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ACESTA DISTINTA E COEVA DI SEGESTA

“Muoiono le città muoiono i regni. Copre il fasto e le pompe, arena ed erba.”

O, come disse il Signor Houvel (viaggiatore):

“….. gli uomini situano adesso i loro tuguri su quel medesimo suolo dove un tempo si innalzarono tanti palagi, templi e teatri”; riferendosi alla Segesta distrutta dai Saraceni1. Sembra verosimile che, gli scampati alla strage Saracena, abbiano trovato rifugio nella vicina città Acesta2, sebbene per alcuni autori fu questa invece l’occasione dell’origine di quest’altra città. Si accennano di seguito gli elementi da cui, alcuni autori ricavano che Acesta fu distinta e coeva di Segesta. Secondo la testimonianza di Licofrone, Aceste fondò tre città: ad una impose il nome “Egesta” in onore della madre, ad un’altra dette il nome “Atala” in onore della moglie e, si ha ragione di credere che, alla terza abbia dato il suo, da cui “Acesta”3. Diverse sono le fonti letterarie che danno dimostrazione della distinzione tra “Acesta” e “Segesta”: Cicerone, nella sue Verrine, parlando di Acesta ricorda che vi era un tempio dedicato alla “Venere Ericina”, al cui culto venivano consacrate alcune giovinette, anche straniere. Riferisce a tal proposito, di una certa Agone, Lilibetana che, sciolta da questa servitù, fa ritorno a casa ed ancora di Diodato d’Apira che, qui arrivato, consacrò la sorella a tale culto4.

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Longo Ragionamento X° cap.VI° e Houvel “Viaggi Pittoreschi” Leante “Stato Presente della Sicilia” pag 17 e Longo Ragionamento X° cap VII° 3 Longo Ragionamento XII° cap I° 4 Strabone lib.6 “Geografia” Cicero “Divinat in Verrem” cap 17 Longo Ragionamento XIII° cap.XI° 2

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Cicerone, che ben conosceva le città della Sicilia, in modo particolare quelle vicine a Lilibeo, dove era stato per ben tre anni Questore, sempre nelle Verrine, riferisce di un altro popolo oltre ai Segestani, chiamato “Segestenses” diverso in tutto dai Segestani e sottoposto alle “decime” (tributi romani)5. Notizia questa riferita anche da Plinio, che nel suo “Catalogo” asserisce: “Segesta godeva dei diritti romani, mentre gli Acesti erano sottoposti ai tributi6. Cluverio, si oppone a tale distinzione, sostenendo che Plinio abbia riferito Acestei erroneamente al posto di Egestani7. Di tale avviso non è Arduino che nelle sue annotazioni difende ed approva la distinzione riferita da Plinio8. Altra prova di distinzione tra le due città si ricava dal Poema di Silio Italico, il quale tra le sessantasette città, che andarono in soccorso di Annibale durante la seconda Guerra Punica (200 a.C.), annovera la “Trojana Acesta” distinguendola da Segesta9. Le due città vengono riferite e, separatamente descritte, anche da Bizanzio nel suo “Lessico de Urbibus”, di Segesta dice: “Egesta urbs Siciliae, ubi callidae aquae”, mentre trattando di Acesta scrive: “Acesta urbs Siciliae, sic dicat ab Aceste, gentile Acesteus”10. Secondo Servio, scrittore greco di Virgilio, Acesta prese si il nome da Aceste, ma successivamente fu chiamata Segesta11. Il Longo sottolinea questo passo, contestando allo scrittore di aver prima dichiarato che Segesta (Egesta) prese nome dalla madre di Aceste; chiedendosi come sia possibile dare ad una città due nomi in onore di due persone diverse12. Dice il Longo: “…… il suo quasi simile del nome delle due città trasse sicuramente in inganno i molti studiosi e scrittori dell’antichità”. E questo errore è da attribuire

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Cicerone Act. IV° in Ver. cap 36 Cicerone Act.IX° in Ver. cap 40 Longo Ragionamento XII° cap III° 6 Plinio Lib3 cap 8 7 Cluver Lib2 cap 2 Sicilia antiqua ? Nicotra ? 8 P. Arduino in “Notis ab histor Plinii” Lib3 cap 8 9 Silius Italico “de Bello Secund Punico” ver 233 Longo Ragionamento XII cap XI° 10 Del Dizionario Geografico di S. Bizanzio se ne ha un Compendio fatto da Ermolao, che visse sotto l’impero di Giustiniano, mentre Bizanzio visse nel V° sec ? C. Longo Ragionamento XII cap. III° 11 Servius in Lib V Aenead ver. 718 12 Longo ragionamento XII cap. VIII°

