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Cassandra Clare

Shadowhunters cittĂ del fuoco celeste

traduzione di Manuela Carozzi

e Raffaella Belletti


Per Elias e Jonah

Ogni riferimento a fatti storici, persone o luoghi reali è puramente funzionale alla vicenda narrata. Altri riferimenti a nomi, personaggi, posti e avvenimenti sono il frutto della fantasia dell’autore e ogni somiglianza a eventi attuali o luoghi o a persone, vive o morte, è assolutamente casuale. www.mondichrysalide.it © 2012 Cassandra Clare, LLC © 2012 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano, per l’edizione italiana Titolo dell’opera originale The Mortal Instruments. City of Lost Souls Prima edizione ottobre 2012 Stampato presso Mondadori Printing S.p.A. Stabilimento N.S.M., Cles (TN) Printed in Italy ISBN 978-88-04-62207-9 COPY DA AGGIORNARE

In Dio è la gloria: e quando gli uomini vi aspirano quella non è che una scintilla in più del fuoco celeste (John Dryden, Absalom and Achitophel)


prologo

STILLI COME PIOGGIA

Istituto di Los Angeles, dicembre 2007

I

l giorno in cui i genitori di Emma Carstairs vennero uccisi, c’era un tempo magnifico. D’altronde a Los Angeles era quasi sempre così. Una serena mattina d’inverno, sua madre e suo padre l’avevano lasciata davanti all’Istituto, sulle colline oltre la Pacific Coast Highway dalle quali si godeva una splendida vista dell’oceano. Il cielo era una distesa senza nuvole che si allungava dalle scogliere di Pacific Palisades fino alle spiagge di Point Dume. La sera prima era giunta notizia di attività demoniache in corso vicino alle grotte marine nel parco naturale Leo Carrillo, e ai Carstairs era stato assegnato il compito di monitorarle. In seguito Emma avrebbe ricordato sua madre che le rimetteva dietro l’orecchio una ciocca di capelli mossa dal vento, mentre lei si offriva di disegnare una runa Antipaura al padre, che diceva ridendo di non saper bene cosa pensare delle rune così all’avanguardia: tante grazie, ma gli bastavano quelle del Libro Grigio. Quella mattina, Emma aveva salutato in fretta i suoi 7


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genitori, abbracciandoli rapidamente prima di schizzare su per i gradini dell’Istituto, con lo zaino che le ballonzolava fra le spalle, mentre loro la salutavano con la mano dal cortile. Emma era entusiasta di potersi allenare all’Istituto. Non solo lì abitava Julian, il suo migliore amico, ma si aveva la sensazione di fluttuare sull’oceano. Era un edificio massiccio di legno e pietra, in fondo al lungo viale acciottolato che serpeggiava fra le colline. Ogni stanza, ogni piano si affacciavano sull’oceano, sulle montagne e sul cielo, con le loro vaste increspature di azzurro, verde e oro. Il sogno di Emma era riuscire ad arrampicarsi sul tetto con Jules — fino a quel momento i genitori erano riusciti a sventare ogni loro tentativo — per vedere se l’occhio poteva spingersi fino al deserto, a sud. Il portone d’entrata la conosceva, e si aprì senza difficoltà sotto il suo tocco familiare. L’ingresso e i piani più bassi dell’Istituto erano affollati di Shadowhunters adulti che camminavano avanti e indietro. Doveva essere in corso una qualche riunione, ipotizzò Emma. In mezzo alla folla intravide il padre di Julian, Andrew Blackthorn, capo dell’Istituto. Per evitare di essere trattenuta dai soliti convenevoli, saettò verso lo spogliatoio al secondo piano, dove si tolse jeans e maglietta per indossare la tenuta da allenamento: maglietta oversize, pantaloni larghi di cotone e, dettaglio più importante di tutti, la spada a tracolla sulla schiena. Cortana. Il nome significava semplicemente “spada corta”, ma per Emma non lo era. Lunga quanto il suo avambraccio, di metallo lucente, portava incise parole che non mancavano mai di farle correre brividi lungo la schiena: il mio nome è Cortana e condivido l’acciaio e la tempra di Gioiosa e Durlindana. Suo padre le aveva spiegato il

significato di quella frase quando, a dieci anni, le aveva messo per la prima volta l’arma fra le mani. — Puoi usarla per allenarti finché non avrai diciotto anni, momento in cui sarà tua — aveva detto John Carstairs, sorridendo alla figlia che faceva scorrere un dito sull’incisione. — Capisci cosa significa quella scritta? Lei aveva scosso la testa. “Acciaio” le era chiaro, ovviamente, ma “tempra”? Forse per un uomo significava avere carattere, ma una spada che carattere poteva mai avere? — Hai già sentito parlare della famiglia Wayland —aveva aggiunto lui. — Erano famosi fabbricanti d’armi, prima che le Sorelle di Ferro iniziassero a forgiare tutte le spade degli Shadowhunters. Wayland il Fabbro realizzò Excalibur e Gioiosa, quelle di Artù e di Lancillotto, così come Durlindana, la spada dell’eroe Orlando. E fecero anche Cortana, partendo dallo stesso acciaio. L’acciaio deve sempre essere temprato, cioè sottoposto a un calore quasi in grado di fondere o distruggere il metallo, in modo da renderlo più resistente. — A quel punto le aveva dato un bacio sulla testa. — I Carstairs custodiscono questa spada da generazioni. L’iscrizione ci ricorda che gli Shadowhunters sono le armi dell’Angelo. Tempraci nel fuoco, e diventiamo più forti. Quando soffriamo, sopravviviamo. Emma non vedeva l’ora di lasciarsi alle spalle i sei anni che la separavano ancora dai diciotto, età in cui avrebbe potuto viaggiare per il mondo dando la caccia ai demoni ed essere temprata nel fuoco. Si allacciò la spada a tracolla e uscì dallo spogliatoio, fantasticando su come sarebbe stato. Si vedeva in cima ai promontori oceanici di Point Dume, impegnata a tenere a bada con Cortana un manipolo di demoni Raum. Julian era con lei, ovviamente, e brandiva la sua arma preferita, la balestra. Nella mente di Emma, Jules c’era sempre. Lo conosce-

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va da tempo immemore. I Blackthorn e i Carstairs erano sempre stati vicini, e Jules aveva appena qualche mese più di lei: poteva dire di non essere mai vissuta in un mondo senza la sua presenza. Aveva imparato a nuotare nell’oceano con lui quando erano ancora piccolissimi. Avevano imparato a camminare e poi a correre insieme. Era stata presa in braccio dai genitori di Jules e sgridata da suo fratello e sua sorella maggiori quando con lui aveva disobbedito. Ed era capitato tante volte. Tingere di azzurro il pelo soffice e bianco di Oscar, il gatto dei Blackthorn, era stata un’idea di Emma, a sette anni. Julian si era preso la colpa, come faceva spesso. Dopotutto, le aveva fatto notare, era figlia unica, mentre loro erano sette tra fratelli e sorelle: i suoi genitori si sarebbero dimenticati di essere arrabbiati con lui molto prima di quanto sarebbe capitato a lei. Emma ricordava quando la madre di Jules era morta, subito dopo la nascita di Tavvy, e di come lei gli avesse tenuto la mano mentre la salma bruciava nei canyon e il fumo saliva su fino al cielo. Ricordava che lui aveva pianto, e lei aveva notato quanto fosse diverso il pianto dei maschi rispetto a quello delle femmine, singhiozzi aspri che sembravano strappati fuori dalla gola con gli uncini. Forse per loro era peggio, perché proprio in quanto maschi, teoricamente non potevano piangere… — Oh! — Emma barcollò all’indietro. Era così assorta nei suoi pensieri da essere andata a sbattere contro il padre di Julian, un signore alto con gli stessi capelli castani arruffati di gran parte dei suoi figli. — Mi scusi, signor Blackthorn! Lui sorrise. — È la prima volta che vedo qualcuno che ha tanta voglia di andare a lezione — commentò, mentre lei già sfrecciava via lungo il corridoio. La palestra era uno dei suoi posti preferiti. Occupava

quasi un piano intero, e le pareti rivolte a est e a ovest erano vetrate. L’azzurro dell’acqua entrava praticamente da ogni angolazione. La curva della linea costiera era visibile da nord a sud, con la sconfinata distesa del Pacifico che si perdeva verso le Hawaii. In piedi al centro della sala, sul pavimento in legno lucidissimo, c’era la tutor della famiglia Blackthorn, una donna imperiosa di nome Katerina; in quel momento era impegnata a insegnare ai gemelli come si lanciano i coltelli. Livvy seguiva le istruzioni con diligenza, come sempre, mentre Ty era scuro in volto e non sembrava affatto bendisposto. Julian, con la sua tenuta leggera da allenamento, era sdraiato sulla schiena lungo la vetrata a ovest. Stava parlando con Mark, che invece affondava la testa tra le pagine di un libro, facendo il possibile per ignorare il fratellastro minore. — Secondo te il nome “Mark” non suona sbagliato su uno Shadowhunter? — stava dicendo Julian quando Emma si avvicinò. — Pensa se dovessi dire: «Mettimi un Marchio, Mark». Mark sollevò la testa di capelli biondi dal libro che stava leggendo e fulminò il fratello minore con un solo sguardo. Julian aveva uno stilo in mano e lo faceva girare e rigirare pigramente tra le dita. Lo impugnava come un pennello, abitudine che Emma gli rimproverava sempre, perché uno stilo va tenuto come uno stilo, ovvero come un’estensione della mano, non come lo strumento di un artista. Mark sospirò con aria teatrale. Dall’alto dei suoi sedici anni, era più grande di Emma e Julian abbastanza da trovare irritante o ridicola qualunque cosa loro facessero . — Se ti disturba tanto, puoi sempre chiamarmi con il mio nome completo.—

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— Mark Anthony Blackthorn? — Julian arricciò il naso. — Ci vuole un sacco di tempo per dirlo tutto. E se ci attaccasse un demone? Non farei in tempo a pronunciarne metà che saresti già morto. — Stai pensando a una situazione in cui saresti tu a salvare me? — chiese Mark. — Non ti sembra di correre un po’ troppo con la fantasia, nessuno che non sei altro? — Invece potrebbe succedere. — Julian, poco felice di quella definizione, si alzò in piedi. Così però la testa costellata di ciuffi ribelli spiccava ancora di più. Helen, la sorella maggiore, cercava sempre di domargli la chioma a colpi di spazzola, ma senza ottenere mai un risultato decente. Julian aveva i capelli tipici dei Blackthorn, proprio come suo padre e la maggior parte dei fratelli: ispidi, selvaggi, color cioccolato fondente. Quel tratto comune aveva sempre affascinato Emma, che invece aveva preso molto poco dai genitori, a parte i capelli biondi di suo padre. Da qualche mese Helen si era trasferita a Idris insieme alla sua ragazza, Aline; si erano scambiate gli anelli di famiglia e, secondo i genitori di Emma, avevano “intenzioni serie” — in altre parole, non facevano che scambiarsi sguardi svenevoli. Emma era sicura che, se mai si fosse innamorata, non si sarebbe sdilinquita tanto. Sapeva che qualcuno aveva avuto da ridire sul fatto che Helen e Aline fossero entrambe femmine, ma non riusciva a capire perché, e comunque ai Blackthorn Aline piaceva molto. Era una presenza rassicurante, che aiutava Helen a non preoccuparsi troppo. In assenza di Helen, nessuno stava facendo manutenzione ai capelli di Jules, e la luce del sole che entrava dalle vetrate gli accendeva d’oro le punte ispide. Attraverso la parete orientale, la linea ondulata delle montagne separava l’oceano dalla San Fernando Valley: colline aride e polverose crivellate da canyon, cactus e cespugli spino-

