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ON STAGE - I benandanti focus sulla pratica curatoriale a cura di Andrea Bruciati

Con un progetto condiviso tra nove dei più attivi curatori della nuova generazione, l’iniziativa tenta di tratteggiare le caratteristiche del curatore, una figura articolata e complessa dell’attuale sistema dell’arte, che accredita il riconoscimento di valore dell’opera e coadiuva l’autore nella ricerca.

LA FIERA DELLE GALLERIE ITALIANE DI ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA 18 > 22 OTTOBRE 2012 VERONA WWW.ARTVERONA.IT

Teun Hocks, Untitled n. 233 (Cloud) - ICONA 2011

Attraverso la pratica del confronto e l’analisi del lavoro di giovani artisti selezionati, si intendono offrire diverse chiavi di lettura per una interpretazione lucida e circostanziata dell’arte italiana a venire, con uno spirito permeabile al confronto ma mirante ad una pratica di resistenza attiva.

I curatori: Lorenzo Bruni, Alessandro Castiglioni, Eva Comuzzi, Simone Frangi, Alice Ginaldi, Antonio Grulli, Denis Isaia, Marco Tagliafierro, Francesco Urbano e Francesco Ragazzi Gli artisti: Alessandro Agudio, Mattia Bosco, Jacopo Candotti, Giulia Cenci, Teresa Cos, Tomaso De Luca, Donatella Di Cicco , Andrea Dojmi, Giulio Frigo, Giorgio Guidi, Michele Lombardelli, Andrea Magaraggia, Rachele Maistrello, Stefano Mandracchia, Yari Miele, Dario Pecoraro, Gianni Pettena, Giordano Pozzi, Agne Raceviciute, Luca Scarabelli, Angelo Sarleti, Carlo Speranza, Giulio Squillacciotti, studio ++.


On Stage / I benandanti

On Stage / I benandanti

a cura di Andrea Bruciati

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Come dei rabdomanti che ispezionano il suolo alla ricerca di una sorgente potabile, i curatori riallacciano i fili di un’analisi fondata sul presente. Campo sensibile di interiezione, energia condivisa di un mondo apparentemente altro, osmosi fra pubblico e autore, il critico curatore deve essere garante di uno scambio differente. Antenna inquieta di un terreno percorso da continue fibrillazioni, il curatore assomma la pratica operativa dell’organizzatore con il giudizio critico basato su schemi interpretativi di ordine estetico. L’oramai mitico compagno di strada che nasce con le rivoluzioni sociali degli anni Sessanta, oggi è figura professionale complessa (mediatore, comunicatore, manager, organizzatore…) e di gran moda ma di certo risulta pedina culturalmente addomesticata. Dallo slogan della ‘libertà al potere’, allo sperimentatore militante, sodale fra gli artisti il passo era breve. Protagonisti come Harald Szeemann, Germano Celant, Achille Bonito Oliva, Jean Hoet, Jean Hubert Martin, Kaspar König, hanno lasciato il posto ad una figura professionale burocraticamente inserita, funzionale all’organizzazione sistemica del mercato, che annovera successi per notorietà e prestigio. Ma in un momento strutturale di crisi, di grandi smottamenti e riformulazioni di senso, è mai possibile che non vi possa essere una ridefinizione del suo ruolo intellettuale, per una rinnovata autenticità deontologica? Forse vi è una nuova presa di coscienza nel mondo dell’arte che investe anche la figura professionale più discussa e ingerente: è indubbio che vi sia un anelito diffuso, un’aria di cambiamento generalizzato che nel voler ricercare nell’opera una interpretazione esegetica alternativa, si estende di converso all’approccio critico e, di conseguenza, ad una differente metodologia operativa. Spesso tessitori sottotraccia del sistema, auscultatori come levatrici, i curatori sembrano poeticamente rimandare a dei ‘benandanti’ contemporanei che errano di studio o spazio alternativo, dislocandosi perennemente, sempre alla ricerca di nuovi stimoli. Per questa loro tensione sanno riconoscere nell’artista il soggetto per una nuova riapertura di senso, e incarnano coloro che rendono plausibili ed esperibili le possibilità/potenzialità dell’opera sia per l’autore stesso che per il pubblico. Con un progetto condiviso fra alcuni dei più attivi curatori della nuova generazione, la rassegna I benandanti tenta pertanto di rendere manifesta la figura di

curated by Andrea Bruciati

quel ‘compagno di strada’, romanticamente ma bellicosamente intesa. Un personaggio incubatore e nel contempo metro critico di giudizio che accompagna il battesimo dell’opera d’arte e ne avvalora il riconoscimento di valore. Vi è in effetti una soluzione di continuità fra le opere presentate da ciascuno degli interpellati per una interpretazione lucida e circostanziata, che testimonia la prospettiva di ognuno dell’arte italiana a venire. Di certo, forte è l’aspetto dialettico di questa iniziativa: costituendosi quale dialogo fra spiriti diversi, ogni intervento si pone quale componente organica per una pratica di resistenza attiva. I benandanti è l’iniziativa 2012 del format On Stage, avviato in collaborazione con ArtVerona, che ha pertanto come obiettivo quello di creare una piattaforma tra i diversi protagonisti dell’arte contemporanea italiana, al fine di promuovere fattivamente il sistema della ricerca in ogni suo aspetto. La finalità di questa quarta edizione è quello di rilevare l’attività e la vitalità degli operatori che selezionano e formulano la validità culturale di un artista, e di far conoscere e condividere la loro professionalità ad un pubblico sempre più vasto. Nel far questo, vengono offerti spazi elastici di confronto dove lo spazio espositivo viene predisposto quale area di confronto per una serie di incontri/colloquio aperti al dialogo fra gli autori, il curatore ed il pubblico. Sono dei veri e propri appuntamenti offerti al libero scambio e pensiero dove vengono presentati di volta in volta gli artisti (under 30 e mid-career) e vengono indagate, da diverse angolazioni, le problematiche attraverso cui si legge l’opera. I benandanti intende pertanto presentare personalità mosse da una speculazione autentica verso l’arte, per supportare l’interesse culturale verso l’arte contemporanea. Di volta in volta definiti narratori, dialoganti, sovversivi, rappresentano uno stimolo sociale continuo nei confronti della collettività. ArtVerona si connota così sempre più come strumento al servizio del sistema dell’arte italiana, evidenziando curatori militanti riconosciuti dal sistema dando loro spazio e strumenti per una piena valorizzazione della professionalità e della ricerca che risiede alle loro spalle. Andrea Bruciati

Like a dowser inspecting the ground in search of a spring of drinking water, curators gather together the threads for an analysis based on present conditions. Sensitive to interjections, the sharer of energy from an apparently different world, the osmosis between the public and the artist, a critic and curator must be the guarantor of a different kind of interaction. The restless receptors of an earth that quakes in continuation, curators bring together the operative practice of an organizer and a critical judgment based on aesthetic interpretative schemes. Once mythical fellow travellers who came to prominence during the social revolution of the 1960s, today curators are highly complex professional figures (mediators, communicators, managers, organizers...), extremely fashionable, and certainly culturally domesticated pawns. In the past it was only a short step from the slogan “bring freedom to power” to becoming militant experimenters and the companions of artists. But such protagonists as Harald Szeemann, Germano Celant, Achille Bonito Oliva, Jean Hoet, Jean Hubert Martin, and Kaspar König have now given way to a figure who is a professional bureaucrat, part of the systemic organization of the market, one who chalks up successes to gain notoriety and prestige. But in a moment of structural crisis, of great landslides and reformulations of meaning, is it possible to avoid redefining the curator’s intellectual role and, instead, to discover a renewed ethical authenticity? Perhaps there is a new sense of awareness in the art world, one that also involves this most controversial and meddlesome professional figure. There is no doubt that there exists a widespread hope: perhaps a part of the sense we have that things are, in general, changing and that we wish to find an alternative exegetic interpretation of art works, to return to a different operative method. Often the hidden weavers of the system or midwife-like attentive listeners, curators seem to allude poetically to those contemporary benandanti – happy travellers – who wander between studios or alternative spaces, eternally detached and in search of new stimuli. As a result of this tension of theirs, they recognize artists as a new approach to meaning, and they embody those who make plausible and obtainable the possibilities and potentialities of the work of art, both for the artist and for the public. And so with a project shared between some of the most active curators of the new generation, the I

benandanti exhibition tries to give flesh to these “fellow travellers”, in a romantic but also bellicose way. Curators are both incubators and also a critical measurement of judgement that baptizes an art work and affirms its value. There is, in effect, a continuum between the works presented by those who have been asked to take part and a clear and circumstanced interpretation which is a testimony to all those who are involved in future Italian art. Certainly this initiative has a strong dialectic aspect: it becomes a dialogue between various outlooks and each intervention posits itself as an organic component for active resistance. I benandanti was a 2012 initiative by On Stage, and was started off with the collaboration of ArtVerona. Its aim is to create a platform for the various protagonists of contemporary Italian art in order to effectively promote art in each and every aspect. The aim of this fourth edition is to highlight the activity and vitality of those who select and formulate the artistic validity of an artist, and to promote and share their professionalism with an ever-widening public. For doing this we have been offered an open-ended space where the exhibition areas became a place for the exchange of ideas between the artists, curators, and the public. These are genuine meetings for a free exchange of ideas where, on each occasion, we will present artists who are under 30 or who are in midcareer, and we will investigate, from various points of view, the problems inherent in analyzing a work of art. I benandanti intends to present to the public people with a real interest in art in order to increase interest in contemporary art. These people – who we might occasionally call narrators or those we can dialogue with or even subversives – are a continual social stimulus for the rest of society. ArtVerona is once again making the point that, in its own way, it is giving a lifeline to the Italian art system by highlighting these pugnacious curators who are so appreciated by the art world. They have been given the space and tools for allowing a full appreciation of the professionalism and skills that they have.

