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Free Service srl Edizioni - Falconara M. (AN) - Supplemento n. 3 al n. 5 Maggio 2010 di Regioni&Ambiente - Poste Italiane s.p.a. - spedizione in abbonamento postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art.1, comma 1, DGB Ancona

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M A G A Z I N E n. 10 - Maggio 2010


EDITORIALE

A poco meno di un mese dal giro di boa del primo semestre 2010 il mondo dell’impresa del riciclo è ancora alla prese con gli effetti della crisi economica che da due anni sta ponendo forti pressioni sul mercato, mentre il continuo calare dei prezzi del riciclato, per effetto di forti speculazioni da parte di Paesi emergenti, rende sempre più difficile questa attività alla quale, comunque, è riconosciuta universalmente una forte valenza ambientale. Nel frattempo, mentre dall’Europa giungono voci di una auspicabile Agenzia che si occupi della tracciabilità dei rifiuti nel territorio dell’UE, il nostro Paese, curiosamente in anticipo sui tempi, ha varato il Sistema Telematico SISTRI che sta sollevando negli Operatori non pochi dubbi e preoccupazioni circa la sua applicazione e la sua entrata a regime. Su questo tema, PolieCo ha già da tempo attivato i suoi Uffici e, con la fattiva collaborazione della Fondazione Santa Chiara per lo studio del diritto e dell’economia dell’ambiente, sta approntando una serie di Corsi di Formazione e Aggiornamento il cui calendario sarà a breve consultabile sul

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sito: www.polieco.it. Proprio la formazione degli Operatori, associata alla ricerca di un dialogo costruttivo con le Istituzioni, i rappresentanti delle Amministrazioni territoriali e degli Organi di Controllo è il principale indirizzo di questa prima parte dell’anno. Se si considera che in pochi mesi sono stati messi in programma 3 eventi di rilevanza nazionale (un quarto è in programma per giugno e un quinto, di livello internazionale, che avrà luogo luce in Settembre, ad Ischia), si evidenzia l’impegno e l’attenzione che il Consorzio profonde per l’organizzazione di Corsi ed Eventi Formativi.

Voglio qui ringraziare coloro che hanno contribuito alla realizzazione delle iniziative sotto elencate che ampio successo hanno riscosso tra gli utenti: - Le buone pratiche per uno smaltimento intelligente – riciclo e recupero dei materiali in polietilene (Roma, 8 marzo – sigla dell’Accordo di Programma tra Regione Lazio e Consorzio PolieCo); - Esportazione e importazione dei rifiuti tra normativa comunitaria e nazionale. Regole, prassi e possibili crimini. Linee guida per un controllo efficace (Firenze, 20 aprile, in collaborazione con l’Agenzia delle Dogane della Toscana); - La gestione dei rifiuti (in particolare di materiale plastico) in Campania, alla luce della recente normativa “speciale” e della normativa comunitaria e nazionale in cantiere (Napoli, 30 aprile).

PolieCo MagazineSOMMARIO Shopper biodegradabili QUANDO LA TUTELA DELL’AMBIENTE È NELLE MANI DEL CONSUMATORE di Stefano Masini

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LE CRITICITÀ NEL SETTORE DEL RICICLO ASSORIMAP fa il punto sullo stato dell’arte nel comparto nazionale a cura di ASSORIMAP

IL DIRITTO INTERNAZIONALE, COMUNITARIO E DOMESTICO DELL’ECONOMIA COME DIRITTO LIQUIDO Terza parte di Franco Silvano Toni di Cigoli

Sede Legale - Sede Operativa - Presidenza Sportello Servizi Piazza di Santa Chiara, 49 - 00186 Roma Tel. 06/68.96.368 - fax. 06/68.80.94.27 www.polieco.it - info@polieco.it

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Informazione n. 10 - Maggio 2010

Shopper biodegradabili

QUANDO LA TUTELA DELL’AMBIENTE È NELLE MANI DEL CONSUMATORE di Stefano Masini Responsabile Area Ambiente e Territorio - Coldiretti; Consigliere PolieCo

