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Historia pro Marmoreo Monumentalis poème des natures et des passions entre rÊalisme et irrÊalisme

Frankie Guerrieri


The One remains, the many change and pass;
 Heaven’s light forever shines, Earth’s shadows fly;
 Life, like a dome of many-coloured glass,
 Stains the white radiance of Eternity, Until Death tramples it to fragments.–Die, If thou wouldst be with that which thou dost seek! Follow where all is fled! L’Uno rimane, i molti cambiano e passano; i Cieli sempre splendono, le ombre della Terra volano; la Vita, come una cupola di vetro variopinto, colora e macchia il bianco raggio dell’Eternità, finché la Morte non la manda in pezzi.–Muori,
 se vuoi riunirti a quello che tu cerchi! Seguilo dove fuggì ogni cosa! [Percy Bysshe Shelley.]


[Mnemosi.]


La nostalgìa latina. La nostalgìa latina dentro una capanna, su una sedia a dondolo, tra le mosche, guardava scorrere il fiume sotto i ponti di legno, divincolarsi tra i pendii della rupe, tra gli arbusti delle gialle ginestre Lesta, indomita, giovane ed acerba, si prendeva tra le foglie di gelso inalando l’odore della terra e del fieno d’agosto, mentre le vigne si stendevano nella piana, da una parte all’altra della valle Pastore, posavo il bastone al muro e mi ritempravo dopo lungo cammino, cercando frescura e ristoro sopra un masso; sentendo ansimare, mi desto, mi apposto tra i melograni e che meraviglia osservare così bella fanciulla, dolce melodìa di violoncello, preda e delizia dei sogni miei Ardua fu la ripresa, ancor sbalordito taccio e con cautela mi faccio avanti, finché urla di paura, di piacere e d’imprecazione, all’improvviso, all’uomo che le stava davanti, nel quieto meriggio risonarono selvagge Lirica e premurosa nel coprirsi, indietreggiando, chiedeva chi fossi, un pastore, risposi, e vengo da lontano, ma la sua sorpresa fu più grande della mia e non si volle convincere di ciò che le dicevo: non aver paura, non aver timore, le dicevo, quasi avessi le sue angosce.. Natura che non canta, il sole tra le foglie raggiante ci cercava, lussuria dei nostri corpi che ora rantolava tra le gialle ginestre; spruzzi d’acqua e risa, come di lavandaie in festa, i giuochi della stagione estiva l’inaspettato consenso amoroso avevano favorito, ed infine, paghi ed esausti, si congedarono, stringendosi forte, mentre la nostalgìa latina dentro una capanna, su una sedia a dondolo, tra le mosche, guardava scorrere il fiume sotto i ponti di legno


La vergogna dell’angelo peccatore. L’angelo peccatore piegato sulle lastre madide del viale, implorava il Signore affinché venissero perdonati i suoi peccati; fu un fiore, più di un fiore, il suo amore per la donna vestita di bianco e di nero, che passeggiava in compagnìa dello sposo nei dintorni del centro storico e del teatro La delizia fu più forte dell’inibizione e della promessa di esimersi dalla futura tentazione del peccato, ma il Signore, adirato, ripudiò l’adulterio e l’angelo peccatore supplicò di non essere ridotto a mendicare, ad aver freddo, ad aver fame, a vagare invano e senza meta, con i piedi scalzi e le mani gelate Il suo corpo straziato, la sua anima costretta, sarebbe stato calpestato, deriso, sputato, e le sue piume strappate e le sue ali spezzate; chiedeva che gli fosse concesso il perdono ancora una volta e che si sarebbe ripreso ed avrebbe potuto tornare in volo come tutti gli altri, ma il Signore ribadì la vergogna, disse, appunto:—’’Vergognatevi!”— allora, l’angelo peccatore, ormai moribondo, rispose:—”Che cali su di me la vergogna, come sugli occhi della gente calerà la notte!”— e morì E quando il fulmine esplose sulla terra da quelle spoglie mortali riesumò un uomo, che si propose come novello sposo della donna vestita di bianco e di nero e ne fu degno amante, ma la donna, trovandosi indecisa difronte a tale dilemma, dichiarò che soltanto il puro amore avrebbe trionfato, e l’uomo, al quale più nessuno gli poteva impedire di realizzare il suo sogno, ne attese la gloria!


L’angelo caduto in fondo alla scala. Passava la processione sotto gli archi del centro storico e la statua eretta della Madonna delle Grazie dal volto addolorato, salutava la folla che s’accalcava ai suoi piedi nudi e sanguinanti, tra la commozione dei fedeli in pianto che tenevano il rosario e si facevano il segno della croce al suo barcollante passaggio, preceduto dall’ampio corteo sacerdotale L’uomo, con la mano lanciata verso il cielo e con l’altra aggrappata all’orlo della vita, gridava:—”Libertà!”— ma esigua la sua forza lo abbandonò e venne inghiottito dal ventre aperto della terra Il cane, ammutolito, accostò il muso all’orlo del burrone, poi guardò il cielo ed il vento spirò giù dai monti fino alle pietre tombali dei cimiteri, l’acqua ingiallita dei crisantemi ebbe un leggero sussulto e la nera mantella che raccoglieva i capelli della donna si mise ad un tratto a fluttuare nell’aria e lungo il corpo avvertì un brivido di freddo, srotolando dalla carta di giornale i fiori freschi che ne erano avvolti La luce opaca appannava il ritratto che ripulì con un lembo di stoffa e nei viali dei cipressi le anime resuscitate s’aggiravano tra i sarcofaghi e le cripte, dissolte dalle grandissime croci mortali del mondo


Delirio di un’anima disperata. La sua anima dolente tace, inerte, riposa le fatiche: per favore, non fate rumore. Vi chiedete come può dormire, così giovane, tanto ardita, non ha atteso nemmeno sera che già dorme profonda, quasi fosse calata ovunque la notte Voi non sapete da quante ferite si sente dilaniata, d’altronde non è facile poiché nulla traspare e testimonia la ragione di tanta stanchezza, né un segno inciso da cui sgorga a zampilli sangue, né un grido che risuona per le strade destando la vostra attenzione; solo uno spettro che cerca pace tra bianchi e morbidi guanciali Per una volta siate clementi, è questione di pochi attimi e poi sarà immersa così tanto che nulla potrà più svegliarla, ma se voi adesso la scuotete, ella proromperà in un pianto simile a quello di un infante che lancia urla disperate turbando la quiete della notte, finché le suppliche e le lacrime, sazie, ritornano mute Non la tormentate, per favore, lasciate solo che s’addormenti, che sogni per l’ultima volta, domani non dovrete fare altro che rimuovere il suo fetido cadavere


Ballata del fanciullo di Edelweiss. Quando si è giovani non si è mai vecchi, quando hai visto scorrere lieti ruscelli in argini dorati, sulle rive dei suoi dolci seni, quando le labbra brillano di rugiada e l’animo arde di brama e di passione— Layla era bella nel suo letto di stelle, sua madre aveva avuto una splendida figlia!.. Lungo le spighe di grano dei ricordi, dove ora è sepolta la fanciulla del lago, nella notte di ombra e di luna: uuh! Layla era bella nel suo letto di piume!.. e la stella alpina brillava alta nel cielo sui monti innevati di un posto di frontiera; dove ora dorme il fanciullo [che voleva ghermire la stella una notte di neve] la leggenda dice si sia appeso alla luna, si sia smarrito tra le stelle per seguirla— Layla era bella nel suo letto di piume!.. si pettinava sempre davanti allo specchio prima di andarsene a dormire: ooh! era diventata una donna [pensava il fanciullo che avrebbe voluto regalarle la stella] e sarebbe stato disposto a bere cicuta immerso in luoghi sconosciuti del pensiero, per una sola notte accanto alla sua fatina.. Layla era bella nel suo letto di stelle, sua madre aveva avuto una splendida figlia!.. e le sue sorelle erano più belle e più dolci di lei, ma lui lo fece solamente per la sua bella— con cui ora riposa a riflettere se stesso esule sulle sponde di un fiume di marmo


