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Primavera Inverno Ancora Primavera

Franz Cattaneo


Questo è un racconto Come il mare. Deve essere respirato Bevuto Assaggiato.

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Primavera

Seduto ad aspettare, sentiva il vento fresco passare nei pantaloni. Questo è quello che si dice primavera, a Milano perlomeno. Un sole inaspettato, in un pomeriggio in cui il vento sembra fresco, non gelido. La primavera non arriva a Milano. Succede. Come molte altre cose. C'erano delle volte in cui gli piaceva sedersi, a guardare la gente vivere, correre, ridere, parlare, litigare. Sentirsi, per una manciata di minuti, spettatore.

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Quando le aveva detto "ti amo", l'aveva guardata negli occhi. Che sono verdi, piccoli, immobili. Come uno scoglio in mezzo al mare, poco lontano dalla riva. Un punto fermo. E si era reso conto di quanto fosse provvisorio, quel senso di stabilità che un uomo può sentire, aggrappandosi agli occhi di una donna. Quando le aveva detto "ti amo" era inverno, era buio, era freddo. Erano nudi, profili disegnati dalle ombre di una abat jour, in piedi. Quando le aveva detto "ti amo" si era sentito libero. Finalmente. Erano state tre le donne, in tutta la sua vita, alle quali aveva detto "ti amo". Conosceva il peso di quella parola, e il senso di vuoto che ti sovrasta appena la dici per la prima volta. E la liberazione nel dirlo. Ma non lo aveva mai detto credendoci così tanto. Credendoci così tanto in questi due occhi, in questa pelle, in questo profumo. Avendo quella certezza che lo possedeva da qualche tempo, della reale possibilità che una donna potesse cambiare la sua vita,

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calmare il suo dolore, domare la sua libertà, accarezzare le sue debolezze, accompagnare i suoi pensieri, attraversare le sue paure. Lei era rimasta lì, ferma come i suoi occhi, come se fosse stata solo una piccola onda, un rimasuglio di una corrente, più schiuma che acqua. Impassibile, come gli scogli appena fuori dalla baia. Quando le aveva detto "ti amo" si era reso conto di averlo già detto, qualche sera prima. Le cose così, rifletteva, succedevano prevalentemente di giovedì nella sua vita. I grandi momenti, quelli in cui tutto succede in un secondo, erano sempre successi di giovedì. Che è il giorno che assomiglia di più alla resa dei conti. E' l'ultimo prima dell'ultimo. Quel giovedì erano nudi, a lasciare che la stanchezza scivolasse via, in un perfetto incrocio tra desiderio, vino bianco e troppe sigarette. E, finito il vino, finite le sigarette, non rimaneva che finire il desiderio. Questo, credeva, era un grande punto di unione. Questo, il desiderio, era stato fin da subito la loro lingua sicura. Un modo per capirsi al volo, per trovarsi, per sapere quando aspettarsi e quando lasciarsi andare.

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Ma quella sera, quel giovedÏ sera, era successo semplicemente quello che avrebbe dovuto succedere nella vita di tutti gli uomini. Per un solo istante. Per questo istante solo, dicono, vale la pena vivere una vita intera. Ricorda i piedi, piccoli, fragili, inarcati. Ricorda le gambe, lisce, perfette. Ricorda il respiro. Ricorda gli occhi, verdi, piccoli, immobili. Ricorda le mani, che si cercavano. Nuotare insieme in questa corrente, dicono, è l'unico modo per salvarsi. Ricorda di aver sentito, forte, tutta la liberazione di averle detto "ti amo", senza averlo detto. Avendolo fatto. Una cosa di una semplicità enorme. A ben guardare. Una cosa che aveva imparato, nella vita, era che quando inizia, ci si attacca a un'immagine. A un dettaglio, qualcosa di insignificante che diventa terribilmente importante. Un difetto, un particolare, un'istante. E, aveva imparato, questo piccolo particolare diventa un segreto, la memoria segreta di quando tutto è iniziato. Te lo porti dentro fino a quando tutto finisce. Tutto inizia, tutto finisce, con lo stesso, piccolo, insignificante, dettaglio. In mezzo ci sono giorni, mesi, anni. Iniziati da un piccolo particolare. Era stato il suo sorriso,