Andrea Bruciati

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ARTISTI / ARTISTS Teresa Cos / Gianni Pettena / studio ++

LORENZO BRUNI

“ Lorenzo Bruni, è critico e curatore indipendente e vive a Firenze. Attualmente è il direttore artistico della Binnenkant21 Art Fondation ad Amsterdam per cui realizzerà nel 2012/2013 un ciclo di mostre dal titolo mi scusi... ma dove mi trovo? e un programma di residenze per giovani artisti. Nel 2010/2011 è uno dei curatori selezionatori del Premio Furla per giovani artisti italiani ed inizia una intensa collaborazione con la Galleria Enrico Astuni di Bologna per cui cura una mostra collettiva sulla attualità della perfomance, una sul perché si realizzano le mostre collettive e una sul confronto con il concetto di paesaggio. Tra i molti progetti realizzati all’estero sono da citare la mostra sull’idea di viaggio dal titolo Il Viaggio di Sarah per la Biennale di Varna in Bulgaria del 2008 e la mostra sull’aspetto romantico dell’arte concettuale dagli anni 70 ad oggi dal titolo di What is my name? per HISK, Ghent in Belgio. Dal 2006 al 2009 progetta e dirige la programmazione legata all’eredità del modernismo di Via Nuova a Firenze, mentre dal 2004 al 2005 cura il ciclo di tre mostre per la Galleria Civica di Castel San Pietro Terme (BO), e dal 2001 al 2004 è curatore per la Fondazione Lanfranco Baldi, Pelago (FI). Dal 2000 ad oggi è coordinatore delle attività espositive dello spazio non profit fondato da un collettivo di artisti BASE / progetti per l’arte. Oltre a scrivere saggi per diversi cataloghi monografici, tra cui quelli per la Galleria Poggiali e Forconi di Firenze, collabora con le riviste italiane Arte e Critica e Flash Art.

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Lorenzo Bruni is an independent critic and curator living in Florence. Currently he is the art director of the Binnenkant21 Art Fondation in Amsterdam for which, in 2012/2013, he will be organizing a series of shows called mi scusi... ma dove mi trovo?, and a programme of residencies for young artists. From 2010 to 2011 he was one of the Furla prize’s curators for choosing young Italian artists; in the same year he began a close collaboration with the Enrico Ostuni gallery, Bologna, for which he curated a group show about the relevance of installations; another one about the reason for curating group shows; and yet another dealing with the concept of landscapes. Among the many projects he has undertaken abroad are a show about the idea of voyaging called Il Viaggio di Sara for the Varna biennale in Bulgaria in 2008, and a show about the romantic aspect of art from the conceptual art of the 1970s to today, titled What is my name? and held in HISK, Ghent. From 2006 to 2009 he planned and directed a programme about the legacy of Via Nuova modernism in Florence; from 2004 to 2005 he curated three series of shows for the Castel San Pietro Terme civic gallery, Bologna; and, from 2001 to 2004, he was curator for the Lanfranco Baldi foundation in Pelago, Florence. From 2000 he has been the coordinator of exhibitions for a non-profit space founded by a group of BASE/progetti per l’arte artists. Besides writing essays for various monographic catalogues, amongst which those for the Poggiali e Forconi gallery in Florence, he also collaborates with the Italian magazines Arte e Critica and Flash Art.

Un campo di ricerca sviscerato ampiamente negli ultimi quindici anni è sicuramente la relazione tra arte, architettura e vita. Artisti come Rirkrit Tiravanija, Tobias Reebergher, Hans Schabus, Bert Thies, Martin Boyce, Massimo Bartolini, Gruppo A12, Simon Starling e molti altri si sono trovati a riflettere sulla interazione possibile di questi tre aspetti per reagire alla smaterializzazione dei luoghi di incontro e per rielaborare l’incisività dell’eredità del modernismo. Le opere dei giovani artisti Teresa Cos e studio ++ si inseriscono in questa ricerca, ma cercando di affrontare la domanda di come ‘rappresentare’ e ‘condividere’ questo stimolo di compartecipazione nello spazio collettivo. Teresa Cos realizza fotografie ‘in soggettiva’ di situazioni temporanee come un palazzo in costruzione o ambienti invasi da persone per partecipare a una festa o ad un opening di una mostra. Il modo di fotografare i suoi soggetti avvolti dalla cruda luce del flash la esula dal problema della mera documentazione permettendogli, invece, di concentrarsi sul problema della relazione tra osservatore e percezioni istantanee di quei luoghi. Studio ++ intervengono direttamente sulla temporalità della fruizione usando anche meccanismi tecnologici come quello della ‘realtà aumentata’. Esemplare è il progetto di istallare una linea rossa sul limite del porticato del Bernini di San Pietro a Roma. La linea rossa verso il cielo è reale e infinita, ma è esperibile solo da chi possiede una particolare applicazione scaricata sul telefonino con cui poterla inquadrare sollevando domande attorno alla fiducia nell’invisibile che l’arte è stata chiamata a risolvere da sempre. Le opere di Gianni Pettena (uno dei promotori ‘dell’architettura radicale’ dagli anni Sessanta), come la sedia a tracolla per spettatori itineranti realizzata per una performance collettiva nel 1971 a Minneapolis o la sede del College of Art and Design di Minneapolis ricoperto da strisce di carta che ne evidenziava il volume, ma ne trasformava la percezione (1971), sono un ottimo precedente per aprire una discussione con i giovani artisti invitati (che hanno studiato architettura) su cosa intendiamo oggi quando parliamo di architettura e di quale può essere il ruolo dell’artista e della cultura nella progettazione di una nuova identità collettiva.

Undoubtedly, an area of research that has been widely dissected over the past fifteen years is that of the relationship between art, architecture, and life. Such artists as Rirkrit Tiravanija, Tobias Reebergher, Hans Schabus, Bert Thies, Martin Boyce, Massimo Bartolini, Gruppo A12, Simon Starling, and many others have found themselves thinking about possible interactions of these three aspects in order to react to the disappearance of meeting places and to burnish up once more the legacy of modernism. The works by the young artist Teresa Cos and by studio ++ are part of this research, but they attempt to deal with the question of how to “represent” and “share” this stimulus for co-participation in areas where people meet up. Teresa Cos realizes “subjective camera” photos of such fleeting situations as buildings under construction or places invaded by people about to take part in a party or the opening of a show. Her way of photographing her subjects in the raw lighting of a flashlight detaches her from the problem of mere documentation and allows her, instead, to concentrate on the problem of the relationship between the observer and the instantaneous perception of these places. The artists of Studio ++ intervene at first hand on the time of our enjoyment of their work by using such technological mechanisms as “augmented reality”. The plan to install a red line at the edge of Bernini’s portico in Rome St. Peter’s is exemplary. The red line rising heavenwards is real and infinite, but it can be experienced only by those who have a particular mobile phone app for seeing it: and this raises questions about our faith in what is invisible, something that art has always been asked to resolve. The works by Gianni Pettena (one of the promoters of “radical architecture” in the 1960s), such as the portable seat for itinerant spectators, created for a group performance in Minneapolis in 1971, or the chair in the Minneapolis College of Art and Design covered with strips of paper which highlighted its volume but changed our perception of it (1971), are an excellent precedent for starting a discussion with the young invited artists (who have all studied architecture) about what we mean today when we speak of architecture and of what might be the role of an artist or of culture when planning a new group identity.

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Gianni Pettena PAPER (Midwestern ocean), Minneapolis 1971 installazione ambientale con strisce di carta courtesy dell’artista

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studio ++ anno luce, 2011 installazione di realtà aumentata, Roma Lat. 41°54’08,11’’ N Lon. 12°27’29,66’’ E courtesy dell’artista

Teresa Cos TCR, 2012 c-print, cm 80 x 100 courtesy dell’artista

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ARTISTI / ARTISTS Michele Lombardelli / Andrea Magaraggia / Luca Scarabelli

ALESSANDRO CASTIGLIONI

“ Alessandro Castiglioni è storico dell’arte e curatore, dal 2004 lavora presso il Museo MAGA di Gallarate dove si occupa di attività educative e coordina il Biennio Specialistico in Didattica per il Museo, con l’Accademia Aldo Galli di Como. Dal 2008, con Ermanno Cristini, cura il progetto di ricerca Roaming. Curatore con Emma Zanella del 47° Premio Suzzara e membro della commissione scientifica del XXIV Premio Gallarate di cui è co-segretario generale. Dal 2009 è curatore di Little Constellation, network per l’arte contemporanea nelle micro-aree geo-culturali e piccoli stati d’Europa. Tra le istituzioni con cui ha collaborato: O’, Milano; Careof/ DOCVA, Milano; Museo di Villa Croce, Genova; MCA, Valletta (M); CIA, Reykjavik (IS); Cabaret Voltaire, Zurich (CH); MCBA, Lausanne (CH); Casinò Luxembourg (L). Tra le pubblicazioni: Two paper drops before the sky, Mousse Publishing, 2012; Casamatta, 47° Premio Suzzara, NLF, 2011; La Collezione del Museo MAGA, Electa, 2010; Little Constellation, Mousse Publishing, 2010.

