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PIETRA E ACCIAIO Quaderni dell’Associazione per gli Studi di Storia e Architettura Militare Comitato di redazione Pier Giorgio Corino, Pietro Mongiano, Giorgio Ponzio Per qualsiasi comunicazione: info@fortebramafam.it

Sommario settembre 2012 Pier Giorgio Corino:

Davide Bagnaschino Massimo Robotti Giorgio Ponzio:

Diario di un sergente della Fanteria Carrista

Il Vallo Alpino a Gouta Da Valcavera a Margherina. Trune e ricoveri al colle del Mulo Il campo trincerato nella fortificazione moderna II parte, un esempio: il campo del Lazzarà

I singoli autori sono i soli responsabili di quanto contenuto nel loro articoli. L’Associazione per gli studi di storia e architettura militare declina pertanto ogni responsabilità in merito, dichiarandosi fin da ora estranea a qualsiasi controversia che ne dovesse sorgere

ASSOCIAZIONE PER GLI STUDI DI STORIA E ARCHITETTURA MILITARE Sede legale Strada Forte Bramafam 10052 Bardonecchia - Torino Partita IVA: 08859900014 - Codice fiscale: 97536330018 http://www.fortebramafam.it e-mail: info@fortebramafam.it


PIETRA E ACCIAIO - SETTEMBRE 2012

DIARIO DI UN SERGENTE DELLA FANTERIA CARRISTA di Pier Giorgio Corino I ricordi delle persone con lo scorrere degli anni si affievoliscono, spesso si modificano; un diario conserva più fedelmente le memorie di quanto vissuto. La vita militare forse non era uno dei momenti più indicati per scrivere, ma nel corso degli eventi bellici per alcuni fu un’icona per preservare la propria identità; se tutto poi andava bene, il ritorno a casa. I diari, se conservati, finivano nel dimenticatoio. A distanza di anni, avere l’occasione di ritrovare un diario è come aprire una finestra sul passato, una miniera di informazioni e di particolari sulla quotidianità, dalle armi ai luoghi, la narrazione degli eventi, visti da chi a volte ne era uno degli attori. Sono talvolta ricordi diversi dalla storia ufficiale, note anche crude, scomode, ma non sono da dimenticare. Sui gradini del monumento ai caduti francesi al Colle del Moncenisio, un tempo il fascio littorio che si ergeva a fianco della vecchia frontiera, ho avuto anni or sono occasione di ascoltare dalla voce di un protagonosta, Domenico Fossati nel 1940 sergente della fanteria carrista, una vicenda della Battaglia delle Alpi. Nella stessa occasione ho avuta la fortuna di incontrare un altro reduce, Umberto Bove, nel 1940 sergente della 78a compagnia telegrafisti, che conservava una serie di fotografie scattate al Moncenisio nei giorni del conflitto. Tra queste i carri del 1° Fanteria Carrista. Tutto è accaduto poco distante, dove la strada incominciava a scendere verso la Maurienne. Gli anni passano, le persone non ci sono più, ma le pagine di un memoriale lasciato da Fossati su questa ed altre vicende conservano questi ricordi. Due stralci dal diario permettono di inquadrare un personaggio di tempra, una vita all’insegna della temerarietà degna di un romanzo, un uomo d’altri tempi e di altri valori, con i suoi pregi e debolezze, ma soprattutto un coraggioso. Rimasto orfano ancora ragazzo, pur avendo la possibilità di entrare nel Real Collegio di Moncalieri, essendo nipote del cardinale Maurilio Fossati, preferì partire per la Francia per iniziare una vita di diversa. Negli anni della Guerra di Spagna lo troviamo volontario nelle Brigate Internazionali, per poi, alla fine del conflitto, rientrare in Francia. Ricevuta la cartolina precetto rientra in Italia riuscendo a celare la sua partecipazione alla Guerra di Spagna. Dopo i corsi d’istruzione viene destinato al 1° Reggimento Fanteria Carrista: 11 giugno 1940 la dichiarazione di guerra alla Francia, il 21 giugno con IV battaglione Fossati è al Moncenisio. Nel quadro del piano d’attacco, l’operazione “B”, sulla Maurienne si sarebbero dovute riversare le nostre forze provenienti dalla Valle della Dora. L’attacco si sarebbe sviluppato su tre colonne: al centro superando le fortificazioni francesi del Moncenisio, sulla destra scendendo lungo il Ghiacciaio del Rocciamelone sino a raggiungere la valle del’Arc e sulla sinistra dal Piccolo Moncenisio scendendo su Bramans. Attuato lo sfondamento con l’appoggio di carri armati si sarebbero incalzate le truppe francesi scendendo su Modane. Un piano brillante, non c’è che dire, che si basava sul presupposto che da parte francese, con ormai i tedeschi alle spalle, non ci sarebbe stata resistenza. Le informazioni raccolte li davano ormai completamente demotivati, pronti alla prima azione a ritirarsi: si credeva che sarebbe stata una passeggiata.

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Il sergente Bove all’opera con una stazione telegrafica portatile Pio Pion. L’ingresso dell’Albergo Bellavista di Meana dove era installato nel giugno 1940 il comando del 1° Corpo d’Armata

Il centralino telefonico del 1° Corpo d’Armata

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A partire dalle ore 12 del 21 giugno i cannoni delle batterie Paradiso e la Court, e delle altre batterie occasionali iniziarono il tiro sul Forte Turra per poi spostarsi sulle opere di les Arcellins e di Revets. In contemporanea sul fianco destro dal Colle Chapeau la colonna comandata dal maggiore Boccalatte, formata dal battaglione alpino Susa e dal XI battaglione Camicie nere, iniziò a discendere il ghiacciaio del Rocciamelone in direzione della Vallée du Ribon. Sul fianco sinistro dal Piccolo Moncenisio nel tardo pomeriggio cinque battaglioni della Cagliari ed il battaglione alpini Val Cenischia, scendendo lungo il vallone d’Ambin, riuscirono a raggiungere Le Planey ed a La Villette. In serata il comando francese, nel timore di essere chiuso un una sacca, diede ordine di arretrare le truppe verso Modane; il Forte Turra, le opere di Revet e di les Arcellins rimasero isolate. Contro di loro già nel pomeriggio era stata avviata un’azione da parte della Brennero, ma il miraggio di una


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Colonna di carri CL33 lanciafiamme del IV battaglione del 1° Reggimento Fanteria Carrista sulla Statale del Moncenisio all’uscita di Susa

Una cucina da campo installata alla sommità delle Scale del Moncenisio. Da osservare all’estremità della sottostante piana di San Nicolao gli allagamenti effettuati per bloccarne il transito

guerra rapida di movimento si scontrò con la guerra di fortezza: contro le ottocentesche cannoniere del Turra solo il tiro di demolizione di mortai o di obici di grosso calibro avrebbe avuto ragione delle difese. Nel mentre i tentativi di far passare i carri CL33 del IV battaglione del 1° Reggimento Fanteria Carrista furono bloccati dai campi minati. Nel corso della notte al Colle della Nunda due compagnie della G.a.F. riuscirono con un colpo di mano ad occupare le postazione francesi, guadagnandosi l'appellativo di "Lupi del Moncenisio". Mentre una compagnia del III battaglione del 64° fanteria infiltrandosi nelle linee francesi scese sino a Lanslebourg, rimanendo però isolata. Il 22 proseguì l’azione della Brennero, ma senza ottenere risultati. Nel pomeriggio i Lupi del Moncenisio tornano nuovamente in azione e riuscirono con un colpo di mano ad occupare l’opera di les Arcellins, ed a manL’arrivo dei bersaglieri ciclisti alla Gran Croce trasportati a bordo di autocarri OM Taurus

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tenerne il possesso nonostante reiterati contrattacchi francesi. Il 63° reggimento Cagliari raggiunse ed occupò Bramans, mentre la colonna del maggiore Boccalatte verso mezzogiorno entrò a Bessans. Stante l’impossibilità di utilizzare la strada del Moncenisio, furono avviati lavori per rendere agibile il colle del Piccolo Moncenisio e realizzare un percorso alternativo di accesso sulla valle dell’Arc. Il 23 proseguirono i bombardamenti del Paradiso e la Court sul Turra, ma ciò nonostante la Brennero non riuscì a guadagnare posizioni. Dal Piccolo Moncenisio proseguiva l’afflusso di truppe nella valle dell’Arc, che si spinsero sino agli avamposti della linea difensiva di Modane. Il giorno successivo la colonna Boccalatte giunse a Lanslebourg, incontrandosi con la compagnia

I carri veloci C.V. 3 modello 33 alla Gran Croce in attesa degli ordini

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del 64° reggimento, ed in serata giunsero a Termignon. Nella stessa giornata all’Olgiata a Roma, a Villa Incisa della Rocchetta era stato firmato l’armistizio. All’1,35 del 25 giugno cessarono i combattimenti. Ma lasciamo al diario di Fossati narrarci l’azione della Fanteria Carrista, “Due giorni dopo partenza per Susa, il nostro settore di fronte sarà il Moncenisio. Susa è piena zeppa di soldati. Apprendo che ci sono state delle baruffe piuttosto serie fra alpini e camicie nere per il possesso di casermette che, così dicono, erano state approntate per l’Esercito e non per la Milizia. Qui a Susa ascoltiamo il discorso del Duce che termina con quella parola: Vinceremo, e Immagine purtroppo mossa di un C.V. 3 con lanciafiamme munito di carrello per il trasporto del liquido i nfiammabile, mentre si sposta all’interno dell’Ospizio del Moncenisio

I primi carri si avviano verso la frontiera

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subito dopo partiamo per il nostro settore. Non vorrei essere polemico ma solo degli imbecilli potevano pensare ad un impiego di carri armati su di un terreno roccioso, immense pinete, con un’unica strada ad una quota di quasi duemila metri. Ci appostiamo nelle vicinanze del lago non lontano dall’albergo rifugio che benché sia italiano viene regolarmente saccheggiaI resti di uno dei carri saltati sulle mine to. Ferrero e Sella riescono a procurarsi una più che rispettevole riserva di vino che, naturalmente, viene distribuita fra i membri dell’antico “sodalizio” formatosi a Vercelli. Nevica continuamente. Essendo il 10 giugno indossiamo già i pantaloni di tela da fatica. L’esercito italiano non disponeva di anti congelanti per i radiatori per cui ogni sera dobbiamo sdraiarci sotto i carri in mezzo alla fanghiglia mista a nevischio per vuotare i radiatori per poi riempirli nuovamente il mattino seguente. Dei francesi neppure l’ombra almeno nel nostro settore, sappiamo però che già ci sono stati scontri tra alpini e bersaglieri da una parte e chasseur des Alpes dall’altra. Si parla anche di casi di congelamento, ma fortunatamente non nei nostri reparti. Riusciamo a difenderci dal freddo meglio degli altri perché anziché piantare le tende in mezzo alla neve abbiamo trasformato i nostri SPA 38 e Dovunque in piccole camerate. Siamo stipati come galline, ma per lo meno non a contatto con il terreno. E’ giunto al Moncenisio il Generale V. comandante l’intero settore. Nei giorni precedenti ci ha fatto visita il Principe di Piemonte comandante l’Armata del Po. L’inizio di quella che 23 giugno, l’arrivo alla Gran Croce dei primi caduti potremo chiamare l’offensiva ha qualcosa di irreale, non riesco a credere ai miei occhi. Siamo schierati in prossimità del lago, il battaglione Monti in testa, il nostro di rincalzo. Il generale V. pronuncia un discorso tanto vacuo quanto retorico. Il terreno din-


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nanzi a noi è assolutamente impraticabile ai nostri mezzi. L’unica via che ci può permettere di varcare il confine è la strada del Moncenisio. Pensare che quest’unica via d’accesso non sia stata minata è semplicemente demenziale eppure nessuno sembra rendersene conto. Dove siano i francesi non lo so, ma certamente dalle loro postazioni ci staranno osservando. Noi siamo lì fermi accanto ai nostri carri attendendo non so cosa. Non un reparto che sia defilato al più che probabile tiro avversario. Mi sto chiedendo perchè ancora non abbiano aperto il fuoco su di un bersaglio immobile così allettante. Forse pure loro sono indecisi ad iniziar una guerra così stupida e insensata. Questi e mille altri pensieri mi passano per la mente mentre assisto, spettatore-attore a questa carnevalata che solo per merito dei francesi non si è ancora trasformata in una carneficina. Poche

15 agosto 1940, l’innaugurazione alla Gran Croce del monumento ai cadutidella Battaglia delle Alpi. Il monumento fu eretto dietro iniziativa della 91a compagnia del 23° raggruppamento artiglieria, con la collaborazione della 78a compagnia telegrafisti. I corpi dei caduti successivamente furono traslati; nel dopoguerra ilmonumento venne demolito, negli anni della formazione della diga su quest’area fu tracciata poi una strada

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salve ben aggiustate sul nostro magnifico schieramento a plotoni bene affiancati e allineati e il primo reggimento carrista avrebbe finito di esistere. Sono talmente convinto di non giungere a sera che cominciando il secondo pacchetto di Milit mi sono già scolato la razione di cognac facente parte dei viveri di emergenza per i Il Pincipe Umberto di Savoia davanti al centralino telefonico di Lanslebourg quali esisteva la tassativa disposizione di non toccarli senza ordine superiore. Finalmente il generale V. prende una decisione. Senza interpellare il comandante del reggimento né quello di battaglione impartisce direttamente l’ordine al primo carro che si trova vicino a lui: “Motori avanti”. Al malcapitato non resta che obbedire, mette in moto e si avvia sulla strada oltre il confine, avanza per circa duecento metri, poi com’era prevedibile incappa su di una mina e per i due carristi la guerra termina prima di cominciare. Mi viene da piangere tanto la cosa è assurda. Guardo i miei uomini, sono semplicemente ammutoliti, uno vomita. Il generale imperterrito ordina al secondo carro di avanzare. I francesi continuano a non sparare. Il secondo carro sia pure con minor baldanza mette in moto e avanza, dopo circa duecento metri segue la sorte del primo. Si odono delle urla, evidentemente il pilota o il capocarro è ancora vivo, però nulla si muove. Il generale ordina al terzo carro di avanzare. A questo punto come per la rottura di un malefico incantesimo il maggiore comandante del Monti ferma il carro che già stava avviandosi e piantandosi sull’attenti davanti il generale dice: “Eccellenza questa volta andremo noi, io sarò il pilota e voi il capocarro”. C’è un silenzio di tomba, il generale borbotta prima qualcosa di incomprensibile poi aggiunge: “ne riparleremo”. Sale sulla sua macchina e riparte verso Susa. Tanta è la collera e l’odio che c’è in me davanti un simile spettacolo di incompetenza e vigliaccheria che senza ordine alcuno balzo sul mio carro e vado cercare di portare aiuto al secondo carro, quello dal quale si levano lamenti. Cerco di seguire la sua pista e quando sono a tre o quattro metri dietro a lui balzo fuori e con il cavo lo prendo a rimorchio. Il mio timore è solamente che abbia la marcia bloccata o che il mio carro non sia in grado di rimorchiarlo. In quel momento i francesi aprono il fuoco con l’artiglieria. Evidentemente i pezzi erano già in punteria perché i colpi cadono vicinissimi. Fortunatamente per me non erano i primi che sentivo, aggancio velocemente il cavo e tento di buttarmi dentro il carro. In quel preciso momento una granata mi scoppia vicinissima e sento un gran calore alla gamba, sono stato colpito da alcune schegge. Ora uscire non posso più, non potrei camminare, e rimanere lì significa morire, sfortunatamente la gamba colpita è quella che mi serve per l’acceleratore, vada come vuole devo tentare di farcela, il cavo si tende e comincio a retrocedere. Il carro colpito mi segue, i francesi non sparano più.


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Raggiungo il nostro schieramento, ho la mente intorpidita, perdo parecchio sangue, sento come in lontananza la voce del tenente Caterina che grida qualcosa come: “chi ti ha dato l’ordine, ne riparleremo”. Ma non mi pare di scorgere animosità nel suo tono. Il buon amico Ferrero mi dice mentre mi depongono per terra sulla neve: “sempre fortunato, nonno, per te la guerra è finita”. Finalmente giunge un’ambulanza vengo caricato con altri feriti e avviato prima a Susa poi a Torino”. Venti giorni dopo fu dimesso dall’ospedale; poi la notizia della proposta di croce di guerra al valore, la nomina a sergente maggiore ed una settimana di arresti per aver eseguito un’azione senza averne ricevuto l’ordine.

La conca del Moncenisio vista dalla sommità del Forte della Turranei giorni successivi all’armistizio Il sergente Bove in una delle cannoniere armate con pezzi da 75 del Forte della Turra

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Il prosieguo della sua guerra è sempre su questa linea di condotta, permetteteci quindi di inserire una parte di diario che ci porta più lontano, in Africa, con la divisione Ariete, dove ricevette il grado di aiutante di battaglia ed altre decorazioni al valore, tra cui una croce di guerra tedesca di 1a classe consegnatagli dallo stesso generale Rommel. La sua guerra termina il 3 novembre 1942 a quota 33 di El Alamein, quando i tedeschi si sono già ritirati lasciando le truppe italiane da sole davanti alla marea nemica. Gli ultimi tredici carri M13 superstiti del X battaglione sono schierati insieme a pochi cannoni da 47/32 dei bersaglieri, davanti ad un centinaio di carri inglesi. L’ultimo ordine ricevuto via radio dalla divisione era “...resistere fino all’ultimo difendersi anche con le mitragliatrici”. Mi vanto di dire che l’ordine fu eseguito. Sta calando velocemente la sera, gli inglesi mantengono un fuoco infernale ma non avanzano. Forse temono una di quelle manovre di cui il generale Rommel era famoso... ...E’ormai quasi buio, e le fiammate dei cannoni inglesi a poche centinaia di metri si stagliano vivacissime, dal mio iposcopio ho una visuale molto limitata; ho lasciato il sottotenente Veronesi in torretta e ho preso la guida del carro. Il fuoco attorno a me si intensifica in modo impressionante e li per lì non riescono a rendermene ragione. La spiegazione l’avrò fra poco. Un colpo nemico di striscio mi asporta l’antenna della radio, un secondo mi trancia di netto la canna delle due mitragliatrici del marconista. Questi che le stava brandeggiando rimane come fulminato. Un altro colpo mi cade vicinissimo in una buca al mio fianco dove è appostato un pezzo da 47/32 dei bersaglieri uccidendo tutti i serventi meno uno gravemente ferito ad una gamba. Il sottotenente Veronesi e il servente Scopellitti con un coraggio temerario balzano fuori dal carro e vanno a cercare di portare aiuto a quel povero ragazzo la cui gamba destra è quasi staccata dal corpo. Trascinarlo dentro il carro è impossibile così lo issano sopra il motore. Veronesi balza nuovamente sul carro e mi grida: “voltati e vai indietro”, “non posso” gli rispondo “scopro il fianco nella virata, siamo fritti, offriamo troppo bersaglio”in quel mentre mi arriva il terzo colpo che mi colpisce in pieno. Fortunatamente l’enorme mole di sacchetti di sabbia che ho sul frontale del carro non permette al colpo di penetrare dentro. “Ti ordino di ritirarti” mi urla ancora Veronesi, così devo obbedire. Il motore, ormai logoro perde abbondantemente olio, non so se reggerà ancora per molto, arretro di qualche decina di metri ma è un viaggiare alla cieca; decido quindi di giocare il tutto per tutto e di girarmi confidando anche che ormai è notte. Eseguo la manovra imballando al massimo il motore sperando che non mi abbandoni proprio in quel momento e....... ho la spiegazione del perchè il tiro era concentrato su di me: gli altri 12 carri ardevano come torce in linea di battaglia! Non avevano arretrato di un metro!! Il mio era l’ultimo carro semiefficente che aveva fermato gli inglesi ad El Alamein!” Il giorno successivo gli ultimi scontri a piedi, la cattura e gli anni di prigionia.

