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UNO SGUARDO SUI BORGHI E LUOGHI STORICI DELL’ALTO CASERTANO Piccola guida alla scoperta di natura, arte e storia dei territori del Montemaggiore, di Roccamonfina e del Matese.

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Presentazione Agrisviluppo ha inteso realizzare questa piccola guida quale strumento di conoscenza e promozione di uno scorcio del territorio casertano nel quale natura ed uomini hanno, nei millenni, stratificato veri e propri tesori. Su monti e colli che fanno da cornice ad ampie valli, decorate da laghi o percorse da fiumi, sorgono borghi, torri e castelli di storia millenaria. Fortezze megalitiche di incredibile possanza testimoniano tempi ancora più remoti anteriori alla conquista romana. Santuari scavati nelle caverne, chiese medioevali ricche di opere d’arte narrano, con voce antica, storie di fede e devozione, di paura e rassicurazione. Monumenti antichi visitati da re, santi, imperatori raccontano, con la voce di antiche cronache, una vicenda umana intensa Tutto questo ed altro è l’ “Alto casertano”, terra antica e gentile, che attende il visitatore per incantarlo con le sue storie di cultura e tradizione.

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Casilinum, piccola stazione di tappa sull’Appia che qui valicava il fiume Volturno, nota anche per la coraggiosa resistenza ad Annibale, nell’VIII secolo dopo Cristo ebbe la sorte di ereditare il nome di Capua. Qui i Conti longobardi portarono il nome glorioso dell’ antichissima città che era stata la capitale prima degli Etruschi meridionali e poi del sannitico popolo dei Campani. Qui si spostò anche la funzione di centro egemone della pianura Campana e la città crebbe prospera e splendida. Cupole, torri, palazzi poderosi, monumentali chiese, opere d’arte antiche e contemporanee sono il tesoro di Capua – medievale e moderna. Oggi scrigno di storia ed architettura fu capitale dell’ultimo grande principato Longobardo del Sud. Fu prediletta dall’Imperatore Federico II che la definì chiave del regno per la sua funzione di piazzaforte. Quale porta della Campania fu più volte assediata e conquistata, persino da Cesare Borgia, il famigerato duca Valentino, che la mise a sacco e vi perpetrò orrenda strage. Vide anche l’ultima battaglia dell’Esercito Napoletano contro i Garibaldini, quella che segnò la fine del più antico regno d’ Italia e tuttavia conserva uno straordinario patrimonio monumentale. Campanili arditi contendono il cielo a torri e castelli, severi palazzi rinascimentali convivono con chiese barocche e medievali, La gran mole della chiesa dell’Annunziata si sposa felicemente con una moderna fontana bronzea.

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Sant’Angelo in Formis è uno straordinario esempio di continuità di culto e di arte. La basilica dell’Arcangelo, capo delle schiere celesti nella lotta tra il bene e il male, fu dedicata dall’abate longobardo Desiderio che rinnovò un tempio etrusco di Diana conservato dai Consoli Romani e arricchito da Silla. Oggi la basilica ci mostra il più straordinario patrimonio di affreschi alto-medievali d’Europa e testimonia la devozione e l’arte dei Longobardi del sud. Un grande Cristo creatore del mondo troneggia nell’abside. Le pareti hanno storie della vita di Gesù. Sull’ingresso è il gigantesco affresco del giudizio universale.

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Un tempio ancora più antico, ininterrottamente frequentato da millenni è sul Monte Maggiore. La grotta di San Michele – consacrata nell’anno 863 dopo Cristo- è l’antica basilica nella roccia nella quale continuano culti e riti preistorici legati alla fertilità. Da sempre le giovani donne per favorire la maternità si recano nella grotta: qui strofinano il ventre contro la conchiglia calcarea capace di donare fecondità. Un seno, scolpito dalla millenaria secrezione calcarea, distilla gocce miracolose capaci di curare vista, l’udito e la parola. Antiche leggende narrano della lotta di San Michele che dalla grotta scacciò il drago simbolo del demonio e degli antichi culti. La nascita delle due frazioni di Liberi – Profeti e Merangeli - è legata alla lotta fra i profeti – apostoli del culto di San Michele – e l’ultima Sibilla, una sacerdotessa del dio Pan che fu prima esiliata in un colle vicino e poi avvelenata – con una zuppa di zucche- dagli stessi Profeti. Morendo maledisse i Profeti, che finirono sterminati, e le zucche, da allora condannate ad essere pasto dei maiali. I culti litoiatrici testimoniano che la grotta, capace anche di intrappolare i figli illegittimi, è il più antico luogo di culto della Campania, venerato ininterrottamente dalla preistoria ai giorni nostri.

