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Franco Pucci

spifferi refoli poetici

Febbraio 2014

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La libertà del gabbiano Nato in un paesino della Bergamasca, dopo aver frequentato le Scuole Tecniche con un profitto senza infamia e senza lode, Franco Pucci decide di comunicare con il mondo esterno attraverso immagini e segni, entrando così nel mondo della grafica. Un corso serale triennale di Grafica Pubblicitaria, condotta da Albe Steiner, il nipote di Giacomo Matteotti, presso la Scuola Umanitaria famosa anche perché ha dato linfa vitale alla Scuola del Libro di Milano, gli svilupperà la passione e la voglia di lavorare per il mondo della comunicazione e della grafica. Gli interessi per questa sua passione lo coinvolgono e lo assorbono totalmente, non impedendogli però di sposarsi e di contribuire a mettere al mondo quattro figli. Un’esperienza di circa quattro anni come disegnatore tecnico presso aziende e studi d’ingegneria e architettura e poi… il salto nel mondo della grafica pura! La pubblicità e la televisione lo catturano definitivamente e per oltre un trentennio si occuperà, nel ruolo di Direttore Creativo, della comunicazione per le agenzie e le strutture promozionali nazionali e internazionali. Già che la tastiera del computer ha sostituito la sua veloce penna, ora che ha

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molto più tempo, si dedica totalmente alla scrittura creativa, dando la sua collaborazione a diversi portali, tra i quali: www.rossovenexiano.com e al suo blog personale www.francopucci bricole.blogspot.com inoltre, come ebook sfogliabili, su www.issuu.com. Le sue ultime pubblicazioni sono: “Il volo del Gabbiano”, NarrativaePoesia Editore e “bricole”, edito in proprio. Michela Zanarella

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Prefazione Il Poeta Franco Pucci continua ad attendere la vita "all'angolo di vie sconosciute". Così egli si descrive e si presenta al lettore offrendogli il mondo delle sue speranze, delle sue amarezze e delle sue gioie, delle sue malinconie di cui è soffusa la sua inesausta energia. Così, un interessante Universo interiore, attraente e godibilissimo, viene offerto senza risparmio, senza falsi pudori, a fronte alta. Le immagini del suo "mondo" sono sempre icasticamente vere, essenziali, suggestive quanto concrete. Alcuni vecchi "leggono i capitoli della vita contando ad alta voce le rughe sui loro visi" è solo uno dei "momenti" di "Flamingo Bar" un componimento poetico dell'Autore, osservatore attento e "fotografo" -quasi- di anime e situazioni. Così il Poeta si sofferma ad assaporare l'incanto sottile dell'attimo fuggente, come immerso in una "bolla di silenzio" che "ondeggia sospesa" per infrangersi, poi, su un "muro" di voci e suoni! Sono pennellate veloci, le impressioni che Pucci raccoglie e ci trasmette con versi e parole che, pur scritte, ci colpiscono per sonorità e incidenza. Nella sua opera cogliamo la nostalgia e il rimpianto, maturo, di una vita vissuta con intensità e passione; e scopriamo che, nel suo cammino, Pucci, serba-integriardore ed energia dell'adolescenza. In momenti di più intensa malinconia egli parla di "cocci di vita" che non disperde mai, ma raccoglie, adorna, tesaurizza, arricchendoli di slanci e pulsioni sempre nuove. E per Pucci, alle salite della vita, è spontaneo offrire un sorriso quale valido punto di appoggio e sostegno per non scivolare e non cadere. E, in amore, persino le "catene" non opprimono, non legano, ma sostengono.

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Un Autore che crede profondamente nell'Amore e, anche quando parla di eros, lo fa con l'eleganza matura e misurata del Poeta! Seguiamo quest’Autore nel suo affascinante viaggio, ne scopriremo l'Anima e la particolare vis del suo "interiore�. Mario Calzolaro

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Frattaglie, mie sono frattaglie /quelle che scrivo stracci di carne /quand’ero vivo rimasti sul desco /del ristorante di vita trascorsa /senza badante scrivi m’han detto /che ti fa bene è propedeutico /conforta le pene così sbarazzi /le scorie indecenti delle bugie /incastrate tra i denti Il resto è sepolto sotto vecchie cicatrici mai asciugate. frattaglie Pezzo per pezzo impresse nel bianco ne fo poesia. come sindone blasfema

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Averti… [ho combattuto contro un temibile rivale: la paura il lampo degli occhi raccontava una storia senza fine la fuga terminò inebriandosi nella tempesta dei sensi così il ruscello impetuoso sfociò in un fiume in piena] quattro passi tra ciuffi di bambagia sparsi nell’azzurro un’oliva nel Martini questo tuo incollarsi al mio cuore un sapore che ogni volta rinnova il piacere dell’amore sognanti i versi che brindano a nuove mature stagioni …averti, ora come allora, è un cin cin alla vita…

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Baratti Ho venduto le ultime biglie di vetro colorato come perle autentiche di falso Murano a quattro cinesi in gita sulla laguna in cambio di paio di bacchette di bambÚ. Ho ceduto le bacchette al bar sul corso a un oste dal sorriso mefistofelico in cambio di un bicchiere di Rosso Inferno in un amen l’ho bevuto, ho visto il fondo. C’era un numero di telefono impresso. Ci sto pensando. Vorrei indietro le mie biglie di vetro colorato.

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Cuore di maiolica sotto l’indaco dipinto dello smalto -tu cuore di friabile biscottocotto al sole di roventi primavere -indurito al gelo dell’invernoappeso come falsa icona adorata -ninnolo d’antica cristallieraindisponibile ai richiami dell’anima -ti culli nella tua apparenzascivolano quasi lacrime di ghiaccio -sul blu diamantato le parolenon prova alcun fremito o passione -una corazza vitrea di smaltoti spezzerai nonostante l’arroganza -l’acciaio forerà la tua difesaquando l’amore colpirà improvviso -raccoglierò briciole d’amore…dal cuore di biscotto

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Domani farà bello, hanno detto… "...i avarave ciamà belo per doman…" Quel repentino, lattiginoso strato di nebbia sembrava bambagia sfilacciata tra le dita che saliva silenziosa posandosi sulla laguna e come algido sicario ne affogava i colori. Testarda una lama di luce bucava la bruma, creando sull’acqua trasparenti arabeschi, mentre il peschereccio si perdeva nel limbo la sirena urlava il suo commiato dal molo. L’orizzonte m’apparve come sogno concreto che da tempo rincorrevo e protesi la mano, solo stracci di nebbia rimasero appesi alle dita. Con la voce arrochita dall’umido salmastro bestemmiai alla caligine la mia delusione. "…i avarave ciamà belo per doman…" Straziò la voce stridula ma ne riconobbi il tono, lo schioccar del becco e il frullar d’ali felpato lacerarono come artigli il velo dell’amarezza e nella laguna ovattata rispecchiai il mio sorriso. …come sempre avrai ragione tu amico mio.

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Eccomi eccomi accanto a te a capo chino guaisco le dolenti ferite aperte -cucciolo maldestroin un gioco pericoloso eccomi davanti a te occhi di cane bastonato che implorano perdono -ingenuo protagonistadi un gioco sconosciuto eccomi dentro di te ora l’altalena dei fianchi blandisce il mio il dolore -l’acme è alla chiamal’urlo si scioglie nel miele conosco il gioco eccomi

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Ho guardato la notte negli occhi albeggia… [abbandoni le coltri, ti alzi e il ricordo delle lenzuola svanisce nel brivido d’addio sui gradini conti i tuoi passi viepiù stanchi, circospetti] Nel buio che attende le mani ti muovi come un automa che ha fatto della sua paura una gelida compagna discinta guardiana del suo respiro. Sacrista in una chiesa di carta, come improvvisato scaccino che accende e spegne falsi ceri, sei custode che schiude cancelli e lacrima sul mazzo di chiavi. e albeggia… [l’eco dei passi s’è persa oramai nella luce immemore del buio l’alba che saluta i miei domani porta con sé la brezza del mare e dolce è il brivido tra le lenzuola] …ma ricordo quegli occhi…

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Il velo da sposa Gli argini del fiume quella mattina accolsero la bruma vestita da sposa l’acqua ammaliata dal candido velo ondulò dolcemente baciando la riva. Nel silenzio di canne dipinte di brina come algidi spettri riflessi nell’acqua il passo seppur cauto scalfiva l’idillio e il fiato sospeso lacerava il mantello. Trattenni il respiro sedendo in attesa del brusco risveglio d’incauti amanti mentre ammiravo l’emozione dipinta il vento spogliava pian piano la novia. La gallinella deflorò l’acqua correndo e le goffe ali presero il volo nel bianco il rumore di canne spezzate fu strazio del silenzio complice dello spettacolo. Il fiume rispecchiò un azzurro sorriso sull’acqua dondolava il velo da sposa.

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Immemore cancello il ricordo è un serto spinoso che lacera il farisaico velo involucro ipocrita dell’anima emerso dal nulla della memoria è dolore che buca lo stomaco ricordare l’infamia degli uomini alleviare la falsa dimenticanza con alibi d’ignobile comodo oltre l’acciaio vagano anime perse in un girone lastricato d’odio arse nel fumo acre di camini accesi rinchiuse nel ventre della storia la memoria non ha cancelli

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Non sono Icaro …celava sotto la zimarra nera l’acciaio degli occhi, la signora e la bocca, ulcera menzognera socchiudeva al volgere dell’ora mellifluo il sorriso ammiccante nel gelido spirar di tramontana la vita era mercede in contante per saldar il conto alla puttana non era la mia ora, morì il nero l’ulcera tacque come d’incanto l’attesa accecò il suo pensiero la falce abbandonò lì accanto (usai ottima cera il sole non fu avverso sparì nella bestemmia la zimarra nera / di lei rimase il ghigno nell’aere disperso le ali regalarono una nuova primavera) …e fu un grande volo!

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Non svegliarmi del dolore che conosco parliamone domani oggi tienimi cosÏ, tra i seni come piccola cosa fasciata dall’amore come ninnolo dalla musica dolce sul petto del dolore che proverò parliamone adesso che hai occhi per vedere le lacrime che verranno come artigli rapaci ruberanno la via del cuore il dolore che non conosco mi attende all’angolo ma la vita ha perso tempo e non sono mai puntuale allora non parliamone oggi tienimi cosÏ, tra i seni non svegliarmi

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Sabbia e neve non ho memoria d’inverni sabbiosi ma la neve negli occhi graffia e lacrima come sangue bruciato nell’oblio dei tuoi/miei ricordi [a testa in giù nella rena, struzzi affogati nella neve] e testardo è il dolore nascosto accanto l’anima e il cuore attende estati nevose per sciogliersi tra lenzuola calde di luna piena tra sabbia e neve

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*Snake charmer (avanti, c’è posto) Una madre a Roma rinnega il bimbo appena nato affetto da una forma di possibile nanismo, rifiutandosi persino di vederlo. Credo che l’umanità intera abbia toccato il fondo, togliendo il tappo ad un verminaio senza fine. Non è il primo caso né sarà l’ultimo, ma stanotte non ho resistito. [fa strame di umanità, postriboli di coscienze, indifferenza e avidità scivolano come pioggia acida che non scalfisce la corazza dell’egoismo] -ouvertureneri pulcini rinnegati sparsi cocci uova reiette madri aliene da ricordi ventri ingordi in attesa di altro seme …e poi veleno… crotali immondi avviluppati alle note del bausari echi di morte seni inutili

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intonano Calcutta forever …e poi veleno… tragico carrozzone di guitti continua la vita traballa conscio dell’orrido comunque curva …cade ma incanta… *incantatore di serpenti

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Spine della memoria, per non dimenticare appese al recinto di filo spinato brandelli di carne come ombre dimenticate da Dio reclamano un perché nel campo carri bestiame vomitano nella polvere nuove vittime sacrificali da incenerire sull’ara dell’odio salgono al cielo disperdendosi nell’acre odore di fumo urla e simulacri di parole come bestemmie di dolore canti di bimbi che perforano le coscienze dei giusti e sguardi spenti di vecchi che recitano rassegnazione da stracci e mucchietti d’ossa rannicchiati tra la polvere s’alzano nenie alienanti di madri dai seni rinsecchiti mentre allattano straziate un fiore nato già morto con lacrime di un sangue odiato come la corona di Cristo Shoah, una spina nella coscienza degli uomini

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Tarsia [la mia vita è come una panchina in attesa di un’anima zingara eternamente indecisa pochi versi hanno dato raramente conforto a un legno errabondo in cerca di un porto] sole d’onice gioiello che riflette intarsi d’oro fino nel blu della laguna ruvida pomice cuore che non smette ma gioca a nascondino barando con la luna potremmo allora riposar lo sguardo che muore all’orizzonte tra mille e più parole cielo non scolora nicchia, ma è in ritardo e l’anima dal monte non scende come suole sposto cautamente di un passo la panchina è ormai quasi trastullo sfogliar la margherita

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sole finalmente infiamma la mattina sul legno torno fanciullo da sempre è la mia vita [nomade d’amore vago col mio fardello spesso a testa insÚ nei sogni ho volato rubando la poesia ne ho fatto un gioiello il suo antico legno di sole ho intarsiato]

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Tra bistro e ciglia quattro braccia ad abbracciare la mia/tua paura non erano forti i verdi rami d’intrecciate mani e nodose nocche sulla schiena a premere il fiato [l’azzurro tra bistro e ciglia] inesperti semi dispersi sul bistro color del ventre nel batter di ciglia negarono radici al solco assetato [la paura inaridÏ l’azzurro]

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A perdifiato, nel sogno [stanotte il tuo respiro è rimbombo aritmico del cuore sibilo acuto, un frinire di sguaiate cicale nel cervello] corri, le gambe sono involucri di gesso e il fiato che cola nel polmoni come piombo fuso incenerisce i pochi scampoli anarchici d’anima desiderosi di azzurri respiri che il vento Caino strozza in gola nudo, mentre cristalli di neve come aghi roventi trafiggono i tuoi occhi accanto a te scorrono veloci le immagini accelerate di un film che ironici e arroganti lazzi stanno interpretando in tua vece assisti, nonostante le vergogne malcelate e consapevole della tua nudità , come pubblico non pagante agli inutili sforzi dei tuoi piedi che immobili, inchiodati al passato sotto di te corrono, corrono‌ a perdifiato, nel sogno

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Ad occhi nudi anche stanotte il sonno ha inscenato la sua acida danza lacerando veli, baloccandosi con la mia spossatezza e lasciandomi vestito di nudi occhi ad accarezzare i miei sogni dormienti a me accanto, mentre aliene figure danzano sul vetro in frammenti colorati che ratti svaniscono in un vortice di mille flash e feriscono i miei occhi così i pensieri che ora inseguono il ritmo di un cuore amante del sonno bastardo e gli occhi rincorrono parole inespresse che veloci s’insinuano in logiche nicchie tutto è più chiaro, anche la falsa luna sorride laggiù nella teca del lampione saluto i sogni che rotolano nella calle, raccolgo i veli persi dal sonno dimentico abbraccio la notte in uno sterile amplesso …e dormo, ad occhi nudi…

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All’ Università della terza età Ti scrivo perché ormai so dire solo nome cognome e codice fiscale, le parole sono frecce avvelenate e le intendono solamente i sordi. Avevo un bouquet di rose per te è sfiorito senza parlare. Mi avevano detto: ditelo con i fiori. Ieri finalmente ho parlato, ho detto sì. Hanno chiamato l’autoambulanza era svenuta la commessa del negozio non aveva retto all’emozione. Ho chiesto a cenni un posto dove sedere non ho profferto parola, visti gli esiti. Mi hanno detto che qui non c’è il pack dove lasciare a svernare i vecchi loquaci. Mi avevano detto: ditelo con le mani. Prima o poi lo farò.

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Bianco Arcobaleno ti pare nulla‌ un colore assoluto, una finestra sull’anima dove intingere i colori, immagina -coloriun diario aperto‌ per pensieri colorati, spazio infinito senza cornice iridi spoglie da vestire, in libertà -e mani sapienti-

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“Buongiorno, come stai?” “Buongiorno, cara, come stai?” “Eh, la schiena…”-lamentiIl lampo che attraversa i tuoi occhi vorrebbe declamare sofferenza, ma il sopracciglio inarcato rivela l’ironia delle tue parole nella recita, così il dolore si sgretola nel caffè. “Anch’io, sai…” –sussurroUn attimo, due sorrisi, e il singhiozzo improvviso di una risata malcelata si trasforma in goccioline di caffè a macchiare il pigiama da carcerato. Mentre ti bacio. Così scrivo l’amore che vivo.

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Calce bianca e zinco tempera è grezza materia, aliene visioni polveri e gesso e mani artigiane è bianco su bianco, inno alla follia oltre la ragione nelle forme coatte è assoluta disciplina, la geometria dispensatrice nei brividi sottesi è incontro d’anime di virginali palpitazioni nel chiarore lunare

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Ciondola le gambe, la luna puttana Ciondola la luna le gambe diafane sul colmo di una vasca di pece greca. Quaranta le gasse d’amante sulla fune calata di soppiatto per tornare a casa fuggo straziando di pelle il canapo lascerò sul cuscino tracce d’amore. i sogni sanno essere cattivi nelle notti orbe di stelle Dondola ironico il lume sul banco è pane azzimo il conforto dell’anima. Perso a rincorrere improbabili gemme, affamato d’amore nel vuoto pneumatico di un’apnea notturna, annaspo al colmo nella vasca lorda di nero mentre ti cerco. Ciondola le gambe, la luna puttana.

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Di grembiuli bianchi, aghi e occhi azzurri non ricordo il nome di quel grembiule bianco, sorridente non ricordo nemmeno se mai l’ho visto, davvero -arcani veli confusi alla vistaquei vetri su croci d’acciaio insulti di giallo veleno, tra gli aghi nell’azzurro meravigli gli occhi ricordando il nome, Anna* -forse* 2005 - Day Hospital Clinica Ematologica di Padova

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…e sono ancora qui …e poi nella notte della ragione ho accarezzato sogni bastardi cavaliere in arme ho combattuto mulini a vento con parole inermi [cento secondi di furiose erinni hanno travolto anni di senno] negli angoli sperduti dell’anima ho raccattato i loro miseri resti crisalidi abortite, riarse nell’ira hanno perduto l’antica sicumera quanto sapeva di gesso quell’odio bevuto alla fonte della vendetta Don Chisciotte dai versi pugnaci ora disarcionato dal verbo letale …e sono ancora qui Pierrot sospeso in una bolla precaria d’onirico fiato

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Figlio di puttana sai cara potrebbe essere veleno quel verde lucore [la goccia corrode] O voglia d’assenzio che sorride sulle tue labbra [è onirico amore] è falso orgasmo quel vibrare di verde cicuta [che mente ai seni] ma il tuo respiro danza ancora il ritmo del sogno… …figlio di puttana!

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Ho ritrovato il mio palcoscenico [siamo entrati a spettacolo iniziato buio in sala, sul teatrino allestito Pulcinella schioccava le mani di legno ritmando in falsetto “Core Ingratoâ€? due mascherine lĂ , in prima fila, applaudivano la buffa scenetta] Oggi i miei nipotini mi hanno portato a vedere lo spettacolo dei burattini. Seduto quattro file piĂš indietro, il mento appoggiato alle mani, nel buio della sala ho inumidito il velluto della poltroncina. Dio quanto tempo! E quanto mi sono mancati questi autentici interpreti della vita! Nel loro raccontare il mondo mi sono ritrovato, mi sono rivisto. Io, burattino dagli arti di legno con il cuore ridipinto di rosso, animato da un burattinaio monco ho interpretato tragedia e farsa su un palcoscenico sbagliato. Non ho divertito tutti, ma ho fatto del mio meglio.

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I colori di San Valentino Per San Valentino ti vorrei vestita di rosso un paio di scarpe lustre, leggere, ballerine come negli anni sessanta, la gonna a plissÊ e tra i capelli un cerchietto d’oro vanitoso. Fasciato come allora nei jeans blu indigo, agile ballerino dai neri capelli impomatati catturavo la luce della luna che ti donava riflessi multicolori nei giochi delle ciglia. Allacciati nello slow a misura di piastrella riempivamo gli occhi del colore della notte sulla terrazza il mare dipingeva coi pastelli il rosso delle guance che stingeva il vestito. [Ora nel baule dei ricordi la gonna a plissÊ e i jeans indigo stingono lentamente i colori, ma tra scarpe lustre, leggere e brillantina questa sera ho ritrovato l’antica tavolozza.]

