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Le Fate italiane Francesco Severini


Colophon, ringraziamenti, credits, ecc.


A Luisella d’Alessandro


Le Fate italiane Non è stato facile pensare ad un progetto che fosse al tempo stesso un omaggio alla donna, per ognuna delle sue facce di vivida luminosità di cui è espressione, e per i suoi ruoli nell’arte, spesso negletti, non soltanto (maggiormente, anzi) in quelli che sembrano essere tempi a noi remoti. Le figure femminili che nei secoli hanno attraversato la storia delle arti – dalla pittura alla musica, alla letteratura e alla poesia – sono state per vari motivi occultate, snobbate, osteggiate, derise, trascurate fino ad essere dimenticate. Forse perché ognuna di esse, forte di una peculiare passionalità, per sua natura sapeva trasferire all’arte emozioni nude, senza il filtro della razionalità maschile, invadendo in tal modo apparati mentali e schematici; o piuttosto per la capacità di segnare un tempo (il tempo) di rimandi abituali, di quotidianità, in fondo di cose semplici. Come il fatto di scrivere le fiabe, ovvero l’anelito al fantastico, quale mezzo pacato di contestazione d’una propria, evidente realtà, ma soprattutto di infrazione delle coscienze. In fondo, seppure paradossalmente le fiabe più note siano state date alle stampe e studiate da scrittori e autori (da Perrault ai fratelli Grimm a Andersen, e in Italia da Basile a Gozzano, da Rodari a Calvino), apparteneva alla donna – e bisognerebbe augurarci che ancora oggi fosse così – il ruolo di narrare fiabe, leggende e novelle ai bambini (e non solo). Quelle fiabe che, più spesso, assumevano toni disincantati fino a divenire metafore e parabole, alimentavano a dismisura l’inclinazione fantastica che l’attitudine alla scrittura riusciva a liberare: si traducevano nella chiave seducente atta a favorire la capacità, tutta femminile, di perlustrare il territorio della propria intimità, raggiungendo i meandri profondi di una percezione autoreferente. Di qui il passaggio, affatto indolore, ad una novellistica d’autrice che trova ampio dispiego di forme nei generi letterari quali il romanzo popolare, il feuilleton, il romanzo d’appendice fino al romanzo rosa nei quali si cimentarono, specie nel secondo Ottocento e dei primi decenni del Novecento, le diverse scrittrici per gran parte presenti in questo progetto (Neera, Carolina Invernizio, Marchesa Colombi, Cordelia, Annie Vivanti e via di seguito). Tutto ciò, nello stesso periodo, unito all’interesse sempre più incalzante di una ricerca metodica intorno alle leggende di ascendenza greca e latina, agli exempla, alla novellistica d’oltralpe - i contes des feès francesi o gli hausmärchen tedeschi - ai cantàri, fino alle prime raccolte ordinate e commentate (è opportuno ricordare che è appannaggio proprio di una donna, Laura Gonzenbach, il primo significativo compendio organico di fiabe italiane, 94 fiabe siciliane interamente raccolte da informatrici dell’isola e pubblicate a Lipsia già nel 1870). L’assunto fondante, che muoveva la ricerca, era quello secondo il quale i popoli avevano perduto la propria lingua, e con essa la poesia, soprattutto nei ceti più elevati, ed esse andavano dunque ritrovate negli strati sociali inferiori. Ecco, dunque, l’interesse per le fiabe, ovvero i residui più preziosi dell’antica cultura popolare, e verso le oralità non solo come radici testuali di appartenenze territoriali e sociali, ma piuttosto quali esiti di molteplici narrazioni (le fiabe o le favole e le leggende non sono mai uguali a sé stesse, ogni volta che le si racconta). Ed ancora, ecco perché le fiabe, in quanto fucine di ascese fantastiche, di idealismi vitalizzanti, di aspirazioni utopiche: in una parola, di evasione. Le donne, forti di un proprio, dissacrante vissuto, hanno saputo interpretare questi elementi, traducendone le istanze in romanzi, novelle, volumi di racconti (purtroppo ormai quasi obsoleti, quando anche misconosciuti) nei quali l’emergenza della condizione in cui versavano potesse divenire, attraverso la scrittura, fonte di riscatto e di liberazione. Perché tutto questo fosse palese nel corpus delle Fate italiane, avevo bisogno di evidenziare una dualità di intenti che da un lato mi ha portato a scegliere pagine definite di autrici da riscoprire e (ri)leggere con gli occhi nuovi del disincanto, cui dedicare i volti della pittura; dall’altro di giustapporre a quelli dei testi di altre autrici, anch’esse letterate e poetesse, cui riferire percorsi paralleli, volutamente alterando gli aspetti cronologici, troppo legati alle esperienze epocali. In tal modo la poesia si trova talvolta a squarciare il silenzio di pagine desolate, così come racconti umoristici e surreali si alternano a vicende neorealiste, e scritti di un tenero lirismo intimista si accavallano ad una prosa fatta di idealità vagheggiate. Tutti i personaggi femminili delle storie che ho inteso a mio modo raccontare (ebbene, io stesso non sono altro che un narratore di immagini) attraverso questo lavoro di riscoperta, sono persone


senza epopea, protagonisti semplici di drammi ovattati, nessun rumore né orizzonti tangibili intorno: proprio come accade nelle fiabe, dunque, dove il tempo non esiste, né è possibile definire uno spazio. Diciotto quadri, tutti olii su tela, scandiscono il ritmo descrittivo di questo incedere favolistico, a loro volta marcati didascalicamente dai testi selezionati, dall’intrigo delle parole (questo il dualismo voluto, essendo essi stessi illustrati dalle opere). In una sorta di osmosi scenica tra realtà e finzione propria della teatralità dell’arte, i volti delle Fate italiane – nella quasi totalità si tratta di portraits di donne reali – si affacciano ad un proscenio visuale in tutta la loro fragrante essenza. Io ne ho colorato i sogni, i pensieri, le idee, in un intento espressivo teso a sillabarne le istanze fragili e sconnesse, in bilico fra le contingenze di un individuale vissuto e l’inconsistenza sublime della metafisica. Quei volti talvolta si piegano docili alle emergenze della scrittura come pagine desuete di altrettante mozioni femminili, sembra ne debbano comporre i lineamenti, i sorrisi appena accennati, oppure le apparenze estatiche e le attese trasognate. La materia pittorica, per questo, è viva di cromie volutamente luminescenti, asserzioni caparbie di desideri inappagati, morbide nei contorni sfumati a descrivere i ritmi di quelle incertezze, come connotazioni plausibili della fragilità degli sguardi. Il colore, arcano rimando di uno spazio trasognato, regna sovrano su tutto: è il colore della meraviglia, quella che alberga nell’animo tenue di ogni donna che sa come ritrovarcisi dentro, avvolta da un candido alone di emozione. E il colore è passione. Quella stessa che mi ha indotto a rendere un omaggio sgargiante alle donne, tutte, infaticabili dispensatrici di sogni. Ad ulteriore corredo, ho voluto inserire per ciascuna delle pagine, fatte di componimenti e di opere pittoriche, un plafond musicale di altrettante autrici spesso ai più sconosciute, ancora una volta nel tentativo di produrre un’altra riscoperta. Anche in questo caso, infatti, si tratta di consonanze femminili - di cromatismi, dunque – che vengono a sovrapporsi all’apparato armonico dell’intero progetto, nel cammino di rilettura prefissato, all’interno di questa fiaba fatta di realtà. Non una piccola - e quantomeno esaustiva - antologia di opere al femminile, come si sarebbe portati a pensare. Di certo un incipit, induzione al recupero di una verità storica che possa contribuire a ridefinire la cultura italiana, una cultura in cui la donna non sia soltanto contraltare inerte o remissivo delle istanze maschili, ma protagonista puntuale vibrante di un proprio ruolo intellettuale ed artistico. f.s.

Il presente lavoro è situato nel più ampio progetto che ho voluto chiamare Le fiabe di ogni nuovo millennio probabile. E’ uno stimolo ulteriore alla ricerca, allo studio, all’approfondimento nell’intento costante e ineludibile da dare corso a quell’assunto che ormai mi appartiene interamente: fare arte, per me, vuol dire essenzialmente fare cultura.


Inno alla donna Stupenda immacolata fortuna per te tutte le creature del regno si sono aperte e tu sei diventata la regina delle nostre ombre per te gli uomini hanno preso innumerevoli voli creato l’alveare del pensiero per te donna è sorto il mormorio dell’acqua unica grazia e tremi per i tuoi incantesimi che sono nelle tue mani e tu hai un sogno per ogni estate un figlio per ogni pianto un sospetto d’amore per ogni capello ora sei donna tutto un perdono e così come vi abita il pensiero divino fiorirà in segreto attorniato dalla tua grazia. Alda Merini


I testi delle autrici Sommario


Prima Stanza Terza Stanza Maria Luisa Fargion da “Lungo le acque tranquille” Vallecchi,Firenze 1988 Virginia Tedeschi Treves Le due principesse da “ Nel regno delle chimere: novelle fantastiche” Fratelli Treves Editori, Milano 1898 Giovanna Bemporad La vergine del lago da “Esercizi”, Garzanti, Milano 1980 (con revisioni successive)

Sibilla Aleramo Chiudo il tuo libro in una lettera a Dino Campana (Mugello, 25-7-1916) Regina di Luanto da "Salamandra" Roux, Torino-Roma 1892 Carola Prosperi da “Vocazioni” Treves, Milano 1919

Seconda Stanza Quarta Stanza Ida Baccini Il bucato della bambola Da Lezioni e racconti per i bambini Trevisini, Milano 1882

Emma Introduzione a “Una fra tante” Lucarini, Roma 1988

Neera Un bel caso da "La sottana del diavolo" Fratelli Treves, Milano 1912

Grazia Deledda La Dama bianca da “ Racconti sardi” Premiato Stabilimento Tipografico G.Dessì, Sassari 1894

Margherita Guidacci Primo autunno di Elisa da “Le poesie” Le Lettere, Firenze 1999

Maria Luisa Spaziani da “La traversata dell’oasi. Poesie d’amore 1998-2001” Mondadori, Milano 2002


Quinta Stanza

Settima Stanza

Enif Robert da Un ventre di donna: romanzo chirurgico con Filippo Tommaso Marinetti, Facchi, Milano 1919

Maria Luisa Fiumi La Principessa da “Nel silenzio, novelle provinciali” A. F. Formiggini, Roma 1917

Carolina Invernizio da “I sette capelli d’oro della Fata Gusmara” Moizzi Editore, Milano 1975 Antonia Pozzi La gioia da “Parole”, Garzanti, Milano 1998

Amalia Guglielminetti La donna vertiginosa da “La porta della gioia” Vitagliano, Milano 1920 Adele Clelia Gloria Zingara in FF. 55. «89» Direttissimo Publishing Company, Catania 1934

Sesta Stanza

Ottava Stanza

Anna Banti da “Artemisia” Mondadori, Milano 1953

Cristina Trivulzio di Belgioioso da La vita intima e la vita nomade in Oriente Lévy, Parigi 1861

Virginia Olper Monis Gloria di sole (Fiaba) R. Sandron, Palermo 1899

Elsa Morante da "Le bellissime avventure di Caterì dalla Trecciolina e altre storie, (testo e disegni dell'A.) Einaudi, Torino 1942

Maria d'Arezzo Andante in “Avanscoperta” T. n. 1, 25 novembre 1916

Gladia Angeli Notte a Genova in “Canzoniere futurista amoroso guerriero” Ist. grafico Brizio, Savona 1943


Nona Stanza

Undicesima Stanza

Clarice Tartufari da Maestra E.Perino, Roma 1887

Mura (Maria Volipi Nannipieri) da Perfidie Sonzogno, Milano 1919

Maria Messina La Signorina da “Le briciole del destino” Sellerio, Palermo 1996

Contessa Lara Farfalla da “Novelle della Roma umbertina” (a cura di Anne Christine F. Porta) Salerno Editrice, Roma 1992

Irma Valeria Parole in “Fidanzamento con l'azzurro” Istituto Editoriale Italiano, Milano 1919

Luisa Bergalli da Componimenti poetici delle più illustri rimatrici di ogni secolo raccolti da Luisa Bergalli, Mora, Venezia 1726 nel prender l’Abito Monacale la N.D. Contaria Zorzi

Decima Stanza

Dodicesima Stanza

Giulia Niccolai Case Pauceris da “Greenwich” Geiger, Torino 1971

Matilde Serao Per i bagni In “Pagina azzurra”, Quadrio, Milano 1883

Bianca Pitzorno In onore di Ondina da “Ascolta il mio cuore” Mondadori, Milano 1991

Marchesa Colombi Filantropia Galli, Milano 1887

Franca Maria Corneli L’ansia creatrice del cioccolato perugino in “L'Aeropoema futurista dell'Umbria” Edizioni futuriste di “Poesia”, Roma 1943

Arcangela Tarabotti da “Satira e antisatira” di F. Buoninsegni e suor A. Tarabotti Ed. Salerno, Roma 1998


Tredicesima Stanza

Quindicesima Stanza

Vittoria Aganoor Pompilj Fiabe e leggende norvegesi Da “Poesie - Libro secondo nuove liriche” Le Monnier, Firenze 1912

Bruno Sperani (Beatrice Speraz) da Numeri e sogni Galli, Milano 1887

Annie Vivanti Fata luminosa da “ Gioia!” R. Bemporad e figlio, Firenze 1921 Cristina Campo da “Il flauto e il tappeto” Rusconi, Milano 1971

Sfinge La Musa da “La gaia scienza (novelle)” Mondadori, Milano 1924 Amelia Rosselli da “Serie ospedaliera” Mondadori, Milano 1969

Quattordicesima Stanza

Sedicesima Stanza

Maria Ginanni In Montagne trasparenti Edizioni de “L’Italia futurista”, Firenze 1917

Paola Drigo da Fine d’anno Treves, Milano 1936

Emma Perodi L’Incantatrice da "Le novelle della nonna" Newton Compton Editori, Roma 1992

Dacia Maraini Scarpe di vernice da "La pecora Dolly e altre storie per bambini" Fabbri Editori, Milano 2009

Beatrice Solinas Donghi da La matrigna in “Fiabe liguri” Mondadori, Milano 1982

Gianna Manzini Un pero nano in “Boscovivo” Treves, Milano 1932


Diciassettesima Stanza Memini da Mia Galli, Milano 1884 Carolina Isolani La principessa dai capelli celesti da "Fiabe" Libreria Gherardi Editrice, Bologna 1912 Enrichetta Caracciolo da Misteri del chiostro napoletano Barbera Editore, Firenze 1864

Diciottesima Stanza Ada Negri Canzone bretone da “I canti dell'isola” Mondadori, Milano 1925 Teresah Gli esami di Fiorrancino da "Come Orsetta incontrò fortuna" Bemporad, Firenze 1992 Maria Valtorta da L'Evangelo come mi è stato rivelato (già Il poema dell’Uomo-Dio, 1943/1950) Centro Editoriale Valtortiano, Isola del Liri 1998


Le Stanze


PRIMA STANZA

Dove un breve testo di intenso lirismo di Maria Luisa Fargion introduce la prima stanza; qui la poesia di Giovanna Bemporad accorda le note fatate del racconto di Cordelia


PRIMA STANZA

Una sera, a Castello, Lia mi aveva confidato un suo segreto: dopo tanti anni aveva inventato una fiaba, proprio come quando era piccina. Ma io non avrei mai creduto che le fiabe si potessero inventare insieme, noi due. Eppure fu proprio così. O meglio era sempre lei, mia sorella, che cominciava a raccontare, rivelandomi il titolo: Storia delle comari lumache e dei ragni tessitori... ma appena detto il titolo, come una ruota che si mettesse a girare, io sentivo un brulicare d'immagini, uno sciame di farfalle luminose che si accendevano. Nel racconto di lei, io aprivo una parentesi e raccontavo io... lei allora ne apriva un'altra, e raccontava lei... Così, di parentesi in parentesi, come si aprissero una serie di ombrelli multicolori, cui appendersi quasi fantastici paracadute, noi ci si lasciava andare, viaggiando leggere e ardite pei cieli delle fiabe. Maria Luisa Fargion da “Lungo le acque tranquille”, Vallecchi,Firenze 1988

La vergine del lago da un motivo di A. Blok O fanciulla, tu guardi oltre le brume, protesa, oltre gli abeti e le colline, lontano, non sai dove, in un lontano dove non sai che ti raggiungerà. Se sul cetaceo verde di un’altura la tua bellezza acquatica contemplo, tu resti muta, e sboccia nel mio cuore per la tua grazia un’estasi improvvisa; e in sogno a te protendere le braccia tentando, almeno in sogno, risentita tra le notturne trame degli abeti tu, mia favola, tremi in fondo al lago che insensibile attira a sé le brume.

Giovanna Bemporad da “Esercizi”, Garzanti, Milano 1980 (con revisioni successive)


La Principessa Melitta (2009) Olio su tela – cm. 120x60


LE DUE PRINCIPESSE Racconto fantastico Per molto tempo il re e la regina della Valle degli Aranci erano vissuti tranquilli e contenti; nessuna nube era sorta a turbare la loro pace serena. Fu soltanto quando la regina mise al mondo due gemelle, belle come in quel regno non se n’erano mai vedute, che il re e la regina incominciarono a bisticciarsi per l'educazione delle due principesse. Il re voleva renderle sapienti, perchè potessero un giorno governare il regno, e pensava di affidare la loro istruzione ai saggi più rinomati della Valle degli Aranci. La regina, desiderava che divenissero le più belle principesse del mondo, e a questo scopo pensava rivolgere ogni cura al loro corpo e trovava inutile ingombrarne la mente con troppi studii. Dopo la nascita delle due bambine a corte non c'era più pace. Il re aveva sempre la faccia rabbuiata, la regina non mangiava più e diventava magra a vista d'occhio; spesso quando si trovavano a tavola, e una quantità di cibi squisiti mandava dei profumi deliziosi che stuzzicavano l'appetito, il discorso cadeva sulle due principesse e incominciavano come al solito a disputare. La regina diceva, che le avea messe al mondo, avea sofferto per loro e spettava a lei il compito di educarle; il re rispondeva ch'era lui il padrone, ed in tutto il regno tutti dovevano piegarsi alla sua volontà. La regina s'irritava, alzava la voce, il re dava dei pugni sulla tavola, la regina indispettita gettava via il tovagliuolo e andava a chiudersi nelle sue stanze; il re saliva a cavallo, usciva dal palazzo e per molti giorni nessuno ne avea notizie. Era una vita insopportabile; così non potevano tirare innanzi, tanto che un giorno pensarono di chiamare tutti i saggi del regno affinché giudicassero a qual partito appigliarsi. — Perchè non ci sono più fate come nei tempi passati! — esclamava il re: — metterei le principesse sotto la loro protezione e noi si vivrebbe in pace. — Ora sono le mamme che devono pensare alle figliuole; — diceva la regina, — le fate non c'entrano. — Le principesse devono imparare a regnare, perciò è il padre che deve educarle. Ed erano sempre da capo col medesimo ritornello. Intanto molti messi erano andati per ordine del re a radunare i saggi del regno. Cerca a destra, cerca a sinistra, a stento riuscirono a raccoglierne undici e a condurli al palazzo reale. Quando venne un messo ad annunziare che i saggi erano radunati nella gran sala dei consiglio, il re porse la mano alla regina ed entrarono con aria solenne nella gran sala dove i saggi stavano tutti concentrati in loro stessi e pensierosi per sciogliere la grande questione per la quale erano stati radunati. Il re e la regina, prima di sedere sul trono, giurarono di sottomettersi a quello che gli undici saggi avrebbero decretato e stettero in silenzio ad attenderne il responso. I saggi incominciarono a discutere con voce calma, ma poi la discussione si fece più animata e quasi nel calore della disputa dimenticarono il luogo dove si trovavano e d'essere alla presenza dei sovrani. I cinque più vecchi davano ragione al re, egli era il padrone e dovea educare a suo piacere le principesse. I cinque più giovani, forse per galanteria, tenevano invece per la regina, si trattava di bambine e la loro educazione spettava alla madre. Soltanto il saggio Abimelecco era stato tutto quel tempo silenzioso in un angolo, accarezzandosi la barba fluente che gli copriva il petto. Quando il re s'accorse che la seduta minacciava di farsi burrascosa s'alzò; e disse: — Vedo che i giudizii dei miei saggi sono divisi; il solo che non si è ancora pronunziato è Abimelecco, conosciuto in tutto il regno col nome di arca di tutte le scienze. Egli solo sarà quello che risolverà la questione, la sua sarà la voce della giustizia. Poi rivoltosi al saggio soggiunse: — Parla, Abimelecco, te lo comando. Abimelecco s'alzò dal seggiolone; ringraziò il re con un inchino e incominciò: — Dopo aver molto studiato ho concluso che le bestie nella loro vita semplice e primitiva sono più contente degli uomini, che hanno l'orgoglio di chiamarsi animali ragionevoli. Le bestie si procurano da mangiare, e vivono tranquille senza arrovellarsi il cervello; l'uomo invece non fa che studiare il modo per complicare la sua esistenza già per sè stessa abbastanza difficile, si crea una quantità di bisogni, tiene in gran pregio la bellezza, le ricchezze e il sapere senza pensare alla vanità delle cose umane. Ora il nostro valoroso re e la nostra bella regina desiderano la felicità delle loro figlie; ma in che cosa consiste la felicità? dove si trova? Mistero. Nessun sapiente potrebbe con certezza affermarlo. Onde io penso che le principesse essendo due, giustizia vuole che una sia affidata al re, l'altra alla regina; e se avremo lunga vita, ci sarà dato vedere quale delle due sarà più lieta, più buona e più felice. Alle saggie parole di Abimelecco tutti rimasero sorpresi di non aver pensato ad una soluzione tanto semplice e giusta, e approvarono il giudizio dell'arca di tutte le scienze. Il re e la regina si sottomisero al decreto dei saggi, ognuno contento di poter esercitare la propria influenza almeno sopra una delle due principesse; anzi il re volendo mostrarsi cortese disse alla moglie di scegliere quella che desiderava le venisse affidata. La regina diede la preferenza a Gliceria, una bella fanciulla che avea i capelli biondi come raggi di sole e gli occhi di un azzurro violetto come i fiori della pervinca, la fece venire a sè, l'abbracciò e la condusse nei suoi appartamenti dicendo alle sue damigelle: — Vedete questa bambina? Essa sarà un giorno per opera mia la più bella principessa dell’universo, e voi dovete aiutarmi in quest'opera. Al re rimase Melitta, l'altra bimba che avea i capelli neri come le ali del corvo e gli occhi intelligenti ma scuri come carboni sui quali fosse caduta una scintilla di fuoco, perchè spesso si accendevano e mandavano lampi. — La farò saggia, — pensò il re conducendola nei suoi appartamenti, — così a lei toccherà in avvenire il governo del regno. Egli fece venire da tutte le parti del mondo degli uomini sapienti affinchè versassero nella, sua mente giovanile tutta la loro scienza, e anch'egli nei momenti di riposo prese l'abitudine di conversare colla figliuola di affari importanti e di argomenti gravi, che s'aggiravano spesso sopra il governo del regno. Melitta era molto intelligente, capiva le cose prima ancora che le venissero spiegate, si compiaceva molto nello studio, aveva tanta sete di sapere che appena fu più grandicella volle essere informata di tutte le nuove scoperte della scienza, volle leggere tutti i libri che si potevano trovare nel regno, e chiese al padre il permesso di poter abitare un'ala del palazzo circondata da un vasto giardino, lontana dai rumori della città per non essere disturbata nei suoi studii e nel suo raccoglimento. Il re si compiaceva di secondare i desiderii della figlia prediletta, e gli appartamenti da lei preferiti si potevamo chiamare il regno della scienza. Una lunga fila di stanze era occupata da immense biblioteche ricche di migliaia di volumi; da un lato c'era un laboratorio per gli esperimenti scientifici,poi una galleria di quadri, un museo di storia naturale, sale dedicate alla musica, e finalmente un'altissima torre con potenti telescopi per lo studio dell’astronomia. Appunto su quella torre la principessa Melitta passava gran parte della giornata e della notte per contemplare il mare e gli astri. Nei suoi appartamenti riceveva spesso la visita delle persone


più illustri, fra quelle che si distinguevano nelle scienze e nelle arti, e quando aveva bisogno di moto faceva sellare il suo cavallo e galoppava per i boschi più deserti collo sguardo acceso, coi capelli al vento, certa di non incontrare anima viva, in quelle immense solitudini. Col padre andava ogni anno a fare un viaggio d'istruzione in paesi sconosciuti. Per non aver noie, viaggiavano incogniti, imparavano molte cose nuove e si divertivano immensamente. Colla madre e colla sorella Melitta non si trovava quasi mai, eccetto nelle occasioni solenni, che la saggia fanciulla vedeva avvicinarsi ogni anno con orrore, come quelle che la distoglievano dagli studii prediletti, e la mettevano in contatto colla sorella, tanto diversamente educata, colla quale non poteva andare d'accordo. Infatti gli appartamenti di Gliceria non rassomigliavano a quelli di Melitta. La regina non apprezzava che la bellezza delle forme, e la parte del palazzo dove viveva con Gliceria si sarebbe potuta chiamare il regno della vanità. Non si vedevano che specchi immensi su tutte le pareti, e sparsi per le stanze gemme, fiori e adornamenti femminili di tutte le specie. Ogni giorno la regina assisteva al bagno di Gliceria; era un bagno profumato in una vasca di rubino che dava alla carne una tinta rosea indimenticabile. Poi la regina osservava se la pelle della principessa fosse bianca e levigata come un marmo, quando vi scorgeva una piccola macchia di rossore apriva uno stipo d’oro dove teneva rinchiusi olii ed unguenti preziosi e ungeva la macchia finchè fosse scomparsa; poi, mentre le ancelle pettinavano la principessa, essa ne dirigeva l'acconciatura, studiando le fogge che la facevano comparire più bella. Tutte le parti del corpo della giovane principessa erano oggetto di cure speciali, alcune ancelle avevano cura delle mani e dei piedi, altre versavano profumi delicati sulla bionda capellatura, la ginnastica e il massaggio, usati opportunamente, davano alle membra una flessuosa elasticità; e continuavano così delle ore finché la regina non dicesse d'essere contenta. Allora la prendeva per mano, la conduceva davanti allo specchio dove si potesse mirare intera e le diceva: — Trovami in tutto il regno una fanciulla più bella di te; sono io che ti ho fatta così e che così ti mantengo. — Grazie, mamma, — rispondeva la principessa, — la bellezza è il migliore dei doni, essa può tutto. E stava a contemplarsi con compiacenza infinita davanti allo specchio, innamorata di se stessa, oppure si riposava sdraiata sopra soffici divani, senza mai far nulla, perché non doveva sciupare con lavori inutili le belle mani, come non le era permesso di affaticare la testa collo studio, né i begli occhi sui libri. Aveva invece maestri incaricati d'insegnarle la grazia nei movimenti, il ballo, il bel portamento, a volger gli occhi in modo espressivo e a sorridere in modo da innamorare le persone più insensibili. Con tante cure dedicate alla persona, Gliceria diventava ogni giorno più bella, ed era peccato che la madre non le permettesse di passeggiare che nei boschetti ombrosi, oppure di sera per timore che il sole guastasse una carnagione tanto bianca e delicata. La famiglia reale dovea mostrarsi al popolo in piena luce del sole una volta all'anno, e in quell’occasione tutti stavano in ammirazione della principessa Gliceria che passava in mezzo alla folla superba della sua bellezza come una dea, e la sua figura ridente e luminosa pareva un raggio di sole rischiarante la via dove passava il corteggio reale. Anche Melitta doveva, sebbene malvolentieri, prender parte a quella festa; era troppo intelligente per non comprendere, che, per quanto bella, rimaneva eclissata dalla bellezza della sorella. Perciò prese l'abitudine di non mostrarsi in pubblico che avvolta in un velo bianco e lucente, il quale lasciava indovinare, ma non rivelava le bellissime forme. Teneva quel velo misterioso sul viso a guisa delle donne orientali; e i suoi occhi fiammeggianti, soli scoperti, mandavano lampi sulla folla che non sapeva se ammirare più la sfolgorante bellezza di Gliceria o arrestarsi curiosa innanzi alla misteriosa Melitta. Gliceria era indispettita dalla curiosità, che eccitava la sorella e a tutti diceva che era tanto brutta da non aver coraggio dl mostrarsi a viso scoperto; ma nessuno le dava retta ed essa in cuor suo ne fremeva.. Però se nel mondo era corsa la fama della bellezza di Gliceria, era pur nota la sapienza di Melitta, e fin dai più lontani paesi arrivavano dei principi per ammirare l'una e per avere i saggi consigli dell'altra. Anche il re, prima di accingersi ad un'impresa incerta, si consigliava colla figlia prediletta, ed a lei ricorrevano gli ammalati di corpo e di spirito, tanto che era amata e stimata più di Gliceria che viveva soltanto per sè stessa e per la propria bellezza. Le principesse erano giunte all'età di diciott'anni, e i genitori pensavano che era tempo di maritarle; ma c'erano delle difficoltà. Gliceria non trovava nessun mortale degno della sua bellezza, e Melitta amava troppo la scienza e la libertà per decidersi a fare una scelta. Molti principi erano già stati accolti alla corte della Valle degli Aranci, ma Melitta non si mostrava e Gliceria si divertiva nel vederli languire d'amore ai suoi piedi e li mandava poi nei loro regni disperati ed infelici. Quando la regina le diceva che doveva pure decidersi a fare una scelta, rispondeva: — C'è tempo! Ci penserò prima che spuntino i capelli bianchi e che si scopra la prima ruga. Ed intanto passava le giornate sempre in ammirazione di sè e della propria bellezza. In un regno lontano dalla Valle degli Aranci c'era il regno Azzurro, uno dei più belli e ricchi del mondo, dove gli alberi erano carichi di frutti meravigliosi, e nascevano dei fiori così belli e grandi che profumavano l'aria per molte miglia intorno a loro. Vi regnava un re possente e valoroso che aveva un unico figlio bello e intelligente, sul quale avea riposte tutte le speranze. Il principe Azzurro, che così era chiamato, divenne tutto ad un tratto malinconico, tanto che non era più riconoscibile; egli non parlava, mangiava pochissimo, era indifferente a tutto, e quando gli chiedevano la ragione di quel cambiamento rispondeva che era stanco di vivere e che si annoiava. Il re non si poteva dar pace nel veder triste il figlio che avrebbe dovuto esser lieto e contento. Credendolo ammalato, chiamò i migliori medici del regno, i quali gli diedero tante droghe che gli rovinarono lo stomaco e lo resero ancora più malinconico. Allora si risolse di farlo viaggiare sperando che la distrazione potesse giovargli meglio della medicina. Aveva udito parlare delle principesse della Valle degli Aranci e pensò di mandarlo in quel paese, colla speranza che la società delle belle principesse potesse giovargli. Il principe non avrebbe avuto volontà di muoversi, ma per ubbidire al padre s'imbarcò con un seguito numeroso sopra un bastimento dalle vele azzurre, e s'avviò verso il regno della Valle degli Aranci, mandando avanti un messaggero per annunciare il suo arrivo. Appena nel regno degli Aranci si sparse la notizia, dell'arrivo del principe Azzurro, tutti si prepararono ad accoglierlo con grandi feste e come si conveniva ad un principe tanto potente, e il re e la regina raccomandarono alle principesse di mostrarsi graziose e gentili col loro ospite. Gliceria stette intere settimane davanti allo specchio per vedere quali adornamenti facessero meglio risaltare la sua bellezza, ed era sicura di fare una grande impressione nell'animo del principe; in quanto a Melitta, ell'era troppo immersa nella scienza e non pensava a cose frivole e vane. Mentre una schiera di alti personaggi furono mandati ad incontrare il principe ai confini del regno, il re, la regina, le principesse ed i loro seguiti stavano ad aspettarlo nella sala del trono. Era una bellissima sala rischiarata da cento finestre. Il re e la regina avevano i manti tutti sparsi di gemme preziose, che scintillavano mandando mille riflessi. Il vestito di Gliceria era color dell'aria d'un tessuto leggero trasparente che adombrava il bel corpo con riflessi azzurri; i capelli d'oro le formavano come un aureola di raggi solari intorno alla fronte e per solo ornamento, avea una grossa perla sui capelli, e sul petto un gruppo di rose bianche le quali impallidivano accanto alla delicata carnagione di lei. Essa era superba nella sua semplicità e stava seduta accanto alla madre sorridendo modestamente, con una posa che parea semplice e naturale, ma che avea studiata per parecchie ore davanti allo specchio. Melitta stava invece accanto al padre, avvolta nei suoi veli misteriosi, immobile e silenziosa come una sfinge; soltanto i di lei occhi mandavano lampi che pareva dovessero incendiare gli oggetti sui quali si posavano.


Tutto ad un tratto un movimento serpeggiò fra la folla, si udì un fragor di trombe, un suono di campane; le porte del palazzo si apersero come per incanto ed il principe Azzurro entrò col suo seguito nella sala del trono. Il re si mosse per incontrarlo, lo abbracciò e lo presentò alla regina e alle principesse. Il principe s’inchinò con atto ossequioso, ma rimase muto e impenetrabile come una tomba. Era alto, ben fatto, avea la faccia pallida, illuminata da due occhi espressivi e intelligenti, e portava con fierezza la cupa armatura come un guerriero antico, ma le sue labbra non potevano sorridere. Gliceria per scuoterlo fece cadere una delle rose che teneva sul petto, ma egli non si mosse e lasciò che uno del seguito si chinasse a raccoglierla. Gliceria uscì dalla sala indispettita, e non prese parte nemmeno al pranzo di gala dicendo d'essere ammalata, ma in realtà perchè si sentiva avvilita che il principe non si fosse degnato nemmeno di rivolgerle un'occhiata. Essa aveva un gran cane danese, col pelo liscio come il raso, lucente come l'argento che amava più d'ogni cosa al mondo, perchè la guardava sempre con occhi pieni d'ammirazione; quando non voleva essere disturbata, faceva sdraiare il suo fido cane attraverso l'uscio ed era ben certa che Lampo avrebbe strozzato chiunque avesse voluto penetrare nella sua camera. Così fece quel giorno, si chiuse in camera e non volle vedere nessuno; se il re o la regina mandavano qualche messaggero, questi veniva accolto dal cane in modo che doveva tornarsene senza risposta, se aveva cara la vita. Dopo le liete accoglienze del primo giorno il re disse al principe Azzurro che lo lasciava libero di fare ciò che più gli piacesse, metteva a sua disposizione tutto il suo regno, e da quel giorno lo calcolava come figlio. Quando il principe si fu ritirato coi gentiluomini del seguito nelle sue stanze udì da tutti i suoi seguaci lodare la bellezza di Gliceria, che s'era mostrata solo per pochi istanti come una fugace apparizione. Il principe come di solito non prese parte a quei discorsi, ma poi disse tutto ad un tratto: — Mi piacerebbe vedere la principessa Melitta. I suoi seguaci si guardarono in faccia sorpresi. Era la prima volta che dopo tre anni il principe apriva la bocca per esprimere un desiderio. — Ci pare una curiosità che potrete facilmente appagare, — gli risposero. — Non lo credo; in ogni modo voglio fare una visita alla principessa misteriosa. Con questo pensiero andò a coricarsi e si addormentò tranquillamente, mentre i suoi compagni scrissero subito al re del regno Azzurro, che avevano buone speranze per la guarigione del principe. Melitta non era abituata a vedersi preferita alla sorella, sicchè rimase molto sorpresa quando seppe che il principe Azzurro le chiedeva il permesso di vederla. Essa lo fece entrare nella sua stanza preferita. Era un gabinetto colle pareti coperte di preziosissimi arazzi, con un terrazzo dal quale si dominava tutta la Valle degli Aranci, e lontano in fondo si vedeva il mare azzurro sparso di vele bianche. Melitta, seduta sopra un seggiolone di velluto, volgeva le spalle alla luce, in modo che la sua persona, oltre che avvolta nei veli restava nell’ombra, e quando entrò il principe se lo fece sedere di fronte affinchè il volto di lui rimanesse tanto illuminato, che non le potesse sfuggire il più impercettibile movimento. Il principe, che non era abituato a fare discorsi inutili, le disse subito: — Vi assicuro che se venni a voi così presto, fu perché mi punge la curiosità di sapere per qual ragione voi nascondete il vostro volto sotto a fitti veli. — Se si volesse sapere la ragione di tutte le cose si diverrebbe pazzi, — rispose Melitta. — Domandate al sole perchè riscalda, alla rosa perché è profumata, al mare perché è profondo; oppure, per parlare di cose meno astratte, perché una donna si copre il seno, un'altra i piedi e le mani, perché una si carica d'ornamenti ed un'altra si vela il volto. Forse è per capriccio o per moda, ma la vera ragione nessuno la sa. — E non scoprite mai il vostro volto? — Mai, quando qualche occhio umano mi può vedere. — E non vi lascierete mai vedere da nessuno? — Soltanto da quello che sarà il mio sposo, — disse Melitta. — E a me non vi scoprireste? — Perchè? a quale scopo? — Per appagare la mia curiosità, — disse il principe. — La vostra curiosità è malsana, dovete guarirvi. — Sì, guarirò quando vi avrò veduta. — Allora starete peggio. — Perchè? —chiese il principe. — Perché ora avete qualche cosa che v'interessa, e quando mi avrete veduta ritornerete indifferente come prima. — No, sarei felice, — disse il principe con un sospiro. — Povero illuso! — esclamò Melitta fissandolo negli occhi. — Vedete, io leggo nel vostro pensiero; voi siete triste perché avete un vuoto nel cuore e nel cervello, fatevi entrare l'ansia, il dolore, qualche cosa insomma, e guarirete; ora nel vostro è già penetrata la curiosità, e volete che io vi aiuti ad appagarla? che contribuisca, a peggiorare il vostro male? No, non sarà mai. Il principe stava. immobile osservandola, nessuno gli aveva mai parlato in quel modo e nessuna voce gli era, come quella, penetrata nel più profondo dell'anima. — Ma chi siete mai? — esclamò il giovane. — Una fata? un essere soprannaturale? — Nulla di straordinario, ho vissuto sola ed ho studiato il cuore umano, copro il volto, ma rivelo il mio spirito; se il viso è coperto da un velo, parlo volentieri a chi desidera ascoltarmi. — E potrò venire tutti i giorni a ricevere il balsamo che sapete versare nel cuore colle vostre parole? — Venite pure, anzi ve ne prego, — rispose Melitta; — così potessi infondervi il desiderio di vivere. — Grazie, — disse il principe inchinandosi, — domani ritornerò ed intanto penserò alle vostre sagge parole. — Una parola ancora, — soggiunse Melitta, — non dimenticate di visitare mia madre e mia sorella, tenetevele amiche; temo per voi la loro collera se mi usate delle preferenze. — Vi ubbidirò, — disse, e se n'andò dopo aver dato un'ultima occhiata alla misteriosa principessa. Gliceria aveva saputo della visita del principe Azzurro alla sorella e ne era furiosa. Di tutti i principi che avevano spasimato d'amore per lei, il principe Azzurro era quello che l'aveva colpita più di tutti, ed egli non si era neppure degnato di guardarla. Quando poi seppe che era stato da Melitta si sentì spuntare le lagrime agli occhi, che però ebbe fretta di asciugare, sapendo che il pianto offusca la bellezza. Ma il suo sdegno era immenso, si sentiva soffocare dall'ira, girava su e giù per la stanza, giurando che si sarebbe vendicata di un simile affronto, quando venne una damigella ad annunciarle la visita del principe Azzurro. Fu sul punto di non riceverlo, poi pensò di vendicarsi di lui e della sorella rendendolo innamorato della sua bellezza. Si ricompose in fretta davanti allo specchio, s'accomodò i ricci dell'acconciatura e accolse il principe col più seducente sorriso. Il principe ammirava la bellezza di Gliceria, ma si sentiva freddo al suo cospetto e non sapeva che cosa dirle. Tanto per non stare immobile accarezzava Lampo e rispondeva a monosillabi. Gliceria invece chiacchierava incessantemente, dicendo cose vuote e insignificanti, parlava del tempo, delle feste che si preparavano nel regno e procurava di rendersi amabile. Si aspettava sempre che il principe le facesse


degli elogi o sulla sua bellezza o sulla sua grazia ed eleganza, gli chiedeva notizie delle fanciulle del regno Azzurro; ma egli cambiava discorso e pensava che Gliceria, con tutta la sua bellezza, era una bambola, e che Melitta era più attraente. Più il principe si mostrava freddo, più Gliceria s'infiammava, e si sentiva per la prima volta innamorata, al punto che per sposare il principe avrebbe anche rinunciato alla sua bellezza. Il principe non si lasciò commuovere dalle moine della bella principessa, e fedele a Melitta andava tutti i giorni a passar parecchie ore con lei. Spesso la supplicò di togliersi il fitto velo che la nascondeva ai suoi occhi, ma essa non si piegava a quelle incessanti preghiere. — Sarebbe tutto finito, — diceva —quel giorno che il mio viso vi fosse noto dovreste partire per non rivedermi mai più. — E se vi facessi mia sposa? — Allora si partirebbe insieme. Il principe parlava seriamente di chieder la mano della principessa, la quale nella sua sapienza gli consigliava d'aspettare, perchè sentiva avvicinarsi una bufera. — Quale bufera? — chiese il principe. — Gliceria vi ama. — Lo so, me ne stano accorto, ma lei non c'entra in questa faccenda. — Quel giorno che dichiarerete il vostro amore per me, ella si vendicherà. — Il nostro amore sarai più forte del suo odio. Dopo qualche giorno Melitta lo fece chiamare e gli disse: — Fuggite se mi amate e se avete cara la vita. — Perchè? — Ecco un dono che vi era destinato, — e gli mostrò una focaccia. Sì dicendo chiamò Lampo che per caso era entrato nei suoi appartamenti e gli diede la focaccia. Appena Lampo l'ebbe mangiata cadde in terra in preda a convulsioni terribili e spirò. Il principe rimase sorpreso. Melitta disse: — Per questa volta sono riuscita a salvarvi, ma dovete partire, e senza indugio. — Come potrò vivere senza di voi? — chiese il principe. — Non abbiate timore, ci rivedremo. Qui ci sono tre messaggeri che mi porteranno le vostre notizie, — e sì dicendo gli diede in una gabbia d'oro tre colombe bianche come la neve; — quando poi vorrete ascoltare le mie parole, aprite questo libro, qui è racchiusa tutta la mia anima. E assieme alla gabbia gli porse un libriccino coi fermagli d'oro. — Bella e misteriosa principessa, — disse il principe inginocchiandosi e baciandole le mani. — Io ero una statua, voi mi avete dato la vita, vegetavo ed ora vivo. Guai se mi abbandonate! — Per lo spirito non vi sono distanze, — disse Melitta, — pensate a me e il mio pensiero verrà incontro al vostro. — Partiamo insieme, — supplicava il principe. — Non ora, vi raggiungerò, — disse la principessa, — addio, andate, la vostra nave dalle vele azzurre vi aspetta, non c'è tempo da perdere. Il principe uscì, e Melitta quando udì richiudersi l'uscio dietro di lui cadde a terra priva di sensi. Ma fu un attimo, si alzò subito dopo e dall'alto della torre seguì collo sguardo il bastimento che si preparava alla partenza. Lo vide staccarsi dalla riva e colle vele azzurre spiegate al vento scomparire sul mare infinito. Non era ancora del tutto scomparso dal suo sguardo, quando entrò Gliceria. — Lampo! Lampo! dov'è il mio cane? — disse. — Eccolo, — rispose Melitta conducendola presso al cane morto. — Infame, tu l'hai ucciso. — No, fu il Pasticcio che mi hai mandato. — Non era per te. — Ma per l'uomo che amo, — disse Melitta, — e che sarà il mio sposo. Come lo impedirai? — L'ucciderò. Sì dicendo uscì dalla stanza di Melitta e andò dalla regina a chieder giustizia. Il principe Azzurro avea ucciso il suo cane e doveva essere condannato a morte. La regina glielo promise, ma quando si cercò il principe Azzurro, si seppe che era andato lontano lontano, e nel regno della Valle degli Aranci non v'erano navi tanto veloci per raggiungerlo. Gliceria avea giurato di vendicarsi e dimenticava la sua vanità pur di riuscire. Fra i giovani innamorati pazzamente della sua bellezza c'era un principe forte e valoroso, che per lei avrebbe sfidato qualunque pericolo; era il principe di Roccabruna, al quale promise d'esser sua sposa se riuscisse ad uccidere il principe Azzurro. — Dovessi andare fino in capo al mondo, vi ubbidirò, — disse il principe di Roccabruna. — Ebbene, — disse Gliceria, — partite questa notte sopra una nave che troverete pronta nel porto, ma vi raccomando il segreto; se Melitta scopre la nostra congiura, è capace di salvare il suo principe. — Che cosa potrà fare una debole fanciulla? — È forte perchè è sapiente, — disse Gliceria, — vi raccomando la massima prudenza; eccovi il mio ritratto, miratelo nei momenti difficili, egli vi darà coraggio. — E gli diede un medaglione colla sua effigie in miniatura, che egli mise sul cuore giurando la morte del principe Azzurro e partì. Il principe Azzurro veleggiava sul mare immenso; pensando a Melitta si sentiva meno infelice d'esserle lontano perchè aveva l'impressione che lo spirito di lei gli aleggiasse intorno. Guardava il cielo in silenzio, ma aveva una speranza che gli rendeva cara la vita e non era più il principe indifferente e cupo di altri tempi. Dopo aver navigato per tre mesi e tre giorni quando gli pareva d'esser vicino a terra s’accorse d'essere inseguito da una nave sconosciuta. Ordinò di dar forza alle vele e di andare colla massima velocità temendo qualche pericolo, ma la nave che lo inseguiva gli era sempre più vicina, e stava per raggiungerlo. Egli si vide perduto e scrisse un saluto a Melitta che attaccò all'ala d'una colomba poi aperse la gabbia e il candido uccello partì fendendo colle ali lo spazio. Intanto egli arrivava all'isola della Mala Ventura sempre inseguito dall'altra nave molto più grande e piena di gente armata dalle facce sinistre. Ormai non c'era più scampo; bisognava venire a patti con quei corsari che lo inseguivano e che infestavano quei paraggi. Egli offerse al capo tutta la sua nave e le ricchezze che conteneva a patto d'aver coi compagni salva la vita. Il capo acconsentì purchè il principe rimanesse coi seguaci nell'isola, non dicesse nulla a nessuno e non si ribellasse. Il Principe, chiese che gli lasciassero la gabbia colle colombe e il libriccino di Melitta.


Il capo dei corsari gli fece anche questa grazia, ma lo spogliò della ricca armatura; furono spogliati anche i compagni e li lasciarono nudi e abbandonati mentre essi indossarono le ricche vesti, e s'imbarcarono sulla nave azzurra mandando l'altra carica di bottino ai loro paesi. — Su questa nave e con queste vesti non saremo riconosciuti, — dissero, — e faremo ben altre imprese. E se ne andarono lasciando il principe Azzurro coi compagni nell'isola della Mala Ventura. Primo loro pensiero fu di procurarsi qualche frutto per mangiare, e mentre tutti pensavano di fabbricare una capanna colle foglie degli alberi, il principe scrisse una lunga lettera a Melitta raccontandole le sue avventure e chiedendole soccorso. Egli l'affidò ad un'altra colomba; poi si mise a leggere il libro della principessa, dove in ogni pagina trovava un nuovo conforto. Così si accomodarono alla meglio, dormendo sulle foglie secche degli alberi e mangiando le frutta che maturavano sugli alberi. Guardavano continuamente il mare, sperando di veder spuntare una nave che potesse raccoglierli, ma passavano i giorni e i mesi e nessuna nave si vedeva spuntare all'orizzonte. Il principe incominciava ad essere scoraggiato, i suoi compagni imprecavano al rio destino e sentivano che presto avrebbero perduta la pazienza e si sarebbero dati alla disperazione. Il principe Azzurro leggeva loro qualche brano del libro di Melitta per confortarli, e quella lettura faceva loro sempre del bene. Un giorno che tutti erano affranti e scoraggiati, aperse a caso il libro e vi trovò queste parole: Non temete la sventura Se a voi pensa un cuor fedele: Nell'abisso più profondo Scende pur di sole un raggio: Chi ha speranza, chi ha coraggio Nel periglio non morrà. E ricominciarono a sperare che qualche anima buona pensasse a loro. Dopo la partenza del principe la principessa Melitta guardava continuamente il mare dall'alto della sua torre. Un giorno vide arrivare la colomba, la prese fra le braccia, trovò la lettera del principe e impallidì sentendo che i corsari stavano per raggiungerlo. Non si perdette però di coraggio e supplicò il re, che non sapeva negarle nulla, di far armare una nave da guerra per andar a combattere i corsari e salvare o vendicare il principe. Ma in ogni modo sapendo che non bisognava mai prendere delle risoluzioni precipitose, ritornò al suo posto d'osservazione ad aspettare un nuovo messaggio. Verso l'imbrunire vide volare a lei l'altra colomba colla lettera del principe che le narrava le sue tristi avventure. Era vivo e ciò bastava a Melitta; ma volendo anche salvarlo chiese al padre il permesso d'andarlo a prendere ella stessa nell’isola della Mala Ventura. Il re glielo concesse a patto che aspettasse la stagione favorevole, perché quella in cui si trovavano era la stagione delle burrasche. Mentre Melitta si preparava alla partenza, Gliceria aspettava notizie del principe di Roccabruna e pregustava il piacere della vendetta. Essa era sempre bella e sorridente, e quando incontrava la sorella crollava la testa e le diceva, con un'occhiata: Se aspetti il tuo principe aspetterai per un bel pezzo. Un giorno andò da Melitta trionfante portandole la veste insanguinata del principe Azzurro, che il principe di Roccabruna le avea mandata dicendole d'averlo ucciso in alto mare e che fra breve sarebbe venuto a sposarla come le aveva promesso. Melitta alla vista dell’abito insanguinato non si commosse, aveva saputo col mezzo della colomba che il principe Azzurro era stato spogliato dai corsari ed era certa che tratto in inganno dalle vesti, il principe di Roccabruna aveva ucciso solo il capo dei corsari. Non disse però nulla alla sorella, ma soltanto rispose: riderà bene chi riderà l’ultimo. — Io intanto sposerò colui che m’ha vendicata uccidendo il tuo principe. — Buona fortuna – rispose Melita. — Ma ti avverto che parto per non assistere alle tue nozze con un assassino. Dopo pochi giorni essendosi alzato un vento favorevole, s'imbarcò senza far chiasso per andare in cerca del principe Azzurro. Il mare era tranquillo, il cielo sereno e la nave correva lontano lontano come se avesse le ali. Il principe Azzurro continuava a guardare il mare e quasi perdeva ogni speranza di salvezza, quando un giorno vide da lungi una vela. Si sentì battere forte il cuore perché ebbe il presentimento che fosse Melitta. Poi pensando che in quei mesi era divenuto come un selvaggio, si vergognava di presentarsi in quell’arnese alla principessa e sperava che gli avesse mandato solo qualche messaggero. Ma comprese la sapienza e la previdenza di Melitta quando vide staccarsi dalla nave ed arrivare all’isola una barca con dei messi che gli recavano vesti, cibi e profumi, dicendo che Melitta aspettava sulla nave il suo principe. Egli ringraziò i messi ed indossò l’armatura d'oro che gli avevano portata, la quale mandava lampi ai raggi del sole, e un elmo dal bianco cimiero tutto cosparso di gemme. Quando si presentò a Melitta, essa ne rimase abbagliata; non aveva mai veduto un principe così bello. — Mi siete sempre fedele? — chiese la principessa. — Ora più che mai, — rispose il principe. — E se fossi brutta? Voi non mi avete mai veduta. — Che importa? sono innamorato della vostra anima. Voi avete fatto svanire la mia tristezza e mi siete più necessaria dell'aria che respiro. — Ebbene, appena giunti nella Valle degli Aranci ci sposeremo, poi vi ricondurrò nel vostro regno, perchè vostro padre abbia la consolazione di vedervi guarito. Intanto nella Valle degli Aranci si preparavano le feste per il matrimonio di Gliceria col principe di Roccabruna. Veramente Gliceria non lo trovava degno della sua grande bellezza, ma avea promesso e dovea mantenere la sua parola, lieta in cuor suo della sconfitta di Melitta, che supponeva fosse andata a cercare il principe. — Se non va fuor di questo mondo non lo troverò, — diceva; poi domandava al suo fidanzato se l'avesse ucciso davvero. — L'ho passato col ferro da parte a parte, — le disse,— e poi non c'era da ingannarsi: non c'è che lui che abbia una nave colle vele azzurre, e un vestito così scuro, così fatale. — E del corpo che cosa ne hai fatto? — L'ho gettato in mare. Gliceria intanto era andata ad indossare la veste da sposa tutta ricamata di argento e stava ad ammirarsi davanti allo specchio, pensando che nessuna donna era stata mai così bella. Il popolo aspettava il corteo nuziale, ma mentre da un lato Gliceria assieme allo sposo scendeva dal palazzo reale, dal porto saliva Melitta col principe Azzurro. Il popolo non sapeva da che parte voltarsi. Quando Melitta fu dinanzi al padre, disse: — Vedo che tutto è pronto pel nostro matrimonio, te ne ringrazio; ecco il principe mio sposo.


Il re, che era stato avvertito dalla terza colomba del loro arrivo, li abbracciò e volle che subito si celebrasse il loro matrimonio. Gliceria, attonita, guardò in faccia il principe di Roccabruna e gli disse: — È così che hai ucciso il mio nemico? Prendi, traditore! E fece per ferirlo con un pugnale che teneva alla cintura, ma il principe fu in tempo di sgusciare in mezzo alla folla e fuggire verso il mare. Gliceria era pallida dalla rabbia; ma quando Melitta si tolse il velo che l'avea celata agli occhi del pubblico e si mostrò bella come non era stata mai, perchè l'amore, il trionfo, la felicità le avevano dato al volto un nuovo splendore, Gliceria non potendo sopportare il dolore di veder la sorella anche sua rivale in bellezza, e ammirata da tutti, si sentì al cuore come una ferita, vacillò e cadde a terra morta. Melitta, che avrebbe voluto vedere la sorella, umiliata, ma non morta, la pianse sinceramente e volle che le sue belle forme non fossero dimenticate; perciò le fece innalzare una statua che potesse mostrarla ai posteri in tutto lo splendore della sua bellezza, e la fece collocare nel punto più frequentato della città. Essa visse molti anni felice col principe Azzurro, ebbe una bella figliuola alla quale diede nome Gliceria, perchè nemmeno il nome fosse dimenticato.

