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Il punto di partenza è che ogni servizio-spettacolo dichiari non solo per quale scopo ma anche per quale cliente lavora. Ciascuno pensa, ovviamente, che il proprio lavoro è ben fatto. Tutti gli operatori dello Spettacolo si sentono autoreferenziati. Affrontare l’applicazione di un metodo terzo, riconosciuto pubblicamente dal mondo del lavoro, e conformarvisi, può essere una ginnastica producente per il servizio-spettacolo, e anche per i processi produttivi; un modo costruttivo per andare verso un orizzonte, molto vicino, dell’organizzazione culturale che è in vorticoso mutamento. Il cittadino-standard “occidentale” del terzo millennio è in forma fisica, magari palestrato, mediamente capace di internavigare, con un cellulare-protesi trapiantato nell’orecchio. E’ dotato di tante carte di credito e di pochissimo denaro vero. E’ informato e interattivo, non ha un particolare bisogno di essere intelligente e tantomeno colto. Pretende un lavoro ben pagato, che tuttavia conceda abbondante tempo libero, e un ragguardevole numero di cosiddetti servizi che gli garantiscano un variopinto edonismo permanente. In proposito è ormai abituato a subire, nel quotidiano bombardamento pubblicitario, dichiarazioni e promesse di “qualità” sempre più frequenti e spesso palesemente improprie. Che tipo di “cliente” è costui? Qual è il suo rapporto con la “cultura”, o meglio, con le “culture”? Sugli scaffali delle “librerie” degli autogrill e dei supermercati si possono vedere, disciplinatamente affiancati, “Siddharta” e “Scopare per dimagrire”, a conferma che l’anima e il corpo sono da sempre più popolari del logos, il quale sembrava poter essere il luminoso segno degli ultimi decenni del Novecento, la laica rivincita della ragione sugli orrori dell’homo homini lupus. Si è invece scivolati in una dittatura dell’offerta “colta”, in un elitarismo forse involontario, contro cui il “popolo” (più probabilmente i suoi tribuni) ha lanciato una sfida iperconsumistica, sorretta dal benessere globalizzato e perciò inesorabilmente vincente? E’ una domanda troppo difficile, cui tuttavia il management culturale non può non dare risposte. L’organizzatore deve salvaguardare gli obiettivi di nicchia, tutelare l’espressività artistica e le esigenze degli studiosi, ma deve altresì attenersi ai fatti (uno dei citati otto principi ISO). La democratizzazione della cultura è innegabile, e la centralità dell’utente nell’erogazione dei servizi culturali ne discende automaticamente. Oggi il “demos” è una massa di clienti

Qualityshow  
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FERRARI Franco, QualityShow. Qualità gestionale e sistema-sala. Norme ISO e attività dello Spettacolo, FrancoAngeli, Milano, 2000.

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