche: alla Regione mancheranno circa -170 milioni di euro di trasferimenti statali per i tagli che il Governo nazionale ha deciso con la legge n.122/2010.

Risorse regionali: con il Bilancio 2011 la Regione mette a disposizione della comunità marchigiana un ammontare di risorse proprie di circa 650 milioni di euro, in incremento rispetto all’anno precedente.

III trimestre 2010

ITALIA

Fonte: Rielaborazione dati della Corte dei Conti (Relazione sulla gestione finanziaria delle Regioni esercizi 2008-2009) e Adnkronos

Nonostante questo contesto difÀcilissimo, il proÀlo generale della manovra Ànanziaria regionale 2011 testimonia la qualità e l’efÀcacia della strategia regionale.

III trimestre 2009

MARCHE

Marche 2020: il futuro della comunità marchigiana Bilancio a base zero: realizzati riqualiÀcazioni di interventi, ristrutturazione di capitoli di spesa, risparmi amministrativi (taglio di enti, cda, auto blu, strutture, retribuzioni, numero dirigenti, ecc.) con recupero plurienna-

le di 26 milioni di euro impegnati per attenuare gli effetti della riduzione dei trasferimenti dello Stato. Manovre anti-crisi: programmati consistenti investimenti per la protezione

Fonte: Istat, rapporto del 21 dicembre 2010

dell’anno scorso: 15.000 lavoratori coinvolti nei contributi e contratti di solidarietà e negli altri interventi a difesa del lavoro e della coesione sociale; 35.000 lavoratori protetti attraverso il fondo ammortizzatori sociali in deroga per le piccole imprese; 8.000 PMI coinvolte e 350 milioni di Ànanziamenti garantiti attraverso il fondo regionale per l’accesso al credito; completo utilizzo del fondo per

l’azzeramento dell’Irap regionale legato al sostegno dell’occupazione; accordi di programma territoriali e settoriali; sempliÀcazione e rapidità di pagamento della P.A.. Pressione Àscale: nelle Marche è inferiore alla media italiana; dal 2004 le addizionali regionali Irpef e Irap sono state ridotte di -46%, da 169 a 92 milioni di euro; oltre i 2/3 dei cittadini marchigiani sono esentati dall’addizionale Irpef; tra il 2005 e il 2009 in Italia il valore medio dei tributi procapite delle Regioni a Statuto Ordinario è aumentato di +115 euro per cittadino, mentre le Marche registrano la migliore performance Àscale con una diminuzione di -42 euro per cittadino (dati elaborati da Relazioni Corte dei Conti e Adnkronos). Debito contratto: è sceso dai 1070 milioni di euro del 2004 ai 660 previsti nel 2011 (-38%), con un trend in continua discesa, in controtendenza rispetto alle altre Regioni. Conti sanitari: sono in equilibrio, con la spesa sanitaria che da tre anni non registra disavanzi secondo i report del tavolo nazionale di monitoraggio; le Marche sono per questo nel gruppo ristretto di Regioni virtuose e modello in Italia per l’applicazione del federalismo e dei costi standard. Marche al 1° posto per “buona sanità”, secondo gli ultimi dati di confronto tra le Regioni elaborati dalla Commissione parlamentare. Anche il CERM certiÀca con molteplici indicatori di prestazione la qualità elevata del sistema sanitario marchigiano. Evasione Àscale: recupero programmato di 22 milioni di euro, che si aggiungono ai 110 milioni già recuperati nell’ultimo quadriennio.

Cattura di risorse, Casa intelligente, Marche 2020 La Regione è impegnata nella progettualità diretta per la CATTURA DI RISORSE libere nel bilanci statali, europei e internazionali. Tale azione è sempre più strategica considerando il costante venire meno dei trasferimenti automatici di Stato e Unione Europea. Esempi recenti di progettualità virtuose realizzate della Regione Marche: l’accordo di programma per gli interventi a difesa del territorio e a favore di montagna, coste e strade; il meccanismo di finanziamento BEI per le PMI; il progetto Jade nel VII programma quadro di ricerca e innovazione dell’UE. Il Bilancio 2011 definisce il progetto di CASA INTELLIGENTE PER LA LONGEVITÀ ATTIVA: risponde alle esigenze di “security, safety&usability” degli anziani e si lega al progetto di rete nazionale per la longevità attiva vede la Regione Marche quale capofila. La finalità è di arrivare entro il 2015 alla casa intelligente per gli anziani, con ricadute di lavoro, ricerca e investimenti per le PMI in tutti i settori economici con una modalità innovativa (progetto apollo) Nel Bilancio 2011 viene anche definita la priorità MARCHE 2020:

il progetto mira alla collaborazione tra istituzioni, fondazioni, centri di ricerca e formazione, università, per realizzare una visione al 2020 della società e dell’economia regionale; l’obiettivo è offrire alla programmazione a breve medie termine dei policy-makers un orizzonte strategico delle prospettive delle Marche. Nel 2011 la manovra di resistenza anti-crisi interesserà oltre 25.000 lavoratori e attiverà 500 milioni di finanziamenti per la protezione del lavoro, il rilancio dell’economia, la difesa delle fasce deboli della comunità. Il Bilancio Regionale 2011 ha ricevuto il parere favorevole sia del Consiglio Regionale dell’Economia e del Lavoro (CREL) che dal Consiglio delle Autonomie Locali (CAL). Alcuni interventi operativi delle quattro priorità regionali 2011: COESIONE SOCIALE Conferma degli stanziamenti regionali 2010 e fondo aggiuntivo a favore degli Enti locali per compensare i tagli nazionali sui servizi essenziali ai cittadini delle politiche sociali. Incremento del fondo per la non autosufficienza.

LAVORO Contratti e contributi di solidarietà; incentivi per assunzioni di giovani laureati e stabilizzazione contratti precari; agevolazioni sanitarie (esenzioni ticket e farmaci) e sostegno agli studi dei figli di famiglie in difficoltà lavorative; progetti per i precari della scuola; reti territoriali per l’occupazione; blocco canoni Erap; Fondo Sociale Europeo per ammortizzatori sociali in deroga per lavoratori di piccole imprese; progetto Appennino; prestito d’onore per nuove imprese; welfare to work. SVILUPPO Fondo regionale di garanzia per agevolare l’accesso al credito delle PMI; progetto domotica orientato alla longevità attiva; investimenti per ricerca e innovazione; fondo di sviluppo della green economy per lavori delle PMI di efficientamento energetico di scuole e ospedali; finanziamenti BEI agevolati per le PMI. CULTURA E TURISMO Iniziative culturali per nuova occupazione; recupero beni immobili per finalità culturali e turistiche; ammodernamento strutture ricettive; promozione territoriale.


N째

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GENNAIO-FEBBRAIO 2011


INDICE Regione Marche Si cambia aria! Approvate dalla Regione Marche misure per ridurre le polveri sottili a cura della Regione Marche

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Eternit free: “Il sole contro l’amianto” Sottoscritta l’Intesa Regione Marche - Provincia di Ancona Legambiente - AzzeroCO2 per la sostituzione delle coperture in amianto con il fotovoltaico a cura della Regione Marche

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7

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10

La Regione apre la consultazione per l’adeguamento del Piano Paesaggistico al Codice del Paesaggio a cura della Regione Marche

Pre Waste: un progetto europeo per non produrre rifiuti a cura della Regione Marche

ARPA Marche Monitoraggio della qualità dell’aria nella zona dell’impianto COSMARI Uno strumento conoscitivo fondamentale per le politiche di tutela dell’aria di Gianni Corvatta

Informazione e aggiornamento “Future think green”, la nuova ruralità si coltiva a scuola Promuovere una nuova cultura della ruralità è l’obiettivo del concorso rivolto alle scuole superiori ad indirizzo tecnico agrario, turistico e alberghiero della Regione di Silvia Barchiesi

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Approvato il Piano d’Azione regionale per contrastare l’introduzione e la diffusione del Punteruolo Rosso della palma nelle Marche

Lotta al punteruolo rosso della palma 200 mila euro la cifra stanziata di Silvia Barchiesi

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COSMARI L’Assemblea dei Comuni Soci approva il Bilancio per il 2011

Aumenta il contributo per i Comuni che effettuano il Porta a Porta Ottimi risultati raggiunti nel 2010 di Luca Romagnoli

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REGIONE MARCHE

SI CAMBIA ARIA! Approvate dalla Regione Marche misure per ridurre le polveri sottili a cura della Regione Marche

La Giunta regionale delle Marche ha approvato l’Accordo di programma con gli Enti locali sulle misure contingenti per la riduzione delle polveri sottili. L’obiettivo è salvaguardare la salute dei cittadini e al contempo evitare le multe europee. Le misure previste vanno dalla limitazione del traffico veicolare alla riduzione delle emissioni per gli stabilimenti, dai sistemi di abbattimento delle polveri per la combustione delle biomasse alla limitazione delle temperature negli edifici. L’Assessore all’Ambiente, Sandro Donati, ha espresso grande soddisfazione per l’approvazione dell’Accordo di programma: “I contenuti sono il risultato di un’intensa fase di concertazione che si è concretizzata il 18 novembre scorso con la sottoscrizione dell’Intesa Regione Marche - ANCI Marche - UPI Marche, necessaria per trovare una soluzione condivisa per ridurre concretamente i superamenti dei limiti registrati negli ultimi anni nelle zone a più alta densità insediativa e di traffico”. “Il metodo utilizzato - ha aggiunto Donati - è sempre stato improntato alla concertazione e alla condivisione, finalizzato a tutelare la salute dei cittadini e a ridurre le situazioni di criticità ambientale, limitando il più possibile i disagi alla cittadinanza e alle categorie produttive”. All’accordo, che prevede anche una quota di cofinanziamento regionale dei costi necessari all’attuazione dei provvedimenti, è seguita quindi la sottoscrizione da parte dei singoli Comuni interessati dagli sforamenti, che hanno stabilito nel dettaglio le misure antismog. I provvedimenti riguardano infatti solo i 61 Comuni delle Marche inclusi nella zona A (vedi tabella) e solo le porzioni individuate dal sindaco con apposito atto. Di seguito si riportano nel dettaglio le misure antismog stabilite nell’Accordo. Traffico veicolare È previsto il divieto di circolazione su strada dal lunedì al venerdì nelle fasce orarie 8.30-12.00 e 14.30-18.00 delle categorie di veicoli riportate nella tabella. Le limitazione decorreranno entro 10 giorni dall’entrata in vigore delle ordinanze sindacali. autovetture

veicoli commerciali

leggeri ≤ 3,5 t di MTT pesanti > 3,5 t e ≤ 7,5 t di MTT pesanti > 7,5 t e ≤ 14 t di MTT pesanti > 14 t e ≤ 32 t di MTT pesanti > 32 t di MTT

diesel pre Euro e Euro 1 senza e con filtro antiparticolato, Euro 2 senza filtro antiparticolato

pesanti > 14 t e ≤ 32 t di MTT

diesel pre Euro, Euro1 e 2 senza filtro antiparticolato

trattori stradali pesanti > 32 t di MTT bus urbani pullman (bus extraurbani) motocicli > 50 cm3 ciclomotori ≤ 50 cm3

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diesel pre Euro, Euro 1 e 2 senza filtro antiparticolato

diesel pre Euro e Euro 1 senza e con filtro antiparticolato, Euro 2 senza filtro antiparticolato diesel pre Euro, Euro 1 e 2 senza filtro antiparticolato 2 tempi pre Euro pre Euro

Per i veicoli speciali (mezzi agricoli e macchine operatrici) è consentito l’utilizzo nei cantieri e nelle zone agricole o di verde pubblico e privato, situati nei luoghi dei Comuni in zona A, fermo restando che il trasporto dei medesimi nel luogo di impiego deve avvenire mediante altro veicolo consentito. Naturalmente sono state previste eccezioni al divieto per i veicoli del trasporto pubblico (in servizio di linea, inclusi gli scuolabus, mentre rientrano nel divieto quelli a noleggio e quelli turistici in genere), i taxi, i veicoli a noleggio con conducente fino a 9 posti, i veicoli delle forze di polizia e delle forze armate, i veicoli di altri ufficiali e agenti di polizia giudiziaria, i veicoli sanitari e di soccorso, i veicoli per trasporto disabili, i veicoli elettrici, ibridi, a gas metano, GPL, oltre che quelli alimentati a benzina, i veicoli coinvolti nelle manifestazioni sportive di auto d’epoca. Settore industriale e commerciale - riduzione del 10% dei limiti alle emissioni di polveri totali autorizzati entro 60 giorni dalle ordinanze sindacali per gli stabilimenti; - adozione di impianto di abbattimento delle polveri, entro 9 mesi dalle ordinanze sindacali, per le attività commerciali che utilizzano la combustione di biomasse. Edifici pubblici e privati - temperatura massima di 20 °C per gli edifici residenziali, uffici, ricreativi, commerciali e sportivi e di 18 °C per gli edifici industriali e artigianali; i limiti non riguardano ospedali e scuole; - divieto di accensione degli impianti termici a biomassa e da caminetti tradizionali, utilizzati per il riscaldamento domestico privi di sistemi di abbattimento, nel caso nell’unità abitativa siano presenti altri sistemi di riscaldamento. Tali limitazioni decorreranno entro 10 giorni dall’entrata in vigore delle ordinanze sindacali. Senza misure efficaci si rischiano le multe europee Negli ultimi anni nelle Marche, come in molte altre regioni italiane, abbiamo assistito allo sforamento del numero di superamenti consentiti per le polveri sottili già nelle prime settimane dell’anno, tanto che l’Unione europea ha aperto una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia. Solo l’emanazione di provvedimenti efficaci potrà scongiurare le multe sotto forma di minori trasferimenti europei che, data la competenza regionale e locale in tema di interventi per il miglioramento della qualità dell’aria, si tradurranno in minori trasferimenti alle Regioni e di conseguenza agli Enti locali. Le Marche hanno ottenuto dall’Europa una deroga al raggiungimento degli obiettivi fino a giugno 2011: dopo questa data la procedura d’infrazione entrerà nella fase operativa. La normativa prevede che, in caso di superamento dei limiti di legge (per le PM10 la media giornaliera non può superare il valore di 50 μg/ m3 per più di 35 volte all’anno e la media annuale non può superare il valore di 40 μg/m3), l’autorità competente adotti le misure contingenti di breve periodo. Quando il problema è generalizzato su tutto il territorio regionale, è auspicabile un intervento condiviso sia da parte dell’autorità locale (il sindaco) che dell’Autorità regionale.