Cordelia (alias Virginia Tedeschi Treves) Nel regno delle chimere: novelle fantastiche Fratelli Treves Editori, Milano 1898


SECONDA STANZA Dove la “lezione� di Ida Baccini, monito quantomeno giocoso, apre una piccola stanza fatta di sensazioni materne, vuoi nella lirica di Margherita Guidacci come nel testo di Neera, vera fiaba di vita


SECONDA STANZA

Il bucato della bambola Primo autunno di Elisa (…) Quella benedetta figliuola di stucco insudiciava un monte di roba, e la sua mammina era sempre a mutarla e a rimproverarla. Ma erano parole buttate al vento! La bambola aveva il vizio di star sempre in terra e d'insudiciarsi perciò le sottanine, le mutande, le calze e perfino la camicia! Aveva il vizio di armeggiar colla brace, colla cenere, con mille intrugli dai quali una bambola per bene dovrebbe star sempre lontana... (…) Voi tutte, o bambine, che avete la disgrazia di possedere qualche bambola di questo genere, mi comprenderete! La povera Matilde era costretta a fare il bucato una volta la settimana: e noi la troviamo precisamente nell'esercizio delle sue funzioni. (…) Quando la Matilde ebbe appuntati, coppia per coppia, i fazzoletti, le calze, le golette e gli altri capi più minuti, buttò tutti i suoi panni in un conchino pieno d'acqua pura e si mise a smollarli. Smollare vuol dire insaponar la biancheria e stropicciarla affine di mandar via le macchie e l'unto. Allorchè i panni furono bene smollati, la Matilde li dispose in un'altra piccola conca, elevata alquanto da terra, e forata in fondo, per lo scolo del ranno: su questa biancheria, e ben distesi sopra alcuni piccoli canevacci, la nostra mammina distese due strati di cenere bene stacciata, nella quale non si vedeva neanche un pezzettino di brace. Poi, coll'aiuto della donna di servizio, versò nella conca una data quantità di acqua bollente, la quale imbevve la cenere, filtrò a traverso la biancheria e venne a scolare fuori della conca, per mezzo del buco praticato in fondo. Sotto a questo buco, la Matilde aveva posto una conca più piccola, che riceveva il ranno, il quale rimesso via via sul fuoco a scaldarsi, veniva da lei versato regolarmente nella conca del bucato, finchè l'operazione non era finita. (…) Dopo averli bolliti, la Matilde risciacquò i panni in un'altra conca piena d'acqua limpidissima, e messe da parte quelli destinati al turchinetto; quindi li strizzò, torcendoli moderatamente e li stese, dopo averli rovesciati, al sole. Quando furono asciutti, li prese, li rimise in casa e fece la scelta tra i panni da stirare semplicemente (…) Che ve ne pare, bambine, della faccenda del bucato? Chi di voialtre si sentirebbe disposta a imitar la Matilde? (…) Ida Baccini Da Lezioni e racconti per i bambini Trevisini,Milano,1882

Che dirti, amore mio, che dirti? Che l’uva è vendemmiata ed ogni succo disfatto in dolcezza? Che ragnatele di nebbia hanno striato la terra? Nel bosco tutte le bacche sono ormai cadute, rimane il legno bruno e lucido e l’anno corre alla sua foce lungo le vene dell’ultima foglia. Che dirti, amore mio, che dirti? Le parole hanno un senso soltanto se le nutre la memoria. Ma tu non hai ricordo di stagioni, tanto meno ricordo di ricordi: sei nuova e fresca, intatta dal declino che rattrista lo sguardo di tua madre mentre fissi serena questo tuo primo autunno Margherita Guidacci da “Le poesie”, Le Lettere, Firenze 1999


Luigia (2009) Olio su tela – cm. 80x160


Un bel caso Era la Luigia una spilungona senza garbo nè stampo che sembrava tagliata coll'accetta, uguale dinanzi come di dietro e per tale sua conformazione soprannominata dai maligni del paese: a due dritti. I maligni uomini si intende, perchè le donne non avendo nulla a temere da lei le tributavano volentieri molti elogi sulle sue qualità di buona massaia e giungevano pur anche a difenderla quando le beffe passavano la misura. Infine - dicevano con uno slancio di generosità - non è poi così brutta come si vuol far credere; ha dei magnifici capelli. Ai capelli della Luigia peraltro non si attaccava nessun farfallone. Quantunque ella avesse cantato chi sa quante volte in coro colle sue compagne «Non c'è sabato senza sole, non c'è donna senza amore» per esperienza propria non poteva far testo. I giovinotti non la guardavano nè tanto né poco, non la aspettavano sul sagrato all'uscire di chiesa, non zufolavano sotto alle sue finestre, non le offrivano in primavera un sol fiore nè in autunno un sol frutto. La Luigia era come fuori del suo sesso, una specie di essere neutro intorno al quale non fremeva l'onda tumultuante del desiderio. Appena qualche buon uomo maturo, qualche padre di famiglia mosso da un benevolo sentimento di compassione osava profetizzare: - Sarà ben fortunato colui che sposa la Luigia! - Ma nemmeno questo incoraggiamento indiretto valse alla povera ragazza la più lontana ombra di un sospirante. Toccava oramai, anno più anno meno, la quarantina. Forse però tanto i maligni quanto i benevoli si ingannavano sul vero stato d'animo di quella zittellona triste e spersonita, argomentando a modo loro che dovesse trovarsi infelice per mancanza di marito e solo per questo. Ora la Luigia aveva una passione ancora latente e compressa ma unica ed immensa: i bambini; passione che si allaccia è verissimo col matrimonio ma che ha pure un suo lato indipendente, una vitalità propria che non tutti gli uomini conoscono. Fin da quando, giovinetta appena, attardandosi lungo la strada sua madre la rimbrottava: - Luigina, Luigina, lesta, perchè non rientri? - novanta volte su cento ella si era, per dirla con una pittoresca espressione popolare, incantata dietro un gruppo di bimbi ammirando di questo i ricciolini, dell'altro gli occhioni, di tutti la sovrana incosciente innocente malìa. Guardarli, accarezzarli, ascoltare i loro primi balbuzienti cicalecci, assistere ai loro giuochi, scoprire le loro ingenue malizie, era per la Luigia un piacere senza confronti. Quel cristallo tremulo delle loro pupille così piene di curiosità e di candore, quella intatta freschezza delle boccuccie dove i denti si mostrano appena piccoli e bianchi come goccie di latte, quelle guancine che sembrano fatte di petali di rose, quei corpicciuoli imbottiti di velluto con un lontano sentore di borraccina e di piume d'uccello, tutte le grazie, tutti i sorrisi, ed anche e soprattutto le lagrime e le disperazioni di quel piccolo mondo in miniatura, le creavano intorno una fonte inesauribile di osservazione e di tenerezza. Ella, se avesse potuto, ne avrebbe presa una bracciata nel grembiule e se li sarebbe portati a casa per gioia e consolazione della sua solitudine poichè non aveva più nè padre, nè madre, nè nessuno. Fu in quel torno dei quaranta o giù di lì che si sparse in paese la notizia strabiliante del matrimonio della Luigia. Per quanto sulle prime molti fossero gli increduli dovettero pure arrendersi all'evidenza del fatto quando il signor curato bandì dal pulpito il matrimonio di Luigia Peregalli con Battista Fenile detto Battistin del Fico. E pazienza la Luigia che poteva dirsi giovane e bella in confronto di quella figura da presepio del Battistino, più piccolo di un terzo e rattrappito come un ceppo di vite secca, bolso per giunta da sembrare appena alzato dal letto una vecchia rozza reduce dal mercato. Chi si sarebbe mai immaginato un matrimonio simile! Proprio vero - dicevano i maligni, fra cui questa volta anche le donne - che ella ne schiattava dalla voglia. Il vero perchè invece lo sapevano appena loro due, che quando Battistin del Fico essendosi addormentato una volta colla pipa accesa nella tasca del pastrano bruciacchiandolo mezzo e la Luigia sua vicina di casa si era gentilmente offerta per i debiti rattoppi, l'idea era subito balenata alla mente dell'uomo. Che cosa facevano così solitari uno da una parte e l'altra dall'altra? Non era meglio mettersi insieme per la comune assistenza? A tale proposta la zittellona aveva cominciato a nicchiare protestando che il suo tempo era già finito e che se mai avesse potuto acconsentire a nozze ciò sarebbe stato solamente per avere dei bambini, il che non le sembrava più del caso. Ma la dichiarazione fece scattare Battistino suggerendogli una quantità di argomenti per persuadere la ritrosa che tutto è possibile coll'aiuto di Dio e che non bisogna mai disperare della provvidenza. Aggiunse che se dopo la prova di un anno il Signore non avesse benedetto la loro unione egli si impegnava a prendersi in casa un trovatello adottandolo qual figlio. Questo fu proprio il peso che fece traboccare la bilancia dalla parte del matrimonio, il quale si compì pochi mesi dopo con grande serietà e serenità dei due contraenti. Non un anno poi ma ben quattro o cinque attesero gli sposi la benedizione del Signore e sempre invano finchè una sera d'estate, mentre prendevano il fresco seduti entrambi sulla soglia della porta, la Luigia ricordò al marito la sua promessa di adottare un trovatello e Battistin del Fico dopo essersi fatto pregare un poco volle accontentarla pensando che alla fin fine si apparecchiava un aiuto per la vecchiaia. La felicità della Luigia quando ebbe fra le mani un pargolo tutto a sua disposizione per le dodici ore del giorno ed anche per le dodici della notte fu qualche cosa di inaudito. Ella ne ringiovanì come per prodigio, fu vista a correre, la udirono cantare, e le venne una tale parlantina che le donne del vicinato a stento si potevano schermire dal sentirsi ripetere continuamente le meraviglie del piccino. Già ella non lo chiamava mai altro che «mio figlio». Sembrava che queste due parole giacenti da tanti anni in fondo al suo cuore e sbocciate a guisa di semi tardivi volessero rifarsi del tempo perduto con una fioritura veemente di steli e di boccioli, di aggettivi ammirativi e di tenerezze iperboliche. Tutto ciò che l'amore più intenso si trae dietro di ardore affannoso, di cure gelose, di mirabili previdenze, di rinuncie, di dedizioni, di sacrifici, quella madre putativa tributò al frutto del suo lungo desiderio. Ella ebbe la soddisfazione di salvarlo per miracolo da un braciere dove era caduto e più tardi di guarirlo a furia di attenzioni da una scarlattina dichiarata mortale. - Come si fa alto il vostro bambino! - le disse un giorno un merciaiuolo ambulante che lo aveva veduto l'anno prima. - Vi somiglia. A queste parole la Luigia arrossì tutta e si sentì balzare il cuore nel petto. L'idea che le assomigliasse davvero incominciò a impossessarsi di lei dandole un turbamento profondo e delizioso. Una volta che il piccino le buttò graziosamente le braccia al collo chiamandola mamma, ella se lo strinse al seno con impeto selvaggio mormorandogli dentro ai capelli: - Viscere mie!


Oramai ella prendeva posto nei crocchi delle matrone dove si parlava di gravidanze, di parti, di bimbi nati e nascituri, di cibi speciali per le puerpere, delle prime pappe da darsi ai bambini slattati, e la sua parola appassionata e persuasiva dominava tutte le altre. Spesso i suoi discorsi incominciavano così: Io non ho che un figlio solo, tuttavia…. Ed ognuno in paese ripeteva «il figlio della Luigia» tanto che i giovani, gli ultimi arrivati, i distratti, non dubitavano neppure che egli fosse veramente suo figlio. La cosa era poi di mediocre importanza per il pubblico. Ma quando il garzoncello giunto ai sette anni fu mandato a scuola dove non sempre riportava i primi punti, ed anzi il quaderno delle classificazioni riempivasi troppo sovente di note di biasimo, la Luigia si disperò sul serio gridando che nella sua famiglia non vi erano mai stati discoli. Una signora che era venuta quell'anno a villeggiare nel paese la calmò dicendole che buon sangue non mente; quindi si desse pace, col tempo e colla pazienza il monelluccio non avrebbe mancato di divenire così bravo e dabbene come la mamma sua. Questo ragionamento persuase la Luigia, la quale di suggestione in suggestione se ne venne a credere fermamente di averlo ella stessa messo al mondo; e siccome pare che basti una gran fede per trascinare la gente, nessuno si metteva a contradirla quando ella enumerava le somiglianze che il fanciullo aveva sia con lei sia con Battistin del Fico, passato a miglior vita già da qualche anno. Molte leggende non hanno una base più solida. Intanto il garzoncello era diventato un giovinotto ed essendosi messo a bottega da falegname nella città vicina vi aveva preso moglie, portandosi in casa naturalmente la sua buona mamma che potè dire questa volta di essere entrata in paradiso prima del tempo, perchè tutti gli anni nasceva un pargoletto e innanzi di andare a raggiungere Battistino nell'altro mondo ebbe la compiacenza di contarne undici, sei maschi e cinque femmine. Quando finalmente venne anche per la Luigia il momento di rendere l'anima a Dio, avendole il medico domandato se ella avesse fatto parecchie malattie «Nessuna - rispose - tranne quando nacque il mio figliolo che stetti tre giorni fra la vita e la morte». Come dubitare che ella lo dicesse sul serio poichè aveva le mani congiunte sul crocifisso e gli occhi rivolti al cielo?…. Il sogno di tutta la sua vita era diventato la sua realtà. Neera Un bel caso da "La sottana del diavolo" Fratelli Treves, Milano 1912


TERZA STANZA Dove lo scritto di Sibilla Aleramo, accorato anelito ad un addio, suggerisce il tema di una stanza in cui sia il breve testo di Carola Prosperi che l’ironia amara del racconto di Regina di Luanto narrano del vuoto di una felicità irrisoria, solo vagheggiata in una fiaba d’amore


TERZA STANZA

Chiudo il tuo libro Chiudo il tuo libro, snodo le mie trecce, o cuor selvaggio, musico cuore… con la tua vita intera sei nei miei canti come un addio a me. Smarrivamo gli occhi negli stessi cieli, meravigliati e violenti con stesso ritmo andavamo, liberi singhiozzando, senza mai vederci, né mai saperci, con notturni occhi. Or nei tuoi canti la tua vita intera è come un addio a me. Cuor selvaggio, musico cuore, chiudo il tuo libro, le mie trecce snodo.

(…) Chi aveva stabilito, alla sua nascita, che il suo destino dovesse essere rinunzia, umiltà e sacrifizio?... Aveva dovuto pagare il fio di essere nata virtuosa e savia, tra gente senza scrupoli, dispotica e temeraria, che apprezzava soltanto l'ozio e i piaceri della vita; e quando la casa, peggio di una barca che fa acqua da tutte le parti, era stata lì lì per sfasciarsi, ella sola si era rassegnata a partire. Che supplizio durante i lunghi anni dell'avversa fortuna!... Poi, un po' d'apparente agiatezza era tornata in casa, ma lei per consiglio di tutti era rimasta a lavorare. Giacché aveva il beneficio di poter guadagnare, guadagnasse!... E tutti i suoi erano sempre pronti a piombarle addosso come avvoltoi. Oh se avessero potuto spremerla di più, sfruttarla ancora, toglierle il sonno, contarle i bocconi, far denaro d'ogni suo minuto!...Era un andirivieni continuo, un richiedere concitato, delle esigenze senza fine, delle proteste senza tregua!... E le dicevano, senza volerla schernire: - Beata te che sei indipendente e non hai bisogno di nessuno!...Invece, ora, ella sentiva proprio bisogno di qualcuno che la difendesse dalla sua stessa debolezza, che dicesse di no per lei; sentiva più acuta la sorda e latente ribellione di tanti anni, l'amarezza dell'ingiustizia, il rancore della schiavitù, tutto ciò che voleva sfogarsi e le gonfiava il petto e la agitava come un male insopportabile. (...) Così Paola sposò un contadino e diventò matrigna di due contadinelle. Fu morta al mondo, come una monaca, senza le dolcezze del convento; come una sepolta, senza la pace della tomba. Fu rinnegata e dimenticata. Il fratello solo, nonostante le diverse vicende e fortune colle quali si era conquistato il suo posto nel mondo, la ricordava; ma era il suo un ricordo vago, come di una creatura sparita da tanti anni, di un fantasma dileguato, l'ombra di un'ombra... Carola Prosperi

Sibilla Aleramo in una lettera a Dino Campana (Mugello, 25-7-1916)

In Vocazioni Treves, Milano 1919


Salamandra (2009) Olio su tela – cm. 60x60


Salamandra ...Ma quale, ma quale amore? - si domandava Eva fremente. Qualè era tanto sublime da potersi paragonare allà più infima parte della magnificenza che le si mostrava davanti, senza che nulla ne offuscasse il maestoso e stupendo incanto! Rimaneva lì appoggiata al davanzale della finestra, ammaliata da quella contemplazione e gettando un poco indietro il busto protese le braccia in un gesto spontaneo di desiderio, di supplica verso il lontano orizzonte che le riempiva l'animo di una brama smaniosa. Davvero Eva non si riconosceva più, quando mai fino allora era stata così agitata? Riandava colla mente nel passato al tempo in cui la pace e la quiete erano in lei. Si rammentava le sorprese che aveva provato nel leggere le irrequiete concezioni dei poeti, nell'udire le tragiche storie di amanti, di passioni, di lotte, che travagliano le umane esistenze. Le giudicava, considerandole, il triste risultato di menti malate, il frutto di tremenda pazzia. La vita non era per tutti eguale? Lo svolgersi placido di giorni monotoni e la creatura nel suo stato normale un essere riflessivo ed indifferente? Da giovinetta aveva studiato molto; molto più di quello che comunemente si usi e di ciò le era rimasto un segreto disprezzo per l'affaticarsi dell'uomo dietro la scienza. A che? A che questa scienza che più si eleva, più in apparenza sembra ingrandirsi, mentre non è in sostanza, che un brancolar cieco nel vuoto, un andare a tastoni nella oscurità sempre più fitta? L'arte le aveva dati sempre grandi piaceri; non ci vedeva il tentativo inutile ed insufficiente di penetrare i misteriosi segreti della natura, bensì l'intenzione più giusta di riprodurne ed eternizzarne nei gloriosi capolavori le divine bellezze. Non era stata mai religiosa; nel suo spirito calmo, ragionatore, considerava vaghe, assurde le credenze imposte dalle religioni; né altre filosofie l'avevano soddisfatta, sicché ella era profondamente e d'istinto atea. Per molti anni così visse, fino al giungere di un nuovo pensiero che aveva fatto barcollare le convinzioni, che aveva tenute per saldissime. Coll'andare del tempo, nell'approfondire la conoscenza della vita e degli uomini le sorsero dubbi sulla verità dei concetti, che fino allora l'aveva guidata. Non si era mai data pensiero di osservare oltre l'essere suo, perciò le erano sfuggite le agitazioni diverse, che fervono nascoste negli animi; pian piano, una per una, le si manifestarono confusamente tutte le passioni che hanno germe negli istinti umani, ed ella avida e curiosa volle ricercarne meglio le cause. (…) - Quanto è bella la vita! - esclamò il giovane aspirando deliziosamente l'aria profumata. Eva lo guardò. Certo per lui la vita doveva essere bella, fatto com'era per goderla! Nell'aspetto di Massimo traspariva tale una espressione di sensualità soddisfatta e non sazia, tale uno sviluppo potente di virilità vittoriosa, che Eva colpita ne ricevé un'inaspettata rivelazione. Al suo pensiero apparve falso, illusorio tutto ciò che conosceva: la passione morbosa e complicata di Matilde, la sensibilità eccessiva di Gino, il carattere debole ed impressionabile di Guido, la propria incontentabilità indefinita, la ricerca dei piaceri straordinari, il logorìo della mente nei lavori intellettuali, le ambizioni di gloria, di ricchezza, tutto, tutto... E quella bella notte calma e serena, quel forte uomo che le stava al fianco le suggerirono idee e pensieri nuovi e le parve che le fosse svelato il vero senso della vita. Trascinata dalla fantasia, in un minuto credé di capire che il solo scopo di vivere fosse l'esplicarsi semplice e spontaneo di tutto ciò che esiste, nella soddisfazione delle naturali esigenze e le apparve ogni cosa fatta unicamente per l'appagamento dei sensi, che soli danno i godimenti veri, non disputabili. Le si manifestava l'errore immenso del pretendere di trovare nello spirito e nella intelligenza umana altre cause che il risultato della materia di cui si compongono il cervello ed i nervi. Tutto è materia: ed Eva concepì in quel momento con strana lucidità l'ammirevole organizzamento della natura, in cui ogni cosa ha principio e fine e si rinnova e si trasforma per l'eterno trionfo di quella! Poiché siffatta maraviglia ci viene offerta, perché cercare al di là e non contentarsi di vivere come i fiori e gli animali? Ecco, Massimo appunto rappresentava l'ideale che in quell'i. stante splendeva nella sua immaginazione .ed essa si sentì piena d'ammirazione per lui e lo considerò di tanto superiore a se stessa! Giunsero in un piccolo recinto, chiuso da ogni lato da alti fusti di bossolo e scuro per l'ombra delle piante. Nel penetrarvi Eva dimenticò le sue considerazioni, nuovamente dominata dal ricordo di Matilde, quasi certa ora che in quel punto si era data a Massimo. Alzò la testa verso il giovane per interrogarlo... Egli le stava davanti cogli occhi lucenti e prima che Eva si rendesse ben conto di ciò che accadeva, la baciò sulla bocca ed ella, senza opporre alcuna resistenza, docilmente si lasciò trascinare in terra, si lasciò possedere. Una sola idea le traversò la mente: Matilde la mattina ed ora lei!... All'impetuoso, forte amplesso la sua carne restò insensibile, inerte, né al piacere dell'uomo partecipò. Rimase sdraiata in terra, in un completo abbandono della mente e del corpo, a fissar stupidamente le stelle scintillanti. L'edificio fulgente delle sue immaginazioni era crollato subito; non aveva più nulla dell'entusiasmo di poco prima, anzi si sentiva piena di disgusto e nel rialzarsi lentamente, tanta saliva amara le venne in bocca da obbligarla a sputare, colta da una nausea che le rivoltava lo stomaco. Si scosse il vestito per far cadere i granellini di terra che potevano essersi attaccati e col capo vuoto, stonata si mosse per tornare al Casino. Poco distante trovò Massimo, che l'aspettava. - Andiamo - diss'egli con l'intonazione breve che ha la voce dell'uomo, che ha soddisfatto il suo capriccio. Silenziosamente andavano. Eva strada facendo notò che la bella espressione ardente di Massimo se n'era andata e le parve imbruttito, coi lineamenti grossolani e lo sguardo velato, spento. All'ingresso del Casino, Massimo tentò un'ultima galanteria. - Cara, quando ci rivedremo? - Mai più, mai più; - rispose Eva con forza; lo fissò bene in faccia perché se ne persuadesse e con uno sguardo altero e sprezzante gli significò di lasciarla. (...)

Regina di Luanto da "Salamandra" Roux, Torino-Roma, 1892


QUARTA STANZA Dove il testo introduttivo di Emma, altalena di fervide emozioni, apre la stanza in cui la nota poetica di Maria Luisa Spaziani sembra insinuare i temi del racconto enigmatico e affascinante di Grazia Deledda


QUARTA STANZA

Il fatto che narro in questo libro è un fatto vero. E chi, se non fosse vero, l’avrebbe voluto scrivere? Quando giunse a mia notizia, provai subito con l’indignazione e il dolore che esso suscitò in me, l’impulso di raccontarlo, di denunciarlo a tutti. Ma poi esitai. Una falsa vergogna, una ripugnanza quasi insuperabile mi tratteneva. La smisi soltanto quando accingendomi di nuovo a idear novelle e volgendo il pensiero alle opere della fantasia, provai in me un’altra vergogna e un’altra ripugnanza le quali contrastavano singolarmente con quelle di prima. Sentiva che non era più possibile, sapendo quel fatto, di negare alla triste verità il suo diritto di precedenza di fronte alle mie fiabe. E il mio primo impulso prevalse. E spero che in avvenire anche quando fosse più vivo e fervido il lavoro della mia immaginazione, quando mi apparisse più seducente e cara un’immagine della mia fantasia, mi basti però sempre l’animo di cacciarli lontano, qualora accanto a lei mi si presenti triste, miserabile o anche ributtante la sembianza di cosa vera cui l’umile penna della scrittrice di fiabe possa giovare. Emma Firenze, 15 dicembre 1877. Introduzione a Una fra tante Lucarini, Roma 1988

Si tende tutto l’essere in un urlo di desiderio. Voglio la parola lancinante, assoluta, che cancelli scialba ture di sempre. Quella freccia che infilza dritta il cuore mentre sorride l’Angelo, tremenda voglio quella parola (la pronuncia l’Angelo, ma oltre una vetrata) l’ha sentita Teresa? Ogni parola al di qua della freccia è un’eresia. E’ assoluta la rosa se si fonde Alla tua pelle – e le spine sul cuore. Maria Luisa Spaziani da “La traversata dell’oasi. Poesie d’amore 1998-2001” Mondadori, Milano 2002


La Dama bianca (2009) Olio su tela – cm. 60x60


LA DAMA BIANCA Vicino ad uno dei più pittoreschi villaggi del Nuorese, noi abbiamo un podere coltivato da una famiglia dello stesso villaggio. Il capo di questa famiglia, già vecchio, ma ancora forte e vigoroso, - strano tipo di sardo con una soave e bianca testa di santo, degna del Perugino, - viene ogni tanto a Nuoro per recarci i fitti ed i prodotti del podere, e ogni volta ci racconta bizzarre storie che sembrano leggende, invece accadute in realtà tra i monti, i greppi, e le pianure misteriose ove egli ha trascorso la sua vita errabonda, e a molte delle quali egli ha preso parte... Egli si chiama zio Salvatore. Ecco dunque l'ultima storia che egli ci ha raccontato, che molti non crederanno, e che pure è realmente avvenuta in questa terra delle leggende, delle storie cruente e sovrannaturali, delle avventure inverosimili. Era una notte di maggio del 1873. In una capanna perduta nelle cussorgias solitarie del villaggio di zio Salvatore, due giovani pastori dormivano accanto al fuoco semi-spento. Fuori, vicino alla capanna, le vacche dormivano nell'ovile di pietre e di siepe, e la luna d'aprile, tramontando sull'occidente di un bel roseo flavo, illuminava la campagna sterminata, nera, chiusa da montagne nude, a picco. A un certo punto uno dei pastori si svegliò, e rizzandosi a sedere guardò se albeggiava. Visto che la notte era ancora alta ravvivò il fuoco, e, a gambe in croce restò un momento muto, immobile, tormentato da un pensiero; poi svegliò il compagno. Erano entrambi bruni, simpatici e forti, ma il primo svegliato, che si chiamava Bellia, cioè Giommaria, era più alto e ben fatto, con una testa signorile che colpiva, e faceva chiedere se a chi apparteneva non era figlio di qualche ricco Don. - Antonio? - chiamò, scuotendo il compagno per svegliarlo. - Che c'è? Cosa accade?... - rispose Antonio, balzando a sedere inquieto e con gli occhi spalancati. - Che cosa c'è?... - Nulla. Ti ho svegliato per dirti una cosa. Senti. È la terza notte che sogno il medesimo sogno. Io non credo ai sogni, ma perdio, quando si sogna per tre notti di seguito sempre la stessa cosa, c'è da pensare. - Mi hai svegliato per ciò? - chiese l'altro con un sorriso scettico e di compassione. - Hai forse tu sognato che ti portavano alla forca? - No - esclamò Bellia senza scomporsi. - Senti. Mi appare sempre in sogno una signora vestita all'antica, così credo io perché le signore ora son vestite diversamente, con un mantello di velluto bianco che la copre da capo a piedi. Ha il volto bianco come il suo manto, e gli occhi neri, enormi, con sopracciglia arcuate, folte e congiunte, e i capelli, pure neri, attortigliati intorno alle orecchie... - Beh! Come le Olianesi! - esclamò Antonio con ironia, che si interessava poco a quel sogno e aveva molta voglia di riaddormentarsi. - È sempre la stessa... tre notti di seguito, comprendi? - Cosa diavolo ti fa? Sognare delle dame, perdio! - Aspetta. Mi guarda a lungo, con quegli occhi severi bellissimi che mi fanno paura e meraviglia, e mi dice: «Bellia, cammina, cammina! Va nei campi di San Matteo, presso il bosco, vicino al torrente. Troverai una pietra di granito, a dieci passi dal torrente, presso il primo albero del bosco, il più grosso che c'è. Leva la pietra: troverai un'altra pietra fissa al suolo. Leva anche questa e vedrai una croce di ferro posta attraverso ad un buco. Bellia, cammina cammina, arriva oggi stesso: altrimenti i tuoi passi saranno perduti e il demonio s'impossesserà della tua fortuna». Accidenti, che bel sogno! - gridò Antonio. Ma, nonostante la sua scettica ironia, egli sentì un brivido serpeggiargli per le reni. Nella sua infanzia aveva udito tante storie di tesori nascosti, custoditi dal diavolo che se ne impossessava, se dopo un certo tempo non venivano ritrovati, e nella sua prima giovinezza gli era accaduto un fatto strano di quel genere: una notte, fuggendo attraverso un bosco, inseguito dai carabinieri, perché allora egli latitava, imputato di un omicidio di cui più tardi era stato assolto, aveva veduto, al chiaro della luna, un mucchio di splendide stoffe, broccati, panni fini e sete, e due vasi pieni d'oro, e aveva chiaramente sentito una voce, uscente dal prezioso mucchio, dirgli: - Fermati, tutto è tuo, fermati! -. Ma, poco distante, egli udiva il passo dei carabinieri e gli era impossibile fermarsi: quindi proseguì la sua corsa. Scampato il pericolo, l'indomani tornò a quel sito, ma invece di stoffe trovò grandi pietre di granito nero in forma di pezze, e due tronchi bruciati che conservavano la figura di vasi. Ad onta di tutto ciò egli, che credeva solo alla realtà delle cose, derise il proponimento di Bellia di recarsi, appena fatto giorno, al piano di San Matteo per cercare la pietra indicata dalla bianca dama del sogno. Ma l'altro, che non prestava anch'esso molta fede ai sogni, ma che ad ogni modo voleva assicurarsi, restò nella sua decisione per tutto il resto della notte e sarebbe senza alcun dubbio partito, se all'albeggiare, entrato nell'ovile, non avesse trovato una delle sue migliori vacche, ammalata: era una bella vacca grigia, alta e intelligente, a cui Bellia voleva bene più che al resto delle sue vacche, e che chiamava col dolce nome di Bella mia. L'improvviso malore di Bella mia gli fece scordare lo strano sogno e il progetto di recarsi al sito indicatogli dalla dama. Andò invece al villaggio e condusse con sé un vecchio pastore che conosceva e curava ogni più grave malattia del bestiame. Ma neppure zio Lallanu poté conoscere che razza di male fosse quello di Bella mia. Era un mistero: si sarebbe detto che la vacca era avvelenata o che avesse qualche spirito maligno in corpo. Neppure il veterinario, neppure il medico condotto seppero dirne nulla. Tuttavia dopo qualche giorno Bella mia guarì improvvisamente, misteriosamente, come si era ammalata, e riprese a vagare tranquilla con le compagne, attraverso i campi freschi, tra i fieni odorosi di margheritine, con grande contentezza di Bellia che, naturalmente, non pensava più di andare lassù, nei piani rocciosi di San Matteo. Qualche tempo dopo, però, Bellia e Antonio, cambiando le vacche da un pascolo all'altro, passarono per caso lassù. Era un lembo bizzarro di paesaggio: campi deserti e selvaggi di montagna, pieni di roccie e di felci, circoscritti da boschi di elci secolari e chiamati campi di San Matteo da una chiesetta pisana distrutta, là vicina. I due pastori ricordarono il sogno o i sogni di Bellia, e Antonio fu il primo a proporre di guardare se c'era la pietra e l'albero sognato. Costeggiarono la riva del torrente asciutto, e arrivati vicinissimi al bosco, Bellia cambiò in volto di colore. Egli vedeva l'albero, il più grosso che si scorgesse, e vedeva la pietra di granito precisamente eguali come nel suo sogno!


- Perdio! Perdio! - disse, bianco in viso e con gli occhi scintillanti. Si slanciò sulla pietra ma da solo non poté smuoverla, Antonio lo aiutò e, dopo molti sforzi, riuscirono a scostarla: sotto Bellia vide l'altra pietra, più piccola fissa al suolo, come la dama bianca del sogno aveva detto! Allora anche Antonio si turbò, e senza dir nulla, continuò ad aiutare il compagno che, livido, con le labbra frementi, smuoveva la terra con le mani, intorno alla pietra. Riuscirono a trar via anche questa, e si guardarono in viso, muti, stupiti, spaventati: là sotto c'era la croce di ferro del sogno, posta attraverso di un buco. Bellia gridò: - Lo vedi? Lo vedi?... -. Con uno sforzo supremo sradicò la croce dal suolo e introdusse il braccio tremante nel buco, e ne trasse un gran vaso di ferro arrugginito. Non è possibile descrivere la commozione dei due pastori, e specialmente quella di Bellia. Senza dubbio il vaso era pieno di oro e di perle, Dio santissimo... Dio santissimo!... Con la leppa, specie di grossissimo pugnale a una lama, che i pastori nel Logudoro tengono quasi sempre infilata nella cintura, Bellia fece saltare il coperchio del vaso, e allora ricordò le ultime parole della dama: «Arriva oggi stesso altrimenti il demonio s'impossesserà della tua fortuna». Il vaso era pieno di carbone e di cenere, sino in fondo!... Inutile ripetere i commenti, la meraviglia, il terrore dei due giovani pastori. Restarono convinti che là esisteva un tesoro e che il demonio secondo la tradizione e la leggenda sarda, se lo era appropriato giacché al giorno preciso indicato da chi l'aveva nascosto (la dama bianca, di certo), Bellia non lo aveva levato di là. Ricordarono allora lo strano malore di Bella mia. Sì certamente era stato lo spirito dell'inferno a far ammalare la vacca prediletta di Bellia per impedirgli di recarsi a San Matteo. I due giovinotti dalla fantasia calda e immaginosa come tutti i forti sardi della montagna, credettero fermamente a ciò, e ripresero melanconici la loro via, dietro le vacche viaggianti, rimpiangendo il tesoro perduto, terrorizzati dal soprannaturale; e non dissero mai a nessuno questa arcana avventura, finché un fatto accaduto più tardi, non li convinse più fermamente nella loro credenza. Passarono cinque anni. Bellia, ammogliato e già padre di una graziosa bambina, viveva tranquillamente, modestamente, sempre facendo il pastore, quando un bel giorno di maggio del 1878 fu avvisato dal pievano che si recasse in casa sua. Bellia, che aveva poca relazione col vecchio pievano andò subito a trovarlo, pieno di curiosità su ciò che poteva dirgli. Il pievano, di cui è inutile precisare il nome, morto dieci anni fa, l'attendeva nella sua piccola camera da letto, pulita e piena di luce; lo fece sedere vicino al suo seggiolone verde, poi andò egli stesso a chiudere la porta della stanzetta precedente, perché, ad ogni caso... le sue piccole nipoti erano così curiose... Maria specialmente. Basta. Prese tutte le precauzioni possibili, il pievano andò a sedersi nel suo seggiolone si accomodò gli occhiali e spiegò sul tavolo una carta gialla, vecchissima. Bellia provava un vago sentimento di timore, davanti a tutti i solenni preparativi del vecchio pievano, e sussultò quando esso, tutto ad un tratto, gli disse con serietà: - Questo foglio ti riguarda! Il pastore cercò una risposta adeguata; ma non trovandola credette bene di star zitto. - Io ho novant'anni, - proseguì il pievano, che pareva, sì, molto vecchio, ma che non dimostrava quell'età, levandosi gli occhiali e fissando Bellia coi suoi occhi chiari, che sembravano più buoni e lattei, sotto le sopracciglia bianche, - io ho novant'anni, figlio mio, e da circa settanta servo il Signore nel nostro villaggio. Non avevo ancora vent'anni quando celebrai la prima messa. - Iddio lo faccia arrivare a cento! - esclamò Bellia. - ... Lo stesso anno morì, vecchio esso pure, l'antico rettore della nostra chiesa, e pochi giorni prima di render l'anima al nostro Santissimo Creatore, mi disse: «Dopo la mia morte vi faranno senza dubbio pievano, quindi io devo affidarvi una grave missione. Sedete, che prima devo raccontarvi una storia». Io mi assisi al suo capezzale e, rimasti soli, il mio vecchio e venerato rettore mi narrò questo fatto: «Trentacinque o trentasei anni fa, cioè verso il 1773 ci era qui, in questo villaggio, un giovinotto della famiglia M. la quale vive tutt'ora. Era un giovine ricco, bello, notaio laureato, sposatosi poco prima a una damigella della città di Sassari, dove egli aveva studiato. La moglie si chiamava Donna Maria Croce M***, figlia di un gentiluomo genovese e di una dama sarda, molto ricchi, stabiliti a Sassari, dove essa era nata. Poteva avere un venticinque anni, ed era molto bella, ma di una bellezza piuttosto severa con grandi occhi neri e sopracciglia arcuate, e i capelli attortigliati intorno alle orecchie, alla fiamminga come diceva essa. Inoltre andava sempre riccamente vestita e usava portare un manto di velluto bianco. Forse a causa del suo strano vestire, che la rassomigliava a una fata, e perché sapevasi che suo padre si dilettava di fisica e di astrologia e che essa pigliava parte ai suoi esperimenti, appena arrivò qui si sparse subito la voce che malignamente diceva: Donna Maria Croce se la intende con gli spiriti; Donna Maria Croce ha stregato Don Gavino, il marito, e lo ha costretto per forza di una magia a sposarla, e simili cose dell'altro mondo. Fatto sta che Don Gavino, prima di ammogliarsi con essa, faceva l'amore con un'altra ragazza del villaggio, di buona famiglia, sì, e anche bellina, ma povera come Gesù Cristo, chiamata Rosanna. Anzi, per non perder tempo, essendoci solenne promessa di matrimonio, Rosanna e Don Gavino si erano regalati una bella bambina. Fatto per cui la ragazza fu scacciata da casa sua, benché Gavino giurasse e spergiurasse di sposarla appena finiti gli studi. Invece l'ultimo anno che passò a Sassari conobbe Donna Maria Croce: e vederla, innamorarsene, chiederla in isposa, sposarla e portarla quaggiù, fu tutt'uno. Rosanna ne fece una grave malattia, ma non disse una sola parola di lamento. Ma erano passati appena sei mesi che Don Gavino si era sposato, allorché una notte rientrando a casa sua un uomo lo afferrò e nel buio della via lo uccise a stoccate. Toccò allora a Donna Maria Croce ad ammalarsi: e appena guarita, data di anima e corpo a cercare chi fosse l'assassino del marito, riuscì a scoprirlo in un giovinotto innamorato perdutamente di Rosanna, che gli aveva promesso la mano di sposa purché uccidesse Don Gavino. Donna Maria Croce lo accusò: fu arrestato, ma mancando le prove materiali del delitto, non ostante il denaro e la potenza della bella vedova, fu rilasciato libero. Tuttavia la dama era sicura del fatto suo, e giacché la giustizia umana non la vendicava, decise di far vendetta da sé.


Un anno era passato dalla morte di Don Gavino, e in questo frattempo moriva anche il padre di Donna Maria Croce, lasciandola erede di un grosso patrimonio. Essa partì a Sassari, vendette tutto, poi ritornò qui. Il giorno di Pasqua Rosanna sposò. La chiesa era affollata, e tra la moltitudine spiccava Donna Maria Croce, vestita di nero, col manto bianco, e uno stiletto d'argento nella cintura, inginocchiata dietro la balaustrata dell'altare. Quando diedi la benedizione agli sposi, la vidi alzarsi ritta, bianchissima in viso e gli occhi fiammeggianti. Rosanna e lo sposo erano appena scesi dai gradini dell'altare, allorché essa si slanciò su loro, e col suo stiletto pugnalò il giovine dicendo: - Vi rendo il vostro!... Figuratevi il parapiglia, la confusione, le grida del popolo, e la scena che seguì. Rosanna svenne, poi si ammalò dallo spavento e morì dopo qualche mese, fra i più atroci rimorsi, giacché per causa sua erano morti due uomini. Donna Maria Croce fu arrestata, e benché a quei tempi la giustizia si facesse come si sia, non valse né l'oro, né le pratiche dei parenti, per diminuire la sua pena. Fu condannata ad essere impiccata, e così fu. Prima di morire mi fece avvisare e si confessò. Poi mi disse di aver nascosto tutto l'oro tratto dalla vendita del suo patrimonio, nel bosco di San Matteo, presso la chiesetta, in un vaso di ferro a piè di un albero. E mi confidò di voler lasciare questo tesoro alla terza generazione di Rosannedda, la figlia di Rosanna e di Don Gavino, affinché ciò servisse di qualche alleviamento ai suoi peccati, dinanzi alla misericordia di Dio. - Questo è il mio testamento, - mi disse porgendomi una carta, - conservatela e alla vostra morte consegnatela al vostro successore, perché faccia altrettanto. Così dunque fino alla terza generazione di Rosannedda. Allora colui che avrà questa carta la consegni, pochi giorni prima della data indicatavi, al pronipote della fanciulla, ed egli vedrà il da farsi. Lo avverta però di recarsi il giorno preciso, perché se tarderà un'ora sola tutto sarà invano... Pregai la dama di spiegarmi questa frase, ma essa non volle dirmi nulla a proposito, epperò quel giorno, Dio mi perdoni, credetti anch'io che essa avesse qualche relazione col mondo soprannaturale, perché quando le chiesi: - E se Rosannedda muore senza erede? - mi rispose: - No! Si mariterà ed avrà una figlia che anch'essa piglierà marito dal quale avrà numerosa famiglia. Il figlio maggiore, in ultimo, avrà un figliuolo nei cui nomi ci sarà uno dei nomi miei. Questo è il destinato... - E se, - domandai, - qualche altro cerca impossessarsi del tesoro?... - Invano! Solo colui che voglio io lo troverà, purché anch'esso arrivi in tempo. Donna Maria Croce non mi disse altro; mi consegnò la carta e da quel momento sino all'ora della morte non fece che pregare. Morì coraggiosamente, da buona cristiana, ed io la piansi come una figliuola. Come essa aveva predetto Rosannedda, dopo molti anni, si maritò ed ebbe una figlia che vive tutt'ora, ed è una bella ragazza anch'essa che voi senza dubbio conoscete. Io conservai il testamento di Donna Maria Croce, religiosamente, e mai mi venne il pensiero di accertarmi sulla verità di ciò che essa mi aveva confidato. Ora lo consegno a voi, secondo l'ordine suo, e voi farete altrettanto se, Dio nol voglia, non arriverete a conoscere l'erede». - Ciò detto, - continuò il vecchio pievano, - il mio venerato precessore mi consegnò la carta che tu vedi qui, o Bellia. Poco dopo esso morì, ed io, a mia volta, custodii per ben settanta anni questo prezioso segreto che nessuno conosce. Sempre secondo la predizione di Donna Maria Croce, anche io vidi la bella figlia di Rosannedda maritarsi e procreare una numerosa famiglia. Il maggior figlio giunto il suo turno, si ammogliò, e suo figlio sei tu, Bellia, o Giovanni Maria, che infatti hai uno dei nomi di Donna Maria Croce. Ecco giunto il tempo. Io ti consegno il testamento e tu, senza l'aiuto di nessuno, puoi benissimo metterlo in esecuzione!... - Io credo che sia troppo tardi! - esclamò Bellia, che durante il racconto aveva riflesso tutti i colori dell'arcobaleno, morsicandosi più di una volta le labbra per non dare in esclamazioni e per non mancare di rispetto al pievano, interrompendolo. - Anzi è troppo tardi davvero!... - Come lo sai tu? - chiese il vecchio stupefatto. Bellia raccontò la sua avventura di cinque anni prima. Al pievano sembrò di sognare; aggrottò le placide sopracciglia bianche, inforcò nuovamente gli occhiali e lesse per la centesima volta il testamento, poi esclamò: - Gesummio, Gesummio, cosa vuol dir ciò? Ecco che io ho seguito tutte le norme datemi; e qui c'entra senza dubbio il demonio. Senti il testamento: non è a dire che sia scritto in latino, né ispagnuolo e neppure in italiano. È scritto proprio in sardo, in logudorese. Leggilo tu stesso... Bellia prese tremando la carta. Era un foglio di carta giallognola, grossissima, fregiata a ghirigori dorati. In un angolo c'era il sigillo del padre di Donna Maria Croce, con una corona da cavaliere e un D. un E. e un M. intrecciate a una piccola spada, una specie di stocco: il tutto in oro vecchio, un po' sbiadito dal tempo. Il bizzarro testamento era davvero scritto in logudorese, con una calligrafia antica, grossa, incerta, tuttavia leggibile, e Bellia lo lesse a voce alta, sillabando, con l'accento che gli tremolava un poco: Diceva così: «Deo, sutta-iscritta, Donna Maria Rughe M***, viuda de Don Gavinu M***, declaro de lasciare in testamentu a su nepode de sa fiza de Rosannedda R***, fiza de Rosanna R*** e de su biadu de maridu meu, su tesoro cuadu sutta s'alveru pius mannu de su buscu de Santu Matteu, su primu chi si aghatat a deghe passos dae su riu; e chi andet a lu reguglire sa die 20 de maiu de s'annu 1878, poite si no non bi aghattat nudda, e chi preghet pro s'anima mea, e faghat narrer missas de suffragiu.


Donna Maria Rughe M*** viuda de Don Gavinu M***» Sarebbe troppo lungo riferire tutti i commenti e le ciarle che Bellia e il pievano fecero. Per accertarsi meglio Bellia, il venti maggio, tornò a San Matteo e rifrugò sotto a tutti gli alberi, ma non trovò nulla. Per spiegare il mistero diabolico, il pievano mandò il testamento a tutti i suoi amici letterati, sacerdoti e laici, ma nessuno seppe dirne nulla. Finalmente la bizzarra carta capitò a un giovinotto del villaggio, nipote di zio Salvatore che studiava nel seminario di Nuoro, e che, oltre le altre doti, era un eccellente calligrafo. Ed egli spiegò l'enigma. L'ultimo otto del 1878 del testamento, non era già un otto, ma un tre. Le lineette del davanti erano fatte in modo da rassomigliarlo ad un otto, e così il vecchio pievano si era sbagliato di cinque anni nel dar l'avviso a Bellia! GRAZIA DELEDDA da “ Racconti sardi” Premiato Stabilimento Tipografico G.Dessì, Sassari 1894


QUINTA STANZA Dove una missiva - che oggi diremmo virtuale - di Enif Robert, introduce le risultanze illusorie della lirica di Antonia Pozzi, a sua volta compensata dalla narrazione di Carolina Invernizio dagli esiti appaganti


QUINTA STANZA

(a Filippo Tommaso Marinetti) Caro Marinetti Ho letto attentamente il vostro Manuale terapeutico del Desiderio-immaginazione. Lo credo miracoloso. Ho cominciato a seguire la cura. Ho concentrato il pensiero sul mio pettine. Questo si è immerso subito come una griglia di ferro nella corrente fluviale dei miei capelli. Contro le sbarre urtarono, ballando, e capriolando dei cadaveri. Fra loro, con gioia, riconobbi uniformi austriache. Mi sentii nell'Isonzo, la sera di una vittoria italiana. Sera d'estate caldissima. Mi sono svestita e sono entrata nuda nel fiume dei miei capelli. Bagno divertente: esaminavo ad uno ad uno i cadaveri... Dio! Che orrore! Ecco un bellissimo alpino sconciamente evirato! Ho pensato che le donne viennesi rivaleggiano con le etiopiche e divorano il sesso dei prigionieri italiani... La notte dopo, la mia immaginazione si sedeva alla tavola di un arciduca, fra due elegantissimi ventri di duchesse inguainati da toilettes parigine che ad un tratto esplosero. Potenza dinamitarda della virilità italiana! L'immaginazione ha veramente un grande potere curativo. Comincio a star meglio. Ho 39 gradi di febbre. Sono angosciata dal ritorno possibile dei quaranta gradi. Scrivetemi. Le vostre lettere mi fanno molto bene. Enif Robert da Un ventre di donna: romanzo chirurgico con Filippo Tommaso Marinetti, Facchi, Milano 1919

La gioia Domandavo a occhi chiusi - che cosa sarà domani la Pupa? Così ti facevo ridire in un sorriso le dolci parole - la sposa, la mamma Fiaba del tempo d’amore profondo sorso - vita compiuta gioia ferma nel cuore come un coltello nel pane. 26 settembre 1933 Antonia Pozzi da “Parole”, Garzanti, Milano 1998


La Fata Gusmara (2009) Olio su tela – cm. 100x100


La fata Gusmara — La fata Gusmara è la fata più potente della terra. Le fu concessa questa potenza non solo per la sua bellezza, che sorpassa ed eclissa tutte le bellezze dell'universo, ma per il suo cuore, il suo spirito, le sue virtù, il modo con cui sa amministrare la giustizia, la carità, la sapienza. La fata Gusmara vive sopra un'altissima montagna di marmo bianco, in un palazzo di cristallo, che domina tutto il mondo: di là essa vede tutto, sa tutto. Cento altre fate formano la sua Corte, mille geni la servono e l'obbediscono. La fata Gusmara siede sopra un trono di diamanti, da cui impartisce i suoi ordini, che vengono immediatamente eseguiti. La fata Gusmara non respinge mai le preghiere di coloro che implorano il suo aiuto; ma per giungere a lei, per ottenere sette capelli della sua chioma d'oro che aprono, al fortunato mortale che possegga, le porte della ricchezza, della potenza, della felicità, fa duopo attraversare quattro regni suoi nemici, che giurarono una guerra spietata a coloro che aspirano alla conquista del tesoro della Fata e tentano ogni mezzo per attraversare loro la via, per farli soccombere, prima che giungano alla meta. Infatti, pochi o punti vi pervengono. — Quali sono questi regni? — interruppe Falco. Nella sua domanda, nell'espressione del suo volto, divampava un ardore così appassionato, che colpì il vecchio, e fece impallidire la povera Topolina. — Vorresti tu forse tentare l'audace e pericolosa impresa? — chiese il taglialegna. — Perché no? — Tu non hai né il carattere né l'energia per riuscirvi. — T'inganni, babbo: io so volere; e quando ho deciso qualche cosa, nessun ostacolo può trattenermi; come non temo qualsiasi pericolo. — Il vecchio scosse melanconicamente il capo. — Tu non fai che crearti delle illusioni, figliuol mio. Per intraprendere un tale viaggio, non basta soltanto volere. Quanti altri parlarono come te e furono perduti, travolti, uccisi, prima che la loro volontà fosse compiuta! Dai retta a me, Falco: tu hai qui, senza muoverti, tutti i doni che può compartire la Fata: la potenza, perché sei re nella capanna che ti appartiene, né troveresti altrove sudditi più fedeli degli animali della foresta, che ti amano e ti temono; la ricchezza, perché sono tuoi tutti i tesori che la foresta racchiude: le frutta saporite, il miele squisito, gli alberi, da cui puoi ritrarre tante cose utili, mentre ti danno la legna per riscaldarti nell'inverno e per cuocere le pietanze; la felicità, perché hai una sorellina che ti amerà, come non ti ama mai altra donna sulla terra... — Non mi basta, non mi basta, — gridò il fanciullo ostinato — io voglio assai più... Voglio regnare in un palazzo d'oro, di pietre preziose, avere al mio comando eserciti interi, far tremare l'umanità con un gesto, accumulare tesori sopra tesori, e soprattutto vedermi ai piedi una fanciulla bella e superba, che oggi disprezza i miei abiti, ha in orrore la mia povertà... e che domani tratterò come una serva vile. — Falco aveva incrociato con fiero atto le braccia, teneva sollevata la testa, mentre Topolina nascondeva il suo pallido viso fra le ginocchia. — Ed è per ottenere tutto questo che vorresti conquistare i sette capelli d'oro della fata Gusmara? — chiese il vecchio con un sarcastico sorriso. — Sì. — Il taglialegna scosse di nuovo il capo. — Povero sciocco, non ci riuscirai! — Gli occhi del fanciullo lampeggiarono di collera. — Perché? — L'imparerai dalla storia che sto per raccontarti, la quale ti farà meglio conoscere la Fata. Ascolta. «Nel paese di Chincao regnavano i sovrani più malvagi e crudeli che potessero esistere sotto la cappa del cielo. «Il loro regno era il regno del terrore; essi opprimevano e travagliavano il popolo, si compiacevano di crudeltà inaudite. «Il re Trou e la regina Siu, che così si chiamavano, avevano fatto fabbricare un padiglione tutto di rame e quando l'inaugurarono, diedero una gran festa, alla quale avevano invitato tutte le più nobili famiglie del regno, i più bei giovani, le più belle fanciulle. «A mezzanotte, quando la festa era al colmo, i sovrani si ritirarono, facendo chiudere tutte le porte mentre fuori del padiglione furono accesi dei grandi fuochi, finché le pareti non si trovarono arroventate. «Gl'invitati, che dapprima non si erano accorti di nulla, quando incominciarono a sentire scottare le lastre che avevano sotto i piedi e le pareti della sala, tentarono di fuggire ma inutilmente, perché ogni via di scampo era preclusa. Potete immaginarvi le scene dolorose che ne seguirono, finché la carne di tutti quei corpi non fu combusta! «Nerone non avrebbe sognato un supplizio più terribile. Il Re e la Regina, che avrebbero dovuto essere il padre e la madre del popolo di Chincao, ne furono invece i carnefici. Nessuno sfuggiva alla loro crudeltà: i fanciulli venivano infilzati in ispiedi ed arrostiti; le donne squartate; gli uomini impalati. «Ciò non poteva durare: il popolo tenne dei conciliaboli segreti, e fu deciso di chiedere l'appoggio, la protezione della fata Gusmara, per ottenere il potere di distruggere i due tiranni. «Ma per giungere alla Fata, bisognava attraversare i regni nemici: per questo, venne tirato a sorte fra i giovani più arditi, temerari, ambiziosi, ed uscì appunto il nome di uno dei più stimati per il coraggio e la forza di volontà. Ma ahimè! Non aveva ancora percorso i due primi regni, che già soggiaceva alle lusinghe, alle seduzioni, ai tranelli tesigli dai nemici della Fata e ponendosi contro lei, segnò la propria rovina. Così altri accintisi all'impresa, non giunsero ad oltrepassare la metà dei regni, che già erano caduti vinti.


«Il popolo si disperava per tanta debolezza nei suoi eroi, ed i feroci sovrani continuavano nella lor via di orge e di sangue. Ma una mattina si presentò al capo popolo un povero fanciullo di nome Iang, dall'aspetto umile, dimesso, vestito di miseri panni, che si offrì di andare dalla Fata. «Il capo lo guardò con disprezzo e sorrise. «— Come vuoi tu, piccolo verme della terra, — gli disse — riuscire in un'impresa, dove caddero i più forti e valorosi dei nostri giovani? Come potrai evitare tu, che mai nulla godesti nella vita, nulla affrontasti, i pericoli, le seduzioni che s'incontrano nei regni nemici della Fata? «— Quali sono questi regni? — chiese Iang. «— Quello del Capriccio, della Baldoria, della Ricchezza e della Vanità. «— Oh, non mi sarà difficile resistere! — rispose con dolcezza e semplicità il povero fanciullo — perché io non mi reco dalla Fata animato dall'ambizione, dal desiderio di ricchezze e poteri, ma col solo intento di liberare i miei poveri fratelli che soffrono sotto il giogo dei tiranni che li opprimono. Perciò, nessuna tentazione potrà fermarmi nel mio cammino, nessuna offerta mi arresterà, nessun pericolo potrà farmi timore. E quando avrò compiuta l'opera mia, tornerò nella mia povera capanna a me più cara e preziosa di una reggia, ringraziando il Cielo di avermi scelto a strumento di sua giustizia e la buona Fata di aver ascoltato le mie preghiere. — «Il capo popolo fu commosso, e baciando il fanciullo: «— Ebbene va', — gli disse — ed i nostri voti ti accompagnino fino al trono della Fata. Sì, ciò che forse non è riuscito a spiriti audaci, ambiziosi, riuscirà ad un povero fanciullo, per la sua virtù e la sua innocenza. —» Topolina guardò con occhi scintillanti il taglialegna. — Ed è riuscito? — esclamò. — Sì, — rispose il vecchio — la sua modestia, la sua semplicità, l'impero su se stesso, lo salvarono da tutti gli agguati, lo resero prediletto ai buoni geni, che lo scortarono invisibili fino al trono della Fata la quale fu così commossa dalla tenacità e dalla perseveranza del bravo fanciullo, dal suo desiderio di sacrificarsi per gli altri, che l'accolse come un figlio, gli diè con le sue mani i sette capelli d'oro della sua chioma, gli conferì il potere di restaurare il regno di Chincao, di liberarlo dai tiranni, di farlo ricco e felice. Così la vittoria di Iang non fu tanto il frutto del suo ardire, della sua ambizione, quanto quello della sua bontà e virtù. Egli nulla chiese, nulla volle per sé. — Iang fu uno sciocco, — interruppe con violenza Falco. — Scommetto che la sua nobile azione non fu valutata come meritava, perché il popolo è sovente ingrato verso i suoi benefattori. Io intraprenderò quel viaggio con ben altro scopo, né la Fata potrà negarmi il suo favore, quando giungerò al suo trono, come un conquistatore. Saprò combattere e vincere i suoi nemici, anche non avendo a mia difesa la dolcezza, l'umiltà; e una volta che abbia conseguito la meta e sia ritornato vincitore, saprò conservare per me i doni ottenuti con tanta fatica. — Tu hai molta presunzione, figliuol mio, — osservò il taglialegna. — Mi sembra già di vederti correre incontro alla rovina. — Il Cielo disperda il tuo augurio; ma se anche fosse, non cederò senza lotta; e ti assicuro che preferisco cento volte la morte, alla vita inerte che qui conduco. — Tu parli da insensato, e non ho più nulla da risponderti: parti, va' dove credi: io e Topolina resteremo a pregare per te. — Falco senza più rispondere, era entrato nella capanna, e Topolina si arrampicò sulle ginocchia del vecchio, gli cinse il collo coi suoi esili braccìni, e le sue labbra premettero la faccia rugosa di lui. — Babbo, non posso lasciarlo partire solo, — sussurrò. — Appunto perché è un insensato, ha bisogno di aver vicino a sé chi lo sorvegli, gl'impedisca di commettere delle follie. Babbo, permetti che vada con lui, e ti assicuro che presto ritornerà sano e salvo fra le tue braccia. — Il taglialegna aveva le lacrime agli occhi e ricambiava i baci della bimba. — Povera Topolina, non pensi ai pericoli ai quali tu stessa stai per esporti? Quello stolto non merita il tuo sacrifizio. — Non è un sacrifizio, perché gli voglio bene, né potrei vivere senza di lui. Babbo, perdonami se ti lascio per seguirlo; ma Falco ha più bisogno di te del mio aiuto, del mio consiglio. — Forse hai ragione, Topolina mia; e dal momento che Falco ha deciso di partire, io non lo tratterrò, e tu l'accompagnerai. Forse sarai messa a dure prove; ma come il povero Iang, la tua coscienza pura e la tua devozione, troveranno grazia presso ai buoni geni che ti proteggeranno. Sii saggia per il fratello tuo; adopra la tua esperienza per ricondurlo a me guarito, ed avrai un giorno il premio che meriti. — Oh, il premio cui aspiro è quello di ritornare con Falco, presso te, per non separarci mai più! — Il vecchio e la bimba mescolarono insieme lacrime, baci e carezze, mentre Falco sedeva pensoso nell'interno della capanna, nascondendosi il volto fra le ginocchia. — Falco! — chiamò sommessamente Topolina. Il fanciullo trasalì, alzò il capo, guardandola corrucciato. — Che vuoi? — Il babbo mi permette di partire con te. — Gli occhi del fanciullo scintillarono per la gioia improvvisa. — Dici il vero? Ci lascerà partire? — Sì, ho già tutto combinato ed io non ti darò noia, vedrai: ne parleremo domani: ora è tempo di riposare. — Ma Topolina lasciò che Falco ed il vecchio si ritirassero nel loro angolo, poi uscì sola sola dalla capanna. Era triste, la povera bimba, pensando al grave compito che si era assunta e si chiedeva come avrebbe potuto mantenerlo.