La crisi economica di questi ultimi due anni, partita dagli Stati Uniti ed estesasi poi a tutta l’Europa, non solo ha determinato una contrazione della domanda privata, ma ha anche comportato una maggiore consapevolezza del consumatore, come dimostrano recenti indagini. La crisi, in estrema sintesi, ha portato con sé il passaggio dalla new economy alla post-economy, le cui caratteristiche sono quelle di un sistema di mercato a cui è stato tolto il piedistallo e che ritorna a porsi al servizio dei valori e delle esigenze delle persone. In un recente scritto (Pensieri di un Vescovo sull’enciclica Caritas in veritate, Etica e capitale, Milano, 2009), anche Dionigi Tettamanzi richiama l’apporto fondativo dell’etica nell’ambito dell’agire economico, finanziario e aziendale. Con ciò non si vuole negare l’importanza dell’efficienza, del reddito e dello sviluppo, ma si vuole ricordare che l’uomo oltre che l’autore è anche il centro e il fine di tutta la vita economica. Il modello di crescita proposto è un modello eticamente sostenibile. L’etica in questo modo non viene più vista come correttiva di comportamenti economici palesemente errati, ma assicura alle decisioni economiche un contributo dirompente e innovatore al tempo stesso. Non possiamo, quindi, più pensare che data l’offerta si crei automaticamente la domanda, ma dobbiamo andare ad analizzare nel dettaglio quello che il consumatore consapevole di oggi desidera. Quest’ultimo sicuramente ha di fronte, grazie all’informazione di internet e dei mass media più in generale, tutti i rovesci della medaglia di quelle invenzioni tecnologiche che hanno comportato un appagamento momentaneo e un danno ambientale nel medio-lungo periodo. Al riguardo, un esempio molto interessante è rappresentato dalle borse in plastica da asporto merci che sicuramente agevolano il trasporto dei beni dal supermercato a casa, ma se ne viene fatto un utilizzo improprio, riempie le discariche a cielo aperto, le spiagge d’Italia e si rischia di minacciare la biodiversità del nostro Paese. La tendenza odierna è sicuramente quella di rifiutare quei sacchetti, anche in considerazione del fatto che il processo di produzione è causa di danni all’ambiente e alla vita. La risposta che viene data a questa nuova domanda di un ambiente sano è la bioplastica, un tipo di plastica

biodegradabile in quanto derivante da materie prime vegetali rinnovabili annualmente. La bioplastica si caratterizza per un processo di produzione che riesce ad incorporare valori eticoambientali, garantendo l’utilizzo esclusivo di materiali eco-compatibili, un ridottissimo impatto sui terreni, una bio-degradabilità e decomposizione nel breve periodo, una producibilità di concime, in quanto la sostanza è fertilizzante, ed infine minori emissioni di fumi tossici nel caso di incenerimento. Nel contempo, questi prodotti risultato di complesse manifatture tecnologiche ed ecologiche, reiscono anche ad adattarsi ai nostri bisogni per rispondere a delle necessità avvertite come inderogabili. La bioplastica viene progettata in maniera diversa, non secondo il vecchio e fallace modello prendi-usa-butta (dalla culla alla tomba), ma con una logica di prodotto crandle-to-crandle, composto di materiali che saranno riutilizzati al 100% senza scarti. Seguendo questo percorso il concetto di fine vita di un prodotto coincide con l’inizio della vita dei suoi componenti, riducendo al minimo le conseguenze negative della produzione e della gestione dei rifiuti per la salute umana e l’ambiente. Coldiretti, che da tempo ha caratterizzato la propria azione di lavoro in vista della sostenibilità ambientale, non ha esitato a promuovere l’impiego delle bioplastiche nei mercati di vendita diretta di Campagna Amica. Ciò in quanto nella stessa ricerca di canali alternativi alla grande distribuzione, in cui il consumatore può trovare prodotti genuini a ridotto costo e impatto ambientale, si è cercato di affermare nuova consapevolezza associata alla scelta di alimenti di qualità. In estrema sintesi, possiamo dire che ci sono due modi per raggiungere una situazione di benessere (per sé e per gli altri): produrre molto e desiderare poco. Il modello di società che abbiamo conosciuto ha privilegiato, senza dubbio, il primo aspetto. E’ da ritenersi però, con certezza, che il futuro dovrà affidarsi sempre di più al secondo. Non si sta parlando di privazioni ma di una ricerca di valori essenziali che va nella direzione di una generale semplificazione, ossia di un percorso educativo di eliminazione di ciò che è inutile e superfluo ovvero che va sprecato.