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DA VALCAVERA A MARGHERINA TRUNE E RICOVERI AL COLLE DEL MULO di Massimo Robotti

Tra le valli Stura e Maira, a quote sempre superiori ai duemila metri, si distende una vastissima zona facilmente praticabile, dominata dalla splendida ed imponente mole della Rocca La Meja (metri 2.831 s.l.m.). Si tratta di un insieme di altipiani, di colli e di facili passaggi che tradizionalmente ha assunto la generica denominazione di Colle del Mulo, dal nome di uno dei suddetti valichi. Situata a cavallo delle medie vallate di Stura e di Maira, nonché sul rovescio della testata della valle Grana, questa cruciale zona di transito assume, dal punto di vista geografico e strategico, una importanza non dissimile da quella rivestita dagli altipiani dell’Assietta, tra le valli del Chisone e della Dora Riparia. Il considerevole numero dei passi, la loro agevole percorribilità, il loro inserimento nel contesto di una rete stradale non propriamente carreggiabile, ma certo praticabile alle fanterie, investirono questa zona di una rilevanza militare straordinaria fin dall’inizio di quella secolare sfida che oppose, lungo tutto l’arco della catena alpina occidentale, le sparute milizie sabaude agli eserciti francesi invasori. In effetti il vitale snodo strategico costituito dagli altipiani del Mulo consentiva, a chi ne avesse detenuto il possesso, di controllare agevolmente i collegamenti tra alcune delle vallate alpine convergenti sulla pianura cuneese. Fu specialmente durante la Guerra di Successione d’Austria che si confermò appieno l’importanza strategica della regione. Nel quadro delle complesse operazioni intraprese nell’estate del 1744 dall’armata gallo - ispana (al comando del principe di Conti) per invadere il Piemonte due colonne nemiche, avanzantesi l’una da colle Roburent – Gardetta, l’altra da Valle Maira – Colle del Preit, avevano potuto convergere sulla zona del Mulo, aggirando così le forti posizioni piemontesi delle Barricate (in valle Stura), e costringendo i difensori a ripiegare attraverso il vallone dell’Arma.

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Veniva così aperta la strada all’investimento prima del forte di Demonte e poi della stessa piazzaforte di Cuneo. Solo la strenua resistenza della città (quaranta giorni di assedio), prima e dopo la battaglia della Madonna dell’Olmo, costrinse l’esercito invasore a rinunciare ai suoi propositi ed a ripassare le Alpi con gravi perdite (1). Allorché il giovane Regno d’Italia, nei suoi primi anni di vita unitaria, dovette elaborare una coerente strategia difensiva a tutela della propria indipendenza ed integrità territoriale, gli organi preposti alla pianificazione sembrarono non aver recepito appieno gli insegnamenti della storia. Nessun piano che prevedesse di impiegare forti reparti di truppe mobili nelle zone montane, laddove il nemico invasore sarebbe risultato più vulnerabile; nessun proposito di impegnare a fondo la difesa nel cuore dei massicci montagnosi; nessun intendimento di difesa manovrata nelle vallate. La concezione strategica, assai velleitaria, ufficialmente adottata fu invece quella della cosiddetta “manovra per linee interne” (2). Nell’ambito di tale concetto strategico il principio chiave della difesa alpina restava sempre quello, settecentesco, del forte di sbarramento: ogni grande vallata, praticabile all’artiglieria, doveva essere intercettata da una robusta opera di fortificazione permanente, il cui ruolo era limitato al contrasto, anche solo per pochi giorni, dell’avanzata di una colonna francese. Lo scopo ultimo di tale manovra difensiva era in sostanza una azione meramente ritardatrice in funzione della copertura della mobilitazione del nostro esercito, e volta a rompere il parallelismo logistico e tattico delle colonne nemiche. Queste ultime, ritardate dalla resistenza dei forti di sbarramento, si sarebbero presentate agli sbocchi in pianura non contemporaneamente, ma in tempi sfalsati, favorendo in tal modo l’azione risolutiva della massa del nostro esercito, ormai mobilitato e radunato davanti alle posizioni di sbocco. Questa impostazione venne sintetizzata per la prima volta in un documento ufficiale dalla Commissione Permanente per la Difesa Generale dello Stato (3). Tale organo collegiale, insediato sin dal 1862 sotto la presidenza di SAR il principe Eugenio di Savoia - Carignano, e che riuniva i più bei nomi della nostra élite intellettuale militare, aveva per compito quello di elaborare un piano organico di fortificazione del paese. I suoi lavori, protrattisi per svariate ragioni dal 1862 fino al 1871, furono preceduti, accompagnati e seguiti da un intensissimo dibattito, che si sviluppò da un lato sulle colonne delle riviste militari e sulle pagine dei numerosissimi opuscoli e pamphlet dedicati ai grandi temi delle riforme militari allora in discussione (4), dall’altro, con più discrezione, nelle relazioni delle commissioni tecniche ed infine, con notevole entusiasmo, nelle aule parlamentari. Questo dibattito, che si protrasse per più di dieci anni, ed a cui presero parte le migliori intelligenze politiche e militari del paese (5), contribuì in misura notevole a determinare una importante trasformazione nel concetto strategico, ed a rivalutare in maniera sostanziale il valore impeditivo che la

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(1) Su queste vicende si può consultare il volume di Bartolomeo Giuliano, La campagna militare del 1744 sulle Alpi Occidentali e l’assedio di Cuneo. Cuneo, 1967. (2) Cfr. Edoardo Castellano, “Evoluzione della fortificazione permanente sulle alpi occidentali dall’epoca post - napoleonica al secondo conflitto mondiale”, in Memorie Storiche Militari 1983, Roma, 1984, pp. 567-568. (3) Cfr. Commissione Permanente per la Difesa Generale dello Stato, Relazione a corredo del Piano Generale di Difesa dell’Italia, 2 agosto 1871, passim. (4) Questa imponente produzione di studi è stata a suo tempo esaminata da Fortunato Minniti, “Esercito e Politica da Porta Pia alla Triplice Alleanza”, Storia Contemporanea, n. 3/1972 e 1/1973; il saggio è stato ristampato più volte, in particolare come capitolo I del volume Esercito e Politica da Porta Pia alla Triplice Alleanza (Roma, Bonacci, 1984), che raccoglie vari saggi dello stesso Minniti su temi connessi ai rapporti tra militari e politici nel periodo umbertino. (5) Ricordiamo, tra l’altro, che molti generali, anche in servizio attivo, erano contemporaneamente deputati al Parlamento, e più spesso ancora senatori del Regno, partecipando piuttosto attivamente ai lavori parlamentari.


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I baraccamenti in una foto di fine ottocento, al momento del loro massimo sviluppo, con sullo sfondo il Becco Nero ed il Becco Grande ed in mezzo la sella del Colle d’Ancoccia. SSC

catena alpina avrebbe potuto rappresentare nell’ambito della difesa della frontiera italo–francese. Tale variata concezione strategica si palesò ufficialmente la prima volta, in ambito tecnico - militare, durante le discussioni e le conclusioni della nuova Commissione per lo Studio della Difesa dello Stato (6), mentre in ambito strettamente politico–governativo si ebbe formale notizia nelle dichiarazioni rese alla Camera dei Deputati ed al Senato dal ministro della Guerra Emilio Ferrero nel 1882 (7). Il nuovo orientamento strategico, che veniva a delinearsi in sostanziale concomitanza con la stipula del trattato della Triplice Alleanza, prevedeva una difesa attiva ed energica dei massicci montagnosi, con l’impiego di numerosi reparti mobili che, appoggiandosi alle fortificazioni di sbarramento, erano destinati anche a sviluppare violente azioni controffensive. In tale mutato quadro, veniva evidentemente rivalutato il ruolo giocato da quelle regioni montagnose che, come gli altipiani dell’Assietta e del Mulo, si sviluppano sui contrafforti che separano tra loro alcune delle più importanti linee di operazioni alpine. Nel caso specifico, che qui ci interessa, del Colle del Mulo (o meglio del “nodo del Mulo”, come veniva definito nei documenti militari), era chiaro che il possesso di quel vitale snodo di comunicazioni avrebbe permesso ad un esercito invasore di effettuare le seguenti manovre: • aggirare lo sbarramento di Vinadio e scendere su Demonte seguendo i sentieri in quota lungo la direttrice Oronaye – Passo della Gardetta – Colle Margherina – Bandia – Valcavera – Vallone dell’Arma; (6) Che svolse i suoi lavori durante sessioni sviluppatesi dal 1880 al 1883, sotto la presidenza dei generali Luigi Mezzacapo e Giuseppe Salvatore Pianell. (7) Cfr. Camera dei Deputati, Discussioni, Ferrero, 22 aprile 1882 e Camera dei Senatori, Discussioni, Ferrero, 29 giugno 1882, “…prevalse il concetto di non considerare le Alpi come un semplice ostacolo logistico,…ma come una zona di territorio a noi eccezionalmente favorevole per esercitare una difesa attiva…” Emilio Ferrero (Cuneo 1819 - Firenze, 1887) , veterano di tutte le campane del Risorgimento, fu ministro della Guerra dal 1881 al 1884.

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• scendere indisturbato sulla media valle Maira (priva di fortificazioni permanenti) attraverso il colle ed il vallone del Preit, oppure attraverso i colli del Mulo e d’Esischie ed il vallone di Marmora e sboccare in pianura a Dronero; • scendere egualmente indisturbato in valle Grana (anch’essa non fortificata) attraverso i colli di Valcavera e del Vallonetto e sboccare su Caraglio. Inutile ricercare nella Relazione del 1871, centrata unicamente sull’individuazione dei siti da fortificare, qualche accenno sia pure fuggevole all’importanza degli altipiani posti a cavallo delle grandi direttrici di invasione. Tuttavia è notevole che nei lavori preparatori della Commissione Permanente, che non vennero mai pubblicati, sia possibile rinvenire qualche interessante valutazione in merito. In particolare è il generale Valfrè, cui venne affidato lo studio della frontiera occidentale, che sottolinea la necessità di proteggere il fianco settentrionale del forte di Vinadio con l’occupazione delle posizioni dominanti. Infatti l’infelice posizione strategica del forte lo rende passibile di aggiramenti da nord “…Essenziale sarebbe comunque occupare con opere la posizione del Podio Superiore ed il Colle della Neraissa… ...converrà occupare il Colle del Mulo da cui si passa nella Valle di Maira ed in quella di Grana: tale occupazione parrebbe poter anche aver luogo con un blockaus (8) o caserma forte o simile ricovero cui all’occorrenza si aggiungerebbero trinceramenti eventuali…” (9). E’ questa la prima indicazione, per di più reperita in un documento ufficiale, tesa a suggerire la realizzazione di opere, sia pure solo occasionali o semipermanenti, al Colle del Mulo. Ma è negli studi a carattere non ufficiale, che arricchiscono i termini del vivo dibattito, che è possibile rinvenire autorevoli indicazioni sull’esigenza di occupare gli altipiani del Mulo. Una delle più lucide menti del nostro stato maggiore, Giuseppe Perrucchetti, autore di una ponderosa analisi del teatro di guerra italo-francese, nell’esaminare approfonditamente la linea di operazioni della valle Stura, sottolinea la vitale importanza dello snodo strategico del Mulo, cui afferiscono le direttrici che per valle Stura, valle Grana e valle Maira possono permettere all’invasore di sboccare nella pianura cuneese. Dunque non solo per evitare l’aggiramento del forte di Vinadio, ma anche nel quadro di una strategia complessiva, occorre “preparare opportunamente la difesa degli altipiani del Mulo” (10). Chi però intuisce più vividamente la molteplice valenza strategica degli altipiani del Mulo è un giovane capitano di Stato Maggiore, torinese, insegnante di storia militare alla Scuola di Guerra: Vittorio Emanuele Dabormida. In un famoso saggio pubblicato nel 1878 e dedicato allo studio della

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(8) Ricordiamo che nella seconda metà dell’ottocento con il termine blockhaus si intendeva un’opera con struttura in legname, talora parzialmente interrata o ricoperta da pietrame, spesso con funzioni di ridotto interno di un’opera chiusa. Era di uso frequente come opera isolata in terreno montagnoso, ove risultava difficile erigere un manufatto in terra ed egualmente era poco probabile l’offesa dell’artiglieria nemica. Benché la diffusione delle artiglierie rigate rendesse ormai anacronistica la costruzione di blockhaus, i manuali di fortificazione contemporanei ne consideravano ancora normale l’utilizzo; cfr., p.es., il Trattato Elementare di Fortificazione (Modena, 1877) del capitano Enrico Cosentino. Esempi concreti di realizzazione di blockhaus ancora a fine anni ’80 abbiamo nella zona di Bardonecchia; per la descrizione di tali opere si rinvia a Pier Giorgio Corino, La Piazza Militare di Bardonecchia, Torino, Edizioni del Capricorno, 2003. (9) Cfr. Commissione Permanente per la Difesa Generale dello Stato, Ispezione della 1a zona, Torino, dicembre 1865, a firma: Luogotenente Generale Valfrè. Perlustrazione della 1a zona del Territorio del Regno d’Italia, comprendente la cerchia delle Alpi verso Francia e Svizzera, gli Appennini, la Riviera da Ventimiglia a Genova e le colline del Monferrato, p. 30. D’altra parte, ancora prima della proclamazione del Regno d’Italia, i Mezzacapo, nei loro celebri studi, avevano messo in guardia sulla possibilità di aggirare sulla destra il forte di Vinadio attraverso il Colle del Mulo. Cfr. Luigi e Carlo Mezzacapo, Studi topografici e strategici su l’Italia, Milano, 1859, p. 353. (10) Giuseppe Perrucchetti, Teatro di Guerra Italo - Franco, Torino, 1878, pp. 68-72 e 75. L’autore è talmente impressionato dalla manovra franco – ispana del 1744 attraverso l’alta valle Stura, da ricostruirla minutamente nel suo libro citato. Il Perrucchetti, considerato generalmente, sebbene non del tutto a ragione, il “padre” del corpo degli Alpini, fu indubbiamente uno dei nostri più brillanti ufficiali di stato maggiore, studioso specialista in particolare di geografia militare e di operazioni militari in montagna, insegnante alla Scuola di Guerra. Fu autore molto prolifico; tra le sue opere principali, oltre a quella qui citata, si ricorda: La Difesa dello Stato, Torino, 1884. Per un profilo del Perrucchetti si può vedere lo studio di Aldo Rasero: “Giuseppe Domenico Perrucchetti”, Studi Storico Militari 1984, Roma, 1985, pp. 477-519.


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frontiera occidentale (11), egli auspica che la difesa dei forti di sbarramento venga integrata da predisposizioni che permettano lo sviluppo di manovre controffensive di truppe mobili. L’occupazione del Colle del Mulo permetterebbe al nemico di aggirare il forte di Vinadio, ma non è questo il solo né il più importante motivo per tenerlo saldamente nelle nostre mani. Infatti, finché il nodo del Mulo resta in suo possesso, il difensore potrà agevolmente condurre operazioni controffensive contro il fianco sinistro delle colonne nemiche discese dal Colle della Maddalena, e addirittura appoggiare la milizia mobile della Valle Maira, qualora il nemico tentasse di farvi irruzione. Insomma, il possesso degli altipiani del Mulo risulta per Dabormida auspicabile e necessario sia dal punto di vista della difesa passiva che, ancor più, da quello della difesa attiva e controffensiva. Che poi la posizione del Mulo possa sembrare un po’ troppo esposta è vero, ma i difensori di essa, se tagliati fuori da una delle vie di ritirata, conserverebbero pur sempre altre due linee di ripiegamento idonee a raggiungere gli sbocchi in pianura (12). Ma, ecco la conclusione dell’autore, per rendere possibili le operazioni di un cospicuo corpo di truppa in una regione così elevata come quella del Mulo, “…occorrerebbe che vi fossero preventivamente costruiti dei ricoveri per gli uomini e dei magazzini pei viveri e per le munizioni di guerra…” (13). Quanto al proposito, da taluni avanzato, di munire la zona con opere occasionali, il Dabormida ritiene sufficiente erigere trinceramenti, ad opera delle milizie territoriali, solo dopo l’inizio delle ostilità. Il nostro prefigura dunque lucidamente, con qualche anno di anticipo, gli orientamenti strategici che saranno propri del ministro Ferrero e che modificheranno radicalmente l’impostazione della nostra strategia alpina. In questo senso si muovono, fin dagli inizi, i lavori della nuova Commissione per lo Studio della Difesa dello Stato (14). Riunitasi per la prima volta nel 1880, le sessioni del 1881 furono interamente dedicate allo studio della frontiera italo - francese (15). Sotto la presidenza di Luigi Mezzacapo, noto fautore della difesa attiva ad oltranza nelle regioni montagnose, la commissione esamina i problemi connessi alla fortificazione della frontiera, alla mobilitazione e radunata dell’esercito sul teatro di guerra nord-ovest, ed alle operazioni militari conseguenti. Nell’esame del fascio d’invasione costituito dalle valli Vermenagna, Gesso e Stura, la Commissione propone una serie di interventi tesi a rafforzare lo sbarramento di Vinadio. Esamina quindi la convenienza di fortificare anche la regione del Mulo, onde sottrarne il possesso all’invasore. La grande maggioranza dei commissari concorda sull’esigenza di occupare stabilmente la regione, nonostante le sue condi(11) Cfr. V.E. Dabormida, La Difesa della nostra Frontiera Occidentale in relazione agli Ordinamenti Militari Odierni. Torino, 1878. Il Dabormida (1842-1896), proveniente dall’arma di artiglieria, era uno dei più reputati ufficiali di stato maggiore. Oltre agli incarichi alla Scuola di Guerra, prestò a lungo servizio presso l’ufficio del Capo di Stato Maggiore, generale Cosenz. Da tenente colonnello, tra la fine del 1877 e l’inizio del 1878, insieme ad Albertone, svolse una importante missione a Berlino in occasione del perfezionamento della convenzione militare con Germania ed Austria. Promosso maggior generale nel 1895 e finalmente posto al comando di una grande unità, fu inviato in Africa l’anno successivo, ove morì ad Adua, alla testa della sua brigata. (12) In sostanza, almeno due su tre tra la valli Stura, Maira e Grana. (13) Cfr. Dabormida, op. cit., p. 159. (14) Ancor più di quella del 1862, la Commissione raggruppava il fior fiore delle nostre forze armate, ammiragli e generali di altissima preparazione professionale e morale, sovente anche parlamentari ed addirittura ex ministri della guerra. Nella composizione iniziale la commissione era formata, oltre che dagli ammiragli Martini e Saint - Bon, da sei generali al comando di corpi d’armata (Luigi Mezzacapo, Pianell, Ricotti, Bruzzo, Cosenz, Carlo Mezzacapo), dal generale Bertolè-Viale, comandante il Corpo di Stato Maggiore, dal generale Longo, presidente del Comitato di Artiglieria e Genio. Nel corso delle sessioni successive intervennero anche nuovi commissari: tra di essi particolarmente significativo il maggior generale Agostino Ricci, concordemente considerato uno dei migliori studiosi e conoscitori della frontiera italo-francese. Rimasto a lungo nella Scuola di Guerra e nei corridoi dello Stato Maggiore (rivestì l’incarico di comandante in seconda del Corpo di Stato Maggiore), terminò la sua brillante carriera con due prestigiosi incarichi operativi alla sua frontiera prediletta: tenne il comando prima della Divisione Militare di Cuneo, poi del II Corpo d’Armata di Alessandria. (15) I verbali della commissione sono stati studiati per la prima volta da Fortunato Minniti nel saggio “Il secondo piano generale delle fortificazioni. Studio e progetti (1880-1885)”, Memorie Storiche Militari 1980, Roma, 1981. Recentemente sono stati ampiamente esaminati nell’eccellente opera di . Mariano Gabriele:La Frontiera Nord - Occidentale dall’Unità alla Grande Guerra (1861-1915), Roma, AUSSME, 2005.

