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un mare che porta via racconti

(1939-1947)


collana riscoverte


Un mare che porta via © 2008 Franche Tirature s.n.c Prima edizione «Riscoverte» 2008 www.franchetirature.it isbn 978-88-95653-02-0


Silvio Micheli

Un mare che porta via Racconti (1939-1947)

Introduzione di Antonio Dalle Mura

Franche Tirature


Un mare che porta via


Nota degli editori

Questa breve raccolta di racconti vuole essere un invito a rileggere uno scrittore che, a parer nostro e non solo, meriterebbe ben altra collocazione nel panorama letterario italiano. La responsabilità del suo immeritato oblio – come ricorda bene Antonio Dalle Mura nell’Introduzione di questo volumetto – va forse ricercata in quel neorealismo divenuto presto così démodé. Non vi è dubbio che quella sorta di «marchio di fabbrica» della scrittura del Micheli emerga chiaramente nei suoi scritti, creando quello che Italo Calvino, scrivendo allo scrittore viareggino, definiva il «tuo clima preferito di paesaggi squallidi e di solidarietà umana»*. è altresì certo che attraverso quella sua sentita aderenza allo Zeitgeist in cui nacque il neorealismo, il Micheli sia stato capace di regalarci pagine di sincera e onesta e vera letteratura. Dei racconti che abbiamo deciso di pubblicare, pervasi dalla miseria e solitudine di Pane duro – alcuni dei quali precedenti al romanzo stesso – esistono numerose versioni, come se l’autore, mai completamente soddisfatto, non volesse trovare per essi una forma definitiva. Il metodo utilizzato per questa edizione è stato quello di preferire la stesura più recente a nostra disposizione, sperando così di tenere conto delle esigenze letterarie che avevano mosso l’autore. La testata e la data di pubblicazione sono riportate in calce ad ogni racconto.

* Italo Calvino, I libri degli altri, Einaudi, Torino, 1991, pp. 26-27


Introduzione

Silvio Micheli, come lo ricordo, era un tipo segaligno, il volto tirato e accigliato da sembrare severo, una mezza sigaretta infilata in un bocchino di corno tra le labbra strette. «Segaligno come il falasco» avrebbe detto lui. Fra gli amici con cui lo si vedeva spesso in città, impegnati in animate discussioni, era Renato Santini, altro grande di Viareggio. Abitava in Darsena e, quando – per dirla con le sue parole – «il sole sdrucciolava oltre la catricola dei pini», era facile incontrarlo in pineta, non lontano da casa sua. Passeggiava a passo lesto, come al solito, e XI


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spesso, se ci vedeva, si fermava a dire tutto il suo disappunto per lo stato della pineta: tutta colpa dei politici, anche di quelli della sua parte. Erano gli anni ‘50-‘60. Noi ragazzi – che bazzicavamo la Darsena e spesso ci vedevamo al cro – avevamo per lui grande considerazione: aveva vinto un premio Viareggio e perfino Pavese – che, per noi, era lo scrittore italiano più grande del tempo – ne riconosceva il valore. Eravamo tutti lettori appassionati; andavamo al cinema – una volta la settimana, non di più, ché le nostre tasche non ci permettevano di andarci più spesso; frequentavamo il Circolo del Cinema di Frantz Arrighini; interminabili e accalorate erano le nostre discussioni su libri e film. Eravamo tutti «impegnati» e, inutile dirlo, il neorealismo era il «verbo». A quelli di noi che facevano o avevano fatto il liceo, il professor Simone aveva insegnato a leggere gli scrittori contemporanei (soprattutto quelli italiani, ché di quelli stranieri il professore pochi ne salvava, anzi lamentava il diffuso «cafonismo esterofilo» del Paese), e di questi, a scuola, ci faceva riportare note e impressioni su uno speciale quadernetto. Naturalmente, il premio Viareggio era una importante occasione di discussione: così, un po’ alla rinfusa, mescolando narrativa poesia e saggistica, imparavaXII