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LE CRITICITÀ NEL SETTORE DEL RICICLO ASSORIMAP fa il punto sullo stato dell’arte nel comparto nazionale a cura di ASSORIMAP

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Recentemente l’ente statistico dell’Unione Europea, Eurostat ha diramato i dati relativi alla produzione di rifiuti degli abitanti dell’Unione e alla loro destinazione. Dal Rapporto (che fa riferimento all’anno 2008) emerge che appena due anni fa ogni abitante dei 27 Paesi membri ha generato, in media, 524 Kg di rifiuti (appena un Kg in meno rispetto al 2007). Ebbene, il 40% di questa quantità pro-capite è stata smaltita in discarica; il 20% avviata all’incenerimento, il 23% al riciclaggio, e il 17% al compostaggio. Ovviamente sotto la lente del Rapporto ci sono i Rifiuti Solidi Urbani, ma i dati raccolti sono comunque emblematici di cosa “bolle in pentola” in Eurolandia. Da questo punto di vista l’Italia non fa eccezione se si analizzano i dati contenuti nel Rapporto sui Rifiuti Urbani che l’ISPRA ha presentato lo scorso 28 aprile. Una lieve decrescita nella produzione dei rifiuti urbani - per alcuni analisti dovuta alla riduzione dei consumi stante il perdurare della crisi economica - non ha spostato di molto il livello della pratica nazionale del riciclaggio; anche quest’anno il Bel Paese si configura come molto dipendente dalle discariche. Dal Rapporto ISPRA risulta che sono 16 i milioni di tonnellate di rifiuti (circa il 45% del totale prodotti in Italia pari a 32,5 milioni di tonnellate), che sono finiti in discarica (una leggera flessione del 5,5% rispetto al 2007); per contro continua ad aumentare sensibilmente la quota di compostaggio (+12% pari a circa 2,7 milioni di tonnellate), mentre la quota avviata ad incenerimento è pari a 4,1 milioni di tonnellate (12,7% dei RSU prodotti). Rispetto al totale degli imballaggi immessi al consumo, nel 2008 ne è stato recuperato il 69%, superando ampiamente, a livello nazionale, l’obiettivo del 60% fissato dalla legislazione del 31/12/2008. Dal punto di vista dei costi, si segnala che in media, nel 2008, ogni abitante ha speso circa 130 Euro per la gestione dei rifiuti. A partire da queste considerazioni, che, ripetiamo, partono da alcuni dati relativi solo ai RSU ma sappiamo bene quanto incidano nella conta le quantità di rifiuti speciali, pubblichiamo, di seguito, una riflessione targata ASSORIMAP che presenta una fotografia in chiaroscuro di problematiche e prospettive nel comparto italiano del riciclo delle plastiche. Il settore del riciclo, in Italia, è costituito complessivamente da circa 300 imprese, che impiegano circa 2.000 addetti, con una capacità di riciclo di oltre 1.500 Kton/ anno, che rappresentano l’ultimo anello della filiera ambientale. Su quest’ultima e segnatamente sulle imprese del riciclo occorre doverosamente prestare la massima attenzione, quale asse di riferimento per la definizione della sostenibilità ambientale della produzione, con lo sviluppo di

