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Francesco Arecco

Gavi, 1977 Vita e attivitĂ  a Gavi e Milano


Biografia Francesco Arecco nasce nel 1977 a Gavi, in Provincia di Alessandria, in una zona del Basso Piemonte che è sempre stata territorio di incontri fra culture diverse. È umanista e scienziato e crede nel rinascimento di oggi tramite lo studio e il lavoro. Collettivo, perché solo insieme agli altri uomini si realizzano i grandi progetti che la mente del singolo può concepire. Compie studi classici ed artistici, di diritto e naturalistici, a Genova, Pavia, Milano. Svolge tre professioni autonome e collegate; quella di artista, quella di avvocato, quella di naturalista. Questa impostazione gli permette di avere libertà di scelta ed espressione in ciascuna delle tre professioni, sotto i profli emotivi, economici, di rapporti professionali. Come giurista e naturalista è specializzato in ambiente ed energia, ed ha scritto, curato o coordinato il primo Codice dell'Energia italiano, 5 libri della collana energetica Ipsoa WKI, Energia da Biogas per Edizioni Ambiente. Ha ideato e coordina la formazione in materia di rinnovabili Nextville Edizioni Ambiente e il Master Energia Sostenibile e Fonti rinnovabili Ipsoa WKI. È membro dell'advisory board del progetto europeo E-hub sull'energia da distretto. Come umanista ha ideato e curato Tempo al tempo, rifessione corale sul concetto di tempo edita da Mimesis e resa libera su Internet: http://www.mimesisedizioni.it/Mimesis/Tempo- al-tempo.html Come artista visivo compie una ricerca volta a realizzare installazioni e sculture ripiene di senso. Con tecniche di liuteria e carpenteria, usando legno o pietra, realizza casse armoniche, strutture di aspetto lineare e minimale che fanno intuire una dimensione interna, un senso profondo reso potente dal mistero. Totem, sarcofago, arca, medicina sono temi storici che entrano in questa ricerca. Ha appreso il senso delle proporzioni da Mirco Marchelli, la poetica da Giovanni Soldi, la sintesi e il professionismo da Luciano Fabro.


Ricerca COSA Realizzo casse armoniche, generalmente in legno o pietra, con due tecniche: - per i lavori piccoli, che hanno più poetica, tecniche di ebanisteria, tarsia e liuteria (colla o incastro); - per i lavori grandi, che hanno più presenza, tecniche di carpenteria (chiodatura) o accostamento gravitazionale. COME In entrambi i casi uso legni e pietre naturali, senza tinture o vernici, al limite trattati con gommalacca o cera d’api. POETICA Togliere per godere delle forme. Voglio realizzare lavori che abbiano un’estetica minima ma non minimalisti, perché devono avere un senso, devono raccontare, anche l’atto della loro realizzazione. Avendo poco segno, il senso può emergere per anni, senza stancare. SIGLA quello che faccio si riconosce per il fatto di avere volumi interni celati alla vista e all’accesso. Il volume interno alle mie casse (colmato o vuoto), ha lo scopo di far pensare a quello che vi può esser contenuto. Attenzione, curiosità, suggestione. QUANDO FUNZIONA Cerco di realizzare opere che abbiano diversi stadi di fruizione e destino interesse -di qualche secondo, in base all’impatto visivo; - di qualche minuto, per lo spunto dato dal titolo; - a lungo e lunghissimo termine, grazie alla riflessione sul tema, sulle forme e i colori, sui materiali e le modalità esecutive. Penso che i miei lavori funzionino quando guardandoli sembrino appena fatti ed esistiti da sempre. Li provo inserendoli in ambienti naturali. Se vanno bene lì, escono dal mio Studio.


MOSTRE COLLETTIVE - Immagini d’io, Tam Tam - Triennale di Milano, dicembre 2013 - Riflessioni sul corpo e sul sacro, Galleria S. Fedele, Milano, dicembre 2013, catalogo a cura di Andrea Dall'Asta S.J., Ilaria Bignotti ed altri - Ri-nascere, nascere e rinascere fra arte antica e contemporanea, Museo di Biella (BI), Novembre 2013, catalogo a cura di Andrea Dall'Asta S.J. e Irene Finiguerra - E quindi uscimmo a riveder le stelle: l’approdo, Abbazia di S. Remigio, Parodi Ligure (AL), settembre 2013 - E quindi uscimmo a riveder le stelle: l’approdo, Galleria S. Fedele, Milano, maggio 2013, catalogo a cura di Andrea Dall'Asta S.J., Michele Tavola ed altri - Rebus naturae, ex Ospedale Soave, Codogno (LO), maggio 2013, catalogo a cura di Maria Chiara Cardini - E quindi uscimmo a riveder le stelle: il viaggio, Galleria S. Fedele, Milano, maggio 2012, catalogo a cura di Andrea Dall'Asta S.J., Michele Tavola ed altri - Con gli occhi alle stelle, Fondazione Lercaro, Bologna, aprile 2012, catalogo a cura di Andrea Dall'Asta S.J., Ilaria Bignotti, Matteo Galbiati, Michele Tavola, Francesca Passerini ed altri - Il nome segreto delle cose, doppia personale con Giancarlo Soldi, Welink, Torino, dicembre 2011, catalogo a cura di Kevin McManus - Luoghi del sacro, Galleria S. Fedele, Milano, ottobre 2011, catalogo a cura di Andrea Dall'Asta S.J., Kevin McManus ed altri - selezione del premio Guerrieri RIzzardi - Fondazione Canova, Barchessa Rambaldi, Bardolino (VR), settembre 2011 - E quindi uscimmo a riveder le stelle: dove sono?, Abbazia di S. Remigio, Parodi Ligure (AL), settembre 2011 - E quindi uscimmo a riveder le stelle: dove sono?, Galleria S. Fedele, Milano, maggio 2011, catalogo a cura di Andrea Dall'Asta S.J., Kevin McManus ed altri - Arte, musica e birra, Galleria Bianconi, Milano, maggio 2011 - Il segreto dello sguardo, Galleria S. Fedele, Milano, maggio 2010, catalogo a cura di Andrea Dall'Asta S.J. ed altri


MOSTRE PERSONALI - Immagini d’io, Tam Tam - Triennale di Milano, December 2013 - Riflessioni sul corpo e sul sacro, Galleria S. Fedele, Milano, dicembre 2013, catalogue care of Andrea Dall'Asta S.J, Ilaria Bignotti and others - Ri-nascere, to come and to come back to life in ancient and contemporary art, Biella Museum (BI), November 2013, catalogue care of Andrea Dall'Asta S.J and Irene Finiguerra - Rebus naturae, ex Ospedale Soave, Codogno (LO), May 2013, catalogue care of Maria Chiara Cardini - E quindi uscimmo a riveder le stelle: l’approdo, Galleria S. Fedele, Milano, May 2012, catalogue care of Andrea Dall'Asta S.J, Michele Tavola and others - E quindi uscimmo a riveder le stelle: il viaggio, Galleria S. Fedele, Milano, May 2012, catalogue care of Andrea Dall'Asta S.J, Michele Tavola and others - Con gli occhi alle stelle, Fondazione Lercaro, Bologna, April 2012, catalogue care of Andrea Dall'Asta S.J, Ilaria Bignotti, Matteo Galbiati, Kevin McManus, Francesca Passerini, Michele Tavola and others - Luoghi del sacro, Galleria S. Fedele, Milano, October 2011, catalogue care of Andrea Dall'Asta S.J., Kevin McManus and others - Guerrieri Rizzardi prize - Fondazione Canova, Barchessa Rambaldi, Bardolino (VR), September 2011 - E quindi uscimmo a riveder le stelle: dove sono?, Abbey of S. Remigio, Parodi Ligure (AL), September 2011 - E quindi uscimmo a riveder le stelle: dove sono?, Gallery S. Fedele, Milano, May 2011, catalogue care of Andrea Dall'Asta S.J., Kevin McManus and others - Arte, musica e birra, Gallery Bianconi, Milano, May 2011 - Il segreto dello sguardo, Gallery S. Fedele, Milano, May 2010, catalogue care of Andrea Dall'Asta S.J., and others


PREMI - Sculpture Network Prize, entro un gruppo di 6 scultori curati da Ilaria Bignotti, 2013 (Monaco) - premio Rigamonti, Centro Artivisive S. Fedele 2013 (Milano) - menzione speciale della Giuria al Premio Guerrieri RIzzardi - Fondazione Canova 2011 (Negrar, VR) - menzione speciale della Giuria al Premio Nocivelli 2011 (Brescia) - menzione speciale della Giuria al Premioartivisive S. Fedele 2011 (Milano) PROGETTI PUBBLICI - Nascondimento, acquisizione della municipalità di Kranj, Slovenia, novembre 2013 - Arca, installazione sitospecifica permanente, Fondazione Orestiadi, Gibellina (TP), inaugurazione il 13 maggio 2013 TESTI DI Ilaria Bignotti, Pietro Caccia Dominioni, Chiara Cardini, Francesca Corrao, Andrea Dall’Asta S.I., Enzo Fiammetta, Matteo Galbiati, Flaminio Gualdoni, Kevin McManus, Francesca Passerini, Giorgia Salerno, Michele Tavola. Francesco Arecco, a cura di Flaminio Gualdoni, Galleria Bianconi, Milano, 2010.


Porfolio e critica


2009 - 2012, lavori


Il meccanismo dell’amore, amaranto e abete rosso di risonanza, 2009.


1, 2, 3, coco bolo e abete rosso di risonanza, 2011.


Oceano, ebano e abete rosso di risonanza, 2010.


Limosina, cipresso e abete rosso di risonanza, 2008.


Ăˆ una vita che ti cerco ed eri qui, coco bolo e abete rosso di risonanza, 2008.


Machina, mogano kaya e abete rosso di risonanza, 2010.


NoĂŠ, bosso giallo e abete rosso di risonanza, 2010.


Allestimento; Il meccanismo dell’amore e 1, 2,3, entrambi 2010.


Allestimento; Il meccanismo dell’amore e 1, 2,3, entrambi 2010.


2010, Flaminio Gualdoni, catalogo a cura di Galleria Bianconi Francesco Arecco gioca una partita sottile e silenziosa con il valore di evidenza, e con quelli in genere connessi all’asserire, al comunicare, al significare. Non in deriva di senso, beninteso. Ma sempre cercando e innescando piccole differenze, decisive. Non che ciò comporti la destituzione del concetto di opera. Anzi. Egli intende recuperarne talune implicazioni antiche, la sapienzialità del fare, il tempo lento e confidente della mano che carezza gli strumenti e le materie, una sorta di blandamente ossessiva tensione al perficere, al compiere a regola d’arte. Ciò è quanto gli garantisce non la qualità, ma un presupposto ineludibile d’essa: perché istituisce il tempo altro della riflessione e del divagare intellettuale, quello dell’auscultazione del proprio stream a un tempo affettivo e intellettuale, quello delle interrogazioni. Scegliere, e lasciare apertamente in vista, questo suo elogio dell’artefice, è dal punto di vista del lettore contemporaneo un primo scacco, prima d’una lunga partita che del duchampismo ha preservato il valore ultimo di domanda sardonica che non consente risposta e la discrepanza per estremismo di pertinenza. È, fondamentalmente, porre il fuoco dell’attenzione nel cuore della factura dell’opera, della sua oggettività forte e per certi versi seducente, contemporaneamente dichiarando che essa non ha, di per se stessa, alcun valore spendibile. L’opera è lì, nella pienezza della sua brandiana flagranza, ma algide e nascoste ne restano le relazioni formali, oscuro il progetto di senso. Godi della intrinseca bellezza sostanziale dei legni, della precisione nitida delle commessure, del rigore delle geometrie solide che queste forme evocano. Godi, parimenti e per differenza, del labor limae ove Arecco decida invece di lasciarlo in vista: l’imperfezione operativa, la sprezzatura fabrile, la veronica dell’atto che ha manipolato la sostanza. Assapori il senso di chiusura e solidità perfetta della struttura, quel suo serrarsi e offrir spigoli allo spazio, quel suo irradiare alla parete e al luogo tutto la propria ispida, discreta ma potente, separatezza. Proprio in questo momento prende ad agire il percorso autentico intorno al senso che Arecco conduce in perfetta levità, e in trasparenza concettuale. Intuìto e colto il valore di “presenza modificante”, per dire con Manzoni e compagni, dell’opera, accettato il passo di lettura lenta, cautelata, circostanziata che essa impone, dunque il suo anacronismo oggettivo – e insieme quello soggettivo di dichiararsi non appartenente a questo, come a nessun altro tempo – momento immediatamente successivo è il phylum delle interrogazioni relative a ciò che vediamo, e a ciò che crediamo di vedere, e agli aspetti significativi della forma. È, essa, effettivamente solo ciò che i nostri occhi leggono, o può essere altro?


Perché talune opere presentano fenditure, spiragli, una sorta di invito a veder dentro reso allo stesso tempo impossibile? E perché i legni d’altre evocano, indubitabilmente, quell’arte dalla liuteria della quale l’Arecco artifex assume, con ogni evidenza, più d’un umore e d’un modo? E se, ancora, l’invito sensoriale che esse stabiliscono non fosse che un modo per distogliere dalle aspettative primarie, immettendo il flusso dei pensieri in un percorso del tutto impreventivo? La chiave, forse, è proprio questa. Non dire, ma poter dire. Non far accadere, ma essere vaso d’accadimenti. Non fungere, ma suggerire alle pure frequenze della speculazione ragionamenti complessi sulla funzione. Elemento primo a suggerire tale possibilità è non tanto la qualità materiale dei legni, quanto il potere evocativo e suggestivo dei loro stessi nomi, Picea abies e Dalbergia latifoglia, l’abete di risonanza stradivariano, il palissandro d’India, e ancora l’acero, fiammato e non, e il cedro: e per chi abbia altre memorie ancora, lo Swamp Ash amato da Leo Fender e il Pernambuco di Harry Partch... Legno è visione sensuosa, tatto confidente, ma allo stesso temposempre, in potenza, suono. Ecco che dunque questi volumi straniati possono, possono, esser auscultati e ripensati anche come potenziali di suono, d’un suono infinitamente possibile. Possono, parimenti, porsi come coffrets di segreti, o forse di niente, o forse di ciò che comunque potrebbe trovarvisi. E ancora, farsi soglie tra un dentro e un fuori, tra un pieno e un vuoto, tra una presenza e un’assenza, tra sospensione e gravità. E altro. Possono, forse sono, forse no. Severe, queste opere non rispondono. Certe che la catena delle interrogazioni si è avviata, inesorabile, ineludibile, infinita, radiante.


2010, Limòsina


Limosina, palissandro, 2010.


Fruizione.


Vista da sotto.


2010, Andrea Dall’Asta S.I. su Limosina, catalogo della mostra Il segreto dello sguardo, Premioartivisive S. Fedele, Milano Francesco Arecco, con “Limosina” ci mostra uno sguardo inaspettato dell’elemosiniera: dal basso verso l’alto. Da sotto l’opera, infatti, si vede, sulla tavola superiore, l’apertura tipica dell’elemosiniera. La guardiamo come se dovessimo ricevere l’elemosina, quando invece siamo abituati a porci dal punto di vista di chi la offre. Sguardo inusuale!


2011, Sidereus munus


Sidereus munus, ebano e abete rosso di risonanza, 2011, in natura.


Allestimento: S. Remigio, Parodi Ligure.


Approccio.


Dettaglio.