introduzione

mo a conoscere, oltre a Silvio Micheli, Domenico Rea, Tommaso Fiore, Rocco Scotellaro, Eugenio Montale, Giuseppe Raimondi, Francesco Jovine, Carlo Levi, Elsa Morante, Carlo Bernari, Mario Rigoni Stern. E Silvio Micheli con il suo «Pane duro», anche accanto a quella gente ci faceva la sua figura; rileggendolo oggi, dobbiamo dire che è stato troppo presto e troppo ingiustamente dimenticato, accantonato da quella critica che ha rimproverato a lui di «essere stato troppo puntuale all’appuntamento con i miti e doveri dell’impegno civile» e al suo libro di essere stato «incarnazione integralistica degli ideali e precetti del neorealismo» (G. Roboni). Certo, per stomachi delicati che non hanno patito la fame della guerra e del dopoguerra, quel pane appare veramente duro da masticare e da mandar giù. Anche se il libro è prolisso per numerose e insistite tirate parenetiche e didascaliche, possiede, tuttavia, una carica e una tensione che ancor oggi ti afferrano. E quando parla di Viareggio, fa della poesia: «Il mio paese tra il cielo e i monti, covato dalla risacca del mare dove nascevano fresche mattinate filate d’oro. Dove ogni cosa si disegnava con un ritmo di giochi infantili, di lontananze aperte a tutte le voci…»; il paese, di cui soffre la lontananza e che muore dalla voglia di XIII


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rivedere: «Avevo una voglia matta di trovarmi lungo la battima del mare, spiaggia deserta del mio paese, per udire precisamente lo schiaffo dell’onde alla risacca, il grido acre dei gabbiani gonfiati dal maestrale. I monti sarebbero apparsi ancora di un bell’azzurro viola, a ridosso del paese, le pinete di un verde forte, e rossi i tetti accovacciati come una conchiglia». Il mare, «un cielo liquido […] ampio e mugliante e la pineta chiusa nel suo silenzio verde: il mare e la pineta abbracciati dalle Apuane». E quando lo rivede, «Era così tepido l’aprile, tutti gli aprile della mia vita mi circondavano con una tavolozza di colori e con un flusso di sapori che io riconobbi socchiudendo gli occhi. Vidi: cobalto con un sapore di salsedine; verde veronese con un sapore di pini; giallo limone con un sapore aspro dolce; poi vidi l’acqua per sitibondi, acqua di roccia, acqua poesia e infine un aprile velato con mia nonna che urlava presso la battima del mare…». Ma il paese non è «soltanto il mare ampio e mugliante» abbracciato alla «pineta chiusa nel suo silenzio verde», perché «paese si chiama quello dove qualcuno ti aspetta, dove i volti della persona ti sono noti, amichevoli anche se gli anni si nascondono nelle rughe. Paese si chiama quello dove gli occhi ti guardano XIV


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grati, dove qualcuno ti dice: – Ohé, come va? Quanto tempo è passato. Ti ricordi di quando …». Ma «Pane duro» è soprattutto un grido di protesta, un atto di denuncia contro il padrone («quando si dice padrone si dice tutto») e contro il «sistema» che ti afferra, impersonale e implacabile, e ti trascina e ti macina nei suoi ingranaggi. È anche la storia di una ossessione: quella del protagonista che continua a scrivere e riscrivere il suo libro per sé e per gli altri, perché scrivere è un mezzo per conoscersi e per conoscere, ed è soprattutto mezzo di riscatto e di liberazione. Micheli tanto credeva nel potere liberatorio e nella dignità dello scrivere, tanto era convinto della responsabilità politica del suo lavoro, che quando qualche anno più tardi fu chiamato a far parte della giuria di un premio letterario – quello di Massarosa – rifiutò di dare il suo voto a un’opera «monarchica», come la definì lui, e non esitò a dimettersi dalla giuria stessa che decideva di premiarla. Ho parlato a lungo di «Pane duro» perché mi si è presentata l’occasione di ricordare e rendere giustizia a uno scrittore e a un’opera che sono stati troppo a lungo dimenticati. Ma il Micheli, che merita un posto tutto suo, e di assoluto rilievo, nella storia della letteXV