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zioni climatiche ed ambientali non favorevoli. Non è infatti pensabile abbandonarla al nemico, precludendoci la possibilità di azioni difensive e controffensive a largo raggio, anche verso le valli Grana e Maira, ed esponendo la difesa della valle Stura ad aggiramenti egualmente ad ampio raggio. Condivisa la determinazione di difendere gli altopiani del Mulo, si manifestò una differenza di orientamenti sulle modalità della loro occupazione. Alcuni commissari proposero di limitarsi ad opere che permettessero all’occorrenza la difesa attiva della zona; altri, tra i quali il Mezzacapo stesso, propendevano verso la realizzazione di vere e proprie opere di fortificazione permanente. Questa seconda opzione non intendeva certamente auspicare una difesa statica e passiva della zona, ma semplicemente mirava all’economia delle forze, per evitare di dover immobilizzare nella regione troppo numerosi reparti mobili. Fu proprio questa la tesi che prevalse in un primo tempo; tuttavia, in seguito, essendosi determinata nella commissione la opportunità di erigere un vero e proprio sbarramento multiplo all’altezza di Borgo San Dalmazzo, che chiudesse contemporaneamente gli sbocchi delle valli Vermenagna, Gesso e Stura, si stabilì di poter rinunciare in tal caso alla sistemazione del Colle del Mulo con opere permanenti, ma si confermò la necessità di apprestare comunque la regione per una difesa condotta da truppe mobili (16). Così fissate le deliberazioni della Commissione, il ministero non perse tempo e fece mettere immediatamente allo studio la sistemazione difensiva. Nell’agosto del 1883 una commissione composta da un nutrito numero di ufficiali superiori di artiglieria, del genio e degli alpini si recò a ispezionare la zona del Mulo, onde mettere a punto il progetto di insieme della sistemazione difensiva. Facevano parte della suddetta commissione, oltre a colonnelli e maggiori, anche i generali Pastore e Martini, responsabili, rispettivamente, del comando territoriale dell’artiglieria e del genio del I CA di Torino, il generale Verroggio, responsabile delle fortezze, e addirittura il tenente generale conte Gustavo Mazé de la Roche, comandante del I CA ed ex ministro della Guerra (17). Gli alti ufficiali compirono le loro ispezioni al Colle del Mulo nella giornata del 26 agosto, rientrando poi a Demonte sotto una furiosa grandinata (18). Terminata la fase degli studi preliminari, si sarebbe dovuti passare a quella esecutiva dei lavori, ma essa fu ritardata dalla scarsa disponibilità di fondi (19) e, probabilmente, anche da qualche incertez-

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(16) Cfr. M. Gabriele, op. cit. pagg. 395, 396,398, 440, 441. E’ curioso notare che i progetti per fortificare la zona di Borgo San Dalmazzo elaborati sia dalla Commissione del 1862 , sia da quella del 1881, sia, infine, nel quadro del Vallo Alpino, nessuno fu reso mai operativo. (17) Apprendiamo tali notizie da una corrispondenza da Demonte del quotidiano cuneese La Sentinella delle Alpi (numero del 29-30 agosto 1883). L’autore dell’articolo auspica che dalle deliberazioni della commissione (pomposamente denomina “alta commissione militare per le opere di difesa del colle del Mulo”) scaturisca un orientamento favorevole alla realizzazione nella zona di strade, magazzini, ricoveri al servizio delle truppe mobili, più che di vere opere fortificate. Cogliamo l’occasione per anticipare che le fonti da noi utilizzate per la stesura del presente studio non hanno potuto limitarsi a quelle consuete d’archivio, in quanto i documenti disponibili presso la ex sezione staccata di Cuneo della 1a Direzione del Genio Militare di Torino (abbreviata in SSC) sono risultati insufficienti a delineare un quadro accettabile; molte delle notizie e dei dati che forniremo derivano dunque anche dall’utilizzo di altre fonti d’epoca, quali memorie, resoconti, notizie di stampa, oltreché dall’esame del terreno. (18) Non è inopportuno segnalare l’eccezionalità di una visita sul terreno da parte di un così qualificato e folto gruppo di ufficiali superiori. Per quanto possa sembrare incredibile, nella seconda metà dell’ottocento non era questa la prassi corrente presso il Regio Esercito; rare erano le ricognizioni sul terreno da parte dei responsabili militari, che preferivano sovente un approccio più teorico e burocratico. Si vedano al proposito le pungenti allusioni del generale e senatore Bruzzo (G.B. Bruzzo, La Difesa dello Stato, Bologna, 1884, p. 14), nonché le critiche assai più dirette ed esplicite del generale e deputato Antonio Araldi (nel ben noto volume Gli errori commessi in Italia nella difesa dello Stato, Bologna, 1884, pp. 2-3; 40-41.). Notiamo però, segnalando il fatto come eccezione e traendo la notizia dallo studio di Guido Amoretti, I Comandi Militari di Torino 1814-1971 (Torino, 1971) , come il Mazé de la Roche, assunto il comando del I CA, si dedicasse con vivo interesse a seguire lo studio e l’esecuzione delle fortificazioni (fu anche membro della Commissione per lo Studio della Difesa dello Stato) e che egli “… amava assai inerpicarsi col suo passo ancor agile, benché già cinquantanovenne, sui pendii e sulle creste delle Alpi…” (cfr. G. Amoretti, op. cit. , pp. 63-64). Si noti che nel 1883 il settore cuneese della frontiera alpina ricadeva ancora sotto la responsabilità del I CA di Torino. A partire 1° luglio 1884 si attivarono i nuovi comandi di divisione e di CA previsti dalla legge 1467 dell’ 8 luglio 1883, relativa alla circoscrizione territoriale militare del Regno. La legge prevedeva, tra l’altro, la costituzione di 4 nuove divisioni e 2 nuovi corpi d’armata. Nell’ambito di tale riorganizzazione, si venne a creare la nuova divisione militare territoriale di Cuneo (IV), inserita alle dipendenze del nuovo corpo d’armata di Alessandria (II). La divisione di Cuneo aveva la responsabilità della frontiera alpina dal Monginevro (escluso) al colle di Tenda (incluso). (19) Nonostante la legge 832 del 30 giugno 1882 avesse stanziato per il quinquennio 1882-1886 19 milioni di lire destinati ai lavori per i forti di sbarramento e assimilati.


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za progettuale (20). Il ministero intendeva, almeno inizialmente, procedere a lavori in sostanziale economia, utilizzando al massimo la mano d’opera militare (21). Fu solo nel maggio 1886 che la Direzione Generale del Genio poté stanziare la considerevole somma di lire ottocentomila per procedere al completamento della sistemazione dello sbarramento di Vinadio (22). Nel gennaio del 1887 tale somma venne ripartita in otto capitoli di spesa, riguardanti altrettante opere, o gruppi di opere, da realizzarsi. In particolare lire centocinquantamila furono destinate alla realizzazione di un certo numero di ricoveri nella regione del Mulo. La Direzione del Genio di Cuneo (23) si mise tosto al lavoro, progettando la costruzione di una nutrita serie di gruppi di trune, i tipici ricoveri alpini delle Alpi Marittime e Cozie meridionali. Perché gli organi tecnici si siano orientati verso tale genere di costruzioni non sappiamo con esattezza, ma non è difficile intuire che i motivi siano stati di ordine essenzialmente economico. All’epoca esistevano già nelle vallate esempi di trune civili, realizzate con materiali estremamente poveri, nonché resti di più antiche trune di origine militare (24). Nella sua espressione più semplice la truna è un piccolo e primitivo ricovero alpino in pietrame a secco; ha pianta rettangolare e la sua struttura si compone di due piedritti, un muro di facciata, un muro di fondo e una volta a tutta monta; l’estradosso è spianato a due pioventi con pietrame, e ricoperto generalmente con terra e zolle erbose. Su questo schema di base si innestarono ben presto innumerevoli varianti relative alla struttura stessa ed alle dimensioni, alla copertura, al pavimento e ad altri particolari. Notiamo per intanto che i comandi del Genio si fecero probabilmente prendere da un eccessivo entusiasmo per questo tipo di costruzioni, che ben presto si moltiplicarono a centinaia, specialmente sui due versanti della valle Stura; non solo, come vedremo meglio, nella regione Mulo - Gardetta, ma anche sui passi che si affacciano sulla francese valle Tinée, ed in specie al Colle della Lombarda, sui contrafforti a sud di Vinadio, al Colle del Sabbione e altrove. La rapida moltiplicazione delle trune era favorita dal fatto che la loro costruzione risultava piuttosto semplice e rapida; il materiale necessario (pietrame) era abitualmente rinvenibile con facilità nella zona stessa della costruzione. La realizzazione poteva venire affidata ad imprese civili, così come alla manodopera militare. In quest’ultimo caso, solitamente, soldati del genio inquadravano squadre ausiliarie composte da alpini o, più raramente, da fanteria di linea . Secondo una pubblica(20) All’intelligence francese non era evidentemente sfuggita la nostra intenzione di realizzare qualcosa al Colle del Mulo. Nell’edizione 1884 della classica opera del commandant A. Marga, Géographie Militaire, si legge una corretta descrizione della piazza di Vinadio, che, nota l’A., può essere aggirata dal nord. “Al colle del Mulo si è progettato una specie di blockhaus, ma non se ne è ancora fatto nulla” (Marga, op. cit., p. 224 del 2° volume). Al contrario, l’anonimo ufficiale autore di Fortification et Défense de la frontière franco-italienne (Paris, 1888), che si ispira con tutta evidenza alla suddetta opera del Marga, dà addirittura come già costruito il blockhaus del Colle del Mulo. (21) Prassi assolutamente non utilizzata nell’ottocento per la realizzazione di opere vere e proprie di fortificazione e comunque di manufatti di una qualche importanza. (22) Cfr. Direzione del Genio Militare di Cuneo, Monografia delle opere di fortificazione di Vinadio, Cuneo, 8 luglio 1887. L’originale del documento si trova presso l’ISCAG di Roma, ma l’importante testo è stato meritoriamente pubblicato da M. Viglino Davico nel bel volume: Fortezze sulle Alpi, Cuneo, L’Arciere, 1989, pp. 258 sgg. (23) La citata legge 1467 del 1883 prevedeva anche l’aumento a 19 delle direzioni territoriali del Genio. Tra quelle di nuova costituzione figurava anche la Direzione di Cuneo, attivata a far data dal 1° gennaio 1884. Il suo personale direttivo contava 1 colonnello direttore, 3 capitani, 4 tenenti. (24) Pier Giorgio Corino ha dimostrato la preesistenza di trune (non necessariamente nell’aspetto attuale, che è di fine ottocento) sul sito del Colle della Lombarda, pubblicando una carta topografica militare del 1843 che già riporta una truna ed i Baraccamenti della Lombarda. Cfr. Pier Giorgio Corino, Valle Stura Fortificata, Borgone di Susa, Melli, 1997, p. 119.

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zione ufficiosa di fine Ottocento (25) ad una squadra composta da sei muratori e quaranta uomini di fatica occorrevano da tre a dieci giorni, a seconda delle condizioni locali, per costruire una truna. In base ai compiti cui venivano destinate le trune potevano trovarsi isolate, ed allora assumevano la funzione di osservatorio o di posto di vedetta, oppure raccolte in gruppi più o meno numerosi (da poche unità fino alle ottanta della Gardetta), ed erano allora destinate a ricoverare per lungo tempo reparti di truppe di varia consistenza. Esse vennero realizzate comunque sempre oltre i duemila metri di quota e permettevano, almeno in teoria, di accogliere reparti alpini anche in pieno inverno. Sovente le trune venivano costruite parzialmente interrate a mezza costa, con l’asse perpendicolare alla falda del pendio montuoso. Si conseguiva in tal modo un migliore occultamento e si contava di ottenere una più soddisfacente temperatura interna. Dal punto di vista della loro tipologia architettonica, le trune vennero realizzate sostanzialmente secondo due modelli costruttivi, che i documenti della Direzione del Genio di Cuneo denominano n. 1 e n. 2 (26), ma con una serie notevole di varianti ad alcuni particolari. Le trune del tipo n. 1 erano per lo più realizzate a mezza costa, con il muro di fondo parzialmente o totalmente interrato; presentavano un prospetto tipicamente triangolare, con la base larga circa metri 7,2. Volendo entrare più nel dettaglio, potremmo (27) distinguere due sottotipi, il n. 1/a, con muro di fondo totalmente interrato, ed il n. 1/b, con il muro di fondo solo parzialmente interrato, e dotato dunque di una apertura per finestra; questo secondo sottotipo presentava un prospetto ancor più “schiacciaTipologia delle trune del tipo numero 1 e numero 2. SSC to”, e largo più di dieci metri. Le trune del tipo n. 2 mostravano un prospetto pentagonale, con la base larga solo metri 6,2; solitamente erano realizzate su terreno compatto e raramente avevano interrato il muro di fondo, che però non presentava mai, salvo errore, apertura per finestra. Una variante presentava invece una apertura per finestra sulla facciata, immediatamente al di sopra della porta di ingresso (28). Le dimensioni del vano interno non erano fisse, ma non risultavano comunque in relazione alla predetta suddivisione tipologica. Solitamente erano le seguenti: larghezza metri 3,00, lunghezza metri 6,00 in entrambi i tipi di truna. La larghezza talvolta risultava però inferiore, fino ad un minimo di metri 2,70. Non ci risultano invece significative variazioni nella lunghezza. La luce (25) Cfr. Manuale per l’Ufficiale del Genio in Guerra, Roma, 1895, p. 80. (26) Non sappiamo se tale denominazione rivestisse carattere ufficiale. (27) Ma è una classificazione nostra, dunque arbitraria e discutibile. (28) Abbiamo rilevato tale variante solo alle trune del Colle del Sabbione, dunque al di fuori della zona su cui verte il presente studio.


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dell’apertura per l’ingresso era generalmente alta metri 1,70 e larga metri 0,70-0,75; in qualche truna isolata realizzata dagli alpini si trova un’altezza ridotta a metri 1,45. Il pavimento si teneva solitamente più basso del piano di campagna, per cui la volta raggiungeva altezze abbastanza considerevoli, circa metri 2,30-2,35 sul pavimento. I piedritti si facevano spessi per lo più metri 1,10, con possibilità di arrivare fino a 1,40. La lunghezza esterna delle trune variava in relazione al terreno di impianto ed alla esigenza di occultamento: mediamente si aggirava comunque sugli otto metri. La capacità dell’unico locale interno variava dai dieci ai venti uomini, e ciò sia in relazione alle sue dimensioni sia in funzione delle sistemazione prevista per i soldati: la ordinaria “paglia a terra” o quella, assai più rara, su pagliericci. Il pavimento poteva essere lastricato o, assai più frequentemente, lasciato in terreno naturale. La struttura muraria, inizialmente in pietrame a secco, presentava talora modesti rinzaffi di malta o calce. La maggior varietà di soluzioni si riscontrava nella copertura: quella tipica era in terra e zolle erbose, ma non mancano frequenti esempi di volte coperte da lastre di Ricovero del tipo 2 ardesia o comunque di pietra, o da tavole di legno o infine da lamiere zincate su assito. Nelle trune del Colle della Lombarda si sperimentò anche, con esito non soddisfacente, una copertura consistente in uno strato di dieci centimetri di calcestruzzo. Le trune potevano essere dotate o meno di sportelli per porte e finestre; solo nel primo caso vi si potevano ricoverare stabilmente dei materiali. Il costo di realizzazione delle trune risultò molto variabile in relazione al terreno di impianto (necessità di sbancamenti, consistenza del terreno, presenza di rocce, distanza dalle cave, disponibilità di strade…..); se realizzate dalla mano d’opera militare esse costarono da 150 a 300 lire ciascuna; quelle costruite da ditte civili si attestarono sulle 400 – 550 lire. Il frenetico attivismo della Direzione del Genio di Cuneo portò al completamento, in breve volgere di tempo, di svariate centinaia di trune in tutta la Valle Stura. Per limitarci alla sinistra orografica della valle ed alla linea di operazioni che qui ci interessa, vennero realizzati i seguenti grandi gruppi di trune, risalendo da est verso ovest, cioè verso la testata della valle: Valcavera (quarantasei trune); Bandia (quattro gruppi per un totale di trentotto trune); Margherina (venti trune); Servagno (nove trune); Gardetta (ottanta trune); Roburent (quarantadue trune). A questi consistenti gruppi occorre ancora aggiungere due trune al Monte Bodoira (a ovest di Bandia; il Corino le considera come corpi di guardia dell’attiguo trinceramento) più due trune isolate intorno a Valcavera: quella di Cima Test a nord, e quella di Passo Eguiette, a sud.

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I ruderi dei Baraccamenti di Valcavera

Lo sviluppo dei Baraccamenti di Valcavera a fine Ottocento. SSC

Limitando l’analisi alla zona propriamente di nostro interesse, cioè quella gravitante intorno al nodo del Mulo, prenderemo in esame i primi tre dei suddetti gruppi di trune. Per quanto possa sembrare strano, dai documenti di archivio non è possibile stabilire con certezza una cronologia dei lavori di realizzazione; tuttavia, incrociando e confrontando i dati parziali di diversa provenienza è possibile affermare con ragionevole certezza che i grandi complessi di trune, iniziati non oltre il 1888, vennero ultimati entro il 1889, divenendo operativi certamente nel 1890; dopo tale data si costruirono solo più trune isolate, in prevalenza ad opera delle truppe alpine, e utilizzate come posti di vedetta. Risalendo da Demonte il lunghissimo vallone dell’Arma, pochi tornanti prima di raggiungere il Colle di Valcavera, ove termina il tracciato asfaltato, si osserva, sulla destra di chi sale, un ampio rispianato, ove è possibile rinvenire a quota 2.299, i resti delle Trune di Valcavera (29). Solo più due trune si presentano in buone condizioni (stato di conservazione ‘A’) (30), tre versano in stato ‘C’ e le rimanenti quarantuno sono ridotte ad ammassi di pietrame, sovente leggibili solo dall’alto (stato ‘D’). In sostanza resta ben poco da vedere ai nostri giorni, e, com’è naturale, ad ogni inverno che passa la situazione peggiora. Le quarantasei trune originarie erano ordinate su più file, ed il complesso era stato integrato da alcuni edifici logistici allo scopo di incrementarne l’autonomia operativa: due cucine (per complessivi I Baraccameni di Valcavera

(29) Nei documenti ufficiali dell’epoca è più frequente il toponimo Valcovera. Noi useremo quello attuale di Valcavera. (30) Per lo stato di conservazione attuale di trune e ricoveri, si vedano le tabelle contenute nell’appendice n.1


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sedici fornelli), una scuderia per sedici cavalli ed un piccolo macello (unica costruzione ad essere situata a sinistra della strada). Dall’esame dei ruderi, desumiamo che le trune di Valcavera appartenevano al tipo n. 2; nessuna era dotata di imposta di porta, dunque esse non contenevano stabilmente materiali. Sette trune ebbero il muro frontale rinzaffato Trune di Valcavera di calce, una sola aveva la copertura in zolle, tutte le altre si giovarono di copertura in ardesie. Gli edifici logistici erano anch’essi in muratura a secco con semplici rinzaffi in calce; le cucine misuravano 6,50 x 5,40, la scuderia m. 11,10 x 9,10. Quanto alla cronologia di realizzazione, fermi restando i termini generali esposti più sopra, non disponiamo di molti validi elementi. Apprendiamo tuttavia, da una Truna d’Eguiette importante fonte memorialistica (31) che nell’estate 1890 le trune di Valcavera erano operative. Come abbiamo già accennato, questo importante complesso venne integrato da due trune isolate poste su alture nettamente più elevate, con funzioni quindi di posti di vedetta e/o osservatori; si tratta della Truna di Cima di Test (nei pressi dell’omonima cima situata a nord di Valcavera, a quota 2621) e della Truna di Passo Eguiette (sull’omonimo valico a sud di Valcavera, quota 2445) che permetteva di sorvegliare il sentiero che, proveniente da Sambuco, raggiunge Valcavera e Bandia. Entrambe le trune, sorprendentemente ben conservate (stato ‘A’) appartenevano al tipo n. 2, con il muro di fondo libero; non disponiamo di elementi per una precisa datazione, e ci limitiamo quindi a riferire che il Corino le dà entrambe per costruite nel 1890 (32). Ma il sito strategicamente più vitale era senz’altro quello costituito dalla vasta distesa pascoliva che si estende intorno al colle della Bandia (quota 2408, comune di Sambuco), poco più di due chilo(31) Cfr. David Menini, Operazioni Militari alla Frontiera Nord - Ovest. Memorie di escursioni alpine del 1890, Verona, 1891, p. 41. Il maggiore Menini, caduto poi eroicamente ad Adua nel 1896, comandava allora il battaglione alpini Verona, del 6° reggimento. Nel volumetto qui citato rievoca le sue esperienze sulle montagne cuneesi nel 1890. (32) Cfr. Pier Giorgio Corino, Valle Stura Fortificata, cit., pp. 64 e 67.

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Il maggiore dei quattro gruppi di trune esistenti alla Bandia a fine Ottocento, in primo piano le cucine. SSC

I ruderi della cucina delle trune della Bandia

I resti delle trune della Bandia

metri ad ovest delle trune di Valcavera. Sui dolci pendii erbosi alle pendici del Becco Grande, alla destra della strada proveniente da Demonte, la Direzione del Genio di Cuneo curò la realizzazione di quattro gruppi di trune, per un totale di 38 ricoveri. Difficile precisare con esattezza la data della costruzione; i due più autorevoli studiosi delle fortificazioni alpine, Pier Giorgio Corino e Mauro Minola datano l’insieme del baraccamento (cioè le trune più i ricoveri, di cui si parlerà più avanti) come risalente al 1887-1889 (33), ma noi abbiamo ragione di ritenere anzitutto che i ricoveri siano di costruzione posteriore, e che le stesse trune siano state realizzate in almeno due tranches. Da notizie di stampa apprendiamo infatti che nell’estate del 1888 erano in corso i lavori di costruzione delle trune, da ultimarsi probabilmente nella stagione successiva (34) ; mentre in un reportage di una esercitazione dell’artiglieria da montagna risalente agli anni 1888 o 1889 un ufficiale racconta da un lato di aver dormito nelle trune di Bandia, dall’altro di aver osservato operai lavorare attivamente ad altre trune nella medesima località (35). Ne possiamo dedurre che nel 1888-89 almeno un primo gruppo di trune, il più antico, era già operativo, mentre il secondo risultava ancora in via di completamento. Il primo gruppo realizzato era quello situato più ad ovest (lo indicheremo convenzionalmente come gruppo I) e risulta oggi quasi interamente scomparso (ne vedremo più avanti il motivo). Era com31

(33) Cfr. Pier Giorgio Corino, op. cit., p. 68; Mauro Minola, Dario Gariglio, Le Fortezze delle Alpi Occidentali. Vol. II: Dal Monginevro al Mare, Cuneo, L’Arciere, 1995, p. 77. (34) Cfr. La Sentinella delle Alpi, 28-29 settembre 1888 e 11-12 ottobre 1888. (35) Cfr. Pier Angelo Menzio, Alpinismo Militare, Torino, 1892, pp. 137 e 139.


