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Zona Immaginare un territorio, immaginare un pubblico Azione de− centrata e azione partecipa− ta Alcuni suggerimenti: −in che modo si può parlare di azione decentrata e di dispositivi di partecipa− zione? −fai un esempio di azione decentrata prodotta da LA ZONA −quando per te un’azione si può definire partecipata? LA ZONA è nata dall’idea di ‘sollevare in modo non gerarchico’ alcune esperienze significative da un contesto territoriale denso e dai confini duttili che, proprio per questo, è difficile poter definire in termini nettamente urbani, regionali, nazionali, extranazio− nali. L’idea di zona e quella di network di fatto enfatizzano l’aspetto della duttilità dei confini e dell’assenza di centro che, a mio parere, risulta rilevante anche e soprattutto se si pensa al possibile raggio d’azione del network. Ovvero il concetto di decentramento è interessante non tanto da un punto di vista strutturale − già si diceva nel corso del nostro ultimo incontro che un network è per definizione decentrato, anzi esclude di per sé la nozione di centro −, ma piuttosto dal punto di vista dell’azione. Che cosa si intende, dunque, per azione decentrata? A mio parere un’azione decentrata è innanzitutto un’azione che sa innervare in modo capillare un contesto, scostandosi dai luoghi convenzionalmente ritenuti centrali − da un punto di vista geografico e rispetto agli usuali percorsi culturali − e individuando quali priorità l’attivazione di contesti marginali (in termini sociali e culturali) e l’indagine di nuovi modi di comunicazione di un linguaggio complesso, quale quello dell’arte contempora− nea, che sensibilizzino fasce ampie e diversificate di pubblico. Ciò può avvenire su un piano regionale mantenendo, però, la artway of thinking Azione decentrata e partecipata è la forma coerente alla nostra idea di artista che opera in ambito pubblico − quindi alla responsabilità e al ruolo sociale − che abbandona l’idea di artista−creatore− autore unico dell’opera, per guardare invece alla co−creazione. Decentrata e partecipata è la proprietà (e il valore) intellettuale dell’opera; è forma di buon LAGO FILM FEST governo dei pro− cessi creativi collettivi (ruoli per competenza); è la forma “sistemi− ca” dell’opera. Una rete per natura non può che essere “policentrica” e una rete di soggetti in più non può che essere “partecipata”. Zona− “la cinghia” che funzione ha? È il propulsore di azioni partecipate? È il promotore di sempre nuove collaborazioni? Bene pubblico e bene comune (in arte) Alcuni suggerimenti: −secondo te LA ZONA potrebbe essere essa stessa un bene pubblico e/o un bene comune? −il bene pubblico e/o il bene comune potrebbero essere comunque ambiti di intervento o temi di indagine? −in che modo potrebbero eventualmente essere delle direzioni che caratterizzino la produzione futura de LA ZONA? − Intanto un primo terreno di indagine potrebbe essere la differenza tra pubblico e comune. Comune come termine che supera il binomio pubblico−privato. Un Bene comune non appartiene ad un singolo, ma nemmeno allo Stato. Bensì appartiene a tutti. − Un bene comune non esiste a priori. Esiste se il suo essere comune è costruito in una prassi. Un bene comune è dunque necessariamente legato ad una pratica del comune. − Arte e comune: che rapporto in− tercorre tra i due termini? Oltre la critica della funzione autore, è possibile affermare che l’arte, tantopiù nell’era delle reti, corrisponde ad una pro− duzione sociale diffusa? Che relazione esiste tra singolarità e collettività nella produzione artistica? Una pratica del comune artistico è una pratica che deve svi− lupparsi dentro (contro?, alternativamente?) PROGETTOZERO+ v ad una distribuzione di ruoli (artista, pubblico, curatore, collezionista), ad una serie di dispo− sitivi (mostra, festival, spazio non profit, museo, ecc) e ad un forte regime di proprietà. Come si ipotizza una pratica del comune artistico in rapporti a ruoli, dispositivi e proprietà? − Approcciare un