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Rodolfo Barberi

L’emigrato [1890-1902] passi scelti


L’emigrato (1890-1902) Š 2008 Franche Tirature s.n.c www.franchetirature.it isbn 978-88-95653-03-7


Rodolfo Barberi

L’emigrato (1890-1902) passi scelti

Franche Tirature


Nota degli editori

«L’emigrato», scritto da Rodolfo Barberi e stampato autonomamente nel 1961 in sole duecento copie, è a nostro parere un libro fondamentale per capire la storia del Forte dei Marmi, costellato allora di personaggi veraci e unici, ma anche per comprendere il senso dell’emigrazione italiana fra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento. In questa edizione, che accompagna l’uscita del documentario «Il Forte mi parlò», abbiamo deciso di dare – per così dire – un assaggio dell’opera del Barberi, operando una serie di tagli alle parti che ci sembravano meno attinenti alla nostra prospettiva, privilegiando la messa a fuoco di storie e personaggi in grado di restituire la temperie di un’epoca. In quest’ottica, e per la maggior leggibilità del testo, abbiamo affrontato anche un lavoro di editing testuale, laddove si è ritenuto indispensabile per la chiarezza della narrazione; ma sempre


nel rispetto del testo originale. Abbiamo deciso, inoltre, di dividere in tre atti la storia di Rodolfo Barberi, modificando talvolta i titoli dei paragrafi che li compongono. Tutto questo, certo, sempre nell’ottica di una più semplice fruibilità e godimento da parte del lettore. Nel dare alle stampe questo volume, vorremmo ringraziare tutti gli eredi di Rodolfo Barberi per la sensibilità dimostrata e per la sincera disponibilità affinché questo affresco importante della nostra storia, non solo paesana, rivedesse la luce.


L’emigrato

Mania di girare il mondo Io domando a me stesso che cosa mi mancava qui a Forte dei Marmi nel 1890, quando avevo diciassette anni, da venirmi la voglia di emigrare? Lasciando, sto per dire, il più bel paese del mondo, l’amata famiglia paterna, i lavori in corso, gli amici. Niente mi mancava. Io ero muratore, ma essendo in quel tempo la maggioranza della gente del paese marinara, soffrivo nel sentir raccontare ai miei coetanei che erano stati a Genova, Napoli e Palermo, che avevano veduto a Catania, Marsiglia ed Algeri quella cosa e quell’altra. Mi sentivo umiliato. Arrivavano quelli che erano stati a «malafora» su grossi velieri; cioè che erano stati in viaggi di due, tre e più anni, giù per l’Americhe, Indie e Australia. Si mettevan lì in piazza, con le loro camicie a fiorami, larghe sciarpe di seta alla cintura, un fazzoletto colorato al collo e catena ed orologio d’oro al panciotto. La gente 7


gli faceva circolo, e loro, così ben vestiti, si mettevano a raccontare tutto quello che avevano passato di bene e di male nelle loro lunghe navigazioni e tutto quello che avevano visto. Parlavano di San Francisco di California, di Singapore, di Rio de Janeiro e Valparaiso, come qui, noi, si parlasse del Fiumetto, del Cinquale o del Ponte di Tavole. E dicevano che avevano veduto Domenicone (che era un Fontana disertato laggiù più di vent’anni prima). Che avevan veduto Barchio, Beppe di Meccheri, lo Stagninetto, Azzo e tanti altri, disertori, e che tutti stavan bene. A me codesti naviganti parevano tanti pezzi grossi, come se fossero stati tanti Colombo, Garibaldi o Marco Polo l’invidiavo e dinanzi a loro mi pareva di essere una castagna secca. Abbandonavo il circolo tutto melenso, e pieno di riflessioni me ne tornavo a casa dispiaciuto. Fra tante cose avevo, però, osservato che, per quanto piacenti e bene accolti dai paesani, dagli amici e dalle ragazze, succedeva spesso che quei che avevano navigato troppo e giunti ad un’età troppo avanzata, quando intendevano cessare le lunghe navigazioni, fissarsi in paese prendendo moglie, avvenivano delle cose poco belle. Gli capitava spesso di unirsi con donne pur loro navigate, se pure per... altri mari. Oppure avevan mogli che, in seguito, non erano troppo costanti ai doveri di spose. Di tutte queste cose ne parlavo spesso con certo Anastasio Roni, detto il Cardini, mio coetaneo, con cui lavoravo assieme presso la Ditta Tognocchi e Mancini dalla quale avevamo appreso il mestiere. Quanto più se ne parlava tanto più ci cresceva la mania di andare a girare il mondo; pensando anche che saremmo stati fuori un anno, due o tre al massimo. Così rimpatriando giovani, giovani avremmo ritrovato le nostre ragazze. 8


La Corsica Capitò Pipì, dopo un’assenza di dieci anni. Era stato in Corsica. Anche lui era assai ben vestito ed aveva qualche marengo in tasca. Disse: «Per andare in Corsica basta il passaporto per l’interno: molti toscani vanno laggiù, fanno la stagione del carbone e ritornano. Alcuni passano a Marsiglia e, di lì, prendono la via dell’estero, e chi l’ha visti l’ha visti!». Questa ragione fu quella che ci piacque di più. Ci preparammo un bel fagotto con un fazzolettone a colori, e una domenica mattina andammo a Pietrasanta; perché allora Forte dei Marmi era frazione di quel Comune e, in Municipio, al soprannominato Bimbo d’oro, che era un Bresciani addetto all’Anagrafe ed allo Stato Civile, chiedemmo se ci faceva il passaporto per l’interno. «E dove volete andare?» – domandò. «A lavorare a La Spezia – risposi io credendo d’essere il più furbo – perché al Forte dei Marmi, continuai, c’è poco lavoro e misere paghe, invece a La Spezia, con tutti quei lavori che fa il Governo, ce n’è molto e pagano bene». «Be’ be’ – disse il Bimbo d’oro – siete minorenni e ci occorre il consenso di vostro padre: fatelo venire quassù». A quel ragionamento niente c’era da fare. Salutando uscimmo con le pive nel sacco e, lasciando il fagotto in soffitta, passò l’idea di andare in Corsica. Dopo un mesetto, una sera, ritornato a casa dopo la prova di musica, posai la cornetta, lasciando la mi’ mamma che dormicchiava vicino al focolare, salii le scale e andai a letto in una camera al piano superiore. Quando stavo lì per pigliare sonno, mi parve che mia madre piangesse. Mi sedetti in ascolto sul letto e sentii che piangeva effettivamente. 9