si. A volte gli Shadowhunters si allenavano all’aperto, ed Emma adorava quei momenti, in cui poteva scovare sentieri nascosti, cascate segrete e lucertole sonnacchiose che riposavano sulle rocce. Julian era un maestro nel convincere i piccoli rettili a raggomitolarsi sul suo palmo e a farli addormentare accarezzandoli con il pollice sulla testa. — Attenzione! Emma si abbassò mentre un coltello dalla punta in legno le sibilava accanto, rimbalzava contro la finestra e poi colpiva Mark sulla gamba. Il ragazzo sbatté il libro a terra e balzò in piedi con aria scocciata. In teoria Mark doveva fare da secondo a Katerina, ma di fatto preferiva leggere che insegnare. — Tiberius, non lanciarmi addosso i coltelli. — Guarda che non ha fatto apposta! — Livvy si mise fra Mark e il suo gemello. Tiberius era moro quanto Mark era biondo, ed era l’unico fra i Blackthorn (a parte Mark e Helen, che però erano un’eccezione per via del loro sangue di Nascosto) a non avere i capelli color cioccolato e gli occhi verde-azzurro tipici della famiglia. Ty sfoggiava una chioma nera e riccia, gli occhi grigi come il ferro. — No, non è vero — precisò Ty. — Stavo proprio mirando a te. Mark sospirò, enfatico, e si passò le mani fra i capelli, gesto che li fece rizzare come gli aculei di un riccio. Aveva gli occhi dei Blackthorn, color verderame, ma i capelli erano biondo platino, gli stessi della madre. Si mormorava che la donna fosse una principessa della Corte Seelie e che dalla sua storia con Andrew Blackthorn fossero nati due figli, abbandonati sulla soglia dell’Istituto la notte prima di scomparire per sempre. Il padre di Julian aveva accolto quei figli con metà sangue di fata e li aveva cresciuti come Shadowhunters. In fondo era quella la componente dominante del loro esse-

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re e il Consiglio, per quanto controvoglia, doveva ammettere i figli di Nascosti nel Conclave, purché la loro pelle tollerasse le rune. Sia Helen che Mark le avevano ricevute per la prima volta a dieci anni, e la pelle aveva reagito alla perfezione, benché Emma fosse certa che Mark avesse sofferto più di uno Shadowhunter qualsiasi. L’aveva visto trasalire, nonostante gli sforzi per trattenersi, quando lo stilo gli era stato appoggiato alla cute. In seguito aveva notato molte altre cose di lui: quanto fosse affascinante la strana forma del suo viso, influenzata dal sangue di fata, e quanto larghe le spalle sotto il tessuto della maglietta. In realtà non capiva perché la colpissero tanto particolari del genere, e il fatto che succedesse non le andava affatto a genio. Anzi, le faceva venire voglia di schiaffeggiare Mark, oppure di nascondersi, e spesso le due cose insieme. — Stai fissando… — disse Julian, inginocchiato nella tenuta da allenamento chiazzata di vernice. Lei si scosse. — Fissando cosa? — Mark. Di nuovo. — Sembrava infastidito. — Sssh! — gli sibilò sottovoce strappandogli di mano lo stilo. Lui se lo riprese, e ne nacque una zuffa. Emma ridacchiò, rotolando via da Julian. Si allenavano insieme da così tanto tempo che era in grado di prevedere ogni sua mossa prima ancora che lui la pensasse. L’unico problema era che le veniva spontaneo andarci piano, troppo piano con lui. Il pensiero che qualcuno potesse fargli del male la mandava in bestia, e a volte quel qualcuno includeva anche se stessa. — Ce l’hai con me per le api in camera tua? — stava chiedendo Mark camminando a grandi passi verso Tiberius. — Lo sai anche tu perché abbiamo dovuto sbarazzarcene! — Presumo che tu l’abbia fatto per contrariarmi — rispose Ty. Era piccolo per avere dieci anni, ma aveva il vo-

cabolario e la dialettica di un ottantenne. Di solito non diceva bugie, soprattutto perché non ne vedeva la necessità. Non riusciva a spiegarsi come mai alcune sue azioni irritassero o turbassero gli altri, e trovava la loro collera sconcertante o spaventosa, a seconda dell’umore. — Non è questione di volerti contrariare, Ty, ma non puoi tenere uno sciame di api in camera e… — Le stavo studiando! — ribatté l’altro, diventando paonazzo. — Era una cosa importante, loro erano mie amiche, e sapevo che cosa stavo facendo. — Lo sapevi anche la volta del serpente a sonagli, vero? — fece Mark. — A volte ti portiamo via una cosa perché non vogliamo che tu ti faccia male. So che è difficile da capire, Ty, ma noi ti vogliamo bene. Il ragazzino lo squadrò con aria impassibile. Conosceva il significato di una frase come “ti voglio bene” e sapeva che era positiva, ma non capiva perché dovesse essere anche la spiegazione per tutto. Mark si chinò, mani sulle ginocchia, e portò lo sguardo al livello di quello grigio di Ty. — Okay, ecco cosa faremo… — Ha! — Emma era riuscita a ribaltare Julian sulla schiena e a sottrargli lo stilo con un’abile mossa. Lui rise, contorcendosi sotto di lei, finché non si sentì bloccare il braccio contro il pavimento. — Mi arrendo — disse. — Mi arr… Jules le stava ridendo in faccia, e all’improvviso Emma si rese conto che quella posizione, con il proprio corpo sopra quello di lui, le stava dando una sensazione un po’ strana. Si accorse inoltre che, come Mark, anche Julian aveva un bel viso. Rotondo, da ragazzino, molto familiare, ma lei ne poteva indovinare l’aspetto che avrebbe avuto in futuro, da grande. Il suono del campanello d’ingresso riecheggiò nella palestra. Era un tintinnio profondo, dolce e squillante come

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quello delle campane di una chiesa. Da fuori, agli occhi dei mondani, l’Istituto appariva come il rudere di un’antica missione spagnola. Sebbene ci fossero cartelli quali proprietà privata e vietato l’ingresso disseminati un po’ ovunque, a volte qualcuno — di solito mondani con una leggera Vista — riusciva comunque a trovare l’entrata. Emma rotolò via da Julian e si aggiustò i vestiti. Non rideva più. Lui si rialzò in piedi facendo leva sulle mani, lo sguardo incuriosito. — Ehi, tutto bene? — Ho sbattuto un gomito — mentì lei, guardando verso gli altri. Livvy si stava facendo spiegare da Katerina come impugnare un coltello, mentre Ty scuoteva la testa in direzione di Mark. Ty. Quando era nato, era stata lei ad assegnargli quel soprannome: a diciotto mesi non era capace di dire “Tiberius”, ma soltanto “Ty-Ty”. A volte si domandava se lui se ne ricordasse. Aveva un senso delle priorità tutto suo, davvero imprevedibile. — Emma? — Julian si chinò in avanti, e fu come se attorno a loro tutto esplodesse all’improvviso. Ci fu un’enorme ondata di luce, e il mondo fuori dalle vetrate divenne d’oro, bianco e rosso, quasi che l’Istituto stesso avesse preso fuoco. In quel preciso istante, il pavimento sotto di loro ondeggiò come il ponte di una nave. Emma scivolò in avanti proprio mentre dal piano inferiore saliva un urlo — un urlo tremendo, irriconoscibile. Livvy trasalì e corse da Ty, prendendolo fra le braccia come se potesse circondarlo completamente e fargli scudo con il proprio corpo. Livvy era una delle pochissime persone a cui Ty permettesse di toccarlo; in quel momento era in piedi con gli occhi spalancati, una mano che strizzava una manica di sua sorella. Anche Mark era già balzato in piedi; sotto le spire dei capelli scuri, Katerina aveva il volto esangue.

— Voi restate qui — disse a Emma e Julian, sguainando la spada dal fodero che teneva allacciato in vita. — Controllate i gemelli. Mark, tu vieni con me. — No! — protestò Julian, cercando di rimettersi in piedi. — Mark… — Andrà tutto bene, Jules — gli disse lui con un sorriso rassicurante. Aveva già un pugnale in ogni mano. Era abile e veloce con i coltelli, non sbagliava un colpo. — Rimani con Emma — disse facendo un cenno a entrambi, poi svanì dietro Katerina, e la porta della palestra si richiuse sbattendo alle loro spalle. Jules si avvicinò di più a Emma, le prese una mano tra le sue e l’aiutò ad alzarsi. Emma avrebbe voluto fargli notare che stava benissimo e che poteva farcela anche da sola, ma lasciò correre. Capiva il bisogno di sentirsi occupati a fare qualcosa, qualsiasi cosa pur di essere d’aiuto. All’improvviso un altro grido si levò dal piano inferiore, seguito da uno schianto di vetri in frantumi. Emma attraversò di corsa la sala per raggiungere i gemelli, ancora immobili come statue. Livvy era cinerea in viso, Ty le stringeva la maglietta in una morsa letale. — Andrà tutto bene — disse Jules, appoggiando una mano fra le scapole esili del fratello. — Di qualunque cosa si tratti… — Tu non ne hai la minima idea — ribatté Ty, secco. — Non puoi dire che andrà tutto bene. Perché non lo sai. Seguì un altro suono. Peggiore di un grido. Fu un ululato terrificante, bestiale e malvagio. Lupi mannari? pensò Emma, sbalordita, ma le era già capitato di sentire i loro versi. E quello era qualcosa di molto più cupo e feroce. Livvy si strinse contro la spalla di Ty. Lui sollevò il visino pallido, lo sguardo che lasciava Emma per posarsi su Julian. — Se ci nascondiamo qui — e quella cosa ci trova e poi fa del male a nostra sorella, allora sarà colpa tua.

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Il viso di Livvy era nascosto contro quello di Ty, che aveva parlato con voce calma, ma si capiva bene cosa intendesse dire. Nonostante l’intelligenza spaventosa, le stranezze e l’indifferenza per il resto del mondo, il ragazzino era inseparabile dalla gemella. Se Livvy era malata, Ty dormiva ai piedi del suo letto; se si procurava un graffio, lui andava in panico. E la cosa era reciproca. Emma vide espressioni contrastanti rincorrersi sul viso di Julian. L’amico la cercò con gli occhi, lei annuì senza esitare. L’idea di rimanere lì dentro in attesa che la misteriosa fonte di quel suono andasse a prenderli tutti la faceva sentire come se la pelle le si stesse staccando dalle ossa. Julian attraversò deciso la stanza e tornò portando con sé una balestra ricurva e due pugnali. — Ty, ora devi lasciare Livvy — disse, e un secondo dopo i gemelli si separarono. Jules passò a Livvy uno dei pugnali e porse l’altro a Tiberius, che lo fissò come se fosse un oggetto alieno. — Ty — gli disse Jules, riabbassando la mano. — Perché tenevi le api in camera tua? Cos’hanno che ti piace? Nessuna risposta. — Ti piace il fatto che collaborino tra loro, giusto? — proseguì Julian. — Bene, ora anche noi dobbiamo collaborare. Dobbiamo raggiungere l’ufficio e chiamare il Conclave, okay? Una chiamata d’emergenza. Perché mandino rinforzi in nostro aiuto. Con un breve cenno, Ty tese la mano per accettare il pugnale. — È quello che avrei suggerito anch’io, se Mark e Katerina mi avessero dato ascolto. — Lui l’avrebbe fatto — disse Livvy. Aveva preso l’arma con più sicurezza rispetto a Ty, e la stringeva come se sapesse bene cosa farne. — Era quello a cui stava pensando. — Ora dobbiamo fare molto piano — riprese Jules. — Voi due mi seguirete nell’ufficio. — Alzò gli occhi, e il

suo sguardo incontrò quello di Emma. — Emma ora va a prendere Tavvy e Dru, poi ci incontriamo lì. Tutto chiaro? Il cuore di Emma fece un tuffo, cadendo in picchiata come un uccello marino. Octavius —detto Tavvy, due anni appena. E Dru, otto, ancora troppo giovane per iniziare l’addestramento fisico. Era ovvio che qualcuno dovesse andarli a recuperare. E gli occhi di Jules erano supplicanti. — Sì — disse. — È esattamente quello che sto per fare.