effetti economici evidenti sia a livello di sistema Paese (come l’Italia da sempre importatore di materie prime), che a livello aziendale (con una gamma di prodotti base riciclati a costi inferiori e competitivi a livello di qualità). Il comparto del riciclo rappresenta la componente della filiera accreditata implicitamente a poter certificare i dati sull’effettivo recupero e quindi verificare il raggiungimento degli obiettivi comunitari; centrare gli obiettivi non deve essere considerato solo l’assolvimento di un obbligo ma la prova di aver saputo organizzare un sistema produttivo equilibrato ed integrato tra tutte le componenti della filiera. Il sistema, come oramai l’Europa ci chiede, deve saper coniugare tutti i fattori: economico, sociale e ambientale. La verifica dei fattori ha tra gli elementi fondanti l’esame sui dati dell’effettivo riciclato, che attesta quindi la capacità del sistema di ridurre i consumi di materia prima e di energia, avanzi economici per il settore della produzione e infine evidenti vantaggi ambientali, in primis con una riduzione dell’inquinamento. Occorre rilevare, però, una grande anomalia, segnatamente il fatto che i dati sul riciclo escano dalla componente raccolta (tra l’altro decisamente squilibrata tra le percentuali conseguite al Nord e quelle al Centro Sud) e non invece da quella del riciclo. Purtroppo, infatti, non sempre quello che viene raccolto viene riciclato. Se ci si attenesse alla sola analisi dei RSU, si può osservare che molti rifiuti di imballaggio in plastica (che costituiscono una frazione importante del totale), vengono recuperati e, dopo la fase di selezione dirottati in discarica, a testimonianza di una raccolta inadeguata. Si assiste, a questo punto ad un ulteriore paradosso: meno materiale avviato a riciclo, più materiale avviato in discarica e ulteriore doppia movimentazione degli stessi. Quando non accade poi che tali materiali siano avviati al recupero energetico; al riguardo si evidenzia che tale pratica precede solo lo smaltimento nella gerarchia delle modalità di gestione previste dalla vigente Direttiva Comunitaria. A questo punto appare evidente che i dati relativi alla mera raccolta non possono essere i soli utilizzati; al contrario, deve essere acquisito ciò che viene realmente riciclato e le imprese dei riciclatori, che sono il punto di arrivo per il recupero effettivo del rifiuto si possono qualificare come interlocutore privilegiato per la certificazione dei dati. Sempre sul fronte della raccolta, fra le problematiche individuate nel settore, si evidenzia come questa, nella gran parte dei Comuni italiani, sia insufficiente tanto punto di vista quantitativo quanto, soprattutto, da quello qualitativo, il che non rende possibile un riciclo ecoefficiente o comunque non consente di realizzare una

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materia prima secondaria (MPS) competitiva e in grado di sostituire la materia prima vergine. L’industria italiana del riciclo (strutturata similarmente ad una tipica impresa manifatturiera) è leader in Europa e nel mondo per know-how e tecnologia: si ritiene, pertanto, piuttosto paradossale che tali realtà abbiano problemi dovuti alla qualità di materiali che ne penalizzano le potenzialità. È opportuno precisare, al riguardo, che la grande varietà di materie che rientrano nella denominazione volgare di plastica, rappresenta un ulteriore elemento di complessità in ragione delle diverse tipologie da trattare (PET, PE, PVC, ecc). Sarebbe necessario ed auspicabile che venisse posta una maggior attenzione alle attuali logiche di raccolta, promuovendo una migliore efficienza ed efficacia, e magari prestando attenzione alle esperienze già maturate nei Paesi europei maggiormente industrializzati come la Francia, la Spagna o la Germania. Si ricorda che ASSORIMAP aderisce all’Associazione Europea dei Riciclatori di Materie Plastiche EUPR - European Plastic Recyclers e si rende disponibile ad essere di supporto per approfondire e trasferire le esperienze e le buone prassi realizzate all’estero. Tornando all’oggetto principale di questa riflessione, ricordiamo che il comparto del riciclo sta vivendo drammaticamente la crisi che ha avvolto tutta l’industria globale: l’analisi della situazione di mercato nel settore del riciclo della plastica si correla anche con la diminuzione di immesso al consumo e della conseguente riduzione dei rifiuti di beni in plastica (e relativa riduzione dell’attività di riciclaggio). Inoltre, la diminuzione dei costi della materia prima riduce, di fatto, le potenzialità del riciclato, con una netta riduzione della capacità di tali prodotti di penetrare il mercato; il quale, a livello nazionale, appare a tutt’oggi piuttosto chiuso alle dinamiche del Green Public Procurement (GPP), che adeguatamente applicato, come avviene in altri Paesi d’Europa, potrebbe offrire un’ottima occasione di slancio per i materiali da riciclo. Risulta necessario in questi periodi di recessione economica prevedere puntuali misure di sostegno al settore. Come già detto la raccolta inadeguata, la crisi economica, un mercato globale che ha introdotto nuovi soggetti competitivi- soprattutto con costi aziendali inferiori (leggasi costo del lavoro, costi amministrativi, costo dell’energia) - hanno acuito il problema già presente storicamente per le imprese riciclatrici e cioè quello dell’approvvigionamento. Il settore che risente maggiormente di tale problema è quello del post consumo, cioè quello delle imprese che ricavano i materiali da trattare principalmente dalla raccolta differenziata.