doppio terreno: quello dell’arte in quanto istituzione e quello della centralità degli affetti, dei linguaggi, della creatività, delle relazioni. Un terreno che rende incerti i confini tra arte, lavoro, politica ed economia. Gli interrogativi che pone Marco sono molto ampi e complessi. Per ora, rispondo solo parzialmente eviden− ziando alcuni aspetti. Lasciando forse da parte il concetto di ‘bene’ e volendo definire la dimensione pubblica e la dimensione comune, forse collocherei la dimensione comune in una prospettiva di tipo relazionale, identificandola con qualcosa di operativo, con lo spazio di una connessione che esula, appunto, dal binomio individuo/stato e dal binomio pubblico/privato più rigida− mente intesi ed evidenti se si parla di dimensione pubblica. Penso che una pratica del comune artistico di per sé scardini STARTUP una visione ancorata a ruoli e dispositivi, ponendoli ampiamente in discussio− ne nella misura in cui la dimensione comune mette in primo piano quei caratteri di incertezza, modificabilità e auto−criticità che fanno sì che un ruolo e/o un dispositivo si ridefiniscano, di volta in volta, in forza di ciò che è ad essi esterno in un fluido concatenarsi di relazioni, posizioni ecc. Questa modalità organizzativo/relazionale, che in parte connota LA ZONA come network, è interessante perché amplifica la forza immaginativa e sperimentale dell’operatività sia essa legata a un contesto/dispositivo, sia essa data da una dinamica tra ruoli. Tema vasto e profondo. Qui possiamo cominciare dicendo che: Ogni bene comune è prima un bene individuale (per se stessi)…… Ogni bene è pubblico quando è disponile ai più: esistono possibilità di accedervi…. Ciò che è bene per un gruppo di individui (bene comune) non è detto sia bene per altri….. Ci sono elementi basilari che si possono con certezza iscrivere al “bene comune” e al “bene pubblico”: bellezza, armonia, quità……. L’Arte è un bene comune, in parte è pubblico…… La nostra idea di “bene comune” coincide in linea di massima con gli scopi interni al gruppo (rete, co−creatori di Zona) SOTTOBOSCO e l’idea di “bene pubblico” è connessa agli obiettivi delle azioni nel contesto…. Dimensione territoriale e dimensione concettuale della rete. Alcuni suggerimenti: −in che modo LA ZONA può definirsi (o non definirsi) in termini territoriali? −in che modo LA ZONA può definirsi (o non definirsi) in termini concettuali? −qual è la relazione GALLERIA CONTEMPORANEO tra queste duedimensioni? La zona come territorio geografico o territorio concettuale? Ovviamente mi viene in mente il lento e profondo viaggio catartico compiuto all’interno della cosiddetta “Zona” dai protagonisti di Tarkovskij. Primo input. Si avventurano nella "Zona", un territorio rurale desolato e in rovina dove le normali NUOVA ICONA leggi fisiche sono state stravolte per cause ignote. Si vocifera che la Zona − isolata da un cordone di sicurezza governativo, in cui tuttavia gli stessi militari non osano spingersi − contenga una stanza in cui si possono avverare i «desideri più intimi e segreti»: è questo il luogo ARTWAY OF THINKING che i due uomini vogliono raggiungere. Per affrontare il viaggio con qualche sicurezza, i due ingaggiano uno "Stalker" una guida illegale esperta del ASSOCIAZIONE E: territorio.Illegalità come guida? Desideri realizzati? Bisognareggerli i propri desideri, poi. Sennò come il Porcospino ci si suicida. « Mi hanno sovente domandato cos’è la Zona, che cosa simboleggia, ed hanno avanzato le interpretazioni più FONDAZIONE MARCH impensabili. Io cado in uno SALE DOCKS stato di rabbiae di disperazione quando sento domande del genere. La Zona è la Zona, la Zona è la vita: attraversandola l’uomo o si spezza o resiste. Se l’uomo resisterà dipende dal suo sentimento della propria dignità, dalla sua capacità di distinguere il fondamentale dal pas− seggero » (Andrej Tarkovskij. Scolpire il tempo. Milano, UBULibri, 1988, pag. 178) Un altro input è Debord. Nel primo numero del bol− lettino dell’Internazionale Situazionista, pubblicato