ANTONIO DE LUCA. UN POSTO PER SOGNARE FORTE

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ANTONIO DE LUCA un posto per sognare forte


opere Antonio De Luca a cura di Carlo Micheli Testi Antonio De Luca Silvia Fabbri Carlo Micheli Mattia Palazzi Alessandro Riva realizzazione grafica Vania Elettra Tam Allestimento Francesco Alberto Butera Stampa catalogo Paolo Etturi - Mantova

mediapartner

in copertina: “looking for a place to dream strong�, cm.100x100. Stampa su carta cotone applicata su dibond.


Casa di Rigoletto

Antonio De Luca un posto per sognare forte a cura di Carlo Micheli

Mantova, 7 ottobre - 4 novembre 2018



Leggo lo straordinario curriculum di Antonio De Luca e mi colpisce la definizione di “artista multimediale”, che credo delinei perfettamente la persona e il suo lavoro. Nell’ultimo biennio alla Casa di Rigoletto si è sviscerato il concetto stesso di “fotografia”, indagando sulle infinite sfumature che rendono questa forma espressiva come sospesa tra tecnica e arte, necessitando, per esprimersi al meglio, di entrambe le cose. L’accelerazione imposta dal digitale, poi, ha scalzato molti luoghi comuni, soprattutto riguardanti l’oggettività dello scatto, la purezza virginale del negativo ecc. Per questo, avendo molto apprezzato le rielaborazioni di De Luca, mi ha sorpreso quella sua ricerca improntata alla casualità, quella che potremmo definire “la poetica del rollino dimenticato” che consiste nella sovrapposizione alla cieca di due immagini sullo stesso fotogramma, con risultati a dir poco sorprendenti, ma soprattutto mai univoci, in quanto i possibili significati aumentano e si moltiplicano in modo direttamente proporzionale al livello culturale, alla fantasia, all’immaginazione di ogni fruitore. Una ricerca insolita, quella dell’artista siciliano, che offre molti spunti di riflessione rispetto alla fotografia e all’arte in generale. Il Sindaco Mattia Palazzi

MYSTIC LAND - 2004 - carta cotone su dibond - cm 70x100


FEAR - 2010 - trittico - carta cotone su dibond - cm 90x120


Cercando un posto per sognare forte

Gaetano Roi

Antonio De Luca è un fotografo che da lungo tempo lavora su temi e soggetti offerti dalla cronaca e dalla realtà quotidiana urbana, alla ricerca di spazi, volti e situazioni emblematiche, con un’ostinata e infaticabile curiosità per il mondo circostante. Ma la sua è una ricerca che non sfrutta con facile opportunismo tecnicismi esasperati, benché padroneggi magistralmente ogni tecnica relativa al mezzo fotografico - dall’analogico “vecchio stile” al digitale professionale, dal video alle Polaroid - come ogni genere di formato - da quello dei “manifesti” alle dimensioni piccole, piccolissime, “extra-small” - ma si affida alla sua straordinaria sensibilità per registrare, più che catturare, le immagini che attirano il suo sguardo, in giro per il mondo. Così i suoi soggetti, immortalati e tagliati dall’obiettivo, rivelano aspetti nascosti o imprevedibili, aprono nuovi orizzonti e reinterpretano, spesso trasfigurandola, la realtà: a volte si tratta di geometrie che si aprono allo sguardo e mostrano in un paesaggio o nel taglio di un’inquadratura una nuova poetica, così come oggetti, emblemi, cartelli stradali, segni metropolitani, scritte, striscioni, cartelloni pubblicitari, insegne che si ricompongono in armonia quasi a delineare nuove forme perfette, astratte. Ma Antonio De Luca, nel corso della sua lunga carriera che si è snodata anche tra set fotografici di moda e pubblicitari, tra riviste patinate e case di produzione, ha molto sperimentato con il mezzo fotografico, aderendo sempre alla realtà circostante: così a partire dagli anni novanta, ad esempio, ha documentato - raccogliendo poi il materiale in una mostra personale “Lo schermo di Scipio” - uno