Al 24 gennaio 2011 hanno firmato l’accordo di programma: la Regione Marche, le Province di Ancona, Fermo e Pesaro e Urbino e 42 dei 61 Comuni ricadenti in zona A. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31

Ancona Agugliano Camerano Camerata Picena Castelfidardo Cerreto d’Esi Chiaravalle Fabriano Falconara Marittima Jesi Loreto Monsano Montemarciano Monte San Vito Numana Osimo Senigallia Sirolo Ascoli Piceno Acquaviva Picena Colli del Tronto Castel di Lama Cupramarittima Grottammare Massignano Monsampolo del Tronto Monteprandone Monte Urano San Benedetto del Tronto Spinetoli Fermo

32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57

Altidona Campofilone Montegranaro Pedaso Porto San Giorgio Porto Sant’Elpidio Sant’Elpidio a Mare Macerata Civitanova Marche Corridonia Matelica Montecosaro Morrovalle Monte San Giusto Pollenza Porto Recanati Potenza Picena Recanati Tolentino Pesaro Cartoceto Colbordolo Fano Gabicce Mare Mondolfo Montelabbate

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Montemaggiore al Metauro

59 60 61

Saltara San Costanzo Sant’Angelo in Lizzola

CARTINA Nella cartina sono evidenziati in celeste i 42 Comuni che hanno sottoscritto l’accordo e in rosso i 19 Comuni che non hanno ancora aderito. I rimanenti Comuni sono quelli non interessati dalle misure antismog.

I Comuni aderenti sono evidenziati in verde: 42 su 61 totali ricadenti in zona A (quelli cioè interessati dalle misure). Per la situazione aggiornata si rimanda al sito internet www.ambiente.regione.marche. it (sezione Aria). I Comuni delle Marche non presenti in tabella rientrano nella zona B (esclusa dai provvedimenti antismog).

Monitoraggio, zonizzazione e piano di azione I principali inquinanti dell’aria (polveri sottili comprese) sono monitorati dalla Regione Marche attraverso una rete composta da nove centraline, selezionate tra quelle di proprietà delle Province, rappresentative dell’esposizione media della popolazione secondo quanto previsto dalla direttiva europea di riferimento. Sulla base della valutazione della qualità dell’aria, la Regione ha suddiviso (con DACR n. 52/2007) i Comuni delle Marche in due zone: - zona A dove i livelli di uno o più inquinanti comportano il rischio di superamento del valore limite; - zona B dove i livelli degli inquinanti sono inferiori ai valori limite e sono tali da non comportare il rischio di superamento degli stessi. Con lo stesso provvedimento la Regione ha anche approvato il Piano di azione contenente le misure da attuare nel breve periodo per ridurre il rischio di superamento dei limiti. L’autorità competente all’adozione delle misure varia a seconda dei superamenti rilevati. Attraverso la stipula dell’intesa la Regione ha intrapreso un percorso concertato e condiviso con le Province e i Comuni delle Marche.

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ETERNIT FREE: “IL SOLE CONTRO L’AMIANTO” Sottoscritta l’Intesa Regione Marche - Provincia di Ancona - Legambiente AzzeroCO2 per la sostituzione delle coperture in amianto con il fotovoltaico a cura della Regione Marche

Promozione delle fonti di energia rinnovabili; bonifica dell’amianto; valorizzazione degli immobili e nuova economia verde: sono questi gli obiettivi che si pone l’Intesa “Marche - Provincia di Ancona - Eternit free” sottoscritta il 24 gennaio 2011 dal Presidente della Regione Marche, Gian Mario Spacca, dal Presidente della Provincia di Ancona, Patrizia Casagrande, dal Presidente di Legambiente Marche, Luigino Quarchioni, e dall’Amministratore delegato di AzzeroCO2, Mario Gamberale. L’Assessore all’Ambiente Sandro Donati ci tiene a sottolineare che: “Le Marche, prima fra tutte le Regioni italiane, ha deciso di aderire alla campagna “Eternit free” promossa da Legambiente e AzzeroCO2 per eliminare l’amianto ancora presente nelle coperture degli edifici, beneficiando degli incentivi speciali introdotti dallo Stato.” In mancanza di un obbligo alla bonifica dell’amianto, se non quando deteriorato, e in mancanza di contributi specifici, l’intesa si prefigge l’obiettivo di sostituire le coperture contenenti amianto degli edifici di proprietà di imprese, enti e cittadini, a partire dalla Provincia di Ancona, con impianti fotovoltaici, usufruendo dell’extra incentivo previsto dalla normativa nazionale del “conto energia”. Nel caso di sostituzione delle vecchie coperture contenenti amianto con nuove coperture integrate con pannelli fotovoltaici, l’incentivo statale viene infatti innalzato del 10%. Dopo l’approvazione del provvedimento regionale sull’individuazione delle aree non idonee all’installazione degli impianti fotovoltaici a terra, con questa intesa si intende ulteriormente indirizzare sogget-

ti pubblici e privati verso l’installazione di impianti fotovoltaici sulle coperture già esistenti, evitando il consumo di ulteriore suolo e forti impatti paesaggistici. I proprietari degli immobili (capannoni industriali, artigianali, agricoli, edifici pubblici, ecc.) trarranno almeno tre grandi vantaggi dall’adesione alla campagna: 1. sostituire a costo zero la copertura in amianto evitando il futuro costo di incapsulamento-sovracopertura-rimozione nel caso di deterioramento; 2. tagliare i costi dei consumi elettrici; 3. incrementare il valore dell’immobile. Dal punto di vista prettamente ambientale e sanitario l’intesa mira a: - ridurre la presenza sul territorio regionale di un materiale molto diffuso in edilizia che, se in cattivo stato, rappresenta una minaccia per l’ambiente e la salute dei cittadini; - incrementare la produzione elettrica da rinnovabili riducendo la dipendenza dalle fonti fossili in linea con gli obiettivi del PEAR. L’intesa inoltre fornirà un ulteriore stimolo all’economia “verde”, offrendo nuove opportunità a progettisti, tecniciinstallatori e agli operatori della gestione e smaltimento dei materiali contenenti amianto. Legambiente Marche avrà il compito di diffondere l’iniziativa sul territorio attraverso l’attivazione di uno sportello informativo, mentre AzzeroCO2, in qualità di Energy service company, fornirà assistenza alle imprese nella fase di redazione del progetto e potrà anche finanziarne la realizzazione.

L’obiettivo operativo dell’intesa è la sostituzione di circa 200 tetti in eternit con altrettanti tetti fotovoltaici per una potenza obiettivo pari a circa 20 MW, un ulteriore utile contributo al raggiungimento degli obiettivi del PEAR. L’intesa è stata preceduta da una fase di coinvolgimento delle Associazioni di categoria industriali, artigianali, agricole e delle Camere di commercio, volto alla condivisione degli obiettivi dell’iniziativa e alla richiesta di una collaborazione nell’attività di informazione e sensibilizzazione verso le imprese. Le adesioni verranno raccolte attraverso i moduli presenti nel sito internet www.azzeroco2.com (campagna “Provincia eternit free”). Le imprese che aderiranno avranno a disposizione un sopralluogo gratuito per valutare la fattibilità tecnica ed economica della sostituzione, dopodiché saranno libere sia di procedere o meno con la sostituzione sia di scegliere i partner tecnici e finanziari con cui operare. È chiaro che la sostituzione può avvenire attingendo a risorse proprie dell’impresa o gratuitamente attraverso la cessione del diritto di superficie della copertura a favore della Energy service company per 20 anni, cioè per tutta la durata degli incentivi del “conto energia”. Un aspetto di grande rilevanza, su cui richiama l’attenzione l’Assessore regionale Sandro Donati, è che: “Grazie al progetto possono aderire anche le piccole realtà. Quando infatti la copertura interessata dalla sostituzione non raggiunge la soglia minima necessaria per ottenere il finanziamento, questa può essere gestita attraverso la modalità dei “gruppi di acquisto”. Una volta raggiunta la soglia minima si procederà alla sostituzione delle coperture di tutte le imprese appartenenti al gruppo.” Scade il prossimo 30 marzo il bando per la concessione di contributi “Interventi di sostituzione delle coperture in eternit degli edifici pubblici con impianti fotovoltaici”. è possibile scaricare il bando dal sito internet www. ambiente.regione.marche.it sezione Bandi.

Luigino Quarchioni (Legambiente Marche); Patrizia Casagrande (Provincia di Ancona); Gian Mario Spacca (Regione Marche) e Mario Gamberale (AzzeroCO2)

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LA REGIONE APRE LA CONSULTAZIONE PER L’ADEGUAMENTO DEL PIANO PAESAGGISTICO AL CODICE DEL PAESAGGIO a cura della Regione Marche

La Regione Marche ha intrapreso un processo di verifica e aggiornamento del vigente Piano paesistico ambientale regionale (PPAR) rispetto al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio e alla Convenzione Europea per il paesaggio. Il nuovo documento, in linea con le definizioni del Codice, sarà denominato Piano paesaggistico regionale (PPR) e vedrà la luce solo dopo la fase di concertazione e consultazione attualmente in corso. Il processo di adeguamento ha finora prodotto un Documento preliminare (DGR 140/2010) composto da: una relazione scientifico-metodologica; una relazione illustrativa; una relazione di sintesi; letture preliminari; la descrizione dei macroambiti; la descrizione degli ambiti di paesaggio; le cartografie. Il paesaggio delle Marche viene descritto nel Documento preliminare attraverso l’organizzazione in “ambiti”, 20 in totale, rispetto ai quali sarà possibile elaborare strategie e progetti di paesaggio. Gli ambiti, infatti, pur non potendo essere considerati omogenei al loro interno, comprendono territori connessi e resi simili da relazioni naturalistico-ambientali, storico-culturali, insediative. La loro estensione è tale da poter garantire un’efficiente gestione di progetti definiti sulla base delle caratteristiche paesaggistiche locali “Con l’approvazione del Preliminare - sottolinea l’Assessore all’Ambiente Sandro Donati - la Giunta ha anche previsto l’avvio di una fase di concertazione con gli Enti di governo del territorio (Province, Comuni, Enti Parco e Comunità Montane) volta all’approfondimento e alla condivisione del documento. In questa fase di confronto viene utilizzato lo strumento dell’analisi SWOT, applicata a livello di singolo ambito di paesaggio, in quanto utile a facilitare e promuovere la discussione.” L’analisi dei punti di forza, dei punti di debolezza, delle opportunità e delle minacce, applicata agli ambiti di pae-

saggio, permetterà agli enti di partecipare, attraverso le loro strutture tecniche, al processo di adeguamento, contribuendo alla definizione di nuovi obiettivi di qualità e di politiche attive del paesaggio. Le consultazioni sono aperte anche ai cittadini: è possibile infatti segnalare luoghi di particolare valore dal punto di vista paesistico, culturale, storico, architettonico o aree degradate da riqualificare attraverso tre strumenti: 1. Analisi SWOT. È possibile inviare la propria lettura dei punti di forza/debolezza e opportunità/minacce in relazione al paesaggio per il proprio ambito di appartenenza e/o per l’intero territorio regionale. 2. Questionario. È possibile compilare un breve questionario sulla “percezione del paesaggio”. 3. Invio altre segnalazioni. In alternativa alle precedenti analisi, è possibile inviare segnalazioni su elementi, positivi o negativi, presenti nel nostro paesaggio e ritenuti di interesse. L’e-mail di segnalazione può essere integrata da testi descrittivi, da foto, da mappe e da altro materiale ritenuto utile per una adeguata descrizione dell’elemento di interesse. I contributi possono essere inviati all’indirizzo e-mail: info. vas@regione.marche.it. Per conoscere il calendario degli appuntamenti con gli Enti locali e per partecipare alle consultazioni da parte del pubblico, si rimanda al sito internet www.ambiente.regione. marche.it, sezione Paesaggio.

Foto di Guido Guidi

Foto di Mariano Andreani

La Convenzione europea del Paesaggio ha portato l’attenzione di decisori pubblici e cittadini oltre che sui paesaggi dell’eccellenza anche sui cosiddetti “paesaggi ordinari”. Questo indirizza il PPR su nuovi temi e nuovi strumenti di governo del paesaggio.