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ratura italiana, è il narratore della marineria e dei marinai viareggini, il Micheli che, nei «Capitani dell’ultima vela» («Gran lasco» e «Una famiglia viareggina nei mari del mondo»), ne scrive l’epopea asciutta e senza sbavature. Con ritmo incalzante e senza pause, senza traccia di retorica, sempre evitando di essere scrittore di paese e senza mai cadere in facile populismo, riesce a scrivere quelli che sono, ad un tempo, libri di storia e di cronaca, libri di avventura e documento umano. E scrive soprattutto una storia alta e particolare di Viareggio narrando le vicende dei suoi marinai e dei suoi velieri: i brigantini, gli scunere, i barcobestia, le barche più belle e più ardimentose che mai hanno battuto i mari del mondo. Sobrio e appropriato è il linguaggio: i marinai sono sempre marinai e basta, mai lupi di mare, tutt’al più «veri marinai» ché «Lupo-di-mare è un attributo inventato dai terrazzani, non dalla gente di mare». E li descrive con le loro parole, che pare di sentir parlare proprio loro: Antonimi figlio, per esempio, era «alto e di nobile aspetto, severo alle onte, cortese alle grazie, beffardo coi burbanzosi». E quando parla dei suoi velieri, lo fa da profondo conoscitore: parla delle scotte e delle caricascotte, delXVI


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lo strallo di trinchetto, del drizzo di velaccio, del buttafuori, della crocetta come lo farebbe il più esperto e il più navigato dei marinai. E non perde mai l’occasione di metterci sotto gli occhi e sotto il naso la sua Viareggio: «Il fumo della pece stava sempre nell’aria, non era acre, era profumato, odore di pino aperto da ogni colpo d’ascia», che è proprio il profumo che da bimbetto sentivo, specie la sera all’imbrunire, quando andavo a prendere le sigarette per il mio babbo da Corrado del ponte, vicino al ponte di Pisa. Oggi la ricerca paziente e attenta di Jacopo Cannas e Sabrina Mattei ci permette di leggere quei racconti che, scritti a cavallo della seconda guerra per giornali diversi, sarebbero andati sicuramente perduti. Sono racconti di uomini comuni, di pescatori e di terrazzani, protagonisti, per lo più, di una commedia umana di poveri e umiliati. Anche qui il filo che lega questi racconti è quello della solidarietà, della comprensione e della compassione. Saranno anche frutti fuori stagione di un neorealismo che tanta critica non apprezza più, ma per noi sono frutti sapidi e gustosi. antonio dalle mura

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Un mare che porta via


L’idea del pomo

Ho sollevato il capo mentre stavano afflosciandosi nelle poltroncine di vimini, sotto l’ombrellone, due tavoli più in là. Pareva che avessero corso per quello. Lui aveva il fiato grosso e la fronte imperlata, coi tratti scalmanati che davano un senso di calura veramente. Lei mi voltava la spalle massicce. Era cicciona e si buttava vento con la mano. Faceva sera con una bava di ventarello che ricordava le crespe sul mare, il lento staccarsi delle nuvole simili a vele fiacche, i movimenti obbligati e nulla più. La poltrona di vimini conteneva appena quei corpi. Lui era un prete, ristretto nei panni e a contatto dei quali immaginavo la carne in un continuo sudore. Aveva un volto tenuto su da due gote massicce, spartite da un naso carnoso e colorito 21


silvio micheli

sopra una bocca larga e pendula da cui digradavano tre bazze armoniose, con l’ultima risvoltata sull’anello del colletto inamidato. Di qua, muoveva la testa rispondendo; di là, l’avvicinava alla donna per interrogare. Lei era in tutto maggiore di lui, con una massa di capelli accercinata sulla nuca. Neri i capelli che si raccordavano con la grinza carnosa della collottola. Era vestita di cielo turchino con fiorellini bianchi, e io guardavo ora quei fiorellini, ora quei pezzi di carne che si sfoderavano dalle mezze maniche e dalla gonna. Sapeva ancora di negozio, la stoffa, e lei avrà detto acquistandola: «Che ne dite, reverendo?». Lui avrà attastato la pezzata, avrà guardato quella, lei, e il commesso: «Roba vecchia?», avrà chiesto. Doveva essere proprio roba vecchia. Ossia, roba buona. La donnona che mi voltava le spalle ciccione, passava ogni tanto la mano sulla stoffa e pareva godere del profumo di negozio ancora fresco che faceva sognare le sue narici. Per quanto si rigirasse di qui e di là, mai ho potuto vedere il suo viso. Un momento mi piacque immaginare quei lineamenti e mi sovvenni di un giorno in pineta, panchina verde umida di ombra con una donnona così. Un volto snebbiato da due occhietti incassati nella ciccia bonacciona che fa pensare alla gente sui sagrati di montagna, ai sorrisi, agli assensi, al silenzio impacciato che sa di mammella munta di fresco. Allora io cercai le sue mani ma invano, certamente le teneva intrecciate nel grembo, mani senza lavoro, imbarazzate come i piedi dei contadini 22