— Sono molto temeraria, — diceva seco stessa — pensando di potere da sola venire in aiuto a Falco, che non mi ascolta, non mi cura, non sogna che quella cattiva fanciulla, per cui si espone ad ogni sorta di pericoli. Come potrò io evitargli tutti gli agguati, che troverà nei regni che dobbiamo attraversare insieme? Scamperò forse nemmeno io? Oh! buona fata Gusmara, datemi voi un consiglio, venite in mio aiuto. — Topolina si era inginocchiata sull'erba, aveva giunte le mani e teneva gli occhi rivolti al cielo. Allora vide un merlo bianco, che sempre la seguiva nella foresta, scendere verso lei. — Topolina, — le disse — la fata Gusmara ti consiglia di strappare una penna della mia ala e portarla con te: quando ti troverai in pericolo, non avrai che da agitarla ed io verrò in tuo aiuto. — Topolina sorrideva con le lacrime agli occhi. — Oh, mio caro merlo bianco, ringrazia per me la buona Fata; dille che seguirò il suo consiglio! Però non vorrei farti del male. — Soffrirò volentieri per te, Topolina: prendi prendi. — Nello svellere la penna, una goccia di sangue cadde e si cambiò in un grosso rubino. — Raccoglilo, — disse il merlo — perché potrà servirti. Ma ciò che ti raccomando, è che Falco nulla sappia del mio dono: guai se non mi obbedisci! — Sta' pur certo, buon merlo bianco, che ti obbedirò. — Il merlo spiccò il volo in alto e da un cespuglio uscì una piccola marmotta bianca, così piccola, che entrava in un pugno della mano di Topolina. — La fata Gusmara ti consiglia di portarmi con te, — disse. — Nascondimi in seno, non ti darò noia, né potrò dar sospetto a Falco, se mi vede. Procura di non smarrirmi. — Cara, cara marmottina bella, ringrazia la benefica Fata: seguirò il suo consiglio, né alcuno ti torrà da me. — Topolina si era alzata, quando si vide dinanzi un grosso cinghiale, il più grosso ed irsuto della foresta. La testa era di colore misto di grigio, di rosso, di nero; il corpo fulvo con macchie nerastre; la coda pendente, distesa, bionda, eccettuato l'estremità che era nera, il collo coperto di grosse setole. — Topolina, cara Topolina, voglio venirti anch'io in aiuto, — disse. — Non dimentico la cura che avesti di me, quando venni ferito al piede e voglio dimostrarti che non sono un ingrato. Stacca una delle setole dal mio collo, ed allacciala con un cordoncino al tuo, e se ti avvenisse di correre qualche pericolo di morte, bruciane un pezzetto e sarai salva. Però, che Falco ignori questo talismano che porti teco. — Falco l'ignorerà ed io ti ringrazio, mio buon cinghiale. — Credi tu, Topolina che io voglia dimenticarti? — esclamò una leggiadra gazza, che appollaiata sopra un grosso ramo aveva assistito in silenzio a tutte quelle offerte. — Ho ascoltato la tua preghiera alla Fata e ne fui commossa. Credevo le chiedessi di trasformare i tuoi cenci in porpora, di farti ricca e felice: invece non pensavi che a mantenere la promessa fatta ad un povero vecchio di venire in aiuto ad un compagno, che non ti merita, non chiedendo nulla per te, col cuore pieno di fede, di speranza e di amore. Ebbene tu hai diritto alla mia stima, alla mia assistenza. Raccogli la ghianda che io feci cadere dall'albero a' tuoi piedi e nascondila gelosamente: essa ti servirà se ti troverai priva di nutrimento, smarrita in qualche luogo, e se un pericolo imminente ti soprastasse. — Grazie grazie, buona gazza; grazie, — disse Topolina raccogliendo la ghianda, nascondendola gelosamente — Ah, come vorrei ricompensarvi tutti del bene che mi fate e quanto mi rincresce lasciarvi. Ma tornerò! — Sì, ritornerai, ritornerai, — ripeterono diverse voci, non mai prima udite. Come risplendeva il volto di Topolina quando rientrò nella capanna! Con quali sguardi teneri avvolse il vecchio ed il fanciullo, che dormivano ignari di quella misteriosa protezione che vegliava su di loro per opera della piccola derelitta da essi raccolta! La luna splendeva chiara nell'azzurro del cielo e pioveva i suoi raggi sulla povera capanna del taglialegna, ove Topolina si coricava sorridendo felice! Carolina Invernizio da “I sette capelli d’oro della Fata Gusmara” Moizzi Editore, Milano 1975


SESTA STANZA Dove il brano di Anna Banti trasuda memoria – una memoria di immagini - tanta quanta ce n’è nella poesia di Maria d’Arezzo che conduce con passi discreti alla luminosità fiabesca del racconto di Virginia Olper Monis


SESTA STANZA

Sotto le macerie di casa mia ho perduto Artemisia, la mia compagna di tre secoli fa, che respirava adagio, coricata da me su cento pagine di scritto. Ho riconosciuto la sua voce mentre da arcane ferite del mio spirito escono a fiotti immagini turbinose: che sono, a un tempo, Artemisia scottata, disperata, convulsa, prima di morire, come un cane schiacciato. Tutte immagini pulite, nitidissime, rilucenti sotto un sole di maggio. Artemisia bambina, che saltella tra i carciofi dei frati, sul monte Pincio, a due passi da casa; Artemisia giovinetta, chiusa in camera, col fazzoletto sulla bocca perché non la sentano piangere: e irosa, con la mano alzata, a imprecare, i sopraccigli contratti: e giovane bellezza, chino il viso appena sorridente, in veste di gala un po' severa, per questi viali, proprio per questi viali: la Granduchessa passerà a momenti. Sotto la cenere degli scoppi, senza lagrime mi metto a parlarle : E la finestra di Borgo San Jacopo a cui t'affacciavi sull'Arno? Il ritratto della tua compagna cantatrice, sepolta a Santa Felicita? Non la raggiungo più; o è diventata troppo piccola, lattante addirittura, insieme ai lattanti dei profughi che, sotto ai portici, ricominciano a urlare di fame. Con una agilità meccanica, ironica, le immagini continuano a fluire, il mondo sconquassato le secerne come un formicaio, non posso fermarle né riconoscere quelle che più mi premono. (…) Anna Banti da “Artemisia” Mondadori, Milano 1953

Andante Non mi stupirei d'esser morta tanto ho l'anima piena di dolci cose che non ho mai trovato nella vita. Gli alberi laggiù dicon sì e no, sì e no e il cielo è come un bacio lontano devo star zitta per capire e per farmi capire non io romperò con un gesto il ritmo di un'immobilità son tutto e son fatta di nulla stasera ho perfino dimenticato il mio nome e incrocio le mani bianche che sono esse sole una preghiera forse penso a un bacio che c'è pronto per me e anch'io dico sì e no sì e no come gli alberi sì e no, sì e no per tutta la vita senza muovermi di qui mi sento come fossi un antico ritratto d'ignota fiorentina ho quelle mani bianche e quel sorriso stinto e mi sento così lontana così morta così pacificata mentre le ore scivolano via zitte in pianelle di seta sul tappeto del tempo.

Maria d'Arezzo [in «Avanscoperta», T. n. 1, 25 novembre 1916]


Gloria di sole (2010) Olio su tela – cm. 90x90


Gloria di sole Il guardaboschi aveva una figlia così pallida, così pallida e così bella, che la chiamavano Chiaro di Luna, benchè avesse nome Nannina. La sua mamma quando fu per morire, poco dopo averla data alla luce, chiamò la fata Giglia, sua matrina, per raccomandarle la figliuola. La fata Giglia aveva sfiorate le guance della piccina con le sue dita, che parevano i petali del fiore di cui portava il nome, e le gote avevano preso la tinta del giglio candido; poi, baciatala sulla fronte con le labbra scolorite, aveva mormorato: –Tu amerai il Sole e non potrai amare che il Sole. – E Nannina crebbe con una tal sete di sole, che non ne era mai sazia. Prima ancora che potesse parlare e camminare, fissava sempre la luce, sempre la luce, e quando la tenevano in braccio, s'inquietava se non la portavano fuori, al sole, verso cui tendeva le manine. Tutto il giorno era gaia, ma quando il Sole tramontava, cominciava a piangere, nè si sapeva il perchè, e la durava tutta notte; quando il primo raggio entrava a baciare la sua culla, batteva le manine con grida di gioia; poi s'addormentava per più ore. Aveva sedici anni, quando un dì, come il consueto, se ne stava sul limitare del bosco, fuori delle volte ombrose, guardando sulla larga strada; la giornata era grigia e la fanciulla era triste. Quand'ecco, in fondo alla strada, improvvisamente apparire una luce abbagliante come il Sole; era il Re Fulgente, il giovine Re che era salito allora sul trono per la morte di suo padre e di sua madre. Un mago gli aveva fabbricata la corazza, che risplendeva sul suo petto come un vero Sole, e nessuno poteva guardarla senza rimaner accecato. Nannina pure abbassò gli occhi, mentre la raggiante corazza si avanzava, e il cuore le batteva stranamente di gioia. Re Fulgente, seguito dalla sua Corte, si avvicinava, e quando scorse quella fanciulla così pallida e così bella, fermò il destriero, e chiese a voce alta: – Chi è mai questa candida fanciulla? – Sire, è la figliuola del vostro guardaboschi. – Come ti chiami, fanciulla bella? – La voce del Re, forte e soave ad un tempo, la fece tremar tutta, ond'ella, sempre china la testa, rispose timidamente: – Mi chiamo Chiaro di Luna. – Mio dolce lume, – esclamò il Re, – guardami e parlami! Egli s'era fatto dare da un valletto una sciarpa nera, con la quale copriva il bruciante fulgore della corazza per non accecare chi gli parlava. Ella, nel suo timido cuore trovò un gran coraggio, e guardò in faccia il Re. Oh, il volto del Re era più bello e più luminoso del Sole stesso! Ella cadde involontariamente in ginocchio e balbettò. – Maestà!... – senza poter dire di più. Allora parlò il Re, e le parve una musica di paradiso: – Chiaro di Luna, tu sei mia fidanzata, e ti porto meco alla Corte, dove ci sposeremo. – Ma il primo ministro, che si chiamava Tenebroso, intervenne: – Maestà, voi non potete sposare la figlia di un guardaboschi; la principessa di Spagna vi è destinata, lo sapete... – Gli è ciò che vedremo, – rispose il Re alteramente; – intanto questa fanciulla venga con me. – Ordinò a due giovani scudieri di scender di sella: – Andate dal guardaboschi, e ditegli che il suo Re gli fa l'onore di portare a Corte la sua figliuola, che l'affiderà a saggia matrona, e se saprà rendersi degna di lui, la sposerà fra un anno. – I due scudieri partirono e il Re fece salire su di uno de' cavalli la pallida donzella e sull'altro il più vecchio e il più fido dei suoi scudieri: – Pena la vita se le accade disgrazia! Quando furono giunti alla Corte, il Re chiamò Donna Prassede, una saggia vedova, ch'era stata dama della defunta Regina, e le consegnò la fanciulla: – Donna Prassede, voi la custodirete e le insegnerete le nobili arti d'una principessa; amatela come figliuola, e se la renderete degna di un Re, la sposerò fra un anno. – Donna Prassede abbracciò la fanciulla, promise, e la condusse ne' suoi appartamenti. Giocondi scorrevano i giorni di Nannina, vestita da principessa, occupata nelle gentili opre della danza, del liuto, de' vaghi ricami sugli aurei veli, sempre pensando al gran Re suo fidanzato. Egli ogni giorno, quando il Sole spariva all'orizzonte, veniva ad intrattenersi con lei, sotto gli occhi di Donna Prassede, e ogni dì, al lume fulmineo de' suoi occhi, ella acquistava nuova grazia e nuova intelligenza. Ei le diceva incantato: – Chiaro di Luna, mio dolce lume! – Ed ella, con adorazione, mormorava: – Gloria di Sole, Gloria di Sole! Re Fulgente, Re potente, siete il mio Sole! – Così trascorsero sei lune felici, senza nube alcuna che offuscasse il sereno cielo de' fidanzati. Ma il Re di Spagna, che si era lusingato di dare in isposa la sua figliuola al Re Fulgente, furibondo che questi avesse ritirata la sua mezza promessa, trovò un pretesto per muovergli guerra. Il Re Fulgente dovette partire alla testa del suo esercito, lasciando le cure dello Stato nelle mani del primo ministro, il Tenebroso. L'ultima sera il Re rimase più a lungo con la principessa Chiaro di Luna e con Donna Prassede, e benchè fosse notte inoltrata e la nera sciarpa coprisse la corazza fiammeggiante, che non lo abbandonava mai, il grande splendore che usciva dal suo volto e soprattutto da' suoi occhi, illuminava la stanza, fino al di fuori de' gotici veroni. – Donna Prassede, – egli disse, – fra un mese la guerra sarà terminata, io avrò vinto e debellato il mio nemico; se al mio ritorno troverò questo puro giglio sempre degno del mio amore e del trono, io non indugerò più oltre le nozze.


– Gloria di Sole, – mormorò la dolce Chiaro di Luna, – questa speranza m'inonda l'anima di gioia e mi farà sopportare con coraggio la tua lontananza. Se al tuo ritorno tu non mi trovassi degna di te e del trono, i più crudeli tormenti non basteranno a punirmi. Parti, e io passerò i miei giorni a pregare, perchè tu ritorni salvo e vittorioso. – Con le candide braccia gli cinse il collo, ed egli le pose sulla fronte immacolata un bacio, che a lei parve un suggello di fuoco – In questo segno vincerò! – egli disse; – e partì. Ma un infido valletto aveva assistito a questa scena commovente, e, partito il Re per la guerra, raccontò ogni cosa al primo ministro, il quale aveva sempre visto di mal occhio tali nozze con la povera figlia del guardaboschi. – Se la trova degna di sè e del trono, la sposerà al suo ritorno; bisogna dunque impedirlo. – Così disse Sua Eccellenza Tenebroso; ed era uomo da spuntarla a qualunque costo. Ora avvenne che un figliuolo di Donna Prassede, il quale era sempre stato debole e malaticcio, piccino e mal fatto, sicchè lo chiamavano Ragno, morta una zia da cui era stato allevato, tornò a sua madre dal lontano castello. Donna Prassede, che, per necessità del suo ufficio presso la Regina, a malincuore se n'era separata anni prima, lo accolse tutta commossa e lo mise a fianco di Nannina, come un fratello. Ragno aveva diciotto anni, ma era rimasto piccolo come un bambino, brutto e contorto nel corpo, ma fino d'intelligenza e buono come la pasta dolce. Egli subito volle un gran bene a Nannina, e com'ella era ancora un po' fanciullona, per distrarsi della lontananza del Re fidanzato, giocava con lui le lunghe ore. Però molte altre ore occupava a pregare e a ricamare una vaghissima sciarpa per l'amato, con gigli d'argento e soli d'oro, legati fra loro da nastri azzurri. Ricamando pensava:– È passato un minuto, un minuto di meno. – E nella sua impazienza si rallegrava. Ma nell'ombra c'era chi lavorava a suo danno. Il ministro Tenebroso non dormiva, e poichè mancavano oramai pochi giorni al ritorno del Re vittorioso, egli macchinò un infernale disegno, onde perdere Chiaro di Luna. Scrisse al Re che la principessa gli era infedele, e che amava il figlio di Donna Prassede, che s'era fatto un bellissimo giovine; se non credeva, venisse a vedere. Ora bisogna sapere che il ministro, che era astuto piú del diavolo, molti anni prima s'era fatti fabbricare da un briccone di mago suo amico, un paio di occhiali che facevano vedere tutto quello che il ministro voleva a chi li metteva sul naso. Vivendo il Re padre, ch'era baggeo un tantino, con la scusa che era miope, lo aveva indotto a portarli sovente, e con tal mezzo gli aveva fatto vedere e stravedere, e fare ogni cosa a suo modo. Ma al giovine Re Fulgente, che non era miope e non era baggeo, non gli era riuscito di farglieli inforcare mai; però sapendo che chi è dominato da una passione, è cieco, sperava di dargliela a bere stavolta. E così fu. Il Re arrivò in incognito, di buon mattino, dopo aver viaggiato tutta la notte a spron battuto sul suo destriero; era vestito da semplice cavaliere, con l'elmetto e la visiera calata che gli nascondeva la faccia; lo seguiva il suo fido scudiero, ch'era muto come un pesce. Fingendosi un massaggiero del Re, egli si fece subito introdurre dal primo ministro, che, da quel volpone che era, se lo aspettava, ma finse la più gran sorpresa nel riconoscerlo. – Se ciò che mi hai scritto non è vero, la tua testa rotolerà sul patibolo come una palla da giuoco, – disse il Re con voce terribile. – Tenebroso non si sgomentò nè punto nè poco. – Sta bene, Vostra Maestà vedrà co' suoi occhi. – Egli condusse il Re su di una altissima torre, dalla quale si dominavano tutte le terrazze del castello, guardando dai pertugi che erano ai quattro lati. Dal lato del giardino si scorgeva benissimo, benchè a una certa distanza, la terrazza di Donna Prassede, sulla quale Nannina e Ragno solevano venire a trastullarsi in giochi innocenti. E vennero infatti, e il Re riconobbe la sua pallida principessa dalla slanciata figura, ma l'altro gli parve un bambino. - Maestà, la distanza è grande e voi non potete distinguer bene. Con questi occhiali vedrete come con un bel cannocchiale. – Il Re impaziente di veder bene, inforcò gli occhiali, e vide un bel giovane che trattava la principessa come si farebbe con la sorella o con la fidanzata; sorella non era, dunque? Essi si rincorrevano; si gettavano, scherzando, delle foglie e dei fiori raccolti dai vasi che adornavano il terrazzo; si pigliavano poi per mano, e si abbracciavano, senza un riguardo al mondo. – Ho visto abbastanza, – disse il Re ritirandosi tutto fremente di terribile ira. – Gli scellerati saranno puniti come si meritano. Tu non fiatare fino al mio ritorno, pena la vita! Tenebroso si fregava le mani nascostamente: – Ah, ah! la guardaboschi sarà restituita alle sue selve; quella superba di Donna Prassede sarà punita, e il Re sposerà la principessa di Spagna. – Fu annunziato il solenne ritorno del Re dalla guerra, e furono bandite grandi feste per riceverlo. Chiaro di Luna, benchè stupita che non lo avesse fatto sapere a lei per prima, si apprestò con grande allegrezza ad incontrarlo: ella era ben degna di lui, e fra un mese sarebbe stata sua sposa. Vestita di un abito tessuto d'argento e ricamato di perle fine, co' capelli intrecciati con file di brillanti, ella andò ad incontrare il suo Re alle porte della città; le era a fianco Donna Prassede, nobilmente vestita di velluto color viola; andavano innanzi due fanciulline bianco-vestite, che reggevano ghirlande di fiori e la ricca sciarpa, ricamata dalla principessa nell'assenza dell'amato. Ragno, vestito da paggio, sosteneva il lungo strascico argentato della principessa; uno stuolo di giovani damigelle la seguiva; ed era un mirabile corteo a vedersi. I raggi ardenti che partivano dalla magica corazza del Re, seguito da' suoi guerrieri, lo annunziarono vicino; tutti chinarono il capo, per forza, e le fanfare suonarono alte nell'aria. La principessa teneva in mano un sol fiore, un giglio, emblema della sua fata protettrice, e della candida fede serbata; il destriero del Re si fermò davanti a lei, ed ella, sempre chini gli sguardi, offerse al Re, suo fidanzato, il fiore, con queste parole: – O mio Re adorato, o mio Sole, gradite un profumato pegno della mia fede. – Olà, guardie, gettate in un carcere la traditrice! Queste terribili parole piombarono come un fulmine sul capo della disgraziata, che cadde nelle braccia di Donna Prassede; le guardie le separarono e le arrestarono entrambe. Quanto al bel giovane, che il Re aveva veduto con la principessa, egli lo cercò invano: nessuno sapeva che esistesse un altro figlio di Donna Prassede; bensì al Re mostrarono Ragno vestito da paggio, ma egli non se ne curò e lo lasciò libero. Chiaro di Luna fu gettata in un carcere tetro ed oscuro, dove a lei, che adorava il Sole, pareva di morire di minuto in minuto. – Oh! senza sole, senza luce come posso io vivere? –


Ma la sua maggior pena non era questa, bensì che il Re la stimasse traditrice della fede data; e notte e dì, piangente, sospirosa, esclamava: – Re Fulgente, Re potente, credi a me! – Ma il Re non l'udiva e non voleva vederla. La principessa aveva freddo, aveva freddo nel suo abito d'argento ed implorava: – Gloria di Sole, Gloria di Sole, riscaldami! – Ma il Re Fulgente non l'udiva e non voleva venire. La principessa si dava alla disperazione, quando una notte, nella oscurità rotta solo da pallidi riflessi, vide apparire, candida e luminosa, la fata Giglia, sua madrina. – Oh, fata Giglia, salvatemi, salvatemi! – esclamò la poveretta. – Cara fanciulla, – disse la fata, – tua madre non ebbe una buona idea raccomandandoti a me; io sono la fata della Malinconia, e alla corte delle fate, come anche fra gli uomini, la malinconia non ha prestigio, è sfuggita da tutti; anche nel regno delle fate, è fata Allegria che impera e che domina l'animo della nostra regina. Il mio potere è assai limitato; le gaie fate e i maghi astuti sono tutti più forti di me. Però, se io non posso darti immediatamente la felicità, posso darti la costanza, che è una delle più rare e più belle virtù. Ama, sopporta e spera! – Ed in un raggio di luna la bianca, fata scomparve. Nannina subito s'addormentò, e dormì placidamente, sognando il suo Re. A cert'ora la svegliò un tocco leggiero, come una carezza di piuma sulla guancia; vi portò la mano, e prese fra le dita un insetto; alla mite luce che la sua persona spandeva intorno, riconobbe un piccolo ragno, che era sbucato da una fessura della parete. – Sono Ragno, il tuo fratellino; la fata Giglia mi ha mandato a te; comandami! – «Ragno, ragnetto. Buone nuove aspetto». – E buone nuove sono, – parlò il ragno. Ella lo accarezzò lungamente, ed egli le spiegò come la fata gli avesse dato il potere di cambiar figura, per venire a consolarla e ad aiutarla. – A casa ho un frutto d'oro, toccando il quale io posso tornar uomo o cambiarmi in ragno ogni qualvolta lo voglio. Dimmi, che posso fare per te, sorellina cara? – Va' dal Re mio sposo, digli che notte e dì piango, e lo imploro di ascoltarmi un momento solo. – Ragno promise e se n'andò per la fessura donde era venuto. Che cosa disse, che cosa fece per indurre il Re ad acconsentire al desiderio della prigioniera, nessuno lo seppe mai. Fatto sta che il Re acconsenti; ma però non intendeva perdonare, anzi! La sera stessa, quando la nera oscurità del carcere era rotta solo dai pallidi riflessi, che il corpo della principessa spandeva, la porta girò sui cardini rugginosi, e una luce abbagliante inondò la nuda cella, e fece fremere la donzella, che si mise ginocchioni, tutta avvolta nel suo abito d'argento: – O mio Re, o mio sposo, sono innocente, lo giuro! – – Or bene, se sei innocente, guardami e il fuoco della mia corazza non ti offenderà. – Ella arditamente levò gli sguardi sulla persona del Re Fulgente; subito con un grido acutissimo si portò la mano agli occhi e cadde svenuta sul duro terreno. Quando rinvenne, si credette ancora nel carcere, poichè non vedeva pur un bagliore di luce; ma il letto era morbido e dei singhiozzi risuonavano al suo orecchio; ella chiese fiocamente: – Dove sono? – Si sentì abbracciare il capo e una voce rispose: – Presso tuo padre, mia Nannina! – – Chi mi ha condotta? – Le guardie del Re. – Oh! re crudele, che m'hai tolto il più prezioso bene, la luce degli occhi, io ti amo ancora. O Sole, o Sole, Gloria di Sole, torna a me! – Allora suo padre, credendo che ella invocasse il sole che brillava sui campi, la condusse fuori, nel vasto cortile fiorito che circondava la casetta. La fanciulla, sentendone il calore, parve un po' riconfortata, e su di un basso sgabello, appoggiata al muro, stette fino a che il sole non scomparve dietro agli alberi del bosco. Così ogni giorno, per un mese intero. Ella pensava: – Il mio soggiorno alla Corte del Re fu un sogno? No, non fu sogno, fu cosa vera, poichè io adoro sempre il mio Re. – E allora si gettava ginocchioni con la faccia al Sole che non poteva più vedere, e chiamava con angoscia: – Gloria di Sole, Gloria di Sole, ridonami la luce! – E intanto i caldi raggi le infondevano coraggio. – Ama, sopporta e spera! – le aveva detto la fata Giglia. Avvenne che un giovane pastore dei dintorni, che molto avea pianto quando il Re aveva portata Nannina alla Corte per farla sua sposa, saputo delle tristi vicende di lei, le si presentò e disse: – Un re ti ha respinta e un pastore ti raccoglie. Benchè cieca, vuoi tu esser mia sposa? – Siete buono, o Fidelio, ma io ho dato la mia parola al Re Fulgente: io amo il Sole, e non posso amare che il Sole. Intanto alla Corte del Re, accadevano strane cose. Il Re, partitosi dal carcere con la crudele soddisfazione di aver punita l'infedele, non credendo alla sua innocenza, ma non osando farla morire, aveva ordinato che fosse riportata a suo padre. Ma subito s'era accorto che la gente poteva guardarlo tranquillamente, senza rimaner accecata. Ahimè, la magica corazza aveva perduto il suo splendore, ed egli stesso, il Re, si sentiva senza prestigio, immiserito e privo di coraggio! Si dovevano riprendere le ostilità col Re di Spagna, ma Re Fulgente mandava le cose per le lunghe, consigliato da Sua Eccellenza Tenebroso; ora che al Re si era indebolita anche la vista, gli faceva sovente inforcare le lenti, con le quali vedeva e stravedeva tutto quello che il ministro voleva. Donna Prassede fu messa a morte, come quella che aveva mancato al dovere assunto verso il Re di custodire santamente la sua fidanzata, e Ragno, il povero Ragnetto, benchè il Re non sospettasse che fosse lui quel bel giovane che aveva veduto giocare


con la principessa Chiaro di Luna, fu mandato in esilio da un momento all'altro, e ciò solamente perchè egli si era intromesso nella faccenda; nè si capiva come avesse fatto a parlare con la principessa rinchiusa nel fondo di una prigione, sotto catenaccio. Dopo queste punizioni, il Re non si sentì più felice; la perdita del prodigioso potere della corazza, mettendolo a livello degli altri uomini, lo avviliva orribilmente. Era divenuto così triste e cupo, da esserne quasi malato; e intanto il primo ministro faceva alto e basso e trionfava: e il popolo mormorava: – «Re Fulgente è un pecorone. Tenebroso è il suo padrone.» La cosa non poteva durare. Gli amici del Re pensarono che, se la corazza aveva perduto il suo potere, bisognava trovare il mago che l'aveva fatta; ma dove trovarlo? Il mago era stato amico della Regina madre, e, per farle piacere, aveva regalato al principe Fulgente la portentosa corazza, quando egli compiva quindici anni, ma da allora nessuno l'aveva più veduto; la Regina era morta e non poteva parlare. Cerca di qua, cerca di là, per monti e per valli, il mago non si trovava. Il Re si provò ad invocarlo la notte, ma il mago non compariva; invece gli compariva in sogno Chiaro di Luna, vestita d'argento, vilipesa, cieca e gli gridava la sua innocenza; ma egli non voleva credere. – Ho veduto co' miei occhi! – Si, ma invece de' suoi occhi, eran gli occhiali di Tenebroso, ed egli non ci pensava. Però piangeva secrete lagrime, lamentandosi: – Chiaro di Luna, mio dolce lume, perchè non mi fosti fedele, che saresti mia sposa? – E intristiva sempre più, e sembrava proprio malato, e a lui niuna cosa pareva più bella. Così non la doveva durare. Una notte, che non poteva dormire, sentì una strana carezza sulla guancia; prese in mano l'insetto e vide un ragno ch'era sbucato da una fessura della parete. – «Ragno, ragnetto. Buone nuove aspetto». – – E buone nuove porto, – parlò il ragno. – Troverò il mago, e lo condurrò a te. – Poscia scomparve per la fessura di dove era venuto. Il Re credette di aver sognato. Ma qualche giorno dopo gli fu detto che un vecchione domandava udienza; subito sperò qualche cosa di buono, e ordinò di farlo entrare. Il vecchio era sostenuto da un pastorello storto e piccino, coperto di pelli di capra, nel quale nessuno riconobbe Ragnetto. D'altronde non guardavano che il vecchio, che era così vecchio, vecchio, vecchio, che la barba e i capelli gli scendevano come un manto d'argento sulla persona curva e cadente; gli occhi, sotto alle lunghe e folte ciglia bianche, non s'aprivano mai; egli si chiamava il mago Gabrino, ed aveva duecento e dieci anni. Ragno, consigliato dalla buona fata Giglia, lo aveva scovato in fondo alla grotta di un monte, dove piede umano non era mai penetrato. Il vecchione che da dieci anni di seguito dormiva, udito il caso del suo protetto, il Re Fulgente, capì di che si trattava, e volle secondare le buone intenzioni della bianca fata della Malinconia. – Andiamo, – aveva detto a Ragnetto. – E in men che non si dica erano stati attaccati sei pipistrelli ad un carro, che per l'aria li trasportò alle porte della capitale, dove Re Fulgente, dopo il suo errore, languiva. Quando il vecchione fu al cospetto del Re, gli disse – Io sono il mago Gabrino, che ha fabbricata per te la corazza raggiante. – O padre mio, – disse il Re, commosso di gioia, – permettete ch'io vi abbracci. Ed ora, ridonate alla corazza lo splendore, alla mia persona il prestigio, al mio cuore la felicità. – Sire, non posso, – disse con fievole voce il vecchio mago. – Come! perchè non puoi? – La corazza doveva perdere il suo potere se tu avessi accecato un innocente. Tua madre, credendoti un giusto, non te ne avvertì. – Oh! che mai dici? Pensa a ciò che dici, vecchio! Io ho veduta la colpa coi miei occhi... – – Vuoi dire con gli occhiali del tuo ministro! Un onesto mago non mente; se vuoi credere, credi; ripara il fallo, e la corazza ritroverà il suo splendore, la tua persona il prestigio, il tuo cuore la felicità. Caso diverso, io non posso nulla per te. – E se n'andò sostenuto da Ragno, che nessuno aveva riconosciuto. Il re si chiuse nelle sue stanze e non volle vedere più alcuno. Allora una gran luce si fece fra le tenebre che il ministro gli aveva addensate intorno. Egli stesso era la causa di tutti i suoi mali, egli aveva fatta condannare una innocente, aveva vilipesa, accecata la dolce e pura Chiaro di Luna, che era degna del suo cuore e del trono! Per tre giorni e tre notti il Re, coperto il capo di cenere, senza prender altro che acqua, fece penitenza. Poi rimise la corazza, che era stata gettata in un canto come un ferravecchio, e disse: – Riavrai il tuo splendore, parola di Re. – Quel giorno la povera Nannina, assistita dal buon Fidelio, s'era fatta condurre sul limite del bosco; la giornata era grigia e la cieca era triste, più triste del solito. Invano Fidelio s'era messo a suonare il suo piffero per divertirla, ella lo udiva senza alcun piacere. A un tratto gli fe' cenno di tacere, e si mise ansiosamente in ascolto: – Non odi tu un lontano scalpitar di cavalli? – Io nulla odo, fuor che lo stormir delle fronde nel bosco. – Ma poco dopo anche a lui parve udire un lontano calpestio. Alla cieca si andava illuminando il viso, come per una gran gioia: – Non senti tu il calore del sole raggiante? – Io nulla sento, fuor che l'umida brezza che soffia dalle grige nuvole. – Ma poco dopo, apparve in fondo alla strada una brillante comitiva di cavalieri.


– È lui, è lui! – gridava la cieca. – È il mio Re, è il mio Sole! È il mio sposo, che viene a ridonarmi la vita, e la luce. È Re Fulgente! – Era infatti Re Fulgente, ma la corazza non isplendeva ancora del suo meraviglioso splendore. Intorno al braccio egli portava la superba sciarpa a gigli d'argento e soli d'oro ricamata dalla fedele fidanzata nella sua assenza. Il povero Fidelio, al solo vedere il Re da lontano, spaventato, scomparve nel bosco; Chiaro di Luna si mise ginocchioni per ricevere il suo sovrano. La nobile comitiva si arrestò davanti alla povera cieca, la figlia del guardaboschi; una voce forte e soave s'intese: – Chiaro di Luna, mio dolce lume, perdonami! – – Gloria di Sole, io ti adoro e ti perdono! – A queste parole, la corazza del Re, lucente appena di splendore metallico, si accese di un gran fuoco, dell'antico splendore di sole. – È il Sole, è il Sole! – gridò la cieca, benchè fosse sempre cieca. In una portantina ricchissima fu fatta salire colei, che già chiamavano Regina, e fu portata a corte trionfalmente. Il ministro Tenebroso si mangiava le unghie, che portava assai lunghe, e in un impeto di rabbia ruppe i famosi occhiali dell'inganno, intendendo bene che non gli sarebbero più serviti per il Re, così illuminato e giusto. A Corte si fecero le nozze Con rave composte, Gati pelai, Sorti scortegai: (1) Se la volè più longa, Tagieve el naso e feve una tromba (2). E qui la fiaba sarebbe finita; ma, se la volè più longa, c'è una coda; ed è questa: Chiaro di Luna, fra tante belle cose, non aveva ricuperata la vista. Il Re n'era disperato e, riconosciuti i meriti di Ragno, lo pregò d'indurre i suoi amici, la fata Ciglia e il mago Gabrino, a ridonarle la vista. Il mago rispose: – Ogni ingiustizia ha da lasciar la sua traccia. La fata disse: – Io l'ho toccata al suo nascere con le dita candide come i petali del giglio, ed ella non poteva essere completamente felice, perchè io sono la fata della Malinconia. Nessuno è interamente felice sulla terra. Ella ama il Sole, è amata da un Re: si contenti. – E la regina, così bella e così pallida, rimaneva cieca; quando il Re, suo sposo, se ne rimproverava, aspramente, ella rispondeva sorridendo: – Che m'importa della luce degli occhi, se ho la più bella luce dell'anima? Io sola posso tener alta la fronte davanti alla tua prodigiosa corazza raggiante: Gloria di Sole, sei tu la mia luce! – Un anno dopo dava alla luce un principino, il principe ereditario. La fata Giglia regalò una culla tutta di fiori freschi, che avevano la magica proprietà di non appassire mai, finchè il bimbo avrebbe riposato in culla. Il vecchione Gabrino venne anche lui dalla sua remota caverna e disse alla Regina: – Vo' farti un dono; che desideri tu? – Veder con gli occhi la mia creatura! – Or bene, la penitenza è finita; una madre non deve esser cieca. – Così disse il mago, e con la sua bacchetta sfiorò gli occhi di Chiaro di Luna, che tosto li riaprì alla luce. Ella subito si beò nella vista della sua creatura. Il Re, che era presente, pianse di gioia come un bambino. –Ed ora, amici miei, sono stanco e ve la dico, – fece qual tale che raccontava fiabe: Chi più ne ha, più ne metta, Che per me ho la gola secca E vo a berne una foglietta. (3) 1 Sorci scorticati. Dialetto veneto. 2 Tagliatevi il naso e fatevi una tromba. 3 Foglietta, misura di vino romana, che equivale a mezzo litro circa. Vigirnia Olper Monis Gloria di sole (Fiaba) R. Sandron, Palermo 1899


SETTIMA STANZA Dove il testo di Maria Luisa Fiumi apre con una nota dal sapore acre le porte di una stanza densa di emozioni, quelle che la poesia di Adele Clelia Gloria dipana accanto alla malinconia a tratti irriverente del racconto di Amalia Guglielminetti


SETTIMA STANZA La Principessa La chiamavano così; forse perchè si diceva che un tempo, quando era giovane e bella, era stata l' amica di un noto principe romano: fors' anche perchè quel suo aspetto ridicolo e pietoso di miseria vestita a festa ne le foggie più strane, con vecchie sete stinte e logore, con vecchie piume che ostentavano ancora al vento la gaiezza del colore, doveva avere ridestato ne l'animo di chi le aveva imposto il pomposo nomignolo, quella punta di sarcasmo che ogni buon romano porta, inconsapevole, in sè. Ella era tanto nota in quel dedalo di viuzze che serpeggia nel cuore di Roma, incrociandosi fra il Corso, Piazza di Spagna, San Silvestro, che i passanti spesso l' apostrofavano, ridendo: -- A principè… Mai più povera cosa si era trascinata ogni sera con maggiore insistenza, per i marciapiedi del Corso, sfidando tutte le intemperie: quando la pioggia fitta, minuta, s' aggirava intorno a le lampade elettriche, come un pulviscolo sottile, formato da miriadi d' insetti: quando scrosciava, impetuosa, dilagando in un torrente di fango e le inzaccherava l' orlo de la gonna, che, battendo contro le calze glie le infradiciava: quando il vento le faceva fluttuare la veste, scoprendole la caviglia ossuta o glie la incollava a le gambe, rivelando tutta la brutta magrezza di quel vecchio corpo. Il cappello, che portava sempre un po' a sghimbescio, scopriva da un lato qualche ciocca di capelli giallastri, bruciata da gli acidi de le pessime tinture; camminava d' un passo un po' incerto e tentennante sui tacchi troppo alti. Nel viso consunto, dove la bocca sempre semiaperta aveva un' espressione di volgare sensualità, risaltavano stranamente gli occhi, che attraverso tutte le oscene vicende di quella vita avevano serbata intatta la loro dolce purezza; lembi di cielo che si velavano a volte ne l' ombra de le ciglia, quasi in un senso d' improvvisa vergogna; grandi corolle azzurre sperdute nel fango; occhi di bimba sognante, in un viso disfatto dove i cosmetici non riuscivano più a celare le stigmate violacee de l' alcool e le impronte bestiali del vizio. Quando le grandi lampade elettriche piovevano a fasci l' onda di luce scialba su la città, ne l' ora in cui più intensa divampa la vita, ella appariva sul Corso da la viuzza oscura; si fermava, scrutando, ne l' ombra d' un crocicchio e continuava il suo inutile giro, fino a quando le lampade chiudevano i grandi occhi luminosi e l' ultimo guizzo rossastro dei fanali si perdeva nei primi bagliori de l' alba. Allora quel povero fantoccio imbellettato, cui la foggia strana de le vesti dava l' aspetto di una lugubre mascherata, ricercava il suo covo, inseguita da le risa degli ultimi nottambuli o dai lazzi turpi di qualche ubriaco e scompariva ne l' ombra de la stretta via, trascinando ne la povera carne indolenzita il suo triste fardello di vizio e di miseria. Nel silenzio, intanto, Piazza di Spagna sognava ancora al ritmo de l' acqua, ne la dolce nenia de la fontana, il suo morbido manto di fiori intessuto di luci e di profumi. Su la grande scalea di Trinità de' Monti, oscillavano nel brivido de l' alba le ultime luci dei fanali, simili a torcie votive su di un immenso altare e le campane cantavano le prime, dolcissime note de l' Angelus. Maria Luisa Fiumi da Nel silenzio, novelle provinciali A. F. Formiggini, Roma 1917

Zingara Balla ed è fatta di burro e di miele bruciati coi capelli ondulati come le molle dei vecchi divani. Il petto dalle due colline simmetriche balla anch'esso e pare che da tutto il suo corpo si debba sentire un frenetico trillo di campanello. Il nasino un puntino di reticenza e poi fra due labbra grosse rosse due seghe d'avorio. Si contorce si piega come una lama d'acciaio; taglia il respiro agli spettatori mentre i suoi occhi a triangolo isoscele mettono addosso in modo incredibile un brulichìo di vermi di desiderio. Le tempie febbricitanti battono il tempo alle sue gambe plastiche elastiche plastiche elastiche. Adele Clelia Gloria in FF. 55. «89» Direttissimo Publishing Company, Catania, 1934


Lady Zoia S. (2009) Olio su tela – cm. 60x60


LA DONNA VERTIGINOSA Esistono donne che sembrano avere un'unica missione nella loro vita: quella di rovinare gli uomini, ed esistono uomini che amano soltanto questo genere di donne. Ad esso apparteneva Lady Zoia Simpson, una ricchissima americana, vedova da alcuni anni del re dei sopratacchi di gomma, venuta a passare un inverno a Roma ed una primavera sul Lago Maggiore. Fu appunto a Stresa, nel grande albergo delle Isole Borromee che la conobbe il conte Emo Siniscalchi, un bel giovine dai capelli neri e dagli occhi verdazzurri, alto, snello, elegante, di quella eleganza mezza alla dandy e mezza alla sportsman che misero di moda i viveurs d'oltre Manica. Egli aveva trent'anni e una rendita d'altrettante migliaia di franchi che gli bastavano esattamente per la sua vita oziosa, fiorita di quando in quando d'un bel capriccio facilmente appagato. La sera in cui Emo Siniscalchi conobbe Lady Simpson aveva litigato con la sua piccola amica Gioconda, perchè questa era venuta a prendere il thè nell'hall dell'albergo con le calze di seta nera sulle scarpette di pelle grigia, grave stonatura che aveva molto irritato il suo finissimo senso estetico dell'abbigliamento femminile. La vedova americana era invece il più armonioso modello che l'eleganza parigina, applicata a una linea impeccabile, potesse mandare in giro pel mondo. Snella e morbida, coi capelli d'un bel biondo britannico e gli occhi d'un bel nero spagnuolo, vestiva un abito da sera di un' argentea lucentezza plenilunare trattenuto alle spalle da due file di perle orientali, che le denudava quasi interamente il dorso fino a scoprire un neo ch' ella aveva presso la cintura. Ballò due one-step con Emo Siniscalchi, poi andò ad appoggiarsi al suo fianco incontro alla balaustrata che guarda il lago. Contemplò la luna che scintillava sull'acqua tremula, aspirò ad occhi socchiusi col mento proteso il profumo delle magnolie grandiflore e compiuti questi riti preliminari delle notti di flirt o d'amore, s'attaccò al braccio del suo cavaliere rabbrividendo tutta dalle spalle al piede. --Come sono fresche queste vostre notti italiane! Anche a Roma passata la mezzanotte si gela in tutti i mesi dell'anno. Andate a prendermi la mia cappa di velluto e fateci portare dello champagne. Emo corse via e ritornò poco dopo col gran mantello foderato d'ermellino in cui avvolse l'agile persona restandole fermo alle spalle, cingendola tutta e indugiando in quest'atto ch' era già molto simile a un abbraccio. In quel momento essi udirono sul loro capo un ronzìo prolungato: il globo sfolgorante della luce elettrica sospeso nell' arco della balaustrata mandò intorno un chiarore incerto e balenante, poi si spense ed essi rimasero immersi nell'ombra azzurra, appena illuminata in basso da un riflesso di luna. Egli era rimasto immobile con le braccia protese ad avviluppare nel velluto e nell'ermellino la bella persona e quando la complice oscurità li avvolse gli fu facile, quasi istintivo, chiudere le braccia, serrarla incontro a sè e aspirare l'odore inebbriante di Houbigant e di donna giovane che mandava la sua nuca bionda. Ella si volse appena e gli porse le labbra in silenzio. Il bacio durò finchè il ronzìo del globo sospeso sul loro capo non li avvertì discretamente che la luce stava per ritornare a compiere le sue due importanti funzioni: illuminare il buio delle notti e costringere le persone dabbene a mentire con arte e con disinvoltura. Entrambi difatti con aria noncurante s' appoggiarono di nuovo incontro alla balaustrata che guarda il lago, sotto il globo elettrico come prima folgorante, mentre il cameriere giungeva col secchiello d'argento e con le coppe di cristallo. --Signor conte, ecco lo champagne. Incominciò allora per essi un'esistenza bizzarra e piacevole, quantunque un poco faticosa, fatta di lunghi viaggi per terra e per mare e di brevi soste in grandi alberghi cosmopoliti. Lady Zoia Simpson era un'errabonda e un'agitata, ma la sua irrequietezza, a differenza di quella delle donne latine che è quasi sempre nervosa e scontenta, era piena di gaiezza e di vivacità. Non era una ricerca ansiosa di cose irreperibili e di sensazioni rare, ma un' allegra curiosità di conoscere quanto più mondo le fosse possibile. La terra era per lei una immensa fiera variopinta, dove ad ogni baracca essa voleva fermarsi per comprare un gingillo, per fare un giro in giostra, o per contemplare da vicino il fenomeno vivente annunziato dalla grancassa. Otto giorni dopo il bacio sulla terrazza delle Isole Borromee Lady Simpson ed Emo Siniscalchi occupavano una cabina di wagon-lits nel direttissimo di Parigi. Cinque settimane dopo erano a Londra e s' imbarcavano per le Indie. Sostarono qualche tempo a Giaipur, la città rosea, dove Zoia aveva trovato una ballerina di Washington, amica sua, andata ad imparare le danze sacre per profanarle nei caffè-concerto di New-York. Passarono l'estate tra i fiori norvegesi, l'autunno fra le agave di Villa lgiea a Palermo, l'inverno mezzo al Cairo e mezzo a Montecarlo. Nell'aprile erano a Roma ed uscivano una sera dal Costanzi, dove avevano assistito al Mefistofele da un palco di prima fila, tra uno sfolgorìo magnifico di bellezza e d'eleganza. Zoia risplendeva in tutta la sua biondezza in un abito di raso nero ricamato a grandi fiori d' oro che pareva a tunica d' una antica sacerdotessa o il manto di un idolo persiano. L'automobile chiusa li depose davanti all' Excelsior ed ella volle ancora discendere nel bar dove gli oziosi eleganti della capitale, passano le ore notturne giocando e inghiottendo squisiti veleni. Ella bevve un vhisky, poi puntò una somma alla roulette e perdette. La raddoppiò, perdette ancora ed allora accese ridendo una sigaretta russa che le offerse un giovane principe romano. Poco dopo ella aperse il proprio porta sigarette e lo porse al suo ammiratore. In quel momento le balenò un'idea che le parve molto bizzarra e ridendo la manifestò. --Siccome non ho più denari punterò per quello che vale il mio portasigarette d'oro. Ma Emo Siniscalchi s'oppose e le consegnò il suo portafoglio. Dopo cinque minuti ella glie lo restituì, vuoto. Quando salirono al loro appartamento, la cameriera di Zoia che li aspettava alzata, presentò al signor conte una lettera raccomandata giunta durante la sera. Era del suo uomo d'affari e gli chiedeva scusa se non era in grado di soddisfarlo nella sua ultima richiesta di danaro, poichè pel momento non aveva nulla in cassa. Soggiungeva che rimaneva all' attivo del signor conte null'altro che la somma di diecimila franchi, la quale poteva essergli inviata fra alcuni giorni. --Questa è la rovina--disse a sè stesso Emo con un' ira concentrata, scaraventando incontro allo specchio dell' armadio a tre luci la gardenia già un po' ingiailita che leggendo aveva tolto distrattamente dall'occhiello della sua marsina. --Un anno d'amore con quella donna vertiginosa, ed eccomi ridotto all'indigenza. Non mi rimangono che due strade quasi egualmente odiose: mettermi a far debiti od ammazzarmi.


Ma la mattina seguente verso le undici, mentre egli ancora a letto meditava sulla propria sorte fumando, seduto in mezzo a un cumulo di guanciali, col pijama di seta azzurro pallido e i lunghi capelli ondulati e disordinati che gli davano un aspetto efebico, gli si precipitò in camera vestita da amazzone la sua turbinosa amante che già tornava da una cavalcata a Villa Borghese. --Aoh! Darling! Ancora a letto?--gli gridò gaiamente, battendogli sulle gambe il frustino in legno di Malacca. Gli passò nei capelli la mano inguantata, gli tolse dalle labbra la sigaretta, la portò alla sua bocca e incominciò a fumare seduta a piè del letto, con una gamba sull'altra, scoprendo interamente gli alti stivali di vernice nera. --Sai, dear, che cosa m'hanno detto stamattina? --Che sei la più deliziosa amazzone di Roma. Ella rise lungamente, buttò la sigaretta, si alzò e con le mani nelle due tasche s' inchinò a ringraziare. Poi gli si accostò divenendo seria: --Mi hanno detto che tu sei completamente rovinato. E ciò, si capisce, per colpa mia. --Ebbene? Che importa?--le rispose dopo un momento Siniscalchi, sollevando adagio le spalle e cercando un' aria noncurante che le rughe della sua fronte smentivano. --Aoh, darling! Importa invece moltissimo. Per me un uomo senza business, senza danari, è come per te una donna brutta, mal vestita, con le unghie non curate e i denti guasti. L' uomo povero mi fa questo effetto. Non posso più vedermelo vicino, non posso più amarlo, bisogna ch' io lo lasci. --Ch'è graziosa questa tua feroce brutalità americana!--rise a denti stretti Emo. E asciugò la fronte col fazzoletto ad orli azzurri che usciva dal taschino del suo pijama. Poi scoppiò a ridere e con una certa disinvoltura proseguì: --L'affare è presto liquidato, cara. Dimmi soltanto se partirai tu o se partirò io. Lady Simpson s'era di nuovo seduta a piè del letto, sul quale aveva posato il piccolo cappello duro da amazzone che andava picchiando ritmicamente col suo frustino. --Ho incontrato qui sotto nell'hall mio cugino William Shepherd e gli ho parlato di te. --Che c' entra tuo cugino? Ha forse una figliuola da marito? --Aoh!--rise Zoia a gran voce.--Non ha neppure moglie. Ma ha invece a Boston parecchie fabbriche di latte condensato che gli rendono ogni anno non so più quanti milioni. È venuto in Italia per cercare degli agenti di pubblicità. Gli ho detto che tu conosci abbastanza bene l'inglese e gli ho proposto di… come si dice? Di scritturarti. --Difatti è una bella parte,--mormorò Emo fra i denti. --Non tanto bella, ma utile, -- ribattè l'americana senza comprendere l' ironia. -- In pochi anni potrai rifarti con mio cugino William Shepherd la fortuna che hai perduto con me. Accetti? Emo Siniscalchi non rispose. Alzò gli occhi al soffitto e soffiò in aria, lentamente, il fumo della sua sigaretta, ciò che gli permise di trarre con eleganza un lungo sospiro iroso. --Pensaci. Io intanto vado a vestirmi per la colazione--concluse Zoia. E s'alzò, raccolse nel pugno lo strascico della sua amazzone, volgendosi a sorridergli e dirigendosi alla sua camera. --Io vado fuori con un amico--le rispose Emo di malumore mentre ella scompariva dietro il battente socchiuso. Gettò indietro le coperte, suonò ed ordinò il bagno. Quando fu vestito uscì dall'albergo senza salutarla, prese una carrozzella e si fece portare al Castello dei Cesari. Mangiò svogliatamente tutto solo a una piccola tavola d'angolo sulla vasta terrazza, poi discese a piedi dal colle e si trovò in una piazza, davanti a un tranvai elettrico che partiva. Vi salì senza sapere dove fosse diretto e andò a finire presso il lago di Nemi. Girovagò parecchie ore con l' anima scontenta, più esasperato che confortato da quella solitudine piena di fresca serenità; e la sera alle nove rientrò all'albergo ripreso da un desiderio violento della donna che amava, con il bisogno furibondo di stringere a sè la sua morbidezza calda e odorosa, di mordere la sua bocca ridente fino a farla gemere di dolore e di piacere. Mentre entrava nell'ascensore il portiere venne a consegnargli una lettera. --La signora Simpson ha lasciato questo biglietto per lei. --La signora è uscita? --No, signor conte. È partita. Tremando, con le mani diacce, Emo strappò la busta, aperse il foglio. Non conteneva che queste parole: «Mio cugino William Shepherd occupa la camera N. 47. Ti aspetta domattina alle otto». Una sera d'estate Emo Siniscalchi s'imbarcava a New York sul grande transatlantico Medusa che doveva riportarlo in Italia dopo quattro anni d'assenza. Aveva ancora nel cervello lo stordimento continuo, ma cosciente e incitante che l'enorme città piena di fragori e di traffici aveva suscitato fin dal primo giorno nel suo sensibile sistema nervoso di latino. Ma quando furono al largo e quel ronzìo immenso di turbinosa metropoli si andò a poco a poco allontanando fino a rimanere inghiottito da un vasto silenzio e da un orizzonte senza confini, egli appoggiato alla ringhiera presso il ponte di comando, trasse un sospiro di infinito sollievo. Tornava finalmente al suo paese dopo quegli anni di affannosa operosità durante i quali la sua dolce pigrizia, la sua sognatrice indolenza d'uomo abituato all'ozio, erano state travolte da quel turbine d' azione e di movimento al quale era impossibile sottrarsi. Anch' egli sulle tracce di William Shepherd che se l' era portato seco quattro anni prima dall'Italia, aveva dovuto buttarsi ad occhi chiusi e a pugni serrati in quella corsa alla ricchezza, continua febbrile sfrenata, che occorreva seguire per non rimanere a terra calpestato dagli altri. Aveva riacquistato, moltiplicato la sua fortuna e tornava in Italia per incarico di William Shepherd, ma quanto più s' allontanava dalla città fremebonda e ruggente, accovacciata laggiù come un'enorme belva al guinzaglio, ritrovava a grado a grado in sè l'antica anima di sognatore un po' ozioso e un po' vizioso che gli pareva d'aver smarrito per via, quando aveva


compiuto in senso opposto quel viaggio. Sentiva risorgere in sè reminiscenze confuse, sensazioni attenuate, parole sommesse. E su tutto emergere un solo profilo ben definito, uno sfolgorìo di capelli d' oro e di denti bianchi, una voce dal timbro un po' maschio e un po' fanciullesco che gli gettava in faccia con una grazia bizzarra parole brutalmente franche. Ne sorrideva ora, come si sorride al ricordo della benefica sgridata materna che ci trasse singhiozzi disperati quando eravamo bambini, ma che pure ottenne più tardi il suo effetto. Doveva riconoscere ch'era stata per lui una deliziosa amica, così tipica, così caratteristica in quella sua esuberanza di vitalità che si manifestava ora sotto l'aspetto piacevole dell'amore ad oltranza, ora sotto quello ansimante dell' instabilità continua, e che lo incitava come un liquore afrodisiaco o come un colpo di staffile. Emo Siniscalchi gettò in mare la sigaretta che gli si era spenta fra le labbra e si volse per rimettersì a passeggiare e per sottrarsi a quell'ondata calda e inebriante di ricordi. Alcune viaggiatrici facevano già disporre le sedie a sdraio per allungarvisi a prendere il thè e a lasciarsi corteggiare, come su una spiaggia di bagni alla moda o sulla terrazza di un albergo galleggiante. Egli le passò in rivista con uno sguardo distratto e notò che nessuna gli pareva molto bella o eccessivamente elegante. Stava dirigendosi alla sala di lettura quando un'esclamazione, di colpo, lo fermò. --Aoh! darling!--gridava una voce fra maschia e fanciullesca alle sue spalle.--Lo sapete che vi cerco da mezz'ora? Le sue mani afferrarono e strinsero avidamente le piccole mani morbide di Zoia Simpson che gli gettava in faccia la sua risata gioconda. --Sono arrivata ieri l'altro a New York, ho saputo da Shepherd che partivate oggi sul Medusa ho pagato quattro volte una cabina con salotto già promessa ad un altro e sono partita con voi. --Cara! Pensavo a te in questo momento. --Non è vero, ma non importa. Io so che oggi vali centomila dollari e perciò ti amo di nuovo. --Come sei sempre tu e come mi piaci sempre!--egli esclamò restando a contemplarla con occhi estatici. Ella aveva sprofondato le mani nelle tasche del suo jersey di seta color smeraldo e cessò di ridere per mandargli un bacio a mezz'aria con le rosse labbra protese. Poi lo afferrò pel braccio con la mano sottile e forte e lo trasse con sè. --Vieni giù nel mio salotto. Prenderemo insieme il thè e mi dirai se sei disposto ancora ad amarmi. --Sono disposto a fare tutto ciò che vorrai. Ella che lo precedeva sulla scaletta di bordo gli si volse rapida, con gli occhi balenanti: --Anche a lasciarti rovinare un'altra volta? --Non chiedo di meglio amore--le rispose Emo Siniscalchi. E poichè la sua vertiginosa amante d' un giorno gli era vicinissima, come la sera del loro incontro alle Isole Borromee, egli si lanciò intorno un rapido sguardo, poi si curvò su di lei, la strinse alle spalle e la baciò sulla nuca. Amalia Guglielminetti La donna vertiginosa da “La porta della gioia” Vitagliano, Milano 1920


OTTAVA STANZA Dove tutto sa di incanto, dalle descrizioni affascinate di Cristina Trivulzio di Belgioioso che apre la stanza, alla poesia fremente e delicata di Gladia Angeli fino alla fiaba deliziosa di Elsa Morante


OTTAVA STANZA

(…) Dietro queste due donne, stava umilmente nell' ombra una figura che attrasse subito i miei sguardi e li tenne avvinti a sé, malgrado tutte le manovre compiute dalle altre sultane per farmi voltare dalla loro parte. lo non ricordo d'aver mai visto nulla di più bello. Questa donna indossava una lunga veste a strascico di raso rosso, aperta sul seno che era appena velato da una camiciola di garza di seta, le cui larghe maniche giungevano fin sotto il gomito. L'acconciatura del suo capo era quella delle Turcomanne e, per farsene un'idea, occorre imaginare una complicazione, una molteplicità infinita di turbanti, messi gli uni sugli altri o gli uni attorno agli altri, fino a raggiungere altezze inaccessibili. Eranvi sciarpe rosse arrotolate sei o sette volte a spirale e formanti una torre nel genere della dea Cibele; fazzoletti di tutti i colori intrecciati colle sciarpe che salivano o scendevano senza un disegno prestabilito e componendo dei fantastici arabeschi; metri e metri di mussola fine che coprivano col loro candore una parte dell'impalcatura, incorniciavano con cura la fronte e ricadevano in drappeggi lunghi e leggeri lungo le guancie, intorno al collo, fino sul petto. Catenelle d'oro e piccoli zecchini, infilati gli uni negli altri, spille in pietre preziose od in diamanti puntate nella mussola, ondeggiavano graziosamente fra le pieghe, dando loro una certa stabilità che non sarebbe stato ragionevole attendersi da un tessuto così vaporoso. I piccolissimi piedi di bambina, che sembravano scolpiti nel marmo, apparivano e scomparivano tratto tratto sotto la lunga veste scarlatta, mentre braccia e mani, come non ne vidi giammai, scuotevano un numero infinito di braccialetti e di anelli che non dovevano pesar poco e scintillavano come veri diamanti. Tutto ciò costituiva un insieme bizzarro e grazioso al tempo istesso, ma si cessava dal vederlo appena si guardava il viso cinto da quei drappeggi ondeggianti e che una così grande toeletta mirava ad abbellire. La bellezza di quel viso era così singolare che io rinuncio a descriverla perché non è possibile dare, a chi non ha potuto contemplarla, un'idea di un capolavoro così incantevole della natura, di un misto tanto delizioso di grazia e di timidezza. (…)

Notte a Genova Aerei ronzano minaccia sulla perla genovese e il golfo. Cade una pioggia di stelle azzurre e le respinge il mare. Ma l'onda si tinge di quel colore disceso dal cielo, e il ronzio dilegua. Una conchiglia, s'apre e s'incanta di quel mare luminoso che pare d'una fiaba da passarci sopra un bimbo da passarci sopra una fata. Ma vi cammina la notte, e la conchiglia s'addormenta. La luna rimane desta per far luce alla fata, al bimbo, se dovessero passare.

