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ultrasottile bisogna badare ai minimi dettagli. Ars sine Scientia nihil est (l’arte senza la Scienza è nulla). E Corti è al servizio volontario di una scienza inesatta, per negoziare nuovi contenuti con i protagonisti dei suoi incontri. Dall’atto sincero di mettersi a servizio di qualcuno può emergere una verità, principiale o relativa, aprendo soprattutto verso le opinioni o i sentimenti personali, verso la contingenza del fuggevole. L’arte quindi dovrebbe avere di nuovo una funzione di utilità e di servizio. Se

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poi muove qualcosa nella coscienza tanto meglio. Corti si appropria di altre vite, cerca di mettere in atto piccoli cambiamenti, decontestualizza il significato, per influenzare i fruitori che giungono nei luoghi deputati a ospitare la documentazione delle sue performance. Forse è fuoco quello che richiede ai suoi interlocutori. Qualcuno ha un accendino? Vi Barricate in Attesa del Mattino → Novembre 2011 → un progetto a cura di: TBS Print → www.t-blackspace.com → progetto grafico: Studio Temp → Foto: Claudio Cristini ; Andrea Anghileri


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TemporaryBlackSpace ‘Vi barricate in attesa del mattino’ 5 Febbraio 2011

è

da quando popolano la terra che gli uomini sono alle prese con il problema di mettersi al sicuro: dai felini predatori e dagli orsi delle caverne, dal fuoco e dall’acqua, dai nemici, dagli estranei e dai falsi amici. Assieme alla gioia, al dolore e alla rabbia, la paura fa parte dei più potenti impulsi nella storia della specie umana. E un dato di fatto del quale si diviene più fortemente consapevoli nei periodi di pericolo. I decenni aurei


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seguiti all’ultima grande guerra sono passati da un po’, eppure non è affatto aumentata la capacità della gente di sopportare le insicurezze, di esporsi ai rischi e di fronteggiare i nuovi pericoli senza illusioni” (Wolfgang Sofsky, Rischio e sicurezza).

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Quando la paura mangia l’anima, la fuga dall’anima stessa può essere un comportamento per evitare il pericolo di scoprire di non avere in realtà un’anima. Le società dominanti hanno compreso come instillare la paura nella gente, inventando continuamente nemici e mostri senza anima. Di notte, abbattendo le pareti di ciò che di solito fa barricare in casa le persone in attesa del mattino, i Temporary black space hanno apposto frasi su fogli A3 in giro per la città: “Fu la paura che diede al mondo i primi dèi”, “Senza immaginazione la paura non esiste”, “Mi ripetevo con angoscia: Dove andare? Dove Andare? Tutto può capitare”, “Quando mi prende la paura mi invento un’immagine”, “Poco importa. La paura che si abbatte su di te ti strazia sino ai limiti dell’impossibile”. Questa azione è un preludio alla mostra nelle “Stanze” di Trescore Balneario.


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Negli spazi espositivi non si parla di paure ataviche, come la morte, il dolore, le malattie. Nemmeno di paure permanenti, come la guerra, la fame, la povertĂ e le carestie. Forse nemmeno della paura della morale borghese,

quella legata all’idea che ogni scomparso venga dimenticato e che il suo corpo si perda nel nulla o nell’oblio. Nemmeno si prendono in considerazione quei misteriosi meccanismi, dalle paure individuali a quelle collettive,