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a Servio, dice il Longo contestando, non certo a Virgilio, perché, come si sa da Claudio Donato (scrittore della vita dell’Immortal Poeta Latino), Virgilio visse per molto tempo in Sicilia, luogo da lui scelto per comporre la sua ammirabile “ENEIDE”, con l’intento di conoscere i luoghi di cui avrebbe trattato nella sua opera, e di cui poi fece mensione13. Per cui sostiene il Longo, se Virgilio avesse voluto chiamare Segesta con il nuovo e sconosciuto nome di “Acesta”, avrebbe indotto in errore i posteri, fatto questo impensabile vista la sua accuratezza nel riferire fatti e luoghi. Questi alcuni degli elementi letterari che sostengono non solo l’esistenza di Acesta ma anche la sua distinzione da Segesta.

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Virgilio “Aenead V” ver. 711

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ELEMENTI LETTERARI E STORICO ARCHEOLOGICI ATTESTANTI L’ANTICHITA’ DI CALATAFIMI

La lunga e spinosa questione sull’origine della città, difficilmente trova soluzione perché le prime notizie storiche risalgono all’epoca normanna. Il Fazello, trattando dei Castelli Siciliani occidentali, annovera Calatafimi, di nome saracino14. Ma il “nome saracino” non dimostra affatto l’origine araba della città, molte sono infatti le città che hanno cambiato nome col cambiare delle dominazioni. Che non sia araba lo dimostra l’Edrisi, geografo arabo del 1154 che, nel suo “Studio sulle fortezze Medievali”, del nostro castello scrisse: “antichissimo e costruito molto prima della venuta degli arabi in Sicilia”, facendolo risalire al 600 a.C. L’Edrisi ricorda Calatafimi col nome di “Arali” che, come riferisce l’Amari, significa “senza principio” cioè antichissimo15. Altri autori assegnano Calatafimi all’epoca della dominazione bizantina, senza ulteriori precisazioni16. E’ fuor di dubbio che i resti archeologici ne dimostrano la grande antichità. Si analizzano di seguito gli elementi storico-archeologici comprovanti, per molti studiosi, tale antichità, non tralasciando di trattare come gli antichi operavano la scelta di un “sito abitativo”. Diodoro Siculo fa sapere che i primi abitanti dell’isola, i Sicani, formavano le loro società di piccole borgate e, generalmente, ricercavano per il loro sito abitativo, un luogo che fosse “naturalmente” difeso ed inaccessibile. Situavano quindi i loro “Cronii” (castelli di Saturno) sulle alture dei colli e dei monti, per potersi meglio difendere da qualsiasi nemico17.

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T. Fazello “Storia di Sicilia” T. II pag. 408 M. Amari “Storia dei Musulmani in Sicilia” vol. III parte III pag. 795 16 G. Capozzo “Parallela Geografica Siciliae” vol.II 17 Diodoro lib.3 e lib.5 15