2011, Kevin Mc Manus su Sidereus Munus, catalogo della mostra E quindi uscimmo a riveder le stelle: Dove Sono?, Premioartivisive S. Fedele, Milano Una cassa di risonanza in ebano e abete rosso, appesa a una parete e dotata di una fessura sul lato rivolto verso lo spettatore. Nella fessura lo spazio buio della cassa, interrotto da piccoli puntini luminosi originati da impercettibili fori che consentono alla luce di penetrare all’interno. Il lavoro di Francesco Arecco non si limita, come molta arte degli ultimi decenni, a rifiutare l’immagine: essa rifiuta l’atto stesso del “mostrare”, a favore di un nascondere; la dimostrazione, a favore di una ricerca; la «presenza significante», a favore di una presenza suggestiva. Non incornicia ma racchiude, così che quelle che a uno sguardo superficiale definiremmo «sculture» in senso minimalista, o anche – per usare un termine caro a Donald Judd – «oggetti specifici» sono in realtà piccole architetture. Perché è dall’architettura che traggono il loro particolare, poetico rapporto con lo spazio e con il fruitore: l’architettura nasconde molto più di quanto mostra, e ciò che mostra va a costituire una barriera, un elemento che ci separa dal dentro, ma che allo stesso tempo ci invita ad entrare, segnalandoci che lo spazio interno è diverso, ha assunto un senso ed è pertanto caratterizzato come luogo. Ma questo spazio non è mai limitato, come in altre forme d’arte, a un altrove linguistico, che può intrattenere con il mondo una pura relazione significato/significante, o non intrattenerne affatto. Nell’architettura lo spazio è poetico e anche reale, e altrove e qui coincidono.Va da sé, pertanto, che l’arte di Arecco, al di qua di qualsiasi applicazione specifica alla consegna, sia intimamente connessa al tema: «E quindi uscimmo a riveder le stelle». La semplicità dei suoi lavori infatti non si esaurisce mai nella pura tautologia, ossia nel corto circuito del quesito sull’oggetto: essa interroga invece il soggetto- fruitore, lo porta a tracciare le proprie coordinate e a collocarsi rispetto al fuori del proprio spazio e al dentro dell’opera. Non è un caso che la forma di architettura prediletta da Arecco sia quella, elementare e allo stesso tempo estremamente complessa, della cassa di risonanza, un tipo di oggetto che trova la propria magia nel nascondere, e casomai nel rivelare in modo inatteso, al punto che, fra le tante suggestioni duchampiane che sembra di cogliere in questo lavoro, la più forte è data da un titolo: «Con rumore segreto». In questo segreto, in questo rivelarsi che è un invito e mai un’ostentazione di forma, risiede il senso profondo di Sidereus munus. Dove mi trovo? E dove si trovano gli oggetti del mio sapere, del mio agire, del mio apprendere? Le stelle che Dante e Virgilio riscoprono, uscendo dall’Inferno, non sono un puro ritorno alla luce, e nemmeno si esauriscono nella loro funzione di punto di riferimento astrale. Per vedere le stelle è necessario il buio: esse non devono abbagliarci, immergerci in una luce indistinta, ma emergere dal loro contrario, da un luogo che permetta a chi le guarda di trovare la propria dimensione relativa, la propria collocazione in un dove nel quale non è che un punto. La piccola architettura di Arecco invita lo spettatore a guardare dentro e a scoprire un luogo, con il suo spazio, la sua musica e addirittura il suo firmamento.


2011- 2012, La casa del flauto


Opera site specific per un salone con mura di vetro. Il lavoro è stato progettato per essere appeso al muro esterno della casa, che visto dall’interno è come un diorama di un museo di storia naturale. Il lavoro riflette su un ricordo familiare:

“I fantastici presepi della mia infanzia. [...] Quando la mezzanotte stava ormai per scoccare, mio padre estraeva da un misterioso ripostiglio un astuccio di cuoio nero, lungo e stretto, lo apriva solennemente sotto i nostri occhi immobili e incantati e ne estraeva un flauto d’argento, lucente come una cometa.” (Cantavamo al suono del flauto, i fratelli Massarotto raccontano, Torino, 2009).

Tre curatori: Ilaria Bignotti, Matteo Galbiati e Kevin McManus, sono stati chiamati a tre letture dell’intervento.


La casa del flauto; appeso in Studio, 2011.


Dettaglio.


Allestimento, Asolo, 2012.


Opera e committente, Asolo, 2012.


2012, Ilaria Bignotti, La casa del flauto, opera site specific, Asolo Una casa che è una scultura che diventa casa per proteggere un oggetto che racchiude l’idea di casa. Il titolo è sibillino e detta così la cosa sa di enigmatica, di scatole cinesi, o di mappe del tesoro. O ancor meglio: una cosa da feticisti. "FETICCIO, dal portoghese FETIÇO, dal latino FACTITIUM: fatticcio, manufatto, fatto. In portoghese ha preso al sostantivo il significato di INCANTESIMO, SORTILEGIO, donde quello di OGGETTO INCANTATO. Si dice che i primi feticci fossero i fiori di sale trovati lungo le rive del fiume Nilo. Poi feticci furono amuleti, filtri e oggetti di terracotta, legno e altri materiali, dotati di poteri magici”. Un collezionista è un feticista. Dato di fatto, risaputo. La sua dimora diventa il guscio protettivo, e al contempo espositivo, nel quale mostrare opere che sono indizi di una storia personale, fatta di sguardi e di pensieri, di scelte e di scoperte. Oggetti magici, intrisi di un sapere antico, universale, esposti all’ospite atteso o al visitatore inatteso, i feticci-opere si caricano, ogni volta, di mistero, scaturito dall’incontro con chi li guarda, per la prima volta. Nella Casa del Flauto, i feticci sono due: se l’uno è il ricordo di un tempo che si annida nella forma di un oggetto prezioso e capace di risalire alle prime note di una storia famigliare, il secondo è il ricordo di una scultura in divenire, capace di riannodare in sé, nelle sue trame legnose che si sovrappongono e intrecciano, la storia di tutte le sculture – la storia della materia in attesa del suo farsi opera esposta al tempo della storia. Entrambi, la Casa e il Flauto, diventano l’uno il simbolo dell’altro, nati da una magia che passa attraverso le mani che proteggono e nascondono, raccolgono e compongono, assemblano e intrecciano, offrono ed espongono. Come lance acuminate, ora in riposo ma memori di una antica lotta, le assi di castagno piegate dall’artista abbracciano il cuore dell’opera, sconosciuto ai più; lo sostengono, e se ne fingono protettrici; lo hanno rubato ad altri; ai legittimi proprietari. A chi ha avuto l’intuizione di cedere un feticcio – e di renderlo pretesto, e punto di partenza, di un altro feticcio: l’opera d’arte. In questo la sensibilità di un collezionista e di uno scultore contemporaneo si sono incontrate e riconosciute nel coraggio di esporsi non tanto attraverso l’opera compiuta, o l’oggetto dichiarato, ma nel mistero che appartiene all’uomo nel suo più intimo essere, sentire, e amare.


2012, Matteo Galbiati, Stare nel mezzo, La casa del flauto, opera site specific, Asolo Disvelamento e nascondimento; naturalezza e artificialità; compiutezza e indefinibilità; realtà e immaginazione… Si potrebbe continuare e trovare un’infinita altra gamma di coppie di significati contrari e antitetici che identificano e, ancor tanto specificatamente, si rilevano nel cuore della ricerca di Francesco Arecco. Ci facciamo, però, bastare anche questi soli. Per intuirne senso e valore. Non si deve, infatti, impiegare un’acuta osservazione o promuovere intellettualistiche dissertazioni per capire il peso che ha tale confronto in seno alle sue opere. Lo si accerta fin dal primo sguardo. Anche da quello più distratto, benché questa considerazione avesse una sua certezza appurabile subdermicamente, rispetto all’immagine che si profila dalla consistenza fisica dell’apparire dell’opera. Siamo noi stessi proiettati in un vortice di opposte sensazioni: siamo attratti e respinti, cediamo all’intuizione ma dubitiamo della reale impressione che emerge… I sensi e la percezione si sbilanciano su pareri differenti. Eppure tutto convince, tutto dissipa ogni dubbio. Le opere piacciono, interessano, mobilitano il sentimento. Arecco ricorre ad un minimalismo vivo – non a caso impiega il legno – che tocca, che accalora, che appassiona. Un minimalismo che si anima intimamente di vitalità, ma che si mantiene anche formalmente puro. Volumi e geometrie chiari, non fraintendibili. Sculture che si scaldano di tonalità ed essenze. Ancora ci troviamo nel pieno della provocazione complessa della sua cosa semplice. Ancora in mezzo ad opposti. Una consistenza antinomica che si radica allora davvero nel profondo di questa ricerca. Non può proprio farne a meno, non riesce a prescinderne. Eppure la somma virtù delle opere di Arecco, e di lui come persona e artista, rimane la sua complessa semplicità. Pura e sincera. Senza conflitti. Così non lavora su fronti opposti ma lui, il suo pensiero e ogni suo lavoro si collocano con riguardosa attenzione e rispetto nel mezzo, in un territorio neutrale, ma non neutro. Per creare un ponte tra due estremi, tra due mondi. Per conciliare due universi. Tra opera e mondo, tra arte ed esperienza, tra spettatore ed artista. Tra reale e fantastico. Questa compresenza e compartecipazione é determinante. Scritta nel carattere genetico, nell’intimità stessa del suo operare. Ripetizione e risonanza. Alterazione e mutazione. Ora il naturale ultimo approdo: La Casa del Flauto. Quest’opera si pone come momento di svolta, attimo cruciale ed emblematico nel divenire della sua ricerca. Presagio di future riflessioni, ancorato alla ragione del suo passato. Superati i volumi primari accede recentemente a incastri scomposti, a trame fitte e compatte, ma anche non rifinite, non chiuse o bloccate. Ne La Casa del Flauto li troviamo entrambi. Il doppio riunito tangibilmente. Quegli opposti che si manifestano e si chiariscono. Opera che si fa apice di un percorso, dove la ricerca di quel senso fa guardare all’arte – quella vera – lontano. Felice scelta anche il titolo La Casa (il contenitore, la protezione) del Flauto (il ritmo, il suono). Musica e silenzio, gli altri nuovi opposti. Armonia e stasi. Arecco ritorna alle sue simmetrie essenziali e il suo lavoro si mette al centro, sottolinea l’equilibrio perfetto e la sintesi visiva di due estremi. Che sono anche nel suo lavoro, nella sua scultura. Recente e passata. Lì sta Arecco. Nel punto che è sempre fuori fuoco alla vista comune. Lui lo sa far risuonare agli occhi. Vista-udito, due opposti. Come le note di un flauto – il più semplice e dolce degli strumenti, il più delicato e minimale – nella casa – il tempio degli affetti, l’approdo naturale, il punto di ritorno e partenza – lo fa sommessamente scoprire. Ci porta nel mezzo di tempi e luoghi indefinibili, ma alquanto riscontrabili nell’individuale esperienza di ciascuno. La scoperta avviene precisata oltre ogni dualità, oltre ogni confine, superando qualsiasi al di qua e al di là. Senza scontro, senza mediazione. Nessuna parola per far orientare, solo una ferma comprensione di una sintesi insperata. Comprensione che si culla nel segreto di ciascuno sguardo, quando le note di quel flauto si smorzano nel silenzio dentro la sua casa. Quando il suono, che ha inebriato delicatamente l’aria del mondo, torna muto a risuonare nella memoria, per farsi tesoro nel chiuso di ogni anima.


2012, Kevin McManus, Dire niente, dire tutto, La casa del flauto, opera site specific, Asolo Un filosofo di media bravura, se adeguatamente stimolato, può dimostrare con una certa facilità che dire «la casa del flauto» è quasi una tautologia, un’ovvietà logica. Perché il flauto non ha senso senza una casa – e fin qui può arrivare anche il pensatore comune – ma è altrettanto vero, e qui si entra nella filosofia, che la casa non ha senso senza un flauto. Non deve sembrare, questa, la solita iperbole critica, e neanche il solito generico, retorico elogio della musica (retorico perché contiene, in circa cinque parole, un paradosso e una sineddoche). C’è la convinzione, oziosa, che la musica sia solo una cosa: un testo fatto di note scritte su un pentagramma ed eseguite, possibilmente con un certo talento, da uno specialista. Quella è una musica, è l’accezione culturale del termine, accanto alla quale ne esiste una naturale, così come è un’immagine quella sapientemente e semioticamente prodotta da un pubblicitario, ma è altrettanto immagine quella che invade il nostro campo visivo quando attraversiamo la strada, scaliamo una montagna o esploriamo il fondo del mare. La musica naturale è quella vibrazione, quell’esistenza sensibile che riempie di sé il reale. È il contenuto di qualsiasi contenitore apparentemente vuoto, per chi è disposto ad ascoltare. È il senso, inteso sia come categoria logica ed esistenziale, sia come facoltà di percepire con il corpo (i cinque sensi). Il contenitore per antonomasia, la CASA, deve per forza avere una musica per antonomasia, quella del FLAUTO: un vuoto che diventa senso nel momento in cui viene riempito. Hemingway, in Addio alle armi, scrive: «Quando ai giovanotti facevano le serenate, soltanto il flauto era proibito […] perché alle ragazze non faceva bene udire il flauto di notte». Troppo fisico, troppo elementare il senso, quando c’è un flauto. Un flauto in una casa, la sua casa, vuol dire mostrare di cosa è fatto l’essere. Grazie a Francesco Arecco per avercene mostrato un po’.


2011, Arca


Arca, populus alba, 2011, allestimento in Galleria S. Fedele, Milano.


Allestimento; Bologna, Fondazione Lercaro, 2012.


Allestimento; dimora finale, collezione privata.


2012, Kevin Mc Manus su Arca, catalogo della mostra Luoghi del sacro, Galleria S. Fedele, Milano "Una notte sognò il Diluvio, il che non deve meravigliare; le martellate della costruzione dell'arca lo svegliarono e pensò che forse erano tuoni" – da J.L. Borges, Il Vangelo secondo Marco, in Il manoscritto di Brodie A volte, capita di imbattersi in un'opera d'arte. E non importa se l'incontro avviene in un luogo a ciò normalmente deputato, come un museo o una galleria; l'euforico disagio che ne deriva ci lascia sempre stupefatti. La nostra cultura, in realtà, è abituata a guardare, ed è ancor più abituata a farsi dire "dove" bisogna guardare: una cornice, un piedestallo, un palco, uno schermo, sono segni sempre pronti a farci capire che siamo in presenza di un senso dichiarato, di qualcosa che non ci deve spaventare, perché non incide sulla nostra realtà e non ne fa nemmeno parte. Il contenitore delle nostre immagini è anche un dispositivo che ci aiuta a percepirle come altro da noi, come fantasmi che non possono venirci a cercare. Però ogni tanto capita di incontrare oggetti che non sono immagini, e che occupano sia la nostra dimensione reale che quella simbolica dei fantasmi. E ci turbano sempre, perché non sappiamo più distinguere contenitore e contenuto, la rassicurante neutralità dell'uno e la remota astrazione spazio-temporale dell'altro. Nei lavori di Francesco Arecco succede proprio questo: il contenitore prende su di sé la natura poetica del contenuto, diventa contenuto esso stesso, pur non rinunciando alla propria costituzione come involucro, come guscio protettivo. Non c’ è la dichiarazione esplicita di un senso, è piuttosto una possibilità di senso a fare capolino, ma solo per chi è disposto a cercare, o per chi ha la fortuna di aprirsi all’incontro. "Arca", uno dei vocaboli più profondamente suggestivi della nostra lingua, deriva la sue etimologia da una radice alla base di alcuni verbi che significano "proteggere", "racchiudere", "conservare", "tenere al riparo", ma anche "separare", "tener diviso". Un'arca non è un contenitore qualsiasi, un passivo luogo di giacenza; è un contenitore attivo, che si prende cura del suo contenuto in quanto fonte di senso, di speranza o di memoria. Meritano la qualifica di "arca", dunque, tanto l'Arca di Noè, quanto l'Arca dell'Alleanza, e ancora la tomba, chiamata "arca" nel linguaggio poetico fino all'Ottocento. In questo senso, la maggior parte delle opere scultoree di Arecco rientra nella definizione di "arca": non immagini, né puri oggetti collocati nello spazio, ma contenitori di senso, che pur nascondendo, proteggendo il loro contenuto, ne dichiarano sottilmente la presenza, invitandoci a scrutare, a cercare, o anche solo a farci prendere dal silenzio che fanno risuonare. Contenitori che svolgono la loro funzione dichiarandoci la bellezza e la poesia del contenere. In Arca, tale natura è esplicitata fin nel titolo. L’arca di Arecco ammicca, senza costringersi a scegliere un riferimento piuttosto che un altro, a tutta la schiera di suggestioni letterarie e mitologiche che questo termine evoca. Quest’arca è lo scrigno dell’Alleanza, o forse è la nave che custodisce le specie salvandole dal diluvio universale, quella che nel sogno di Baltasar Espinosa, descritto da Borges nel passo riportato in apertura, è rappresentata dai suoni prodotti dalla sua costruzione materiale. Anche Arecco ci mostra l’arca nella sua franca, disarmante materialità: non un oggetto di “design”, né il frutto di un progetto chiuso nella perfezione della geometria, ma una sorta di rifugio minimo, un’operazione istintiva e protettiva di chiusura e delimitazione dello spazio. Non un’emanazione dal mondo delle idee (e delle immagini), ma un lavoro tutto umano che tratta il suo contenuto come un dono da custodire. Ed è proprio la sua materialità, nella quale ci imbattiamo improvvisamente, ad invitarci alla ricerca del senso, non guardando come apatici spettatori, ma addomesticando lo spazio, quasi nuotando sotto questo ingombrante “scafo”, prendendone le giuste distanze, trattandolo come involucro ma anche come punto di accesso a una poetica verità.