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Alessandro Castiglioni is an art historian and curator. Since 2004 he has worked in the MAGA museum in Gallarate where he is employed in teaching activities and coordinates the biennial masters degree in teaching for the museum together with the Aldo Galli academy, Como. Together with Ermanno Cristini, since 2008 he has supervised the research project Roaming. He is curator, together with E. Zanella, of the 47th Suzzara prize and a member of the technical committee for the XXIV Gallarate prize. Since 2009 he has been the curator of the Little Constellation contemporary art network in the micro-areas, and geo-cultural and small states of Europe. Among the institutions with which he has collaborated are O’,Milan; Careof/DOCVA, Milan; Museo di Villa Croce, Genoa; MCA, Valletta; CIA, Reykjavik; Cabaret Voltaire, Zurich; MCBA, Lausanne; Casinò Luxembourg. Among his publications are: Two paper drops before the sky, Mousse Publishing, 2012; Casamatta, 47th Premio Suzzara, NLF, 2011; La Collezione del Museo MAGA, Electa, 2010; Little Constellation, Mousse Publishing, 2010.

Questo breve intervento attesta una modalità di lavoro che vuole porre un fermo interrogativo sui tradizionali confini disegnati ai limiti tra ricerca critica e pratica artistica. Pensare che questi ambiti possano svilupparsi sotto una forma di continuità e non in una sorta di opposizione, se non altro, sotto l’aspetto sostanziale (quello della forma e quello del discorso), è il fatto centrale di questo piccolo progetto sviluppato a pari livello da Michele Lombardelli, Andrea Magaraggia, Luca Scarabelli e me. Effettivamente, in questi pochi mesi, abbiamo costruito un luogo di contiguità tra forme, discorsi, pensieri. Abbiamo incontrato poi diversi personaggi, interrogato documenti, intrecciato ipotesi. Il primo punto in discussione è, dunque, la nostra capacità narrativa e dialogica, la forza evocativa della forma e quella della negazione, dell’assenza. È qui che Magaraggia cita La forma nell’arte e nella natura di Giorgio De Chirico, dove l’artista parla di “forma” come spazio e come attività mentale (questione, questa, poi ripresa dalla fondante lettura di Jole De Sanna) e Lombardelli ricorda, d’altra parte, Ad Reinhardt “... Anti-anti-arte, non-non-arte, non espressionista… non visionaria, non immaginativa, non mitica...”, come se il pittore americano “fosse l’ago della bilancia, il grado zero, l’inizio, l’introduzione di un racconto a più voci”. È a questo punto che mi sembra adeguato inserire un ulteriore personaggio: Samuel Beckett. Nei suoi ultimi scritti, datati tra il 1988 e il 1989, compare evidente il dramma, esistenziale ed artistico, scaturito dalle relazioni tra forma e discorso. “Dire un corpo. In cui niente. Niente mente. In cui niente. Almeno questo. Un luogo. In cui niente... “. Infine Scarabelli ci mostra un corvo immobile su un cumulo di gomme di bicicletta. Luca mi ricorda Luigi Malabrocca che correva il giro d’Italia per arrivare ultimo. Per vincere la maglia nera. Paradossalmente la sua corsa tendeva così alla stasi, all’immobilità. Un altro nero dunque, un’altra crisi di forme e discorsi, un’altra contiguità.

This brief comment is a declaration about a way of working that aims at firmly questioning the traditional boundaries drawn around criticism and the practise of art. To think that these areas can develop in a form of continuity rather than in a kind of opposition, at least as regards their substantial aspect (that of form and that of discourse) is basic to this small project developed equally by Michele Lombardelli, Andrea Magaraggia, Luca Scarabelli, and myself. To all intents and purposes, we have, over the past few months, constructed an area of contiguity between forms, discourses, and thoughts. We have also met various people, examined documents, and worked out hypotheses. So the first point for discussion is our narrative and dialoguing ability, the evocative force of form, and that of negation, of absence. It is at this point that Magaraggia quotes from La forma nell’arte e nella natura by Giorgio De Chirico, where the artist speaks of “form” as space and as mental activity (a question later taken up in the fundamental analysis by Jole De Sanna) and that Lombardelli, on the other hand, refers to Ad Reinhardt, “... Anti-anti-art, non-non-art, not expressionist... not visionary, not imaginative, not mythical...”, as though the American painter “held the balance of power, was the zero grade, the beginning and introduction to a polyphonic tale”. It is at this point that it seems right to me to refer to another person: Samuel Beckett. His last writings, from 1988 to 1989, reveal the existential and artistic drama sparked off by the relationship between form and discourse. “Say a body. Where none. No mind. Where none. That at least. A place. Where none.” And finally Scarabelli shows us an immobile raven on a pile of bicycle tyres. Luca reminds me of Luigi Malabrocca who rode in the Giro d’Italia in order to arrive last. In order to win the black vest. Paradoxically, his race tended to stasis, to immobility. Another black, then; another crisis of forms and discourses; another contiguity.

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Andrea Magaraggia Continuità (particolare), 2012 policarbonato cm 90 x 200 x 30 courtesy dell’artista

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Luca Scarabelli Orizzonte degli eventi, 2012 corvo nero in tassidermia, copertoni usati di bicicletta cm 90 x 90 x 50 courtesy dell’artista

Michele Lombardelli Black landscape, 2009 tempera su tela e fotografia in b/n dimensioni variabili courtesy Arte Boccanera, Trento

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ARTISTI / ARTISTS Tomaso De Luca / Andrea Dojmi

EVA COMUZZI

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Eva Comuzzi è nata a Spilimbergo (PN), nel 1977. Vive a Rivignano (UD). Laureata in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università degli Studi di Udine, ha frequentato in seguito il Corso per Curatori alla Galleria A+A di Venezia e fra il 2007 ed il 2008 ha seguito il Master Universitario di I livello in ideazione, allestimento e conservazione delle arti visive contemporanee (IACC), organizzato dal DAMS di Gorizia. Sempre nello stesso anno ha svolto, presso l’ASAC e la 52a Biennale di Venezia, un periodo di studi sulla documentazione di un’installazione complessa. Dal 2003 al 2011 ha lavorato come assistente curatrice e responsabile al settore educativo presso la GC.AC - Galleria Comunale d’Arte Contemporanea di Monfalcone, mentre nel gennaio-luglio 2006 è stata assistente del direttore artistico del settore musica e danza al Teatro Nuovo Giovanni da Udine. Ha collaborato con le riviste Exibart, sullarte e Genius e con le case editrici Vanilla Edizioni, SilvanaEditoriale e Damiani e con spazi pubblici come la Mole Vanvitelliana di Ancona, la Galleria d’Arte Moderna di San Marino, la Porta di Sant’Agostino di Bergamo. Fra il 2011 e il 2012 è stata organizzatrice e co-curatrice del progetto di residenza di pittura ideato da Andrea Bruciati, presso il Guado dell’Arciduca, una villa privata settecentesca situata nelle campagne friulane. Attualmente collabora con lo spazio white.fish.tank di Ancona diretto dall’artista Ljudmilla Socci, dove si sono tenute le personali degli artisti Jurgen Ots, Petra Feriancova, Scott Treleaven, Patrizio Di Massimo. È curatrice indipendente.

Eva Comuzzi was born in 1977 in Spilimbergo, near Pordenone. She lives in Rivignano, in the province of Udine. After graduating in conservation of the cultural heritage from Udine university, she went on to follow a course for curators in the A+A gallery, Venice. From 2007 to 2008 she followed the 1st level university master course in the conception, installation, and conservation of contemporary visual arts (IACC), organized by DAMS, Gorizia. In the same year, at ASAC and the 52nd Venice biennale, she studied the documentation of a complex installation. From 2003 to 2011 she worked as assistant curator and head of the teaching sector of the Monfalcone city gallery of contemporary art. From January to July 2006 she was assistant to the art director of the music and dance sector of the Teatro Nuovo Giovanni da Udine. She has collaborated with the magazines Exibart, sullarte, and Genius, and with the Vanilla Edizioni, SilvanaEditoriale, and Damiani publishing houses. She has also collaborated with such public spaces as the Mole Vanvitelliana, Ancona; the San Marino modern art gallery; and the Porta di Sant’Agostino, Bergamo. From 2011 to 2012 she was the organizer and co-curator of the project for a painting residency, originated by Andrea Bruciati, in the Guado dell’Arciduca, an eighteenth century private villa in the Friuli countryside. She is currently collaborating with the white.fish.tank space, Ancona, which is directed by the artist Ljudmilla Socci and has staged shows by the artists Jurgen Ots, Petra Feriancova, Scott Treleaven, and Patrizio Di Massimo. She is an independent curator.