nel 1958, la psicogeografia viene definita "Studio degli effetti precisi dell’ambiente geografico, disposto coscientemente o meno, che agisce direttamente sul comportamento affettivo degli individui". La zona che umore ci regalerà? L’idea promossa da Debord è dunque la decostruzione degli spazi urbani e la costruzione di nuovi, cui caratte− ri− stiche principali siano breve durata, mutazione permanente e mobilità. Aggiungerei lo straniamento. « Per fare una deriva, andate in giro a piedi senza meta od orario. Scegliete man mano il percorso non in base a ciò che SAPETE, ma in base a ciò che VEDETE intorno. Dovete essere STRANIATI e guardare ogni cosa come se fosse la prima volta. Un modo per agevolarlo è camminare con passo cadenzato e sguardo leggermente inclinato verso l’alto, in modo da portare al centro del campo visivo l’ARCHITETTURA e lasciare il piano stradale al margine inferiore della vista. Dovete percepire lo spazio come un insieme unitario e lasciarvi attrarre dai particolari. » Ultimo input di stasera. Giorgio Agamben “Lo stato di eccezione, ossia quella sospensione dell’ordine giuridico che siamo abituati a considerare una misura provvisoria e straordinaria, sta oggi diventando sotto i nostri occhi un paradigma normale di governo, che determina in misura crescente la politica sia estera sia interna degli stati. Quando lo stato di eccezione tende a confondersi con la regola, le istituzioni e gli equilibri delle costituzioni democratiche non possono più funzionare e lo stesso confine fra democrazia e assolutismo sembra cancellarsi.” La zona, un gruppo con base veneta e vocazione internazionale? Quello che vorrei provare a focalizzare è il rapporto tra territorio e selezione. Paura di creare un campo e non una zona. Quali sono i criteri di selezione? I criteri di selezione della zona. Apparte− nere ad un territorio? Lavorare in un territorio? È il territorio che definisce? che definisce se stesso alla fine? O è la messa in crisi del territorio? Lo sfasamento, la latitanza. La latitanza è la situazione in cui viene a trovarsi colui il quale "volontariamente si sottrae alla custodia cautelare, agli arresti domiciliari, al divieto di espatrio, all’obbligo di dimora o ad un ordine con cui si dispone la carcerazione" : il latitante [1]. L’espressione latitante indica la persona irreperibile, avendo come punto di osservazione non chi procede alla ricerca ma chi è soggetto alla ricerca stessa. Così latitante ed irreperibile sono considerati termini equivalenti, che differiscono solo per l’angolo di osservazione [2]. Da Wikipedia. Iden− tità veneta. Il terzo Veneto. Come dice Paolini questo nome ci ricorda Terzo Reich Ognuno di noi prefe− risce esse

Artway of Thinking www.artway.info Associazione E www.e-ven.net Fondazione March www.fondazionemarch.org Galleria Contemporaneo www.galleriacontemporaneo.it Nuova Icona www.nuovaicona.org S.a.L.E. Docks www.saledocks.org Sottobosco www. sottobosco.net Startup startup@gmail.com Progettozero+ www.progettozeropiu.com


comunicato stampa

LA ZONA – Immaginare un territorio, immaginare un pubblico INDEPENDENTS – ArtVerona|dal 14 al 18 ottobre 2010 LA ZONA è un network di curatori indipendenti e di piccole e medie realtà no-profit che operano, con base in Veneto, nella produzione e ricerca per le arti visive contemporanee. Nata alla fine del 2009, LA ZONA vuole affermarsi come spazio discorsivo e progettuale che, con un’attenzione particolare alla dimensione public e community based, intende generare una più ampia riflessione sui cambiamenti che interessano il meccanismo espositivo e che connotano l’attuale dibattito internazionale sulle pratiche artistiche e curatoriali. Immaginare un territorio, immaginare un pubblico è una serie di tre panel di approfondimento tematico e di discussione tra i rappresentanti de LA ZONA, con interventi esterni di curatori e artisti italiani ed internazionali la cui ricerca si distingue per l’attinenza con i temi trattati: quali possibili configurazioni potrebbe