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E se già l’inaccessibilità di un monte bastava alla scelta, la presenza di un fiume alle sue pendici lo rendeva ancora più favorevole. I fiumi, infatti, venivano venerati come “divinità” benefiche alla stirpe umana18. Quanto detto fa desumere che gli antichi non poterono che essere attratti dalla collina di Calatafimi perché: difesa naturalmente e bagnata, a ponente e a settentrione, da due affluenti del “Crimiso”19. Molti sono i contrassegni ed i ritrovamenti che danno indice di antichità. Diverse sono le grotte naturalmente incavate in questa collina, e le grotte si sa furono i primi ricoveri dell’uomo, e questa usanza è tanto antica che, la storia tramanda, in esse venivano collocate “Oracoli” e “Numi”20. Ma, se anche le “grotte” possono rappresentare elemento del fantastico immaginario, tali non sono gli indizzi ed i ritrovamenti architettonici, relativi a quel colle, che ne sottolineano l’antichità. Alcuni di questi “elementi” appartengono alla memoria storica degli Autori che ne hanno dato notizia nelle loro opere, altri invece sono arrivati fino a noi, testimoni di lontane origini. Scendendo dal “Castello” alcuni metri verso sud, saggi di scavi, ad opera dell’Università di Siena, hanno portato alla luce resti di abitazioni primitive, in particolare “tre vasche”, relativamente piccole, probabilmente utilizzate per lavarsi. Il Longo riferisce che, nella parte più alta del colle, erano visibili i resti di “ventisei stanze incavate”, disposte in tre file su linea orizzontale, con i muri intermedi formati dalla stessa rupe, e cisterne, anch’esse naturalmente incavate nella rupe, uguali a quelle presenti sul terreno di Segesta21. Come riferisce l’Abate Amico simili “costruzioni” erano presenti nei pressi di molte antiche città come: Eraclea, Enna, Licata, Sperlinga ecc.22. Nel 1741, in occasione degli scavi per le fondamenta della “Chiesa del SS. Crocifisso”, furono ritrovate moltissime medaglie e monete greche, d’argento e di rame, di Palermo, Siracusa, Segesta e Lilibeo, molte monete cartaginesi e alcune romane sia consolari sia imperiali. Monete che il Longo assicura di aver “tenuto tra

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Cicerone Act. IV° in Ver. cap 44 Longo Ragionamento XIII° cap, IV° 20 Octav. Cajetan “Isagoge” cap 5 e 30 Longo Ragionamento XIII° cap V° 21 Longo Ragionamento XIII° cap VII° 22 Amico “Lexicon Topograph. Siculum” To.2 part.I° pag.281 19

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le mani”, portate a lui dalle stesse persone che le avevano trovate, sia sul colle di Calatafimi sia nelle campagne vicine (Monte Tre Croci)23. Anche il “notar” Vito Pellegrino riferisce di aver visto e tenuto tra le mani alcune monete antiche, ne cita una in particolare: “…su una faccia presentava un giovane con in testa un ❛Cimiero❜ , una ❛X❜ ed intorno delle lettere probabilmente greche, sull’altra faccia ❛due cavalli❜ che tiravano un ❛carro governato da un uomo❜ e sotto una figura che sembrava un ❛cane❜ ”24. Il Pellegrino, per testimonianza diretta riferisce inoltre che, nei primi di Giugno del 1762, in occasione del rifacimento del giacato della Piazza Grande (oggi Piazza Nocito), davanti al Palazzo che Don Gaspare Zuaro stava costruendo, là dove era l’antico ospedale, furono ritrovati i “basamenti di un antico teatro”, e sotto detti ritrovamenti un antico cimitero25. Se questa notizia, fino ad oggi non supportata da riscontri architettonici, risultasse un giorno vera, no solo testimonierebbe “il sito antico”, ma supporterebbe l’ipotesi secondo cui la “Chiesa del Carmine” abbia come basi un preesistente “Santuario pagano”. Tale congettura, data la premessa fondamentale della “consueta vicinanza tra teatro, santuario e fiume”, supponendo vera l’esistenza del teatro ed evidenziando che la “Chiesa del Carmine” (alle cui origini peraltro è difficile risalire) si affaccia su un affluente del Crimiso, ne ipotizza le suddette origini pagane. Altri ritrovamenti, vennero inaspettatamente alla luce nel 1803, dai larghi e profondi tagli di terra e roccia, fatti sulla collina per la costruzione della “strada regia carrozzabile” (la strada che da ponte Patti a via dei Mille porta al Castello). In quella occasione, come testimonia il Longo, si evidenziarono le fondamenta delle case dell’Antico Borgo (oggi Terravecchia), sepolcri e fosse (uso cisterne e granai) incavati nella viva pietra, oltre a “rottami” di mattoni. Al Longo fu assicurato che sepolcri simili erano stati ritrovati anche sul monte Tre Croci, oltre a tantissime monete cartaginesi, già citate, motivo per cui il Longo si convinse che quel luogo fosse stato un accampamento cartaginese26.