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Emma teneva Cortana assicurata alla schiena e aveva in mano un coltello da lancio. Aveva quasi l’impressione di poter sentire il metallo che le pulsava attraverso le vene come un battito cardiaco mentre, spalle al muro, scivolava lungo il corridoio dell’Istituto. Di tanto in tanto nelle pareti si aprivano delle finestre, e la vista dell’oceano azzurro e delle montagne verdi sormontate da nuvole candide la traeva in inganno. Pensò ai suoi genitori, da qualche parte in spiaggia, completamente ignari di cosa stesse succedendo dentro l’Istituto. Avrebbe voluto averli lì con sé, ma allo stesso tempo era felice che non ci fossero. Almeno così erano al sicuro. Ora si trovava nella parte dell’edificio che conosceva meglio: quella riservata alla famiglia Blackthorn. Sgattaiolò accanto alla camera vuota di Helen, montagne di vestiti e copriletto polveroso. Accanto a quella di Julian, una seconda casa dopo un milione di notti passate a dormirci dentro da ospite. Accanto a quella di Mark, con la porta ben chiusa. La stanza successiva era quella matrimoniale, e subito accanto c’era la nursery. Emma inspirò a fondo e aprì la porta con una spallata. Lo spettacolo che l’aspettava in quella stanzetta dipinta di azzurro le fece strabuzzare gli occhi. Tavvy era nel suo lettino, con le mani strette alle sbarre e le guance paonazze dal tanto piangere. In piedi davanti a lui c’era Drusil-


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la, con una spada in mano (solo l’Angelo sapeva dove se la fosse procurata). La stava puntando contro Emma, e la mano le tremava così tanto che l’arma oscillava a destra e a sinistra; ai lati del viso paffuto pendevano due trecce da bambina, ma lo sguardo nei suoi occhi da Blackthorn rivelava una determinazione d’acciaio: “Non ti azzardare a toccare mio fratello”. — Dru — pronunciò Emma con tutta la calma di cui era capace. — Dru, sono io. Jules mi ha mandato qui a prenderti. La bambina lasciò andare la spada − che cadde fragorosamente sul pavimento − e scoppiò in lacrime. Emma le passò subito accanto per prelevare con il braccio libero il piccolo dal suo lettino, sollevandolo e mettendoselo su un fianco. Tavvy era piccolo per la sua età, però pesava comunque più di dieci chili. Fece una smorfia quando lui le agguantò una ciocca di capelli. — Memma — disse. — Sssh! — Gli diede un bacio sulla testa. Sapeva di borotalco e di lacrime. — Dru, aggrappati alla mia cintura, okay? Adesso andiamo nell’ufficio. Lì saremo al sicuro. Dru strinse le piccole mani alla cintura delle armi di Emma; aveva già smesso di piangere. Gli Shadowhunters non lo facevano mai a lungo, nemmeno a otto anni. Emma si fece strada fuori dalla stanza, in corridoio. I suoni provenienti da sotto si erano fatti ancora più paurosi: grida interminabili, ululati gutturali, rumori di vetri infranti e legno sfasciato. Avanzò poco alla volta, stringendo forte a sé Tavvy e sussurrandogli che andava tutto bene, che non gli sarebbe successo niente di male. Passò accanto alle altre finestre, e il sole molesto che faceva irruzione attraverso i vetri quasi la accecò. Anzi, la accecò veramente, con il contributo del panico. Era l’unica ragione per giustificare la direzione sba-

gliata che imboccò subito dopo: un corridoio che anziché portarla dove si sarebbe aspettata, la fece finire in cima all’ampia scalinata che scendeva fino all’atrio e all’imponente portone d’ingresso. Shadowhunters ovunque. Alcuni, che riconosceva come i Nephilim del Conclave di Los Angeles, in tenuta da combattimento nera, altri in rosso. C’erano file di statue, ormai ribaltate a terra e ridotte a cumuli di cocci e polvere. La finestra panoramica che si affacciava sull’oceano era andata in frantumi, schegge di vetro e sangue ovunque. Emma fu assalita da un conato di vomito. Al centro dell’atrio c’era una figura alta, vestita di rosso scarlatto. Aveva i capelli biondo chiarissimo, quasi bianchi, e il viso simile a quello scolpito nel marmo di Raziel, ma senza alcuna traccia di misericordia. I suoi occhi erano neri come il carbone; in una mano teneva una spada incisa con un motivo di stelle e nell’altra un calice fatto di adamas scintillante. La vista di quella coppa fece scattare qualcosa in testa a Emma. Agli adulti non piaceva parlare di politica in presenza degli Shadowhunters più giovani, ma lei sapeva che il figlio di Valentine Morgenstern si faceva chiamare con un nuovo nome e aveva giurato vendetta al Conclave. Sapeva anche che aveva creato una coppa opposta a quella dell’Angelo, capace di trasformare gli Shadowhunters in creature spietate, demoniache. Aveva sentito il signor Blackthorn definirli “Shadowhunters oscuri” oppure “Ottenebrati”, e dire che avrebbe preferito morire piuttosto che diventare uno di loro. Allora quello era lui. Jonathan Morgenstern, chiamato da tutti Sebastian. Un personaggio uscito da una fiaba, una storia raccontata per spaventare i bambini che si faceva realtà. Il figlio di Valentine. Emma posò una mano sulla testa di Tavvy, premendosi

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il suo visino contro la spalla. Non era in grado di muoversi. Si sentiva come se avesse il piombo ai piedi. Tutto attorno a Sebastian c’erano degli Shadowhunters vestiti di nero e di rosso, oltre a misteriosi personaggi con dei mantelli scuri — anche loro Shadowhunters? Impossibile dirlo, avevano il viso coperto. E poi c’era Mark, le mani costrette dietro la schiena da uno Shadowhunter in rosso. I suoi pugnali giacevano a terra, e la tenuta da allenamento era macchiata di sangue. Sebastian alzò una mano e inarcò una delle sue lunghe dita bianche. — Portatela qui — disse. Nella folla si diffuse un brusio, e il signor Blackthorn si fece avanti trascinando con sé Katerina. Lei tentava di ribellarsi, lo colpiva a mani nude, ma lui era troppo forte. Emma guardò, in preda a un terrore incredulo, la donna che veniva spinta sulle ginocchia. — Adesso — le intimò Sebastian con voce di seta — bevi dalla Coppa Infernale. — Con quelle parole, le spinse il bordo del calice contro la bocca. In quell’istante Emma si rese conto di cosa fosse l’ululato sentito poco prima. Katerina cercava di liberarsi, ma Sebastian era implacabile: le forzò con violenza le labbra, finché Emma la vide sussultare e deglutire. A quel punto si contorse, ma il signor Blackthorn non si scompose: rideva, anzi, così come rideva Sebastian. Katerina crollò a terra, il corpo vittima degli spasmi, e dalla gola le salì un unico grido. N—o, peggio di un grido, un lamento di dolore come se le stessero strappando l’anima dal corpo. Una risata si propagò per la stanza; Sebastian sorrise, e in lui c’era qualcosa di tremendo e di bellissimo, proprio come ce n’è nei serpenti velenosi e negli squali bianchi. Emma si accorse che lui era affiancato da due compagni: una donna con i capelli castani striati di grigio, armata di ascia, e una figura alta interamente coperta da un man-

tello nero. Di quest’ultima non si vedeva niente tranne gli stivali scuri che spuntavano da sotto l’orlo della tunica. Soltanto dall’altezza e dalla stazza si poteva intuire che fosse un uomo. — Era l’ultimo degli Shadowhunters, qui dentro? — domandò Sebastian. — C’è il ragazzo, Mark Blackthorn — rispose la donna in piedi accanto a lui puntando un dito contro Mark. — Dovrebbe essere grande abbastanza. Sebastian abbassò lo sguardo su Katerina, che nel frattempo aveva smesso di contrarsi e giaceva immobile, i capelli scuri sul viso. — Alzati, sorella Katerina. — Portami Mark Blackthorn. Emma, paralizzata sul posto, rimase a guardare Katerina che lentamente si rialzava in piedi. Da che ricordasse, aveva sempre fatto la tutor all’Istituto; era stata la loro insegnante quando era nato Tavvy, quando era morta la madre di Jules, quando lei stessa aveva iniziato l’addestramento fisico. Da lei avevano imparato le lingue, si erano fatti medicare tagli e graffi e avevano ricevuto le loro prime armi. Per loro era stata come una di famiglia, e ora avanzava sulle macerie disseminate a terra, con lo sguardo vuoto, per catturare Mark. Quando Emma sentì Dru che tratteneva il respiro, tornò in sé. Si girò di scatto e mise Tavvy in braccio alla bambina, che sulle prime barcollò, ma poi riuscì a tenere ben saldo il fratellino. — Corri. — Corri nell’ufficio. Di’ a Julian che arrivo subito. La voce di Emma le aveva trasmesso un chiaro segnale d’emergenza: Drusilla non ribatté, si limitò a stringere Tavvy ancora più forte e a scappare via, con i piedi nudi che calpestavano silenziosi il pavimento del corridoio. Emma tornò a voltarsi per guardare l’orrore ancora in corso nell’atrio. Katerina era dietro Mark e lo spinge-

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va in avanti puntandogli un pugnale fra le scapole; lui inciampò e per poco non cadde davanti a Sebastian. Ora il ragazzo era più vicino alla scala, ed Emma riusciva a vedere su di lui i segni della lotta: ferite da difesa su mani e polsi, tagli sul viso − sicuramente per delle rune di Guarigione non c’era stato tempo. Tutta la guancia destra era imbrattata di sangue. Sebastian lo guardava arricciando un labbro per il disappunto. — Questo non è affatto un Nephilim — dichiarò. — Ha metà sangue di fata, sbaglio? Perché non ne sono stato informato? Ci fu un mormorio. — Significa che con lui la Coppa non funzionerà, mio signore? — chiese la donna al suo fianco. — Significa che non lo voglio — rispose. — Potremmo portarlo nella valle del sale — suggerì lei. — Oppure negli alti luoghi di Edom, sacrificandolo per il piacere di Asmodeo e di Lilith. — No — rispose lentamente Sebastian. — No. Non sarebbe saggio, credo, fare una cosa del genere a chi possiede il sangue del Popolo Fatato. Mark gli sputò addosso. Sebastian parve turbato. Si girò verso il padre di Julian: — Vieni a legarlo. — Feriscilo, se vuoi. Non avrò altra pazienza con il tuo figlio mezzosangue. Il signor Blackthorn fece un passo in avanti, armato di spadone. La lama era già sporca di sangue. Gli occhi di Mark si spalancarono per il terrore: lo spadone si sollevò e… Il coltello da lancio lasciò la mano di Emma. Si librò nell’aria e andò a piantarsi nel petto di Sebastian Morgenstern. Lui vacillò all’indietro, e la mano del signor Blackthorn che impugnava l’arma tornò al fianco. Gli altri gridavano; Mark balzò in piedi mentre Sebastian fissava sgomento la

