Fotografia Transfigurativa magazine - N.3 Luglio 2022

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rivista periodica di cultura fotografica n. 3 | luglio 2022

Transfigurative Photography

FT

FOTOGRAFIA TRANSFIGURATIVA MAGAZINE 3


Fotografia Transfigurativa Magazine rivista periodica di cultura fotografica n. 3 | luglio 2022 Direttore Michele Palma Redazione Agostino Maiello | Stefano Montinaro | Andrea Virdis


sommario

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editoriale

Memoria da ricordi di Michele Palma

copertina

di Andrea Virdis

il libro

On this Site di Joel Sternfeld Memoria di assenze e assenza di memorie di Agostino Maiello

gallery

Galleria Fotografica AA.VV.

l’autore

Squame | Intervista a Nicola Spadafranca di Agostino Maiello

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Nel ricordo di Marco Pesaresi conversazione con Isa Perazzini di Michele Palma e Agostino Maiello

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Un tuffo al cuore la Fotografia Transfigurativa in un nuovo libro di Giusy Tigano

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ritmi

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Pauline, Sergio e la Porta del Tempo di Stefano Montinaro

un minuto a mezzanotte

Futuro interiore da La Pizia


di Michele Palma

editoriale

Memoria da ricordi

Giorni fa mi sono trovato a sfogliare alcuni degli album di fotografie che ho in casa, quelli che ab-

biamo in tanti, quelli a cui veramente teniamo, insomma quelli che ogni tanto andiamo ad aprire per ricordarci chi siamo.

Mi sorprende ogni volta vedere i figli piccoli, le gite con gli amici, la gioventù, tanti bei ricordi. Penso sempre di avere in testa le immagini chiare, poi mi accorgo che molto era svanito. Su alcune fotografie mi soffermo cercando di ricostruire un fatto, di rammentare un accadimento, un particolare sbiadito dal tempo, affiora un sorriso, un groppo in gola, gioia, paura…e così si accede all’intima sfera dei ricordi. La fotografia (più in generale l’immagine) è sempre stata un mezzo davvero sfruttato per registrare ricordi, per richiamare situazioni o avvenimenti che in qualche modo ci hanno segnato rispondendo ad una delle più grandi esigenze dell’uomo. Un fenomeno che oggi grazie alla massificazione dei cellulari ed al dilagare dei social network si è elevato all’ennesima potenza. Si fotografa di tutto, da ciò che si mangia, alla gitarella fuoriporta minuto per minuto, dagli innumerevoli selfie agli indimenticabili tramonti. Ogni giorno milioni di foto scattate e condivise sui social, milioni di ricordi messi a disposizione del mondo, milioni di immagini cadute nel nulla. Chiuso l’album di fotografie tutto tornerà a sbiadirsi, caricata la foto su internet tutto inizierà ad affievolirsi e nel tempo che occorre a prendere i meritatissimi pollici alzati il ricordo sarà svanito. Poco male. Ho sempre creduto poco nella fotografia come strumento di ricordo, ho sempre visto il ricordo relegato ad una sfera troppo intima ed estremamente labile, ho sempre pensato la fotografia come linguaggio che evolve il ricordo a “memoria”, qualcosa che cattura l’istante per raccontare il passato, vivere il presente e tentare di scrivere possibilità di futuro. Sarà proprio la memoria il tema che ci accompagnerà in questo numero. Buona lettura

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Michele Palma, Anziana signora - Mombaroccio, Aprile 2022

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di Andrea Virdis

copertina

Sogno o son desto? Attraverso questo scatto travolgente, Willy Ronis (1910-2009), ci accompagna verso un immaginario onirico e fiabesco che rimanda a contesti degni dei più bei romanzi. Maestro francese di origini ebraiche, Ronis è stato uno dei più importanti esponenti della fotografia umanista. Passò l’intera vita a fotografare, prediligendo la bellezza casuale dell’ordinario e limitandosi a osservare con meraviglia ciò che accadeva intorno a lui, dando così vita a dei veri e propri racconti. Oggi ne ho scelto uno per voi. L’immagine crea stupore e ci spinge a interrogarci su cosa stia succedendo, sulla possibile motivazione di questo strambo incontro, sulla natura del luogo che osserviamo. Fotografia o sogno cartaceo? Tre pinguini scappano dal caos umano per un ritorno alle origini. Si guardano intorno, estasiati e meravigliati dalla bellezza che finora gli era stata negata. Che sia questo un giardino fatato? Ad attenderli, oltre la soglia, un cavaliere col suo cavallo bianco, come a voler onorare questo ritorno al mare aperto, alla vita. L’immagine, enigmatica e spiazzante, ci fa supporre narrazioni magiche e intricati rebus, nella linearità di un semplice bianco e nero che ci porta fuori dalle stagioni canoniche e dai luoghi conosciuti, dove la memoria ha il potere di transfigurare il reale.