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PRE WASTE:

UN PROGETTO EUROPEO PER NON PRODURRE RIFIUTI a cura della Regione Marche

La prevenzione nella produzione dei rifiuti è l’obiettivo gerarchicamente superiore ad ogni altra strategia di gestione dei rifiuti: ciò è fissato a livello europeo (direttiva 2006/12/CE, direttiva 2008/98/CE e VI programma di azione per l’ambiente) e ripreso sia dalle leggi nazionali che da quelle regionali. La prevenzione è inoltre l’azione che maggiormente garantisce la sostenibilità delle attività economiche in termini

di prelievo delle risorse naturali e di restituzione all’ambiente in forma degradata: il rifiuto non prodotto non necessita di essere raccolto, trasportato, gestito e smaltito. A fronte di questa riconosciuta priorità non si sono però riscontrati significativi e diffusi risultati sul territorio dell’Unione. Come sostiene l’Assessore ai Rifiuti Sandro Donati: “Le ragioni sono molteplici e, in generale, possono essere attribuite alla complessità delle azioni di prevenzione che spesso comportano un cambiamento delle nostre abitudini. A questo problema si aggiungono poi normative e politiche settoriali che non hanno adeguatamente integrato al loro interno l’aspetto della soste-

nibilità ambientale, per cui possono contrastare l’efficacia delle politiche di prevenzione rifiuti che gli enti cercano di mettere in campo.” Da qui la necessità di incrementare l’efficacia delle politiche pubbliche di prevenzione rifiuti. La Regione (nella struttura del Servizio Territorio Ambiente Energia - P.F. Green economy, Ciclo dei rifiuti, Bonifiche ambientali, Aerca e Rischio industriale), spinta anche dai numerosi tentativi per ridurre la produzione dei rifiuti messi in campo negli ultimi anni, ha quindi proposto di lavorare su questo fronte candidando un progetto nell’ambito del programma europeo Interreg IVC. Lo strumento, pensato per incrementare l’efficacia delle politiche, è quello della condivisione delle informazioni e soprattutto quello dello scambio e del trasferimento di buone pratiche tra i Paesi dell’Unione. Il progetto, denominato “PRE WASTE” (Improve the effectiveness of waste prevention policies in European territories), è stato ammesso al finanziamento europeo: il budget complessivo ammonta a 1,87 milioni di Euro e può contare su un contributo del fondo europeo per lo sviluppo regionale FESR pari a 1,44 milioni di Euro. Il progetto, il cui evento di lancio si è tenuto ad Ancona il 28 e 29 aprile 2010, vedrà impegnati per tre anni nove Paesi comunitari. La Regione Marche è capofila del progetto ed è supportata dalla sua agenzia Sviluppo Marche SpA (SVIM) nella gestione e implementazione del progetto in qualità di segreteria tecnica. Il progetto prevede di: 1. identificare e scambiare le buone pratiche in tema di politiche regionali/locali per la riduzione delle frazioni più pesanti di rifiuti

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(es. imballaggi, rifiuti organici); 2. valutare la trasferibilità di una o più buone pratiche nei territori di ogni partner, anche per individuarne i punti di forza; 3. condividere una metodologia per il monitoraggio e la valutazione dell’efficacia delle politiche di prevenzione delle autorità locali a livello europeo; 4. migliorare la conoscenza e le capacità delle autorità locali/regionali nel promuovere e sviluppare efficaci politiche di prevenzione dei rifiuti; 5. creare uno strumento software in grado di comparare, attraverso l’utilizzo degli indicatori individuati con la metodologia del punto 3, le differenti politiche di prevenzione dei rifiuti sviluppate in ambito europeo. Oltre ad aver centrato uno dei temi prioritari delle politiche ambientali europee, il progetto Pre Waste ha colto in pieno le modalità di organizzazione delle attività e di coinvolgimento dei partner per lo scambio delle informazioni, tanto da essere stato uno dei tre progetti selezionati per essere illustrati all’“Interreg IVC Information Day” (Bruxelles, 24 gennaio 2011), l’appuntamento organizzato per fornire agli aspiranti canditati tutte le informazioni necessarie per poter presentare nel modo migliore le proposte di progetto per la quarta e ultima call di Interreg IVC. Tutti gli aggiornamenti sul progetto sono disponibili nel sito www.ambiente. regione.marche.it, sezione “progetti europei”. Dopo il meeting di lancio del progetto che si è svolto ad Ancona ad aprile 2010, la Regione Marche ha partecipato al secondo appuntamento a Roquetas de Mar in Spagna. In questa occasione sono state selezionate le 50 migliori buone pratiche (tra le 150 inizialmente selezionate dai partner), tra cui 5 delle Marche, in tema di prevenzione rifiuti. Dematerializzazione negli uffici in Belgio, mercatini delle pulci in Italia, azioni di prevenzione della produzione dei rifiuti di cibo, eco-tax in Romania, sono solamente alcuni esempi relativi alle azioni scelte. Le azioni sono ora oggetto di analisi e valutazione. In particolare, si perfezioneranno i criteri per una ulteriore selezione che porterà alla definitiva

individuazione di sole 20 pratiche. È inoltre in corso la creazione di indicatori specifici in grado di monitorare le azioni per poterne valutare l’efficacia. Il progetto prevede ora l’organizzazione di una Conferenza europea sul tema della prevenzione rifiuti che si terrà a Bruxelles il 28 marzo 2011. Si parlerà di pianificazione, di indicatori e di strumenti di tipo normativo e di tipo economico, volti a ridurre la produzione dei rifiuti. Sono poi previste sessioni parallele dedicate a: consumi sostenibili e stili di vita; eliminazione degli imballaggi usa e getta per cibi e bevande; noleggio riparazione - riutilizzo dei beni; come evitare lo spreco degli alimenti.

CENTRI DEL RIUSO: APPROVATE LE LINEE GUIDA La Regione Marche ha recentemente approvato un documento di indirizzo volto a una omogenea ed efficace gestione dei Centri del riuso (DGR 1793/2010). Le linee guida definiscono le caratteristiche e le dotazioni tecniche del Centro, oltre a definire la tipologia di beni usati che possono essere accettati. Il documento è corredato di schemi uniformi per la consegna, l’accettazione e il prelievo del bene usato. Quando un detentore decide di non utilizzare più un bene poiché non soddisfa più le sue esigenze, non è detto che questo non possa ancora soddisfare le esigenze di un altro. Quel bene può così essere ceduto gratuitamente e continuare il suo ciclo funzionale di vita attraverso reti di scambio come ad esempio i Centri del riuso. In concreto, i Centri del riuso sono locali o aree coperte presidiati e allestiti dove si svolge unicamente attività di consegna e prelievo di beni usati ancora utilizzabili e non inseriti nel circuito della raccolta dei rifiuti. Oltre a contrastare la cultura dell’“usa e getta” e a ridurre la quantità di rifiuti da avviare a trattamento/smaltimento, i Centri del riuso consentono anche di sostenere le fasce deboli della popolazione, come i cittadini meno abbienti, che possono disporre a titolo gratuito di un bene ancora funzionante. Le linee guida si aggiungono alle altre iniziative regionali per la prevenzione della produzione di rifiuti: il finanziamento dell’autocompostaggio domestico; l’installazione di erogatori di acqua alla spina; la stipula di un accordo con la grande distribuzione per la riduzione degli imballaggi; il sostegno alle ludoteche regionali del riuso; ecc.

DOPO LA PREVENZIONE… RACCOLTA DIFFERENZIATA PORTA A PORTA! “Fatto il possibile per ridurre la produzione dei rifiuti - sottolinea l’Assessore all’Ambiente Sandro Donati - l’unica alternativa che consente di raggiungere gli obiettivi nazionali di raccolta differenziata è la modalità porta a porta. A dimostrarlo sono i Comuni che scelgono di passare a questa modalità di raccolta e che di anno in anno si aggiungono alla classifica dei Comuni ricicloni delle Marche: nel 2009 sono stati 27 i Comuni che hanno superato la soglia del 50%. I primi tre classificati dell’edizione 2009 (Appignano, Montelupone e Serra de’ Conti) hanno quasi raggiunto l’80% di raccolta differenziata!” Ciò significa che solo una minima parte dei rifiuti viene conferita in discarica abbattendo i costi di smaltimento per il Comune (anche grazie alla legge regionale che disciplina l’ecotassa per lo smaltimento in discarica, che prevede, da un lato lo sconto in funzione della percentuale di RD raggiunta dal Comune e dall’altro l’addizionale per i Comuni sotto gli obiettivi di legge). La quota principale segue invece il percorso virtuoso del riciclaggio con evidenti risparmi per tutta la collettività in termini di consumi energetici e di prelievo di nuove materie prime. Da apprezzare è anche l’impegno delle grandi città, compreso il capoluogo regionale (Ancona), che hanno scelto il porta a porta. La percentuale di RD non è ancora ai vertici della graduatoria Comuni ricicloni, ma il contributo al minor ricorso alle discariche è considerevole, se si considera che in termini assoluti (tonnellate prodotte) nei centri più grandi si produce la quota maggiore dei rifiuti di tutte le Marche.

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ARPA MARCHE

MONITORAGGIO DELLA QUALITÀ DELL’ARIA NELLA ZONA DELL’IMPIANTO COSMARI Uno strumento conoscitivo fondamentale per le politiche di tutela dell’aria di Gianni Corvatta Direttore tecnico scientifico di ARPA Marche

Il COSMARI è il Consorzio per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani cui aderiscono tutti i Comuni della provincia di Macerata. Quello che segue è l’abstract del rapporto sulla valutazione, per i periodi gennaio - dicembre 2008 e 2009, dei livelli degli inquinanti rilevati nell’aria della zona sottoposta a monitoraggio e delle emissioni convogliate prodotte dalla linea di incenerimento dell’impianto. L’impianto del COSMARI, dal 2 luglio 2010, è in possesso di Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), rilasciata dalla Regione Marche ai sensi del D.Lgs.59/05 D.Lgs.152/06. L’intero impianto è comunque tenuto al rispetto di quanto stabilito dal D.Lgs. 133/2005, “Attuazione della Direttiva 2000/76/CE in materia di incenerimento dei rifiuti”, gli effetti negativi sull’ambiente ed i rischi che ne derivano per la salute umana. Il Decreto, entrato in vigore il 28 febbraio 2006, disciplina in particolare: a) i valori limite di emissione (scarichi in atmosfera e idrici) prodotti dagli impianti di incenerimento e di coincenerimento dei rifiuti; b) i metodi di campionamento, di analisi e di valutazione degli inquinanti; c) i criteri e le norme tecniche generali riguardanti le caratteristiche costruttive e funzionali, nonché le condizioni di esercizio degli impianti. L’art. 8 del D.Lgs. 133/2005, delinea i requisiti di base per l’esercizio degli impianti e dispone che:

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- tutte le fasi accessorie al processo di incenerimento (trasferimento e movimentazione interna dei materiali da trattare, pretrattamenti, stoccaggio dei prodotti residui, ecc..), vengano svolte garantendo la riduzione della immissione nell’ambiente degli odori applicando la migliore tecnologia disponibile; - sia raggiunto il più completo livello di incenerimento dei rifiuti (tenore di incombusti in scorie e ceneri <3% in peso); - siano garantiti determinati livelli di temperatura ai gas derivanti dal processo di incenerimento (850 °C per almeno 2 secondi); - l’impianto sia dotato di bruciatori ausiliari da poter impiegare nelle fasi di avviamento e arresto. Per quanto concerne il monitoraggio degli inquinanti alle emissioni in atmosfera, sono previste misurazioni in continuo per NOX, CO, Polveri totali, TOC, HCl, SO2, HF, %O2, Temperatura, Pressione, Vapor Acqueo, Portata volumetrica. L’autorità competente può autorizzare misure periodiche per HCl, HF ed SO2 se il gestore dell’impianto dimostra che le emissioni di tali inquinanti non possono in nessun caso essere superiori ai valori limiti stabiliti. Devono invece

essere misurati, con cadenza almeno quadrimestrale, Metalli pesanti, Mercurio, Idrocarburi Policiclici Aromatici (IPA), Diossine e Furani. I campionamenti, effettuati all’emissione convogliata prodotta dalla linea di incenerimento del COSMARI, e le successive determinazioni analitiche hanno avuto cadenza semestrale e sono stati utilizzati per la verifica del rispetto dei limiti imposti per i seguenti parametri: - Materiale particellare; - Composti inorganici del cloro (HCl); - Ossidi di Azoto (NO2) e di Zolfo (SO2); - Metalli pesanti (Cadmio, Tallio, Mercurio, Antimonio, Piombo, Rame, Manganese, Vanadio, Cromo, Cobalto, Nichel, Arsenico, Ferro, Zinco, Cromo); - Policlorodibenzodiossine e Policlorodibenzofurani (PCDD, PCDF); - Idrocarburi Policiclici Aromatici (IPA). Nella tabella di seguito è riportato il grafico delle polveri sottili relativo ai controlli effettuati nel 2008 e nel 2009 dal Servizio Aria del Dipartimento ARPAM di Macerata. Valutazione della qualità dell’aria La fotolabilità caratteristica delle mo-


lecole degli IPA, unitamente alle condizioni meteoclimatiche, determinano una progressiva riduzione della concentrazione di tali inquinanti nel periodo primaverile, che tende a ridursi verso valori quasi nulli in estate. L’incremento delle emissioni dovute al riscaldamento domestico (con impianti alimentati con combustibili liquidi e solidi) e la scarsa capacità di rimescolamento dell’aria, favoriscono un incremento degli IPA nel periodo invernale. Al fine di valutare il rispetto dell’obiettivo di qualità dell’aria per gli IPA, è necessario calcolare la media mobile dei valori giornalieri registrati nel corso dell’anno per il Benzo(a)Pirene (BaP), indicato dalla normativa vigente come tracciante della globalità degli IPA, e confrontarne l’andamento con il valore di riferimento, pari a 1 ng/m3. I valori della concentrazione giornaliera rilevati, per il BaP, si mantengono generalmente al di sotto di 1 ng/m3 e consentono l’elaborazione di un valore medio annuale per l’anno 2008 di 0.13 ng/Nm3 per la stazione ubicata nel comune di Tolentino in Contrada Piane di Chienti, e di 0.27 ng/Nm3 per la stazione di Macerata-Sforzacosta e per l’anno 2009 di 0.28 ng/Nm3 per la stazione ubicata nel comune di Tolentino in Contrada Piane di Chienti, e di 0.36 ng/Nm3 per la stazione di Macerata-Sforzacosta. Il valore di BaP rilevato in località Piane di Chienti è tipico delle zone rurali o a bassa densità abitativa e industriale, mentre la concentrazione determinata a Sforzacosta (in via Natali), pur essendo contenuta è comunque influenzata dal consistente traffico veicolare presente nella zona. I valori medi annuali, per gli IPA e per i metalli, sono stati calcolati sulla base delle concentrazioni medie giornaliere rilevate (campionamenti di 24 h). L’Arsenico, nelle polveri totali e nella frazione PM10 non è mai stato rilevato in concentrazioni apprezzabili (inferiore a 1 ng/m3). Il valore obiettivo fissato D.Lgs. 152/2007, recepimento della Direttiva 2004/107/CE, misurato per il tenore totale della frazione PM10 è pari a 6,0 ng/m3. Per quanto riguarda il Cadmio, il valore di riferimento, proposto dalla WHO come valore guida è pari a 5 ng/m3 (Air quality guidelines for Europe, II edizione, 2001), ed è analogo al valore obiettivo fissato D.Lgs. 152/2007, recepimento della direttiva 2004/107/CE,