2012, Il nome segreto delle cose, doppia personale con Giancarlo Soldi, Torino


G. Soldi, Aeroplani, legno di balsa e plexiglas, 2011. F. Arecco, Casse di vento, pioppo, acero, palissandro e abete rosso di risonanza, 2011.


F. Arecco, Casse di vento, ebano, ebano makassar e abete rosso di risonanza, 2011. G. Soldi, Teatrino, cavalleria rusticana, cartone e carta pesta dipinti, 2011.


F. Arecco, Testimoni, acero, palissandro, ebano, bosso giallo, 2011. G. Soldi, I sette vizi capitali, carta dipinta, 2011.


G. Soldi, Le tre virt첫 teologali, carta dipinta, 2011. F. Arecco, Tre limosine, cipresso, noce e abete rosso di risonanza, 2011.


2012, Kevin Mc Manus, catalogo della mostra Il nome segreto delle cose, Welink, Torino «That which we call a rose by any other name would smell as sweet» - W. Shakespeare, Romeo and Juliet Questa celebre affermazione di Giulietta nel I atto del dramma shakespeariano riassume in sé il nucleo del pensiero occidentale sul rapporto tra linguaggio e realtà. Si tratta di una frase che, pur nel trasporto con la quale è pronunciata, rivela in fondo il particolarissimo, paradossale cinismo di cui è capace un’eroina innamorata: proprio entro una cornice poetica, proprio all’interno di un modo di esprimersi in cui il suono, il nome delle cose con la sua peculiare musicalità sono quasi tutto, il personaggio si appiglia a un brusco richiamo alla realtà, che quasi stride con la forma prosodicamente ineccepibile che lo racchiude. Le parole sono solo convenzioni, etichette attaccate alle cose per distinguerle l’una dall’altra, per richiamarle sinteticamente alla memoria dell’interlocutore; non c’è in esse nulla del significato che vanno a designare, in nessun modo la loro natura e quella dell’oggetto che sostituiscono sono legate. Eppure c’è qualcosa nel nome delle cose che ci fa sentire in un certo rapporto di intimità con esse. È fuori di dubbio che conoscere il nome di una cosa significhi possederla intellettualmente, e magari possedere una chiave, sempre intellettuale, per accedere al suo senso. Ma si tratta di un percorso che avviene sempre all’interno del linguaggio, di quel livello astratto entro il quale tutto è forma. L’intimità nasce da altro, dall’avere un contatto spirituale con l’oggetto. L’esempio più chiaro è quello del nome proprio: benché esso sia innanzitutto un’etichetta sociale, un “documento” dell’appartenenza dell’individuo a una società fatta di nomi, siamo sempre un po’ restii a farci chiamare per nome da chi non ha accesso alla nostra fiducia, nonché a chiamare per nome chi non ci ha accordato la sua. C’è un istinto nell’uomo, anche nell’uomo moderno, a conferire vita – una vita magica – a quelle parti del linguaggio che vivono in stretto rapporto con le cose, soprattutto alle cose concrete, quelle con le quali è possibile instaurare un’intimità anche fisica, quelle che testimoniano la nostra quotidianità. Naturalmente, e la diversità delle lingue naturali ne è la più ovvia dimostrazione, siamo noi ad attribuire irrazionalmente questa natura a qualcosa che noi stessi abbiamo creato, ma che allo stesso tempo “esiste” prima di noi. Non è certo il singolo vocabolo della lingua italiana ad essere rivestito di questa magia. Si tratta piuttosto di un’inquietudine verso il linguaggio, dell’inconscia convinzione che, da qualche parte, esista un codice sotterraneo entro il quale i nomi partecipano in qualche modo alla cosa in sé, alla sua intima natura. Giancarlo Soldi e Francesco Arecco lavorano alla ricerca di questo linguaggio. Il titolo di questa mostra potrebbe ingannare: potrebbe far credere che le opere esposte siano sulla linea – già storicizzata ma ancora vivissima – dell’arte “verbo-visuale”, di un’arte cioè che si basa sull’uso della parola scritta. Non ci sono scritte, invece, nei lavori dei due artisti. «Cosa» e «nome» stanno qui ad indicare il reale nella sua essenza e il linguaggio, quell’insieme di segni di cui ci serviamo per comunicare il reale sinteticamente, senza scomodarlo nella sua natura fisica, temporale e geografica. Il «segreto» è un rapporto intimo, naturale tra i due, o meglio tra le cose e un linguaggio ideale che è fatto della stessa materia di cui sono fatte le cose stesse. Un linguaggio che superi l’incommensurabilità rispetto al reale di cui parlano con tanta viva ispirazione autori come Borges e Carroll.


Di fronte alle opere di Soldi e Arecco, può sembrare strano che i due si chiamino tra di loro «maestro» e «allievo», tanto sono radicalmente diversi gli esiti delle rispettive ricerche visive: Giancarlo Soldi con i suoi collage tridimensionali, che nella loro franca eloquenza ricordano i giochi per i bambini, e Francesco Arecco, che nelle sue forme minimali dà voce al vuoto e alla poetica materialità del legno. Non è tanto negli esiti formali, infatti, ma piuttosto nell'idea di arte che va cercato il punto di contatto: arte non come comunicazione scoperta, ridondante e immediatamente archiviabile nel "già noto", e neppure come pura presenza tautologica o assenza di senso. Soldi e Arecco non si limitano all'evidenza delle cose, ma neppure pretendono di tradurle in un linguaggio; piuttosto le fanno risuonare, le interrogano e lasciano che sia il riguardante a ricevere l'eventuale risposta, il loro "nome segreto". Proprio questo è il senso, e il rapporto, che permette di accoppiare, in base al nome, alcuni lavori di un artista ad alcuni lavori dell’altro. Le Casse di vento di Arecco sono fatte per risuonare, sono contenitori che suggeriscono un'idea di contenuto, piuttosto che comunicarne asseverativamente uno specifico. Sulle due pareti principali della prima sala iniziano dunque i dialoghi tra Soldi e Arecco, con lavori che in modo differente fanno risuonare, evocano il concetto espresso dal titolo. Le Virtù di Soldi, personificazioni allegoriche che nella loro semplicità disarmante cantano il proprio significato anziché enunciarlo chiaramente, dialogano una a una con tre Limosine di Arecco, che con la loro fessura e il loro “rumore segreto” ottengono lo stesso effetto, vivendo la parola che le definisce anziché cercando di significarla linguisticamente. Con altrettanta schietta serialità, i Sette peccati capitali di Soldi, incarnazioni moderne e astutamente ingenue delle personificazioni antiche, ci mettono nel vivo dei propri concetti, ce li mostrano con la sapienza sintetica del gioco. Di fronte, in un caos calmo che contrasta con la quiete delle Limosine nella sala precedente, i Testimonî di Arecco osservano implacabili: non espressioni del “testimoniare”, ma segni nello spazio, che svolgono la propria funzione attraverso una presenza minima ma nondimeno indiscreta. Ancora: i Teatrini di Soldi – le opere liriche nella fila superiore, le favole in quella inferiore – sono esempi essenziali e magici di racconto, che nella loro pregnanza mostrano la narrazione come apparire improvviso di momenti significativi. Accostate ad essi, le Casse di vento di Arecco amplificano il canto dei Teatrini, lo diffondono e lo fanno risaltare, ostentando la propria natura di contenitori di senso, di piccole architetture pronte ad accogliere la vibrazione delle cose, piuttosto che cercare di tradurla in parole. E il discorso si chiude su un tavolo, sul quale gli Aeroplanini di Soldi visualizzano in un istante, più di mille descrizioni, l’idea del volo, del puntare verso l’alto con la miracolosa semplicità del giocattolo. Un volo poetico che non si pone limiti, pronto a scrutare l’immensa lontananza delle stelle. Intervallate con essi, le Mappe celesti di Arecco cercano le stelle nelle striature e nei pertugi del legno, quasi a significare che il cielo è ovunque, purché lo si sappia cercare nel segreto delle cose, chiamandole con il loro nome.


2012, Naviglio


Naviglio, acero, castagno e abete rosso di risonanza, 2012, in natura.


Allestimento; Milano, Galleria S. Fedele, 2012.


2012, Michele Tavola, catalogo della mostra E quindi uscimmo a riveder le stelle: Il viaggio, Galleria S. Fedele, Milano Se l’opera di Arecco fosse una composizione musicale sarebbe scrittura polifonica. Sarebbe uno spartito in cui tante voci partecipano coralmente alla creazione dell’opuse si fondono tra loro per riprodurre, insieme o a gruppi, la stessa nota. Ogni voce corrisponde a una testa, ogni testa a un corpo, ogni corpo a una persona con la propria vita, la propria individualità, i propri problemi e le proprie gioie. Ma quando canta nel coro ogni voce procede all’unisono e non ci sono solisti che prevalgano sugli altri, pronti a esibirsi in pezzi di bravura e a fare un passo avanti per ricevere l’applauso. Ogni tavoletta scelta per costruire Naviglio, in legno di acero amorevolmente curato da cera d’api, è una voce nel coro: fondamentale per l’esecuzione del brano, ma bisognosa di incastrarsi con tutte le altre tavolette della composizione. Per comprendere meglio questo lavoro è opportuno considerarlo il risultato di un percorso creativo e di crescita personale compiuto dall’autore. Le opere di Arecco, negli ultimi anni, sono costituite da una o al più da pochissime tavolette e danno vita, seppure con forme sintetiche e minimali, a casse di risonanza capaci di generare suoni, esattamente come qualsiasi strumento musicale. Suoni individuali, però, prodotti da voci soliste. In Navigliola musica cambia: la struttura portante si articola e si amplifica, conquistando lo spazio e acquisendo una dimensione monumentale. Fin dal titolo l’opera rivendica un valore simbolico, fortemente evocativo e, a dispetto del misurato rigore formale minuziosamente ricercato, vagamente nostalgico e dolcemente emotivo. È un sentito omaggio alla città di Milano e a quella parte che forse, ancora prima della Madonnina e dello stadio di San Siro, la identifica nell’immaginario collettivo. In Navigliosi ritrovano l’anima e le radici della città, la sua vena più vera e popolare, le sue tradizioni e la sua storia. Ma anche il suo presente, fatto di locali alla moda, aperitivi e bar aperti fino al mattino, gente con vestiti improbabili e tempo da perdere, negozi che espongono oggetti inutili e pizzerie con arredamenti kitsch. Dopo le canzoni della vecchia Milano, da Jannacci a Ivan Della Mea, fino a Un romantico a Milano dei Baustelle, cantare i Navigli può sembrare operazione retorica e un poco scontata. Ma, al netto dell’originalità con cui Arecco propone il proprio omaggio, forse non si deve mai smettere di ricordare quanto di bello rimane in città se si pensa che nel 1929 la cerchia dei navigli venne coperta per fare una circonvallazione. E a qualcuno potrebbe ancora venire in mente di asfaltare quanto resta dei canali progettati da Leonardo per farne parcheggi.


2012, Arca, installazione e performance a Torino


Arca, castagno e robinia, 2012, installazione e performance al Parco dell’Arte Vivente, centro d’arte contemporanea, Torino.


http://vimeo.com/43966552


2012, Michele Tavola su Arca, comunicato stampa dell’installazione al Parco dell’Arte Vivente, Torino

A partire da assi e scaglie di legno in stato originario, l’artista darà avvio a un’azione di assemblaggio attorno all’idea di una barca capovolta, coinvolgendo nel lavoro i visitatori del centro d’arte contemporanea e affidando alla somma delle scelte la forma definitiva dell’opera. Sarà il pubblico a decidere quali sezioni lignee incorporare alla scultura, indicando a Francesco Arecco dove andranno posizionate e indirizzando così la costruzione verso la propria interpretazione del tema. In questa azione continua di crescita, accomodamento e mediazione, Arca rievoca e ricrea l’idea di una rete sociale capace di co-progettare, di agire insieme e di portare a compimento un obiettivo comune. Arca è un progetto di Francesco Arecco destinato a ripetersi in altre realtà territoriali e sociali. Lo scopo è quello di risvegliare il rapporto tra fruitore dell'opera e opera d'arte, ma anche, in senso più politico e sociale, di generare l'attenzione e la coscienza delle potenzialità dei singoli aggregati. Chi salirà sull’arca? Alle ore 10.00 Francesco Arecco e il curatore dell’evento Michele Tavola inviteranno il pubblico a farsi avanti e dare il proprio contributo di idee, perché nessuno rimanga fuori. Una volta partita, l’azione sarà accompagnata, ritmata e allietata da un’amichevole maratona musicale a cui partecipano il Duo dans le vent e il loro collettivo, l’Orchestra giovanile contemporanea diretta da Carlo Chiddemi e Antonio Marangolo. Non mancherà un punto di ristoro a disposizione dei “costruttori d'arca”. A conclusione dei lavori, dalle 18.00 in poi, lettura musicale dell'opera a cura di Ramon Moro, tromba e set elettronico.


2012, Michele Tavola su Arca, declamazione Chi salirà sull’arca?* declamazione critica a geometria variabile di Michele Tavola** Ci son due coccodrilli e un orango tango. Due piccoli serpenti, un’aquila reale, il gatto, il topo, l’elefante. E non solo. Davanti all’arca c’è una lunga fila, una fila infinita, una marea umana, un’umanità varia, disperata, senza speranza. Un’umanità senza biglietto, senza visto, senza permesso di soggiorno, senza i documenti e se li ha o sono falsi o sono scaduti. Un’umanità senza. Senza iPhone, senza abbonamento Sky, senza mobili Ikea, senza vestitini Dolce&Gabbana, senza borsette Louis Vuitton, senza jeans Armani, senza guanti sulle mani, senza lavoro, senza previdenza sociale, senza rappresentanza sindacale, senza freni, senza limiti, senza giudizio, senza pace. Manca molto altro a questa varia umanità che attende di salire sull’arca. In questo testo a geometria variabile ora tocca a te prendere la parola e dire cos’altro manca. In fila per salire sull’arca, insieme a due coccodrilli e a un orango tango, insieme a due piccoli serpenti, a un’aquila reale, a un gatto, a un topo e a un elefante c’è una varia umanità che contempla tutte le sfortune possibili e immaginabili. Ci sono tutti quelli che sono capitati nel posto sbagliato al momento giusto per fare i capri espiatori. Ci sono gli untori della peste e le streghe all’epoca della caccia alle streghe. Ci sono gli ebrei d’Europa degli anni Trenta e gli zingari di tutti i tempi. Ci sono i negri finiti dove comandano i bianchi e i manifestanti pacifisti andati a dormire alla scuola Diaz durante il G8 di Genova. Ci sono i travestiti che battono nei vicoli della città vecchia e le puttane delle tangenziali di qualsiasi città. Ci sono pecore nere in quantità e mosche bianche in abbondanza. C’è molta altra sfortuna in questa varia umanità che attende di salire sull’arca. In questo testo a geometria variabile ora tocca a te prendere la parola e dire cos’altro c’è. In fila per salire sull’arca, insieme ai soliti coccodrilli, allo stesso orango tango, all’aquila reale, al gatto, al topo e all’elefante c’è una varia umanità fatta di errori e di sbagli. Ci sono errori di calcolo, conti che non tornano mai, errori di ortografia, punti dopo le virgole, discorsi senza capo né coda, utopie impossibili, desideri improbabili, sogni a occhi aperti, errori genetici, cromosomi in più e cromosomi in meno, esperimenti sbagliati su cavie che non si sono offerte volontarie. Ci sono eretici e scomunicati, esiliati e inviati al confino, condannati al rogo e condannati al silenzio. Ci sono visionari, bastian contrari, avvocati delle cause perse e rompicoglioni di ogni tipo. Ci sono molti altri errori in questa varia umanità che attende di salire sull’arca. In questo testo a geometria variabile ora tocca a te prendere la parola e dire quali altri errori ci sono. Ma soprattutto, vedi che costoro sono i soli ad avere ancora speranza, sono i soli ad avere capito che l’arca è il futuro? dimmi cos’altro vedi, chi altri attende di salire sull’arca? Solo non si vedono i due liocorni. * Questo testo è stato scritto per accompagnare la performance Arca di Francesco Arecco, tenutasi al Pav (Parco d’Arte Vivente) di Torino il 19 maggio 2012 ** Michele Tavola in questo testo ha saccheggiato le canzoni I due liocorni di Roberto Grotti, Cadaveri vivi e Noi siamo gli asini di Ascanio Celestini


2012, Arca, installazione e performance a Gubbio


Arca, pino, 2012, installazione e performance nel bosco dei Cappuccini, Gubbio.


http://vimeo.com/43966552


2012, Nascondimento, installazione sitospecifica, e altre opere, Bologna


Allestimento di un’ala dello spazio espositivo della Fondazione Lercaro, per la mostra Con gli occhi alle stelle. L’opera sitospecifica Nascondimento dall’ingresso non si scorge.