dei fenomeni più sconcertanti della cronaca italiana, l’avvento in politica di Berlusconi e del “partito dello spettacolo”, in un modo del tutto originale: scattando le foto di cronaca su rullini già impressi con inquadrature televisive o urbane, dando così vita a immagini del tutto casuali ma con effetti diversissimi, quasi surreali e neo-dada, divertenti a volte e in altri casi sconcertanti. Da qui a un altro ciclo - esposto nella mostra “Era mio padre”, di fortissima tensione emotiva - testimonia la quotidiana parabola del padre morente, con una serie di foto di estrema intensità ed eleganza formale, asciutte ed essenziali. Una lunga carriera, riconosciuta anche con il premio internazionale ART DONKEY PRIZE, che è poi approdata alla 54. Biennale di Venezia, all’interno del Padiglione Italia curato da Vittorio Sgarbi, in cui ha esposto una serie di foto dal titolo “Perché i mendicanti vivono ancora” presentato dall’intellettuale e filosofo Sossio Giametta. Qui in una serie di strisce orizzontali Antonio De Luca presenta uno spaccato simbolico, insieme crudo e poetico, della nostra realtà, dei piccoli drammi e delle quotidiane ingiustizie di questa società: giovanissimi mendicanti e vetrine splendenti, simboli del consumismo come la Coca-Cola e crocefissi abbandonati e accostati casualmente, scritte e pixel digitali che si sovrappongono in modo anarchico, senza gerarchie di valori, portando alla luce le contraddizioni brucianti che tutti i giorni incontriamo sulla strada e nella nostra vita, ma anche il fascino meraviglioso di un’iconografia indomabile e continuamente sorprendente. Silvia Fabbri


Tirai una freccia in cielo... per farlo respirare - 2009 - carta cotone su dibond - cm 40x60


Il pittore costruisce, il fotografo rivela.

Susan Sontag

Quando sento parlare di “fotografia impegnata” mi si accende una luce intermittente nell’ipotalamo e mi chiedo se mi troverò davanti ad immagini truculente, intese a colpire basso o se il fotografo si rivolgerà alla mia testa, alla mia sensibilità, insomma se le fotografie saranno da valutare con gli occhi e con la pancia o con la mente e la coscienza. Senza sbilanciarmi per una delle due tipologie comunicative (alle volte occorre “infastidire” per essere ascoltati) dirò che ormai il web rigurgita di morti in diretta, sangue versato a litri, teste rotolanti e che queste immagini estreme fanno audience, tanto da indurre Facebook a censurare il nudo, per non togliere spazio all’oscenità della guerra, alle esecuzioni mafiose o terroristiche, agli stermini di massa, alle stragi annunciate. Anche Antonio De Luca, all’occorrenza, sa spingere il bisturi a fondo, con crudeltà artaudiana, sa sfiorare il limite, praticando tagli cesarei su se stesso (come nel caso della drammatica sequenza con cui ha documentato gli ultimi istanti della vita del padre), ma solitamente usa armi più taglienti, come l’ironia e il paradosso, seguendo un modello creativo caro alla poesia visiva, contaminato da un’apparente scelta di casua lità e irrazionalità. Dico “apparente” perchè, di fatto, la scelta delle immagini a monte rientra in una classe di appartenenza ben definita, così come le sovrapposizioni successive. Se così non fosse, se il risultato finale fosse del tutto casuale, De Luca avrebbe dimostrato l’esistenza di Dio, polemico e irascibile, sarcastico e salace, ma pur sempre Dio... In realtà avventurandosi alla ricerca di soggetti da immortalare, Antonio compie una prima selezione, interessandosi ad immagini già di per sè significative, riconducibili, ad esempio, al concetto di “distopia” e quando