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posto da ventidue trune disposte su tre file di sei ciascuna e una fila di quattro leggermente distaccata, più vicina alla strada. Pur non essendo in possesso di documentazione decisiva, riteniamo che tutte le trune I fossero del tipo n. 1, con copertura standard in terra e piote erbose; allo stato attuale la stragrande maggioranza di esse versano nello stato ‘D’, solo una si può catalogare ‘C’, mentre di alcune restano solo labili tracce degli scavi di fondazione. Nei pressi del gruppo si trovava anche una cucina, attualmente in rovina (stato ‘D’). Un secondo gruppo (II) di due sole trune si trovava più a monte, verso il Colle di Ancoccia; erano del tipo n. 2 con muro di fondo parzialmente interrato e copertura in terra e piote erbose; lo stato attuale è ‘C’ per la 1/II e ‘A’ per la 2/II: quest’ultima è certamente la meglio conservata di Bandia, probabilmente utilizzata a lungo dai pastori e mantenuta in buone condizioni. Un poco più ad est ecco il gruppo nell’insieme meglio conservato, il n. III, giunto a noi sostanzialmente ben leggibile, anche se nessuna truna rimane nello stato ‘A’. Si componeva di due file di cinque trune, perfettamente allineate. Viste dalla strada, sembrano quasi simili a tane scavate nel verdeggiante pendio. Erano tutte del tipo n. 2, con copertura in terra e piote erbose. Discretamente conservate le volte, mentre mancano tutti i muri di fondo. Stato di conservazione odierno:‘B’: le numero 1-2-3-4-5-7-9-10/III; ‘C’: le numero 6-8/III. Anche qui troviamo una piccola cucina nelle immediate vicinanze: era una costruzione piuttosto robusta, con copertura in lose; stato attuale ‘B’. Infine un ultimo gruppo di trune (IV) si trovava immediatamente a lato della strada, subito alle spalle del posteriore ricovero - caserma; tre erano perfettamente allineate e una quarta, distaccata, più vicina alla strada; erano tutte del tipo n. 1. Alla stato odierno, la situazione è la seguente: la 1/IV e la 2/IV completamente scomparse, con solo labili tracce dello scavo; la 3/IV: stato ‘B’; la 4/IV: stato ‘C’. Circa 1500 metri ad nord ovest di Bandia, per permettere la sorveglianza e la difesa del vicino Colle di Margherina nei confronti delle provenienze dal Colle del Preit, venne realizzato un ulteriore e nutrito insieme di trune, denominato Trune di Margherina (q. 2458, comune di I ruderi delle Trune della Margherina Canosio). Quanto alla loro datazione, in manPianta delle trune e del baraccamento della Margherina. SSC canza di probanti documenti di archivio, rileviamo da fonti memorialistiche che le trune erano operative nell’estate del 1890 (36). Anche sul loro numero permane qualche incertezza; si rilevano infatti discordanze nei documenti di archivio e l’esame sul terreno dei ruderi non è decisivo, in quanto ben poco rimane di leggibile ai giorni nostri. Tuttavia, (36) Cfr. David Menini, op. cit. , p. 47.


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incrociando i dati che ci provengono dallo studio delle rovine, dai documenti più attendibili e, specialmente, dall’esame della foto satellitare, possiamo ragionevolmente concludere che in origine le trune fossero venti (37), disposte nel modo seguente: una fila di cinque ed una seconda di otto alle spalle del più recente ricovero (di cui si parlerà più oltre), leggermente più ad ovest; due file di tre di fianco al ricovero; una isolata dietro il ricovero. Erano tutte del tipo n. 2, con copertura in terra e zolle erbose, tutte prive di imposta di porta. Come consuetudine per i gruppi numerosi di trune, nei pressi venne anche realizzata una cucina, costituita da una baracca di medie dimensioni, con struttura in muratura di pietrame e malta di cemento; essa disponeva di due vani per complessivi otto fornelli. Lo stato di conservazione attuale è deplorevole: le trune vanno dalla assoluta sparizione di ogni traccia allo stato ‘D’ o al massimo ‘C’, mentre la cucina versa in stato ‘C’. Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio del decennio successivo, la costruzione dei grandi complessi di trune era ormai terminata ed esse venivano massicciamente occupate dalle truppe in esercitazione (38). Ben presto, tuttavia, fu chiaro ai comandi che la costruzione delle numerosissime trune non poteva risolvere del tutto il problema di rendere praticabili per lunghi periodi a consistenti reparti di truppa le zone montane strategicamente rilevanti. La percezione di questa insufficienza determinò quindi nel pensiero delle nostre autorità militari una repentina e drastica modificazione di orientamento in rapporto ai ricoveri alpini. Tale evoluzione si venne attuando per due ordini di motivi, uno prettamente tecnico - costruttivo, l’altro più squisitamente militare. Esaminiamo separatamente le due questioni. Dal punto di vista tecnico si vennero rapidamente evidenziando i limiti costruttivi delle trune ed il loro scarso rendimento qualitativo. Al loro apparire, in verità, esse avevano suscitato considerevole interesse negli ambienti militari, sia italiani che stranieri. In particolare in Francia si assisteva con una certa preoccupazione al moltiplicarsi delle trune, che apparentemente rendevano presidiabili anche in pieno inverno zone strategiche di alta montagna; il giornale parigino Le Siècle, in un articolo del 1890 sulle truppe alpine italiane, descrive la realizzazione delle trune che, “relativement très comfortables“, permettono agli alpini di mantenere in ogni stagione il controllo dei passi alpestri, e non trascura di invitare il governo francese a imitare la nostra iniziativa. In realtà la situazione non si presentava così soddisfacente. Anzitutto la presunta semplicità ed economicità di costruzione delle trune si rivelò aleatoria alla prova dei fatti; la loro reale capacità operativa era piuttosto scarsa (i venti uomini paglia a terra rappresentavano un valore solo teorico) per cui occorrevano numerose trune per accogliere un consistente reparto di truppa, e ciò rappresentava un notevole spreco di materiale (che peraltro solitamente non mancava), di spazio e specialmente di mano d’opera. Si aggiunga che la realizzazione delle volte risultava piuttosto difficoltosa sia per la scarsezza di materiali idonei che per la ridotta capacità dei soldati addetti. Ma l’aspetto più sconfortante derivava dalla intrinseca debolezza della muratura a secco, che, unitamente all’inadeguatezza della mano d’opera militare e, talora, alla scarsa idoneità dei materiali e delle tecniche costruttive, rendeva le trune assai poco solide e bisognose di frequenti e costosi inter33

(37) Anche il Corino , op. cit., p. 72, parla di “una ventina di trune”. (38) Sempre dalla già citata Sentinella delle Alpi apprendiamo che nel luglio del 1891 le trune di Valcavera ospitarono non solo gli alpini del btg. Verona, ma anche i fanti dei reggimenti 81° e 82° (Brigata Torino, allora di guarnigione a Cuneo, al comando del maggior generale Tonini). Ritroviamo gli stessi reparti di fanteria nell’estate 1894 alle trune di Bandia (81° rgt.) ed a quelle di Gardetta (82° rgt.).


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venti di manutenzione. Espedienti volti a migliorarne la solidità, come l’utilizzo nella copertura di materiali differenti da quelli originari (lastre di ardesia, tavolati, lamiere zincate, anche calcestruzzo) e l’uso di intonacature e rinzaffi in malta o calce nei muri frontali e laterali non valsero a migliorarne sostanzialmente il rendimento. Prive spesso di sportelli per porte e finestre, durante l’inverno esse si riempivano completamente di neve e risultavano in sostanza inabitabili. Ma anche in estate esse si presentavano come assai poco comode ed igieniche, inadatte ad un soggiorno prolungato. A causa dell’incessante azione degli agenti atmosferici (acqua, neve, vento, gelo, disgelo…) molte trune risultavano inabitabili per la persistente umidità, che diminuiva solo nel cuore dell’estate, allorché le truppe potevano comunque attendarsi… (39). Nel breve volgere di pochi anni molte trune si ridussero a ruderi cadenti ed altre, assai lesionate, furono utilizzabili solo più come magazzini. Tutta una serie di documenti ufficiali d’epoca (purtroppo non tutti datati, ma risalenti al periodo 1895-1912) che abbiamo reperito in SSC, e che vengono citati in calce al presente articolo, ci testimonia direttamente o indirettamente la profonda insoddisfazione dei comandi militari circa la riuscita delle trune. I difetti riscontrati sono quelli che già abbiamo evidenziato: specialmente scarsa abilità tecnica delle truppe addette alla costruzione e inidoneità delle soluzioni adottate per la copertura. Il risultato è che sia le trune del tipo n. 1 sia quelle del n. 2 risultano difettose, sempre umide e nel complesso danno una pessima prova di sé. Unica e molto parziale eccezione viene riscontrata in alcuni esemplari realizzati alla Gardetta, per i quali la copertura ottenuta con lamiere zincate su assito e le migliorie consistenti in rinzaffi, pavimento e porte valgono un giudizio moderatamente positivo. Ma nell’insieme la situazione è sconsolante. Dall’esame di un documento ufficiale della Direzione del Genio di Cuneo, che risale con tutta probabilità al 1895, risulta chiaramente che al momento della sua compilazione alcune trune erano già state addirittura demolite ! Ciò non deve stupire, in quanto le cattive qualità delle trune erano ormai di dominio pubblico negli anni novanta, e se ne trova eco non solo nelle pubblicazioni specializzate, ma perfino nella stampa quotidiana. Nell’agosto del 1897 il corrispondente da Demonte de La Sentinella delle Alpi si reca a piedi alla Bandia, per far visita ad un amico, sottufficiale del genio che vi si trova distaccato. Ne esce un gustoso reportage in cui l’autore, certamente valendosi di notizie riferitegli dall’amico militare, descrive gli edifici realizzati (dei quali parleremo più oltre) e sottolinea i noti difetti delle trune, destinate, afferma, ad essere demolite e sostituite da ricoveri in muratura. Osserva sulla destra due gruppi di trune “…parte ancora in buon stato (il gruppo III), parte già sgombre e contrassegnate in bianco, cioè prossime a venire demolite (il gruppo I)” (40) . Dunque i comandi, già pochi anni dopo la realizzazione dei primi gruppi di trune, decisero di non (39) Interessanti a questo proposito le testimonianze tratte dai due libri di memorie che abbiamo già citato: il maggiore Menini racconta che nel luglio 1890 il suo reparto fu costretto ad attendarsi presso il lago di Roburent, in quanto le trune ivi esistenti erano in gran parte ingombre di neve (e ciò in piena estate!). Durante la notte, a causa di un improvviso peggioramento del tempo, con pioggia, grandine e neve: “…si dovette per forza cercar riparo sotto le trune meno occupate dalla neve, sfidando uno stillicidio da purgatorio e la probabilità di rimanervi sepolti…”. Cfr. David Menini, op. cit., p. 32. Invece l’allievo ufficiale Menzio dorme nelle trune di Bandia in condizioni ambientali meno estreme, e trova che la loro “costruzione è molto commendevole, perché esse offrono un riparo abbastanza sicuro e comodo nell’imperversare della bufera e nelle gelide notti”…tuttavia anch’egli deve rilevare che : “…quando si sta lì dentro stipati come le acciughe, l’aria diventa tosto pesante e malsana…” Cfr. Pier Angelo Menzio, op. cit., pp. 139-140. (40) Cfr. La Sentinella delle Alpi, “Una gita a Bandia”, numero del 10-11 agosto 1897. Alla demolizione delle trune si accenna ancora più volte in articoli apparsi successivamente.

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insistere con le continue, costose e sostanzialmente inutili riparazioni, e provvidero a demolire decisamente i manufatti più pericolanti, onde evitare incidenti . Le trune più malridotte vennero pertanto progressivamente contrassegnate, sgomberate dalle truppe ed infine demolite. Una decisiva conferma di questo orientamento ci viene dall’analisi di alcune delle splendide foto d’epoca pubblicate per la prima volta dal Corino, relative a trune e ricoveri della Valle Stura come dovevano apparire nei primissimi anni del ‘900 (41). Alle pagg. 68-69 osserviamo una visione di insieme della Bandia: le trune del gruppo III e IV appaiono in buone condizioni, discrete quelle del II, mentre quelle del I gruppo versano in uno stato di totale devastazione, inspiegabile con il semplice logorio degli agenti atmosferici; evidentemente la foto venne scattata quando già le trune del gruppo I erano state in gran parte abbattute. Lo stesso ragionamento vale per le trune di Margherina che appaiono nella foto di pag. 72: il desolato cumulo di rovine che appare alla spalle del baraccamento non può che risultare dall’abbattimento, almeno parziale, delle trune. A Valcavera la situazione non era migliore: che le trune fossero crollate spontaneamente o che l’autorità militare ne avesse ordinato una selettiva demolizione, lo spettacolo da esse offerto era avvilente; nell’estate del 1912 lo scrittore torinese Bernardo Chiara, in villeggiatura a Demonte, sale alla Bandia; benché poco interessato a questioni militari, nel passare accanto alle trune di Valcavera non può fare a meno di osservarne le precarie condizioni: “...siamo passo passo saliti alle trune, che sono case di pietra costrutte con gran dispendio, anni addietro, dall’Amministrazione Militare. Essendo abbandonate, ora si diroccano; alcune sono già mezzo smantellate; e fra poco quel villaggio deserto non sarà più che un mucchio di macerie, che si confonderanno coi detriti delle rocce soprastanti…“ (42). D’altra parte, se vogliamo esaminare la situazione numerica delle trune negli anni a cavallo del secolo, le cifre che possiamo riscontrare sui documenti SSC sono eloquenti. Nelle relazioni le trune vengono sostanzialmente classificate in quattro categorie: in buon stato, utilizzabili solo come magazzino, cadute, da abbattersi. A Valcavera, delle quarantasei trune originarie ne restano, nei primi anni del ‘900, 25 operative: 11 servono da magazzino, 5 sono cadute e 5 da abbattere; alla Bandia restano operative solo le 10 trune del III gruppo, tutte le altre sono cadute o demolite; a Margherina delle 20 trune ne restano solo tre, e pochi anni dopo un elenco le considera ormai tutte fuori servizio, cadute o demolite; alla Gardetta, come abbiamo visto, la situazione è un po’ meno scoraggiante: delle ottanta trune ne sopravvivono operative una quarantina, circa venti servono ancora da magazzino, le rimanenti sono crollate o da abbattersi; le 2 trune di Monte Bodoira, in consegna al 2° reggimento alpini, sono definite “diroccate” nel 1912, e se ne caldeggia la radiazione. Insomma l’esame degli aspetti tecnico - costruttivi non poteva che orientare i nostri comandi verso realizzazioni diverse e alternative alle trune, cioè verso ricoveri alpini magari meno economici nel costo iniziale di costruzione, ma certamente più solidi, più grandi, di migliore abitabilità e meno soggetti a costosi interventi di manutenzione. Tuttavia occorre rilevare che non furono solo gli evidenti limiti costruttivi delle trune a determina35

(41) Cfr. Pier Giorgio Corino, op. cit., passim. Gli originali, su lastra di vetro, si trovavano nell’archivio della SSC. (42) Cfr. Bernardo Chiara, Sessanta giorni in montagna, Torino, 1913, p. 204.


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re il mutato orientamento che si delineò intorno al 1890 in relazione ai ricoveri alpini. Infatti tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio del decennio successivo sempre più frequentemente si svolgevano nelle alte valli esercitazioni militari piuttosto complesse, con l’impiego abituale di reparti molto numerosi, non solo di truppe alpine, ma anche di fanteria di linea, di artiglieria da campagna, del genio e persino di cavalleria. Dette esercitazioni non facevano che simulare le manovre che si sarebbero sviluppate nel caso di una guerra contro la Francia. In tale eventualità, i reggimenti alpini già stanziati nelle valli del cuneese (43) avrebbero ricevuto consistenti rinforzi di battaglioni appartenenti a reggimenti normalmente di guarnigione sulle alpi centro - orientali. E’ così che fin dall’estate del 1890 vediamo manovrare nelle valli del Gesso e della Stura, i battaglioni Tirano, Edolo e Vestone del 5° reggimento (Milano), ed i battaglioni Verona, Vicenza e Bassano del 6° reggimento (Verona). A queste forze, agguerrite e discretamente numerose, occorreva poi aggiungere i reggimenti di fanteria destinati all’impiego nelle Alpi Marittime, appartenenti al II Corpo d’Armata di Alessandria, ed in particolare alla Divisione Militare di Cuneo. Se i grandi complessi di trune (Valcavera, Bandia, Margherina, Gardetta, Roburent) potevano indubbia(43) Che erano già allora i due classici 1° (battaglioni Ceva, Mondovì, Pieve di Teco) e 2° reggimento (battaglioni Borgo San Dalmazzo, Dronero, Saluzzo). Tali denominazioni dei battaglioni risalivano al 1886.