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che era comparso nel mezzo di una discussione, sorgendo come un sole inaspettato, a rimanere come quel piccolo particolare. Talmente spiazzante, quel sorriso, da essere diventato davvero un sole capace di illuminare tutto il buio che c'era intorno. Aspettava che la sigaretta si spegnesse da sola, mentre osservava la gente camminare, quasi correre, sul marmo lucido sotto i portici. Da dove era seduto si poteva osservare una buona parte del Corso. Quasi sentirsi schiacciati dal Duomo, dal suo bianco rovinato, dalle sue vetrate. Un pomeriggio di qualche tempo prima, era uscito da casa sua camminando veloce verso la macchina, per non prendere tutto il freddo di questo fottuto inverno, per non sentire il freddo che sentiva ogni volta che si lasciavano. Un freddo atroce, dentro le ossa. Da troppi mesi. Un inverno lunghissimo. Camminando aveva pensato a quale sarebbe stato il regalo piÚ bello da farle. Le brillava al dito un diamante che, ogni volta, lo riportava al suo passato, graffiandolo appena nel cuore e sulla schiena. Il tempo. Avrebbe voluto regalarle il tempo. Tutto il tempo. Avrebbe voluto regalarle un'infinità di mattine insieme, odore di caffè, luce dalle persiane, l'incertezza del freddo delle

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piastrelle. Avrebbe voluto regalarle tutte le sere in cui la loro fame si saziava, vicendevolmente. Di parole, di silenzi, di ombre, di respiri sempre più affannati. Avrebbe voluto regalarle tutte le notti, quando la città si ferma, quando si sentiva appena il suo respiro, leggero, piccolo, come lei, come i suoi piedi, come le sue mani. Il tempo. Tutto il tempo che occorre a un'amore. Tutto il tempo che fosse servito per guarirsi, per arrivare, per amare fino in fondo. Quando le aveva detto "ti amo", avrebbe dovuto dirle: voglio essere tutto il tempo che servirà ai tuoi occhi per essere sazi. Invecchieranno, i nostri corpi. E anche la tua perfezione, lentamente, si piegherà docile al tempo che passa. Ma i tuoi occhi sapranno, sempre, dove guardare. Per essere sazi. Il tempo che occorrerà, tutto il tempo che servirà, ecco sono io.

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Suo padre era un uomo buono, di quegli uomini buoni che la vita ha piegato come i vecchi pini marittimi. E una volta, gli aveva regalato un orologio. Dio, tutti quegli ingranaggi. Tutta quella perfezione meccanica, lucida, minima. L'incastro perfetto di piccoli ingranaggi. La follia di voler misurare il tempo. Per sentirsi puntuali, per sentirsi in ritardo. Non ti sto regalando il tempo, aveva detto. Ti sto regalando il modo in cui puoi misurarlo. Nessuno può regalarti il tempo, se non chi ti ama davvero. Così era andata, più o meno. Per questo, più o meno, aspettava docilmente che la vecchia gioielleria sotto ai portici aprisse. Per comprare un orologio. Piccolo, come i suoi polsi. Senza numeri, perchè lei potesse solo immaginare lo scorrere del tempo. Bianco, come la sua pelle. Quando le aveva detto "ti amo", avrebbe dovuto dirle, senza paura: tu sei uno splendido inizio in cui io voglio la mia fine.

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Lei camminava veloce, odiando il marmo del Centro e i suoi riflessi scivolosi. Aveva imparato a camminare sui tacchi molto prima di imparare molte altre cose. Sentiva quello strano richiamo. Lui era così. Uno strano richiamo. La follia di un mare in tempesta, questo si vedeva nei suoi occhi e nei suoi capelli. La rabbia domata ma non spenta, questo si sentiva nelle sue mani. Quando era sopra di lei, ecco in quei momenti, poteva sentire il mare calmarsi, la rabbia sedersi, e lui respirare sempre più forte. Era un uomo. Come gli altri. Come tutti gli altri uomini che si erano fermati prima di lui, davanti a quei tacchi, di fronte ai suoi capelli. Toccando la sua pelle. Come tutti gli altri, anche lui bruciava lentamente nel sentirla respirare, sempre più forte. Lui era diverso, però. Era un mare davvero in tempesta. Nessuno lo avrebbe navigato.

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Arrivava, come il mare in tempesta, rompendosi forte su di lei, schiacciandola con i suoi pensieri, assordante in tutta la sua forza, infinito nella sua rabbia bollente di schiuma e correnti.

Era quel suo calmarsi, completamente, solo con lei. Era quel suo capirlo, saperlo fin dal primo giorno. Questo l'aveva fermata, per quell'attimo in piĂš, nel quale lui era diventato tutto. Come nessun altro. Gli aveva detto: "ti amo". PerchĂŠ amava quel mare, amava tutto di quel mare cosĂŹ imperfetto, cosĂŹ infinito. C'erano dei particolari, nel suo modo di sbagliare tutto. Nel suo spogliarla di corsa, senza nessuna ragione se non di dover fermare la tempesta. Nel suo parlarle di tutto, come onde ruggenti che spaccano la terra. Come le sue spalle, grandi, forti. Come i suoi pensieri, sempre troppi, sempre turbolenti. Correnti pericolose in cui lei, lo aveva capito subito, era l'unica a non perdersi. Gli aveva detto "ti amo" per tutto questo. Lui era semplicemente diverso. Unico, probabilmente.