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che portano la paura a generarne altra, alimentando ulteriore disagio e insicurezza. Non si accenna alle morti di chi ha paura di vivere, e si suicida nelle terre del capitalismo esasperato. Non si mette in visione nemmeno un corteo funebre di paure irrisolte. Non si prende in considerazione nemmeno le paure collettive legate alle epidemie, al cancro, al contagio del virus dell’Aids. Forse però si prende in considerazione il fatto che le paure e le insicurezze individuali, sommate una sull’altra, divengono un fattore di massa, si fanno sociali. È questo temporaneo spazio oscuro che qui interessa. Si prende in esame la paura e il senso di insicurezza dell’immaginario collettivo, come fossero indicazioni fondamentali per comprendere ciò che poi dà luogo alle vicende storiche. Si osserva la convivenza con la paura, che è una costante della stessa natura umana e delle società di ogni tempo. Attraverso questa messa in atto di un processo di osservazione, il collettivo Temporary black space cerca di analizzare le risposte che la società elabora in risposta alle paure. E prende in considerazione anche quegli ambigui mezzi utilizzati dai media e dal potere (dalla propaganda alla guerra psicologica, alla paura come mezzo per mantenere l’ordine e la pace sociale) per governare. Paura come medium, allora, per cercare di dire qualcosa che la sola arte retinica, il solo video, la sola performance non riescono a trasmettere che, come asseriva Sartre, “tutti gli uomini hanno paura. Tutti. Chi non ha paura non è normale”.


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Cosa può fare paura oggi, perché, e in quale contesto? emma ines panza

Una problematica oggi così sentita è il punto di partenza scelto dagli artisti del colletivo Temporary Black Space, che sviluppa differenti riflessioni sull’interiorizzazione della paura. Ognuna delle Stanze, separata dalle altre per mezzo di una porta chiusa, è un ambiente autonomo che, in base alle caratteristiche di ciò che vi è esposto, si riferisce a un differente livello percettivo. I lavori nella prima sala si concentrano in particolare sul ruolo di alcuni meccanismi sovrastrutturali, responsabili di paure sempre più comuni delle quali, spesso, non si conosce la provenienza. Per esempio, L’Uomo Che Non Ha Paura, Di Fausto Giliberti è costituito da un apparato critico verso il funzionamento dei media. Fausto, interessato alla comunicazione grazie alla sua attività di grafico (studio Temp), si è concentrato sui possibili effetti collaterali che possono derivare dall’utilizzo di questo mezzo. Un caso

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esemplare nella storia, ha costituito il suo punto di partenza: l’intervento radiofonico di Orson Welles andato in onda il 30 ottobre 1938, durante il quale simulò la cronaca di un’invasione aliena sulla Terra e seminò il panico tra gli ascoltatori meno attenti. Non si seppe mai se fu uno scherzo o se l’effetto prodotto non era stato calcolato. Da questo eclatante esempio del potere mediatico, F.G. compie una riflessione sui contenuti e sulla veridicità dei fatti riportati dalle notizie.

Una presa di coscienza di come i nostri comportamenti e le nostre emozioni vengano condizionate dalle notizie che ci bombardano, della facilità con cui è potenzialmente possibile seminare il panico. Come in lavori precedenti, Fausto coinvolge un familiare (in questo caso la sorella maggiore), e unendo i loro mezzi (scrittura e la grafica) creano una storia, le cui innegabili prove sono fornite da fotografie e da un testo


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stampato. Una serie di diapositive vengono proiettate a raffica ed è inevitabile il richiamo alle immagini subliminali. Lo spunto della storia è dato da un fatto realmente accaduto e riguarda una giovane donna che ha perso l’utilizzo dell’amigdala, una parte del cervello che gestisce le emozioni e in particolar modo la paura. Nella performance Vi Barricate in Attesa del Mattino, pensata per il lancio dell’omonima mostra, sono stati affissi per la città poster che recitavano frasi prese da celebri autori o inventate. Emma Panza ha presentato in mostra uno schema teorico di supporto a tale performance, alla cui base sta

il risveglio della coscienza tramite una provocazione. Anche nell’azione Consolati! E.P. agisce sulle reazioni, offrendo durante l’inaugurazione biscotti home cooked che riportano i nomi di alcuni noti psicofarmaci; una cri-