Nascondimento si vede quando, giunti a metĂ  della manica, ci si volge indietro.


Nascondimento, 13 sculture d’ebano e abete rosso di risonanza, 2012.


2012, Francesca Passerini su Nascondimento (Ester), catalogo della mostra collettiva Con gli occhi alle stelle, Fondazione Cardinal Giacomo Lercaro, Bologna Il titolo dell'opera è paradossalmente uno svelamento del suo significato. Infatti fa riferimento al Libro di Esther, il testo della Bibbia nel quale Dio sembra nascondere il suo nome e il suo volto celandosi dietro le apparenti casualità che ritmano il racconto e rivelandosi solo a coloro che, sostando in ascolto, sanno riconoscerne i segni all'interno della storia umana. Così, a partire dal nascondimento della presenza significante, l'artista crea dodici nidi riproducendo l'operato di quegli insetti che costruiscono strutture difensive, di stazionamento o di letargo (ancor prima che abitative) con materiali che paiono accatastati in maniera casuale, ma che in realtà - ad un'osservazioe attenta costituiscono sempre architetture analoghe. La presenza significante – chi abita il nido – c'è, ma gli occhi fisici non la vedono. Ciò che appare a uno sguardo veloce è il guscio esterno di chiusura. Solo il sostare senza fretta, andando oltre la visione fisica, permetterà lo svelamento dell'essenza, la comprensione di ciò che è nascosto. Il dischiudersi di rivelazioni inattese, come il riconoscere in sé stessi il tredicesimo misterioso bozzolo.


1, 2, 3, lignum vitae e abete rosso di risonanza, 2010.


2012, Francesca Passerini su 1, 2, 3, catalogo della mostra collettiva Con gli occhi alle stelle, Fondazione Cardinal Giacomo Lercaro, Bologna Tre legni.Tre casse armoniche, come tre individui, stanno. In una di esse è presente un’apertura: unico elemento che la differenzia dalle altre. L’equilibrio del tutto è dato dall’attesa di cosa verrà rilevato dalla terza cassa armonica: il suo aprire l’interno, infatti, può svelare un segreto. Nel processo creativo dell’artista l’apertura rappresenta la tana del ragno. In natura, infatti, alcuni ragni cacciano, altri tessono una tela, altri si nascondono in un cunicolo e attendono che la curiosità vi spinga un insetto. Nella bellezza della creazione ogni elemento ha il suo posto e la sua funzione: in questo caso, sfruttando lo spazio del legno, il piccolo ospite costruisce la sua casa. Luogo di protezione. Luogo di difesa. Luogo di attesa. Luogo di vita e per questo adattato dal ragno e trasformato in spazio di senso per la sua esistenza. Sede di intimità e, insieme, cassa armonica che risuona rivelando il mondo esterno. Così le nostre case, dove lo spazio non è mai neutro ma tracciato di segni e simboli che parlano dell’interiorità di chi le abita. Così ciascuno di noi, sensibilissima cassa armonica in grado di far vibrare, tra i tanti suoni dell’esistenza, il Suono più alto.


F. Arecco, Testimonio, palissandro e abete rosso di risonanza, 2012. E. Spalletti, Croce, metallo e pigmento, 2011.


2012, Francesca Passerini su Testimonio, catalogo della mostra collettiva Con gli occhi alle stelle, Fondazione Cardinal Giacomo Lercaro, Bologna Testimonio è un’opera d’arte passiva: è lui che osserva noi. Immersi nella frenesia di questo tempo, noi viviamo sempre più soli: soli anche quando siamo con alta gente perché presi da troppi pensieri. Il Testimonio ha funzione di indagatore silenzioso del nostro agire. Se qualcuno ci osserva, se sappiamo di essere osservati, infatti, siamo portati ad agire per il meglio. In quest’ottica, dunque, l’opera ha un significato cristologico, è l’occhio presente madiscreto di Colui che ci è accanto. Reggendo lo spazio grande della parete, dal muro ci osserva. Alle nostre spalle, la Croce di Ettore Spalletti ci ha già posto davanti a una scelta: tra il Bene e il Male, tra la Vita - restituita dal sacrificio assoluto di Cristo - e la morte.


Testimonio, palissandro e abete rosso di risonanza, 2012.


2012, Nascondimento, installazione sitospecifica, Festival Comodamente 2012, Vittorio Veneto


Chiesa di San Giuseppe

Burella casa Piazzoni

L’installazione, apparsa in un luogo del Festival, scompare per poi riapparire in un altro.


Burella casa Piazzoni Nascondimento, 12 sculture d’ebano, acero e abete rosso di risonanza, 2012.


Burella casa Piazzoni

Nascondimento, 12 sculture d’ebano, acero e abete rosso di risonanza, 2012.


Burella casa Piazzoni

Nascondimento, 12 sculture d’ebano, acero e abete rosso di risonanza, 2012.


Chiesa di San Giuseppe Nascondimento, 12 sculture d’ebano, acero e abete rosso di risonanza, 2012.


Chiesa di San Giuseppe Nascondimento, 12 sculture d’ebano, acero e abete rosso di risonanza, 2012.


Svegliatosi una mattina, Francesco Arecco scoprì che i suoi pensieri erano punte sporgenti, frammenti inattesi, schegge improvvise di essenze pregiate. Si decise a lasciarli uscire dai suoi occhi, a sentirne tra le dita la consistenza e la fuggevolezza. Li costruì con pazienza solerte, uno dopo l’altro. Ogni tanto, gli tornava nella mente una musica, sentita in quella sera…prese anche qualche nota, e la nascose tra le sue piccole sculture. Poi le lasciò andare. Ora esse spuntano e s’appuntano brulicando dalle pareti, sbirciano dal soffitto, o comodamente attendono tra gli anfratti del muro, con quel fare ostinato e curioso che hanno solo gli insetti. Protetti dai gusci caldi del legno, all’interno vi zampettano desideri cresciuti all’ombra di alberi secolari, ricordi emersi tra il sonno e la veglia, stupori impigliati tra nidi laboriosi… È forse il riscatto del signor Gregor Samsa? Può darsi: così l’artista si nasconde nel suo lavoro, e a noi mostra soltanto la corazza di una storia intima e segreta. La mattina dopo, potrebbe capitare anche a noi. Non vediamo l’ora di chiudere gli occhi. Ilaria Bignotti Arecco fa un'arte nascosta, dove il mistero\sorpresa sta all’interno delle opere e si lascia solo intuire sulla superficie. Il visitatore viene incuriosito, interessato, affascinato, ed giunge così a far parte dell'opera. L'allestimento particolare e giocoso suggerisce al visitatore la ricerca delle sculture, piccoli oggetti che, per la loro inconsueta disposizione, mai fastidiosa o invadente anzi quasi naturale, andranno a sparire e a diventare una cosa unica con lo spazio circostante. Pietro Caccia Dominioni Il suono silenzioso della meraviglia Che compito e che ruolo spettano all’artista? A cosa servono, a cosa e a chi necessitano le opere d’arte? Questi due interrogativi sono spesso alla base del rapporto che s’instaura tra l’opera e il suo interlocutore – l’artista in primis – e ciascuno dei suoi eventuali spettatori. Per funzionare il manufatto artistico, frutto di un’abilità artigiana e di un’agilità del pensiero, deve – anche prescindendo da un’immediata comprensione di senso – infondere uno stato di seducente meraviglia. Ciò fin dalla prima visione; fin dalla prima apparizione. Una meraviglia che apre agli occhi su un mistero che colpisce nel profondo, che sensibilizza l’animo, che porta ad altro livello il nostro grado di emozione. Stupore, incanto, interrogazione sono gli strumenti. Una vibrazione che balena veloce come un lampo, ma che lascia poi sedimentare nello sguardo, nella successiva riflessione, la possibilità d’indagine della conoscenza. La meraviglia avvolge lo spirito come la melodia della musica, come il soave, incorporeo ed effimero, diffondersi e dissolversi in sequenza delle note di una partitura. Questo sono le opere di Francesco Arecco: frammenti di una melodia che suscita meraviglia. Si leggono come note, si combinano in composizioni libere e individualmente uniche. Vivono lo spazio, come se di questo ne avessero da sempre – naturalmente – fatto parte, nell’attesa di un incontro. Solo allora liberano il suono silenzioso della loro intima meraviglia. Muto perché si concede agli occhi e si sente col cuore. Misterioso perché resta sempre un segreto. Protetto, custodito. Ma sensibilmente accessibile. Non è fatto taciuto che l’opera di Arecco – per questo perfettamente accordata con il lavoro intrapreso con Michele Spanghero – abbia un naturale dialogo e rapporto stretto con la musica: lui stesso compone, realizza strumenti musicali, cerca un senso e un valore armonici nella struttura delle opere, i materiali naturali che usa sono legni raffinati e pregiati impiegati in liuteria. I suoi lavori ci donano sempre una curiosità e un’attesa singolari di cui – ribadito il richiamo alla musica – l’incanto si coglie al diffondersi delle prime battute. Note che per Arecco non sono suoni, ma si rivelano quali opere nei primi battiti di occhi a cercare nello spazio i segni della loro misteriosa e silenziosa presenza. Matteo Galbiati


2012, Arca e Naviglio, installazione sitospecifica, Palazzo Giureconsulti, Piazza dei Mercanti, Milano, Opening della Settimana della Comunicazione


Palazzo Giureconsulti Piazza dei Mercanti, Milano


Arca, castagno, acero e abete rosso di risonanza, cm. 300X300X300, 2012.


Naviglio, castagno, acero e abete rosso di risonanza, cm. 200X500X90, 2012.


2012, Ilaria Bignotti, Matteo Galbiati e Kevin McManus, comunicato stampa per l’installazione Arca, Naviglio, Palazzo Giureconsulti, Milano Lunedì primo ottobre si tiene, a Palazzo Giureconsulti, Piazza Mercanti, Milano, l'Opening della Settimana della Comunicazione 2012. A partire dalle ore 19, tutti coloro che contribuiscono alla kermesse dedicata al tema della comunicazione avranno un momento di incontro e confronto. A Francesco Arecco è stato chiesto di realizzare un'istallazione: l’artista ha risposto con due lavori, Arca e Naviglio, che indagano e si riferiscono a ciò che non è visibile perché protetto e racchiuso nella materia delle cose. Una interessante provocazione, per aprire la Settimana della Comunicazione, attraverso l’arte contemporanea: certamente l’istallazione di Arecco non lascerà il pubblico privo di domande e interrogativi. Arca approda a Palazzo Giureconsulti dopo una lunga navigazione e resterà visibile gratuitamente sino a domenica 7 ottobre durante gli orari di apertura. Aveva precedentemente toccato il Pav di Torino, il Bosco dei Cappuccini a Gubbio e l'Arca di Milano e in seguito sarà la volta della Chiesa di S. Carlo a Reggio Emilia. Il lavoro non allude tanto – e solo – alla fine di un mondo e a ciò che, salvifico, di quel mondo resta, ma rimanda all’idea di una rete sociale capace di coprogettare, di agire insieme e di portare a compimento un obiettivo comune: lo scopo è infatti quello di risvegliare il rapporto tra fruitore dell'opera e opera d'arte, ma anche, in senso più politico e sociale, di generare l'attenzione e la coscienza delle potenzialità dei singoli aggregati ed è per questo che l’istallazione vuole ripetersi in altre realtà territoriali e sociali. Arca resterà visibile sino a domenica 7 ottobre, gratuitamente, orari di apertura di Palazzo Giureconsulti Naviglio è invece un muro, un paravento. Indaga il non visto celandolo come una cortina formata da tavolette di legno di acero trattato con cera d’api: il gesto amorevole di protezione dell’artista verso i materiali che costituiscono l’opera, si unisce all’idea che ogni tavoletta, fondamentale per il compimento del lavoro, deve riuscire a incastrarsi e dialogare con tutte le altre. Dalle dimensioni colossali, Naviglio conquista lo spazio con la sua figura monumentale. Fin dal titolo l’opera, a dispetto del misurato rigore formale, comunica un valore simbolico, fortemente evocativo e nostalgico: essa infatti è un sentito omaggio alla città di Milano e a quella parte che forse, ancora prima della Madonnina e dello stadio di San Siro, la identifica nell’immaginario collettivo, fosse anche solo per il suo presente carico di contraddizioni, con locali per tirar mattina e pittoreschi accrocchi di giovani à la page o di vecchi abitanti stralunati. Anche Naviglio dunque, custodisce e racchiude le radici della città, la sua vena più vera e popolare, le sue tradizioni e la sua storia: non si deve mai smettere di ricordare quanto di bello rimane in città se si pensa che nel 1929 la cerchia dei navigli venne coperta per fare una circonvallazione…e a qualcuno potrebbe ancora venire in mente di asfaltare quanto resta dei canali progettati da Leonardo per farne parcheggi. Sono queste solo alcune delle tematiche, e suggestioni, che l’istallazione di Francesco Arecco saprà stimolare nel pubblico che vorrà intervenire alla serata, a dimostrazione che l’arte contemporanea, se realmente tale, riesce ancora a comunicare, secondo il proprio linguaggio e le proprie forme.


2012, Arca e Nascondimento, installazione sitospecifica, Chiesa dei SS.mi Agata e Carlo, Reggio nell’Emilia


Chiesa dei SS.mi Agata e Carlo, Reggio nell’Emilia


Arca e Nascondimento.


Arca, acero e abete rosso di risonanza, cm. 100X250X120, 2012.


Nascondimento, ebano, acero e abete rosso di risonanza, 17 sculture, dimensioni variabili, 2012.


Nascondimento, ebano, acero e abete rosso di risonanza, 17 sculture, dimensioni variabili.


Arca, acero e abete rosso di risonanza, cm. 100X250X120, 2012.