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I conti alla fine tornano sempre Vorrei non saper far di conto per non misurare i passi mancanti. Quattro gambe su e giÚ ogni giorno e una croce a matita sul calendario. [basta un giorno di anno bisestile per mandare i piedi in confusione] Avrei fatto volentieri a meno delle dita, per non vederle smarrite nel rincorrere cifre improbabili dimentiche degli anni nelle nocche. Ho deciso porterò gli zoccoli, le orecchie conteranno i rintocchi. Sarà il tempo a tirare le somme.

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Lo zoccolo di legno col cinturino di cuoio rosso I balconi con le ringhiere di ferro ormai corroso si affacciavano sul cortile come protesi dentarie neglette dai dentisti, ma convenzionate all’Inam. L’immancabile gatto, signore delle cantine, orbo da un occhio, e dal mantello virgineo che tradiva scelleratezza, dominava le afose notti d’Agosto. [la notte suonò un solo tocco quando il lamento mutò in richiamo di felinei ormoni entusiastici, fu strazio lacerante e il sonno fuggì atterrito] La fuga e l’inseguimento risuonarono nella corte, fra moccoli e miagolii lo zoccolo si levò nell’aere planando fragoroso su damigiane di rubizzo vino. Non venne mai recuperato tra le vitree schegge, il battere ritmico del piede orbo di legno gemello fu compagno ai tocchi che ricondussero al sonno. Da allora il vino rosso mi dà acidità di stomaco…

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Mandorle amare È come se lo avessi sempre saputo -quel sapore rancido di mandorle amare retro gusto d’afrore di violenza bestialeritorna puntuale a bruciarmi la gola nei racconti di vita raccolti per le strade laddove il mandorlo vorrebbe essere fiore. È come se d’improvviso la notte celasse con pesanti coltri di Damasco gli orrori e tu, Perla d’Oriente ormai senza lucore stuprata, inaridita, dal ventre come pietra negherai il fiore di una nuova primavera. È amara impotenza che avvelena la vita.

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Nelle mani (in punta di dita) racconto a puntate frasi sbeccate sull’orlo, le labbra le anche distanti, solo a momenti e intese acquietate rincorrono capoversi, ansiose -in punta di dita, le pieghesquaderno le pagine di questo amore rilegato, col refe ora sigillano dorsi intarsiati leggo la luna calante negli occhi giunta la fine, chiudo -nelle mani, gocce d’amore-

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Nelle mani (in punta di lingua) nel sottobosco, poi lamponi, mirtilli dolcezze rapite tra labbra incatenate e batuffoli di cielo occhieggiano tra il verde riflessi d’azzurro, noi - in punta di lingua la tavolozzaelfi giganti di passo lieve tracciano scie sulla magica tela a ruzzoloni nella controra -nelle mani coppe di fragola-

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Nelle mani (in punta di matita) pantaloni alla coscia calzini bianchi della prima comunione una lametta da barba e la matita tra le dita -gli occhi di mio padrenelle mani in punta il dardo di grafite fierezza artigiana dei quaderni tra aste e fantasmi di lettere la mia vita il legno appuntito d’anima nera la lametta incartata nella stagnola e l’orgoglio nel taschino -negli occhi mio padre-

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Nelle mani (in punta di piedi) dietro il rovo le more lĂ sul greto riflesso lunare a mezzogiorno, sul seno -in punta di piedi, le cigliaquadretti scozzesi rosso e blu cotone appeso sui sassi ad asciugare, il giorno -nelle mani, il sorriso-

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Nero Notturno Bolero il cielo stanotte è un colabrodo di plastica nera insù rovesciato e mille fiammelle pretenziose facendo capolino dai forellini reclamano vanitosa attenzione esibendosi in una danza antica [in quell’azzardato bolero ogni passo era al limite di un’incosciente slalom tra i buchi della plastica che, nera cappa, illudeva mentendosi falso gioiello] ho ululato fuori tempo alla luna il mio sonno e scorticata la pelle sulle spine di un sogno bastardo sono crollato spegnendo i lumini tra le piume di un cuscino ribelle sgorbi di nero caffè sullo spartito

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Oggi ha nevicato…(ancora mi mancate) Oggi ha nevicato. Poco. Il molo ha un aspetto cadaverico, algida rappresentazione di una pièce d’inverno inoltrato, atteso e incattivito. La laguna, come lastra di vetro incrinato, spezzetta i riflessi e i rari gabbiani in volo paiono frammenti di farfalle dislessiche in cerca di materno riparo, di un rifugio. Nel grigio che incombe e tutto soffoca con la sua indole indifferente e apatica, ogni rumore pare ovattato, lontano. Oggi ha nevicato. Poco. Le strade deserte rimandano echi e suoni secchi, come di vecchie canne spezzate da raffiche di bora inclemente. Anche i pensieri paiono grigi mentre prendono forma pigramente dentro di me. Poi esplodono. A fatica trattengo un gemito. E’ strano come, quando si pensa a chi ha terminato il suo viaggio, lo si immagini sempre solo lì, in una stazione, in attesa dell’arrivo di tutti o di nessuno, chissà.

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Oggi ha nevicato. Tanto. In quella stazione disadorna, al termine di quell’unico binario imbiancato vi ho visti, fianco a fianco, insieme come una volta, senza bagagli, liberi dalle inutili some della vita. Stretti stretti, col calore dei sorrisi negli occhi scaldavate serenamente l’attesa di un treno, in quella stazione senza tempo né orario. Quel treno non è ancora partito e il freddo che gela le ossa non è bora che frusta la laguna, bensì desiderio mai sopito del vostro calore . Oggi ha nevicato. Troppo.

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Onirico bianco del bianco parlai a tre sepolcri imbiancati rinchiusi tra mura di sorrisi compiacenti del bianco portai perché ogni mattone rivelasse l’ipocrisia della loro connivenza di bianco tinsero le mura di Gerico due farisei orbi entrambi d’anima mentirono il colore pel bianco d’orbite l’ultimo cieco non sentì mura prive di vita divennero sepolcri eterni

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Sarà tristezza? È un velo, una trina aerea. Cesello d’Aracne traspare negli occhi e trattiene la rugiada dell’anima. Pensieri si accavallano, si rincorrono. Il cassetto inghiotte i pochi attrezzi del mestiere di vivere rimastimi. [un sorriso esagerato dipinto nel rosso di labbra esangui, una risata chioccia e improbabile rubata allo specchio stamani, e un’anima da pagliaccio inquieto alla ricerca di arcobaleni materni] Tutto sparito, fagocitato dal canterano. Una stilla di rugiada dondola indecisa se aprirsi a cateratta o rinsecchire tra le ciglia nel rimpianto futuro. L’eco argentina che risuona dappresso strappa la tela e la tristezza svanisce. Sarà tristezza…?

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Senza titolo “Ciao.” -Ciao.“Posso sedermi accanto a te allora…?” -Se proprio vuoi..“Vedi, ho preparato anche la valigia…” -Ah, sì…?“Sì, ci ho messo dentro di tutto, guarda qui: dodici tappi di bottigliette colorati… pensa c’è anche quello del Chinotto..rarissimo…” -Chinotto? Cos’è…?“È una bibita dolce, lo sai? Beh, comunque ho anche un sacchetto di biglie di vetro colorate bellissime, il biglione ne vale 20… vuoi fare uno scambio?” -Uno scambio? E con cosa…?“Io ti do il biglione e t u mi dai il tuo naso da pagliaccio…vuoi?” -Non se ne parla nemmeno!“Beh ho messo dentro anche dei fumetti del Piccolo John, di Tex Willer,…ti piacciono i fumetti…?” -Sì, ma non quella roba lì…“Pensa ho anche una fionda, ne ho prese di lucertole…ero un po’ malandrino da piccolo…” -Malandrino?...Che vuol dire..?“Ehm…birbantello, indisciplinato…” -Ah…?!“Allora non vuoi fare scambio, non ti piace niente di quello che ho?” -No…cos’è quel pezzo di carta lì in fondo? Sembra la lista della spesa..“No, è una poesia…” -Poesia? E che roba è?...Mica vorrai scambiarla col mio naso da pagliaccio…-

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“No, a dire la verità è rimasta lì dentro dall’ultimo viaggio che ho fatto…” -Va beh, non hai altro? Che fai qui allora?“Non ti sono simpatico, vero?” -No, sei vecchio e i vecchi quando vogliono far ridere fanno piangere.“Ho capito…È già passato il treno?” -No, e non passerà mai di qui!“E perché?” -Perché è un binario morto…“E allora tu che ci fai qui? I binari morti sono per i vecchi…” -Appunto, ciaoooo….!-

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Ti direi… ti direi… guardandoti, sorridi… poi mi sono accorto che già lo avevi negli occhi e allora mi sono perso inseguendo il tuo sguardo [sì, forse i pagliacci hanno il cuore dipinto e negli occhi il sorriso ma l’anima quella no, quella non tradisce, lassù imbroncia il cielo e gonfia le nuvole] ti direi… c’è l’azzurro nascosto tra quelle ciglia abbassate, sai, la tristezza non esiste, è invenzione di uomini che non sanno più giocare Ti direi…fammi posto…

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Tic Tac Volevo fare l’orologiaio, da piccolo. Riempivo fogli a quadretti di minuziosi particolari. Aurei ingranaggi filigranati, bilancieri dispensatori d’imparziali briciole di tempo, ancorette guardiane. -tic tacIl tempo annichilÏ velocemente tra bilancieri, ruote dentate, bariletti e rubini, piccole gocce di sangue incastonate che scandiscono la vita. La pazienza rimane, avvitata a piccole mani. Inconsueta dote di bimbo che calza la fretta di vivere e rincorre lancette dispettose andando controcorrente.

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-tic tacS’è fatto tardi, c’è vento. Ho perso i fogli a quadretti e i rubini hanno macchiato briciole di tempo venduto. Incastrato tra le ruote della vita il bilanciere pulsa asincrono. Volevo fare l’orologiaio, da piccolo. Pazienza.

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Tienimi così, stretto tienimi così, stretto tra il respiro dell’anima e le labbra lascia che io ascolti ancora quella parola che ogni volta si rinnova in un patto inviolabile tienimi così, stretto tra il sorriso delle mani e le braccia come nella morsa di un’abile artigiano che crea da materia grezza un cesello sopraffino tienimi così, stretto tra il vermiglio del cuore e i seni lascia che io attraversi la valle del desiderio e scenda a placarne l’arsura alla fonte della vita tienimi così, stretto tra le parentesi di questo racconto lascia che chiuda alle mie spalle un mondo che ha lacerato gli spazi aumentando le distanze tienimi così

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Un vespaio di sogni coatti ho un grappolo di sogni incrostato nell’anima anni insonni d’attese deluse celle bugiarde che legano ore d’amore inespresso infidi vespai privi di mieli desideri abortiti nel sonno, sospiri piagati dal tempo appesi al forse del domani come in una pira l’amore brucerà il grumo inaridito senza il veleno di notti mendaci e i sogni finalmente liberi da arcigne vespe guardiane ..torneranno a volare…

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…e andavo come una Locomotiva* “Non so che viso avesse, neppure come si chiamava, Con che voce parlasse, con quale voce poi cantava…” Sul tavolo, dalla tovaglia di plastica antica a quadri rossi e bianchi, un cartoccio di fave pecorino e salame ad accompagnar il vino. La chitarra sulla panca attendeva voci roche dal troppo bere rosso di madre sconosciuta. Negli occhi acquosi e persi del compagno, seduto davanti a me, là nella cooperativa, il racconto aveva il sibilo del mantice stanco per tutte le speranze accese e andate in fumo e il canto strideva come acciaio sulle rotaie. “Ma nella fantasia ho l'immagine sua: Gli eroi son tutti giovani e belli…” Due tocchi del campanile della chiesa accanto erano il mio metronomo che scandiva il tempo ancora due accordi, un goccio di rosso veleno e il commiato fu un bofonchiar “ciao compagno” Ma l’Alfa era dura a morire quella sera e l’invito non giunse inaspettato per l’ultimo grappino. Non so come arrivai ai piedi del nostro letto e, mentre la luce della luna filtrando tra gli scuri disegnava sul tuo corpo un desiderio mai sopito, abbandonai chitarra e sonno e il canto fu perfetto. “Ma intanto corre, corre, corre la locomotiva E sibila il vapore e sembra quasi cosa viva…” *(grazie Guccini, ora come allora)

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19 Marzo (a mio padre) -sono sempre in ritardo, lo soMi avresti svegliato alle quattro del mattino “le canne sono pronte, andiamo è già tardi” Dopo la prima sigaretta, amara più del caffè, di corsa sull’autobus gli occhi pieni di sonno. In quel piccolo bar di Pavia sempre aperto l’ultimo caffè “corretto perché fuori è freddo” Trascinando gli stivali oltre il Ponte Nuovo il verderame dello stagno ci avrebbe salutato. Oggi il ricordo punge, è un amo conficcato e l’acqua che mi circonda non lava il dolore. Le canne sono pronte, aspettami.

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Ciao Lucio, raccontami ho tante parole, ma la lingua attonita rifiuta potrei scriverle, ma le dita ammanettate negano piange il mare così piccolo per accoglierti, incredulo ma tu sai quant’è profondo, raccontami ciao Lucio *dedicata a Lucio Dalla

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Fiammiferi e frammenti [accantono ricordi per il viaggio] Nel veliero di fiammiferi che ho costruito per te, accanto ai barili stipati di neve e ragnatele di rime, stiverò quei frammenti d’inutili e mute malinconie. -schegge di sogni infrantiNe farò tessere di mosaico, splendida tarsia di ricordi incorniciata di piccoli legni che accenderanno il cuore. [salperemo prima che il sole se ne avveda]

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Hypnosis [pillole di paura ipnosi di sonno che sopravviene] metà… soldatino di piombo alla guerra senza gambe metà… guerriero di terracotta e l’anima in fil di ferro dormo? raccolgo cocci di me sparsi sul cuscino -là-

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Il compagno di viaggio La cartella piena di sogni sorrisi, giochi e ghiribizzi rubati a notti di fantastiche lune pittati, raccolti e confezionati con la cura di un abile artigiano, dondola al ritmo del pendolino e sobbalza al fischio improvviso. aveva la mia età o forse barava tra le rughe due spilli bucavano l’anima e il sorriso che si apriva intermittente con le luci della galleria non bastava a celare l’ironia dello sguardo Avrei venduto volentieri i miei sogni allo sconosciuto compagno di viaggio, ma alla fine del tunnel trovai solo un biglietto di ritorno e uno specchio. Ho riempito di nuovo la cartella.

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Nell’immediatezza che coglie Non fu subitaneo sentore di parole come primizie, ma reiterati tentativi di un cielo affatto diverso. Non fu l’immediato calore che sorprende gli occhi, le vene e il cuore. Furono versi appena colsi l’inizio della parola fine. Immediatamente.

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Ottomarzo tra le voci Scrivere oggi di mimose e auguri -poche rime in cerca di consensiè ipocrita ricerca di benevolenza per celare nel sorriso la vergogna. Scrivere di fiori, simboli irranciditi non serve a medicare le sofferenze se non t’accorgi che metà del cielo lacrima sangue e non son tramonti. -Basta!Le voci siano allora questa parola urlata contro il muro dell’ignavia di chi è indifferente alla violenza, nell’ultima spiaggia della ragione. Ottomarzo, la mia voce. Anche.

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Per me Per me che ho atteso la vita all’angolo di vie sconosciute sigaretta spenta e calzoni cuciti a pelle senza tasche. Che ho azzannato la strada con i denti dell’incoscienza bevendo il fumo pungente della speranza che moriva. Che ho cantato lune asprigne nelle notti orfane d’amore mentre aspettavi sognando mari promessi oltre la nebbia. Per me sono questi versi scritti su un diario mai aperto. Li affido a te.

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Quattro mani di bianco gesso, spago e cotone nuvole di luce d’acrilico biaccate candide lenzuola tese come vele spiegate dai riflessi boreali per rinnovare l’azzurro dei vecchi cieli bastano quattro mani -di bianco-

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Senza Potrei tentare di misurare il vuoto in cui sprofonda il mio respiro o provare a contare le farfalle che frusciano nello stomaco o ancora lasciare che l’apatia rincalzi le mie coperte alla sera, mentre la mano orfana cerca inutilmente l’appiglio consueto. Potrei? Il solo pensiero blocca il respiro, annebbia la vista e ottunde la ragione. È un esercizio crudele, masochistico. Perché immaginare un simile calvario vorrebbe dire esistere, non vivere. E non ha senso vivere nel vuoto di te. Potrei senza di te?

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Sotto la parola, niente Oggi nevicano inquietudini se alzo lo sguardo al cielo, lassù un punto e virgola, una parentesi fugge via. L’incipit di una poesia d’amore che non ho mai scritto, migra in un’apatia sospesa tra nembi minacciosi. La parola che decide il cammino è la morale della favola, è la sintesi di giorni di volo, di ali spezzate al tramonto. Senza orpelli, nuda alla fine recita la poesia senza voce.

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Specchi deformanti nei riflessi delle vetrine gli occhi s’interrogano sagome lontane d’ironico disappunto tra schegge di luce bestemmiano commenti il rosario sgrana i ricordi -tacche sulle costole dell’animacucite con refe di seta bugiarda urlano ferite mai sanate nel gioco di specchi del tempo siamo noi?

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Su e giù per le scale Vieni, appoggiati al mio braccio i gradini sono trappole sui nostri saliscendi, il tempo nasconde tra le pieghe il veleno dei sogni, il fiato è rimasto appeso a ieri. [non mordi più i suoi fianchi lupo affamato, l’amore ormai è un flashback rubato agli anni] Vieni, appoggiati al mio sorriso.

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Tracce di cinica albagia -mondoammantato da falso velario di realismo fagociti ogni verità l’acido delle parole rode l’amore come ossa reiette da sciacalli [invano parlano gl’occhi di fame, ma vomita parole la cinica albagia] cogli con una smorfia nel disgusto pesti la vita come merda di cane -tracce rimangono-

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Tsunami di cicale [una marea di cicale nella testa -il loro canto ottunde la mentecome tsunami travolge i giorni] Quale sole è sorto improvviso quale estate riarsa ha liberato nella testa il sibilo incessante di milioni d’insetti canterini? Ho dipinto oceani sulle pareti da giorni il frinire delle cicale è l’urlo che dimora nello spazio di un palmo tra follia e ragione. Nell’angoscia di notti stralunate il fruscio delle onde pare essere sola alternativa a chimiche oasi e il respiro è sincronia del mare.

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Unbreakable Non temere. Ho polsi fragili e mani piccole dita aduse a voli immaginari nell’aria, come frullo d’ali di falene al volger dell’occaso. Non si spezzeranno gli anelli della catena nonostante la ruggine degli anni piovosi, le aritmie di un cuore spaurito. È incatenato all’anima questo amore, è indistruttibile.

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Vademecum del buon cinico 1) salite su un balcone di nuvole e da posizione privilegiata guardate con distacco il formicaio impazzito che si agita senza costrutto apparente 2) carta e penna o un megafono un buon dizionario di velenose parole piÚ una dose massiccia di arroganza e disprezzo malcelato dell’ umanità Non vi manca nulla, verrete osannati come indiscussi vati del realismo 2.0, sarete i guru del nuovo umanesimo incensati e amati dal Grande Fratello.

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Verso sera Verso sera, quando la voce si vela della ragnatela degli anni e il tono si fa sussurro e il respiro emozione, vorrei leggerti una poesia. Verso sera, quando le ragnatele paiono ceselli dorati e i riflessi illudono le voci del mondo, in attesa dell’urlo della notte sorridono mantidi beghine. Verso sera il sussurro è per te.

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Zo de cale Non è uno zefiro gentile quello che preme le spalle stasera e affretta i passi sotto i portici. Racconta l’antica storia del mare sui volti terracotta dei pescatori, sibila tra nasse stese ad asciugare. [non mettermi fretta, ho capito torno a casa, ecco, giro l’angolo] No, non è uno zefiro gentile. Mentre la calle muore nel canale folate irose bucano come spine. Il vento ha accartocciato la notte dai lembi briciole di stelle fuggono e il cielo pare avere il morbillo. [gocce di luce giocano a gibigiana sulla carta argentata della laguna] Zo de cale, il vento è magia. *(giù per la calle)

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Altri la chiamano Non sono poeta. Scrivo. Altri mi chiamano, hanno chiamato. non ho scelto il mio nome Tu, potevi scegliere, decidere il mio nome, farne parte. ora non so più come mi chiami Nonostante, scriverò ancora di te, anche se ora so che l’eco è aliena al tuo mondo. E non mi ripetere la chiamo poesia, l’hai scritta tu non mi lusinga. La uccidi.