Education and protection of our children #2, proiettato a Netmage nel 2006, ed Elementi di aerodinamica e dinamica del volo, allestito per la prima volta nel 2009, alla Galleria Comunale d’Arte Contemporanea di Monfalcone, sono i lavori che mi hanno fatto conoscere Andrea Dojmi e Tomaso De Luca ed i momenti in cui ho iniziato a ‘prendermene cura’. Ho amato da subito la loro sensibilità, il loro modo di comunicarla e la forma che infine riuscivano a darle e questo è il motivo principale per il quale li ho invitati a questo progetto. Solo in un secondo momento ho pensato alle tematiche e alle affinità che potevano appartenere ad entrambi. In fondo, credo ci siano sempre degli elementi in comune che legano le persone, le cose, gli artisti o quant’altro ci piaccia. C’è sempre un fil rouge, una rete, che collega tutto ciò che attira la nostra attenzione e stimola i nostri interessi. Potrei iniziare a parlare ad esempio della fascinazione che in entrambi esercitano la simbologia e la forma degli spazi e di come questi siano sempre dei luoghi, che più che essere abitati, vengono attraversati: una strada deserta, un campo di basket, un marciapiede, un buco... E di come questo attraversamento faccia assumere allo spazio e a se stessi fisionomie differenti e divenga tracciato invisibile ma in perenne tensione, una forma mutevole di memorie. Mi vengono in mente a questo proposito, gli scritti della tesi di Tomaso, in particolare un capitolo che parla dell’autoritratto come spazio e inizia con un frammento di conversazione con M.: “Avremmo potuto provarci io e te. Ma tu sei il parco di notte col cancello aperto. Sei inebriante, ma spaventoso da attraversare”. Quel cancello che aspettava solo di essere varcato, sarebbe diventato una delle tante “verità di variazione”, mentre l’artista si sarebbe fatto spazio, un luogo non attraversato ma che ora aveva il suo paesaggio interiore. Anche con Andrea abbiamo più volte parlato di attraversamenti. Di transiti interrotti da confini invalicabili, chiamati regole. Di quanto quella luce abbacinante che rende tutto trasparente, venga presto offuscata da metodi educativi in grado di contaminare l’ambiente che mano a mano finisce per schiudersi su di noi. Potrei continuare ancora a parlare di spazi non riconosciuti dove si radicano micro-comunità, di come l’educazione tenda a forgiare tutti allo stesso modo, a raddrizzarci, quando c’è chi, invece, preferisce stare storto e di come tutti questi e altri argomenti, vista la mancanza di spazio stavolta a me concessa, verranno sviluppati nei due incontri aperti al pubblico.

Education and protection of our children #2, screened at Netmage in 2006, and Elementi di aerodinamica e dinamica del volo, installed for the first time in the Monfalcone city contemporary art gallery in 2009, are the works that introduced me to Andrea Dojmi and Tomaso De Luca and led me to “look after” them. Straight away I fell in love with their sensibility, their way of communicating it, and the form they finally managed to give it: this is the main reason why I invited them to take part this project. Only later on did I think about the ideas and affinities that the two of them might have. Basically, I believe that there are always common elements linking together people, things, artists, or whatever. There is always a leitmotif, a network, that joins together everything that attracts our attention and stimulates our interests. For example, I could begin to speak about the fascination that both find in the symbolism and form of spaces and how these are always places that can be inhabited and crossed: a deserted road, a basketball court, a pavement, a hole... And how this crossing makes both the space and itself take on different physiognomies and becomes an invisible itinerary in eternal conflict: a changeable form of memory. With regard to this there comes to mind Tomaso’s thesis, above all a chapter in which he speaks of self-portraits as space, and he begins with a fragment of conversation with M.: “We could both have tried. But you are a park at night with the gate open. You are intoxicating but frightening to cross”. That gate waiting only to be passed through could become one of many variations of truth, while the artist could become space, a place that has not been crossed but that now has its own interior landscape. I have also talked to Andrea about crossings: from interrupted routes to those impassable boundaries known as rules. Of how much the blinding light that makes everything transparent is quickly dimmed by educational methods able to contaminate an environment which slowly opens up above us. I could continue to speak about unrecognized spaces where micro-communities become rooted; or about how education tends to fashion everyone in the same way, to straighten us up, when there are those, instead, who prefer to remain twisted; and how all these and other arguments, given that now I am the one with little space available, will be developed in the two meetings open to the public.

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Andrea Dojmi ELY, 2011 videostill da film, 15’, Fujifilm single 8 mm courtesy dell’artista

Tomaso De Luca Generous Palmstroke, 2012 gouache e pastello su carta, dettaglio courtesy dell’artista e Monitor, Roma

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ARTISTI / ARTISTS Mattia Bosco / Angelo Sarleti / Giulio Squillacciotti

courtesy Lidwine Prolonge

SIMONE FRANGI

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Simone Frangi (Como, 1982). Vive e lavora tra Parigi e Milano. Titolare di un Dottorato di ricerca franco-italiano in Estetica e Teoria dell’arte, Simone Frangi è ricercatore indipendente, critico d’arte e curatore. Dal 2007 si occupa della curatela e dell’organizzazione di eventi espositivi in gallerie, centri d’arte e spazi indipendenti in Italia e all’estero. Nel 2008 ha fondato e co-diretto per due anni Monego - Project Space for Contemporary Art (Como). Tra il 2008 ed il 2010 è stato assistente di ricerca preso la Cattedra di Estetica Contemporanea dell’Università Statale di Milano. Nel 2011 è stato teorico residente a EIKONES - National Centre of Competence in Research on Iconic Criticism (Basel) e nel 2012 curatore residente a Viafarini-DOCVA (Milano) e a Suddenly. Résidence d’art et de recherche (Beauchery-Saint-Martin, Ile-de France). Ha lavorato come assistente di direzione e responsabile della ricerca per spazi d’arte privati e pubblici – Schleicher+Lange (Parigi - Berlino) e Rosascape (Parigi) – e come teorico per istituzioni artistiche: Neufbox/ Mairie du 9ème (Parigi) e Ecole Nationale Supérieure de Beaux Arts di Parigi. Selezionato da Chantal Pontbriand, è stato tra i dieci critici emergenti della scena parigina chiamato a lavorare con i 27 giovani artisti diplomati con lode nel 2011 all’ENSBA di Parigi per la mostra Géographies Nomades (Maggio-Luglio 2012, Parigi). È attualmente responsabile della ricerca per Orange Rouge (Saint-Denis), curatore e consulente scientifico per Viafarini- DOCVA (Milan) e docente in accademie e università italiane e francesi.

Simone Frangi (Como, 1982) lives and works in Paris and Milan. Has a Franco-Italian Ph.D. in the aesthetics and theory of art; he is an independent researcher, art critic, and curator. Since 2007 he has been involved with the curatorship and organization of exhibitions in galleries, art centres, and independent spaces in Italy and abroad. In 2008 he founded, and co-directed for two years, Monego Project Space for Contemporary Art, Como. From 2008 to 2010 he was research assistant in the contemporary aesthetics department of the Milan state university. In 2011 he was theoretician-in-residence at EIKONES National Centre of Competence in Research on Iconic Criticism, Basel, and, in 2012, curator-in-residence at Viafarini-DOCVA, Milan, and at Suddenly. Résidence d’art et de recherche, Beauchery-Saint-Martin, Ile-de France. He has worked as management assistant and head of research for public and private art organizations – Schleicher+Lange, Paris and Berlin, and Rosascape, Paris – and as aesthetician for art institutions: Neufbox/ Mairie du 9ème, Paris, and the Ecole Nationale Supérieure de Beaux Arts, Paris. He was chosen by Chantal Pontbriand as one of the ten emergent critics on the Paris art scene and was asked to work with 27 young artists who had graduated with full honours from ENSBA, Paris, in 2011, for the show Géographies Nomades (May-July 2012, Paris). He is currently head of research for Viafarini-DOCVA, Milan, and a professor in Italian and French academies and universities.

I miei recenti interessi curatoriali mettono a fuoco le dinamiche di mobilitazione di disparati know how teorici e pratici in ambito artistico e la possibilità di concepire il processo creativo in termini di ricerca. Mi concentro su pratiche research-based e su progettualità artistiche a lungo termine, nonché sui processi di negoziazione creativa e sui formati di dialogo tra sapere tecnico e sapere speculativo, con particolare attenzione alle azioni di torsione e spostamento in ‘zone insolite’ della ricezione di forme artistiche e teoriche. Il taglio della mia selezione per On Stage riposiziona al centro del fare artistico l’incontro dell’arte visiva con altri statuti disciplinari e altre pratiche di conoscenza e di ‘azione’: una sintesi che si gioca nella convocazione della ricerca teorica, della speculazione statistica o dell’artigianato specializzato nelle diverse fasi di gestazione dell’opera. Questa chiave d’accesso permette di concentrarsi sulle motivazioni che spingono una pratica artistica ad associarsi a metodologie d’indagine ‘altre’ e ad essa equivalenti, generando forme di discorso ibridate e narrazioni transdisciplinari. Le pratiche di Angelo Sarleti, Giulio Squillacciotti e Mattia Bosco articolano in modo complementare questo complesso sistema di transiti e deleghe vicendevoli che si s’instaura tra il sapere e il saper fare, tra le abilità progettuali, le intuizioni analitiche e le competenze esecutive. Sarleti e Squillacciotti operano per soluzioni estetiche apparentemente innocue, impiegando mezzi ‘quiescent’ – come una pittura astratta e materica o una ‘fraintendibile’ estetica dell’archivio – che permettono a un potente contenuto intuito, intravisto solo in filigrana, di svilupparsi sotto un contenuto manifesto. Squillacciotti attiva una sorta di ‘controcondotta accademica’ grazie alla quale cerca di analizzare le dinamiche di organizzazione della conoscenza attraverso una complessa aneddotica, sul crinale tra il reale ed il fittizio, così finemente documentata da risultare plausibile ad ogni verifica. Sul medesimo gioco di soglia – dove i contenuti ed i ‘dati’ non sono semplicemente visualizzati ma utilizzati come materiale da costruzione – , si appoggia la pittura di Sarleti. Un uso tautologico dei colori, fedele ai dogmi pittorici, dissimula ed insieme veicola la restituzione complessa dei flussi finanziari che regolano, impercepiti, il nostro quotidiano: un vocabolario, una grammatica ed una stilistica pittorica interamente ottenute distillando il coefficiente estetico dell’infografica e degli studi economici sul ciclo storico delle crisi. Posizionandosi tra il geometrismo del minimal e le modificazioni aleatorie degli agenti naturali sulle rocce metamorfiche, Bosco accentua l’elemento atemporale della scultura. Le sintesi plastiche che ne derivano rivelano, a ritroso, un percorso di ricerca, d’osservazione e di studio sinottico della materia che trova nella delega e nel continuo compromesso con l’artigianato specializzato al momento della lavorazione il suo punto di forza.