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Camminava veloce anche se non c'era nessuna fretta. Strano pomeriggio in cui la primavera sembrava affacciarsi timidamente sulla schiena della cittĂ , piegata da un inverno davvero troppo lungo. La sua schiena. Che ci si poteva appoggiare, aggrappare, allacciare. La sua schiena, dove si poteva sentire, appoggiando l'orecchio, tutta la tempesta del suo respirare. Lei non avrebbe mai lasciato aperto tutto per un uomo. Per nessuno. Lo aveva fatto per troppo tempo. Per uno solo. E rimaneva solo un diamante, a un dito. Tutto quel tempo, per un diamante solamente. Nessuno avrebbe pagato quel prezzo, per un diamante. Lei lo aveva fatto. E adesso aspettava, senza lasciare che nessuno potesse davvero avvicinarla, che molti passassero, fermandosi appena, confusi dalla sua bellezza, impigliati nei suoi capelli, graffiati dalle sue mani. Tutti tranne lui. Che era un mare in tempesta che nessuno avrebbe potuto calmare. Se non lei. Per questo, forse, sentiva la fretta di arrivare, l'urgenza di vederlo, la fame straziante quando lo aspettava, e quella malinconia che hanno

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le spiagge appena il mare se ne va con le maree, quando lui se ne andava, quasi correndo. Ogni volta. Non è difficile, quando sai cosa cercare, trovare quello che cerchi. Sembra sciocco. Ma non sono in molti ad arrivarci. Molti cercano, per troppo tempo, senza aver capito cosa dover cercare. Ecco, tra le mani, un orologio piccolo, bianco, lucido, perfetto. Misura il tempo da quando è stato costruito. E' stato costruito per farlo: non per ridarlo, non per toglierlo. Per misurarlo. Poi sono gli uomini, a sentirsi in ritardo, in anticipo o semplicemente in tempo.

Quando le aveva detto "ti amo" avrebbe dovuto dirle: ma non ti sei accorta che siamo in tempo, perfetti, per guarirci? Non in ritardo,

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non in anticipo. Perfetti, nel mezzo di questo inverno, per essere giusto in tempo. Ce ne vorrà molto, avrebbe dovuto dirle. Per guarire queste ferite. Ma forse è solo per questo che vale davvero la pena vivere.

Uscendo dalla vecchia gioielleria, sentiva tutto il peso dii un piccolo orologio bianco, lucido e perfetto. Il peso del tempo che questo orologio avrebbe dovuto misurare. Mesi, anni, stagioni di una vita. Di due vite. Che appena in tempo si erano salvate vicendevolmente. Camminava piano, quasi galleggiando in quel vento fresco, in quel sole immaturo, in quella primavera che era successa proprio in quel pomeriggio. Si fermò ancora. Per pensare. Forse avrebbe dovuto dirle che è così che due persone si amano.

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Partendo dalla loro fame, saziandola. Placando la loro sete. Anime segnate da anime. Corpi che hanno cercato corpi. Per far finta di non capire. Che quel momento, in cui ti senti per la prima volta perfettamente in tempo, e del quale vorresti ricordare tutto, è il momento per cui vale la pena vivere. Ricordava, in effetti, tutto. Alla perfezione. Il sapore, ancora forte, del pesce crudo. L'odore del fumo, mischiato al suo profumo. La pelle, tesa, della sua pancia perfetta, da bambina. Il sapore, dolce, delle sue gambe. Il rumore, che la loro fame, stridendo, faceva. Due corpi che si incontrano, quando due anime si fondono, fanno sempre un gran rumore. Di perfezione. Ma rumore.

Lei non lo interrompeva mai.

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Quasi avesse rispetto, del suo parlare, del suo toccarla, del suo andarsene. Mai. Non lo fermava mai.

Per questo lui sentiva, sempre pi첫 forte, il bisogno di tornare. Di fermarsi. Per tutto il tempo che sarebbe servito. Per la prima volta, da troppo tempo, non lo spaventava la sensazione di fermarsi. Anzi, adorava fermarsi su di lei. Appoggiarsi sulla sua vita, ovale perfetto. Sembrava che lei non sentisse il suo peso, che lui fosse liquido, quasi che le scorresse addosso, come l'acqua che passa su una roccia. Il verde dei suoi occhi. Lei aveva rallentato il passo, ascoltando il rumore dei suoi tacchi nell'eco esagerato dei portici vuoti. Guardando una vetrina, si osservava riflessa insieme a un bagno di luce.