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Blue jeans, rock’n’ roll e strelitzie [quelle strelitzie come un cancello parevano uccelli in procinto di volo, l’armonia dei colori era un insulto a un cielo insensibile alla bellezza] Guardiani di un cielo sprangato fiori del paradiso, onirici piumati, mi condussero là, dove l’amore di un giovane smaniava arrivare. Appassirono i fiori, morì la poesia forse fu solo incanto, confusione, perso nella bellezza delle strelitzie lasciai i jeans appesi al cancello. Poi fu rock’n’roll tutta la vita…

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Chioggia, esagerata femmina ostenti la tua bellezza come una poesia sfacciata aspra pungi col salmastro delle reti stese sui bragozzi in sonno impudica ammicchi tra i gabbiani rubando il verde alla laguna forte sfidi il mare nell’attesa senza lacrimar i tuoi uomini schietta dichiari il tuo amore per la vita senza mezze misure ‌donna!

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Dolceamaro Dolceamaro è questo tempo che vorrebbe da te saggezza, ma tu sei oltre, nel riverbero lunare che incanta e scioglie le asprezze di anni ghiacciati. Nella fornace delle promesse cuoce a fuoco lento la canizie soma onerosa per un mondo che inganna l’età cinicamente mistificando buone intenzioni e barattando il fiele col vento. Così t’offrono giorni fotocopia, bianco/nero, chiazze di toner, farisaiche morali pret-à-porter squallidi bis d’avanspettacolo.

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Flamingo Bar Le ombre allungano i fiori stampati sulle tovaglie, il brusio accaldato scioglie il ghiaccio negli aperitivi. La professoressa interroga le amiche, e il ragioniere assorto annota colombi persi tra le noccioline. Tre vecchi leggono i capitoli della vita contando ad alta voce le rughe sui loro visi. Il vociare dei tacchi sul selciato del Corso è consueto commento allo “struscio” serale, mentre i rintocchi delle campane inseguono il morire del sole nella laguna. L’incanto è un attimo, la bolla di silenzio ondeggia sospesa, poi s’infrange sul muro di voci, richiami, risate. Lo scampanellio delle biciclette,

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la brezza del mare, scompigliano, accendono i toni. ‌e le nostre parole rimbalzano mute sui cristalli aranciati nell’imbrunire di un pomeriggio al Flamingo Bar.

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Lische di pesce in un affresco Stretto nella mano il coltello è balenio una lama di sole nella calle, le nasse stese nei gesti antichi del pescatore è fatica quotidiana. dal poggiolo, a ciglia socchiuse Vola il geranio laggiù macchia di fucsia l’argento delle squame dipinge il sole, al tramonto e l’ombra di un gatto e lame di luce e lische di pesce. un affresco, fino a domani

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Non eri un peso Eri leggero quando spingevo nella carrozzina i tuoi cinquant’anni lungo le corsie. Non eri un peso quando ti aggrappavi alle mie spalle e scordavi il letto per pochi momenti. Non eri un peso, quando trattenevo il tuo desiderio di prendere il volo assieme alle rondini. Poi, fu macigno la vita, la tua assenza, papà .

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Non fumo… più, grazie …una sigaretta? [una briciola di tabacco e una lettera d’amore spiegazzata nella tasca dei pantaloni della festa] -perché?La mano si distrae sulla tastiera, ricordi la inseguono, affiorano. -perché?Eppure vivo il presente, il cuore al domani, le spalle a ieri. Mentendo spudoratamente soccorro l’anima in ambasce mistificando risposte plausibili. Poi, l’offerta di una sigaretta… […quella lettera d’amore mai spedita ingiallita in una presa di tabacco…] Non fumo più, grazie.

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Ombre cinesi All’alba o al tramonto i raggi sono egualmente obliqui, le ombre tremolano incerte. Nell’amore il passo del tempo ha lo stesso cauto procedere, la stessa paura della falena. È forse timida consapevolezza o pudore di specchi indiscreti? L’alba o il tramonto della vita getta ombre gemelle sul cuscino, è illusione, panacea sorridente, nasci e muori senza accorgertene. Ombre cinesi, come in amore.

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Overbooking quando verrà l’ora se l’assenza sarà vento nelle tue mani e piombo i tuoi piedi non sarà facile partire insieme non cercarmi il silenzio mentirà “non c’era posto accanto al finestrino” sarò dentro di te

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Piramidelirio [nel sottosopra di foglie arrugginite crocchianti come chiacchiere di carnevale stagioni pazienti, ingegnose formiche, hanno impilato grigie pietre vulcaniche] Riposo. Lo sguardo attraversa il sudario, occhi atterriti rincorrono fiammelle forano il buio, invocano luce. Immobile. Rovisto pensieri sepolti da foglie, scricchiolii alterano l’incedere ordinato di scarabei dorati. Come Faraone. Attendo il crollo delle stagioni in un divenire senza tempo sospeso tra il sogno e l’urlo dell’incubo. Nella piramide. Con afone parole bestemmio la morte l’eco claustrofobico lacera il velo come dardo blasfemo rivolto al cielo. Deliro.

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Quattro braccia di mare Attesa dietro la porta la vita è nell’altra stanza. dove ho messo le chiavi? -conosco queste muralaggiù, nel fondo, dopo la paura Quattro braccia di mare e l’apnea si scioglie al mattino. risalgo

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Respiri inarcati Scivola la mano, procede sicura ricorda i percorsi, rispetta le soste, se ora paziente indugia tra i seni, frenetica supera le curve dei fianchi. Conosco le regole di questo gioco che inganno ogni volta con il sorriso mentre negli occhi leggo l’assenso le reni inarcate accolgono l’approdo. Prendere il largo è respiro del mare, di nuovo la luna farà il suo dovere e l’alta marea comanderà le danze. …ma il desiderio rimane ancora ingabbiato tra respiri inarcati mentre pareti spoglie di cornici attendono nuovi giochi d’ombra…

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Se il piatto piange, la sporta non ride Amara ironia che m’assale alla finestra quando vedo passeggiare avvinghiati sprezzanti maestri e deliranti parolai giullari stentorei di farisaiche panacee, mezzi pugni chiusi seguaci di Popper. Forza, che il filetto scarseggia e l’ultimo ipod è introvabile! Metto in stand-by la finestra, paletti d’acciaio alle imposte, indosso jeans dagli occhi a mandorla color blu globalizzato esco calzando scarpe gommate di bestemmia ecologica. Passo infastidito tra una selva di mani tese color mattone le supero, sorridendo a mezza bocca bugie invereconde. La dignità scarseggia sui banchi del supermercato della vita non basta la pomice per togliere le incrostazioni del passato. Ho comprato una boccata d’illusoria libertà razionata dal calendario della sopravvivenza, torno alla postazione lampeggiante di lumino rosso, riapro la finestra , vomito. Il Carro de’ Tespi è ancora lì, la tragica farsa continua. Sul palco il piatto piange, ma la sporta ride.

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Solitudine, sottovoce È gelida paura che sale dal ventre, si aggrappa allo sterno e bussa al cuore poi, precipita nell’anima. “c’era una volta un piccolo naviglio…” Nenia, filastrocca, ancora soccorri la notte quando gli occhi scalano pareti in silenzio e la solitudine del buio ha il volto e la dimensione di un ricordo, di un’assenza. [sottovoce]

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Vieni, ti porto via [innaffio le rose con acqua di mare, colorati anemoni spinosi come ricci che bucano il cuore] -vieniAncora ti trattiene il sospiro di primavera? Non temere, c’è bonaccia. Il vento spaura al tramonto vedrai sarà lieve il viaggio, ti cullerò sino all’approdo. Profuma di mare -la rosasul tuo cuscino, stasera. Vieni, ti porto via.

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Apogeo Che ci faccio io, qui? [la sensazione di essere sceso a una fermata sbagliata, mentre il treno si allontana, mi coglie bagagli in mano] Luna zingara che disconosci e nascondi l’altra faccia, mostrando solo una pallida imitazione di te stessa. Ciclicamente illumini l’arrivo in stazioni diverse e saluti treni in fuga sullo stesso binario. Che ci faccio io, qui? Ciondolo, eterno bambino, tra balocchi persi nel tempo e un tempo che non si balocca. Forse è solo il punto più alto del mio roteare sbarellato intorno alla vita, ma nel frattempo mi allontano…

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Attimi bruciati intorno al falò Scendeva lenta. Una nuvola di polvere bianca inargentava il verde della laguna. Acre l’odore che l’accompagnava mentre tingevo i polpastrelli. Cenere? Il tuono sopravanzò il lampo quando sopravvenne la ragione. Attimi di vita bruciati danzando intorno al falò delle illusioni. L’urlo non sortì, non ebbe voce, rimase così, appeso al dolore come lisca conficcata in gola straziando nel silenzio l’anima. Compresi l’assenza della voce nella cenere di quegli attimi riarsi, il falò era spento da tempo ed io non me n’ero mai accorto. Scendeva lenta. Il mare l’ha inghiottita.

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Auguri senza tempo è tempo, festeggerò oggi l’esser madre della mia compagna, atteso che i figli ne abbiano memoria e raccontino ai cuccioli sparsi per la casa la vita nonostante nelle feste e nei sorrisi incellofanati di fiori, nei baci e le promesse, umide intese tra le ciglia, nei cuori caramellati offerti a piene mani, vi sia ipocrisia di chi specula e uccide i sentimenti vendendo l’amore nei supermercati mentre la tv infiocchetta la vita come scatola di boeri senza premio e dolore nel ricordo di te, madre, che il male non aveva alfine piegato ma nel delirio lucido

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e un sorriso appena acceso mentivi la promessa “tranquillo, torno presto” -sì, oggi più che mai ha senso l’attesa di quel momentoauguri, mamma

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Così, la vita È solo un accidente, un inciampo di lettere che si sovrappongono, una dieresi inespressa oppure un’interiezione vagante nel periodo? Probabilmente è solo il malcelato preavviso di un tuono passeggero nel cielo impiombato. Pronto all’azzurro, dopo l’attimo di paura. Così.

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Dietro l’uscio ti attende Prima di togliere il chiavistello e contare le mandate della porta, assicurati di avere nel taschino l’orologio dell’ignavia incatenato. Pietas è lì. Prendi fiato, come ogni giorno i suoi occhi sono lì, dietro l’uscio. Ciglia basse sui gradini ti affretti, allontani la sua voce insistente. Non c’è scampo. Dietro l’angolo t’interroga di nuovo il suo sguardo riflesso nell’asfalto. Passi oltre, l’orologio ti è compagno, non è tempo di lavare la coscienza. Dietro l’uscio ti attende, sempre.

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Gelosie verde scuro Conosco questa casa. È appuntamento di ogni notte, quando il sogno prende forma e l’anima si acquieta vincendo la nausea e le muffe del passato. Il portone di legno pesante, la ruggine delle cerniere sul muro di calce bianca, il verde scuro delle gelosie eternamente imbronciate e l’odore di antico respiro che assale a ogni ritorno. Sì, conosco questa casa. Un paio di pantaloncini corti appesi al gancio arrugginito macchiano di senape antica il verde scuro delle gelosie. Aperte.

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Il circo dalla pista quadrata [inseguo da tempo una nuvola riottosa] lassù con ali di carta vetrata sfilaccio cieli di bambagia tramuto cirri in sogni e assisto la vita tentare comici girotondi circensi mentre le iene ridono indifferenti nell’arroganza trapezista è una pista quadrata dove linee segni e parole giocano ai quattro cantoni senza alcuna illusione di fermare quella pallina che rimbalza impazzita come sponde di un flipper senza rete è un abbaglio un’immagine deformata dal cristallino dei fiocchi di neve colpa delle mie ali di carta vetrata quaggiù la vita gira in tondo rincorrendo la speranza in un falso circo senza spigoli

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Io di te Eh, sì. Nel refolo che spira stasera c’è la tenerezza dell’alito caldo che coccola il mio sonno. Di te. Ho il sorriso che mi accoglie quando tetragono all’ammainar delle vele in porto cerco di soppiatto tra le lenzuola il modo di tirare mattino senza chiudere le ciglia. Tu di me.

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Pag. 99 Era una bella storia. Surreale, ben scritta, avvincente. La mano sfogliava le pagine del libro bevendo avidamente le parole che scorrevano veloci sotto le sue dita. …pag. 99 La mano proseguì, il nulla l’attese. Tornò indietro, delusa. Rimase così, appesa alla pagina di una storia inconclusa, senza fine. Col tempo morì. Fu un bel funerale, ci fu un battimani. Quattro mani la seppellirono sotto un palmo di terra. Dopo 99 anni spuntò un fungo. Una manina. Gialla.

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Quando saprai il nome Quando saprai il nome ragazzo mio, ricordalo perché ti lascerò un piolo e il martello adatto conterai i passi, le gambe parranno di piombo, però avrai mano sicura e cuore per piantarlo. Io non potrei altrimenti, ho cammino incerto e poi la neve sui capelli è un fazzoletto bianco sembra resa all’ingiustizia, al fato maledetto ma il legno che ti lascio è figlio del tuo banco. Spaccagli il cuore allora o succhierà il sangue di questa nostra terra fino all’ultima goccia, e cancellerà l’azzurro del cielo dalla tua bocca impiccando il sole al cappio della connivenza. Quando saprai il nome, basterà un passo. *19 maggio 2012 Brindisi - Italia

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Quel che è rimasto (tra i forse e i perché) forse… è rimasta una briciola di cielo un coriandolo d’azzurro tra i denti di un sorriso vorace forse… un mattino tra le piaghe del mio altare di cartone troverò ceri accesi e non saranno mani giunte a chiederti perché… avrò bisogno di te allora fatti trovare

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Sale sulla coda in una confusione d’ali È tornata Ha il sorriso ironico e tagliente di chi conosce la strada e sa dove posare le valigie. solo per una settimana, Col piglio della padrona di casa ha occupato la sua stanza ritrovando il suo antico giaciglio. poi si vedrà. In quella grande confusione d’ali mi affannai inutilmente allora, in realtà non mi alzai mai in volo. Mi aveva messo il sale sulla coda. La paura.

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Sospetti d’azzurro Guardo l’isola attraverso le parole e ne leggo il mare come cartolina, grande magia nei racconti siciliani le oniriche invenzioni di Camilleri. Affacciato alla terrazza di un sogno contemplo un infinito leopardiano appeso a un filo d’orizzonte laggiù, dove illudono le punte dei minareti. Il disco infuocato trascina calante lembi d’azzurro cielo come vomeri che arano il cobalto di questo mare seminando riflessi dorati all’occaso. Le ombre si allungano sulle pagine, Vigata è nei sogni, distinguo la fine. Ti spedirò questa cartolina stanotte e avrai sospetti d’azzurro tra le dita. Di me solo il profumo delle zagare…

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Surreale paranoia euclidea [ho conservato i buchi delle ciambelle, verranno buoni per quelle riuscite male] Sono un segmento e mi sento un poligono, solo un inizio e una fine, ma è già qualcosa. Non circoscrivo un area, sto tra due punti perciò tutti mi considerano un irregolare. Mistificando potrei raffigurarmi angolo, a volte retto, a volte acuto, spesso ottuso. Del resto non riesco mai a quadrare i conti né a chiudere triangolazioni vantaggiose. Geometricamente anomalo, come una ciambella senza buco. Appunto.

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11 Giugno 1984, quella sera ho pianto Seduto, i gomiti poggiati sul tavolaccio gli occhi erano gonfi di parole spezzate. Accanto a compagni dello stesso viaggio piangevo l’idea che s’ammantava di nero. Era un sentimento, la speranza futura che su quel palco andava morendo così oggi rivedo le primavere vissute all’ombra di un vessillo creduto sincero. Il tempo mostrò le crepe di quelle certezze e il muro crollò travolgendo gli errori, delle macerie di un ideale tradito rimase il ricordo indelebile di un grande uomo. Oggi che il disincanto e il cinico profitto hanno disatteso qualsiasi domani, non rimpiango ciò che la storia condanna ma non rinnego quella tensione ideale. Quella sera ho pianto, Enrico.

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A cavalcioni su una sedia quanti di me ho incontrato persi tra gli spigoli della vita raccattati sull’acciottolato, disegnati in punta di matita la luna un piatto d’avanzi sporco riflesso nella pozza tremula d’acqua di rose peste nel mortaio di sampietrini. notti dolciastre a scendere e risalire e prendere al volo il carrozzone. ho raccontato. riempito pazzie di fogli. quanti di me? ho perso il conto lassù in equilibrio ciondolando sulla treccia di Fantasia puttana sospesa tra realtà e incoscienza. tirar tardi a cantar Contessa e fiabe tra pannolini e conti da saldare, recitar a soggetto pagava le cambiali. ma sì, per quel tanto che ho vissuto, digerito tra calzoni corti e jeans bugiardi passato in fretta, dannatamente in fretta. chissenefrega. cherosene nelle vene sull’assito sdrucciolo il copione è oramai monologo ansante scrivo l’incoerenza col sorriso nelle tasche.

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è l’ultimo atto, canuto istrione a cavalcioni su di una sedia ora puoi stonando Aznavour concludere così la commedia sipario.

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Emersion (surfacing frame by frame) gli occhi al rosso mentre rovescio l’orizzonte immerso nel blu abissale del ventre notturno inarco il respiro all’ingiù dimentico d’apnea nel mare amniotico che protegge il mio sonno così adagiato su di una sottile faglia di corallo anche stanotte ho respirato sogni in bollicine nella realtà gasata che ha inebriato i miei voli ho sospeso l’anima in un confortevole rifugio annaspo il buio. [recidere il cordone. invertire la rotta. dimenticare deliri di comodo. tornare.] emergo infine. [respiro con difficoltà. la realtà mi affoga. vorrei immergermi di nuovo. non posso.] hai acceso la luce.

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Gichero e Passiflora, un amore di veleno [con passo sfrontato attraverso l’incerto tratturo e supero il dosso che divide il sogno dal surreale dai lati dell’onirico paesaggio il verde malato occhieggia con sguardo mefitico il mio incedere] -avrebbe potuto essere un grande amore, ma il corrucciarsi del terreno separava due anime così diverse parimenti velenoselui “Pan di Serpe” ingannevole tentatore incredibile nel frutto color di zafferano acceso si ergeva turgido sul suo stelo variegato con foglie intrecciate ammiccava l’amplesso lei “Fior di Fiele” perenne icona del fervore splendido fiore della passione dominava altera mentre offriva al cielo i suoi stami, la corolla pareva blasfemo connubio di sacro e profano nutrono nella bellezza il sottile veleno dell’amore -non s’incontrarono mai ciascuno curò, concedendo il suo veleno alla sapienza antica, in giusta misura la cagionevolezza umana[superato il dosso del sogno e della metafora nello stupore dell’inusuale e sfrontata bellezza colgo il monito che la natura cela ai superbi, l’amore è veleno nelle mani degli improvvidi]

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La tonaca nera e il crocefisso di maiolica [Non so perché per i vecchi ricordare sia il copione più facile da interpretare quando si è sollecitati sul proscenio, sull’assito, a recitare scampoli di vita. O forse è desiderio di mettere a nudo se stessi, come se le tessere del mosaico che compongono un’esistenza fossero scaglie di vergogna di cui liberarsi. Così apriamo i cassetti del canterano mettendo in fila parole, frasi, spezzoni di avvenimenti che raccontano di noi, della nostra vita, e quel faticoso respiro che passa attraverso i mantici del corpo non si ferma allo sterno, ma prende voce e corpo e sale su, sino a liberare l’anima dalla sua atavica ritrosia e timidezza.] Calzoni corti e gambe perennemente ferite dalle ire dei rovi in cui spesso m’infrattavo, uccidevo i noiosi pomeriggi periferici con la caccia alle lucertole e le interminabili partite a ping-pong nell’oratorio. Sedici anni sfrontati con la sfida negli occhi e l’ansia di crescere legata nei pantaloni. Si chiamava Sandro. Don Sandro. Era il giovane prete cui era stata affidata la gestione dell’oratorio di periferia. Il richiamo a un dovere che sentivo imposto, parve essere limitazione alla mia libertà e causò il mio scatto d’ira, un gesto di cui immediatamente mi pentii, ma…volò la racchetta e colpì il rosario appeso alla tonaca. Cadde a terra il piccolo crocefisso.