Ricordiamo che già sulle pagine del PolieCo Magazine (N. 4 - marzo 2009, pag. 4), la Sig.ra Mirella Galli, Past President Assorimap e Consigliere PolieCo, aveva rilasciato una intervista dichiarando che: “I riciclatori stanno facendo presente alla Comunità Europea, tramite l’attività del Consorzio PolieCo e dell’Associazione Europea di categoria, la grave situazione in cui le imprese si trovano con la frustrante consapevolezza che, molto probabilmente, nelle sedi istituzionali, non si darà gran valore a queste lamentele, ma il non accoglimento delle istanze potrebbe essere un boomerang per l’intero settore delle plastiche”. Ricordando come nella situazione economica al tempo si sarebbe potuto verificare il rischio di veder invenduti molti rifiuti plastici, soprattutto imballaggi, la Galli aveva paventato che “qualcuno potrebbe essere tentato di affermare che all’aumentare del costo non conviene più riciclare, bensì termovalorizzare”. Sempre su questo aspetto, il Consigliere PolieCo aveva già allora posto la questione relativa ai costi della RD vanificati dall’attività di termovalorizzazione, tanto più quando il cittadino “si vede sottrarre sotto gli occhi il contributo per le fonti assimilate - CIP6, destinato all’incenerimento invece di finanziare fonti rinnovabili più pulite”. Più volte, PolieCo si è espresso nel merito della necessità di intercettare i rifiuti (anche quelli plastici) a monte (proprio come avviene per il polietilene di competenza del Consorzio) e tale esigenza sta trovando, oggi, un chiaro riscontro nell’attività in crescita degli operatori indipendenti (sistemi autonomi di recupero correlati alla propria attività di produzione di rifiuti di imballaggio), che riescono a gestire determinati flussi di recupero con economie più performanti. In conclusione, vorremmo ricordare che il comparto del riciclo, proprio per gli effetti economici, sociali ed ambientali che ha sulla società e sul pianeta, andrebbe adeguatamente sostenuto, non solo dal punto di vista finanziario, ma anche politico, laddove si auspicano scelte forti per indirizzare il mercato verso prodotti più sostenibili e verso la promozione di tecnologie e professionalità “carbon free”. In tale ottica va letto anche il ritardo italiano nell’attuazione del principio comunitario “bottle to bottle”; che di fatto ha impedito di utilizzare plastica riciclata nei materiali a contatto con alimenti, che è stato sbloccato dal Regolamento Comunitario 282/2008, che offre l’opportunità ai riciclatori nazionali di usufruire di una procedura di accredito per la produzione di plastica (nel caso specifico PET) a contatto con gli alimenti.

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Approfondimento

IL DIRITTO INTERNAZIONALE, COMUNITARIO E DOMESTICO DELL’ECONOMIA COME DIRITTO LIQUIDO [Paradigmaticità della materia ambientale e variazioni sul tema con riguardo ai soggetti, alle regole ed ai modelli organizzativi]* Franco Silvano Toni di Cigoli - Docente di Diritto del Commercio Internazionale all’Università di Padova e Regular Visiting Fellow at the British Institute of International and Comparative Law in London