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Il bianco e il nero. Gli unici colori che non sono colori. Tutti i colori insieme, e nessun colore. Bianco e nero, i suoi colori preferiti.

Lui era un disastro. Con i colori. Avesse dovuto fermarsi a quello, era davvero impossibile pensare a qualcuno di piÚ disordinato. Nell'anima e nella vita. Nei capelli e nei colori. Nei pensieri e in quel suo parlare lento, ridendo di tutto per non piangere di niente. Uno splendido mare. Di cui non aveva paura. Non ci si può fidare di una tempesta. A meno che non ci sia la sicurezza, che solo il mare sa dare, che prima o poi tutto passerà .

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Sembrava che lui avesse sempre fretta di scappare da lei, da loro. Dal loro respirare insieme. Si era fermato, impercettibile, solo una volta, per qualche istante di piĂš. Quando lei aveva sorriso. Per una sua battuta. Un sorriso. Ecco, lĂŹ si era fermato, dando quasi l'impressione di voler restare. Non per la sua pelle, non per i suoi capelli, ma per il suo sorriso. Questo amava di lui. Il suo disordine nell'amarla. Dove tutti avevano amato, lui passava veloce, come un'onda in ritirata. Dove nessuno si era fermato, lui amava fino alle viscere, rompendosi in mille gocce ed entrando docilmente ovunque.

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Inverno

Quando si erano incontrati sembrava l'inverno si fosse dimenticato di Milano, lasciando passare un sole quasi caldo sugli alberi senza foglie e sul viale. Sembrava non finire da nessuna parte, quel viale. Lo perdevi di vista, mentre dritto e solenne attraversava lentamente tutta la periferia. Sembrava non finire da nessuna parte, quel pomeriggio in cui l'inverno si era dimenticato della cittĂ . Il rumore dei tacchi l'aveva preceduta di qualche istante, attraversando tutto l'imbarazzo di un saluto tra due anime cosĂŹ difficili. Era vestita di nero, e bianco. Adorava vestirsi di nero, e di bianco. Lasciare che i non colori, il nero e il bianco, le si sistemassero addosso. Aveva scelto con cura tutto, lo faceva sempre. Non lo faceva certo per lui.

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Cosa stava facendo, in effetti, non era molto chiaro nemmeno a lei. Perdere il controllo, per qualche ora, sarebbe stato lecito. Aveva lasciato che lui decidesse tutto. Aveva smesso, in un pomeriggio di due anni prima, di fidarsi degli uomini e del loro modo di scrivere il suo destino. Così prevedibile, così noioso. Aveva imparato a usare la sua bellezza, solo quello che si vedeva da fuori. Aveva imparato ad accompagnarli per qualche momento. Niente di più. Sarebbe stato così anche oggi. Era da tanto che non si imbarazzava per qualcun altro. Ma il disordine assoluto dei vestiti di lui, il suo modo di camminare, parlare e osservare, la imbarazzava. Niente di cui preoccuparsi. Solo qualche

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momento.

Era arrivato prima del previsto. Aveva cercato un caffè. E aveva pensato a quello strano viale, che sembrava non finire da nessuna parte. Come la sua vita, ultimamente. Era arrivato a pensare di sedersi, per un attimo, su una panchina di questo viale, e aspettare che qualcuno, qualcosa, passasse. Per capire dove andava. Per capire come si faceva ad andare. Sentiva tutta la stanchezza di questa indecisione. Prenderlo nella schiena, nella testa. Non era stato facile digerire quel suo camminare perfetto, su quei tacchi assurdi. Doveva avere una straordinaria passione per il nero. O forse un lutto da rispettare. Odiava le donne che coprivano gli occhi. Odiava gli occhiali da sole. Gli occhi dicono molto di una persona, e in pochissimo tempo per di piÚ.

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Aveva quello straordinario senso di consapevolezza della sua bellezza. Sembrava quasi ci fosse abituata. Forse è così. Quando hai una cosa così straordinaria, nelle tue mani, sempre, alla fine ti ci abitui. Sembrava impossibile, visto da fuori, abituarsi a tutta quella bellezza. Il bianco e il nero. Non colori. Tutta la luce possibile, tutta l'assenza possibile. Non avrebbe mai pensato potessero esistere persone così. Alla domanda che colore ti piace, rispondere nero o bianco non dovrebbe essere consentito. Come portare grossi occhiali da sole, solo perchè l'inverno si è dimenticato di spalmare il grigio sul cielo, lasciando un sole tiepido, provvisorio, a penzoloni sopra tutte queste vite. Gli sembrava di avere un programma, fino a pochi istanti prima che lei arrivasse. Ma poi, si era reso conto di non avere assolutamente niente

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in mente.