lama nel proprio petto, l’elsa che gli sporgeva dal cuore. Fece una smorfia. — Ahia — disse, estraendo la lama. Era insanguinata, eppure lui non sembrava per nulla scosso. La gettò a terra e indirizzò lo sguardo verso l’alto. Emma poté letteralmente sentire quegli occhi neri e vuoti su di sé, come un tocco di dita gelide. Lui la stava studiando, soppesando, giudicando e infine liquidando. — È un peccato che tu non possa sopravvivere — le disse — per raccontare al Conclave di come Lilith mi abbia rafforzato oltre ogni misura. Forse solo Gloriosa potrebbe mettere fine alla mia vita. È un peccato che i Nephilim non abbiano più favori da chiedere al Paradiso. Ora nessuno di quei fragili strumenti di guerra che forgiano nella Città di Diamante può farmi alcun male. — Si rivolse agli altri. — Uccidetela — ordinò, facendo il gesto disgustato di pulirsi la giacca ormai zuppa di sangue. Emma vide Mark sfrecciare verso le scale nel tentativo di raggiungerla, ma la tetra figura al fianco di Sebastian lo fermò e lo fece tornare indietro tirandolo con le sue mani guantate di nero. Strinse le braccia intorno a Mark e lo trattenne, quasi a volerlo proteggere. Il ragazzo si dimenò, poi Emma non riuscì più a vederlo. L’orda degli Shadowhunters oscuri stava risalendo i gradini. Emma fece dietrofront e scappò. Aveva imparato a correre sulle spiagge della California, dove la sabbia cedeva a ogni passo sotto i piedi: su una superficie dura, quindi, era veloce come il vento. Sfrecciò lungo il corridoio, i capelli che le svolazzavano dietro la schiena, saltò e volò giù da una breve rampa di scale; scartò a destra e fece irruzione dentro l’ufficio. Si girò, sbatté la porta e tirò il chiavistello prima di voltarsi a guardare. L’ufficio era piuttosto ampio, le pareti tappezzate di libri da consultazione. Anche all’ultimo piano c’era una

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biblioteca, ma era da questa che il signor Blackthorn gestiva l’Istituto. La scrivania di mogano ospitava due telefoni: uno bianco, l’altro nero. Il ricevitore di quest’ultimo era staccato e Julian stringeva la cornetta, gridando nel microfono: — Dovete tenere aperto il Portale! Non siamo ancora al sicuro! Vi supplico… La porta dietro Emma tuonò quando gli Ottenebrati vi si scagliarono contro. Julian alzò lo sguardo, allarmato, e appena vide la ragazza si lasciò sfuggire di mano la cornetta. Emma ricambiò lo sguardo e poi si accorse che l’intera parete a est stava brillando. Al centro c’era un Portale, un’apertura di forma rettangolare attraverso la quale vedeva sagome d’argento vorticanti, un caos di nuvole e di vento. Barcollò per raggiungere Julian, e lui la prese per le spalle. La strinse forte con le dita, come se non credesse che fosse davvero lì, o che fosse reale. — Emma — sussurrò piano, poi la sua voce riprese un tono normale. — Ehm, dov’è Mark? Dov’è mio padre? Lei scosse la testa. — Non possono… Non sono riuscita a… — Deglutì. — È Sebastian Morgenstern — annunciò, trasalendo quando la porta tremò di nuovo sotto l’impeto di un altro assalto. — Dobbiamo tornare da loro… — proseguì, voltandosi, ma la mano di Julian era già attorno al suo polso. — Il Portale! — gridò lui sopra al suono del vento e i colpi alla porta. — Conduce a Idris! L’ha aperto il Conclave. Emma… resterà aperto solo per pochi secondi! — Ma… Mark! — protestò lei, pur non avendo la minima idea di come agire, di come farsi strada attraverso la folla di Ottenebrati, né di come sconfiggere Sebastian Morgenstern, più forte di qualsiasi altro comune Shadowhunter. — Noi dobbiamo… — Emma! — gridò Julian, poi la porta dell’ufficio si

spalancò e la feroce orda si riversò nella stanza. La ragazza udì la donna dai capelli castani che, tentando di catturarla, farneticava qualcosa a proposito del fatto che tutti i Nephilim sarebbero stati bruciati, consumati dalle fiamme di Edom, uccisi e distrutti… Julian saettò verso il Portale, trascinando Emma per mano; lanciato un ultimo sguardo dietro di sé, lei non oppose resistenza. Si abbassò quando una freccia sibilò vicinissimo a loro e mandò in frantumi una finestra alla sua destra. Julian la agguantò, frenetico, e le strinse entrambe le braccia intorno al corpo; lei sentì le dita dell’amico intrecciarlesi dietro la schiena, mentre insieme cadevano dentro il Portale, risucchiati dalla tempesta.

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parte prima

sprigionare un fuoco «…perciò in mezzo a te ho fatto sprigionare un fuoco per divorarti. Ti ho ridotto in cenere sulla terra sotto gli occhi di quanti ti guardano. Quanti fra i popoli ti hanno conosciuto sono rimasti attoniti per te, sei divenuto oggetto di terrore, finito per sempre». (Ezechiele 28: 18-19)


capitolo 1

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I

mmagina qualcosa di rilassante. La spiaggia di Los Angeles: sabbia bianca, onde azzurre che la lambiscono, tu che passeggi sulla battigia… Jace socchiuse una palpebra. — Suona molto romantico. Il ragazzo seduto di fronte a lui fece un sospiro e si passò le dita fra i capelli scuri e arruffati. Anche se era una fredda giornata di dicembre, i lupi mannari non erano sensibili al clima quanto gli umani, e Jordan se ne stava senza giacca e con le maniche della camicia arrotolate. Erano seduti l’uno di fronte all’altro su una macchia erbosa brunastra in una radura a Central Park, entrambi con le gambe incrociate e le mani sulle ginocchia, i palmi rivolti all’insù. Accanto a loro, dal terreno affiorava una roccia suddivisa in formazioni più o meno grandi, e sopra una di quelle maggiori erano appollaiati Alec e Isabelle Lightwood. Quando Jace alzò lo sguardo, Isabelle ricambiò l’occhiata e gli fece un cenno d’incoraggiamento. Notando il gesto, Alec le diede uno schiaffetto sulla spalla. Jace lo vide fare la ramanzina a Izzy, probabilmente dicendole di non interrompere la sua concentrazione. Sorrise fra sé: nessuno

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di quei due aveva davvero motivo di starsene lì, ma erano venuti comunque per offrire “sostegno morale”. Nonostante tutto, Jace sospettava che in realtà Alec non sopportasse l’idea di non avere niente da fare in quei giorni, che Isabelle detestasse il fatto di vedere suo fratello da solo e che entrambi stessero evitando genitori e Istituto. Jordan gli fece schioccare le dita sotto il naso. — Ma almeno mi stai ascoltando? Jace corrugò la fronte. — Lo stavo facendo, finché non siamo sconfinati nel territorio degli annunci di incontri per trovare l’anima gemella. — E va bene, allora dimmi: cos’è che ti fa sentire calmo e rilassato? Jace staccò le mani dalle ginocchia — la posizione del loto gli stava facendo venire i crampi ai polsi — e si appoggiò all’indietro sui gomiti. Un vento gelido scosse i resti delle fronde morte ancora appese ai rami degli alberi. Sullo sfondo del pallido cielo invernale, le foglie avevano un’eleganza sobria, come schizzi fatti a china. — Uccidere i demoni. — Una bella esecuzione netta e decisa, perché i massacri splatter sono una rottura. Dopo c’è un sacco da pulire… — No! — Jordan alzò le mani, esasperato. Da sotto le maniche della camicia spuntavano i tatuaggi che salivano a spirale lungo le braccia. Shaantih shaantih shaantih. Jace sapeva che quella parola significa “la pace che supera ogni comprensione” e che andava ripetuta tre volte a ogni occasione in cui pronunciavi il mantra, per calmare la mente. In quei giorni, tuttavia, sembrava che niente potesse calmare la sua. Il fuoco nelle vene gli faceva viaggiare anche la testa a mille, con i pensieri che si succedevano troppo in fretta uno via l’altro come un’esplosione di fuochi d’artificio. Sogni vividi e saturi di colori come dipinti a olio. Aveva cercato di sfogarsi con gli al-

lenamenti, ore e ore trascorse in palestra fra sangue, lividi, sudore e, una volta, persino dita fratturate. Alla fine era riuscito solo a irritare Alec con le continue richieste di rune di Guarigione e, in una memorabile occasione, era arrivato ad appiccare accidentalmente il fuoco a una delle travi. Era stato Simon a dirgli che il suo coinquilino faceva meditazione tutti i giorni, spiegando che imparare quella disciplina gli era servito per placare gli incontrollabili accessi di rabbia che spesso accompagnavano la trasformazione in lupo mannaro. Da quello al suggerimento di Clary per cui “tanto valeva provarci” il passo era stato breve, quindi eccoli lì, alle prese con la seconda lezione. La prima si era conclusa con Jace che aveva marchiato a fuoco il parquet di Simon e Jordan, motivo per cui quest’ultimo aveva suggerito di proseguire gli incontri all’aperto ed evitare così ulteriori danni immobiliari. — Nessuna uccisione — disse Jordan. — Stiamo cercando di farti sentire in pace. Sangue, morte e guerra sono tutto il contrario. Non c’è nient’altro che ti piaccia? — Le armi — fu la risposta di Jace. — Mi piacciono le armi. — Comincio a pensare che qui siamo alle prese con una problematica filosofia di vita. Jace si sporse in avanti, i palmi aperti sull’erba. — Io sono un guerriero. — E sono stato cresciuto come un guerriero. Non avevo giocattoli, avevo armi. Ho persino dormito con una spada di legno fino all’età di cinque anni. I miei primi libri sono stati manuali medievali di demonologia con le pagine miniate. Le prime canzoni, formule per scacciare i demoni. So cosa mi dà pace, e non sono né la sabbia delle spiagge né il canto degli uccelli nella foresta pluviale. Voglio un’arma in mano e una strategia per vincere.

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Jordan lo guardò dritto negli occhi. — In pratica mi stai dicendo che ciò che ti dà pace è la guerra. Jace alzò le braccia e si rimise in piedi, spazzolandosi via l’erba dai jeans. — Ci sei arrivato, finalmente. — Sentì l’erba secca scricchiolare dietro di sé e, quando si girò, vide Clary che si infilava nello spazio fra due alberi e riemergeva nella radura, seguita a breve distanza da Simon. Aveva le mani infilate nelle tasche posteriori dei jeans, e ridacchiava. Jace rimase a guardarli per un istante — era strano osservare gli altri quando non sapevano di avere spettatori. Ricordò la seconda volta della sua vita in cui aveva visto Clary, dall’altra parte della sala principale al Java Jones. Anche allora rideva e chiacchierava con Simon come stava facendo in quel momento. Ripensò all’insolita fitta di gelosia che gli aveva colpito il petto, togliendogli il fiato, e al senso di soddisfazione che aveva provato quando lei si era allontanata da Simon per andare a parlargli. Come cambiavano le cose. Era passato dai morsi della gelosia nei confronti di Simon a un riluttante rispetto per la sua tenacia e il suo coraggio, arrivando infine a considerarlo un amico, pur dubitando che avrebbe mai avuto il coraggio di dichiararlo a voce alta. Jace vide Clary guardare nella sua direzione e mandargli un bacio, mentre i suoi capelli rossi ondeggiavano legati in una coda di cavallo. Era così piccola… —Delicata, una bambola,— aveva pensato prima di scoprire la sua forza. Clary raggiunse Jace e Jordan, mentre Simon si fermò per arrampicarsi sul masso dove sedevano Alec e Isabelle; appena si lasciò cadere accanto a Izzy, lei si sporse per dirgli qualcosa, il viso nascosto dietro la cortina di capelli corvini. Clary si fermò di fronte a Jace, puntandosi sui talloni con un sorriso. — Come sta andando?