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tica all’abitudine comune di prendere i farmaci “come fossero biscotti”. I biscotti e i farmaci sono tra i principali componenti di molte “diete” attuali, e i loro packaging sono spesso seducenti. Un’ironica riflessione sulla leggerezza con cui si tendono a risolvere i sintomi di una società in preda alla paranoia, che spesso cerca una compensazione rassicurante nel cibo. Il video Non Ti Accadrà Nulla, di Pamela Del Curto, funziona invece come metafora del paradosso creato da un’asfissiante necessità di sicurezza e dei suoi effetti collaterali. Una tartaruga è ripresa dall’alto, nel catino in cui l’artista l’ha trovata. Il video dura 7 minuti, che sono inesorabilmente identici ai precedenti 7 anni della sua vita. Questo catino costituisce il suo unico habitat e orizzonte quotidiano, segnato da uno scorrere del tempo indifferenziato. Tutto lo spazio del video è riempito da una geometria visiva e da una regolarità sterile. Una massima protezione, che lede inevitabilmente la naturale libertà di un essere vivente. La scelta installativa del video è frutto di un’attenta elaborazione concettuale da parte di P.D.C., che ha preso in considerazione la forma della vasca per la sua forte somiglianza a quella del catino. Quando la tartaruga prova a uscire dalla sua prigione, sembra scivolare contro le altissime pareti di cemento, che drammatizzano ancora di più questa azione. Con la stessa attenzione compositiva, è stata calcolata la po-

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sizione delle sbarre che circondano questo bacino, la quale corrisponde esattamente all’ombra che a un certo punto si proietta sull’animale. Una tale raffinatezza senza scampo non può che togliere il fiato. L’ambiente successivo è dominato da forme monocrome, che creano un’interazione visiva con il loro spazio interno ed esterno. Sia Il Buio di Casa, di Francesco Chiaro, sia la struttura per la performance di Scande, invitano lo spettatore ad interagire, riservandogli conseguenze inaspettate. Questa coppia di opere, riflettendo su come una forma d’ansia possa essere generata dalla nostra mente, si mette in relazione con l’autosuggestione. Interessato a una lettura intimista del sentimento di paura, e influenzato dalle tesi di Edmund Burke a proposito della sua natura irrazionale, Francesco sente l’esigenza di esprimersi attraverso la materializzazione di ricordi. Ricostruisce parte del suo immaginario infantile fotografando due particolari figure, e rendendo tangibili presenze che erano rimaste intrappolate nella sua mente. Una ritrae delle teste di mori, soprammobili che da bambino lo scrutavano dall’alto di una credenza, e l’altra la statuetta di un putto, che come un’apparizione inquietante lo fissava nei suoi sogni. I coni che accolgono queste figure sono luoghi della mente, e permettono un isolamento dello spettatore per una completa immersione nel ricordo. S’impongono nella stanza dialogando con le altre sagome nere che la abitano. Le immagini sono legate a un mondo infantile e ingenuo e testimoniano le modalità e gli effetti di un’au-

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tosuggestione. Sorge un’implicita riflessione sull’evoluzione delle emozioni nell’uomo, e sulla fragilità di molte fonti di paura.

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Scande ha un background da performer, che lo spinge verso la necessità di portare se stesso come testimonianza ideale delle sue esperienze. Il miglior modo, quindi, per rendere con la massima efficacia la sua claustrofobia per i luoghi molto stretti, è ricreare una situazione del tutto simile. Per farlo, ha progettato e realizzato una struttura monolitica munita di fori, la cui superficie riprende quella dei pannelli tra i quali si inserisce. Una presenza che s’impone con minimalismo scultoreo. Da questa sorta di


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feritoie delle quali è costellata, esce una luce fredda e clinica che invita a sbirciare all’interno. Si attua una relazione site specific tra le strutture presenti in questo luogo, costruita su impressioni visive e giochi di sguardi. L’invito fatto allo spettatore dalla performance di Scande (fruibile durante l’inaugurazione), è quello di scoprire l’interno di questa struttura e cogliere delle sensazioni vivide. Un atto di estrema onestà, che porta fisicamente la paura in mostra.