Willy Ronis, Le repose du cirque Pinder - Touraine, 1956


di Agostino Maiello

il libro

ON THIS SITE, di Joel Sternfeld Memoria di assenze e assenza di memorie

Sono teatri d’orrore, quelli che ci mostra Sternfeld (New York, 1944) in On This Site (prima edizione

1996): spazi urbani o rurali che, in epoche diverse, sono stati silenti protagonisti di drammatiche storie di morte, omicidi, violenze. Eppure, anni dopo Sternfeld li ripercorre, li fotografa, e ce li presenta con la sua consueta serenità dello sguardo, una serenità che solo in apparenza cela il terribile passato di sangue che ciascuna di quelle immagini reca nel piano dell’invisibile: un bagaglio di violenza e dolore che solo leggendo le didascalie si rivela al lettore e che, inevitabilmente, muta nel profondo la natura e gli esiti del processo di decodifica di cui l’osservatore si fa carico. Le inquadrature sono pulite, semplici, essenziali, formalmente ineccepibili; in massima parte frontali, a replica di come apparirebbero ai nostri occhi quei luoghi se ci trovassimo a passare di lì, in un umido autunno newyorkese o in una soleggiata estate californiana. Non ci vengono proposte prospettive ardite o sorprendenti, né inquadrature pigramente affidate alla potenza dell’impatto; tutt’altro. Men che meno troviamo luci spettacolari, forti contrasti, bagliori ed ombre sapientemente disposti nel fotogramma per assorbire e guidare l’attenzione dell’osservatore.

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Fair Oaks, California. Nel 1980 una ragazza di 13 anni fu investita ed uccisa da un ubriaco.


Nulla di tutto questo percorre le fotografie di On This Site. Abbiamo davanti ai nostri occhi, invece, le luci morbide di Sternfeld, le sue coloriture delicate, la maestria e la semplicità con cui, giocando su poche tinte e dosando gli accostamenti di colori analoghi o complementari, ricava immagini di una bellezza dimessa e lieve, che si presentano ai nostri occhi con la semplicità del quotidiano e dell’ordinario. Angoli di parchi pubblici, tratti di strade in quartieri residenziali, porzioni di giardinetti, marciapiedi di città grandi e piccole, impianti industriali o militari nei deserti, abitazioni private, fermate dell’autobus: ci sono tutti i segni del Nord America contemporaneo, un paesaggio di relativa modernità che è familiare a tutti noi, che non ci sorprende neanche più. Lo abbiamo visto in migliaia di fotografie, film e serie televisive, documentari e videoclip. Verrebbe quasi da dire che anche chi non fosse mai stato negli USA non si troverebbe spiazzato più di tanto se domattina, come per magia, si svegliasse per le strade di New York o della California. Eppure bisogna andare oltre l’esplorazione dell’apparenza, ed è qui che il meccanismo della familiarità smette di soccorrerci. Perché nei pressi di quell’albero di Central Park, quell’edificio di Yale, quel ponte di Detroit, qualcuno ha perso la vita: strangolato, assassinato, annegato. Vite strappate per colpa di altri uomini, per eccessi di vioCentral Park, New York. lenza, razzismo, povertà, Una ragazza di 18 anni fu strangolata a morte nel 1986 da un amico disperazione. Ci sono tute seppellita sotto quest’albero. ti i conflitti e le contraddizioni, le ansie e le rabbie, l’odio e la paura della società contemporanea, del cosiddetto Occidente ricco e sviluppato, in questa algida sequenza di riprese. Ciascuno di quei luoghi contiene un ricordo triste, una memoria fatta di dolore, presente a chi è stato direttamente colpito da quel crimine, ma assente per chi non ne sappia nulla. Ed è qui che interviene il fotografo, il quale sottrae quei frammenti di ordinario dallo scorrere incessante delle vite di noi tutti per chiederci di sospendere la nostra immersione nel quotidiano e, presa una pausa, dedicare la nostra attenzione a quei luoghi. Perché se, come recita il Talmud di Babilonia, chi salva una vita salva il mondo intero, allora chi ne sopprime una uccide il mondo intero. O diremmo, con meno enfasi, che quelle tragedie ci appartengono, sono i drammi di tutti noi. Drammi cui non pensiamo perché scomparsi dalla memoria collettiva e mai entrati nella nostra, sepolti da accadimenti successivi piccoli e grandi, dispersi nell’oceano di informazioni e notizie che ogni giorno ci sommerge. Ma sono lì, in agguato in quei luoghi. Memorie assenti dai nostri cuori ma che la fotografia di Sternfeld rende presenti ai nostri occhi. 9


Una fotografia di scoperta, una epifania dolorosa che fa emergere la violenza dei gesti senza ricorrere a quella dello sguardo; un lavoro che recupera l’orrore del non visto e, con lucida semplicità, con mani garbate e spirito disteso, ci tocca leggermente il braccio e ci sussurra all’orecchio: lascia che il tuo sguardo si volga lì, dove un tempo è accaduto qualcosa di terribile. Perché è terribile ciò che è accaduto, ma sarebbe ancora più terribile lasciare che il corso dell’indifferenza si portasse via ogni ricordo. La fotografia di On This Site scongiura l’oblio, ci avvicina a dolori altrui: ci rende umani e migliori.