2012, Matteo Galbiati, comunicato stampa per l’installazione Arca e Nascodimento, Chiesa dei SS:mi Agata e Carlo, Reggio nell’Emilia Francesco Arecco costruisce sculture in legno o altri materiali, che sono casse armoniche, teche protettrici, luoghi del nascondimento. Sono gusci silenziosi e misteriosi perché, nonostante una stretta vicinanze alle forme naturali di tane e nidi – per questo immediatamente riscontrabili nell’esperienza, nel vissuto o nella memoria di ciascuno – delle quali riprendono materie e sostanze, rimangono pur sempre nobile arte visiva. Nobile perché voluta nella sua forza più pura e rappresentativa e rappresentante. Arecco nelle sue sculture sceglie di evitare il compromesso con l’immediatezza e vuole indirizzare lo spettatore sulla strada della scoperta e dell’indagine. Le sue sculture-installazioni catalizzano l'attenzione e la riflessione di ogni osservatore, perché Arecco intende l'arte proprio come una suggestione e una sensazione da vivere, percepire ed indagare in ogni momento e luogo. Nella fase più recente della sua produzione – in questa mostra ci presenta due opere site-specific – Francesco Arecco si sta dedicando alla costruzione di quelli che lui chiama e definisce come Arche e Nascondimenti. L'Arca è un nido, un bozzolo, una soluzione di passaggio da un tempo difficile ad uno migliore. L'Arca offre la possibilità di prendere coscienza delle potenzialità di ciascuno, del fatto che solo la gente può salvare altra gente. Arca: di Alleanza, di Noé o Arca come sepolcro, che custodisce e preserva il corpo per la redenzione, poco importa ad Arecco. La soluzione resta aperta e sempre valida nel suo concetto fondante di teca salvifica. Nascondimento apre il consueto quesito su cosa servano, a cosa e a chi necessitino le opere d’arte? Da questi interrogativi si avvia il rapporto di disvelamento del senso che si pone come base del rapporto tra l’opera e il suo interlocutore. Arecco – forte anche di una raffinata perizia di ebanista e liutaio – lascia funzionare il manufatto artistico. Fa intuire un rapporto plausibile con la musica che infonde allo sguardo la forza di una seducente meraviglia. La meraviglia che cui porta Arecco apre agli occhi su quel Mistero che colpisce nel profondo, che sensibilizza l’animo, che porta ad altro livello il nostro grado di emozione. Stupore, incanto, interrogazione sono gli strumenti da lui prediletti che si infondono come una vibrazione che balena veloce come un lampo, ma che lascia poi sedimentare, nello sguardo e nella sua successiva riflessione, la possibilità d’indagine della conoscenza. La meraviglia avvolge lo spirito come la melodia della musica, come il soave, incorporeo ed effimero, diffondersi e dissolversi in sequenza delle note di una partitura che richiama allo stato originario e, in certa misura, al sentore di quel senso divino di trascendenze che ci conduce ad un misterioso Padre più grande. Misterioso perché resta sempre un segreto. Protetto, custodito. Ma sensibilmente accessibile tanto nell’animo di chi crede in qualcosa quanto nel cuore delle sue opere. L’intervento di Francesco Arecco rientra nel progetto Trilogia che vedrà protagonisti, oltre all’artista gaviese, il tedesco Thomas Lange e il romano Ettore Frani anche loro impegnati ad analizzare il tema sacro e spirituale secondo il loro specifico linguaggio. Trilogia – in riferimento alla Trinità – offrirà spunti di riflessione e un’interpretazione peculiare del sacro attraverso la forza evocativa del linguaggio artistico contemporaneo di questi tre artisti. Materiali, forme, colori, tecniche e contenuti guideranno lo sguardo dello spettatore alla lettura – suggestiva la cornice della Chiesa dei Santissimi Carlo e Agata di Reggio Emilia – dell’arte contemporanea che dimostra, proprio grazie alla talentuosa sensibilità di Arecco, Lange e Frani, la possibilità di impiegare il proprio linguaggio anche su temi profondi e complessi come quello sacro e spirituale, riacquistando la sua dignità morale e rappresentativa aldilà di ogni facile logica di mercato ed occasione.


TEMPO AL TEMPO RIFLESSIONE CORALE SUL CONCETTO DI TEMPO A CURA DI FRANCESCO ARECCO

2012 Tempo al tempo Mimesis Editore

MIMESIS


Tempo al tempo. Riflessione corale sul concetto di tempo AAVV, a cura di Francesco Arecco Mimesis, 2012 Capitolo 80, Daniele Astrologo Tempo e arte visiva Francesco Arecco. Arca, archetipo del tempo In natura trova respiro un solo tempo il cui andamento ciclico disegna orbite mai uguali a se stesse. È all’interno di questo divenire che tutto muta, in superficie come in profondità. Anche dove regna il silenzio e l’immobilità, la fissità eterna, vi è un’inarrestabile trasformazione in corso che informa di sé ogni cosa. Nulla sfugge a questo processo pervasivo, ogni elemento ne porta il segno. Di qui l’interesse per la natura, area vergine non soggetta a quella contaminazione intellettuale che ne snatura l’essenza, ne fuorvia la lettura; di qui l’interesse per quelle architetture spontanee, sorrette da una struttura degna di attenzione perché garante della propria sostenibilità, di un portato estetico apprezzabile. È visibile. Grazie al loro essere, al loro sorgere e svanire, si coglie la forza prorompente dell’universo che qui, in piccolo, in architetture tanto effimere quanto naturali, sintetizza i paradigmi vigenti, rivela la struttura del tempo. Francesco Arecco presta attenzione ed ascolto a questi elementi, a quelle strutture elementari che preservano il privilegio di un’autonomia architettonica, di una struttura originaria tale da essere indivisibile, pena la perdita d’integrità. Il suo insorgere avviene per moto spontaneo pari all’efflorescenza, ad un’eruzione, accadimenti che smembrano la superficie per rivelarne la profondità. Il riferimento va a quella serie di fenomeni conosciuti col nome di Arca. Già la radice etimologica del termine contribuisce ad enucleare una linea di significati che ruotano attorno ad arcēre che sta per tener lontano e quindi difendere, proteggere oppure contenere. L’arca custodisce e protegge, conserva al suo interno quell’essenza in cui è iscritta la struttura del tempo data dall’incontro tra il moto dell’universo e il senso d’attesa sotteso alla creazione. Per questa ragione, se opportunamente percossa, ogni Arca diviene una cassa armonica in grado di emettere un suono primitivo, udito e riconosciuto dalla specie umana perché si dà in natura. Il suo essere transeunte non fa altro che condensare l’energia richiesta ad ogni forma di vita. Anche la costruzione eretta non sfugge all’effimero, a quella fine precoce che resta impressa nella memoria per via della forma arcaica che essa assume: calotta allungata, carena rovesciata, semisfera irregolare… sono tante le soluzioni formali possibili. Quello che conta è il loro formarsi per assemblaggio di assi, per accostamento progressivo di scaglie che si sorreggono grazie al magnetismo esercitato dall’archetipo così intenso da eludere la stessa forza di gravità. Avviene nell’installazione presso la Galleria San Fedele di Milano (2011) o in quella della Fondazione Lercaro di Bologna (2012). Ne risulta una costruzione che formandosi occulta il volume interno, rivelandone la presenza in superficie. Un manufatto ad opera di mani consapevoli, non vittime di quegli automatismi che alla lunga avviliscono. Mani che sanno di saper fare e pertanto attente a non cadere nel virtuosismo, anticamera di ogni manierismo. I loro movimenti avvengono nel rispetto del respiro, del battito cardiaco che scandisce un tempo congeniale alle fibre di legno. Attraverso questo agire nel rispetto della germinazione non avvengono incomprensioni, scatti repentini, lesioni evidenti perché ogni gesto si colloca all’interno di un flusso naturale, dell’Arca in essere che cresce ed assimila lo spazio sottostante, inglobandolo. Accade nell’installazione presso il Palazzo Giureconsulti di Milano (2012) o, in modo più marcato, presso la Chiesa Santissimi Agata e Carlo di Reggio Emilia (2012). Nella fenomenologia dell’Arca resta infine il senso dell’attesa, di quella tensione percettiva tipica di chi si aspetta di cogliere un mutamento, la direzione assunta dalla propria ricerca creativa in relazione al divenire dell’universo: la curva tracciata dal tempo.


2013, Omphalos


Omphalos, populus alba, ebano e abete rosso di risonanza, cm. 80X80X90, 2013, in natura.


Omphalos, populus alba, ebano e abete rosso di risonanza, cm. 80X80X90, 2013, Galleria S. Fedele, Milano.


2012, Michele Tavola su Omphalos L’ombelico accoglie, esattamente come l’Arca, altra opera presentata alla Galleria San Fedele da Francesco Arecco in un passato recente. Che si tratti di accogliere una vita ancora in attesa di nascere o l’umanità intera, in fondo è un dettaglio. L’essenziale è il gesto di ospitalità verso l’altro, l’essenziale è proteggere ciò a cui più si tiene al mondo. Omphalos, esattamente come Arca, ha una forma tondeggiante, semplice e ancestrale. Esattamente come Arca rimanda a concetti presenti in culture antiche, sulle quali si fonda e dalle quali discende la nostra, e contenuti in testi che convenzionalmente definiamo classici, per quanto spesso conservino un’attualità impressionante. La ricerca di Arecco, negli ultimi anni, ha dimostrato notevole rigore e ha saputo riflettere, con costanza, su alcuni concetti che gravitano intorno al tema del Sacro e, più in generale, al senso della vita dell’uomo. Il titolo e le forme dell’opera rimandano esplicitamente all’Omphalos di Delfi, l’antica pietra scolpita, dal grande valore simbolico, che si trovava nel Tempio di Apollo e che rivendicava quel luogo come l’ombelico del mondo. Ma, rispetto al modello, fonte di ispirazione dichiarata, questa scultura non è un semplice omaggio e presenta sue peculiarità formali e di senso. Innanzitutto cambia il materiale: invece della pietra il legno, organico, caldo e flessibile. Più adatto per un organismo che sembra in procinto di dischiudersi, di generare qualcosa e, in ogni caso, certo di non voler rimanere rigidamente chiuso in se stesso. Di conseguenza cambia anche il suo significato. Più che un approdo, come di fatto era l’Omphalos delfico, la creazione di Arecco appare piuttosto come un punto di partenza, nascita di qualcosa che certamente non ha ancora trovato la sua dimora: emblema dell’uomo moderno, in continua ricerca e teso verso una dimensione che trascenda quella del quotidiano, dell’oggi, del qui e ora, ma non ancora giunto a trovarla né a comprenderla.


Trasposizione della mostra all’Abbazia di S. Remigio, Parodi Ligure (AL), settembre 2013


24 novembre 2013 26 gennaio 2014 museo del territorio biella progetto grafico: andreadallafontana.com

Museo del Territorio Biellese web: www.museodelterritorio.biella.it mail: museo@comune.biella.it telefono: +39 015 25 29 345

G

Ri-nascere-nascita-e-rinascita-tra-arte-anticae-arte-contemporanea

Orari

da giovedĂŹ a domenica ore 10-12.30 e 14-18.30 chiuso il 25 dicembre aperto il 26 dicembre, il 1 e 6 gennaio ore 14-18.30

Come arrivare

Museo del Territorio Biellese Via Quintino Sella - Biella Parcheggio: Via De Fango, Piazzale De Agostini, Piazza Unità d’Italia.

Biglietti ₏ 8,00 Intero ₏ 4,00 Ridotto per studenti da 18 fino a 26 anni, soci Touring, soci FAI, dipendenti amministrazione cittadina, insegnanti di ogni ordine e grado mediante esibizione di documento comprovante l’attività svolta, giornalisti in regola con il pagamento delle quote associative mediante esibizione di documento idoneo, guide turistiche del territorio biellese munite di patentino. Gratuità sino a 18 anni e over 65, abbonati Torino città capitale, possessori di Pyou card, diversamente abili con un loro accompagnatore. ₏ 2,00 Audioguida per la collezione permanente del Museo del Territorio Biellese. Nel costo del biglietto è compresa la visita guidata alla mostra ogni sabato e domenica alle ore 16 fino ad un massimo di 25 persone (è gradita la prenotazione). Visite guidate per gruppi ₏ 60,00 + biglietto ridotto per partecipante (massimo 25 persone); visite guidate su prenotazione.

organizzato da

Mostra Ri-nascere, Biella, dicembre 2013

nascita e rinascita tra arte antica e arte contemporanea con il sostegno di

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Diocesi di Biella

Appuntamenti per gli Adulti

Laboratori per i Bambini

Tour Cittadino Visite Guidate

tsabato 7 dicembre tsabato 11 gennaio, ore 15.00 RINASCERE... ANTICHI ROMANI Percorso alla scoperta dell’Aldilà nella Roma antica. Per bambini dai 9 ai 13 anni. Max 15, minimo 5.

tsabato 30 novembre, ore 18.00 CONFERENZA DI PRESENTAZIONE DELLA MOSTRA CON I CURATORI. A cura del FAI, delegazione di Biella. Ingresso gratuito.

Museo del Territorio

Museo del Territorio

tĚłĝIJĹ˺ĆŽĴIJĝĝĎĜğ ğĿIJƉƎĆˆĆˆ MORS NON UNA VENIT... (Seneca, Epistola 24, 21) Corpo e anima nell’AldilĂ : il rituale funerario dall’antico Egitto al Medioevo. Archeoletture e reperti nella Sezione Archeologica. Ingresso mostra e percorso tematico â‚Ź 6,00 senza riduzione e gratuitĂ . Max 25 iscritti. tĺIJĿİğĚIJĹ˺ƉĆ?ĴIJĝĝĎĜğ ğĿIJƉĆ?ĆˆĆˆ L’ARTE CONTEMPORANEA ALLA LUCE DEL CONCILIO VATICANO II. Conferenza tenuta da Andrea Dall’Asta S.J. e dal prof. Francesco Buranelli. Ingresso gratuito.

tsabato 28 dicembre, ore 15.00 ...VIAGGI SPAZIALI Visita alla mostra e laboratorio didattico ispirato all’opera di Lucio Fontana. Per bambini dai 5 ai 10 anni. Max 15, minimo 5. tŀĎįĎŠğ25 gennaio, ore 15.00 BAGLIORI D’ORO. L’uso millenario della foglia d’oro nell’arte. Visita alla mostra e laboratorio didattico per ragazzi dagli 11 ai 13 anni sulla tecnica della doratura nell’arte. Max 15, minimo 5. Laboratori su prenotazione, ₏ 5,00 a bambino

Realizzato grazie al sostegno del LIONS CLUB BUGELLA CIVITAS

La visita guidata è riservata a chi si presenta con il biglietto di ingresso alla mostra. tĹğĺIJĝĜİĎƉĹĜİIJĺįĿIJ tĹğĺIJĝĜİĎĆŠĆŠĹĜİIJĺįĿIJ tĹğĺIJĝĜİĎƉƊĴIJĝĝĎĜğ dalle 16.30 alle 17.30 BASILICA DI SAN SEBASTIANO (Via Quintino Sella) tĹğĺIJĝĜİĎƉĆ?ĹĜİIJĺįĿIJ tĺIJĿİğĚIJĹ˺ƉĴIJĝĝĎĜğ tĹğĺIJĝĜİĎĆŠĆŽĴIJĝĝĎĜğ dalle 14.00 alle 16.00 CRISTO DELLA DOMENICA E CATTEDRALE (ingresso da Via Battistero)

tĹğĺIJĝĜİĎĆŠĆ‘ĹĜİIJĺįĿIJ tĹğĺIJĝĜİĎĆ?ĴIJĝĝĎĜğ tĹğĺIJĝĜİĎƉƑĴIJĝĝĎĜğ dalle 14.30 alle 16.00 CHIESA DI SAN PAOLO (Via Zara) Si suggerisce anche la visita alla chiesa dell’Ospedale (via Marconi) con la crocifissione di Carmelo Cappello e la via Crucis di Pippo Pozzi, e la chiesa nuova di Pavignano, dedicata a San Carlo, realizzata dall’architetto Nicola Mosso con la via Crucis di Carlo Rapp. Presso le due chiese sono disponibili fogli illustrativi di supporto alla visita.


2013, Ri-nascere Andrea Dall’Asta S.J. Il 2013 è l’anno della prima partecipazione alla Biennale di Venezia del padiglione della Santa Sede. Questa straordinaria novità ci spinge a confrontarci sul ruolo dell’arte contemporanea rispetto al sacro, su come poter instaurare un dialogo su un tema da troppo tempo trascurato. Per secoli l’arte è stata veicolo di messaggi di grande spiritualità, la vera sfida oggi è creare opere d’arte da contemplare per ricercare il trascendente o la verità nella bellezza. La mostra è impostata come un dialogo sul tema della nascita e del rinascere, mettendo opere di arte sacra antica (Bernardino Lanino, Giacomo Francia, Lorenzo Costa) presenti nelle collezioni del Museo del Territorio, del Museo del Santuario di Oropa, di collezionisti privati, a confronto con opere di artisti quali Azuma, Bergquist, Carroll, Casorati, Coletta, Fallini, Fontana, Fontanesi, Marchelli, Matisse, Mondazzi, Nagasawa, Paladino, Rouault, Simpson e Zorio. I rari e preziosi ostensori e reliquiari del Museo di Oropa, il libro d’ore della Biblioteca Civica, il documento decorato dell’Archivio di stato entrano in un percorso di grande suggestione che si apre anche alle ricerche artistiche di giovani emergenti che si cimentano sul tema della rinascita come Arecco, Gatti, La Rosa, Novello, e Zanardi. In un mondo frammentato e caotico, in cui si perdono sempre più i punti di riferimento tradizionali, una riflessione sulla ri-nascita appare necessaria e urgente. Ciascun uomo è infatti chiamato a rinascere, nell’assunzione della propria responsabilità etica nella storia, nella possibilità di aprire spazi di vita e di relazione, che sappiano illuminare tutti quei luoghi dove oggi prevale invece sterilità e morte.