Pianta del baraccamento della Margherina. SSC

Il Baraccamento della Margherina a fine Ottocento. SSC

l ruderi del baraccamento con sullo sfondo Roc la Meja


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mente accogliere reparti anche di una certa consistenza per brevissimi periodi, era però chiaro che una presenza massiccia, e specialmente protratta nel tempo, di grossi reparti avrebbe richiesto ben altre strutture di appoggio logistico. In particolare magazzini, depositi, infermerie, macelli, scuderie, comandi, uffici e simili (44) . Le autorità militari si orientarono dunque verso la realizzazione di ricoveri di questi tipo che inizialmente affiancassero e a lungo termine sostituissero completamente i grandi gruppi di trune. Quanto alla struttura dei nuovi edifici si abbandonò ben presto l’idea della muratura a secco, per adottare la assai più solida muratura ordinaria con l’utilizzo, generalmente, di buona pietra grigia assai abbondante nella regione del Mulo. La zona prescelta fu quella, strategicamente irrinunciabile, del pianoro della Bandia. Vi si costruirono nel corso degli anni numerosi edifici, fino a completare un vero e proprio villaggio militare che, al momento della sua massima espansione (1910) contava le seguenti strutture (oltre ovviamente alle trune superstiti): una grande caserma - ricovero (che chiameremo convenzionalmente Ricovero G); una secondo ricovero di dimensioni più ridotte (Ricovero N) un macello (45); una infermeria, due scuderie, due palazzine comando ( una di 1° e una di 2° ordine), dette anche palazzine ufficiali, un magazzino viveri, una ghiacciaia, una cucina (in aggiunta alle due già elencate con le trune), tre fontane e due latrine ufficiali. Un ulteriore grande ricovero venne eretto nelle immediate vicinanze delle Trune di Margherina (Ricovero o Baraccamento di Margherina o d’Ancoccia) (46). Vedremo più oltre le caratteristiche di questi edifici. Per intanto osserviamo che fino a tutto il 1890 nessuna fonte o testimonianza ci permette di dare per iniziata la realizzazione dei ricoveri. La prima indicazione cronologica che abbiamo rinvenuto è una fonte di stampa risalente all’autunno del 1891, che dà per costruiti durante l’estate alcuni edifici alla Bandia. Da una serie di indizi possiamo desumere che i primi fabbricati realizzati furono, sulla sinistra della strada proveniente da Valcavera, due scuderie, una cucina, un magazzino viveri. Negli anni immediatamente seguenti, durante le brevi stagioni lavorative, seguirono il macello, l’infermeria e le due palazzine per ufficiali (47). Da ultimo, meno urgente in quanto le trune, pur con tutti i loro limiti, permettevano comunque di accantonare le truppe almeno nel periodo estivo, venne costruito il grande ricovero a due piani, vera e propria caserma alpina, sulla destra della strada di accesso. Notizie di stampa danno questa opera realizzata nel 1899 (48). Il ricovero

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(44) Nel 1890 dipendevano dalla Divisione Militare di Cuneo (generale Agostino Ricci) le brigate di fanteria Torino (di guarnigione a Cuneo), con i reggimenti 81° e 82°, e Marche (di stanza a Fossano ed Alba), con i reggimenti 55° e 56° ; inoltre due squadroni di cavalleria del reggimento Saluzzo e una brigata su tre batterie dell’11° rgt. artiglieria. I piani di operazione nonché le teorie sulle guerra in montagna che proprio in quegli anni venivano faticosamente elaborati, prevedevano infatti l’utilizzo esclusivo dei reparti alpini solo per la copertura e per alcuni particolari tipi di missioni; alle altre ordinarie operazioni avrebbero dovuto partecipare reparti di fanteria di linea, di bersaglieri, di artiglieria da campagna (preferita ove possibile a quella da montagna) e financo drappelli di cavalleria, oltre che del genio. Da qui l’importanza di far manovrare ogni anno una cospicua frazione dell’esercito di campagna nelle zone alpestri. Cfr. p. es. il volumetto Appunti sulla Guerra di Montagna, Torino, 1891 del colonnello Claudio Massonat (l’autore aveva a lungo comandato un battaglione del 2° rgt. alpini ed era, nel 1891, al comando dell’82° rgt. fanteria in Cuneo; aveva ai suoi ordini l’allora giovanissimo tenente Eugenio De Rossi, autore di un noto libro di memorie), nonché il più organico Guerra in Montagna, Roma, 1902, del capitano Vincenzo Rossi. (45) La frequente presenza di macelli nei baraccamenti deriva dalla convenienza di macellare (e panificare) nelle immediate vicinanze delle truppe operanti, onde diminuire l’onere logistico dei trasporti in quota. (46) Per la nomenclatura di questo tipo di edifici si veda il dettaglio nell’appendice n. 2. (47) Queste ultime erano sicuramente completate nell’estate del 1896: infatti sappiamo che nel luglio di quell’anno una cinquantina di allievi della Scuola di Guerra vi soggiornarono nel corso di una visita al nodo del Mulo. (48) Cfr. La Sentinella delle Alpi, 20-21 ottobre 1899


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N (che non appare ancora sulla foto pubblicata dal Corino, op. cit., pp. 68-69) venne realizzato in epoca più tarda, purtroppo non precisabile con esattezza ma certamente entro il 1910; esso si posizionava sulla destra della strada di accesso, proprio in faccia alle scuderie. Per quanto riguarda il Ricovero Margherina nessun documento di archivio ci permette di datarne con esattezza la costruzione; tuttavia una bella iscrizione scolpita su un blocco di pietra della facciata riporta inequivocabilmente l’anno 1894. La realizzazione delle strade di accesso venne intrapresa solo dopo l’ultimazione dei gruppi di trune, probabilmente quando si delineò l’orientamento favorevole ai grandi ricoveri in muratura. Da un documento in nostro possesso desumiamo che nell’agosto del 1891 si dette inizio all’iter burocratico necessario all’espropriazione dei terreni interessati alla costruzione del tronco di strada carreggiabile tra il Colle di Valcavera e la Bandia. Chiarito così il quadro storico-cronologico forniamo ancora qualche ragguaglio costruttivo (49). Il problema principale da risolvere nella costruzione di ricoveri nella zona alpina, dopo la scelta irrinunciabile della muratura ordinaria, restava comunque quello della copertura del tetto, che doveva risultare al tempo stesso Planimetria dei Baraccamenti robusta e resistente agli di Bandia con le diverse destinazioni d’uso. SSC agenti atmosferici, ma anche di semplice ed economica realizzazione. Si abbandonarono ben presto le coperture fatte con volte, mentre l’utilizzo del legname non dette buona prova. Si sperimentarono le più svariate soluzioni (terra, ardesie, laterizi, lamiere metalliche…) finché venne generalizzata l’adozione della copertura “alla Hausler”, detta anche I ruderi dei Baraccamenti di Bandia “copertura piana”. Tale soluzione dette risultati talmente soddisfacenti da . (49) Alcune notizie tecniche di grande interesse riguardanti le trune ed i ricoveri di montagna abbiamo rinvenuto nell’articolo “Ricoveri Militari Alpini” del capitano del Genio Casali, in Rivista di Artiglieria e Genio, 1896, n. III, pp. 439 sgg., nonché nel volumetto Ricoveri di Montagna, Torino, 1923 del tenente colonnello del Genio Giovanni Ferreri.


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essere scelta quasi sistematicamente non solo per la realizzazione di nuovi edifici, ma anche per modificare strutture già esistenti e dotate di coperture giudicate difettose (50). Gli edifici più recenti della Bandia, segnatamente il grande Ricovero G e le due palazzine ufficiali, vennero realizzati con questa tecnica. Si trattava di tetti con falde pochissimo inclinate (da qui la denominazione di “tetto piano”), in cui sull’armatura veniva disposto uno strato di tavole. Su tale tavolato veniva disteso un manto impermeabile, ricoperto poi da uno strato di sabbia fine, di terra vegetale e di ghiaietta. Il suddetto manto constava di quattro strati impermeabili di uno speciale cartoncino, brevettato in Germania; su ogni strato veniva spalmato a caldo un materiale bituminoso detto “Holzcement”. Tra l’assito ed il manto si interponeva ancora uno strato di feltro bituminato in rotoli. I comandi si mostrarono estremamente soddisfatti dei risultati di questa soluzione costruttiva, la cui esecuzione poteva esser condotta anche da truppa poco esperta; il sistema, oltre a dare subito buona prova di sé, comportò anche notevoli economie nelle spese generali di costruzione. Infatti venivano eliminati i sottotetti; diminuivano la cubatura muraria, l’elevazione degli edifici e l’estensione delle falde dei tetti; si guadagnava in stabilità in quanto venivano eliminate le spinte sui muri perimetrali e si migliorava notevolmente l’efficacia del riscaldamento. Per contro la neve non poteva scaricarsi da sé dalle falde del tetto, e vi permaneva fino allo scioglimento; dunque occorreva rinforzare le armature della copertura. Veniamo ora a fornire qualche notizia sui singoli edifici, cominciando dall’isolato Baraccamento di Margherina. Come si può ancora osservare negli imponenti ruderi (stato di conservazione ‘B’), era un fabbricato di notevoli dimensioni (circa 45 metri per 4,5), realizzato in muratura di pietrame, malta e calce, con abbondanti rinforzi in bella pietra da taglio. Ai due lati dell’andito si aprivano simmetricamente due camerate per truppa ed una camera per ufficiali su ciascun lato. L’edificio poteva così ospitare in tutto 6 ufficiali e 150 uomini “paglia a terra”. Qualche attenzione merita l’aspetto estetico. Colpisce ancor oggi, nell’osservare i ruderi di un semplice baraccamento, poco più di una tettoia chiusa, la cura del particolare estetico e addirittura, nei limiti del consentito, la ricerca del bello che il progettista tentò di esprimere pur nella povertà dei materiali a disposizione. I lunghissimi prospetti del ricovero sono infatti segnati da numerose ed eleganti lesene in pietra da taglio, e risulta singolare l’effetto cromatico dato dalla tonalità particolarmente scura del materiale utilizzato. Qualche dubbio permane sul tipo di copertura, in quanto i documenti di archivio sono discordi su questo punto. E’ probabile che il ricovero presentasse inizialmente un tetto ad una sola falda, molto inclinata, con copertura di ardesia su assito di tavole, e pavimento in tavolato; in tempi successivi sarebbe stata realizzata una copertura “alla Hausler”. Questo tipo di ricovero fu giudicato nel complesso soddisfacente, anche se qualche critico rilevò che la larghezza dei vani interni risultava esagerata per ricoverare una sola fila di uomini paglia a terra, ma insufficiente per alloggiarvene due. E veniamo finalmente alla Bandia. L’odierno visitatore si trova davanti a un consistente numero di edifici in differenti stati di conservazione: alcuni completamente crollati, altri in condizioni assai 39

(50) A puro titolo di esempio ricordiamo i tre ricoveri nella zona del Colle di Tenda: Perla, Boaira e Croce di Malabera; costruiti con tecniche tradizionali, nei primi anni del ‘900 vennero rifatti con demolizione della copertura originaria e realizzazione di coperture piane alla Hausler.


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migliori, privi naturalmente della copertura, ma con muri perimetrali e tramezzi che sfidano orgogliosamente il trascorrere del tempo. Diciamo subito, senza nulla togliere alla solidità delle costruzioni originarie, che gli edifici più importanti e meglio conservati debbono in parte la loro buona salute al fatto che essi vennero utilizzati anche in epoca fascista, e beneficiarono quindi di interventi di manutenzione e rifacimento di cui sono abbastanza evidenti le tracce. Ma ciò che fa l’originalità dei ricoveri della Bandia e ne marca la differenza rispetto ad altre realizzazioni analoghe sta nel fatto che essi, piuttosto numerosi (le costruzioni principali sono in tutto tredici), vennero realizzati in un insieme compatto, allineati con rigore sui due lati della strada di accesso, costituendo così una sorta di pittoresco villaggio militare. Per tutte le costruzioni la struttura era in muratura di pietrame, con frequenti rinforzi in pietra da taglio. La materia prima (pietra grigia) era piuttosto abbondante negli immediati paraggi. Elenchiamo gli edifici nell’ordine in cui li si incontra provenendo da est (Demonte o Castelmagno), iniziando ad esaminare quelli disposti a sinistra della strada. Il primo ricovero che si presenta è il macello; di esso non conosciamo il tipo di copertura; non appaiono tracce di importanti rifacimenti moderni, tuttavia lo stato di conservazione è abbastanza buono (stato ‘C’). Proseguendo oltre si incontrano le due scuderie, stato di conservazione ‘C’; si tratta di due piccoli edifici gemelli, affiancati lungo il lato minore; la copertura era quella tradizionale con tetto a due falde. Completamente ruderata appare invece l’infermeria (stato ‘D’), dotata in origine di

I ruderi delle scuderie

Il magazzino

Il ricovero G


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copertura piana. Segue la piccola cucina ufficiali, anch’essa ridotta allo stato ‘D’, coperta con tetto tradizionale a due falde. Più oltre si incontra in buone condizioni (stato ‘B’) il magazzino (era probabilmente un magazzino viveri), robusta costruzione di medie dimensioni coperta con tetto tradizionale a due falde. Le due realizzazioni seguenti sono tra le meglio conservate di La palazzina ufficiali tutto il complesso (entrambe in stato ‘B’): si incontra anzitutto la Palazzina n. 2, adibita probabilmente a sede degli uffici del comando. Si tratta di una robusta costruzione su due piani, con copertura “alla Hausler”; essa venne progettata e realizzata con qualche minima concessione a raffinatezze estetiche: in particolare si notano ancor oggi le finestre contornate da orlature di Il Ruderi del ricovero N mattoncini rossi al primo piano, da piccoli conci di pietra da taglio al piano terreno. Più oltre si trova la Palazzina n. 1, probabilmente destinata ad alloggio ufficiali; benché di struttura leggermente diversa dalla precedente, valgono per essa le medesime considerazioni, tranne per il fatto di presentarsi leggermente meno conservata. Nelle sue immediate vicinanze si trovava anche una latrina ufficiali in muratura (visibile sulla foto SSC pubblicata dal Corino), di cui non è rimasta alcuna traccia. L’ultimo edificio che si incontra sulla sinistra della strada non ha nulla a che vedere con le realizzazioni ottocentesche: si tratta infatti di un’opera fortificata del Vallo Alpino, in calcestruzzo, mascherata con le fattezze di un antico baraccamento in pietra (51). Ritornando idealmente all’inizio del villaggio, e guardando verso il lato destro della strada, si osservano anzitutto i resti del ricovero N, ultimo edificio ad essere costruito nei primi anni del secolo; stranamente venne realizzato con copertura convenzionale a due falde molto inclinate, ed è giunto a noi in mediocri condizioni (stato ‘C’); non appaiono tracce di rifacimenti moderni. Poco più avanti si incontra il fabbricato di gran lunga più importante, probabilmente la stessa ragion d’essere del complesso: è il grande ricovero - caserma a due piani (ricovero G), con un avancorpo (51) Si tratta dell‘opera 310 del Vallo Alpino, armata con due mitragliatrici ed un cannone anticarro.


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sul fianco orientale un poco più basso e più stretto, in gran parte crollato. Il ricovero vero e proprio appare invece in ottimo stato (‘B’), anche grazie a manutenzioni e rifacimenti effettuati in epoca fascista. Dotato in origine di copertura piana, presenta una robusta struttura in muratura di pietrame, rinforzata in alcuni punti da bella pietra da taglio. Le riquadrature di porte e finestre sono egualmente in pietra da taglio, con curiosi e gradevoli effetti cromatici. Alle spalle del ricovero si trova, in condiIl macello zioni sorprendentemente buone, una piccola costruzione seminterrata, simile strutturalmente ad una truna, ma in muratura con malta anziché a secco: era la ghiacciaia del baraccamento, ancora praticamente perfetta, tranne per il muro di facciata, che manca del tutto. Come già accennato il complesso disponeva anche di tre fontane, di cui due erano posizionate all’ingresso est (una a destra ed una a sinistra della strada), mentre la terza si trovava più avanti a sinistra, nello spazio compreso tra le due La ghiacciaia palazzine comando. I baraccamenti della Bandia vissero il loro periodo di splendore tra la metà degli anni ’90 ed il 1910 circa; nel corso dell’estate gli edifici venivano occupati a turno dalle truppe in esercitazione, segnatamente gli alpini dei nostri reggimenti 1° e 2°, quelli lombardi del 5° ed i veneti del 6°, i battaglioni di fanteria della Divisione Militare di Cuneo, prima delle brigate Torino e Marche, più tardi della Cuneo, della Napoli e della Siena (52). I battaglioni effettuavano i tiri di guerra, compivano marce ed escursioni, simulavano manovre belliche ai vari livelli. I corrispondenti dei giornali davano solitamente vasta eco a queste esercitazioni militari, recandosi spesso al seguito delle truppe e soggiornando essi stessi alla Bandia, ove giungevano persino comitive di curiosi e di “touristi”. E certamente la vista del pianoro della Bandia doveva costituire uno spettacolo affascinante e pittoresco: le stradine tra le trune ed i ricoveri vivacizzate dalle multicolori uniformi dell’epoca, gli animati attendamenti dei cantinieri e dei fornitori borghesi di viveri, il viavai incessante di ufficiali e soldati, di carriaggi e di salmerie, di cannoni e di cavalli… Per tutti gli anni ’90 e nei primi anni del ‘900 ogni estate almeno una compagnia zappatori del (52) Nel 1900 giunse a Cuneo, per comandarvi la brigata Siena, il generale Alberto Pollio, futuro capo di Stato Maggiore dell’Esercito. (53) Di solito appartenente al 2° reggimento . Negli anni ’90 il Regio Esercito disponeva di quattro reggimenti genio; il 2° rgt. comprendeva in tutto 20 compagnie, suddivise nelle specialità zappatori (12 compagnie), zappatori - minatori (6 compagnie), treno.

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genio (53) lavorò alacremente nella zona, attendendo alla riparazione (e poi alla demolizione…) delle trune, alla costruzione dei ricoveri ed alla realizzazione ed al miglioramento della rete stradale. In particolare la strada che da Bandia raggiunge Margherina, e si prolunga poi per Servagno e Gardetta, venne costruita in svariate tranches e terminata nel 1904. Ad essa si affiancava una linea telefonica che collegava la Gardetta da un lato con Demonte e dall’altro con Bersezio. Benché perfettamente abitabili durante tutto l’arco dell’anno, i ricoveri venivano occupati sistematicamente solo nella bella stagione. Durante il lunghissimo inverno essi venivano comunque raggiunti da frequenti ricognizioni effettuate specialmente dalle truppe alpine, che verificavano lo stato degli edifici e delle dotazioni (54). Ma dopo il 1910 circa l’auspicato miglioramento delle relazioni con la Francia rende meno aspra la tensione politico - militare ai confini: si manovra e ci si addestra sempre, è naturale, su entrambi i lati della frontiera, ma l’intensità cala; i comandi non vivono più nel timore di una improvvisa invasione francese e la frequenza delle esercitazioni nelle zone di frontiera va man mano diradandosi . I forti si conservano presidiati ed armati, ricoveri e baraccamenti sono mantenuti in efficienza, certo, ma non vengono più occupati con la stessa frequenza ed intensità di prima. Nell’agosto 1912 Bernardo Chiara sale da Demonte, ove villeggia, fino al nodo del Mulo: passa accanto alle trune di Valcavera, che trova abbandonate e diroccate, poi raggiunge il baraccamento della Bandia, i cui edifici giudica solidi e resistenti. Ma non vede più l’animazione di pochi anni prima: il villaggio militare è vuoto, esso gli appare “deserto e silenzioso…un paese morto, dove non si trova un’anima vivente”, così come in abbandono gli si presentano le costruzioni della Margherina (55). Una seconda giovinezza vivranno solo alcuni edifici in epoca fascista, quando tutta la regione viene pesantemente militarizzata con la costruzione di numerose opere di fortificazione e di appoggio logistico del Vallo Alpino. Poi, con la fine del conflitto, discende l’oblio: i vecchi edifici vengono completamente abbandonati e si diroccano lentamente. Nel secondo dopoguerra, in realtà, si svolgono ancora nella zona Bandia – Gardetta delle attività militari: è l’ultima stagione “con le stellette” del nodo del Mulo, che si consuma con le frequenti esercitazioni delle truppe alpine ed in particolare i tiri dell’artiglieria. Ma gli antichi ricoveri sono ormai dimenticati e assistono, muti testimoni, alle ultime attività addestrative delle truppe da montagna. Sulle loro pietre i graffiti narrano la storia di generazioni di soldati che per cinquant’anni hanno presidiato il “Nodo del Mulo”, questo anfiteatro d’alta quota agli estremi confini del regno. Nelle iscrizioni i nomi, le date, le classi, le compagnie, i battaglioni, i reggimenti con i loro fasti….tutto perduto nelle nebbie del tempo. Ormai da anni le armi tacciono, e la natura si è riappropriata di questo sito meraviglioso ai piedi della Meja, di questo verdeggiante pianoro dal quale, per usare le parole di Bernardo Chiara, “…si ha la vista di uno dei più grandiosi panorami alpini……ond’io abbracciavo, con un solo giro d’occhio, il quadro sublime delle Alpi Marittime…” 43

(54) Ciò non poteva impedire, tuttavia, qualche furto ai danni dell’Amministrazione Militare. Nel maggio del 1903, alla riapertura dei ricoveri dopo la stagione invernale, si scoprì che ignoti ladri, penetrati nel magazzino viveri della Bandia , avevano scoperchiato tre casse e rubato 65 chilogrammi di zucchero, 12 chilogrammi di caffè e….uno scalpello. Notiamo che in Francia, a partire dalla stagione 1892-93, i baraccamenti d’alt quota venivano presidiati in permanenza; durante l’inverno restavano distaccamenti di volontari di 15-30 uomini. (55) Cfr. Bernardo Chiara, op. cit., pp. 204-205.


TRUNE E RICOVERI AL COLLE DEL MULO

DOCUMENTAZIONE DI ARCHIVIO:

Archivio della Sezione Staccata di Cuneo della 1^ Direzione del Genio Militare di Torino (SSC)

(L’ufficio è ormai chiuso da alcuni anni e la documentazione in esso custodita è stata trasferita a Torino).