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[segue] I tratti fin qui evocati sono quattro [il primo, pluralismo versus monismo; il secondo, rete versus gerarchia; il terzo, governance versus governo (e questo terzo tratto - come del resto ciascun altro tratto - potrebbe avere una sua varianza, qui ad esempio rappresentabile attraverso una epitome che veda: regolazione versus regolamentazione); il quarto, che era l’ultimo nell’elencazione già prospettata, integrazione versus chiusura]; ciò dato, ne possiamo però aggiungere - prima di passare a qualche applicazione pratica degli stessi tratti - almeno uno ulteriore [anche se la lista è ovviamente aperta, il quinto sarà realmente l’ultimo tratto del nostro elenco come qui proposto]. Si tratta di ciò che potrebbe essere epitomato con il ricorso alla nozione [ed agli strumenti] di Soft Law, e ciò in relazione alla nozione [ed agli strumenti] di Hard Law [tanto che, ai nostri fini, una epitome della detta relazione potrebbe essere rappresentata con Soft Law v. Hard Law]. Intanto, vediamo di recuperare un paio di brevi definizioni [rectius, approssimazioni] con riguardo ai detti Laws. Per quanto possa essere riferibile al cosiddetto Soft Law si è portati generalmente a far riferimento a strumenti alternativi alle istituzionali fonti di produzione del diritto; questi detti strumenti alternativi, dando corpo al diritto morbido, qui in parola, notoriamente tendono ad assumere una loro “propria forma” ed ad avere una indiretta efficacia vincolante [e, pur collocabili extra ordinem, non solo sono innegabilmente riconducibili all’ordinamento, ma lo stesso ordinamento contribuiscono, in un sempre maggior numero di settori, concretamente a costruire, ad integrare ed a modificare]. Per quanto, poi ed invece, possa essere riferibile al cosiddetto Hard Law, si è portati generalmente a far riferimento ai tradizionali strumenti normativi, frutto di processi formalizzati di produzione [il più facile rinvio sarebbe qui alla cosiddetta produzione legislativa] riservati all’opera di corpi ed organi investiti della relativa funzione. I giuristi [ma non solo i giuristi] sono stati abituati, prevalentemente negli ultimi due secoli, ad una coincidenza tra diritto ed Hard Law, indubbiamente favorita da una concezione del diritto che si era ristretta nella legge ed ad una legge che era diventata sostanzialmente monopolio degli Stati, e quindi ad un diritto che, così come allora era inteso [e come qualcuno si attarda ancora, nella sua totalità, ad intendere oggi], altro non era e non poteva essere che il prodotto degli Stati [e tale restava anche in una dimensione internazionale che, nella faticosa ricostruzione dualistica, era sempre e comunque il Law of Nations: con uno stress sul lemma nations, mai scalfito, neppure nella ipotesi più avanzata, dove lo stesso diritto internazionale era un prodotto magari delle organizzazioni internazionali, che altro non dovevano essere se non organizzazioni degli Stati e fra gli Stati]. La nuova stagione del diritto [e non della legge] vede un’onda montante rappresentata da un Soft Law sempre più poliforme [con una propria panoplia rappresentata dai fenomeni di regolazione e di autoregolamentazione, dai codici e dalle raccolte “private e di privati”, dalle raccomandazioni, dalle prassi, dalle risoluzioni e dai “lodi” atti a veder alternativamente risolte le dispute]; palesemente detta onda è ancor più montante nel diritto dell’economia [e nell’ambito di questa, un appropriato rinvio può essere certamente fatto all’economia dell’ambiente attraverso il paradigmatico esempio rappresentato dalle cosiddette norme tecniche la cui natura e genesi è ben nota]. Oggi il diritto è