valido dal 31 dicembre 2012 e misurato per il tenore totale della frazione PM10 calcolata in media su un anno civile. La media annuale dei valori rilevati durante il periodo di monitoraggio (anni 1997-2009) nella stazione sita in località Piane di Chienti è progressivamente scesa a partire dal 2007 fino a 0.3 ng/ m3, mentre per la stazione di Sforzacosta (anni 2003-2009) il valore medio annuale è sceso nel 2009 a 0.4 ng/m3. Per quanto riguarda il Piombo, il profilo dei valori medi annuali elaborati a partire dal 1997, è coerente con la progressiva riduzione del consumo di carburanti per autotrazione contenenti additivi piombo-alchilici. Il valore medio annuale rilevato negli anni 2008-2009 è sensibilmente inferiori allo standard di qualità previsto dalla normativa vigente che, a decorrere dal 1° gennaio 2005, fissa a 0.5 µg/m3 il valore limite annuale per la protezione della salute umana. Le determinazioni relative al Cromo si riferiscono all’elemento, presente nelle polveri, come cromo totale ed hanno permesso di elaborare valori medi annuali che mostrano una progressiva diminuzione nel tempo. Per la stazione “Piane di Chienti”, si passa dagli 80.2 ng/m3 misurati nel 2001 ai 9,4 ng/m3 del 2009. I livelli di concentrazione rilevati contemporaneamente nelle due stazioni di monitoraggio sono confrontabili, così come lo è il valore medio annuale calcolato. I dati a disposizione riportati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, riferiti al cromo totale, indicano per l’aria ambiente livelli di concentrazione compresi nel range 5-200 ng/m3. Il Mercurio viene determinato presso

la stazione sita in località Sforzacosta a partire dal dicembre 2004. Per l’aria i valori di riferimento sono quelli previsti dalle linee guida dell’OMS, in particolare il valore consigliato per la tutela sanitaria relativa alle esposizioni a lungo termine negli ambienti di vita è 1.000 ng/m3 calcolato come media annuale. Dal confronto dei livelli di mercurio determinati a Sforzacosta con le medie europee, si evince che la zona monitorata rientra pienamente nel range tipico delle aree rurali e presenta concentrazioni irrisorie rispetto al valore guida dell’OMS. L’OMS non ha proposto valori guida per la qualità dell’aria riferiti a PCDD/PCDF (diossine), poiché l’esposizione dovuta all’inalazione diretta è generalmente trascurabile rispetto a quella derivante dall’alimentazione. Secondo quanto riportato dall’OMS, la concentrazione di PCDD/PCDF stimata nelle aree urbane è di circa 0.1 pg ITEQ/m3, valori superiori a 0.3 pg I-TEQ/m3 denotano la presenza di significative sorgenti di emissione. Dal confronto tra i dati derivanti dal monitoraggio e i valori stimati dall’OMS, si deduce che la zona vicina all’impianto del COSMARI presenta valori di tossicità mediamente inferiori a quelli che caratterizzano un’area urbana. Il report completo si può scaricare dal sito: www.arpa.marche.it area ARIA sezione DOWNLOAD

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INFORMAZIONE E AGGIORNAMENTO

“FUTURE THINK GREEN”, LA NUOVA RURALITÀ SI COLTIVA A SCUOLA Promuovere una nuova cultura della ruralità è l’obiettivo del concorso rivolto alle scuole superiori ad indirizzo tecnico agrario, turistico e alberghiero della Regione di Silvia Barchiesi

Altro che roba da vecchi… L’agricoltura, come il futuro, è un’impresa da giovani! È questo il messaggio che “Future think green”, il progetto promosso dalla Regione Marche nell’ambito delle attività di comunicazione del Programma di Sviluppo Rurale (PSR) 20072013 e rivolto alle scuole superiori ad indirizzo tecnico agrario, turistico e alberghiero, lancia ai giovani di oggi. Mandare in soffitta il vecchio stereotipo da cartolina di una ruralità statica e tradizionalista è lo scopo del progetto che apre le porte della scuola alla nuova agricoltura del futuro, quella che ha a che fare con le reti, i robot e i computer. Eppure nell’immaginario collettivo dei giovani, l’agricoltura spesso è ben altro. Di qui la necessità di sostituire la visione bucolica dell’agricoltura di ieri con quella tecnologica ed innovativa dell’agricoltura di oggi, fondando così le basi per la nuova agricoltura di domani. Occorre cominciare a “coltivare” una nuova “cultura rurale” proprio a scuola, affinché la ruralità diventi per i giovani espressione delle capacità innovative e imprenditoriali della società della conoscenza, oltre che un nuovo modello “anti-crisi”a cui guardare con interesse, tutt’altro che da snobbare, perchè vincente sotto il profilo dell’economia, della qualità della vita e della sostenibilità ambientale. Per questo il progetto affianca ad un’attività formativa mirata un vero e proprio “laboratorio di idee” in grado di coinvolgere in modo diretto, consapevole e creativo quei giovani che si troveranno presto a cercare uno spazio nel mercato del lavoro, stimolando in loro proposte concrete e progetti innovativi legati alla ruralità e all’opportunità che questa offre dal punto di vista professionale. Il progetto, che concluderà la sua prima fase il prossimo marzo, porterà i giovani, studenti di oggi e imprenditori di domani, ad esplorare le “Marche rurali” con i suoi prodotti e le sue bellezze

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paesaggistiche, un bagaglio di ricchezze da conoscere e da apprezzare, per diventare protagonisti dello sviluppo del territorio in grado di valorizzare il suo potenziale. In questo modo, grazie a “Future think green”, il mondo agricolo riacquista una rinnovata centralità anche a scuola. Il suo modello di sviluppo diventa, oltre che un caso da studiare, un’opportunità a cui guardare con interesse. La figura dell’imprenditore agricolo, ormai lontano dal vecchio stereotipo del coltivatore diretto, diventa un esempio, un modello a cui puntare. Tanti i temi che ruotano attorno alla ruralità che verranno sviscerati nel corso del progetto dai partecipanti. Agli studenti verrà fornito un kit completo di informazioni e nozioni, comprendente materiali didattici, approfondimenti e una bibliografia essenziale di riferimento, necessari per lo sviluppo dei lavori, oltre che per creare basi innovative e interdisciplinari di pensiero e di ricerca sul mondo rurale. La discussione sulla ruralità di oggi e di domani avverrà principalmente sul web, in maniera collaborativa e partecipativa. La piattaforma di scambio fra studenti e il Comitato scientifico del piano di comunicazione PSR sarà, infatti, il blog “quiblogprsmarche.it”. Al termine del progetto, ogni scuola invierà un proprio elaborato in forma scritta, fotografica, audiovisiva o multimediale, sviluppando uno dei temi scelti fra quelli proposti dal concorso. Gli elaborati prodotti saranno, inoltre, oggetto di una capillare azione di citizen journalism e verranno pubblicati su alcune testate locali, sia cartacee che web, oltre che nel blog e nel canale tematico “Future think green” di facebook e youtube. Saranno così proprio i ragazzi a comunicare ai loro coetanei, con i mezzi e i linguaggi che sono a loro più familiari, che l’agricoltura aspetta i giovani!


Approvato il Piano d’Azione regionale per contrastare l’introduzione e la diffusione del Punteruolo Rosso della palma nelle Marche

LOTTA AL PUNTERUOLO ROSSO DELLA PALMA

200 mila euro la cifra stanziata dalla Regione per la realizzazione del Piano di Silvia Barchiesi

Contro il Punteruolo Rosso che minaccia la Riviera delle Palme di San Benedetto del Tronto (AP) la Regione Marche si mobilita con un Piano d’Azione e stanzia 200 mila euro per contrastare la diffusione del coleottero dannoso per molte specie di palma. È quanto ha approvato il Governo regionale, su proposta del Vice Presidente e Assessore all’Agricoltura, Paolo Petrini. “La diffusione del punteruolo rosso nel nostro territorio - ha dichiarato l’Assessore Paolo Petrini, commentando il provvedimento - crea problemi ambientali ed economici, sia per le difficoltà causate alle attività vivaistiche presenti nelle Marche, che producono e commercializzano diverse specie di palmizi, sia per i possibili riflessi negativi sull’attrattività turistica. Il lungomare di San Benedetto del Tronto, che prende il nome di Riviera delle Palme, così come altre località litoranee del territorio, si caratterizzano infatti per la bellezza del rilevante patrimonio floristico presente. Per questo, aspettando che Roma faccia la sua parte, abbiamo approvato un vero e proprio piano d’azione che coinvolge Regione, ASSAM, ed enti locali”. La lotta al Rhynchophorus ferrugineus, il nome scientifico del coleottero originario dell’Asia meridionale diffusosi poi anche in Medio Oriente, Nord Africa, Australia ed Europa, diventa, dunque, nelle Marche obbligatoria.

Risalgono al 2005 le prime segnalazioni in Italia e nella nostra regione. Il Servizio fitosanitario regionale, i cui compiti sono stati assegnati all’Agenzia per i Servizi nel Settore Agroalimentare nelle Marche (ASSAM), sin dal 2007 ha segnalato la sua presenza nel Piceno. È principalmente qui, nella zona sudcostiera delle Marche che l’insetto si è maggiormente diffuso causando i maggiori danni. Tra i Comuni “infestati” dall’insetto nocivo per le palme troviamo San Benedetto del Tronto, Grottammare, Cupramarittima e Monteprandone, tutti nella Provincia di Ascoli Piceno. Le palme ad oggi intaccate dal coleottero ammontano a 519, di cui 35 nel 2008, 89 nel 2009 e 395 proprio nel 2010, “annus horribilis” per le palme della nostra regione. Nonostante il recente proliferare dell’insetto, la lotta al Punteruolo Rosso da parte della Regione Marche non è notizia di questi giorni. Con una prima deliberazione, la Giunta regionale, nel 2007 aveva stabilito le misure fitosanitarie per il suo controllo e la sua eliminazione, misure poi integrate da un successivo atto del 2009, sempre della Giunta, che autorizzava alla potatura sferica di risanamento degli esemplari infestati. Successivamente, l’evoluzione della

normativa ha permesso il tentativo di recuperare le palme, laddove in precedenza era obbligatorio l’abbattimento. A livello regionale, un Protocollo d’Intesa tra ASSAM, Provincia di Ascoli Piceno, Università Politecnica delle Marche e i Comuni interessati ha aperto la strada alle sperimentazioni di interventi alternativi all’abbattimento e in particolare all’applicazione di un metodo di lotta integrato, basato sia su specifiche tecniche di potatura, sia sull’uso di prodotti chimici o biologici. Le stesse sperimentazioni, condotte in altri Paesi europei, hanno indotto la Commissione europea, nell’agosto di quest’anno, a modificare le prescrizioni fitosanitarie d’emergenza. Nell’attesa che la nuova decisione della Commissione 2010/467/UE venga recepita in ambito nazionale da un decreto ministeriale, non ancora emanato, e che venga predisposto un Piano d’Azione nazionale al riguardo, la Regione Marche, di fronte all’emergenza, si è attivata con un Piano regionale d’urgenza “Piano d’Azione regionale per contrastare l’introduzione e la diffusione del Punteruolo Rosso della palma nelle Marche” che prevede la stipula di apposite convenzioni con gli enti locali coinvolti e lo stanziamento di ben 200 mila euro, da assegnare all’ASSAM, per la lotta al Punteruolo Rosso nelle Marche.

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COSMARI

L’Assemblea dei Comuni Soci approva il Bilancio per il 2011

AUMENTA IL CONTRIBUTO PER I COMUNI CHE EFFETTUANO IL PORTA A PORTA Ottimi risultati raggiunti nel 2010 di Luca Romagnoli

È tornata a riunirsi l’Assemblea dei Comuni soci del COSMARI. In apertura di seduta, dopo i saluti del Presidente Ing. Fabio Eusebi, Pierluigi Gorani responsabile CONAI area Centronord, si è complimentato con il Consiglio di Amministrazione del Consorzio e con tutti i Sindaci per i risultati raggiunti nella raccolta differenziata e per la qualità dell’impiantistica. “Il COSMARI è un modello d’eccellenza che testimonia a livello nazionale, come un territorio possa fare sinergia, unendo i Comuni di una intera provincia, che lavorano per ottenere successi certi, grazie al porta a porta e grazie ad una gestione integrata di qualità - ha affermato Gorani - CONAI è ben felice, insieme a tutti gli altri consorzi di filiera, di collaborare, nell’ottica del raggiungimento delle finalità dell’accordo ANCICONAI, con COSMARI e con tutti i comuni maceratesi. Subito dopo l’Assemblea è entrata nel vivo con l’approvazione del bilancio preventivo 2011”. Alla relazione del Direttore Ing. Giuseppe Giampaoli è seguita l’illustrazione del resoconto del Consiglio d’Ammini-

strazione. Molto articolata è stata la discussione con diversi interventi dei Sindaci presenti. Il valore della produzione del Bilancio di previsione 2011 del COSMARI ammonta a oltre 31 milioni e 614 mila euro. Gli investimenti sono pari a oltre 21 milioni e 106 mila euro e prevedono 565 mila euro per l’attuazione funzionale degli interventi della raccolta differenziata (contenitori stradali, press container, automezzi, ecc.) e quasi 18 milioni di euro per il completamento ed integrazione degli impianti di recupero e smaltimento di cui per il potenziamento dell’impianto di selezione manuale dei materiali provenienti dalla raccolta differenziata (3 milioni e 550 mila euro), la ricompensazione ambientale dell’ex discarica di Tolentino (1 milione e 870 mila euro), la realizzazione del primo stralcio della nuova discarica di appoggio (4 milioni di euro), il progetto per la riorganizzazione e l’adeguamento della linea di trattamento meccanico biologico della frazione organica dei rifiuti urbani (1 milione e 971 mila euro), le opere di ulteriore minimizzazione degli impianti e di inserimento ambientale degli impianti (338 mila euro), il primo stralcio dell’adeguamento della linea di termovalorizzazione esistente (900 mila euro), l’attuazione del