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Andò in frantumi. Non ho piÚ rivisto quella tonaca nera, e ho spesso cercato d’incollare quei frammenti. Ma ho sepolto i ricordi nel canterano della vita, tra fogli ingialliti e fermagli arrugginiti dal tempo.

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L’unica certezza Odio chi ostenta sicurezza e verità assolute in tasca, chi accende ceri in chiesa quando la corsa termina, e bestemmiando giudica dall’alto di un falso pulpito. Ho accumulato neve di anni vissuti cercando le risposte, mai rinnegando le domande. Alla mia testarda insicurezza è data una sola replica, la vita non dà mai comoda certezza.

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Mai di Sabato Dovessi rinascere, vorrei non fosse Sabato. [questa giornata indecisa, di mezza festa dove metà ti offre vacanza e metà ti tiene dove l’amore attende la metà che manca e la Poesia rimane a mezza voce espressa] Era di Sabato quando non ti ho incontrato. Anche il cielo era sibillino metà turchese e metà piombo indeciso nel sentire lasciava appesi a un’incompiuta. Non erano fiori in attesa di te solo parole inespresse che si rincorrevano ingabbiate nell’illusione della clessidra. T’incontrai finalmente. E non era Sabato. Frantumai il cristallo aguzzino il tempo ingoiò sabbia, liberò parole scrisse l’incipit di questa poesia, di vita vissuta come fosse Domenica. Sempre.

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Me intriga el parlar ciosoto* Non è ancora mia questa nenia, questa cantilena, questo frangersi di acuti e di vocali sugli scogli e le barene della laguna quasi andar delle maree con la luna. Non è ancora mio questo altalenar ritmato e tronco questo parlar dolce seppure asprigno nelle gole arrochite dei pescatori e nell’eco delle “ciacoe soto i porteghi”. Forse non c’è tempo mi sono abbeverato a mille idiomi e ho dato alla mia voce tratto indistinto foresto sono a tutti, anche a me stesso confondo le parole e spesso non capisco. Non è ancora mio, però m’intriga. *dialetto di Chioggia

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Mi racconto un sorriso Ho il cuore altrove I pensieri hanno il fruscio delle ali di un colibrÏ innamorato della corolla, non il respiro possente del rapace che in tondo sorvola la sua preda. Catturo iridi ammirando gli amplessi giocosi nei riflessi della laguna, di lassÚ la luna dispettosa appare e scompare sul boccascena stellato come illusionista provetto. e l’anima tra le dita. Scrivo per me, stasera mi racconto un sorriso.

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Puntini di sospensione au revoir, et à la prochaine fois… Sono rimasto così, appeso a quel saluto. La sera respirava allegra una fisarmonica mentre il tramonto sulla Senna era un falò che oscurava il carminio dell’estemporanea. Ci siamo salutati e lasciati, Parigi? Ancora oggi, quando il tramonto sul mare colora con lo stesso fuoco, mi addormento dondolando il sorriso sull’amaca dei ricordi che ho sospeso tra la promessa e la speranza. Cancellerò quei puntini di sospensione. In fondo sono solo tre…

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Soul and fantasy Ho lavato e stirato l’anima piegandola con la fantasia, come fazzoletto l’ho infilata tra le costole, sopra il cuore. infilata tra le costole Oggi non parlerò dei gabbiani, del loro isterico, aspro vociare muterò il foglio in verde acqua intingendo le parole di laguna. sedotta dalla fantasia Salirò sul traghetto dell’utopia raggiungerò l’infinito parallelo, dispiegato il fazzoletto d’anima saluterò l’approdo tra i sorrisi. l’anima soffoca il cuore Una medusa insegue i pensieri, -veleggiamo verso l’identica metaancorato ai miei battiti terreni respiro in un polmone d’acciaio. Rimetto l’anima al suo posto.

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68. (mutazioni genetiche in corso) poi, diciassette anni bisestili parimenti giorni epagomeni* modificarono poco alla volta geneticamente il mio aspetto. poi, nel gioco di flussi e riflussi diciassette maree lunari sanarono piaghe illividite dai riflessi salini delle onde. sono un granchio violinista. ogni volta replico l’assolo alla prima dello spettacolo allestito nell’anno bisestile. sessantotto granelli di sabbia -silice pesante tra chele dolentitracciano solchi sul carapace nelle fughe sghembe dalla vita. perso nelle gore matematiche di mutazioni genetiche in corso concludo con un trillo satanico insabbiando il violino canuto. *giorni supplementari

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Falene rosse e sabbia vento. mare grosso stamane. la sabbia che sale incipria i visi, gratuito make-up cela le rughe. osservo scampoli di terza età arrancare sul bagnasciuga. mani cemento dietro la schiena e sorrisi ipoteche di pensione. aquiloni. falene rosse s’agitano. -istantanea balnearemano nella mano sulla rena riempiamo le stesse orme io e te, piccolo ansioso uomo che oggi mi accompagni. sì, vorrei rovesciare le parti interrompere la clessidra, inseguire orme su altri arenili. un altro tempo. non è bastato. -un miraggio color seppiail desiderio è un attimo. flash. la sabbia, rigagnoli sulle gote, inesorabile affoga i ricordi. vento. mare grosso stamane. -falene rosse. appese-

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Fragole rosso sangue sarà un brindisi. quattro gambe incrociate sotto un tavolino di un bar qualsiasi. in un cielo qualsiasi. che importa. io e te e fragole rosso sangue come quel giorno che piovvero e io non c’ero. nei brindisi dei nostri sorrisi saluteremo i cieli avversi. hai ancora il rossetto sulle labbra amore. sono le fragole. cosa mi sono perso quel giorno‌ champagne?

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Lenzuola di lino e sciacalli afoni ho intriso di dolore altre lenzuola quando l’urlo dello sciacallo raggrinziva il sorriso della luna. quando tra le pieghe della notte attendevano pensieri sicari -lame affilate d’anima inquietastanotte no. attendono lenzuola di lino. candide. mentre la luna filtra dalle imposte e il soffitto è volta stellata -blumi tieni per mano. sorridi. ho visto altre estati avvolte -ieriin roventi lenzuola come sudari. mancava il tuo sorriso. le tue mani. stanotte no. ora la luna è pelle di bambino. anche gli sciacalli tacciono.

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Like Zabriskie Point oh, no. non voglio scendere da questa nuvola. sali anche tu. sarà un viaggio meraviglioso alienare tempo al suk dei sogni. è lama di luce tagliente acido. blu. metà del cielo sparato nelle vene. è uno sballo. tu. una partenza senza check -in un solo bagaglio a mano l’anima acquistata al “duty free”. finirà presto questa vacanza. -o forse no?Heart Beat, Pig Meat il vinile dei Pink Floyd sta andando a manetta. brividi scaldano il motore. [non abbiamo corso la vita a cavallo di uno strepitoso chopper decorato. abbiamo viaggiato anni incatenati sul nostro cinquantino truccato.] so, baby, let’s go again!

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Mattinata accartocciata è amaro catrame questo caffè stamattina. senza macchia nero bitume che asfalta la gola. poca gente in giro. il corso ingombro di stand lava i ricordi notturni. tavolini spogli come attrici di burlesque attendono pensionati insonni ai deschi. il sole incattivito sgambetta l’allegria della brezza. tovaglioli di carta planano. -bianche falene ubriacheseduto al tavolino accartoccio questa mattina senza zucchero. l’anima è una bustina bucata.

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Maudit Êtoile di un antico carillon! Sulle note sfibrate di un vecchio carillon le punte sfondate delle scarpette rosa danzano un improbabile bolero raveliano. Nel gioco di specchi che il tempo propone il tulle lacerato non cela la rossa malizia e il caleidoscopio si compone nella vampa. [le punte non reggono il peso degli anni e lo specchio rimanda una tela di Botero] Passi elefantiaci sfiatano le ultime ore l’Êtoile attempata del carillon della vita crolla nel fragore del tempo in frantumi. La dernière pirouette. Merde!

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Pantofole di legno e zoccoli di lana non ebbe misura il tempo che passai accovacciato sulla riva del Lete. Crono era il cadavere che attendevo ma la clessidra ammutolì nell’irreale. un ammasso informe attraversò ciondolandosi nelle acque dell’oblio riconobbi terreo il mio sembiante. Il tempo mi aveva fottuto ancora. Panta rei. quante volte in tutti questi anni mi sono trovato assemblato a fatica per attraversare lo stesso fiume. inghiottito dai medesimi mulinelli dimentico di me e della mia meta in balia di correnti e gore assassine. quanti vascelli di carta tremebondi e zattere di dolce pan di zucchero e catamarani di zolfanelli colorati. ogni seducente arte navale fu spesa per iterare la fuga, noi dimentichi delle acque dispensatrici di sogni. all’approdo il sorriso ebete infilava zoccoli di lana, puntuali al ritorno mostravamo le piaghe inevitabili che i tratturi annosi dispensavano. stanco al desco, novello Polifemo, una sola pietanza mi allettava, tu.

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indossando pantofole di legno -piccoli navigli improvvisatifuggivi dalle profferte amorose e in un sadico gioco mi alienavi accovacciato sulla riva del Lete. in attesa del rientro da te stessa. Panta rei. un aforisma. una filosofica incazzatura.

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Asincronia [rivedere la vita a fumetti. inquadrature. uno storyboard animato. sceneggiatura.] on all’inizio il respiro è riconoscibile al battito le parole disegnano le arcate delle labbra. tutto si muove armonicamente. stesso ritmo. voce/azione/reazione. sincronia assoluta. frame by frame, inquadrature velocissime. stacchi, dissolvenze, primi piani. ritmo. la camera t’insegue, la regia sollecita. apnea. non c’è tempo. “buona la prima”. sempre. …async! improvvisi puntini di sospensione. flashback. nei che sfalsano il ritmo respiro/pensiero. parole che inseguono le labbra. eco lontana. alieno “stop and go” di coscienza/incoscienza. la dolly-camera riprende dall’alto in un lungo piano sequenza il bianco e nero del dolore. tre inquadrature soffocanti. grida e voci afone. parole appese ai puntini come corvi in attesa. off il led è rosso, sarà solo stand-by? riaccendo.

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Au revoir Disteso sull’erba dolcemente in declivio, lo sguardo perso nell’azzurro, ti confidi. Accanto a te una splendida donna ti ascolta attentamente sorridendo complice. Un’amica. Che vorresti madre, amante e un po’ puttana. Con lei danzeresti l’ultimo tango sul Pont Neuf mentre il bateau mouche passa sotto le arcate e i flash dei giapponesi in gita t’immortalano. Fai l’amore con lei perso in un sogno impossibile tra le tovaglie piegate nel retro di una brasserie, e lasci il pastis morire d’inedia sul tavolino… Sogni e parli, parli e sogni. Lei sorride e ti ascolta… Au revoir, Paris.

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Chez moi…a Montecarlo (1987) La speranza è una falena puttana. Adesca al falò degli inganni acceso all’angolo del tramonto della vita. Andirivieni di senilità in gonnella, tra falene complici di slot machine bruciano sui falò cartocci di monete. Gelida stazione i binari del ritorno. All’alba il falò degli inganni langue, spegne come un vecchio copertone. Mercenaria, illusoria falena! Da quassù il mare è una speranza. Disattesa, seppure prevista. Manchi. Il tavolo è il vuoto che mi circonda. Il riflesso dell’oro nell’unico cristallo di bollicine sulla terrazza del Loews intristisce al tramonto incipiente. Tutto è perfetto, inappuntabile il blu. Non ho monete da spendere alle slot e il falò arde inutilmente all’angolo. Ho atteso. Chez moi..a Montecarlo.

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“Ottembre” la notte. nera rena mi trattiene. invisibili ragni tra i granelli. tele. sospeso in un limbo, costretto tra scaglie di luna argentata. fluttuo. potrei contare i passi del vento mentre cancella le orme del passato. ma scaltri piedi alati nascondono tracce inevitabili di calzari pesanti. immagino. porterò l’anima all’approdo con l’avvento della nuova stagione. forse domani, tra un mese. poi. probabilmente in autunno. sorrido. Ottobre…Novembre…resto sospeso nel limbo delle mie incertezze tra falde argentate l‘eco dei passi confonde i battiti del cuore. aritmico. …e se fosse “Ottembre”? [ho avvolto in argentee scaglie lunari tutte le mie indecisioni e i treni persi quell’ unico bouquet di fiori di sposa che ti ha atteso al binario della vita]

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Terracotta e fil di ferro […l’immagine piano sbiadiva -è sogno l’incontro inatteso?il sacco di vita che ho appeso al rullar di tamburi s’apriva] tamburino di terracotta dal sorriso di smalto cariato scandivi la guerra al tempo. tre volte il rullo prima dell’assalto l’annuncio s’è fatto più flebile -ingoiato tra macerie di annila sordina affoga i tamburi. mi sproni, ora lo sento sei qui granatiere di cuore indomito che richiami all’assalto finale è battaglia senza prigionieri. impudente, io diserto la lotta soldatino di coccio pittato monco e lacero -riveli- l’anima appesa a un filo di ferro. raccatto ruggine tra cocci colorati

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The dark side of my soul in the dark side of my soul nobody’s waiting for me only a jocker is laughing isn’t madness, it’s my way conosco il lato oscuro della mia anima. la tela strappata della follia. (non chiedermi oltre è rinchiusa da tempo) non insistere. ti prego. la risata ghiaccia è brina polvere che sbianca il cuore. (orgasmi? insetti incastrati nella tela) nessuno mi attende. al buio. ho ingoiato le chiavi e jocker insegue la sua eco. (è l’uscita sul retro di un vicolo cieco) qui c’è luce. c’è sempre uno spicchio d’anima in attesa. che la brina si sciolga. di te. the dark side of my soul is full of broken memories ever empty of missed loves seems a lightless moonlight

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Calcinculo e gabardine nero -vent’anni di sfrontatezzase la giostra non ha prezzo e spesso non vale il biglietto a muso duro contro la vita -bastano i pantaloniErano come il calcinculo della giostra di periferia. -chi prende il fiocco vinceSì, volavo alto quella sera quasi aliante nei pantaloni nero gabardine di sartoria. Scorticai l’ebbra vanità rotolando l’amore venale sfiorito sul verde piagato. Nel campo dietro la giostra la paga d’apprendistato fu il prezzo dell’arroganza. Non ricordo a chi dedicai le quattro note stonate di quella sera senza luna. -non vinsi un altro giroFu un calcinculo nel buio nero pece come i pantaloni. Di gabardine. Smessi.

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Di rose e lamponi scolora l’azzurro quando colori e profumi confondono e la memoria balla sul filo del sogno anche la laguna pare verde declivio che apre le porte al roveto dell’anima non è possibile. eppure il profumo è inconfondibile. rosa canina. sì. laggiù la linea dell’orizzonte appare intrico di rovi verde sottobosco. un sottile filo di bruma cela il mistero e la sensazione permane. testarda. rose selvatiche e lamponi colorano questa improbabile aurora marina. enigmatico l’intrico che mi affascina -linea di confine sogno/realtàintingo di rose e lamponi gli occhi e il mare sprofonda. l’azzurro scolora. non svegliatemi. non ora.

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Il camaleonte e la mantide blasfema Un bellissimo tramonto sul soffitto incorniciava la luce tra le imposte. Il sole arrossiva incontrando la sera l’amava da tempo, silenziosamente. L’acqua del canale danzava sinuosa nel riflesso di quell’amore colorato. Ciondolavo indeciso nella tavolozza alla ricerca dell’abito giusto, quando l’incontrai. Passeggiava tra i cuscini. Bella e seducente sembrava in attesa mutai velocemente l’abito e la invitai. Danzammo una notte infinita, fu mia. Nell’amplesso la ingoiai avidamente. Mi divorò pian piano l’anima. Dentro. Un dejà vu? Forse. “Sono la vita -masticò- non ricordi? quella mantide puttana che alla fine vuole mercede, non regala orgasmi.” La vomitai al mattino ai piedi del letto. Sta ancora bestemmiando. (ho cambiato pelle. e cuscini.)

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Lo specchio dietro l’angolo ho asfaltato chilometri d’anima col bitume dell’arroganza. ho percorso ciecamente strade. -mi aspettava a ogni angolospesso la sera il rotolare dei dadi incrinava le attese. non lasciavo quel catrame di mere illusioni. -mi ha messo all’angolol’ho sfidato. nell’ultima mano ho barato nel dare le carte. ha vinto lui. in corner però.

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Luna, stelle e peperoncino La falce di luna sfrigola tra le stelle come uno spicchio d’aglio in attesa e il gabbiano insonne recita volute rubate alla nottola ubriaca di luce. Questa notte surreale nei suoi umori mette in scena una pièce irripetibile dalla panchina riservata ai sognatori attendo i protagonisti al proscenio. Un’inquietudine di polvere argento ha invecchiato la pagina nell’attesa al finale manca solo il peperoncino non fallire questo recital anima mia. …intanto la luna sfrigola lassù…

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Quindici minuti da rendere Ieri ho firmato una cambiale a Crono. Ho tra le mani un po’ di tempo a tempo. Ho riempito tutti i buchi dell’anima. Ho aggiornato le lancette della mia vita. Mi è rimasto un quarto d’ora tra le dita. Quindici minuti. Che faccio, glieli rendo? No. Li ho pagati troppo cari, me li tengo. Tanto il tempo passa, non se ne accorge. Domani, forse, se non li avrò divorati…

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Se fosse poesia… …come aquila ad ali spiegate lacerando l’infinito raggiungerei il limite dell’orizzonte superando le ingiurie e gli affanni -invece restoinchiodato a sogni viepiù rarefatti a braccia aperte sulla cima del Golgota nel ridicolo tentativo di vanità blasfema …come mantide divorerei anche i resti del nostro amore nelle ultime tracce di notti stralunate l’insaziabile fame di te mi dilanierebbe -invece saziodi voglie inappagate e chetate giocoforza scendo a patti con il tempo creditore e pago le mie cambiali di anni incalzanti se fosse poesia…forse basterebbe

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Tra la salvia e il rosmarino quattro del mattino. notte straniata. arruffata silhouette ciondolo in cucina i sensi acuiti da un’insonnia recidiva. ascolto l’aroma del caffè borbottare e passo in rassegna le spezie allineate. déjà-vu. manca solo la Marlboro tra le labbra. amo ancora coglierti all’improvviso. le mani in alto inguantate di farina gli occhi mistificatori di rimprovero. e mentre il sorriso lievita sul tavolo ti arrendi al gioco antico dell’amore. quattro del mattino. il caffè è gelato. e pensare che le stelle paiono forellini nel cielo colapasta rovesciato all’insù. insolito copricapo di un mondo alieno ai sapori e gli amori che la notte regala. déjà-vu… lievita l’amore tra la salvia e il rosmarino.

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Ultimi chicchi di grano maturo Prima di andare ruberò un po’ di spazio, -straccetti di nuvole su cui raccontare anni come chicchi di grano maturoscriverò di noi in questa vita sfarinata. affonda le mani nel costato stringimi il cuore, ascolta. I battiti stanno suonando le ultime note -parole inaridite di semi mai germogliati nell’affannosa ricerca di carta sul rigoperse sul margine dal compositore acerbo. la canzone è finita, catturala. poi il vento la canterà per noi È per te.

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Ali di cristallo e parole indigeste ho la nausea. sfuggo il monitor. soffoco la tastiera. L’ultima volta che ti ho visto sedevi sul ciglio d’una fioriera di cemento allacciato ai tentacoli di un’edera, adescato dai fiori della speranza. Il volto segnato dalle troppe lune compagne di notti di veglia coatta, gli occhi riarsi di chi ha raccontato anni di fantasmi in parole e carta. Ai piedi, tra frammenti di crisalide, un paio d’ali di cristallo abbrumato: “Il mio tempo qui è finito. Tocca a te.” e tornasti a cercar lune nel bozzolo. ho la nausea. gingillo tra le mani la mia fragilità. al capezzale di questa pagina bianca ali incrostate d’apatia dileggiano le dita. [ho un mucchietto di parole inacidite incastrate tra lo sterno e la giugulare pencolano come sfilacci di carne frolla] che me ne faccio di queste false penne se non posso volare oltre la mia inerzia?