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Sempre per antichi sentieri, ombreggiati da alberi secolari, chi ha amore per la natura e buone gambe, può raggiungere altri santuari ricchi di storia ed arte siti sul Montemaggiore. Anche Sant’Anselmo d’Aosta, arcivescovo di Canterbury e Primate d’Inghilterra, risalì il monte e si ritirò nell’Abazia fortificata di San Salvatore, isolata tra alte rupi. Qui completò la sua maggiore opera filosofica – Cur deus homoche spiega perché Dio si è fatto uomo. La cripta e la chiesa gotica sono rimaste come ai tempi del Santo e sospeso tra il cielo e profondi dirupi da secoli resiste anche l’eremo di Santa Maria di Fradejanni. Gli affreschi bizantini della grotta di San Michele di Castel Campagnano sono un tesoro d’arte da poco riscoperto. Una chiesa rupestre ricavata in un’antichissima cava di tufo conserva figure di santi e angeli, forse dipinte a scongiurare enigmatiche forme che ancora oggi alimentano l’immaginario collettivo. Nel 700 il duro tufo della rupe di Castel Campagnano fu nuovamente scavato per realizzare il magnifico palazzo ducale e ricavare una grandiosa cantina nella quale vini preziosi – Pallagrello e Casavecchia - si affinano per la gioia del palato.

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Caiazzo è uno scrigno di antiche chiese, di palazzi poderosi che conservano l’impianto urbano della colonia romana. Città vescovile adagiata su colli popolati da ulivi e cipressi, Caiazzo – città dell’olio – è oggi capoluogo di arte e cultura culinaria. Ma torri, un castello e un maestoso muro megalitico ricordano un passato ricco di assedi e battaglie. La più recente quella fra Garibaldini e Borbonici nel 1860. Solo la basilica alto medievale di Santa Maria di Cubulteria in Alvignano ricorda l’antica città sannitica ripresa da Fabio Massino ad Annibale e collassata con la conquista Longobarda. Il castello di Alvignano è in rovina ma ancora resiste su un colle boscoso mentre l’abitato è sceso verso la fertile valle del Volturno.

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Vairano Patenora Un massiccio castello quattrocentesco domina il borgo medievale Vairano Patenora, stretto da mura e torri di epoca angioina. A qualche chilometro su un colle boscoso sorge l’Abbazia di Santa Maria della Ferrara. Fu il primo monastero cistercense nel regno di Napoli, ospitò Gioacchino da Fiore e l’imperatore Federico II che vi dimorò due volte. Qui studiò e prese i voti Pietro del Morrone che divenne papa col nome di Celestino V. Del Santo resta l’immagine in uno splendido affresco della fine del Duecento appena restaurato. I grandiosi ruderi dell’abbazia attendono anch’essi il restauro e la rifunzionalizzazione.

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Pietravairano La leggenda vuole che un bue si inginocchiasse spesso in una vigna di Pietravairano, come per pregare. Si scavò e si rinvenne l’effige della Madonna che porge un seme ad una capinera. Negli anni 80 nuovi scavi hanno svelato nuovi affreschi: una ingenua crocifissione gotica e la figura di S. Giuliano Ospedaliere, che reca in una bacinella le teste dei suoi genitori uccisi in un accesso di ira e gelosia. Ma soprattutto va rammentato che l’iconografia della Madonna della Vigna, identica a quella della Madonna della Ferrara e della Madonna dei Làttani perpetua l’immagine di una divinità preromana, Mefitis-Giunone. Alla dea era probabilmente dedicato il tempio teatro in corso di scavo sul monte San Nicola di Pietravairano, antico luogo di attività cultuali e politiche delle popolazioni sannitiche dell’area.