Kent, Ohio. Nel 1970 la polizia sparò contro dei manifestanti per la guerra in Vietnam, uccidendone 4.

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St. Louis, Missouri. Nel 1991 un ragazzino di 9 anni fu preso come scudo umano da uno spacciatore aggredito da un rivale, fu colpito alla schiena e morì poco dopo.

Nel 1955 un 14enne di colore fu ucciso perché aveva salutato una donna dalla pelle bianca, uscendo da questo negozio nel Mississippi.

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Memphis, Tennessee. Su questo balcone nel 1968 fu assassinato Martin Luther King Jr.

Queens, New York. Nel tentativo di raggiungere le coste americane, una nave con 300 clandestini cinesi a bordo s’incagliò nella sabbia al largo. Tentando di nuotare fino a riva, diverse persone persero la vita.

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gallery Selezione a cura di Angelo Casoni

Fotografie tratte dal gruppo Facebook Fotografia Transfigurativa


Federica Zucchini


Daniela Cimini


Luisa Serpa Soares


Vincenzo Zannini


Pierluigi Razza


Patrizia Eichenberger


Michele Coccioli


Emmanuele Chiri


Barbara Businaro


Stefania Piccoli


Annalisa Ceolin


Silvia Li Volsi


di Agostino Maiello

l’autore

Per la rubrica l’Autore, ospitiamo volentieri il contributo di Nicola Spadafranca, al quale abbiamo chiesto di illustrare, verbalmente e visivamente, il suo progetto “Squame”.

Il progetto è nato con il preciso intento di voler scoprire cosa può generare la dissoluzione delle

forme di oggetti divenuti rifiuti, quale segreto possa custodire la loro lenta metamorfosi, e per quali misteriose ragioni e in che modo, al nostro sguardo e nel riverbero delle nostre emozioni, questi scarti finiscono per diventare altro. C’è dunque un inizio, punto di partenza per un viaggio dalla destinazione sconosciuta? Quando fotografo scelgo sempre un punto di partenza. Poi diventa meno importante da dove sono partito, perché lascia spazio a ciò che mi è stato possibile raggiungere, a quello che ho visto e come. In questi ultimi anni, la mia attenzione si è allontanata sempre più dal reportage per essere attratta da una visione sempre più rarefatta, e sempre meno ispirata dal reale. Procedendo per sottrazione, ho iniziato a inseguire l’utopia di fotografare il nulla. Ma il nulla in sé non esiste. Il lìmine cui potevo alludere era il passaggio che il reale compie quando la propria struttura si annichilisce. Ogni oggetto dopo essere stato usato, consumato, oppure semplicemente abbandonato, perché superfluo, imperfetto, diventa “non-utile”, “in-utile”, diventa un rifiuto: qualcosa senza una funzione, senza un luogo proprio. Libero da ogni identità iniziale, dai propri significati convenzionali, quelli veri, quelli di ogni giorno, l’oggetto finisce per diventare un simulacro, una parvenza, quanto più prossimo al nulla, all’assenza di reale o di qualcosa di rilevante, di significativo. Quindi, partendo dallo studio di ciò che mi prefiggevo di vedere e di comprendere, ho provato a ricrearlo, osservando un’unica regola: scoprire il modo di far passare, attraverso le immagini, sensazioni vere, emozioni vere, passione vera. In sostanza, si è trattato di un processo che, partendo da un assunto concettuale, ha poi in realtà lasciato libero sfogo all’istinto… E’ un processo che potrei descrivere con una citazione a me molto cara: “Things as they are” - . Sono parole riconducibili ad un filosofo del XVII secolo, Francis Bacon, secondo cui la contemplazione delle cose così come sono è di per sé una cosa ancora più alta della stessa invenzione. 26