assumere la comunità a partire dall’inevitabile intersezione tra arte contemporanea e dinamiche sociali? Come poter approfondire l’indagine sulle pratiche creative, di ricerca e di diffusione del linguaggio dell’arte contemporanea, pensando a un contesto che non sia più legato unicamente all’idea di luogo e alle specificità che lo definiscono, bensì a un’idea nuova e specifica di pubblico/i? Quali sono i metodi e i modi attraverso cui possono originarsi nuove forme di auto-organizzazione, e come si possono strutturare piattaforme di collaborazione realmente innovative ed efficaci? Programma: 15 ottobre 2010 - dalle 18.00 alle 19.00 - Spazio Aletti, Padiglione 6, Verona Fiere Arte contemporanea tra dinamiche sociali e comunità possibili Intervengono: Artway of thinking (www.artway.info) Marco Baravalle (S.a.L.E. Docks – www.saledocks.org) Chiara Sartori (curatrice – Venezia/Padova) Progettozero+ (www.progettozeropiu.com) Intervista a Cecilia Canziani (curatrice – Roma) 17 ottobre 2010 - dalle 16.30 alle 19.00 - Spazio Aletti, Padiglione 6, Verona Fiere Site/audience specific: per una riflessione sull’idea di contesto Intervengono: Riccardo Caldura (Galleria Contemporaneo – www.galleriacontemporaneo.it) Aurora Di Mauro (esperta museale – Padova) Start UP (associazione.startup@gmail.com) Vittorio Urbani (Nuova Icona – www.nuovaicona.org) Bert Theis (artista e curatore – Milano/Lussemburgo) Metodi di auto-organizzazione e nuove piattaforme collaborative Intervengono: Associazione E: (www.e-ven.net) Silvia Ferri (fondazione march – www.fondazionemarch.org) Lago Film Fest (www.lagofest.org) Sottobosco (www.sottobosco.net) Intervista a Astrid Wege (curatrice e critica – Colonia) Per ulteriori informazioni: lazonalab@gmail.info | www.artverona.it/articles/view/independents


il glossario Latitanza Si vocifera che la zona - isolata da un cordone di sicurezza governativo, in cui tuttavia gli stessi militari non osano spingersi - contenga una stanza in cui si possono avverare i «desideri più intimi e segreti». Prendo spunto da Stalker di Andrej Tarkovskij. I criteri di selezione della Zona: Appartenere ad un territorio? Lavorare in un territorio? È il territorio che definisce? Che definisce se stesso alla fine? O è la messa in crisi del territorio? Lo sfasamento, la latitanza. Per ri-costruire il territorio penso sia necessario costruire un pubblico. Un insieme di persone che riesce ad immaginare un territorio diverso al di là della polarità città-periferia e che ospita l’arte contemporanea come strumento critico del quotidiano. La Zona per me è un’attività di progettazione e di resistenza in un territorio diffuso e discontinuo. Una “zona di responsabilità” per una grande minoranza. Silvia Ferri - Fondazione March Responsabilità e ruolo sociale «La Zona è la zona, la zona è la vita: attraversandola l’uomo o si spezza o resiste. Se l’uomo resisterà dipende dal suo sentimento della propria dignità, dalla sua capacità di distinguere il fondamentale dal passeggero». (Andrej Tarkovskij. Scolpire il tempo. Milano, UBULibri, 1988, pag. 178). Una pratica del comune artistico è una pratica che deve svilupparsi dentro (contro?, alternativamente?) ad una distribuzione di ruoli (artista, pubblico, curatore, collezionista), ad una serie di dispositivi (mostra, festival, spazio non profit, museo, ecc) e ad un forte regime di proprietà. Un terreno che rende incerti i confini tra arte, lavoro, politica ed economia. La Zona non dipende da una geografia pregressa, ma dalla soggettività di chi l’attraversa. Marco Baravalle - Sa.L.E. Docks Relazione Credo che debba essere importante per noi che vediamo la lettura del contesto urbano attraverso gli strumenti delle culture contemporanee, incominciare ad incontrare altri soggetti (politici, decisori amministrativi, operatori) di altri ambiti: contaminiamo, dunque, i loro territori di ricerca e di applicazione. Questo vuol dire aprire i nostri incontri anche ad altre figure. Ecco, io sento (ditemi se sbaglio) che la produzione artistica