My current interests as a curator are to bring into focus the dynamics of mobilizing the disparate kinds of theoretical and practical know-how in the field of art, and the possibility of understanding the creative process in terms of research. I concentrate on research-based practices and on long-term artistic planning, as well as the processes of creative transactions and the formats for dialoguing between technical knowledge and speculative knowledge, paying particular attention to actions of torsion and shifts in ‘unusual areas’ of reception of artistic and theoretical forms. The format of my selection for On Stage places firmly at the centre of artmaking the meeting of the visual arts with other disciplines and practices for knowledge and ‘action’: a synthesis that is played out in the convocation of theoretical research, statistical speculation, or specialized workmanship in the various stages of managing the work. This pass-key allows us to concentrate on the motivations that impel an art undertaking to associate itself with ‘other’, equivalent methods of inquiry to generate hybrid forms of discourse and interdisciplinary narratives. The practices of Angelo Sarleti, Giulio Squillacciotti, and Mattia Bosco articulate, in a complementary way, the complex system of mutual transits and transferences that is established between knowledge and know-how, between planning ability, analytical intuitions, and executive competences. Sarleti and Squillacciotti aim for apparently innocuous aesthetic solutions by using ‘quiescent’ means – such as abstract and material painting or a ‘misunderstandable’ aesthetic taken from the archives – that allow a powerful intuited content, glimpsed only as a kind of watermark, that is developed beneath the manifest content. Squillacciotti sparks off a kind of ‘academic counteraction’ as a result of which he tries to analyze the dynamics of knowledge through complex storytelling, on the cusp between reality and the fictional, but so well documented as to seem quite plausible. Sarleti’s painting is based on a similar play with thresholds where the contents and ‘facts’ are not simply visualized but used as construction materials. A tautological use of colour, faithful to painterly dogma, hides and yet transmits the complex repayment of the financial flows that imperceptibly regulate our daily life: a vocabulary, a grammar, and a pictorial stylistic wholly arrived at by distilling the aesthetic coefficient of infographics and economic studies of the historical cycle of the crisis. Bosco, by placing himself between minimal geometrics and the random modifications of natural agents on hard stones, accentuates the a-temporal element of sculpture. With hindsight, the resulting sculptural syntheses that result reveal a path of research, observation, and synoptic study of the material that finds its strong point in delegating to and compromising with the specialized craftsmanship used for processing it.

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Giulio Squillacciotti Coins as Islands - Notes (gli appunto di Squillacciotti dall’Arcipelago di Lomáine) in Giulio Squillacciotti “I Had a Treasure in my Hand... But it Feels Good, now, not having Known it. Interview with selftaught ethno-musicologist M. Claude Lomáine“. Già pubblicato in Shopping Hour Magazine n. 09, “Authentic Human”, autunno 2012. courtesy dell’artista

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Angelo Sarleti Studio per il ritratto di Warren Buffett, 2012 olio su tela, cm 18 x 24 courtesy dell’artista

Mattia Bosco Scultura 01, 2012 marmo, cm 144 x 78 x 31 courtesy Federico Luger, Milano foto Antonio Maniscalco

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ARTISTI / ARTISTS Yari Miele / Dario Pecoraro

ALICE GINALDI

Nata a Trieste nel 1983 è una curatrice e critica d’arte. Nel 2007 consegue la laurea specialistica al DAMS di Bologna in Storia dell’Arte Contemporanea. Dopo alcuni anni di esperienza come responsabile della cura scientifica del festival d’arte e musica digitale Pixxelmusic, le è stata affidata la sezione Giovani presso la Galleria Metropolitana di Gorizia. Redattrice della rivista www.genius-online. it, per diversi anni ha seguito, per la Galleria Comunale d’Arte Contemporanea di Monfalcone, il progetto didattico nelle scuole. Dal 2011 svolge occasionalmente cicli di laboratori artistici per la Fondazione Ca.Ri.Go. e per la Galleria Spazzapan di Gradisca relativi alle mostre in corso. Ha curato mostre e pubblicazioni in diverse Gallerie, spazi museali e per diverse associazioni e realtà nazionali tra cui il collettivo MARS di Milano, la residenza CARS di Omegna e Dolomiti Contemporanee di Belluno. Da quest’anno è responsabile della sezione Arti Visive presso il Festival Homepage di Udine, continuando a lavorare soprattutto con giovani artisti.

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Born in Trieste in 1983, she is a curator and art critic. In 2007 she graduated from DAMS, Bologna, with a specialist degree in the history of contemporary art. After some years experience as technical curator of the Pixxelmusic festival of art and music, she was entrusted with the young peoples’ section of the Gorizia metropolitan gallery. She has been the editor of the www.genius-online.it magazine, and for various years has followed, on behalf of the Monfalcone city gallery of contemporary art, a teaching project in schools. Since 2011 she has occasionally supervised various workshops for the Ca.Ri.Go foundation and for the Spazzapan gallery’s current shows in Gradisca. She has curated shows and publications in various galleries and museum spaces as well as for various national associations and organizations, amongst which the MARS group show, Milan; the CARS residency, Omegna; and Dolomiti Contemporanee, Belluno. This year, she started work as the head of the visual arts section of Festival Homepage, Udine. She continues to work above all with young artists.

Per Yari Miele e Dario Pecoraro la luce è fenomeno esperienziale. Viene indagata come condizione primaria ed essenziale all’esistenza stessa della realtà intellegibile in generale e dell’opera d’arte in particolare. Prendere atto che tutto ciò che ci circonda risulta fruibile al nostro apparato visivo esclusivamente grazie alla luce, significa indagare il significato stesso di opera d’arte in quanto oggetto umano soggettivo e rappresentativo di un’unica e perentoria visione: quella di noi esseri umani. Miele e Pecoraro sono consapevoli del fatto che la realtà è empirica però, allo stesso tempo, esiste non grazie a noi ma nonostante noi. Il lavoro di Yari Miele è essenzialmente installativo e potrebbe condensarsi nelle diverse accezioni della parola ‘estetico’. Superficialmente si presenta come una scenografia piacevole e accattivante in cui è preponderante l’intento progettuale dell’opera. Ad una lettura più profonda emerge il significato etimologico della parola estetico come ‘apertura alla percezione’. Quella che sembrava una scenografia si trasforma in un environment che accoglie ed esorta ad una partecipazione attiva il fruitore, ora attore protagonista. La luce è presente nella sua negazione. Miele elabora un suo personale firmamento fatto di luminescenze al fluoro, di linee spezzate e nitide, di materiali che sembrano provenire da un altro mondo. La loro immanenza percettiva è fulgida e, allo stesso tempo, evanescente e incostante come la luce. Dario Pecoraro concentra la sua ricerca principalmente sul medium pittorico. Pensando al suo lavoro mi viene in mente la locuzione panta rei. Tutto scorre. E così anche la sua pittura è in costante tensione pur mantenendo una solida identità. La ‘scoperta’ della luce avviene attraverso il colore, strumento principe delle sue ultime ricerche pittoriche. Il pigmento non è solo partecipe alla costruzione dell’opera ma spesso ne risolve la narrazione infondendo un’atmosfera densa e ricca di espressionismo cromatico. In altri casi il colore è pura rivelazione liberandosi quasi completamente dal dato figurativo per irrorare una sensazione visiva. A volte la ricerca è talmente spinta all’estremo che le stratificazioni cromatiche si svolgono con una continuità ossessiva e costante, alla ricerca del riflesso inedito, fino a giungere ad effetti ottici minerali come l’opalescenza o l’avventurescenza, vere e proprie rivelazioni di luci mentali.