2013, Arca e Nascondimento, installazione sitospecifica permanente, Fondazione Orestiadi, Gibellina


Francesco Arecco per Gibellina Giorgia Salerno Un tumulo di pietre si scorge dalla distesa collinare del Baglio Di Stefano. arca e nascondimento

Ogni pietra posta racconta una storia. E’ una storia, è una voce, un canto: è vita. Tutte quante stanno lì, immobili nel tempo, ad assistere inerti allo scorrere della vita.

Atelier di Francesco Arecco A cura di Ilaria Bignotti Giorgia Salerno Pietro Caccia Dominioni Matteo Galbiati Gibellina , aprile 2013

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Francesco Arecco reinterpreta per Gibellina i soggetti più rappresentativi e studiati della sua ricerca artistica: l’Arca e il Nascondimento. L’Arca, da antiche reminiscenze nasce dal concetto di sepoltura. Piccoli tumuli di pietra venivano adoperati per custodire i corpi e le anime dei defunti. Nell’installazione realizzata per la Fondazione Orestiadi, Arecco si confronta con la terra di Gibellina. Una terra che, colpita nel ventre dal suo stesso movimento oscillatorio, porta con sé la storia di un popolo che ha saputo ricostruire e dare inizio ad una nuova vita e ad una nuova luce, quella della speranza. Ogni pietra, ogni sasso è stato raccolto, dai bambini del luogo, nella valle del Belice e dallo stesso artista nelle zone rurali del Piemonte, sua terra natia. Sassi, pietre, ciottoli espressione di diverse memorie costituiscono una rete, si fondono in una corazza e danno luogo ad una tana. Il tumulo, nato per custodire ciò che è prezioso, come corpi e anime, qui custodisce la vita. All’interno, fra i cunicoli delle pietre, piccoli animali costruiranno la propria tana, la vegetazione si innesterà, accogliendo l’agglomerato di pietre come elemento proprio. Cosi come le mille sfaccettature di un individuo che costituiscono la sua complessità, allo stesso modo le pietre si fonderanno l’una con l’altra per custodire il ciclo della vita e farne parte. La pietra, simbolo di costruzione e fondamenta, ha per Gibellina un valore peculiare, che non in ultimo, riconduce alla sua identità di piccola montagna – Gebel Zghir. Ciò che è rimasto a seguito del terremoto, infatti, sono solo ruderi. La pietra, nuda, coperta da un velo di cemento, come nel Cretto realizzato da Alberto Burri, è l’unica traccia presente della vecchia città. Allo stesso modo in Nascondimento, Arecco pone elementi estranei all’ambiente per trasformarli in parti integranti di esso. In perfetta analogia estetica con i cavalli scuri che emergono dalla distesa bianca della Montagna di sale di Mimmo Paladino, piccole e poliformi sculture in ebano, spezzano le pareti chiare del Granaio, ma che ben si mimetizzano trasformandosi in nidi, tane e presenze di vita, che lì dimorano da tempo e vi hanno trovato rifugio. Il tempo agirà su esse: vento, piogge e sole muteranno il loro aspetto ma le sculture raccoglieranno i pensieri e le storie di quel luogo che ha assistito e resistito ad intemperie naturali e culturali.

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Arca, Gibellina, 2013, pietra della cava di Vita, Salemi e altre pietre, cm. 300X850X450


L’Arca di pietra: una pelle dura e un’anima colma di sentimenti Matteo Galbiati Francesco Arecco in molte delle sue recenti occasioni espositive – soprattutto in quelle che vedono, come in questo caso, coinvolte le Arche e i Nascondimenti – ha saputo accompagnare l’opera fuori dallo studio perché fosse ammirata fin dal suo nascere. Inizialmente l’ha resa partecipata nella fase installativa, ora anche in quella creativa e costruttiva. Se prima gli occhi incuriositi del pubblico si appassionavano nel vederlo lavorare sotto il loro sguardo animosamente alla scultura che si materializzava, martellando e incrociando, poco a poco, squame profumate di legno, oggi quello stesso pubblico si emoziona e diverte nel prendere parte attivamente alla “costruzione” dell’opera. Le mani di chi guarda s’incrociano con quelle dell’artista, seguendone e condividendone gesti, fatiche e l’esperienza di vivere un momento irripetibile. Arecco ha certamente meditato sulle caratteristiche di questa terra: sull’impronta “geologica” di questa stupenda parte di Sicilia; sulla severa natura, spesso aspra e dura, che non ha mai fatto troppi sconti all’uomo, costretto a forgiarsi dentro tempre e caratteri tenaci e fortemente orgogliosi; sulle “presenze” di Gibellina, inevitabile raffronto con la storia, e non solo artistica. Ha pensato all’eredità di Ludovico Corrao e al suo spirito appassionato che, con il Festival delle Orestiadi e l’omonima Fondazione, attraverso la partecipazione e la condivisione dell’esperienza nel segno dell’arte, ha sognato si potesse restituire speranza e dignità alle persone. Un atto di coraggio che, in tempi di crisi, Francesco Arecco ha scelto di materializzare nuovamente con il segno, reale e presente, di una scultura da lasciare vicina alle tante altre di chi l’ha preceduto in questi luoghi. Una scultura nuova per lui, con cui sottolineare e rendere quanto mai solido e concreto non solo lo spirito di Corrao e dell’arte di Gibellina, ma anche il suo percorso di artista fin qui compiuto. Sfidando molte difficoltà, non da ultima quella del materiale da usarsi, Arecco ha saputo coraggiosamente mettere da parte il legno – suo materiale d’elezione, mezzo sicuro e protetto – per qualcosa di più solidamente permanente e per ciò ha voluto, proprio per questo luogo, realizzare la sua prima Arca di pietra. Una prima volta che certamente qui, più che altrove, ha merito e logica di essere. Sarà stata forse la vicinanza – che ora diventa vero dialogo – con l’opera di Richard Long, o il colore delle pietre delle montagne che stanno attorno e svettano incombenti, qui a poca distanza da La porta del Belice di Consagra e il Grande Cretto di Burri, qui dove l’Arte ha la naturale propensione nel volersi fare grande, ecco solo qui Arecco ha potuto creare, con altre mani, il suo primo intervento in cui, ad accumularsi, sono stati frammenti di pietra, qui la sua scultura è “cresciuta”. In un ambiente dove le menti da sempre intrecciano i propri percorsi e fondono le proprie esperienze, partendo dalla considerazione di una terra scalfita e afflitta, che ha dovuto sempre ri-costruire la propria identità – un’identità per altro ricca – dove i luoghi sono di transito e crocevia di pensieri e di vita, Arecco ha voluto fortemente prodursi in uno sforzo – non solo mentale ma anche fisico – che abbracciasse persone e personalità differenti. Temperamenti dissimili che ritrovassero una loro unità nella coralità dell’agire per e attorno all’opera. Qui doveva essere la sua Arca condivisa, opera che unisse e avvicinasse spiritualmente gli animi della gente, i cui sentimenti, ora, sono sepolti, racchiusi e protetti dalla sua monumentale forza.


Partito sempre da lontano – ci sono pietre provenienti da altri luoghi che avvicinano e unificano latitudini diverse – Arecco crea un simulacro che apre l’interrogazione sul suo essere contenitore di qualcosa, sull’essere scatola protettiva dal contenuto misterioso e non precisato. Un’opera che, come sempre, esce dal tempo e si dilata nelle coordinate di passato presente e futuro. Questa volta il suo intervento ha qualcosa di ancor più magico, sofisticato e intenso, non solo per il carattere – si diceva – veramente monumentale della scultura o per la fatica svelata che necessitata all’atto costruttivo, ma anche per l’incanto di sentire che a stratificarsi non sono stati unicamente i frammenti di roccia: vi è qualcosa d’altro. Essere presenti e contribuire ad erigere Arca Gibellina 2013, ha dato a tutti i partecipanti la consapevolezza salda di quel dato invisibile, spirituale e interiore che sta dentro al cuore vivo di ogni opera d’arte: il suo essere testimonianza presente e attiva dell’animo e del pensiero. L’azione di Arecco deve essere letta tanto come ad un altro modo per intendere, di più e meglio, alla scultura, quanto alla volontà silenziosa che resta intimamente e immanentemente celata dentro l’opera, cosa che la fa diventare, una volta finita, quel catalizzatore attrattivo e potenziale delle emozioni anche di chi al osserva in un secondo momento. Emozioni che sono ora tutte lì conservate. Comprendere quello spesso strato delle cose – di cui anche Ilaria Bignotti ha, acutamente, fatto riferimento nel suo testo – è diventato esercizio educativo nella prassi del fare di Arecco che, ancora in questa circostanza, ci ha guidati, indicandocela, alla logica seminascosta – pur in evidenza – dell’arte. Nascondere e mettere in evidenza – come i Nascondimenti – tanto evidenti da dover essere ricercati, tanto manifesti da doverne scoprire la presenza; essere e celare; manifestare e sparire: queste sono le coordinate su cui ha orientato gli sguardi Arecco, lasciandoci davanti agli occhi un interrogativo grande come un’Arca e il segreto della sua risposta… Che sempre sta nella domanda stessa, una domanda ingombrante oltre 50 tonnellate. Ci ha anche guidati, come un pifferaio magico da un’opera all’altra al suono dolce e petroso del flicorno, in processione a creare un percorso che diventa nodo e vincolo tra linguaggi e istanti differenti. Lui davanti e tutti gli alti dietro a seguire, a imitare, a guardare, a scoprire. Si dice che l’opera sia di un artista, ma qui forse, come lo stesso Arecco vorrebbe fosse ricordato, l’Arca non è di Francesco ma anche di Francesca, Ilaria, Giuseppina, Pietro, Giorgio, Alessandro, Matteo … e degli oltre trecento ragazzi delle scuole del territorio e dei loro professori, della gente di Gibellina. L’Arca, che ha vissuto una genesi partecipata, ora rimane lì imperturbabile e inamovibile. Questa vuole restare solida a sfidare il tempo e la storia, senza dimenticare mai di recepire l’interferenza e le decisioni della Natura – cui resta sempre umilmente sottomessa – e delle altre genti che verranno a scoprirla rinnovando la profondità del proprio senso. Rimane permanente questo guscio di pietra che ricorda antiche tombe o vestigia di lontane civiltà. Perdura immobile e funziona, per incubare gli animi e gli sguardi a memoria imperitura. L’Arca diventa in questo modo uno scrigno della memoria, come tutte le arche che la storia ci ha tramandato. Anche l’Arca di pietra nasconde qualcosa. Dentro alla sua pelle ruvida, dietro quel carapace di pietra, albergano un cuore e un’anima vivaci e vitali. Come i sorrisi e i gesti di tutti coloro che hanno aiutato a comporla e di cui resta, perdurante, una traccia molto più forte di quella sola pietra che ciascuno ha disposto nel mucchio tra tutte le altre. Resta una storia vissuta con i suoi segreti, messaggi, desideri e sogni, che quest’Arca, sfidando il tempo e le sue avversità, custodirà e testimonierà per sempre a chi nel tempo sopraggiungerà a scoprirli.


Nascondimento, ebano, acero e abete rosso di risonanza, 13 sculture, dimensioni variabili.


Della forma e della materia. Nascondimenti Ilaria Bignotti Francesco Arecco ha portato a Gibellina Nuova i suoi segreti oggetti fatti di schegge di legno: si chiamano Nascondimenti. Non sono nascosti però. Né si nascondono. Occhieggiano puntuti dalle bianche mura del Baglio di Stefano: qualcuno si inerpica sul grande portone; una mezzaluna di più piccoli e scuri si spingono verso la grande montagna di Mimmo Paladino. Non temono il confronto con le grandi dimensioni: nella loro piccola e cocciuta presenza, si difendono bene e reggono il dialogo con le opere esposte, invitando il visitatore a aguzzare la vista nella emozionante avventura che gli offre questa città. Luogo dove gli artisti hanno potuto dar forma alle loro visionarie speranze, dove l’utopia per una volta ha perso la “u” ed è diventata concreta realtà, Gibellina Nuova accoglie nella Fondazione Orestiadi il crocevia di ricerche culturali che s’inerpicano tra i sentieri d’Occidente e s’incrociano lungo le vie orientali. Anche le relazioni tra le opere esposte al Museo, spesso, sono nascoste: non possiamo avvicinarci ad esse con le convinzioni apprese sui banchi di scuola – da noi si impara una delle innumerevoli storie dell’arte che i millenni hanno visto nascere; possiamo iniziare a guardarle con gli occhi nuovi. Gli occhi che hanno avuto i bambini invitati da Francesco Arecco a completare la sua Arca, l’altra opera realizzata a Gibellina con le pietre di tanti paesi. Ai bambini abbiamo chiesto: cosa c’è di strano su queste mura? E loro hanno risposto, sorridendo, con gli indici tesi verso i Nascondimenti. I bambini giocano spesso a nascondersi. È un modo per chiedere di essere guardati, e non, semplicemente, visti. I bambini hanno forse capito che Francesco Arecco giocava al loro stesso gioco: i Nascondimenti nascondono qualcosa. Una nuova idea. Un’altra possibilità. Il margine dell’errore e il limite della ragionevolezza. Ci hanno insegnato che Michelangelo diceva che da ogni blocco di pietra bisognasse toglierne il soverchio per vedere la Forma: l’Idea allora appariva, nascosta dietro pesanti coltri di Materia. L’artista la vedeva prima degli altri, e in questo era la sua fatica quotidiana. Andare oltre lo spesso strato delle cose. Cinque secoli dopo, Alberto Burri ha affidato alla materia grezza di sacchi consunti e impasti di cemento il compito di rivelare, nascondendolo, il dolore della mente e le piaghe dell’anima: la sua storia individuale diventava assunzione di una tragedia collettiva, nel Grande Cretto che nasconde il passato, ma senza negarne le radici, perché da esso trae la forma. Francesco Arecco nasconde qualcosa: lo fa a modo suo, come ogni artista ha fatto e farà: dietro all’immagine appuntita, nel nido di ogni Nascondimento, è l’immagine-uovo che aspetta la primavera per schiudersi e prendere il volo. La primavera siamo noi.


Il museo, l’artista e la gente Francesca Corrao Il Museo può essere un luogo speciale, una terra di sogni per le nuove generazioni? Un artista può insegnare a creare? Trasmettere la passione per l’arte? Ludovico Corrao diede vita al Festival delle Orestiadi e alla Fondazione per dare alle persone la possibilità di partecipare alla costruzione della speranza attraverso la creazione artistica. Dopo il terremoto del 1968 l’emigrazione era la sola risposta che i politici sapevano dare alla gente che aveva perduto tutto ciò che possedeva: un luogo dove vivere in pace e armonia. Corrao allora chiese ai migliori artisti italiani di dare una risposta al bisogno di speranza della gente. Gibellina presto divenne un museo d’arte contemporanea all’aria aperta e la Fondazione un luogo dove oggetti provenienti da culture diverse potevano dialogare in una speciale gara di bellezza. Per secoli il Mediterraneo ha ispirato numerosi artisti e la bellezza ha plasmato anche il più semplice oggetto artigianale. Per testimoniare tale particolare creatività Corrao ha raccolto splendide opere d’arte. Il museo espone i colori speciali e i tessuti delle terre che si affacciano sul nostro grande mare mostrando tracce e simboli di civiltà antiche rimasti indenni nella loro purezza attraverso i secoli. Corrao ha iniziato questa raccolta quando era ancora uno studente, i suoi genitori erano artigiani e lui era cresciuto in un ambiente creativo. Sino alla seconda guerra mondiale gli artisti in Sicilia e in molti paesi del Mediterraneo lavoravano presso l’ingresso della loro bottega per godere del bel tempo e chiacchierare con i clienti. Ancora oggi nella Medina di Tunisi o nell’antico mercato del Cairo si possono osservare gli artigiani al lavoro. Nelle moderne città europee è difficile vedere un’esperienza creativa in corso d’opera. Anche nelle nuove chiese è sempre più raro vedere nascere in itinere le opere d’arte di grandi artisti come avveniva nel Rinascimento. L’arte contemporanea si trova nelle collezioni private o in musei poco accoglienti. Oggi la Fondazione Orestiadi vuole mantenere viva l’utopia di Ludovico Corrao: essere un luogo di incontro tra gli artisti e le nuove generazioni. Con questo ambizioso scopo Francesco Arecco ha incontrato gli studenti e li ha sfidati ad aiutarlo a costruire insieme un’arca. Un semplice gesto per creare un luogo speciale dove piccole creature e vegetazione possono vivere. Un modo per mostrare come ciascuno può costruire una casa e salvare l’esistenza di un mondo speciale, una metafora per ricordare agli studenti che il futuro dipende dalle loro scelte personali. Il Museo non vuole essere un luogo morto dove la gente passa senza lasciare traccia della propria presenza. L’artista americano Richard Serra ha sentito il bisogno di dare allo spettatore la possibilità di interagire con l’opera: può attraversare le sue sculture. A Gibellina la gente vive un’esperienza più profonda perché sono immersi in una citta affollata da sculture di artisti contemporanei e circondata da una natura di straordinaria bellezza. Inondati dalla luce gloriosa di una splendida campagna, i pazienti contadini sono abituati a cambiare l’aspetto della terra con il loro lavoro. Come può uno studente oggi sperimentare di dare nuova forma al futuro se non ha mai avuto un’esperienza concreta? Come può provare la bellezza dell’arte contemporanea? Il lavoro con l’artista dà emozione, fa sentire il momento creativo e percepire la profondità della bellezza. Confrontarsi con l’arte e dialogare con gli artisti costituisce un’occasione unica per capire la modernità e conoscere una pagina importante della storia del nostro territorio.