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alle tariffe dovute dai cittadini, l’urgenza di realizzare la nuova discarica comprensoriale a servizio del COSMARI, che si prevede di avere a disposizione entro il 2011 chiudendo l’attuale fase di emergenza. Inoltre tutti I Sindaci hanno rimarcato l’importanza di mantenere l’attuale assetto della struttura consortile e la relativa gestione integrata dei rifiuti, evitando l’attuazione della proposta avanzata dalla Regione che vorrebbe costituire un ATO unico per l’acqua ed i rifiuti, rendendo vana la gestione in house e di fatto compromettendo quanto sinora realizzato in termini qualitativi e di risultati, oltre che occupazionale,dal COSMARI. Infine, è stato apprezzato il fatto di avere a disposizione in tempi adeguati uno strumento certo di previsione che consente, ad ogni amministrazione comunale, di redigere il proprio bilancio con precisione nei costi dei servizi. Il Bilancio di previsione con due emendamenti presentati dai Comuni di Montecassiano, relativo all’utilizzo delle economie per rimborsare i Comuni che nel 2010 hanno avviato il porta a porta e di Tolentino, che ha chiesto l’impiego di fondi certi per il risanamento della propria discarica, è stato approvato con il solo voto contrario dei Comuni di Macerata e Pollenza.

primo stralcio dell’impianto di fermentazione anaerobica con valorizzazione energetica della FORSU e della FOS (3 milioni di euro), il primo stralcio dell’impianto fotovoltaico (1 milione di euro), la messa a norma dei centri di raccolta comunali (450 mila euro) e l’impianto di pressatura sovvalli in balle per razionale abbancamento in discarica (900 mila euro). Da sottolineare che il contributo erogato da COSMARI ai Comuni che effettuano il servizio di raccolta differenziata porta a porta è salito da 180 mila a 360 mila euro. I criteri di riparto saranno in rapporto ai rifiuti trattati. Per quanto concerne le tariffe di smaltimento dei rifiuti solidi urbani indifferenziati sono state previste tre differenti fasce: • RSU da trattare in impianto conferiti da Comuni senza raccolta porta a porta (192 euro/t); • RSU da trattare in impianto conferiti da Comuni che effettuano la raccolta porta a porta (150 euro/t); • RSU da trattare in impianto conferiti da Comuni con meno di 1.600 abitanti (130 euro/t). Nel corso dei loro interventi i Sindaci hanno esposto il loro punto di vista circa il contenimento dei costi, evitando aumenti

In attesa dell’elaborazione finale dei dati relativi a tutto il 2010, continua a salire la percentuale della raccolta differenziata che lo scorso mese di novembre, su base provinciale, ha raggiunto quota 66,79%. Queste le percentuali dei Comuni dove si effettua la raccolta porta porta: Fiordimonte 87,75%; Matelica 79,95%; Serrapetrona 77,90%; Montecosaro 77,73%; Pievebovigliana 77,64%; Belforte del Chienti 77,31%; Camporotondo di Fiastrone 77,07%; Montelupone 76.77%; Montefano 76,51%; Appignano 76,49%; Esanatoglia 75,99%; Urbisaglia 74,91%; Montecassiano 74,67%; Morrovalle 73,95%; San Severino Marche 73,65%; Potenza Picena 73,51%; Recanati 72,70%; Corridonia 72,26%; Monte San Giusto 71,78%; Castelraimondo 71,75%; Caldarola 71,23%; Ripe San Ginesio 70,92%; Treia 70,88%; Sarnano 70,68%; Loro Piceno 69,23%; Mogliano 69,09%; San Ginesio 67,84%; Tolentino 67,47%; Colmurano 66,04%; Camerino 65,19%; Civitanova Marche 64,47%; Petriolo 63,95%; Gagliole 64,04%; Porto Recanati 63,31%.

Consorzio Obbligatorio Smaltimento Rifiuti Sede legale e operativa Loc. Piane di Chienti - 62029 Tolentino (MC) Tel. 0733 203504 - fax 0733 204014 cosmari@cosmari.sinp.net - www.cosmari.sinp.net

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ENTE MARCHE NEWS


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N째

GENNAIO-FEBBRAIO 2011


SERVIZI SVOLTI: • Smaltimento in discarica per RSU • Cernita e selezione rifiuti differenziati • Raccolta rifiuti ingombranti • Raccolta RAEE • Raccolta RUP

UN VALIDO E QUALIFICATO PUNTO DI RIFERIMENTO AMBIENTALE PER 53 COMUNI . SOCI RICOMPRESI NEL TERRITORIO FRENTANO, SANGRO-AVENTINO, ORTONESE-MARRUCINO E PER L'INTERA REGIONE ABRUZZO

• Raccolta cartucce e toner • Raccolta agrochimici • Servizi di Igiene Urbana • Noleggio container • Fornitura cassonetti per RSU • Fornitura sacchetti e secchielli per la raccolta differenziata • Realizzazione Ecopunti

Certificazione del sistema di gestione ambientale CSQ-ECO in conformità alle norme ISO 14001:2004

IMPIANTI IN DOTAZIONE •

Piattaforma di tipo “A” per la valorizzazione dei rifiuti secchi provenienti dalla raccolta differenziata

4 Centri di Trasferimento RSU indifferenziati e 1 Stazione Ecologica

Discarica per rifiuti non pericolosi

Centrale termo-elettrica alimentata da gas di discarica

Sede amministrativa: Via Arco della Posta n.1 Sede operativa: Via S.P. Pedemontana Loc. Cerratina 66034 - Lanciano (Ch) C.F. e P.Iva 01537100693

Tel. 0872/716332 Fax. 0872/715087

email: info@ccsrl.eu sito web: www.ccsrl.eu


INDICE Manifestazioni e Convegni Riciclabruzzo 2010: + 3% di rd nel primo semestre 2010 Alla quarta edizione della convention abruzzese sui rifiuti, lo stato dell’arte del settore fra buone pratiche e rischio emergenza di Alberto Piastrellini

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Informazione e aggiornamento Approvato dalla Regione Abruzzo un Avviso pubblico che apre allo smaltimento dei rifiuti fuori Regione

Rifiuti: in arrivo il primo bando per lo smaltimento extra-regionale Il Bando è rivolto ad operatori economici interessati alla fornitura di servizi per lo smaltimento di rifiuti fuori Regione ed nel territorio comunitario di Silvia Barchiesi

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Gestione rifiuti Approvate dalla Giunta regionale le nuove “Direttive in materia di comunicazione dei dati riferiti all’impiantistica regionale per la gestione dei rifiuti”

Rifiuti: nuove regole per la comunicazione semestrale dei dati Maggior completezza delle informazioni e maggiore possibilità di controllo i vantaggi delle nuove disposizioni di Silvia Barchiesi

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Edilizia sostenibile Regione Abruzzo e CNR lanciano le Linee guida per l’edilizia ecologica

L’Abruzzo investe nell’edilizia sostenibile Presentato anche “NovaOikos”, il nuovo polo di innovazione regionale dell’edilizia sostenibile di Silvia Barchiesi

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CAR.DA Energia Srl Sotto il sole d’Abruzzo Problematiche e ruolo degli Enti Pubblici per l’implementazione del solare fotovoltaico e termico di Alberto Piastrellini

Parchi e riserve Il Parco Nazionale d’Abruzzo in prima linea per la conservazione e la gestione del territorio A ECOMONDO per la Presentazione di “Linee Guida sulla riduzione della produzione dei rifiuti in eventi nei parchi” il Presidente Rossi e Massimo Fraticelli, collaboratore dell’ORR, fanno il punto della situazione di Silvia Angeloni


MANIFESTAZIONI E CONVEGNI

RICICLABRUZZO 2010: + 3% DI RD NEL PRIMO SEMESTRE 2010 Alla quarta edizione della convention abruzzese sui rifiuti, lo stato dell’arte del settore fra buone pratiche e rischio emergenza di Alberto Piastrellini

Sotto un cielo scuro e grave di neve, si è svolta, a Pescara, lo scorso 15 dicembre, presso l’Auditorium “Leonardo Pitrucci” - Museo delle Genti D’Abruzzo, la IV edizione di Riciclabruzzo, Workshop sui sistemi di raccolta, la rete impiantistica e le opportunità di finanziamento. L’iniziativa, organizzata dalla Regione Abruzzo - Assessorato Protezione Civile - Ambiente; in collaborazio-

in esercizio in Abruzzo ed affrontare le diverse problematiche e le criticità. Per la cronaca, sono 9 le Piattaforme autorizzate dalla Regione Abruzzo, ma solo 5 sono quelle in esercizio e gestite dai Consorzi o loro Società. Inoltre, è stato fatto il punto sugli obiettivi raggiunti in materia di raccolta differenziata e riciclo, con la presentazione dei dati definitivi riferiti al 2009 (media regionale di Raccolta Differen-

riciclo potenziando, al tempo stesso, la raccolta differenziata di rifiuti urbani, sia quelli provenienti da attività produttive che quelli derivanti dai servizi. “Inoltre, data la situazione di particolare criticità di numerose discariche presenti sul territorio abruzzese, - ha proseguito Chiodi - promuovere la differenziata significa anche prolungare la vita degli impianti operanti in regione”.

ne con il Servizio Gestione Rifiuti e l’Osservatorio Regionale Rifiuti, da tempo è confermata quale imprescindibile appuntamento nel quale la Regione Abruzzo mette a confronto tutti i soggetti pubblici e privati, attori del sistema della gestione dei rifiuti del territorio e di altre realtà nazionali, sulle politiche della gestione integrata dei rifiuti, in particolare sulle attività di recupero-riciclo. L’edizione 2010 ha inteso focalizzare l’obiettivo prioritario di esaminare il ruolo e le attività delle Piattaforme Ecologiche

ziata al 24,23%) e ai primi sei mesi del 2010 (media regionale al 27,22%). Un incremento di circa il 3% annuo positivo, ma ancora lontano dagli obiettivi nazionali previsti. “Proprio allo scopo di sensibilizzare maggiormente i cittadini abruzzesi sull’importanza delle buone pratiche in materia di raccolta differenziata - aveva affermato precedentemente in una nota il Presidente della Regione, Gianni Chiodi - ma anche le amministrazioni locali sulla necessità di dotarsi di strumenti adeguati per incrementare le volumetrie del

Sono 31 i Comuni abruzzesi che hanno raggiunto o superato l’obiettivo di legge del 2009 (50% di raccolta differenziata) e purtroppo ben 48 quelli che si trovano nella drammatica situazione di avere ancora una percentuale al di sotto del 6% di raccolta differenziata. Inoltre, sono 105 i Comuni che si trovano in una fascia compresa tra il 7% ed il 15%, quindi, con performance di raccolta differenziata molto modeste. La Regione Abruzzo da anni richiede ai Comuni ed ai loro Consorzi Intercomunali un maggiore impegno per potenziare i

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servizi di raccolta differenziata, in qualità (caratteristiche merceologiche) ed in quantità (peso e volume), attraverso la promozione, con risorse regionali, dei modelli domiciliari porta a porta. A lanciare lo SOS-rifiuti è stato il dott. Franco Gerardini, Dirigente del Servizio regionale Gestione Rifiuti, il quale, nel proporre ai presenti una riflessione sulle novità normative e procedurali introdotte del D. Lgs. n. 250 del 19/11/2010 (recepimento della Direttiva comunitaria 2008/98/CE sulla gestione dei rifiuti), ha rimarcato la necessità di implementare la Raccolta Differenziata, onde scongiurare il pericolo dell’emergenza rifiuti in Abruzzo. “Stante una situazione impiantistica che vede la prossima saturazione delle discariche operanti sul territorio - ha dichiarato Gerardini - occorre che tut-

ti, Comuni e cittadini facciano la loro parte affinché venga avviata a riciclo la maggior parte dei rifiuti urbani prodotti, onde prolungare al massimo la capacità di stoccaggio delle discariche per le frazioni non altrimenti riciclabili”. • Rivedere la programmazione regionale sull’impiantistica a supporto della RD (Piattaforme più Centri di raccolta e Stazioni Ecologiche); • completare il Sistema Impiantistico regionale, aumentando, nel contempo, qualità e quantità della RD; • superare le criticità gestionali di al-

cuni impianti; • conseguire una gestione unitaria del sistema; • superare la frammentazione gestionale; • superare la disomogeneità tariffaria; • porre maggior attenzione al mercato dei materiali riciclati; sono gli ingredienti della ricetta che Marco Famoso, Responsabile Ufficio Attività Amministrative del Servizio Gestione Rifiuti della Regione Abruzzo, ha indicato come urgente nel suo intervento dedicato al Sistema Impiantistico del Recupero. Benché l’Abruzzo sia la prima regione fra quelle del Centro-sud a crescere costantemente nel target di RD, il maggior problema rilevato dagli operatori consta nella qualità dei materiali conferiti. “Purtroppo il materiale in ingresso non è idoneo – ha ricordato il dott. Famoso – le piattaforme presentano una percentuale di scarto del 45% evidenziando una raccolta differenziata sommaria e scadente”. A valutare gli aspetti organizzativi, lo scenario dei flussi (problema della loro tracciabilità) e le iniziative necessarie per rafforzare il loro ruolo e la loro efficienza, sono stati altrettanti rappresentanti dei Consorzi di Filiera: CONAI, CO.RE.PLA, CO.RE.VE, COMIECO, RILEGNO, mentre una riflessione sulla promozione della raccolta differenziata e del riciclo del cartone per bevande alimentari è stata offerta dalla relazione del rappresentante Tetra Pak Italia. Per quanto riguarda la frazione rappresentata dai metalli, ha parlato Elisabetta Bottazoli, responsabile area territoriale CONAI, che ha dichiarato: “CIAL e Consorzio Nazionale Acciai confermano ampi margini di miglioramento per quanto riguarda i quantitativi raccolti nella regione Abruzzo”. “In Abruzzo ci sono 238 comuni convenzionati con il nostro Consorzio, circa il 78% del totale per un numero pari a 1.213.193 abitanti – ha dichiarato Massimo Di Molfetta, responsabile Raccolta e Promozione sul Territorio CO.RE.PLA – la raccolta dei rifiuti degli imballaggi in plastica sta crescendo e la media raggiunta è pari a circa 6 Kg/a per abitante: un buon risultato, comunque molto lontano dalla performance media della regioni del Nord Italia che hanno raggiunto punte di 12-13Kg/a per abitante”. Nel ricordare come “i costi della raccolta sono legati non solo ai quantitativi ma anche alla qualità del materiale”, il dott. Di Molfetta ha inteso sottolineare