Terza parte

indubbiamente in parte [rectius, in buona parte], alcuni dicono in gran parte, con riferimento al diritto internazionale e comunitario [leggi, europeo] manifestazione percettibile del Soft Law [anzi, si potrebbe estremizzare l’assunto con il dire: “questo è il futuro del diritto”] e non marginale potrebbe essere anche il riferimento che dovesse esser fatto al diritto domestico. Conseguentemente dobbiamo renderci avezzi, come giuristi e non solo come tali, ad un diritto [anche riferito o riferibile alle questioni ambientali inspecie se compendiate nella gestione dell’ambiente] che non esca dalle tradizionali assemblee [magari e soprattutto, quelle legislative], forse non soggetto a quello che alcuni dicono essere il tradizionale “controllo democratico” [ma magari soggetto ad altri controlli] e comunque rimesso alla [e manifestazione della] volontà delle parti. Certamente anche nell’ambito dell’ordine da porsi nell’economia dell’ambiente possiamo parlare di fenomeni di privatizzazione del diritto, di conseguente contrattualizzazione del diritto [di un diritto alla carta, di un diritto fai da te: ma non in senso negativo ed ancor meno dispregiativo]. Tutto ciò premesso e per non deludere circa le ragioni di questa brevissima introduzione [cosiccome per confermare quanto una buona teoria generale sia terribilmente pratica] proviamo a vedere che cosa possa, come conseguenza, comportare ciò che è stato supra rappresentato nei cinque tratti [anche solo come disegnati] allorquando si debba andare a ricercare, a ricostruire, a leggere, ad interpretare ed ad applicare quello che dovrebbe essere il diritto richiesto come riferibile ad una singola fattispecie. Secondo quanto abbiamo diligentemente anticipato, intanto non possiamo più parlare di fonti, ma dobbiamo ormai parlare di materiali giuridici in senso plurale [in cui non solo ritrovare l’opera dei giudici (ampiamente considerati, pensando anche agli arbitri in senso lato intesi), ma anche l’opera dei professori di diritto, cosiccome l’opera dei legislatori istituzionali e dei legislatori non istituzionali]. Poi dobbiamo pensare ai livelli parimenti plurimi, penso al livello internazionale, a quello comunitario [leggi, europeo] ed a quello domestico o municipale a dir si voglia [vale a dirsi a quello nazionale, così tacendo quello subnazionale, che però esiste]. È forse possibile, dati gli assunti direttamente sopra palesati, solamente avere delle [parziali, e per definizione, incomplete] liste. Ovviamente non ci dettaglieremo sulle diverse liste [dettaglio che costituirebbe, come già cennato, un meraviglioso gioco comunque aperto, se non un vero e proprio esercizio di stile, o meglio, un insieme di esercizi di stile (e qui il nome d’obbligo è quello di Raymond Queneau, con un rinvio al suo famoso testo dal titolo: Exercices de style)]. [segue] * Il presente contributo è qui pubblicato, come evidenziato in epigrafe, nella sua Terza parte [la Prima parte è stata pubblicata su questa Rivista, n. 8 - dicembre 2009, pag. 7; la Seconda parte è stata poi pubblicata, sempre su questa Rivista, n. 9 - marzo 2010, pagg. 6 e 7] e costituisce ancora la trascrizione dell’intervento effettuato dall’Autore al Forum Internazionale, I edizione, in materia di Economia dei Rifiuti, tenutosi ad Ischia il 25 e 26 settembre 2009, organizzato da Ambrosetti e PolieCo. La trascrizione di detto intervento sarà oggetto di completamento, con una sua Quarta parte, in un prossimo numero di questa Rivista.

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Sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti - SISTRI. A breve i Corsi di Formazione promossi da PolieCo e dalla Fondazione S.Chiara Il Consorzio PolieCo (Consorzio nazionale per il riciclaggio dei rifiuti dei beni a base di polietilene) e la Fondazione Santa Chiara per lo Studio del Diritto e dell'Economia dell'Ambiente, rendono noto che, stante le difficoltà riscontrate da molte Aziende nell'approccio all'applicazione e alla funzionalità del Sistema SISTRI e attesa l'opportunità degli Enti in oggetto, di promuovere una crescita oggettiva nei confronti degli obblighi normativi a favore dell'ambiente, avendo acquisito maggiori elementi di conoscenza e giudizio circa: adempimenti, costi e modalità applicative del sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti, stanno approntando una serie di Corsi di Formazione e Aggiornamento, il cui Calendario sarà a breve consultabile sul Sito: www.polieco.it Inoltre, come da collaudata modalità operativa, PolieCo è disponibile a socializzare con le imprese consorziate: segnalazioni, problematiche, notizie, contributi tecnici ed approfondimenti che vengano ritenuti utili al fine di un continuo e puntuale aggiornamento nel conoscenza comune del Sistema Sistri.

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