Il tempo ha due dimensioni. Talmente vicine, da essere spesso confuse. Esiste Cronos, il tempo di chi ha fretta, il tempo della precisione, il tempo da rispettare. Cronos è cattivo, ma prevedibile, nel suo scorrere sempre uguale. E' il tempo che non si rimpiange mai. Ma è quello che si accusa. Poi esiste Kairos, il tempo del cuore. Che sfugge alle logiche dei conti, che non ha orologi, che è invisibile agli occhi. Kairos scorre molto lentamente, quando si soffre. Dicono che le lacrime rallentino Kairos fino a fermarlo, sospeso per sempre. Kairos corre, furioso, senza che il cuore se ne accorga, quando vorreste misurarlo come Cronos. Kairos sfugge, veloce, agli amanti

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e agli innamorati.

Chi vive, maledice Cronos. Chi ama, rispetta Kairos. Due dimensioni, spesso, dimenticate. Sono gli anni, le abitudini, le piccole noie, i fallimenti, a lasciare che Kairos affondi sotto il peso di Cronos. E le ore tornano ad essere ore, i minuti sono impeccabili, i giorni sicuri. Un ritmo straziante. Una marcia definitiva. E' solo quando Kairos si sveglia, accarezzato da piccolissime sensazioni, che le persone si ricordano della sua esistenza e del suo imprevedibile scorrere. Questo spiegherebbe, in fondo, la fretta con cui il pomeriggio aveva lasciato entrare la sera, il sole aveva lasciato la notte sulla cittĂ . Parole, erano passate spigolose dentro l'imbarazzo, lacerandone le pareti. Ma c'era qualcosa, in fondo a quelle parole, in fondo a quelle due sicurezze, talmente finte e improbabili da

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sembrare vere, che lasciava intendere un'incredibile fame. Insaziabile. Pensavano. Aveva scoperto in lei la serena capacitĂ di fermare il tempo in mezzo alle sue mani, sulla punta delle labbra, dietro ai capelli. Aveva scoperto un diamante, piccolo, su un dito, ancora piĂš piccolo. Aveva intuito un passato, lasciando che fosse lei a non parlarne. L'aveva lasciata, lentamente, entrare nel suo disordine. Per lui era normale, osservare la curiositĂ  famelica con cui tutte volevano buttarsi a capofitto in quel disordine eterno. Qualcosa a che fare con il senso materno che ogni donna ha. Tutte, sempre, tutte. Entravano affascinate, quasi incuriosite, in quella dannazione di anima e corpo, che si intuiva dai capelli e dagli occhi. Poi, tutte, sempre, tutte, scappavano. Qualcosa a che fare con il senso di sopravvivenza.

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Il sesto senso di ogni donna. Fuggire da un disordine più grande di qualsiasi anima. Non si era lasciata andare per due semplici ragioni. Intuiva un grandissimo casino, dietro quegli occhi. E voleva scappare. O forse restarci dentro per sempre. E poi, la spaventava da morire. Con la sicurezza della sua voce, con la certezza metodica delle sue mani, con il suo profumo. Sapeva di trovarsi di fronte a un uomo che avrebbe fatto di lei quello che voleva. Strano. Sembrava così debole, così fragile, così provvisorio. Poi muoveva le mani. Sapendo cosa dire. Leggendo cosa fare.

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Lasciava che lei intravedesse tutto questo casino. Mentre l'accompagnava, con la voce, con il respiro, con le mani. Era da tanto, troppo tempo, che nessuno sapeva farlo cosÏ. Con quella sicurezza. Senza avere nessuna paura. E poi il tempo, stranamente, era volato via. Un'altra sera. D'inverno. Senza dirsi troppo, perchè chi vuole raccontare, spesso non parla affatto, avevano lasciato cadere i saluti, senza che facessero molto rumore, su quel viale strano, che sembra non andare da nessuna parte. Un'altra sera, d'inverno. Sembrava giusto che fosse lui a ricercare lei. E cosÏ era stato. Senza parlare troppo, si erano raccontati ancora una storia che fosse plausibile per tutti e due. E che non toccasse il disordine dei capelli di lui, con il diamante al dito di lei.

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Avere cura che questo non succedesse sembrava interesse di entrambi. CosÏ, riscoprendo il tempo docile di Kairos, avevano inziato a scambiare i giorni con le notti, le ore con i minuti. Senza che nessuno dei due potesse, o forse volesse, avvisare l'altro di quanto fosse pericolosamente definitivo. Fermarsi davanti a quei capelli, appoggiarsi a quel disordine, respirare quel profumo, guardare la pancia del mondo dal basso di un vortice in cui, bugiardi, fingevano di essere già stati. Lui era diverso. Non rispettava il tempo, non aspettava mai che fosse giusto parlare, e lasciava libere le mani, senza nessun filtro. Sembrava non avesse paura di nulla. Perchè quel disordine assoluto doveva essere, in fondo, la migliore delle garanzie.