Cristina Trivulzio di Belgioioso Gladia Angeli da La vita intima e la vita nomade in Oriente Lévy, Parigi 1861

[in Canzoniere futurista amoroso guerriero, Ist. grafico Brizio, Savona 1943]


Caterì (2010) Olio su tela – cm. 100x100


Capitolo bellissimo e importante ove si vede un povero mercante e la Regina, e Grigia, ed altre cose meravigliose! Intorno al Palazzo dei Sogni c'è sempre grande attività, perché continuamente bisogna costruire nuove case, o riaddobbare le vecchie. Nani del bosco in gran numero trasportano le carriole, salgono in cima alle gru, o si arrampicano su lunghe scale di legno. Mercanti di tutti i generi vengono ad offrire le loro mercanzie, dalle uova alle stoffe d'oro. Il più ricco di questi mercanti bussò alla casina di Tit, e Caterì corse ad aprirgli. Era un omone grosso grosso, coperto di un turbante azzurro, e aveva gli occhi buoni; il suo vestito era di seta bianca e azzurra a liste d'oro. Portava un'enorme valigia piena di stoffe, di nastri e di tappeti: - Desiderate stoffe, signori? - domandò cortesemente, - No, non ci occorre nulla, - rispose Tit. Vi ricorderete che non possedevano, in due, che un soldo bucato. - Allora mi permettete di riposare un momento? Fa molto caldo, e sono stanco, e vorrei anch'io potermi fermare a lungo in una casina come questa. - Volentieri, soltanto dovrete sedervi sull'orlo del letto, perché non c'è altro posto, - rispose Tit. Il mercante si sedette, e chiese a Tit e a Caterì di dove venissero. - Siamo in viaggio, - rispose Tit, - perché cerchiamo una certa Bellissima, che è partita con lo stracciarolo; ma neppure qui l'abbiamo trovata. Ne avete notizia, voi che girate tanto? Il mercante rispose di no, e Caterinuccia anche questa volta dovette sospirare. Il mercante continuava ad ammirare la casina, e volle donare un nastro da mettere sulla spalliera del letto, il quale, con la coperta di damasco giallo, diventò proprio una meraviglia. - Viaggiate molto da queste parti? - domandò Tit. - Oh, si, - disse il mercante, - sono il fornitore della Real Casa ossia della Regina delle Fate, - e sospirò. Tit chiese la ragione di questo sospiro. - Si, voglio confidarmi con voi, - disse tristemente il mercante di stoffe. Voi dovete essere molto buoni di cuore, e potrete certamente capirmi; forse, chi sa, potrete aiutarmi. Il mio cuore è malato. Caterì guardò con pietà il poveruomo, che si arruffava la barba, non sapendo come esprimere il suo dolore. - L'ultima volta che andai al Palazzo Reale, - continuò, - conobbi la Donna dei miei sogni. Non è una regina, e neppure una dama di corte, è soltanto una donna di servizio. Ma potrebbe gareggiare in grazia con qualsiasi regina, tanto sono belli i suoi occhiettini. E lavora sempre, ed è così riservata e modesta, che sta sempre zitta. Figuratevi che io le dissi di scegliere fra tutte queste magnifiche stoffe ed ella scelse un grembiule grigio e un fazzoletto di cotone rosso. È proprio la donna dei miei sogni. - Ma è Grigia ! - esclamarono insieme Tit e Caterì. - Come? Voi la conoscete? - Tutti la conoscono di fama. La Regina delle Fate ne parla sempre. - Ah, io non sono il solo, dunque, che conosca i suoi meriti ! - gridò il povero mercante di stoffe, - È la donna dei miei sogni. Non parla mai, sta sempre zitta, sa fare la frittata di lumache e sa spazzare in terra. - E Grigia vi ricambia? - chiese Tit con interesse. - È qui, il difficile, - rispose il mercante, sopra pensiero. - Io da tanto penso di farla mia moglie; così mi aspetterà sempre nella casa che fra poco io costruirò per lei. Avrà abiti di velluto e di broccato e una perla al collo. Ma io sono timido, e non so come avvicinarla; ella è cosi riservata che quando la Regina ha visite, corre a nascondersi. E il povero mercante ricominciò ad arruffarsi la barba. Tit guardò lontano, verso i suoi chiostri pieni di principesse, e poi guardò la sua tromba d'argento. Infine sì rivolse con simpatia al grosso mercante: - Appena sarò guarito, - disse, - andremo, io e Caterì, a parlarne alla Regina. Il mercante si alzò in piedi, e sollevò le braccia per la gioia. Col suo vocione, li ringraziò undici volte. Infine starnutò per liberarsi subito di tutto il suo dolore. - E mi concedete ospitalità fino a quel giorno? - supplicò, - La mia ansia è tale, che non potrei continuare a girare vendendo stoffe. - Si, sì, certo! - gridò Tit. - Ma qui non c'è posto, - osservò Catari. - Oh, non importa! - esclamò il mercante con entusiasmo. - Rimarrò disteso davanti all'uscio a far la guardia, fino a quel giorno. Il cuore mi batte. Etcì! Vorrei che i giorni volassero. Uh, uh, uh! E il bravo mercante si stese dinanzi all'uscio, lisciandosi la barba; Caterì gli portava la minestra, ed egli era davvero soddisfatto. Ogni giorno chiedeva a Tit se gli pareva di sentirsi meglio. Finalmente, un mattino, Tit dichiarò: - Oggi mi alzo dal letto. Caterì battè le mani e cominciò a saltare, e Tit si alzò e passeggiò in su e in giù, finché si sentì di nuovo forte come prima della disgrazia. - Ora andiamo dalla Regina, - disse. - Uh, uh, uh ! - approvò il mercante. - Io vi aspetterò fuori del cancello, perché non ho il coraggio d'entrare. Se la donna del mio sogno accetterà, uscendo mi direte: «Tutto bene». - Si avviarono. Il castello era di legno scuro ornato di lamine d'oro; le scale erano coperte di un tappeto rosso, e la ringhiera era fatta di giacinti. La Regina delle Fate stava cucinando un pasticcio per il pranzo e si ripulì bene le mani con uno strofinaccio, prima di andare incontro a Tit e a Caterì. - Sono contenta che la brava Grigia abbia trovato marito, - dichiarò appena Tit le ebbe detto la ragione della visita. E chiamò : - Grigia! Si sentirono dei passettini, ma non si vide nessuno.


- O Grigia, non essere cosi modesta, - disse la buona Regina, - e così paurosa. Non mi riesce di vedere che uno dei tuoi occhietti rossi, che fa capolino dall'uscio. Avanti, avanti, Grigia! Si udì uno strano borbottio. - Ma su, Grigia, - seguitò la Regina. - È possibile che tu abbia paura di mostrare qualche cosa di più di un occhio e di una ciabatta? Coraggio, Grigia. Grigia si avanzò, nascondendosi la faccia. Aveva il solito grembiule grigio e il solito fazzoletto rosso. Tutta tremante, andò dinanzi a Caterì. La Regina delle Fate le disse: - Sai che hai trovato marito? - e le diede una leggera spinta. Ed ella disse: - Sì. Allora Caterinuccia esclamò : - Oh, signora ! - e cominciò a traballare per la gioia, - io credo che... - e lentamente allontanò le mani dal viso di Grigia; questa aveva i capelli e gli occhi fatti del medesimo filo rosso. - È Bellissima, è Bellissima! Tutti erano commossi. La Regina delle Fate si soffiava il naso col suo grazioso strofinaccio. Ma si, era proprio Bellissima. Non volete crederci? Ma chi poteva immaginare che Grigia si chiamasse Bellissima? Guarda un po'! - diceva la Regina. - Evviva ! Evviva ! Urrà ! - gridava Tit. - E lo stracciarolo ? Non eri con lo stracciarolo ? - chiese sottovoce Caterì. - Ma si, infatti l'ho comperata per quattro soldi da uno stracciarolo, - spiegò la Regina. - Oh, ma chi poteva immaginare che la Grigia fosse una Bellissima? - Con un soldo bucato ne ha guadagnati quattro nuovi, quell'omaccio, - brontolò Caterinuccia. - E ora ti vuoi sposare, Bellissima? - Il mercante dice, - spiegò Tit, - che dovrai aspettarlo in una casa fatta proprio per te. Avrai un vestito di trine d'oro e poi altri mille vestiti e una stella al collo. Sei contenta? Senza nessuna spinta, Bellissima fece segno di no. - Oh, che stupidella! - osservò una dama di corte che era arrivata poco prima. - E allora non vuoi maritarti? Bellissima fece: no. - Ma perché, perché, cara Grigia? Ecco che Bellissima fece un gesto di grande audacia. Con le due mani, tenendo china la testa, afferrò il grembiule di Caterì. - Forse perché vuoi restare con me? - chiese Caterinuccia. Bellissima fece: sì. - Oh, cara Bellissima ! - gridò coraggiosamente Caterì, con la treccia che le tremava per l'emozione. - Ti ho tanto cercato! Non ti dirò stupida mai più. Sei tanto brava, Bellissima mia ! - E le due si abbracciarono. Era proprio una scena commovente. - E ora, quel povero mercante? - brontolò Tit. Il povero mercante, vedendoli da lontano insieme alla sua Grigia, diventò dì tanti colori; ma in fretta Tit gli gridò: - Tutto male ! Il povero mercante cominciò ad arruffarsi la barba, e, quando lo raggiunsero, disse : - Beh, pazienza ! - e chiese dì poter almeno portare con le sue mani il fagottello di Bellissima. Poveruomo, si vedeva che soffriva. La Regina delle Fate, dalla sua finestra con le sbarre d'oro, sventolava lo strofinaccio per salutare, e gridava: - Addio, brava Grigia! Vieni a trovarmi, qualche voltai - Bah! - disse il povero mercante. - Andiamo a fare una passeggiatina per il Palazzo dei Sogni, eh? - propose Tit. Si vedeva che anche lui era un po' nervoso. Era notte, e il Palazzo cominciava ad animarsi. Gli uccellini parlanti si sgrollarono nelle loro gabbie, e la scimmia di Pippo si preparò a mangiare lo zucchero. Pippo arrivò, con un paio di scarpe in mano, e il pappagallo disse : - Buon giorno, padrone ! Si vedevano lì tutte le vostre compagne di scuola vestite come Principesse, con grandi diademi in testa. Belle fate, e bambole che parlavano e soldatini di stagno che sapevano guerreggiare sul serio, passeggiavano per i corridoi. Una tavola con polli arrosto, e zuppe dolci, e cioccolata, e panna, sorgeva in mezzo ad una grande sala. C'era poi un'alta torre, con sulla cima un uomo bruttissimo che sparava a tutti quelli che passavano, e c'era un barbiere con un paio di forbici più grandi di lui. - Effetti del mangiar troppo di sera, - borbottavano le bambole, osservando quei sogni spaventosi. - Questa sera non si vede Sua Eccellenza Tom; come mai? - chiedevano alcuni bambini importanti, vestiti da generali. Uno strano ragazzetto con un ciurlo rosso correva in bicicletta su e giù per un mappamondo e aveva una faccia molto seria. Una bambina più grande corse incontro ad un piccolo che non sapeva camminare ancora, e disse piano: - Dunque non è vero che sei morto ! - Era il suo fratellino, quello, che qualche giorno prima era scomparso, ed ora, la notte, continuava a camminare, nel Palazzo del Sogno. - Andiamo a vedere se c'è Rosetta, - disse d'improvviso Caterì. - Andarono a cercare l'uscio dov'era scritto: Signora Rosetta, ma Rosetta non c'era. C'era invece un'altra donnettina che spazzava le stanze. - E dov'è Rosetta? - chiese Caterì. - Io sono un'amica di Rosetta, - rispose la donnina, - Rosetta non viene mai, ora. - E perché? - chiese Caterì.


Ma perché deve aspettare sua sorella, quella che se n'è andata. Non mangia, non beve e non dorme, Rosetta; e dunque non sogna. Come potrebbe venire qui? piange sempre, la povera Rosetta. Oh, Rosettina mia! - gridò Caterì scoppiando a piangere. - Me l'ero quasi dimenticata. Ma ora abbiamo ritrovato Bellissima e torniamo indietro, che ne dici, Tit? - Certo, certo, - disse Tit. - Vado a ordinare l'automobile. Poco dopo, sì senti l'automobile che suonava. Caterì corse giù con Bellissima, perché oramai era tempo di partire; ella salì sull'elegante automobile rossa, che si mosse dicendo : Puff ! Puff ! Puff ! - Addio, addio, Palazzo, Castello della Regina, Guardaboschi e meraviglie. Addio, povero mercante! - Vi aspetterò trentun anni, - gridò il Mercante a Bellissima, - e il trentunesimo anno, se ancora non vi avrò visto, verrò io stesso a cercarvi, per dirvi: «Volete diventare mia moglie?» - No, - fece Bellissima. Si poteva vedere, da lontano, il povero Mercante che si arruffava la barba; ma presto non si vide per quanto era veloce l'automobilina.

Elsa Morante da "Le bellissime avventure di Caterì dalla Trecciolina e altre storie” (testo e disegni dell'A.) Einaudi, Torino, 1942


NONA STANZA Dove il testo colmo di speranze di Clarice Tartufari rivela le immagini (in bianco e nero) di questa stanza: qui, la lirica di Irma Valeria sembra essa stessa preludere al racconto delicato ed amaro di Maria Messina


NONA STANZA

(…) Ginevra intanto, trascinata dal vapore, colla testa appoggiata in un angolo dello scompartimento, dove trovavasi sola, provava come un vago senso di benessere, ed avrebbe voluto che quel viaggio non finisse più, che il vapore la trasportasse in paesi lontani, sconosciuti e bizzarri. Il sole che entrava pel finestrino, scaldandole i piedi e le ginocchia, le sembrava di buon augurio ed ella fu presa ad un tratto dal desiderio di fantasticare come quando a 15 anni frequentava il primo corso normale e passava talora tutto il tempo della ricreazione sola nella classe, colla fronte appoggiata ai vetri dell'ampio finestrone, architettando colla pazza testolina tanti castelli folgoreggianti, tante cose belle, ridenti e luminose come racconti di fate. Tornava ottimista e le utopie già vagheggiate riprendevano per poco parvenza di realtà. Dimenticava le umiliazioni subite, i disinganni sofferti; pensava che avrebbe potuto farsi amare da' suoi piccoli alunni, farsi apprezzare dai superiori, e che in poco d'ora avrebbe trovato lodi, incoraggiamenti ed accoglienze festose dov'era stata per lo innanzi ricevuta con sussiego e freddezza; pensava che dopo breve tirocinio avrebbe potuto essere traslocata a Roma, tornare in famiglia, realizzare le speranze della mamma e farle trascorrere in una tranquilla agiatezza gli ultimi anni della vita travagliosa. Le sue fantasticherie non si limitavano qui, e molto lontano, quasi nello sfondo di un orizzonte terso e trasparente vedeva guizzare, comparire e scomparire rapidamente nimbi dorati e figure luminose. Non sapeva nemmeno lei che ci fosse o che cosa desiderasse in quel punto misterioso, ma era certa che laggiù trovavasi la felicità e che finalmente ella l'avrebbe raggiunta. (…)

Parole Sì: ciascuno di noi ha parole, parole da raccontare come fiabe, con ciglia lunghe, da bambini, che sbattono ogni tanto per l'attenzione contenuta e la meraviglia strana di esistere. Parole da ascoltare, anche. Parole che non hanno senso, da mettere in musica: parole che non hanno che la loro forma, unicamente, e passano sulla carta con voli di rondini ciarliere e serene. Parole misteriose che si odono sussurrare dietro a noi, in uno specchio profondo e pauroso. Parole che sanno di amarezza, di nostalgia e d'amore, sussurrate dalle bocche di oleandro rosso ed amaro sotto il sole di mezzogiorno. Parole che svolano d'improvviso, venute da un mondo incosciente e leggero, con piccoli battiti che sembrano risatine, oh, così brevi, di gelsomini, collegio di stelline bianche delicate. Parole che si pronunciano con ira, rivolti a sé stessi come al più mortale nemico. Parole, parole Rondini di pazzo inchiostro azzurro. Irma Valeria

Clarice Tartufari da Maestra E.Perino, Roma 1887

in Fidanzamento con l'azzurro Istituto Editoriale Italiano, Milano 1919


La Signorina (2009) Olio su tela – cm. 60x60


La signorina Fin dall' alba la vecchia gna' Pudda aveva scopato il vicoletto, da un capo all'altro. La sposa, subito dopo il pranzo grande, s'era seduta vicino al canestro della strenna. C'era tutto il parentado. Gli amici e gli invitati cominciavano a entrare e già qualcuno aveva posato con bel garbo una dozzina di fazzoletti di tela nel canestro vuoto, qualcun altro, più povero o più tirato, un grembiule d'orleans in pezza. La gna' Pudda, con gli occhi lucenti dal piacere, e il fazzoletto turchino nuovo, che le stava spampanato sotto il mento, offriva càlia e vino senza risparmio. - Perché la gna' Pudda - aveva detto il mastro d'ascia serio serio facendo ridere tutti, - non è come la sua comare che quando maritò la figlia, vi ricordate? guardava con tanto d'occhi se uno beveva due volte!... Fuori dell'uscio spalancato facevano ressa i ragazzi accorsi anche dalle strade più lontane, come le mosche all'odore del miele, per vedere la sposa e per farsi dare la càlia. Era un divertimento, se si buttava fuori un pugno di ceci, a vederli rimescolare per terra leticandosi un cecio e gridando viva gli sposi. Anche la signorina stava a guardare dal suo alto balcone dalla ringhiera a petto d'oca. La gna' Pudda l'aveva veduta lassù fin dalla mattina, che il cielo era ancora tutto grigiolino e gli usci mezzo chiusi, e l'aveva salutata più rispettosamente del solito; non coll'intento di avere la strenna - ché donna Carmela Ruda si poteva dire povera ora mai! - ma perché quella creatura che faceva la vita d'una monaca, così giovane com'era, ispirava una specie di pietà alla vecchia che quel giorno aveva la casa piena di festa. Seduta presso la grande giara dove fioriva un'agave, la signorina teneva il lavoro fra le mani, ma tirava l'ago svogliatamente guardando fuori. La vista di quello spettacolo di allegrezza schietta e semplice le faceva quasi malinconia perché pensava a don Alfonso che l'aveva lasciata. Guardava con particolare curiosità verso la sposa. Era troppo lontana e però vedeva in confuso il suo volto rosso e ridente come la luna quando c'è scirocco, e le mani intrecciate e ferme che parevano una gran macchia scura sul verde tenero dell'abito. La signorina si figurava la sposa in mezzo ai campi, con la gonnella succinta; o davanti alla madia con i polsi nudi nella pasta molle e tiepida. A ogni fiore il suo colore... La sposa doveva certo cantare, in mezzo alla sua fatica, a gola piena, perché era contenta e perché la fatica è bella. Carmela invidiava la sua vicina. Anche lei lavorava, china tutto il giorno su qualche fine ricamo che la fedele Anna Rosa andava a vendere alle baronessine Fichera o a qualche figlia di burgisi senza rivelare una volta il nome della ricamatrice, anche se le promettevano un regalo. Ma Carmela doveva lavorare di nascosto alla gente; nascondeva il ricamo dietro un cuscino, dentro un cassetto, se venivano visite, e con la madre non si stancava di raccomandare volta per volta alla vecchia Anna Rosa che non parlasse, che non si lasciasse scappare il suo nome, per amor di Dio! Ed era giusto fare così, perché Carmela era una signorina, una nipote del barone Ruda che, ai suoi tempi, teneva il paese in un pugno...E come nascondeva i ricami se veniva gente, così Carmela soffocava nel cuore un ardente bisogno di darsi liberamente a una occupazione che potesse offrire al suo spirito irrequieto qualche soddisfazione, e uno scopo alla sua vita di zitella. Una volta, anzi proprio dopo che il campiere era venuto da Villalunga con la mala nuova che don Michele Ruda era morto, Carmela aveva anche desiderato di far la maestra. Ma non aveva il diploma. E se pure l'avesse avuto, a che le sarebbe servito? Anche la signora donna Lauretta si sarebbe vergognata di lei, se lei si fosse messa a fare la «maestrina»! Carmela sorrideva amaramente pensando a queste cose. Sua madre, che pareva campare di orgoglio di ricordi e di preghiera, si era forse rassegnata. Ma Carmela era giovane ancora. Certi momenti la voglia di cambiar luoghi e abitudini l'esaltava così forte che le tempie le battevano e la gola le si serrava in un nodo di pianto, proprio come se aspettasse un grande e misterioso avvenimento che dovesse finalmente cambiare le sue giornate che smorivano tutte con una grande tristezza ch'era sempre la stessa tristezza. Presso la grande giara fiorita, Carmela guardava i vicini in festa e li invidiava. Ebbe il capriccio di andare anche lei a fare una visita agli sposi e divagarsi un poco. Posò il lavoro e rientrò quasi di corsa. - Mamma! - disse con la sua voce forte e armoniosa. - È già l'ora della strenna. La madre faceva la calza e leggeva l'appendice dell' «Ora», nello stesso tempo. Si teneva bene sulla vita; portava i bianchi capelli divisi sulla fronte all'uso antico; tutta la persona magra ed asciutta aveva una espressione di compostezza quasi rigida. Guardò la figlia al disopra degli occhiali. La strenna?! - È meglio - esclamò Carmela sapendo di toccare la madre nel suo debole. - Sarebbe la prima volta che i Ruda restino d'un passo dietro agli altri... Questo era vero. Ma che si poteva regalare? Carmela, che aveva già pensato, andò e tornò con sei asciugamani di lino grezzo sulle braccia. La madre alzò una mano per dire di no, risolutamente, che quelli erano del corredo... Carmela sorrise un poco. Era finito il tempo di pensare alle nozze. Dopo che il cugino don A1fonso l'aveva abbandonata - e pure si volevan bene! - chi restava in paese? Forse uno di quegli scalzacani che passavano i pomeriggi al Casino, oppure uno dei Palmas che andavano tutti alla caccia di doti? Questo non lo disse, Carmela; non lo aveva detto mai. Ma la madre lo capì dal sorriso, e perciò corrugò la fronte, addolorata. Sì, voleva portare il ricco dono alla sposa che lo avrebbe custodito intatto. Ingialliti, con le cifre candide come schegge di marmo, i sei asciugamani sarebbero passati di madre in figlia, ad ornare corredi, a ricordare la morta ricchezza dei Ruda. - Come vuoi... - rispose finalmente la madre guardando ad uno ad uno i sei asciugamani come se non li avesse mai veduti. - Ma è un capriccio, come ne aveva il tuo povero nonno, che Dio lo abbia in gloria!


Carmela andò a vestirsi. Mise lo scialle con la pesante frangia di seta, e scese la scala, seguita da Anna Rosa che portava la strenna con la stessa umiltà con cui soleva portare i ricami da vendere. I ragazzi fecero largo alla signorina. Tutti si mossero per farIe posto. Due o tre sedie furono offerte da diverse parti. - Quanto onore! quanto onore! - ripeteva la gna' Pudda confusa. Carmela sedette, per non parere superba; ma mise tutti in soggezione lo stesso. Qualche contadina la guardò con occhi pieni di diffidenza e gli uomini cercarono di abbassare la voce. Ma Carmela era venuta per prendere parte anche lei alla semplice festa. Accettò la càlia e ne buttò un pugno ai ragazzi. Accostò le labbra al bicchiere colmo di vino rosso smagliante come rubino sciolto. Pure la sua sola presenza bastò a raffreddare la gioia che prima erompeva liberamente da ogni petto, come se dietro a lei ci fosse l'alta figura di don Marcello Ruda che guardasse quel «branco di pecore» - così li chiamava, lui, i villani - con occhi superbi e severi. Carmela posò con le proprie mani la strenna sul canestro. Le donne si alzarono per guardare. Qualcuna passò timidamente un dito sulle cifre, qualche altra soppesò fra le mani il buon lino. Ma Carmela non s'accorgeva dell'ammirazione suscitata dal suo regalo. Un momento guardò gli sposi, seduti vicini, che parevano aspettare pazientemente che finisse la festa, girando intorno il loro sguardo tranquillo di buone bestie soddisfatte. La sposa, dal seno colmo e soffocato nel corpetto verde pisello, teneva ancora le mani intrecciate e ferme. Poi Carmela non guardò nessuno. Tacque e intrecciò le dita, come la sposa. Rivedeva, fra le lunghe ciglia abbassate, il cugino Alfonso in una sera lontana, a Villalunga; era un po' piegato su di lei che s'era seduta - e sfrondava macchinalmente un ramicello di bosso, se ne ricordava come se fosse stato ieri! - e le domandava un bacio, con voce tremante e con occhi così velati di voluttà che lei era fuggita via, quasi spaventata. Davanti agli sposi provava il medesimo turbamento di quell' ora già lontana, insieme a un vago senso di rimpianto. Di rimpianto, sì; ché se nell' albero della vita non era dato a lei di cogliere il frutto del piacere, perché aveva ricusato di sentirne almeno il sapore quando una creatura innamorata glie l'aveva offerto con mano tremante? Guardò di nuovo la sposa e arrossì vivamente. Poi si alzò, salutando e sorridendo a tutti per non parere superba. La sua figura sottile ed eretta, chiusa nello scialle nero, passò di nuovo, uscendo, seguita da Anna Rosa. Nella casa della gna' Pudda parve a ciascuno di respirare più largamente. - È venuta per mostrare le sue grandezze - disse un giovanotto dai capelli rossi tossendo e sputando fra le gambe per il gusto di tornare a fare il proprio comodo. - Come se non si sapesse che a Villalunga c'è l'ipoteca.. . Ma era quasi sera e gli invitati cominciavano a sfollare. Perciò non gli rispose nessuno. La signorina tornò sul balcone, aspettando la madre ch'era uscita con donna Lauretta. A poco a poco, nella casa della gna' Pudda smoriva il chiasso. Un' ombra passava e ripassava sulla parete mal rischiarata. Forse rimettevano a posto le seggiole e armavano i letti. L'orologio nella sala da pranzo suonava le ore. Quell'orologio che aveva segnato il tempo per tanti Ruda, ora morti, non suonava come gli altri orologi. Il suo rintocco lungo e grave smoriva lentamente, pareva restar sospeso, un attimo, nell' aria. Carmela provava una cocente pena ad ogni rintocco. Pensava che il tempo passava portando via con sé un bene fuggevole e prezioso. Qual era il bene che si portava il tempo? Restava immobile; le tempie le battevano forte; le fini e rosse labbra erano aride, quasi che una fiamma le si consumasse nel petto a poco a poco. L'uscio degli sposi si chiudeva rumorosamente. Anche l'incerta luce della casa umile sparì. Il vicolo era deserto. Tutto, intorno, restava come immerso nell'ombra. Presso l'agave, che si frastagliava nel chiarore della luna, la signorina restava ancora in piedi, così immobile che pareva una piccola statua nera, mentre il vento caldo d'estate le sfiorava il viso un po' chino. Maria Messina La Signorina da “Le briciole del destino” Sellerio, Palermo 1996


DECIMA STANZA Dove una lirica ermetica di Giulia Niccolai annuncia il tema della favola arguta di Bianca Pitzorno ed il testo salace di Franca Maria Corneli


DECIMA STANZA Case pauceris A Marisa Bonazzi Arborea palmas roburent ruinas domus novas noli et calangianus inter case pauceris et fertilia silis nec modica mores nec privernum siris. Noi proviamo a ipotizzare un latino maccheronico irregolare per trascrizione, per verbi difettivi coniati da sostantivi (robureo – roburui – roburere) ed altro. Il soggetto è femminile. Inter, preposizione reggente il genitivo e l’accusativo indifferentemente. Case, trascrizione come da pronuncia del genitivo di casa, casae, capanna tugurio casa di campagna Pauceris, come variante di un ipotetico comparativo da paucus. Salio, ire = saltare (ma potrebbe essere sal-salis, m/n; al plur. m. = sale/facezie) Un moro, as, are – raro – che passa dalla I alla II declinazione, attivo: moreo, es ecc. Un siris, verbo (sirio, is , sirire) da Sirius, Stella del Cane, col valore di canicolare. Ottenendo: Di più misera casa Rafforzano rovine palme e cose arboree non volere nuove case e calangiani fra una più misera casa e più fertili luoghi salti né temperata indugi né il priverno canicoli

GIULIA NICCOLAI da Greenwich Geiger, Torino 1971

L'ansia creatrice del cioccolato perugino Per divertirvi bambini e consolarvi della partenza del papà presto una poesia piccina piccina ma bene inzuccherata di fantasia perché già strillate in coro arrampicandovi su tutti gli alberi e sporgendo a tutte le terrazze: mangeremo poca carne poco pane ma non privateci delle nostre munizioni di cioccolatini sono bombe sono bombe e proiettilini da vincere assaporandoli senza fine Nella travolgente altalena di ondate e schiume friggenti intorno al trimotore che affonda l'aviatore si aggrappa invoca una tavola ma gli sfugge anche quella d'un viscido sostegno e nuota nuota pescando nella tuta in fondo all'ultima tasca sulla schiena la suprema speranza matta d'una salvatrice tavoletta di cioccolata Respingerà forse allora l'atroce salsedine l'affogante quella nutriente solidità di vita duratura per 10 giorni 10 giorni e la morte non lo ingoierà Sognate bambini e pregando accelerate coi motori dei vostri piccoli cuori 7 velieri fioriti di vaniglia e straripanti di cacao al punto da profumarne il mare Se temperature siberiane raccoglieranno il babbo certo una tiepida notte di polvere nutriente in bocca e sugli occhi lo consolerà Ma l'alba del dovere fa guazzare gli scarponi d'una lunga marcia nel cioccolato e sembra tale ma è una mota marrone che sommerge casupolami trincee cadaveri cannoni feriti naufraganti elmetti che vorrebbero diventare e non saranno mai pentole saporite Flic flac cic ciac quac quac di corvi a volo radenti in gara con gli areoplani nemici vengono giù ad abbeverarsi ed a scodellare l'illusoria poltiglia tenebrosa delle strade guerriere Il sogno risale verso il gran cuoco benefico sole delle battaglie intento a preparare un radioso pranzo di vittoria Elettricità velocizzatrice d'ogni acqua limpida rinforza ampie e ondulate culture di barbabietole Rifulgano piramidi di zucchero ad imbrillantare le notti fonde perché con ruote ruote ruote di carriaggi e bianche costellazioni tirate giù con slanci di passione riesca la triturazione e l'ebollizione. Delizieremo così le labbra del mitragliere la sua saliva amara il suo sudore bruciante le canne torride e i riccioli di fumo a sorpresa di motti che dicono «il primo bacio si dà con gli occhi» mentre in realtà la sua bocca dice «preferisco mangiarlo di baci» Sapiente instancabile fabbrica appetitosa dove !'intensificata energia bellica del cacao si fonde col fresco latte delle fattorie umbre conciliando lo sforzo del cervello dei visceri e della gola Quando tornerà sazio di fatiche e di audacia il combattente avrà gli occhi smarriti fra gli ardenti ricordi da regalare. Tenaci tutti i bambini contracambieranno tavolette tavolette rivestite d'arcobaleni a sazietà Franca Maria Corneli in L'Aeropoema futurista dell'Umbria Edizioni futuriste di «Poesia», Roma, 1943


La bella Ondina (2009) Olio su tela – cm. 60x40


Capitolo settimo Dove si crea in onore della bella Ondina Il fatto di avere un innamorato misterioso invece di far diminuire il fascino della signorina Mùndula agli occhi di Prisca, lo fece aumentare smisuratamente agli occhi delle altre due amiche, fino ad allora un po' tiepide nei confronti di tanta beltà. Adesso invece erano anche loro perdutamente invaghite della straordinaria creatura dai capelli di fiamma. Rosalba andava ad appostarsi dietro a un cespuglio nei pressi dell'Istituto Tecnico per guardarsela bene. Poi tornava a casa e si metteva a disegnare separatamente occhi, nasi, profili, labbra, ciocche ondulate di capelli... Buttava giù schizzi a matita, a carboncino, con i pastelli colorati. Voleva fare un ritratto di Ondina il più somigliante possibile. Sarebbe stato il suo primo lavoro a olio. Avrebbe chiesto la tela e i colori alla mamma, ma prima voleva impadronirsi alla perfezione di quei dolcissimi lineamenti. Prisca un giorno annunciò: — Stanotte non riuscivo a dormire, allora ho composto un problema in onore di Ondina. — Vorrai dire un poema — la corresse Elisa. — No. Un problema. Leggi un po'... Elisa lesse: C'era una volta un signore che faceva l'idraulico, ma in realtà era un samurai giapponese decaduto, e si chiamava Mirokasi. Faceva l'idraulico per guadagnare in fretta molti soldi. Infatti si era messo in mente di ricomprare il diadema di smeraldi che la sua defunta madre aveva dovuto vendere a uno strozzino per pagare il conto dell'ospedale quando era stata ammalata. Considerando che il ricovero era stato di nove giorni, e che la stanza costava 70 lire al giorno, più 200 lire di cure mediche per tutto il periodo e 10 lire di mancia all'infermiera, qual era il debito della mamma del samurai? (…..) II diadema era composto da dodici grossi smeraldi, del valore di 500 lire l'uno. La montatura era d'oro e pesava mezz'etto. Il costo dell'oro era di 35 lire al grammo. Ma lo strozzino aveva pagato il diadema soltanto 3000 lire. Quanto ci aveva rimesso la madre del samurai? (…..) E quanto ci aveva guadagnato lo strozzino, considerando che, subito dopo, aveva rivenduto il diadema alla ricchissima signora Agonia Smorta per lire 12000? ( ) Passarono gli anni. Un giorno Mirokasi fu chiamato in un appartamento a riparare una vasca da bagno che perdeva. L'appartamento era al quinto piano. Ogni piano aveva due rampe di scale separate da un pianerottolo. Ogni rampa era composta da 23 gradini, tranne le ultime due che ne avevano 25. Quanti gradini in totale dovette salire il signor Mirokasi e quanti pianerottoli ebbe a disposizione per riposarsi? (…….. e .…….) La vasca aveva la capacità di 83 litri d'acqua. Il suo rubinetto, quando era completamente aperto, versava 2,5 litri d'acqua al minuto. Lo scarico normalmente eliminava 3 litri al minuto, e adesso che era rotto soltanto 1. Quanto tempo ci voleva perché l'acqua traboccasse, prima del guasto (….) e quanto tempo dopo il guasto? (…. ) La padrona della vasca era una donna obesa di nome Ina Ula, talmente ricoperta di sudiciume che le si vedevano solo gli occhi. «Non ero cosi, una volta, quando lo scarico della vasca funzionava e potevo fare il bagno tutti i giorni!» confessò al signor Mirokasi. «Purtroppo, sa come succede! Il sudiciume si accumula strato dopo strato. Ogni giorno me ne restano addosso 300 grammi. E pensi che non faccio il bagno da tre mesi!» Considerato che Ina Ula attualmente pesava 80 chili, qual era il suo peso originale quando era pulita? (….. ) Mirokasi per riparare il guasto ci mise sette ore. Considerando che la sua tariffa oraria era di 50 lire, e che in più aveva dovuto sostituire un rubinetto del costo di 30 lire e un tappo che ne costava 10, e che alla fine, per il motivo che si vedrà più avanti, praticò alla signorina Ula lo sconto del 20%, quale fu la cifra che questa dovette pagare per la riparazione della vasca? (……) Quando ebbe finito, Mirokasi disse: «Su, vediamo se questo scarico funziona! Signorina, si faccia il bagno!» Ina Ula si lavò e la sporcizia si staccava dalla sua pelle strato dopo strato. Alla fine, come una farfalla che esce dalla crìsalide, dalla vasca da bagno venne fuori una bellissima fanciulla dai capelli rosso fiamma. Proprio il genere di donna che Mirokasi aveva sempre sognato. Infatti, quando la vide cosi bella, l'idraulico se ne innamorò e le disse: «Mi vuole sposare? Le regalerò il diadema di smeraldi della mia defunta madre.» Ma ancora non aveva i soldi per poterlo pagare, perché la


signora Agonia Smorta per darglielo voleva 20 000 lire. Mirokasi ne aveva soltanto 11 300. Quanto gli mancava per arrivare alla somma richiesta, tenendo conto che per aiutarlo suo fratello Saldabarre era disposto a regalargli 1000 lire? (…..) E quanto avrebbe guadagnato da questo affare la perfida e ricchissima Agonia Smorta? (…..) Ina Ula gli disse: « Ti amo anch'io e ti sposerò. Per aiutarti a raccogliere la somma necessaria cercherò di guadagnare qualcosa dando lezioni di matematica alle allieve della signora Agonia Smorta, che non è capace di insegnare loro un bel niente e quindi hanno tutte bisogno di ripetizioni.» Trovò tre allieve, per complessive nove ore di lezione alla settimana. Considerato che la signorina Ula prendeva 20 lire all'ora, quanti mesi le ci vollero per raccogliere la somma che ancora mancava al signor Mirokasi? (….) Quando finalmente il diadema fu ritornato nelle sue mani, Mirokasi smise di fare l'idraulico e ritornò samurai. Sposò la signorina Ina Ula, e le tre allieve furono invitate a fare le damigelle. Considerato che lo strascico della sposa era lungo 5 metri, quanti centimetri ne doveva reggere ciascuna di loro? (……) E considerato che lo sforzo per reggere 10 centimetri di strascico richiedeva 18 calorìe, e che un bignè alla crema ne conteneva 28, quanti bignè dovette mangiare ogni damigella per rifarsi della fatica ? (…..) Gli sposi vissero felici e contenti tanti anni quante erano state le ore di lezione, più i minuti impiegati a riparare la vasca, più gli etti di sporcizia accumulati dalla signorina Ula in un mese e mezzo, più le calorie di una dozzina di bignè. Quanti anni gli sposi vissero felici e contenti? (………..) P.S. I mesi durante i quali la signorina Ula non aveva potuto lavarsi erano marzo, aprile e maggio. Bianca Pitzorno da Ascolta il mio cuore Mondadori, Milano 1991


UNDICESIMA STANZA Dove un brano suadente di Mura introduce una stanza in cui fibrillano la voce appassionata di Luisa Bergalli e la sottile ironia di Contessa Lara


UNDICESIMA STANZA "Nicla è dinanzi a me nuda, sorridente, coi lunghi capelli biondi ondulati sulle spalle fino alle reni, con le braccia rialzate e gli occhi socchiusi sulla bocca rossa. Mi fissa per un momento immobile. Poi rialza i capelli, li scuote e si volta. Attraversa la camera. La seta nera delle sue calze brilla sui tappeti chiari. Ella porta la sua nudità perfetta con una indifferenza che stordisce, e mi appassiona. Le sue mani non sono oziose, né inerti, né sperdute. È bianca. Bianca. Non esistono paragoni. La sua pelle ha un pallore unico. E l'oro dei suoi capelli, l'oro che ombreggia le sue ascelle, che si sofferma sul suo corpo, pare un po' di sole sperdutosi a caso su di lei... È nell'aria che respiriamo, nella luce dei nostri sguardi, nel tremito della nostra carne l'attesa dell'inevitabile; certo accadrà qualche cosa di ignoto per noi. Forse qualche cosa come una perfezione di bellezza, lo sentiamo e un po' ne tremiamo e un po' ne soffriamo... Le sorrido come io voglio sorriderle senza che lei mi veda. E la guardo come io voglio guardarla, come io voglio vederla... Anche Nicla mi guarda... Vieni, chiama Nicla stendendosi sopra le coperte... così siamo vicine, scosse da uno stesso tremito, le nostre labbra, come un lampo nella notte, ci hanno rivelato a noi stesse il perfetto amore... Amo Nicla come non ho mai amato Berto, come non ho amato il cavaliere, come sento non amerò nessuno...Ma lei nelle mie mani è un nulla. Una cosa ch'io posso battere, piegare, accarezzare, baciare, mordere. Lascia fare. Grida qualche volta, ma il suo è un grido di piacere. Allora mordo più forte e più lentamente, così il grido si perde in un sighiozzo. È mia. Vorrei che vivesse solo per me. Sono contenta di essere qui sola con lei, dove non sono donne... E Nicla mi si abbandona. Completamente. Deliziosamente. Appassionatamente. Qualche volta amorosamente...". Mura (Maria Volipi Nannipieri) da Perfidie Sonzogno, Milano 1919

Son miei, diceva Amor, quei lumi, e quella Neve del viso, e quelle chiome, e quanto Di grazia, e di beltade altero vanto Trasse un giorno costei della sua stella. E i fregi di quel sangue illustre, ond’ella Sua gloria, e sua virtuale alza cotanto, Son miei, dicea, d’Adria felice, e bella L’eccelso Genio all’altro Amore accanto. Ella in faccia ad entrambi l bel desio Non piega i fasti, e sotto umile, e abbietta Spoglia sua beltà copre, e corre a Dio. Spezzò sdegnato Amore ogni saetta E disse l’altro: Anima bella, addio: Celesti fregi or il tuo sangue aspetta nel prender l’Abito Monacale la N.D. Contaria Zorzi Luisa Bergalli da Componimenti poetici delle più illustri rimatrici di ogni secolo raccolti da Luisa Bergalli, Mora, Venezia 1726


Farfalla (2009) Olio su tela – cm. 60x100


FARFALLA

Secondo il giudizio degl'intelligenti in materia di baldorie carnevalesche, quel tal veglione del Costanzi (1) a Roma fu addirittura splendido. Nell'ampio vaso del teatro la luce saliva, s'allargava, si spandeva come un immenso incendio, ma tutto color d'oro: il gran colore della beatitudine; e l'orchestra, variando a capriccio le sue compatte armonie, ora facea volar le coppie ne' giri vertiginosi d'un walzer, ora le faceva strisciare voluttuosamente alle cadenze dell'accentuata mazurka. Tutt'intorno ne' palchi, e nelle gallerie eran ghirlande di teste fulgide che saettavan rapidi chiarori da' brillanti, dagli zaffiri, dagli smeraldi, e sopra tutto dagli occhi e da' dentini giovani scoperti nel sorriso; erano ondulazioni eleganti di busti di dame emergenti con candori da statue fuor delle trine, dei fiori, dei jais (2) iridati de' lor brevi corsetti aperti. E in mezzo a queste viventi ghirlande, tra uno scambio incessante di saluti, d'inviti, di strette di mano, tra un agitarsi ritmico de' larghi ventagli di piume - che son l'ultima leggiera poesia della moda - gli uomini passavano da un palco all'altro, in cravatta bianca o in uniforme, quale con la barbetta grigia, calvo, impettito per la gravità della carica o della corpulenza, quale co' baffi profumati, l'epidermide liscia e il godimento nello sguardo: tutti ossequiosi a un modo dinanzi alle vere signore, serene imperatrici in qualsiasi ambiente. Di quando in quando taluna di queste nobili figure muliebri s'alzava da canto al parapetto, disegnando nel vuoto la snella persona, modellata in un ricco vestito che poi spariva a un tratto nascosto sotto le pieghe di un domino di raso o di damasco, e tra le folte increspature di un merletto antico, su' bei capelli biondi o bruni, artisticamente rialzati sulla nuca come le Veneri greche, e adorni di ciocche odorose e di perle, posavasi un alto cappuccio fantastico; il volto rosato era coperto a mezzo da una morettina di velluto; e così acconciata la maschera aristocratica, infilando il suo braccio inguantato fin quasi alla spalla nel braccio di un gentiluomo amico, s'avventurava con allegro coraggio dentro la gazzarra sottostante. È noto che i veglioni romani, massime quelli del Costanzi, hanno un aspetto proprio, senza alcun lontano riscontro con questo genere di feste delle altre città. A Roma, sullo scorcio del carnevale, quando i cartelloni gialli, turchini e color di rosa affissi su tutte le cantonate annunziano a lettere cubitali questi caratteristici veglioni, ecco fra le dieci e le undici ingolfarsi per le porte del teatro una folla delle più svariate, che invade la platea, si pigia a gruppi, brulica confusa, gestisce, balla, salta, si sbizzarrisce in tutti i modi. Maschere d'ogni sorta s'incontrano, s'incrociano, si uniscono: marchesi del Settecento, con gli abiti ricamati d'argento e d'oro, i lunghi panciotti donde esce la frappa (3) di pizzo, i calzoni corti, le scarpette a fibbia e la parrucca bianca; spagnuoli nel brioso costume di Figaro; mañolas in gonna di raso scarlatto con sopravveste di rete nera e una mantiglia di blonde (4) cadente dal capo sugli omeri e sul petto; dame del primo Impero nello stretto vestito dalla vita cortissima e manichette a sboffi, di seta color albicocca con applicazioni di velato a ricami e lustrini; pastorelle Watteau in rosea stoffa con sulla testa il cappello di paglia, tutte nastri, tutte mazzetti di margherite e di fiori di siepe; poi cavalieri della corte di Luigi XVI in abito di velluto nero trapunto d'oro; e ufficiali d'epoche lontane; poi greci con la corta gonna bianca a fitte pieghe, e stretta ai fianchi una sciarpa a vivi colori che sostiene pugnali e pistole. Questi greci, obliosi della secolare questione d'Oriente, la discutono a modo loro con le belle misteriose turche, numerosissime: dacché non solo le odalische in completo costume orientale, ma anche la maggior parte delle nostre signore che non vogliono addirittura portar la maschera e che pur non amano mostrarsi a viso scoperto, han messo l'uso a Roma di celarsi con garbo civettuolo e provocante come le donne di Costantinopoli, e s'avvolgono il capo di un gran velo bianco o nero, il quale lascia solo veder gli occhi, grandi e belli qui come nella classica Bisanzio. Serpeggiano qua e là gli arlecchini nel meschino abito a scacchi, picchiando senza misericordia sulle spalle altrui con la stecca di legno; i débardeurs, i paggi, rivelano - tacita esibizione - in piccoli costumi virili le rotondità delle salienti forme feminee; e un esercito di pulcinelli, la mascherata più semplice e meno costosa, mette da per tutto un'infinità di macchie biancastre, le quali, a chi guarda dall'alto, par che s'allunghino, si ristringano, si sparpaglino, si sminuzzino. Impetuosamente un' onda di ciociari entra rompendo la folla, e quando tra un pezzo e l'altro le orchestre tacciono, eseguisce una sua danza tutta contorsioni e urti vigorosi, al suono tradizionale de' tamburelli agitati in alto e percossi con le mani. E fra questa moltitudine folleggiante che parla, che urla, che sussurra gentilezze, che lancia motti volgari, che si diverte, che sbadiglia, che sta impalata, che corre, che invoca l'oblio di un dramma, che cerca d'annodare una farsa, camminano tranquillamente famiglie intere di certi buoni borghesi, i quali pensando con ragione che il carnevale è fatto per stare di buon umore, fanno vestire la moglie, i figli, i nipotini e la serva, e se li conducono tutti in processione al Costanzi, come li menano a prender aria al Pincio o a Villa Borghese. Sicché questo ballo in maschera, nella stranezza di tanto miscuglio, prende l'aspetto di una gran festa familiare, d'una serale Kermesse in costume; si fa un agglomeramento chiassoso di popolo che arieggia a quello di piazza Navona, nel saturnale annuo della notte dell'Epifania. Ella svolazzava davvero tra la gente come una capricciosa farfalla - di quelle immense farfalle americane, a tinte vivaci, smaglianti -, chiuso il corpicino sottile in una maglia, scura di dietro, sfumata in chiaro dinanzi, con doppie ali di peluche (5) azzurra a rossi occhi rotondi, e sulla testolina dai capelli corti i due lunghi finissimi cornetti pieghevoli: le antenne. Rideva con allegria spensierata, ora correndo leggera su e giù per il teatro, ora ferma un istante, come librata su 'l ramo di rose ch'ella reggeva innanzi con le due mani. Sembrava assai giovane. Quasi nessuno la conosceva, benché molti si vantassero della sua intrinsichezza: - È la tale! Ma che! È la tal'altra! - E chi da destra, chi da sinistra l'acchiappavano per le belle ali sul cui lieve pelo setoso restava la traccia delle mani, come restano le ditate villane sull'ali delle povere farfalle vere che ne perdono il pulviscolo brillante. Dopo neppure un'ora ch'ella trovavasi nel Costanzi, un po' per l'originalità del suo vestiario e più che altro per la purezza delle forme ch'esso rivelava differenti da quelle vizze e sfruttate di molte donne del suo genere, la maggior parte dei maschi s'interessavano della Farfalla, al punto che più d'una dama con tanto di corona chiusa sullo stemma (6) si sarà certo morsa rabbiosamente i labbruzzi sotto il velo avviluppato a guisa d'almea, o avrà sentito un brivido di gelosia sotto la modesta bautta (7) ornata di fiori artificiali. D'improvviso la Farfalla scomparve. Era volata a cena. Fuori pioveva un'acqua fine fine, penetrante sotto i panni giù sino alle ossa, e ogni tanto il vento buttava a traverso il viso uno sbuffo di gocce gelate che pareano tagliarlo come una lama. Dinanzi al teatro e nelle vie adiacenti al gran fabbricato, file interminabili di carrozze private e di botti (8) aspettavano da ore ed ore quegli stanchi del piacere. I cavalli de' ricchi scalpitavano, scotendo la testa superba e biasciando nervosamente il morso; le povere rozze, estenuate dalla


fatica e dal digiuno, tenevano basso il muso malinconico per evitar la pioggia che glielo aveva inzuppato. E su, a cassetta, i cocchieri, ravvolti alla meglio nel pastrano, un pezzo immobili, assonnati, colti quasi da un torpore doloroso, a momenti si scotevano, e con qualche bestemmia si soffiavano sulle mani per isgranchirsi le dita. Ma alfine l'alba, pigra, brutta, con un chiaror sudicio, cominciò vagamente a mostrarsi. Da per tutto il tristo colore del fango: il fango pareva montar dal selciato su su fino alle nuvole. Ogni tanto frotte di maschere uscivano rumorosamente dal veglione; uscivano cittadini in borghese accompagnando le signore; o allora si gridava a squarciagola un casato patrizio o un numero di botte, e nelle lunghe file de' legni passava subito una corrente di vita. Quando se ne muove uno si muovono tutti. Venne il turno d'un vecchio vetturino col naso e le labbra livide dal freddo, co' capelli brizzolati e i baffi biancastri, ingialliti per la pipa. Quando udì chiamare il numero del suo legno, alzò gli occhi imbambolati, gridò un avanti! strascicato, una specie di mugghio sordo, e toccò la sua bestia con la frusta. La Farfalla, l'ali ormai tutte sgualcite, con un mantello di raso vieil or mezzo discinto, con in capo sulle antenne rotte una sciarpa da cui uscivano delle ciocche scarmigliate, si faceva trascinare a braccio, quasi sorreggere, da un signore impellicciato. Ella rideva con lui sgangheratamente, quando al punto di entrar in legno, fatto un gesto col capo, le calò la maschera fin sul mento. Il vetturino, pronto ad alzare il mantice, guardò macchinalmente la donna. - Che! Lalla?! Ah, fijaccia d'un cane! - urlò inferocito a un tratto, pazzo, co' pugni levati. La Farfalla era balzata addietro con un riso ebete che le s'inchiodava in faccia. Il vecchio la inseguiva: - È fija mia, è fija d'un galantomo e fa er mestiere. . . .Ma senza terminar la frase stramazzò a terra, apopletico, come un bue colpito sul cranio. La gente si radunava intorno, curiosa, ma la Farfalla, senza accennare ad alcun turbamento, riafferrato il braccio del suo compagno, esclamò fissando la folla: - È ubriaco, non vedete? E montò in un altro veicolo. Poi, mentre si rimetteva a posto la maschera, soggiunse cacciando fuori monellescamente la lingua e inarcando le ciglia: - Papà è terribile quanno che pija 'na tropea. (9) Contessa Lara (Evelina Cattermole) da “Novelle della Roma umbertina” a cura di Anne Christine Faitrop Porta Salerno Editrice, Roma 1992 Note 1. Costanzi: oggi, Teatro dell'Opera. 2. jais: francese per giaietto, varietà di lignite solida, di colore nero lucente, usata per bottoni e ornamenti. 3. frappa: frangia. 4. blonde: francese, trina di seta. 5. peluche: francese, stoffa morbida, felpa. 6. corona. . . stemma: segno di appartenenza alla nobiltà. 7. bautta: dal veneziano bauta, mascherina o costume con mantelletto e cappuccio. 8. botti: o botticelle, carrozzelle pubbliche a Roma. 9. tropea: romanesco per 'sbornia'.