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Baia Latina Una chiesa nel bosco, una quadrata torre appena restaurata che era il mastio del bel castello di epoca federiciana con belle bifore dominano Baia piccolo ed antico borgo sulla strada per Pietramelara. La torre quadrata che domina il borgo medievale di Pietramelara è l’asse di cerchi concentrici di strade e mura turrite alla cui ombra è in piccolo teatro all’aperto. Una sola porta consente l’accesso al borgo, già testimoniato prima dell’anno 1000. Distrutto una volta nel XII secolo, e di nuovo nel 1496 da Aragonesi e Veneziani ,è sempre risorto. E’ tuttora un fitto tessuto di case, supportici, vicoli che ne fanno il più bel borgo medievale dell’alta Terra di lavoro. Tra Quattrocento e Cinquecento l’abitato si allargò fuori delle mura con la fondazione della grande chiesa di San Rocco, del Palazzo Ducale, ove una lapide ricorda la visita del Re. La Chiesa monastero di Sant’Agostino, oggi municipio, fu edificata nel 1453 e rinnovata nel Settecento insieme al singolare campanile decorato con sculture di ispirazione orientale.

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Sulla collina di Castellone mura megalitiche da 22 secoli conservano e difendono le grotte di Seiano. È un complesso di gallerie sotterranee in bell’opera quasi reticolata vasto 900 metri. Antichi edifici soprastanti sono forse riferibili ad un tempio dell’ultima epoca sannitica distrutto dall’ ira di Silla, meno probabilmente ad una grande villa signorile ed agraria. Tra le rovine una base di torchio rammenta la produzione di olio e vino che rese famoso il Montemaggiore. Plinio il Vecchio ricorda infatti col Falerno il famoso vino trebulano generato dal vitigno autoctono oggi detto Casavecchia. Con la castagna Ufarella e con i querceti che alimentano maiali neri il Casavecchia è la ricchezza antica di questa terra, insieme al latte di candide caprette che genera sapidi formaggi. Narra la leggenda che il Montemaggiore era spoglio e desolato e gli uomini morivano di fame, allorché le Fate impietosite lo vestirono di erbe boschi e sorgenti, di grano e vigneti, di greggi ed armenti. Tanta ricchezza allietò le genti ma attirò predoni e guerre. A rimediare ancora una volta intervennero le Fate che in una sola notte di plenilunio recando sulle teste enormi pietre, e sferruzzando, costruirono le mura megalitiche di Trebula Balliensis . Sorsero così la poderosa porta da poco scavata, forse la più grande tra quelle megalitiche d’ìEuropa, e le mura possenti che per eccezionale conservazione fanno di Trebula la Pompei dei Sanniti. Rammentata per il suo vino e per essersi data prima ad Annibale e poi a Fabio Massimo durante gli scavi recenti ha restituito tombe monumentali e vasi decorati e di bronzo, altri predati da Lord Hamilton nel settecento sono tuttora esposti nel Museo Britannico di Londra La chiesetta di Sant’ Andrea a Casalicchio, la porta di età normanna la bella torre cilindrica trecentesca i palazzi in stile gotico catalano del 400 ed affreschi fanno di Pontelatone uno splendido sito medievale, con testimonianze talvolta uniche come la splendida bifora gotica. A Formicola Santa Maria a Castello chiesa dell’ex convento verginiano è l’unico resto vitale di una distrutto insediamento normanno. Ha soprelevato una più antica cappella con notevoli affreschi tardogotici e cinquecenteschi. 21


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RIARDO è famosa per le acque minerali ma merita menzione anche il bel castello medievale e la cappella rurale della Madonna della Stella con splendidi affreschi tardo longobardi densi ancora di influssi bizantini. CALVI RISORTA è l’erede di Cales, antica città ausone e romana, ripopolata dai longobardi e poi ancora spopolata nelle guerre del tardo quattrocento, resta nel silenzio della campagne un teatro, la cattedrale con splendide opere d’arte ed un castello. La fontana di S. Maria a Pietro conserva resti romani e medievali che con l’eterno fluire dell’acqua simboleggiano la perenne vitalità del Montemaggiore da millenni punteggiato di eremi e rocche, e da sempre scrigno di tesori e terra ospitale e gentile. .