Saltai giù dal letto e, mezzo nudo, in due salti fui giù in cucina. «Che c’è? – le dissi – ch’è successo?». Allora scoppiò in un dirotto pianto, e fra le lacrime disse: «Io che ho avuto tanta cura di voialtri figli, che v’ho custodito il giorno e vegliato la notte, che puntellavo i materassi perché non cadeste quando dormivate in due o tre per letto, avete il coraggio d’abbandonarmi e scappare senza dirmi neanche cane. Oh povera me! Oh povera me!». E lì piangeva che i suoi occhi sembravano fiumi. Io, pur sentendomi colpevole, quantunque dispiacentissimo e avvilito, cercai di far dello spirito e dissi: «Ma cosa dite! Non è vero niente!». «Sì, è vero – continuò lei – me l’ha detto l’Ersilia del Dazzi, che quella mattina che voialtri andaste per fare il passaporto, essa era lì col su’ damo per fare l’atto civile». «Figurati! Ma quella fu una burla – dissi – come io ed il Cardini ne facciamo sempre». L’abbracciai tranquillandola; poi me ne ritornai a letto, pensando che l’Ersilia le aveva raccontato che noi si voleva andare solo fino a La Spezia ed essa se ne era tanto avvilita; chi sa allora cosa avrebbe sofferto se avesse saputo della Corsica, Marsiglia ed estero. Insomma, per quella volta la cosa rimase lì e non fu altro. Da lì a qualche mese, si lavorava al palazzo padronale del Polverificio, che oggi è la Pensione Bertelli a Vittoria Apuana. Una mattina, arrivando i muratori da Pietrasanta, un certo Pasquale Da Prato disse: «Ragazzi, io col mi’ bimbo (Gisberto, quindicenne) partiamo per il Chilì. Con sole quaranta lire ci portano laggiù. Si va in America. Ieri abbiamo combinato con l’agente Tartaglia. Da Pietrasanta ne partono tanti perché dicono che laggiù c’è tanto lavoro e pagano bene». 10


Questi discorsi come un lampo riaccesero in me e nel Cardini la sopita mania. Sapemmo tosto che il Cardini non avrebbe potuto partire, per aver raggiunto diciotto anni ed essere ormai iscritto nelle liste di leva. Io avevo un anno meno. Chilì e Brasile Quando fui a casa ne parlai in famiglia ma, naturalmente, mi furono tutti contrari. Negli altri giorni tanto insistetti che infine cedettero: ebbi il consenso di andare nel Chilì. Feci il deposito delle quaranta lire. Mi venne il passaporto da Lucca dove si diceva che, essendo io minorenne, Pasquale Da Prato mi accompagnava; così nel suo era scritto che lui accompagnava me. Mio fratello Carlo, chiamato a lavorare da scultore nel Brasile, e che doveva partire da un giorno all’altro, mi disse: «L’ho sentito dire in Pescarella dove lavoro che nel Chillì gli emigranti li trattano come schiavi e che ci sono le febbri malariche. L’agente di Carrara è Casoni, amico del babbo: fagli scrivere e saprai meglio le cose». Mio padre gli scrisse. La risposta me la portò venendomi incontro la sera mentre venivo dal lavoro. Essa diceva: se tuo figlio ha contratto di lavoro, bene, altrimenti è sconsigliabile. Disse mio fratello Carlo, allora: «Non partire. Ti scriverò io dal Brasile; se mai verrai laggiù». In quel frattempo ero venuto a sapere anche che il Brasile era a metà strada del Chilì. Decisi annullare la partenza. Andai a Pietrasanta per avere le mie palanche, ma il Tartaglia mi disse che ormai l’aveva versate. Fosse vero o no, fatto sta ch’io non l’ebbi più. Mio fratello Carlo scrisse dal Brasile che laggiù si stava bene. Così mi preparai per la nuova partenza. Questa volta Tartaglia 11


mi fece pagare centosessantatré lire. Mi aggregò nel passaporto a certo Lisandro Salvatori di Strettoia, ch’io non conoscevo, ma poi seppi da lui che aveva moglie e sei figli e che non aveva pagato niente. E mentre l’agente mi aveva detto che il passaggio era gratuito solo alle famiglie, a bordo, poi, seppi che anche gli scapoli non avevano pagato e, fra duemila emigranti ch’eravamo, chi aveva pagato ero solo io, perché ero il più furbo. Siccome il passaporto ritardava, andai io a ritirarlo a Lucca, prendendo l’omnibus di Spadaccini a Pietrasanta prima delle ore sei, cioè quand’era buio pesto; perciò mio padre venne ad accompagnarmi fino a Pietrasanta. Al passaggio a livello di Pontestrada, ad un miccio che trainava un barroccio era entrata una zoccola tra longarina e longarina e non c’era modo di fargliela levare. Stava per passare il treno. Chissà cosa sarà avvenuto. Fervono ormai i preparativi per la partenza. Giorgio (Lucchese) ha già fatto il baule in abete, rotondo di sopra, della capacità di mezzo metro cubo e tutto cerchiato in ferro. È già lì anche una valigia in cuoio. L’Esterina cuce in fretta vestiti, Clotilde camicie e mutande, chi si sbriga a far maglie e calzini, orlar fazzoletti ecc. Avevo ordinato a Filumeno di Camaiore due paia di forti scarponi chiodati, a sette lire il paio. Andai a prenderli a piedi: feci, tra andare e venire, ventiquattro chilometri. Ricordo che nel tardo pomeriggio, tornando con gli scarponi in spalla ch’erano legati con i propri legacci fra loro, quando fui un poco prima del passaggio a livello del Pontestrada, dalla parte sinistra, giù lontano in campagna sentivo una ragazza che cantava fra i campi: Partì, partì per l’Africa il mio amore E qui sola nel pianto mi lasciò. 12


Il suo ritratto i suoi capelli e un fiore Nel partire in ricordo ei mi donò.

Era la canzone nostalgica del momento, dove si diceva che l’innamorato era partito, ma ben presto veniva poi la notizia della di lui morte. Quel canto mi rapì. Mi pareva di essere io il protagonista della canzone. Il mio spirito non era più in terra. Camminavo sì, ma non vedevo la via. Correvo in un sogno appassionato... La partenza L’indomani tutto era pronto. Era la vigilia della partenza. Mi giunse un biglietto di una ragazza del paese con la quale parlavo più spesso che con le altre. Mi voleva un mondo di bene. Si sarebbe buttata nel fuoco per me. Nella lettera mi dava appuntamento per rivedermi l’ultima volta. Vi andai e furon versate lacrime di fuoco, ma quel segno non fu oltrepassato ed a tarda sera mi rifeci vedere come un lampo, alla sua porta, per darle l’ultimo addio. Nel tardo pomeriggio di quella vigilia ero stato a salutare nelle famiglie degli zii e delle zie tutti i parenti, quindi, salutando ancora il Cardini e Celeste Bertoni detto «Tocco», che non mi avevano mai abbandonato, me ne andai a letto. Col pensiero della partenza non riuscii a trovare sonno. E sentii che mio fratello Domenico, maggiore a me di dieci anni – il quale dormiva assieme a me in un gran letto – tutta la notte continuò a muoversi e rigirarsi. Ciò significava che il pensiero della partenza del suo minor fratello non lo faceva riposare. Ci alzammo ch’era ancora buio. Venne Piccio con la carrozza e caricammo il bagaglio. Tornai su per salutare i miei. Mio padre 13