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Barena in attesa di un altro minuetto Il verde riemerso dopo l’inattesa marea, brilla come gel impomatato sulla barena. Aironi dalle zampe gialle e nivee garzette improvvisano un regale “pas de menuet” mentre raffinati piovanelli dal gilet nero con ciarliere pettegole fanno ala al ballo. Il rosso del tramonto che filtra dal vetro m’imporpora i pensieri rapiti dalla scena. Il finestrino della corriera è il diaframma che mi separa dalla fantasia, dalla realtà. Ancora un sobbalzo sull’asfalto del ponte poi la danza si dissolve in argentei riflessi. Sono arrivato. Meccanicamente la mano scosta la tendina e la laguna è alle spalle. Ti chiamo, un altro diaframma si oppone. Obliqui raggi di sole trafiggono gli occhi e stridii di gabbiani sul canale offendono la voce, mentre il cuore anela il minuetto. Parlo invano. Non mi sento, non ti sento. Come la barena sommersa dall’acqua alta attendo la bassa marea per un’altra danza.

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Block notes disperso Non ho preso appunti. La testa è vuota. Attendo che i pensieri prendano forma mentre inseguo una macchia sul muro e svogliatamente m’immagino il profilo. Sì, vorrei indietro quel mucchietto di ore d’insonnia uccisa da un sonno artefatto, di parole affastellate ai bordi dei pensieri che sgomitavano per affacciarsi al foglio. Quel sonno di pece ha rubato anche i sogni le parole si rifugiano tra le spine dell’anima. Ho perso il mio block notes dai fogli di cielo dove scrivevo le notti colorandole d’azzurro. Perché la neve sui capelli porta all’attesa, si smette d’inseguire il tempo e si attende? È resa incondizionata al divenire urgente o comodo alibi l’adagiarsi sull’inevitabile? Prenderò appunti. Se ritrovo il block notes.

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Bulloni d’acciaio e traversine di quercia Fiuto l’aria. Novembre è ormai alle porte. L’aspro del salmastro fagocita ogni alito, ogni refolo gentile. Come cane da trifola annuso. Cerco nell’aria un profumo, quasi un Dicembre precoce. C’è bora stamane. Mi ancoro con i sogni al molo e osservo il vaporetto salpare. La scia del motore racconta. …sono binari quei solchi che luccicano nella laguna e alghe i bulloni d’acciaio che serrano la nostalgia alle traversine di quercia… Anelo quel profumo rimasto nelle tasche dei pantaloni corti appesi al davanzale della vita. …e resto lì inebetito gli occhi spolverati di zucchero a velo e il sorriso racchiuso tra dita di mandarino…

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Quarantaquattro volte sì [no. stasera non scrivo, voglio parlarti sottovoce sussurro per non svegliarti a mezza luce, la mano su di un fianco inseguo il tuo profilo e non mi stanco] Ai miei occhi gli anni non han storia di te sei rimasta la stessa, Potrei sussurrarlo in rime all’infinito eppure resto allacciato al tuo respiro. Sulle labbra ho una raccolta di poesie quarantaquattro pagine di già scritte. generosa e caparbia hai vinto le ingiurie che dispensa la vita. La notte è lunga, leggerò di emozioni -piccole gocce di rugiada tra le cigliaMentre aspetto l’incipit dell’aurora scriverò una dedica sul frontespizio. Quelle piccole rughe che increspano il viso -lievi sospiri della lunaHo mentito, come vedi sto scrivendo, ché la vita ha altre pagine da riempire. Non svegliarti adesso, voglio restare in questi versi che ti parlano per me. sono i sorrisi del tempo, abbiamo scritto insieme quarantaquattro volte sì. *a Conny, nel nostro anniversario.

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Quasi foglie d’Ottobre Quella ruggine crocchiante sotto i passi -noi due le mani allacciate lungo il vialeè ricordo scolorito dal sale acquamarina della laguna ingorda che fagocita il cuore. Nel cauto incedere sul selciato sconnesso il rumore che c’insegue è nota conosciuta mano nella mano come allora sorridiamo degli inverni che s’affacciano negli occhi. Sembrano platani quei lampioni e le luci sono fronde lungo un viale immaginario. Si riflettono nel canale come scaglie d’oro che l’abbraccio della laguna arrugginisce. I passi crocchiano. Quasi foglie d’Ottobre.

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Cos’altro? La chiameresti malinconia. Non foss’altro per il chiarore che si riverbera tutt’intorno nell’acqua dai riflessi di piombo. È così difficile placare mentendo l’irrequieto andare dell’animo. Ora s’annuvola, ora s’azzurra. La chiameresti nostalgia. Non foss’altro per il profumo delle prime caldarroste stradaiole mentre i piccoli sciamano indifferenti le merendine infagottate tra le gote. Bruciano tra le dita come ferite mai consolate e suturate dal tempo. La chiamerei assenza. Non foss’altro per l’ultimo pertugio che ho lasciato aperto nell’anima e che attende di essere colmato. Nient’altro.

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Grido nella nebbia prima dell’arcobaleno …e scavare la nebbia che sale dal fiume -gli occhi ancora incatenati al cuscinocercando un’emozione, un vibrar di canne poi curvo a raccoglier lacrime di sangue -quasi fossero fragole di bosco disperseserrandole nei pugni a soffocar il sapore L’urlo è gelo nelle ossa. Annaspi. Laceri l’aria. Il calore del suo seno. Affrancato dall’iride improvvisa affoghi nel Lete lacrime bugiarde. Ormai un sussurro, la tua voce grida l’amore, frantuma la nebbia. Coriandoli d’arcobaleno i riflessi che sorridono tra le nocche schiuse. Sulle sue labbra fragole disperse.

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Il seme nero di un sangue nomade Piccolo, tondo come un cece, nero. Nero, con un occhio rosso sangue. Girellava freneticamente tra le dita e attendeva il conforto di una zolla. Fagocitato dall’eterna inquietudine arzigogolo alibi d’insoddisfazione creando muri e asfaltando terreni canto l’ineluttabile voglia nomade. Domani sarà uguale a ieri, pure l’oggi non trovò pace in nessun luogo. Mai. Non ho deciso dove piantare il seme e la macchia rossa sanguinerà le dita. No, non c’è verso di mutare gli eventi il piccolo cece nero dalla rubra voglia mi seguirà ancora nascosto nella tasca finquando la terra coprirà i miei dubbi. Farà burle di me, ma sarà troppo tardi non ci saranno occhi per i suoi germogli le foglie nero pece picchiettate di rosso daranno frutti zingari all’alitar dei venti.

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L’illusione del roveto immaturo amore da cogliere sfidando le ferite adolescenti attraverso le spine del tempo togliendo il velo alle illusioni Erano rovi -ancora pungonoSpogli, acuminati rovi. Nessun frutto da cogliere poche le more aliene riarse ancor prima di nascere. Eppure lì, dietro quella siepe abbarbicata sulla sponda di un fiume d’acqua malata millantava amore una rosa. L’abbaglio occhieggiava attraverso le spine carceriere e il dolore pareva sorriso e il desiderio alibi al dolore. Un’illusione -seppi poiQuando le spine incanutirono e allentarono il morso al cuore oltre la siepe rinsecchita trovai solo polvere di un fiore mai nato.

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Perché è una fiaba Ancora mi aggrappo ai sogni di bambino alle meraviglie che riempivano gli occhi, quando lievi e iridescenti galleggiavano gli anni come bolle di sapone inarrivabili. Ero già nato quando diverse primavere replicarono lo stupore della prima volta poi inevitabili inverni uccisero i sorrisi. Lasciatemi rannicchiato nella mia bolla con gli occhi all’oblò, rivolto all’azzurro cullandomi a mezz’aria sfuggo il mondo. Posizione di privilegio, fuga dalla realtà? Che importa, in fondo non sono mai nato. Allora non chiedetemi perché ora sorrido. Perché è una fiaba, forse…

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La spina nel cuore è un ago conficcato in gola Dicono la paura dimensione umana. Fosse vero, ancora vivrei. Dicono il coraggio sale della vita. Fosse vero, ne sentirei il sapore. Dicono l’amore panacea di ogni male. Fosse vero, non soffrirei. -è una spina che buca il cuoreHo divorato il tempo trascorso con te senza misura del domani in attesa. Il pensiero del vuoto punge l’anima scortica le parole appese alle labbra. -è un ago conficcato in golaDicono la pazienza virtù dei forti. Fosse vero, avrei già vinto.

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Tra lune farlocche e verità irreali di lassù una luna un po’ farlocca m’irride svanisce e riappare in un cielo sfilacciato -maglione blu notte ormai liso dagli anniche non copre le ferite delle inutili attese se vuoi per te stasera inventerò una fola poi la racconterò come fosse storia vera se vuoi per te stasera scriverò sottovoce poi mi eclisserò lasciandoti senza parole è una storia senza titolo senza alcun finale solo i vecchi sognatori, liberati da catene sanno inventar parole per addomesticare le paure e gli inganni di ogni falsa morale se verità aneli non inseguir lune farlocche

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Caleidoscopio (ci sono notti) Ci sono notti in cui raccattare pezzi di me sparsi sul deserto di un cuscino annichilito, inseguendo i più riottosi, i più giocherelloni che danzano ironici flirtando con il vento, è esercizio doloroso e alquanto improvvido. Nemmeno un barman provetto aduso a miscelare cocktail creativi e sapidi sarebbe in grado col suo magico mixer di ricompormi in una versione potabile. Riottosi, dai bordi taglienti, sfuggono all’assemblaggio sottraendosi abilmente a ogni logica e attesa collaborazione. A fatica il destro roteare amalgama i pezzi nel tentativo d’offrire una forma decente alle labbra dell’indecente quotidianità. I più indocili, i più avversi e bellicosi disertano l’adunata coatta e si rifugiano sul cuscino, lucide tessere vibranti, atomi bastian contrari nel melting pot della vita. Ci sono notti in cui raccogliere queste briciole è esercizio doloroso ma seducente, nell’ottone della fantasia, le ansie a far da tappo e lenti, con gli occhi appesi al soffitto, rincorro forme geometriche per dar senso a una notte illogica. Antico gioco, il caleidoscopio. Ore e ore a roteare il fantastico tubetto nell’attesa che anarchici pezzetti di vetro colorino di stupore il giovane cuore che cessato l’abito della pudicizia lascia scampoli di variopinta gioventù accatastati senza alcun ordine e ritegno agli angoli della vita.

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Ci sono notti in cui neanche il sesso è porto sicuro, non riesco a ricreare di me una versione passabile ormai i pezzi dai bordi consunti, dai colori sbiaditi hanno perso la precisione e smarrito il percorso si rincorrono, si accoppiano in insane disarmonie. Un mazzetto di tessere taglienti ora ammuina, allegro si colora gira e ruota nella sarabanda che scompone e ricompone la mia immagine, sul cuscino la macchia di sangue ferisce l’attesa. Rincorrere pezzi di me in una notte asincrona, rivestita d’insonnia, è esercizio azzardato e letale. Potrei mettere insieme un’immagine accettabile di quest’arlecchino che alberga nel mio cuore, ma ho paura che se ne vada, insalutato ospite. Mi tengo il caleidoscopio. Vuoto, però.

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…e poi il cielo cadde senza alcun rumore [che vuoi che sia un’inversione di rotta quell’andare contromano tra me e te il silenzio, l’attimo, il botto, lo scoppio l’eco delle risa a coprire il mormorio delle stelle dietro il palco impazienti comari in attesa della recita sospesa] …e poi il cielo cadde e fu dolore il vuoto l’anima zoppa ridava respiri claudicanti Che vuoi che sia, un’inezia la paura ancora l’alba ci aspetterà, come ieri. Non v’è rumore, la luna in pantofole incanterà la notte, l’azzurro tornerà. Il cielo è caduto, è stato un inciampo adesso sorridi, il cuore sta cantando. …e poi il cielo cadde ma il sole lo rialzò.

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Intenzione di poesia -questi versi sono un aliante un arrampicarsi d’emozioni sulla cuspide dei nostri cuoriTi ho mentito quando le labbra disegnavano stupore artefatto nella sfida dell’agone d’amore. Hai mentito nel sorriso tenero di chi cerca quell’alibi comune della complicità, della passione. Senza rossori. Non era finzione quell’intesa di sospiri spezzati. Era l’intenzione di una poesia.

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L’irreale diaframma tra sogno e realtà Picchia contro i vetri l’insonnia assassina, è paura la nera pece del becco di un corvo che spadroneggia l’ingresso della mia notte. Nella calle i rumori ingigantiscono le ansie, nello smoccolare cadenzato dei pescatori deflorano il velo sottile di un incauto silenzio. È l’una, dorme accanto a me il rifugio sicuro, ma la chimica non mi è amica, esco da casa. Tutto nella calle ha un che di sospeso, vacuo. Dondolano nel salso volute di tabacco stantio come tentacoli di fumo e nebbia soffocando anche il nero presagio che abbandona l’uscio. Il marmo della panchina ghiaccia la noia, e la ricerca di un angolo di cielo compagno è l’illusorio esercizio di un’anima inquieta. Non so che darei per un respiro d’azzurro, per un refolo dolce che spazzasse i pensieri per un abbraccio di quiete tra cuore e anima. Rotolano spigolando sui sampietrini i sogni il picchiettare del becco sul selciato mi desta. Il diaframma è rotto. La notte è mia.

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L’ultimo Carnevale È Carnevale, tra poco. Togliti la maschera, scendi in piazza. Dai, sali anche tu sul carro della vita protagonista della stucchevole parata. In palio l’icona del Grande Ipocrita, presa diretta Tv, audience garantita. Io non ci sarò. Nell’ultimo Carnevale ha debuttato quest’anima di marionetta senza fili. La maschera che indosso da sempre -calce viva sul mio volto- ha bruciato e vinto tra l’ipocrisia dei comprimari. Il troppo storpia.

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Oggi vorrei non ci fosse un cielo asfaltato Non sopporto le mezze misure, tenebre o luce, non un limbo cinereo. Oggi vorrei poter salire di nuovo sull’aliante dell’incoscienza, dimentico delle coordinate terrestri nascondendo il dolore e l’ignavia, appeso a una speranza compressa in un foglio di parole di carta. Oggi vorrei fosse già domani. Un domani senza padri né madri, apolide, anarchico e sognatore con il sorriso tra le costole, e il ritmo nell’anima perché il cuore danza se c’è luce in pista e la vita canta. Ho un mazzo di carte in mano, ma se la dama nera ha sedotto il re di cuori stasera giocherò una partita impari. Non ho più armi, né dadi da rotolare sui marciapiedi della speranza, se ha truccato le carte, ha spento la luce. Oggi vorrei non ci fosse un cielo asfaltato.

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Pari e patta Quando smetterò di sognare, di cercare, di sperimentare parole imbrattando le pagine atterrite dell’anima, chiuderò il quaderno della vita e potrò raccontarmi vecchio. ma litigherei con il cuore Allora meglio ancorare questo legno tarlato che veleggia di fantasia a un porto sicuro, il tuo. Poi, lasciandomi cullare nell’illusione giovane che regala l’amore potrò consolare l’anima. così così sì, sarà pari e patta

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Rap sans-papiers notte bastarda/d’attesa alla stazione luna al finestrino/riflessi d’emozione sogno d’un viaggio/appena consumato rap sans-papiers/cartone e compensato Aveva un’età indefinibile nel pianto -quel ricordo appeso alla nottecome neonato ingordo alla mammella strabuzzava gli occhi feriti dalle stelle. Hai mai sentito il cuore piangere? È un singhiozzo ritmico, quasi un rap. Se hai orecchie per amiche, ascoltalo se hai anima a sufficienza, fermalo. Ormai dorme all’addiaccio su una panca supino, la testa alle stelle inchiodata da tempo su un cuscino di compensato, mentre il sogno gli rincalza la coperta. Di cartone.

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(come dentro un’illusione) Quando smetterò d’incontrarti agli angoli dei miei sogni disfatti quando sorprenderò l’amore ignorando gli spigoli delle nuvole saprò come inseguire il sorriso del bambino nascosto tra le coltri. Vivrò ancora cent’anni nel bozzolo della grande chimera comprata a poco prezzo all’angolo della vita? Orbo alle stelle sprimaccerò il cuscino cercherò la tua mano come sempre e l’illusione diventerà il mio sogno.

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Il sapore della nebbia la nebbia sui Navigli ha il sapore del fumo dei troppi camini accesi di ferro di tram morti sulle rotaie -poveri sogni a riposo negli ospiziCadono i veli, come Salomè discinta la laguna mostra seni candidi, lattei e anche sinuose, ventre piatto, teso. Il vento aggrotta il respiro del mare, il gabbiano sfugge bricole ghiacciate e le alghe, capelli sciolti tra le onde, avviluppano quasi tentacoli brinati, le emozioni affogate di apnee coatte. Nuda al settimo velo emerge la verità. statua di sale sulla riva mi specchio l’acqua rimanda l’immagine stinta il respiro lattiginoso riempie la gola ma qui la nebbia ha un altro sapore …dopo l’ultimo velo sarà cielo sereno.

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L'irresistibile fascino delle macerie Non voglio essere stanco profeta -dietro una vetrina ora in frantumitra i cocci ho raccolto pietre e sputi inviti a tornar errante sulle rime. Non ascolterò il richiamo che giunge -pare irresistibile canto di sirene"muoia Sansone con tutti i Filistei" quasi la patria fosse cinta come Gerico. Non risponderò al fascino incantatore -il nuovo verbo è assiso tra le nuvoletornerò a scrivere sogni dietro i vetri chiuderò i battenti dell'anima inquieta. [un corteo di fantasmi ora danza la giava -le rovine han sotterrato anche le sirenel'irresistibile fascino delle macerie ha vinto il vento del deserto sarà voce del silenzio] Incubo nel sogno di un equinozio precoce.

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Onirico tango sull’erba dolcemente in declivio occhi persi nell’azzurro ti confidi accanto a una splendida donna che ascolta sorridendo complice Un’amica…? Che tu vorresti madre, amante e un po’ puttana. Con lei danzeresti il tango sul Pont Neuf a Parigi, mentre il bateau mouche passa lento sotto le arcate e flash di giapponesi in gita immortalano i tuoi casque. Con lei fai l’amore, perso in un sogno impossibile nel retro di una brasserie. Intanto il pastis muore d’inedia sul tavolino. Sogni e parli, parli e sogni. Lei sorride e ti ascolta. Voulez vous danser, madame?

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Prestami i tuoi occhi infilato nel tubo d’acciaio cromato mentre i led s’inseguono impazziti il carosello iridato lusinga gli occhi e m’offre spezzoni di un vecchio film Prestami i tuoi occhi bambini il battito delle ciglia non sveglierà l’uomo nero che dorme nei miei. Vorrei vedere il mondo a colori. Odio la commedia in bianco e nero, maschere anemiche sul marciapiede annegate tra coriandoli di pensieri irrise, calpestate, sferzate dal vento. Non ho più fiato per rincorrerle. Prestami i tuoi occhi bambini ho paura di aprire i miei e trovare l’uomo nero steso daccanto. infilato nel tubo d’acciaio cromato guardo i led morire con un sospiro forse il carosello ha bruciato il film ma alla fine manca ancora un giro

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Scusami vita, puoi ripetere? Non era poi cosÏ difficile prepararsi per l'esame hai avuto il tempo per studiare la vita no? SÏ lo so non ho studiato molto sono stati anni un po' complicati certo, se mi applicavo di piÚ... L'ultimo compito a casa? Ho dimenticato il quaderno sul ripiano, sotto il banco... Mi ero preparato credimi, il banco è legno annoso, pieno di tarli, l'ha mangiato. Non regge,eh? Hai ragione. Forse mi sono distratto inseguendo la coda dell'aquilone sfuggito ieri. Prendo appunti, puoi ripetere?

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Sottese ciglia Lampi d’azzurro acquamarina verdi cangianti paillettes attraversano il tuo sguardo, mutevole arcobaleno d’umori. Quando mi guardi così… -invito esplicito all’amore o temporale incipiente?…resto appeso a quelle luci foriere di sibillini intenti sotto quel ciglio inarcato dipinto sulle ciglia sottese.