La sfera del tempo. Ancor freschi di nature da scoprire che disgrazia fu la nostra avventura; i glutei premuti sopra la stessa sella, il sangue che esile si muoveva nelle arterie lungo le precipitose stradine di provincia, il collo succhiato da vampiri accecati dal mito del paesaggio di campagna: mai potevi prevedere il desiderio, il tempo prometteva brutti giorni e le cose avviluppate in un unico sacco nell’influenza di questo e di quel momento, il vento sparpagliava le idee tra un cartello di località sconosciuta e chi inveiva alle tue preci, ogni compassione, ogni parola era da ricomporre, il foglio stesso era da buttare come ritagli di giornale e stilografiche dall’inchiostro secco.. Non una vera lirica con tutta la ramanzina, scappando di stanza in stanza seguito da soldati, preti, poeti, e le umane genti empivano l’acqua fino al collo, cavando un ragno dal buco proprio sul più bello, quando ero impegno e lavoro libero, quando la notte fu giorno e le cose tornarono chiare per necessità: sciogliendo con una morsa di tenaglia, ogni cane, ogni catena, perché chi vuole salta le montagne, ma io dovrò mettere nome e cognome se non voglio essere scambiato per x e vedere il muro esterno invaso da detriti, da rottami di automobili di dieci anni prima; e se mi lasciassero la mano, la mente ed il resto del corpo, più di uno, forse, non erano tali? ma è quello che possiamo considerare quando non riusciamo a fare in modo che le autentiche espressioni si distinguano da cento milioni di uomini, vivi e morti.. La mela verde brilla e riluce alla goccia, alla linea che la circoscrive semplicemente, come la pelle quando s’aguzza alla riga di una piuma sulla schiena, che procede lentamente dalla nuca alle natiche rotonde, gira la testa in un brivido di vertigine, come nello stagno quando stilla la goccia


e s’espande, diventa sempre piÚ larga la sfera del tempo dove leggi la magÏa, ma la torbida fanghiglia copre il destino e ti circonda di alberi attenti che non riuscivi a contare, che bastano per sentire il paradiso mentre riveste di albe la pietra levigata, scivolando nell’oblÏo di un plenilunio; e ci addormentiamo piano nella completa e disinteressata indifferenza di tutto


[Convivio di Eros.]


I. Oh Cernunnos, dio dei pastori, danza una ballata sotto la luna piena, con una torque nella mano destra, con un serpente nella mano sinistra Oh Cernunnos, spirito dei cervi, suona l’aulos tra i meli del bosco sacro e nelle selve che sovrastano il fiume racconta la leggenda del nuovo mondo Dalla stirpe del nostro grande padre provengono i più valorosi guerrieri, che scesero dai monti pieni di eroismo prima di essere sconfitti dal nemico La battaglia tra i gloriosi eserciti giace ora sepolta sulle antiche colline, il tuo tempio sorge in quella valle dove i pavoni vivranno sempre liberi Quando dal mare arrivò il dio alato, una grande città fu fondata in suo onore, in lode agli dei del cielo e della terra, che gli affidarono la sovranità del regno


II. Gli alberi abbattuti solennemente crollano, ma le foglie sui rami sono ancora vive; in primavera dei germogli rifioriranno e dei roghi saranno accesi al chiaro di luna, mentre il grano nei campi verrà arato Presto i fanciulli festeggeranno il raccolto immolati in un oblìo di gioiosa passione, sopra un trono pietroso a forma di cuore il dio Pan suonerà la siringa e danzerà con le ninfe del giardino delle mele d’oro Dioniso berrà il vino fermentato del vigneto dalle tonde mammelle delle pastorelle, che si scambieranno dei doni d’innocenza in una corrispondenza di teneri affetti, come il bacio sulla guancia di un infante Nel cammino letargico del nostro destino ti prenderò per mano e t’accompagnerò, per fuggire lontano, verso nuovi orizzonti; e senza più rancore e senza più rimpianti lascerai questo luogo dove hai sprecato la vita


III. Troppo facile dirti che ti amo, troppo facile dirti che ti odio, per il gusto di un’altra avventura; ma la vita è un selciato pieno di insidie— troppo facile camminare in una strada già spianata! Ho lasciato tutto quello che avevo, alle mie spalle il passato, nei miei occhi il futuro, per darti l’amore che volevi, per darti l’odio che volevi, nel viaggio infinito insieme a te! Ho lasciato tutto quello che avevo, ma non so dove mi condurrà questa scelta, certo è che qualcosa mi segue e tenta di farmi scivolare in trappole che mi impediscono il cammino: quest’ombra assomiglia proprio alla morte! Ho cercato di stabilire un approccio, ma se la invoco ella mi ignora e non mi prende in considerazione: ciò significa che sono destinato a vivere— ma la vita è un selciato pieno di insidie e la morte segna la fine di questo cammino!


IV. Questo è il mondo che abbiamo sognato? il tuo bene ed il mio che gioiscono insieme lungo i campi della nostra libera fanciullezza, tra i sorrisi acerbi, i sapori dell’erba e quelli dei suoi baci in un letto nel grano Il caldo sole di marzo, i fiori sul tuo volto, e le parole che volevano esprimere frasi impossibili della tua innocenza e della mia, uccisa un giorno perché potesse sembrare fatale la sorte dell’ingiusto Questo è il mondo che abbiamo sognato? le nostre colpe eterne che spianano i confini delle abitudini e penetrano nei vizi del peccato e crollo io soltanto e tremo, assomigliando al peggiore, al più immondo dei giovini E le lacrime bagnano la pelle delle tue braccia inutilmente ed inaridiscono le piante dell’esistenza e rimango sgomento, inorridito, quando ancora mi accusi di falsità in questo mondo che non abbiamo voluto E piangi adesso della nostra misera sorte, e bevi il sangue della più turpe disgrazia, tu che vivi dei miei peccati e delle mie virtù e sai che morrai un giorno di questa morte


V. Nobiltà tra i giardini di villa romana, i suoi fontanini dove vanno a posarsi i pettirossi, le preziose posate sulla tovaglia pulita dalla servitù, un alone di un sorso di sangue, elegante e vitale, mi distoglie da un dialogo aristocratico inutile Non ti sposerò mai, mai le nostre mani saranno congiunte e potrai accettarmi nel tuo medioevo, la mia lettera americana è scritta in un pessimo inglese che non riesco neppure a parlare Sarebbe paradossale conoscersi dietro un innocuo papillon ed al bastone della guerra delle due Sicilie, non ho decorazioni al valor militare, né spalline da teatro, un drappello, come ai piedi di tuo figlio, nessuno che mi pulisca le scarpe Dov’era quella che avevo tra le strade di Parigi? non è che un principe salirà al tuo altare, di buona famiglia e senza peccati di albe duellanti dove è rimasta uccisa la mia dignità?


VI. Non è stato altro che una vecchia curiosità di finti misteri e noi ci siamo cercati. Poi l’orgoglio, che abbiamo sempre avuto, ci ha condotto oltre la demenza conflittuale per stabilire di chi fosse la superiore impotenza Ed io ti cercai stanco, tra le bianche lenzuola e nei candidi panni: trovai una donna, ormai, con la sua assurdità che logora la mia mente ma mentre chiamavi più volte il mio nome, ti guardavo negli occhi per vederti fingere come solo tu sapevi fare e se ti aspettavi una sola parola, io sono rimasto muto, perché nulla di più avrei potuto aggiungere e mi è bastato un istante per capire di non aver capito niente


VII. Se un angelo ti vuole bene è negli occhi della donna che ami ed il tuo cuore batte solo per lei, ma se lei crede di essere una stella il cui fascino splende di luce propria, non sa che l’angelo è già volato vìa ed ora brilla nei tuoi occhi e dentro il mio cuore adesso ci sei tu! Se l’ho amata ed ho creduto non potesse esserci altra donna nella mia vita, ora che non mi stupisce più come prima e la sua presenza non consola ahimé!— il bisogno di affetto, è come avere un morto dentro casa o un cadavere nascosto in un armadio, poiché così è di quell’amante che non si ama più! Se la vanità ha preso il sopravvento sulla passione, come posso parlarti senza mordermi la lingua e pensare di baciarti senza rimanere in silenzio? Ora tu non cogliere il frutto acerbo della passione, mentre la vanità s’arrampica alla nostra desolazione


VIII. Il cavallo s’era impennato con tale veemenza che la criniera scintillava sotto il sole dell’estate, turbato dall’inquietante ringhiare dei cani, di randagi messi al mondo da cagne affamate— Il cavaliere disarcionato andava errante nel bosco; né sapeva che fare, né quale sentiero prendere..

Il verde colle era ancora assolato da una parte, ma l’altra era già tutta immersa nell’ombra: e nella luce sembrava apparisse un esercito di celti e nel buio stava avanzando una schiera di goti— Preso all’improvviso da un impeto di occulta follìa, egli posò male un piede e precipitò nel baratro.. Lassù aveva cercato il mito di quelle antiche civiltà, ma una salita fu più semplice che una discesa e se un luogo eliso esiste, anche un Erebo esiste, anche il ragno è in attesa nel mezzo di una tela— A lungo giacque nel burrone finché molti anni dopo qualcuno rinvenne per caso i suoi mortali resti..