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Forse aveva ragione lui. In mezzo a tutte quelle correnti, rischi di rimanere immobile. Lei era imprevedibile. Sembrava difficile credere che tutta quella forza uscisse da un corpo, in fondo, cosĂŹ piccolo. Poteva tranquillamente schiacciarla, con il peso delle sue spalle e dei suoi pensieri. Per questo, ecco, non si sarebbe mai permesso di farlo. Era di una bellezza incontrollabile, assoluta, sfuggente. Quando era troppo difficile parlare, si limitavano a lasciare cadere il discorso, appoggiando i bicchieri,aspettando che tutto tornasse normale. Quando era troppo difficile fermarsi, appoggiavano i pensieri, aspettando che tutto sembrasse perfetto. Quando era troppo difficile restare, lui scivolava via, veloce. Quasi volesse scappare. Ma poi tornava, sempre. Lui, le sue mani, il suo parlare. Lei, le sue mani e il suo ascoltare.

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Un pomeriggio lei gli aveva detto: fermati, resta. Avrebbe voluto dirgli: ti amo. Avrebbe dovuto dirgli, è perfetto il modo in cui la tua tempesta si calma solo sui miei occhi, solo tra le mie mani, solo sopra di me. Lui aveva fermato lo sguardo, per qualche istante in più. Kairos che lascia tornare Cronos. E lui che scappa, su quel viale che sembra non finire da nessuna parte. Una sera lui non era riuscito a dire nulla. Aveva osservato, da spettatore, la perfezione di due solitudini che diventano un corpo solo. Molto di più di questo. Era rimasto, per qualche momento perfetto, appoggiato sulla sua felicità.

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Rompendo il respiro, aveva voluto parlare. Senza che niente, a parte le stupide parole di circostanza, facesse pensare veramente a quello che voleva dire. Avrebbe voluto dirle: ti amo, sai. Amo questo, esattamente di te. L'essere noi, perfettamente. L'essere te, perfettamente. L'accettare tutto il mio disordine, perfettamente. Ma era abituato a vedere donne che scappavano dal suo disordine e sentire parole che rimanevano dentro il suo disordine, senza uscire nemmeno sottovoce.

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Ancora Primavera C'era profumo di limoni, un profumo strano per una città come Milano. La piazza era illuminata a metà. Metà al sole, metà in ombra, il bianco e il nero. E' una piazza strana di Milano. Tre banche, una per lato, una chiesa sull'ultimo. Granito, marrone, marmo lavorato, mattoni rossi. Quattro stili architettonici, un disastro apparente, per chi non sa trovare il filo conduttore. Qualche sindaco ci ha messo delle piante, che fanno una fatica pazzesca a sembrare felici di essere state piantate dentro a tutto quel cemento. Un altro sindaco ci ha messo delle panchine, dimenticando che sono sempre meno i milanesi che si siedono, a guardare la vita degli altri. Sono belle panchine, di pietra. Larghe. Ci si sta seduti che è una meraviglia, pensava lui. E tra l'altro, ci sta il giornale, il caffè preso al bar davanti alla chiesa. Conosceva quella piazza solo di domenica mattina. Quando bisogna fuggire dalla città, per il troppo caldo, o per la troppa malinconia, e tutti corrono verso il mare. E lui si faceva trovare li in mezzo, insieme ai piccioni e a qualche disperato turista.

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Profumo di limoni. Un profumo davvero strano per una cittĂ come Milano. Aveva appoggiato l'orologio, con la sua piccola scatola azzurra, sulla panchina, di fronte a lui. Ci sarebbe stato da studiare cosa dire, da preparare un discorso per accompagnare il suo stupore mentre apriva la scatola. Quando l'aveva stupita, per la prima volta, era giĂ  buio da un pezzo, in una sera davvero fredda. E le aveva portato un regalo. L'unico. Fino ad oggi. Lei aveva aperto la scatola, e le si era illuminato prima il sorriso, poi gli occhi. Che lo avevano guardato. Disperati. Di felicitĂ . Ti prego, avrebbe dovuto dire lei, non farmi questo. Non lasciare che io mi stupisca. Non lasciare che io senta tutto il bisogno che ho di stupirmi. Non farlo.