For Yari Miele and Dario Pecoraro, light is an experiential phenomenon. They inquire into it as a primary and essential condition for the very existence of intelligible reality in general, and of works of art in particular. To be aware that everything that surrounds us can be enjoyed by our visual apparatus only because of light means investigating the very meaning of a work of art because it is a subjective human object and the representative of a unique and peremptory vision: that is, we human beings. Miele and Pecoraro are aware of the fact that reality is empirical and yet, at the same time, it does not exist as a result of us but despite us. Yari Miele’s works are mainly installations and could be summed up by the various meanings of the word ‘aesthetic’. At first sight it seems to be pleasing and seductive scenery in which the design concept of the work is preponderant. But on a deeper investigation the etymological meaning of the word ‘aesthetic’ as ‘an opening onto perception’ emerges. What seemed to be scenery is transformed into a welcoming environment that urges the viewer, who is now a protagonist, to participate actively. Light is present in its negation. Miele elaborates his own personal firmament consisting of luminescent fluoride, sharp broken lines, and materials that seem to have come from another world. Their perceptive immanence is radiant and, at the same time, as evanescent and inconstant as light itself. Dario Pecoraro mainly concentrates on painting. When I think about his work there comes to mind the expression panta rei. Everything flows. His painting too is in constant tension even while maintaining a solid identity. The ‘discovery’ of light comes about through the colour, the main tool employed in his most recent painting. The pigment is not only a participant in the building of the work but often resolves its narrative by infusing a dense and rich atmosphere of chromatic expressionism. In other cases colour is pure revelation, almost completely freed from figurative data to supply a visual sensation. At times his work is so pushed to the extremes that the layers of colour act with an obsessive and constant continuity in search of new reflections, even to the point of obtaining such mineral-like optical effects as opalescence or aventurescence, genuine revelations of mental light.

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Yari Miele Il tempo di un’attesa e il tempo di un’esperienza, 2011 dimensioni ambientali, materiali vari courtesy dell’artista

Dario Pecoraro Shadows in the blue, 2011 olio su tela di lino, cm 230 x 180 courtesy Collezione Coppola

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ARTISTI / ARTISTS Giulia Cenci / Giulio Frigo

foto Francesca Calvaresi

ANTONIO GRULLI

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Antonio Grulli (La Spezia, 1979), critico d’arte e curatore. Vive a Bologna dove si è laureato in Scienze della Comunicazione. Negli ultimi anni ha realizzato una serie di progetti volti a riflettere sulla critica d’arte e la pratica curatoriale. Tra questi Sentimiento Nuevo, all’interno del MAMbo di Bologna, in collaborazione con Davide Ferri. Un’indagine della critica d’arte italiana dell’ultima generazione attraverso una serie di tavole rotonde, performance, letture, conversazioni, lungo l’arco di un anno. Sempre con Davide Ferri, ha creato Festa Mobile, un fine settimana di incontri e dialoghi, durante i giorni di Arte Fiera, all’interno di tre bar del centro di Bologna a cui hanno partecipato alcuni dei più importanti artisti, critici e curatori italiani. Al momento sta curando una mostra che esisterà solo all’interno di un dipinto di Paolo Chiasera e che verrà presentata nel giugno 2013 a Momentum, la Biennale dei paesi nordici di Moss (NO). Collabora con Flash Art e Mousse.

Antonio Grulli (La Spezia, 1979) is an art critic and curator. He lives in Bologna where he graduated in media studies. In recent years he has undertaken a series of projects reflecting on art criticism and curatorial activities. Among these was Sentimiento Nuevo, in collaboration with Davide Ferri, and held in MAMbo, Bologna. This was an inquiry into the latest generation of Italian art criticism through a year-long series of roundtables, performances, readings, and conversations. Once again with Davide Ferri, he created Festa Mobile, a weekend of meetings and dialogues during the period of Arte Fiera, held in three bars in central Bologna and in which some of the most important Italian artists, critics, and curators took part. He is currently curating a show which will only exist inside a painting by Paolo Chiasera and which will be presented in June 2012 at Momentum, the biennale of northern towns held in Moss, near Novara. He collaborates with Flash Art and Mousse.

Giulia Cenci è un’artista profondamente ancorata alla realtà e alla materia, pur essendo le sue opere fatte per buona parte dal momento percettivo dello spettatore e dal modo in cui questo fruisce lo spazio espositivo. Spesso sono interventi sull’architettura e lo spazio fisico dei luoghi dove l’artista è chiamata a intervenire, che vengono modificati anche in maniera molto muscolare. A Como, per la mostra conclusiva del corso (2012) della Fondazione Antonio Ratti, ha posizionato sulla superficie del lago una boa bianca illuminata dall’interno. Un oggetto quasi invisibile durante il giorno, di notte si confonde con le luci della città riflesse nel lago, diventandone l’unico oggetto “reale”, ed evocando poeticamente un nuovo pianeta dall’aspetto lunare e fittiziamente riflesso. Giulio Frigo invece è per me un pittore, anche se, come molti altri pittori di quest’ultima generazione, non lavora solo con la pittura. O meglio, spesso la sua pittura ha la tendenza a debordare dal quadro per farsi scultura, installazione, ambiente. Quello che rimane del mezzo pittorico è la dimensione metafisica e mentale che le installazioni, gli ambienti e i suoi oggetti tridimensionali si portano dietro. Creare immagini pittoriche significa creare immagini per la nostra mente e il nostro spirito, e anche la parte maggiormente materiale delle sue installazioni non ha nulla di ancorato alla realtà o al nostro corpo. Sono oggetti che viviamo come ‘impalpabili’ e virtuali.

Giulia Cenci is an artist rooted in reality and also deeply involved with her materials, even though for the most part her works begin at the moment of the viewer’s perception of them and from the way in which he or she makes use of the exhibition space. Often they are interventions on the building and the physical space of the place where the artist has been asked to work; these are often modified in a powerful way. In Como, for the Antonio Ratti foundation’s end-of-course show in 2012, she placed on the surface of the lake a white buoy illuminated from inside. Almost invisible during the day, at night the object blurred with the city lights reflected in the lake to become its only “real” object and poetically evoked a new, moonlike planet which was only spuriously reflected. Giulio Frigo, on the other hand, is for me a painter, even though, like many painters of this latest generation, he does not work with painting alone. Or, rather, his painting often has the tendency to overflow its edges to become a sculpture, installation, or environment. What remains of the painterly means is a metaphysical and mental dimension which the installation, environments, and three-dimensional objects contain. To create pictorial images means to create images for our mind and spirit, and even the more material part of his installations has nothing anchored in reality or our body. They are objects which we experience as ‘impalpable’ and virtual.

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Giulia Cenci Notturno, 2012 boa bianca illuminata internamente, ancora, paesaggio courtesy dell’artista foto Francesco Ribuffo

Giulio Frigo Nani (materia disposta secondo intelligenza), 2012 olio su tela, pirite cubica courtesy Francesca Minini, Milano

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ARTISTI / ARTISTS Jacopo Candotti / Giorgio Guidi / Carlo Speranza

DENIS ISAIA

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Ricercatore culturale e curatore d’arte contemporanea. Nel 2006 avvia il concorso per giovani curatori Best Art Practices con il tema mostre in spazi non convenzionali. Nel 2007 vince il premio per giovani curatori Borsa Arte Giovane di Genova con la mostra Del paese e altre storie. Nel 2008 è assistente dei Raqs Media Collective con cui co-cura i 45 eventi in 111 giorni del progetto Tabula Rasa. Nello stesso anno avvia la prima edizione del Premio alle passioni la seconda luna. Nel 2009 avvia il progetto curatoriale cosa ho visto di bello, un’indagine sulla descrizione e sulla narrazione del bello contemporaneo. Da luglio dello stesso anno e per tutto il 2010 è direttore del progetto artistico di Anna Scalfi Indeposito, un deposito gratuito di opere d’arte. Nel 2010 avvia la seconda edizione del Premio Europeo alle passioni di lungo corso di cui cura anche l’archivio e dirige le attività sul territorio. Nel 2011 è cofondatore della Cooperativa 19, una piattaforma di lavoro per le professioni culturali. Ha curato e co-curato progetti collettivi e mostre personali fra cui: From and to, Ognuno è internazionale al suo presente, Qatees, Three stories of balance on the threshold of fiction, Il titolo è il pubblico, Long Play, Panorama 4.

Cultural pratictioner and contemporary art curator. In 2006 he was curator of the prize for young curators Best Art Practices. In 2007 he won first prize in the Borsa Arte Giovane competion in Genoa with the exhibition Del paese e altre storie. For Manifesta 7 he was assistent curator for the Raqs Media Collective group with whom he also curated the Tabula Rasa project at the former Alumix industrial building in Bolzano. In 2009 he launched the first edition of the Prize for passions the second moon. In 2009 opened the curatorial project cosa ho visto di bello, a search about the narration and the description of the contemporary beautiful. From July 2009 is the director of the artist project by Anna Scalfi Indeposito, a free storage for contemporary art works. In 2010 he launched the European edition of the Lifelong Passions Award, he is also curator of the archive of the Award. In 2011 he launched Cooperativa 19 platform for cultural professions. He curated solo and collective show as: From an to, Qatees, Everybody is international in his present, Three stories of balance on the threshold of fiction, The title is the public, Long Play, Panorama 4.

