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L’inadeguatezza è anche dei valutatori e dei certificatori, che spesso si fermano al rispetto burocratico del dettato normativo e non sono in grado di capire gli effettivi miglioramenti di un’azienda. Le risorse umane, specialmente se sono dipendenti fissi, fanno resistenza al cambiamento e temono i controlli (e questo è un atteggiamento diffuso negli enti dello Spettacolo pesantemente sindacalizzati); la Qualità è valutazione ma le persone sono sostanzialmente immisurabili. La mancanza di risorse economiche da assegnare alla Qualità incombe su tutto; i costi aggiuntivi della sicurezza, della salute e dell’ambiente sono comunque più cogenti; e in ogni caso i bilanci dello Spettacolo faticano a ritagliare nuovi capitoli di spesa. Perfino da parte dei tecnici della Qualità ci sono riserve sul futuro delle norme. Un’autorità come Tito Conti scrive: “L’area tipica di applicazione delle ISO 9000 è stata nel passato – e a mio avviso avrebbe dovuto rimanere – quella mirata a dare solidità al rapporto business to business e a porre le basi per un generale abbattimento delle barriere che ostacolano la libera circolazione dei beni e dei servizi. Ma l’area che convenzionalmente viene definita del Total Quality Management non ha bisogno di norme. I modi organizzativi che l’impresa assume per competere (essi stessi differenziali competitivi) non possono essere definiti da norme, anzi è controproducente cercare di normalizzarli, perché ciò può limitare la spinta alla differenziazione, che è il sale della competizione” (cfr. “Qualità”, giugno 1999, pg.48). Sono valutazioni troppo avanzate per un comparto come la Cultura dove la concorrenzialità ha un’accezione del tutto particolare. Una crescita sul piano dell’organizzazione è certamente un fattore competitivo per le attività culturali, anche se il loro successo dipende dal valore della loro proposta. In proposito si è evidenziato, nei capitoli precedenti, un legame forte fra qualità del servizio e qualità del prodotto veicolato dal servizio. Nel sistema-sala ci sono gestori “puri” come gli esercenti cinematografici e gestori “misti”, i quali devono convivere, spesso contradditoriamente, con una funzione produttiva. In ogni caso, per quanto riguarda tutti gli spettacoli dal vivo, gestire una rappresentazione è un po’ coprodurla, in rapporto agli esiti sia economici che artistici. Ciò spinge ulteriormente a pensare che lo Spettacolo, come tutti i servizi a rilevanza sociale, abbia bisogno di rinnovare il modo di fare gestione. La Cispel, ampiamente rappresentativa di

Qualityshow  
Qualityshow  

FERRARI Franco, QualityShow. Qualità gestionale e sistema-sala. Norme ISO e attività dello Spettacolo, FrancoAngeli, Milano, 2000.

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