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Ti giuro, avrebbe dovuto dire lui, che per questa luce che ti ha bagnato gli occhi adesso, qualcuno potrebbe credere che si possa anche vivere una vita intera. Ma non le disse nulla. Sorridendo, pensava di non aver mai vissuto di luce riflessa. Forse, un giorno, sarebbe arrivato il momento. Quello era stato l'unico regalo. Una scatola di cartone, un paio di pantaloncini, e l'essere stati in silenzio a godersi i propri pensieri. Qualche turista anche oggi, a cercare il sole, osservando le banche che accerchiano la chiesa e San Michele, armato, che sembra rimasto l'unico a volerla difendere. Un silenzio assordante, perchè questi muri alti hanno, da anni, tenuto le macchine e le persone rumorose lontano. Questa piazza, per chi non sa cercare, non ha niente da dare. Come la vita.

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Lei camminava verso la piazza, distratta dalle vetrine. Era in anticipo. Non avrebbe avuto senso, stare ad aspettarlo. Lo faceva sempre. Lui non era mai in ritardo. Era perennemente in un tempo suo. Disordinato anche nel misurare il tempo. Sembrava impossibile. Sembrava strano, quell'appuntamento, in quella piazza, per un regalo. Si era abituata a non avere regole con lui. Perchè qualsiasi regola si imponeva, era lui ad infrangersi maestoso, distruggendola, inconsapevole. Nessuno può costruire sul pezzo di mare che diventa spiaggia. Perchè non è terra, è ancora mare. Solo l'uomo troppo sicuro di se, crede di poterlo fare. Prima che il mare, inconsapevolmente, distrugga tutta quella sicurezza. Inutile credere di sapere dove finisce il mare. Se è il mare a decidere, talvolta, dove finire e dove iniziare.

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Era assurdamente straordinario, in effetti, osservare come fosse stata lei, alla fine, quella a doversi misurare con lui. Per la prima volta nella sua vita, aveva un uomo che badava a se stesso. Da solo. E che non era assolutamente capace di farlo, come tutti gli altri. Ma non si poneva assolutamente il problema. Che la calmava, con le sue parole, la dissetava, con le sue spalle, la riportava in un tempo in cui, tutte, dovrebbero essere dondolate perennemente. Si era spaventata, qualche tempo fa, poco dopo una delle sue fughe. Lo osservava dalla finestra, correre leggero verso il viale. Sospettando, solo per un instante, che non sarebbe tornato pi첫, si era sentita di nuovo sola.

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Di quella solitudine che le faceva male, bruciando sulle ferite che quell'anello le ricordava. E si era spaventata, nel sentirsi sola. Nel non poterlo raggiungere, adesso, in quella sua fuga, per fermarlo. Resta, ti prego, fermati. Ho bisogno di te. Non lo aveva mai detto a nessuno. Se non ha se stessa. Si era davvero spaventata. E da quel momento aveva capito, senza accettarlo, che l'amore ha una metrica davvero strana, una lingua davvero ostica, un percorso davvero insensato. L'amore. Che poi è uno solo, come il mare.

Guardava due piccioni rincorrersi. Forse un maschio e una femmina. Odiava i piccioni, senza forse averci mai pensato davvero prima.

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Aspettava lei, fumando seduto sulla panchina. L'avrebbe vista entrare nella piazza. Bianca e nera, nella luce e nell'ombra. Adoravano stare al buio. Perchè certe parole arrivano solo al buio. Tutti volevano vederla, nella luce. Tutti avevano voluto vederla, illuminata dalla luce e dal desiderio. Lui no. Voleva sentirla, sussurrarle parole lunghissime, in un buio avvolgente e leggero, come un signorile abbraccio. Tutte volevano essere viste, nella luce. Lei sapeva di loro. Del loro desiderio di vederla desiderare. Un gioco di sguardi in cui la luce è indispensabile. Quando lui scelse il buio, aveva capito di quel suo avere bisogno di lei. Ma non di lei. Della sua anima.

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Questa piazza era bella, perchè era luce ed era ombra. Questa piazza era bella, in fondo, perchè stava arrivando lei. A questo si era abituato. La sua bellezza era come una mano, che accarezzava le cose intorno. L'amore per una donna, che poi è uno solo, perchè una sola è la mano che sfiorando il mondo, può rendere tutto questo bello come gli occhi che lo guardano.

Entrando nella piazza si chiese se fosse normale sentire quel desiderio, bruciante, folle, immaturo, egoista. Nel vederlo, si era sentita subito riparata, da tutta quella, troppa, luce. Sorrideva, lui sorrideva raramente. E solo per lei. Restava seduto su quella panchina, con l'espressione sospesa di chi deve dire molte cose, ma vuole dirne solo una.