nuovamente l’efficacia della RD. “Standardizzare i sistemi per standardizzare i risultati” è stato l’input lanciato da Massimiliano Vella, del CO.RE.VE., il quale pur rimarcando positivamente il 65% di tasso dei riciclo del vetro raggiunto in Abruzzo, non ha potuto fare a meno di lamentare “la mancanza di impianti di tipo B ed il limite rappresentato dalla separazione a monte dei diversi colori dei manufatti in vetro”. Notizie positive sono arrivate dal rappresentante COMIECO, Antonio Ciaffone, che ha ricordato come gli ottimi risultati ottenuti dall’Abruzzo, abbiano la Regione nella linea dei dati nazionali, mentre per ciò che concerne il riciclo degli imballaggi in legno, Antonella Baldacci, del Consorzio RILEGNO, ha ricordato come nel territorio della regione non esistano impianti di riciclaggio e quindi “il materiale raccolto in Abruzzo viene riciclato al Nord”. Ad illustrare i positivi risultati del Protocollo di intesa sottoscritto con COMIECO per la promozione della raccolta differenziata e del riciclo del cartone per bevande alimentari derivanti dai brik in Tetra Pak, è stata Fernanda Novellino, rappresentante Tetra Pak Italia. Ricordando come il popolare contenitore per liquidi alimentari (75% di carta; 5% di alluminio e 20% di polietilene), sia perfettamente riciclabile dopo un’opportuna separazione (esiste una apposita filiera per l’ecoallene PE+Al), la dott.ssa Novellino ha ricordato che sono ben 29 le cartiere italiane che utilizzano nel loro ciclo produttivo carta derivante dal riciclo del Tetra Pak, quale esempio virtuoso di un’industria attenta alle esigenze dell’ambiente. A tirare le somme dell’intensa mattina di riflessione è stato lo stesso Dirigente SGR, Dott. Franco Gerardini il quale, nel ricordare l’impegno di riallineamento alle performance nazionali che la Regione Abruzzo ha inteso intraprendere da tempo nel merito della corretta gestione e riduzione dei rifiuti, ha ricordato agli astanti: “abbiamo la necessità di ripercorrere la strada di altre Regioni”. “Ci sono difficoltà da superare, ovviamente - ha dichiarato il Dirigente tuttavia le idee non mancano”. Infine, nel chiamare a raccolta tutti gli stakeholders della filiera dei rifiuti, il dott. Gerardini ha voluto concludere con un appello affinché tutti, operatori, Società, Consorzi, Cittadini ed Istituzioni pubbliche, si impegnino a fare la propria parte.

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INFORMAZIONE E AGGIORNAMENTO Approvato dalla Regione Abruzzo un Avviso pubblico che apre allo smaltimento dei rifiuti fuori Regione

RIFIUTI: IN ARRIVO IL PRIMO BANDO PER LO SMALTIMENTO EXTRA-REGIONALE Il Bando è rivolto ad operatori economici interessati alla fornitura di servizi per lo smaltimento di rifiuti fuori Regione ed nel territorio comunitario di Silvia Barchiesi

Per arginare le attuali criticità in materia di smaltimento rifiuti, la Regione Abruzzo cerca la “soluzione-tampone” oltre i confini regionali. La Regione è già “satura”, molte discariche sono già al limite e quelle ancora operative sono insufficienti. Nella mappa regionale dei rifiuti ad agggiudicasi il bollino rosso sono le Province di Teramo e L’Aquila dove il trattamento e lo smaltimento di rifiuti raggiunge vere e proprie punte di emergenza. Ma situazioni di criticità si riscontrano anche in alcuni Comuni della Provincia di Pescara e di Chieti, a causa dell’assenza o comunque dell’insufficienza di impianti complessi in grado di accogliere i rifiuti prodotti. Molte discariche sono già out, mentre la disponibilità volumetrica di quelle ancora operative è ormai agli sgoccioli. Di qui la necessità di guardare fuori dai confini regionali per lo smaltimento dei rifiuti urbani. Ad aprire la strada allo smaltimento extra-regione è stata proprio la Giunta regionale che, su proposta del Presidente, Gianni Chiodi, ha approvato un Avviso pubblico per l’individuazione di operatori economici interessati alla fornitura di servizi per lo smaltimento di rifiuti fuori Regione ed in territorio comunitario. “È la prima volta in assoluto che la Regione attiva un simile percorso che permette, tramite una procedura ad evidenza pubblica, di ricevere proposte vantaggiose in termini economici per lo smaltimento di rifiuti in caso di emergenza o di particolari criticità, sia all’interno dei confini abruzzesi che fuori Regione e quindi anche in ambito europeo”. Così il Presidente della Giunta regionale Gianni Chiodi ha commentato il primo bando regionale dal respiro europeo in materia di smaltimento di rifiuti, volto a tamponare le criticità di una Regione in forte sofferenza. L’urgenza è di scongiurare il collasso, nell’attesa che alcuni impianti di smaltimento dei rifiuti speciali non pericolosi, autorizzati dalla Regione Abruzzo, vengano realizzati. Tra gli impianti previsti, ancora da completare troviamo: - la discarica per rifiuti non pericolosi del Consorzio Comprensoriale per lo Smaltimento dei rifiuti urbani Area Piomba-Fino, in località “S.Lucia” di Atri; - la discarica per rifiuti non pericolosi di ACIAM SpA, in località “Valle dei fiori” di Gioia dei Marsi; - la discarica per rifiuti non pericolosi di SOGESA SpA in località “Grasciano” di Notaresco; - l’impianto TMB della TE.AM. Tec., in località “Zona Industriale” di S. Nicolò.

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Per questo, nell’attesa che tali impianti vengano realizzati, di fronte all’attuale saturazione delle discariche esistenti o alla loro inadeguatezza, la Regione ha scelto la strada dello smaltimento extra-regionale, procedendo, tramite un apposito bando, all’individuazione, in caso di effettiva necessità, di operatori economici con idonei requisiti, interessati a collaborare alla gestione ordinaria del ciclo integrato dei rifiuti nella Regione Abruzzo in forma singola o associata. In particolare, il bando è rivolto ad operatori economici disponibili a fornire servizi per lo smaltimento fuori Regione ed in territorio comunitario di rifiuti non pericolosi e, specificatamente, della frazione secca prodotta nei seguenti comprensori territoriali ed impianti di trattamento rifiuti di riferimento: - Provincia dell’Aquila (es. Comune dell’Aquila e Comuni limitrofi, Comunità Montana Alto Sangro e Altopiano delle Cinque miglia di Castel di Sangro), per un quantitativo complessivo di circa 30.000 tonnellate all’anno; - Provincia di Teramo (es. CIRSU SpA di Notaresco, MO.TE Ambiente SpA di Teramo, Unione di Comuni “Città Territorio” Val Vibrata di Nereto, Consorzio Piomba-Fino di Atri), per un quantitativo complessivo di circa 60.000 tonnellate annue; - Provincia di Pescara (es. Ecologica Pescarese SpA), per un quantitativo complessivo di circa 10.000 tonnellate all’anno; - Provincia di Chieti (es. Comuni del Consorzio del Chetino) per un quantitativo complessivo di circa di 10.000 tonnellate annue. Le manifestazioni d’interesse, la cui ricezione non comporta alcun obbligo in capo all’amministrazione regionale, dovranno pervenire in busta chiusa, in formato cartaceo e su supporto informatico, direttamente a mano, a mezzo corriere o per raccomandata A/R entro 30 giorni dalla data di pubblicazione del presente atto sul Bollettino Ufficiale della Regione Abruzzo. Una volta giunta all’individuazione degli operatori economici interessati, la Regione Abruzzo si atterrà a tutte le procedure previste dal Codice Ambientale.


GESTIONE RIFIUTI Approvate dalla Giunta regionale le nuove “Direttive in materia di comunicazione dei dati riferiti all’impiantistica regionale per la gestione dei rifiuti”

RIFIUTI: NUOVE REGOLE PER LA COMUNICAZIONE SEMESTRALE DEI DATI Maggior completezza delle informazioni e maggiore possibilità di controllo i vantaggi delle nuove disposizioni di Silvia Barchiesi

Alla criticità del “sistema rifiuti” in Abruzzo, la Regione risponde con la chiarezza e la semplicità delle procedure di comunicazione dei dati relativi alla gestione dei rifiuti. L’obiettivo? Uniformare su tutto il territorio regionale, oltre che semplificare le modalità delle comunicazioni periodiche relative al movimento dei rifiuti di attività di smaltimento e/o recupero. È quanto prevedono le nuove “Direttive in materia di comunicazione dei dati riferiti all’impiantistica regionale per la gestione dei rifiuti”, approvate dalla Giunta regionale con la DGR n. 778 del 11/10/2010 che revoca la vecchia DGR n. 1399 del 29.11.06, non più rispondente alle modalità di trasmissione delle informazioni dei soggetti interessati, a seguito dell’evoluzione del quadro normativo. Grazie alla nuova procedura, che prevede la compilazione, con cadenza “semestrale, di apposite “Schede tipo”, specifiche per ogni tipologia di impianto, da inviare per e-mail, preferibilmente con la PEC (Posta Elettronica Certificata), all’ARTA - Direzione Centrale ed all’ARTA Dipartimento Provinciale territorialmente competente, all’Osservatorio Regionale Rifiuti (ORR) ed all’Osservatorio Provinciale Rifiuti (OPR) territorialmente competente, sarà dunque possibile poter contare su una maggiore completezza dei dati relativi al flusso dei rifiuti, e quindi, un maggior controllo della situazione. Gli stessi organismi preposti al controllo (Province, ARTA, Corpi di polizia ambientale, ecc.) al fine di rendere più efficaci le loro attività potranno avvalersi così di un quadro conoscitivo preciso, completo e aggiornato dei rifiuti movimentati in regione e dei loro flussi. Sono 14 le categorie di impianti tenuti all’obbligo di comunicazione semestrale: Categoria 1: Discariche (Discariche per rifiuti non pericolosi, Discariche per rifiuti pericolosi, Discariche per rifiuti inerti, Discariche di servizio ad impianto complesso); Categoria 2: Stazioni-Centri (Stazioni o centri di trasferenza o conferimento, Stazioni ecologiiche, Centri di raccolta); Categoria 3: Piattaforme Recupero (Piattaforme di recupero Tipo A, Piattaforme di recupero Tipo B); Categoria 4: Impianti di trattamento BB.DD. e RAEE (Impianti di trattamento Beni Durevoli (BB.DD.) e RAEE –domestici e/o non domestici professionali, Impianti di trattamento BB. DD. –domestici e/o non domestici professionali, Impianti di trattamento RAEE –domestici e/o non domestici professionali);

Categoria 5: Impianti di trattamento meccanico biologico aerobico (Impianti di selezione, Impianti di biostabilizzazione, Impianti di bioessiccazione, Impianti di produzione CDR - qualità normale, Impianti di produzione CDR-Q - alta qualità); Categoria 6: Impianti di compostaggio (Impianti di produzione compost qualità riconosciuto dal CIC- Consorzio Italiano Compostatori); Categoria 7: Impianti di digestione anaerobica; Categoria 8: Impianti di incenerimento (Impianti di incenerimento per RU e CDR, Impianti di incenerimento per RS); Categoria 9: Impianti di recupero energetico di rifiuti e/o biomasse; Categoria 10: Impianti di trattamento chimico-fisico e biologico (Depuratori acque reflue urbane, Depuratori acque reflue industriali, Impianti di trattamento rifiuti); Categoria 11: Impianti di trattamento Veicoli Fuori Uso (VFU); Categoria 12: Impianti di trattamento Pneumatici Fuori Uso - PFU (Impianti di recupero Pneumatici Fuori Uso e Impianti di smaltimento Pneumatici Fuori Uso); Categoria 13: Impianti di gestione PCB; Categoria 14: Impianti di RS non specificati in elenco. Per ogni categoria, i soggetti titolari e/o gestori delle seguenti tipologie di impianti per il trattamento, smaltimento e recupero di rifiuti urbani e speciali autorizzati, dovranno compilare, oltre ad una sorta di “Scheda anagrafica”, un’apposita “Scheda tipo”, specifica per ogni categoria di impianto entro e non oltre il mese successivo del semestre di riferimento. I “nuovi obblighi di comunicazione” si inseriscono nel più ampio processo di informatizzazione delle modalità di comunicazione dei dati ambientali che in Abruzzo sta prendendo piede, seppur in via sperimentale, con il Catasto Telematico Gestione Rifiuti (“CARIREAB”) che punta ad una gestione più efficace, efficiente e puntuale del patrimonio informativo legato al ciclo integrato della gestione rifiuti in Regione, in modo da supportare le attività di pianificazione e gestione della Giunta Regionale e degli Enti Locali interessati.

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EDILIZIA SOSTENIBILE

Regione Abruzzo e CNR lanciano le Linee guida per l’edilizia ecologica

L’ABRUZZO INVESTE NELL’EDILIZIA SOSTENIBILE

Presentato anche “NovaOikos”, il nuovo polo di innovazione regionale dell’edilizia sostenibile di Silvia Barchiesi

Dopo la devastazione del sisma del 6 aprile 2009, l’Abruzzo guarda alla ricostruzione in chiave sostenibile. L’edilizia ecologica, oltre che una delle priorità del Governo Chiodi, è, infatti, uno degli obiettivi del Protocollo d’intesa sottoscritto dalla Regione Abruzzo e dal Centro Nazionale delle Ricerche (CNR) lo scorso 14 luglio.