poi pescherà a caso nel cassetto e rimonterà un rol lino anonimo, sovrapporrà altre immagini “compatibili” col suo progetto di fondo. Su questa base si innestano elementi casuali come il piccione di “tirai una freccia in cielo per farlo respirare” -trovatosi nel posto giusto al momento giusto- ed elementi più prettamente culturali come ad esempio il titolo stesso, mutuato da una canzone di Fabrizio De Andrè, che aggiunge ironia e profondità al messaggio visivo. La casualità può anche riguardare il momento contingente e arricchire di significati “altri” la composizione. Uno dei titoli papabili per questa mostra era “comode rate”, un’opera in cui, ad una vetrina di un negozio di elettrodomestici che propone rate agevolate si sovrappone un annuncio riguardante la cessione di un rene. L’opera, che ha già qualche anno, ora sarebbe stata certamente messa in relazione con la diluizione ottuagenaria del debito leghista... Il modus operandi deluchiano è in fondo una riscrittura della legge del caos, il tentativo di mettere il guinzaglio all’imponderabile. Come in una pièce teatrale basata sull’improvvisazione, l’autore trasforma in gag ogni accadimento, distorcendo, sovrapponendo, rettificando ma, soprattutto, attendendo che il tempo e il caso/ caos facciano il loro corso. E’ l’estremo tentativo, fallito, di dimostrare l’oggettività della fotografia, ma è anche -e soprattutto- un modo di “andare oltre” i parametri consueti. Una proposta impegnativa, provocatoria, da maneggiare con cura. Una maratona che non si può affrontare senza un allenamento consapevole e mirato… Carlo Micheli


TRANSITI - 2010 - trittico - baritata su dibond - cm135x200


COMODE RATE - 2006 - carta cotone su dibond - cm 40x60


JOB - 1994 - carta cotone su dibond - cm 72x200



FORSE CI FERMEREMO - 2002 - carta cotone su dibond - cm 70x150



MADDALENA - 2006 - carta cotone su dibond - cm 90x120


MYSTIC LAND 2 - 2012 - carta cotone su dibond - cm 60x80


Antonio De Luca è artista e fotografo. Alcune volte le sue due identità coincidono: nel momento, ad esempio, in cui utilizza il mezzo fotografico per sperimentare e innovare in direzioni imprevedibili o quantomeno impreviste il “tradizionale” lavoro di fotografo (di cronaca, pubblicitario, di moda, di spettacolo, etc.). Altre volte, invece, le due diverse anime prendono strade separate e autonome, pur continuando a guardarsi e a studiarsi, alle volte da lontano, altre volte invece incrociandosi e contaminandosi vicendevolmente, quasi fossero incapaci di esistere, nel suo lavoro, l’una senza l’altra. Ma, anche quando si affida alla sua sensibilità d’artista tout court, De Luca in realtà utilizza, in un modo o nell’altro, lo sguardo del fotografo: quello sguardo capace cioè di cogliere, nel caos dei mille possibili parametri su cui si fonda la realtà fenomenica, un momento di inaspettata bellezza, o una bizzarria, un’incongruenza, una rottura dei parametri, quasi a rappresentare in questo modo una scintilla di senso, di spiritualità o di profondità nell’apparente non-senso del reale. Uno sguardo che è, in breve, il segno inconfondibile di un artista in grado di cogliere, nel caos delle miriadi di immagini di cui il mondo di oggi è fatalmente costellato, una scintilla di unicità. La fotografia per De Luca non è mai, dunque, un mero strumento di manipolazione, di sintesi e meno che mai di mera estrapolazione estetica di un semplice “fotogramma” nel caos della realtà: quanto piuttosto un mezzo malleabile, fluido, meticcio, utilizzabile di volta in volta con tecniche e modalità diverse, a seconda dell’urgenza e della necessità cui l’artista tende in quel particolare momento. Non possiamo (poiché sarebbero troppe) soffermarci sulle tante forme e modalità con cui De Luca ha utilizzato, manipolato, meticciato il mezzo fotografico – dalle sovrapposizioni e sovrimpressioni di marca dadaista, alle polaroid, agli scatti “rubati” per strada (“distopie urbane”), alle sequenze ripetute, fino agli