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A ovest la paglia brucia A ovest il rosso scolora sanguina cielo nel verde salato. -ho un panama di paglia ha la tesa stopposa, egoistaA ovest il sole tradisce il coro ferisce gli occhi di lacrime stonate. Odio non è qui con me stasera non sento le gambe sotto il tavolo. L’oro del vino s’insaguina straniero nasconde l’attesa, accetta l’inganno. A ovest il sole scivola bugiardo vende una fola impagliata di verità. -ho un panama di paglia ha la tesa sfilacciata, arroganteVittoria non è qui con me stasera non ha gambe sotto le lenzuola. Il soffitto racconta la sconfitta alle mani, inerti pesi di marmo. A ovest il sole ormai è morto l’est paziente conquista la luna. -ho un panama di paglia ha la tesa paurosa, vigliaccaA ovest la paglia brucia.

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Ancora mimose, nonostante Mi specchio nei vostri occhi. Anche quest’anno come ieri come sempre -arrossiscoCome posso augurare allora un cielo diverso se ho perso la luce delle stelle soffocate dalla protervia, dalla paura dell’uomo che misconosce la parola amore? -disagioAncora mimose? Sì, ancora. Luminose schegge di volontà in un cielo di cambiamento. Nonostante.

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Appunti -sembravano solo appuntiFrasi ansanti, sogni distratti. Poi, parole presero la mano. Scrissero. Senza veli. straccia quei fogli -sembravano solo appuntiAppesi alla sedia. Accanto una scrivania in disordine. Un racconto. Una vita. impietosi ficcanaso -parole che giocavanoInseguivano pagine rubate dal vento. Foglie avvizzite. Una poesia. La mia. anche se in fondo‌ -sono solo scarabocchiPerchĂŠ dar loro importanza? Ăˆ la tua vita? Altri specchiano il loro volto nei tuoi occhi. Appunto.

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…e poi, in quel tempo sospeso quel tempo sospeso all’occaso che non ha misura né confini …e poi mi dirai delle stagioni Che non riconosci più -sono passatevestite d’inverni scamosciati e di zimarre han deflorato l’anima -tacchi a spillocome un andirivieni peripatetico sul viale. …e poi mi dirai degli amori Che non insegui più -vuoto costatocome appunti a margine del tuo diario reliquie di fiori secchi -aridi semisicari di raccolti del tempo arato invano. …e poi mi dirai del marmo Che non riscaldi più -impavidi lombiprecario incatenato al racconto della vita in attesa di incorniciare -icona bugiardal’apologetica fine di una storia mai scritta. Quel tempo sospeso -incoerente ipocritaha misurato con destrezza i miei confini ma è stato solo il battito -ciglia offuscated’ali come alianti sulla porpora del mare. Poi ti dirò del sorriso dei gabbiani.

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E tu Scivolo. Braccia di bambagia -zucchero filatomistificano il dolore accolgono il tuffo. Ăˆ morbida follia –appiccicosaquesto danzare di caduco autunno. Pensieri marinai -insaziabili nottoleappesi al fiocco invocano la brezza. E tu. Non lasciare che io scivoli nel dolce trucco del tempo il mare che attende la riva ha perso l’onda sugli scogli.

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Era solo un'ipotesi remota ...era solo un'ipotesi remota il ritorno del nemico sconfitto ma il sospetto è tarlo vorace insaziabile ora buca il costato Non v'era cuore nell'algida voce che ha letto parole di sconforto. Il sorriso s'è sciolto come un sole di cera innamorato del tramonto. Hai sperato che l’azzurro intravisto tra le ciglia impiombate degli anni fosse prodromo di un finale sereno ammantando la speranza di realtà. Sul red carpet di una vita demodé abbigliando le attese con la poesia -abiti pret a porter di caro prezzoora inciampi su un'ipotesi irrisolta. L'anima appesa a una pagina scritta attendi come il mare attende la riva. Luna ti ammalia -labbra di ceralaccase cancelli l'ipotesi domani sarà sole.

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Formula sbagliata Ancora una notte senza l’inganno chimico la notte è un sacco nero di umido riciclato l’Alka Seltzer impiastricciato sulla plastica triste Pierrot d’una lacrimosa luna d’amore. Indecise, restie dita, vagano tra i tasti neri raccolgono sgorbi insensati alieni al bianco piccoli insetti come formiche in fila indiana s’intrecciano a malavoglia ricamando frasi. E sono qui, filo in mano e ago nel costato che inseguo una formula, un appiglio certo mentre l’inganno latita maledico la chimica invento un punto e croce di lettere insane. Punti di sospensione rotolano sul lenzuolo pungono le croci, algide lapidi a memoria. Notte senza poesia, la tastiera non perdona nell’atanor brucia un’improvvisata formula.

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La seicento con le portiere controvento fammi porre le chiavi sul cuscino stanotte sai ho parcheggiato sulla nuvola qua sotto partiremo quando il vento sfinirà il canto rivedremo questo film come in un drive in È tempo -che ritrovi, ioÈ tempo che si ritrovi la dignità del verbo la forza dei sentimenti di fronte all’insulto l’orgoglio della neve di fronte all’arroganza e l’amore pei ricordi come pei fragili figli. È tempo -che bastardo, ioBastardo vento che stanotte graffi l’edera e strazi con note di ruggine sulle imposte ho ciglia gonfie di pioggia salata –urlanomentre osservo una pellicola a me aliena. È tempo -che mondo, ioNon ti capisco mondo non ti ho mai capito. Ho una seicento con le portiere controvento lascerò le porte aperte al sogno sarò aliante riabbraccerò i ricordi nel sogno sai, è tempo. Sorridi -ho le chiavi, io-

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Ora d’aria per un cuore coatto Siediti qui accanto a me ora che ti ho fatto posto. -parlamiLo so il marmo è freddo e il panorama è spoglio il mare è ancora livido ma è tutto ciò che resta. Dicono sia primavera ma tu non credere loro. Voci di gabbiani farisei mercanti dell’inganno. -parlamiHai freddo? Stringiti a me. Così fai pace con l’anima. -è finita l’ora-

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Raccontami una bugia [nel buio il soffitto è più vicino anche il respiro pare ingigantire e la neve ha paura e seppellisce sotto lenzuola complici la verità] Non ho più niente da spartire con un tempo che mi opprime quel che mi restava l'ho sfiatato rincorrendo l'ultimo tramonto. -sogno un'offerta, un altro aire una chance ai polmoni ansantiNé posso ingannare il sospetto del dolore dietro un cancello. Il cuore é negato dall'assenza del tuo raccontare coraggio. -se la verità ammutolirà il fiato allora raccontami una bugiaComincia stanotte.

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Stanotte, sul tetto stanotte il lamento di una gatta in amore ha rovesciato il sogno ora dal tetto vedo una gatta in amore sola sul letto che scotta svegliami

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Tra forse e ma, senza rimpianti Forse dovrei raccontare una storia, ma non ho limette per unghie. -il cielo è una confezione di bambagia scaduta, soffoca dolcemente ti coglie nel sonnoForse potrei dormire in piedi, ma non ho zoccoli ferrati di nuovo. -l’edera sul poggiolo lacrima pioggia acida la coccinella ha venduto i punti neri ai dadiForse dovrei scrivere canzoni, ma non ho tonsille per applaudire. -l’ultimo gabbiano ha rovesciato il tavolo ora gioca a tresette, il caffè è una chiazzaTroppi forse, troppi ma. Nessun rimpianto? Forse.

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Tra sampietrini e primule aspettando Primavera T’aspetteresti il sorriso di una primula fiorita tra i sampietrini divelti dall’odio e il precario saluto del vento marzolino quasi limite dell’incazzatura d’una bora? Lassù una tuta blu che sventola appesa al torrione della ciminiera finita in fumo. Maria non fabbrica aquiloni di lamiera e la speranza è pari alla forza del vento. È rabbioso stupore negli occhi disperati e urla senza lacrime in quei visi d’ebano. Non ci sono primule tra i sampietrini né tra i caschi ammaccati e volantini piegati. Dissero: che vuoi, è il nuovo che avanza. Asfaltarono il sorriso delle rare primule che una stagione asfittica e sparagnina aveva venduto come magnanimo obolo. Dissero la Primavera, sai, si fa attendere. Ma sì l’attesa fu inganno pei figli dei fiori, e mentì spudorata alle generazioni arabe. Lei, madre e meretrice di ogni speranza. È primavera, t’aspetteresti una primula?

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An-ghin-gò An-ghin-gò ci vuole fantasia recitare una antica filastrocca far di polli e civette una poesia dedicarla a una luna ceralacca Cosa ci sarà mai di così tanto lieve e poetico in questa bolsa filastrocca di civette e galline? Bisognerebbe avere il cuore in calzoni corti, sandali ai piedi e marciapiede come lavagna. Poi un gessetto smozzicato di mattone rosso e disegnare l’allegria di un cielo ancora terso. An-ghin-gò con un po’ d’ironia canterò dell’amore che sbocciò le civette deluse son volate via tre galline col dottore sul comò Non era così la filastrocca, la ninna nanna che stasera batte in testa come un mantra. Certo, i calzoni corti son passati di misura ma il cuore in papalina non dorme ancora. La poesia è un gessetto che graffia il buio senza sandali sarà comunque un girotondo. Ti guardo e sorrido, non chiedermi perché.

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Disamore È una lama d’acciaio, una luna piatta la laguna stamane dopo l’ultima bora. Non mi piace il sorriso che ripropone specchio ipocrita di un’anima inquieta. (riflette lassù un airone rosso in volo grida e pare un lamento d’amore) Non ho più l’accento, l’aire necessario per costringere il mio cuore al canto, i pensieri sono barchette di cellophane che affondano pieni di rime inespresse. (no, non è un airone è un gabbiano stride rabbia per la sua goffaggine) D’altronde come potrei volare ancora l’azzurro oggi pare un sudario antico, la mente rapita dall’inganno del nulla rifiuta il più piccolo appiglio, una nota. (no, un cormorano sazio d’avventura distende le ali dopo l’ultima cena) Non ho voglia di sciogliere questi dubbi è noia, supponenza? Forse lo specchio ha ingoiato le ultime velleità di poesia? Scrivo per dirlo, m’aspetta nonostante. Il disamore.

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El tram che menava a la Bicocca Dedicata a Enzo Jannacci Scusami Enzo se sono in ritardo ma il tram non arrivava mai, perdonerai, ne son sicuro il mio milanese dimenticato ci provo “l’istess” come dicevi tu. “per mi el quater l’è fa inscì un Gambadelegn di temp indrè cunt i roeudd de tolla sbusà” Ora che un altro pezzo della Milano che ho nel cuore se n’è andato che piano piano l’orizzonte sfuma, anche il piccolo viaggio in tram “ciapà de cursa in Viale Zara” s’allontana nei ricordi di periferia, lascia il posto a un dolore pungente. Una nuvola di spine laggiù sui prati -nel verde scolorito dalla nebbiaè cresciuta adesso e fa male al cuore la nostalgia di un’età lasciata in fretta. Scusami Enzo sono sempre in ritardo era così anche allora quando il quattro sferragliava sotto casa e la “morosa” mi aspettava indispettita alla fermata.

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E “si andava in campuréla” alla Bicocca io avevo “ i scarp del tenis” e i jeans comprati usati alla “Fiera di Senigallia” e si cantava “Una fetta di limone”… ..è aspro quel ricordo senza di te.

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Franco e il geco nella scatolina di latta (Franco non dormiva le persiane erano chiuse Franco non dormiva il buio lo circondava) Era l’amico notturno -un piccolo geco di casaaveva grandi occhi schiusi d’alieno angelo custode. Franco sognava l’azzurro abbracciava il rosso cinabro la scatolina di latta smaltata era garitta di sentinella. La notte è casa per i gechi nei loro bunker smaltati guardiani di sogni bambini divorano le ubbie dei grandi. Franco ad occhi aperti -cuore di piccolo geconel rosso cinabro di latta conserva l’azzurro cielo.

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Il mio posto [oggi il cielo è sgombro l’azzurro pare definirsi eppure l’inquietudine ha le dita tinte di nero] Sono stanco di giocare a nascondino con la vita stanco di farmi inseguire dagli anni -cani arrabbiati***** i cormorani sono tornati la laguna ha ritrovato i suoi inquilini irrequieti si tuffano, riemergono, là dove meno te l’aspetti a loro agio, è il loro posto ***** È ora di cambiare gioco, non traslocare più il cuore ma sono ancora in apnea e non so dove riemergere.

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Petali Una rosa di mare persa sul molo forse reietta da un cuore di pietra sta morendo d’inedia e solitudine mentre scolora al sole incattivito. -subitaneo il corteo di formicheSeduto sulla panchina (distratto) sfoglio la margherita dei pensieri nel gioco delle speranze mi perdo dimentico dell’altalenar della vita. Fiore straniero venuto d’incanto t’ho reciso nel sogno di controra t’ho impaniato nelle mie illusioni poi lasciato morire per superbia. -tumula petali di vita a bocconi-

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Pulizie di primavera Come un ninnolo un soprammobile un po’ démodé specchio fedele della vita volubile non trovo posto. E tu che sorridi della mia innata irrequietezza spolverami l’anima lucidami il cuore e dammi la pace. Dove mi metti?

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Se avessi fiato suonerei l’armonica Se avessi ancora fiato suonerei per te l’armonica -quella piccola HohnerInsolita, di plastica gialla scandiva note argentine era l’età che allora cantava. Se avessi ancora fiato ti scriverei parole in tutù -étoile di falsa organzaScarpette gialle al debutto nell’inattesa pièce d’autore “la resurrezione del cigno”. Se avessi ancora fiato suonerei un valzer musette -allegra danza nel cieloLa mia nuvola intristita lascerebbe al vento la rotta salperei l’ancora dei sogni. Basterebbe un po’ di fiato.

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Senza eco Oggi il mare è una lastra di mica scaglie d’argento fuse sul molo -non ho un ciottolo da tirarePoi, contare i rimbalzi avversi alle ragnatele di nuvole appese come scialli di trine sul cielo. (poi) risate senza eco nella calle racconti di pleniluni e reti sazie gonfie di riflessi dorati (poi) il mare reclama l’azzurro nel cielo le trine si sciolgono quasi trecce d’amante appagata Rido di me nell’attesa dell’eco il cuore è un ciottolo che rimbalza -affonda repentino all’impattoSenza eco.

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Un déjà-vu alla porta Uggiose stille di stantio inverno cocciute lacrime di malumore restie al richiamo dell’azzurro. -scarabocchi nero di china nel cieloNuvole indecise, cariche di noia. Rincorro il sapore di un caffè che ha venduto l’aroma al vento. Inesausto refrain di emozioni. Note arruffate di timori e angosce premono arroganti sullo sterno. -aspra al palato fragola immaturaSì, ci vorrebbe un respiro di sole. Un sorriso di viole ammiccanti e il coraggio di spalancare l’anima. Bussa alla porta il déjà-vu.

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Una partita improponibile [ho cercato invano un’indovina una medium che legga la mano ho incrociato solo mani protese bestemmiavano il loro domani] Datemi un portone, una panchina due dadi d’osso di bianca calcina un mazzo di vecchie carte truccate e una vita che non sia una roulette. Datemi il tempo che ancora resta lo sputtanerò alla prossima mano su quel tavolo dove girano le carte i croupier d’un gioco immaginario. Datemi infine un polmone d’acciaio uno scafandro, una tuta d’amianto tre cerini per dar fuoco ai fantasmi di questa notte che insegue l’aurora. -nudo senza assi nella manica[ho ancora due battiti nel cuore userò l’anima come pace-maker dicono che sia mal di primavera e il caffè nella tazzina si fredda]

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Chiocciola indecisa Una striscia argentea sulla ruggine del poggiolo disegna il zig zag, il cauto andare della chiocciola. Marrone, terrigna e prataiola procede a fatica stupisce la vista, sorprende a due passi dal canale. (Com’è finita quassù?) Chissà se esiste un dio delle chiocciole -pensoquelle antenne paiono esili braccia protese, mani giunte in preghiera alla ricerca della via del percorso dissipato dopo il lento divagare. Pare soma insopportabile la casa che trascina. -peso inevitabile che la natura le ha regalatoNell’imbrunire del grigio che stasera opprime la chiocciola s’eclissa lentamente nell’edera. Non ho antenne da protendere al cielo –ormaiil tempo ha spento l’argento del mio cammino. Chiocciola indecisa, dove poserai la soma?

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Foulard (seta che sutura) Quella mano che passa sui capelli è tenerezza quasi seno materno è protezione senza alcun imbarazzo. È complicità mentre scende sul collo e solleva il mento a cercare labbra nello sfiorare di un bacio tranquillo. -è foulard di seta/primavera che allevia e sutura le ferite del mio inevitabile inverno-

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Io che sapevo nuotare [Io sì che sapevo nuotare non mi sono mai voltato a contare i passi dispersi. Il mare è una lavagna blu le orme -gessetti spuntatistridono nel far di conto.] Ti racconterò -tra respiri spezzatidi un viaggio senza alcun bagaglio con un ticket vinto al botteghino di un baro del gioco delle tre carte. Appoggiata al nero di una sottana la ruggine della falce brilla ancora e il ghigno di una luna meretrice agghiaccia lo scandire dell’attesa. Prima che la pece mi inghiotta apri le braccia, prenderò il largo. E ricorderò che sapevo nuotare.

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Nati orfani A tre passi del traguardo com’è che ci siamo persi e all’arrivo della maratona non abbiam trovato il filo? Noi nati orfani… [orfani del ‘68 orfani di Berlinguer orfani dell’ideale orfani della sinistra] -figli di un’utopia matrignaBattiti di un cuore ingenuo impietrito dall’arroganza del mondo, novello Ugolino che divora i disperati figli. …orfani di noi stessi.

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Occhi di serpente [il rumore di ossa spezzate è sinistro rotolare di dadi occhi spenti bucano l’attesa e inseguono perfidi cubetti l’aurora nella notte/asfalto è marciapiede di periferia] -è azzardo che torna prepotente?Non ho mai vissuto due volte la vita sperando che fosse mano propizia -oraal limitar del tempo che mi è concesso lancerò la sfida e rotoleranno i dadi -ma-la fortuna ha occhi di serpente-

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Sembrava rosolio, è aloe [seduta là, in fondo alla sala gli occhi bassi sulle ginocchia timidamente arruffa la gonna con arte sorride tra le ciglia] -traluce rubino nel cristalloIl passo non ha cuore né ritmo ti avvicini, la inviti, arrossisce. Trema il bicchierino tra le dita è inganno la rosa che avvampa. Come sempre il ballo termina proprio quando sai apprezzarlo. Ora sai ballare, ma che importa se t’ha lasciato amaro in bocca? -sembrava rosolio, la vita-

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Silenziosa armonia Quando le parole si vestono di bistro e i cenni fugaci son stormire di ciglia quando un baleno folgora l’alabastro e i tuoi occhi mentono sagaci sorrisi. -è intesaLe frasi non dette sono inutili orpelli io e te come riflessi dello stesso mare l’attesa non segue una rotta prefissa è un frammento di luce sulla spuma. -è intesaE allora il respiro spezzato del domani non ha bisogno di racconti zuccherini il lampo che traluce e precede il tuono è miccia spenta, inutile ammonimento. -di silenzio-

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Una fiaba bugiarda Vorrei… qualcuno che mi dicesse una bugia narrando una fiaba in calzoni corti appeso il mio cuore a un palloncino lasciandomi occhi al cielo a sognare. Contro i vetri tintinna lo scrosciare il temporale dà voce alla calle afona e una malinconia infinita è presagio di una claustrofobica paura del buio. Gelida badante dell’età della ragione mistifica la storia, scandisce il tempo indossa la corazza del cinico istrione recita indifferente l’attesa del dolore. Non so più le fiabe, ho perso le parole nel canale galleggiano storie senza età quel fiore sul poggiolo è sopravvissuto da lui attendo il conforto di una bugia. …e la paura parrebbe coraggio.