A sei mesi dalla firma dell’Accordo, lo scorso 13 gennaio a L’Aquila si è svolta la prima riunione operativa per l’attuazione delle misure previste dal Protocollo. Tra queste, spiccano in primis la promozione di azioni per lo sviluppo sostenibile dell’edilizia residenziale e della eco qualità architettonica. L’Abruzzo che si rialza dalle mace-

“Si comprende l’importanza di questa sinergia tra Regione e Cnr - ha spiegato il Presidente della Regione Gianni Chiodi - in un momento cruciale per l’edificazione e la riedificazione di immobili nel territorio regionale, tanto che, nelle more dell’approvazione del nuovo Testo di legge per l’Edilizia, contenente indicazioni in tal senso, ritengo

Il Protocollo, siglato proprio dal Presidente della Regione, Gianni Chiodi e dal Presidente del CNR, Luciano Maiani, dalla durata triennale e rinnovabile, contempla forme di condivisione per tutti gli ambiti della difficile ricostruzione post-sisma.

rie del terremoto volta così pagina e opta per una ricostruzione sostenibile, ecologica e di qualità. É qui la vera svolta. Complice di questa “rivoluzione edilizia”, oltre alla Regione, è anche il CNR con il suo prezioso supporto scientifico.

necessario anticipare l’avvio delle attività per mezzo della redazione delle Linee guida in collaborazione con il CNR”. “La tragedia del terremoto dell’Aquila, poi - ha osservato il Presidente - impone una particolare attenzione

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ai processi costruttivi per garantire una migliore qualità di vita alle famiglie, con benefici per la salute e risparmi in termini sia economici che energetici, oltre che una maggiore tutela dell’ambiente circostante”. In particolare, Regione Abruzzo e CNR, tramite l’Accordo, si impegnano a sostenere e promuovere: • la costruzione di edifici volti ad assicurare lo sviluppo equilibrato e sostenibile del territorio e dell’ambiente urbano; • il risparmio energetico; • l’utilizzo delle fonti rinnovabili ed il riutilizzo delle acque piovane; • il benessere, la salute e l’igiene degli occupanti; • l’uso di materiali da costruzione, impianti, elementi di finitura, ed arredi fissi che non determinino emissioni di gas tossici, particelle, radiazioni o gas pericolosi, nonché inquinamento dell’acqua e del suolo; • l’impiego di materiali e manufatti il cui riutilizzo sia possibile anche al termine del ciclo di vita dell’edificio e la cui produzione comporti un basso bilancio energetico. A vigilare sull’edilizia sostenibile in regione sarà un Comitato di gestione paritetico, composto da tre rappresentanti della Regione e tre rappresentanti del CNR, con il compito di attivare e coordinare nuove iniziative e politiche di innovazione. Compito del Comitato sarà, inoltre, quello di definire apposite “Linee guida”, ovvero criteri e direttive da seguire in ambito edilizio, procedendo, successivamente, ad un vero e proprio monitoraggio (con Ordini professionali ed Associazioni di categoria) per verificare la loro corretta applicazione sul territorio. Ma l’era della nuova costruzione so-

stenibile, in realtà, in Abruzzo è già iniziata. Ne è un esempio NovaOikos, il nuovo polo di innovazione regionale dell’edilizia sostenibile. Il progetto, nato da un’idea dell’ANCE Abruzzo (Associazione Nazionale Costruttori Edili) e del Consorzio ISEA (Consorzio Innovazione, Sviluppo, Edilizia e Ambiente), attualmente in corso di valutazione da parte della Regione, nasce proprio in risposta alla pubblicazione di un bando regionale sul finanziamento dei poli. Obiettivo principale del polo sarà quello di coinvolgere l’intera filiera nella ricerca e nell’adozione di un modello abruzzese di edilizia sostenibile. Insomma, “NovaOikos”, non è altro che il primo passo verso la diffusione in Abruzzo di una cultura della sostenibilità anche nell’edilizia. Si apre così una nuova fase: dopo la devastazione del sisma, la ricostruzione ecologica che punta ad un nuovo modello di città e guarda a L’Aquila come un “laboratorio” internazionale della nuova qualità del costruire e del ristrutturare. “Il progetto - ha sottolineato Giuseppe Girolimetti, Presidente abruzzese dell’ANCE - ha la finalità di diffondere la cultura della sostenibilità nell’edilizia attraverso l’applicazione di nuove metodologie e dei principali protocolli nazionali e internazionali. Significa rispondere alla crescente richiesta di innovazione e qualità progettuali, di accessibilità e sicurezza, riducendo l’impatto ambientale e garantendo, allo stesso tempo, la conservazione del valore delle costruzioni sul mercato immobiliare”. “Il progetto - ha precisato inoltre Giuseppe Cingoli del Consorzio ISEA - prevede la creazione di una rete di operatori raggruppati allo scopo di stimolare la crescita qualitativa dell’intera filiera del settore

edilizio, lo sviluppo e lo scambio di conoscenze e tecnologie innovative tra organismi di ricerca, soggetti pubblici e operatori economici, l’applicazione delle competenze di settore a nuovi ambiti per incoraggiare l’apertura di nuovi processi costruttivi”. Al progetto hanno già aderito 97 imprese abruzzesi, 32 in provincia de L’Aquila, 19 in provincia di Pescara, Chieti e Teramo e 8 extraregionali, operanti nei settori di ingegneria, progettazione e architettura, edilizia, infrastrutture e impianti, recupero e restauro edilizio, bonifiche ambientali e attività estrattive e produzione di manufatti, che occupano circa 5.000 addetti e rappresentano il 10-12% degli occupati totali e del fatturato annuo del settore a livello regionale. Ma “NovaOikos” guarda ben oltre la filiera locale dell’edilizia; in realtà, mira ad accedere alla rete internazionale dell’edilizia sostenibile. Così si spiegano gli accordi di collaborazione stipulati con Università, Centri di ricerca regionali, nazionali e internazionali e con circa 80 ricercatori italiani e stranieri. Fondamentale, inoltre, sarà l’apporto che verrà dall’accordo di collaborazione con GBC - Green Building Council Italia per l’approfondimento del protocollo di certificazione di sostenibilità ambientale LEED (The Leadership in Energy and Environmental Design). L’edilizia ecologica in Abruzzo è ancora solo un progetto, ma la Regione ha già spinto l’acceleratore sul pedale della sostenibilità e con l’Accordo con il CNR, la costituzione di un Comitato per le Linee Guida e il Progetto “NovaOikos” si prepara al grande salto perché dalla parola, la sostenibilità in edilizia diventi presto realtà.

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CAR.DA ENERGIA SRL

SOTTO IL SOLE D’ABRUZZO Problematiche e ruolo degli Enti Pubblici per l’implementazione del solare fotovoltaico e termico di Alberto Piastrellini

Prosegue, su queste pagine, la riflessione sui vantaggi derivanti dal ricorso alle tecnologie solari per la produzione pubblica e privata di energia elettrica e calore, che è iniziata nel numero di Ottobre 2010 di Regioni & Ambiente (Ndr: pagg 56-57), mercé la prima uscita (in occasione della partecipazione alla Fiera ECOMONDO di Rimini, presso l’Area Abruzzo) di uno spazio dedicato alla Società pescarese, CAR.DA Energia Srl. Nell’occasione, avevamo potuto apprezzare i servizi che CAR.DA Energia è in grado di offrire tanto al piccolo cliente privato, quanto alla grande committenza pubblica in materia di progettazione, fornitura ed installazione di impianti “chiavi in mano”, financo la consulenza tecnico-finanziaria, l’assistenza burocratica e la manutenzione. In questo numero approfondiamo la questione, concentrando l’attenzione sullo stato dell’arte del fotovoltaico nel settore pubblico. A rispondere alle nostre domande è stato il Presidente di CAR.DA. Energia, Bruno D’Antonio. Dott. D’Antonio, può farci un bilancio 2010 relativo all’installazione di impianti fotovoltaici e termici in Italia e in Abruzzo? Alla data di oggi, considerato il netto degli impianti che sono in fase di collegamento alla rete elettrica, sono stati

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installati in Italia 135.701 impianti per un totale di 2.625,1 MWp. Consideri che l’obiettivo del DPR 19/2/2007, detto anche secondo “Conto Energia”, prevedeva 1.200 MWp installati entro il 31/12/2010 e 3.000 MWp installati entro il 31/12/2013. Ad oggi l’obiettivo 2010 è stato più che raddoppiato, a dimostrazione della bontà della legge e dell’interesse sviluppato dalle energie rinnovabili, in generale e dal fotovoltaico in particolare. L’Abruzzo rientra ormai nella media nazionale, con riferimento al numero di abitanti in rapporto al numero di impianti installati; resta da lavorare alle dimensioni dell’installato che deve essere rivolto ad una maggior dimensione per impianto. Il terzo “Conto energia”, portato dal DPR 24/8/2010 pone come obiettivo al 2013 3.000 MWp installati, mentre il Piano Nazionale per le Rinnovabili fissa al 2020 8.000 MWp installati. Come di facile rilevazione, il traguardo del 31/12/2013 sarà raggiunto prima della fine del corrente anno per cui si renderà necessaria una sanatoria per gli impianti che saranno installati oltre quella potenza, ma entro gli 8.000 MWp. In conclusione, il fotovoltaico è ormai entrato nel comune sentire e gli italiani stanno percependo la fonte solare come un nuovo modo di produrre energia pulita.

In che misura hanno inciso gli Enti Pubblici? Posso affermare che l’apporto degli Enti Pubblici è stato talmente irrilevante da risultare ininfluente nel conteggio finale; sia del punto di vista del numero di impianti realizzati, che come potenza in kW. Purtroppo, proprio gli Enti Pubblici potrebbero fare molto in questo senso, ma mai come in questi ultimi anni si scontrano con diffusi problemi di bilancio, soprattutto gli Enti Locali. Infatti, da quando è in vigore il “patto di stabilità”, secondo il quale non si può eccedere in indebitamento (anche se nel caso del fotovoltaico sappiamo che l’indebitamento è fittizio in quanto il costo della rata è interamente coperto dal “Conto energia”), i Comuni non possono esporre a bilancio nuovi debiti. Tuttavia, alcuni aggirano questa problematica attraverso leasing, oppure attraverso il meccanismo di finanziamento da parte di terzi. Mi spiego meglio: il Comune mette a disposizione gli spazi e pubblica un bando secondo il quale chi si aggiudica la gara prende in carico l’impianto e la sua realizzazione, poi paga al Comune un rimborso (in Euro o in energia erogata) per il valore dell’impianto in un termine stabilito di anni. Quali sono le problematiche principali che un Ente pubblico si trova ad


affrontare allorquando si approccia alla progettazione/installazione di un impianto fotovoltaico? Intanto abbiamo visto che un primo e diffuso problema è quello rappresentato dalla voce “finanziamento”; poi, c’è il capitolo della gestione vera e propria di un eventuale impianto realizzato, che ha dei prevedibili costi di manutenzione. In questi casi, sempre per il principio che l’Ente locale non può aumentare le spese che aveva in bilancio l’anno precedente, si ritrova nella necessità di fare direttamente quelle operazioni che in genere non sono di competenza dei propri tecnici, quando, invece, la complessità e la delicatezza degli impianti fotovoltaici imporrebbe che la loro manutenzione fosse demandata a personale tecnico molto qualificato. In questo senso, CAR. DA Energia ha in carico la manutenzione di diversi impianti da parte di Enti pubblici e, sempre, questi ultimi, non mancano di sottolineare positivamente quanto la nostra Società sia in grado di risolvere ogni tipo di problematica, relativamente ai loro impianti. Si pensi, ad esempio, a quanto si accorciano, con noi, i tempi di sostituzione di una parte danneggiata o giunta a fine vita. Se un Ente locale dovesse farlo in proprio, avrebbe bisogno di tutta una particolare procedura burocratica che ha i suoi tempi. Con noi tali ostacoli si superano in tempo reale. Capovolgiamo il punto di vista. Quali sono le difficoltà che CAR.DA affronta quando si rapporta con la committenza pubblica? Il primo problema è rappresentato certamente dalla lentezza. Sappiamo bene che qualsiasi processo, nel settore pubblico, abbisogna di tempi che, in quello privato, sono inconcepibili. Faccio un esempio desunto dalla nostra storia: dopo aver vinto una gara d’appalto, dal momento dell’affidamento all’apertura

del cantiere è passato più di un anno! Mi rendo conto, tuttavia, che l’Ente pubblico deve confrontarsi con procedure e tecnicismi a volte farraginosi, ma probabilmente indispensabili. Un altro aspetto problematico è quello relativo al pagamento del lavoro. Spesso occorrono dai tre ai nove mesi per ottenere il saldo. Se a questi aspetti si aggiunge anche il fatto che ogni Dirigente è molto preoccupato dalla possibilità di incappare lui stesso nelle “tagliole” della burocrazia pubblica, si arriva alla constatazione che ogni Ente pubblico è un produttore e un moltiplicatore di documenti e atti dalle tempistiche incerte. Come si posiziona la Regione Abruzzo per quanto concerne la possibilità di attrezzare i propri tetti con impianti fotovoltaici? Gli Enti Locali abruzzesi sono più o meno attratti dalla possibilità di contribuire alla produzione di energia verde? Questo è un fermento che noi operatori notiamo con positività, poi, purtroppo, si ricade nelle problematiche evidenziate poc’anzi. Tuttavia, dal punto di vista culturale, il desiderio e la voglia di fare in questo campo aumenta costantemente. Tra l’altro, l’Abruzzo ha in qualche maniera anticipato la legislazione attuale, perché per gli impianti sui tetti (tanto per il settore pubblico, quanto per il privato), anche di dimensioni eccedenti i 200 kW, non serve procedere con l’Autorizzazione Unica. Bastano quei documenti che sono a carico dell’impresa, del Direttore dei lavori e del Progettista, dichiarazioni e certificazioni di parte con le quali si riesce a realizzare rapidamente un impianto di discrete dimensioni. Questo ha agevolato di molto lo sviluppo del fotovoltaico a livello locale, purtroppo solo nel settore privato, perché l’Ente pubblico non approfitta in

pieno di questa facilitazione. Per quanto riguarda i piccoli impianti la situazione è leggermente diversa. Ad esempio, le scuole si stanno attrezzando con realizzazioni al di sotto dei 20 kW. A suo avviso quali sono le azioni politiche o gli strumenti di pianificazione che potrebbero contribuire ad implementare queste tecnologie? Dal punto di vista politico, gli strumenti che sono stati offerti dal terzo “Conto energia”, fanno star tranquilli operatori e clienti fino a tutto il 2013 e, con una ragionevole “finestra”, fino al 2016. Da un punto di vista spicciolo (mi riferisco soprattutto a quanto accade negli Enti Pubblici), ci vorrebbe maggior attenzione, da parte del Governo, nel declassare il debito che l’Ente locale potrebbe contrarre per realizzare un impianto, tenendo conto dei vantaggi che derivano al Comune, proprio dal “Conto energia” e dal mancato costo dell’acquisto di energia tradizionale. Questo, purtroppo, non viene detto da nessun rappresentante del Governo e, invece, se il Ministero delle Finanze riuscisse a produrre una nota nella quale si escludono dal “patto di stabilità” gli impianti fotovoltaici, molto probabilmente gli Enti Pubblici partirebbero col piede giusto e con un diverso approccio al problema.