— Jordan vuole che pensi alla spiaggia — rispose lui, depresso. — È testardo — disse Clary, rivolta a Jordan. — Quello che vuole dire è che apprezza molto il tuo impegno. — A dire il vero no — le fece eco Jace. Jordan sbuffò. — Senza di me saresti in giro per Madison Avenue a mandare scintille da tutti gli orifizi. — Si alzò in piedi e si rimise la giacca verde. — Il tuo ragazzo è pazzo — comunicò infine a Clary. — Sì, ma è anche uno schianto — commentò lei. — Va tenuto in considerazione. Jordan fece una smorfia, ma si vedeva che era divertito. — Io vado. Mi trovo con Maia in centro. — Fece il saluto militare e si dileguò in mezzo agli alberi, scomparendo con il passo felpato del lupo qual era sotto le spoglie umane. Jace lo guardò allontanarsi. Improbabili salvatori, pensò. Se solo sei mesi prima qualcuno gli avesse detto che sarebbe finito a prendere lezioni di comportamento da un lupo mannaro, non gli avrebbe mai creduto. Negli ultimi mesi Jordan, Simon e Jace avevano stretto una sorta di amicizia. Jace non riusciva a fare a meno di sfruttare casa loro come una specie di rifugio, lontano dalle pressioni quotidiane dell’Istituto e dai continui segnali che il Conclave non era ancora preparato allo scontro con Sebastian. Erchomai. Quella parola gli sfiorò la mente con il tocco leggero di una piuma, facendolo rabbrividire. Vide l’ala di un angelo, staccata dal corpo, in una pozza di sangue dorato. Sto arrivando.

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— Cosa c’è che non va? — gli chiese Clary; all’improvviso Jace sembrava distante anni luce. Da quando il fuoco celeste era entrato nel suo corpo, lui aveva sviluppato la tendenza a perdersi più spesso nei propri pensieri. Cla-


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ry aveva la sensazione che quello fosse un effetto collaterale del suo voler sopprimere le emozioni. Avvertì una debole fitta:— quando l’aveva conosciuto, Jace le era apparso sin troppo controllato, e soltanto una piccola parte della sua vera identità riusciva a trapelare attraverso le crepe della sua armatura, come la luce attraverso le fessure di un muro. C’era voluto molto tempo per abbattere quelle difese. E ora il fuoco dentro le sue vene lo stava costringendo a rialzarle, a soffocare le emozioni per non compromettere la sicurezza in se stesso. Ma quando il fuoco fosse scomparso, sarebbe stato in grado di smantellarle di nuovo? Jace sbatté le palpebre, riscosso dalla voce di lei. Il sole invernale era alto in cielo e freddo; gli metteva in risalto le ossa del viso e le ombre sotto gli occhi. Le prese la mano, inspirando profondamente. — Hai ragione — disse con quella voce pacata e più seria del solito che riservava soltanto a lei. — Mi aiutano. Le lezioni con Jordan, intendo. Mi aiutano e sì, apprezzo il suo impegno. — Lo so. — Clary gli strinse il polso. Sentì la sua pelle calda sotto la mano, come se, da quando lui aveva incontrato Gloriosa, avesse raggiunto una temperatura di svariati gradi superiore alla norma. Il cuore di Jace continuava a battere al solito ritmo regolare, ma quando lei lo toccava sentiva il sangue nelle vene martellare con l’energia cinetica di un incendio sul punto di scoppiare. Si mise in punta di piedi per dargli un bacio sulla guancia, ma lui si girò e le loro labbra si sfiorarono. Da quando quel fuoco aveva iniziato a cantargli nelle vene, non avevano fatto niente di più che baciarsi, e pure quello con prudenza. Anche in quel momento Jace era cauto, la sua bocca scivolava morbida contro quella di lei, la mano le racchiudeva la spalla. Per un attimo furono corpo a corpo, e Clary sentì pul-

sare il sangue di lui. Jace si mosse per tirarla più vicino a sé, e fra loro scoccò una scintilla improvvisa, secca, come il crepitio della corrente statica. Jace interruppe il contatto e arretrò sussultando; prima ancora che Clary potesse dire qualcosa, un coro di applausi beffardi eruppe dalla vicina collinetta. Simon, Isabelle e Alec li stavano prendendo in giro. Jace fece un inchino, mentre Clary si allontanò un po’ timidamente, agganciando i pollici nella cintura dei jeans. Jace sospirò. — Pensi che dovremmo unirci ai nostri fastidiosi amici guardoni? — Sfortunatamente, è l’unico genere di amici che abbiamo. — Clary gli diede una spallata al braccio, e insieme camminarono verso la roccia. Simon e Isabelle, seduti fianco a fianco, parlavano a bassa voce. Alec era un pochino in disparte, lo sguardo fisso sul cellulare e un’espressione di intensa concentrazione. Jace si sedette accanto al suo parabatai. — Ho sentito dire che se fissi quei cosi abbastanza a lungo, prima o poi squillano. — Sta scrivendo un messaggino a Magnus — spiegò Isabelle, lanciando al fratello uno sguardo di disapprovazione. — Non è vero — rispose lui di scatto. — E invece sì — disse Jace, sporgendosi per sbirciarlo da sopra una spalla. — E gli hai anche telefonato. Vedo le tue chiamate in uscita. — È il suo compleanno — spiegò Alec chiudendo di scatto l’apparecchio. In quei giorni sembrava più emaciato, era quasi pelle e ossa nel maglione azzurro liso, con tanto di buchi sui gomiti; anche le labbra erano tutte mordicchiate e screpolate. A Clary dispiaceva moltissimo. Dopo che Magnus l’aveva lasciato, Alec aveva vissuto la prima settimana immerso in una specie di nebbia fatta di tristezza e incredulità. Nessuno di loro riusciva

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davvero a capacitarsene. Clary era sempre stata convinta che Magnus amasse Alec, che lo amasse sul serio, ed era evidente che anche Alec aveva creduto la stessa cosa. — Non voglio lasciargli pensare che non ho… che mi sto dimenticando di lui. — Ti stai struggendo — commentò Jace. Alec fece spallucce. — Senti chi parla. «Oh, io la amo. Oh, è mia sorella. Oh, perché, perché, perché…» Jace gli lanciò contro una manciata di foglie secche che lo fece sputacchiare. Isabelle rideva. — Sai benissimo che ha ragione, Jace. — Dammi il telefono — ordinò lui ad Alec, ignorandola. — Su, Alexander. — Non sono affari tuoi! — si difese l’altro, allontanando il cellulare. — Dimenticati questa storia, okay? — Non mangi, non dormi, fissi il cellulare e pretendi che io me ne dimentichi? — La voce di Jace era insolitamente carica di inquietudine; Clary sapeva quanto gli dispiacesse vedere Alec così triste, ma non era sicura che Alec stesso lo sapesse. In circostanze normali, Jace avrebbe ucciso, o per lo meno minacciato, chiunque avesse osato ferire il suo parabatai. Ma in quel caso era diverso: a Jace piaceva vincere, e non si può vincere contro un cuore spezzato, nemmeno se appartiene a qualcun altro. Qualcuno a cui vuoi bene. Jace si chinò in avanti e sfilò il telefono di mano ad Alec. Lui protestò e cercò di riprenderselo, ma l’altro lo tenne a distanza con una mano, usando l’altra per scorrere con abilità tra i messaggi in memoria. — magnus, per favore, richiamami. ho bisogno di sapere se stai bene… — Scosse la testa. — Okay, no. Proprio no. — Con una mossa decisa, spezzò il telefono in due. Quando buttò i pezzi a terra, lo schermo si annerì. — Ecco fatto.

Alec fissò allibito i resti del suo cellulare. — Mi hai ROTTO IL TELEFONO! L’altro fece spallucce. — I ragazzi non permettono ai ragazzi di continuare a chiamare gli altri ragazzi. Be’, mi è uscita male. Riprovo: gli amici non permettono agli amici di continuare a chiamare i loro ex per poi riattaccare. Dico sul serio. La devi piantare. Alec sembrava furibondo. — Per questo mi hai fatto a pezzi il cellulare nuovo? Grazie tante! Jace sorrise serenamente e si sdraiò sulla roccia. — Prego. — Guarda il lato positivo — intervenne Isabelle. — Non puoi più ricevere i messaggi della mamma. Oggi me ne ha inviati sei… Io ho spento — disse picchiettandosi la tasca con sguardo eloquente. — E che cosa vuole? — si informò Simon. — Riunioni costanti — rispose. — Deposizioni. Il Conclave insiste nel voler sentire e risentire che cosa è successo quando abbiamo combattuto contro Sebastian al Burren. Abbiamo dovuto fornire tutti un resoconto dettagliato, qualcosa come… cinquanta volte. Raccontare di quando Jace ha assorbito il fuoco celeste di Gloriosa. Fornire descrizioni degli Shadowhunters oscuri, della Coppa Infernale, delle armi che usavano, delle rune che avevano. E poi cosa indossavamo noi, cosa indossava Sebastian, cosa indossassero tutti gli altri! Tipo sesso telefonico, ma molto più noioso. Simon soffocò una risata. — Cosa pensiamo che vorrà Sebastian — quando tornerà — aggiunse Alec. − E come si comporterà quando lo farà. Clary puntò i gomiti sulle ginocchia. — È sempre bello sapere che il Conclave ha un piano preciso e affidabile. — Non vogliono crederci — commentò Jace, fissando il cielo. — È quello il problema. Non conta quante vol-

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te raccontiamo cosa abbiamo visto al Burren. Non conta quante volte ripetiamo che gli Ottenebrati sono pericolosi. Si rifiutano di credere che i Nephilim possano davvero essere corrotti, che ci siano Shadowhunters capaci di uccidere altri Shadowhunters. Clary era presente quando Sebastian aveva creato il primo Ottenebrato. Aveva visto il vuoto dentro a quegli occhi, la furia con cui la creatura aveva combattuto. E ne era rimasta scioccata. — Quelli non sono più Shadowhunters — precisò a bassa voce. — Non sono… persone. — Ma è difficile crederci se non li hai visti — le fece notare Alec. — E poi Sebastian non ne ha molti. Sono un gruppetto disorganizzato. Il Conclave non vuole credere che sia una vera minaccia. Oppure, se lo è, preferiscono pensare che lo sia più che altro per noi, a New York, anziché per gli Shadowhunters in generale. — Non sbagliano a dire che, se c’è qualcosa a cui Sebastian tiene, si tratta proprio di Clary — aggiunse Jace, e la ragazza sentì un brivido gelido correrle lungo la schiena, un misto di ansia e disgusto. — Lui non prova emozioni vere e proprie. Non come le nostre. Ma se dovesse provarne, allora sarebbero rivolte a lei. In fondo, nei confronti di Jocelyn ne ha: la odia. — Si interruppe, pensieroso. — Però non penso che verrà a colpire direttamente qui. Troppo… scontato. — Spero che tu lo abbia riferito anche al Conclave — gli disse Simon. — Circa un migliaio di volte. Ma non credo che tengano particolarmente in considerazione i miei punti di vista. Clary si guardò le mani. Aveva testimoniato di fronte al Conclave, come del resto tutti gli altri, e aveva risposto a ogni singola domanda. Però c’erano ancora cose su Sebastian che non aveva raccontato né ai suoi amici né a nessun altro. Cose che lui aveva detto di volere da lei.