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Cuore di paglia (a broken midnight) Nel cartoccio di carta-paglia strinata macchiato e scolorito da lune imbolsite infilo straccetti di illusioni abbrustolite che s’affastellano come patatine fritte. -ho coscienza del buio che sopraggiungeScivolo sui piani paralleli che delimitano l’irreale confine tra sogno e realtà, poi le nocche illividite s’imporporano, stringo tra i pugni schegge di stelle ammutolite. Non ho più cuore per andare oltre, allora sbriciolo questa falsa notte in frantumi, m’acconcio nel cartoccio di carta-paglia e vivo, per non morire nel lasciarsi vivere. -spaventapasseri orfano della sua luna-

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Fragile (reloaded) Calzini indecisi abbarbicati sugli stinchi sfuggiti nottetempo a lacci anarchici affiorano da scarpe di vernice dimenticata. Mento sulle ginocchia strette nell’abbraccio di calzoni troppo corti da cedere al tempo -sguardo perso alle nuvole color porporaL’immagine riflessa nella laguna mi coglie lascio il clamore e il brusio alle spalle mentre la gente sul Corso trascina la finta allegria. Nulla è cambiato, stesso sguardo al tramonto, stessa voglia di sogni e voli ad occhi aperti -ingenuo desiderio di nascondere l’insicurezzaNon fosse altro che per quel paio di calzoni corti dimenticati dal tempo, appesi tra spine e more, che il diaframma cadrebbe sciogliendo la neve e sarei finalmente libero di vivere la mia fragilità.

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A passo di danza [non ho misura del tempo che mi separa dalla notte aspetto, dietro a una porta senza nome, il mio nome certo, da provetto guitto mistifico le emozioni, ma… l’assito vetusto del palco non regge più la commedia] Stupisce ancora, nonostante il passo sia incerto, quel calpestar di orme sulla rena immalinconita che mi trascina in un vagare senza alcuna meta così, per non sembrare inchiodato ormai alla vita. Se non ci fosse la certezza della tua mano sul cuore mancherebbe il respiro che da sempre ci accomuna a che pro allora arrovellarsi nell’attesa della chiama quando il tuo sorriso mi accoglierà inevitabilmente? Che danzi pure il tempo il suo falso minuetto, ora.

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C’era una volta il blu [i vecchi masticano i ricordi come Andini coca tra i denti e sputano il dolore sui piedi come scorie di anni canuti] Non serve. È illusorio placebo. Penso, mentre immerso nel blu tra laguna e cielo spolverato, cerco un appiglio, un accento, un sorso di memoria-rosolio che lenisca lo sfregio del tempo. Guardo il cielo. Il mare. Blu. blu come le tute degli operai che uscivano dai cancelli della Breda … blu come l’unico vestito elegante che mentiva la tua età alla Domenica … blu come i jeans troppo stretti che recitavano l’arroganza nei passi … Torno a masticar ricordi.

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Domani “l’affastellarsi di frasi, mozziconi di respiro le buone intenzioni e promesse da capogiro mille cose e mille affanni differiti nel tempo coltre di bugie pietose se sei senza scampo” Questo frulla per la testa mentre mi preparo e poi cerco nel sereno dei tuoi occhi la forza. Non vi è rima che possa lenire l’inquietudine che mi attanaglia e che non mi lascia fiatare. Che fare? Vestirsi di sereno in attesa del buio o ripetere allo sfinimento la nenia del domani? Farò come quel gabbiano che urla ogni mattino e attenderò che il tempo disegni il mio viaggio. Domani.

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Flashback di vento e spine T’ho visto crescere piccolo rovo orgoglioso delle tue acerbe spine color verderame rotolavi sull’erg dell’insicurezza degli anni rincorrendo arrogante falene adulatrici. Ho inseguito il tuo respiro nelle stagioni che imbrunivano inevitabili le tue difese. Spine senza sangue ormai, secche e riarse corazza immaginaria appesa all’omero. Rosso di more e graffi nell’anima attendi lo strazio dell’ultimo refolo di vento, ora. Il deserto s’è innevato, trattiene il tuo aire oltre le dune la pece del fondovalle è sirena. Sarà canto del vento tra le spine.

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Luna tu, adorabile puttana In quel tuo andare e venire notturno acqua di mare vagabonda sulla rena ora Vestale di riti e diafani amplessi ora rapace maitresse, concedi favori. Mutevole compagna di notti stranite, assenti nel cuore, presenti tra le dita una preghiera parrebbe uno schiaffo meglio sarebbe uno sconto sul prezzo. Tu conosci la mia ostinazione, tu sai distruggo la mia casa per ricostruire. Tu che governi la mia dicotomica vita dimmi la strada che porta alla quiete. Ăˆ l’una tu non appari, la coltre è vuota. In questa notte senza lucciole vaganti l’attesa immalinconisce il tuo ritorno il mare divora il mio castello di sabbia. Mia adorabile puttana, in fondo ti amo.

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Senza paura (a fearless time) Ho visto una rondine dalle ali spezzate arrancare testarda in cielo. Ho visto un gabbiano in arrogante delirio credersi falco predatore. Ho raccolto more e amore e tra rovi sanguigni ho perso le rose più belle. Ho legato parole e versi ingabbiando frasi e pensieri tra mura di carta vetrata. Tutto come in un racconto un film, una commedia, un solo assito, un solo guitto. -recita la paura specchiandosiLo specchio è una cicatrice taglia in due l’anima dolente divisa e indecisa nella scelta. -la paura è nata ieri, ma è figlia del domaniSo guys no fear, let’s go. Rock’n’ roll. Facile a dirsi.

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Senza voce la mia storia Della paura del temporale le mani in tasca che stringono due conchiglie portafortuna in quel campo sterrato senza colore e sassi il pallone sgonfio stanco d’essere inseguito. Della porporina arcobaleno di mille farfalle che pennellava le dita bambine affascinate tra le felci del declivio la vita aveva il fiato spavaldo nella certezza del tempo a venire. Della paura che torna ogni volta che tuona e il temporale s’avvisa repentino nell’anima ali di mille farfalle nello stomaco, muoiono e rinascono il dì appresso malgrado la neve. Della malinconia che ti prende al tramonto quando è il momento di chiudere il racconto quando le parole s’infilano le pantofole e poi nascondono la fine sotto la coltre della notte. Questo e altro potrei dirti ancora amico mio ma il cuore tace al sopraggiungere del buio nel tuono la voce è ormai amica del silenzio nella notte afona urlo alla luna la mia storia. Potrei dirti.

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Del mare, dell’acquasanta, del diavolo e la sua canta [spuma bianca/risacca lenzuola come un onda/il nodo alla gola pare un canto /gelato d’inverno ma è la misura/tra te e l’inferno] c’è una piccola chiesa raccolta nella mano che attende il mio cuore da tempo lontano c’è una preghiera che sin qui non conosco che volerà l’anima oltre l’insidia del bosco Ora. È tempo oramai. Nulla disconosco del mio passato, ma è tempo. Tempo di fermarsi, raccogliere i passi sparsi, gli anni affannati di un tumultuoso cammino. Tempo di stringere la mano di chi al tuo fianco da sempre nel silenzio ti sostiene e ti corregge. Basta riconoscerlo, riconoscersi nel suo sorriso e attendere l’abbraccio della sua spuma salata. Quasi un’acquasanta che libera e purifica. Ne canto.

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Epitaffio per una utopia Erano occhi limpidi e fantasie alate canzoni, versi tesi come pugni alzati e le certezze di parole credute ideale nei fazzoletti rossi vessilli liberatori. Erano tute blu di indomito orgoglio e l’imbelle gioventù ai lati del corteo carpiva i segreti di una vita dignitosa di uomini vessati da violenza antica. E gli occhi hanno visto l’ultimo sogno morire piano piano nei cuori inariditi la fantasia orbata da anni senza ideale nulla poteva contro la forza del potere. [così ora ne scrivo in punta di nostalgia e dedico a me stesso questi versi amari negli occhi avevo una splendida utopia dissolta nella fantasia assassinata ieri] Incido nell’anima quasi fosse pietra.

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Noi, corvi in attesa di Caronte Si crebbe. Avvinghiati ai capezzoli di madre Ecuba, divorati nella clessidra di padre Crono, lasciammo appesa l’incoscienza dell’età lacerata dai rovi di una tana tra le more. Si crebbe, ma poi. Nulla più ebbe importanza ai nostri occhi delle labbra color rubino dell’ingordigia così alla fonte ci radunammo come corvi in attesa dei cadaveri degli anni in fieri. Si morì, il dì appresso. Quando l’arroganza disvelò tutto il potere e l’insipienza colse il frutto di cuori ignavi, tutto ebbe ragion d’essere tra lampi e tuoni in un artefatto temporale di bombe sicarie. Si crebbe e si morì. Caronte non passò.

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Nomade precario, turista involontario Ho fotografato la vita nello sguardo dei miei figli poi l’ho incorniciata nel sorriso della mia donna. L’ho percorsa -turista involontario- senza biglietto e sono sceso a fermate prescelte da comandi ignoti. Ho sfuggito -nomade precario- le asperità del viaggio mistificando, perfetto istrione, il copione nella recita. Alla fine tutto torna, quando la vita presenta il conto rivendicarsi nomade non salva dal pagarne il prezzo. Saldati i conti, attendo il resto. Il viaggio continua.

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Non ho avuto cuore immerso in un efferato gioco elettronico mentre il respiro insegue i led sui monitor parole viepiù indistinte muoiono nel buio -game over***** Lo so. Come sempre mi hai aspettato, invano. Da tempo le canne sono pronte, sperano il Po s’è spazientito, le esche ammuffite. Stavolta la scelta era a portata di mano dalla porta socchiusa dell’anima filtrava caligine settembrina, livida coltre di trine. Ma le catene dell’oggi sono ancora forti così sono rimasto inchiodato alla realtà mentre l’attesa scandiva i bip elettronici. Lo so. Potevo scegliere, l’ultimo respiro ha scelto. Quanta altra misura di tempo indefinito colmerà il buio prima che gli ami strazino? Potevo scegliere. Non ho avuto cuore. ***** ora l’iridescenza delle ali di una Vanessa si frantuma tra i simboli e le cifre aliene per ricomporsi nel sorriso sulle mie dita -play again-

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Uno strappo nel blu Uno strappo nel blu. [quel giorno la pioggia colorava il mare la calle mostrava cicatrici mai suturate gabbiani attoniti sulle bricole arrossate lisciavano le ali come bimbe da curare] Uno strappo nel blu. Lassù. Ago e refe, per favore. C’è da guarire. Da serrare una finestra aperta sull’infinito la paura del domani va nascosta agli occhi e i battiti del cuore riprenderanno sereni. Ago e refe. Presto. Non c’è più tempo. Prima che il cielo pianga lacrime carminio suturare la ferita sarà panacea miracolosa l’uomo nero del futuro svanirà nel costato. Una cicatrice nel blu. Ora.

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A modo mio [ho inseguito lucertole e aquiloni nascosto la luna in un secchiello appeso alle spine i calzini bucati venduto le ali al banco dei pegni e l’amore col sorriso negli occhi vinto sulle panchine nella strada l’ho rotolato ai dadi della fortuna perso nel buio di notti senza luna sì, a modo mio questo ho vissuto e l’onda sorreggeva le mie anche nell’abisso c’era sempre l’appiglio uno scoglio di cartapesta colorata] Ora è là, all’orizzonte l’ultimo approdo. Quella sottile lama di porpora rilucente gioca a rimpiattino su onde anarchiche. Non ho potuto riscattare le ali -volerònonostante l’inerzia- ignavia degli anni. Fantasia incanutita scalpita ai comandi di un vecchio aereo di carta a quadretti. Ho inseguito la vita. A modo mio. -o lei ha inseguito me? -

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Ali strinate al crepitar dell’occaso Sa la nottola, avida e notturna meretrice rubare spazi impossibili con voli sghembi. Sa la falena dalle tessere di mosaico dorato danzare allo sfinimento allacciata alla luce. Entrambi andranno a morire quando Eos chiamerà accanto a se nuovi raggi bambini quando la notte butterà le chiavi della balera mentre le stelle schianteranno assonnate. Nottola e falena, ali diverse e diversi umori, un'unica soluzione che alberga nel mio cuore. Al tramonto, quando i viali del cielo ardono declamano l’eterno rovello Shakespeariano. Nulla importa del tuo disagio sul proscenio, bruceranno le ali strinate al crepitar cremisi, io continuerò nella mia splendida dicotomia. Cuore di sole o crepuscolare afflato d’anima? Abbaglia il rosso crepitare del tramonto, sì, tornerò all’addiaccio sapendo che il domani incontrerà ali strinate imbrunite allo sterno e sorprenderà alla vista dei miei calzari alati. Ali ai piedi all’aurora, se il tramonto brucia Hermes ti procura una chance inaspettata, nottola o falena dovrai onorare senza remora quella cambiale firmata appeso a testa ingiù. Intanto il rosso brucia i tuoi voli all’occaso.

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Canapa e cartone [malinconica tenerezza quella che assale lo sguardo mentre inseguo la spuma della scia che s’allontana] Vorrei della canapa, quella vera, non da bricolage, poi avere mani esperte che sapessero intrecciare la corda e cartone color nocciola dal sapore di antico migrante da ritagliare con sapienza contadina e abilità artigiana. [datemi canapa e cartone, ho sogni e ricordi da stipare in quella valigia color nocciola che attende l’abbraccio] …ma la scia s’allontana.

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Crepuscolare intesa Amo il crepuscolo. Quella mezza luce che addolcisce l’aria e non offende lo sguardo. È il volteggiare d’ali lassù, coriandoli anarchici, stelle filanti liberate alfine verso mani protese, pensieri multicolori sfuggiti ai lacci dell’anima. Il calore della malinconia che cala lentamente e ti avvolge e ti protegge dagli inverni futuri, perché tua è la consapevolezza che il sorriso appartiene alle aurore ma è disatteso dal fluire inarrestabile della sabbia nella clessidra. Adoro infine la mia allegrezza nel raccontarmi, mentendo spudoratamente al cuore quelle note vive che gli occhi cancellano sul rigo vuoto della memoria. Poi, quello struggimento che mi coglie improvviso, polvere di crepuscolare rossore che imporpora la neve. Ostinata compagna dei miei versi è poesia, se vuoi.

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Dolci bugie, cioccolatini al curaro [e passi il tempo a raccontarti il giorno splendide bugie, incartati cioccolatini -carta dorata che raccogli di nascostoche levighi di notte perché rifletta il sole non hai misura della strada che manca né se dovrai percorrerla da solo, se mai non vuoi saperlo e addolcisci il dolore incartando mille fole come cioccolatini] Non ci voglio pensare. Lo so è infantile. Ma quando volgo lo sguardo al domani lo spasmo è inevitabile, il cuore sbianca. L’ipotesi della solitudine è come curaro è freccia acuminata che lacera il costato. Non ci voglio pensare. Ma ci penso. [e passo il tempo a raccontarmi il giorno, la notte le bugie muoiono sul tuo cuscino]

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Mare e marciapiede, polvere e colori [c’è ancora marciapiede nelle narici -nonostante il salmastro della rivac’è ancora tanta polvere di nebbia -il grigio avvolge e rantola il cuore-] Mattine in bianco e nero. Così l’arancione del tram svilisce, se nella consuetudine dell’attesa la nebbia si confonde col cemento, il lampione inattinico è quasi sole. Vita di cemento, asfalto e camini tram e binari, auto e semafori ciechi colori illanguiditi, spauriti di calce di imposte chiuse e sorrisi appesi. Polvere grigia sfuggita al blu. [è sabbia dorata, verde/acquamarina -l’andare sereno di orme sulla renaè vento che tende la vela del legno -il mare scolora il grigio cemento-]

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Nient’altro che una voce Potrebbe essere una canzone. Un assito, un palcoscenico, un microfono sipario sul proscenio, leggio alle spalle, parole disattese, lunghe pause schernite. -il mondo chiuso fuori ad ammiccareVorrei scrivere quella canzone. Versi che parlino del cenno che ci unisce dell’intesa, del ritmo, della sincronia, dell’unico respiro che crea il nostro passo. -il tempo della neve ha sepolto il coloreVorrei quella voce. Nient’altro.

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Piano inclinato M’è fuggita dal costato per tre volte per tre volte l’ho ripresa pei capelli n’è rimasta una manciata tra le dita basterà al cuore per cantare la vita? [ho lasciato la porta aperta di quella capanna tra i rovi non tornerò ancora laggiù le more hanno troppe spine] Ora il tempo sbianca come quella farina che ha il sapore delle castagne d’Ottobre non ho spento gli ultimi sogni al mattino ma rincorro falene fantasma sugli scogli. [ti racconterò questa storia e il tempo sarà senza tempo le labbra allacciate sul seno scorderanno le more dei rovi] M’è fuggita dal costato per tre volte per tre volte l’ho ripresa pei capelli n’è rimasta una manciata tra le dita ma scivola lenta sul piano inclinato.

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Scarpe impolverate e ottovolante Non ho contato. Le pietre miliari abbattute le erme dai sorrisi stanchi i crocicchi disattesi nel riso i ciottoli tirati negli stagni. Erano gambe, allora. Ed era sfrontata incoscienza l’attraversare degli anni, poi tracannare il tempo a morsi aurore sempiterne nei sogni. Un ottovolante, la nostra vita. Sai, abbiamo finito i biglietti la corsa della giostra spegne. Abbiamo riso la gioia, urlato salite e discese, a mozzafiato. Ti guardo e conto i passi, ora. Non importa se so far di conto se l’ottovolante non ha piÚ ali, la polvere ha sepolto le scarpe. Ma le aurore sono sempiterne. Il sogno continua.

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Sindrome di Stendhal Ci sono momenti in cui, ancorata l’anima nomade a un levigato marmo, vengo colto alle spalle dalle bellezze della laguna. L’occhio spazia tra le barene, insegue garzette birichine. Allora scivolo dolcemente, mi lascio cullare dall’onda… Sogno? Che importa. Ci sono momenti.

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Ticchettano i perché nella pioggia La laguna ha il colore d’una pozza. I perché riflettono con la pioggia. Oggi il cielo ha il livore nell’anima le nubi, poi, sono sospiri incattiviti. L’acqua mi circonda, sa dimenticare. Bollicine diseguali affondano i perché e il ticchettare confonde il gabbiano. -appendo ai cirri domande irrisoltePerché hai connotato la tua vita come un numero telefonico alieno di cui non ricordi mai il prefisso? Perché ti accorgi di essere al limite solo quando sei al bordo del foglio e la matita è ormai un moncherino? Perché quando sai tutte le risposte e ne disconosci allora le domande cerchi scampo nel rifuggire il dolore? Piove. Ascolta il ticchettio.

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Zucchero a velo e tarantole Zucchero a velo sulle cicatrici -bianche trine di lacrime salatestasera paiono ragnatele violate di tarantole che hanno migrato. Non ha colpa il piccolo ragno -equilibrista sul suo filo di setapencola dall’edera del poggiolo, metronomo del mio inconscio. Così un velo di sogni consolatori addolcisce le cicatrici refrattarie la poesia è una tana di fine ricamo e i versi sono esche nella ragnatela. L’alba strattona i sogni, cade il velo è zucchero nel caffè, e le tarantole? Sorrido al piccolo ragno che risale forse stanotte ha ricucito la sua tela. [il dolore ha la sua meridiana e la neve ha irretito le tarantole]

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Luna park La sigaretta tra le labbra -sale l’azzurro al soffittoriflessi dorati del malto che muoiono nel cristallo mentre la matita correva tra le dita. -la mente vaE giorni e notti al tavolino -facevo l’amore con i colorifocosi amanti di illusori voli. E briglie sciolte alla fantasia carpita al cuore refrattario. -negavo al tempo l’onorarioAccade ogni volta che il bianco m’assale vorrei colorarlo con parole d’allora, ma da tempo l’azzurro non sale più al cielo ora il mare è il cristallo che riflette l’oro. Nel tunnel degli scheletri i teschi ridono ballano le ombre, giocano tra gli specchi l’otto volante della vita mi ha fagocitato ho finito i biglietti omaggio, ultimo giro. Ma tu hai il pass…

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L’uomo del ghiaccio non passò più… Perché non stupisco? (perché quando vedo le immani tragedie dipinte -quasi fossero repentine cattiverie dell’universosorrido mesto: è un déjà-vu che viene riproposto) Strano paese, il mio. Pare un vecchio calzino rattoppato ironicamente steso nell’acqua ad asciugare -fradiciozuppo di lacrime dimentiche di eguali sventure passate. Eppure solo mezzo secolo ci ha separato dagli anni di Creso dove gli arcobaleni erano stelle comete e gli azzardi portavano l’oro come Magi ma sotterravano veleni futuri. Il rispetto violato dall’ingordigia lasciò tacitamente posto all’omertà, e l’arroganza del denaro allo sfruttamento. Anche la coscienza dell’osceno stupro che si perpetrava fu affossata nel tempo dalla pigrizia illusoria del benessere. La terra parve ingoiare senza alcuna lagnanza l’insulto e ogni ingiuria venne celata nelle colate di calce e cemento. …la memoria ghiacciò nel “frigo” comprato a rate.