DODICESIMA STANZA Dove il testo mordace di Matilde Serao annuncia una stanza in cui le luci sfavillanti delle futilitĂ  contrastano la semplicitĂ  degli animi, come nel brano di Marchesa Colombi, introdotto dalle premesse sottili di Arcangela Tarabotti


DODICESIMA STANZA Per i bagni (…) “Infine, quando tu sei partita per Castellamare, la tua, diciam cosí, attrezzeria, era completa. Non hai dimenticato nulla qui, tranne due o tre disgraziati condannati alla città forzata e che sospirano dietro le tue treccie bionde, scomparse per la linea di NapoliCastellamare. Rassicurati dunque. Tutto parte con te. Abbiamo fatto insieme uno dei nostri allegri inventari: nulla mancava. L’abito di percallo a pallottoline verdi mi fece ricordare l’ingenuo desiderio di Heine, che i suoi canti fossero tanti pisellini freschi, per farne una zuppettina alla sua amante; quello crema a fioretti rossi, col suo perfido e provocante volantino rosso, all’orlo, coi suoi sbuffi di merletto bianco sarà irresistibile nella luce del sole mattinale. Quello di mussolina d’India bianca, lieve, gentile, trasparente, col suo paltoncino di stoffa turca, dove bruciano insieme il rosso, il marrone e l’oro, nel lungo tramonto estivo, potrebbe dar luogo a un quadro: Castellamare, caduta del sole, con effetto…. di bella fanciulla. Hai fatto bene a tagliare la coda al tuo vestito di seta azzurra, sebbene, sia stato un lembo di cielo, tolto via dalle forbici; ma voi ballerete e la coda è insopportabile d’inverno, figurarsi d’estate. Conosco un giovanotto nervoso, che si è deciso a sposare una fanciulla, per averla vista, durante una intiera stagione, in abito corto; egli sostiene che in quell’assenza della coda, è il fondamento della sua felicità coniugale. L’amazzone di flanella bianca è un’ardita novità, ed il tuo cavallino Gracieux sarà fiero della sua padroncina; ma se, per caso, in una gita improvvisata, si dovesse andare sull’asino, non disprezzare quell’asino, Lulú, perchè sarà l’asino dell’allegria e della improvvisazione. Degli altri abiti, abitucci e semi abiti, non parliamo: sono sepolti nei profondi e misteriosi penetrali delle tue valigie. Sibbene i cappelloni enormi dove si nasconderà il bel testolino –che ti pare della nuova parola?– e dove gli occhi desiosi s’innoltreranno ad un viaggio di scoperta, molto piú fresco e piú piacevole di quelli africani; i cappellini minuscoli, aerei, che ogni momento vogliono scappare via al volo delle piume che si agitano; i veli rosei, grigi, bianchi, che si gonfiano al venticello marino; le pettinine a testa brillante di acciaio, la pettinessa di tartaruga bionda, i chiodi di argento, gli spilloni a pallottole, le farfalle tremolanti e cangianti: tutto questo mi fa rimanere profondamente pensierosa. Quante cose può portare il capo di una donna, oltre il cervello! È inutile di attirare la tua attenzione sulla gravità di questa riflessione filosofica. Scendendo a idee pedestri, approvo gli scarponcini di cuóio giallo, le scarpe alla contadinesca, le scarpette col monogramma, gli stivallini solidi delle escursioni, con relativi tacchi svelti, tacchi a cui grideremo sempre, con tutte le nostre forze: Excelsior!” (…) MATILDE SERAO In Pagina azzurra, Quadrio, Milano 1883

Non mai, o di rado, o pur fuori di tempo, i curiosi componimenti degl’ingegni moderni capitano alle prigioni feminili, ond’è avenuto, che ’l Lusso donnesco satira del signor Francesco Buoninsegni, già cinque anni sono dato alla luce delle stampe, solo a’ giorni passati mi sia arrivato alle mani, resomi da alcune gentildonne, ch’instantissimamente mi pregarono a servirle della risposta. Io, come donna, che per genio e per debito nutrisco altri pensieri nel capo che risponder a satire o a componimenti profani, negai con la maggior resistenza possibile di farlo, oltre che ritennemi il dubbio o, per dir meglio, la certezza di dover incontrar nella derisione degli uomini, per aver ritardato un lustro intiero la risposta. Ma che? Bisognò infine ch’io mi dessi pur vinta e incontrassi con l’esecuzione i prieghi di chi dovea e potea commandarmi, non ostante che la mia mortificazione fosse grande. Cosí ottennuto quasi che inviolabil giuramento di queste illustrissime signore, che mai non avrian lasciata capitar sotto gli occhi di veruno del sesso maschile la presente mia composizione, fui necessitata a gettarmi dietro le spalle ogni rispetto e rincorar me stessa con quel detto comune e volgatissimo, piú tosto tardi, che mai. M’acerto che alcuni uomini non potranno, se non mendacemente, dire ch’io formi un Lusso virile, o una Contrasatira, per isdegnosa vendetta, mentre vivo lontana da servirmi di quelle pianelle, di quei lisci, e di quegli abbigliamenti che vengono da questo degno scrittore, piú con sentimento appassionato che con sincera verità, detestati e biasimati nelle donne. Oh, se tutti considerassero a quei travi che portano negli occhi, non additerrebbero con biasimi e disprezzi la festuca in quelli del loro fratello. Voglio inferire che, se questo bell’ingegno si fosse senza parzialità e con indifferenza applicato a rimirare i superflui adornamenti non meno del virile che del feminil sesso, non si sarebbe dato a far apparir numerosi i piccioli errori d’una parte e a diminuire i gravissimi eccessi dell’altra. (…) ARCANGELA TARABOTTI Satira e antisatira di F. Buoninsegni e suor A. Tarabotti Ed. Salerno, Roma 1998


Eva (2010) Olio su tela – cm. 75x95


FILANTROPIA Un giorno m'era venuto in mente di portare tutti i miei gioielli alla Congregazione di carità. Ma Malvezzi non è entrato nello spirito della cosa. M'ha detto che non ho diritto di alienare la proprietà di mia figlia. È strano che la piccola Marichita debba farmi la legge, ed essere proprietaria dei miei diamanti, che io non le permetterei nemmanco di toccare con un ditino. È insopportabile la tirannia di questa bambina. Un'altra volta mi ricordai d'aver conosciute a Torino delle brave signore che andavano il mattino a rifare i letti al Buon Pastore. Pensai d'andare anch' io a rifare i letti dei vecchioni al luogo Pio Trivulzi. Ma dopo un esperimento che feci sul mio, capii che avrei reso un cattivo servizio a quei poveri vecchi. Non m'hanno avvezzata a sfaccendare; non sono una buona massaia; sono un oggetto di lusso, un capitale male impiegato come la nostra villa di Regoledo, che ci costa uno sproposito a mantenerla, e non frutta nulla. Allora andai da una mia conoscente, che è la filantropia incarnata. Ma non incarnata, come Cristo, in un bel giovane da far girare la testa alle Maddalene; è incarnata, da mezzo secolo, in una matrona, punto bella ed un po' pedante, che lascia le teste al loro posto e scampa alla passione. Mi accolse come la pecorella smarrita che torna all'ovile, mi trascinò per tutta Milano nella sua carrozza, mi fece fare anticamera sui seggioloni duri dell'Orfanotrofio, mi condusse dal dottor Pini, il quale, a titolo di rinfresco, mi fece vedere i rachitici meglio riusciti della sua collezione, e finalmente, dopo aver battuto a tante porte, come se fossi io che domandassi l'elemosina, ne risultò che il Pini m'inscrisse nella beneficenza della carta straccia, e la signora X... mi accolse nel Patronato delle orfane povere. Mi pareva d'esser cresciuta un palmo; ero gloriosa della mia doppia missione. Lungo la via, appena vedevo un signore con delle carte nella tasca del soprabito, provavo una smania d'andargliele a prendere per gettarle nel cesto della Filantropia senza sacrifici. Mi veniva voglia di raccogliere le carte sucide da terra, di strappare i manifesti dalle cantonate. Entrando in casa, sequestrai i giornali di mio marito, le lettere non ancora aperte, i libri della Marichita, la sola che si prestasse di buon grado a privarsene per sempre; mi offerse anche la penna ed il calamaio con vero entusiasmo. La carità convertiva a' miei occhi tutta la carta del mondo in carta straccia, anche i biglietti di Banca. Badi di serbarmi questa lettera. Gliela presto soltanto da leggere, ma dovrà rendermela, perché serbo la proprietà di tutta la mia corrispondenza alla Filantropia senza sacrifici. Non manchi di rispondermi per aumentare la mia provvista. Però quel distintivo: senza sacrifici, rendeva l'opera insufficiente al mio fervore di neofita. Il Patronato delle orfane povere era ben'altra impresa. Difendere una schiera di verginelle contro i pericoli del mondo! Tutto il donchisciottismo di cui era capace il mio cuore, s'infiammò dinanzi à quel mulino a vento. Da quel momento mi sentii responsabile dell'onestà di tutte le orfane della parrocchia. In ogni serva che lavava un pannolino, vedevo una Margherita perseguitata da un Fausto procace. La mattina seguente, ad un'ora incredibile, mi entrò in camera la Gigia, tutta imbronciata, a dirmi che erano venute, una dopo l'altra, due ragazze e che aspettavano in anticamera. Lei non sapeva ch'io proteggessi le orfane, e da quell’affluenza di cameriere, aveva argomentato che ne cercassi una per mandar via lei. Così il primo compenso che ebbi della mia beneficenza, fu una serie di rabbuffi dalla Gigia, che mi spalancò le imposte sul viso a rischio di accecarmi, mi rovesciò il caffè sulle lenzuola, mi strinse il busto come uno stromento di tortura, e mi pettinò collo chignon messo a sghembo. Appena vidi le mie protette, capii che la natura faceva una grande concorrenza al Patronato per proteggere l'onestà di quelle orfane. Le aveva messe al sicuro sotto l'usbergo di sentirsi... brutte. Una era una stentatella un po' nana, un po' zoppa, con un visino scialbo da anemica. Veniva a reclamare per un secchio: «Era assolutamente troppo grande per le sue forze: io che sono una signora caritatevole, vedevo pure se lei era capace di portare un secchio come quello là.» Ne parlava come se io lo conoscessi perfettamente. E non bastava empirlo una volta. Ce ne volevano due o tre ogni mattina prima che fossero lavati tutti...Mi fece una litania che durò mezz' ora, poi se ne andò dettandomi il suo ordine del giorno in questi termini: intimare a' suoi padroni di comperare un secchio adatto alle sue forze - dovrebbe essere un ditale - e di lavarsi con moderazione. L'altra era una creatura allampanata, lunga come una guglia, bruna e magra ed ossuta, come quelle vecchie galline che hanno covato le uova di dieci generazioni. Se c'era un Fausto che insidiava quella Margherita, doveva essere ai tempi della sua decrepitezza, prima che Mefistofele lo ringiovanisse. E c'era infatti. Ma la colomba insidiata domandava d'essere protetta contro la padrona a beneficio dell'insidiatore. La padrona non voleva che lei parlasse col cocchiere; e le faceva perdere un partito, perché era un bravo giovane; era prudente e le voleva bene davvero. Infatti, doveva volerle bene davvero per perdonarle quella figura; a meno che non fosse una misura della sua prudenza per mettersi al coperto dalla gelosia. Più tardi venne una ragazzona esorbitantemente florida, rossa come un pomodoro, col naso rincagnato e pochi capelli mal tirati sulla fronte, massiccia, tonda, senza garbo né grazia. Questa non aveva lagnanze da fare. Stava bene; era venuta soltanto per farsi riconoscere; ne aveva tutto il tempo perché la famiglia dei padroni era in campagna, e lei era a Milano sola col signore. Sola col signore! Il mio senso morale si rivoltò a quelle parole. Ecco a che cosa sono esposte queste povere ragazze! Le domandai: - E ti dispiace, non è vero, di trovarti sola con lui? - Oh, nossignora, ci sto volentieri... Gli ho posto affetto, povero marchesino! Un marchesino! Sudavo freddo. Ormai era troppo tardi per impedire il male. Bisognava pensare al rimedio. Il marchesino doveva sposarla; il Patronato era in dovere di obbligarlo a questa riparazione. Purché non fosse un minorenne, allora la famiglia potrebbe opporsi... Domandai tremando: - Quanti anni ha il marchesino? - Settantanove. Era un altro mulino a vento. Il pover'uomo era un paralitico: gli avevano ridotto il suo titolo in diminutivo, perché era anche nano e contono. Assolutamente non c'era mezzo di esercitare la mia missione. Le ragazze erano brutte, i padroni paralitici e decrepiti, i cocchieri prudenti e bene intenzionati; tutto procedeva liscio; tout pour le mieux dans le meilleur des mondes. (…) Eva Malvezzi

Machesa Colombi (Maria Antonietta Torriani) da Prima di morire Galli, Milano 1887


TREDICESIMA STANZA Dove la lirica di Vittoria Aganoor Pompilj apre una stanza sul “fantastico�, in cui il testo di Cristina Campo fa da contraltare al racconto (sur)reale di Annie Vivanti


TREDICESIMA STANZA Fiabe e leggende norvegesi O politiche lotte e anarchici furori; corrotti e corruttori cinti d'alloro, o quasi; leggi fatte di gomma elastica, spedienti per chi le tiri o allenti a seconda dei casi; o perfidie mondane, cabale di salotto, sobillar galeotto per non giunger secondo; o giornali, o giornali che rimpastate il mondo con quintali e quintali d'articoli di fondo;

Tutti i dolori e tutte degli uomini le acerbe contese, i fiori e l'erbe del paese giocondo sanano, e l'occhio nostro terso d'ogni veleno contemplerà sereno la bellezza del mondo. Siccome in un lavacro d'oblìo, tuffo la mente dentro l'onda innocente delle favole belle; e vinto d'ogni cura corroditrice il tarlo, io con le stelle parlo, parlano a me le stelle. Vittoria Aganoor Pompilj

disperdetevi al soffio dell'arte! Ella discende a noi, la pia, che intende dell'anima i bisogni. Vien con l'antica veste che cinse un' età morta, e spalanca la porta, la gran porta dei sogni. Del portentoso regno i magici splendori rivestono di fiori anche i roveti brulli; e passa e passa il popolo dei fantasimi lieti: le vergini e i poeti, gli arcangeli e i fanciulli. Che v'importa degli anni? La verghetta lucente d'un mago onnipossente la gioventù ridona. Che val se vi sepàra dal nostro amor la sorte? Più del destino è forte l'Idea, la fata buona.

Da “Poesie - Libro secondo nuove liriche” Le Monnier, Firenze 1912

A chi va nelle fiabe la sorte meravigliosa? A colui che senza speranza si affida all’insperabile. Sperare e affidarsi sono cose diverse quant’è diversa l’attesa della fortuna mondana dalla seconda virtù teologale. Chi ripete ciecamente, ostinatamente “speriamo” non si affida: spera solo, realmente, in un colpo di fortuna, nel gioco momentaneamente propizio della legge di necessità. Chi si affida non conta su eventi particolari perché è certo di un’economia che racchiude tutti gli eventi e ne supera il significato come l’arazzo, il tappeto simbolico supera i fiori e gli animali che lo compongono. Vince nella fiaba il folle che ragiona a rovescio, capovolge le maschere, discerne nella trama il filo segreto, nella melodia l’inspiegabile gioco d’echi; che si muove con estatica precisione nel labirinto di formule, numeri, antifone, rituali comune ai vangeli, alla fiaba, alla poesia. Crede costui, come il santo, al cammino sulle acque, alle mura traversate da uno spirito ardente. Crede, come il poeta, alla parola: crea dunque con essa, ne trae concreti prodigi. Et in Deo meo trasgrediar murum. Cristina Campo da “Il flauto e il tappeto”, Rusconi, Milano 1971


Fata luminosa (2009) Olio su tela – cm. 60x60


FATA LUMINOSA La Fata Luminosa sono io. Questa dichiarazione può sembrare mancante di modestia. Infatti, scrivendolo, arrossisco. Tuttavia, trattandosi di narrare una storia che ha la sua brava morale, la racconto tale e qual'è. E forse a Lola farà piacere. Incontrai Lola in montagna. L'estate era stata torrida, ma io, occupata a scrivere degli articoli illustranti la barbarie della perfida Albion, non me ne ero accorta. Un giorno alzando gli occhi per caso al calendario m' avvidi che l' estate era già lontana. Ed io non ero stata in campagna! Non ero stata. come ogni anno, a 1000 o 2000 metri d' altitudine! -- Dov'è la più vicina montagna? -- chiesi a chi mi stava accanto, mettendomi in fretta il cappello. -- Macugnaga, -- mi fn risposto. -- Avanti. Vado a Macugnaga. Addio a tutti. Invano si protestò che Macugnaga in ottobre sarebbe vuota, che a Macugnaga sarei gelata… Partii. Il sole d' ottobre -- il più bel sole dell' anno -- raggiava in un cielo di lapislazzuli quando arrivai lassù, e i ghiacciai del Monte Rosa fumigavano abbaglianti e le valanghe balzavano e rotolavano tonando, come per un foot-ball di giganti. E Macugnaga era vuota. Meglio così. Tutta questa gloria di sole e di neve era per me, per me sola. Ma facevo i conti senza l'oste: l'oste di Macugnaga chiudeva i suoi alberghi, e se non volevo dormire nelle pinete o sul ghiacciaio, dovevo scendere con lui al piano. Scesi; ma il meno possibile. Mi fermai a mezza montagna, a Ceppo -- ridente villaggetto che si posa come una driade montana, con un piede sul pendìo e l'altro nel torrente -- e presi alloggio nel piccolo Hôtel des Alpes, presso la signora Maria. (Signora Maria! se voi leggerete questo racconto, sentitevi nel cuore il mio saluto). E a Ceppo conobbi Lola. Passando un meriggio accanto alla scuola, la vidi, circondata dai suoi venti o trenta bambini, che tutti le strillavano qualche cosa. Lei non rispondeva. Teneva fissi su me gli occhi, occhi immensi, neri, ardenti. Le dissi qualcosa; ella si fece rossa e poi pallida e mormorò il mio nome. Mi parve lusinghiera, sebbene esagerata, la sua commozione. Nel pomeriggio venne a trovarmi. Mi portò molti fiori. Era magra, esaltata, febbrile. E nel villaggio mi dissero: -- Ah, la maestrina? Poveretta! va consunta. Anche lei me lo disse un giorno, ansando un poco: -- Vado consunta. -- E nella sua voce vi era insieme una grande paura e un certo romantico compiacimento. -- L'hanno detto tutti; anche i dottori di Milano; e il dottore di qui, che mi fa delle iniezioni. È tutto inutile! Vado consunta. Io ne ebbi grande dolore e pietà. Quando salivo correndo per la montagna, al sole e al vento, pensavo a lei, e mi dicevo: -- Povera Lola, che non può!… -- Perdendomi nei boschi d'abeti, arrampicandomi per l'arida morena, traversando il torrente e scivolando sui sassi levigati e bagnandomi fino alle ginocchia nella gelida acqua, arrivando infine alla croce sul ghiacciaio e guardandomi intorno, col mondo ai miei piedi e soltanto il cielo sopra di me, pensavo: -- Povera Lola!… povera Lola che non deve muoversi, che non deve stancarsi…. E ad ogni cappelletta, ad ogni crocifisso sull'orlo delle vie alpestri mi fermavo a dire una piccola preghiera perchè Lola guarisse; ad ogni Madonnina ammantata d'azzurro, impallidita dal sole e dalle pioggie, sussurravo piano: -- Oh Madonnina, fate guarire Lola. Ma in fondo al cuore sapevo che Lola non poteva guarire. Lola si aggrappò a me con un affetto febbrile e appassionato. Ad ogni passo la incontravo, ferma a guardarmi con quegli occhi troppo lucenti. Le bambine della scuola avevano tutti i momenti ricreazione perchè la maestra doveva uscire; lieve e lenta passava davanti alla bianca porta e sotto alle verdi finestre dell' Hôtel des Alpes. Allora, un giorno, l'invitai ad entrare. Poi l'invitai a rimanere; ed ella passò i suoi pomeriggi sdraiata sul divano a guardarmi scrivere; talvolta, in pieno sole, uscivamo entrambe sul terrazzo. Non permettevo che mi parlasse. Era l'ora in cui le veniva la febbre; aveva le guance infocate, le mani brucianti: e i brevi capelli neri le si arricciavano sulla fronte sudata. Sempre, quando arrivava e quando partiva, io la baciavo. Ed ogni volta che la baciavo, lei mi diceva: -- Grazie! Venne il novembre, e il sole si ritirò da Ceppo; si ritirò con garbo, un poco ogni giorno, allontanandosi gradatamente dal villaggio come un amante infedele che medita un tradimento. -- Ora per tutto l' inverno il sole in paese non verrà più, -- disse la signora Maria. -- Tornerà in aprile. E spero che allora, -- soggiunse, china ad aiutarmi a chiudere la valigia, -- tornerà anche Lei! -- Anch'io lo spero, -- dissi con un sospiro, pensando come di rado mi sono concessi i ritorni. Tutto il villaggio si radunò davanti alla Posta per salutarmi alla partenza; soltanto Lola non c' era. Io avevo prescelto di fare a piedi i dieci o dodici chilometri di via maestra che scendono allegramente a valle tra rocce e abeti: e alcuni dei miei nuovi amici mi accompagnarono per un tratto di strada. Ma già tutti se n' erano tornati indietro al villaggio allorchè, a uno svolto, vidi Lola seduta su un tronco d'albero ad aspettarmi. Aveva le braccia piene di fiori e gli occhi pieni di lagrime. (Non mi piacciono nè le lagrime quando sono per me, nè i fiori quando sono colti). -- Non dovevate venire così lontano, -- la sgridai. -- Come farete ora a tornar su?


Tremava tutta. -- Addio, addio! Non La scorderò mai, -- disse. -- Ella è stata per me.… una fata luminosa! -- Che esagerata! -- risi, baciandola. E lei subito mormorò il suo solito -- Grazie! -- Addio, Lola. Andate a casa. Badate di far giudizio. E mangiate molte nova. -- Addio, Fata Luminosa, -- singhiozzò lei. E la lasciai così -- sola, in mezzo alla strada maestra; piccola e scura sullo sfondo del Monte Rosa, col suo male e la sua malinconia. Ricordo che dopo qualche chilometro -- e i fiori ciondolavano le teste di qua e di là, stanchi d'essere portati come io di portarli -- passai davanti a una piccola cappella. Mi fermai a guardare. Dentro, una Madonnina sorrideva in atteggiamento assai mite, quasi le rincrescesse d' aver messo per errore il piede sulla testa del serpente. Sette stelle le incoronavano il capo. Le posi sul davanzale i fiori. -- O Madonnina dalle Sette Stelle! -- pregai. -- Fate guarire Lola. E ripresi la via. Il destino mi trasse lontano, e Lola era già da un pezzo scordata, quando mi giunse a Parigi (rispeditomi dal mio indirizzo « stabile » di Milano, dove non mi trovo mai) una cartolina. Era scritta in una grande calligrafia chiara e infantile; e diceva: « Fata Luminosa!!… Noi siamo ventinove bambine che le vogliamo bene. La nostra maestra ci parla sempre di lei. Andremo questa primavera a cercare le viole nei boschi per lei »! Sorrisi. Come era sentimentale e romantica Lola!… Con una cartolina ringraziai collettivamente le ventinove bambine; che a loro volta mi risposero con un' altra cartolina. Nella stessa calligrafia grande e tonda cominciava anche quella, al solito: “Fata Luminosa! “ (Mi sembrò che il portiere dell'albergo presentandomela avesse un piccolo sorriso). E in primavera mi giunsero le viole. Ogni otto giorni arrivavano delle scatolette di cartone schiacciate, piene di muschio -- talvolta ancor umido -- su cui posavano pallide ed avvizzite delle violette boschive. Mi seguivano da Milano a Roma, da Roma a Genova, da Genova a Montecarlo, da Montecarlo a Parigi.… Un giorno di nebbia nera a Londra, al mio ritorno da un tragico viaggio in Irlanda, ecco sul mio tavolo il solito pacchettino sgangherato, con dentro i cadaverini di viole mammole. Tutta una piccola primavera morta! Le gettai via con impazienza. Ma nel cuore me ne rimase, lene e lieve, il profumo. Alfine la mia felice ventura mi ricondusse in Italia. Ed ecco che un giorno mi venne annunciata una visita. Sospirai, ed entrai nel salotto. In un angolo sedeva una figuretta, una figuretta esile sotto un grande cappello di feltro. Si alzò e mosse con passo trepido verso di me. -- Fata Luminosa! Non mi riconosce? Era Lola. Una Lola rosata, abbronzata, ingrassata. -- Ma Lola! Come state? Ma state meglio, molto meglio! -- Sono guarita, -- disse Lola. -- Peso quarantanove chili. -- Per Lola è l'obesità, poichè a Ceppo ne pesava trentasette. -- E lo devo alla Fata Luminosa. -- Silenzio! Non siate sempre così esagerata, -- dissi severamente. E l'abbracciai. Notai che stavolta non mi disse grazie. -- Sono guarita, -- disse; -- e lo devo a Lei che mi ha incuorata e consolata; a Lei che non aveva paura di baciarmi; a Lei che…. -- Lo dovete alle uova. E alle iniezioni del dottore. -- E in cuor mio soggiunsi: -- E alla Madonnina delle Sette Stelle. Lola chiese ed ottenne una licenza di due mesi dalla sua scuola. E quei due mesi li passò con me. Parlandomi, o parlando di me, essa mi chiamava invariabilmente: “Fata Luminosa”. Non ci fu verso di farla smettere. E -- devo confessarlo? -- da principio questo nomignolo mi lusingava deliziosamente. Quando per la casa mi sentivo chiamare così, accorrevo lieta e sorridente. E a poco a poco anche gli altri in casa -- un po' per ridere di Lola, un po' per prendersi gioco di me -- cominciarono tutti a chiamarmi con quell'appellativo. .… Ebbene, se io dovessi dire quale martirio, quali sacrifici m'impone oggi quel nome, non mi si crederebbe. Vengono dei momenti nella vita, dei momenti nella giornata in cui non si è, nè si vuol essere, una fata luminosa. Quando si ha molto da fare, quando si ha fretta, quando le cose non vanno pel loro verso, quando si e nervosi e contrariati, allora è odioso, è insopportabile sentirsi dare della fata luminosa. “Fata Luminosa!”. Con queste due esecrabili parole Lola mi ha amareggiata l'esistenza. Un tempo io facevo press'a poco ciò che mi garbava. Al mattino mi alzavo quando mi pareva; mi vestivo come mi piaceva; quando aveva voglia di ridere, ridevo; quando avevo voglia di far bronci, li facevo. Ora non più. Ora, all' alba, prima ancora ch' io abbia aperto gli occhi, mentre lo spirito è voluttuosamente inabissato nelle lontane, vellutate profondità del sonno, odo al mio capezzale un saluto alacre e festoso: -- Ben svegliata, Fata Luminosa! Allora mi tocca aprire gli occhi e abbozzare un sorriso il più possibile luminoso; mi tocca rispondere a tono -- non con un inarticolato brontolìo, ma giuliva come risponderebbe una fata desta all'aurora: -- Ah! buon giorno! buon giorno!… Alzata di malavoglia nel grigiore mattutino, infreddolita e lugubre, penso di indossare una certa vestaglia di flanella regalatami da mia suocera (che disprezza le apparenze) e infilare i piedi in un paio di pantofole paleontologiche, ma che serbano i resti d'una fodera di pelliccia. Così, appuntate le chiome à la sans-façon, apro la mia porta per dire che mi si porti il caffè-latte. Lo prenderò, sola, con un certo “confort”, leggiucchiando il giornale. Ma ecco le voci dei familiari che da lungi mi salutano: -- Ti aspettiamo, fata! -- E il trillante soprano di Lola che esclama:


-- Ah! ora viene la fata!… la Fata Luminosa! Richiudo la porta. Getto uno sguardo nello specchio e mi convinco che, lungi dal sembrare una fata, somiglio piuttosto (come direbbe la mia toscana amica, Pia) a “Quella che diede la via ai fulmini!.…” Con ira getto lungi da me la vestaglia di flanella, scaglio una dietro all' altra, fuori dei piedi! le pantofole colla pelliccia; mi vesto, mi calzo, mi profumo.… e mi presento con un sorriso estatico alla soglia della sala da pranzo. -- Ah! eccola la fata! La Fata Luminosa! La morale? Sì, al principio di questo racconto vi ho promesso una morale. Eccola. Se tu, caro amico sconosciuto che mi leggi, hai la fortuna di avere nella tua casa una donna -- sia essa moglie o sorella, suocera o cognata, zia o nipote; sia essa allegra o arcigna, indulgente o rigida, angelo o megera -- tu prenderai l' abitudine di dirle, e lo dirai tutti i giorni, incessantemente: -- Ah, Clelia! (o Sofia, o Luisa, o come del caso), tu sei invero una fata luminosa! Basta questo semplice mezzo perchè la tua casa divenga un paradiso. Quando la vedi un poco torva, un poco severa, quando la senti litigare coi fornitori, gridare colla cameriera, dare gli otto giorni alla cuoca, assestare qualche scappellotto ai bambini strillanti.… presto, prima che venga il tuo turno, hop-là! senza por tempo in mezzo, apri la porta e chiama con voce soave: -- Sei tu, mia Fata Luminosa? Ella ti dirà: -- Sì. Sono io. -- (Perchè non può dirti: -- No, non sono io!). E nove volte su dieci la bufera si dileguerà. Ma questo non è tutto. Nove volte su dieci quell'appellativo la indurrà non soltanto a comporsi un' espressione intonata all' epiteto; ma inclinerà anche la sua anima alla blandizia. A poco a poco, ella prenderà la consuetudine -- direi quasi il vizio -- di essere adorabile e adorata, di effondere intorno a sè luce e letizia, di sentirsi il sorriso sempre presso alle labbra, la carezza sempre dentro alla mano, e la bocca sempre “di perle piena e di rose e di dolci parole”. .… Così, quasi per incanto, pronunciando queste due parole evocatrici di raggi e di lucentezze, ecco che il mondo intorno a noi si riempirà tutto di fate luminose.

Annie Vivanti da Gioia R. Bemporad e figlio, Firenze 1921


QUATTORDICESIMA STANZA Dove un estratto dal brano sognante di Maria Ginanni conduce in una stanza ricca di rimandi fiabeschi sia nel testo di Beatrice Solinas Donghi che nel racconto policromo di Emma Perodi


QUATTORDICESIMA STANZA

Si entra in un mondo nel quale è abolita la concretezza: toccare. Sono imbevuta dalla fluidità della notte che penetra in me ed ipnoticamente vengo a somigliarle. Scivolo svaporando in zone occulte di vita-tremito, dove l'atmosfera è fatta di brividi, e le idee sono la cipria e ci profumano e ci sfiorano. Io non sono che cipria scivolata delicatamente tra due dita... nevicata con stanchezza... poco a poco... continuamente... in questo cielo che la raccoglie sconfinatamente scoperchiato. Per accettarmi nel suo mondo la notte vuole che io mi assottigli in un Profumo. Sono entrata sottilmente nella notte che mi ha soffiato addosso l'impeto di divenire profumo, il suo soffio-respiro mi ha riplasmato in una nuova creatura sorgente da un nuovo caos germoglio di un immenso mondo di cristallo nero di cui stasera è il primo giorno. Ogni sera che mi attraversa e passa nel Tempo lascia sempre al primo giorno questa creazione notturna. Così rinasco nella notte. Io rinasco nella notte e colgo una rosa fragilmente impalpabile radunando i petali uno ad uno sparsi su di me: una immensa corolla di profumo e la sollevo contro il cielo – no – non è una rosa è un mio gesto evaporato nella notte: le mie mani si innalzano sotto la gola aprendosi come petali di una corolla, nelle loro dita. Per essere degna di presentarmi alla notte ricorro istintivamente a questo travestimento grazioso e profumato. Maria Ginanni In Montagne trasparenti Edizioni de L’Italia futurista, Firenze 1917

C'era una volta un albergatore vedovo che aveva una figlia di una bellezza straordinaria. Quest'uomo si sposò con una donna che, in quanto a bellezza, non era nemmeno da paragonare alla figliastra; tanto che questa matrigna prima cominciò a invidiarla, poi diventò gelosa. E metteva a perdere quel pover'uomo, che alla fine non ne poté più e acconsentì a separarsi dalla figlia, benché lo facesse molto malvolentieri. Dunque un giorno dice a sua figlia: «Vieni, andiamo a fare una passeggiata». Si incamminarono, passarono boschi e torrenti. Arrivati in cima a un monte l'uomo disse alla figlia di aspettarlo lì per pochi minuti, il tempo di andarle a cercare dei fiori nelle vicinanze. La ragazza aspettò un' ora, poi due, poi fino a notte, ma era inutile, il padre non tornava. Capì d'esser stata abbandonata e si mise a piangere. Infine sentì dei passi, andò dalla parte di dove veniva il rumore e si trovò in mezzo a una banda di briganti. Ma loro, stupefatti della sua meravigliosa bellezza, non le fecero nessun male e decisero di prenderla a vivere con loro come una sorella, perché gli facesse le faccende di casa. Lei visse per parecchio tempo in questa condizione. Un giorno che stava preparando il pranzo vide venire da quella parte una vecchia, la fece entrare in casa e le regalò tutto quello che poteva farle piacere, invitandola anche a tornare a trovarla tutte le volte che voleva. La vecchia, che era una strega, le domandò il permesso di venire tutti i giorni per pettinare i suoi bei capelli. La ragazza disse di sì per farle piacere, ma l'indomani la vecchia mentre la pettinava le piantò uno spillone nella testa e se ne andò. Tornarono i briganti e trovarono la bella trasformata in statua; ebbero un bel chiamarla, scrollarla, non c'era niente da fare. Decisero allora di tenerla per bellezza, come si tiene una statua, e la piazzarono in un punto dove tutti potevano vederla nel passare. (…)

Beatrice Solinas Donghi da La matrigna, in Fiabe liguri Mondadori, Milano 1982


L’incantatrice (2010) Olio su tela – cm. 60x60


L'Incantatrice (…) Naturalmente, tutto il giorno in casa Marcucci non si parlò d'altro che della fortuna toccata all'Annina, e siccome era mezza festa, i bimbi, che quella visita inattesa aveva lasciati in uno stato di eccitamento insolito, chiesero alla nonna la novella, che era il loro divertimento nei giorni di riposo. La Regina non si fece pregare e prese a dire: - Al tempo dei tempi, quando la Madonna, Gesù e i santi facevano miracoli, c'era ad Arezzo, non proprio in città, ma poco fuori delle mura, verso la chiesa delle Grazie, una ragazza per nome Santina. Questa ragazza aveva un cugino chiamato Gosto, e tutt'e due, essendo parenti, eran cresciuti con l'idea di sposarsi un giorno. Ma allorché i loro genitori vennero a morte, essi dovettero allogarsi come garzone e garzona, e nella disgrazia avevan avuto la fortuna di capitare in uno stesso podere, dal medesimo padrone. I due giovani avrebbero potuto campar contenti, aiutandosi scambievolmente, ma invece si lamentavan sempre. - Se avessimo almeno di che comprare un paio di manzi e un maiale, - diceva Gosto, - si cercherebbe un poderetto e ci potremmo sposare! - Sì; - rispondeva Santina, sospirando, - ma son certi tempi, questi! Le bestie son care arrabbiate, e non c'è bene per la povera gente. - Ho paura che si debba aspettare un bel pezzo! - replicava il giovine. - Eppure, non c'è da dire che io sciupi denari all'osteria. - Ho paura anch'io, - diceva la Santina. Questi lamenti si ripetevano tutti i giorni, e, alla fine, Gosto perse la pazienza. Una mattina egli andò dalla ragazza, che vagliava il grano nell'aia, e le disse che voleva recarsi lontano a cercar fortuna. Santina si turbò molto a questa notizia e fece di tutto per trattenerlo; ma Gosto, che era un giovinotto risoluto, non volle darle ascolto. - Gli uccelli, - diss'egli, - volano sempre, finché non trovano un campo di grano, e le api girano in cerca di fiori per fare il miele. Ti pare che un uomo debba aver meno criterio di questi animali? Anch'io voglio cercare, finché non trovo ciò che mi manca, cioè di che comprare un paio di manzi e un maiale. Se mi vuoi bene, Santa, non devi opporti a questa mia risoluzione, che affretterà il nostro matrimonio. La ragazza capì che doveva cedere, e, nonostante che ella si sentisse sanguinare il cuore, disse a Gosto: - Va', e che Dio ti assista! ma prima di partire, accetta ch'io divida con te ciò che mi lasciarono i miei genitori. Allora condusse il giovane davanti a una cassa, e, apertala, ne cavò un campanellino, un coltello e un bastone. - Queste tre reliquie, - ella disse, - non sono mai uscite dalla mia famiglia. Ecco il campanellino di san Romano, che ha un suono che si sente a qualunque distanza e avverte gli amici del pericolo che corre colui che lo possiede. Il coltello appartenne a san Donato, e tutto ciò che tocca sfugge agli incantesimi dei maghi e del Demonio; il bastone poi è quello del glorioso san Francesco, e conduce dove uno vuol andare. Ti do il coltello per difenderti dai maleficî, il campanello per avvertirmi dei pericoli che corri, e il bastone lo tengo per me, per raggiungerti in caso di bisogno. Gosto ringraziò la Santina, fece due lacrimoni nel lasciarla, poi si diresse verso le montagne. Ma appena compariva davanti a un villaggio, i poveri lo assalivano credendolo un signore, perché era pulitamente vestito. - Questa mi pare una contrada fatta più per finir quei piccioli che ho, che per metterne assieme; - disse Gosto, - andiamo più lontano. E, cammina cammina, giunse in Romagna, a poca distanza dal mare. Mentre era sulla porta di un'osteria e stava per entrarvi, sentì due mulattieri, i quali, mentre caricavano le mule, parlavano della Incantatrice dello Scoglio del Diavolo. Gosto si avvicinò ai due uomini e domandò loro spiegazioni. Essi gli risposero che l'Incantatrice non si sapeva chi fosse, né di dove venisse, che abitava uno scoglio pericoloso ed era più ricca di tutti i re della terra. - Non fate come hanno fatto tanti altri, - aggiunse uno dei mulattieri, - che sono andati allo Scoglio del Diavolo per impadronirsi dei tesori della Incantatrice. Chi va da lei non torna più. Gosto, nel sentire quest'avvertimento, fu subito punzecchiato dal desiderio di quell'avventura. I mulattieri fecero di tutto per trattenerlo e, vedendolo incaponito, ammutinarono il popolo, il quale si affollò intorno a lui e si mise a gridare, dicendo che nessun cristiano poteva lasciar correre alla perdizione un giovanotto. Gosto, vedendo la mala parata, disse che rinunziava all'impresa; ma siccome era tanto povero, pregava quelle anime buone, che dimostravano un interesse così vivo per lui, a fare una piccola colletta col provento della quale potesse comprare un paio di manzi e un maiale. Nell'udir questo, la folla si disperse, dicendo che quel giovane era un testardo e che non c'era mezzo di trattenerlo. Gosto, dunque, rimasto solo, andò in riva al mare e si fece condurre da un barcaiolo allo Scoglio del Diavolo. Questo scoglio era immenso, e nel centro di esso si vedeva uno stagno formato dalle acque del mare. Nel centro poi dello stagno vi era un'isoletta circondata di alghe e di gigli color rosa. Mentre Gosto camminava sulla proda dello stagno, vide nascosta fra un ciuffo d'erbe una barchetta celeste, che si cullava sulle acque tranquille. Quella barchetta aveva la forma di un cigno con la testa ripiegata sotto un'ala. Gosto, che non aveva veduto mai nulla di simile, si accostò a guardar la barca e poi, dopo averla esaminata da ogni lato, vi entrò dentro. Ma appena vi ebbe messo il piede, parve che il cigno si destasse; cavò la testa di sotto le penne, distese le zampe sull'acqua e si allontanò repentinamente dalla riva. Il giovane mandò un grido di spavento; ma il cigno si spinse veloce verso il centro dello stagno. Gosto allora cercò di buttarsi nell'acqua sperando di raggiungere a nuoto la sponda, e il cigno si tuffò nell'acqua trascinando seco il giovane, il quale non poteva neppur gridare, per non empirsi la bocca di acqua nauseabonda. Egli dovette dunque tacere, e così giunse alla casa della Incantatrice. Era quella tutta formata di conchiglie rarissime. Vi si giungeva da una scala di cristallo fatta in guisa che quando uno vi passava sopra, ogni scalino cantava come un uccello in primavera. Tutt'intorno vi erano vasti giardini, ove crescevano foreste di piante marine, e v'erano aiuole di alghe verdi, cosparse di diamanti invece che di fiori. L'Incantatrice era distesa nella prima stanza, sopra un letto d'oro. Era vestita di una tela color verde mare, fina e trasparente come le onde; i capelli neri erano vagamente ornati di coralli e le scendevano fino alle


calcagna; il volto di lei era roseo e bianco come l'interno di una nicchia. Gosto rimase a bocca aperta vedendola così bella; l'Incantatrice si alzò allora sorridendo per andargli incontro. L'andatura di lei era leggiera come un'onda bianca che corresse sul mare, o una nuvoletta vagante per l'aria. Giunta vicino a Gosto, lo salutò dicendogli: - Sii il benvenuto. Qui vi é sempre posto per gli stranieri e per i bei giovanotti. Gosto acquistò coraggio e fece un passo avanti; allora l'Incantatrice gli domandò: - Chi sei? Donde vieni? Che cerchi? - Mi chiamo Agostino, - rispose il giovine, - vengo da Arezzo e cerco di che comprare un paio di manzi e un maiale. - Ebbene, vieni, - disse la Fata, - e non ti dar cura di nulla perché avrai tutto ciò che potrà farti felice. Ella lo aveva fatto entrare in una seconda sala tutta tappezzata di perle, dove gli apprestò otto qualità diverse di vino in otto boccali d'argento. Gosto vuotò tutti i boccali e quando gli vennero riempiti, li vuotò di nuovo; e più beveva, e più l'Incantatrice gli pareva bella. Costei lo incoraggiava, dicendogli che non doveva temere di mandarla in rovina, poiché lo stagno dello Scoglio del Diavolo comunicava col mare, e tutte le ricchezze inghiottite da esso durante le tempeste, erano ivi portate da una corrente magica. - Per l'anima mia, - disse Gosto divenuto ardito mercè il vino, - non mi meraviglio più se la gente del littorale parla male di voi! Le persone ricche hanno sempre degli invidiosi; per conto mio non domanderei altro che la metà di quello che possedete. - L'avrai, se vuoi, Agostino, - disse la Fata. - Come devo fare? - domandò egli. - Io sono vedova di un Nano, - replicò ella, - e, se ti piaccio, possiamo sposarci. Gosto fu meravigliato di questa proposta. Lui, proprio lui, così povero in canna, avrebbe sposato l'Incantatrice, che era così bella, e poi ricca tanto da dare da bere otto qualità di vino?... È vero che aveva promesso a Santina di sposarla; ma a questo mondo, quando si spera di diventar ricchi, si dimentica quello e altro. Rispose dunque molto gentilmente alla Fata, dicendole che non era fatta per sentirsi dar dei rifiuti e che sarebbe stato un piacere per lui di esserle marito.L'Incantatrice replicò allora che voleva preparar subito il banchetto delle nozze, e apparecchiò una tavola coperta di ogni grazia di Dio. V'erano molte cose che Gosto conosceva, ma molte ancora che non aveva mai viste. Poi ella andò presso un piccolo vivaio, che era in fondo al giardino e si mise a gridare: - O procuratore! o mugnaio! o marinaro! o lanzichenecco! A ogni grido si vedeva guizzar sull'acqua un pesce, che ella metteva in una rete d'acciaio. Quando la rete fu piena, l'Incantatrice andò in una stanza vicina e buttò i pesci in una padella d'oro. Ma a Gosto parve di sentire, invece dello scoppiettar del fritto, tante vocine che bisbigliassero. - Ditemi, Incantatrice, chi è che bisbiglia nella padella d'oro? - Sono le legna, che crepitano, - rispos'ella mentre attizzava il fuoco. Un momento dopo le vocine ricominciarono a farsi udire. - Ditemi, Incantatrice, chi è che mormora? - domandò Gosto. - È l'olio che frigge, - rispose la Fata rimuginando la padella. Ma in breve le piccole voci si fecero risentire. - Ditemi, Incantatrice, chi è che grida? - riprese Gosto. - È il grillo qui fuori, - disse la Fata. E si mise a cantare a squarciagola, così che Gosto non sentì più nulla. Peraltro, quello che aveva sentito, lo fece riflettere, e siccome incominciava ad avere paura, così si destarono in lui i rimorsi. - Gesù mio, - disse fra sé, - come è possibile che io abbia dimenticato così presto Santina per una Incantatrice, che dev'essere figliuola del Demonio! Con questa donna qui non oserei neppur dire le orazioni, né sera, né mattina, e sarei sicuro d'andare all'inferno a bruciare per tutta l'eternità. Mentre così parlava, la Fata aveva messo in tavola il fritto e spinse Gosto a mangiarne, dicendogli che andava a prendere per lui altre dodici qualità di vino. Gosto cavò fuori il coltello che gli aveva dato Santina, e, sospirando, si preparò a mangiare; ma appena la lama che distruggeva gl'incantesimi ebbe toccato il piatto d'oro, tutti i pesci si rizzarono e ritornarono uomini, vestiti secondo la loro professione. Il procuratore aveva la toga, il mugnaio era coperto di farina, il marinaro aveva la berretta rossa, e il lanzichenecco il vestito di più colori e la lancia, e tutti si misero a gridare: - Salvaci, se vuoi esser salvato! - Maria santa! Chi sono questi uomini, che gridavano nell'olio bollente? - esclamò Gosto tutto meravigliato. - Siamo cristiani come te, - risposero. - Eravamo venuti allo Scoglio del Diavolo per cercar fortuna, abbiamo accondisceso a sposare l'Incantatrice, e il dì dopo le nozze ella ci ha ridotti come vedi, e come aveva già ridotti i nostri predecessori, che sono nel vivaio. - Come! - esclamò Gosto. - Una donna, che par così giovane, è già vedova di tanti mariti? - E tu sarai ben presto convertito in pesce ed esposto a esser fritto e mangiato dai tuoi successori.


Gosto fece un lancio. Gli pareva di esser già nella padella d'oro, e corse alla porta cercando di scappare prima del ritorno dell'Incantatrice; ma essa, entrando, aveva inteso tutto. In un batter d'occhio gettò la rete d'acciaio ed egli fu trasformato in ranocchio e portato nel vivaio, dov'erano tutti gli altri mariti. In quel momento il campanellino che Gosto aveva al collo si mise a scampanellare da sé, e Santina lo udì da Arezzo, mentre stava a filar la lana sull'aia del podere. Quel suono le fece provare una trafitta al cuore e gettò un grido: - Gosto è in pericolo! E senza attendere un momento, senza consigliarsi con nessuno, corse a mettersi il vestito delle feste, s'infilò le scarpe, ed uscì dal podere appoggiandosi sul bastone di san Francesco. Quando giunse a un crocevia, conficcò il bastone in terra e disse: Bastone, bastoncello, Del Santo poverello, Porta me da Gosto mio, Con l'aiuto del buon Dio! Il bastone si cambiò subito in un cavallo strigliato, bardato, sellato, infioccato sugli orecchi e impennacchiato sulla fronte. Santina gli salì in groppa e il cavallo si mise, prima a camminar di passo, poi di galoppo e alla fine correva tanto, che i fossi, gli alberi, le case, i campanili passavano davanti agli occhi della ragazza come farebbero le stecche di un arcolaio. Ma ella non si lamentava, sapendo che ogni passo la riavvicinava sempre più al suo caro Gosto; anzi, incitava l'animale, ripetendo: - Il cavallo va più piano della rondine, la rondine va più piano del vento, il vento della saetta; ma tu, cavallino mio, se mi vuoi bene, devi andare più presto di tutti; perché ho una parte del cuore che soffre, la parte migliore del cuore che è in pericolo. Il cavallo la capiva veramente bene, e correva come una pagliuzza travolta dal vento; ma quando fu a metà costa dell'Appennino, si fermò, perché dalla via presa da Santina non era mai passato nessun cavallo, tanto era ripida e scoscesa. Santina capì la ragione di quella fermata e prese a dire: Cavallo, cavallino, Del Santo poverino, Porta me da Gosto mio, Con l'aiuto del buon Dio! Appena la ragazza ebbe terminata questa invocazione, le ali spuntarono dai fianchi al cavallo, il quale, trasformatosi in uccello grandissimo, si diede a volare in alto e giunse in vetta a un monte. In quella vetta vide un nido di creta, coperto di borraccina, sul quale stava accovacciato un ometto grinzoso e pelato, il quale vedendo Santina si mise a gridare: - Ecco la bella ragazza che viene a salvarmi! - A salvarti! Ma chi sei, omìno? - Sono Cencio, il marito dell'Incantatrice dello Scoglio del Diavolo; è stata lei che mi ha relegato qui. - E che fai su quel nido? - Sto a covare sei uova di pietra e non sarò libero finché da queste uova non nasceranno sei pulcini. Santa non poté trattener le risa. - Povero gallettino, come farò mai a salvarti? - Salvando Gosto, che è in potere dell'Incantatrice, salverai anche me. - Dimmi come posso fare, per carità, e anche se dovessi percorrere in ginocchio il giro di tutti i santuarî, mi metterei subito in cammino. - Ebbene, occorrono due cose, - rispose il Nano. - Prima devi presentarti all'Incantatrice sotto le spoglie di un giovinotto; poi devi rubarle la rete d'acciaio, che porta alla cintura, e rinchiudervela fino al giorno del Giudizio. - E dove troverò mai un abito maschile? - domandò la ragazza. - Lo saprai subito, bella mia! Il Nano si mise a scavare la terra e, scava scava, fece una buca profonda. A un tratto si fermò e disse a Santina: - Io non ne posso più; ma tu non sei stanca e potrai scavare ancora. Qui ci devon esser rimpiattate certe valigie tolte dai ladri a un cavaliere. Costoro, dopo il furto, furon presi e impiccati, ma la roba rubata è custodita ancora dalla terra. Santina scavò tanto e poi tanto, che alla fine trovò le valigie di cuoio intatte. Dentro v'era un ricco vestito di velluto, un tocco piumato, cintura, calzoni e spada. Quando Santina ebbe indossato il ricco abito, pareva proprio un cavaliere. Ella ringraziò il Nano, il quale le diede ancora alcune indicazioni su quel che doveva fare, e poi l'uccello dalle ali smisurate la condusse con un sol volo fino allo Scoglio del Diavolo. Giunta colà ella disse: Uccello, bell'uccello,


Ritorna bastoncello; Or son qui da Gosto mio, Con l'aiuto del buon Dio! Vedendo la barca a forma di cigno, Santina vi entrò e il cigno la condusse al palazzo dell'Incantatrice. Questa, vedendo il bel cavaliere riccamente vestito, fu tutta lieta ed esclamò: - Per Satanasso! Non vidi mai giovine più bello in quest'isola, e voglio fargli lieta e cortese accoglienza. Ella mosse dunque incontro a Santina, dicendole: «Cuor mio! Amor mio!». Poi le servì da merenda, e la ragazza, trovando sulla tavola il coltello di san Donato, lasciato lì da Gosto, lo prese per servirsene, caso mai ne avesse bisogno, e seguì l'Incantatrice nel giardino. La Fata le mostrò le aiuole con i fiori di diamanti, le fontane di acqua odorosa, e soprattutto il vivaio, dove nuotavano pesci di ogni colore. Santina li ammirò moltissimo e si sedé in riva all'acqua per vederli più da vicino. L'Incantatrice approfittò di quel momento per domandarle se non sarebbe stata contenta di restar sempre in sua compagnia, e Santina le rispose che non aveva altra brama, altro desiderio. - Dunque tu mi sposeresti subito? - domandò la Fata. - Sì, a patto però che tu mi lasci pescare uno di questi bei pesci con la rete d'acciaio che porti alla cintura. L'Incantatrice non aveva nessun sospetto e credé che quel desiderio fosse un capriccio del giovinotto; perciò gli dette la rete e disse sorridendo: - Vediamo, bel pescatore, quello che pescherai! - Pescherò il Diavolo! - esclamò Santina gettando la rete sulla testa della Incantatrice. - In nome del Redentore degli uomini, strega maledetta, diventa all'aspetto quel che sei in realtà. L'Incantatrice non poté gettar altro che un grido, che terminò in un gemito soffocato, perché il desiderio di Santina si era compiuto, e la bella Fata delle acque era trasformata in una orribile vecchia, bavosa e rugosa. Santina chiuse la rete e corse a gittarla in un pozzo, sopra il quale mise una pietra col segno della croce, affinché non potesse essere alzata, come quella dei sepolcri, altro che il giorno del Giudizio. Poi tornò in tutta fretta al vivaio, ma i pesci ne erano già usciti e le andavano incontro a guisa di lunga processione, gridando con le vocine roche: - Ecco il nostro padrone, colui che ci ha liberati dalla rete di acciaio e dalla padella d'oro. - E vi renderà pure il vostro aspetto di cristiani, - disse Santina, cavando di tasca il coltello di san Donato. Ma quando stava per toccare con quello il primo pesce, vide accanto a sé, sull'erba, un ranocchio verde con un campanellino al collo. Il ranocchio piangeva e comprimevasi il cuore con le sue zampette davanti; Santina a quella vista si sentì rimescolare tutto il sangue ed esclamò: - Sei tu, Gosto mio, sposo mio, mio bene? - Sono io, - rispose il ranocchio. Santina lo toccò subito con la lama che aveva alla cintura, e Gosto prese l'aspetto di cristiano. Essi si abbracciarono piangendo e ridendo nel medesimo tempo. Le lacrime, esprimevano i rammarici passati; il riso, le speranze dell'avvenire. La ragazza toccò poi tutti i pesci, che ritornarono uomini com'erano prima dell'incantesimo. Quando ella fu per partire, vide arrivare l'omìno della montagna, che stava sul nido, tirato da sei scarafaggi, che erano nati dalle sei uova di pietra. - Eccomi, bella ragazza! - esclamò scorgendo Santina. - L'incantesimo che mi teneva inchiodato sulla vetta del monte, ora è rotto mercè vostra. E per dimostrarle la sua gratitudine, la guidò nei sotterranei del palazzo, dove l'Incantatrice teneva nascosti i suoi tesori, e le disse di prendere tutto ciò che voleva. Santina e Gosto si empirono le tasche di pietre preziose, e la ragazza ordinò al bastone di diventare una nave abbastanza grande per portare sulle coste di Romagna tutta la gente che ella aveva salvata. Il bastone di san Francesco ubbidì subito, e prima che il bastimento salpasse, Santina toccò lo Scoglio del Diavolo col coltello di san Donato, e lo Scoglio sprofondò nei gorghi del mare. Dopo pochi giorni, Santina e Gosto tornarono al podere delle Grazie, vicino ad Arezzo, e invece di comprar soltanto un paio di manzi e un maiale, acquistarono terre in quantità e celebrarono le nozze con molta pompa. Alla cerimonia assistevano tutte le persone liberate da Santina, le quali, dopo aver avuto ricchi presenti dagli sposi, se ne tornarono a casa loro benedicendo l'accortezza della giovine. Santina fu buona moglie, com'era stata buona fidanzata, ed educò con amore i proprî figli, i quali salirono in alto grado, e fatti nobili dall'Imperatore, posero nel loro stemma un coltello, un campanellino ed un bastone. Mercè loro sorsero in Casentino tre chiese in onore di san Romano, di san Donato e di san Francesco, che erano stati i santi protettori della madre. Il coltello, il campanellino e il bastone perdettero ogni virtù appena la famiglia di Gosto e di Santina fu ricca e felice, ma i discendenti dei due sposi serbarono la fedeltà e la prudenza, che erano stati i veri talismani della loro avola, la quale morì vecchissima, in concetto di santità, e le fu eretta una tomba tutta di marmo dalla famiglia riconoscente. - E qui la novella è finita, - disse Regina. Emma Perodi da Le novelle della nonna Newton Compton Editori, Roma, 1992


QUINDICESIMA STANZA Dove le ultime, aride parole del racconto di Bruno Sperani socchiudono le porte di una stanza densa di attese dolenti, cosĂŹ nella lirica di Amelia Rosselli come nella novella di Sfinge


QUINDICESIMA STANZA Adesso si accorgeva di averla sempre desiderata e forse anche amata. (…)D'altronde la Marietta, per quanto consunta dalla malattia, spandeva intorno a sé un fascino irresistibile, e aveva nel volto, in quel momento, una bellezza quasi soprannaturale. E questo fascino soggiogò Adriano così fortemente, che per un istante smarrì quasi la ragione. Dimenticò tutto. - Sarò sempre tuo - le diçeva abbracciandola - mi lego a te per la vita. Non m'importa più di nulla, purché tu sii mia! Le deboli forze della malata erano sfinite. Ella cessò di difendersi. Il suo corpo si irrigidì: i suoi occhi spalancati, immobili, si fissarono negli occhi di lui, con una espressione di addolorato rimprovero. Sotto a quello sguardo, la ubbriacatura di Adriano si dissipò. Rimase come interdetto, le braccia allentate; poi si allontanò di alcuni passi. Aveva negli occhi la visione della scena accaduta in quella medesima camera, sei anni innanzi. Così, con quella rigidezza mortale, con quella espressione angosciosa di vittima, ella doveva aver ceduto alla violenza di quel bruto. Soltanto, che ora, quel bruto, era lui, Adriano Superti. Tanto in basso doveva discendere! Rimaneva pensoso, a capo chino, come un reo convinto. - Addio, Marietta, - disse finalmente iscuotendosi- perdonatemi. Era la prima volta che non le dava del tu. Ella ebbe una ispirazione gentile. Gli prese una mano, lo attirò presso di sé, e posò le labbra sulla mano che stringeva. Egli ricevette quel bacio come in sogno; nel medesimo istante sentì due calde lagrime scorrergli sul polso. Allora il suo cuore traboccò. Le lagrime che gli facevano nodo alla gola scoppiarono. Piansero insieme, come due fanciulli infelici, oppressi, schiacciati dal peso della vita, da questo male ignoto e incurabile, che fa spasimare i più spensierati ed inconsci, pericolare i più forti. Finalmente si separarono. Nell'ultimo saluto, ella gli disse: - Va'!... Ricordati di me, sempre!... E ricadde spossata su i guanciali. Adriano uscì da quella casa col cuore stretto, col cervello disposto ai pensieri malinconici. A poco a poco, percorrendo a caso strade quasi deserte, fu condotto involontariamente a riflettere sul destino di quelle povere donne, che brillano un momento nella vita ardente delle grandi città; poi, tutto a un tratto, spariscono, come se il lastrico le avesse inghiottite. (…)

BRUNO SPERANI (Beatrice Speraz) da Numeri e sogni, Galli, Milano 1887

Cercando una risposta ad una voce inconscia o tramite lei credere di trovarla — vidi le muse affascinarsi, stendendo veli vuoti sulle mani non correggendosi al portale. Cercando una riposta che rivelasse, il senso orgiastico degli eventi l’ottenebramento particolare d’una sorte che per brevi strappi di luce si oppone — unico senso l’azione prestigiosa: che non dimentica, lascia i muri radere la pelle, non subisce straniamenti