era a letto e mi disse: ricordati di quello che ti ho insegnato nella vita. Addio, mi fecero poi una mia sorella ed una nipote che ancora erano in famiglia. Ritornai in camera mia a prender qualcosa. Nell’uscire trovai mia madre che era lì tremante e piangente per salutarmi. Appena l’ebbi baciata, dal dolore non poté più reggersi in piedi e scivolò in qualche modo per terra. Le feci coraggio e partii, restandomi quella visione fissa nella memoria. Sulla carrozza salì anche mio fratello Domenico. Come arrivammo alla Stazione spedimmo per Genova, a grande velocità, il baule. Quindi ci mettemmo in cerca della persona che sul passaporto figurava mio accompagnatore. Per trovarlo ci mettemmo un po’ di tempo, perché io cercavo un omone – invece era un omino che mi arrivava sì e no al petto – e lui cercava un ragazzo, che in effetti era un palmo più alto di lui. Ma più che altro la conoscenza avvenne perché lì vicino, sopra una panca, stava appollaiata una donnetta con un branco di bimbi e mi figurai che fosse quella la famiglia che doveva emigrare con me. In attesa del treno, io e mio fratello Domenico passeggiavamo qua e là per la stazione. Egli ebbe modo di darmi cento lire, più un’infinità di consigli utili, tanto per il viaggio che per quando fossi arrivato laggiù. Mi disse persino: «Quando andrai alla latrina, guarda di non aver niente nelle tasche dei calzoni, perché i soldi od altra roba che ti cadesse giù andrebbe a finire in mare e sarebbe perduta». Il treno arrivò; ci abbracciammo e partii. Sul treno mi si presentò un quadro poco simpatico: non troppi posti liberi. I sei ragazzi furono accomodati alla meglio e anche la mamma, il padre ed io, pel momento, in piedi. Quei bimbi si davano noia fra loro, piangendo e urlando, con tanto di moccoli giù dal naso, come se 14


fossero stati in un bosco o in un porcile. Il padre litigava con la moglie perché gli pareva che non avesse saputo sbrigare non so che cosa. Più tardi mi sedetti in qualche modo. Aprii certi miei fagotti e tirai fuori la grazia di Dio che la mia famiglia aveva preparato: pane, salsicce, biroldo, formaggio ed una giaretta di sardine marinate. Tutte quelle povere creature ch’erano lì mi aiutarono volentieri e mangiarono con me finché non furono sazie. Arrivo a Genova Dopo sei ore di viaggio, uscendo dalla stazione di Genova il babbo acconsentì a seguire un propagandista di ristoranti, credendo fosse un agente gratuito dell’emigrazione. Costui ci fece da guida fino a farci entrare in una grande sala apparecchiata. Lì ci lasciò e uscì. Venne un cameriere, parlò col nostro capo gruppo e sentii che gli disse: «Qui l’emigrazione gratuita non c’entra; se desiderano pranzare qui possono farlo, però dietro pagamento». Uscimmo dal quel locale, camminando per le vie a casaccio, e siccome sentivamo fame, ci accostammo ad un banco dove vendevano pane e pesci fritti. Desinammo lì, in piedi. Poi andammo in cerca di una stanza per passarci la notte, perché avevamo saputo all’agenzia che il nostro barco sarebbe partito l’indomani sera. La stanza la trovammo su a tetto, al quinto piano, in una casa cui si giungeva per una stradina larga sì e no un metro. Il giorno dopo, che era di domenica, 20 ottobre 1890, mentre passeggiavo solo solo sulla banchina guardando il porto, le navi e lo sfondo del mare all’aperto, mi prese lo sgomento, sentendomi solo e sconfortato. Era scomparsa in me ogni mania e ogni baldanza. Muoven15


domi passai davanti ad una sala da ballo. La gioventù ballava al suono di un pianoforte meccanico (che si suonava girando una manovella). Era il primo che io vedevo, ma ero tanto afflitto da parermi la loro allegria una cosa funebre. Oh, come sarei volentieri ritornato a casa mia! Ma non lo potevo fare. Avrei commesso la sciocchezza più grande del mondo, e tanto vergognosa da mettermi in ridicolo per sempre. L’imbarco Nel pomeriggio attraccò allo scalo il nostro piroscafo. Per andarvi gli emigranti dovevano passare da un cancello dov’erano le autorità portuali che controllavano i passaporti alla mano, passeggero per passeggero. Nel passar noi, un Ufficiale gridò al mio capo gruppo: «Ma quel ragazzo dove lo avete?». «È questo – rispose il mio accompagnatore, indicandomi. «Dico il ragazzo, – insisté l’Ufficiale, ma poi osservando meglio il passaporto e vedendoci scritto: statura alta, – allora, disse, passate». A Genova, avevo comprato un’altra bombetta cenerina e con quel copricapo sembravo ancora più alto. Dalla banchina, per mezzo di una passerella, si saliva sul vapore. La gente pareva un brulichio di formiche; v’erano emigranti d’ogni nazione, ma sicuramente il novanta per cento era dell’Italia Settentrionale, specialmente veneti. Erano carichi spiombati, giovani e vecchi, di masserizie: materassi, coltroni, coperte, biancherie, valigie piene di roba, attrezzi da mestiere e da lavori rustici. In cima alla passerella stava un impiegato di bordo che raggruppava la gente in numero di otto, dieci e più persone; dava a ciascuno un piatto, una ciotola con manico, un cucchiaio e una 16


forchetta di latta, due vasi grandi con manichetti come se fossero bacini e due grandi bricchi. Questi quattro oggetti dovevano servire per prendere la zuppa alla cucina, la pietanza, il vino ed il caffè per tutti. Per prendere il pane dettero una tavoletta dov’era segnato il numero dei componenti il gruppo. Questa tavoletta dovevamo presentarla al dispensiere di qualunque vivanda, affinché egli potesse, a occhio, regolare quanto doveva riempire il grossissimo mestolo dentro la grande caldaia e versarlo nei nostri recipienti. Quando passammo noi – intendo dire io e la famiglia con la quale ero accompagnato – l’Ufficiale, giudicando che eravamo pochi, ci aggregò tre giovani di Montagnana, provincia di Padova. Era stata consegnata a ciascuno anche una coperta ed il numero della cuccetta. Negli utensili c’era ancora l’untume lasciato dalle persone che se ne erano servite prima di noi. Scuotemmo le coperte ed andammo a lavare alla meglio gli utensili presso una pompa che dava acqua di mare. Finito l’imbarco dei passeggeri si tolse la passerella; poi fu completato l’imbarco dei bagagli che veniva effettuato con una gru, da barconi attraccati al vapore. Quindi furono sciolti i cavi e la nave lentamente prese a scostarsi dalla banchina. A questo momento tutti i passeggeri si riversarono alle murate del bastimento, sventolando fazzoletti e gridando addio alla folla che a terra rispondeva con fervore al pari di quelli di bordo. Da una parte e dall’altra si vedevano persone in atteggiamento di pianto; io non piangevo, non gridavo, non sventolavo fazzoletto né cappello; me ne stavo lì, guardando intontito. La sirena emise il primo acutissimo e lungo sibilo che scosse, credo, l’animo di tutti i passeggeri, me compreso. 17