IX. Atlantide, figlia di Atlante, era una ninfa incantevole, talmente bella che il dio dei mari volle renderla felice e così fece sorgere dalle acque una terra meravigliosa, affinché ella fosse fedele e riconoscente per l’eternità— La ninfa, stanca della solitudine in mezzo all’oceano, il dio del sole seguì nel viaggio infinito attorno al cosmo.. E quando il dio dei mari scoprì di essere stato tradito, le fauci dei vulcani rigurgitarono lava nera e di fuoco ed un’onda sommerse le alte cime dell’isola d’Atlantide, che ora giace dimenticata nelle profondità degli abissi— Solo una clessidra può stravolgere il corso del destino, lasciandosi dietro le spalle l’atroce tragedia del passato.. Dopo che il furore degli elementi primordiali si placò, dalla congiunzione celeste tra la nereide ed il dio del sole nacquero le pleiadi, le sette sorelle muse delle nazioni, le sette isole reduci di quel continente mitico e glorioso— Ora tutte danzano insieme nel giardino delle Esperidi, tutte danzano insieme nei campi elisi del Monte Parnaso..


X. Si sono poi amate le dolci arethuse? Oh piccola donna paffuta, che ti stringi forte al mio petto, i tuoi occhi sono rosso fuoco e la mia carne brucia nelle piazze degli inferi La sorgente non basta a dissetarmi, la sua acqua è il fiume delle tue lacrime, dove laverò ed asciugherò i miei piedi e comincerà la strada: io troverò un tesoro in mezzo ai boschi, tu troverai me stesso Ora vieni e ti aggrappi alla mia lenza, figlia di una Francia borghese, e sei timida e spaventata che già vorresti sparire di nuovo, ma ti trattiene in un incanto di più l’emozione che suscita un segreto nel lobo del tuo orecchio, non tante altre carezze che da sotto e da sopra la terra arrivano avidamente Le mie unghia non vogliono graffiare le tue tonde mammelle e mi stordisco al sapore crudo, come un bimbo allattato che s’acquieta tra le tue braccia; la saliva della sua bocca mentre succhia la giunchiglia e la mia, nel latte del tuo seno, figlio di nessun altro sangue


XI. Il canal grande brilla nella calura estiva; in una siesta su una banchina, tra i rivoli dell’acqua, rivedo gli antichi alabastri d’Oriente Oh Venetia, angelo meraviglioso, delirio e tormento di eternità visionarie, tu mi ricordi quando Poseidone ordinò alle onde di sommergere Atlantide Hai forse la chiave dell’universo dove gli uomini di mare si dispersero? o come Sisifo hai osato sfidare gli dei senza poterli vincere? Per te Bellerofonte sul suo cavallo alato ha sconfitto la chimera, per te un giorno ho guardato il sole per scoprire se era il nostro stesso sole Il cielo è ora una metamorfosi di nuvole che si succedono da un’immagine all’altra, tu mi ricordi una cerva bianca nel giardino delle mele d’oro Tra i cardi, le spighe e le viole, nella perenne ricerca di una nuova vita, perché, come Atlante ed Eracle, sei stanca di sostenere il peso del mondo


XII. Posa gli occhi tuoi turchini, c’é ancora la fiaba che sognavi, avvolta di voli, la piazza, e di festa; tu ti prepari: dove la gondola porterà le nostre anime questa notte, tra serenate e balli eleganti ed ispani? dalle acque del canale Venere risale i vanti gitani— Assisa tra statue monche, sovrana alla sua corte, di farfalle colorata la maschera della sorte: in riserbo mi confida un segreto, mentre vago desolato; sia le une che le altre sponde son legate da una sola cosa come lei sarà mia regina, tu sarai la mia sposa— Ma non fidarti delle illusioni, non farti lusingare dai sogni, se in un giorno di sole, se in un placido bagliore sotto i ponti vedrai una chiesa specchiarvisi; se le nostre nozze fossero quelle, non sarebbero belle: potrebbe sembrarti la realtà e ne moriresti annegata!—


XIII. Oh tu, che alma fosti di recondito suolo, all’ombra di un cipresso a cingere donzelle Musetti, a chiome pettinate, s’inebriano di danze quando gli equestri, di ritorno alle cornamuse, sfavillano trofei e teste di cinghiale Intorpidita e sola la luna duole tra la nebbia della brughiera, ma lei, bella e lusinghiera, si nasconde, si lascia carezzare, nei vestiboli angusti, negli spazi vuoti; attenta a che nessun si desti, a lasciare qualche risa Un lume di candela che si spegne da una finestra chiusa e trona sovrana la beatitudine, come una cicala che si quieta all’improvviso in assoluto silenzio


XIV. Vedrò ancora il tuo volto stravolto da notti d’amore, mentre consenti che le labbra umide lascino vibrare i nostri corpi intensamente, evitando che tutto appaia come non è? Non è odio, infatti, che ti chiedo.. Ora, laconico, prendo la tua mano deluso dalle nostre adolescenze, con tutte le risorse sparse al vento dell’uguaglianza e con la carità ed il pentimento che mi attendono nella casa del Signore Non è odio, infatti, che ti chiedo.. Vieni, accompagnami, portami dove io ti guiderò, profani in un mondo che si guarda dentro, che scava fosse di esistenze sbiadite, dove non è luce l’odio che ci pervade e che lentamente ci uccide Non è odio, infatti, che ti chiedo..


XV. Vorrei che tu restassi qui per parlarti di quello che non vuoi magari inventare un’immagine o dipingere il tuo volto rude più tardi non potrai tornare—

Lava il bianco sudario di lacrime che emette grigi respiri con affanno e striscia perfido in un breve confine che non ha mai avuto un’anima vittima di ciò che proponeva l’inconscio che scalpita fatale i suoi ultimi gemiti in un triste delirio di ottobre— Adesso ti nascondi rinnegando il fiume che trascorre lento come un calvario e guardi perplesso oltre la montagna ma non scopri niente di diverso


XVI. Era primavera, piangevo senza motivo, alle rondini stridenti promettevo di cambiare— ma ero un fanciullo per altro infelice Le rondini migrarono altrove ed io rimasi solo, l’inverno a venire non era rimedio alle mie pene; ed il letargo fu lungo e la neve cadeva Tornò la bella stagione, scesi per strada a vedere le rose fiorire, ma la realtà fu un’altra: la gente che s’ammazza e la rondine morire Corsi disperatamente in sentieri nascosti, con il cuore infranto e senza più pace nell’anima; caddi, mi rialzai, poi mi distesi dolente Era primavera, la mia donna era bella, era bello il suo sogno, il suo magnifico sogno, ma poi è andata vìa ed io rimasi solo come sempre


XVII. La primavera— Nasco un mattino a vita nuova, mi perdo in un volo ubriaco, costruendo castelli di sabbia, regalando canzoni alla notte: ma lei dorme ed il paradiso è lontano! L’estate— Esploso in un delirio magico, devastando di diamanti il suo corpo, la notte è un incubo che scompare dietro un giardino di stelle; il respiro ha sapore d’oro sulla nostra pubertà L’autunno— L’ho aspettata invano, come i gatti in fila la loro donna, ma lei era il vento che soffia tra i verdi abeti dei boschi ed io un pipistrello nascosto in una caverna! L’inverno— L’attesa deluse i sogni miei, afflitto in sensazioni di pianto, i fiori, in una lenta agonìa, appassiscono poco per volta; intanto che i petali cadono anche l’idillio finisce


XVIII. Supino, riposo dalle fatiche, dalle crude sensazioni dell’età; gli occhi arrossati dal vento, la bocca amara dal disgusto, e la notte che viene spegne ogni luce: vorrei avere la forza di correre per non essere mai raggiunto dalle tenebre ardenti della morte ma non ho il fiato!— Lontano si perde l’orizzonte e pare spunti improvviso il mattino, prendo il cappello tra le mani e penso fin quando risplende l’aurora, canzoni mi nascono dentro e sento le campane che scandiscono l’ora: vorrei gridare a squarcia gola da scuotere chiunque e persuaderli nella senilità dei loro sonni ma non ho la voce!— Come un marinaio vago nei mari di ogni nostra fasulla felicità, che persuade le meningi umane di interrogativi durante il giorno: vorrei volare solitario in luoghi dove germoglia una stagione nuova, una probabile primavera, in cui, l’inverno, freddo e faticoso, ha appena abbandonato ogni altro regime ma non ho le ali!—