contemporanea sia e debba essere trasversale rispetto a più settori che compongono il mosaico della visione della nuova città. Per questo è quanto mai necessario che ci armiamo di “obiettivi grandangolari” per avere una visione ampia dei diversi contesti urbani. Aurora Di Mauro – storica dell’arte ed esperta museale Sperimentazione La Zona come luogo di indagine delle tautologie e delle contraddizioni che nascono in seno al fantomatico Nord-est? È un esperimento. Siamo le nostre cavie. Non è detto che produrremo qualcosa di nuovo o che faremo una scoperta che cambierà l’umanità. Ci stiamo provando. Abbiamo dei valori su cui investire, un fondo comune di relazioni, competenze e luoghi. La sperimentazione è un azzardo. Comporta di mettere in gioco quel che si è, nel poco o nel tanto, e puntare al rialzo. Parlarne è come parlare di sesso: è più importante fare pratica. Preliminarmente però conviene chiarire le posizioni e trovarne di nuove. Solo così ci si diverte e si tiene viva la passione. Francesco Urbano e Francesco Ragazzi - Associazione E Prossimità Ho pensato al concetto di ‘prossimità’, come se fosse una sorta di anello di congiunzione fra due possibili livelli della Zona. Il primo livello è dato da una sorta di “sentire comune” – possiamo parlare di “affinità elettive”. Il secondo livello ritrova invece la dimensione localmente concreta, assumendola non tanto come un limite localistico, ma come il dato di partenza: quelle erano le persone (istituzioni, associazioni, operatori) intorno ad un tavolo e non altre. In questo senso direi “prossimità” così come si dice “produzione a chilometri zero”. Qualcosa che si inscrive in un contesto, in qualche modo trasformandolo per un momento in un “cerchio” della cosa comune. È qualcosa che ha a che fare con l’intercettare la possibilità di una attenzione che si presumeva vi fosse, che si sperava vi fosse, ma di cui non si aveva alcuna certezza. Significa cercare una forma di reciproco riconoscimento, senza altro scopo nel proprio agire che questo riconoscimento stesso, dunque in senso letterale no profit, perché non può essere tesaurizzato il riconoscimento reciproco. Riccardo Caldura - Galleria Contemporaneo Site specific / Audience specific Una Zona attraversata da Territori.. che non significa necessariamente la terra dove sei nato. È una forma “mentale” e al tempo stesso operativa di approccio: rielaborare e adattare le forme espressive del contemporaneo - incrociare problematiche concrete, reali, sociali - operare reti di resistenza culturale. Un’interazione continua con il pubblico, con le comunità, cercando una mediazione ridotta al minimo. Il territorio è vivo. Il territorio accade. Nel territorio il Re è nudo. Il territorio è direttamente politico. Alessandro Bertoncello e Paolo Dusi - progettozero+


Dimensione territoriale / Dimensione concettuale Relazione è ibridazione, e in quanto tale implica un ripensamento del sé, la parziale rimozione di istanze non conciliabili con la definizione di una identità comune. Se è possibile definire La Zona come il campo di questi processi, è possibile individuare una forma di relazionalità “debole” che preservi le identità singole e al contempo nutra la nuova identità collettiva senza troppo mettere in discussione i singoli. Sarebbe forse interessante chiedersi cosa c’è nel punto in cui la dimensione territoriale e la dimensione concettuale si sovrappongono sfumando, cancellando delle ideali linee distinte e creando un nuovo territorio, dove la dimensione concettuale, presa nell’accezione di pensiero progettuale e la dimensione territoriale come campo d’azione del pensiero progettuale sono in sinergia, creando un nuovo luogo. Eugenia Delfini, Fausto Falchi, Nicola Nunziata, Pasquale Nunziata - Sottobosco Terza Cultura La Zona risponde ad una necessità. La stessa necessità che ha fatto nascere e crescere ciascuna delle realtà che la compongono. La consapevolezza dell’arricchimento nell’incontro è una necessità di crescita e di scambio. Ed è forse da qui