Se tocco capisco Enzo Fiammetta Negli ultimi decenni, un profondo mutamento antropologico, è definito dall’antinomia digitale-manuale. Il digitale che una volta era un termine riferito all’azione delle dita, identifica oggi un ambito del conoscere che si contrappone alle mani. Sembrano queste, essersi staccate dal palmo, identificandosi esclusivamente, come appendice diretta per le nuove strumentazioni … digitali. Oggi quello che è digitale non è manuale. Eppure come scriveva Henry Focillon nel suo Elogio della mano “…La mano è azione: afferra, crea, a volte si direbbe che pensi. [...] La presa di possesso del mondo esige una sorta di fiuto tattile. La vista scivola sulla superficie dell’universo. La mano sa che l’oggetto implica un peso, può essere liscio o rugoso, che non è inscindibile dallo sfondo di cielo o di terra con il quale sembra far corpo. L’azione della mano definisce il vuoto dello spazio e il pieno delle cose che lo occupano. La mano con le dita. La mano ci conduce verso una conoscenza diretta del mondo, attraverso essa l’esperienza delle cose diventa fisica. Un museo deve essere il luogo dove il virtuale progredisce verso un’esperienza totale e complessa, perché tutti i sensi possano concorrere al processo cognitivo. Mi raccontava Ludovico Corrao che Mario Schifano, quando nel 1984 soggiornava a Gibellina per un suo atelier solo dopo alcuni giorni acconsentì che i bambini delle scuole potessero incontrarlo, temendo il loro giudizio più di qualunque critico. Francesco Arecco trent’anni dopo, per realizzare la sua Arca, chiama di buon ora al Baglio Di Stefano, trecento bambini e ragazzi nativi digitali - dalle scuole di questo lembo di Sicilia, chiedendo loro di portare una pietra per completare la sua opera, accompagnati dagli insegnanti che trent’anni prima avevano conosciuto Schifano. Per un giorno le loro mani accarezzano pietre, ruvide, polverose ed abbandonano le tastiere gli ipad e iphone. La mano torna ad essere protagonista del fare arte, assecondando i pensieri arcaici e vitali, che riaffiorano per incanto da dove stanno deposti, schiacciati dalle mille quotidiane immagini della realtà virtuale che in ogni istante preme sul nostro pensiero e sulle nostre elementari istanze di toccare, sentire, gustare, ascoltare e anche vedere. Le mani costruiscono un arca, un tumulo di pietre, una forma antica quanto l’uomo. Le mani dei bambini che accarezzano le loro pietre, le mani che si alzano nel cortile del baglio Di Stefano, al mattino, per mostrarle, le mani di Francesco e di tutti quelli che le hanno depositate sull’Arca, per un attimo ritornano ad essere quelle che con le dita misurano il peso delle cose. Il museo ritorna ad essere il luogo dove, come amava ripetere Munari “ L'arte visiva non va raccontata a parole, va sperimentata: le parole si dimenticano, l'esperienza no. Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco.”


L'Arca di Francesco Arecco e il cerchio di Richard Long Giuseppina Panza di Biumo e Pietro Caccia Dominioni Essere venuti a Gibellina, in terra di Sicilia, e aver partecipato alla realizzazione dell’opera di Francesco, sono state due grandi emozioni. Il paesaggio solitamente aspro, secco, duro, era invece pieno di luce, verde, ricolmo di vita, di gioia e questa gioia noi l’abbiamo raccolta dentro di noi e l’abbiamo riversata fisicamente nella realizzazione dell’Arca di pietra. Trovare un cumulo di terra con le relative pietre a fianco che aspettano... e al di là della strada un magnifico Richard Long che riposa, mi ha commosso. Vedere queste due opere, una in crescendo e l’altra in attesa, mi hanno spinta a prendermi cura della seconda, per ridarle lustro, per far sì che potesse dimostrare ai visitatori tutta la sua bellezza e forza. Aver deciso di mettere a confronto queste due opere dall’apparenza simili, ma in realtà molto diverse è stata una bella scommessa. Le due opere si parlano, dialogano tra loro, mantenendo ciascuna la propria identità, ma con dei punti in comune. In primo le pietre, raccolte, pietre trasportate, pietre che racchiudono tante storie, pietre con un’età ignota, pietre che ci ricordano la nostra Madre Terra che tutto ci dà. Pietre che sono la base della nostra vita, la forza su cui noi viviamo, cresciamo. E che dire del senso religioso: per Long solo il fatto di raccoglierle, trasportarle e disporle in cerchi o in rettangoli, è un rituale, un omaggio, una dichiarazione d’amore verso la Terra, verso Colui che ci ha creati. È qualcosa che ci riporta agli antichi riti magici, alla forma perfetta, il cerchio, mentre la linea diritta ci avvicina all’infinito, all’ignoto. E poi al di là della strada l’Arca di Francesco. Tutti pensiamo all’Arca come a qualcosa che contiene, che nasconde, che cela, che ci permette di affrontare il pensiero della morte e della vita in vari modi. A noi che l’abbiamo costruita pietra su pietra, ha dato la possibilità di pensare, di nascondervi i nostri stati d’animo, i nostri sentimenti. Entrambe queste opere difficilmente verranno distrutte dall’uomo, forse scompariranno per incuria, la natura si riapproprierà di qualcosa che le appartiene, ma rimarranno come simboli del pensiero e dell’ingegno umano, come icone di un passato colmo di emozioni e di Fede.

Tumuli di pietra Giorgio Massarotto Gibellina, Gemona. Terre di sisma, di morti e rinascimenti. Terre di terrore e di  nuove speranze. Il tumulo di pietra di Francesco mi rimanda ai resti della caserma "GOI" di Gemona. Anche la "GOI" la sera del 20 di maggio fu un tumulo di pietra. Come una nave che sprofonda seppellì dentro di sé vite di amici. Quasi una creatura morente. Ero giornalista, allora, e scrissi "Le pietre, a toccarle, trattenevano ancora un poco di calore." Gibellina. Ancora un tumulo di pietra dalle pazienti mani di Francesco. Anche da queste pietre e dai  pertugi mutevoli alla luce riflessa sul calcare, calore.  Ma queste pietre, grazie a Dio, emanano, non trattengono calore. E questo tumulo non si inabissa. Emerge. Creatura di calcare, composta per essere vista, per essere ricordata.   Opposti destini, opposte testimonianze della evanescenza umana. Anche il tumulo di Francesco è ripetizione incessante di gesti faticosi di pietra in pietra. Gesti rituali, solenni forse, tuttavia  illusori, evanescenti. Ma se la gestualità delle membra è soggiogata, al pari di Sisifo, alla  limitatezza della condizione umana, la mente e il cuore sono liberi. illimitatamente, di sognare e di gioire.


2013, REBUS NATURAE, Nascondimento e naviglio, mostra collettiva, ex ospedale Soave, Codogno (LO)


Naviglio, castagno, acero e abete rosso di risonanza, cm. 200X500X90, 2012.


Nascondimento, Codogno, 2013, acero e abete rosso di risonanza, cm. 150X160X200


Rebus Naturae Maria Chiara Cardini Nel film di animazione Nausicaa della Valle del Vento del giapponese Miyazaki la terra è divenuta una giungla tossica, rovinata dall'inquinamento e dalle devastanti guerre. Chiamata in causa per la salvezza di alcune isole dove la natura è rimasta intatta, la giovane protagonista si impegna a rischio della sua stessa vita in una lotta senza tregua. Il Giappone, prima di altri stati, si pone il problema ambientale e quello di un progresso senza freni, soprattutto dopo l'esperienza dell'atomica che ha lasciato dietro di sé distruzione e orrore. Nausicaa, nata nel 1984 e frutto di questa riflessione (e della posizione antimilitaristica del regista), è un personaggio che non è invecchiato. La sua sensibilità è decisamente contemporanea e il suo atteggiamento verso la tematica ecologica risulta eticamente corretto e, allo stesso tempo, battagliero. Come se Al Gore avesse deciso di diventare un'attivista di primo piano di Greenpeace! Cito il politico e ambientalista Al Gore e Greenpeace per sottolineare come, all'interno della società, la domanda di maggiore sensibilità verso l'ambiente in cui viviamo, la richiesta di più trasparenza affinché le aziende siano eticamente corrette, l'attenzione verso un'agricoltura sostenibile, stagionale e verso un'alimentazione sana, siano cresciute in maniera esponenziale negli ultimi vent'anni. Dall'era industriale in poi l'uomo ha comunque mantenuto un legame con il pianeta ma a volte questo rapporto si è fatto fragile sotto la spinta di un progresso privo di scrupoli e la tentazione di facili guadagni. Anticipatrici in questo senso le parole di George Sand scritte nel 1837: "Non riduciamo il nostro orizzonte ai confini di un campo o alla recinzione di un orto. Apriamo lo spazio della mente del bambino; facciamogli gustare la poesia di questa natura che l'industria tende a snaturare completamente con una rapidità spaventosa". Fortunatamente la tendenza sta drasticamente invertendosi (seppur con grave ritardo) come dimostrano realtà di nuova o lunga data tra cui, in Italia, Legambiente, WWF, Italia Nostra, FAI, Amici della Terra e tanti altri. Inoltre la società civile si pone finalmente la domanda: "Fino a quando (basteranno le risorse naturali, continueremo a inquinare e inquinarci)?". Abbiamo rivolto lo stesso quesito ad un gruppo di artisti perché portassero il loro contributo a questa riflessione attraverso gli strumenti della fantasia, della creatività e della libertà espressiva. Con il suo linguaggio colorato e in apparenza semplice, Miriam Mosetti ci racconta il punto di vista di una donna che, nel suo quotidiano, mantiene vivo il lato più sensibile, quasi animale della sua personalità, come in Calma e voluttà, e ricerca, a costo di disegnarlo da sé, un legame diretto con le sue origini e la natura. Così testimonia letteralmente il lavoro Radici. Con la serie fotografica Zenit, Fabrizio Gaggini invita lo spettatore a fermarsi e a rivolgere lo sguardo al cielo, il luogo da cui proveniamo che, soprattutto nelle grandi città (come Roma in questo caso e le coordinate inserite consentono di identificare il luogo dello scatto), è spesso dimenticato a causa della fretta e dell'inquinamento visivo, condizioni tipiche dei luoghi altamente urbanizzati. Contrariamente, Andrea Rossetti con il collage fotografico Pianura malsana 1, guarda al cielo come aspetto fenomenologico dell'elemento vitale Aria. Qui l'ossigeno incontra sostanze pericolose, invisibili ai nostri occhi, per cui l'emozione suscitata da un cielo tragico nasconde un'insidia ben più spaventosa di quella di un temporale in arrivo. Paolo Monico, in arte Edgar, con le sue pennellate stridenti ci mette di fronte alla realtà che vive quotidianamente, fatta di ospedali, viali alberati e chise, come in Religion ad esempio dove, nonostante tutto sembri costruito a misura d'uomo, l'individuo finisce quasi per scomparire. Ed ecco un Naviglio condurci all'interno di un cammino dove uomo e natura finalmente cooperano insieme. Una costruzione che sposa l'intuizione ingegneristica dell'artista, Francesco Arecco, con la scelta del materiale, il legno, caldo e vivo, offrendoci la possibilità di ristorare lo sguardo attraverso la regolare ritmicità della sua trama. Amanti e Distanti, il lavoro di Sabrina Inzaghi è una favola per tutti che si snoda tra disegni colorati e piccole installazioni sottovetro, dove l'autrice ci racconta di come la possibilità di amare il creato sia stata messa a rischio dalla nostra stessa volontà. Un monito, declinato con delicata immediatezza, a non proseguire su questa strada… Ricche di teatralità, le fotografie di Sara Magni ci restituiscono gli occhi dell'altro, specchi solitamente frammentati nello spazio urbano a cui per un attimo i soggetti volgono le spalle. Prima che la paura e la stratificazione cancellino le ultime tracce di quella memoria primordiale e infantile, ricerchiamo un legame che ci consenta di vivere pienamente la nostra vita (Disappear). In ultima istanza ed invisibili ad un primo sguardo i Nascondimenti di Arecco ci donano la speranza, quel piccolo appiglio su cui fare leva quando tutto appare perduto, così che la Natura non resti per noi un "rebus" enigmistico ma diventi la vera "risorsa" da consegnare al futuro.


2013, IKI, 1,2,3, mostra collettiva organizzata dalla Galleria Paraventi Giapponesi Galleria Nobili, Palazzo Comunale di Fortunago (PV)


A cura di Matteo Galbiati e Kevin McManus


1, 2, 3, ebano e abete rosso di risonanza, cm. 90X30X3, 2010.


Iki Matteo Galbiati e Kevin McManus “Che struttura ha l'Iki ? Con che metodo si può chiarirlo e cogliere la sua essenza? E' forse una parola universale rintracciabile in tutte le lingue? O esiste solo in Giappone e il suo significato ha una specifica natura etnica?"*Così Kuki Shūzō inizia il suo studio sul fenomeno Iki a cui si ispira la collettiva proposta dalla Galleria Paraventi Giapponesi, Galleria Nobili, che inaugura il prossimo 28 Luglio 2013 presso lo spazio Comunale di Fortunago. Kuki Shūzō pubblica la Struttura dell'Iki nel 1930 con l'intenzione di spiegare agli occidentali un' atteggiamento rintracciabile in un'area specifica del Giappone e cioè a Tokyo nel periodo Bunka-Bunsei (1804-1830). Cosa è dunque Iki? Innanzi tutto è un fenomeno che nasce all'interno del quartiere dei piaceri dell'antica capitale Edo, l'attuale Tokyo. Esso si esperisce nella vita quotidiana e ruota attorno a tre punti solo apparentemente in contraddizione tra loro: la seduzione, l 'energia spirituale e la rinuncia. In specifico la seduzione viene intesa come tensione duale tra i sessi che sceglie di non perseguire l'unione perfetta per mantenere la possibilità seduttiva attiva; per fare ciò si avvale dell’ energia spirituale che idealizza la seduzione mediante la forza d 'animo. Con la rinuncia, la noncuranza, la sprezzatura l 'anima dichiara il suo distacco consapevole dal mondo fluttuante l'Ukiyo, noto per essere stato ampiamente descritto nelle stampe ottocentesche. A Yoshiwara, il quartiere dei piaceri di Edo, si poteva osservare la geisha attempata esercitare sapientemente le sue arti seduttive : con piglio aspro ma accattivante, riluttante, inflessibile e rigorosa , “ella poteva rifiutare la corte di clienti facoltosissimi ma yabo ovvero goffi adducendo che rappresentavano una vergogna per il quartiere”*. Iki storicamente sviluppa una sua estetica formale che si riscontra in svariati aspetti della cultura giapponese: nell’architettura e nelle arti decorative si adottano colori quali il blu, il marrone e il grigio e decorazioni come i moduli di parallele verticali, esemplificazioni visive di una seduzione che evita di raggiungere il proprio scopo. Il colore grigio in quanto espressione della rinuncia – colore che è in tensione tra bianco e nero – è stato proposto da Paraventi giapponesi- Galleria Nobili come filo conduttore per legare tra loro opere eterogenee di artisti giapponesi e italiani. Per la prima volta e in via eccezionale, oltre agli artisti giapponesi che da tempo promuove la Galleria, si è estesa la partecipazione a questo progetto ad alcuni artisti italiani, i quali, per sensibilità, nel lavoro dimostrano inconsapevolmente una vicinanza all’Iki non solo negli aspetti formali. Il tema scelto, pur essendo relativo a una stagione oramai tramontata ma di particolare interesse per la cultura giapponese, continua a essere generatore di fascino su chi lo sa recepire e costituisce, allo stesso tempo, uno spunto di riflessione esistenziale ed estetica, capace di intrigare anche l'osservatore occidentale a cui viene offerta una via alternativa alla lettura del quotidiano contemporaneo. E’ interesse e obiettivo della Galleria Paraventi Giapponesi- Galleria Nobili, quando possibile, mettere a confronto due culture differenti che si misurano su temi complessi al fine di trovare nuovi territori di riflessione utili ad un pubblico attento e sensibile. Il progetto, nato lo scorso autunno presso gli spazi della Galleria, è diventato inoltre itinerante grazie all’interessamento da parte del Comune di Fortunago nella persona di Pino Jelo col sostegno del Sindaco Pier Achille e di Angelo Elefanti (Pro Loco). La manifestazione di Fortunago in Arte ha avuto inizio nel 1996 con una mostra di Emilio Scanavino; l’appuntamento estivo si rinnova di anno in anno nei locali del Palazzo Comunale attraverso la promozione di eventi di arte contemporanea di grande interesse. In questo caso ha permesso la partecipazione di un nucleo ancora più ampio di artisti rispetto alla prima tappa in Galleria. Artisti presenti i mostra: Francesco Arecco, Mauro Bellucci, Sonia Costantini, Elena De Biasio, Dana De Luca, Ignazio Gadaleta,Flavio Gallozzi, Cesare Galluzzo, Asako Hishiki, Kazumasa Mizokami, Yamamoto Masao, Kaori Miyayama, Mitsuo Miyahara, Hiroyuki Nakajima, Ayako Nakamiya, Izumi Oki, Mara Pepe, Tetsuro Shimizu.