- Album dei Ricoveri di Alta Montagna costruiti alla Regione del Mulo e sui contrafforti a mezzodì di Vinadio dalla Direzione del Genio Militare di Cuneo s.d. (ma probabilmente 1895); - Elenco dei ricoveri e trune in alta montagna, s.d.;

- Comando 2° reggimento alpini: Elenco di proposta delle varianti da apportarsi allo specchio dei ricoveri in consegna al suddetto Reggimento. Cuneo, 14 maggio 1912;

- Comando della Divisione Militare di Cuneo: Specchio indicante le persone incaricate della custodia delle chiavi dei Ricoveri Alpini nel territorio della Divisione. Cuneo, 13 novembre 1903;

- Fondo “Disegni”, Canosio, cartt. n. 1, 2, 13; Demonte, cart. n. 3; Sambuco, cartt. n. 1, 8;

- Fondo “Fortificazioni e strade”, raccoglitore “Canosio”, cartella n. 309; raccoglitore “Demonte”, cartella n. 321. - Carte e disegni diversi

- Fotografie d’epoca, di cui alcune su lastra in vetro originale. APPENDICE N. 1

CLASSIFICAZIONE DEI RUDERI

Lo stato di conservazione attuale di trune e ricoveri ottocenteschi è estremamente vario, e permette di classificare quanto resta dei manufatti in differenti categorie. 1. TRUNE:

A.- Truna sostanzialmente integra, o perché conservatasi tale oppure in quanto soggetta a lavori nel corso del tempo da parte di militari o di pastori. Presenta sostanzialmente completi i piedritti, il muro di fondo, la volta e la facciata, quest’ultima almeno parzialmente;

B.- Truna abbastanza ben conservata, con muro di fondo, piedritti e volta sostanzialmente completi, ma, a differenza della precedente, con la facciata crollata o in gran parte deteriorata;

C. - Truna con facciata e volta crollata; restano in piedi solo spezzoni dei piedritti e/o facciata e in loco permane gran parte del pietrame utilizzato per la costruzione; resta comunque leggibile;

D - Truna sostanzialmente scomparsa: resta solo visibile la traccia dello scavo di fondazione e (non sempre) qualche caotico mucchio di pietre. Talora non facilmente leggibile. 2. RICOVERI E COSTRUZIONI VARIE:

A - Edificio sostanzialmente integro, o perché conservatosi tale oppure in quanto soggetto nel corso del tempo a lavo-

ri da parte di militari o civili (pastori….etc.). Presenta sostanzialmente completi i piedritti, i prospetti e la copertura (almeno parzialmente);

B. - Edificio che conserva in gran parte integri i muri perimetrali e (in tutto od in parte) i tramezzi, non la copertura; C - Manufatto che presenta solo più spezzoni dei muri perimetrali;

D - Edificio ridotto a totale rovina, con mucchi informi di pietrame intorno ai resti dello scavo di fondazione.

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TRUNE E RICOVERI AL COLLE DEL MULO APPENDICE N.2

NOMENCLATURA RELATIVA AI RICOVERI ALPINI

La terminologia relativa ai ricoveri di montagna utilizzata nei manuali di fortificazione, nei documenti ministeriali ed

in quelli delle direzioni del Genio è tutt’altro che univoca; sovente accade che termini differenti vengano usati nello stesso significato, e che il medesimo appellativo venga utilizzato per indicare realtà talora differenti tra loro, generan-

do così una anarchia terminologica non facile da dipanare. Stando alle classiche definizioni da manuale per ricovero si intende un edificio, sito all’interno di un’opera o di una cinta fortificata, idoneo ad alloggiarne, in tutto od in parte, il

presidio. I ricoveri comprendono dunque locali disparati quali corpi di guardia, uffici, camerate, alloggi ufficiali, cucine, mense, infermerie, latrine, scuderie… Tuttavia per estensione il termine indica anche genericamente un edificio isolato destinato a ospitare personale.

Il baraccamento è più specificamente un ricovero per truppe realizzato in terreno montuoso, ove il personale si trove-

rebbe esposto alle intemperie qualora si attendasse. In sostanza si tratta di un surrogato di quella che è la caserma nelle

piazzeforti di pianura. Il termine truna è quello meno suscettibile di utilizzi anomali: si tratta di un piccolo ricovero alpino, realizzato in muratura a secco ed avente le caratteristiche descritte nell’articolo. Ciò non toglie che in qualche

documento una truna venga definita genericamente ricovero, o più spesso ricovero - truna. Se alcune trune (da due fino a svariate decine) si trovano a costituire un insieme organico (anche se non sempre omogeneo), il complesso assume

normalmente la denominazione di Trune di… . Per analogia con quanto sopra esposto, si trova però anche l’espressione Ricoveri di…oppure Ricoveri - trune di…

Quanto a Baraccamento, alcuni manuali considerano tale termine come sinonimo di ricovero alpino, altri come sinonimo di ricovero truppe tout-court, dando adito a possibili confusioni. Si aggiunga che qualche documento della Direzione

del Genio di Cuneo (che abbreviamo in DGC) indica come baracca - ricovero gli edifici per truppa più spartani, in pra-

tica delle semplici tettoie chiuse, mentre altri definiscono decisamente caserme i ricoveri per personale più grandi e strutturati, i quali ultimi si trovano ancora denominati caserme – ricovero in carte non provenienti dalla DGC.

Ad esempio l’edificio della Margherina è definito nei documenti DGC indifferentemente talora ricovero, talora barac-

camento, e talaltra ancora baracca - ricovero .In alcuni documenti (non di origine DGC) è chiamato genericamente Baraccamento di …qualunque edificio isolato o insieme di costruzioni, comprese le trune [!], destinato ad accogliere solo uomini o uomini e materiali. Qualche complicazione ulteriore nasce quando tali termini vengono utilizzati al plurale. Normalmente, per Ricoveri di…si dovrebbe intendere un insieme disomogeneo di costruzioni in muratura (quin-

di diverse dalle trune) destinate ad ospitare personale ed eventualmente animali ed a consentirne l’attività bellica. Ma abbiamo già visto che talora l’espressione indica anche un semplice gruppo di trune. La DCG utilizza spesso l’espres-

sione Baraccamenti di… per indicare un insieme di trune integrato da edifici logistici in muratura più o meno impor-

tanti. In questo senso si trova p.es. Baraccamenti di Valcovera, per intendere le trune più gli edifici logistici, e Baraccamenti di Margherina, ad indicare il gruppo di trune unitamente al ricovero ed alla cucina. Tuttavia, a parziale

smentita di tale enunciazione, troviamo anche il più generico Ricoveri della Gardetta, ad indicare il complesso delle trune e degli edifici logistici in muratura. Insomma, l’anarchia è completa, ed anche noi nell’articolo ci siamo ad essa conformati, utilizzando i termini in modo non sempre univoco….

Ricordiamo infine che alcuni fra i più importanti baraccamenti o ricoveri della valle Stura vennero intitolati a militari originari della zona e distintisi in qualche evento bellico o circostanza pericolosa; ciò avvenne comunque in tempi deci45

samente posteriori alla costruzione. Ad esempio i Baraccamenti della Bandia vennero intitolati al colonnello Filippo Armand, nativo di Argentera e messosi in luce nel corso della guerra italo - turca.


PIETRA E ACCIAIO - SETTEMBRE 2012

IL VALLO ALPINO A GOUTA di Davide Bagnaschino

Gouta e l’adiacente zona di Marta sono molto note, nel ponente ligure, per le piacevoli passeggiate nei boschi, il Sentiero degli Alpini, i paesaggi dolomitici dei Monti Toraggio e Pietravecchia, la fauna endemica e per le opere militari che, insieme a qualche leggenda, attirano ogni anno migliaia di escursionisti, curiosi e appassionati di storia. Le strutture più conosciute sono ovviamente quelle del Balcone di Marta, mentre alcune opere adiacenti sono interessanti ma difficilmente raggiungibili in quanto incastonate in pareti rocciose. A Gouta, invece, quello che più colpisce è la densità di centri di resistenza e ricoveri in caverna unita alla facilità di accesso: se ne incontrano infatti a pochi passi uno dall’altro e sono disposti lungo i sentieri che, paralleli alla strada militare, tagliano il bosco in direzione Est – Ovest. IL V SETTORE DI COPERTURA G.A.F. Il V Settore Media Roja copriva il fronte da Testa d’Alpe sino a Cima di Marta e si snodava su un paesaggio che alterna boschi e dolci pendii a falesie e zone rocciose. Scopo del settore era impedire ogni infiltrazione proveniente dai diversi sentieri che da Breil, Sorge e Fontan, salivano sino ad alcuni colli situati in cresta. Il settore era suddiviso nei sottosettori V/A Muratone e V/B Marta e comprendeva tredici capisaldi con cinquantatre opere, due batterie in caverna, cinque ricoveri per appostamenti allo scoperto, sedici ricoveri per truppe di contrattacco, una dozzina di caserme, una polveriera e diversi ricoveri di artiglieria. La sistemazione difensiva si snodava su due linee parallele: la prima linea correva lungo il crinale da Testa d’Alpe all’Arpetta, Monte Simonasso, Monte Lega, Toraggio sino al Balcone di

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Marta (dove il settore si saldava con il II Settore Alta Roja); la seconda linea (più precisamente una bretella di raddoppio), in posizione arretrata, doveva fermare eventuali sfondamenti e si snodava nei boschi tra Testa d’Alpe e Monte Lega, sbarrando i valloni dei Grugni e di Genseo e la cresta tra Monte Giardino e Scarassan. Particolarità di questa seconda linea era lo sbarramento anticarro di Scarassan, composto da due muri di cemento alle estremità e una serie di tombini nei quali, all’occorrenza, si poteva infilare una triplice serie di putrelle che dovevano fermare eventuali mezzi corazzati nemici. In questo settore le opere sono quasi tutte in discrete condizioni (ovviamente prive di impianti e serramenti), in quanto nel dopoguerra solo alcune sono state oggetto di recupero delle putrelle e corazzature; quelle più importanti sono le due batterie in caverna poste a protezione della Posizione di Resistenza: la 604a Batteria Sempre Pronta del Monte Lega e la 605a Batteria Sempre Pronta del Balcone di Marta. Anche altre opere della zona sono peraltro interessanti e facilmente accessibili: in particolare sono da segnalare quelle del Monte Simonasso (opere 11, 12, 12 bis e 14 bis) e dell’Arpetta (opere 13, 14, 15 e 16), che appartengono al Sottosettore V/A Muratone. I centri 11 e 12 (collegati da un lungo cunicolo), 13 e 14 sono tra i più estesi della zona e inoltre (insieme con il centro 12 bis, formato da un grosso monoblocco in calcestruzzo, e il centro 10, demolito nel 1947), sono le uniche opere della Media e Alta Roja equipaggiate con casematte metalliche e osservatorio corazzato (1). IL SOTTOSETTORE V/A MURATONE La dorsale compresa tra Testa d’Alpe e il Monte Toraggio, spesso semplicemente indicata come Gouta (dall’omonimo monte), costituisce il Sottosettore V/B Muratone; essa possiede una tra le maggiori densità di opere fortificate di tutte le Alpi. Su un fronte di soli otto chilometri, infatti, si contano in totale cinquantotto opere, raggruppate in dieci capisaldi: una batteria in caverna, venti centri di resistenza e sedici ricoveri sulla Posizione di Resistenza della prima linea, diciassette centri di fuoco e un ricovero nella bretella di raddoppio. A queste opere vere e proprie vanno poi aggiunte le molte caserme e batterie allo scoperto, ubicate a ridosso della prima linea e sulle posizioni retrostanti. I motivi di questo elevato numero di costruzioni sono molteplici: in primo luogo la Posizione di Resistenza a stretto contatto con la frontiera, con il confine a pochi metri da alcune opere; poi le caratteristiche della zona, con dolci pendii, fitti boschi e numerosi sentieri che facilitavano l’accesso alla dorsale da parte delle fanterie francesi e che, nel contempo, le celavano all’osservazione dei difensori; infine la presenza, ai lati della zona, di tratti dalla difficile percorribilità che rendevano i passi Muratone, Saorgio, Pegairole e dell’Arpetta passaggi da utilizzare obbligatoriamente in caso di offensiva francese, con gli importanti sentieri provenienti da Saorge e Breil. La sistemazione difensiva del Muratone (dal nome del colle di maggiore importanza) doveva quindi sbarrare questi passi e contemporaneamente impedire l’aggiramento delle posizioni situate dal mare all’Abegliotto e di quelle della Marta, poste ai lati opposti della zona. Il controllo dei diversi colli e dei vari sentieri era svolto prima di tutto dai centri di resistenza, posi13

(1) Nella Bassa Roja diverse opere avevano queste corazzature –tutte recuperate nel 1947- mentre un osservatorio in torretta era posizionato a Monte Pozzo.


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zionati senza interruzione lungo il fronte, quindi dalla Batteria in Caverna del Monte Lega, che proteggeva gli stessi centri, infine dalle diverse batterie in posizione arretrata (da 75/27, 100/17 e 149/35); queste ultime avevano anche possibilità di fuoco sul margine anteriore della posizione, sui percorsi di avvicinamento alla zona. La Posizione di Resistenza della prima linea correva dal Monte Forquin (dove il V Settore si saldava con quello della Bassa Roja) a Testa d’Alpe, alla Punta dell’Arpetta, a Punta Comune per poi passare alle pendici Nord del Monte Simonasso, sul Monte Battolino, Colle Scarassan, per poi svilupparsi sui costoni Nord del Monte Lega, sino al Toraggio, dove la linea si saldava con l’attiguo Sottosettore V/B Marta. Sempre partendo da Ovest, da Testa d’Alpe partiva poi la bretella di raddoppio, posta dietro alla prima linea e che ne avrebbe dovuto bloccare eventuali sfondamenti, che proseguiva nel fondovalle a Campogerao, risaliva a Monte Gouta, scendeva nel vallone a Genseo e infine saliva sulle pendici Sud del Monte Lega, dove si ricollegava alla prima linea. La parte dal Forquin sino all’Arpetta non era fortificata, mentre sulle pendici del Toraggio si trovavano solo dei ricoveri; ciò a causa della natura aspra del terreno, infatti, su queste porzioni di fronte, i versanti Ovest erano formati fa pareti rocciose e non vi erano sentieri. La maggior parte delle opere si sviluppa in caverna; tuttavia, sulla prima linea, solo il centro di resistenza 5 ha le feritoie ricavate in roccia, mentre, le altre opere, hanno grossi malloppi in calcestruzzo necessari per proteggere le armi ubicate su un terreno in dolce pendio; due opere, il centro 12 bis e il ricovero 13 bis, sono invece ricavate in grandi monoblocchi di calcestruzzo in parte infossati nel terreno. In zone pianeggianti o in leggero declivio, esposte ai tiri nemici, vengono poi utilizzate le casematte metalliche in quattro parti, con resistenza ai grossi calibri. Queste corazzature sono di piccole dimensioni (all’interno vi è lo spazio minimo indispensabile per due serventi), con struttura a pozzo, acciaio di spessore variabile da 20 a 10 cm e sono divise in elementi per facilità di trasporto e montaggio; al termine della costruzione risultano completamente annegate nel cemento del malloppo (a sua volta profondamente interrato) e ne resta visibile solo la feritoia. Hanno il vantaggio di risultare poco emergenti dal terreno, mentre i blocchi interamente in calcestruzzo per mitragliatrici in casamatta sarebbero stati troppo visibili e parimenti costosi per l’enorme volume di cemento necessario. Così la Batteria del Monte Lega, ovviamente in caverna, ha grossi blocchi per proteggere le postazioni dei cannoni; i centri 11/12, 13 e 14, con un lungo sviluppo di cunicoli, hanno casematte metalliche, grossi blocchi per gli ingressi e le postazioni. Denominatore comune delle opere di Gouta è la particolare e curata rifinitura delle parti in muratura e alcune soluzioni tecniche uniche, forse dovute alla ditta appaltatrice o ai progettisti e agli ufficiali del Genio Militare che dirigevano i lavori. Le feritoie presentano gradonature ampie e con gli spigoli smussati a 45°; gli ingressi e i blocchi hanno la copertura in calcestruzzo arrotondata in modo molto più accentuato che nei settori limitrofi; il cemento stesso degli intonaci esterni risulta molto liscio a frettazzo fine, sia nelle feritoie sia sulle pareti dei blocchi; alcuni ingressi hanno le porte di accesso molto alte rispetto al terreno, accessibili con una scala a pioli e, sotto all’entrata, possiedono una feritoia per fucile mitragliatore; infine la rete di collegamento fotofonico è molto fitta e collega tutti i centri di resistenza.

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Dove possibile le opere presentano cunicoli abbastanza lunghi, così da frazionare i molti locali logistici lungo lo sviluppo delle gallerie stesse. Troviamo quindi ampi depositi dell’acqua, molte riservette e depositi viveri, latrine nei diversi blocchi, e coppie di porte stagne che compartimentano le opere, separando le postazioni dalle camerate e zone logistiche. Inoltre le camerate hanno grandi dimensioni, con una lunghezza che spesso supera i quindici metri. Poche opere hanno dimensioni compatte: si tratta dei due monoblocchi e dell’opera 9 di Rocce Campane che, caso unico, rispecchia in modo preciso l’esempio dato dalla Circolare 200 per un’opera con locali in caverna e postazioni in blocco in calcestruzzo. Un’altra curiosità della zona di Gouta è l’analogia con il Moncenisio riguardo al rispetto di alcune direttive della Circolare 200: infatti intorno a Scafa di Gion opere 11, 12, 12 bis, 13 e 14, hanno due mitragliatrici per ogni settore di tiro in postazioni distinte, come appunto previsto dalla prima circolare del Vallo Alpino. In considerazione dell’importanza del valico un elevato volume di fuoco batteva quindi tutto il pianoro, le pendici del Simonasso e dell’Arpetta. La Batteria in caverna di Monte Lega (604a Batteria Sempre Pronta), costruita dal 1932 al 1935, è ubicata sulla vetta del monte omonimo, all’estremità Nord del Sottosettore V/A Muratone e ricade nella tipologia della circolare 200 dello Stato Maggiore. L’opera è armata con quattro cannoni da 75/27 mod. 906, due mitragliatici FIAT 14/35 e due fucili mitragliatori. I quattro cannoni della batteria dovevano controllare tutta la dorsale da Passo Muratone all’Arpetta, a protezione dei centri di resistenza e a sbarramento dei vari colli, mentre le due mitragliatrici incrociavano il fuoco con il centro di resistenza 4 di Sanderan e spazzavano i pendii Nord e Nord-Ovest del rilievo, a protezione delle casematte. Nel complesso la batteria è formata da due ingressi (armati con fucile mitragliatore) da una serie di cunicoli lungo i quali si aprono diversi locali che collegano le camerate, i depositi di munizioni, le quattro postazioni per i cannoni e le due per mitragliatrici. Le quattro casematte per artiglieria sono armate con il pezzo standard delle batterie in caverna: il cannone da 75/27 mod. 906 di progettazione Krupp con installazione in caverna (Tipo 1). Questo tipo di sistemazione è impiegato anche nella vicina batteria del Balcone di Marta, come pure nelle altre batterie della Valle Roja; si tratta infatti dell’installazione più pratica ed economica per casematte con azione di fiancheggiamento. Il cannone da 75 mm è smontato dal proprio affusto e utilizza come supporto un carrello Decauville modificato, con orecchioniere e seggiolini per i serventi. Il carrello è normalmente ricoverato nella casamatta (larga due metri e lunga quattro); in caso di necessità può scorrere su un breve tratto di binario immorsato nel pavimento, facendo così fuoriuscire la volata del pezzo dal grosso piastrone corazzato (dello spessore di dieci centimetri) che chiude anteriormente la camera di tiro. Siccome il banco roccioso non emerge sufficientemente dal terreno (a differenza di Marta), i blocchi in calcestruzzo a protezione delle postazioni fuoriescono dal terreno quasi interamente, con caratteristiche forme tondeggianti. Sopra alla copertura si possono ancora notare i camini di evacuazione dei fumi e dell’aria viziata. All’interno le condizioni dell’opera sono abbastanza buone e, a parte il recupero di tutte le porte e allestimenti interni, nel 1947 non si è provveduto alla rimozione di putrelle e corazzature in ferro.


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Pianta della 604a batteria S.P.