IX. Una goccia di sangue che si coagula nei meandri tumidi del tardo novecento, dentro alle taverne, la palla al piede, come dei galeotti in libertà vigilata; ma al polso l’orologio dorato, è fermo!— Si stinse la più intima delle biancherìe per l’acquazzone estivo e la sfiducia dei secoli nei secoli: il suo corpo di donna e gli altri ancora a ridermi alle spalle; il rispetto per le sue decisioni femminee, l’inequivocabile mia stanchezza, imprecai Pianse, sulla spiaggia, alle rive ed al mar, mentre la notte, puttana e pestilente, s’attillava alle stelle, allo scricchiolare dei granchietti sospinti dalle acque ed alle sdraie dove si dondolava nudo

Seduti al tavolo, tra boccali da litro, il volto dalle guance scavate e le mani dalle quali prese il volo una colomba; la bianca mantella dell’inserviente, la sua disperazione in quei sorsi di birra insozzati di cenere, follìa ormai completa Uscito, leva le braccia al cielo eburneo, osannando la pioggia, biasimando l’amore


XX. E venne il giorno di guardarci negli occhi, confusi nel vento, nascosti tra i fiori, a chi avremmo potuto raccontare il nostro amore?.. e chi avrebbe osato crederci?.. se non ci avesse visto nessuno stare insieme: nessuno ascoltava i nostri canti, nessuno li poteva ascoltare!.. E venne il giorno di guardarci negli occhi, impavide ali s’innalzavano in volo, il mare, immensità azzurra visto dall’alto, da te che partivi, tra la terra ed il cielo; insieme a me, che non sapevi ancora chi ero, quello che sarebbe stato, di lì a chissà quale altro incontro, di lì a chissà quale altra avventura.. La notte è andata, il giorno è fatto, per quanto tempo nessuno lo sa: nessuno spera, nessuno canta!.. E sarò io, e sarai tu, un altro giorno, un’altra notte, alzo gli occhi e guardo lontano, oltre il vento, oltre il cielo: nessuno spera, nessuno canta!..


XXI. Caldi tepori di calce sulle case al meriggio, la mosca batteva ai vetri di stanze assolate Cornacchie appollaiate sopra i pali della luce, guardavano, come bambini dai posti di dietro, la luminosità del panorama Nidi sulla roccia di marmo.. Correndo in mutande sulla sabbia bagnata, schizzando salsedine di acqua gelata Il mare s’apriva denso e selvaggio, increspato sulla riva, pieno di tutto Immersi fino al torace nelle gonfie onde che s’alzavano e s’abbassavano e s’infrangevano una dopo l’altra.. una dopo l’altra.. una dopo l’altra.. una dopo l’altra..


XXII. Due cavalli nella pista trottano veloci spronati dalle briglie tenute dai fantini e quello a destra è nero e sta più avanti di quello a sinistra che è marrone che lo segue a ruota e sempre lo raggiunge Corsa di cavalli che scalpitano davanti ai sostenitori che li incitano che stizziscono ai colpi di scudiscio dei fantini sotto il palco delle eccellenze che ammirano con lenti attentissime il passaggio dei corridori girare in senso orario Il cavallo nero sta sempre avanti e quello marrone sempre lo raggiunge tra i pulviscoli delle paraboliche e nei rettilinei sembrano impazziti Il cavallo nero passa il traguardo e l’altro rimane indietro ma sul palco non c’é più nessuno né ci sono più sostenitori né premi né fantini Solo due cavalli come un bicchiere bevuto


XXIII. Rumore di passi sentivi posarsi tra oscuri isolati da cani abbandonati, da cantilene spente, vagava la sagoma assente, fusa ai gigli, ai notturni giacigli di ville onerose, apparve, d’ombre pericolose che pareti investiva, fugace e schiva, al primo intoppo non era troppo: giammai! giammai! oh terribili guai!.. L’ombra par vista del trapezista e tale sparì, da qui, da lì, la vetera Rosie illanguidì, distesa sul capezzale, dove il tremore sale di notte in notte: chi bussa alle porte?.. chi strazia la sorte?.. son vedova ormai, oh terribili guai!.. Rumore di passi le parve ancora di sentire, qualcuno pare venire: chi è?.. chi è laggiù?.. sei tu, Lulu? sei tu, Willie?.. ma era il siamese mimì che come quel ladro che si va macchiando, apparve, scricchiolando La vetera Rosie illanguidì e tra cianfrusaglie morì; le era caduto il cuore laggiù, in giardino, ma era un manichino!—


[Aureolae aureolee.]


Aurora. Nel cielo, il sole splende e riflette, mostra il prato bianco di rugiada, brezza sulla pelle Fieri arbusti stabili dominano il tempo e la campagna muta si prepara alla semina Nevischio e sudore sepolti in zolle, profumi di fiori accolgono il colle Brevi pause di dolore nel mattino malato, poi ancora sera; orizzonti di fuoco


Aliade. S’eleva a sera una dolce atmosfera, sui destini terrestri: che carezza il mare.. che mi lascia pensare.. La nave si confonde tra le acque profonde, un solo tumulto: invoco la morte!— ma è la beatitudine un sospiro latente e me ne dolgo silente


Sappho. Con un dito, spalmavo di miele le labbra per baciarle con un altro, sfioravo i capelli sparsi nel sole Con loro, figlie di Venere, non avevo ragione ma le donai il mistico amore non sapendo che farmene


Sibylla. Il mare, il corpo, ambivo a riavermi raccogliendo i capelli con affanno Camminavo sul colle, rasserenato, tranquillo Ma piĂš tardi, su una panca, pensavo chi fossi, volevo morire La tristezza era un fiore appassito, il luogo, un abbaglio


Dea minore. Le conchiglie sugli occhi sanno di mare, sono cieco e vedo l’immenso dolce ansito che scivola lungo il ventre, come sassi trascinati dal riverbero delle onde Io non posso che restare qui, soffocato tra i fossili, risucchiato dalle maree


Ophelia. E la giovane Ophelia nella veste s’attilla congedata la creatura china sulle ginocchia con signorìa alla fonte sorseggia la fresca acqua fluida E con un docile lembo s’asciuga la boccuccia nella sosta che si concede tra aulente rampicanti di lilla bouganvillee ma già le viene in braccia mentre un sole pallido s’intravede in una foresta ammansita da nuvole screpolate


La morte di Ophelia. Indignata, gli strascichi della vecchiaia scorrono imprevedibili come lacrime dalle sbarre del suo ultimo covo È nella torre. Quando la stanza è vuota a me piace trovarvi ancora un sorriso, frugando negli specchi del tempo Ho cavalcato le vallate maestose e sconfinate distese di terra, ma poi un’onda ha distrutto il suo castello di sabbia, infrangendo il mio cuore più di ogni altra catena


Un fuoco di pace in feria d’aprile. Accendi un fuoco nell’ora del crepuscolo accendi un fuoco mentre imbruna la vallata accendetelo prima che venga sera e volgete le bionde cetre alle danze Accendi un fuoco tra i campi di erba medica un fuoco con legna di pioppo e di rovere un fuoco per arrostirvi sopra un branzino dove si levino alte colonne di fumo Accendi un fuoco di pace in feria d’aprile accendi un fuoco che possa scaldarci l’anima accendetelo nel giorno della mia bella ed un buon vino ci scaldi anche il cuore


Il sentiero della lavanda. Mettiti in cammino prima del calar del sole con un cesto di lavanda profumata in mano ed una bianca ghirlanda di gipsofile sulla testa come quando t’incontrai per la prima volta Mettiti in cammino prima del calar del sole e vieni nella valle dove ho seminato il grano la stella polare sarà una fedele amica nella sera il liocorno ti precederà su una strada d’erba Mettiti in cammino prima del calar del sole che ancora scalda i campi ameni dell’estate i lunghi capelli sono la corda che mi trascinano io non posso resistere ai tuoi morbidi fianchi


Pigmalione e Galatea. Invano le nostre parole risoneranno nel vento, in un leggero libeccio, in una fragile aurora; ma nella penombra l’apparenza è un illusione, mentre il respiro trasale nel suo greve fluire Immaginare che ci sei unica ragione di esistere, nell’insolenza che avvilisce l’umano destino: ti guardo, ti ascolto, sforzandomi di essere così come mi vuoi, restituendo all’eternità i nostri volti di marmo, ecco, lo strazio e l’ardore, ecco! avrà fiato l’angelo per consolare chi muore?.. ma mi chiedo se sarà tale da alleviare le pene del mio amore o se sarà soltanto vanità e dolore