Attratto da questo processo, ho fotografato i rifiuti senza alcun rinvio alla loro realtà sotto-giacente (“utile”), cercando di cancellare ogni traccia di verosimiglianza con il reale, semmai alludendo al reale, creando nuove forme, sembianze, capaci di lasciare una traccia, un’impronta, utile a narrare, come in un mondo parallelo, il nostro mondo. Un mondo che ha fretta. Fretta di generare un futuro di cui i rifiuti sono lo specchio, la memoria, narrano i nostri costumi, perché, in contraddittoria simmetria, si compongono degli stessi materiali degli oggetti che usiamo, che consumiamo ogni giorno. È stato come raccogliere, ricordando Italo Calvino, “Squame” del nostro recente passato, del tempo appena trascorso, del modo in cui abbiamo vissuto. “Squame” restituite dal mare. Le fotografie sono dunque il risultato di questa ricerca. Si, ho colto immagini come se dovessi comporre un màndala, di cui non potevo avvertire subito i contorni, ma che ad ogni fotografia compiuta assumeva sempre più le sembianze di un “Pianeta” liquido, vulnerabile, dove le terre sembrano destinate ad essere sommerse dalle acque. Un pianeta che rilascia “Squame”, appunto, quasi a sottolineare la propria struttura ciclica apparentemente perfetta, che si consuma e si rinnova di continuo, che ricomincia dall’inizio dopo aver raggiunto la propria fine. Un moto perpetuo che sembra suggerire che l’ordine del nostro pianeta poggi in realtà sul disordine, ovvero, come direbbe James Joyce, sul Chaosmos: «il caos che non si oppone ma si interpone al cosmo».

Le fotografie che corredano questo articolo appartengono ad un corpus fotografico più ampio, esposto nell’anno 2020 presso la Galleria della Fondazione dei Monti Uniti di Foggia, che ha curato l’edizione di un volume edito dalla Effebiemme.

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Spiagge

Pianeta liquido

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Africa

Hello Europe

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Uomo

Eden V

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Chaosmos

Bandiera

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Croce

Bambola

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Nel ricordo di Marco Pesaresi

Conversazione con Isa Perazzini di Michele Palma e Agostino Maiello

Il 22 dicembre 2001, il giovane e talentuoso fotoreporter Marco Pesaresi ci lasciava nella sua Rimini,

dove era nato nel 1964 e dalla quale era più volte partito per tornare con toccanti testimonianze da tutto il mondo; un occhio attento e rispettoso, il suo, sui temi più dolorosi che affliggono le esistenze dei meno fortunati: povertà, tossicodipendenza, immigrazione. Membro di Contrasto dal 1990, Pesaresi ha visto confluire buona parte del suo lavoro nei due progetti Underground e Megastores, oggetto di mostre e pubblicazioni e che ancora oggi sorprendono per attualità dei contenuti e lucidità di visione. La signora Isa Perazzini, madre di Marco, ha garbatamente acconsentito a scambiare due parole con la redazione di Fotografia Transfigurativa Magazine. Di seguito un estratto della conversazione, che solo in minima parte riporta le diverse ore trascorse in sua compagnia, piacevolissima e ricca di aneddoti e ricordi. A distanza di 20 anni dalla scomparsa di Marco, guardandoci intorno e osservando tutto ciò che è stato e viene continuamente scritto su di lui, ritiene che la sua personalità e la sua figura siano state fedelmente descritte, oppure secondo lei ci sono ancora degli aspetti che non sono ancora venuti alla luce, relativi al suo lavoro di fotografo? Io ho sempre parlato molto di Marco in questi anni, però ho cercato di raccontare non tanto la sua vita di fotografo, bensì la sua vita quando era a casa con me, quello che mi raccontava dei suoi viaggi.Cose che posso sapere solo io. Ma di un figlio che vive lontano dieci mesi all’anno, non puoi sapere tutto… Marco era anche un eccellente scrittore; c’è stato un momento (quando lui era molto giovane o addirittura piccolo) in cui lei si è accorta che era dotato anche di questa qualità? Mi sono accorta sin da quando è nato che era dotato di un’intelligenza molto superiore alla media, 33


come se ne sono accorti i professori a scuola. Ma, sai, uno che ha una intelligenza superiore non può vivere una vita felice. Come mi diceva il direttore di Contrasto, Marco non può essere mai felice perché per le persone come lui l’oggi è già ieri, ed il domani non c’è, non te lo godi; viene solo quando arriva. Marco ha fotografato molto sia della sua Rimini che in paesi lontani; le ha mai raccontato se viveva il suo rapporto con questi luoghi vicini e remoti allo stesso modo, cioè se si sentiva in qualche modo cittadino del mondo, oppure se con la sua terra di origine aveva un legame particolare? Sì, aveva un legame particolare con la sua terra di origine. Ma lui era così: se si trovava in una città, era cittadino di quella città. Se © Marco Pesaresi era a Calcutta, si immedesimava nella vita di Calcutta, e così a New York, a Milano… Mi viene in mente una cosa a proposito di Calcutta. Marco normalmente quando era fuori mi telefonava 4-5 volte al giorno. Un giorno, mentre era a Calcutta, mi chiama e mi dice di non aver fatto neanche una fotografia. “Come mai?”, chiedo. Risposta: “Ho la faccia piena di mosche e zanzare, sto tutto il tempo a cacciarle via, non riesco a concentrarmi.”. Dopo qualche giorno mi richiama e mi fa: “Mamma, oggi ho scattato delle fotografie bellissime!”. Chiedo: “E le mosche?” Mi risponde: “Le ho tutte in faccia, ma mi sono abituato!” Osservando nell’insieme le fotografie di Marco si ha la percezione che egli stesse compiendo un lungo, quasi perenne viaggio, con l’obiettivo di rivelare ai nostri occhi i dolori, le ansie e tanti aspetti meno noti della vita moderna. Il suo desiderio, come lei ha riferito, era quello di lasciare una traccia. A suo parere, a distanza di anni, il racconto che Marco ci ha lasciato della società a lui contemporanea è ancora attuale? © Marco Pesaresi