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PARCHI E RISERVE

IL PARCO NAZIONALE D’ABRUZZO IN PRIMA LINEA PER LA CONSERVAZIONE E LA GESTIONE DEL TERRITORIO

A ECOMONDO per la Presentazione di: “Linee Guida sulla riduzione della produzione dei rifiuti in eventi nei parchi” il Presidente Rossi e Massimo Fraticelli, collaboratore dell’ORR, fanno il punto della situazione di Silvia Angeloni

Durante le iniziative che si sono svolte presso l’area stampa di Marche e Abruzzo alla Fiera ECOMONDO di Rimini (n.d.r per maggiori informazioni si veda il numero di novembre di “Regioni & Ambiente”, pag. 22) al termine della Conferenza Stampa “Linee guida sulla riduzione della produzione di rifiuti in eventi nei parchi” abbiamo incontrato Giuseppe Rossi, Presidente del Parco Nazionale D’Abruzzo, Molise e Lazio e Massimo Fraticelli, collaboratore dell’Osservatorio Regionale dei Rifiuti, che hanno approfondito la situazione inerente la riduzione dei rifiuti, di cui si è discusso in “Europarc Conference 2010”, la Conferenza annuale tenutasi quest’anno all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, con il tema: “Vivere insieme: biodiversità ed attività umane, una sfida per il futuro delle aree protette”. Dott. Fraticelli, la Regione Abruzzo ha attuato da diversi anni un percorso di riallineamento della normativa regionale a quella europea, soprattutto per quanto riguarda la produzione di rifiuti e le buone pratiche di gestione: raccolta, riciclaggio, riuso. Il Protocollo che avete sottoscritto con il Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise è volto al raggiungimento di questo obiettivo della rimozione dei rifiuti durante gli eventi che hanno luogo all’interno del Parco. Ci può spiegare meglio? La nuova Direttiva Europea che riguarda la gestione dei rifiuti prevede fra le azioni prioritarie, proprio la riduzione della produzione dei rifiuti. Il nostro Paese già da tempo è in attesa di un programma nazionale in tal senso. Obiettivo prioritario della Regione Abruzzo è raggiungere un 5% della riduzione dei rifiuti rispetto alla quota riferita al 2005. È importante sottolineare che nel confronto tra i dati del 2009 e quelli del primo semestre 2010, si è evidenziata una lieve riduzione dei rifiuti. Ovvio che questo non è un argomento che può essere analizzato solo da un punto di vista locale. I cittadini possono fare molto, ma la riduzione dei rifiuti si lega agli imballaggi. Questo significa confrontarsi con le grandi aziende, i grandi centri commerciali, il sistema del commercio italiano ed europeo. Anche se, naturalmente, possiamo attuare piccole azioni che risultano utili. Abbiamo iniziato tale sperimentazione in occasione della Conferenza nazionale Europarc: dalla scelta di determinati materiali che favoriscono il riciclo come quelli che rientrano nella categoria “Acquisti Verdi”, all’incentivo della raccolta differenziata, soprattutto della frazione organica, all’incentivo al compostaggio, all’attenzione della produzione di carta. L’idea di collaborare con un Parco però rappresenta l’ideale, dal momento che il Parco fa parte di quelle strutture che si occupano istituzionalmente di miglioramento ambientale.

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Presidente Rossi, quanti Comuni sono compresi nell’aria delimitata dal parco? All’interno dei confini del Parco ne rientrano 7, dislocati in 50.000 ettari. Tuttavia i Comuni interessati al Parco sono 24, poiché il Parco ha un’area attigua molto estesa di 80.000 ettari. È una zona dove, ovviamente, vige la normativa vincolistica e le attività di conservazione e di tutela sono meno puntuali, meno pregnanti rispetto alla zona centrale. Con alcuni Comuni dell’area contigua arriviamo ai 31 Comuni interessati in modo diretto e indiretto alla realtà del parco, con una popolazione di circa 30.000 persone. Avete fatto una stima dei rifiuti prodotti all’interno del parco e nelle aree attigue? No, non l’abbiamo fatta recentemente, poiché in realtà non rientra nelle competenze dell’ente Parco, essendo materia delle Amministrazioni Locali, dei Comuni e delle Comunità Montane, che coordinano i servizi di raccolta e di smaltimento dei rifiuti. Il Parco dà un sostegno, in certi momenti o eventi straordinari, ad esempio come è stato fatto in occasione di Europarc Conference. Ma non credo esista una stima ben definita, poiché vi sono stati dei problemi nella raccolta e nello smaltimento, tant’è che i Comuni si stanno organizzando e qui il Parco partecipa con il sostegno anche tecnico con i propri servizi al progetto complessivo. I Comuni stanno ristrutturando una vecchia discarica che non è più efficiente, per superare questi limiti strutturali. Una domanda per entrambi. Avete già in mente una serie di interventi o di comunicazioni per favorire la possibile replicabilità di questo protocollo e la sua socializzazione con altre realtà regionali e altri parchi? È assolutamente replicabile risponde - Massimo Fraticelli - sia in altri Parchi, sia presso enti pubblici e privati che vogliano organizzare eventi di questo genere. Le Linee Guida che abbiamo prodotto alla fine dell’Europarc Conference possono essere consultate e scaricate facilmente nei due siti internet riguardanti la Regione e il Parco (www.regione. abruzzo.it e www.parcoabruzzo.it), e non è un caso che siano disponibili su siti internet e non su supporto cartaceo, proprio per attuare un’azione virtuosa di riduzione dei rifiuti. Chi vuole, scarica solo il materiale di cui ha bisogno, leggendolo prima, senza doverlo necessariamente stampare. Anche perché esiste un decreto ministeriale (ndr. D.L. 112/2008 “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione Tributaria” pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 147 del 25 giugno 2008 - Suppl. Ordinario n.152/L, cosiddetto “taglia-carta”), che obbliga gli


enti pubblici dal 1° gennaio 2009 ad una riduzione del materiale stampato del 50% rispetto al 2007. Si tenga presente che la questione della gestione dei rifiuti nei parchi riguarda non solo i residenti, ma anche i turisti. Stiamo valutando la possibilità di estendere il Protocollo a tutte le realtà protette e di sostenere tale azione con maggiori fondi in maniera tale da poter intervenire più efficacemente nei confronti di tutta l’attività turistica che avviene all’interno dei Parchi, stimata in circa un milione di turisti. Se consideriamo tutti e quattro i Parchi, più quello del Sirente Velino, cominciano ad emergere numeri interessanti per attuare questa azione di sensibilizzazione. (Risponde Giuseppe Rossi) Per quanto riguarda la prima domanda credo questa deb-

ba essere la via da seguire, poiché gli accordi individuali (definiamoli così fra due o tre soggetti) possono essere importanti come esperimenti contingenti in determinate circostanze. Ma sono convinto che si debbano inevitabilmente fare Accordi più ampi in Abruzzo, se mai riusciremo anche come Parchi a riorganizzarci in un coordinamento regionale attraverso l’Associazione Nazionale dei Parchi (Federparchi), unendo all’interno i 3 grandi Parchi Nazionali, il Parco regionale e le venti e oltre riserve regionali protette. L’Accordo potrebbe essere esteso a tutte queste realtà e coprirebbe oltre il 30% della superficie della Regione Abruzzo. Questo dà l’idea dell’importanza di un’azione del genere. Penso che la Regione, in futuro, debba estendere questo accordo a tutte le realtà. In relazione alla seconda domanda posta, ritengo che il

Immagine invernale del Parco (fonte: www.parcoabruzzo.it)

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Parco possa svolgere un ruolo determinante sul piano della sensibilizzazione dell’educazione, non soltanto limitatamente al territorio e quindi ai cittadini del Parco, ma indirizzando i propri messaggi e facendo conoscere le proprie esperienze e le proprie iniziative ai milioni di visitatori che arrivano da tutta Italia e anche dall’estero ovviamente. Essendo questa una delle finalità del Protocollo con la Regione Abruzzo cercheremo di organizzare un’azione di comunicazione e di informazione costante, anche attraverso le strutture dei servizi del Parco (come ad esempio i Centri visita o le Aree attrezzate dove vi è grande affluenza in certe stagioni dell’anno) e, allo stesso tempo, cercheremo di intervenire con un’azione di educazione ambientale sui visitatori e turisti. Questo credo sia un risultato importante, poiché possiamo dare un contributo non soltanto migliorando la situazione del territorio del Parco e dell’area contigua, ma anche di altri territori in tutta Italia dove questi problemi persistono. Partendo dal presupposto che la gestione dei rifiuti costituisce anche una salvaguardia del territorio e la sostenibilità della gestione del territorio, recentemente a Nagoya i 193 Paesi partecipanti al Forum, hanno sottoscritto il Protocollo che valorizza maggiormente la funzione e il ruolo dei Parchi come il vero e proprio presidio della biodiversità. Al 2020 i Paesi che aderiscono, dovranno passare dalla media di aree protette del 13% all’obiettivo del 17%. Questo significa che i parchi dovranno avere una maggiore capacità di agganciare altre aree territoriali, se non direttamente ma come vere e proprie aree protette, ma farne un circuito molto più ampio. Come si inserisce, Presidente Rossi, il Parco Nazionale d’Abruzzo in questo discorso? Abbiamo cominciato a promuovere questo discorso anche a livello nazionale, addirittura europeo. Il Protocollo è stato presentato alla collettività attraverso internet, usando la comunicazione che intercorre quotidianamente con gli altri Parchi. La stessa Europark Federation che ha sede in Germania, come sappiamo ne è a conoscenza. Faremo conoscere alla Federazione europea anche quello che abbiamo realizzato sviluppando questa iniziativa che non è certo limitata ai 5 giorni di settembre e ottobre scorsi. Questo significa far circolare su tutta la rete dei Parchi europei non soltanto il Protocollo, il documento tecnico, bensì l’invito a fare altrettanto. Per rifarmi a Nagoya, noi in Italia, non siamo lontani da quel 17%, anzi se teniamo in considerazione le Aree protette, tutte le tipologie marine, regionali, le riserve naturali dello stato, le Ragioni ecc. siamo al 20% di territorio protetto. Purtroppo, buona parte, solo sulla carta. Vi è necessità di mettere in campo iniziative serie, concrete e qui ci ricolleghiamo ai problemi finanziari e alla volontà politica.

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La realtà italiana, riconosciuta a livello universale per quanto riguarda le aree protette, è all’avanguardia da questo punto di vista, considerando la ricchezza di biodiversità. Il Bel Paese è forse il più ricco d’Europa di biodiversità con una gran varietà di specie censite. Inoltre l’Abruzzo tra tutte le regioni italiane è forse la più ricca. Presidente, c’è in Italia una cultura del parco secondo lei? Si può affermare che inizia a nascere, ma non c’è ancora, perché la maggior parte degli italiani quando pensano al Parco pensano allo zoo, al recinto dove vedere gli animali. Però comincia ad essere acquisita correttamente dalle nuove generazioni: cresce all’interno delle scuole, non soltanto perché i ragazzi effettuano gite, escursioni, esperienze con le associazioni ambientaliste che agiscono in questi campi, ma anche con attività di educazione ambientale che i Parchi stanno spingendo molto, fino alle iniziative di volontariato ambientale. Sono tutte iniziative che possono sembrare modeste, se prese individualmente, ma nel sistema costituiscono una realtà interessante, e che, soprattutto, permettono di raggiungere la comunicazione con la società a tutti i livelli, sia dal punto di vista geografico, sia dal punto di vista sociale e questo ci consente la crescita della sensibilità anche nelle famiglie, e nella maggior parte della popolazione in generale. Però credo che bisognerà lavorare ancora molto per sensibilizzare i visitatori del Parco e per sostenere le istituzioni che gestiscono e amministrano i Parchi che sono quotidianamente, per varie ragioni sotto attacco o per speculazioni materiali, edilizie, turistiche, ideologiche o per interessi di parte. Le Associazioni venatorie costringono molto spesso le Regioni a legiferare, in maniera tale da contravvenire alle disposizioni della legislazione comunitaria con continue procedure di infrazione da parte della Commissione UE e sentenze di giustizia dalla Corte europea. Cosa ne pensa, Presidente? Come Parco abbiamo attuato iniziative in merito. Tre anni fa abbiamo organizzato un Convegno nazionale sulla caccia che ovviamente non si può praticare nei Parchi, dal momento che i Parchi possono dare un contributo per far sì che l’attività venatoria migliori. Devo dire che il confronto che abbiamo avuto con le Associazioni venatorie, intervenute è stato molto positivo.


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