l’idea del pomo

quando ti vengono a far visita. Un odore di sagrestia mi porse lo sguardo del prete che mi sbirciava. Io feci la tosse. Lui spraccò le gambe lunghe distese, ruotò i pollici sulla pancia, fece la tosse e io allora vidi la pancia che faceva la tosse. Mi buttai dietro il giornale odoroso di stampa e per due volte intesi la voce del prete che chiamava il cameriere. E poi aggiunse: – Benedetti uomini, una volta bastava fargli: psss! Vedo il cameriere che gira come una tròttola tra i tavoli, che viene a fermarsi lì, s’inchina, agguanta il cencio di sotto l’ascella e mentre il prete ordina, lui pulisce il tavolo e ascolta: – Due belle limonate, dolci e abbondanti, giovanotto. – Ha detto senza pensarci, segno che erano venuti lì con quell’intenzione, o che la donnona assecondava ogni desiderio di lui. Torno a leggere, quando ecco la vociona del prete che invoca nello stesso tono: – Ohè, ohè, dico: ohè! Il cameriere finisce di servire più là e ritorna sculettando: – Comandi. – Dice a tacchi uniti e aggiaccandosi quasi come per ascoltare una voce molto debole. – Ma lo zucchero non c’è? – Ma… – Quello spiega. – Lo domando subito. – No no, non c’è: glie lo dico io. – E quindi piano alla donnona, mentre il cameriere si allontana: – Ora lo domanda subito! Come se la mia parola… eh, benedetto mondo! Una volta non era così. 23


silvio micheli

Vedo che freme, e lei ferma. Se lui avesse detto: «Perché non fremi?». Lei sicuramente si sarebbe scossa come una brancata di gelatina. Se le avesse detto: «Ridi!». Lei avrebbe riso. «Zitta!». Lei sarebbe tornata così, col capo eretto, le spalle ficcate negli interstizi della spalliera. Io desideravo molto che la donnona si fosse girata. Che il prete le avesse detto: «Girati!». Invece lui, di qua, muoveva il capo rispondendo; di là, muoveva il capo interrogando. Venne il cameriere per deporre le bustine dello zucchero. Il prete lo ammonì con indulgenza svettando una mano. Notai quelle mani dalle dita grassocce che si muovevano particolarmente servendosi sempre dell’indice e del pollice, con le altre unite e distese, proprio come sogliono sbrigarci le funzioni alla domenica mattina quando il pretino gli presenta la bacinella e lui vi tuffa le punte. Lente, leggere, meticolose come se seguissero i moti di un pensiero lontano. Ha strappato un vertice della bustina, ha guardato dove deporlo, poi, lentamente, ha versato il contenuto nel bicchiere badando a non perderne un granello. Con la medesima cura ha mescolato a lungo e adagio; anche la donnona faceva così, ma io sapevo che prima guardava lui, le sue mani, come la domenica mattina dalle grinze del telo dell’altar maggiore. Il ventarello mi scuoteva il giornale, ma io desideravo vedere; e qual è stata la mia maraviglia allorché, immaginando di veder sollevare il calice per sorbire d’un fiato, dopo tanta attesa sudorosa, il prete ha cominciato invece a succhiare 24


l’idea del pomo

cucchiaino per cucchiaino e a tirar su con quelle labbra pendenti che parevano cascargli. E anche la donnona faceva così, lo vedevo dal gomito tutto buccellatini che si alzava e si abbassava e dal movimento del suo capo che diceva sempre di sì. Ho guardato con disgusto il profilo del prete, ma lui in quel medesimo istante m’ha scorto e s’è messo a sorridere e a far certi cenni. Ho fatto per nascondermi dietro il giornale, ma lui ha chiesto: – No no: dico l’ora. – Per parlarmi ha dovuto ingollare alla svelta la cucchiaiata di liquido e questo è stato molto sgradevole per lui perché ha fatto un gesto di fastidio. Io ho guardato il mio orologio al braccio e ho detto l’ora; ma ritirando la pancia e ingolfando il capo nelle spalle pionze, il prete ha buttato fuori il suo orologio, l’ha tenuto nel palmo e forse avrà pensato di me: «Che coglioni di giovanotti ci fanno oggi!». Ho subito guardato la donnona per vedere se avesse annuito. Infatti deve aver annuito, perché lui le ha sorriso compiaciuto e ha ammiccato dalla mia parte, ma lei non s’è voltata di un amme. «Accidenti a te!». Ho detto al suo indirizzo. Ma nemmeno questa volta la donnona s’è voltata. Ho gridato nella carne: «Girati, girati di qua!». Ho preso a comandarla col pensiero e mi pareva di schiantare tanto i miei nervi si tiravano in quello sforzo, ma invano. Diceva sì, alzava e abbassava il gomito cicciuto e se io avessi scaraventato per terra il mio vassoio, certamente la donnona avrebbe incastrato il capo nelle spalle e nulla più. 25