La scala in testa al ricovero

Interno di una delle casematte d’artiglieria

Uno dei blocchi d’ingresso della 604a batteria

Il ricovero della batteriadi Monte Lega

Esterno di una delle casematte per cannone da 75/27


IL VALLO ALPINO A GOUTA

Il rivestimento in POPULIT, applicato in un secondo tempo che serviva a dare un certo isolamento contro freddo e umidità, si è in parte distaccato da pareti e volte ed è caduto a terra. Come pure le altre opere del Vallo Alpino anche quella del Monte Lega non ha partecipato attivamente alla Battaglia delle Alpi del Giugno 1940: infatti il campo di tiro delle armi era interamente in territorio italiano ed aveva carattere spiccatamente difensivo. Sulla vetta del Monte Lega, non collegato direttamente alla batteria, si trova l’osservatorio, costruito nel 1935, con il compito di dirigere il tiro dell’opera come pure di altre batterie ubicate allo scoperto. Da qui è possibile avere, in un colpo Osservatorio di Monte Lega d’occhio, tutta la situazione del fronte, dal Toraggio sino all’Arpetta, e spaziare su tutta la Media Val Roja, osservando anche rilievi molto distanti come Rocca dell’Abisso, il Massiccio dell’Authion, Cima del Diavolo, il Monte Bego, ecc. Verso Francia, sui contrafforti Nord – Ovest del Lega, si possono scorgere alcuni ricoveri e opere della prima linea, situate sotto la batteria. Per raggiungere il Monte Lega è necessario, dopo aver percorso la provinciale della Val Nervia Pianta del centro di resistenza 11

La fotofonica del blocco delle armi 2 e 3

Il blocco delle armi 2 e 3

La piastra in tre pezzi dell’arma 2


IL VALLO ALPINO A GOUTA

quasi sino a Pigna, seguire la militare che sale sino a Gola di Gouta, quindi lo sterrato in piano sino a Scarassan e, infine, dirigere verso Passo Muratone; qui è necessario lasciare l’auto e proseguire a piedi verso il Monte Toraggio. Dopo aver percorso poco più di un chilometro a sinistra inizia la diramazione per la 604a Batteria che in breve conduce all’opera stessa e alla vetta. I centri di resistenza 11 e 12 sono ubicati sul versante Nord del Monte Simonasso e controllano, insieme alle opere adiacenti, diversi sentieri provenienti da Saorge, la piana di Scafa di Gion e il margine anteriore della Posizione di Resistenza. I due centri sono collegati da un lungo cunicolo, formando così un complesso molto esteso, con circa quattrocento metri di gallerie, nove blocchi (un osservatorio in torretta metallica, sei postazioni per mitragliatrici di cui tre in casamatta metallica e tre in casamatta di calcestruzzo e tre ingressi), due camerate e diversi locali logistici. Le casematte metalliche e l’osservatorio spuntano nel bosco a pochi metri una dall’altra, controllando il pianoro di “Fascia Sagrà” e incrociando il fuoco delle mitragliatrici con gli attigui centri di resistenza 12 bis, e 13. Le casematte in calcestruzzo controllano invece il versante Est, con i vicini centri 10 e 9. Le casematte metalliche sono tutte in quattro elementi, per agevolarne il trasporto, sono completamente annegate nel cemento, da cui fuoriesce solo la feritoia e hanno tutte alti pozzi verticali di accesso. Particolarmente interessante risulta essere l’ingresso attivo; questo tipo di entrata finora è stato

Pianta del centro di resistenza 12

La piastra in tre pezzi dell’arma 2

L’ingresso principale La torretta dell’osservatorio sullo sfondo la copertura del blocco dell’arma 3


IL VALLO ALPINO A GOUTA La casamatta metallica per mitragliatrice di sinistra

Pianta del centro di resistenza 12B

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riscontrato solo in questo sottosettore (nelle opere 10 bis e 11) ed è caratterizzato dalla porta blindata accessibile attraverso una scala alla marinara (alta circa due metri) e dalla feritoia sottostante. Motivo della strana conformazione dell’ingresso è forse la sua vicinanza al confine. La visita dell’interno è agevole e interessante; lo sviluppo dei cunicoli, le ampie camerate, i lunghi depositi dell’acqua e i molti locali logistici contrastano con le dimensioni esigue (talvolta veramente minime) di altre opere come la vicina 12 bis, costituita da un monoblocco. Il centro 12 bis, armato con due mitragliatrici in casamatta metallica, è ricavato in un monoblocco di calcestruzzo, in quanto ubicato sul pianoro di Scafa di Gion e la realizzazione in caverna avrebbe comportato spese eccessive. I locali logistici sono concentrati accanto alla camerata, mentre da questa un breve andito porta alle due torrette. Il centro 12 bis è l’opera più devastata dal recupero delle putrelle e una delle due casematte metalliche è parzialmente scoperta dalla protezione del cemento, in quanto le operazioni per il suo smontaggio furono interrotte (a causa della cessione della zona alla Francia nel 1947). Per raggiungere Scafa di Gion, da Scarassan, invece di proseguire verso Passo Muratone, svoltare a sinistra e, dopo circa quattro chilometri, lasciare l’auto nei pressi del vasto pianoro. La casamatta metallica per mitragliatrice di destra, priva del rivestimento in calcestruzzo


PIETRA E ACCIAIO - SETTEMBRE 2012

IL CAMPO TRINCERATO NELLA FORTIFICAZIONE MODERNA II PARTE, UN ESEMPIO: IL CAMPO DEL LAZZARA’ di Giorgio Ponzio

Esempi di Campi Trincerati nelle Valli del Piemonte Se nelle valli alpine e sui colli del Piemonte è ancora oggi possibile reperire linee di trinceramenti, taluni in buono stato di conservazione ed altri solo più come scarse tracce superficiali, il discorso è, o dovrebbe essere, totalmente diverso per i campi trincerati. Come si è detto, per loro natura, sono tutti destinati a scomparire appena terminato l’uso. Se numerosi sono stati i campi d’assedio per la conquista o riconquista di vari forti e città gli altri due tipi, per quanto ne è giunta notizia, sono stati decisamente più rari; di due in particolare si è conservato il ricordo in Valle di Susa ed in Val Chisone. Il primo è il campo trincerato di Chateau Beaulard (Oulx, Val di Susa) costruito dal Lesdiguières nel 1593 in seguito alla conquista piemontese del forte di Exilles. I Patria lo descrivono come costituito da tre bastioni staccati e recinti di palizzate. Venne smantellato dai francesi stessi nel 1610 (1). Il secondo è il campo che il Catinat pose nella primavera del 1693 sopra Fenestrelle (Val Chisone), a lato della mulattiera per il colle delle Finestre, sfruttando dei lievi pendii che ancora oggi portano il suo nome. Anche di questo non sussistono più tracce perché il valente maresciallo sicuramente provvide alla sua demolizione all’atto di scendere a Susa a fine settembre dello stesso anno (2). A questi bisogna aggiungerne un terzo, pure in Val Chisone, poco o punto conosciuto e giunto fino a noi inspiegabilmente in discrete condizioni; si tratta del Campo del Lazzarà o Las Arâ o meglio (1) PATRIA E., PATRIA L., Castelli e fortezze della Valle di Susa, Chaier Museomontagna 26, Edizione Museo Nazionale della Montagna

«Duca degli Abruzzi» e Club Alpino Italiano – Sezione di Torino, Torino 1983. Pag. 75, scheda 91.

(2) AMORETTI G., Il Ducato di Savoia dal 1559 al 1713, Daniele Piazza Editore, Torino 1988 . Tomo IV, pag. 63.

Carta dei principali luoghi e fortificazioni delle valli di Susa, del Chisone, del Pellice e Germanasca citati nel testo: 1 - Forte di Perosa, 2 - Fort Louis, 3 - Fortino di Pomaretto, 4 - Pra Catinat, 5 - Fort Moutin, 6 - Ridotta del Laux, 7 - Campo trIncerato di Chateau Beaulard, 8 - Forte di Exilles. Con linea tratteggiata il confine tra Piemone e Francia


IL CAMPO TRINCERATO DEL LAZZARA’ Localizzazione geografica della Costa del Lazzarà e relativo colle. 1- Colle del Laz Arà o Lazzarà) 2 - Fort Louis 3 - Forte di Perosa 4 - Fortino d Pomaretto

del Duca di La Feuillade. IL CAMPO DEL LAZZARA’ Localizzazione geografica. Il sottogruppo delle Alpi Cozie Settentrionali Boucier-Cornour è costituito da un breve tratto orografico di confine tra Italia e Francia da cui si distacca un lungo e poderoso contrafforte che separa la Valle del Pellice a sud dalle valli Germanasca e Chisone a nord. Tale contrafforte all’altezza del passo del Rous si divide originando due catene principali che separano la prima la Valle del Pellice propriamente detta dalla Valle d’Angrogna, la seconda quest’ultima dalla Valle del Chisone, diramando da Il Truc una cresta secondaria che forma la Valle di Pramollo. Tale cresta presenta un andamento approssimativamente a semicerchio terminando a San Germano Chisone; circa al suo centro si apre l’ampio colle del Laz Arâ (3), caratterizzato da un largo ripiano ondulato od in lieve salita, per buona parte prativo, il cui punto più basso è quotato 1595 metri. Tale valico mette in comunicazione la Valle di Pramollo con la Valle Germanasca tramite il vallone di Riclaretto. Eventi storici. Guerra di successione di Spagna: cause. Il primo novembre del 1700 Carlo III, Re di Spagna e delle Indie, Signore delle Fiandre, di Milano, delle due Sicilie e di Sardegna, ecc., morendo lasciava erede Filippo di Borbone, nipote di Luigi XIV, che salì al trono come Filippo V. Contro il rischio di una supremazia borbonica in Europa – Francia più Spagna – e per pretese di successione scese in campo l’Imperatore Leopoldo II più Inghilterra, Olanda e Prussia. Il Duca di Savoia si vide costretto a schierarsi con la Francia ma, conscio del pericolo di essere schiacciato, chiuso tra la Francia e una Lombardia in mano ai Borboni, il 7 ottobre del 1703, mentre ancora trattava segretamente con l’Impero, dichiarò guerra alla Francia stessa. Eventi nelle Valli di Susa e del Chisone (4). Anno 1704. Il piano d’attacco francese per il 1704 contro il Ducato di Savoia prevede tre direttrici: il primo corpo gallo-ispano, comandato dal Vendôme, ha come obbiettivi Vercelli, Ivrea, Bard e la Valled’Aosta; il secondo, del La Feuillade, deve occupare il nizzardo ed Oneglia; il terzo, del Tessé, è destinato ad occupare la Valle di Susa. Causa l’attacco austro-piemontese in Savoia la seconda è abolita; per la terza il Tessé, gravemente malato, è sostituito dal La Feuillade Il 12 giugno si ha la capitolazione della cittadella di “Santa Maria” di Susa; per il La Feuillade si aprono due alternative: procedere verso la pianura e puntare su Vercelli per congiungersi con il 47

(3) Si trovano anche le grafie Las Arà, Lasarà, Lazzarà e la Sarre.

(4) La maggior parte delle notizie riportate provengono dalle Campagne del Principe Eugenio di Savoia, Edizione Stato Maggiore Esercito, Torino, 1894, e da E. Pognisi, Vittorio Amedeo II e la campagna per la conquista del confine alpino, Edizioni Rossera, 1935.


IL CAMPO TRINCERATO DEL LAZZARA’

Vendôme od occupare le valli di Susa, del Chisone e Pellice eliminando la resistenza delle milizie valdesi. La sua intenzione sarebbe di scegliere quest’ultima: “… mon dessein serait de les exterminer entièrement, ce qui ne serait pas difficile n’étant plus que mil huit cent en état de porter les armes …” (5), ma il Vendôme stesso lo invita alla calma scrivendogli “… et je suis point surpris qu’avec le peu de troupes que vous avez, vous n’ayez de la peine à soutenir une situation dans laquelle le maréchal de Catinat, avec cent bataillon, avait de la peine à se mantenir, … que je crois votre fonction bien difficil, pour ne pas dire impossible …” (6). Egli infatti dispone solo di sedici battaglioni di fanteria e quattro reggimenti di dragoni per un totale di circa 10.000 uomini, la diplomazia deve quindi prevalere sulla forza. L’inizio delle trattative blocca le operazioni militari, solo il 18 giugno il La Feuillade si porta a Bussoleno con sei battaglioni e tre reggimenti di dragoni; egli ha infatti diviso le sue truppe in quattro colonne: la prima, comandata dal Lapara de Fieux (7), ha il compito di valicare il colle della Croce, conquistare il forte di Mirabocco e scendere verso Angrogna; la seconda entrerà in val Germanasca, o meglio valle di San Martino, risalirà il vallone di Riclaretto ed attraverso i colli di Laz Arâ e Vaccera raggiungerà anch’esso Angrogna; la terza si stabilirà nel vallone di Pramollo; la quarta, infine, al suo comando, procederà su Perosa e San Germano. Nel piano è anche prevista l’occupazione del colle Rodoretto tra le valli Germanasca e Argentera. Nel frattempo ha anche dato precise disposizioni ai comandanti dei vari reparti sul come comportarsi con i valdesi in caso di buon esito delle trattative o no: “Si les Vaudois de la vallée de SaintMartin envoyent à la Balsille ou sur la rute faire des propositions d’accomodement, on les acceptera de deux manières: la première en cas qu’ils veuillent s’ériger en republique sous les conditions que le Roi leur offre; la seconde, en donnant six otages, entre lesquels il y aura un ministre et les autres les plus apparentsd’entre eux. Il faut leur accorder pour cela six heures et pas plus. Ce délai passé, le pays sera traité comme ennemis et avec la dernière rigueur” (8). Da Bussoleno poi ordina alle truppe, sparse nelle montagne, di riunirsi tra il 24 ed il 25 giugno nella val Chisone per procedere contro Pinerolo. Il 26 passa egli stesso dalla valle della Dora a Fenestrelle ed occupa Perosa mentre inizia il movimento delle altre colonne; nello stesso giorno Vittorio Amedeo manda il colonnello Martigny con 800 cavalli da Avigliana a Pinerolo. Il marchese di Parella, nonostante l’eterogeneità delle truppe di cui dispone – pochi reggimenti regolari, milizie cattoliche, milizie valdesi, settecento od ottocento Camisards e “gente di fortuna” (9) – riesce a rendere non facile l’avanzata francese; se questi ultimi occupano senza grossi problemi il vallone di Pramollo, al colle della Vaccera, il 30 giugno, sono impegnati in aspri combattimenti e solo il primo luglio la seconda e terza colonna riescono ad occupare provvisoriamente Prédu-Tour (Pra del Torno). . (5) ROCHAS D’AIGLUN A. (DE), Les Vallées Vaudoises. Histoire et topographie militaire, Ch. Tenera, Paris 1881, pag. 274. (6) ROCHAS D’AIGLUN A. (DE), op. cit. pag. 275. (7) Louis Lapara de Fieux era il miglior ingegnere militare francese dopo il Vauban, la sua presenza sarà risolutiva, nel 1705, per l’assedio di Verrua. Morirà dopo due ore d’agonia la sera del 15 aprile 1706, colpito da una moschettata al basso ventre mentre si era spinto in una trincea avanzata all’assedio di Barcellona. (8) ROCHAS D’AIGLUN A. (DE), op. cit pag. 279. (9) Il Parella aveva accolto tra le proprie forze i Camisards, ugonotti francesi fuggiti da Cevenne per la repressione di Luigi XIV, poco fidandosi di esuli francesi e valdesi, avventurieri, vagabondi, disertori, carcerati, con una paga di 5 soldi.

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IL CAMPO TRINCERATO DEL LAZZARA’

Le cose non procedono altrettanto bene per la prima colonna: uno dei due cannoni precipita in un burrone e solo con molta fatica può essere recuperato in pessime condizioni; il forte di Mirabocco si presenta come un ostacolo insuperabile a sbarrare la valle, efficacemente fiancheggiato dalle milizie valdesi attestate sulla Serra di Corbarant sulla destra del Pellice. Anche il tentativo di aprire un sentiero in quota per aggirare il forte risulta tutt’altro che facile. Pur coinvolto in grossi problemi il Lapara non perde, da buon ingegnere militare, la visione generale dell’operazione ed il 29 giugno, dalle vicinanze del forte di Mirabocco, scrive al La Feuillade: “Jè eue l’honneur de vous marcquer où se truvait le col de Lazara. Il n’est pas trop cognu dans les vallées parce que ce n’est point un passage; mais il couvre à lheure qu’il est le vallée de SaintMartin” (10). Nel frattempo l’unità delle valli valdesi si è spezzata: San Germano (dopo qualche esitazione) Pramollo e la Val Pellice non hanno accettato l’offerta di neutralità dei francesi mentre “les chefs, anciens, syndics, conseilleres, capitaines et autres officiers de la vallée de Saint-Martin, Pomaret, Envers-Pinacheet Chenevières, tant catholiques que de la religion prétendue réformée”. Il 3 luglio, nel campo francese di Perosa, viene firmato il trattato che porterà, dopo la controfirma di Luigi XIV a Versailles il 25 dello stesso mese, alla creazione della Repubblica di Val San Martino, detta anche la Repubblica del Sale, che durerà fino all’agosto del 1708 (11). Negli stessi giorni il La Feuillade, ritenendo le proprie forze troppo sparpagliate su un vasto territorio e troppo esposte alla guerriglia valdese, fa ripiegare la seconda e la terza colonna sul colle del Laz Arâ, dove ha già predisposto un piccolo campo. Sull’ampia sella del colle iniziano i lavori di costruzione di un campo trincerato. Il 4 luglio, vistà l’inutilità degli sforzi per superare il Forte di Mirabocco, anche la prima colonna viene richiamata; il campo per il suo arrivo viene ampliato, e molto probabilmente, se non sicuramente, i lavori sono seguiti dal Lapara stesso, come si è detto valente ingegnere militare. Verso metà luglio il campo, ormai completato, ospiterà oltre 4.000 soldati: il distaccamento di M. de Canillac, quello di M. de Gévaudan, quello del Lapara ed il gruppo comandato dal cavaliere di Méanne, tutti quasi al completo, meno i battaglioni inviati a presidiare i colli vicini, in particolare il colle Giuliano. Il 5 di luglio il la Feuillade muove in direzione di Pinerolo; verso sera è sul torrente Lemina minacciando le alture della città da nord, la quale il giorno successivo, occupata, giura fedeltà nelle mani del suo luogotenente cavaliere di Hautfort. Il giorno 11 luglio la decisa resistenza degli austro-piemontesi tra Avigliana, Vigone e Luserna costringe i francesi a ritirare la maggir parte delle loro truppe (come si è detto in tutto sedici battaglioni ormai ridotti a 300 uomini in media ciascuno e quattro reggimenti di dragoni con non più di 1500 cavalli) a Perosa; questi mettono in difesa Pinerolo e pongono appostamenti sui colli circostanti la valle. Verso la fine di luglio il marchese di Parella lancia una serie di attacchi al campo trincerato del Laz Arâ, senza tuttavia particolari risultati nonostante il vigore degli assalti. 49

(10) ROCHAS D’AIGLUN A. (DE), op. cit..pag. 281. (11) ARMAND-HUGON A., La Repubblica di San Martino (1704-1708), in Bollettino della Società di Studi Valdesi, n. 84, Torino 1945. Pagg. 10-25.


IL CAMPO TRINCERATO DEL LAZZARA’

Veduta da nord del fronte est, tenaglia, fronte nord e relativa porta

In agosto si segnala una certa attività dei valdesi della val San Martino in appoggio ai francesi; infatti il 14 dello stesso mese il La Feuillade scrive al duca di Vendôme: “… les bons traitement que j’ai fait à la vallée de Saint-Martin ont engagé les habitants à faire des courses dans la vallée de Lucerne; ils en on fait une il y a quatre jours et ils ont ramené 400 moutons …” (12). Tra il 18 e 19 agosto i francesi occupano San Germano, lo fortificano e vi pongono un presidio; presidi vengono anche posti a Pinerolo e ad Abbadia mentre un distaccamento viene mandato in val Pellice. L’impossibilità di sboccare in pianura per la resistenza opposta dal marchese di Parella, dalle milizie valdesi e dalle truppe regolari sabaude nonché l’arrivo da Versailles dell’ordine di spostarsi in Valle d’Aosta obbligano il La Feuillade a ritirarsi, il 30 agosto, da Pinerolo ed il 2 settembre a sgombrare San Germano ritirandosi su Perosa. In quest’occasione, considerando anche le peggiorate condizioni atmosferiche che creano difficoltà alle truppe in quota, viene richiamato anche il presidio del campo di Laz Arâ, ma i trinceramenti tuttavia, stranamente, non vengono spianati; probabilmente, è l’unica ipotesi plausibile mancando totalmente una sicura documentazione, il campo è occupato successivamente da milizie della valle di Pragelato, non si sa se affiancate da quelle della Repubblica del Sale, con il compito di difendere la valle di San Martino da colpi di mano da parte di valdesi fedeli al duca di Savoia (13). Il La Feuillade, spostatosi in Savoia, attraverso il Piccolo San Bernardo scende in Valle d’Aosta la cui conquista si conclude il 7 ottobre con la resa del Forte di Bard assediato dal Vendôme risalito da Ivrea (14). Terminate le opera(12) ROCHAS D’AIGLUN A. (DE), op. cit. pag 284. (13) “M.r La Feuillade qui a traité avec eux au nom du roi, commandoit en ce pays et les hommes de notre Vallée (i pragelatesi) se trouvoient de garde dans celle de St. Martin pour empêcher l’invasion des lucernois, ou religionnaires de France ...” PITTAVINO A., La cronaca di Pragelato dal 1658 al 1724 scritta dai contemporanei R. Merlin e G. Bonne, Tipografia Sociale, Pinerolo 1905. Pag. 81. (14) Il La Feuillade, passato il Piccolo San Bernardo, si troverà nuovamente di fronte, ai triceramenti di La Thuille, i “Camisards”, questa volta in numero di 70, comandati da Giovanni Cavalier. AMORETTI G., op. cit., Tomo IV, pag. 259.