Mentre salpavano le ancore la sirena fece sentire ancora il suo sibilo lacerante e finalmente il piroscafo partì piano piano, fra una nave e l’altra, da quella selva di bastimenti che riempiva tutto il porto, e come fu libero in mare aperto, puntò la prua verso occidente. Mentre il Porto di Genova e la sua lanterna andavano scomparendo, la gente andò sistemandosi meglio che poté. Qualcuno mise fuori l’organino, altri la chitarra e principiarono a suonare. Alcuni ballavano, altri cantavano; tirai fuori l’eucarina e suonando feci anch’io compagnia, finché suonò la campanella per la cena. Dettero zuppa di magro, carne in umido, pane e vino. Al tramonto del sole suonò nuovamente la campanella per andare a dormire. Fecero scendere tutti i maschi da un boccaporto e le femmine da un altro, perché fossero divisi. Le cuccette, giù nelle corsie, erano fitte e una sopra l’altra, a cinque ordini. Per andare a dormire ci si infilava in un quadratino di cinquanta centimetri dov’era uno strapuntino lungo due metri. Quindi una persona veniva ad avere gente a sinistra e a destra – si potrebbe dire a gomito a gomito – e persone sopra e sotto di sé. Laggiù non c’era circolazione d’aria; perciò odori sgradevolissimi, perché, per giunta, a qualcuno faceva male il mare e allora avvenivano allagamenti poco desiderabili davvero. Da parte mia soffrii solo la prima notte, poi eludendo la vigilanza dei guardiani, la sera mi mischiavo con i marinai e dormivo su in coperta, all’aria aperta, su balle di paglia o di fieno. Ma questo fu in seguito. A Marsiglia Ora, andando per ordine, dirò che la mattina dopo la partenza da Genova, arrivammo a Marsiglia. Quivi giunti ci venne ordinato di scendere per prendere un altro piroscafo. Infatti, nella 18


stessa mattinata ci fecero salire sopra un altro bastimento che si chiamava «Bourgogne». In seguito si venne a sapere che questo piroscafo apparteneva ad una Società francese e che un piroscafo della medesima, arrivando a Las Palmas, era andato diritto ad investire di proposito il piroscafo italiano «Sud America» ch’era lì nel porto ormeggiato e in quel disastro affogarono centotrentacinque italiani che ritornavano in patria. Questo avvenimento fu portato dinanzi ad un Tribunale internazionale che condannò la Società francese a pagare e, infine, per inadempienza, con nuova sentenza fu stabilito che la Società italiana avrebbe potuto sequestrare i piroscafi della Società francese qualora questi fossero venuti in porti italiani. Ed ecco perché il «Bourgogne» non era venuto a Genova, facendosi portare i passeggeri a Marsiglia. A Marsiglia, sul «Bourgogne» s’imbarcarono molti turchi con le loro brache, gonnelline, calzettoni, babbucce, giubbotti con maniche colorate in giallo, azzurro e fez rosso con pennacchio. Si seppe poi che venivano da Beirut, che non erano turchi, ma armeni, arabi della Palestina e cristiani. Facevano vita fra loro. Spesso sopra coperta, seduti sulle gambe incrociate, facevano circolo uomini e donne, fumando ad una comune e grossissima pipa dov’erano innestati tanti tubetti con bocchino quanti i fumatori erano. Questi arabi per me furono uno spettacolo, perché fino a lì l’avevo veduti sulle stampe e sulle illustrazioni dei giornali; invece ora li vedevo in carne ed ossa. Ebbi poi modo di vedere che nel Brasile questi arabi andavano presso una bottega di qualche loro compatriota, si facevano affidare una cassetta da tenere sulla pancia e sorretta da cinghie che passavano sulle spalle, piena di specchietti, di saponette, pennelli da barba, pettini, rasoi e varia chincaglieria, e l’andavano a vendere, senza conoscere una parola brasiliana, per le vie e campagne, con aria 19


paziente e bonaria, rassegnati alle più basse umiliazioni. I loro pasti erano di pane, banane ed acqua. Per dormire prendevano una stanza in otto o dieci di loro e dormivano per terra sopra una stuoia. Tutto ciò per spender poco. Dopo qualche anno che erano laggiù, ciascuno di loro apriva un negozio di stoffe che, generalmente, veniva via via ingrandito con altri articoli. Quando si erano bene affermati prendevano moglie: di solito sposavano brasiliane o venete; forse perché erano le più numerose. Non c’era un arabo che laggiù si mettesse a lavorare. Se qualcuno gliene domandava la ragione rispondeva: «Se avessi dovuto lavorare, allora avrei lavorato al mio paese che anche là si fa i contadini, fabbri, muratori ed ogni mestiere come qui». A Marsiglia s’imbarcarono anche alcuni francesi, fra cui un prete corso con barba nera e folta. Avrà avuto trentacinque anni. Lungo il viaggio ebbe luogo di leticare cento volte con noi perché parlava sempre male dell’Italia, ma in modo sprezzante, portando la Francia al settimo cielo, ed arrivava a dire che Dante, Garibaldi, Colombo e tanti uomini grandi erano francesi. Qui devo fare una piccola parentesi per parlare di una cosa in apparenza insignificante, ma che poi in seguito dette qualche apprensione e dispiacere a me e alla mia famiglia: si tratta del fatto che nei due giorni ch’io stetti a Genova non mi passò nemmeno per la mente che avrei avuto il dovere di scrivere almeno una cartolina onde far sapere alla mia famiglia ch’ero arrivato a quel porto e che ero vivo... Partendo da casa, nella mia mente c’era l’idea, ma molto vaga, che avrei dovuto scrivere quando fossi arrivato al termine del mio viaggio. Scrivere prima, perché? Per me non vedevo lo scopo e non scrissi; non scrissi neanche da Marsiglia, tanta era la mia poca esperienza; e dire che la sapevo tanto lunga che con me non ce la faceva nessuno. 20


Quando fu una cert’ora del pomeriggio la sirena fischiò ed al terzo fischio partimmo. A bordo i passeggeri avevano già preso il loro posto. Sul bastimento par d’essere in un paese: c’è il buono, il cattivo, il giovane, il vecchio, il maschio, la femmina, il religioso, l’incredulo, chi dice rosari e chi bestemmia. Chi giuoca da una parte e chi chiacchiera dall’altra. Girando avevo ormai preso idea dell’ambiente e mi erano molto stonate le bestemmie di certo Pèlle e compagni di Ponte a Moriano: ogni parola un moccolo e anche due. Ora avvenne che la sera il tempo si crucciò e quando fummo al centro del Golfo Leone il mare era tanto perverso che le onde, battendo il fianco del Bourgogne, pareva lo spaccassero da un momento all’altro. Qui la mia esperienza (siccome il mio paese è un paese di marinai) fu maggiore di quella degli altri passeggeri che erano a bordo perché sapevo che il maggior pericolo, navigando, era scontrarsi con un altro bastimento, battere in uno scoglio o il fuoco; in quanto alle onde non si doveva aver troppo timore, specialmente nel Mediterraneo, invece la più parte erano montanari o di paesi dell’interno e, non avendo nessuna pratica del mare, si spaventarono talmente che pareva la fine del mondo. Pèlle e i suoi compagni non bestemmiavano più, ma... si raccomandavano a Dio e alla Madonna! Questo temporalotto durò per tutta la traversata del Golfo Leone, perché, come si sa, il mare lì è sempre mosso, anche quando da altre parti è come una pila d’olio. Le cause di ciò dicono che siano certi venti provenienti dalla Guascogna che, costeggiando i Pirenei, attraversano il piccolo tratto della Francia e arrivano impetuosi a mettere scompiglio nei nostri mari. 21