silvio micheli

Il ventarello portava ondate di salsedine. La gente andava e veniva per il viale. Musiche lontane e vicine incrinavano la sera rossa a ponente. Io seguivo le labbra pendule del prete che parevano staccarsi e cadere ogni volta e pensavo: «Accidenti alle limonate!». Sentii stronfiare e misi gli occhi sul bordo del giornale. Infatti aveva finito e si asciugava il sudore fin dietro la nuca con una larga pezzuola a palle. Per mimetismo o per deferenza, anche la donnona si asciugava. E ogni volta stronfiavano, e sempre ritornavano a nettarsi. Io pensavo i loro abiti a contatto con la carne sudorosa. Li pensai nudi, entrambi. Nudi sulla bàttima del mare. Non nudi in costume: nudi nudi. E risi. Mi trovai addosso gli occhi del prete e quelli della donnona e allora dissi impacciato: – Scusate, m’è venuta così! È buffo, vero, a volte? – Giovanotto, giovanotto… – mi fece il prete porgendomi il giornale che il ventarello aveva portato in grembo a lui. Era il giornale del mio partito e lui teneva l’indice sulla testata come nella piaga del peccato originale quando da ragazzi s’andava alla dottrina e si cresceva con l’idea del pomo. [L’Unità (edizione piemontese), 20 ottobre 1946]

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RISCOVERTE

Quattordici coinvolgenti racconti di uno dei più interessanti scrittori del Novecento, ingiustamente e troppo a lungo dimenticato. «Vedeva le nuvole, gli anni, il volto di lui come una lanterna nel buio del mare, ogni sera. Gli sbruffi portati dal vento bagnavano il cristallo e tutto, allora, appariva attraverso una voglia di pianto che sapeva di lontane canzoni, di giorni che mai più sarebbero tornati per lei, perché stava scritto così e così bastava a ogni giorno il suo dolore. Nella tromba di sabbia e di schiume si confondeva il cielo col mare, e la terra ospitava ancora la casetta dove si faceva dura la vita, come una attesa col tempo battuto a martello nel vuoto del cuore».

Silvio Micheli (Viareggio, 1911-1990) vince il Premio Viareggio nel 1946 con il romanzo Pane duro, pubblicato da Einaudi. Successivamente, sempre per i tipi della casa editrice torinese, pubblica i romanzi Un figlio, ella disse (1947), Paradiso maligno (1948) e Tutta la verità (1950), considerato da Italo Calvino «uno dei primi tentativi italiani di mettere il lavoro al centro di un’opera narrativa, di fare un “romanzo di fabbrica” alla sovietica». Nel 1951 Milano-Sera gli pubblica Ho portato una sposa dal nord. Del 1955 è invece il romanzo Giorni di fuoco (Editori Riuniti, Roma). La Vallecchi di Firenze dà alle stampe due suoi lavori: Il Facilone (1959) e L’Artiglio ha confessato (1960). Nel 1972 Mursia pubblica Capitani dell’ultima vela, uno splendido affresco sulla marineria a vela. Numerose le sue collaborazioni anche con giornali e periodici di livello nazionale sin dalla fine degli anni Trenta. ISBN 978-88-95653-02-0

Progetto grafico: jam66

12,00 euro

9 788895 653020

Silvio Micheli. Un mare che porta via  

Una raccolta di 14 racconti di Silvio Micheli, pubblicati tra il 1939 e il 1947 su diversi quotidiani italiani. Un affresco dell'Italia tra...

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