“algoritmi allo sbando” (file digitali involontariamente corrotti che, come objets trouvés di stampo dadaista, si trasformano in misteriose opere astratte). O ancora, allontanandosi, ma solo apparentemente, dal mezzo fotografico: come quando è approdato alle serigrafie della serie “Dissipazioni fosfeniche”, nelle quali utilizzava la stampa serigrafica rielaborata con interventi progressivi per ottenere composizioni astratte e solo apparentemente caotiche, andando a creare sulle superfici delle tele effetti di sovrapposizione e giustapposizone – con segni grafici, pennellate di colore, monotipi ripetuti più volte, sagome di pixel rappresentati che si sovrappongono in modo anarchico – che, paradossalmente, richiamavano di nuovo, seppure solo in forma metaforica, la sua esperienza con il mezzo fotografico. Ancora una volta, infatti, De Luca, con un procedimento creativo neo-dadaista, scandagliava tutte le potenzialità di un mezzo, quello fotografico, sottraendosene completamente: intervenendo cioè sull’impianto serigrafico con lo stesso principio con cui era intervenuto, o su cui aveva lavorato, con la pellicola della fotografia analogica. Nelle “Dissipazioni”, infatti, attraverso la scelta delle gamme cromatiche, o attraverso effetti di graffiatura e di abrasione, e con la consapevole iterazione di elementi geometrici, l’artista richiamava, volontariamente o meno, sia la giustapposizione di immagini su cui avrebbe lavorato a lungo, sia la corruzione di quei files digitali che più tardi avrebbero portato agli “algoritmi allo sbando”, creando nuovi e inaspettati percorsi visivi, quasi surreali, dove i cicli di immagini si susseguono in strutture compositive perfette e astratte e di grande sintesi formale. Non sono dunque, a ben vedere, tutti questi, il segno di tanti lavori differenti e a sé stanti, ma di un unico, grande lavoro: quello di un artista a tutto tondo, che attraverso il caos e la moltiplicazione delle immagini di cui è pieno il mondo ha estrapolato una sua cosmogonia segreta del reale. Alessandro Riva


DISSIPAZIONI FOSFENICHE - 1993 - acrilco e vinilico su dibond - dettaglio - installazione di 32 pezzi - cm 32x48


terminal beach n2 - 1992 - acrilco e vinilico su dibond - cm 60x90


un lascito minore di apollo - 1992 - acrilco e vinilico su dibond - cm 60x90 - collezione privata


Antonio De Luca Artista multimediale, è nato a Montagnareale (ME) nel 1956. Vive e lavora a Milano. Professionista dal 1980 ha lavorato e pubblicato per numerose case editrici, tra le quali Rizzoli, Mondadori, Rusconi, Condè Nast, Elle, Japon, Madame, Figarò, Cairo editore, ecc… Ha inoltre realizzato video pubblicitari, cataloghi, calendari, pubblicazioni per BGS, HDMWE, Saatchi&Saatchi, Fiat immagine, Lancia, Alfa Romeo, Blue imp., Azzurra, Sbernadori Del Conte, Ricordi, BMG, Iveco, Pirella &G, Red Cell, Penno advertising, Olivetti, MPIO, Nadler e Larimer, Fiona Swarovsky, Nomen Italia, Albert Leclerc design, Collistar, Air Europe, Champion, Edwin jeans, Intermezzo ecc… Ha partecipato a numerose mostre, tra le quali: CRONACHE VERE a cura di Alessandro Riva, Milano, spazio Consolo, 1997; DESTRA, spazio Enzo Nocera, Milano; SULLA TV, spazio San Fedele, Milano; SKULL, Wannabee Gallery e spazio Revel, Milano; MALE DI MIELE, Wannabee Gallery, Milano; CELESTE PRIZE exhibition, Berlino; RODI ART EXHIBITION; LO SCHERMO DI SCIPIO, mostra personale a cura di Alessandro Riva, Wannabee Gallery, Milano; RITRATTI ITALIANI, a cura di Vittorio Sgarbi, Galleria d’Arte Moderna Aroldo Bonzagni, Cento (FE) e Fondazione Durini, Milano; ALL IN TWILIGHT, mostra personale a cura di Ivan Quaroni, Nur Gallery, Ars Prima, Milano; FEAR, a cura di Cristina Gilda Artese, Nur Gallery, Ars Prima, Colonia Art Fair; Ha vinto l’ARTDONKEYPRIZE (sezione fotografia) nel 2011 con l’opera “Era mio padre”.