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Maria senza la sedia Maria. Così si chiama. La chiamano. Trascina una sedia di plastica bianca rubata al tavolino di un bar del corso. Siede lì accanto, disturba? Non chiede. Lo strusciare vociferante di anime sfila indifferente, distratto -non vedelei muta assiste al coro -non chiedesembra far parte delle antiche mura. Una sigaretta ciancicata tra le labbra accende il profilo di pietra del suo viso gli occhi senza voce interrogano l’eco dei tuoi passi frettolosi -il tuo disagioAssisa su quel trono di plastica bianca consuma la clessidra con dignità regale poi la scacciano -ci sono i clienti Mariain silenzio lei abbandona e s’allontana. Domattina come ogni giorno incrocerò sotto i portici il suo passo strascicato, lei -figura senza tempo di un tempo alienoreclama un posto, la dignità d’una sedia. Due passi più in là, Maria.

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Nel sogno il canto di una rosa nera Madre, avanti alla porta ho indugiato -la fossa affondava nel buio assolutola rosa nera col suo canto mi allettava poi la paura del distacco m’ha rapito. Mi prese per mano un sogno contrario -il limbo mi avvolse nel fiato sospesolaggiù ero disteso su un verde giaciglio sereno malgrado l’inganno del dolore. [così ti avrei raccontato il mio sogno cercando conforto sul tuo seno -mase ti cerco nei miei spasmi bambini il cuore si stringe e il vuoto m’assale] Tempo è passato e al tempo ho pagato tributi all’inesorabile usuraio di anni, ancora mi manchi ma so che m’attende dietro alla porta il canto ammaliatore. La nube di gabbiani è polvere d’argento sorrido al tuo ricordo, i petali scolorano -nuovamente il buio oggi m’ha stregatoe il canto della rosa è strida arrochite.

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Scorticati versi -alla finestraOggi questa bora che urla nella calle scheggia il viso pare il vecchio rasoio regala cicatrici nivee come ghiaccioli. Questo respiro incattivito dell’oriente feroce come una palla di desertici rovi ti rincorre rotolando sull’acciottolato. Resto ancorato al marmo delle parole mentre il sibilo ferisce tra le imposte bestemmio il gelo che avvilisce le dita. Di là dal vetro la calle è livido grigiore resti dell’ignoranza umana s’avvitano intonando note sghembe di indecenza. Scortica l’anima l’ultima nota.

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Tavolozza d’autunno Non conosco più il rossobruno e il verdeoro dei platani antichi ora il mare colora con batuffoli d’acquamarina sparsi sulla rena. I passi non crocchiano l’allegria rivelano l’incedere disarmonico e il canto delle foglie d’autunno è perso lassù, è strida arrochite. Che importa ora il vento t’invita a un ballo, quasi fosse gran festa. Lo stupore è il sorriso nelle note di un valzer musette, metto le ali. -t’irride l’autunno tinto di mare-

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Tra le braccia di Aracne la poesia è una trappola di trine d’argento cattura parole -prede ingenue ammaliateimpania versi nella ragnatela e li appende come bozzoli in attesa di dischiudere le ali Stanotte finalmente ho liberato le parole son volate qui accanto a te al tuo cuscino. Spezzo fili d’argento -ingannevoli catenee disfo la tela con versi di tenerezza alati. È inevitabile. Quando vedo la dolcezza nel tuo sguardo -benché la sera corroda i battiti del cuoreAracne m’inganna e scrivo diari bambini preda impaniata nella trappola d’argento. Tra le tue braccia.

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Troppo tardi per l’arcobaleno [ranuncoli di primavere calpestate lamponi e more colti all’improvviso boschi e felci sul precipizio sognate pitto sull’asfalto da fantasia acceso] Troppo tardi. È un refrain. Il filo rosso che annoda la mia vita. Treni da prendere -persi all’istanteattese disilluse in corsie allucinate nei bianchi filari di pietra allineati. L’arcobaleno s’è spento indispettito la neve del tempo ha sciolto i colori. L’affanno del cuore non mitiga l’ira -la pentola d’oro ha preso altre vieAltra strada. Corri, sei in ritardo.

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Una promessa ancora senza titolo questa pioggia che infradicia le ossa oggi mi tiene legato a una promessa ti racconterò senza alcuna timidezza l’amore che la neve chiama tenerezza Una quartina per dirti che sì, scriverò. Scriverò quel libro che tanto desideri. -dimmi allora con parole sempliciCome il mare ti abbia catturato, come la falce della luna stanotte mieta la mia anima senza dolore. Capirò tra le tue braccia lo strazio di quel grido arrochito tra le nubi: è il vuoto che coglie e imprigiona, lo colmerò scrivendo dell’amore. -dimmelo ancora, è una promessa-

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Al fuoco, al fuoco Così sia, sino all’ultima pagina. Nel deserto della ragione si faccia questo falò -vedremo ballare intorno alla pira le ombredisarticolate nel rito macabro dell’ignoranza. Per tutti quelli che oggi la memoria alienano per quelli che stravolgono le parole tra i denti quelli per cui infine il libro è spina nel costato. Non ho vissuto primavere bastanti a questo -straziano al solo pensiero le fiamme di cartanon ho neve a sufficienza per placare il cuore. Si griderà “al fuoco, al fuoco” -dopo la cenere-

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Come Quando Fuori Piove non erano belle carte non era la mia mano puntai il resto al banco avevo un due di picche “Lei è proprio un miracolato, sa?” -dietro il sorriso il camice biancoEro piccato, stentavo a crederlo avevo puntato in quel successo. Poi il lampo degli occhi acquosi del vecchio mendico per strada raccontarono ai miei la fortuna, l’umiltà che era dovuta alla vita. non erano belle carte non era la mia mano puntai il resto al banco e vinsi con la scartina Altre partite m’hanno atteso altre per ignavia ho disatteso ma ora so che se ti ho a fianco il gioco ha più chance, vinco. La fortuna è veleno giallo, ride negli occhi acquosi di quel joker “sei convinto d’esser un leone? sappi, c’è chi t’ha regalato l’alea”

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[non odiarmi vecchio, non c’è fumo per te nelle tasche m’è rimasto solamente il filtro e un sorriso -ti basterà- il resto l’ho giocato ora ho quattro semi da regalare a chi crede] -Come Quando Fuori Piove-

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La sirena dagli occhi di giada Ăˆ quando il nulla ti soffoca in un abbraccio esagerato che il buio ti pare tenera culla e ti adagi alla cantilena. La sirena che martella nel tuo cuore ha occhi di giada e la sua voce riconosce ogni anfratto della tua anima. Potrei raccontarti come ho inseguito lucciole svampite sospeso in un limbo di cera mentre il palco della notte illuminato da una miriade di led multicolori sfumava, all’orizzonte la vita parve riprendere il fiato imbolsito. La sirena incanto del nulla ebbe voce di tenera amante ma lo sguardo celava la notte dietro il lampo prezioso. Sulle mani le lucciole ora disegnano le linee della vita e non hanno occhi di giada, ma il sorriso della fortuna. Il sorriso accecò la giada e il nulla non ebbe piĂš voce.

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La stola di lupo appesa al marmo Hanno ucciso il lupo cattivo le beghine sfilano in gramaglie ora il vizio lo portano al collo il pelo titilla l’utero distratto. Il necrologio del bar all’angolo recita accanto alle tazzine da caffè il rosso pennarello insulta il lutto e il corteo è diaspora tra le paste. [l’assassino che si cela nel costato dell’algido cuore restio al nuovo è chiarore delle zanne nella notte che alletta e violenta il femminino] Hanno ucciso il lupo precario coscienze ipocrite brindano il fiele la stola blu sulla gru della fabbrica è sirena muta agli occhi disperati. La lapide al cimitero pare un erme epitaffio la stola appesa al marmo deflorato dal rosso fulvo del pelo dileggia l’ironia viscida del potere. -vieni, c’è una strada nel mare-

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Nella calle l’eco del mio Natale è per te che ancora rincorri farfalle notturne e lucertole che al mattino sculacci i sogni per la paura dell’abbandono è per te che ai tuoi calzoni corti hai appeso la fionda consumata che ancora provi nuovo stupore nel rimirar la vita che è sanata Questo canto parve sciogliersi nella calle una eco -un prato su cui correre ancoraun coro che solo la mia anima tetragona ad ogni emozione, paurosa dell’universo poteva percepire al pari di lieve angoscia prima che i rintocchi placassero i sussulti. Ma forse sono io che canto questa canzone la mia dedica a quel che resta del bambino che vorrebbe fosse fiaba ancora il racconto da scrivere nel libro dalle pagine sfiancate, ingiallite dal tempo come foglie d’autunno, caduche sulla neve che incanutisce il sogno. -questa voce mi somiglia e raccontaL’aria profumava di legno e mandarino le strade erano lucciole imbrillantinate e gli zampognari musicanti nella neve del soffice e ovattato battere del cuore.

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Che resta di quel respiro di quella malìa ora che anche l’incenso è polvere sottile che lo sguardo è prono sui propri passi e le ombre riflettono orbe delle vetrine? Resta solo la vergogna, la memoria obliata profitto sulla pelle di cristi senza più croce l’ignavia e la menzogna propinata ai cuori sogni affogati e speranze da cinismo illuse. è per te che ancora ti commuovi al veder il cavalier di terracotta sul cavallo con l’anima di ferro zoppo di guerre perse nel gioco è per te che vorrei questo Natale fosse il profumo delle caldarroste il sorriso di occhi volti al domani e lucciole indaffarate nelle vetrine -per me sorride nella calle questa eco-

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Piove nebbia come zucchero filato e trine di lino La periferia di Milano si appiccica alla pelle come sottile nebbia di dolce zucchero filato, la darsena è porto sicuro per giovani rossori. -il Naviglio, la gibigianaLa laguna a Chioggia ti veste come un guanto e intreccia di verdi alghe il trine del corsetto, poi gioca a nascondino tra il sole e la nebbia. -il mare, lo specchiettoNon ho riparo ai ricordi, la vita è un luna park nella casa degli specchi rincorro la mia ombra, ragnatela intrecciata come uno scialle di lino. -la nebbia, sul mio cuoreCome vedi padre l’acqua ha disegnato il passo nel gioco dei riflessi la tua immagine riaffiora, e nell’andare e venire delle onde io ti racconto. -piove, amaro è lo zucchero filato e liso il trine-

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Indice

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(come dentro un’illusione) ................................. 176

A modo mio ................. 237 A ovest la paglia brucia 184

*Snake charmer (avanti, c’è posto) ................... 18 “Buongiorno, come stai?” ...................................29 “Ottembre” ................... 139 …e andavo come una Locomotiva* .............. 57 …e poi il cielo cadde senza alcun rumore ........... 168 …e poi, in quel tempo sospeso .................... 187 …e sono ancora qui ........ 33 11 Giugno 1984, quella sera ho pianto .................. 111 19 Marzo (a mio padre) ..58 68. (mutazioni genetiche in corso) .................. 125

A passo di danza .......... 222 A perdifiato, nel sogno .. 25 Ad occhi nudi ................. 26 Al fuoco, al fuoco ......... 260 Ali di cristallo e parole indigeste ..................152 Ali strinate al crepitar dell’occaso ............... 238 All’ Università della terza età ............................. 27 Altri la chiamano ........... 78 Ancora mimose, nonostante .............. 185 An-ghin-gò ................... 198 Apogeo ........................... 96

A cavalcioni su una sedia ..................................113

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Appunti ........................ 186


Asincronia .................... 136 Attimi bruciati intorno al falò............................. 97 Au revoir....................... 137 Auguri senza tempo ...... 98

Caleidoscopio (ci sono notti) ....................... 166 Canapa e cartone ......... 239 Chez moi…a Montecarlo (1987) ...................... 138 Chiocciola indecisa ....... 211

Averti… ............................. 7 Chioggia, esagerata ........80 Baratti.............................. 8 Barena in attesa di un altro minuetto .................. 153

Ciao Lucio, raccontami .. 59 Ciondola le gambe, la luna puttana.......................31

Bianco Arcobaleno ........ 28 Block notes disperso .... 154 Blue jeans, rock’n’ roll e strelitzie..................... 79

Come Quando Fuori Piove ................................ 261 Cos’altro? ..................... 158 Così, la vita................... 100

Bulloni d’acciaio e traversine di quercia 155

Crepuscolare intesa ..... 240

C’era una volta il blu ....223

Cuore di maiolica ............. 9

Calce bianca e zinco tempera .................... 30

Cuore di paglia (a broken midnight) ................ 220

Calcinculo e gabardine nero ......................... 142

Del mare, dell’acquasanta, ................................ 230

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Di grembiuli bianchi, aghi e occhi azzurri ........... 32

Era solo un'ipotesi remota ................................ 189

Di rose e lamponi scolora l’azzurro .................. 143

Falene rosse e sabbia .... 127 Fiammiferi e frammenti 60

Dietro l’uscio ti attende 101 Disamore ...................... 199

Figlio di puttana ............ 34 Flamingo Bar ................. 82

Dolceamaro .................... 81 Dolci bugie, cioccolatini al curaro ...................... 241 Domani.........................224 Domani farà bello, hanno detto… ....................... 10

Flashback di vento e spine ................................ 225 Formula sbagliata ........ 190 Foulard (seta che sutura) ................................ 212 Fragile (reloaded) ........ 221

E tu ............................... 188 Eccomi ............................. 11 El tram che menava a la Bicocca ................... 200

Fragole rosso sangue ... 128 Franco e il geco nella scatolina di latta ..... 202 Frattaglie, mie.................. 6

Emersion (surfacing frame by frame) .................. 115 Epitaffio per una utopia231

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Gelosie verde scuro ...... 102 Gichero e Passiflora, un amore di veleno ....... 116


Grido nella nebbia prima dell’arcobaleno ........ 159

Immemore cancello ....... 14 Intenzione di poesia .... 169

Ho guardato la notte negli occhi .......................... 12 Ho ritrovato il mio palcoscenico .............. 35 Hypnosis ........................ 61

Io che sapevo nuotare .. 213 Io di te .......................... 104 L’illusione del roveto .... 161

I colori di San Valentino 36

L’irreale diaframma tra sogno e realtà .......... 170

I conti alla fine tornano sempre ....................... 37

L’ultimo Carnevale ....... 171

Il camaleonte e la mantide blasfema .................. 144 Il circo dalla pista quadrata ................................. 103

L’unica certezza ............ 119 L’uomo del ghiaccio non passò più… ...............251 La libertà del gabbiano .... 2

Il compagno di viaggio ...62 Il mio posto ................. 203 Il sapore della nebbia ... 177 Il seme nero di un sangue nomade.................... 160 Il velo da sposa ............... 13

La seicento con le portiere controvento.............. 191 La sirena dagli occhi di giada........................ 263 La spina nel cuore è un ago conficcato in gola .... 163 La stola di lupo appesa al marmo .................... 264

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La tonaca nera e il crocefisso di maiolica .................................. 117

Mare e marciapiede, polvere e colori ....... 242 Maria senza la sedia .... 252

Lenzuola di lino e sciacalli afoni ........................ 129 Like Zabriskie Point ..... 130 L'irresistibile fascino delle macerie .................... 178 Lische di pesce in un affresco ......................84 Lo specchio dietro l’angolo ................................. 145 Lo zoccolo di legno col cinturino di cuoio rosso ...................................38 Luna park .....................250 Luna tu, adorabile puttana .................................226 Luna, stelle e peperoncino ................................. 146 Mai di Sabato ............... 120 Mandorle amare.............39

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Mattinata accartocciata 131 Maudit étoile di un antico carillon!................... 132 Me intriga el parlar ciosoto* .................... 121 Mi racconto un sorriso 122 Nati orfani.................... 214 Nel sogno il canto di una rosa nera ................. 253 Nell’immediatezza che coglie ......................... 63 Nella calle l’eco del mio Natale...................... 265 Nelle mani (in punta di dita)........................... 40 Nelle mani (in punta di lingua) ........................41


Nelle mani (in punta di matita) .......................42

Ombre cinesi .................. 87 Onirico bianco ............... 47

Nelle mani (in punta di piedi) .........................43 Nero Notturno Bolero ....44 Nient’altro che una voce ................................ 243 Noi, corvi in attesa di Caronte ....................232 Nomade precario, turista involontario .............233 Non eri un peso ..............85 Non fumo… più, grazie.. 86 Non ho avuto cuore ..... 234 Non sono Icaro ............... 15 Non svegliarmi ............... 16 Occhi di serpente ......... 215 Oggi ha nevicato…(ancora mi mancate) ..............45 Oggi vorrei non ci fosse 172

Onirico tango ................179 Ora d’aria per un cuore coatto ...................... 192 Ottomarzo tra le voci ..... 64 Overbooking .................. 88 Pag. 99 ......................... 105 Pantofole di legno e zoccoli di lana ..................... 133 Pari e patta .................... 173 Per me ............................ 65 Perché è una fiaba........ 162 Petali ............................ 204 Piano inclinato ............. 244 Piove nebbia come zucchero filato ........ 267 Piramidelirio .................. 89

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Prefazione ........................ 4

Sale sulla coda in una confusione d’ali....... 108

Prestami i tuoi occhi .... 180 Sarà tristezza? ................ 48 Pulizie di primavera .....205 Puntini di sospensione. 123 Quando saprai il nome. 106 Quarantaquattro volte sì ................................. 156 Quasi foglie d’Ottobre .. 157

Scarpe impolverate e ottovolante .............. 245 Scorticati versi -alla finestra- .................. 254 Scusami vita, puoi ripetere? ................... 181 Se avessi fiato suonerei l’armonica ............... 206

Quattro braccia di mare 90 Se fosse poesia… .......... 148 Quattro mani di bianco ..66 Quel che è rimasto ....... 107

Se il piatto piange, la sporta non ride ......... 92

Quindici minuti da rendere ................................. 147

Sembrava rosolio, è aloe ................................ 216

Raccontami una bugia . 193

Senza .............................. 67

Rap sans-papiers.......... 174

Senza eco ..................... 207

Respiri inarcati............... 91

Senza paura (a fearless time) ....................... 227

Sabbia e neve.................. 17

276

Senza titolo .................... 49


Senza voce la mia storia ................................ 228

Terracotta e fil di ferro 140

Silenziosa armonia ....... 217

The dark side of my soul ................................. 141

Sindrome di Stendhal . 246

Ti direi…..........................51

Solitudine, sottovoce ......93

Tic Tac ............................ 52

Sospetti d’azzurro......... 109

Ticchettano i perché nella pioggia .................... 247

Sottese ciglia................. 182

Tienimi così, stretto ....... 54

Sotto la parola, niente. .. 68 Tra bistro e ciglia ........... 23 Soul and fantasy ........... 124 Specchi deformanti ........69 Spine della memoria, per non dimenticare ....... 20 Stanotte, sul tetto ......... 194 Su e giù per le scale ........70 Surreale paranoia euclidea ................................. 110 Tarsia .............................. 21

Tra forse e ma, senza rimpianti ................. 195 Tra la salvia e il rosmarino ................................ 149 Tra le braccia di Aracne256 Tra lune farlocche e verità irreali ...................... 164 Tra sampietrini e primule ................................ 196 Tracce di cinica albagia .. 71

Tavolozza d’autunno .... 255

277


Troppo tardi per l’arcobaleno ............. 257

Una promessa ancora senza titolo.............. 258

Tsunami di cicale ........... 72

Unbreakable .................. 73

Ultimi chicchi di grano maturo..................... 150

Uno strappo nel blu ..... 235

Un dĂŠjĂ -vu alla porta .. 208 Un vespaio di sogni coatti ................................... 55

Vademecum del buon cinico......................... 74 Verso sera ...................... 75 Vieni, ti porto via ........... 94

Una fiaba bugiarda....... 218 Una partita improponibile ................................ 209

278

Zo de cale ....................... 76 Zucchero a velo e tarantole ................................ 248


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Spifferi  
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