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Osservandola entrare nella piazza, si era sentito calmato. Nel respiro, nel pensiero, nel cuore. Camminava talmente bene, da rendere perfetto il gesto di camminare. Nonostante quella sua abitudine ai tacchi, infiniti. Come se volesse stare lontano da terra. Non sorrideva, guardandolo. Rendeva belle anche le piante, impaurite dall'inverno e dalla cittĂ . Si era seduta vicino a lui, li divideva una strana scatola azzurra. Sembrava un vasetto. Senza nessuna pianta. Lui sentiva, adesso, forte, il suo profumo. Dolce, avvolgente. I limoni, strani profumi per una cittĂ  come Milano, erano scomparsi. Adesso era il suo profumo. Era il suo profumo, che lui trovava, qualche volta, nei posti piĂš inaspettati.

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In un supermercato, in una farmacia, su un tram. Ed era bellissimo constatare come si possa stare bene, di colpo, in un supermercato, in una farmacia, su un tram.

Lei guardava la scatola. Lui guardava lei. Le disse: aprila. Sottovoce. Lei appoggiò, lentamente, un bacio sulle sue labbra. Quella cosa per cui, in fondo, bisognerebbe lottare fino alla morte. Le sue mani piccole, cercavano l'inizio della carta azzurra. L'anello con il diamante scivolava, seguendo le mani. Sembrava, a stare ai rumori, che la città si fosse fermata. Nel mezzo di un pomeriggio in cui la primavera stava succedendo a Milano. Prima di guardare dentro, lei lo prese per mano.

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C'erano momenti in cui si parlavano il meno possibile, consapevoli di quanto una sola parola potesse essere ospite non gradito, al banchetto della perfezione. Si guardarono. Un'altro bacio, appoggiato ancora sulle labbra. Aveva una dolcezza infinita, a volte, nel baciarlo. Spiazzante, se dato dalla stessa persona che lo mordeva con una forza incredibile nel buio delle notti.

Lui sentĂŹ chiaramente il cuore rallentare, il senso liberatorio di averle detto "ti amo". L'immagine del suo sorriso, che in pieno inverno aveva illuminato il viale. Facendogli capire che, qualsiasi strada avesse preso, avrebbe dovuto tornare da lei. Da quel sorriso. Si sentiva respirare calmo.

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Era l'effetto che lei faceva. Alla sua vita. Al suo disordine. Non lo cambiava, non lo assecondava, non lo tollerava, lo abbracciava, semplicemente. Tutto intorno, oggettivamente, la cittĂ sembrava ferma. Aprendo la scatola si accorse di quanto bisogno aveva, di quei regali disordinati, portati dalla corrente. Come conchiglie. Di quel suo respirare calmo, adesso di fronte a lei. Lei aveva bisogno. Spiazzante. Ma vero. Mente lei apriva la scatola si accorse di quanto lui avesse bisogno di quegli occhi, in cui tornare. Da cui allontanarsi solo per poterci tornare, ogni volta, come le maree. Aveva creduto di aver bisogno della sua bellezza, per qualche notte.

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Per poi capire di aver bisogno della sua anima. Non ci si aggrappa a una bellezza effimera, non ci dovrebbe mai aggrappare solo a una bellezza. Ci si aggrappa a un'anima, quando si capisce di averne avuto bisogno da sempre. Mentre lei apriva la scatola, si sentì dire: andrò via per qualche giorno. Quando avrebbe dovuto dirle: tornerò ancora. Tornerò sempre. Lei aveva solo alzato gli occhi, arretrando impercettibilmente a quelle sue parole. Ancora una volta. Via. In fondo il mare non si può fermare. Aveva riabbassato gli occhi. Non aveva nulla da rispondere. Tolse il coperchio.

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Ecco cos'era quell'odore di limoni, pensava, in mezzo al cuore della cittĂ . Ecco cos'era quel vento, finalmente fresco e non gelido. Tutto il mare in una piccola scatola, azzurra. Forse non era, esattamente, un regalo. Era piĂš una promessa. Forse non era un orologio. Era un modo, tra i piĂš semplici, di misurare qualcosa. Che, altrimenti, non sarebbe mai entrato in una piccola scatola azzurra che assomigliava a un vaso.

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Era una promessa. Saranno tue tutte le mie tempeste, saranno tue tutte le mie maree, saranno tue tutte le mie correnti. Saranno tue, ma nessuno è stato mai proprietario del mare. Sarà il mare, in effetti, a tornare, sempre e comunque. Sarà il mare, a bagnarti, sempre e comunque. Sarà il mare, a decidere, dove inizia e dove finisce, il tuo costruire silenzioso.

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SarĂ il mare, a misurare il tempo. Il mare non ha inizio e non ha fine. Credono tutti. Solo alcuni, scogli verdi come occhi, sanno che tutto questo ha un senso una ragione

La ragione per la quale, in fondo, varrebbe la pena vivere.

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Marzo 2013 Milano, inaspettatamente primaverile www.ilnuovobradipo.com

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Primavera, Inverno, Ancora Primavera  

questo racconto è come il mare.

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