Barcellona Passato questo tratto, la tempesta piano piano si calmò. Fece giorno. Allora si cominciò a vedere la costa spagnola tempestata di città, paesi, ville. Finalmente arrivammo a Barcellona. Che bell’aspetto ha quella città! È di una grandezza immensa! Oltre che in tutta la vasta pianura, si estende fin laggiù sui lontani colli. Vicino al porto c’è un’altissima colonna che richiama a sé lo sguardo dei passeggeri. Il tutto forma una visione panoramica indimenticabile. Furono imbarcate molte famiglie spagnole, anche loro cariche di indumenti contenuti in sacchetti e fagotti di colori sgargianti. Benché la moda del mondo d’allora volesse che l’uomo portasse baffi e anche barba, lì gli uomini erano sbarbati come tanti frati. Avevano calzoni corti, calzettoni e scarpe leggere; giubbotto con maniche colorato ed un berrettino in testa. Le vesti delle donne erano a fiorami. Tutte portavano un simpatico scialle con gran frangia e la loro figura ne veniva ingentilita. Si avvicinavano al nostro barco parecchi gozzetti che vendevano cose da mangiare e da bere. Qualche passeggero con un gozzetto andò a dare una capatina a terra. Ma io non vi andai per paura di non poter ritornare a bordo prima della partenza. Comprai una decina di grosse arance che mangiai assieme alla famiglia a cui ero aggregato: dolci e profumate ch’era una delizia. Malaga Nel pomeriggio partimmo. L’indomani verso mezzogiorno arrivammo a Malaga. Qui solite cose come a Barcellona. S’imbarcarono altri emigranti. Qualcuno scese a terra per vedere la città, ma io no, perché stavo attaccato al bastimento come l’ostrica allo scoglio. 22


Comprai parecchie arance e due bottiglie di quel famoso vino ad una lira ciascuna. Me le portai in cuccetta e lungo il viaggio, a poco per volta, me le bevvi nei giorni seguenti, quando ne sentivo il desiderio. Malaga è una città molto più semplice di Barcellona. La sera partimmo senza che io pensassi a scrivere una cartolina a casa. Lisbona Nell’altro giorno passammo lo stretto di Gibilterra. Perbacco, dissi, lo chiamano stretto, ma a me sembra assai largo: noi si passava nel mezzo ed appena appena si vedevano le alberature dei bastimenti fermi nei porti tanto di qua che di là. Specialmente mi meravigliò il fatto che, entrati nell’Atlantico, invece di dirigerci verso sud, ci dirigemmo verso nord e sapemmo così che si andava in Portogallo, a Lisbona (avete capito? Noi eravamo considerati come una mandria). Dopo due giorni entrammo nella foce del Tago e risalendo questo fiume per una ventina di chilometri arrivammo a Lisbona. Venne l’Autorità Sanitaria e, perché si era toccata Malaga dove si era verificato qualche caso di colera, ci dettero quattro giorni di quarantena. Lisbona è bella. I palazzi son rivestiti di marmo bianco. Il fiume è largo un mezzo miglio, con acqua profonda, chiara e molto corrente, tanto che i vaporetti di servizio che traghettano per l’altra sponda – se vedeste che stranezza – non puntano la prua per la località dell’altra sponda dove vogliono andare, ma la mettono contro corrente appena appena accennata verso l’altra parte. Di lì si godeva un panorama magnifico: lontani mulini a vento e tante altre cose belle. Finalmente finì la quarantena ed allora salirono a bordo gli 23


emigranti portoghesi. Personaggi piuttosto alti e robusti, vestiti con calzoni stretti fino al ginocchio e larghi in fondo, giubbe cortissime con guarnizioni, cappelli fatti a testa di fungo, larghi di tesa e duri come fossero di legno. Mentre a Barcellona e Malaga qualcuno aveva la chitarra, qua invece avevano una specie di viola, con corde come il mandolino. Anche le donne erano robuste, autoritarie e poco effeminate. Tutt’altra cosa delle spagnole! La pronuncia portoghese è molto marcata, mentre la spagnola vien modulata leggerissima, qualcosa come il parlar veneziano o fiorentino. Fra noi c’era un chimico piemontese molto istruito che ci parlò di tante cose del Portogallo. Per esempio ci meravigliava che una nazione così piccola avesse conquistato tante colonie: in America il Brasile, che è più grande dell’Europa, varie parti dell’Africa, parte delle Indie, ecc. Che i suoi naviganti erano stati famosissimi. Che ancora prima di Colombo, scorrazzando per l’Atlantico, avevano scoperto Madera ed altre isole. Che avevano anche loro avuto, nel XVI secolo, il loro grande poeta in Luiz de Camoes che ritenevano superiore non solo ai poeti della di lui epoca, ma anche a quelli dell’antichità. Qui esagerano, diceva il chimico, perché io l’ho letto due volte ed ho riscontrato che è un facile rimatore, ma nelle sue ottave troviamo quadri che non commuovono il lettore come si trovano nel Tasso. Quindi figurarsi la distanza fra lui, Virgilio, Omero e Dante! Nel pomeriggio il Bourgogne levò le ancore e, scendendo giù per le cristalline acque del Tago, arrivò in mare aperto che al sole mancava poco per tramontare. Mise la prua verso sud. Si sentì allora pulsar maggiormente la coperta per le scosse che davano giù le macchine a vapore ed in quel calmo mare, sotto un cielo chiaro e promettente, si sperò che la nave avesse deciso 24


finalmente di muoversi d’ora innanzi un po’ più svelta e toccare meno porti che fino allora. Le Canarie Dopo tre giorni di navigazione, fra una nuvolaglia e pioggerella, avvistammo un’alta montagna. Eravamo arrivati alle Isole Canarie, e precisamente all’isola di Teneriffa. Quivi venne sbarcato ed imbarcato qualche po’ di merce. Non mi accorsi se sbarcarono od imbarcarono passeggeri. Comprai qualche arancio dai soliti barcaioli, ma non si poté goder panorami perché così col tempo caliginoso non si vedeva nulla. Dopo poche ore ripartimmo, ma debbo accennare che i passeggeri, specialmente i primi imbarcati a Genova, principiarono ad essere seccati con tutte queste fermate. Questo era il quinto porto che si era toccato, mentre certi transatlantici facevano tutto il viaggio con un solo scalo. Dopo quattro giorni da lì arrivammo a S. Vincenzo, che è una delle isole di Capo Verde, dove imbarcammo carbone. La novità che vedemmo lì fu che tutti i facchini erano mori e che i ragazzi mori dai dieci ai quindici anni, nuotando come pesci nel mare, si tuffavano giù in profondità per prendere i soldi gettati dai passeggeri. Era uno spettacolo: molti passeggeri a gettar monete ed essi ad afferrarle con tale elasticità di nuoto e tuffi che sembravano ranocchi. Era evidente il piacere che tutti provavano a vedere quei moretti agitarsi per quelle monete, ma credo nessuno poteva apprezzare la loro bravura quanta potevo giudicarla io che, da ragazzo, a Forte dei Marmi, sapevo quanta difficoltà ci fosse a calarsi nel fondo dal pelo dell’acqua, senza modo di tuffarsi dall’alto. Così partimmo anche da Capo Verde, puntando verso il Brasile. Eravamo ormai entrati nel mare del tropico, per questo il caldo 25