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Non lo so, da un lato il mondo è cambiato tanto. E Marco ha fotografato il mondo di quei tempi, ma nei paesi più poveri penso che sia tutto ancora molto attuale. A parte gli anni della pandemia, nei paesi dove lui ha fotografato c’è ancora tanta miseria. Sento spesso fotografi che ci vanno e trovano ancora oggi la stessa miseria che aveva trovato lui. Ricordo che mi diceva di aver visto persone morte sui binari, morte lì perché vivevano e morivano lì. All’ultima mostra che abbiamo fatto su Underground c’erano fotografi che, guardando le foto scattate anni fa da Marco, mi hanno detto: “Sono stato in quei posti pochi mesi fa: eppure queste foto sembrano scattate ieri”. E quanta parte di questo racconto è anche, indirettamente, un racconto dell’umanità di Marco? Spesso si dice che un fotografo non fa altro © Marco Pesaresi che fotografare se stesso, secondo lei questo si applica anche al lavoro di suo figlio? Marco era un ragazzo molto sensibile. Non è mai stato uno alla moda, nell’abbigliamento, nelle uscite. Posso dire che assomigliava molto ai personaggi che fotografava, e comprendeva molto il dolore altrui. Spesso tornava a casa senza un soldo in tasca, e quando gli chiedevo come mai mi raccontava di aver incontrato persone bisognose a cui donava denaro, comprava cibo... Non era certo un santo, non sto dicendo questo, a volte era da prendere a botte in testa! Ma era molto sensibile verso le persone povere. Invece, quando veniva chiamato per anda© Marco Pesaresi re a fotografare personaggi famosi, si rifiutava e chiedeva che mandassero qualcun altro... non amava quella fotografia, amava quella che ha fatto, e ci si immedesimava molto forse perché era così di natura. 35


Simpatico questo aneddoto del suo rientro a casa senza un soldo… aveva delle abitudini, piccole cose che faceva sempre prima o dopo un viaggio? No, non era scaramantico. Ma quando tornava, la prima cosa che faceva era buttare le valigie per terra e poi farmi un succhiotto sul collo, che poi mi restava per dieci giorni! Era un fotografo molto severo con se stesso, vero? Ho letto che diceva spesso “Oggi ho scattato un rullino di foto, chissà se ce ne sarà una buona”. Sì… Marco, se proprio andava bene su 10 foto ne sceglieva una! Era molto esigente e molto critico verso se stesso. Non si perdonava nulla. Quando hanno sviluppato Underground per la Triennale, il suo stampatore di S. Arcangelo, Massimiliano, era andato insieme a Marco per controllare lo sviluppo. Ebbene, Marco faceva strappare una foto se era meno che perfetta! E se è riuscito a fare le foto che ha fatto, è stato anche grazie alla sua enorme sensibilità, ricordo quanto soffrì dopo gli omicidi di Falcone, Borsellino e le loro scorte…Perché se sei molto vago non riesci a prendere la foto nel momento giusto. Alla fine il punto è questo. Qual è il suo ultimo ricordo di Marco? Sai, il giorno che morì, non mi aveva telefonato. Era strano, perché ci sentivamo più volte al giorno. Inizio a chiamarlo io, e non era raggiungibile. Allora mi siedo sul divano e mi dico: “Adesso mi siedo qui e mi vengono a dire che è morto”. Verso l’una mi arrivano a casa alcune amiche, ed io le accolgo dicendo: “Che cosa è successo? È morto Marco?” “Ma allora già lo sai…? Chi te lo ha detto?” “Me lo ha detto Marco”. Ricordo tutto, ricordo che volevo farlo cremare, ma la legge non me lo ha consentito non essendo deceduto per cause naturali. Invece non ricordo il momento della sepoltura, ricordo di esser salita in macchina con mio fratello per andare al cimitero, ricordo di averlo salutato nella camera mortuaria; ma poi non ricordo più la sepoltura; rammento solo la folla enorme, il Vescovo, il Sindaco, non c’era spazio per uno spillo! Insomma: finché lo vedevo, ed anche da morto ma sapendolo chiuso nella bara, lo ricordo. La mia mente ha però cancellato i momenti che non avrei sopportato, quelli della sepoltura: cioè il momento in cui Marco mi sarebbe diventato per sempre invisibile.