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ROCCAMONFINA Teano, porta del Roccamonfina, è annunciata dalla basilica di San Paride, nel medioevo commenda dei Cavalieri di Malta, prima ancora cattedrale munita di battistero già dal tempo dell’imperatore Giustiniano. La leggenda di san Paride che ne scaccia il drago rispecchia la vittoria cattolica sull’eresia ariana. Il vescovo successore di Paride celebra oggi nell’altra cattedrale sita col castello sull’acropoli della città sidicina, chiesa di belle forme medievali ricca di tesori d’arte come lo splendido ambone. La cripta custodisce iscrizioni paleocristiane, stemmi di vescovi, frammenti scultorei di altari e plutei, persino le teste di cobra di un antico tempio di Iside. Bellissimo il rammento con raffigurato Giona. Nella cripta si vedono anche le mura megalitiche della città preromana, poco più in là dotate persino di grandi rocchi di colonna. E se iscrizioni e resti romani occhieggiano nelle facciate di chiese e campanili oggi la città è adorna soprattutto di splendide chiese come Santa Reparata, S. Antonio, san Francesco, l’Annunziata, santa Caterina, ricche di opere d’arte.

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Tora e Piccilli sono piccoli borghi tra i boschi che conservano belle testimonianze medievali e nel sito della Ciampate del Diavolo, “le orme del demonio”, si conservano impronte di ominidi preistorici, da tempo oggetto di studio. Altre sono nella località Carangi di Marzano ben più noto per il castello palazzo di Terracorpo dalle snelle forme tardogotiche e rinascimentali, legato da un grande arco alla vicina chiesa. Da cinque secoli domina chiese e case del paese e vasti territori densi di castagneti. Roccamonfina è nota per il santuario della Madonna dei Làttani: narra la leggenda che una capretta fece ritrovare la statua di una Madonna in trono. Regge il divin bambino ed un uccelloe continua l’antica iconografia di Mefitis-Giunone, venerata nell’ Orto della Regina. La Madonna dei Làttani sacralizza una sorgente che ha il potere di far nascere figli maschi. La fonte fino al Settecento fluiva in chiesa davanti alla cappella tardo barocca che custodisce il simulacro. Densa di pitture e quadri si inserisce in una chiesa di purissime e limpide forme gotiche come il vicino convento e l’eremo di san Berardino da Siena. Immersa nei verdi castagneti la chiesa si apre sull’immenso a dominare la caldera e le valli del vulcano. Non meno suggestivo il microcosmo del chiostro di severe linee addolcite da fiori e da decorazioni a grottesca. Sulle parete storie di San Francesco ingenuamente dipinte da un anonimo pittore del 600. Se qui sono pace e bellezza assoluta scandita da testimonianze secolari di fede arte e devozione nel centro di Roccamonfina è anche una splendida chiesa romanica, porte e torri medievali. Inoltre numerose fontane qui sgorgano ad irrigare i fertili campi vulcanici.

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GALLUCCIO è noto per la collegiata di Santo Stefano, ricca di tesori unici d’arte come il soffitto cassettoni ed il pavimento maiolicato. Nella seconda guerra mondiale fu minata dai tedeschi in fuga ma il parroco la salvò offrendo in cambio olio e vino ai soldati. E Galluccio ancora oggi produce buon vino ed ottimo olio. ROCCA DI EVANDRO Il nome deriva dal poderoso maniero che domina la valle del Garigliano, più volte assediato e mai conquistato, si erge su dirupi e speso è avvolto dalle nuvole. Fu fortezza di Montecassino, feudo dei Monforte, infine dimora signorile. Con le restaurate torri di Pietramelara, Baia, Valle Agricola e Sant’ angelo di Rupecanina è il primo castello medievale ad essere stato integralmente recuperato nella provincia di Caserta. MIGNANO fu feudo di Ettore Fieramosca, uno degli eroi della disfida di Barletta. Il paese ha sofferto molto nell’ultima guerra ricordata da un sacrario ed un museo, ma resti romani torri ed un castello tramandano il ricordo del passato. Anche a SAN PIETRO INFINE dal turbinio della guerra che ha distrutto completamente il centro storico si è salvato lo splendido complesso della Madonna dell’Acqua notevole anche per i platani secolari che ombreggiano la fonte ed antichi mulini.