La contemplazione di Venere. Languente nel bosco la bionda chimera scorgevi appena in sentieri che a pié seguivi, stella gaudente già splende adamantina, chiarore dell’onda sbiadita dai faraglioni, di una vela nel vento che naviga ancora Sei il tempo che perdo e nessuno raccoglie, ala raggiante di cielo, l’astro ti implora: vicino, o mio angelo, tu resta per sempre!.. ascoltiamo l’imbrunire raggelare rumori, avvolgiamo le chiome di ginestre tra i rovi Vorrei fosse questo il nostro amore in eterno, sbocciare improvviso nel vivo scintillare, un dipinto immenso da poter contemplare, l’infinito orizzonte che rapisce i pensieri, che risorge allietato in un tripudio di stormi


La melodìa del divin fanciullo. Dove sei donna che amo ho urlato nel vento; segnerò sull’orlo delle tue labbra la felicità, con coraggio e disperazione fisserò i tuoi occhi, come un fanciullo che si sente guarito e felice e che riposa ebbro sul grembo di una madre Tu stessa saprai insegnarmi cos’é l’amore inseguendomi spensierata tra i mirtilli in fiore; mentre Cupido suona nel tempio il suo violino le tue amiche verranno a cingerti d’aureola e sarai distesa come una dea sopra un altare Ecco, sentirà anche lei questa dolce sinfonìa, sarà un nido sulle cime spoglie dell’inverno pronto ad accoglierci e ad offrirci nuovo riparo, ma ora resta sospeso come il cuore degli amanti nella sbiadita incoscienza della loro solitudine


La virtù di un poeta. Solamente dei grandi uomini sarà la gloria!— ma il poeta non finirà mai sopra il patibolo, anziché pendere dal tronco, vi sbatterà la testa, scongiurando la tragica sorte dell’impiccato Egli è colui che dà significato a tutte le cose— è colui che dà senso alla desolazione della vita, la vela che splende nel vento delle sensazioni, lo specchio in cui brucia il fuoco della memoria Solamente dei grandi uomini sarà la gloria!— ma egli non discende da una stirpe d’imbecilli: degli insolenti e dei loro figli sarà la miseria, degli ipocriti l’infamia e degli infami il disonore Il poeta apprende l’arte poetica dalla natura— il pane, il vino, il cielo, la terra, il sole ed il mare; le fanciulle consola con dolci parole d’amore ed offre le ghiande ai porci e non certo le perle


Mangiatori di lumache. Muove la chiocciola il guscio dopo la breve pioggia, sposta la sua galassia nel sempiterno divenire Tra la lavanda incolta, tra i ripidi muri, tra gli incerti dirupi, dove si danno convegno le lente amiche prima di dare alla luce minuscoli elfi Adagio. Verso l’ignoto destino nella natura selvaggia, il senso stesso dell’esistere non ha logica apparente Da dove viene e dove va il fragile mollusco non lo sa, su un filo d’erba riposa finché la sua casa sarà vuota


Il randagio. Frammenti di cielo in uno specchio d’acqua, le auto che vanno e che vengono, luci sui monti, le stelle Tra file di alberi, i cani, ai lati della strada, facevano a gara inseguendo le strisce Il cane, bramoso, stava nascosto nei campi, aspettando il tempo di amare la sua cagna Sentiva la notte alitare su quella pelliccia, sulla carcassa schiacciata ancora da un altro sorpasso


La dama andalusa. Balla, la ballerina, nel caldo giorno di sole, casta, battendo i tacchi, canta le mie parole battendo le mani dure a ritmo di flamenco, la coda di pavone sventola al mio vento Balla, la ballerina, nella sua veste nera, brama la mia rovina decisamente austera e sprofonda e fiorisce ....irresistibilmente.... mentre vibra il corpo, mentre sogna la mente Chiuso tra le sue ciglia, tra i battiti del cuore, di quel che tutto ebbi non ricevetti amore


Stella del mattino. Bianco è il mio cammino puro sole splendente bianco è ogni vicolo dove sono nascosti segreti Ci sarà luce domani per un altro giorno ci sarà luce abbastanza per vederlo rinascere Bianco è il tuo sorriso che sa di gelsomino bianco il tuo vestito di rose il tuo volto di luna Non sgretolare i miei sogni non regalarli al buio nelle strade dimenticate della tua anima infelice


Narciso. Il corpo è riflesso, il volto lo stesso, uno specchio difronte sulla barca Caronte PiÚ distante nei mari tra le dune bollenti, prigionieri e lamenti, paradisi stupendi! Urla la mareggiata sulla testa rapata, merletti su un fiocco mentre soffia scirocco Afflitto da tali pene cosÏ intrise di catene, quante desolazioni nelle vane sensazioni


Alseide. Tra i rossi giunchi il dolce vento spira che invano mira e tu mi giungi da suoni di liuti, da sibili incerti di mitiche serpi; i calici bevuti la mistica rosa e tu vespertina, in arte divina, sei amante, sposa sei luce fulgente di ardenti incensi, una tela di sensi dai rami pungenti


Quando il fiume.. Quando il fiume ci porterà le acque non piangeremo con le nostre lacrime i vostri peccati

Quando il fiume ci bagnerà le terre i campi in fiore torneranno a danzare fino al tramonto Quando il fiume ci lascerà il sereno nessuno oserà più farci del male e ti parlerò d’amore


[Liuti ancestrali.]


[I.] Il sole splende nel deserto, non c’é alito di vento che smuove un granello; poi un cielo plumbeo sconvolge l’aria, tempesta infima, apoteosi di tutto. Il sole splende nel deserto, un vecchio grammofono suona il nostro valzer, noi brindiamo con calici di champagne, piantando fiori finti nella sabbia. Il sole splende nel deserto, su una sedia vuota, sui fiori spazzati vìa


[II.] Il cielo scompare, mi trovo in uno spazio nuovo, vaghe immagini mi lacerano la mente. Resisto, ascolto il fragore del mare, mi abbasso a bagnarmi le mani, mi alzo a volare insieme ai gabbiani. Arrivo lontano, in una terra sconosciuta e proseguo sulla strada costeggiando la pianura; la distesa di sabbia intorno. Il sole bruciava tutto, le palme cadevano sulle ombre e la musica di un flauto addormentava il fiume


[III.] I fiumi portano le acque, i pesci sguizzano, s’intrecciano e se ne vanno, il sole li conduce al mare, tramonta all’orizzonte; i pesci lo rapiscono. Il pittore dipinge sullo scoglio un quadro: scivola la barca e s’immerge, innalza le vele, si gonfiano al vento, s’allontana, muore. Folte chiome s’asciugano al sole, follìa, allegrìa, le dune del deserto, la gendarmerìa. Vola un aeroplano.


[IV.] La strada era polvere. Ai margini, cani randagi ci vedevano passare: eravamo in tanti tra ferraglie arrugginite, in una coda di automobili. Mi giro ed indico il cammino ad uno che non distingueva niente, ad un altro chiarisco ogni cosa; per tornare a seguire una strada misteriosa


[V.] Distante nei mari era nascosta un’isola, il pescatore atavico ritirava le reti nella barca. Prigionieri in lamento avevano saccheggiato la chiesa e furono passati alle armi. Salendo lungo il sentiero s’arrivava al tempio, restammo lÏ in silenzio finchÊ non ci raggiunse la notte. E piansi di gioia.


[VI.] I battelli presero il largo per andare a pescare lontano, già s’immergevano come se fosse quello il loro destino, ma finirono abbandonati a se stessi in mezzo a quel grande mare. Un colpo di vento rovesciò la barca e l’uomo si tuffò in mare, nuotò, finché potette, si tenne aggrappato ad una trave. L’uomo, che stava annegando, si lasciò andare in balìa delle onde.


[VII.] Un uomo affonda le orme nella sabbia fresca della riva, dove una scogliera s’infrange ed un tubo devia in mare: non ha niente, è un relitto di ruggine, dove crescono attorno le margherite. L’acqua è sporca più in là, una barca dondola e non resta che una fune da sciogliere, gli arbusti piegati dal vento. Le vele gareggiano a schiera sopra vasti confini argentati.


[VIII.] Riposano le barche ed i pescatori che non presero il largo perché aveva piovuto, lercio è il loro corpo, stamberga è la loro casa sul porto, chiusa ad ogni respiro, se non fosse per una finestrella da cui si può sentire il mare, che porta pensieri a chi pensa, finché la notte non l’abbandoni alle nere nuvole di una luna malata; come una conchiglia ormai vuota


[Proseliti e clismi.]