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Un tuffo al cuore

La Fotografia Transfigurativa in un nuovo libro

di Giusy Tigano, GT Art Photo Agency

Di Fotografia Transfigurativa si è parlato tanto e ancora molto se ne dice, anche al di fuori delle

pagine dedicate di questa rivista. Amata, criticata, respinta, esaltata, incompresa oppure elogiata, si è posta indiscutibilmente al centro di un virtuoso circuito di attenzione e di giudizio che, al di là dei singoli pareri tra loro contrastanti, ne ha decretato non solo la presenza visibile e “viva” nel panorama delle modalità espressive della fotografia contemporanea, ma anche la positiva capacità di generare sollecitazioni emotive e di stimolare la riflessione e il confronto culturale. Sebbene il termine “Fotografia Transfigurativa” abbia fatto la sua comparsa già nel 2013, all’alba della sua nascita ufficiale come “corrente fotografica” nel 2020 la FT non ha fatto segreto di essere stata concepita per portare ad un suo compimento formale una fotografia legata a istanze pre-esistenti in molti autori che ne sono stati testimoni e precursori pur senza definirla, e ha perfino indicato espressamente i nomi di molti grandi maestri della fotografia che potrebbero dirsi a buon diritto “transfigurativi” per almeno una parte della loro produzione fotografica1.

Al medesimo tempo, questa corrente espressiva risulta fortemente rappresentativa di un’urgenza creativa molto presente nel nostro contesto contemporaneo: ponendosi, come sappiamo, alla ricerca di quella che Carlo Riggi definisce una “verità poetica” che vada oltre la mera rappresentazione del dato di realtà, la Fotografia Transfigurativa è strettamente connessa ad un processo emotivo intimo e ad un gesto fotografico quasi istintivo, ove la postproduzione è in parte scoraggiata e deve essere votata a “ritrovare” e non a correggere2. Ma molto più di questo abbiamo imparato in questi due anni, sia rispetto alla FT che nei riguardi delle tante e possibili contaminazioni che possiamo riconoscerle rispetto ad altri generi fotografici3. Tantissimo è stato scritto su questa corrente fotografica, in particolare attraverso i libri a lei dedicati e grazie a questa rivista preziosa e impegnata che ospita in questo momento anche le nostre riflessioni, o in occasione dei dialoghi particolarmente costruttivi e coinvolgenti generati in seno al gruppo privato di FT creato su Facebook e ben mediati dai relativi amministratori. Soprattutto, molto è stato fatto in termini di produzione fotografica all’interno del suo perimetro di riconoscibilità: una creatività variegata, apprezzabile e appassionata applicata ad una molteplicità di stili e al servizio di un’interessante fenomenologia del linguaggio.

1 Cfr. pg. 33, “Il segno e la forma: I fondamenti della Fotografia Transfigurativa”, Carlo Riggi (Ilmiolibro, 2020) 2 Cfr. pg. 21 e pg. 23, “Il segno e la forma: I fondamenti della Fotografia Transfigurativa”, Carlo Riggi (Ilmiolibro, 2020) 3 Cfr. per es. pg.17 – Testo di Agostino Maiello e pg. 25 – Testo di Carlo Ferrara, “Fotografia Transfigurativa Vol. I”, AA.VV. (EBS Print, 2021)

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La FT ci ha già regalato molto, quindi, definendo progressivamente una sua propria identità in modo sempre più preciso e più comprensibile, e attirando molte centinaia di autori e di osservatori interessati a capirne di più, a goderne e a praticarla. Nondimeno si sente oggi il bisogno di approfondire il senso di questo “movimento”, di raggiungerne più da vicino l’essenza, misurando la temperatura di un corpo febbricitante di emozioni e di messaggi interiori da decodificare, da interpretare e da indirizzare. Crediamo sia tempo di dare nuova voce a questa corrente espressiva, certamente più matura e più consapevole, e – al tempo stesso – divenuta vivaio prezioso di nuovi spunti stilistici e di approcci interessanti che la stessa visione transfigurativa ha saputo ispirare. Dopo un primo volume dedicato ai primi passi della FT mossi più di due anni fa, e in linea di continuità con i presupposti che lo hanno visto nascere, GT Art Photo Agency avvia i lavori per la realizzazione del libro “Fotografia Transfigurativa, Vol. II”. Il nuovo volume sarà lo specchio di una corrente fotografica oggi più limpida nei principi e più ampiamente interiorizzata e praticata rispetto a due anni fa, ma al tempo stesso in costante e inesorabile evoluzione. L’opera sarà dedicata a tutti coloro che avvertono il fascino di questo genere di fotografia: diversamente dal Vol. I, per il quale i fotografi sono stati individuati e selezionati dai curatori per alcune loro opere particolarmente rappresentative dei principi essenziali della FT, per questa iniziativa gli autori che si riconoscono nei termini generali della FT possono candidarsi spontaneamente e, per questo, andranno a costituire per scelta e in piena consapevolezza una nuova antologia che si attesta anche come autentica dichiarazione di intenti spontanea e personale. Nel suo insieme, l’opera si propone di rappresentare la FT attraversandone le molte istanze e le diverse sfaccettature e di entrare in contatto con una visione compartecipata – a tratti – da molti autori, che si evolve e si rinforza attraverso molteplici apporti personali e unici e con un linguaggio che si è dimostrato essere diversificato e in divenire. Il libro verrà pubblicato nel 2023 e la call for entry per i fotografi interessati a farne parte ha appena preso il via. Condividiamo in anteprima con i lettori e i fruitori della rivista istituzionale della FT alcune informazioni generali per partecipare a questo nuovo entusiasmante progetto e rivolgiamo loro l’invito a considerare la possibilità di prenderne parte a testimonianza e memoria del proprio lavoro e della propria ricerca fotografica. Confidiamo di realizzare anche questa volta una raccolta preziosa, toccante, sincera e intensa. Un tuffo dritto al cuore della FT: una rivelazione possibile solo attraverso l’anima dei fotografi che ce la raccontano.