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PRESENZANO Un mastio normanno in rovina e mura altomedievali soprelevano la Rocca sannitica di Rufrium-Presenzano presa dai Romani nel 326 a C. poi distrutta da Annibale. Porte e torri medievali sono intatte, mentre sul retrostante Monte Cesima le valli sono ancora percorse da armenti e presidiate da fortezze megalitiche preromane. Nella piana di Presenzano in territorio di Caianello sono cospicui resti dell’antica via Latina, che univa Roma e Napoli, con tratti intatti di basolato sui quali hanno probabilmente posto il piede gli imperatori romani e gli Apostoli, marciato le legioni e gli eserciti barbarici e bizantini che combatterono la Guerra Gotica. L’antica strada sintetizza il connubio di natura storia operosità umana che da secoli si svolge ai piedi del Roccanmofina.

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Matese Alife romana con porte e mura possenti accoglie il visitatore alle soglie del Matese. Guerre e terremoti hanno consentito solo la sopravvivenza dell’impianto urbano e delle mura, di un notevole criptoportico e delle fondazioni dell’anfiteatro. In compenso la cattedrale fondata dal normanno conte Rainulfo Drengot con opere d’arte antiche e moderne custodisce le spoglie del papa San Sisto. Piedimonte Matese fondato dopo il Mille è dominato dal palazzo ducale dei Gaetani dell’ Aquila d’Aragona, di severe forme rinascimentali che ha conservato inserti catalani, nei pressi le belle bifore di palazzo de Franchis. Piedimonte è dominata dal convento francescano di San pasquale,con l’eremo della solitudine che accolse San Giovanni della Croce, fu osservatorio astronomico e noviziato. La chiesa ospita nell’abside notevoli affreschi della Madonna Orante e da poco un bellissimo organo a canne. Ma è nel cuore dei Piedimonte che troviamo splendidi affreschi gotici nella capella di san Biagio e nella chiesa di San Domenico. Sant angelo e raviscanina La grotta di San Michele, sita alla base del colle di Sant’Angelo d’ Alife e di Raviscanina ospita altari longobardi. Sulla sommità del colle spicca la torre normanna del castello che ha dato i natali a Celestino V. La cappella di Sant’Sntonio ospita un bellissimo ciclo di affreschi quattrocenteschi con storie delle vite della Madonna e di Sant’Antonio.

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Risalendo la limpida onda del Lete raggiungiamo Prata, un ponte romano nei piloni e medievale nell’arco, valica il fiume e mena al castello ed al borgo cinto da antiche mura. Le acque del Sava bagnano invece la secolare cipresseta di Fontegreca, densa di alberi autoctoni, che rinserrano pinnacoli di roccia e fresche cascatelle. Letino si distende al sole per mitigare il freddo degli oltre 1000 metri di quota. La domina un castello semplice e solenne che la difese da scorrerie ed assalti. Ma questi, come le storie di briganti e di tentate insurrezioni anarchiche , sono ormai lontane, portate via dal tempo che nei millenni ha levigato il paesaggio armonioso di prati e boschi. Il cielo e le faggete si specchiano nei laghi di Letino e del Matese costruendo un paesaggio di limpida bellezza. Il grande faggio tormentato da vento neve e tempeste scolpito dai fulmini da secoli e secoli ombreggia la pendice popolata da cavalli e armenti nella quale la natura è incontaminata e perfetta la pace. Neppure la torre di Castello Matese col suo retaggio di guerre ed assedi turba il perfetto equilibrio del Matese e solo l’acqua irrequieta eterna fluisce ed abbandona queste plaghe per inabissarsi in forre e caverne che moderni impianti hanno reso visitabili. Ha modellato nelle viscere del monte percorsi lunghissimi e profondi che la ricerca speleologica sta ora scoprendo aggiungendoli ai tesori di storia arte natura del Matese.

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PROGETTO FONDO PEREQUATIVO 2007-2008 “Per borghi e luoghi storici dell’alto casertano” Camera di Commercio di Caserta Azienda Speciale Agrisviluppo

Finito di stampare nel mese di novembre 2011 da Proto Grafiche srl - San Clemente (Ce)

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I Tesori dell'Alto Casertano  

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