Amelia Rosselli da Serie ospedaliera Mondadori, Milano 1969


La Musa (2009) Olio su tela – cm. 100x70


LA MUSA L'aveva raffigurata e forse immortalata, in una decenne sete spirituale della sua bellezza, in numerose tele già celebri, su pareti di cappelle private e di illustri cattedrali, che ora ridevano illuminate dalla sua grazia di Beata, ora piangevano coi suoi belli occhi le tragedie del martirio dei primi cristiani. Egli era un grande pittore credente e pio, sincero e commosso, che si riallacciava, con la sua nobile arte, alla grande famiglia dei pittori sacri del passato. Ma con una tecnica moderna e personale, con una concezione nuova delle simboliche figurazioni delle Fede, ch'egli vivificava e avvicinava alla vita moderna, traendo dagli antichi episodi biblici significazioni di permanente moralità umana, rifulgente di luce divina. Per il suo cattolicesimo prima, per la sua gloria poi, era stato lungamente negato e combattuto. Ma poiché era un forte, si era imposto a poco a poco e oramai il gregge dei suoi nemici aveva dovuto arrendersi, con le mani alzate... E Francesco Angèra «portava» il suo successo, come aveva «portata» la lunga vigilia, con una calma dignitosa che a taluni pareva fierezza, ad altri umiltà. La sua magra figura di asceta era chiusa come una salda fortezza intorno alle sue passioni. Ma poiché la sua storia sentimentale era stata cantata da lui con la linea e col colore in cento inni alati... così almeno questo suo segreto era diventato, per forza, pascolo della storia e della leggenda. Ma anche la storia e la leggenda, curiose, malevole, indiscrete da prima, furono adagio adagio ricondotte alla semplice verità. A riconoscere, cioè, che l'ispiratrice, la modella, la Musa di Francesco Angèra – sempre la stessa da lunghi anni – la donna unicamente da lui amata, le cui sembianze egli aveva prestate a tante sante e Madonne, non era la sua amante, ma un'amica ideale, una moderna Beatrice, una creatura appartenente più al cielo che alla terra, non solo per la sua diafana bellezza corporale ma per la sua peregrina virtù. Era stata veramente Liliana Cesi, ed era ancora, una donna bellissima e pura, di religioso spirito, di sentimenti elevati ed equilibrati, che pure vivendo in ambiente mondano e raffinato, si era sempre conservata di irreprensibili costumi. Vedova giovanissima, aveva incontrato sul suo cammino Francesco Angèra che non aveva mai appartenuto alla vita di bohème, ma aveva sempre preferita la «buona società» perchè più consimile ai suoi gusti e alla sua educazione. Avevano stretta una di quelle amicizie elevate e pure, alle quali, generalmente, la gente non presta fede, ma di cui si possono citare esempi in tutti i tempi, con buona pace dei così detti furbi, scettici e maldicenti. Il pittore era stato colpito e conquistato dal fisico di quella donna, che gli era parsa subito fatta a posta per rappresentare i suoi mistici sogni. In Liliana Cesi egli vide più l'arte che la realtà, più l'estasi mistica che la passione umana, più l'idea del suo cervello che il palpito del suo cuore. Ma certo anche il suo cuore d'uomo si scaldò al tepore di quella dolce anima femminile, nella soave amicizia amorosa che li univa, nella suasione dell'abitudine, nella comunanza dei gusti signorilmente squisiti, nella stessa fede religiosa, nella stessa diritta linea delle loro coscienze oneste. Ella sentendosi esaltata da lui, poetizzata, glorificata nella sua forma esteriore, si era inebbriata di orgoglio al cospetto degli altri e di tenera umiltà al cospetto di lui. E i sentimenti che furono da prima vanità femminile, amicizia, simpatia tenace, riconoscenza devota, si trasformarono a poco a poco in lei in un vero, in un grande, in un profondo amore. E tale amore ebbe la sua parte normale di passione umana... sì ch'ella non ebbe più solo trionfale gioia dall'arte di lui, che di lei si nutriva, ma anche dolore. Perchè ella cominciò ad accorgersi, con l'intuito del suo amore, ch'egli amava, sopra tutte l'altre cose al mondo, l'arte, e che ad essa avrebbe sacrificato tutto, se fosse stato necessario: tutto, sì, anche lei. Pure amandola e dicendoglielo, e dimostrandoglielo, con la sua cavalleresca assiduità, con la sua devota fedeltà, in tutte le maniere più squisitamente dolci e profonde, pure innegabilmente amandola, egli non le chiedeva mai, dopo tanti anni, di unire in modo definitivo e legale le loro due vite. E se non glielo domandava, era perchè non ne sentiva il desiderio, non ci pensava, non trovava in sè nessuna voce che lo spingesse ad iniziare una nuova fase nelle loro relazioni. Liliana Cesi era per lui l'ispiratrice, il fiore della sua arte e della sua anima, la donna perfetta esteriormente e moralmente, il fulcro della sua stessa vita. E quella lunga amicizia devota e fedele da ambe le parti gli bastava, gli riempiva lo spirito, illuminandolo di sempre nuovi incitamenti all'opera sua. Perchè l'ideale bellezza di lei, se era andata un poco sfiorendo, fatalmente, col passare del tempo, si era in certo modo perfezionata nella intensità della espressione. Tutto il suo corpo era una musica, una sottile sapienza di atteggiamenti pittorici, di lineamenti nuovi e impreveduti che facevano di lei non soltanto una modella, ma una vera e propria collaboratrice. (…) Per certe opere maggiori andava ella a posare allo studio di lui, la grande aula austera che pareva un tempio, ornata di pochi e magnifici arredi sacri; per altre, veniva egli a ritrarla nella casa di lei, in città, o nella villa che ella possedeva sulle rive di un nostro lago, fiorite di eterna primavera. Ma egli non era mai suo ospite. Abitava in un grande albergo, e andava solo nelle ore del mattino a lavorare a Villa Liliana, appartata e deliziosa, nido di tutte le più raffinate eleganze. Qualche raro amico comune, iniziato ai segreti dell'arte, era qualche volta ammesso ad assistere alle sedute; ed il rispetto per quella coppia di artisti (anch'ella, meritava, in verità, tale nome) era oramai generale ed incondizionato. Chi assisteva ai loro colloqui, poteva cogliere al volo parole come queste: – Liliana, amica buona, ho una visione che mi tormenta per l'affresco murale di una cappella patrizia. Per il nome della patrona, vorrei rappresentare la regina Elisabetta di Ungheria, quando reca in un lembo della sua veste il pane ai poveretti, contro il divieto maritale... e che, all'improvviso, nelle pieghe del suo manto il pane si trasforma in una messe di fiori. Trovatemi un bell'atteggiamento e un costume non solo storicamente esatto, ma che sia una dolcissima armonia di colori... Volete? – Sí, Francesco. Lo sento già. Ma credo che il colore del vestito, almeno del manto debba essere rosso. Una fiamma di carità... Una nota calda, accesa... sento cosí. Vi pare, amico mio? Proveremo. Mi direte. Ma ora la serena anima di Liliana Cesi era velata di malinconia. Perchè? Perchè si struggeva in un assiduo pensiero. Egli aveva toccato i quarant'anni; ella vi si avvicinava. Perchè non essere unita a lui, sempre, eternamente, nella breve eternità della vita? Perchè perdere solo un'ora di lui, ora che le ore terribili si affrettavano più velocemente verso le ore ultime della giovinezza? (…) Voleva tutto di lui. Voleva essere sua moglie. Non dividersi più da lui nemmeno un giorno, avere verso di lui tutti i diritti e tutti i doveri. La sua amante non sarebbe divenuta mai. La sua coscienza pia glie lo avrebbe impedito, così come la profonda coscienza religiosa non lo avrebbe concesso a lui. Egli l'amava. Non c'era altra donna nella vita di lui, ella lo sapeva; se non forse ore fuggevoli di debolezza umana che non meritavano considerazione, nè gelosia...Allora? Egli era di buona nascita, ma socialmente inferiore a lei. Egli si era arricchito, sì, negli ultimi anni, ma la fortuna sua ancora non raggiungeva quella cospicua di lei. Ella era di alcuni anni di lui più giovane. La sua bellezza, la sua riputazione d'indiscussa


purità, facevano di lei una moglie degna dell'uomo glorioso e moralmente perfetto che dava mirabile esempio di unità morale fra la sua vita e la sua arte. S'egli non parlava... chi sa per quale pigrizia del suo carattere, tutto assorto nelle creazioni d'arte, perchè non avrebbe parlato lei, finalmente? E parlò. Non apertamente, da prima, non assalendo la posizione ma donnescamente girandola, tentando attacchi di fianco per dir cosí. Egli non comprendeva o fingeva non comprendere. Ma una volta ch'egli andò da lei, dopo un'assenza di alcuni giorni, nei quali era stato indisposto, ella si mostrò, come veramente era, triste e preoccupata. Gli disse: – Quanta pena mi ha fatto, amico mio, di sapervi malato e solo, nella vostra casa! Non potervi assistere è stato ben doloroso per me! – Mi assisteva il vostro spirito, Liliana. In tutte le ore. Vi sentivo presente, in me e fuori di me. Non basta? – No che non basta! – ella replicò vivacemente. – Il vostro domestico, la vostra vecchia governante non possono curarvi col cuore... col quale vi avrei curato io! – Un'infermiera, voi, Liliana? Voi che siete una stella, una fata, l'astro che conduce la mia vita? No, voi non siete fatta per le umili cose terrene... Non muovetevi! State cosí. Con le mani giunte, come siete in questo momento. Disegnate tale una linea di espressiva grazia... Sento come una musica che canta in me... Ed estrasse un libriccino e una matita, accingendosi a schizzarla nell'atto in cui era veramente bellissima, tutta vestita di bianco, con le braccia uscenti da molli maniche larghe e le mani congiunte che parevano lievi ali di colombe... Ma ella scompose l'atteggiamento, nervosa e turbata. Si alzò, si mise a percorrere la vasta stanza col suo passo leggero e ritmico che aveva qualche cosa del movimento dell'onda che si scioglie sul velluto dell'arena... Egli la guardava sorpreso. Ella gli si fermò dinnanzi, ad un tratto, e disse, con la voce tremante: – Francesco, mi credete voi degna di essere vostra moglie? – Liliana! – egli esclamò turbato. Le prese le mani, glie le baciò a lungo, la trasse accanto a sè. – È troppo per me. Non pensate? Ho già tanto di voi, da tanto tempo... da sempre, mi pare. Siete tutta la mia vita. Ho pensato molte volte a quello che voi mi dite... e non avevo mai il coraggio di farvi la proposta... perchè... Esitò un poco. Era commosso, quasi smarrito. – Perchè? – ella incalzò. – Perchè... Voi siete troppo intelligente e comprensiva perchè io non abbia il dovere di aprirvi tutto il mio pensiero, tutto il mio sentimento. Mi pareva... mi pare che la nostra unione umanamente completa, che pure mi sedurrebbe tanto, scomponga, guasti qualche cosa della ideale bellezza della nostra unione spirituale... – Voi non mi amate, ahimè! – ella esclamò, e si accasciò sul divano tra i grandi cuscini di damasco cremisi, col volto tra le mani. Egli, per la prima volta dacchè la conosceva, osò cingere con le sue braccia la persona di lei, chinarsi su di lei in amoroso atto, accarezzare con le dita i suoi densi capelli, che avevano prestato al suo pennello i loro divini riflessi, le loro volute, le loro onde fluenti... – No, Liliana, non bestemmiate, non dite cose che non potete pensare! Siete la mia musa, la mia stella, la mia vita! La creatura del mio sogno, l'ala del mio ingegno, il mio tutto! Siete talmente in alto per me, che tremo quasi di religioso timore all'idea di farvi scendere dall'altare sul quale vi ho collocata... per fare di voi semplicemente... una donna... – Una donna felice! – mormorò Liliana. – Non è una profanazione? I vostri occhi divini sono gli occhi delle mie sante e delle mie Madonne, alle quali le folle si prostrano. Le vostre pure mani sono quelle che io ho date alle pie vergini che benedicono e che pregano... il vostro corpo, che si conserva intatto e primaverile come un giglio, tiene lontana da voi la tentazione come le cose troppo belle e troppo alte che intimidiscono e non accendono il senso... Non è troppo tutto ciò, Liliana, per una semplice mortale, per una moglie? Ma ella disse quel giorno, ed altri giorni ancora che non era troppo. E Francesco Angèra vinse la strana impressione di profanazione di un ideale, si persuase, si accese. Avvenne in poco tempo in lui quello che non era avvenuto in lunghi anni: si innamorò umanamente di Liliana Cesi, nella quale cessò di vedere la sua musa per vedere in lei, finalmente, una creatura di sesso diverso, ardente e desiderabile, tenera e appassionata, che voleva vivere con lui non più il sogno ma la realtà, la trionfale, imperiosa, invincibile realtà. Furono marito e moglie, si amarono intensamente, terrenamente, largendo l'uno all'altra piccoli grandi mondi ignorati di mortale, normale, umile e superba felicità. Erano due puri, due casti, due ricchi di fresca vita molteplice che stava nascosta. Due pii, atti solo a trovare nella gioia legittima la perfetta letizia. E furono felici, come si è nell'estate della vita, quando si ama e non si vuol perdere un'ora, e si ha paura del tempo che fugge. Provarono la grande piena felicità un po' insaporata di paura e di melanconia... forse la più profonda di tutte le amorose felicità. E così sfogliandosi i giorni come petali di fiori dai più sottili e penetranti profumi... passarono per la coppia perfetta alcune dolci lune... ed altre ed altre ancora... (…) Ma Francesco Angèra non lavorava più. Liliana, per qualche tempo, chiusa nel cerchio ardente del suo raggiunto bene, non se ne accorgeva. Le pareva naturale la sosta nel lavoro del suo diletto, convinta che un giorno o l'altro egli ritornerebbe alle sue opere insigni di poeta del pennello che tutto il mondo ammirava. Erano sul lago, nella villa incantevole, sepolta in un bosco di lucide magnolie e di palme flessuose. Avevano fatte alcune nuove conoscenze, di personalità interessanti maschili e femminili che erano ammesse, ogni tanto, nel nido dell'arte e dell'amore. Fra le dame, una giovane duchessa inglese, molto bellina, molto elegante, abbastanza intelligente, entusiasta delle opere di Francesco Angèra, era particolarmente bene accetta alla moglie del maestro per la sua fresca grazia giovanile. Un giorno, navigavano, in piacevole compagnia, sulla bianca lancia che portava il nome della proprietaria: Liliana. Il lago era un diffuso incanto. Un leggero velo di nebbia raddolciva i raggi del sole invernale, facendolo quasi sembrare fratello della luna. L'acqua era di un indefinibile colore, che non era azzurro, che forse era lilla, che pareva qua e là color di rosa. E intere ghirlande di fiori d'oro pallido parevano essere state sfogliate dall'alto perchè scintillassero in migliaia di petali tremuli sull'acqua che rifletteva il cielo. Un diffuso incanto. Un'atmosfera di sogno, una suggestione mistica di pace, di spiritualità misteriosa che sollevava l'anima verso cose lontane, verso alte cose ignote e sperate... Francesco Angèra guardava intorno a sè, dentro di sè, ascoltava una voce che si risvegliava dal sonno. (...)


Tutti coloro che navigavano sulla imbarcazione che lentamente si avvicinava alla riva, ebbero l'intuito di quello che accadeva nello spirito assorto del maestro. Sua moglie, prima di ogni altro, aveva penetrato il suo pensiero, e intimamente ne esultava. Lady Giorgina, esile e bionda, nel pesante e molle mantello di un verde lucente, quello che sulla tavolozza si chiama «verde inglese,» con un gran velo svolazzante della stessa sfumatura, con le sue movenze lunghe un po' ieratiche, offriva come dal pannello di un antico trittico senese, la sua figurina quasi immateriale. – Perchè mi guardate così fisso, maestro? – chiese ella con la sua voce un po' gutturale, un po' intimidita, un po' superba di quell'attenzione che l'aveva fatta arrossire.(…) – Siete una forma vivente del mio pensiero. Il modello necessario al quadro che ho dipinto or ora nella mia mente. Volete posare per me? Il duca lo permetterà, ne sono certo, da buon amico dell'arte. Non troppe sedute. Non vi stancherò... Ma mi siete necessaria. Domani, domani stesso bisogna venire a posare... Liliana vi prega con me... Non è vero, cara? Liliana nascondeva nel suo ampio velo il pallore che le aveva invaso il volto. Si sentiva tutta bianca e gelata, come una morta. Non parlò. Non avrebbe potuto. Erano giunti. Discesero. Si separarono appena tocca terra. Ella entrò nella sua casa... tutta un tremito e tutta un nodo di pianto. Suo marito se ne accorse subito, ignaro della causa, e, amorosamente turbato, la seguì nelle stanze. – Amore, amore, che hai? Ella scoppiò in un pianto dirotto di bambina sconsolata, senza pudore e senza fierezza, posseduta tutta dal suo profondo dolore. – Che hai, che hai? – insisteva lui, prendendola fra le braccia, accarezzandola, riscaldandola col suo respiro. Angosciato fino alla radice dell'essere, oblioso di tutto quanto non fosse lei, la sua Liliana, la sua donna cara, l'unica creatura che egli amasse sulla terra! – Non sono più io, non sono più io la tua modella? La tua ispiratrice, la tua musa? Un'altra? No, no, non voglio! Non è possibile... È mostruoso! Non lo permetterò mai! – Tu?! Ma tu sei mia moglie, la mia adorata donna, la mia amante, Liliana! Ti vedo ora con altri occhi, con altro cuore, io! Le imagini che tu desti in me... non sono più imagini pure... no. La gioia terrena è tra noi, adesso... Tu sei per me la voluttà e l'ebbrezza. La tua persona è mia, solamente mia. Tu parli profondamente, terribilmente all'uomo mortale, ora, ma alla parte di me che sogna e crea, Liliana, tu non puoi parlare più... Ella non comprendeva abbastanza tutto quello che suo marito le diceva... ma vedeva i suoi occhi pieni di faville d'amore, sentiva la passione nella sua voce calda, sentiva forte e tenace la stretta delle sue braccia... sí che piangeva ancora e pure sorrideva tra le lagrime... – È l'eterno dissidio fra la realtà e il sogno – disse egli con voce grave – Ti lagni tu forse della realtà... che hai voluta e che ti ho data? Se non è cosí, mia Liliana, lascia che l'artista colga dove li trova i fantasmi fuggevoli del suo sogno... – Non più la tua musa, non più... – si lamentava ella in un debole sussurro... ch'egli spense con le sue labbra, appassionatamente... Sfinge (Eugenia Codronchi Argeli) da La gaia scienza (novelle) Mondadori, Milano 1924


SEDICESIMA STANZA Dove la prosa intimista di Paola Drigo apre una stanza che profuma di istanti fiabeschi come echi sonanti della realtĂ , il racconto di Dacia Maraini e, in controluce, quello di Gianna Manzini


SEDICESIMA STANZA (…) Qualcuno accosta le tende, rimbocca le mie coperte, una mano lieve si posa sulla mia fronte...Una campanella lontana...Fragili rintocchi...Silenzio. Chiudono pianamente la porta della mia cameretta... Senso di disorientamento; poi di pace, di distacco dal mondo. E qui s'interrompe questa storia senza capo né coda, a cui la morte non ha voluto mettere la parola: fine. Senza capo né coda come del resto quasi tutte le storie tolte di peso dalla vita, anche se inventate come questa, ché la vita è un architetto senza piano regolatore, o meglio è un artista impazzito, e fa degli edifici ben bislacchi e li lascia quasi sempre incompiuti. Ed è raro che metta un solido tetto alla casa di cui ha scavato con gran cura ed amore le fondamenta, e viceversa che scavi delle fondamenta rispettabili, degne di un bel tetto. Qui ci voleva, secondo un piano regolatore, la mia santa morte, ed invece...Invece io sono guarita, ho fatto tutto quello che avevo deciso in quel giorno memorando, tutto quello che avevo annunciato nella memoranda lettera, il che significa che quando si sta per perder la testa è il momento buono per decidere delle cose sensate. O piuttosto significa che tutto, tutto - quello che dico e quello che non dico, - è accaduto perché doveva accadere, perché era già segnato nel libro del destino? (…) Bastano una creatura umana, una bestia, una pianta, a creare un mondo; anzi, ciascuno di questi esseri costituisce di per sé un mondo, ed offre una miniera di osservazioni. Non importa davvero che la creatura umana sia un conte, la bestia un puro sangue, la pianta un'orchidea: in un certo senso si differenziano di più tra loro, ed hanno più storia, i cenciosi, i cavalli magri e pieni di guidaleschi, e le erbe dei prati che servono a molti usi: per mangime ai bovi, per far le tisane, e per confortare il nostro occhio a primavera. Alla Casa di cura, gomito a gomito colla pazzia e colla morte, mai la mia vita fu più conscia, più vibrante, più grata a Dio. Mai salutai, come in quell'anno, con tanto impeto di gioia, il primo fiorire dei timidi fiori d'aprile. Quanto alla felicità e all'infelicità... Esse sono ospiti che portiamo in noi. Ed io sono persuasa che se la mia vita diventasse a un tratto quella di Josephine Baker, - no, di Mistinguett!, - cioè probabilmente alquanto diversa dalla mia, non mi sentirei più felice né più infelice di quanto sono quando esco colla Fina a passeggiare per i prati della Marzòla, o quando mi riesce bene il budino di mele. E qui oggi, a tu per tu colla natura, colla possibilità di concedermi il lusso di non aver fretta, e di riflettere sul destino umano, quante cose che un giorno mi sembravano importanti, indispensabili, essenziali, non mi appaiono oggi quasi vuote di significato, scialbe, e soprattutto relative? (…)

Un pero nano In mezzo all'orto, con una stampella per ogni ramo e un sacchetto di carta trasparente per ogni frutto, pareva un riccone ammalato o, allorché il sole era scomparso, un ragno mostruoso che si provasse a scappare da quell'aiola incerta e commovente quanto un "o" fatto da un ragazzo; oppure, in certe mattinate che esigono eleganza e nitidezza, e danno slancio alle cose e quasi le sollevano, uno di quei bambini che reggon male il testone, traballanti nella cesta di vimini; ma non somigliava davvero l'albero snello che fu quando a braccia spalancate accolse la primavera, vestito di bianco, proprio fanciullo innocente. Le piante vicine avevano in ogni foglia una sillaba lucida di sdegno; ché, nell'ingrossare di quei frutti era tradita la fioritura casta del recente aprile, rivelato un segreto impudico tutto succo e polpa che offendeva la magrezza del verde, sfogata una malattia della stagione; ed esso pure avrebbe considerato se medesimo con meraviglia, stentando a riconoscersi, se tutto quel peso di pere da far diventare dolci non l'avesse reso un po' ottuso e spento, senza tregua facchino di se stesso, sonnecchiante nella nebbia d'una sbornia bianca. Una volta un ragazzo gli si fermò a un passo di distanza e, guardandolo, cominciò a ridere, e ridere, e non smise finché non lo portarono via. Così ridotto, tra grucce e fasciature, sentiva sopra di sé, annoiante più del solletico che gli facevano le formiche su e giù per il tronco e per le rame l'attenzione di tutto l'orto. Il giorno gli girava attorno: cerchio massimo in cui impazziva il volo dei mosconi e delle vespe. Curvo, decrepito e come senza ciglia, il pero credeva gli s'indicasse con quel ronzio assiduo e avvolgente l'equatore della propria maturità, e ne godeva, aiutato. Poi, ecco, uno sbattimento contro la carta sonante che protegge il frutto. L'urto distrae l'equilibrio difficile dell'albero, e crea un momento di sordità, sicché sembra cessare a un tratto quel vibrio d'ali che forse è la voce della gran luce, la voce in cui suona soltanto la spira dell'"esse" che impone silenzio; e il pero teme d'essere in un deserto di sole fermo e di piegare finalmente sotto il peso sconsolato della propria dolcezza che vuol risolversi in oro e succo. La giornata si chiudeva con una beffa, se non proprio con una stregoneria. Mentre su gli alberi vicini saltellavano passerotti e fringuelli, e si capiva che fra le ali e il ramo c'è parentela, essendo questo un progetto di volo, sul pero nano saliva ogni sera, goffa e starnazzante, una gallina: volgeva la testa di qua e di là, e dopo un coccodé, appollaiandosi, gonfiava di soddisfazione, continuava a gonfiare, cercava di pesare di più sull'alberino gracile e oppresso.

Paola Drigo da Fine d’anno Treves, Milano 1936

Gianna Manzini in “Boscovivo” Treves, Milano 1932


Amalia B. (2011) Olio su tela – cm. 80x100


Una coppia di scarpe di vernice nera si guardava in cagnesco. Erano marito e moglie, si volevano molto bene, ma avevano l'abitudine di inciampare l'uno nell'altra. Spesso finivano per fare cascare la proprietaria delle gambe, che era una signorina alta alta e lunga lunga e molto distratta. La signorina, che si chiamava Amalia B., aveva l'abitudine ogni sera di mettere le scarpe nella scarpiera: un armadietto stretto e basso dove dormivano altre dieci paia di calzature. Marito e moglie scarpe di vernice nera detestavano stare al chiuso in quell' armadio perché le altre calzature invece di dormire chiacchieravano continuamente e ridevano e spettegolavano a più non posso. Erano felici quando potevano dire male di qualcuno. Spesso sussurravano che la signorina Amalia portava le calze bucate e lo sapevano solo loro ma progettavano di sbugiardarla scappando dai suoi piedi un giorno che si fosse seduta ad un tavolo di ristorante con un suo spasimante dai baffi folti e rossi. Quello spasimante lì era oggetto di molte chiacchiere perché quando veniva a trovare la signorina Amalia B. aveva l'abitudine di togliersi le scarpe e lasciarle lì a bocca aperta vicino alla porta di ingresso. Quelle scarpe, sgangherate e sporche, erano invise a tutte le altre scarpe di casa che quando le vedevano si turavano il naso, come a dire che puzzavano. Marito e moglie scarpe di vernice nera amavano dormire quando erano nell' armadio, per svegliarsi quando venivano calzate dalla bionda signorina Amalia. Ma era difficile dormire con tutti quei pettegoli che ciciottavano tutta la notte e scoppiavano in risatine soffocate. Gli scarponcini da montagna per esempio erano particolarmente severi verso la signorina Amalia: dicevano di lei che era lunatica, melensa, che aveva i piedi a papera e si muoveva come un orso. Marito e moglie scarpe di vernice nera tenevano molto alla classe e quando pronunciavano questa parola arricciavano la punta della scarpa. Loro venivano spolverate e lustrate più spesso delle altre. Erano calzature da passeggio; senza grilli, solide ed eleganti e su di loro si poteva contare. Spesso marito e moglie scarpa sognavano le stesse cose, quando riuscivano a dormire. Poi, mentre camminavano o mentre si baciavano sotto il tavolo dell'ufficio, si raccontavano le rispettive visioni: «Tu che hai sognato stanotte?» diceva lui. «Non sai che incubo: ho visto la signorina B. che andava sotto una macchina e perdeva tutti e due i piedi. E noi venivamo buttate nella spazzatura.» «lo invece ho sognato che camminavamo sulle uova. Guardavo in basso, preoccupato, pensando di schiacciarle, e invece no, le sfioravo appena, quelle uova azzurrine...» «Come, azzurrine? Le uova sono gialline, rosate, ma non azzurre,» interrompeva la moglie e il marito si incaponiva e da lì nasceva un litigio che seguitava con una spinta, un inciampo: e la signorina finiva per terra. Una sera, mentre marito e moglie stavano cercando di dormire nel frastuono della scarpiera, due mani frettolose li presero per il collo e li portarono all' aperto. La prima cosa che videro furono le scarpe sbandate e slacciate dell'uomo coi baffi. Che ci facevano a quell' ora della notte nella camera da letto? La signorina si infilò le sue belle scarpe da passeggio, pulite e specchianti, e uscì facendo a due a due i gradini delle scale. Ma dove andava? Marito e moglie non ebbero neanche il tempo di porsi delle domande, tanto erano preoccupati di non scivolare su quelle scale sdrucciolevoli e buie. Infine arrivarono per la strada e sentirono qualcosa di caldo che gocciolava sul loro dorso. La signorina Amalia stava piangendo e loro erano talmente stupiti che non osarono nemmeno fiatare. I piedi ripresero a correre sulla strada di asfalto, sotto i lampioni del lungo fiume. Poi d'improvviso si fermarono proprio a ridosso della spalletta del ponte. Le scarpe sentirono il risucchio che facevano le acque sotto i piloni del ponte. La signorina Amalia, con gesti rabbiosi, a scatti, si liberò di loro e le gettò di sotto. In un attimo marito e moglie si trovarono a volare per aria e poi in mezzo alla corrente gelata, capovolte e senza speranza. Un attimo dopo sentirono un tonfo. La signorina Amalia si era buttata dopo. di loro e ora annaspava gridando aiuto. Le due scarpe le si fecero accosto, la presero per le braccia e la portarono a riva, dove rovesciarono tanta di quell' acqua che sembravano due barche piene di buchi. Quando la videro alzarsi tutta infreddolita e fradicia d'acqua ebbero paura che tornasse nel fiume. Invece si accorsero con sorpresa che affrontava risoluta la salita verso la strada. Allora temettero che li avrebbe abbandonati lì sulla riva fangosa. Ma si sbagliavano, perché la signorina Amalia, per quanto sciocca, aveva il senso della gratitudine, e appena si accorse di essere a piedi nudi tornò indietro di fretta per prenderle. E da quel giorno le due scarpe furono pulite, lucidate e tenute con molta considerazione nella camera da letto della signorina, senza finire dentro la scarpiera accanto alle altre pettegole e infingarde, soprattutto lontano dagli scarponcini che avevano sempre da ridire su tutto e su tutti. L'uomo dai baffi rossi fu sostituito da uno coi baffi biondi e per quanto passassero molte volte sul ponte, non si fermarono più accanto alla spalletta e non sentirono più il caldo delle lagrime sulla tomaia. DACIA MARAINI

Scarpe di vernice da La pecora Dolly e altre storie per bambini Fabbri Editori, Milano 2009


DICIASSETTESIMA STANZA Dove il testo iniziale di Memini introduce la stanza; qui l’estratto prosaico (di pura poetica amorosa) di Enrichetta Caracciolo fa da contraltare alla fiaba ammonitrice di Carolina Isolani


DICIASSETTESIMA STANZA (…) Milla s'era completamente smarrita nella repentina rivelazione d'un amore ch'essa non aveva avuto il tempo di prevenire, studiandolo o immaginandolo. Il cuore della bambina s'era improvvisato cuor di donna, e la scossa subitanea di quella trasformazione era stata più forte di lei. La prima goccia della tazza era bastata per inebbriare Milla; essa era ebbra d'amore, pazza d'amore. E su di lei era piombata quella strana, malaugurata specie di passione che invade facilmente le anime pure e ignoranti, la passione più innocente e più pericolosa, più sublime e più sciocca fra tutte, quella che non calcola, che spende, spande, sperpera scioccamente tesori di tenerezza senza mai fermarsi a noverare quanto ha dato, o a chiedere quanto ha ricevuto. Passione sitibonda di schiavitù, che nell'oggetto del suo culto crea infallibilmente il tiranno dell'oggi e forse l'annoiato del domani. (…) Il suo amore, sempre più cieco, sempre più assoluto, diventava idolatria. In esso smarriva ogni equo giudizio delle rispettive loro posizioni, ogni idea dei suoi diritti; non afferrava neppur per ombra, col pensiero, l'assieme reale delle proprie circostanze. Adorava suo marito, aveva riunite, per versarle su di lui, tutte le tenerezze ond'era capace l'assurda potenza dal suo cuore; l'amava come e quanto avrebbe amato suo padre, sua madre, i fratelli, le sorelle, con tutta la somma degli affetti che il passato non aveva mai esatti dal suo cuore, e che vi si eran sempre celati inoperosi. Essenzialmente donna, nel sano rigoglio della sua imperiosa gioventù, ella subiva il fascino di quell'uomo bellissimo, che all'ignoranza sacra della sua profonda verginità morale aveva rivelato il Dio ignoto, quel Dio che alle anime veramente pure si rivela anche con un mistico e singolare corteo di purezze indicibili, di suprema poesia. Milla si sentiva completamente travolta, assorbita nella vita nuova. La Duchessa amava a modo suo, non a modo della prudenza e dell'antiveggenza. Amava coll'inconscia forza di una volontà disarmata, con una doppia cecità di istinti, quella del cuore e.... l'altra. Non era punto santa, e sopratutto non era punto avveduta. Non chiedeva mai a sè stessa: «faccio bene o faccio male ad amare così?» Non chiedeva altro a Dio, se non che continuasse così..., e che ella potesse sempre far felice Giuliano! Certi amori, onesti, virtuosi hanno un carattere bizzarro, bene spesso. Si ha torto di non studiarli; sono anch'essi una curiosa varietà psicologica, hanno profonde e stranissime forme. Si è detto per molto tempo che il matrimonio è la tomba dell'amore; ma quando, per caso, n'è la culla? E peggio ancora, quando è tomba da un lato e culla dall'altro?... quando sulla verde sterilità del cipresso s'innesta un ramo di rosa nel pieno fermento dei suoi primi germogli?... MEMINI (Ines Castellani Fantoni Benaglio) da Mia G. Galli Editore, Milano 1884

(…) Nella folla de’ vagheggini, che sfilavano al di sotto, distinsi un avvenente giovane, intento più d’ogni altro a tributarmi sguardi d’ammirazione. Fissarlo, arrossire, balzarmi il seno, fu un tempo solo. Più volte nello stesso giorno egli passò e ripassò. La soave languidezza delle sue pupille, il suo incedere pacato, la sua statura alta anzi che no, la sveltezza delle proporzioni mi convinsero essere quello, e non altro, l’uomo de’ miei sogni dorati, l’incarnazione delle mie aspirazioni. Mentre si allontanava, chiamai la cameriera, e le domandai se lo conosceva di persona, o di nome: quella, nativa di Reggio, rispose conoscerlo appieno. Chiamavasi Carlo, ed era il primogenito di una famiglia, non molto ricca, ma sufficientemente agiata. L’immagine dell’avvenente persona presentavasi ognora alla mia mente, rivestita di forme ideali. Le ore della notte mi sembrarono eterne, il giorno seguente lunghissimo, il lavoro noioso, le lezioni fastidiose; desiderava con ansietà veder giunger l’ora nella quale mi sarebbe dato il permesso d’uscir sul verone favorito, per rivedere l’oggetto, che dal giorno innanzi sovraneggiava tutti i miei pensieri. L’ora finalmente arrivò. Corsi al balcone; indicibile fu il mio contento nel vederlo fermato sotto lo stesso tetto. S’incontrarono i nostri occhi in un lampo medesimo: diventai di porpora. Carlo s’avvide del mio imbarazzo; un leggero sorriso sfiorò le sue labbra, e modestamente avvicinando la mano al cappello, mi salutò. Quale temerità da parte mia! A quel saluto corrisposi tutta tremante, commossa, confusa: io passava dall’impersonalità della fanciullezza alla coscienza dell’espansiva individualità. Da quel momento non rinvenni più pace; carissimo m’era però l’averla smarrita. Le sofferenze dell’amore, specialmente del primo, sono incantevoli: un sol momento di contento compensa mille dispiaceri sofferti. Quanti segreti conforti non mi procuravano allora [22]le malinconiche note del Petrarca, che nel silenzio della notte io divorava con avidità! Con quali tenere ispirazioni non temprarono l’acerbità delle mie pene i molti affetti della Gerusalemme liberata! Carlo ripassava ogni giorno; ma pochi minuti di ritardo nelle ore che ci era dato vederci da lontano; ma la pioggia che qualche volta me lo strappava; ma l’ordine di mia madre di accompagnarla in qualche visita, erano per me occasioni di grave afflizione. Vederlo e corrispondere al suo garbato saluto, scambiare seco lui, non fosse che una sola occhiata, mi facevano mettere tutto in dimenticanza, mi ricolmavano d’ineffabile beatitudine. Trascorsero così molti mesi, ne’ quali la comunicazione dell’amor nostro non oltrepassò i limiti degli sguardi e del reciproco saluto. Io amava quel giovane con poesia limpida, pura, cristallina; con poesia che sentiva infusa in tutto l’essere mio, sebbene non potessi né sapessi esprimerla: egli si mostrava ognora premurosissimo di vedermi, benché non si sollecitasse punto di mandare a’ miei genitori ambasciata di matrimonio, anzi paresse propenso di nascondere loro l’innocente, ma pur reale, amorosa nostra corrispondenza. (…) Enrichetta Caracciolo da Misteri del chiostro napoletano Barbera Editore, Firenze 1864


La Principessa dai capelli celesti (2010) Olio su tela – cm. 80x60


LA PRINCIPESSA DAI CAPELLI CELESTI Una principessa coi capelli celesti? L'avete mai vista voi, bambini miei? Io no; e credo che nemmeno voi, nemmeno i vostri babbi, le vostre mamme, i nonni, gli zii. Fate loro la domanda; e sentirete. Tutti vi risponderanno con orrore che delle principesse dai capelli celesti per fortuna nessuno ne ha vedute; e, grazie a Dio, non solo nessuna principessa; ma nemmeno nessuna donna. E infatti, ditemi sinceramente, care le mie piccole lettrici dai bei capelli fluenti, vi piacerebbe a voi che la vostra bella chioma divenisse o fosse celeste? “Beh, che orrore!” direbbero le amiche; e la vostra mamma sarebbe forse avvilita di dovere far vedere una simile mostruosa originalità. Eppure tenetemi dietro; e vedrete che anche le principesse dai capelli celesti possono essere desiderate. Dunque, in un paese lontano lontano da qui, nel paese del Malabar, c'era una volta un Re giovane e bizzarro, che comandava a dieci mila miglia all'intorno e che poteva vantarsi di avere ai suoi ordini un popolo numeroso di sudditi, un potente esercito di soldati, una flotta ricca di una quantità di navi e una numerosa schiera di uomini sapienti ed intelligenti che gli avevano invase le dotte università, le fiorenti scuole, i tribunali, gli ospedali e gli istituti tutti di beneficenza ben organizzati e mantenuti. Il Re poteva vantarsi di avere nel suo regno gli istituti di credito più ricchi del mondo; e le industrie, il commercio, l'agricoltura aiutata dai mille fattori benessere di quel paese fortunato, si sviluppavano a dismisura, portando ovunque il sorriso di una vita comoda e felice. Solo una cosa mancava al Malabar; al Malabar mancava... una moglie al Re ed un possibile futuro erede della corona. Il Re era solo, non aveva fratelli, non aveva zii, non aveva cugini, nemmeno un lontanissimo parente che potesse alzare delle pretese al trono dei suoi padri. (…) E che il Re si facesse una famiglia, francamente lo desideravano tutti. Le cose andarono avanti così per un pezzo; e fino che il Re fu giovane, nessuno mormorò. Il rimpianto di non aver né Regina, né Reuccio, né Reginotta, la gente se lo teneva per sé; ma quando gli anni cominciarono a passare ed il Re cominciò a non esser più tanto giovane, si cominciò a sentir serpeggiare fra il popolo un certo malcontento (…) Una rappresentanza di cittadini con alla testa le più alte e rispettate personalità del mondo della scienza, delle finanze e dell'industria, chiese di essere ammessa alla sua presenza. Il Re stava nel suo studio, consultando libri. “Che cosa volete?” domandò un po' meravigliato di tutta quella compagnia. (…) Il generale capo di Stato Maggiore, destinato a comandare tutte le truppe di terra e di mare in tempo di guerra, prese il suo coraggio a due mani; e ruvidamente, dando prima un' occhiata significativa a tutti i compagni, disse: “Maestà, occorre Voi prendiate moglie; giacché cominciate ad avere dei capelli bianchi...e...”. E diede un gran sospirone di sollievo, passandosi la mano sulla fronte madida di sudore. Il sospirone trovò un'eco in tutti gli altri savi, industriali, grandi dignitari del Regno. La cosa era detta, finalmente! (…) Il Re non sapendo lì per lì che dire gettò intorno uno sguardo meravigliato; e toltasi un momento la corona, passò la mano fra i bruni capelli inanellati. Come mai i sudditi suoi sapevano che egli era già stato gratificato da madre natura di un umile bianco capello? Ah, il barbiere l'aveva tradito! Il barbiere sarebbe stato punito, non mettendo più piede nella Reggia; in quanto ai suoi sudditi, il Re pensò che doveva loro questa soddisfazione per il loro legittimo desiderio di avere un Reuccio. “Cedo alle vostre preghiere, buoni amici miei” disse finalmente. “Sì, mi sposerò. Ma” soggiunse subito come risposta al grido di gioia che prorompeva dal petto di tutti gli astanti; “ma con una principessa dai capelli celesti.” “Con una principessa dai capelli celesti?” saltò su il Primo ministro, a cui balenò subito alla mente la grande difficoltà della scelta. “Sì; una principessa dai capelli celesti; e, parola di Re, se me la trovate, io mi sposerò subito.” E il Re, congedata la rappresentanza, se ne tornò pacifico ai suoi libri e ai suoi studi. (…) Dopo grandi confabulazioni, fu pensato di spedire ovunque dei messi con l'incarico di cercare in tutti i regni della terra la sospirata principessa dai capelli celesti. E i messi andarono, cercarono, frugarono..., ma, ahimè!, tornarono con una risposta negativa per le loro infruttuose ricerche! (…) Il grande Consiglio dei sette savi non trovò nulla di meglio da fare che andare a chiedere il parere dell'Eremita del bosco; e l'Eremita del bosco consigliò un viaggio nel paese della Scienza, paese molto distante dal Malabar; ma dove generalmente si risolvevano o alle volte (dicevano i maligni), s'ingarbugliavano di più le grandi questioni che agitano il mondo. I sette savi, entusiasmati di questo parere, ringraziarono l'Eremita e partirono per il paese della Scienza. Cammina, cammina, cammina, sette mesi, sette giorni, sette ore...: ecco finalmente sorgere lontano sull' orizzonte la grande torre principale del paese della Scienza! I savi allungarono il passo e si trovarono davanti ad una città irta di torri puntute in cima alle quali vi erano una quantità di cannocchiali e di telescopi. (…) Più i savi si avvicinano al centro, più le strade si fanno strette ed ottuse; sono ripidi anzi i viottoli che conducono al Castello Centrale e punto popolati. (…) Un'urna era nel mezzo. L'urna della scienza del mondo. I sette savi si avvicinarono all'urna, trono i sette venerandi canuti capi sul suo coperchio; e formularono la seguente sacramentale richiesta: “Dove trovare una principessa dai capelli celesti?”. I setformulata la domanda, ne attesero ansiosi la risposta; la rinnovarono sette volte; un cartello uscì dall’urna con la scritta: Nescio (non so). Figuratevi!... I sette savi, disperati, si guardarono l'un l'altro delusi e sconfitti...(…) Ad un tratto il più giovane dei sette, a cui un quarto dente faceva destare l'invidia dei compagni che non ne avevano altro che tre, picchiandosi la fronte col palmo della mano esclamò: “Ho scoperto... ho scoperto!... andiamo nel paese della Vanità; là certo troveremo di che soddisfare la nostra richiesta!...”. I sette savi si guardarono l'un l'altro con un raggiante sorriso. Ah! sì!, che buona idea! ... nel paese della Vanità, certo avrebbero trovato quel che desideravano. Cammina, cammina, cammina, i sette savi, non curanti degli anni e degli acciacchi inerenti alla loro venerabile età, si sentirono le ali ai piedi per arrivare al paese della Vanità che sapevano non eccessivamente lontano di là. Dopo un mese, un giorno ed un'ora infatti, essi cominciarono a vedere contro il sole nascente un pinnacolo dai mille colori chiazzato d'oro e d'argento nel mezzo. Era un pinnacolo leggero e sottile che si alzava nell'aria; e che faceva bella mostra di sé per molte miglia all'intorno. I sette savi si affrettarono a venire a picchiare alla porta della città. La porta, un gran portone di carta, (fra parentesi, nel paese della Vanità tutte le case, i muri, le imposte, le porte, sono di carta), si aperse muovendosi al vento; e un gran daziere, (la città della Vanità non è Comune aperto), tutto piumato e vestito in giallo, bleu, rosso e verde, chiese con gran sussiego ai nostri amici che cosa volevano. «Vogliamo chiedere un responso alla gran Regina.» «Chi siete voi?» «I sette savi del paese del Malabar.» I sette savi furono lasciati passare; ma con l'ingiunzione di far presto; perché la Regina non aveva tempo da perdere con certa gente; e dicendo questo, il grande, pettoruto, piumato daziere sbirciò le sette toghe impolverate e i sette cranii lucenti dei sette vecchi canuti. I savi non si fecero ripetere l'invito due volte; e attraversarono frettolosi le vie popolate per arrivare nel centro, dov'era il palazzo della gran Regina. (…) Ma il paese della vanità è molto, molto vasto: il più vasto del mondo; e i sette savi impiegarono un anno per attraversare di


corsa le vie affollate ed arria gran piazza centrale. Lì, su di un'altura, sorgeva il Castello dorato dal gran pinnacolo, che per il primo si era mostrato da lontano ai nostri viaggiatori. I savi si avvicinarono ai piedi dell'altura ad un guardaportone che aveva una gran mazza dorata e che, in calzoni corti, parrucca e calze di seta bianca, faceva bella mostra di sé e de' numerosi cordoni variopinti che gli traversavano il petto. Il guardaportone incipriato, da grand'uomo, squadrò i postulanti; e sentito chi erano e perché eran lì venuti, suonò una tromba; e subito un gran pallone gonfiato venne a fermarsi davanti a lui; egli allora, con un gesto pieno di sussiego, accennò ai savi di salire nella navicella. In men che non si dica, i sette savi arrivarono così trasportati dal pallone sulla cima dell'altura davanti al castello. Il pallone si fermò; ed i savi si trovarono davanti ad un altro guardaportone incipriato e incordonato come quello di sotto, che da una gran porta aperta li fece entrare ad una gran sala vuota di mobili, ma con due uscieri e venti impiegati in piedi. I due uscieri e i venti impiegati si precipitarono tutti quanti insieme sui messi del Malabar, chiedendo loro perché erano li; e che cosa volevano. “Vogliamo vedere la gran Regina» esclamò trafelato il più vecchio dei sette, a cui la rapida salita del pallone aveva tolto il respiro; «perché abbiamo da chiederle un gran favore per parte del nostro Re, il Re del Malabar.” (…) “Per rispondere a quello che mi chiedete, bisogna vi informi che quando il gentiluomo in sottordine mi avrà fatto sapere se egli sosterrà la vostra richiesta, avrete da scrivere una supplica per essere ammessi in presenza della gran Regina”(…) “in seguito la risposta a questa vostra supplica seguirà al ritorno in linea inversa la strada che ha fatto nell' andare; forse voi la potrete ricevere da qui a sette anni, sette mesi e sette giorni.” “Sett'anni, sette mesi e sette giorni!» esclamarono in coro i sette vecchi spaventati, guardandosi l'un l'altro. Erano già inorriditi per quel lungo stare in piedi così incurvati e stanchi com' erano davanti ai vari troni, tronetti e tavolini dei vari parassiti di quella Corte di cartone; queste ultime parole del prefetto li avevano proprio atterriti. «Io di qui a sett'anni, sette mesi e sette giorni, non ci sarò più” mormorò sospirando il più vecchio dei savi. E poi, come aspettar tanto? E il Re che incanutiva? E la moglie che ci voleva subito? I sette savi si tornarono a guardare l'un l'altro, si strinsero nelle spalle; e chinarono il capo. No, bisognava rinunciare a voler vedere la Regina del paese della Vanità. Troppo tempo ci voleva; e loro avevano fretta. “E se la risposta concreta noi l'andassimo a ricercare nel paese del Buon Senso?» saltò su improvvisamente ,'ora di silenzio pensoso il primo che aveva parlato. “Il paese del Buon Senso, ma dov'è? Noi non lo sappiamo” esclamarono in coro gli altri. E messisi a discutere insieme, finirono per sentenziare che il paese del Buon Senso era loro ignoto. Di scienza loro, essi non sapevano che un simile paese esistesse nel mondo. In quella che stavano a discutere e a rammaricarsi, passa una pastorella con una secchia di latte in testa. Fa un saluto gentile ai sette vecchi seduti e sta per andar oltre, quando uno dei savi, visto il latte e la debolezza che avevano, la chiama indietro. “Giovanetta, puoi darci del latte da bere?” domanda. “Certo, il mio signore” risponde la fanciulla. E posato a terra il secchio pieno di latte, ne offre ai sette vecchi, chiacchierando intanto con loro allegramente. Ai vecchi piacque la pastorella, così che da una parola ad un'altra questa venne a sapere la ragione del loro trovarsi così randagi pel mondo. “Come, voi cercate una principessa dai capelli celesti? Ma poverini!; e perché non tingete in celeste i capelli della prima principessa che vi capita?” “Ah, per bacco!” esclamarono in coro i sette savi, colpiti da questa idea luminosa, “ma certo, perché non far così? Brava! Ma dove troveremo la principessa che si presterà a far questo?” I savi si grattarono in testa “E perché non prendete me?” domandò la furba che aveva capito le ragioni della loro perplessità: “dite che sono una principessa; io non vi darò nessuna smentita in proposito.” I savi si tornarono a guardare; e perché no? ... e perché non accettare l'offerta?.. la pastorella sarebbe dichiarata principessa. Principessa di dove? di che paese? “Del paese del Buon Senso” sentenziò il più vecchio dei savi, “di quel paese dove noi non siamo andati; perché non sapevamo dove rimanesse. Ma certo, con questo non diciamo una vera bugia perché questa ragazza, se non è nata nel paese del Buon Senso, deve certo venire di là.” E così fu combinato; la fanciulla seguì i sette savi, allegra allegra come una pasqua all'idea di diventar Regina. Restava a sapersi come e dove far tingere i capelli alla principessa, in gran segreto; e senza che il tintore propagasse l’arcano. Venne in mente il barbiere, quel famoso barbiere che per primo aveva annunziato il capello bianco del Re e che si sapeva esperto anche nell'arte della magìa e devoto alla casa reale, per quanto ora, dopo quel tal giorno del capello, fosse, come vi ho detto, caduto in disgrazia. L'incontro avvenne in un bosco non lontano dalla capitale; e le cronache dicono che il fatto della tintura avvenne senza incidenti e all'insaputa di tutti; e che la bella pastorella ebbe in un batter d'occhi la più curiosa capigliatura celeste del mondo. Contenta lei, contenti tutti; ma se aveste veduto che strano effetto faceva una donna coi capelli celesti!... L'avvenimento dei sette savi che tornavano in patria con la principessa desiderata si sparse subito ai quattro angoli del vasto paese; e fu un rallegrarsi di tutti, una festa di bandiere, di fiori, di luminarie, di banchetti, di balli e balletti per tutto il Regno. Il Re, intanto, volendo far presto, condusse la sposa al tempio, dove con grande solennità si compié il rito del matrimonio. Dopo, tutto felice, la portò negli appartamenti reali. Uno stuolo di cameriere attendeva la Regina nella camera nuziale dal soffitto d'oro per svestirla e metterla a letto. La nostra pastorella, punto intimorita, si mise allegramente nelle loro mani per essere acconciata come a lei si conveniva. Ma in quella che la prima cameriera del pettine le si avvicina per ravviarle la celeste chioma, ecco che un fatto enorme succede; la povera cameriera si restringe, si arrotonda, s'inscurisce... in poche parole, diventa una salciccia. Al grido d'orrore delle compagne, risponde la seconda cameriera del pettine che si avvicina per aiutare la compagna resa così impotente; ma anche a lei, poveretta, capita la medesima sorte e diventa una salciccia; e così avviene alla terza e alla quarta, tanto che quelle rimaste, spaventate come un branco di anitre, scappano urlando di qua, di là nel palazzo reale. Il Re, a quel rumore, accorre, si slancia nella camera nuziale; e vedendo la Regina sua consorte fra quattro salcicce che le reggono la chioma, si avvicina per distrigarle i capelli da tale impiccio. Ma che! Orrore!... santi numi!... non appena ha toccare la fatale capigliatura che egli pure s'impiccolisce, si arrotondisce, s'inscurisce, diventa... un salame. Sicuro, un salame!..il Re del Malabar un salame, davanti alla sua sposa dai capelli celesti! E allora è un accorrere di tutta la Corte; e i grandi dignitari della Corona, i rappresentanti dell'esercito, della marina, della scienza, dell’agricoltura, dell'industria e del commercio, compaiono tutti nella grande sala dal soffitto d'oro, si avvicinano alla loro nuova Regina, cercano di aiutarla a disbrigarsi da


tante salsicce e dal salame; ma ahimè!, appena toccano la fatale celeste chioma, gli uomini sono convertiti in salami, le donne in salcicce. Orrore!... Orrore! ...Finalmente alla nostra pastorella, a cui l'innato buon senso ancora non aveva fatto difetto, viene un'idea luminosa. Che il barbiere per vendetta dell' essere caduto in disgrazia, esperto nell' arte della magìa, avesse messo un qualche ingrediente nella tintura, il quale fosse causa di tutto questo malanno? L'idea venuta, senza rifletter tanto, la pastorella in un batter d'occhio si alza dalla regale poltrona e con tutti i salami e le salcicce dietro, pendenti dai suoi capelli azzurri, traversa rapidamente le sale del palazzo regale in mezzo agli urli di sgomento di quei pochi cortigiani non ancora trasformati nella gustosa maialesca carne; e corre alla gran fontana che si ergeva maestosa in mezzo al giardino reale. In un batter d' occhio vi si butta dentro e comincia a lavare i suoi celesti capelli, causa di tanto male; e di mano in mano che i suoi capelli diventano bruni come prima, le salcicce tornano a prender forma di donne e i salami di uomini. In breve l'incantesimo è rotto; e il Re è restituito alla sua Corte, al suo paese, alla sua sposa nel suo vero aspetto; i grandi dignitari della Corona, i rappresentanti dell'esercito, della marina, della scienza, dell'agricoltura, dell'industria e del commercio ritornano tali e quali erano prima. Solo la Regina non ha più i suoi capelli celesti; ma il Re, saputa la storia; e d'altra parte trovando la giovane pastorella bella anche coi suoi capelli bruni; e sopratutto comprendendo ch'essa aveva del buon senso in quantità per essergli compagna e di aiuto nell'arte difficile del governare, non pensò di ripudiarla: ché anzi fu ben felice di tenersela per moglie; e invece di punirli, ringraziò i sette savi per quanto avevano fatto. E il barbiere? Il barbiere, che un così brutto quarto d'ora aveva fatto passare a tutto il Regno, fu chiamato alla reggia per essere severamente punito; ma la nuova Regina, trovando che doveva in parte a lui se era riuscita a sposare il Re; e d'altra parte sentendo in fondo del suo cuore una certa riconoscenza per lui che, avendole tinto i capelli con quel magico farmaco, aveva anche dato modo di guarire il Re dalla sua matta voglia, e lei dall'incomodo di una capigliatura di un così brutto colore, la nuova Regina, dico, intercedette per lui; e tanto e così bene fece che il Re perdonò al suo barbiere e anzi lo reintegrò nella carica di prima. E qui finisce la storia della Principessa dai capelli celesti; per la conclusione della quale lascio a voi, bambini miei, di cavarne la morale che vi parrà più giusta. CAROLINA ISOLANI La principessa dai capelli celesti da "Fiabe" Libreria Gherardi Editrice, Bologna 1912


DICIOTTESIMA STANZA Dove la musicalità poetica di Ada Negri induce all’ingresso in una stanza che alita sguardi e attimi fanciulleschi, rimandi sonori alla favola di Teresah e alla visione - sapida di una luce tutta umana - di Maria Valtorta


DICIOTTESIMA STANZA Canzone bretone

6 giugno 1944

- Canta, streghetta. - Così pregava; e tu, coi fili della tua voce, coi fili de' suoi capelli tessevi una rete d'incanto: immerse le dita sottili nei riccioli, come su corde d'arpa, a quei brividi lunghi ritmavi il tuo canto.

Vedo ancora l’interno di questo povero rifugio petroso dove hanno trovato asilo, accumunati nella sorte a degli animali, Maria e Giuseppe. Il fuocherello sonnecchia insieme al suo guardiano. Maria solleva piano il capo dal suo giaciglio e guarda. Vede che Giuseppe ha il capo reclinato sul petto come se pensasse, e pensa che la stanchezza soverchi il suo buon volere di rimanere desto. Sorride d’un buon sorriso e, facendo meno rumore di quanto ne può fare una farfalla che si posi su una rosa, si mette seduta e da seduta in ginocchio. Prega con un sorriso beato sul volto. Prega a braccia aperte, non proprio a croce, ma quasi, a palme volte in alto e in avanti, né mai pare stanca di quella posa penosa. Poi si prostra col volto contro il fieno in una ancora più intensa preghiera. Lunga preghiera. (…) Maria leva il capo come per una chiamata celeste e si drizza in ginocchio di nuovo. Oh! come è bello qui! Ella alza il capo, che pare splendere nella luce bianca della luna, e un sorriso non umano la trasfigura. Che vede? Che ode? Che prova? Solo Lei potrebbe dire quanto vide, sentì e provò nell’ora fulgida della sua Maternità. Io vedo solo che intorno a Lei la luce cresce, cresce, cresce. Pare scenda dal Cielo, pare emani dalle povere cose che le stanno intorno, pare soprattutto che emani da Lei. La sua veste, azzurra cupa, pare ora di un mite celeste di miosotis, e le mani e il viso sembrano farsene azzurrini come quelli di uno messo sotto il fuoco di un immenso zaffiro pallido. Questo colore, che mi ricorda, benché più tenue, quello che vedo nelle visioni del santo Paradiso e anche quello che vidi nella visione della venuta dei Magi, si diffonde sempre più sulle cose, le veste, le purifica, le fa splendide. La luce si sprigiona sempre più dal corpo di Maria, assorbe quella della luna, pare che Ella attiri in sé quella che le può venire dal Cielo. Ormai è Lei la Depositaria della Luce. Quella che deve dare questa Luce al mondo. E questa beatifica, incontenibile, immisurabile, eterna, divina Luce che sta per esser data, si annuncia con un’alba, una diana, un coro di atomi di luce che crescono, crescono come una marea, che salgono, salgono come un incenso, che scendono come una fiumana, che si stendono come un velo… La volta, piena di crepe, di ragnatele, di macerie sporgenti che stanno in bilico per un miracolo di statica, nera, fumosa, repellente, pare la volta di una sala regale. Ogni pietrone è un blocco di argento, ogni crepa un guizzo di opale, ogni ragnatela un preziosissimo baldacchino contesto di argento e diamanti. Un grosso ramarro, in letargo fra due macigni, pare un monile di smeraldo dimenticato là da una regina; e un grappolo di pipistrelli in letargo, una preziosa lumiera d’onice. Il fieno che pende dalla più alta mangiatoia non è più erba, sono fili e fili di argento puro che tremolano nell’aria con la grazia di una chioma disciolta. (…)

Era un antico canto della Bretagna, intriso di salsedini marine e di lacrime senza fine, una nenia di culla e di bara - tutto e nulla. Bassa e calda la voce come una confessione, e ad ogni nota più pallido il viso, e più addentro le dita nelle dorate chiome: canto oscuro, simile a te, modulato a ninna-nanna sul capo dell'Adolescente più bello del figlio del re. …Streghetta, quel tempo è passato. Lungi dorme l'Adolescente ch'era più bello del figlio del re. Niun destare può il Dormiente, ché eterno è il sonno sovra il Col d'Èchele. Grumi di sangue fra i bei capelli. Grumi di pianto nella canzone che più non canti (io sola quel tempo ricordo, e la voce bassa e calda, di confessione): « Dors, mon petit gas.. .. » Ada Negri da “I canti dell'isola” (A. Mondadori, Milano 1925)

MARIA VALTORTA da L'Evangelo come mi è stato rivelato (già Il poema dell’Uomo-Dio, 1943/1950) Centro Editoriale Valtortiano, Isola del Liri 1998


Fiorrancino (2010) Olio su tela – cm. 60x40


GLI ESAMI DI FIORRANCINO Nicchio, Favicchio e Sgricciolo, Orietta, Soletta e Coletta, cresciute ormai in età, avevano dato gli esami per passare fate ancelle. Le fate ancelle sono fate giovani addette al seguito della fata regina, Fantasia; devono sempre accompagnarla nei suoi viaggi come scorta d'onore, e, quando si presenta l'occasione, devono anche saper fare gli incantesimi meno importanti. Questa faccenda degli incantesimi, come sapete, è abbastanza complicata; bisogna studiare parecchio per non sbagliare, diversamente sono guai. (Orecchialunga ne sa qualche cosa.) E le fatine, cresciuto il senno cogli anni, avevano studiato molto; curve sul libro del babbo, un librone smisurato, s’erano empite il cervello di parole magiche e andavano ripetendo a chi voleva sentirle: Tomo-lacà-sulanta-bé! Mia-mia-faravelik! ed altre cose altrettanto difficili e misteriose. Gli gnomi, pieni di rispetto, le stavano a sentire a bocca aperta. E dunque, le sei fatine divennero in breve sei pozzi di scienza. Il mago Merlno era orgoglioso delle sue figliole, il mago Atlante aveva già provveduto le sei bacchette fatate, e la Fata Fantasia faceva sapere che si teneva pronta a ricevere le nuove ancelle. Non si poteva più tardare. Nicchio, Favicchio e Sgricciolo, Oretta, Soletta e Coletta, presero dunque congedo, con grandi pianti, da Fiorrancino; e, accompagnate dal babbo, si disposero a raggiungere la corte della fata Fantasia. Rimase a casa soltanto Fiorrancino. O come va che Fiorrancino non era stata ancora promossa fata ancella?... È molto semplice: Fiorrancino non aveva avuto voglia di studiare, ma, presuntuosa e vanagloriosa, s'era presentata lo stesso agli esami, e i maghi l'avevano schiacciata. “Io, se fossi in te” disse il mago Atlante che si vergognava di avere una figlioccia così ignorante, “non oserei più farmi vedere dagli gnomi e, al tempo delle ciliege (che verrà presto), se fossi in te, non avrèi coraggio di mangiarne neppure una. Mi sembrerebbe di non averle meritate.” “Oh per questo” rispose Fiorrancino, “se tutti quelli che mangiano ciliege dovessero prima meritarle, ho paura che nessuno se ne caverebbe più la voglia. Proprio, rimorsi non ne ho. Tanto più che ho risposto benissimo e schiacciarmi è stata un'ingiustizia.” “Come vuoi” replicò il mago Atlante. “Se ti piace essere come il corvo che si rotolò nella neve e credeva di avere le penne bianche, accòmodati. Ma ricordati che la bacchetta fatata (quella che avevo ordinato per te) me la son messa sotto il guanciale e ci dormo sopra.” Il mago Atlante, incollerito, se ne andò. . Fiorrancino teneva testa; pure, in cuor suo, era molto avvilita. Nicchio, Favicchio e Sgricciolo, Orietta, Soletta e Coletta, avevano avuto in dono una veste sontuosa color del chiaro di luna, ed un cappello a pan di zucchero ricamato di perle fini, con un velo lungo lungo che ricadeva sullo strascico; più, due scarpine col tacco d'oro che sembravano due bomboniere. Fiorrancino, nulla. E questo era poco: quando volle uscire di casa, trovò che gli gnomi insolenti s'erano divertiti a farle, col carbone, un bel ritratto; proprio sul muro di casa, perché si vedesse bene. Sotto il ritratto c'era scritto a caratteri cubitali: "Fiorrancino". Se non ci fosse stato scritto, Fiorrancino non si sarebbe riconosciuta, perché, per dirvela intera, quel bel ritratto non era il suo: era quello del corvo che si credeva una colomba. "Che io sia davvero tanto vanesia?" pensò Fiorrancino, turbata. "Eppure, a me, mi pareva d'essere un gran dottore. Chi sa mai la verità!" In quel punto vide uno gnomo, il più piccino di tutti, che, coi pollici sul naso e le altre dita spiegate a ventaglio, la beffava oltraggiosamente. Avvampò. “ Ah mi trattano così?.. Farò vedere io a tutti chi è Fiorrancino!” Mise il suo solito cappuccio rosso, prese un paniere, e partì. Aveva sentito dire dal mago Atlante che, alla corte del re Busca, aspettavano il mago Merlino per un affare di riguardo: si trattava, nientemeno, di ridonare il buon umore al reuccio che, poverino, lo aveva perduto. Il mago aveva risposto: “Ho bell’e capito! Ci vorrà una reginotta. Ma, per ora non posso impicciarmene: ho da portare queste figliole alla corte di Fantasia.” Fiorrancino, cammin facendo, ruminava fra sé e sé vari progetti, uno più grandioso dell'altro. “E’ meglio che mi presenti" pensava" come mandata da babbo. Dirò che l'aiuto sempre negli incantesimi, e che il babbo non fa nulla senza di me. Poi, quando avrò veduto questo reuccio, gli dirò io due parole magiche che so! Me le sono imparate a memoria; anzi, voglio ripassarmele." Seduta su un paracarro, all'ombra di un melagrano, cominciò: “Tomo-lacà-sulanta-bé...”. “Mia-mia-faravelik!” trillò un uccellino sulla sua testa. Fiorrancino, stupita, guardò in su: era un uccellino azzurro e la guardava anche lui con due occhietti neri neri, lucidi di malizia. “Uccellino azzurro” chiese severamente Fiorrancino “mi dici chi ti dà il permesso di cantare le parole magiche?” “Ci vuole una reginotta” rispose l'uccellino, volando via. Fiorrancino si accorse che intendeva canzonarla. Infatti anche il mago Merlino aveva subito detto: “Ci vuole una reginotta”. Ma dove trovare una reginotta, così, sui due piedi? Fiorrancino ci pensò un pezzo e Concluse che il babbo non era poi infallibile. Per esempio aveva aiutato gli altri maghi a schiacciarla: questo non era forse un segno sicurissimo che sbagliava anche lui?... “Be', intanto, caro uccellino, se non ti dispiace, io vo avanti. E vedremo chi avrà ragione!” L’uccellino non rifiatò: volava di ramo in ramo e precedeva Fiorrancino, sembrando indicarle la via. Cammina e cammina, era quasi sera quando Fiorrancino giunse in vista di un castello. Il castello era circondato da un giardino che si stendeva a perdita d'occhio, e questo giardino, pieno di alberi rari, di fiori variopinti e di fontane, era quanto di più bello si potesse immaginare. Fiorrancino, che si era fermata a guardare attraverso il cancello, non si stancava di mirarlo. "Che peccato che sia disabitato" pensò o "Non si vede nessuno, non si sente un passo, e gli alberi, i fiori, le fontane, tutto è melanconico come se nulla ridesse mai. O che non viene il sole quaggiù?" I Infatti era vero: il giardino era bellissimo, ma i fiori non olezzavano, gli alberi non stormivano alla brezza e l'acqua delle fontane sgorgava silenziosa, come se avesse paura di essere viva. “O che sarà?” fece Fiorrancino. Le rispose l'uccellino azzurro: “È il giardino del reuccio che ha perduto il buon umore. Entra, entra, Fiorrancino! Vedremo le tue prodezze.” Fiorrancino fece il giro della cancellata sperando di trovare una porta aperta, con due ciambellani seduti uno di qua e uno di là dall'entrata, pronti a riverirla. Trovò invece un brutto usciòlo mascherato dall'edera folta e, piuttosto che far tardi, si risolvette a non cercar oltre.