Discorso al popolo dello stato libero d’oltremare. La grande madre Francia ci disperse oltre i mari per governare queste terre gloriose a cui gli avi fin dagli albori della civiltà hanno reso onore ma al di là di ogni battaglia e di ogni conquista non vi può essere una fede— senza ragione! né altresì vi sarà una ragione— senza fede! in quanto l’una non sarebbe una vera fede.. né l’altra potrà mai essere una vera ragione.. Se ho sofferto o mio popolo ho sofferto per amore eppure voi mi avete confortato ugualmente rivolgendo il vostro sguardo verso le stelle verso la notte oltre la quale sorgerà un nuovo sole Sarà quello il segno che si scorgerà nel cielo sarà quello il luogo dove si rifugiano tutti i sogni tutti i desideri di vivere una vita senza limiti tutta la voglia di essere lontani e di essere liberi dei giovani sarà l’avvenire! dei giovani sarà il domani!.. Tristemente ora vi lascio e mi riposo perché nulla posso fare per un mondo migliore nulla m’appartiene e nessuna donna dice di amarmi Non c’é speranza per chi crede nel vero amore in compenso l’ignoranza l’odio e la miseria sono come bestie che sguazzano nei loro escrementi infestando il meraviglioso pianeta su cui viviamo Tristemente me ne vado per il mio cammino ed un bastone il cui nome è saggezza mi sorregge lungo il sentiero che porta all’eternità Oh patria! oh poetica Musa! fa che il nostro sogno venga ricordato un giorno in una stella simbolo d’amore..


La mela ed il nulla. Signore, le nostre anime sono il frutto della tua bontà!.. gli dicevano— mentre riposava dalle persecuzioni del mondo, ritemprava il proprio cuore, riscattava la fede e la passione Li salvava da tutti i peccati, dalla brama di adulterio. sconfiggendo la serpe dei popoli.. Siamo tuoi figli, tu sei buono, tu puoi far sì che l’amore sia semplice tra l’uomo e la donna!.. gli dicevano— ma come una droga, la lussuria li distruggeva Li salvava da quella condizione, da ogni raggiro del piacere, prendendo su di sé la tentazione.. Non disperdere noi stessi!.. non abbandonarci nel baratro!.. gli dicevano— ma stanchi, ubriachi, privi di vita, restavano soli Li salvava dai pensieri malvagi, aiutandoli con la preghiera, a ritrovare il retto cammino.. E nel rancore non parlavano, perché un nodo li strozzava in gola, e nel rimpianto pensavano che con la penitenza e l’abnegazione tutto sarebbe tornato puro Egli era risorto, lontani erano giorni, e loro, con immenso dolore, con la ribellione di sempre, scagliarono la mela nel nulla


Così ho seguito la mia strada. Così ho seguito la mia strada, mentre la brezza di primavera addolciva le lunghe chiome di vergini fanciulle che fluttuavano al sole; e mi dicevano: non fidarti più dei falsi esempi, non commettere gli stessi errori.. Così ho seguito la mia strada, angeli! demoni! come potevo darvi ascolto? dovevo lenire le vostre lacrime o forse le mie? ho voluto restare solo e lo sono stato: a lungo lo sono stato, solo con me stesso, ma nulla mi ha impedito di continuare a vivere Come devo chiamarvi che non sia di scherno, che non odano tutti, compreso i villani? chi ci accusa inciampa, proclama falsità, ma quale freccia potrebbe scoccare il nostro arco e quale arco potrebbe proteggerci, se come l’erba di un bosco veniamo calpestati? Verrà il giorno in cui l’erba sarà pianta, la pianta sarà ramo, il ramo sarà fiore ed il fiore sboccerà; l’albero che verrà abbattuto dall’ascia del villano, foglia dopo foglia, stordirà la testa del villano e lo stroncherà Così ho seguito la mia strada, ma non era quella giusta e così mi sono perduto, come un cane che non ha padrone, che non ha guinzaglio, ma che brancola nel buio delle delusioni di sempre


Fuga di un’estate. Nudi siamo sempre stati, nudi e soli.. Lo scoglio, graffiandoci, ha inciso la nostra carne, ferendone la purezza, i piedi erano tumidi ed intirizziti e gli arti mostravano grosse arterie, solcate dalle alte dighe dei suicidi

Nudi siamo sempre stati, nudi e soli.. Sopra i ponti transitava la noia, tra detriti di catrame e di vetroresina, insegne invitavano a buoni auspici, ma scavando nell’umida sabbia il piccolo naviglio ha raccolto fango Nudi siamo sempre stati, nudi e soli.. Quando il sole è tramontato nel mare, la terra era già stata abbandonata dalle ruspe ferme e le vecchie barche, riposte al rovescio sulla spiaggia, accolsero il nostro estremo rifugio Nudi siamo sempre stati, nudi e soli.. Quando infine apparve la luna, la vampira assetata svanì nella notte e né si potette ammansirla ancora: dov’era finita ora? laggiù, laggiù, ce n’era una più bella dai capelli blu Nudi siamo sempre stati, nudi e soli..


Inutile non è stato. Ti avessi chiesto qualcosa in cambio non sarebbe valso il mio fiore! Sarà stato niente, meno che niente, sarà stato strappato, calpestato, sarà stato quello che sarà stato, qualunque cosa ti avessi chiesto, qualunque cosa mi avessi dato, il mio fiore non sarebbe valso; sarà sembrato inutile o sbagliato, — inutile non è stato, per me come per te non lo è stato! Sarà stato vero, sarà stato falso, sarà durato meno di un respiro, sarà ormai un petalo appassito: anche se a nulla è valso, anche se è valso solo per quello che noi possiamo aver immaginato; sarà stato inutile avertelo dato, — inutile non è stato, per me come per te non lo è stato! Sarà stato bianco, sarà stato rosso, sarà stato il migliore o il peggiore tra quelli del tuo campo: anche se per tutti non è bastato, anche se potrei essermi sbagliato dicendo soltanto menzogne o ciò che meglio o che peggio ti pare, — inutile non è stato, per me come per te non lo è stato! Puoi crederci come non crederci, puoi farne qualunque cosa, sempre a qualcosa sarà servito, sempre a qualcosa sarà bastato: sarà sembrato il più bel fiore, sarà sembrato il più brutto, sarà stato inutile avertelo dato, — inutile non è stato, per me come per te non lo è stato!


[Herba medicea.]


I. Vorrei che tu fossi ciò che io non sono stato vorrei che tu avessi una vera identità ti regalo il mondo che ho sempre sognato perché tu sei l’emblema della mia libertà Porta avanti il discorso che è stato interrotto da chi ripudiava le nostre facoltà un metodo senza decoro che ci ha indotto a vivere e morire per sapere la verità Ed ora a voi la chiave del destino anche se ci sarà sempre qualcuno che piangerà finché sarà notte non si vedrà il mattino che nasce e splende soltanto per chi vincerà


II. S’alza il maestrale, profondo il suo respiro che impetuoso avanza coprendo ogni cosa Le nuvole già grosse fanno più triste il cielo, da dietro alle imposte osservo e mi raggelo; son solo e sconosciuto tra la mia gente Piove, quando giace impavida la squallida sorte ed anela indifferente, dei stanchi tuoi giorni, l’ora della morte Piove, lungo i sentieri ameni spargi i cari ricordi ed oscillano le fiaccole nel tetro impallidire, dove si radunano i tordi Spiccati poi in volo dai cipressi ammansiti, sulle case di sempre e nell’anima mia, eppure non ho lamento; quasi mi sento gioire tant’é che sono solo


III. Lontano rosa un’ombra pare, l’alba, infine, mi appare:—scopri.. i cigni adunati sulle acquatiche sponde, nei parchi ti rapiscono le fronde —scopri.. una lapide deposta tra i marmi, odi una musa, odi recitarle i suoi carmi! —scopri.. un poeta sepolto da molti anni, insieme a vecchi libri e gli affanni, nonostante i più divini pensieri scritti nelle pagine di oggi e di ieri —scopri.. tra fasti galanti e prodigi d’infanti, la sfilata che allieta la meta degli astanti!


IV. Scende la notte con i fiocchi d’argento, s’ode soltanto il fischiare del vento; rimpiango gli immensi campi di grano, quando felice ti tenevo per mano.. Per portarti nel bosco a fare l’amore, così fragile e tenero il ricordo di un fiore.. ma ora dormi, dormi, tanto lo sai, che alla luce dell’alba ti sveglierai.. ma ora dormi, dormi, tanto lo sai, che domani sarò diverso e tu diversa sarai..


V. Una strana febbre batte nelle vene perduti nello stesso nulla, le nostre ombre confuse in una foschÏa metropolitana Le due sorelle, insieme, risalgono alla luce dell’alba, il vagabondo intona un’allegra canzone, un ubriaco lancia la bottiglia in un cestino.. Estenuante mondo mio, questa danza di carrozze che sfilano nelle strade riempite di gente ma niente piÚ rimane il giorno dopo, se niente..