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Longo Ragionamento XIII° cap.IX° Pellegrino “Calatafimi scoverto a’ Moderni” pag.73/74 25 Pellegrino “ “ “ pag. 72 26 Longo Ragionamento XIII° cap.VIII° 24

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“Contrassegno che può attestare l’antichità di una città, viene dalle ❛antiche lapidi❜ che in quella si ritrovassero”27

Ed infatti a Calatafimi furono ritrovati due “Antichi Marmi” con iscrizione greca, quando e dove furono trovati non si sa, certo è che furono trovati in una casa del paese. Uno in particolar modo è interessante, essendo uno dei marmi più pregevoli e meglio conservati arrivati fino ai nostri giorni, esso testimonia l’usanza degli antichi di consacrare a “Venere Celeste” le “donzelle” in qualità di sue sacerdotesse. Il suddetto “monumento”, che il Longo così tradusse in latino: “Diodatus Titieli (filius) Appiraeus Sororem suam Taminiram, Artemonis (filiam), sacerdotem Veneri Coelesti (dicat)” fu voluto da Diodato d’Apira (città della Licia), il quale trovandosi in Acesta, come riferisce Cicerone, consacrò la sorella ad Urania, e volle con esso rendere famosa e memorabile la sua religiosità28. Di questa lapide da testimonianza diretta anche il “notar” Vito Pellegrino, riferendo che, sin dal 1609, essa fu posta nella “Cantonera del magazeno detto del Pupillo”, perché su questa pietra era raffigurato un puttino; mentre dell’altra incisione ne aveva notizia dal Gualtieri, ma non ne aveva conoscenza diretta29. Ne aveva conoscenza il Longo che la descrive: “alquanto degradata dalle ingiurie del tempo”. Da ciò che vi è inciso, e che così tradusse in latino: “Teontis Phaonis (filii) Phonis Sopoliani (filii) Nomeontis Aeenarchi (filii) Diodori (filii), et curam cognoscentis operum illis, quae facta sunt” 27 28

Longo Ragionamento XIII° cap. X° Cajetanus “Isagoge” cap 13 n°5 Gualtieri “Sicil. Antiq.” T. bul. II 321 Dorville “In Siculis” pag. 582 Amico “Lexicon Topograph. Siculum” Tom.2 par.2 ver. Segesta Castelli “Sicil. Antiq.” Inser. pag.20 Cicero “Divinat. in Verrem” cap17 Longo Ragionamento XIII° capX-XI°

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si suppone che fu un “ monumento” innalzato per far conoscere ai posteri i nomi di coloro che si presero cura delle opere pubbliche, ricoscendo in tal modo la munificenza di questi cittadini verso la patri; molti in tal senso sono i riferimenti storici30. Questi marmi riferisce il Longo, definendoli “mutilate iscrizioni”, fino al 1803 rimasero affissi in due distinti punti del paese, da allora in poi qualcuno, incurante del pubblico diritto, se ne appropriò. Ai suoi giorni essi erano invece custoditi uno dal Can. D. Francesco Avila e l’altro dal Dott. D. Giuseppe Blundo, in attesa di un luogo adatto a custodirne l’enorme valore storico31. Oggi questi “marmi” sono custoditi nella Biblioteca Comunale di Calatafimi. Molti autori, tra cui il P. Gaetani, sostennero che questi marmi provenissero dalla distrutta Segesta32. Tali autori, sostiene il Longo, ignorando gli elementi comprovanti l’antichità di Calatafimi, ricorsero a congetture per identificare la città, in particolare Segesta, a cui essi appartenevano, senza riflettere che non c’è alcun elemento storico che sostenga l’esistenza a Segesta di un tempio a Venere Celeste, ne tanto meno le “lapidi” presentano alcun elemento che li colleghi a tale città33. Citando Quintiliano, il Longo conclude: “se ogni singolo elemento da solo non basta ad accertare la verità di un fatto, la loro molteplicità e unione ne da ragione”34. Gli elementi fin qui esposti furono quindi per il Longo “robusta prova” per riconoscere e affermare l’antichità della collina di Calatafimi.

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Pellegrino “Calatafimi scoverto a’ Moderni” pag. 71 Castelli “Veter. Sicil. Inser.” pag.61 e 71 Gualtieri “Sicil. Antiq.” Tab. n°322 Amico “Lexicon Topograph. Siculum” Ver, Segesta Longo Ragionamento XIII° cap. XII e XIII 31 Longo Ragionamento XIII° cap. XV 32 Cajetanus “Isagoge” cap13 n°5 33 Longo Ragionamento XIII° capIX 34 Quintil. “Instit. Orat.” lib.5 cap.10 30