Gri-gri-gri... la ghiaia strideva sotto i suoi passi minuti. Fiorrancino, cammin facendo, s'era fermata a cogliere pervinche, griselde e bocche di leone; ne aveva pieno il paniere. In capo aveva il cappuccio rosso e, sotto il braccio, la sua modesta bacchettina di fatina schiacciata agli esami: una bacchetta da nulla, che si poteva confondere con un vincastro. Questa gran fata improvvisata non aveva proprio nulla d'imponente! “Chi fa gri-gri sulla ghiaia?” disse una voce, poco discosto da lei. “Non lo sapete che ho i nervi ammalati e non posso sentir camminare?” Ed il reuccio comparve al primo svolto: era così indispettito per quello scricchiolìo della ghiaia che Fiorrancino, mortificata, non osò dirgli: "Sono io". Anzi gli disse, con un fil di voce: “Scusi, signora Maestà, io non sapevo”. Al sentirsi chiamare maestà da quella ragazza, il reuccio non poté trattenersi dal ridere. Era tanto che non rideva! L’uccellino azzurro, tutto contento, fece un volteggio su di un ramo. “Come ti chiami?”chiese il reuccio. “Fiorrancino.” “Che bel nome!» disse il reuccio con convinzione. “Io, invece, mi chiamo: Splendore.» Fiorrancino avrebbe voluto dire, un po' per garbatezza, un po’ perché quel nome le piaceva molto: "Anche Splendore è un bel nome!". Ma aveva la lingua di piombo. “Dove vai col tuo paniere?” chiese il reuccio. “Cerchi forse della regina madre? Vuoi offrirle i tuoi fiori? Vieni, vieni con me, che ti accompagnerò nei regali appartamento.” I regali appartamenti erano una magnificenza: al confronto, la casa del mago Merlino, così graziosa, pareva una piccionaia. Però la regina madre era molto arcigna… “Mamma” le disse il reuccio in un orecchio, “ho in mente che questa ragazza sia una delle tante reginotte che il mago Medino ha mandato da queste parti. Forse sapendo che rifiuto di vedere tutte le altre, l'avrà fatta travestire per ingannarmi. Che ne dici?” “Dico” rispose la regina madre “che una ragazza così spettinata non può essere una reginotta. Non vedi che le piovono riccioli fin sugli occhi?” “Ma gli occhi sono così belli” replicò il reuccio, “e anche i riccioli sembrano d'oro. Se fosse una reginotta, la sposerei volentieri.” “Vedremo” disse la regina madre. “Intanto, lasciami sola con lei.” Non era punto tranquilla sul conto di quella nuora. Il reuccio se ne andò e l'uccellino azzurro gli volò dietro. Fiorrancino, interrogata, non seppe che cosa rispondere. Al solo vedere il reuccio, chi sa perché, le erano passate di mente tutte le parole magiche e cercava inutilmente di rammentarsele: “Tomolacà... tomo... tomo...”. Sì! lo stesso che dire al vento. In questa condizione di cose, era pericoloso dichiarare la sua qualità di fata: non le avrebbero creduto. “Bene” disse la regina madre, “io vedo che tu mi nascondi qualche cosa; ma, se sei una reginotta, lo saprò da me.” La prese e la condusse in una stanza dove c'era soltanto un letto. “Questo letto” disse la regina “ha servito alla nonna di mia nonna per scoprire la verità, una volta che si presentarono a corte due reginotte, una vera, l'altra falsa, e nessuno le conosceva.” “So benissimo codesta storia” ribatté Fiorrancino che era furba. “È la storia del pisello, messo sotto il materasso di piume, che lasciò dormire la contadina e tenne desta la reginotta. Ma il mio babbo mi ha insegnato che le reginotte per bene non devono mai lagnarsi, anche se hanno dormito male.” La Regina madre si accigliò: quella ragazza voleva anche darle ad intendere d'essere stata educata alla perfezione? L'avrebbe da fare con lei! Mise dunque di nascosto, non un pisello, ma due lenzuoli di grossa canapa, tutta nodi e spunzoni, sul materasso di paglia che pungeva e graffiava a sangue. Ordinò a Fiorrancino di spogliarsi, prese le vesti e, chiuso a chiave l'uscio, se ne andò. Fiorrancino era stanca morta; sedie non ce n'erano, e il pavimento era di marmo; come fare? Doveva dormire in quel canile?... “Stupida!” disse ad un tratto, scoppiando in una risata. Mi trasformo in un cagnolino. Quelli, dormono dappertutto.” Detto fatto, si trasformò in un cagnolino, s'accucciò in tondo e dormì magnificamente. All' alba balzò in piedi, riprese aspetto di fata e la regina madre, quando venne a liberarla, la trovò fresca, vispa e riposata. La regina si morse le labbra dal dispetto: il re Busca (c’era anche lui) disse: “Che brava ragazza!” e la guardò di buon occhio. “Facciamo un' altra prova” suggerì la regina. La prese e la condusse in un'altra stanza dove c'era una tavola apparecchiata; ma, invece di piatti fini e di vivande prelibate, Fiorrancino vide due rozze ciotole, e una era piena d'insalata vecchia ancora da condire, e l’altra era piena di latte acido. Il pane era scuro e ammuffito. “ Ti adatterai” disse la regina. “Per oggi non c'è altro.” “Il mio babbo» rispose Fiorrancino “mi ha abituata a mangiare di tutto.” La regina chiuse a chiave l'uscio e se ne andò. Lesta lesta Fiorrancino fece la zuppa di pane e latte, ci rimestò dentro l'insalata, si trasformò in un porchetto e mangiò di gusto. Quando ebbe la pancia piena riprese forma di fata. “Che brava ragazza!” disse di nuovo il re Busca. “Mi fa perfino compassione.” E spedì in fretta un ciambellano perché avvisasse il reuccio: voleva combinare subito il matrimonio. Ma la regina non fu di quel parere. “Questa ragazza” proclamò “è una sfacciata truffatrice e bugiarda. Si è vantata di essere una reginotta e, invece, scommetterei che è una guardiana di pecore. Non vedete che ha perfino le mani sudice?” Le mani erano proprio sudice: fu però un'ingiustizia accusare Fiorrancino. Non le avevano dato né acqua né sapone né catinella né asciugamani, e Fiorrancino s'era lavata alla meglio alla fontana. “Chiudetela nella torre” ordinò la regina madre, che comandava più del re perché era una donna prepotente ed il re Busca la temeva. “Sarà sorvegliata a vista e il carceriere riferirà.” Al sentire che Fiorrancino era stata imprigionata, il reuccio fu colto da una profonda tristezza: non mangiava più, non dormiva più e non voleva più aprir bocca. Il mago Merlino, chiamato d'urgenza, s'impensierì: lui non sapeva nulla di nulla e credeva che Fiorrancino fosse sempre a casa, dove l'aveva lasciata. . “Che c'è di nuovo?” chiese alla regina madre. “C'è di nuovo che s'è innamorato di una guardiana di pecore e vuole sposarla.” “Non vedo altro mezzo che dargli a credere che la ragazza è morta. E, nel frattempo, obbligarlo a sposare la reginotta che ho condotto io.” Era una bella reginotta e portava in dote tre reami; ma Splendore non volle neppure guardarla. Avendo saputo che Fiorrancino era morta, piangeva come un vitello. “Si prepari tutto per le nozze!” ordinò la regina.


In quel punto un uccellino azzurro, che stava a sentire nascosto tra la ramaglia, s'alzò a volo e scomparve. Fiorrancino, sola nella brutta torre che pareva il nido dei rospi, dei millepiedi e degli scorpioni, meditava sui casi suoi: “Maledetta la mia presunzione!" pensava. "Aveva ragione il mago Atlante. Avevano ragione anche gli gnomi di scorbacchiarmi come fecero. Ora mi tocca morire quassù. Se mi ricordassi almeno le parole magiche, potrei chiamare il mio babbo. Ma non me le ricordo! “Tomo-lacà... tomo... tomo..." “Mia-mia-faravelik!” Era l'uccellino. “Ah sei tu? Vieni anche a deridermi?” “Davvero lo meriteresti. Sei più grulla delle tue sorelle che rischiarono, quella volta, di finire fritte come sogliole e in salmì come beccaccini. C'è il povero Splendore che piange da cavar l'anima, e tu non ti ricordi neppure che sei una fata e puoi andare a consolarlo!” Fiorrancino diede un trillo e, in men che non si dica, trasformatasi in uccello, spiccò il volo dalla finestra. Poco dopo, un'allodoletta si posava in mezzo al viale e Splendore, alzando gli occhi, si vedeva davanti Fiorrancino. “Ma lo sai, Fiorrancino mia, che stasera sposo la reginotta?...” “Non darti pena” rispose lei. “Piuttosto vieni con me e andiamo in cerca di mio padre, che è un personaggio... vedrai! Se lui vuole, accomoda tutto.” Stavano per fuggire, quando Fiorrancino sentì due dita di ferro che la prendevano per un orecchio. E la voce del carceriere tuona: “Ti ho colta, strega d'inferno!... Venga subito la regina." La regina madre venne subito e il carceriere raccontò il fatto del volo dalla finestra. Era evidente che Fiorrancino non poteva essere altro che una strega: bisognava bruciarla viva sul rogo. “Ma che rogo d'Egitto!”. disse allora la reginotta; quella che portava in dote tre reami e che era molto adirata per le ripulse del reuccio. “Se la bruciamo sul rogo, Splendore si ostinerà a credere che abbiamo martoriato la più bella fanciulla del mondo. Bisogna invece mostrargliela sotto il suo aspetto di strega. Venga il mago Merlino e la trasformi in una megera ripugnante, dagli occhi rossi e cisposi, dal naso adunco e dal piè di zoccolo; quando Splendore l'avrà veduta così, la lasceremo fuggire a cavallo della sua scopa, seguìta dal suo gatto nero.” “Ha ragione, ha ragione!” gridarono i cortigiani. “Venga il mago Merlino; ma la trasformi in un rospo perché vogliamo ammazzarla.” “In un rospo, in un rospo!” gridarono tutti a perdifiato. Fiorrancino, inebetita dal terrore, pensava: "Ora viene il babbo, per fortuna..,". Ma corse un bel rischio anche col babbo; state a sentire: Il mago Merlino, stanco del viaggio, era andato a riposare; destato di soprassalto da quella folla che urlava: “C'è una strega, una strega! bisogna trasformarla in un rospo!” si levò a sedere sul letto, mandando due o tre moccoli all'indirizzo dei disturbatori. Poi si stirò, sbadigliò, si strofinò gli occhi, e finalmente disse: ”In un rospo? Adesso vi servo io”. Prese il libro degli incanti e scese in giardino. Cammin facendo, per sbrigarsi, aveva già cominciato a recitare le parole dell'incantesimo: “Para-fafui-udicibò! Rarò, rarò...” “Bada a quello che fai!” piò l'uccellino azzurro, starnazzando disperatamente. Il mago Merlino s'interruppe, alzò gli occhi, vide un cappuccio rosso che tremava... “Ma questa è la mia Fiorrancino!” esclamò. Fu fortuna; perché, se avesse finito di pronunziare le parole dell'incantesimo, sulla povera Fiorrancino, tramutata in rospo, sarebbero tosto caduti i bastoni dei cortigiani. Quando il reuccio seppe che Fiorrancino era una fatina, ma che, essendo stata schiacciata agli esami, poteva rinunziare a divenire fata ancella e contentarsi semplicemente di sposare lui, fu per impazzire dalla gioia. Il mago Merlino, come dote di Fiorrancino, diede una cosa di molto valore: e cioè la promessa che il mago Atlante non si sarebbe vendicato della regina madre per gli sgarbi usati alla sua figlioccia. Più, regalò agli sposi una gabbia. “Mia-mia-faravelik!” L’uccellino azzurro ci volò dentro e ci sta ancora. TERESAH Gli esami di Fiorrancino da "Come Orsetta incontrò fortuna" Bemporad, Firenze 1992


Biografie delle autrici


VITTORIA AGANOOR POMPILJ Nata a Padova da una nobile famiglia di origine armena, fu la settima figlia del conte Edoardo Aganoor e di Giuseppina Pacini. Cresciuta in un ambiente familiare duro, dato il carattere mutevole e introverso del padre, Vittoria soffrì per tutta la sua vita di crisi depressive. Istruita, per volere della madre, dal poeta Giacomo Zanella, manifestò fin da giovane una particolare propensione per le scrittura e per la poesia. Troppo chiusa e timida, però, mantenne i suoi scritti segreti per lungo tempo. Estremamente garbata e piacevole all'esterno, nascose sempre il suo carattere tormentato e depressivo, che le causò una lunga dipendenza emotiva dalla sua famiglia. Dopo aver sacrificato gran parte della sua vita, nella cura della madre e della sorella invalide, alla morte della prima, si sposò con il nobile Guido Pompilj. Uomo misantropo e difficile, amò perdutamente Vittoria, che egli vedeva come il suo unico conforto in un mondo di debolezza e corruzione. Dopo le nozze, Vittoria cambiò il suo atteggiamento verso la vita, e pubblicò il suo primo libro di poesie, Leggenda eterna (1900), che fu accolto con grande entusiasmo dalla critica. Il successo incoraggiò la scrittrice a dare luce ad un secondo libro di poesie, questa volta dedicate al marito, Nuove liriche (1908). Il 9 Aprile del 1910, però, mentre la vita stava sorridendo al massimo a Vittoria, all'età di cinquantanove anni, ella si spense di cancro. Il dolore provocato dalla sua scomparsa portò il marito a togliersi immediatamente la vita; egli si sparò poche ore dopo. Il gesto di Guido Pompilj conferì un'aura romantica al loro matrimonio e pose le poesie di Vittoria in ottica del tutto nuova, favorendone la divulgazione. GLADIA ANGELI Nata a Comigliano Ligure, Gladia Angeli stringe i primi contatti con il gruppo futurista della sua regione (Farfa, Giovanni Acquaviva) intorno agli anni Trenta. Sul «Corriere del Tirreno» pubblica a puntate il romanzo, in forma epistolare, Le pagine segrete di una donna, successivamente edito in volume nel 1942-43. L’antologia Canzoniere futurista amoroso guerriero (1943), a cura di Farfa, Acquaviva, Giuntini e Marinetti, include una poesia della scrittrice. Dopo la Seconda Guerra Mondiale Gladia Angeli pubblica due romanzi, Le lettere d'amore di Hanna R. (Palermo, 1946), e Tutto può continuare nell'ombra (Bologna, 1948). In seguito aderisce al movimento Futurismo-oggi fondato nel 1967 da Enzo Benedetto con la collaborazione di Giovanni Acquaviva, Tullio Crali, Tullio D'Albisola, Alessandro Bruschetti, Guido Dal Monte e Mino Delle Site. SIBILLA ALERAMO Rina Faccio nacque il 14 agosto del 1876 ad Alessandria, ma trascorse la fanciullezza a Milano e l’adolescenza a Porto Civitanova Marche, un borgo marchigiano. Quando la madre, soggetta a crisi depressive, tentò il suicidio, fu costretta a sostituirla nel governo della casa e a gravarsi di ogni responsabilità domestica, riuscendo sempre, però, a scrivere racconti e articoli giornalistici. Nel 1892 fu violentata da un impiegato della fabbrica paterna e costretta a sposarlo,; dopo un aborto, dall’unione col seduttore nacque il figlio Walter. Infelici furono gli anni del suo matrimonio, ma nonostante le oppressioni del coniuge, intensificò l’attività letteraria, scrivendo articoli di costume, sociologici ed inerenti la questione femminile, ed iniziando la stesura del suo primo romanzo, l’autobiografia “Una donna”, testimonianza esemplare della condizione femminile, uno dei primi libri femministi apparsi in Italia, che uscì nel 1906 e riscosse subito un grande successo, al quale poi seguirono altre opere in prosa e raccolte di liriche. Nel 1902 abbandonò il marito ed il figlio (che rivide solo dopo trent’anni, nonostante avesse a lungo lottato per ottenerne la custodia) e si trasferì a Roma, avviando, così, la ricostruzione della sua vita, dedicandosi appassionatamente ad un’intensa produzione letteraria, in poesia ed in prosa, alle “Scuole dell’Agro Romano” per gli analfabeti, fondate insieme a Giovanni Cena, e approdando all’antifascismo e al comunismo. Bella, intelligente, libera da schemi e pregiudizi, desiderata dagli uomini, Sibilla Aleramo ebbe molte e intense storie d’amore. Fondamentale nella sua vita fu l'amore, e tutte le sue storie (con Cena, Papini, Cardarelli, Boccioni, Cascella, Boine, Campana, Papini, Quasimodo, Matacotta) furono romantiche ed intense. Una grande ma lacerante passione, di cui resta traccia nell’epistolario, fu quella che la legò, quando lei aveva 40 anni, ed era già famosa per il successo del romanzo “Una donna”, e lui nove di meno, al poeta Dino Campana, afflitto da gravi disturbi psichici, il quale venne poi internato in manicomio. Il suo ultimo grande amore fu il poeta, allora sconosciuto, Franco Matacotta, lei sessantenne, lui ventenne; la storia della loro relazione confluì nelle pagine del diario 1940-1944, dal quale emergono tutte le tensioni derivanti da questo rapporto complesso e difficile, in disparità anagrafica e differenza intellettuale, che pure durò dieci anni. Sibilla Aleramo visse gli ultimi anni della sua vita lottando contro la povertà e la depressione, ma fino alla fine continuò a viaggiare, ad incontrare amici e a scrivere il suo "Diario". Morì a Roma il 13 gennaio del 1960. IDA BACCINI Nata a Firenze nel 1850 da Leopoldo ed Ester Rinaldi, con la famiglia visse a Genova, a Livorno e di nuovo a Firenze nel 1865. Sposato lo scultore livornese Vincenzo Cerri nel 1868, dopo solo tre anni tornò alla casa paterna con il figlio Manfredo e, conseguito il diploma, ottenne l'impiego di maestra comunale a Rifredi, fino a quando, nel 1878, dovette dimettersi per la sua opposizione all’ordinanza ministeriale che introduceva l’educazione fisica nelle scuole elementari.


Nel 1875 la Baccini aveva pubblicato a Firenze il suo primo libro, Le memorie di un pulcino; l’inaspettato successo della prima edizione anonima, la indusse a far seguire una seconda edizione con il suo nome. Intanto aveva iniziato anche l’attività giornalistica, collaborando ai giornali, ”La Vedetta” e “La Nazione” di Firenze, alle riviste di P. Pancrazi “La Rivista Europea” e la “Gazzetta d’Italia”, pur continuando la sua attività di scrittrice per l’infanzia pubblicando tra l’altro libri di testo per le scuole elementari. Dal 1884 diresse la rivista per ragazze “Cordelia”, fondata da A. De Gubernatis. Si interessò anche della stampa periodica per ragazzi, che si andava sviluppando in quegli anni, collaborando al giornale “Cenerentola”, ed al “Giornale per Bambini”. Nel 1895 fondò il suo “Giornale dei bambini” che, a causa dello scarso successo, si fuse nel 1906 con il “Giornalino della Domenica” di Vamba Bertelli. Nel 1887 fu colpita da una malattia di nervi; in questo periodo taumaturgico fu per lei scrivere una collana di libri per ragazzi - pubblicati anonimi - che ebbe notevole successo. Morì a Firenze il 28 febbraio 1911. ANNA BANTI Lucia Lopresti nacque Firenze nel 1895 da una famiglia di origine calabrese fu incoraggiata fin dall'inizio dal padre avvocato ad intraprendere gli studi umanistici. Uno dei tratti caratteristici della sua scrittura fu quello di porsi come narratrice in una posizione anomala di fronte alle storie, capace si di assecondarle, ma rifiutarne le suggestioni per rimanere più libera non solo di fantasticare, ma di creare nuovi rapporti con i suoi personaggi. Fu anche un'abile traduttrice dalla lingua inglese: per un esempio, si veda l'articolo Le Memorie di Barry Lyndon. I lavori letterari degli esordi furono imperniati sulla memoria e su ricordi giovanili. Un cambiamento avvenne dopo il matrimonio, nel 1924, con il critico e storico dell'arte Roberto Longhi, già suo professore al liceo, uomo con una profonda cultura sia letteraria sia artistica. Assieme, collaborarono alla nascita della rivista Paragone, di cui Banti tenne fino alla morte del marito la direzione della sezione letteraria. In questo periodo la sua prosa divenne più elaborata e raffinata, portando alla luce con storie complesse a sfondo principalmente psicologico la condizione delle donne nella società del tempo, analizzando attraverso la convergenza di punti di vista diversi personaggi femminili colti con grande acutezza nei loro momenti di crisi morale ed esistenziale. Fra i suoi romanzi più riusciti sono da ricordare soprattutto Artemisia (1947), che rievoca la vita della pittrice seicentesca Artemisia Gentileschi, narrando una vocazione artistica di donna in lotta con i pregiudizi del suo tempo; le Donne Muoiono (1951) dove il racconto serve da pretesto per un'indagine a fondo, sull'amicizia e sui segreti da mantenere; i racconti raccolti in Campi Elisi (1963), dove ritroviamo il grande tema che interessa principalmente la Banti, la solitudine della donna alla ricerca di una dignità nel mondo degli uomini, in una vicenda di proteste, umiliazioni, ribellioni, dolori. Morì a Ronchi di Massa il 2 settembre 1985. LUISA BERGALLI Non ebbe per certo chiari natali, poichè suo padre, originario piemontese, tenea negozio di calzolajo in Venezia quand'ella venne a luce nell'anno 1703: potè tuttavia a chiara fama salire per ottima educazione apprestatale in tenera età dal padre Alberghetti somasco. La indirizzò alquanto alla pittura Rosalba Carriera, se non che più vogliosa di allegrare la vita tra boschetti parrasj entrò volentieri in questi, assistita da Apostolo, e Pier Caterino fratelli Zeno, non meno che dal dotto piovano di s. Iacopo di RialtoAntonio Sforza. Giunta al suo vigesimoterzo anno avea già dato al teatro l'Agide, dramma scritto con dolcezza di verso e con nobiltà di pensieri, susseguitato poi da altre sue tragedie e commedie. Gentil pensiero ebbe nel fornirci di una stimabile edizione delle Rime di Gaspara Stampa, di altra di quelle del suo maestro Sforza, e di una Raccolta delle più illustri rimatrici d'ogni secolo, con cui fe' conoscere che può essere dato alle donne, sì bene che agli uomini, di altamente cantare. Sempre più addottrinandosi nella lingua e nel terso scrivere, pubblicò un volgarizzamento di sei commedie di Terenzio, lavoro sì pregevole ch'ebbe ad encomiatori Francesco Zanotti e 'l padre Bandiera. Nella non più verde età di 35 anni prese a marito Gasparo Gozzi, cui fece padre di cinque figliuoli, e con cui visse in buona concordia. Fu il teatro una sua costante e sregolata passione; e nell'anno 1758 avendo condotto a proprio rischio quello di s. Angelo con la speranza di rammarginare le dimestiche piaghe economiche, tanto sfortunata fu nel successo, che non altro ottenne che di squarciarle vie più. Non sopravvisse al marito, in cui compagnia fece le traduzioni di alcune opere di Moliere, di Racine, di de la Mothe e d'altri, traduzioni ch'erano diventate li scarsi mezzi de' quali vedeansi l'uno o l'altra costretti a valersi per sostenere la vita. Nell'anno 1779 scoccò l'ultima sua ora. Quando Luisa o in fresca età, o in mezzo agli agi fioriva, una frotta di cultori delle lettere frequentava la sua casa, e le sue cene non invidiavano quelle de' Sapienti narrateci da Ateneo; ma, tramutata la sorte, dileguaronsi come in un baleno le pur troppo apparenti e false amicizie. (tratta da Bartolomeo Gamba, Alcuni ritratti di donne illustri delle provincie veneziane, pubblicati in occasione delle Nozze di Iacopo Crescini padovano con Adelaide Meneghini veneziana nel dì 15 gennajo, 1826)

GIOVANNA BEMPORAD E’ nata a Ferrara nel 1928. Alla traduzione dell’Iliade, iniziata fin da adolescente, ha accompagnato una parca produzione poetica originale raccolta nel volume Esercizi, uscito in prima edizione nel 1948 e, con aggiunte, da Garzanti nel 1980. Libro tuttora unico dell’autrice, Esercizi riunisce anche traduzioni di autori classici e di lirici moderni tedeschi e francesi. L’opera cui ha atteso con maggior impegno è la traduzione in endecasillabi dell’Odissea, di cui vasti saggi sono stati pubblicati tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Novanta. Ha pubblicato anche versioni da Novalis e di parti scelte dell’Eneide.


CRISTINA CAMPO Vittoria Guerrini nacque a Bologna nel 1923 da una famiglia agiata all'interno della quale arte e cultura erano pratica quotidiana. Agli anni infantili risale il suo incontro con la fiaba, universo che frequenterà e maturerà nel segno del suo incontro con la scrittura di Simone Weil. Schiva, umbratile e solitaria, fu comunque al centro di una fittissima schiera di relazioni con altri intellettuali. Si interessò e scrisse di saggistica, fiabe, epistolari, inoltre tradusse testi dell'aria anglosassone fra cui Virginia Woolf, Emily Dickinson, Katherine Mansfield e John Donne. La maggior parte delle sue opere fu pubblicata postuma grazie all'affettuosa attenzione dell'amica Margherita Pieracci. L'universo della fiaba è forse il nucleo più significativo della sua poetica, un universo esplorato sia con la stesura di racconti fiabeschi ispirati ai migliori favolisti dell'ottocento sia con accurati ed originali saggi. Il percorso dei personaggi delle fiabe viene da lei assimilato a quello degli uomini: come i protagonisti di queste storie percorrono un cammino nel quale incontrano difficoltà, pericoli, fatiche che li porteranno ad una metamorfosi sia esterna che interiore, così il destino dell'uomo, che attraversa ogni sorta di prove per giungere ad un traguardo che lo consegni ad una nuova considerazione di sé. Cristina Campo scomparve nel 1977, a 54 anni, nel silenzio quasi totale di una società letteraria che non ne aveva ancora capito il ruolo. Oggi critici e pubblico sembrano averla riscoperta e la sua opera continua ad essere pubblicata e restituita alla migliore tradizione letteraria del secondo Novecento.

ENRICHETTA CARACCIOLO Nata nel 1821, figlia di don Fabio Caracciolo e della nobildonna palermitana Teresa Cutelli, alla morte del padre rimase sotto la tutela della madre che, desiderosa di risposarsi e di restare libera da precedenti vincoli familiari, la costrinse ad entrare nel monastero di S. Gregorio a Napoli. Nel 1840 Enrichetta prese i voti, ma nel 1846 presentò a Pio IX che aveva fama di papa “liberale”, una richiesta di esserne sciolta che non ebbe esito favorevole. Nel 1848 prese posizione contro i Borboni, per quanto consentitole dalla sua situazione, introducendo in convento i giornali liberali e denunciando il fenomeno delle monacazioni forzate. Dopo varie drammatiche vicende, in cui ritrovò l'appoggio della madre ora separata e pentitasi di aver causato l'infelicità della figlia,(fu persino arrestata a causa della persecuzione del cardinale Riario Sforza mentre per motivi di salute si trovava presso una sorella), e dopo un tentativo di suicidio, riuscì ad ottenere di stabilirsi a Castellammare per curarsi . Riprese i contatti con i patrioti e nel 1860 quando Giuseppe Garibaldi entrò a Napoli, durante la messa di ringraziamento per la sconfitta dei Borboni depose sull'altare il velo monacale. Sposò poi il patriota Giovanni Greuther e pubblicò un libro di memorie, I misteri del Chiostro napoletano(1864), che destò grande interesse e fu tradotto in 6 lingue. Morì nel 1901.

CONTESSA LARA I dati biografici di Evelina Cattermole, in arte Contessa Lara, poetessa rappresentativa dell’età decadente e umbertina, sono abbastanza oscuri per quanto riguarda la nascita e la prima infanzia. Secondo alcuni sarebbe nata a Cannes da padre inglese e madre russa, ed avrebbe compiuto gli studi presso il Sacre Coeur di Parigi, secondo documenti più attendibili la nascita sarebbe avvenuta invece a Firenze nel 1849. Evelina avrebbe appreso dal padre le lingue straniere e dalla madre le arti musicali. A Firenze Evelina frequentò i salotti più rinomati, riuscendo però a conciliare poesia e mondanità, coltivando fin da giovanissima l’attività letteraria (infatti, per interessamento del poeta Dall’Ongaro, nel 1867 pubblicò, non ancora diciottenne, una prima raccolta di versi d’ispirazione romantico-patriottica, Canti e Ghirlande) ma anche suscitando continuo scalpore nelle cronache del tempo per gli scandali e la sua vita avventurosa. A Milano Evelina entrò in contatto con l’ambiente letterario della Scapigliatura, che le consentì di esprimere liberamente il suo anticonformismo e la sua spregiudicatezza. La sua inquieta vicenda sentimentale si arricchì anche di un altro nome, quello del poeta siciliano Mario Rapisardi, che l’amò di folle sentimento e la indusse a pubblicare nel 1883 un nuovo volume intitolato Versi, che pure ebbe un notevole successo. Separatasi dal marito ritornò a Firenze dove visse modestamente con la nonna, avviando proprio in questi anni, spinta dalle necessità economiche, la collaborazione a vari quotidiani e riviste, come il "Fieramosca", "Fanfulla della domenica" e "La tribuna illustrata", firmandosi Contessa Lara, pseudonimo che molto piacque all’editore Sommaruga, che le pubblicò una raccolta di versi subito amati dal pubblico. Qualche tempo dopo si trasferì poi a Roma, dove ebbe molto successo come autrice di romanzi, ma dove pure condusse una turbolenta vita sentimentale: conclusa una relazione tranquilla, l’unico amore sereno della sua esistenza, con il giovane letterato Giovanni Alfredo Cesareo, si legò di grande passione a Giuseppe Pierantoni, pittore di modesto talento, che aveva illustrato il suo libro Romanzo della bambola. Quando Evelina, stanca dei soprusi e dei ricatti continui che subiva da colui che da amante era diventato suo sfruttatore, tentò di ribellarsi, il 30 novembre del 1896 l’uomo la uccise con un colpo di pistola. In agghiacciante coincidenza tra letteratura e vita Evelina morì proprio della stessa morte violenta che tante volte aveva descritto nelle sue opere. Nel 1987, postumo, fu pubblicato un suo nuovo volume E ancora versi.


CORDELIA Virginia Tedeschi Treves è stata una illustre scrittrice di novelle, racconti, commedie per fanciulli, nota in Italia e all'estero col pseudonimo di Cordelia, moglie di Giuseppe Treves, fratello dell'editore Emilio. Fu direttrice di giornali di moda e di famiglia della Casa Treves. Pubblicò, fra l'altro: Nel regno della donna; Prime battaglie; Vita intima; Casa altrui; Racconti di Natale, Nel, regno delle fate; Piccoli eroi che ebbe 58 edizioni. FRANCA MARIA CORNELI Nasce il 3 ottobre 1915 a Marsciano, in Umbria. Consegue la maturità classica a Perugia e in seguito si trasferisce a Roma per frequentare la facoltà di Lettere. A Roma conosce il futurista sardo Gaetano Pattarozzi, direttore di «Mediterraneo Futurista». Scrive la prima tesi sulla letteratura futurista, La lingua del Futurismo nelle parole in libertà dell'aeropoesia e nel teatro sintetico dinamico simultaneo alogico autonomo a sorpresa tempo-compresso e spaziocompresso e dramma d'oggetti, relatore il professor Bertoni, docente di filologia romanza. La tesi sarà pubblicata nel 1943 per le Edizioni futuriste di «Poesia». A Roma, la Corneli insegna per alcuni anni in un liceo classico e collabora al mensile «Autori e Scrittori», diretto da Marinetti e Govoni e organo ufficiale del Sindacato nazionale autori e scrittori. Partecipa alle manifestazioni futuriste organizzate dal Sindacato, i Dinamismi, serate dedicate alla declamazione di parole in libertà. Si trasferisce poi a Stoccolma con il marito, chiamato a dirigere l'Istituto Italiano di Cultura. Nei primi anni Quaranta, tornata a Perugia, si lega ai pittori futuristi umbri Dottori, Bruschetti, Meschini, Preziosi, entrando a far parte del Gruppo futuri sta umbro Umberto Boccioni. Al 1943 risale la pubblicazione di L'Aeropoema futurista dell'Umbria (Edizioni futuriste di «Poesia», Roma, 1943). Gerardo Dottori è autore di due ritratti di Franca Maria Corneli, Aeroritratto della poetessa Franca Maria Corneli (1943), esposto alla IV Quadriennale d'Arte Nazionale di Roma, e Ritratto di Franca Maria Corneli (1946). Franca Maria Corneli muore a Perugia nel 2007.

MARIA D’AREZZO Maria Cardini nasce ad Arezzo il 24 agosto 1890. Dopo aver conseguito la laurea in filologia classica nel 1913 , con una tesi su I Cataloghi esiodei insegna a Napoli nelle scuole medie superiori. Pubblica, nel 1913, la raccolta di versi Canti (Ricciardi, Napoli, 1913). Si avvicina al Futurismo e pubblica su riviste a esso legate, prima in «Lacerba», poi in «Avanscoperta» e «Noi», e su periodici liberali dell'epoca, «La Riviera ligure», «La Diana», «Eco della Cultura», «Cronache letterarie». Conosciuto nel gennaio del 1916 a Teramo Nicola Moscardelli decide di fondare con lui e Titta Rosa la rivista dadaista «Le Pagine», della quale assumerà la direzione quando Moscardelli sarà ferito in guerra. Prende contatti con Tristan Tzara il quale fa leggere la sua poesia Volata al Cabaret Voltaire. Volata sarà pubblicata in «Dada Almanach», mentre la poesia Strade nel secondo numero di «Dada» (1917). Al 1918 risale la raccolta di versi e prose Scia (Melfi e loele, Napoli, 1918). Nello stesso anno, presso l'editore Morano, pubblica il testo programmatico Il 14 luglio: discorso detto nella R. Scuola Normale Bonaventura Zumbrini. E tra i firmatari del Dadaistisches Manifest di Berlino. Tzara la incontra nel 1920 a Napoli e la annovera tra i Presidenti Dada. Negli anni Venti riprende gli studi di filosofia greca, recupera il suo nome di battesimo e si discosta dalle avanguardie. Cura edizioni delle opere di Eraclito d'Efeso, di Platone, dei Sofisti guadagnandosi stima internazionale. Inizia a insegnare, nel 1922, all'Istituto Magistrale di Parma. Sposa nel 1922 Sebastiano Timpanaro, allora assistente universitario di fisica sperimentale, nonché poeta ed editorialista attivo in campo liberista con gli pseudonimi Mario Plant ed Etna. Si dedica all'insegnamento occupandosi allo stesso tempo di matematica e biologia antica con il marito fino alla fine degli anni Quaranta. Si occupa nuovamente di filosofia negli anni Cinquanta, con studi su Galileo, i Pitagorici e sul commento di Proclo al Primo libro di Euclide. Muore a Firenze il 4 maggio 1978. GRAZIA DELEDDA Grazia Deledda nasce a Nuoro il 27 settembre 1871. Inizia a scrivere giovanissima, pubblica la sua prima novella a quindici anni e, dopo poco, collabora con l’allora famosa rivista femminile «Ultima moda». Le sue ambizioni letterarie vengono duramente ostacolate in famiglia e criticate dalla retriva società nuorese. Ma Grazia non si scoraggia: invia anche in Continente le sue novelle a puntate, abbandona a poco a poco lo stile approssimativo e dialettale, approfondisce lo studio dei caratteri dei suoi personaggi e soprattutto inizia a connotarsi come acutissima osservatrice della natura che la circonda e dei costumi della Barbagia e di tutta la Sardegna. Il suo stile comincia a personalizzarsi e, pur riconducibile talvolta al verismo ottocentesco, si connota sempre di più per il marcato regionalismo. Il suo primo romanzo Fior di Sardegna esce nel 1892, seguito da Anime oneste del 1895. Nel 1900 sposa Palmiro Madesani, funzionario ministeriale, e si stabilisce a Roma dove rimarrà fino alla morte, trasferendosi, di tanto in tanto per trascorrere le vacanze, a Cervia, la cittadina sull’Adriatico a lei così cara e alla quale dedicherà pagine vibranti d’affetto e nostalgia. Nel 1926 riceve, seconda donna ad essere insignita di tale onorificenza, il Nobel per la letteratura. Il suo romanzo autobiografico, Cosima, uscirà nel 1937, ad un anno dalla morte, avvenuta a Roma il 15 agosto 1936.


PAOLA BIANCHETTI DRIGO Nata a Castelfranco Veneto il 4 gennaio 1876, compie buoni studi, frequentando il ginnasio inferiore dell'istituto "Canova" di Treviso. All'età di 22 anni sposa l'agronomo padovano Giulio Drigo, andando a vivere a Mussolente, nei dintorni di Bassano del Grappa (Vicenza). Nel 1937, dopo la morte del marito (1922), si trasferisce a Padova. Pubblicò novelle e elzeviri nei più prestigiosi giornali dell'epoca: La Lettura, Nuova Antologia, L'Illustrazione italiana, Corriere della Sera e altri, raccolti a costituire i tre volumi di racconti della sua bibliografia. È autrice poi di due rilevanti romanzi, editi entrambi nel 1936: Fine d'anno e Maria Zef. Quest'ultimo libro fu ripubblicato dall'editore Treves nel 1938, e in seguito nel 1939 da Garzanti, con successive ristampe del 1946 e del 1953. Parte della sua opera fu, ed è ancor oggi, tradotta in varie lingue europee; dal romanzo Maria Zef sono state tratte due trasposizioni cinematografiche, una diretta nel 1953 da Luigi De Marchi e l'altra nel 1981 da Vittorio Cottafavi. Paola Drigo fu una voce importante e originale della narrativa italiana ed è riconosciuta dalla critica come la scrittrice d'area veneta più rilevante della prima metà del Novecento. Quando fu dato alle stampe, il suo romanzo Maria Zef fece scalpore per come adombrava un tema scabroso quale l'incesto in situazioni di estremo disagio economico e sociale. Morì a Padova il 4 gennaio 1938. EMMA Emilia Ferretti Viola nasce a Milano nel 1844 e, come la Marchesa Colombi, fa parte di quel gruppo di donne di cultura e sentimenti liberali che, avendo come riferimento la Mozzoni, pongono le basi per affrontare seriamente questioni sociali e per affermare i diritti femminili. Nel 1878 pubblica Una fra tante, romanzo sulla prostituzione, sollevando scandalo e fornendo spunti di discussione parlamentare. Quest'opera, che sembra risentire l'impostazione di metodo dei Goncourt, rimane un raggiungimento quasi isolato nel percorso di Emma, anche se la vivacità d'immagini, come si conviene a chi è anche pittrice apprezzata di paesaggi, rivela un talento ben più profondo di quello occasionale di un romanzo a tesi. Del resto la considerazione della critica è stata sempre positiva (Croce, e recentemente Seroni). Emma muore a Roma nel 1929. MARIA LUISA FIUMI E’ nata ad Orvieto nel 1890, dove morì nel 1966. Diresse per alcuni anni, in Roma, La rassegna nazionale. Ha pubblicato raccolte di liriche e di novelle, romanzi (L'ignoto,1920; Terra di lupi, 1933; ecc.), e libri di vario argomento, specie sull'Umbria. MARIA LUISA FARGION Maria Luisa Fargion, nata a Livorno il 27 gennaio 1914, si è laureata in lettere a Pisa con una tesi su Carlo Bini (parzialmente pubblicata nel 1942 su «Liburni civitas» e sul «Bollettino storico livornese» con lo pseudonimo di Luisa Mari per sfuggire alle leggi razziali). Successivamente si è laureata in farmacia. Nel 1944 ha scritto, a quattro mani con la sorella Lina, il libro di fiabe Il bosco rosso, assai apprezzato da critici quali Luigi Russo, Pietro Pancrazi, Aldo Gabrielli. Nel 1987 ha vinto insieme alla sorella il premio « Una favola al castello» (primo premio Sezione Letteraria) con la fiaba Il nano Pillo che fabbricava e vendeva bolle di sapone. E’ deceduta il 13 novembre 1999. ANNA FRANCHI Nasce a Livorno il 15 gennaio 1867 . Appassionata di pianoforte, conosce il giovane musicista Ettore Martini che sposa nel 1883; il matrimonio non è felice e lei è costretta a chiedere la separazione, e date le leggi dell'epoca perde la custodia dei due figli maggiori, Cesare e Gino, che il padre porta con sé in America. Costretta a lavorare, non ha che la sua grande cultura, e inizia a scrivere. Dulcia-tristia è il primo libro, colmo del suo dolore; poi inizia come traduttrice e giornalista, collaborando a numerose riviste, tra cui La Nuova Antologia. Traduce soprattutto dal francese (Il diario di una cameriera di Octave Mirabeau, Una vita di Guy De Maupassant; alcuni racconti di Sophie de Ségur per la stessa collana in cui pubblica la propria novella di Tardo Pie'; la prima versione italiana de Il pregiudizio di Isabella di M. Maryan nel 1903) ma anche le Favole di Fedro dal latino. Scrive testi per bambini, diverse favole: il primo è I viaggi di un soldatino di piombo (Salani, 1899). E' anche fine critica d'arte. Si batte molto per i diritti civili delle donne a causa della sua personale situazione; è vicina alla politica della sinistra di inizio secolo, ed entra nel dibattito sul divorzio con un titolo esaustivo: Avanti il divorzio (1902). Nel 1916 pubblica con Treves Le città sorelle. Poi sempre per Treves pubblica Il figlio alla guerra, compendio del dovere, raccolta delle conferenze tenute nell'Aula Magna del reale Conservatorio di Milano. Nel periodo del Ventennio si tiene lontana dalla vita sociopolitica, ma è lontana dal Regime. Nel 1919 pubblica per Sonzogno L'ultimo Re, sorta di satira politica. Nel 1921 muore Ettore Martini. Si dedica in particolare alle traduzioni e alla letteratura per l'infanzia, comprese alcune pinocchiate. Escono i romanzi Alla catena (1922) e La torta di mele (1927), oltre a testi teatrali, e testi storici (bellissimo il suo Caterina de' Medici, 1932). In totale, Anna Franchi lascia circa 44 volumi. Durante la Seconda Guerra Mondiale aderisce alla Resistenza, e ritorna alla luce con Cose di ieri dette alle donne di oggi (1946). Muore nel 1954.


MARIA GINANNI Maria Crisi nasce a Napoli il 9 febbraio 1891. Adotterà lo pseudonimo di Maria Ginanni dopo il matrimonio con Arnaldo Ginna. Studia inizialmente matematica all'Università di Roma senza mai conseguire la laurea. A Firenze, nei primi anni Dieci, entra in contatto con gli autori legati alle riviste della corrente cerebralista fiorentina, La difesa dell'Arte e Il Centauro. Nel 1916, quando iniziano le pubblicazioni de L'Italia futurista, la Ginanni è tra i redattori del quindicinale, divenendone direttrice nel 1917: la sua raccolta di prose liriche Montagne trasparenti apre la collana dei Libri di valore. Dopo la chiusura di «L'Italia futurista» (ultimo numero nel febbraio del 1918) fonda a Roma, con Corra e Settimelli, il periodico Lo specchio dell'ora, del quale usciranno solo due numeri (giugno e luglio 1918). Pubblica nel 1919/1 poema dello spazio. Brani di Luci trasversali sono in Montagne trasparenti. La prosa ...e chiamarlo Dio, presentata come estratto dal romanzo La disonesta in «L'Italia futurista» (II, n. 3 3,18 novembre 1917), sarà accolta in // poema dello spazio. Negli anni Venti Maria Ginanni si distacca dal Futurismo e sposa il Ludovico Toeplitz, con il quale nel 1925 scrive a quattro mani il volume di poesie Una voce chiama nel deserto (Treves, Milano 1925), firmandosi Maria Toeplitz. Nel 1930 pubblica un altro volume con Ludovico, Le pietre di Venezia Oltremare (Mondadori, Milano, 1930). Muore a Firenze il 24 ottobre 1953. ADELE CLELIA GLORIA Nata a Catania il 9 febbraio 1910, si avvicina al Futurismo grazie al pittore Giulio D'Anna. Conosce Marinetti e Mino Somenzi e inizia a collaborare a «Futurismo», periodico fondato da Somenzi nel 1932. li 2 aprile 1933 si reca a Reggio Calabria con D'Anna e Marinetti per le celebrazioni boccioniane. L’8 giugno dello stesso anno Marinetti declama la lirica Zingara al Club Lyceum di Catania. Nel 1933 continua a impegnarsi nell' organizzazione di serate futuriste a Catania. Entra in contatto con il giornalista e attore Nino Zuccarello, con lo scrittore Giacomo Etna e con il poeta e drammaturgo Guglielmo Jannelli. Nell'ottobre del 1933 partecipa con il pittore futurista catanese Giuseppe Franco alla Prima mostra nazionale d'arte futurista di Roma (espone Ritmo + Balbo = Velocità e Idillio). Ancora nel 1933 è presente alla Galleria Pesaro di Milano per l'Omaggio futuri sta a Boccioni con la tela Carcere. Nel 1934 è alla Mostra sindacale di Palermo, con Giulio D'Anna (Ammaliatrice, Deposizione, Veleo). Nello stesso anno pubblica per la casa editrice del fratello Alberto Maria (Glory Publishing Company) la silloge FF. 55. «89» Direttissimo. Incoraggiata dal fratello Angelo, attore cinematografico poi trasferitosi in America, inizia ad applicarsi alla fotografia. Produce alcuni collages che vengono pubblicati in un «Bollettino» del GUF di Catania e su riviste italo-americane, «Noi», «:L artista» , «Il Carroccio». Tra queste opere ricordiamo Composizione, databile 1935. Al 1935 risale anche la partecipazione, con Giulio D'Anna, alla Mostra d'aeropittura e arte sacra di Palermo. Nello stesso anno la sua tela più nota, Zanzur dall'alto, viene esposta nella II Quadriennale di Roma. Nella seconda metà degli anni Trenta e negli anni Quaranta Adele Gloria si applica anche alla scultura, utilizzando la pietra di Comiso e il gesso, con uno stile che l'avvicina alla Scuola romana piuttosto che al Futurismo (ricordiamo La dodicenne e L'Addio). Dopo il trasferimento a Roma nel 1936 svolge un'intensa attività di animatrice culturale, in più ambiti, tra i quali la moda, impegnandosi anche nella difesa della creatività femminile. Sposa nel 1941 il giornalista sportivo Rizieri Grande, collaboratore de «TI Messaggero». Nel dopoguerra continua a vivere a Roma e la sua pittura, come è stato notato da Anna Maria Ruta, si rivolge a «certo geometrismo plasticoastratto degli anni cinquanta»6, richiamando «perfino la lezione kandinskijana»7. Muore a Roma 1'8 settembre del 1984. AMALIA GUGLIELMINETTI Nata a Torino nel 1885 da una famiglia di industriali benestanti, rimase orfana di padre molto giovane, cui dedicò la sua raccolta di poesie, Voci di Giovinezza (1903), pubblicata a diciotto anni. Dopo la morte del genitore, la piccola fu mandata in una scuola religiosa, i cui ricordi ritrasse nella sua seconda raccolta di poesie intitolata Le vergini folli (1907). Voci di giovinezza creò scompiglio nella società benpensante di Torino, Le vergini folli la consacrò come poetessa di spicco, ed attirò l'attenzione del giovane poeta Guido Gozzano. Tra i due iniziò una intensa relazione epistolare, inizialmente mossa da reciproca ammirazione, ma che ben presto si tramutò in una tormentata storia d'amore, dalle cui Lettere d'amore, scritte tra il 1907 e il 1910, è possibile ricostruire un'immagine fedele del clima culturale di quegli anni. Nel 1909, uscì la terza collezione di poesie, Le seduzioni, con la quale la poetessa costruì la sua fama di donna perversa e sensuale. La natura della poesia della scrittrice, unite al suo aspetto inusuale, con lunghi capelli neri e vestiti dell'ultimo grido parigino, la resero una figura stridente nel panorama culturale torinese. Tra il 1916 e il 1925, pubblicò anche dei libri per bambini: Fiabe in versi (1916); La reginetta Chiomadoro (1923); Il ragno incantato (1923) e La carriera dei pupazzi (1925). Negli anni successivi, però, una tormentata relazione sentimentale, con lo scrittore Pitigrilli, le causò un collasso nervoso ed un ricovero; esperienze, che segnarono per sempre lo stile della poetessa, che da quel momento divenne più duro. Negli stessi anni, uscirono diverse raccolte di racconti brevi, e furono messe in scena diverse commedie, che riscossero un grandissimo consenso di pubblico. Scrisse anche due romanzi, il secondo dei quali, La rivincita del maschio (1923), fu preso di mira dalla Lega della Pubblica Moralità, poiché ritenuto immorale ed osceno. Fu anche una delle poche donne italiane a lanciare e a dirigere un giornale letterario, che lei chiamò Seduzioni, come la sua raccolta di poesie più famosa. Morì nel 1941, a cinquantasei anni, per delle complicazioni dovute ad un incidente durante un raid aereo.