2013, Nascondimento, mostra personale. Installazione nelle gallerie antiaeree di Kranj, Slovenia.


Nascondimento, Kranj, 2013, abete rosso di risonanza, dimensioni variabili.


Nascondimento: l’arte di rivelarsi con meraviglia Matteo Galbiati Le piccole sculture, composte da frammenti di legno di essenze differenti, uniti e raccolti su se stessi, costituiscono i Nascondimenti che Francesco Arecco ama disseminare nei luoghi dove interviene. Li disperde qua e là, come se, sfuggendo ad una logica espositiva precostituita o canonica, evitando ogni progettualità calibrata, alla rinfusa ognuno dei pezzi riesca a trovare la sua naturale collocazione. Cercando un posto preciso per loro, guardano a quella casualità perfetta che li fa sembrare appartenere da sempre al luogo cui, in realtà sono fisicamente estranei. Per quest’ambigua natura, apparendo “mimetizzati nell’armonia del tutto, pur essendoci, si nascondono. Ci sono per sparire e si nascondono per riapparire. Vanno cercati, vogliono essere cercati e scoperti. Arecco cerca di far interrogare chi riesce a trovarli per fargli capire che, sì, la scultura e “solo” quella cosa lì, minuta e scomposta, ma che in realtà apre ad una logica ben più complessa e che, dietro tanta semplicità “naturale”, esiste sempre un valore di scala maggiore. La ricerca di Arecco – che, per altro, in ogni suo esito nasconde, occulta, protegge, contiene qualcosa – pone il senso della sua riflessione nel percorso che compie verso la significazione: una conquista che si assapora in una dimensione che trascende l’oggetto in sé. Importa sempre quello che all’opera sta dentro. Non è sempre stato cosi per il linguaggio dell’arte? Pare dirci questo Arecco. Del resto, come si diceva, ogni suo lavoro cerca sempre quel dialogo tra dentro e fuori, tra manifestazione ed occultamento, tra rivelazione e introspezione. In una dualità sempre dialogante tra opposti elementi che mettono in secondo piano l’opera fisica. Il significato sta su un altro piano rispetto a quello materiale. I Nascondimenti sono un passaggio cruciale nel lavoro di Francesco Arecco, perché dichiarano proprio questo rinviare ad altro il pensiero, che non deve legarsi alla scultura in quanto oggetto materiale – ecco il suo legno prediletto lasciato il meno lavorato possibile – ma deve spostarsi altrove. In una dimensione mentale. L’opera si nasconde, deve farlo. E lo fa per dichiararsi. Sparisce per poter raccontare. Queste sculture – che migrano, da un luogo all’altro, come gli uccelli, di cui, nelle forme, ricordano i nidi – custodiscono qualcosa, lo celano rinnovando sempre il loro, quasi amletico, esserci e non esserci. Si nascondono, ma nascondono anche. E quel segreto misterioso, che cerca e vuole essere scoperto, si rivela solo dentro la meraviglia che ha proprio il sapore di una conquista e di una rivelazione. Così naturalmente, come una folgorante intuizione, quelle forme dalla scorza aguzza, idealmente si aprono davanti all’incanto dello sguardo di chi sa andare oltre. Di chi le trova, se le com-prendono dal loro cuore. Dalla loro anima. Quelli sì da sempre davvero nascosti e protetti agli occhi corruttibili della superficialità del mondo. Li si devono solo trovare. Davvero.


2013, Tabernacolo, mostra Riflessioni sul corpo e sul sacro, Galleria S. Fedele, Milano


Tabernacolo, pioppo marezzato e abete rosso di risonanza, cm. 109X15X29, 2013, Abbazia di S. Remigio, Parodi Ligure.


Tabernacolo, pioppo marezzato e abete rosso di risonanza, cm. 109X15X29, 2013, Galleria S. Fedele, Milano.


2013, Secretum Ilaria Bignotti Francesco Arecco: artista presente, non solo a livello di riconoscimenti, ma anche di appassionata partecipazione, al Premio Arti Visive San Fedele. La sua ricerca: un’instancabile indagine tesa a scrutare potenzialità sensoriali, semantiche, iconiche di un materiale, l’amatissimo legno, nelle sue preziose essenze. Un corpo a corpo con l’opera che è continua e fedele riflessione sul senso dell’arte, della vita, di sé come uomo e come artista. Responsabilità: un valore che Arecco riconosce e rispetta e che trasferisce in ogni suo lavoro, messaggio di una verità che non è data come ultima, ma quale inizio di una nuova esperienza etica e spirituale. Lo abbiamo visto confrontarsi con il legno nelle grandi dimensioni come nelle piccole, anche piccolissime: Arche monumentali aggrappate ai soffitti, pronte ad accogliere gli ultimi squarci di una umanità che arranca alla salvezza; abbiamo seguito i suoi Nidi rincorrersi lungo le pareti di muretti a secco o di grandi pietre, interrogandoci sul senso del luogo e del tempo impigliato tra le loro sporgenze aguzze; ha raccontato la storia di Milano con amore e rispetto, conducendoci per un viaggio lungo i suoi Navigli a bordo di chiglie calde come il cuore di un albero… Pensieri e emozioni, perché l’opera di Arecco riesce a emozionare, che tornano e si sviluppano nell’opera realizzata per la mostra dei vincitori del Premio Arti Visive San Fedele. La richiesta era complessa, contemplando anche una precisa funzione liturgica alla quale l’oggetto artistico doveva rispondere. Arecco trova immediatamente il proprio campo d’indagine, e crea un Tabernacolo. Ha lavorato più volte sulla relazione tra contenitore e contenuto, nel senso più alto del termine: tra ciò che è protetto e a sua volta protegge, chiedendo protezione; in passato, ci ha chiesto di consegnare un gesto di speranza nelle sue Limosine, metaforici testimoni di quel dare-ricevere che è alla base di ogni vera opera d’arte – e di ogni vera relazione umana; ha creato prima ancora casse di vento, volumi lignei destinati ad accogliere e donare il suono lieve e persistente della materia, quando toccata dallo sguardo che è anche sentimento; ci ha annunciato l’arrivo di un Sidereus Munus, chiamandoci a guardare tra le aperture di una misteriosa presenza discesa da un altrove non molto distante dalla nostra anima, ancora capace di elevarsi alle stelle. Con responsabilità, e rispetto, ha affrontato questa nuova ricerca.


Il suo Tabernacolo, in pioppo marezzato e abete rosso di risonanza, ha le dimensioni umane: largo come un volto, profondo come petto, lungo come un braccio dalla punta delle dita al cuore. Risponde alla regola di essere la Casa del Corpo di Cristo, da custodire nella Chiesa che accoglie la Comunità e che amministra il suo rapporto con Dio. Commenta Arecco: “L’interno è lasciato grezzo, con i passaggi della sega in evidenza, perché l’interno di una persona (per-sona, etimo proveniente dal nome della maschera teatrale) non ha bisogno di un aggiustamento estetico per essere artisticamente valido. L’esterno, dovendo svolgere anche una funzione estetica, è stato lavorato con una tecnica che ho affinato negli anni, e che permette di evidenziare la bellezza del legno, in questo caso la lussuosità delle sue maschiature e marezzature (il pioppo marezzato è utilizzato per realizzare fondi e fasce di violoncelli e contrabbassi) ma mantenendo intelleggibili sulla tavola i segni della lavorazione di sega, scalpello, vastringa e rasiera. Questo perché il legno esiste all’interno degli alberi, ed è naturale, e poi esiste fuori dai tronchi degli alberi, ed è allora estratto dall’uomo con lavorazioni di cui è importante tenere traccia, perché ricordano ad ogni sguardo il dono che l’albero ci ha fatto. Analogo al dono del Cristo, ricordato nell’Eucarestia con i segni, di carne e sangue, del suo sacrificio”. Come vuole la regola, anche quello di Arecco è un Tabernacolo costruito in materiale solido e non trasparente. Ma non ha una chiave che lo chiude. È completamente aperto, eppure è protetto, mostrando sottili fessure comunicanti con la cavità interna, intima, insondabile. Vi trascorre un respiro che è spirito individuale e universale. L’afflato della fede e della speranza, individuale e collettiva. Come una Cassa di vento, il suo Tabernacolo trasmette il senso, e il potere, del grande fiato spirituale che ci mette in comunicazione con il Dio e con il Mistero della Fede. Ma, si è detto, Arecco segue la regola. Crea, all’interno del suo Tabernacolo, un’apertura inferiore, chiusa, uno spazio nascosto e invisibile al quale può accedere il sacerdote per prendere il Vaso con l’Eucarestia: crea un “segreto”. O meglio sarebbe dire secretum, spazio del sacer da secernere secondo la regola. Secretum ovvero nascosto, ma presente. Apribile non grazie a una chiave – perché non vi è serratura – ma alla conoscenza dell’apertura stessa, e in questo senso “metafora dell’illuminazione, o della sapienza, vere chiavi umane”, sottolinea l’artista. Un’opera protetta, ed esposta all’animo dell’uomo che vuole, e sa, cercarsi nel mistero del divino. E nella forza dell’arte.


2013, Limosina, opera collettiva Immagini d’io, Tam Tam - Triennale di Milano


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IMMAGINI D’IO

Ritratti d’autore all’asta a cura di / curated by Alessandro Guerriero, Luciana Di Virgilio e Margherita Sigillò Apertura mostra e asta 17 Dicembre 2013, ore 19.00 The opening and auction December 17th 2013, at 7 pm 17 Dicembre 2013 - 19 Gennaio 2014 December 17th 2013 - January 19th 2014 Le mostre del Triennale DesignCafé sono un progetto a cura di Silvana Annicchiarico, Direttore del Triennale Design Museum The Triennale DesignCafé exhibitions are a project by Silvana Annicchiarico, Triennale Design Museum Director viale Alemagna 6 - Milano www.triennaledesignmuseum.org Triennale DesignCafé Triennale di Milano Partner fondatori / Founding partners Triennale Design Museum

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Un ringraziamento particolare a / Special thanks to Donata Berger • Federico Villa

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2501 Francesco Arecco Antonio Barletta Donatella Baruzzi Marco Belfiore Markus Benesch Stefano Boeri Clara Bonfiglio David Casini El Gato Chimney Matteo Cibic Andrea Costa Caterina Crepax Riccardo Dalisi Giovanni De Francesco Paolo Dell’Elce Johnny Dell’Orto Giovanni Delvecchio Diego Dutto Marco Ferreri Elio Fiorucci FormaFantasma Massimo Giacon Nicola Gobbetto Nuala Goodman Paolo Gonzato Gaetano Grillo Martí Guixé Matteo Guarnaccia JoeVelluto Aldo Lanzini Claudio La Viola Lucia Leuci Corrado Levi Marcello Maloberti Francesco Mancini Stefano Mandracchia Massimo Mariani Alessandro Mendini Samuele Menin 1

Yari Miele Cinzia Munari Lorenzo Palmeri Marta Pierobon Lorella Pozzi Franz Preis Karim Rashid Prospero Rasulo Cristina Ruffoni Mila Schön Cristina Senatore Gregorio Spini Paolo Ulian Uncut | M.Ghidini e S.Cossettini Joe Velluto Gianni Veneziano Nika Zupanc Maurizio Zorat


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Limosina, acrilico su vaso, cm. 70X25X25, 2013


Asta


Immagini d’io Triennale Design Museum presenta Cos’è l’io? “L’io, innanzitutto, è la differenza: differenza dagli altri, dai molti o dai pochi altri che lo circondano. L’io è l’entità che nasce in opposizione al tu, al lei, al voi, al loro; è ciò che si forma sulla base di tutto ciò che non è io, perché solo così può stare in abbraccio con il noi, solo così può stare fermo di fronte al mondo, può fondersi con esso.” Di definizioni come questa ne potrete leggere molte nella pagina di facebook con cui TAM-TAM ha accompagnato la preparazione di questa mostra. Alcune le troverete lineari, altre contraddittorie, scoprirete definizioni che negano ciò che altre affermano e così via. Se avrete la pazienza di ripercorrerle navigando a ritroso attraverso il tempo virtuale di questa pagina, scoprirete una “collezione” di definizioni che ben sintetizza la collezione di vasi che compongono questa mostra. D’altra parte quando si chiede ad Alessandro Mendini di progettare un vaso e poi si chiamano più di 50 tra artisti, designer e stilisti (che appartengono a realtà antropologiche lontane tra loro) a decorare questa forma con il proprio autoriritratto (o con l’autoritrato di un’altra persona) il risultato non può che essere questo: si parte da qualcosa di identico – il vaso: la persona intesa nella sua universalità, pronta a contenere e ad accogliere qualsiasi cosa – per arrivare alla costruzione di una “visoteca” in cui ciascun “io” afferma il proprio irripetibile esistere al fianco degli altri. Il proprio appartenere al mondo come frammento, ma come frammento unico. L’Associazione TAM-TAM Onlus destinerà il ricavato dell’asta che concluderà la mostra alle attività dell’omonima scuola: una scuola che si occupa di attività visive, totalmente gratuita, che nel 2013 ha attivato 40 workshop diversi grazie alla disponibilità di altrettanti Maestri. Perché tanti e diversi “io” possano crescere in un modo nuovo. “Gli autori appartengono a realtà antropologiche diverse e lontane tra loro. A ciascuno abbiamo chiesto di decorare la superficie del vaso progettato da Mendini – che è in corpo bianco in prima cottura – con un autoritratto o, eccezionalmente, con un “autoritratto” di un’altra persona. Il risultato è un’opera corale, una piccola sfilata, la messa in scena di uno spettacolo da camera… Si tratta anche di una nuova esplorazione del mondo puro, antico e infinito del vaso di porcellana. Di un’opera sintetica nel suo insieme, che però è anche una costellazione di racconti visivi, di sguardi, di sussurri, di grida personali: un caleidoscopio le cui immagini prendono senso dal casuale combinarsi di piccoli e decentrati elementi che esprimono la propria identità. Questa straordinaria “visoteca” sarà esposta in una mostra, fino a che ciascuna opera, ciascun frammento, non verrà scelto da persone che lo faranno vivere nel proprio contesto domestico o nel contesto domestico di loro amici, fratelli, amanti” spiega Alessandro Guerriero.


Francesco Arecco art CV  
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