VI. Neanche i morti ci sono più a plaudire una gloria consumata; un inchino reverente a sua maestà, al prode, al parroco, a lei che sta seduta sugli scalini

se potesse l’inchiostro farle scrivere due parole!— Ma se si perdono le piume agli angoli delle piazze, i piccioni volano dai campanili quando battono i rintocchi hanno sangue negli occhi!—


VII. Ti ho visto un giorno sulle scale della piazza parlando di storie che avevi sentito Mi guardavi e parlavi non stavi mai ferma neanche il tempo per poterti baciare Ti ho visto fingere come una bambina dagli occhi di fata e senza capelli Mi guardavi e pensavi non dicevi niente un giorno sbagliato sentivo di amarti


VIII. Ti ricordi di me solo adesso che non ci sono piÚ! ti dicevo sempre che alla fine sarebbe stato cosÏ: tu non mi credevi, ma adesso stringi tra le mani appena un ricordo E rimpiangi il passato solo quando tutto è finito, non hai avuto neanche il tempo per dirmi addio! ti dicevo sempre: presto questa avventura finirà , poi ognuno per la sua strada! tu non mi credevi, pensavi che io avessi torto, invece avevo ragione!


IX. Sbadato mi fermo ansante ad un lato della strada mentre le auto mi passano affianco con i loro odori strisciando sull’asfalto bagnato del meriggio seguendo verso la Francia Il mio volto è pallido e sono confuse le mie membra. L’antico vaso egizio esposto in una bacheca consumata dal tempo Sento il fresco dei prati e l’erba non ancora rasata sotto i piedi ma le mie scarpe sembrano vuote mentre cammino lungo la Senna una sera d’inverno


X. L’indifferenza quando fa freddo nelle ossa e nell’anima stanca, che tesse meticolosa rapporti tra i fiori: mezzi necessari per me! L’interesse è vivo, comunicando il battito attraverso un velo, si diffonde cieco entro cunicoli come gole viscide; nel buio i miei occhi scrutano e non vedono niente; mi tormento inutilmente! L’indifferenza in un corpo senza vita, in una stanza dove la porta è chiusa, nella notte che c’é dentro e fuori la mente; mi allontano lentamente! Com’é perfetto il buio, com’é uniforme nella sua armonìa, genera un sollievo che mi rilassa, che mi addormenta


XI. Un giorno i nostri destini s’incontreranno e non saremo più soli come adesso Se tu saprai aspettarmi un giorno tornerò da te e cammineremo a piedi nudi sulla sabbia dove il mare accarezza gli scogli e le mie mani sfiorano il tuo viso che piange un amore che non c’é Se tu saprai aspettarmi un giorno tornerò da te e correremo finché ci mancherà il fiato ridendo sfiniti ci terremo stretti l’un l’altro ed insieme vedremo morire il tramonto in estate


XII. Nei crepuscoli d’estate, quando la natura si quieta, per un istante sembra tutto immobile a riposare, quasi assorto a meditare sulla coscienza del giorno Tra gli alberi che abbastanza sono inebriati di luce, già più di rado s’ode a tratti il frinire della cicala e nuvole rosa s’intravedono in un cielo ancora vivo I monti traspaiono lassù, in un miraggio d’azzurro, ed i nostri sensi, rilassati nella frescura della sera, sentono più intenso l’odore del grano appena arato


XIII. Passò la principessa invitata alla festa passò furiosa come se nessuno l’aspettasse Per sentirsi all’altezza delle dame di corte aveva messo i tacchi a spillo della madre ma andando di fretta con quel cipiglio crollò fragorosamente al primo impiglio Pianse vedendo la sua collana spezzarsi e le bianche perle tintinnare a mille a mille mentre provò a contarle il sogno svanì come il destino nel palmo della sua mano


XIV. Da una flebile angoscia la mente è incendiata mentre avanza la sua barba bianca oscilla costeggiando il mitico mare delle isole greche fino all’estremità di una roccia dove l’onda urla contro gli scogli tutta la forza impetuosa

Con l’occhio buono legge su un palmo i salmi dedicando gli ultimi versi sapienti al vento ma vinta la morte e sfidando il nulla egli cade con la bibbia ed il bastone giù nel precipizio dove un’alta marea lo prende e se lo porta vìa


XV. L’uccello della malora mi aspettava a zonzo, una notte che era la stessa inconscia abitudine!— La mazza lo colpì più volte, fino a stordirlo, perse l’equilibrio nell’aria, sbattendo al catrame, svolazzando come l’anima che tarda a spirare Spirò, in un attimo di sorpresa e d’inquietudine, quasi un altro respiro nell’ampia volta stellata!—


XVI. Noi spesso siamo peccatori e nel peccato, perciò ogni uomo ha un angelo che prega per lui! Oh angelo ascolta, non credo nella verità assoluta: una rosa può essere bianca come un’altra può essere rossa Oh angelo ascolta, se vedi una rosa sbocciare in un giardino, ricordati questo— Una donna ha fatto una preghiera per te!


XVII. Come appassiscono i fiori così anche le parole muoiono e mentre dei fiori ne ricordi l’odore e ne ammiravi il colore delle parole ne riscopri il senso e ne ascolti docile il suono che ancora fa eco nell’estasi di solitudine sul grembo della morte E come cadono quei petali così anche le lacrime scendono dai tuoi occhi malinconici sulla terra dove solo aspetta l’amore


XVIII. Nei viali del cimitero quando mormorano i cipressi mi aggiro vestito di bianco sfiorato dai raggi di luce che morbidi lambiscono le statue pietose delle madonne ed i cani vengono incontro sventolando la coda— Guardo fisso nel vuoto vago in cerca di un’anima nel silenzio che giace tra i fiori della mia tomba


XIX. Tornano le rondini in primavera, sferzano l’aria, ritrovano nidi Sembrano schernire cose e persone, invecchiate, ormai dome, come polvere nel vento Torno anch’io, figlio ingrato, volo nei cieli —piove! emigro di nuovo


XX. Sole al meriggio tra le strade deserte, mi rifugio dietro l’ombra dei platani gloriosi Pallida luce sfiora i muri delle case, ma ora tutto tace: alita un vento di pace!


XXI. Ora so cosa c’é dietro a me— non ho più paura!.. Guardo avanti più distante del mare, non mi fermo un istante a pensare.. Ora vedo tutto quello che c’é dietro a queste mura!..


[I fiori sono morti.]


Ai caduti. IN QUESTA PIAZZA dove defunta s’immola la libertà . . . . . . . . . . . . vedresti le nere stelle del giorno e sentiresti l’essenza del fico giovane . . . . . . . . . . . . il biondo orzo sarebbe morbido prato e la formica salirebbe sulla mia mano . . . . . . . . . . . . O Signore! erigi un monumento anche per me in questa Francia


Le foglie. SONO CADUTE, insieme, sono cadute!— Le foglie appassite spinte dal vento, sembrano senza fine, ma muoiono vicine.. SONO CADUTE, insieme, sono cadute!— Come frammenti di natura morta; l’ultimo tram nel viale, le panchine umide, il silenzio..

SONO CADUTE, insieme, sono cadute!—


L’armonìa del silenzio. Sola nel bosco, ti diletta ascoltare l’armonìa del silenzio, o un’aria, un’arcana alchimìa, aleggiare leggiera Mentre ascolti, ti rivela una frase, lieta luce nello sguardo fugace, mirando, implorando, questo coro di pace Uno sguardo che schiara la mente, ma NIENTE che sia possibile raggiungere attraverso le barriere del tempo dove non posso seguirti.. dove non posso parlarti..


Il ramo e l’uccello. HO TROVATO un ramoscello spezzato pareva fosse germoglio L’HO PRESO L’HO PORTATO CON ME per poterlo curare ma nella terra al primo sole è caduto!— HO TROVATO un uccello fuori dal nido sembrava potesse volare L’HO PRESO L’HO PORTATO CON ME per poterlo curare ma nella gabbia al primo gelo è caduto!— QUELL’UCCELLO ORA È MORTO ED IL PICCOLO RAMO È LA SUA CROCE


Platone rivisitato. PRIMA IL RIFLESSO DELL’OMBRA POI L’OMBRA INFINE LA LUCE (troppi riflessi) (troppe ombre) (troppa luce) Riprende vita sublime un sogno che mi rasenta alle immagini di ricordi lontani e mentre ascolti chiedo se mi ami: —puoi rispondermi? puoi dirmi qualcosa? mi rispondi di no! —perché no? perché è sempre niente che mi lasci? Nell’oscurità l’ombra di nessuno accendi la luce: nessun altro la luce si spegne!