principiò a farsi sentire e ciò produceva in noi gran sete, ma era impossibile dissetarsi a volontà, per mancanza d’acqua. Chi voleva bere doveva avvicinarsi ad un recipiente che era lì in coperta vicino alla cucina, di forma cilindrica e di circa un metro cubo, fatto di lamiera, avente sul coperchio un beccuccio di metallo con tre forellini. A quello si doveva succhiare con forza per far salire in bocca con grande difficoltà una goccia d’acqua. Gli schizzinosi tardavano e ritardavano, ma quando l’arsura li vinceva anche quelli s’avvicinavano e quando gli toccava il turno, perché la gente vi faceva la coda, strusciavano mille volte il beccuccio e, postovi sopra il proprio fazzoletto, puppavano l’acqua attraverso quello, tanto da bagnarsi la gola per non morire di sete. Il nostro bastimento era molto vecchio. Era di quelli che hanno, sì, le macchine ed il vapore, ma era dotato pure di vele come i brigantini. Per questo, quando il vento era favorevole, per camminare di più davano le vele al vento. Dopo due giorni ch’eravamo partiti da S. Vincenzo, vedemmo sul nostro retro apparire all’orizzonte qualcosa che in breve si poté distinguere: era un transatlantico che filava velocemente verso di noi. In poco più di un’ora ci aveva raggiunto. Era il «Matteo Bruzzo» che oltrepassandoci a poca distanza dette un colpetto di sirena per saluto ed i suoi passeggeri ci salutarono sventolando fazzoletti a cui noi rispondemmo con gioia e malinconia. Gioia per vedere in quella solitudine nostri compatrioti, e malinconia perché in confronto alla sua velocità noi eravamo pressoché fermi in tanta distesa d’acqua. Pesci volanti I pesci che volano! I pesci che volano! Fu gridato a sinistra, dai passeggeri. Tutti corremmo da quella parte e vedemmo branchi 26


di pesci attorno al mezzo chilo, con la schiena e l’ali azzurre che volavano come uccelli. Non si alzavano molto dal pelo dell’acqua; al massimo quattro metri. Questi voli si vedevano spesso, man mano che ci avvicinavamo all’equatore e servivano molto per rallegrarci un po’. A bordo, del resto, siamo come in un paese cosmopolita. Laggiù a prua c’è la gente fitta che giuoca a tombola. Lì accanto veneti e tirolesi che giocano a tresette con carte su cui sono figure di cavalli, danari, spade e cuori. Più qua giocano a briscola, e son lucchesi. Sono i più chiacchieroni ed i più bestemmiatori di tutti. Qualche ostreghetta e qualche mannaggia l’attaccavano anche i giocatori d’altre regioni d’Italia, ma come i toscani non ci possono essere uguali bestemmiatori in tutto il mondo. Adulteri Sempre a prua, sopra a quelli che giocano, c’è come un palco. Vi si accede per due scalette, una a destra e una a sinistra. Lassù per solito si appollaiavano le coppiette innamorate e lì vicino le loro mamme chiacchieravano animosamente del passato, del presente e dell’avvenire. C’erano due gemelli diciottenni, tirolesi, che uno pareva l’altro. Belli, biondi e due occhi chiarocelesti che brillavano come due stelle. Portavano gli orecchini, cerchietti con stelle come le donne. Uno suonava l’organino, l’altro la chitarra. Generalmente, nei pomeriggi si mettevano a suonare, ora in un punto ora nell’altro e la gioventù ballava. Più giù c’era chi cantava accompagnato dalla chitarra. Da un altro lato qualcuno raccontava una fola e gli amatori stavano attenti religiosamente. C’erano vecchiette che dicevano pater nostri e rosari, raccolte in qualche cantuccio, e non man27


cava chi si confondeva a discutere di politica, d’arte e scienze in genere; dove non mancava mai il prete corso che voleva tutto derivante dalla Francia. Quello che più gli teneva testa era un certo Mori, massese, un omone saccente che portava stivali fino al ginocchio, alla napoleonica, che era già stato un paio di volte in Brasile. Diceva che era un impresario edile; aveva lasciato laggiù nei suoi piedi un suo fratello, al quale, ora, portava sua moglie. Questa fresca sposotta era qualcosa di bello. L’accompagnatore, forse per impicciarsi troppo di discussioni, non aveva avuto modo di far guardianaggio alla cognata, che non disdegnava le premure del fornaio di bordo ch’era un discreto giovane. Ma questo non era il solo idillio a bordo. Oh, ce n’erano per così! Un paio di pollastre ce l’aveva il cambusiere, altrettante o più il cuoco. Il nostromo ed i marinai, come trovavano si arrangiavano anche loro. Ed il modo era facile trovarlo perché la sera, come si è detto, le donne scendevano giù da un boccaporto, gli uomini da un altro, di sorte che i mariti rivedevano le mogli al mattino seguente, quando tutti risalivano in coperta; e così le spose infedeli potevano aver passata con tutta tranquillità la notte in concubinaggio. Capitano d’arme Forse il Capitano d’arme non sarà stato fra i conquistatori. Il Capitano d’arme sui bastimenti è qualcosa come un sottufficiale nei reggimenti: è un po’ il padrone e giudice di tutto. Riguarda la terza classe, e gli armatori certo nominano di solito persone adatte a quella mansione. Ma ritengo che il nostro passasse i limiti: non solo era serio, ma feroce e tutti se ne riguardavano. Anzi, a proposito, ecco cosa avvenne proprio a me: un giorno da qualcuno udii bisbigliare «il fuoco». Io che sapevo che dal 28


fuoco era difficile salvare i bastimenti anche nei porti, sentii rizzarmisi i capelli dallo spavento. Corsi dove correva la gente e mi fermai anch’io al centro del bastimento, dov’era un finestrone scoperchiato che dava luce in basso. Appoggiai i gomiti sopra la ringhiera e vidi laggiù nella stiva che il Capitano d’arme, dopo aver spento un principio d’incendio, redarguiva gli emigranti. Qualcuno fra quanti stavamo guardando dal finestrone lasciò cadere nel vuoto uno sputo. Questo andò proprio a cadere sopra il superbo berretto del Capitano d’arme, costui accortosene si voltò in su e fra quanti eravamo mi pareva guardasse con occhio rude solo me. Poi sparì subito di laggiù. Intuii che sarebbe venuto subito da me. Io non fuggii. Andavo pian piano scostandomi da quel luogo, ma egli era già lì infuriato come una belva. Mi affrontò minacciandomi. Non so neanche adesso perché non mi picchiasse. Ricordo che io guardandolo, gli dissi solo: io non sono stato. Egli sospirò. Sgonfiò come un pallone. Se ne andò senza dirmi altro. Cosa sarà avvenuto in quel momento? Forse v’influirono le preghiere che la mia mamma continuamente avrà fatto per me? Sarà stato forse che l’Ufficiale aveva letto nell’espressione del mio volto l’innocenza? Non so. Certo è che non mi toccò e lungo il viaggio non ebbi da lui noie, ché, del resto, io mi comportavo bene con tutti; quindi non gliene davo motivo. Avaria alle macchine Dopo qualche ora la gente si mise sull’ascolto. «Cos’è avvenuto? – diceva – Le macchine si sono fermate. Perché?» Naturalmente anche la nave si fermò, stanca, come poteva fermarsi un ottantenne a riposarsi a metà di un lungo suo cammino. I marinai allora, dietro ordini del Comandante, apersero le vele, 29