Per capire dove sia possibile andare e come sia possibile godere vorrei parlarne con tre specialisti della crisi: Jacopo Candotti, Giorgio Guidi e Carlo Speranza. Vorrei farlo a partire da alcuni loro lavori e da alcuni pensieri maturati di recente. I presupposti della mia curiosità sono l’essere noi tutti cresciuti artisticamente nello champagne. A volte non era champagne, ma prosecco, vino bianco o spumante alle mele da pochi euro o giù di lì. Mi rendo conto, come ben sanno i miei ospiti, che nel caso delle divine bolle, si tratti di dettagli significativi. Ma nei panni crudeli della storia, ovvero al saldo della contingenza, il disegno sullo sfondo è più o meno lo stesso. Per ricostruirlo sono partito da una breve ricerca sulle grandi mostre a cadenza regolare (GMCR). Ecco cosa emerge: fra il 1895, data di apertura della prima biennale veneziana, e il 1989, data di caduta del muro sovietico, sono state aperte 13 GMCR. Fra il 1990 e il 2008, anno della mia ricerca, ben 53 GMCR hanno stappato bottiglie di champagne e forse anche qualche bottiglia di barbera. A chi era dedicato quel sacrificio godereccio di bollicine? L’idea che mi sono fatto è che fossimo tutti invitati al grande festeggiamento della globalizzazione. Alcuni vestiti da direttori all’Onestà interpretano quel processo come il matrimonio fra l’onda lunga della colonizzazione, l’espansione del capitale e la necessità di avere la propria cattedrale in vista. Io e i miei compagni, a volte da direttori del nostro pezzo d’Onestà, altre volte da disoccupati, possiamo dire che la festa non era male. Ma oggi che il coro canta a gran voce la fine della festa, noi che di crisi siamo specialisti cosa diciamo agli orfani dello champagne?

In order to understand where it is possible to go and how enjoyment is possible, I would like to talk about it to three crisis specialists: Jacopo Candotti, Giorgio Guidi, and Carlo Speranza. I would like to do so starting from some of their works and from some recent thoughts. The assumption at the heart of my interest is that we all grew up artistically with Champagne. At times it wasn’t Champagne but Prosecco, white wine, or sparkling apple wine costing more or less just a few Euros. I am aware, as my guests know very well, that in the case of the divine bubbles it is a question of significant details. But from history’s cruel outlook, in other words when settling up accounts with contingency, the basic pattern is more or less the same. In order to reconstruct it I started from a brief research into important shows at regular intervals (ISRI). This is what emerges: from 1895, the date the first Venice biennale opened, to 1989, the date the Berlin Wall fell, 13 ISRIs were opened. From 1990 to 2008, the year I did my research, some 53 ISRIs uncorked bottles of Champagne and perhaps even some bottles of Barbera. Who was that enjoyable sacrifice of bubbles for? The idea I had was that we are all invited to this great celebration of globalization. Some, dressed as managers of Honesty, interpreted the process as though it were a wedding between the long wave of colonialism, the increase of capital, and the need to keep their own professorship in view. I and my companions, at times as managers of our own piece of Honesty and, at others, as the unemployed, can say that the party wasn’t all that bad. But today, when the chorus is singing together that the party’s over, what can we crisis specialists tell the champagne orphans?

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Giorgio Guidi Is it just a matter of opinion?, 2011 grafite su legno, legno, ferro, tessuti cm 250 x 200 x 120 courtesy dell’artista

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Jacopo Candotti Cambio d’umore, 2012 bronzo, cm 120 x 90 x 40 collezione Tommaso Tisot

Carlo Speranza Autoritratto, 2012 legno, cera, stoffa cm 185 x 260 x 83 courtesy dell’artista foto Leonhard Angerer

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ARTISTI / ARTISTS Agudio + Stucchi / Mandracchia + Pozzi

MARCO TAGLIAFIERRO

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Marco Tagliafierro, nato a Novara nel 1973. Già durante il percorso di studi presso l’Università Statale di Milano, Facoltà di Lettere, è attivo nell’ideazione e progettazione di mostre collettive pensate in collaborazione con alcuni suoi coetanei artisti. Nel 1997 partecipa ad un workshop per l’ideazione di un Museo d’impresa per il gruppo Benetton, presso il centro di ricerca Fabrica, a Villorba, Treviso. Negli anni a seguire si concentra sul rapporto arte, tradizionalmente intesa, ed arte applicata, riservando anche una particolare attenzione ai new media. Ha collaborato con l’inserto Lettera della rivista Abitare, con i periodici: Dove, Combo, Brutus, Tema Celeste, Mousse e con i quotidiani: Avvenire e La Repubblica. Ha curato progetti fondati sull’incontro tra l’attività artigianale e d’impresa ed il fare artistico, coinvolgendo realtà produttive o comunque imprenditoriali come: Agnona, Audi, Frankie Morello, Yoox. Nel 2005 frequenta Domus Academy concludendo il percorso di studi con una tesi sul Museo Swarovski. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati tra i quali: Viafarini, Milano. Attualmente è curatore presso il Museo Carlo Zauli di Faenza e collabora continuativamente con le riviste: Art Forum, Flash Art, Fruit of The Forest.

Marco Tagliaferro was born in Novara in 1973. Already while studying in the faculty of Arts in Milan university, he was active on devising and planning group shows in collaboration with a group artists of the same age. In 1979 he took part in a workshop for the conception of a business museum for the Benetton group in the Fabrica research centre in Vallorba, Treviso. In the following years his interest was focussed on the relationship between arts in the traditional sense, and the applied arts, not forgetting the new media. He collaborated on the supplement to the Abitare magazine, and has worked with the Dove, Combo, Brutus, Tema Celeste, and Mousse periodicals as well as with the Avvenire and La Repubblica daily newspapers. He has curated projects concerned with the encounter between handicrafts, business, and art, for which he involved such productive and entrepreneurial activities as Agnona, Audi, Frankie Morello, and Yoox. In 2005 he studied in the Domus Academy, a period concluded with a thesis on the Swarovsky museum. He has curated shows in such private and public spaces as ViaFarini, Milan. Currently he is curator in the Carlo Zauli musuem in Faenza; he continues active collaboration with the magazines Art Forum, Flash Art, and Fruit of the Forest.

Analizzando la ricerca intrapresa da Alessandro Agudio e Stefano Mandracchia vorrei iniziare il mio intervento raccontando di due progetti espositivi che ho curato con loro (ed i segni da loro prodotti) e due altri artisti: Davide Stucchi nel primo caso e Giordano Pozzi nel secondo caso; entrambi i progetti riguardavano il concetto di alterità spazio - temporale. È possibile pensare ad un’architettura intesa come espressione di trame scientificamente determinabili, attraverso le quali risulta possibile mettere in comunicazione ambiti storici e geografici differenti. Un’architettura di relazioni che nasce dalla necessità di progettare organicamente i nessi spaziali e fisici, fra suolo e edificio, fra spazi interni ed esterni, fra usi pubblici e usi privati, fra aperto e coperto, fra natura e artificio. Tutto questo vuol dire progettare connessioni tra organizzazioni sociali, estetiche e comportamentali. L’architettura contemporanea è anche un progetto interstiziale di mediazioni e legami fra contesti morfologici differenti, capaci di istituire forti relazioni in sezione verticale con gli strati o i sub-strati del contesto culturale esaminato. Le figure dell’argine, del solco e dell’incisione, del muro di contenimento e terrazzamento, della linea di orizzonte, del diaframma e ancora quelle delle quinte murarie, delle piastre, dei basamenti, delle membrane sottili, delle trasparenze, delle dissolvenze, delle porosità, delle vibrazioni, degli spazi cavi, del vuoto medesimo, sono sempre più figure-chiave dell’architettura contemporanea, elementi-chiave della composizione architettonica. Il termine che compare in una formula matematica, rappresentato da una lettera, il cui valore deve essere contenuto in un determinato insieme, ovvero: il parametro. La grandezza nota, il criterio di giudizio, di discrimine ma anche l’agente catalizzante per segni che provengono da contesti diversi e che si intende porre a diretto confronto; ma non arbitrariamente! I due artisti che hanno lavorato a questo progetto, operando a quattro mani: Stefano Mandracchia e Giordano Pozzi, partono dalla necessità di individuare la variabile indipendente, in funzione della quale si possono esprimere le coordinate x ed y, significanti, rispettivamente i due background esperienziali di cui Mandracchia e Pozzi sono portatori. I riferimenti semantici spaziano dalle architetture art-deco e postmodern di Miami, ai mosaici della moschea di Darb-i Imam, passando per le ricerche scientifiche di Heinz-Otto Peitgen e di Richard F. Voss e la grafica psichedelica giapponese (Tadanori Yokoo).

In analyzing the work by Alessandro Agudio and Stefano Mandracchia, I would like to start by talking about (as well as what they created) two exhibition projects that I curated together with them and two other artists: Davide Stucchi in the first case, and Giordano Pozzi in the second. Both projects were concerned with spacetime Otherness. It is possible to consider architecture as the expression of a scientifically determinable texture through which it is possible to connect different historical and geographical areas. An architecture of relationships which arises from the need for organically planning spatial and physical connections between the ground and the building, internal and external areas, public and private use, open and covered, and between nature and artifice. All this means designing connections between social, aesthetic, and behavioural organizations. Contemporary architecture is also an interstitial design for mediation and links between morphologically different contexts, contexts which are able to install strong relationships in vertical section with the strata or sub-strata of the cultural context under examination. The figures of the banks, furrows, and incisions of the containing wall and terracing, of the horizontal lines, diaphragms, curtain walls, tiles, skirting boards, pellicles, transparencies, fades, porosities, vibrations, cavities, and of the wall itself – all these figures are key figures for contemporary architecture, the central element of architectural composition. This is the term that appears in a mathematical formula, represented by a letter the value of which must be contained by a determined totality or, in other words, the parameter: the known size, the criterion for judgement and discrimination, but also the catalyzing agent for signs that come from various contexts and that are intended to be contrasted with each other. But not arbitrarily! The two artists who have worked on this project – Stefano Mandracchia and Giordano Pozzi – start from the need to pinpoint the independent variable according to which it is possible to express the coordinates X and Y, the meanings in other words: respectively the two experiential backgrounds of Mandracchia and Pozzi. The semantic references range from the art-decó and modern architecture in Miami to the mosaics in the Darb-i Imam mosque, and they also touch on the scientific researches of Heinz-Otto Peitgen and Richard F. Voos, and Japanese psychedelic graphics (Tadanori Yokoo).