Meteora. VAGANDO NELLA NOTTE senza meta il cielo è un abisso colmo di stelle . . . . . . . . . Una stella cadente METEORA è lanciata verso il nulla . . . . . . . . . Tra gli astri celesti i più deboli cedono lentamente i più forti si distinguono ma non siamo soli nell’universo . . . . . . . . . Il TEMPO non esiste LO SPAZIO non esiste


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[Aria Acqua Terra Fuoco.]


In principio ero aria, un’essenza impercettibile nel cielo, ammansita dal sole in armonìa e mite splendore, custodita dalla luna nel cosmico riposo dei sogni, spinta dal vento debolmente o con avulso furore Ho vagato innocente nel grembo di soffici nuvole e quando intenso e greve il viaggio si è compiuto, ecco la pioggia cadere a scrosci e l’acqua fu essa un dono che compensava i fiumi, i laghi ed i mari E fui acqua diffusa nelle profondità degli oceani, là dove prende forma l’idea stessa dell’universo, dove nell’oscurità implode la luce di ogni colore e quiete e tempesta mescolano i geni primordiali Ancor prima che io esistetti i pesci già esistevano nelle loro distinte specie dalle variopinte fantasìe e fui il piccolo pesce inghiottito da quello più grande, ma imparai a percepire con gli occhi tutte le avversità Seguendo il corso delle correnti andai alla deriva e quello che restava di me finì in balìa della sorte, non avendo più aria e né acqua per sopravvivere, donai alla polvere il senso del vivere e del morire Ed allora fui terra che si nutre di aria e di acqua, riscaldata dai raggi del sole e protetta dalla luna, nella zolla germogliò un seme che divenne pianta e la natura s’estese ricoprendo di verde il mondo Ricordo anche di essere stato quercia nella foresta e di aver condiviso con gli altri alberi la mia linfa, la felicità di esistere s’esprimeva nell’innocenza dei fiori, la dignità e la sana abbondanza nella delizia dei frutti Era un’epoca in cui si era fatti gli uni per gli altri, in cui s’erano costituite delle regole di convivenza che consentivano sia la fertilità e sia la prosperità, in un ciclo riproduttivo di nascita, di vita e di morte


Subito dopo fu il tempo di grandi esseri viventi, delle prime creature animali fatte in carne ed ossa, la vegetazione era per loro rifugio e sostentamento, nell’immediata necessità spesso dettata dall’istinto Ricordo che fui un leone, poi un orso, poi un’aquila e potevo volare alto nei cieli quasi a sfiorare le stelle, quasi a ritrovare quell’arcana ed originaria dimora dal quale avevo osservato da lontano mari e vallate Ero aria, ero acqua, ero terra, ero albero ed animale, finché le sembianze divennero quelle di un uomo e così come nacque l’uomo nacque anche la donna, creata da madre natura e concepita dal suo stesso ventre Il figlio fu benedetto dal padre ed il padre dal figlio, il figlio che fu svezzato dal tenero seno della madre, e fui anch’io un uomo in una realtà fatta di uomini, con nuove leggi legate a dogmi di guerra e religione Se da una parte rifiorivano la civiltà ed il progresso, dall’altra abominio e sterminio cagionavano dolore, l’aria impestata, l’acqua inquinata, la terra distrutta in nome della fede voluta per confondere l’umanità E fui soldato, fui lavoratore, ma fui comunque poeta, sempre dalla parte di chi difende la logica della ragione, malgrado tutto nella condivisione di un’antichissima fede, malgrado tutto nel rispetto della nostra vera natura E fui infine la fiamma che arde e purifica ogni cosa, un fuoco che riflette l’etereo confine della memoria, uno spettro che si dissipa in rivoli di fumo azzurro, come vaga ombra smarrita nello spazio e nel tempo


[La ninfa di Artemide.]


Pan, il dio dei boschi e dei pastori, s’era invaghito di una ninfa che era la più bella tra quelle devote alla dea Artemide e stava escogitando un piano per attirarla a sé nel bosco e possederla La giovane ninfa era desiderata da tanti ammiratori che erano rimasti ammaliati dalla sua bellezza e morivano dietro ad ogni suo sguardo Pan era venuto a sapere che un mago, forse un veggente, le aveva rivelato che presto avrebbe partorito una figlia, e così, in una notte di luna piena, il dio Pan le apparve in sogno dietro le sembianze di una fanciulla, che ripeteva: ”Madre, madre, vieni a prendermi, sono nel bosco!..” La ninfa di Artemide si svegliò all’improvviso tutta sudata e ricordandosi del sogno appena avuto e considerandolo un segno premonitore, si mise in cerca della fanciulla Pan l’attese a lungo nascosto tra gli alberi e quando infine ella arrivò, su di lei scese un incantesimo che la riportò al tempo in cui era giovane e spensierata e per la prima volta stava per avere delle esperienze amorose; ma era il dio Pan ora che la consolava e non il giovane amante di allora Sapendo pure che ella veniva corteggiata da pretendenti disposti a tutto, Pan aveva mandato a dire a ciascuno di loro, che qualora si fossero recati nel posto prestabilito, con il suo beneplacito essi avrebbero potuto incontrarla e soddisfare i propri desideri Ma una volta che una piccola folla di uomini s’accalcò sulle pendici del bosco, questi non fecero altro che assistere, attoniti, alla scena del dio Pan che seduceva la ninfa; allora, molti di loro si lasciarono prendere dallo sgomento e per la disperazione ci fu chi si buttò giù da una rupe, chi si pugnalò al petto, chi se ne tornò indietro sconsolato e chi rimase ad assistere alla scena, tra cui, il poeta Alceste, alcuni dotti, alcuni pastori ed altri vecchi amici


Infine, quando anche gli ultimi presenti s’allontanarono, il poeta Alceste socchiuse per un attimo le palpebre, poi le riaprì e dal sogno tornò alla realtà, ma avendo la mente ancora confusa, non riuscì a dare un significato all’episodio onirico Pan aveva concluso l’amplesso sventolando il suo fallo nerboruto sotto gli occhi di tutti e quando la ninfa si risvegliò, le sembrò come se nulla fosse mai stato, come se nulla fosse mai successo, ma avendo perduto la verginità e temendo i castighi di Artemide, svenne come morta Orfeo, risorto dal regno dei morti, presto accorse in suo aiuto e sollevandola tra le braccia la condusse ad una fonte presso il fiume Lete, affinché riprendesse fiato; perché dai suoi versi era nata la bellezza della ninfa e dai suoi versi avrebbe ricevuto nuova linfa e nuovo splendore


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Historia pro Marmoreo Monumentalis. Opera. [Mnemosi.]

[Liuti ancestrali.]

>La nostalgìa latina. >La vergogna dell’angelo peccatore. >L’angelo caduto in fondo alla scala. >Delirio di un’anima disperata. >Ballata del fanciullo di Edelweiss. >La sfera del tempo.

(I.) (II.) (III.) (IV.) (V.) (VI.) (VII.) (VIII.)

[Convivio di Eros.]

>I. >II. >III. >IV. >V. >VI. >VII. >VIII. >IX. >X. >XI. >XII. >XIII. >XIV. >XV. >XVI. >XVII. >XVIII. >XIX. >XX. >XXI. >XXII. >XXIII. [Aureolae aureolee.] >Aurora. >Aliade. >Sappho. >Sibylla. >Dea minore. >Ophelia. >La morte di Ophelia. >Un fuoco di pace in feria d’aprile. >Il sentiero della lavanda. >Pigmalione e Galatea. >La contemplazione di Venere. >La melodìa del divin fanciullo. >La virtù di un poeta. >Mangiatori di lumache. >Il randagio. >La dama andalusa. >Stella del mattino. >Narciso. >Alseide. >Quando il fiume..

[Proseliti e clismi.] >Discorso al popolo dello stato libero d’oltremare. >La mela ed il nulla. >Così ho seguito la mia strada. >Fuga di un’estate. >Inutile non è stato. [Herba medicea.] >I. >II. >III. >IV. >V. >VI. >VII. >VIII. >IX. >X. >XI. >XII. >XIII. >XIV. >XV. >XVI. >XVII. >XVIII. >XIX. >XX. >XXI. [I fiori sono morti.] >Ai caduti. >Le foglie. >L’armonìa del silenzio. >Il ramo e l’uccello. >Platone rivisitato. >Meteora. [Appendice.] >Aria Acqua Terra Fuoco. >La ninfa di Artemide.


Historia pro Marmoreo Monumentalis Š 2016 All rights reserved

in copertina: Aurora Triumphans by Evelyn De Morgan. Russell-Cotes Art Gallery & Museum. Bournemouth UK


Historia pro Marmoreo Monumentalis  

poème des natures et des passions entre réalisme et irréalisme

Historia pro Marmoreo Monumentalis  

poème des natures et des passions entre réalisme et irréalisme

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