Non aveva sognato molto da quando erano tornati dal Burren, ma se aveva incubi, erano sempre su suo fratello. — È come cercare di combattere contro un fantasma — proseguì Jace. — Non riescono a localizzarlo, non riescono a trovarlo, non riescono a trovare gli Ottenebrati. — Fanno quello che possono — commentò Alec. — Stanno rinforzando le difese attorno a Idris e Alicante. Anzi, le stanno rinforzando tutte. Hanno mandato decine di esperti sull’isola di Wrangel. L’isola di Wrangel era la sede di tutte le difese mondiali, gli incantesimi che proteggevano il globo e Idris in particolare dai demoni e dalle loro invasioni. La rete delle difese non era perfetta, e talvolta capitava che qualche creatura riuscisse a oltrepassarla, ma Clary non osava immaginare come sarebbe stato se quel sistema non fosse nemmeno esistito. — Ho sentito dire alla mamma che gli stregoni del Labirinto a spirale stanno cercando un modo per invertire gli effetti della Coppa Infernale — disse Isabelle. — Certo sarebbe più facile se avessero dei corpi da analizzare… La voce le si affievolì, e Clary sapeva perché. I corpi degli Shadowhunters oscuri uccisi al Burren erano stati portati nella Città di Ossa, affinché i Fratelli Silenti potessero esaminarli. Loro, tuttavia, non ne avevano mai avuto la possibilità. Nel corso di una sola notte, i cadaveri si erano decomposti fino a sembrare salme vecchie decenni. Non c’era stato altro da fare se non bruciare gli ultimi resti. Isabelle ritrovò la voce: — E le Sorelle di Ferro stanno sfornando armi su armi. Stiamo ricevendo migliaia di nuove spade angeliche, chakhrams, di tutto… forgiate nel fuoco celeste. — Guardò Jace. Nei giorni immediatamente successivi alla battaglia sul Burren, quando il fuoco aveva imperversato nelle vene di Jace con una violenza tale da

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farlo urlare per il dolore, i Fratelli Silenti l’avevano analizzato a ripetizione, gli avevano fatto la prova del ghiaccio e del fuoco, del metallo benedetto e del ferro freddo, per capire se c’era il modo di togliergli quel fuoco dalle vene e immagazzinarlo. Non ci erano riusciti. Il fuoco di Gloriosa, un tempo condensato in una spada, pareva non avere fretta di abitarne un’altra, o comunque di lasciare il corpo di Jace per qualsiasi altro veicolo. Fratello Zaccaria aveva raccontato a Clary che all’inizio della storia degli Shadowhunters, i Nephilim avevano cercato di intrappolare il fuoco celeste in un’arma, qualcosa da poter brandire contro i demoni. Non ce l’avevano mai fatta, e alla fine le spade angeliche erano diventate le loro armi d’elezione. Anche con Jace i Fratelli si erano arresi: il fuoco di Gloriosa si rintanava nelle sue vene come un serpente, e il meglio in cui lui potesse sperare era imparare a controllarlo per non farsi distruggere. All’improvviso si sentì il suono di un messaggio in arrivo: Isabelle aveva riacceso il cellulare. — La mamma dice di tornare all’Istituto, adesso — annunciò. — C’è non so quale riunione e dobbiamo partecipare anche noi. — Si alzò, riaggiustandosi il vestito. — Ti inviterei, eh — disse a Simon — ma sai com’è, sei bandito in quanto non morto eccetera eccetera… — Sì, me lo ricordo — rispose lui, alzandosi a sua volta. Clary fece lo stesso e porse una mano a Jace, che si tirò in piedi a sua volta. — Io e Simon andiamo a fare shopping natalizio — lei disse — e nessuno di voi può accompagnarci perché dobbiamo comprare i vostri regali! Alec fece una faccia inorridita. — Oddio. Quindi anch’io devo prendervi qualcosa? Clary scosse la testa. — Ma scusate, gli Shadowhun-

ters non… Natale, gente. Avete presente? — All’improvviso le tornò in mente la cena piuttosto imbarazzante che avevano organizzato per il Giorno del Ringraziamento a casa di Luke: quando avevano chiesto a Jace di tagliare il tacchino, lui aveva infierito sul volatile con una spada finché non ne erano rimasti che minuscoli brandelli. Quindi forse no, non ce l’avevano presente. — Noi ci scambiamo regali per rendere omaggio al cambio delle stagioni — spiegò Isabelle. — D’inverno una volta si festeggiava l’Angelo, il giorno in cui Jonathan Shadowhunter ricevette gli Strumenti Mortali. Però credo che molti Shadowhunters si siano stancati di essere esclusi da tutti i festeggiamenti dei mondani, quindi oggi diversi Istituti organizzano una festa anche a Natale. Quella di Londra è famosa. — Si strinse nelle spalle. — Solo che secondo me noi non ne la faremo… quest’anno. — Oh. — Clary si sentì una stupida. Ovvio che non volessero festeggiare il Natale, dopo aver perso Max. — D’accordo, però almeno accettate i regali. Non deve esserci per forza una festa o qualcosa del genere. — Esatto. — Simon alzò le braccia al cielo. — Io devo comprare i regali di Hanukkah. Lo impone la legge ebraica. Il Dio degli ebrei è un Dio collerico. E molto orientato ai regali. Clary gli sorrise. Ormai per Simon era sempre più facile pronunciare la parola “Dio”. Jace sospirò e diede a Clary un bacio — un rapido sfregamento di labbra sulla tempia, che però le diede i brividi. Il fatto di non poter toccare Jace né baciarlo come avrebbe voluto cominciava a farle ribollire il sangue. Gli aveva promesso che la sua condizione non avrebbe mai avuto importanza, che lei lo avrebbe amato anche se non avessero mai più potuto toccarsi, ma odiava dover sentire la mancanza della sintonia che c’era sempre stata fra i

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loro corpi. — A dopo — la salutò lui. — Io torno all’Istituto con Alec e Izzy. — No, invece — lo interruppe inaspettatamente Isabelle. — Hai rotto il telefono di Alec. Certo, è quello che tutti volevamo fare da settimane, ma… — ISABELLE — la rimproverò il fratello. — Ma il fatto è che tu sei il suo parabatai, e sei anche l’unico che non ha ancora visto Magnus. Vai a parlargli. — Per dirgli cosa? Non puoi convincere la gente a restare per forza con qualcuno… O forse sì — aggiunse appena vide la faccia di Alec. — Non si sa mai. Farò un tentativo. — Grazie. — Alec gli diede una stretta alla spalla. — Ho sentito dire che, quando vuoi, sai essere adorabile. — L’ho sentito dire anch’io — ribatté l’altro, mettendosi a correre all’indietro. Clary pensò, sconsolata, che fosse aggraziato anche in quello. E sexy. Decisamente sexy. Alzò la mano per fargli un saluto poco entusiasta. — A più tardi! — gli gridò. Se non sarò morta prima di frustrazione. I Fray non erano mai stati una famiglia particolarmente osservante, ma Clary adorava la Fifth Avenue nel periodo natalizio. L’aria profumava di caldarroste e le vetrine dei negozi luccicavano d’argento, blu, verde e rosso. Quell’anno, a ogni lampione erano stati appesi grossi fiocchi di neve in cristallo, che riflettevano la luce del sole invernale in tanti dardi dorati. Per non parlare dell’enorme albero addobbato al Rockfeller Center; lei e Simon erano sotto la sua ombra quando si appoggiarono alla transenna della pista di pattinaggio per guardare i turisti che cadevano mentre cercavano di scivolare sul ghiaccio. Clary stringeva fra le mani un bicchiere di cioccolata calda che le irradiava calore in tutto il corpo. Si sentiva quasi normale: andare sulla Fifth a vedere le vetrine e

l’albero di Natale era una tradizione che lei e Simon rispettavano da sempre. — Sembra di essere tornati ai vecchi tempi, eh? — le disse lui, facendo eco ai suoi pensieri mentre posava il mento sulle braccia conserte. Clary provò a guardarlo senza farsi notare. Simon indossava un soprabito e una sciarpa neri che facevano risaltare il suo pallore; le occhiaie erano il segno che non si era nutrito di recente. Aveva l’aspetto di quello che era: un vampiro stanco e affamato. Be’, pensò, quasi come ai vecchi tempi. — C’è più gente a cui bisogna comprare un regalo. — Oltre all’eterno dilemma: «Cosa compro per il primo Natale in cui stiamo assieme?» — Cosa si regala a uno Shadowhunter che ha già tutto? — disse Simon con un sorriso. — A Jace piacciono più che altro le armi. Ama anche i libri, ma all’Istituto c’è una biblioteca fornitissima. Adora la musica classica… — Clary si illuminò. Simon era un musicista: anche se il suo gruppo faceva pena e cambiava nome di continuo (in quel momento erano i Lethal Soufflé), conosceva bene la materia. — Che cosa regaleresti a uno che suona il pianoforte? — Un pianoforte. — Simon! — Un grande, gigantesco metronomo da poter usare anche come arma? Clary sbuffò, esasperata. — Spartiti. Rachmaninoff è tosto, e a Jace piacciono le sfide. — Buona idea. Allora guardo se qui in giro c’è un negozio di musica. — Aveva finito la cioccolata calda; buttò il bicchiere di cartone in un vicino cestino della spaz-

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zatura ed estrasse il cellulare dalla tasca. — E tu? Cosa regali a Isabelle? — Non ne ho la minima idea — ammise Simon. Avevano cominciato a incamminarsi verso il viale, dove un flusso continuo di pedoni con gli occhi incollati alle vetrine intasava la circolazione. — Oh, dai. Isabelle è una facile. — Ehi, è della mia ragazza che stai parlando! — Simon aggrottò le sopracciglia. — O almeno credo. Non ne sono sicuro, non ne abbiamo parlato. Della nostra storia, intendo. — DTR, Simon. Davvero. — Che cosa? — È arrivato il momento di Definire il Tipo di Relazione. Cos’è, dove sta andando. Siete ragazzo e ragazza, vi state divertendo e basta, “è complicato” o cosa? Quand’è che lei lo dirà ai suoi genitori? Tu puoi vedere altra gente? Simon impallidì ancora di più. — Eh? Ma parli sul serio? — Sul serio. Nel frattempo… profumo! — Lo afferrò per il collo del soprabito e lo trascinò in un negozio di cosmetici. L’interno era enorme, con file di boccette scintillanti ovunque. — Ah, qualcosa di originale — aggiunse dirigendosi verso la zona dedicata alle fragranze. — Isabelle non vorrà certo avere lo stesso odore di chiunque altro. Vorrà sapere di fichi, di vetiver, o di… — Fichi? Perché, i fichi hanno un odore? — Simon sembrava inorridito. Clary stava per scoppiare a ridere, ma in quell’istante sentì squillare il telefono. Era un messaggio di sua madre. dove sei? Sbuffò, scocciata, e rispose. Jocelyn continuava a essere nervosa quando pensava che sua figlia fosse in giro con Jace. E questo nonostante lei gli avesse fatto notare che lui era probabilmente il ragazzo più sicuro al mon-

do, non potendo (1) arrabbiarsi, (2) fare avances sessuali, (3) in generale fare qualsiasi cosa in grado di produrre una scarica di adrenalina. D’altro canto, però, non si poteva negare che Jace fosse stato effettivamente posseduto; sia lei sia sua madre l’avevano visto mentre lasciava che Sebastian minacciasse Luke. Clary ancora non aveva parlato di tutto ciò a cui aveva assistito nella casa condivisa con Jace e Sebastian per quel breve periodo fuori dal tempo tra il sogno e l’incubo. Non aveva mai detto a sua madre che Jace aveva ucciso; c’erano cose che non necessariamente Jocelyn non aveva bisogno di sapere, cose che lei stessa non voleva affrontare. — Questo negozio è pieno di roba per cui Magnus impazzirebbe, secondo me — disse Simon prendendo una confezione di olio per il corpo tempestato di glitter. — Va contro qualche regola comprare regali per uno che si è lasciato con un tuo amico? — Dipende... Sei più amico di Magnus o di Alec? — Alec si ricorda il mio nome — disse Simon, rimettendo a posto il flacone. — E mi dispiace per lui. Capisco perché Magnus l’abbia fatto, ma Alec è davvero, davvero a pezzi. Credo che, quando una persona ti ama, allora dovrebbe anche perdonarti, se tu sei sinceramente dispiaciuto. — Io penso che dipenda da quello che hai fatto — commentò Clary. — Non sto parlando del caso di Alec, dico in generale. Sono sicura che a te Isabelle perdonerebbe qualsiasi cosa — si affrettò ad aggiungere. Simon non sembrava molto convinto. — Sta’ fermo — gli ordinò, armeggiando con una boccetta vicino alla sua testa. — Fra tre minuti ti annuso il collo. — Questa, poi — ribatté Simon. — Ne hai aspettato di tempo per fare la prima mossa, Fray! Scusa se te lo dico. Clary non se la prese per la frecciatina; stava ancora pen-