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ANTEPRIMA per Fotografia Transfigurativa Magazine

Informazioni sul progetto editoriale “Fotografia Transfigurativa, Vol. II” e MODALITA’ DI PARTECIPAZIONE Il secondo volume fotografico FT si annuncia con una veste grafica molto simile a quella del Vol. I, per favorire una continuità editoriale e un’armonia formale che riflettano la coerenza e la riconoscibilità di questo movimento autoriale e artistico. Anche in questo caso, come già realizzato con il Vol. I, l’opera costituirà una raccolta selezionata di lavori particolarmente rappresentativi, e conterrà fotografie di diversi autori, sia in bianco e nero che a colori e in diversi possibili formati. L’agenzia fotografica milanese GT Art Photo Agency coordinerà la Commissione artistica, che si occuperà di esaminare le opere proposte, e gestirà l’intero processo di raccolta dei lavori e le attività di coordinamento, editing, ottimizzazione e controllo del progetto editoriale, in collaborazione con i grafici e con la casa editrice. Gli autori interessati a prendere parte al progetto che desiderano proporsi per entrare a far parte del volume sono invitati a candidarsi presentando 1, 2 o 3 fotografie: una Commissione artistica qualificata verrà dedicata alla valutazione delle opere candidate valutandone, da una parte, l’aderenza effettiva ai principi base della corrente e, dall’altra, il necessario allineamento alle scelte e alle linee editoriali del progetto. L’Agenzia comunicherà a stretto giro ai singoli autori l’esito della valutazione e potrà loro confermare la possibilità di partecipare al progetto con una fotografia, oppure con due o con tre (numero massimo). Una volta superata la fase di selezione, gli autori potranno confermare in via definitiva la propria partecipazione attraverso il pagamento di una quota contributiva, variabile in base al numero di fotografie confermate. Si rende inoltre necessaria la firma del Regolamento e della relativa Liberatoria. E’ fondamentale che le fotografie candidate siano state realizzate dagli stessi autori che le presentano, che rispettino specifici standard di qualità per la pubblicazione indicati nel Regolamento e che non siano già state pubblicate sul Volume I. I lavori di raccolta, editing, realizzazione e stampa dell’opera richiederanno alcuni mesi e si prevede che la stampa del volume possa avvenire nella primavera del 2023. Le modalità di partecipazione e tutti i dettagli dell’iniziativa sono indicati nella pagina web dedicata, raggiungibile al link di seguito riportato: https://bit.ly/3OiSw84

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di Stefano Montinaro

ritmi

Pauline, Sergio e la Porta del Tempo

It’s for memento, mi risponde Pauline

sorridendo quando le chiedo perché scatta fotografie. Subito dopo vorrei chiederle se conosce il lavoro di qualche autore famoso, ma sta già saltellando nel fango, cercando la giusta posizione per fotografare il faro. Ha vissuto settant’anni senza conoscere fotografi famosi, perché dovrebbe iniziare ora? Eppure fotografa, febbrilmente, e ascolta avidamente qualsiasi cosa le venga detta in proposito. Vuole imparare come si fa, vuole sapere, scoprire qual è il trucco per miStefano Montinaro, Pauline, 2022 gliorare i suoi scatti. Per renderli più belli. Per ricordare. Raramente mostra le sue foto, mi dice, sono in pochissimi ad avere questo privilegio. È lei a voler ricordare. Per rassicurarsi di aver visto, credo, per ricordare di essere stata. Mi domanda a sua volta perché io fotografi, ma con l’aria di chiedere: Serve a qualcos’altro, la fotografia? È in una lettera a Henri Cartier-Bresson che Sergio Larrain racconta il suo senso del tempo e le sue urgenze, giustificando la sua scarsa attitudine alla vita da fotoreporter. E cerco di fare solo il lavoro che mi interessa fare, perché è l’unico modo di mantenermi vivo fotograficamente, e mi prendo tutto il tempo che sento necessario, e mi mantengo in un ritmo lento con molto tempo per me stesso facendo altre cose, per vedere come si sviluppa la fotografia - se continua a svilupparsi, e incerto della mia sopravvivenza (nei mercati) - ma felice, perché faccio quello che voglio. 40