È stato presente alla 54 BIENNALE DI VENEZIA al PADIGLIONE ITALIA (ARSENALE) con l’opera “240 perché i mendicanti vivono ancora, Apokalips” a cura di Giacomo Maria Prati, grattacielo Pirelli, Milano, 2012; POP DESIGN TOUR a cura di Alessandro Riva, ArteAccessibile, Milano, 2013; ALIENS LE FORME ALIENANTI DEL CONTEMPORANEO progetto di Sergio Curtacci, Palazzo Pirola, Gorgonzola, 2013; IL VOLTO DELL’ANIMA a Cura di Bruno Bandini, Sale dell’Accademia complesso monumentale del Broletto, Novara, 2014; SUPERHEROES 2.0, Gestalt Gallery, Pietrasanta e Forte dei Marmi, 2014; KEITH HARING, JEAN MICHEL BASQUIAT e POP UP REVOLUTION a cura di Achille Bonito Oliva, Electronic Art Caffè presso MDM Museo Portocervo e Art Gallery gruppo Art&Co, Parma, 2014; ALIENS LE FORME ALIENANTI DEL CONTEMPORANEO, progetto di Frattura Scomposta C.A.Magazine, Casa di Ludovico Ariosto, Ferrara, 2014; FUTURO CLASSICO a cura di Silvia Fabbri, Fondazione Mazzullo, Palazzo duchi Di Stefano, Taormina, 2015; DEATH STATI DI LIBERO ARBITRIO organizzata da Qualcosa di ROSSO; TAG … EMATICI Installazione di Raffaella Formenti e Video di Antonio De Luca, Palazzo Guinigi, Lucca, 2016; THE LAST SUPPER BEFORE HOLIDAYS video anteprima con Paola Turroni, galleria Sabrina Raffaghello Contemporary Art, Milano, 2016; SWEET HOME LE PALLE EN ORBITE video per Albert Leclerc, spazio Yves Trudeau, Festival Orford musique, Montreal, 2017.


Distopie urbane Identità perduta- identità culturale- identità etnicalisergica molecolare strutturale ideologica-spermatica calcografica gastronomica- identità e genetica- identità e memoria- stratificata- virtuale- psicotica- vicina alla demenza- terminale ma contigua ai territori del dolore- identità tribale podologicamente certificata- tra impronte e imprintig cercandomi in questa zuppa urbana maleodorante- falsamente asettica- mi scopro codificato e perduto- a trovar senso in questa cabala burocratica- tra password e user id- codici fiscali e bancomat- carte di credito e passaporti- permessi di soggiorno- codici a barre- codici bineurali- bodyscanners e suburbio- combattotransazioni finanziarie- green card codici Pin e identità matematiche. Obliterando le mie paure nei sotteranei della metro- rincorro facce veresbiadite- inacidite- fidelizzate nei supermercatiidentità senili- identità del branco- identità religiose- laiche perverse- pruriginose- identità di genere- identità stuprate- politicamente correttebanalmente malavitose- identità fantasmatica e igiene dell’ottico- abbracciato ai miei grandangoli cerco la nostra identità corporea- biecamente condominiale- sodale alla disperazione- provo a scavare in questo conglomerato iconico- ma sempre più spesso- rimango sovraimpresso a me stesso con l’anima in subbuglio e un vago sapore di sconfitta. Antonio De Luca

in copertina quarta di copertina

LOOKING FOR A PLACE TO DREAM STRONG - 1993 - carta cotone su dibond - cm 120x120 liquid sky n1 - 1992 - polaroid tipo 55 acrilco e vinilico su dibond - cm 57x42


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