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sando a quello che Simon aveva detto a proposito del perdono, rievocando però l’immagine di qualcun altro: altra voce, altro viso, altri occhi. Sebastian, seduto di fronte a lei a Parigi. «Pensi di potermi perdonare? Voglio dire, pensi che il perdono sia possibile per una persona come me?» — Ci sono cose che non si possono perdonare— . Io non potrò mai perdonare Sebastian. — Ma tu non gli vuoi bene. — No. Però è mio fratello. Se le cose stessero diversamente, allora… — Il fatto era che non stavano diversamente. Clary si scrollò via il pensiero e si avvicinò al collo di Simon per annusarlo. — Sai di fichi e albicocche. — Sei davvero convinta che Isabelle voglia avere lo stesso odore di un mix di frutta disidratata? — Forse no. — Prese un’altra boccetta. — E quindi cosa pensi di fare? — Quando? Clary alzò lo sguardo, abbandonando il dilemma su quale fosse la differenza tra una rosa e una tuberosa, e vide Simon che la squadrava con gli occhi castani traboccanti di perplessità. — Be’, non potrai vivere con Jordan per sempre, giusto? C’è il college… — Tu al college non ci andrai. — No, ma io sono una Shadowhunter. Proseguiamo gli studi dopo i diciotto anni, ci assegnano ad altri Istituti… È quello il nostro college. — Non mi piace pensare che te ne andrai. — Si infilò le mani nelle tasche del soprabito. — Io al college non posso andarci. Mia madre non è esattamente disposta a pagarmelo, e io non posso accedere ai prestiti per studenti. Legalmente sono morto. E poi, quanto ci metterebbero i miei compagni ad accorgersi che loro invecchiano e io no? Non so se ci hai mai fatto caso, ma i laureati di solito non hanno la faccia da sedicenni…

Clary rimise a posto il profumo. — Simon… — Forse dovrei comprare qualcosa per mia madre — disse il ragazzo con amarezza. — Cos’è che esprime al meglio un messaggio tipo «Grazie per avermi sbattuto fuori casa facendo finta che sia morto»? — Le orchidee? A Simon però era passata la voglia di scherzare. — Forse è davvero tutto diverso. Una volta ti avrei preso una scatola di pastelli o qualcos’altro per disegnare, ma ormai hai lasciato perdere, vero? A parte usare lo stilo, intendo, tu non disegni più. E io non respiro. Non è esattamente come l’anno scorso. — Secondo me dovresti parlarne con Raphael. — Con Raphael?! — Lui sa come vivono i vampiri. Come si gestiscono la vita, come fanno soldi, come trovano una casa… Lui certe cose le sa. E potrebbe darti una mano. — Lui potrebbe, ma io non voglio — dichiarò Simon con espressione contrariata. — Non ho più avuto notizie della banda del Dumort da quando Maureen ha preso il posto di Camille. So che Raphael è il suo vice, e sono anche abbastanza sicuro che, secondo loro, io porto ancora il Marchio di Caino, altrimenti a quest’ora avrebbero già mandato qualcuno a farmi una visitina. Questione di tempo. — No. Sanno di non doverti toccare, altrimenti sarebbe guerra con il Conclave. L’Istituto è stato molto, molto chiaro in proposito. Sei protetto, Simon. — Clary, nessuno di noi è davvero protetto. Prima che potesse rispondere, la ragazza sentì qualcuno che chiamava il suo nome. Sbigottita, alzò lo sguardo e vide sua madre che si faceva largo tra la folla di clienti. Fuori dalla vetrina c’era anche Luke, in attesa sul marciapiede. Con la sua inseparabile camicia di flanel-

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la, sembrava un pesce fuor d’acqua in mezzo ai modaioli newyorkesi. Una volta uscita dalla calca, Jocelyn corse dai ragazzi e prese Clary fra le braccia. Lei, attonita, sbirciò Simon da sopra la spalla della madre. Lui fece spallucce. — Avevo paura che ti fosse successo qualcosa! — esclamò Jocelyn quando finalmente sciolse l’abbraccio. — Da Sephora? — fece Clary. Sua madre aggrottò la fronte. — Non hai saputo? Pensavo che a quest’ora Jace ti avesse già avvisata! Clary sentì un’ondata improvvisa di gelo correrle nelle vene, come se avesse inghiottito dell’acqua ghiacciata. — No... Che cosa è successo? — Scusaci, Simon, ma io e Clary dobbiamo andare subito all’Istituto. Non c’erano stati grandi cambiamenti in casa di Magnus dalla prima volta in cui Jace ci aveva messo piede. Lo stesso piccolo ingresso, la solita lampadina nuda. Jace usò una runa di Apertura per varcare il portone principale, affrontò i gradini due alla volta e poi suonò il campanello dell’appartamento. Più sicuro che ricorrere a un’altra runa, pensò. Dopotutto, il padrone di casa poteva essere intento a giocare nudo ai videogame, o a fare chissà cosa. Chi poteva sapere come occupavano il tempo libero gli stregoni? Suonò una seconda volta, indugiando più a lungo sul pulsante. Altri due tentativi insistenti, e finalmente Magnus spalancò la porta. Sembrava infuriato. Indossava una vestaglia di seta nera sopra una camicia bianca elegante e un paio di pantaloni in tweed. Piedi nudi, capelli scompigliati, un’ombra di barba. — Che ci fai tu qui? — Ahi, ahi, ahi. Che pessimo benvenuto… — Perché benvenuto non lo sei. Jace inarcò un sopracciglio. — Pensavo fossimo amici.

— No. Tu sei amico di Alec. Alec era il mio ragazzo, perciò dovevo tollerarti anch’io. Ora però non stiamo più insieme, quindi la tolleranza è finita. Non che qualcuno di voi l’abbia capito, sia chiaro. Sarai… Cosa, il quarto? Il quarto della combriccola che viene a disturbarmi. — Magnus si mise a enumerare sulle lunghe dita. — Clary. Isabelle. Simon… — Simon è venuto qui? — Mi sembri sorpreso. — Non pensavo fosse così coinvolto dalla tua storia con Alec. — Io non ho una storia con Alec — ribatté lapidario lo stregone, ma Jace si era già fatto largo oltre l’uscio con un colpo di spalla per poi fermarsi nel salotto, dove si guardò attorno incuriosito. Una delle cose che gli erano sempre piaciute nell’appartamento di Magnus era il fatto che di rado avesse due volte lo stesso aspetto. Poteva presentarsi come un ampio loft moderno. O come un bordello francese, una fumeria d’oppio di epoca vittoriana, o ancora l’abitacolo di una navicella spaziale. Il quel momento, invece, era cupo e disordinato. Il tavolino giaceva sotto montagne di vecchi contenitori d’asporto di cibo cinese. Il Presidente Miao era sdraiato sul tappeto con tutte e quattro le zampe distese all’infuori, come un cervo morto. — Qui c’è puzza di cuore infranto — fu il commento di Jace. — È il cibo cinese. — Magnus si abbandonò sul divano e allungò le gambe affusolate. — Dai, falla finita. Di’ quello che sei venuto a dire. — Penso che dovresti rimetterti con Alec. Magnus alzò gli occhi al cielo. — E perché, scusa? — Perché è ridotto come uno straccio. Ed è pentito per ciò che ha fatto. Non ci riproverà.

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— Oh, vuoi dire che non tramerà più alle mie spalle con uno dei miei ex partner per accorciarmi la vita? Molto nobile da parte sua. — Magnus… — Certo, Camille è morta, quindi, anche volendo… — Sai cosa voglio dire. Non ti mentirà, non ti ingannerà, non ti nasconderà più niente né ripeterà la vera azione per cui sei arrabbiato con lui, qualunque sia. — Si buttò su una poltrona reclinabile in pelle e inarcò un sopracciglio. — Dunque? Magnus si mise su un fianco. — A te cosa importa se Alec sta male? — Cosa mi importa?! — esclamò Jace così forte che il Presidente Miao si mise dritto a sedere come se gli avessero dato la scossa. — Mi importa un sacco. È il mio migliore amico, il mio parabatai. E sta malissimo. Come te, del resto, a giudicare da quello che vedo. Cartoni vuoti di cibo da asporto ovunque, tu che non hai fatto niente per dare una sistemata, il gatto che sembra morto… — Non è morto. — A me importa di Alec — ribadì Jace fissando Magnus con sguardo deciso. — M’importa di lui più di quanto m’importi di me stesso. — Non hai mai pensato — disse lo stregone con aria meditabonda, cercando di staccarsi un rimasuglio di smalto dalle unghie — che tutta questa storia del parabatai sia piuttosto crudele? Te lo puoi scegliere, ma non puoi mai liberartene. Nemmeno se ti si rivolta contro. Guarda Luke e Valentine. E anche se, per certi versi, il tuo parabatai è la persona che ti è più vicina al mondo, non puoi innamorartene. Se muore, poi, muore anche una parte di te stesso. — Come fai a sapere tutte queste cose sui parabatai? — Conosco gli Shadowhunters — rispose Magnus, dando una pacca sul cuscino del divano accanto a sé; il Pre-

sidente Miao salì e gli strofinò la testa contro. Le lunghe dita dello stregone affondarono nel pelo felino. — E da molto tempo. Siete strane creature. Tutta fragile nobiltà e umanità da un lato, tutto sconsiderato fuoco degli angeli dall’altro. — Fece saettare gli occhi su Jace. — Soprattutto tu, Herondale, perché il fuoco degli angeli ce l’hai nel sangue. — Ti era mai capitato di essere amico di uno Shadowhunter? — Amico… — ripeté Magnus. — Che cosa intendi di preciso? — Lo sapresti, se ti fosse successo. È così? Hai degli amici? A parte la gente che affolla le tue feste, intendo. Molte persone hanno paura di te, oppure sembra che ti debbano qualcosa, oppure hai dormito con loro una volta, ma di amici… A me non sembra che tu ne abbia molti. — Be’, questa è una novità — commentò lo stregone. — Nessuno fra gli altri del gruppo aveva cercato di insultarmi. — Sta funzionando? — Se mi stai chiedendo se all’improvviso mi sento in dovere di tornare con Alec, allora no. Mi è venuta un’insolita voglia di pizza, ma potrebbe non c’entrare nulla. — Alec mi aveva detto che fai così — ribatté Jace. — Che svii le domande personali sul tuo conto ricorrendo alle battute. Magnus strinse lo sguardo a fessura. — E sarei l’unico a fare così? — Già, accetta la critica da chi ne sa qualcosa. Detesti parlare di te e preferisci far arrabbiare la gente piuttosto che essere compatito. Quanti anni hai, Magnus? Voglio la risposta vera. Lo stregone tacque. — Come si chiamavano i tuoi genitori? Tuo padre? Magnus lo fulminò con i suoi occhi verde-oro. — Se