Sergio Larrain, Valparaiso, Chile, 1963


È il 1965 e ha già scattato le foto a Valparaiso, quelle che comporranno il suo lavoro forse più celebre. Qualche anno dopo, inevitabilmente, esce dall’Agenzia Magnum (e dalla fotografia come professione) dopo avervi trascorso poco più di dieci anni. Questione di tempo, appunto. Per averne di più si ritira dal mondo, in un eremo. Continua a fotografare, ma per se stesso. (Come Pauline?) Negli anni dei suoi vagabondaggi la questione tempo rimane sempre aperta, declinata in direzioni diverse: il fotografo come cacciatore e la foto che arriva come dono del presente, unico tempo da prendere in considerazione (El presente/instante es LA META, no es el camino, es LA META, scrive a mano nel suo libro su Londra); i bambini che affollano i suoi scatti, riempiendoli di futuro; l’idiosincrasia nei confronti delle retrospettive, che lo forzano a guardare indietro. Eppure la memoria percorre ogni suo lavoro. Niente di nostalgico, anzi, è proprio l’antitesi della nostalgia. È la memoria del mondo che Larrain vorrebbe salvare dalla sua autodistruzione. Con le foto. Una memoria stratificata che regala alla visione, in qualunque momento essa avvenga, un valore ancestrale e presente. Il suo istinto nella composizione, le sue ombre, la sua empatia così palpabile, annullano il tempo lineare dello scatto, rendendolo acronico. C’è molto di invisibile in ogni sua immagine, e sarà probabilmente proprio il tempo a mostrarlo e restituirlo, ancora una volta in Sergio Larrain, Valparaiso, Chile, 1963 forma di dono. Quelle immagini colte in momenti così volutamente presenti, allora, forse diventano strumenti utili a generare nuovo senso, da cogliere nel tempo e nella memoria di chi ha la fortuna di guardarle. ..opening the gate of time, with geometry. Serve a qualcos’altro, la fotografia?

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Sergio Larrain, The City, London, UK, 1958

Sergio Larrain, Corleone main street, Sicily, Italy, 1959

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Sergio Larrain, Valparaiso, Chile, 1963

Sergio Larrain, Valparaiso, Chile, 1957

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da La Pizia

un minuto a mezzanotte

Futuro Interiore

I ricordi sono presenza per procura, conserve di affetti, bagnoli di nostalgia.

Fanno male, a volte, però nessuna cosa cara andrà perduta finché potremo evocarla con gli occhi della mente. La fotografia è al servizio della memoria, funge da organizzatore psichico, innesca e contiene processi allucinatori, tiene vivi i ricordi. Ma la fotografia è anche un atto di scomparsa, un buco psichico; una cosa vista su un foglio di carta, o su un monitor, non è più nella mia mente. Come il bambino nell’ecografia: non può stare dentro la mamma finché lei lo vede fuori di sé. La fotografia offusca la memoria, uccide i ricordi. Santa e demonio, insomma, la fotografia. Ma è l’idea di memoria che va ripensata. La memoria non è una registrazione passiva dell’esperienza, un archivio dal quale pescare scene e situazioni del passato. La memoria è una sofisticata funzione della mente, continuamente impegnata nella ritrascrizione di un flusso ininterrotto di stimoli, in grado di creare nuova esperienza e nuovi ricordi, che non riguardano solo il passato o il presente in divenire, ma anche ciò che non è ancora accaduto. Parafrasando René Char: la memoria sa di noi cose che noi non sappiamo di lei. La fotografia sostiene la memoria a patto di non cedere al voyeurismo. La fotografia che mostra è pornografia: uccide il pensiero, rende ciechi… La buona fotografia non esibisce, allude; non urla, sussurra; non svela, cela. E celando, accende il desiderio, suscita emozioni, vivifica l’assenza. La buona fotografia bussa e aspetta, non sbircia dal buco. Chi non sa aspettare, cambi mestiere.

I ricordi non li trovi al centro della retina, occorre cercarli nelle visioni periferiche e sfuocate. I ricordi rimangono vivi se vengono sognati. Quando la fotografia si fa sogno, mette in scena il jamais vu, intercetta ricordi provenienti dal futuro, e contribuisce pure a determinarli. Se non è in grado di evocare memorie del possibile, una fotografia vale meno della carta su cui è stampata. La buona fotografia avvia gemmazioni di senso, prefigura scenari venturi, sostiene il presente e ripara antiche fratture. Non modifica i fatti, ma, cambiando la nostra relazione con essi, può lenire i dolori e alleviare i traumi. Per questo la buona fotografia è terapeutica. Chi frequenta la FT lo sa. 44


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