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Alessandro Agudio, Davide Stucchi Ha ha, 2012 stampa a getto d’inchiostro su fogli vinilici adesivi due pezzi di dimensione cm 234 x 270 su vetro courtesy dell’artista

Stefano Mandracchia, Giordano Pozzi Frankenberry, 2012 stampa su carta, misure varie courtesy dell’artista

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ARTISTI / ARTISTS Donatella Di Cicco / Rachele Maistrello / Agne Raceviciute

FRANCESCO URBANO FRANCESCO RAGAZZI

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Associazione E nasce a Venezia dalla volontà congiunta dei curatori Francesco Ragazzi e Francesco Urbano. Il nucleo della coppia si apre a dimensioni relazionali di volta in volta differenti che conducono a un lavoro sensibile all’impersonale. L’ascolto, il dono, l’invito, la delega sono i principi su cui si fondano una serie di operazioni artistiche collettive. Attraverso una riscoperta della committenza, la pratica artistica e curatoriale confluiscono l’una nell’altra, e una politica del progetto prende il sopravvento su quella delle opere e degli autori. Borsista nel 2008 presso la Cité Internationale des Arts, Associazione E ha in seguito dato avvio al ciclo di residenze Spot – studio dal vivo e Mirroring – a residency program for UAE artists per Emirates Foundation, collaborando inoltre ad “Art Enclosures” (programma di residenza per artisti africani della Fondazione di Venezia). A partire da marzo 2011 Francesco Ragazzi e Francesco Urbano hanno curato un laboratorio sulle memorie e culture queer realizzatosi a Venezia grazie al sostegno dell’UNAR - Ministero delle Pari Opportunità. Il progetto ha visto la luce in forma espositiva nel marzo 2012 presso la Fondazione Bevilacqua La Masa. Associazione E è stata inoltre ente promotore del II Internet Pavilion ideato da Miltos Manetas per la 54a Biennale di Venezia. Nell’Agosto del 2012, insieme a Beral Madra, Aslı Çetinkaya, Elke Falat, I ın Önol, Dimitrina Sevova, Janet Kaplan e Sean Kelly, è stata parte del team curatoriale della 4a Biennale di Sinop.

The Associazione E was started up in Venice by the curators Francesco Ragazzi and Francesco Urbano. The main concern of the two is, from time to time, to be receptive to relationships leading to work that is sensitive to disinterestedness: listening, donating, inviting, and delegating are the principles on which is based a series of collective art operations. Through a rediscovery of commissioning, artistic and curatorial undertakings have intermingled and planning has now won the day in place of works and artists. The winner in 2008 of a bursary from the Cité Internationale des Arts, the Associazione E later began a series of residencies: Spot – studio dal vivo and Mirroring – a residency program for UAE artists for the Emirates Foundation. It has also collaborated on Art Enclosures (a residency programme for African artists organized by the Fondazione di Venezia). Since March 2011, Francesco Ragazzi and Francesco Urbano have curated a workshop about queer memories and culture which takes place in Venice with the sponsorship of UNAR, the ministry for equal opportunities. This project was concretized as an exhibition in March 2012 in the Bevilacqua la Masa foundation. The Associazione E was also one of the promoting bodies of the 2nd Internet Pavilion, created by Miltos Manetas for the 54th Venice biennale. In August 2012 it was part of the curatorial team for the 4th Sinop biennale, together with Beral Madra, Aslı Çetinkaya, Elke Falat, I ın Önol, Dimitrina Sevova, Janet Kaplan, and Sean Kelly.

www.e-ven.net

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C’è un tempo, nella fotografia, che non è né scatto né sviluppo. E va dalla ricerca della posa (prima della fotografia) alla diffusione dell’immagine nel mondo, dove essa prolifica, si moltiplica e a volte cambia formato (dopo la fotografia). È un tempo in cui il medium esce da sé per produrre qualcosa che la propria meccanica non prevede. Tempo di produzione che diventa quindi spazio di lavoro per l’artista: un bordo che può essere percorso per guardare fuori – verso la realtà o verso un immaginario – oppure dentro alle componenti elementari della pratica fotografica, alla sua struttura, al suo rituale. Siamo nella camera dell’aldilà. Un set che si apre ad antro infinito è il terreno in cui Agne Raceviciute svolge il proprio gioco di perfezione compositiva. Tessuti, corde e piccole costruzioni effimere sono assemblati in frame che ricordano personaggi, oggetti e paesaggi impenetrabili. Nature morte senza natura, per meglio sottolineare che l’esercizio, nella sua ripetizione, ha al centro nessun altro piacere che quello del disporre. Tutto il resto è un pretesto narrativo: perfino il click della macchina è superfluo. A volte gli stessi assemblaggi, ricomposti in forme nuove, sono mostrati nello spazio espositivo come mummificazioni di uno scatto che è stato o potrebbe essere. La foto resta invece essenziale per Donatella Di Cicco. Segna anzi, nella sua opera, il punto massimo di contatto tra la rappresentazione dell’artista e l’autorappresentazione del soggetto. Ma proprio per questo è prima di tutto il punto di sintesi di una relazione: il compiersi di un amore dopo un lungo corteggiamento. L’artista dedica ritratti rigorosamente a figura intera a personaggi ‘minori’. Preadolescenti, donne separate, aspiranti showgirl diventano i protagonisti di un’umanità fiera e umile al contempo. Condizioni transitorie, posizioni di vita, stati d’animo e status sociali si compenetrano nel singolo ritratto per poi reiterarsi fino a farsi assoluti nella serie. Tutto questo non sarebbe possibile però senza un lungo lavoro di empatia che viene documentato – spesso attraverso il video – in sequenze di appunti provvisori. Con lo stesso sentimento, Rachele Maistrello riconduce l’ovvietà del reale ad una dimensione edenica. Finestre di paradiso si spalancano nelle vite di gente normale, che sembra all’improvviso eroica o affascinante, ma anche ottusa e fuori posto. I piani non aderiscono mai alla realtà, pur essendo la loro compresenza a prima vista plausibile. Si genera così una sensazione di ubiquità che viene moltiplicata dal rifiuto di ancorare l’immagine a un unico supporto. Libera dalla schiavitù della carta, possiamo guardare la stessa fotografia dalla lente di un cannocchiale così come su un monitor di computer, affissa sul muro o ricamata su un rettangolo di cotone. L’immagine resta immagine ed è dappertutto.

In photography there is a time that is neither concerned with shooting nor development. It ranges from the search for a pose (before taking the photo) to the diffusion of the image throughout the world: here it proliferates, multiplies and, at times, changes format(after having taken the photo). It is a time when the medium steps out of itself to produce something that its own mechanism did not foresee. A production time that thus becomes a working space for the artist: an edge that can be travelled along in order to look outside - towards reality or towards something imaginary - or else inside to the elementary components of the practice of photographing, to its structure, its rituals. We are in the room of the beyond. A set that opens onto an infinite cave is the terrain on which Agne Raceviciute undertakes her game of compositional perfection. Textiles, cords, and small ephemeral constructions are assembled in frames that are reminiscent of people, objects, and impenetrable landscapes. They are still-lifes without the life in order to underline better that this practise, in its repetitions, has at its heart nothing other than the pleasure of arranging. All the rest is a narrative pretext: even the click of the camera is superfluous. At times the assemblages themselves , recomposed into new forms, are shown in the exhibition space as the mummifications of a shot that has already taken place or that might yet take place. Instead, for Donatella Di Cicco photos remain essential. They actually mark the highest point of contact in her work between the artist’s representations and the subject’s self-representation. But precisely for this reason they are first of all the summary of a relationship: the fulfilment of love after a long courtship. The artist portrays only the full-length figures of ‘minor’ personages. Pre-adolescents, separated women, aspiring showgirls become the protagonists of a humanity that is proud and yet humble at the same time. Transitory conditions, positions in life, states of mind, and social status interpenetrate in an individual portrait and are then repeated in series to become absolute. However, all this would not be possible without a lengthy empathetic action which is recorded - often by video - in a series of provisional notes. With a similar kind of awareness, Rachele Maistrello pushes the banality of reality towards an Eden-like dimension. The windows of paradise are thrown open onto the lives of ordinary people who suddenly seem heroic or fascinating, though also obtuse and out of place. The planes are never those of reality, even though at first sight their coexistence might be plausible. In this way the artist generates a sensation of ubiquity which is increased by a refusal to anchor the image to a single support. Free from the enslavement of paper, we can look at the same photograph through a telescope just as we can on the monitor of a computer or fixed to the wall or embroidered on a rectangle of cotton. The image remains an image and it is everywhere.

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Donatella Di Cicco Like Sisters, 2007-09 serie courtesy dell’artista

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Agne Raceviciute Veduta dell’esposizione (Muchador), Parco dei Suoni di Riola, 2011 courtesy dell’artista

Rachele Maistrello Beyond tropics c-print e performance courtesy dell’artista

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I Benandanti