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IL CAMPO TRINCERATO DEL LAZZARA’

zioni si ritira in Delfinato rinforzando poi i presidi di Susa e Perosa. Anno 1705. Sul fronte delle nostre valli vi è poco da segnalare. Il La Feuillade prima impegnato nella conquista del nizzardo deve poi sostituire il Vendôme, richiamato in Lombardia, nelle operazioni necessarie per portarsi sotto Torino. Il 4 marzo i francesi spediscono 4 battaglioni dal Delfinato a Pinerolo; due di essi hanno il compito di costruire dei trinceramenti al Villar di Perosa per assicurare le comunicazioni con Grenoble. Vengono rinforzati i presidi di Perosa e val San Martino. In ottobre la Feuillade manda parte delle truppe nei quartieri invernali: cinque battaglioni a Perosa e nelle valli circostanti. Anno 1706. È l’anno dell’assedio di Torino e della disfatta dei francesi del 7 settembre. Le loro truppe il giorno successivo si riuniscono a Pinerolo, la ritirata verso le Alpi viene considerata a Parigi una iattura maggiore della sconfitta: si lascia tutto il milanese in mano agli imperiali. Anno 1707. La maggior parte dell’anno viene spesa nelle infruttuose operazioni delle truppe alleate (sabaude ed imperiali) in Provenza e contro Tolone. Il 22 settembre Vittorio Amedeo muove da Pinerolo verso Villar Perosa con una parte delle truppe; intanto ha inviato il generale Belcastel con cinque battaglioni in val Luserna a Bobbio per passare il colle Giulian e scendere a Praly sollevando la val San Martino. Il comandante del forte di Perosa si prepara ad un’eventuale ritirata su Bec Dauphin e Fenestrelle. Il Belcastel, arrivato a Praly il 23 settembre, trova il posto troppo saldamente occupato dalle truppe francesi che lo hanno preceduto dal Queiras e si ritira; i valdesi del resto non si sono sollevati contro i francesi stessi, come si era invano sperato. Il giorno 26 Vittorio Amedeo, per difetto di animali e carriaggi per il trasporto delle artiglierie e delle provvigioni necessarie ad investire Perosa, nonché per il cattivo tempo, rinunzia alle operazioni, ritira tutti i drappelli avanzati e torna a Torino dove, nei giorni successivi, lo segue la maggior parte dei reggimenti piemontesi. Il 3 ottobre il principe Eugenio riconquista Susa con la resa della cittadella di Santa Maria. Il Catinat insiste inutilmente sulla necessità per i francesi di riprenderla. Nell’autunno gli Alleati pongono un postamento, quasi per pura formalità, verso lo sbocco di Perosa. Anno 1708. È l’anno della campagna delle Alpi. Nell’inverno 1707-1708 i francesi perfezionano le opere di Fenestrelle e Perosa. Da parte alleata ci si dedica per più della prima metà dell’anno ai preparativi d’attacco mentre dall’altra si studiano tutte le possibili contromosse. Il 23 luglio agli Alleati viene segnalato che il comandante francese duca di Villars ha sguarnito quasi tutti i posti nelle valli di Exilles e Fenestrelle per cercare di sbarrare loro il passo in Savoia; rimangono solo dodici battaglioni disposti dalla val San Martino al Monginevro ad Exilles. Il primo di agosto il LG Muret, in seguito all’attacco alleato nell’Alta Valle della Dora, riorganizza le difese del Delfinato lasciando seicento uomini a Fenestrelle e cinquecento a Perosa. I comandanti dei forti hanno l’ordine di difendersi ad oltranza. Il 3 agosto Vittorio Amedeo ordina che il battaglione Trinità da Valenza e quello Kitt da Torino muovano verso la val Chisone per appoggiare i “Barbetti”, tagliare le comunicazioni con il 51

(15) Il forte di Perosa di costruzione francese, da non confondersi con il castello, sorgeva nel luogo della attuale frazione chiamata il Forte, nella carta citata alla nota 16 indicato come Cittadella Nova. L’insediamento abitativo ha ancora recentemente alterato i pochi resti esistenti.


IL CAMPO TRINCERATO DEL LAZZARA’

Queyras ed assediare il forte di Perosa (15). Il giorno 6, in val di Susa, ha inizio l’assedio del forte di Exilles. Nella notte tra il giorno 11 e 12 agosto il Luogotenente imperiale maresciallo Rhebinder scende dal colle del Sestrieres nella valle di Pragelato a porre il campo davanti a Fenestrelle, a Balboutet; egli inoltre ha già inviato il d’Andorno con mille uomini verso Perosa. Questi sceso in val San Martino la occupa, con cento granatieri ed alquanti “Barbetti” conquista d’assalto il fortino di Pomaretto, di poi tratta la resa del Fort Louis (16) alla caduta ed alle stesse condizioni di quello di Perosa. Il conte della Trinità nel frattempo è giunto a bloccare ed investire quest’ultimo che si arrende il giorno 11. La sera del 12 agosto il forte di Exilles si arrende: il più capace ed antico caposaldo francese di qua dalle Alpi ha ceduto. Il 14 giunge notizia al Villars, tra l’altro, che la ridotta del Laux è stata abbandonata dal presidio; costituita da una torre quadrata difesa da un muro a stella, è stata subito occupata dagli aiduchi (17). Il 15 agosto il d’Andorno viene distaccato nelle val San Martino per assicurarsi da un attacco da tale parte. Il 31 agosto si arrende il forte Mutin. Nelle campagne militari del 1707-1708 non si hanno notizie di operazioni che coinvolgano il campo di Laz Arâ; il Belcastel nel tentativo di occupare la val San Martino passa dal Colle Giuliano, il d’Andorno da quello del Pis ed assedia Fort Louis senza preoccuparsi di cos’ha alle spalle. Nell’ipotesi che il campo sia

Veduta aerea della zona del colle

Veduta aerea del Campo

Planimetria. Nella parte tratteggiata il rilevamento è ancora approssimativo

(16) Fort Louis. Citato in vari documenti come: Pralouis, Palais Louis, Serre di Pralouis, ad Pratum Aloysium, Pratius, Forte San Luigi. Nel 1540 i valdesi avrebbero demolito in parte un castello che ivi sorgeva ; nel 1560-61 la zona fu teatro di scontro tra i valdesi ed il conte della Trinità . Di certo fu ricostruito nel 1597 su disegno di Ascanio Vittozzi e venne riparato nel 1602. Nella carta delle Valli Valdesi al tempo della Guerra della Lega di Augusta si legge chiaramente "Pralouis demolito". Sicuramente fu riattato dai francesi durante la Guerra di Successione di Spagna; infine in calce ai conti delle spese per i lavori a Fenestrelle "Seguono li travagli fatti al Forte Louis vicino alla Perosa", il tutto datato "Fenestrelle li 16 9mbre 1709" e firma autografa del Bertola. Il forte occupava un'area di 83 tavole e 9 piedi. Gli scarsi ruderi sono stati negli anni 90 completamente cancellati dal proprietario terreno che ha spianato il poggio su cui sorgeva la fortificazione. (17) La Ridotta del Laux in base ad informazioni assunte in loco dovrebbe individuarsi nel mucchio di pietre che sorge nel ripiano poco a sud del paese, a lato della mulattiera per il colle dell'Albergian.

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IL CAMPO TRINCERATO DEL LAZZARA’

stato presidiato, dopo l’abbandono francese, dalle milizie pragelatesi e forse da quelle della Repubblica del Sale, il precipitare degli eventi può aver indotto gli occupanti ad abbandonarlo il più in fretta possibile per evitare un confronto con le truppe alleate non certo bendisposte specialmente con le ultime per il loro schieramento con il nemico. È ovvio che in tali frangenti non si è perso tempo a spianare i trinceramenti; il campo, del resto, non interessa direttamente agli austosabaudi ai quali importa tenere presidiati i tre forti principali: Louis, Perosa e Mutin, tutt’al più lasciandolo in piedi potrebbe servire sempre in qualche futura occasione, potendo provenire il pericolo solo dall’alta valle. Per il resto della storia più nessuno si è occupato in particolare del Laz Arâ e per questi motivi oggi abbiamo un bellissimo esempio di campo trincerato ancora ben leggibile, cosa rara se non unica al mondo. Non bisogna dimenticare tuttavia che l’importanza del sito non fu ignota ai militari, infatti nella seconda metà dell’ottocento così scriveva il Dabormida: “Una particolare importanza avrebbe però, nell’ultima fase della lotta entro questo scacchiere (lo scacchiere delle Alpi Cozie in caso di attacco francese), la occupazione per parte dell’invasore dei monti che sovrastanno da sud alla stretta delle Porte, giacché la difesa di questa stretta ne sarebbe resa molto difficile. Noi crediamo pertanto che questi monti dovrebbero essere energicamente contrastati, a partire dalla cima il Truc, che si trova appunto presso l’origine dei valloni di S. Germano e di Angrogna. La difesa di questo massiccio montano potrebbe essere fatta senza distrarre dalle operazioni principali le forze destinate ad operare nelle valli del Chisone e della Dora Riparia, giacché essa potrebbe essere affidata alla milizia territoriale (16) della valle di Luserna con tanto maggiore opportunità, che in esso appunto si svolsero in parte le lotte eroiche sostenute dalle popolazioni protestanti di questa valle negli scorsi secoli a difesa delle loro credenze; lotte la cui memoria è vivissima ancora fra i Valdesi come l’avversione loro pei Francesi, che furono gli istigatori delle persecuzioni alle quali soggiacquero” (17). DESCRIZIONE DEL CAMPO Il campo trincerato del Laz Arâ è costituito dal Campo propriamente detto e da tre ridotte che saranno analizzati in successione. Il tracciato del Campo occupa praticamente tutta l’estensione del colle seguendone l’orientamento sud-ovest nord-est, ed è localizzabile nella fotografia aerea approssimativamente al centro, ove la strada disegna una “Z”. Di forma a grandi linee rettangolare termina a sud sotto un piccolo cocuzzolo pietroso, da cui inizia la Costa del Laz Arâ che sale dolcemente verso il Crô di Boussiou ed il Truc, mentre a nord si ferma a breve distanza dal pendio che sale al Truc Lausa. La lunghezza massima è di circa 430 metri, minima circa 380, la larghezza massima è di circa 160 mentre la minima è di circa 60. Il tracciato della fortificazione si adatta alle circostanze che il terreno di montagna presenta: si passa quindi ad analizzarlo a partire dal fronte sud. Questo, che è anche il più corto, si presenta 53

(16) Il Dabormida è pienamente d’accordo con i generali Ricci, Ricotti e con l’allora maggiore Perrucchetti sulla necessità di una milizia territoriale alpina in rinforzo ad un corpo scelto di truppe alpine, di “bersaglieri alpini).DABORMIDA V. E., La difesa della nostra frontiera occidentale in relazione agli ordinamenti militari odierni, Ermanno Loescher, Torino 1878. ., pagg. 17, 135 e seguenti. (17) Da Bormida, op.cit., pag. 154.


IL CAMPO TRINCERATO DEL LAZZARA’

con un andamento a tenaglia con un angolo rientrante molto ampio, intorno ai 160°; al centro si apre una delle quattro porte del campo, protetta da una traversa. Il fronte est si può dividere grosso modo in due tratti: il primo si estende dallo spigolo sud-est a poco oltre l’attuale strada carrozzabile, il secondo da questo punto allo spigolo nord-est. Nel primo il trinceramento ha un andamento pressoché rettilineo, seguendo, per la maggior parte in lieve discesa verso il centro del colle, il ciglio che delimita il ripiano dal ripido pendio che scende verso Pramollo; la natura del sito impedisce la realizzazione di opere di fiancheggiamento. Nel secondo il ciglio si arrotonda progressivamente con arretramento della cresta militare e quindi del trinceramento per poter sfruttare lo spalto naturale che si viene a formare; questo tratto è caratterizzato dalla presenza di due denti, il primo collegato anche all’esistenza di un dosso roccioso che contorna, il secondo, più grande, che unitamente al saliente dell’estremità nord-est, contribuisce alla formazione di una tenaglia dal lato più accessibile. Nel tratto di cortina tra i due denti si apre la seconda porta, pure protetta da traversa. Il fronte nord è caratterizzato dalla presenza della terza porta difesa dalla traversa e da un lungo trinceramento esterno, perpendicolare a quest’ultima, che va a morire ad angolo retto contro le pendici del Truc Lausa; questo, infatti, è il lato da cui arrivava e passava il colle la vecchia mulattiera. Nel tratto terminale verso ovest il trinceramento si inerpica sulla parete di un costone che divide in due longitudinalmente la parte nord del colle, una più bassa e pianeggiante, protetta dal costone stesso ed idonea all’accampamento, l’altra più alta che degrada verso la Valle Germanasca. Il fronte ovest si sviluppa per la maggior parte su di un pendio più dolce e movimentato che quello

Saliente all’unione tra fronte sud e fronte est

Secondo tratto (nord) del fronte est

Particolare della porta nord, traversa e trinceramento


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Fronte nord: tratto nel bosco con il rivellino

Fronte ovest: tratto degradato con il muro in pietra a secco

Fronte ovest: ultimo tratto ancora facilmente leggibile

est; solo nella parte terminale sud diventa ripido e di difficile accesso per balze rocciose. Ne consegue che anche il trinceramento presenta un tracciato più articolato con salienti e rientranti; nel primo tratto, partendo da nord, è da segnalare la presenza, a maggior protezione, di un rivellino. Scendendo verso l’attuale strada, poco prima di arrivarvi, si incontra la quarta porta, anch’essa protetta da una traversa. Purtroppo questo fronte, per la natura del terreno, lo sviluppo della vegetazione sia arborea che di arbusti e rovi e la peggio conservata e con tratti di non facile lettura. È infine da notare che tutte e quattro le porte sono difese da traverse poste all’esterno, di fronte alla porta stessa e non già all’interno come normalmente si trova nella manualistica. Con un attento studio di quanto ancora rimane del trinceramento in terra come parapetto e fosso si potrebbe tentare una ricostruzione del profilo, tuttavia considerando che l’opera fu fatta eseguire sicuramente da un ingegnere militare francese si può in prima istanza ipotizzare che per la difficoltà, se non impossibilità, di usare artiglierie da parte dell’attaccante si sia usato come modello base il sesto profilo del Vauban, ossia parapetto alto circa metri 1,6, compresi 30 centimetri di banchina, spessore alla sommità di circa 1,3 metri, con il fosso largo e profondo rispettivamente circa metri 2,6 e 1,6. Si tratta comunque di un profilo adatto ad un terreno piano, in condizioni ottimali; in terreno montano bisogna adattarlo alle caratteristiche del sito, ad esempio aumentando l’inclinazione del parapetto sui pendii più ripidi per meglio scoprire il nemico, riducendone l’altezza e lo spessore, non scavando il fosso esterno. Ne consegue che il profilo del trinceramento del campo trincerato in questione poteva variare nei diversi tratti dei quattro fronti. Si ricordi infine che lo spessore minimo idispesabile di un parapetto, per poter resistere e dare protezione da un replicato fuoco di fucileria, è di


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un metro. Il fronte ovest in particolare è caratterizzato dal fatto che è stato tracciato su di un pendio, quindi la necessità di sbancamento a monte per ricavare il terrapieno per il movimento e l’azione di difesa delle truppe; inoltre il secondo tratto a partire da nord (il primo è quello con il rivellino) è stato in parte costruito in muro a secco in pietra, oggi crollato, la cui altezza poteva variare da 1,10 a 1,30 metri e lo spessore poteva essere di circa 80 centimetri. Il Campo, occupando il vasto ripiano del colle, si trova dominato dalle alture circostanti. Per ovviare a questo difetto all’atto della sua costruzione si provvide a presidiarle con due ridotte, una a nord e l’altra a sud. La Ridotta nord si trova nel punto in cui la cresta che sale dal colle verso il Truc Lausa cambia d’inclinazione diventando pianeggiante. La forma è estremamente semplice avendo un tracciato quadrato; il trinceramento risulta elevato in pietra a secco, quindi doveva avere le caratteristiche sopra riportate. Il lato est ha subito rimaneggiamenti per la costruzione in epoca successiva di quella che può essere interpretata come una batteria occasionale, mentre nella parte centrale, oggi invasa dalla vegetazione, poteva forse esserci un ricovero. La cresta a sud del colle presenta un primo cocuzzolo la cui sommità è costituita da un ammasso di rocce che non porta tracce evidenti di strutture difensive, di contro sulla successiva quota 1614 è localizzata la seconda Ridotta. Il trinceramento è in terra con un tracciato esagonale; anche in questo caso per il profilo vale quanto detto sopra. Di particolare all’interno vi è una traversa parallela e raddoppiante il fronte sud con funzione di

Veduta aerea della Ridotta nord

Veduta aerea della Ridotta sud

Tratto del lato ovest, in pietra a secco, della Ridotta nord


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Porta est, scavo con abolizione del passaggio

Ridotta est, veduta dell’angolo rientrante e della traversa interna Porta est scavata

cavaliere. Muri a secco presenti nei pressi di questa Ridotta possono essere interpretati come confini di proprietà. Una terza Ridotta è posta poco sotto la vecchia mulattiera e sopra l’alpeggio nel declivio est del colle. La sua forma è molto particolare, si potrebbe definire a penna di freccia, presentando un saliente a monte ed un fronte a tenaglia a valle; inoltre gli angoli saliente e rientrante sono uniti da una traversa interpretabile come un parapetto a spalto rivolto verso sud con funzione di probabile raddoppio di questo lato, anche se la struttura e la sua finalità non sono ben chiare. Il trinceramento è in terra con il profilo anche in questo caso secondo quanto già detto. Quest’ultima ridotta viene localmente chiamata “il cimitero”, termine che si ritrova utilizzato tanto in Val Chisone che in quella Sangone per indicare una piccola ridotta facente parte dei trinceramenti del colle del Besso, che collega appunto le due valli. Aggiornamento Dalla stesura del teso (2003) ad oggi il campo ha subito delle modifiche in positivo e, purtroppo, in negativo. Infatti in seguito al Progetto Cofinanziato dall’Unione Europea F.E.S.R-Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale DOCUP 2000-2006 - Misura 3.1°, Progetto Integrato dell’Area Torinese - Subambito Pinerolese, Percorsi Naturalistici, il Comune di Pramollo, quale Ente Attuatore, è intervenuto con lavori di pulizia, “restauro conservativo” ed “arredo” dell’area del campo. Quanto alla pulizia nulla da eccepire: oggi (2007) è percorribile tutto il perimetro perché il tratto del fronte ovest coperto da arbusti e rovi è stato ripulito, operazione decisamente encomiabile nella speranza che la situazione


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Saliente nord-est: visione generale dell’arredo” del passaggio

di fatto venga mantenuta. Riguardo al “restauro” le cose sono andate meno bene: non si sa in base a quale principio si sia deciso di abolire tre porte (est, nord e sud) scavando ex novo dei tratti di fossato, alterando la struttura e dimostrando una profonda ingnoranza del sito su cui si stava lavorando. Si precisa che le caratteristiche del campo erano già state rese pubbliche, in particolare al congresso internazionale “Dal Forte di Exilles alle Alpi – storia ed architettura delle fortificazioni di montagna”, tenutosi ad Exilles nell’ottobre del 2000, e relativi Atti. Anche l’operazione di “arredo” lascia perplessi: l’inserimento di panchine e statue lignee stilizzate a livello del saliente nordest non sembra un intervento particolarmente ben riuscito. Nuovo aggiornmento Sempre nel 2007 il Peyronel, nel suo studio (18) sulle fortificazioni delle attuali valli Chisone e Germanasca, riporta una pianta (19) del campo con la presenza di ben cinque ridotte in linea di cresta. A sud una sul cocuzzolo pietroso già menzionato, e che solo un attento ed approfondito studio del sito potrebbe, forse, permettere di ricostruirne il perimetro, successivamente quella esagonale in terra, indicata sul Brico del Colet, seguita da una terza grossa ridotta rettangolare (Brico del Colou) di cui l’autore segnala solo lievi tracce. A nord, oltre quella riportata, ne esisteva una seconda, indicata sulla Cima della Rovea (Truc Lausa?), di cui non esisterebbero più tracce. Si ringrazia Ettore Peyronel per la fattiva collaborazione a riguardo della storia valdese, Sergio Griglio per il rilievo del perimetro del campo del Laz Arà, Ivo Sospegno per le cartine geografiche (18) E. PEYRONEL, Radici di pietra – Forti e fortificazioni minori in val Perosa, val S. Martino e val Pragelato fra XVI e XVIII secolo, edito a cura della Provincia di Torino, 2007, pagg.89-97.

(19)AST Corte, Carte Topografiche per A e B, Lucerna, Mazzo 1, n. 1.

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Pietra e Acciaio Settembre 2012