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avessi voglia di stare su un divano a lagnarmi con qualcuno dei miei genitori, mi rivolgerei a uno psichiatra. — Ah, ma le mie prestazioni sono gratuite. — Sì, l’ho sentito dire. Jace sorrise e si accomodò meglio. Sull’ottomana c’era un cuscino con il disegno dell’Union Jack; lo prese e se lo infilò dietro la testa. — Non ho nessun impegno. Posso restarmene seduto qui tutto il giorno. — Fantastico — disse Magnus. — Allora schiaccerò un pisolino. — Si allungò per prendere una coperta appallottolata sul pavimento e, in quel momento, il cellulare di Jace si mise a suonare. Lo stregone si bloccò senza completare il suo gesto, guardando l’altro che si frugava in tasca e poi rispondeva. Era Isabelle. — Jace? — Sì. Sono a casa di Magnus. Forse stiamo facendo progressi. Che c’è? — Torna qui — gli disse lei, e il ragazzo si mise dritto sulla schiena, facendo cadere il cuscino a terra. La voce di Izzy era molto tesa. Ne percepiva chiaramente il tono aspro, come le note stonate di un pianoforte male accordato. — All’Istituto. Subito, Jace. — Cosa c’è? Cos’è successo? — Anche Magnus si tirò su, lasciando la coperta a terra. — Sebastian — fu la risposta di Isabelle. Jace chiuse gli occhi. Vide sangue dorato e piume bianche sparse su un pavimento di marmo. Ricordò l’appartamento, un coltello fra le mani, il mondo ai suoi piedi, la stretta di Sebastian attorno al polso, quegli occhi neri impenetrabili che lo guardavano colmi di lugubre ironia. Sentiva un fischio nelle orecchie. — Cos’è successo? — La voce di Magnus fece irruzione nei suoi pensieri. Si accorse di essere già sulla porta, il

cellulare di nuovo in tasca. Si voltò. Magnus era dietro di lui, l’espressione attonita. — È Alec? Sta bene? — Cosa te ne importa? — gli rispose Jace, facendolo trasalire. Era la prima volta che vedeva trasalire lo stregone, e solo questo gli impedì, uscendo, di sbattere la porta.

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Appese nell’ingresso dell’Istituto c’erano decine di giacche e giacconi mai visti prima. Clary sentì la morsa della tensione premerle sulle spalle mentre abbassava la cerniera del suo cappotto di lana e poi lo appendeva a uno dei ganci lungo le pareti. — E Maryse non ha detto di cosa si trattava? — domandò. I picchi del suo tono erano stati limati dall’ansia. Jocelyn si era liberata il collo da una lunga sciarpa grigia, e alzò a malapena lo sguardo quando Luke gliela prese per appenderla. Gli occhi verdi della donna saettavano qui e là per tutta la stanza, registrando la gabbia dell’ascensore, il soffitto a volta sopra la sua testa, gli affreschi sbiaditi di uomini e angeli. Luke scosse la testa. — Solo che il Conclave è stato attaccato, e che noi dovevamo presentarci qui il prima possibile. — È quel “noi” la parte che mi preoccupa. — Jocelyn si raccolse i capelli in uno chignon dietro la nuca, assicurandolo con le dita. — Sono anni che non metto piede in un Istituto. Perché mi vogliono qui? Luke le strinse una spalla, rassicurante. Clary sapeva di cosa aveva paura Jocelyn, di cosa avevano paura tutti quanti. Poteva esserci un solo motivo se il Conclave aveva richiesto la presenza di sua madre: c’erano notizie di suo figlio. — Maryse ha detto che li avremmo trovati in biblioteca — riferì Jocelyn. Clary fece strada. Sentiva, dietro di sé, Luke e sua madre che discutevano, oltre al suono debole


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dei loro passi, quelli di lui più lenti di una volta. Non si era più ripreso completamente dalla ferita che, a novembre, lo aveva quasi ucciso. Tu lo sai perché siete qui, vero? le sussurrò un soffio di voce dentro la testa. Clary si rendeva conto che non era reale, ma non bastava. Non rivedeva suo fratello dallo scontro al Burren, però lo portava dentro di sé in angolino della mente, un fantasma invadente e sgradito. Per me. Avete sempre saputo che non me ne sarei andato per sempre. Vi avevo detto che cosa sarebbe accaduto. Ve lo avevo scandito. Erchomai. Sto arrivando. Avevano raggiunto la biblioteca. Dalla porta semiaperta usciva un’accozzaglia di voci. Jocelyn si fermò un istante, la faccia tirata. Clary appoggiò la mano sul pomolo. — Sei pronta? — Fino a quel momento non aveva notato l’abbigliamento di sua madre: jeans neri, stivali neri, dolcevita nero. Come se, senza nemmeno pensarci, avesse scelto quanto di più simile a una tenuta da combattimento. Jocelyn annuì. Qualcuno aveva spostato tutti i mobili, creando al centro della stanza un ampio spazio proprio sopra il mosaico con l’Angelo, su cui era stato collocato il massiccio tavolo formato da un’enorme lastra di marmo in equilibrio su due angeli di pietra inginocchiati. Tutto attorno erano seduti i membri del Conclave. Di alcuni, come nel caso di Kadir e Maryse, Clary conosceva il nome; altri erano soltanto volti familiari. Maryse, in piedi, spuntava sulle dita un nome di città dopo l’altro, declamandoli tutti a gran voce: — Berlino. Nessun sopravvissuto. Bangkok. Nessun sopravvissuto. Mosca. Nessun sopravvissuto. Los Angeles…

— Los Angeles? — la interruppe Jocelyn. — Ma è dove stanno i Blackthorn. State dicendo che sono… Maryse sembrò colta alla sprovvista, come se fino a quell’istante non si fosse accorta dell’arrivo di Jocelyn. I suoi occhi azzurri si posarono solo un attimo su Luke e Clary. La donna aveva l’aria tesa, esausta, i capelli tirati all’indietro in una pettinatura austera; sulla manica della giacca sartoriale, una macchia. Vino rosso, o forse sangue. — Ci sono alcuni sopravvissuti. Bambini. Adesso si trovano a Idris. — Helen — disse Alec, e Clary pensò alla ragazza che al Burren aveva lottato contro Sebastian insieme a loro. Se la ricordava, nella navata dell’Istituto, in compagnia di un ragazzino dai capelli scuri che le stava aggrappato al polso. «Mio fratello, Julian.» — La ragazza di Aline — gli fece spontaneamente eco Clary, e notò che il Conclave le rivolse uno sguardo di malcelata ostilità. Facevano sempre così, come se quello che lei era e rappresentava li rendesse quasi incapaci di vederla. La figlia di Valentine. La figlia di Valentine. — Sta bene? — Era a Idris, con Aline — spiegò Maryse. — I suoi fratelli e sorelle minori sono sopravvissuti, ma sembra che ci sia stato un problema con il fratello maggiore, Mark. — Un problema? — intervenne Luke. — Che cosa sta succedendo esattamente, Maryse? — Non credo conosceremo la vera storia finché non andremo a Idris — rispose lei, lisciando all’indietro i capelli già lisci. — Ma ci sono stati degli attacchi, più attacchi nel giro di due notti, a sei Istituti. Ancora non siamo sicuri di come abbiano fatto a introdursi al loro interno, ma sappiamo che… — Sebastian — disse Jocelyn. Teneva le mani sprofondate nelle tasche dei pantaloni neri, ma Clary sospetta-

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va che, se non fosse stato così, gliele avrebbe viste serrate a pugno. — Arriva al punto, Maryse. Mio figlio. Non mi avresti fatto venire qui se non fosse stato lui il responsabile. Mi sbaglio? — Gli occhi di Jocelyn incontrarono quelli di Maryse, e Clary si domandò se quella fosse la stessa situazione di quando le due donne erano entrambe membri del Circolo: gli spigoli aguzzi delle loro personalità che sfregavano l’uno contro l’altro, mandando scintille. Prima che Maryse potesse rispondere, la porta si aprì e Jace entrò nella stanza. Era congestionato dal freddo, la testa scoperta, i capelli biondi scompigliati dal vento. Le mani, senza guanti, avevano le estremità arrossate e portavano segni di Marchi vecchi e nuovi. Vide Clary e le rivolse un rapido sorriso, poi si accomodò su una sedia accostata a una parete. Luke, come suo solito, tentò di fare da mediatore. — Maryse? È Sebastian il responsabile? La donna trasse un respiro profondo. — Sì, è lui. E ha con sé gli Ottenebrati. — Certo che è lui! — esclamò Isabelle. Fino a quel momento aveva tenuto la testa bassa sul tavolo, ma adesso l’aveva rialzata. Il suo viso era una maschera di odio e rabbia. — Aveva detto che stava arrivando ed eccolo qui, arrivato. Maryse sospirò. — Pensavamo che avrebbe attaccato Idris, tutti i sospetti si concentravano su quell’obiettivo. Non sugli Istituti. — Quindi Sebastian ha fatto quello che non vi aspettavate — intervenne Jace. — Peccato che lui faccia sempre quello che non vi aspettate. Forse il Conclave dovrebbe pensarci, no? — Fece una pausa. — Ve lo avevo detto. Vi avevo detto che avrebbe voluto altri soldati. — Jace, così non ci sei d’aiuto — lo rimproverò Maryse. — Non ci stavo nemmeno tentando.

— Io pensavo che il suo primo attacco sarebbe stato qui — disse Alec. — A parte quello che stava dicendo Jace, che comunque è vero, tutti quelli che lui odia o ama sono qui. — Lui non ama nessuno — esplose Jocelyn. — Mamma, basta. — Clary sentiva il cuore che le martellava dolorosamente nel petto, ma, allo stesso tempo, provava uno strano senso di sollievo. Tutto quel tempo passato ad attendere il ritorno di Sebastian, e adesso era successo davvero. L’attesa era finita: ora sarebbe iniziata la guerra. — Quindi che cosa dovremmo fare? Fortificare l’Istituto? Nasconderci? — Lasciami indovinare — rispose Jace con un tono che grondava sarcasmo. — Il Conclave ha indetto un Consiglio. Un’altra riunione! — Il Conclave ha ordinato l’evacuazione immediata — rispose Maryse. A quella notizia, tutti rimasero senza parole, persino Jace. — Tutti gli Istituti devono essere sgombrati. Tutti gli Shadowhunters devono fare ritorno ad Alicante. Le difese attorno a Idris verranno raddoppiate a partire da domani. Nessuno sarà più in grado di entrare né di uscire. Isabelle deglutì. — E quando ce ne dovremmo andare da New York? Maryse si drizzò sulla schiena. Parte dei suoi modi autoritari aveva fatto ritorno: la bocca era una linea sottile, la mascella irrigidita dalla determinazione. — Andate a fare le valigie — annunciò. — Partiamo stanotte.

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Città di fuoco cassandra clare anteprima  

Prologo e Anteprima dell'ultimo capitolo della Shadowhunters Saga di Cassandra Clare. Gentile concessione di Chrysalide. Copyright Mondadori

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