che si crea una “terza cultura”: differenti realtà interagiscono ne La Zona senza ridursi una all’altra, creando una nuova cultura, una “cultura vettoriale”. Viviana Carlet - Lago Film Fest Vocazione pubblica Sin dall’inizio abbiamo sentito l’ebbrezza (e il peso) di fornire un “servizio sostitutivo” per l’arte contemporanea in una città distratta e soffocata dal peso dell’arte antica (non davvero sentita come emozione vera, come occasione di critica del presente), e dalla sindrome idiota degli “eventi”. Il nostro ruolo sociale non è però solo - già non è poco fare quello che le autorità culturali non sono interessate o non vogliono fare, andare avanti promuovendo e mandando avanti il lavoro degli artisti: al di là della specifica produzione, è la creazione di una struttura, sia essa un circo o un assessorato ombra. Caratteri di contradditorietà, di instabilità, di diseguaglianza, di intermittenza tutti appertengono al non-profit culturale da un punto di vista biologico. L’ibrido ha spesso più successo, ove le sue caratteristiche “nuove” lo rendano più adattato all’ambiente. Questa piccola-grande magìa del fare, del fare non commissionato, non autorizzato, non aiutato, non finanziato: ma che tuttavia è il fare delle idee che riescono a vincere la loro piccola-grande guerra per diventare realtà. Vittorio Urbani - Nuova Icona Bene comune Curiosità, sperimentazione, leggerezza, autoironia e umorismo, passione per il gioco e la sfida, uscire dalle forme, distruggerle per crearne di nuove: questa è una “Zona divertente”. Per noi lo sarebbe. Sul bene comune e il bene pubblico: Ogni bene comune è prima un bene individuale (per se stessi). Ogni bene è pubblico quando è disponile ai più: esistono possibilità di accedervi. Ciò che è bene per un gruppo di individui (bene comune) non è detto sia bene per altri. Ci sono elementi basilari che si possono con certezza iscrivere al “bene comune” e al “bene pubblico”: bellezza, armonia, equità... L’Arte è un bene comune, in parte è pubblico. Stefania Mantovani, Federica Thiene – Artway of Thinking Divertimento Mi piacerebbe che La Zona diventasse (per chi avesse smesso!) una “nuova scusa” per tornare a giocare con il Lego, abbandonando l’approccio “pragmatico” di chi, aperto il foglio delle istruzioni di montaggio, punta a ricostruire quello che è raffigurato sul fronte della scatola (a cui personalmente ho sempre preferito le “alternative suggerite” sul retro della scatola). Restando sulla metafora, credo che il “divertimento della Zona” dovrebbe consistere nel naturale passo successivo, quello appunto più divertente, il più apprezzato dai soggetti più fantasiosi: trovare alternative alle “alternative suggerite”. Per trasformare la base spaziale in un chiosco gelati. O viceversa, condividendo stimoli e curiosità (e i propri mattoncini) con i “compagni di gioco”. Edoardo Gamba e Davide Pesavento - Start Up Azione decentrata e partecipata “Siamo visitatori, spettatori, ascoltatori. Siamo artisti, critici, curatori. Occasionalmente ci incontriamo nel contesto di una mostra, di una inaugurazione, a un talk. Parliamo e compiamo delle azioni. Ad un certo punto, i nostri ruoli, quelli che ci vengono solitamente assegnati, vanno fuori fuoco e ci permettono di riconsiderare la potenzialità di questo coinvolgimento. Siamo qui, ed ora. Condividiamo uno spazio, una conversazione, uno scambio di idee, mentre guardiamo, ascoltiamo, esperiamo un lavoro. Potremmo riconoscere la nostra affinità proprio attraverso la condivisione di questa esperienza. Per la durata di questo intervallo di tempo, siamo un ‘noi’, anche se al di fuori di questo spazio potremmo anche non avere nulla in comune”. (Invisible Publics, maggio-giugno 2010, Townhouse Gallery of Contemporary Art, Cairo.) Chiara Sartori – Curatrice indipendente


ZONA. Il glossario  

ZONA è un network per l'arte contemporanea fondato da: Artway of Thinking – Associazione E: – fondazione march – Galleria Contemporaneo – Nu...

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