ma vento ce n’era poco o punto ed il cammino che si faceva era irrisorio. Si sperava che il macchinario fosse rimesso in efficienza da un momento all’altro, ma invece passò tutta la notte e il giorno appresso. Alfine ci rallegrammo: sentimmo pulsar sotto i nostri piedi. Le macchine si erano rimosse ed il barco riprese il suo cammino. Come il bastimento proseguiva nella sua navigazione, così continuava la vita a bordo del Bourgogne che era come un paese cosmopolita galleggiante, con i suoi tipi, caratteri e figure differenti l’une dall’altre e che si notavano nella prima, seconda e terza classe. Trattamento e vitto Si poté essere informati che da primo pranzava la prima classe. E questo lo immaginavamo perché noi in qualche modo si vedeva apparecchiare alla seconda, e le torte lì arrivavano non più sane ma incignate. Dopo, in un posticello un po’ scansato, apparecchiavano sopra una pancherella per coloro che erano di terza classe, ma per aver pagato sessanta lire erano considerati come una classe distinta e venivano serviti per lo più con gli avanzi della prima e seconda. I pasti della terza erano assai abbondanti. Anche per qualità non c’era male. A bordo avevano una gran quantità di pecore. Spesso ne macellavano e ce le servivano cucinate in vari modi, ma ne eravamo stanchi. Spesso davano riso in brodo o asciutto, a volte pastasciutta e zuppa di magro. Ceci, formaggi, mandorle, fichi secchi, carrube e vino francese. In tutto il viaggio, dei bovi, ne vidi ammazzare tre. Questa carne veniva servita alla prima, alla seconda, alla classe distinta ed a coloro che con i soldi alla mano andavano alla cucina od alla 30


cambusa; a noi non ce ne dettero mai. Il pane lo cuocevano nel forno di bordo. Ne davano un bel filone a testa e generalmente ne avanzava. Quei tre giovanotti di Montagnana, che furono raggruppati a noi per le levate dei pasti, in principio osservavano i turni per andare a prelevare il mangiare e bere per tutti e qualche volta lavavano anche i recipienti; ma presto si stancarono. Anche perché là dove avveniva la distribuzione spesso c’era tanta gente che doveva mettersi in colonna ed aspettare il turno per essere servita, e questo a loro seccava. Ma quel servizio per lo più, volentieri o no, lo faceva la famiglia del mio accompagnatore e quand’era l’ora i sei figli avevano fame e bisognava andare a prender da mangiare. Eravamo vicini all’equatore: che bei piovaschi che fa lì! Sole che sfolgora in un cielo sereno si alterna a basse nubi dalle quali vien giù tanta fitta pioggia a goccioloni così grossi che, battendo nel mare calmo come una pila d’olio, sembra che lo pizzichi, che lo butteri. Questa pioggia è tiepida che è un divertimento esserne bagnati. Questo particolare si ripete finché non si sono attraversati quei paraggi. La sera che passammo proprio la linea equatoriale, dettero per cena cibarie scelte e fu lanciato qualche razzo e fuochi artificiali e la sirena fischiò tre volte: ciò dà un senso di allegria e rafforza molto l’animo. Lungo il viaggio le macchine si guastarono più volte. Allora se c’era vento favorevole aprivano le vele, ma si andava poco avanti. Fortuna che dopo la piccola tempesta che passammo nel Golfo Leone il mare lo trovammo sempre calmo. Se invece fosse stato infuriato, come spesso avviene, addio il decrepito Bourgogne. Se lo sarebbe inghiottito con tutte le persone che erano a bordo. Un giorno un marinaio mi raccontò che nella nottata avevano 31


gettato un morto in mare e che era già il secondo da che eravamo in viaggio. Disse che il morto lo mettevano in un sacco con un peso di ferro o sasso. Aprivano in una stanzetta vicino alla infermeria un trabocchetto e lo buttavano giù. Restai di stucco. Non avevo pensato che si poteva morire anche a bordo e seppelliti in mare. Parassiti In questo andamento di cose che davano più dispiacere che conforto, avvenne a me una cosa che avevo fatto tutto del mio meglio per evitare. Avevo veduto fino dal principio del viaggio che le mamme pettinavano i figlioli e con somma cura cercavano qualcosa fra i loro capelli. Anche fra adulte avevo veduto che si pettinavano e si cercavano a vicenda in testa, ma io mai pensai che un giorno anch’io sarei stato invaso dalle bestiole che esse erano in cerca tanto affannose per schiacciarle. Avevo potuto conservarmi immune venticinque giorni. Quando mi sentii camminare qualcosa in seno. Mi venne un ribrezzo in tutto il corpo come se cento bisce mi avessero fasciato a nudo. A chi potevo ricorrere per essere salvato? A chi? Alla mamma? Alle sorelle? A chi? Lì non c’era né casa, né stanza! Il passeggero di terza classe non aveva una cabina, ma una comune corsia piena di cuccette in balìa dei pidocchi. Io avevo dormito sempre sopra coperta, ma ormai m’avevano raggiunto. Girai lo sguardo, mi voltai in alto ed in basso come chi cerca qualcosa che gli dia estro e l’aiuti. Vidi qua e là qualche buon conoscente ch’avevo fatto lungo il viaggio. Volevo spassionarmi con loro, ma poi pensai che oltre ad essere inutile la lamentela forse essi stessi sarebbero già stati invasi o che sarebbero per esserlo. E così in silenzio presi a lottare con quelle bestiole per tutto il viaggio. 32