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Andrea Anghileri, in B. Stoker, attraverso la rappresentazione di alcune forme emblematiche della paura, fa riferimento alle icone create dalla società e a come spesso siano date per scontate. L’installazione è composta da un numero esiguo di elementi e si trova collocata in quella che doveva essere la cappella della struttura. L’audio, appositamente realizzato da A. si propone come illustrazione sonora per il celeberrimo testo Dracula di Bram Stoker, e si ispira alle tipologie sonore derivate dai film dell’orrore degli anni ’80-‘90 tipo “La casa” di Sam Raimi o “in the Mouth of Madness “ di John Carpenter. Il ruolo del cinema horror d’oggi e le ricerche sonore ad esso correlato, sono lo spunto per innalzare un tempio all’industria che si è formata sul piacere del bri-


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vido e si è standardizzata su alcuni stereotipi del terrore. La figura di Bram Stoker è stata studiata con un approccio storico; questo ha permesso di conoscerne alcuni aspetti come i disturbi allucinatori e le dispercezioni sensoriali di cui soffriva. Questi elementi vengono rielaborati e resi come fossero effetti speciali. La sua opera, simbolo della narrativa gotica, viene qui celebrata e allo stesso tempo decostruita, mettendo a nudo quelli che sono diventati dei leitmotiv della paura fittizia. Doveroso, sottolineare la presa di coscienza qui suggerita a proposito di come siamo abituati o quasi allevati ad aver paura di determinate cose, situazioni, che diventano l’immagine di questo stato d’animo. L’ultima stanza accoglie un’installazione di Claudio Cristini, nella quale compare un richiamo alla scissione dell’individuo, in cui l’irrazionale prende il controllo sul dominio del sé e delle proprie emozioni. “La perdita della sensazione di paura: mi spaventa ma al contempo mi eccita”. I gorghi d’acqua sono ripresi da una posizione precaria, ma non si fa caso a questo, perché ci si è già persi al loro interno. La perdita come generatore di paura, come elemento oscuro (da qui l’utilizzo del negativo nella proiezione). In particolare la perdita dell’identità soggettiva nella vastità contemporanea, ma anche rispetto a una scala di valori personali. “L’attrazione e la repulsione verso la minaccia costante della perdita di sé. L’istinto di conservazione lotta contro la minaccia e il miraggio dell’indefinito, e contro la forza di espansione che vuole l’uomo squartato e disperso.” Con queste parole C.C. descrive le emozioni

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che animano il suo lavoro. Un video molto semplice ma contemporaneamente altamente simbolico, e uno specchio con cui le paure che ognuno sfama dentro di sé si svelano e si materializzano.

“Mi è successo con mie vecchie fotografie, non mi ci riconoscevo”. Claudio ha una formazione fotografica ed è appassionato di ottica. Questo percorso, che è andato formandosi nello spazio espositivo, si può così percepire come un passaggio che, partendo da un atteggiamento “lucido”, finisce in uno stato mentale e psicologico meno governabile.


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Il progetto di Temporary Black Space tratta la fenomenologia della paura attraverso rappresentazioni visive, sonore e sensoriali. Queste sono espressione delle diverse declinazioni attraverso le quali la paura si manifesta. Da dove nasce l’esigenza di affrontare questo tema, che il collettivo si è auto- assegnato? Forse dalla necessità di esorcizzare un sentimento che caratterizza la società occidentale del XXI, che rincorre la promessa di una modernità dove vi sia “un completo livello di controllo e sicurezza, per una vita completamente esente dalla paura” (Zigmunt Baumann (A), Paura Liquida) Il titolo scelto: Vi barricate in attesa del mattino, ha un taglio riconducibile a un ambito narrativo ben codificato e per certi versi scontato, che potrebbe appartenere a un film horror o a un testo noir. Allo stesso tempo, questa frase allude sia a una dimensione simbolica sia a fatti ed immagini di terrore reale. L’invito


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tra le righe è quello di prendere una posizione critica nei confronti della passività. Come? Attraverso una frase, che permette una duplice presa di coscienza a proposito dell’effettiva presenza e del paradossale utilizzo della paura oggi. La prima azione di questo percorso si è resa visibile al pubblico attraverso una performance, ideata e portata a compimento da tutti i partecipanti alla collettiva. Una serie di frasi, la cui affissione per le strade della città si è ispirata a un’immagine del film Essi Vivono

di John Carpenter (B), del 1988. Il film è ambientato in un futuro prossimo in cui la terra si trova dominata da alieni che, attraverso insegne criptate da immagini pubblicitarie dietro alle quali ci sono frasi di comando e persuasione, controllano gli abitanti della Terra. Una parodia, anticipatrice rispetto a riflessioni affiorate nei successivi vent’anni, sulle dinamiche della comunicazione di massa. L’utilizzo di stereotipi sociali indotti, che impariamo ad assumere a partire dall’infanzia,