MARGHERITA GUIDACCI Nacque a Firenze, figlia unica di genitori toscani, perse giovanissima la sua famiglia. La sua infanzia estremamente solitaria, influenzò fortemente il suo carattere, incline all'introspezione e alla creatività. Margherita passò molte estati in una piccola cittadina, nella regione del Mugello, i cui ricordi di passeggiate tra le amate colline ed i paesaggi toscani, furono un'infinita fonte di ispirazione nella sua poesia. Accompagnata nelle sue escursioni, dal cugino Nicola Lisi, noto per il suo stile limpido, fu intensamente influenzata, da quest'ultimo, nella sua poetica, che ella definì come un canto di uccelli. Contrariamente alla voga del periodo, che vedeva l'affermarsi dell'ermetismo di Ungaretti, la Guidacci rimase sempre originale nei suoi scritti. Dopo aver frequentato il liceo Classico Michelangelo, a Firenze, si iscrisse all'Università di Firenze, dove si laureò in Letteratura Italiana, con una tesi proprio su Ungaretti, le opere del quale comparò alle sue, sottolineando le differenze stilistiche. Si specializzò, quindi, in Letteratura Inglese ed Americana, e tradusse le opere di John Donne e le poesie di Emily Dickinson. Nel 1945, iniziò ad insegnare Letteratura Inglese ed Americana nei licei pubblici, per poi passare all'Università di Macerata ed, in fine, all'Università Maria Assunta in Vaticano. Nel 1946 pubblica la prima raccolta di poesie La sabbia e l’angelo. Dal 1952 inizia la sua attività di pubblicista sulla terza pagina del «Mattino dell’Italia Centrale». Nel 1954 esce un altro volume di versi Morte del ricco. Nel 1948 vince il premio Le Grazie per cinque poesie inedite. Nel 1949 si sposa con Luca Pinna. Nel 1958 vanno a vivere a Roma, dove Margherita inizia la collaborazione col giornale «Il Popolo». Fino al 1972 insegna al liceo scientifico Cavour di Roma e poi ottiene una cattedra di letteratura anglo-americana presso l’Università di Macerata. Continua a scrivere e pubblicare libri di poesia. Visse per il resto dei suoi giorni a Roma, dove si spense nel giugno del 1992. CAROLINA INVERNIZIO Carolina Invernizio nacque a Voghera il 28 marzo 1851. Nel 1865 la famiglia Invernizio si trasferì a Firenze, dove Carolina e le sue tre sorelle frequentarono la scuola magistrale, e dove l’editore Adriano Salani nel 1877 pubblicò il suo primo romanzo, Rina ovvero l’angelo delle Alpi, già comparso a puntate sul giornale fiorentino L’Opinione Nazionale e che sarà il primo romanzo d’appendice (i romanzi d’appendice ebbero una certa importanza a partire dalla fine dell’Ottocento, venivano pubblicati a puntate tali romanzi allo scopo di aumentare le vendite dei quotidiani). I romanzi della Invernizio venivano letti soprattutto dalle donne, che erano attratte da storie di atroci seduttori, di donne corrotte affiancate a creature angeliche, di sepolte vive, di morte che risorgevano dal sepolcro per vendicare le offese ricevute. L’esito finale dei romanzi prevedeva sempre la punizione dei colpevoli e il trionfo degli innocenti. Nel 1896 si trasferì a Torino con la famiglia; qui i suoi romanzi uscivano a puntate sulla Gazzetta di Torino e poi venivano pubblicati per intero dall’editore Salani, che riusciva a venderne un grande numero non solamente in Italia ma anche in America latina, seconda patria degli emigrati italiani. Morì il 27 novembre 1916. L’anno di nascita di Carolina Invernizio che compare sulla tomba è il 1858, che non corrisponde però a quello vero che fu il 1851, perché in vita Carolina Invernizio si era sempre tolta sette anni d’età. In quarant’anni di attività, Carolina Invernizio scrisse oltre centoventi romanzi, i suoi capolavori sono considerati Il bacio di una morta (1886) e La sepolta viva (1896). CAROLINA ISOLANI Scarsissime le notizie relative alla contessa bolognese Carolina Isolani, lontana discendente dei Bonaparte, nata nel 1875. Una breve notizia nell'Appendice a Stelle femminili: dizionario bio-bibliografico delle scrittrici italiane (1916) la definisce “nostra contemporanea e strenua cultrice di lettere» e segnala che già ammontano a tre le edizioni delle sue fiabe. Dopo aver tradotto dall'inglese il «romanzo per bambini» Meglio l'onore che gli onori di Venetia Hohler (1908), Carolina Isolani ha scritto due raccolte di fiabe (Fiabe, 1912 - Nuove favole, 1920), Le avventure di Biribì (1913) e un volume di biografie, Donne di virtù nella baraonda bolognese del Settecento (1915). Anche se dichiara di rifarsi alla tradizione dei racconti di veglia, le cinque Fiabe che compongono la sua raccolta sono debitrici piuttosto della tradizione letteraria e in particolare dei contes des fées francesi. Le avventure dei protagonisti principi e principesse incantati - toccano regni esotici (Malabar, Ciam, Ondura, Nicaragua...) popolati di ninfe, naiadi ed elfi e si concludono ritte con le "classiche" nozze. Piene di buoni sentimenti e spesso concluse da una morale, le fiabe di Carolina Isolani, ormai dimenticate, non si discostano in modo significativo da quelle che, negli stessi anni, pubblicavano le "colleghe" Emma Ferodi, Carolina Invernizio e Maria Messina. Morì nel 1945. GIANNA MANZINI Nacque a Pistoia il 24 marzo 1896. Adolescente, Gianna si spostò con la madre a Firenze, città di cui si innamorò istantaneamente. Qui, la scrittrice si laureò in Letteratura, e cominciò a partecipare al vivido dibattito culturale nato tra la fine della Prima Guerra Mondiale e l'insorgere del Fascismo. All'età di trentadue anni, pubblicò il suo primo romanzo, Tempo innamorato. Ed alcuni anni dopo, nel 1935, l'Accademia Reale d'Italia, fondata dal regime fascista, le offrì un premio l'incoraggiamento, per la sua opera. Ma Gianna Manzini, che aveva vissuto la tragica esperienza paterna, rifiutò sempre le allettanti offerte della cultura ufficiale fascista. Ebbe sempre un ruolo preminente nella cultura letteraria fiorentina, finché


nel 1933, lo spostamento a Roma segnò una nuova fase nella sua carriera, dove iniziò una collaborazione professionale e personale, durata tutta la vita, con il critico letterario Enrico Falqui. Godette di una carriera prolifica e prestigiosa, pubblicando diversi romanzi, racconti e saggi e collaborando anche al giornale antifascista Campo di Marte. Tra e sue opere ricordiamo Ritratto in piedi (1971), in cui la scrittrice descrive il suo rapporto con la figura paterna, e Sulla soglia (1973), pubblicato appena prima della sua morte, sopraggiunta nell'agosto del 1974. DACIA MARAINI Nasce a Fiesole nel 1936. Dopo i burrascosi anni infantili (fu prigioniera in un campo di concentramento in Giappone) nel 1962 pubblica il suo primo romanzo, La vacanza, cui seguono L’età del malessere (1963, Premio Internazionale degli Editori “Formentor”) e A memoria (1967). Grazie all’interessamento di Nanni Balestrini, nel ’66 escono con il titolo Crudeltà all’aria aperta anche le sue poesie, che vengono recensite con molto favore da Guido Piovene. In questi anni Dacia Maraini comincia a occuparsi anche di teatro. Proprio in questo periodo incontra Alberto Moravia, che nel 1962 lascia per lei la moglie e scrittrice Elsa Morante: i due vivranno insieme a lungo, fino ai primi anni Ottanta. Nel ‘73 fonda il Teatro della Maddalena, gestito e diretto da donne, e lei stessa scrive molti testi teatrali (dal 1967 ad oggi, Dacia Maraini ha scritto più di trenta opere teatrali, molte delle quali vengono ancora oggi rappresentate in Europa e in America). Un altro romanzo viene pubblicato nel ‘72, Memorie di una ladra: Monica Vitti ne ricava uno dei suoi film più riusciti. L’anno successivo esce Donna in guerra, poi tradotto, come quasi tutti i suoi libri, in molte lingue. Nell’80 è la volta di Storia di Piera, scritto in collaborazione con Piera degli Esposti: Marco Ferreri ne ricaverà un fortunato film con Marcello Mastroianni. Degli anni Ottanta sono i romanzi Il treno per Helsinki (1984), e Isolina (1985). Nel ‘90 esce Lunga vita di Marianna Ucrìa, che vince il Campiello e altri prestigiosi premi, e ottiene un enorme successo di critica e pubblico. L’anno successivo escono la raccolta di poesie Viaggiando con passo di volpe e il libro di teatro Veronica, meritrice e scrittora. Nel ‘93 è la volta di Bagheria, un appassionante viaggio autobiografico nei luoghi d’infanzia, e Cercando Emma, che ripercorre la vicenda del romanzo Madame Bovary di Flaubert per capire il suo fascino e svelarne il mistero. Nel ‘94 il romanzo Voci, anch’esso vincitore di molti premi letterari, offre una nuova interpretazione sul tema della violenza sulle donne. I grandi temi sociali, la vita delle donne, i problemi dell'infanzia sono ancora al centro delle sue opere successive: il breve saggio sulla modernità e sull’aborto Un clandestino a bordo (1996), il libro intervista E tu chi eri? (1998) e la raccolta di racconti sulla violenza sull’infanzia Buio (1999, vincitore del Premio Strega). Del 1997 è il romanzo Dolce per sé, mentre Se amando troppo (1998) raccoglie le poesie scritte tra 1966 e il 1998. Tra il 2000 e il 2001 vengono pubblicati: Amata, Fare teatro 1966-2000 e La nave per Kobe (in cui rievoca l’esperienza infantile della prigionia in Giappone). Nel 2003 escono invece Piera e gli assassini, il secondo libro scritto in collaborazione con Piera degli Esposti, e le favole di La pecora Dolly. La letteratura, la famiglia e il mistero del corpo sono i temi principali di Colomba (2004). Degli ultimi anni sono invece la raccolta di articoli I giorni di Antigone (2006) e il saggio Il gioco dell’universo(2007). Ancora estremamente prolifica, Dacia Maraini viaggia attraverso il mondo partecipando a conferenze e prime dei suoi spettacoli. Ha pubblicato nel 2008 Il treno dell'ultima notte ed è appena uscita la sua raccolta di racconti La ragazza di via Maqueda. Vive a Roma. MARCHESA COLOMBI Maria Antonietta Torriani nacque a Novara nel 1846, in seguito al matrimonio con Eugenio Torelli Violler, fondatore e primo direttore del Corriere della Sera, si stabilisce a Milano, dove continua a vivere anche dopo la separazione dal marito. Attiva frequentatrice degli ambienti letterari, si interessa in particolare alla riflessione sui contenuti e sulle forme veristiche del romanzo, impegnandosi nel movimento femminile lombardo con una particolare attenzione all'analisi delle condizioni del lavoro femminile, tema che traspone in parte nei suoi testi. La vena di ironia pariniana, cui allude anche la scelta dello pseudonimo, si coniuga felicemente con un impegno sociale polemico e fortemente sentito, specie in alcune sue opere come In risaia, edita da Trevers nel 1878, oppure in Un matrimonio in provincia, pubblicata nel 1885 dalla casa editrice Galli. Si dedica inoltre alla letteratura per l'infanzia, producendo opere come I più cari bambini del mondo, del 1882, I bambini per bene a casa e a scuola, del 1884, I ragazzi d'una volta e i ragazzi d'adesso, edito nel 1888, e Il piccolo eroe, del 1890. Pur nella diversità dei risultati stilistici, i suoi testi sono caratterizzati sempre da una forte capacità comunicativa, che la tonalità ironica e a tratti sarcastica, così rara nella nostra tradizione letteraria - e quasi inesistente nella produzione delle scrittrici tardo ottocentesche - rende in molti casi altamente originali. Muore a Milano nel 1920. ALDA MERINI Nasce a Milano il 21 marzo 1931. Inizia a comporre le prime liriche a quindici anni e il primo, autentico incontro con il mondo letterario avviene l'anno successivo, quando Silvana Rovelli, cugina di Ada Negri, sottopone alcune delle sue poesie a Angelo Romanò che, a sua volta, le fa leggere a Giacinto Spagnoletti, considerato tuttora il primo scopritore della poetessa. Proprio nel '47 la Merini inizia a frequentare la casa di Spagnoletti, dove conosce, fra gli altri, Giorgio Manganelli, che le fu vero maestro di stile, oltre che suo primo grande amore. Ma il '47 è anche l'anno in cui si manifestano i primi sintomi di quella che sarà una lunga malattia: viene internata per un mese nella clinica Villa Turro e, una volta dimessa,


riceve l'aiuto degli amici più cari. Nel '53 sposa Ettore Carniti e nello stesso anno esce la prima raccolta poetica La presenza di Orfeo, seguita nel '55 da Paura di Dio e Nozze romane. Nel '65 viene internata nel manicomio Paolo Pini, dal quale uscirà definitivamente solo nel '72 — a parte brevi periodi durante i quali ritorna in famiglia e nascono altre tre figlie — ma l'alternanza di periodi di lucidità e follia continua fino al '79. Nel '79 il silenzio è finalmente rotto e la Merini inizia a lavorare su quello che è considerato il suo capolavoro: La Terra Santa, vincitrice del Premio Librex Montale nel '93. Nell'81 muore Ettore Carniti. Rimasta sola, la Merini inizia un'amicizia a distanza con il poeta tarantino Michele Pierri. L'intesa fra i due si fa sempre più forte, malgrado i trent'anni e la distanza che li separano. Nell'83 dedica al poeta, e alla memoria del padre, la raccolta Rime petrose, le liriche Per Michele Pierri e Le satire della Ripa; nell'ottobre dello stesso anno i due si sposano e la Merini si trasferisce a Taranto. Pierri — il quale era stato medico prima di dedicarsi interamente alla poesia — si prende cura di lei e nell'85 nascono le liriche della raccolta La gazza ladra. Sempre nello stesso periodo la Merini ultima la stesura del suo primo testo in prosa L'altra verità. Diario di una diversa, nel quale la devastante esperienza dell'internamento viene descritta in una prosa dal forte accento lirico, testimonianza di un'inevitabile uniformità percettiva. Questi anni di apparente tranquillità vengono però deturpati dal riaffacciarsi del demone della follia e la Merini sperimenta nuovamente le torture dell'ospedale psichiatrico a Taranto. Nell'86 fa ritorno a Milano e riprende a frequentare gli amici di un tempo. Ricomincia a scrivere con continuità, affiancando poesia e prosa: Delirio amoroso, scritto nell'89, e Il tormento delle figure, del '90, ne sono gli esempi. Nel 1996 Alda Merini viene proposta per il Premio Nobel per la Letteratura dall'Académie française, l’anno dopo escono le raccolte La volpe e il sipario, forse la più alta dimostrazione dello stile poetico dell'artista e un'antologia del lavoro dell'autrice, curata dall'amica Maria Corti, dal titolo Fiore di poesia 1951-1997, nella quale compaiono anche alcune liriche inedite. Nel 2002 esce per Frassinelli Magnificat. Un incontro con Maria, dove la Merini evoca la Vergine Madre indagandone soprattutto l'aspetto più umano e femminile e che, nel settembre dello stesso anno, le vale il Premio Dessì per la Poesia. Muore a Milano nel 2009. MARIA MESSINA Nacque nel 1887 ad Alimena, in Sicilia, da un ispettore scolastico ed una discendente della potente famiglia Prizzi. Cresciuta a Messina, trascorse un'infanzia isolata, con i genitori ed i fratelli. Durante l'adolescenza, viaggiò molto, per via dei continui spostamenti del padre, finché, nel 1911, la sua famiglia si stabilì a Napoli. All'età di ventidue anni, iniziò una fitta corrispondenza con Giovanni Verga, e tra il 1909 e il 1921, pubblicò una serie di racconti. Grazie all'appoggio di Verga, inoltre, una sua novella uscì sull'importante rivista letteraria, La Nuova Antologia, ed un'altra, La Mèrica, uscito su "Donna", vinse il premio Medaglia D'oro. Fatta esclusione per i fratelli, la corrispondenza con Verga rappresentò l'unico contatto amichevole e l'unico legame con il mondo letterario, per Maria Messina. In totale, questa scrittrice produsse diversi volumi di racconti brevi, cinque romanzi ed una selezione di letture per bambini, che le diedero una modesta fama. Nel 1928, uscì il suo ultimo romanzo, L'amore negato, mentre la sclerosi multipla, che le era stata diagnosticata a vent'anni, si stava complicando. Maria Messina morì, nel 1944, a causa di questo male. MEMINI Ines Benaglio Castellani–Fantoni (Memini è solo uno dei tanti nomi di piuma della scrittrice) nacque a Pavia nel 1849, discendente per parte di madre dai Dattili di Borgo Priolo e contessa di cortesia. Ebbe modo, nei suoi cinquant’anni di vita, di registrare il comportamento d’una classe di cui ormai s’è perso il gusto. Il raccojnto Mia, un autentico ritratto ottocentesco dell’aristocrazia italiana, è forse il testo più realistico d’una produzione che annovera La marchesa d’Arcello, Mario, Vita mondana, L’ultima primavera. Morì nel 1899. ELSA MORANTE Nasce a Roma il 18 agosto del 1912. Giovanissima, collabora a riviste e a giornali, tra cui il «Corriere dei Piccoli». Nel 1936 conosce, tramite il pittore Capogrossi, Alberto Moravia che sposerà nel 1941, anno in cui viene pubblicato anche il suo primo libro, Il gioco segreto, in cui è raccolta una piccola parte della vasta produzione narrativa destinata ai giornali; mentre l'anno successivo appare il libro di fiabe Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina, illustrato da lei stessa. Le sue personali e familiari inquietudini, il suo appassionato gusto della finzione emergono già nel Diario, redatto dal 19 gennaio al 30 luglio 1938, ma pubblicato solamente nel 1990. A Roma nel 1943 inizia a scrivere il suo primo romanzo Menzogna e sortilegio (che sarà dato alle stampe nel 1948) interrompendone tuttavia la stesura per seguire il marito, indiziato di antifascismo, sulle montagne di Fondi, in Ciociaria. Nell'estate del '44 ritorna a Roma, ma intanto il suo complicato e difficile rapporto con Moravia alterna momenti di comunicazione intensa ad altri di distacco e malessere. In Elsa Morante, infatti, il bisogno di autonomia contrasta con una forte esigenza di protezione e di affetto. Allo stesso modo desidera e rifiuta la maternità, a cui rinuncia, ma di cui rimpiange, al tempo stesso, la possibilità perduta. Il secondo romanzo, L'isola di Arturo, uscirà con notevole successo nel 1957, vincendo il premio Strega. Nel 1959, durante un viaggio negli Stati Uniti, conosce il giovane pittore newyorkese Bill Morrow, con cui instaura un'intensa amicizia e la cui tragica fine influenzerà dolorosamente tutta la sua vita. Nel 1974 esce, ottenendo un immenso successo popolare, ma suscitando diverse polemiche e riserve, il suo terzo romanzo La storia. Nel 1976 inizia la stesura del suo ultimo romanzo Aracoeli, che porterà a termine e pubblicherà solamente nel 1982. Dopo aver subito un intervento chirurgico, trascorre gli ultimi anni di vita a letto, non potendo più camminare. Nell'aprile del 1983 tenta il suicidio. Dopo un nuovo intervento chirurgico rimane in clinica, a Roma, dove muore d'infarto il 25 novembre del 1985.


MURA Maria Volpi Nannipieri nasce a Bologna nel 1892. Con i genitori e i due fratelli, Giuseppe e Luigi, si trasferisce prima a Livorno e poi a Milano. La giovane lavora al Touring Club e collabora a giornali e riviste scrivendo novelle e note di viaggio. Conosce un brillante giornalista Alessandro Chiavolini redattore del Popolo d’Italia e con lui pubblica tre libri per bambini in tre anni. Con lo pseudonimo Mura, che rievoca il soprannome dell’imputata al clamoroso processo a Maria Tarnowska, accusata di aver istigato un giovane amante a uccidere il marito, pubblica oltre sessanta titoli che raccontano amori impossibili e illeciti. Con i suoi viaggi e le sue scelte di vita che non contemplavano né famiglia né figli, visse la sua esistenza libera e con una forte consapevolezza di sé. Scrittrice per professione, molto ricca grazie al suo lavoro, fu autrice di veri e propri best-sellers (oltre un milione di copie vendute, incredibile per l’epoca) che ne fecero una vera e propria diva ma che purtroppo oggi fa parte di quella “galassia sommersa” di autrici la cui opera è ancora nell’ombra. Fu la prima a raccontare alcuni degli argomenti più illeciti come l’amore saffico in Perfidie o amori illeciti con lolite ante-litteram in Piccola o la passione travolgente tra un nero africano e una giovane vedova italiana in Sambadù, amore negro del 1934, destando scandalo e provocando la reazione del regime. Per nulla imbarazzata Mura continua a raccontare amori sbagliati e a scrivere romanzi, novelle e opere teatrali. Troverà la morte nei cieli di Stromboli a causa di un incidente aereo nel 1940.

NEERA Anna Radius Zuccari fu una scrittrice milanese che, con lo pseudonimo oraziano di Neera pubblicò saggi, novelle e romanzi, tradotti anche in francese, tedesco ed inglese, in vita fu una scrittrice molto amata, annoverata, insieme a Matilde Serao e a Grazia Deledda, fra le più note dell’epoca, lodata persino da Benedetto Croce per la lucida analisi della condizione femminile, sorprendentemente moderna in molti aspetti, e per la sua carica di umanità. Nata a Milano nel 1846, Neera trascorse lunghi periodi felici a Caravaggio, paese del bergamasco chiamato affettuosamente Caro-viaggio e sempre ricordato ed amorevolmente descritto nelle sue opere. Neera dimostrò fin da bambina poca propensione allo studio ed insofferenza alla scuola, il cui insegnamento da adulta poi mise in discussione in modo critico, ma profonda sensibilità e fervida immaginazione. Scrisse moltissimo: romanzi come: Un romanzo, 1876, Addio, 1877, La Regaldina, nel 1884, Il marito dell’amica, 1885, Teresa, nel 1886, Lydia, nel 1887, L’indomani, 1890, Fotografie matrimoniali, 1898, La vecchia casa, Nel 1900, Una passione, nel 1903, Duello d’anime, 1911”; novelle, pubblicate su riviste come Il Pungolo, Il Fanfulla della Domenica, L’Illustrazione italiana, Il Marzocco, Il Corriere della Sera; saggi, come L’amor platonico, nel 1897, L’indomani, 1890, Fotografie matrimoniali, 1898, Battaglie per una idea, nel 1898, Le idee di una donna, nel 1903 e, in collaborazione col Mantegazza, un Dizionario d’igiene per le famiglie, nel 1881. Notevoli anche gli epistolari, comprendenti le lettere scambiate con i personaggi più illustri del suo tempo, come Verga, Mantegazza, Marinetti, e il libro di memorie, eccezionale documento autobiografico, Una giovinezza del secolo XIX, iniziato a scrivere nel 1917, quando era costretta a letto inferma, e lasciato incompiuto, sospeso solo qualche giorno prima della morte, avvenuta a Milano nel 1918. ADA NEGRI Nata a Lodi nel 1870 in una famiglia di umili origini, Ada Negri conseguì il diploma di maestra nel 1888 e subito dopo ebbe un incarico nella scuola elementare, insegnando per diversi anni a Motta Visconti, di qui l’altro appellativo di "maestrina di Motta Visconti", alternando all'insegnamento l'attività giornalistica e quella di poetessa. Nel 1896 si sposò; separatasi, poi, dal marito cominciò a viaggiare, soggiornando a lungo anche in Svizzera, da dove ritornò allo scoppio della prima guerra mondiale per prestare la sua instancabile opera in ospedale. Già dai suoi primi esordi, ebbe da un lato il pieno favore dei lettori, il riconoscimento di professori, giornalisti, editori, una grande fortuna scolastica e il plauso di Carducci e della critica ufficiale, dall’altro il dissenso del Croce, che addirittura definì impoetici i suoi versi. Vincitrice del premio "Mussolini" dell'Accademia d'Italia, nel 1940 fu poi invitata, unica donna, ad aderirvi. Famosa soprattutto per Stella mattutina, il romanzo palesemente autobiografico in cui rievocava l’infanzia, l’adolescenza e la prima giovinezza, che riscosse un enorme successo, Ada Negri esordì con la raccolta di versi, sostenuta da solide strutture metriche, Fatalità, pubblicata nel 1892, animata da combattivo spirito socialista ed inclinazione femminista che la qualificarono subito come "poetessa sociale". Seguirono altri volumi di poesie, come Tempeste, nel 1895, Maternità, nel 1904, Dal profondo, 1910, Esilio, nel 1914, Il libro di Mara, nel 1919, con evidenti influssi dannunziani, I Canti dell’isola, nel 1924, Vespertina, nel 1930, due libri di racconti, Finestre alte nel 1923 e Le strade nel 1926, Il dono, nel 1936, Erba sul sagrato, nel 1939 e, postumo, il volume di prose e novelle L' Oltre. Morì a Milano nel 1945. GIULIA NICCOLAI Nata a Milano nel 1934 da madre americana e padre italiano, è sempre stata una poetessa bilingue. Non si sa molto della sua gioventù, ma sappiamo che ha vissuto sia in America che in Italia, e che ha iniziato la sua carriera come fotografa e giornalista. Durante tutta la sua vita ha viaggiato molto, e nonostante la sua educazione apolide, nel 1966, ha pubblicato il suo primo romanzo in italiano: Il grande angolo. Nel 1967 Adriano e Maurizio Spatola fondano le Edizioni Geiger, che prendono il nome dalla prima antologia sperimentale pubblicata in


quell'anno e registrata a Torino nel Marzo 1968 a nome di Maurizio Spatola. Nel marzo del 1971, Giulia, insieme ad Adriano Spatola, avviò e diresse la rivista di poesie Tam Tam, che nacque come filiazione della casa editrice Edizioni Geiger. Lei e Adriano divennero compagni di vita e di lavoro, vivendo insieme nella campagna di Parma, a Mulino di Bazzano. La prolifica collaborazione inaugurata dai due fu interrotta dalla loro separazione nel 1980. Negli Anni '70 e '80, Giulia Niccolai continuò a pubblicare poesie ed a partecipare a molti incontri culturali internazionali, traducendo diverse opere dall'inglese in italiano, soprattutto i lavori della scrittrice Gertrude Stein, con il cui stile la Niccolai ha molte affinità. A partire dalla metà degli Anni '80, la poetessa ha iniziato ad esplorare l'Oriente, andando spesso in Giappone ed avvicinandosi allo spiritualismo. VIRGINIA OLPER MONIS Nata nel ghetto ebraico di Venezia il 21 gennaio 1856, cresce sotto l’influenza del padre, Silvio Olper, fervido patriota e sostenitore della massoneria. La scarsità di documenti riferibili alla sua vita non permette di ricostruirne la formazione culturale, che fu però presumibilmente di tipo umanistico. Trasferitasi a Padova nel 1884 insieme alla famiglia, inizia la stesura della maggior parte dei suoi racconti e del suo primo ed unico romanzo, Il raggio; contemporaneamente intesse una serie di rapporti collaborativi con alcune riviste e quotidiani dell’epoca, sia a livello locale che nazionale: avvia infatti la sua opera di recensore nel 1887 scrivendo per il periodico di spiccate tendenze emancipazioniste “La Donna” e contemporaneamente alla rivista milanese di respiro nazionale, «Natura e Arte», edita da Vallardi. Accanto alla sua opera come narratrice e recensore si trovano inoltre alcuni saggi di carattere essenzialmente sociale, in cui emerge la sua forte attenzione nei confronti delle problematiche femminili, su tutti La donna nella realtà del 1908, saggio da cui emerge la figura di una donna risoluta ma mai estremista (prima fra tutte, forse, sostiene l’istanza divorzista con argomentazioni fortemente moderne), non una femminista arrabbiata e vendicativa ma una donna razionale, amorevole e di cultura. BIANCA PITZORNO E’ nata a Sassari nel 1942. E’ considerata una delle piú importanti autrici italiane per l'infanzia ed i suoi romanzi sono tradotti in Francia, Germania e Spagna. Fino ad oggi ha pubblicato più di 30 libri per bambini e ragazzi ed un solo un libro per adulti. Ha lavorato dal 1970 al 1977 alla RAI di Milano come funzionario addetta ai programmi televisivi culturali e speciali, cioè per bambini e ragazzi. La collaborazione con la Rai è proseguita anche dopo le dimissioni, oltre a quella portata avanti con la televisione Svizzera italiana. Tra i suoi programmi più famosi figurano Chi sa chi lo sa?, Il dirondolando e L'albero azzurro. Il suo primo libro è stato pubblicato nel 1970 e dal 1977 fa la scrittrice a tempo pieno rivolgendosi soprattutto ai ragazzi dai dieci ai quattordici anni e vivendo esclusivamente di diritti d'autore. Tra i suoi romanzi più conosciuti ricordiamo Ascolta il mio cuore, La bambina col falcone e La voce segreta. L'ultimo libro, La bambinaia francese è uscito per Mondadori nel 2004. ANTONIA POZZI Nacque a Milano da una famiglia molto agiata. Non ci sono molte notizie sulla sua breve vita, di certo si sa che instaurò una relazione molto profonda con il suo professore di latino e greco al liceo, il quale divenne il grande amore della sua vita, ma la forte opposizione della sua famiglia le impedì di sposarsi, cosa che segnò per sempre la sua esistenza. Nel 1930, Antonia si iscrisse all'Università di Milano, dove studiò filologia moderna . Li aumentò la sua passione per la filosofia, la letteratura ed il linguaggio. In seguito viaggiò molto in tutta Europa. Ben presto, però, dato che le leggi razziali contro gli ebrei avevano causato la partenza di alcuni dei suoi amici più cari, fu sconvolta dall'evolversi degli eventi. Il 2 dicembre, Antonia si recò regolarmente all'Istituto tecnico Schiaparelli di Milano, in zona Sempione, ove insegnava e, nel corso della mattinata, chiese di uscire anticipatamente dalla scuola dicendo di non stare bene. Si diresse verso l'abbazia di Chiaravalle, forse in bicicletta (o forse con un tram). Raggiuntala, si sdraiò su un prato vicino alla Certosa e ingerì molte pastiglie di barbiturico. Nel gelo di quella giornata di dicembre attese la morte. Un contadino nel pomeriggio di quello stesso giorno la scorse e dopo un'iniziale titubanza chiamò un'ambulanza che la trasportò al Policlinico di Milano, ove, intorno alle 19 del giorno seguente (3 dicembre 1938) Antonia Pozzi morì. Nel suo ultimo biglietto, non citò i suoi scritti, ma parlò di "disperazione mortale". Le sue opere, poesie e diari, furono tutte pubblicate postume. EMMA PERODI Nacque a Cerreto Guidi, in provincia di Firenze nel 1850. Pubblicista per numerose riviste tra le quali il Fanfulla della Domenica, diresse per molti anni Il Giornale dei Bambini, dove apparve tra l'altro il Pinocchio di Collodi col titolo, Storia di un burattino. Pubblicò volumi di racconti e romanzi per bambini tra cui L'omino di pasta (1877), Giornalai e lustrascarpe (1889), Sorellina (1907), ma la sua opera di maggior successo è la raccolta Le novelle della Nonna (1893), in cui gli elementi tipici della novella toscana si fondono con quelli magici e paurosi delle fiabe nordiche. Morì a Palermo nel 1918.


CAROLA PROSPERI Nasce a Torino nel 1883. Le sue prime novelle sono del 1905-06. Si afferma, vincendo il premio Rovetta, con La paura d'amare, 1911. Borgese e poi Cecchi sono convinti dal suo modo di sentire il quotidiano, il privato. Questa stessa atmosfera, di alienazione sottile, ritorna nei romanzi che precedono la guerra: II cuore in gioco, 1911; La nemica dei sogni, 1914; L'estranea, 1915. Poi, questa intuizione si diluisce in una produzione di consumo (pubblicò circa 2.800 novelle e più di 35 romanzi) illanguidendo l'iniziale momento di verità.

REGINA DI LUANTO Guendalina Lipparini nacque nel 1862 a Terni in una benestante famiglia borghese e, dopo il matrimonio nel 1881 con il diplomatico Alberto Roti, con cui già conviveva a Firenze, diventò la contessa Anna Roti. Lo pseudonimo Regina di Luanto è infatti l'anagramma di Guendalina Roti. Pubblicò il suo primo libro (la raccolta di racconti Acque forti) nel 1890, e collaborò alla «Rivista italiana di scienze, di lettere, arti e teatri» e più tardi alla rivista «La donna». La morale ambigua e l'ipocrisia nella società tra Otto e Novecento sono temi ricorrenti nell'opera di Regina di Luanto, le sue opere cariche di un forte spirito positivistico e ricche di idee moderne. Ricordata come scrittrice “audace” nota per il suo “successo morboso”, Regina di Luanto oggi è pressoché dimenticata nelle storie della letteratura italiana, nonostante la sua vasta produzione letteraria (due raccolte di racconti e undici romanzi). La sua prima opera La Salamandra fece molto rumore per la spregiudicatezza dei temi trattati (l’amore e il sesso). Alla morte del marito Guendalina si trasferì prima a Pisa e poi a Milano. Visse per molti anni con il gioielliere pisano Alberto Gatti, si sposò con lui dopo una lunga convivenza nel 1911 e prese allora il nome di Lina Gatti. Quando morì improvvisamente nel 1914, nei giorni dell'inizio della prima guerra mondiale, Regina di Luanto venne caratterizzata come “la scrittrice più audace, più avanzata, più arrischiata che abbia avuto l'Italia letteraria dell'ultimo ventennio” («Il Nuovo Giornale», 13 settembre 1914).

AMELIA ROSSELLI Poetessa italiana, nata nel 1930 a Parigi, Amelia Rosselli crebbe tra la Francia, l'Inghilterra e gli Stati Uniti in un ambiente lacerato da tragiche vicende di storia privata, politica e sociale. Figlia di Carlo – esule antifascista, fondatore del movimento "Giustizia e Libertà", assunto a eroe dalla Resistenza italiana della Seconda Guerra Mondiale – nel suo profilo psicologico, intellettuale e artistico ebbe un grave impatto l’angosciosa vicenda familiare, che, a sette anni, la vide testimone oculare dell’assassinio di suo padre, e del fratello di questi, Nello, dinanzi all’intera famiglia, perpetrato da alcuni fascisti. Il trauma dell’assassinio del padre, addizionato alla follia e alla morte della madre, indusse nella Rosselli una grave psicosi, che doveva segnare l'inizio di una lunga serie di degenze presso ospedali psichiatrici. L'ampiezza delle competenze linguistiche acquisite nel periodo della prima giovinezza, contrassegnato da continui cambiamenti di residenza tra l'Europa e l'America, quasi in una condizione di esule, consentì alla Rosselli di comporre opere in versi e in prosa anche in lingua inglese e francese. Nel 1958, pubblica La libellula, che inserisce in modo trasversale nel tessuto verbale del poemetto gli argomenti del patriottismo e della libertà di pensiero, del diritto giudaico e dell'identità transnazionale. Nel 1964, esce con Garzanti, la raccolta Variazioni belliche, seguita nel 1969, da Serie Ospedaliera (1963-65), caratterizzata da poesie molto originali dal punto di vista linguistico, basate su effetti di accumulo e densità semantica. Nel 1969 le fu diagnosticato il morbo di Parkinson. Trascorse gli ultimi anni della sua a Roma dove, nel 1996, si tolse la vita.

ENIF ROBERT Nasce a Prato il 22 ottobre 1886. Inizialmente svolge la professione di attrice teatrale lavorando anche con Eleonora Duse. Sposa l'attore Alfredo Robert e ne adotta il cognome. Conosce Marinetti durante una tournée a Milano divenendone amica intima. È spesso ricordata nei taccuini dello scrittore che la sostiene nel periodo della malattia (Enif Robert subì una operazione di laparotomia). Negli anni di «L'Italia Futurista» collabora al periodico con scritti creativi e critici e interventi sul ruolo della donna moderna. Collabora inoltre con «Roma futurista». Con Marinetti scrive il romanzo Un ventre di donna. Romanzo chirurgico (Facchi, Milano, 1919). La sua attività si interrompe nel 1929, anno in cui pubblica su «L'Impero» una lettera aperta dal titolo Maternità ed... economia, polemica nei confronti della «procreazione obbligatoria» sostenuta da Mario Cadi. Muore a Bologna il 16 febbraio 1974.


MATILDE SERAO Matilde Serao nacque il 7 marzo 1856 a Patrasso, in Grecia. Iniziò giovanissima la carriera di giornalista, prima come redattrice del «Corriere del mattino» di Napoli, poi a Roma, come “redattrice fissa” del «Capitan Fracassa» e collaboratrice di altri noti periodici: la «Nuova Antologia», il «Fanfulla della Domenica», la «Domenica letteraria». Nel 1885 sposò Eduardo Scarfoglio e, tornata a Napoli, per anni si occupò di una rubrica mondana del «Corriere di Napoli» da lei fondato e diretto insieme al marito. Separatasi da Scarfoglio nel 1904, la Serao fondò, negli stessi anni, il «Giorno di Napoli» che diresse fino alla morte. La scrittrice si dimostrò sempre debole al fascino del più basso pettegolezzo; per anni fu incapace di discostarsene e si abbandonò alle curiosità della vita mondana di Roma e Napoli, deviando il giudizio di molti sulle sue naturali e grandissime doti giornalistiche e, in generale, d'arte. Si eccettua un solo reportage del 1884 dal titolo Il ventre di Napoli, dove la sua attenzione è rivolta alla gente povera e rassegnata dei quartieri fatiscenti e brulicanti della città. Della Napoli pullulante di sottoproletariato e piccola borghesia di fine Ottocento, la Serao ci ha offerto un panorama geniale e dettagliato nella produzione del decennio 1880-1890, ottenendo i risultati più validi con la novella e il bozzetto, racconto breve vividamente realistico, che attinge dalla vita di ogni giorno. Terno secco (pubblicato nel volume All’erta sentinella del 1889) è un racconto mirabile della fatalistica rassegnazione della plebe e della piccola borghesia che affidano le loro superstiti speranze alla mistica del gioco del Lotto. Da questo racconto la Serao trasse anche uno dei suoi più celebri scritti, il romanzo intitolato Il paese di cuccagna del 1891. Alcune novelle come Scuola serale femminile e Telegrafi dello stato, raccolte ne Il romanzo della fanciulla (1886), marchiano a fuoco nella nostra memoria realistici ritratti di vita quotidiana; meno felice il romanzo Fantasia del 1883, che mette in gioco una trama artificiale a caratteri fissi e soluzioni convenzionali. Il vero capolavoro della Serao è da riconoscere non in un romanzo, ma in un racconto lungo dal titolo Le virtù di Checchina (1884): il tema è flaubertiano, è il contrasto tra la squallida vita borghese e il sogno di un’esistenza lussuosa. Partendo da esso la scrittrice ricava un ritratto femminile di straordinaria naturalezza e verità. Dell’ultima produzione è da ricordare Suor Giovanna della Croce (1901), un romanzo immerso nell’atmosfera desolata di tipo cechoviano. Non va comunque dimenticato che la polemica contro il nazionalismo esasperato e la guerra valsero alla Serao il mancato gradimento da parte del governo fascista alla sua candidatura al premio Nobel, che fu poi assegnato a Grazia Deledda. Matilde Serao morì a Napoli il 25 luglio 1927, al tavolo di lavoro, per un attacco cardiaco. SFINGE Eugenia Codronchi Argeli (Imola, 15 aprile 1865-Castel San Pietro, 2 giugno 1934), figlia del senatore Giovanni Codronchi Argeli, fu poetessa, letterata, e pubblicista. Viaggiò a lungo e soggiornò oltre che a Imola, a Bologna, a Palermo, a Napoli, per ampi periodi a Milano e a Roma. Con lo pseudonimo di Sfinge, pubblicò una ventina di volumi, fra romanzi, raccolte di novelle, opere teatrali, monografie di personaggi celebri, saggi e numerosi articoli su giornali e riviste. Negli ultimi anni della sua vita si ritirò a Coccapane, presso Castel San Pietro Terme, dove visse con l'amica e scrittrice milanese Bianca Belinzaghi. Alla sua morte Eugenia Codronchi Argeli lasciò per legato testamentario alla Biblioteca comunale di Imola la sua biblioteca, l'archivio di famiglia, le medaglie e le decorazioni, i ritratti e i cimeli storici dell'eredità paterna, vincolando però l'effettiva consegna alla morte delle sue due eredi: l'amica Bianca Belinzaghi e la sorella Eleonora. Tale legato giunse in Biblioteca in momenti diversi in un arco di circa vent'anni (1934-1954). Anche Bianca Belinzaghi lasciò alla sua morte nel 1943 libri e documenti alla biblioteca. BEATRICE SOLINAS DONGHI E’ nata nel 1923 da una antica famiglia a Genova, dove ha sempre vissuto. Il suo talento narrativo fu messo in luce negli anni cinquanta da Anna Banti e da Giorgio Bassani, che la fece pubblicare da Feltrinelli. Oltre a essere autrice di vari romanzi, racconti e saggi (fra cui il più noto ed interessante è senza dubbio La fiaba come racconto) è anche una delle più apprezzate scrittrici per l' infanzia, oltre a collaborazioni con quotidiani e periodici. Il suo recente libro Emily Bronte, pubblicato da Campanotto nel 2002, è una biografia realizzata attingendo ai brani dei diari, personalmente tradotti, delle illustri sorelle scrittrici. MARIA LUISA SPAZIANI Torinese d'origine, nata nel 1924, vive a Roma. Fin dalla fondazione nel 1981, è presidente del Centro Internazionale Eugenio Montale e del Premio Montale. Insegna lingua e letteratura francese all'Università di Messina. Ha pubblicato la sua prima raccolta Le acque del Sabato nel 1954 (Mondadori). Successivamente, presso lo stesso editore, sono apparse numerose altre raccolte poetiche, tra cui Il gong(1962), Utilità della memoria (1966), L'occhio del ciclone (1970), Transito con catene (1977), Geometria del disordine (1981, Premio Viareggio), La stella del libero arbitrio (1986), I fasti dell'ortica (1996), il poema-romanzo Giovanna d'Arco (1990), divenuto un testo teatrale più volte rappresentato. E’ autrice di racconti, testi teatrali, di lavori critici sulla letteratura francese, e di una serie di "interviste parapsicologiche" con venti grandi poetesse, vissute tra l'otto e il novecento, raccolte in Donne in Poesia presso Marsilio (1992, 1994). Vasta e diversificata la sua attività di traduttrice: da Ronsard a Goethe, da Shakespeare a Gide, da Gombrich a Tournier.


BRUNO SPERANI Sotto questo pseudonimo maschile si cela Beatrice Speraz. Dalmata, nasce nel 1843 e si sente "diversa" già per l'origine: "Triste cosa essere il frutto dell'unione di due razze che non si somigliano affatto e che non si amano." Si trasferisce a Milano con una figlia e, per ragioni economiche, si dedica a traduzioni e al giornalismo prima di intraprendere un autonomo lavoro letterario. Con Nell'ingranaggio (1885) e Numeri e sogni (1887) offre un ritratto di Milano e della sua atmosfera culturale e sociale, s'intende con particolare riferimento alla condizione femminile, soprattutto per quanto riguarda la tarda scapigliatura e l'oppressiva involuzione umbertina. Il successo, vivo e non limitato all'Italia, non la distoglie, pur nella pratica del genere "sentimentale", da un modo d'osservare acuto e capace d'interpretazione storica: con La fabbrica (1908) riesce ad offrire un appassionato quadro dell'organizzarsi del socialismo dell’epoca. Muore nel 1923. ARCANGELA TARABOTTI Nacque nel 1604. Oggi considerata una delle più importanti scrittrici italiane della sua epoca, entrò da ragazza - e contro la propria volontà - nel monastero di Sant'Anna di Venezia, dove passò il resto della vita in stretta clausura. Per dirlo in breve, fu una delle molte monache coatte nella Venezia seicentesca e visse il monastero come un carcere e un “inferno de’ viventi”. La vera vocazione di Arcangela Tarabotti (al secolo Elena Cassandra) non era religiosa, ma letteraria. Autodidatta, impiegò i suoi talenti per rilevare i motivi politici ed economici alla base della monacazione forzata, presa di mira nel contesto più ampio dell’oppressione delle donne, per difendere le donne denunciando le altre ingiustizie perpetrate a loro danno dagli uomini. Pubblicò quattro opere controverse e ne stese forse almeno altre sei, e tutte sembra rappresentino un caso storico e letterario unico. Con la stampa del Paradiso fu in definitiva abilitata ad entrare nel mondo degli intellettuali del tempo, ad intervenire nelle dispute accademiche e letterarie. Mette alla prova la sua vis polemica gareggiando con noti accademici nella sempre viva querelles des femmes, stilando l’Antisatira e il trattatello Che le donne sono della spezie degli uomini. Postuma è la pubblicazione de La tirannia paterna, dapprima apparso con il titolo - più enigmatico e meno accusatorio - di La semplicità ingannata. Morì nel 1652. CLARICE TARTUFARI Clarice Gouzy (Tartufari è il cognome del marito) nasce a Roma (a Novilara in provincia di Pesaro, secondo Carlo Villani) il 14 febbraio 1868. Frequenta la scuola normale e consegue, giovanissima, il diploma magistrale. Subito dopo si sposa e si trasferisce a Bagnore di Monte Amiata, in provincia di Grosseto, dove trascorrerà quasi tutta la sua vita dopo il matrimonio. Inizia assai presto la carriera di scrittrice (la lunga novella Maestra, ad esempio, è del 1887) con bozzetti, poesie e racconti editi in plaquette o su riviste di varia importanza: è infatti collaboratrice di molte importanti riviste. Ma l'esordio vero e proprio avviene con il volume Versi nuovi (1894), che non riceve particolare attenzione dalla critica, e al quale fa seguito, due anni dopo, una seconda raccolta poetica, Vespri di maggio (1896). Si dedica quindi assiduamente al teatro, scrivendo, per circa quindici anni, commedie e drammi di qualche pregio ma di alterno successo, tra cui si possono ricordare Logica commedia in quattro atti, L'eroe, commedia, che prosegue il suo giro trionfale per l'Europa nella riduzione dialettale che ne fece Ferruccio Benini; La salamandra, Suburra, Lucciole sulla neve e Il marchio. Di ben altro rilievo è la sua produzione narrativa, dove la Tartufari riesce indubbiamente a dare miglior prova di sé, tanto che Benedetto Croce non esita ad anteporla a Grazia Deledda. Tra i suoi romanzi più notevoli: Roveto ardente (1901), Fungaia (1908), Il volo d'Icaro (1908); Il miracolo (1909), Eterne leggi (1911), L'albero della morte (1912), All'uscita del labirinto (1914), Il giardino incantato (1912), Lampade nel sacrario (1929), Imperatrice dei cinque re (1931) e Ti porto via! (1933). E’ stata anche un'elegante dicitrice; intensa infatti anche la sua attività di conferenziera. Muore il 3 settembre 1933 nella cittadina maremmana dove si sposò e visse. TERESAH Corinna Teresa Ubertis nasce a Frassineto Po il 25 luglio 1884. Collabora al Corriere della Sera e alle riviste La Donna e La Lettura e più tardi anche al Corriere dei Piccoli. Pubblica dapprima un volume di poesie con lo pseudonimo di Térésah, nel 1902 vince un concorso indetto da La Lettura con la novella Rigoletto, e dopo scrive regolarmente, anche pièces teatrali ( Il Giudice viene messo in scena con gran successo 1903 al teatro Alfieri di Genova) ; è anche traduttrice dal tedesco e dall’inglese. Il 14 dicembre 1912 sposa Ezio Maria Gray, anch’egli militare di carriera e autore a sua volta di saggi storico - politici nonché appartenente al Regime con incarichi di prestigio; è anche un noto conferenziere; la coppia si trasferisce a Roma. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale Térésah è ovviamente interventista; all’epoca scrive racconti per l´infanzia e ne approfitta per fare propaganda (Piccoli eroi delle grandi guerre, 1915). Muore a Roma il 2 ottobre 1964.


CRISTINA TRIVULZIO DI BELGIOIOSO Nasce il 28 giugno 1808 a Milano. Di casata nobile, principessa, resta orfana del padre all'età di 4 anni. Educata secondo i dettami della aristocrazia lombarda all'età di 16 anni sposa il nobile Emilio di Belgioioso. Questo matrimonio, con un impenitente donnaiolo, ha vita breve. A vent'anni Cristina lascia il paese e per motivi di salute si reca prima in Liguria poi a Ischia. Frequenta salotti liberali mazziniani tanto che il suo passaporto "Lombardo" è nella lista dei sospesi dalla polizia. Dalla Francia in cui si è rifugiata, finanzia il movimento insurrezionale modenese di Menotti. Falliti i moti e rimasta senza soldi si rivolge a Parigi al marchese de Lafayette che la introduce a corte. Ripresi i rapporti con la madre in Italia recupera una parte del suo patrimonio. Nel 1832 il marito Emilio si stabilisce a Parigi e riallaccia i rapporti con lei dal quale avrà una figlia, Maria Gerolama (1838). Nel suo salotto accoglie Bellini, Liszt ma anche gli italiani in fuga. Nel 1840 ritorna in Lombardia, dove ritrova una società molto diversa da quella che aveva lasciato. Le sue idee "moderne" sono in netto contrasto con quella parte aristocratica che non abbandonerà mai l'imperatore d'Austria. Lo stesso Manzoni le vieta di assistere la madre Beccaria morente. Ritorna a Parigi dove si dedica alla stesura del suo primo libro (opera religiosa) in francese. Il marito dopo l'ultima scappatella sparisce per sempre dalla sua vita. Nel 1844 finanzia prima la nascita della Gazzetta Italiana subito sequestrata dalla Polizia, poi l'Ausonio diffuso dal Piemonte. Le difficoltà che in Piemonte le frappongono la spingono a portare a Napoli la redazione. Allo scoppio della rivolta delle 5 giornate Cristina ritorna a Milano accompagnata dai patrioti napoletani e qui si dedica al giornalismo con un altro foglio "Il Crociato". Dopo la sconfitta di Novara, anziché seguire l'amico Niccolò Tommaseo a Venezia, si reca a Roma col Mazzini, pur non condividendone l'avventurismo insurrezionale sempre fallimentare. Lei stessa aveva cercato di mediare con Carlo Alberto un avvicinamento fra i due. Il 2O aprile 1849 le viene dato l'incarico di formare un comitato di soccorso ai feriti e ad assumere l'incarico di direttrice delle ambulanze. La sua proposta di aprire una scuola per infermiere, stante la situazione, cadde nel vuoto. Non è la prima volta che la Principessa Belgioioso si occupa del problema della formazione professionale femminile; tra le sue contadine lombarde di Locate ha condotto esperimenti di associazione per l'educazione, il lavoro e gli affari domestici. Sugli ospedali è stato steso un drappo nero nella speranza che i francesi evitino i bombardamenti, cosa che non avviene. Nelle notti di tregua legge Dickens e assiste Mameli nella sua lunga agonia. Lasciata Roma vaga per diversi anni nel mediterraneo, prima da Malta ad Atene, poi da Scutari a Gerusalemme. Nel 1857 le vengono restituiti i beni confiscati e può ritornare a casa in Lombardia. Rimasta sola dopo il matrimonio della figlia scrive "Della presente condizione delle donne e del loro avvenire " e riceve nel suo salotto tutti i reduci del risorgimento. Il 5 luglio del 1871 muore a Milano.

IRMA VALERIA Nata a Verona il 26 gennaio 1897, conosce il Futurismo da giovanissima, nel 1914, avvicinandosi, insieme con la sorella Mimì, al gruppo di Ravenna, nel quale erano attivi Bruno Corra, Arnaldo Ginna e Oscar Mara. Negli anni di «L’Italia Futurista» collabora alacremente al periodico, con prose poetiche che in seguito saranno in gran parte raccolte in volume, e ha una relazione sentimentale con Mario Cadi, il quale le dedica Notti filtrate (1918). La Valeria è anche dedicataria della tavola parolibera di Marinetti Morbideve in agguato + Bombarde italiane (1917). Negli stessi anni collabora con altri periodici, «Cronache letterarie» (sul numero di febbraio del 1917 è pubblicata la sua commemorazione dell' amico Oscar Mara) e «Freccia futurista». Al 1917 risale la sua prima raccolta di prose liriche, Morbidezze in agguato (Edizioni di «L’Italia Futurista», Firenze, 1917). Al 1919la seconda raccolta di prose, Fidanzamento con l'azzurro (Istituto Editoriale Italiano, Milano, 1919). Dal primo dopoguerra fino agli anni Ottanta si allontana dalla letteratura. Torna a pubblicare nel 1984 con l'antologia Le nuvole colombe (All'Insegna del Pesce d'Oro, Milano,1984), e nel 1987 con la raccolta poetica Cielo amico (Ca' Diedo, Venezia, 1987). Risale al 1999 un volume che raccoglie alcune lettere della poetessa: Irma Valeria, Carteggio poetico tra Irma Zorzi e Valeria Grifan Toderini 1979-1988, con prefazione di Paolo Ruffilli (Edizioni del girasole, Ravenna, 1919).

MARIA VALTORTA Maria Valtorta nacque il 14 marzo 1897 a Caserta, figlia unica di un maresciallo di Cavalleria, uomo buono e remissivo, e di una insegnante di francese, donna dispotica e severa. I frequenti trasferimenti della famiglia, la portarono a trascorrere i primi anni di vita a Faenza, in Romagna, e successivamente a Milano, dove frequentò le prime scuole, poi al Collegio Bianconi di Monza, tenuto dalle Suore di Maria Ss. Bambina. Lo considerò il suo “nido di pace”, che per quattro anni appagò il suo amore allo studio e alla disciplina. Al momento di uscirne, sedicenne, la predica di un Vescovo le fece capire che il Signore le chiedeva una vita di amorosa penitenza ma rimanendo nel mondo. A casa trovò il padre menomato nel fisico e nella mente, tanto che egli andò in pensione anzitempo e la famiglia si trasferì a Firenze. Maria si trovava bene nella città della cultura e dell’arte. Spesso usciva a visitarla in compagnia del padre. Ma vi subì il dolore di vedere troncato sul nascere, dalla durezza della mamma, il promettente fidanzamento con un distinto giovane, appena conosciuto. Sempre a Firenze, nel 1917, in piena guerra mondiale, entrò nel corpo delle infermiere volontarie (le cosiddette Samaritane) che negli ospedali militari curavano i soldati feriti; e quell’esperienza la edificò. Ma nel 1920 fu colpita per strada da un sovversivo comunista, che le sferrò una mazzata alle reni predisponendola all’infermità. Ebbe allora la fortunata


opportunità di trascorrere due anni a Reggio Calabria, senza i genitori, ospite di cugini della mamma, che erano facoltosi proprietari di due alberghi. Il loro sincero affetto e la bellezza naturale del luogo la ritemprarono. Durante quella vacanza avvertì nuove spinte verso una vita radicata in Cristo. Ma la mamma, pur da lontano, la ferì ancora nei suoi sentimenti di donna, e il ritorno a Firenze, nel 1922, la risommerse nei “ricordi amari”. Nel 1924 i genitori acquistarono una casa a Viareggio, dove la famiglia andò a stabilirsi e dove ebbe inizio per Maria un’inarrestabile ascesi, che si esprimeva con propositi fermi e culminava in eroiche offerte di sé per amore a Dio e all’umanità. Nello stesso tempo ella si impegnava in parrocchia come delegata di cultura per le giovani di Azione Cattolica e teneva conferenze che erano seguite anche da non praticanti. Ma le era sempre più diffi cile muoversi. Il 4 gennaio 1933 uscì di casa per l’ultima volta, con estrema fatica, e dal 1° aprile 1934, giorno di Pasqua, non si levò più dal letto. Il 24 maggio 1935 fu presa in casa una giovane rimasta orfana e sola, Marta Diciotti, che diventerà la sua assistente e confidente per tutto il resto della vita. Dopo un mese, il 30 giugno, moriva il padre amatissimo, e Maria fu sul punto di morirne per il dolore. La madre, che lei amò sempre per dovere naturale e con sentimento soprannaturale, come più volte attesta nei suoi scritti, morirà il 4 ottobre 1943 senza avere mai smesso di vessare la figlia. ANNIE VIVANTI Nacque a Londra il 7 aprile 1866. Dopo essere cresciuta fra l'Italia, l'Inghilterra, la Svizzera e gli U.S.A (dove Anselmo, importante commerciante di seta, fu presidente della Società Reduci dalle Patrie Battaglie e della Camera di Commercio Italiana di New York) e dopo aver vissuto esperienze stravaganti come artista di teatro, la Vivanti esordì nel mondo letterario con la raccolta poetica Lirica (Milano, Treves 1890), pubblicata in Italia con la prefazione di Giosuè Carducci, ottenendo subito un vasto successo e legando il suo nome a quello del grande poeta italiano per il quale nutrì un intenso sentimento che durò fino alla morte di lui (Bologna, 1907). Nel 1910 pubblica in Inghilterra la sua opera più celebre, The devourers, poi riscritta in italiano col titolo I divoratori (Milano, Treves 1911) con cui, dopo vent'anni, ella tornò a dominare il mercato editoriale italiano. Da questo momento in poi, fino alla fine degli anni '30, conobbe un successo ininterrotto. Le sue opere furono accompagnate sempre da un notevole successo internazionale, tradotte in tutte le lingue europee e recensite da grandi nomi della cultura quali Benedetto Croce e Giuseppe Antonio Borgese in Italia, George Brandes e Paul Heyse in Europa. Stabilitasi da anni definitivamente in Italia, accompagnata sempre dal segretario Luigi Marescalchi, Annie Vivanti era una celebrata ed ormai anziana scrittrice quando la svolta anglofoba del regime fascista la colpì, nel 1941, con un provvedimento di domicilio coatto ad Arezzo, in quanto cittadina britannica. Presto liberata per diretta intercessione di Mussolini, poté tornare a Torino, dove risiedeva, ma l'aggravarsi delle sue condizioni fisiche e la notizia della morte di sua figlia Vivien, suicidatasi a Brighton nell'autunno1941, precipitarono la situazione ed ella morì, il 20 febbraio 1942, poco dopo essersi convertita al cattolicesimo.


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Francesco Severini Vive e lavora ad Acquasparta (Tr). Dal 1986, anno della prima personale presso lo Studio Palazzi di Milano, fino al 1992 partecipa ad esposizioni collettive in diverse città italiane. Poi l’attività espositiva prosegue quasi esclusivamente con una serie di iniziative fondate di volta in volta su una progettualità tematica. A gennaio 1993, nell’ambito del circuito “Atelier liberi” a Terni presenta una personale dal titolo Geografie dei mondi possibili; in giugno dello stesso anno è a Spoleto nella Galleria “Teodolapio” con la mostra Le novissime carte del cielo. Nel 1994 affronta ad Acquasparta un progetto espositivo dal titolo Le Forme del Tempo, poi riproposto nel 1995 alla Galleria VSV di Torino, in una mostra presentata da Edoardo De Mauro. Nel 1996 partecipa alla mostra collettiva Omaggio d’arte a Pablo Neruda in un duplice appuntamento prima a Gorla Maggiore (Torre Colombera), poi ad Assisi (Palazzo Comunale). Dal 1997 lavora per una mostra dal titolo Gli occhi della pittura che presenta nel 1999. Dall’incontro artistico con Silvia Ginocchietti nasce il progetto espositivo Le armonie dell’anima – Santa Cecilia e la musica nella pittura per la mostra omonima tenutasi nella Chiesa di S.Giuseppe ad Acquasparta (Tr) in novembre 2000. La mostra si è ripetuta poi presso la Biblioteca Comunale di Caronno Varesino (Va) dal 17 al 25 novembre 2001. Ancora insieme a Silvia Ginocchietti, ha affrontato il lavoro Histoire des visages per una esposizione che si è tenuta nel periodo aprile/maggio 2001 presso il pub “La Fabbrica” di Saronno (Va) in collaborazione col gruppo “Mecenatica”. E' poi invitato a partecipare al primo Salone Internazionale d'Arte Contemporanea di Oeiras, Lisbona (Portogallo), tenutosi dall' 8 Maggio al 9 Giugno 2002, quale unico italiano su oltre cinquanta artisti da ogni parte del mondo. Nel maggio del 2003 partecipa ad una mostra collettiva internazionale in seno al progetto Riflessi sull’acqua a Palazzo Cesi di Acquasparta, che si ripete con altrettanto successo a Roma in uno spazio appositamente creato lungo le rive del Tevere. In seguito, sempre nel medesimo spazio, per tutto il mese di novembre insieme a Silvia Ginocchietti tiene la mostra Sguardi diVini. Nel mese di gennaio 2004 inizia la collaborazione con la Galleria d’Arte “Camaver Kunsthaus” di Lecco. Nel mese di maggio tiene una doppia personale, insieme a Silvia Ginocchietti, nella “Galerie Internazionale” di Parigi, promossa dalla stessa Camaver con cui nel mese di giugno partecipa una collettiva dal titolo “Percorsi” a Palazzo Cesi di Acquasparta. In ottobre 2004 è invitato ad una collettiva di artisti italiani e francesi presso l’Abbazia di Vinetz a Chalons en Cahampagne (Francia). In aprile 2005 mostra dal titolo Revival nella sede della Galleria “Camaver Kunsthaus” a Lecco, insieme a Silvia Ginocchietti e Michele Ardito, in giugno collettiva internazionale La Musica è nell’aria a Palazzo Cesi di Acquasparta (Tr), poi ripetuta a Lecco presso la Torre Viscontea in novembre. In giugno 2006 ancora una collettiva internazionale con la Camaver Kunsthaus ad Acquasparta, Palazzo Cesi, dal titolo La perfezione della conoscenza. Nel 2007 presenta il progetto Dittamondo nello spazio Salaprove di Torino, in gennaio, per poi riproporlo a Terni, a Palazzo Gazzoli in novembre, insieme al volume realizzato con Thyrus Editore. Il progetto Dittamondo ha sortito una serie di iniziative volte alla conoscenza della tematica letteratura/pittura, in un connubio di intenti spesso destinati e dedicati ai ragazzi. Come nel caso della riduzione teatrale del medesimo progetto artistico, in un lavoro chiamato Divertissement o breve viaggio semiserio, in cui le opere d’arte dell’autore diventano spunto per altrettante scene teatrali, da lui diretto e rappresentato nel giugno del 2007 con i ragazzi delle Scuole Medie. Lavorando alla prosecuzione ideale del lavoro sopra citato, si occupa di un nuovo viaggio attraverso fiabe e leggende delle regioni italiane, creando il progetto Breviario iconico popolare, in mostra nel periodo settembre/novembre 2010 alla Galleria Valente di Asti. Attualmente è in attesa di definire le tappe della veicolazione del nuovo progetto, dal titolo Le Fate italiane, vincitore del Premio Nazionale Letterario “Le Collane di Med” e già presentato in forma multimediale al Salone di Torino, nel maggio del 2011. Grazie ad alcune committenze private, due sue opere di carattere religioso sono rispettivamente nella Chiesa di Santa Cecilia (“L’Albero della vita”, 2010) e in quella di San Francesco (“Il quieto incedere di Francesco. Ad Acquasparta”) in Umbria. Hanno scritto di lui Franca Calzavacca, Luisella d’Alessandro, Edoardo Di Mauro, Ida Dominici, Leonardo Gioia, Enrico Mascelloni, Francesco Patrizi Zingarini, Antonio Carlo Ponti. Francesco Pullia, Enrico Zenobi.


Le fate italiane