Valigia Contin Da lì a qualche giorno vidi correr gente verso il boccaporto degli uomini. Io che dubitavo sempre del fuoco corsi, scesi a basso e lì, proprio attiguo alla mia cuccetta, c’era uno dei tre giovani di Montagnana che piangeva, facendo vedere ai suoi due compagni la propria valigia di tela tagliata per sotto come da un rasoio, e diceva che gli avevano rubato quattro o cinquecento lire, la maggior parte delle quali in oro. Dio buono, dissi, aiutatemi! Quando partii da casa m’era avanzato qualche po’ di soldi dalla mia cassa privata. Duecento lire me le avevano date i miei genitori. Cento mio fratello Domenico, alla stazione di Querceta. Sommavano proprio circa quanto avevano rubato a quel giovanotto che, ricordo, sulla sua valigia portava scritto: Giovanni Contin. A me principiarono a prendere le caldanelle, i sudori che mi provocava la paura di essere preso in sospetto. Pensavo: mi frugheranno, mi troveranno i miei soldi. Non sarò creduto. Cosa mai avverrà di me? Mi ritirai tutto appassionato come avessi la morte in cuore. Gironzolai qua e là, fingendo di non interessarmi della cosa, ma in effetto stavo attento ad ogni mossa e parola della gente, parendomi d’aver tutti gli occhi addosso ed aspettando di essere chiamato da un momento all’altro. All’ora di cena i tre veneti non presenziarono mentre noi si mangiava. Mangiammo noi, parlando del fattaccio come si parla di una cosa dispiacente anche per essere avvenuto a persone di nostra conoscenza e del nostro gruppo. Nel tardo pomeriggio vidi i tre con il Capitano d’arme, indaffarati, andare dalla cuccetta dove era avvenuto il furto al centro, forse in presenza del Comandante. Passai la notte in piccoli sogni noiosi e nei frammezzi pensavo alle noie che avrei potuto 33


avere. Questi pensieri mi dettero noia anche per tutto l’indomani. Nell’altro giorno, ad una certa ora, si sciolse il nodo della faccenda: Contin aveva simulato il furto ed era stato messo in prigione. Ed ecco cosa venni a sapere da Fasella ch’era il più semplice dei tre nostri gregari: egli mi disse che Garrino loro compagno, nel partire da Montagnana, aveva venduto qualcosa che era di proprietà dei suoi zii o cugini. Nell’avvicinarsi a Genova Garrino, dubitando che i parenti per mezzo delle Autorità lo fermassero a Genova e gli sequestrassero l’importo, pregò Contin perché glielo tenesse. Quando furono a bordo, Contin voleva consegnare i soldi al padrone, ma lui lo pregò di tenerli ancora perché dubitava che la Giustizia, furba, avesse pensato di fermarlo a Genova, ma sul piroscafo. Allora Contin, trovandosi con tutti quei quattrini e vedendo che in cucina si preparavano pietanze squisite e bottiglie di buon vino dal cambusiere, principiò a comprare con quelle palanche ogni grazia di Dio, dandone un poco a Garrino padrone del gruzzolo e mangiandosi e bevendosi poi tutto il resto per sé, niente dando mai a Fasella che era quello che ci spiegò la cosa. Garrino vedendolo spendere così forte gliene domandava spesso la ragione, ma Contin gli rispondeva che li vinceva al gioco. Alla fine, quando il gruzzolo fu quasi consumato, da sè Contin tagliò la sua valigia per sotto, principiò a piangere e disse che gli avevano rubato i soldi. Ma Garrino, che lo vigilava sempre, aveva osservato che al gioco erano molte più le volte che perdeva di quelle che vinceva. Così, messo alle strette da Garrino, dal Capitano d’arme e dal Comandante, dopo tre giorni confessò come erano andate realmente le cose e la sua confessione liberò me dall’incubo che mi ero fabbricato. Sentendo questa spiegazione 34


il mio spirito divenne ad un tratto leggero come una piuma, libero d’ogni suggestione e pieno d’allegria: il mondo era divenuto nuovamente bello! Contin fu messo in prigione, ma dopo pochi giorni vidi che era stato lasciato in libertà. A bordo si disse che gli era stato perdonato ed altri dicevano che, arrivati nel Brasile, sarebbe stato consegnato alle Autorità per essere giudicato. Tanto io che la famiglia che mi accompagnava, avemmo modo di constatare lungo il viaggio che Garrino era molto superbo e cattivo d’animo in confronto dei suoi due compagni e ci rispondeva con mal garbo, quando lo invitavamo a prendere con noi le vivande al luogo della distribuzione. Scorreva ormai la vita in quel modo, quantunque gli odori di bordo ed il rimanente mi avessero fatto venire una specie di sconcerto e mal di mare; si viveva nella speranza che fra non troppi giorni saremmo arrivati a destinazione. Così, oltre i soliti giri di giorno, si prese a guardare le stelle. Essendo ormai la fine di novembre, da dove eravamo giunti, l’orse non si vedevano più. La stella polare appena appena si vide sull’orizzonte ancora per qualche dì; poi ci sparì anche quella dalla parte del nord. Invece ci apparve sull’orizzonte australe la Croce del Sud e ogni sera la vedevamo più alta. Parlando e guardando le bellezze del cielo ci passava veloce il tempo e le amarezze di quaggiù. Io avevo un cilindretto antico, ossia un orologio da tasca di quelli che si caricavano con una chiavetta. Lo tenevo attaccato con un cordoncino di seta nera al taschino del panciotto. Un napoletano riuscì ad ingannarmi; mi aprì sotto il naso una valigetta e fra tanti ninnoli offrì per cinque lire una catenella d’argento che brillava dal bianco che aveva, dicendomi: «Vedete, questa a voi ci vuole per l’orologio, non codesto cordoncino che vi sta 35


poco bene, mentre questa catena a un giovane come voi è di grande ornamento». Fra me pensai: questo napoletano non dice male, anche perché laggiù quando mio fratello mi farà conoscere i suoi amici sarebbe bene far figura meglio che si può. La comprai. Vi adattai l’orologio. Fissai il tutto alla sottoveste e mi pareva di essere un conte. Ma ohimé! Prima che scendessi dal barco era diventata del colore dell’ottone, ma non d’ottone bello, di ottonaccio; sicché pensai di togliermela all’arrivo da mio fratello, perché mi avrebbe fatto vergogna. Il napoletano non lo maledissi perché non ho mai maledetto nulla al mio mondo, ma certo mi dispiacque tanto, oltre le cinque lire, siccome mi ritenevo furbo, d’essere stato fatto fesso così. Terra Era qualche giorno che di quando in quando si vedeva sul mare un pezzetto di legno o altro oggetto galleggiante, ed anche qualche uccello marino. Quando finalmente, come Dio volle, il mattino del 28 novembre, dopo trentasette giorni ch’eravamo partiti da Genova avvistammo terra. Dico «terra», ma era una grande montagna coperta d’un bel verde formato da folti boschi. Tutti noi sembravamo matti dall’allegrezza. Non riuscivamo più a stare fermi, si era tutti in movimento. Ci pareva di essere tanti Cristoforo Colombo. Sapemmo poi che quella terra era l’Isola Grande dove si approda per il controllo Sanitario. Vennero alquante chiatte a murata del Bourgogne e tutti i passeggeri dovettero portarci il bagaglio personale, l’equipaggio strapunti e coperte. Codesti chiattoni portarono gli indumenti a terra, nei forni di disinfezione, poi li riportarono a bordo e consegnarono ai proprietari. 36


emigrato


© Archivio Famiglia Barberi

«Io domando a me stesso che cosa mi mancava qui a Forte dei Marmi nel 1890, quando avevo diciassette anni, da venirmi la voglia di emigrare?».

In copertina: “Genova. Partenza per l’America” © Fondazione Paolo Cresci (per gentile concessione)

ISBN 978-88-95653-03-7

progetto grafico: jam | 66

libro + dvd 25 euro non vendibili separatamente

9 788895 653037


Rodolfo Barberi. L'emigrato