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crescono con noi accompagnandoci ed evolvendosi durante la nostra vita. In parte programma di controllo sociale, sono spesso responsabili delle nuove forme tarate assunte dall’essere umano. Quali sottili canali di manipolazione mentale vengono utilizzati senza che noi ce ne rendiamo conto o sotto i nostri occhi consapevoli ma assuefatti? Quale concetto di paura ci viene dato attraverso i mezzi di comunicazione? Come lo registriamo e che tipo d’immagine ci resta? Quali sono gli archetipi della paura che ci vengono insegnati e perché? Da dove hanno origine? Quali sono gli studi attuali su come influenzare le nostre scelte tramite l’architettura e i messaggi mediatici, utilizzando come deterrente la paura? Quando una paura indotta diventa una opinione condivisa, come si può riconoscere? Personalmente vorrei presentare questa mostra, come una rottura rispetto alla quotidianità. Un evento che si presenta come un incidente, fonte di disagio, con successive conseguenze. “Creare l’incidente e non più tanto l’evento…rompere la concatenazione di causalità che caratterizza così bene la normalità quotidiana — questo tipo di espressionismo è oggi universalmente ricercato, tanto dai “terroristi” quanto dagli “artisti” e da tutti gli attivisti contemporanei dell’epoca della globalizzazione planetaria” (Paul Virilio (C), Città Panico).


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Clara Luiselli 21 Ottobre 2011

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A Clara Luiselli il solo oggetto in sé interessa poco. Deve essere un mezzo, qualcosa che possa servire a muovere qualcos’altro. L’artista è attratta dalla visione evocativa, dall’idea della meraviglia, che attinge al mistero delle cose. Ha una visione composta sempre da due parti, dove vedere e toccare sono azioni profondamente congiunte. Tutto parte da una presa di coscienza: chi guarda solo con gli occhi trascura molti dettagli. Clara, allora, indossa un abito-opera, allunga le mani come fanno gli ipovedenti. Toccare con la luce porta a vedere, oltre il buio, altri aspetti della realtà. E toccare per vedere, inteso come azione artistica che sonda il rapporto dentro/fuori, unisce la parte viscerale del corpo con tutto quello che scorre nel mondo. Questa azione prende forma attraverso un abito guida per momenti bui, che si chiama “Led”. È scarno, con una trama di filo elettrico su rete antigrandine, con led bianchi di alta intensità. Nasce dall’esigenza di trovare una direzione TBS PRINT


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quando si è persa la via del cammino. Una via è percorsa attraverso una performance con una collana di ottomila perline rosso trasparente. Unanulla’ partner - intesa come ‘Non ti accadrà una figura senza tempo, che sa comprendere l’enigma della realtà - svolge la performer completamente arrotolata dalla rubea collana, sgrana il rosario, e racconta quello che “tira fuori” da Clara, come fossero viscere che vengono tolte, perline come parole mai dette, arte come rapporto tra superficie ‘L'Uomo che non ehaprofondità. Paura’ Le polaroid

Pamela Del Curto p. 28-29

Fausto Giliberti p.

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Francesco Chiaro ‘Il Buio di Casa’

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Scande Senza Titolo

della performance vengono appese in tempo reale alle pareti della sala. Vi sono anche opere sonore messe su vinile, registrazioni di rumori e voci, tratte da un’altra performance dell’artista: un salto reiterato cinque volte in uno stagno, in un‘B. giorno freddo di primavera. La voce Stoker’ denuncia uno stato di confine, una sensazione ambigua, tra godimento e sofferenza. Si ode il fastidio dei vestiti bagnati, sporchi di melma, incollati addosso, la paura di annegare, la spinta degli altri che incita a saltare di nuovo, ancora e ancora, l’acqua addosso, la gioia del balzo, e di nuovo paura. Il titolo Titolo che tiene unite tutte le opere Senza

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