Issuu on Google+

I Canto il coraggio e le belle speranze sute motrici d’un vano viaggiare, concedi, o Musa, trascriver le stanze

maggior fedeli, del regno oltre il Mare. Regno locato lontano da quello dove Alessandro ha dovuto fermare

tutte le armi e del core l’ostello per far ritorno alla patria lontana, nell’ipogeo, or, mortale fratello.

Nella giornata degli U.S.A. mammana ha inizio il viaggio nel regno dei thai quando ho lasciata la terra nostrana,


sanza aver cura de’rischi e de’ guaj. Grave fu il lutto e fu lungo l’abbraccio, sanno che parti, se torni non sai

l’amici, i fratelli ed il nubile laccio. Poi che i saluti si fecero estremi, guardola uscire ed il verbo le taccio.

Ahi, quant’in fondo navigaro’ i remi nel vorticare dell’animo mio, e quant’in fondo interrati li semi

nel pronunziare quell’ultimo “addio” . Quale chetato gioire del viso di picciol donna, di spirito pio.

“Ecco, mi reco nel regno del riso” salato riso della solitude,


mentre fluivo le lagrime, assiso.

L’uscio del Tartaro al fine si chiude, la serratura non cela le forme di chi ha colmato ferite ben crude.

Richiudo l’occhi e mi avvio sovra l’orme dei bei ricordi, viatico folto, come nel cielo la nuvola informe.

Come chi assaggia buon vino, raccolto quasi sospeso in un canto lontano, sì rimiravo nel core il suo volto.

Tamen sapevo, lasciata la mano, non più rivista l’avrei per un anno, brivido e doglia disceser pian piano.

Privo di sangue fu il languido danno.


“Ecco,” mi dissi “di un sogno l’importo, su lagrime poggia di gioia lo scranno.”

Ma dietro un angolo avevo già scorto che la distanza m’avrebbe giovato, come un incendio più vivo o ben morto

da forte brezza è taciuto o salvato. Io conosceva la forte catena perché fedele m’avea dato il fato;

lagrime all’occhi ma a mente serena, io mi parava a dissolver a quella come affogato sue membra dimena.

Io mi recava ove nasce la Stella, cinto da clamide di convinzione di superare lo Magno di Pella,


contro l’ignoto ingaggiare tenzone, com’Odissé che varcava il confine che ben separa dal buio: ragione.

E con la pompa d’eroe sovra il crine, io mi parea cavalcar la mia sorte. Non m’accorgea che in ver contro farine

fiero agitava le punte ritorte, com chi ha veduta nemica la rota in quel paese, d’Italia più a norte.

M’accompagnava il travaglio la nota del Gran Mogol, del Maestro, il Gran Sordo, che pria di quella, la Terza era ignota.

Se m’è concesso sbirciare dal bordo, come scalando sovr’un sicormoro, ripeto ciò che tutt’oggi non scordo:


la Sinfonia, no, non Quella col coro, quando all’eroe gli hanno fatto il trasporto, portava a me di parole un tesoro.

“Ora tu parti, ma il viaggio t’è corto!” pareva dirmi il Gran Sordo a me cieco, chi è pien di vita, dimani è già morto.

Ma non sentendo del vate che l’eco, io divertiva me mismo pel Mondo, senza che speme non fosse mai meco.

Qui serra ‘l primo e principia ‘l secondo di questi canti, peani, lamenti, ché quando scrivo col core riaffondo

dove ho vissuto per molto, ma a stenti.



Canto i vicky