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ACESTA SUL COLLE DI CALATAFIMI ATTINENZE E TEORIE DEL LONGO

“E’ molto probabile e verosimile che l’antica città, la quale si trovò nella collina di Calatafimi, sia stata una di quelle che ebbero l’origine dai Trojani”35

Già si è trattato come i Sicani, per le loro “piccole borgate”, ricercavano siti abitativi che fossero naturalmente difesi ed inaccessibili. Organizzandosi inizialmente in grotte “incavate naturalmente” nella roccia, a guisa di stanze, utilizzando “fosse naturali” per la raccolta delle acque e per la conserva degli alimenti (cereali). E’ ipotizzabile quindi che i Troiani, i quali giunti in Sicilia ricevettero dai Sicani un tratto di terreno lungo il fiume “Crimiso”, nelle scelta e sistemazione dei loro siti abitativi si siano conformati alle usanze sicane. Dimostra ciò la scelta di Segesta, Entella, Erice,36 e la città (forse Alicia) che scavi recenti ad opera dell’Università di …..? hanno portato alla luce sul monte Polizzo, a pochi chilometri da Segesta. E, sempre sull’esempio dei Sicani, abbiano abitato le “selvatiche stanze”. Virgilio, in tal senso, descrive il selvaggio tenore di vita e la ruvidezza del vestire del trojano Aceste37. Va rilevato che le suddette “selvatiche stanze” come anche le cisterne naturali, sono strutture presenti nei pressi di molte antiche città, non ultima Segesta. Gli elementi letterari ed i ritrovamenti storico-archeologici fin qui riportati hanno reso molti autori concordi sulla distinzione tra Acesta e Segesta, e sulla “antichità del colle di Calatafimi”. Ma questi ed altri riferimenti come: Salmasio, che riferendosi a Virgilio, afferma che Acesta fu costruita nella stessa contrada di Segesta, lungo il Crimiso38; P. Paolo 35

Longo Ragionamento XIV° Longo Ragionamento XIII° cap. I° 37 Virgilio “Aenead” lib. 5 ver. 36 Longo Ragionamento XII° cap. VI° 36

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Arezzo, il quale sostenne non solo la vicinanza tra Segesta ed Acesta, ma anche che Acesta fosse stata situata sulla collina di Calatafimi39; come anche la straordinaria coincidenza tra la “lapide” ritrovata a Calatafimi che riferisce del culto a “Venere Celeste” e la menzione che, di tale culto ad Acesta, fa Cicerone, diedero al Longo ragione di credere che, il Colle di Calatafimi fosse stato “sito di una città trojana”. Inoltre, rilevata la distinzione e la vicinanza tra le due città, evidenziato che i vari “monumenti di antichità” rispecchiano nello stile gli elementi troiani, fatto notare che non c’è altro luogo dove “Acesta” potrebbe essere sistemata “con più di ragione e fondamento”, il Longo conclude che “l’antico sito” sul colle oggi di Calatafimi era occupato dalla “TROJANA ACESTA”40.

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Salmas, “In Solin T.” pag 72 pag. 227 Arezzo “de situ Siciliae” 40 Longo Ragionamento XV° 39

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LOCARICO “L’antico Locarico altro non era, che un sobborgo di Acesta, situato in un colle cento passi distante da Calatafimi verso il settentrione, oggi nominato

❛Li Fossi❜ .” Il ristretto spazio dell’antica città non poteva più accogliere l’aumentata popolazione, motivo questo per il Longo della nascita del sobborgo sulle falde di quella collina chiamata “Li Fossi”. Molti furono i ritrovamenti che confortarono la sua ipotesi: primi fra tutti le “fosse” (che diedero nome alla zona) incavate nella roccia, usate come granai; la testimonianza di molti contadini che riferirono di avervi ritrovato antichi sepolcri “costruiti a pietra di taglio”, antiche monete cartaginesi, frammenti di tegole e mattoni. E nella parte più bassa furono ritrovati pezzi di ferro e pietra da taglio, ed ai tempi del Longo una “mola” per le macine41. Il Longo riferisce di aver trovato, sempre in quella zona, a “filo di terra” un mucchio di sassi, tracce di una antica torre, ritrovamento quanto mai fortunato, visto che il terreno era continuamente arato per le colture. Documenti antichi dimostrarono al Longo che lì vi era stato un “Caricadore di frumento”, riposta che durò fino al XVI sec., il cui traffico avveniva per la “Via del Caricadore” che metteva in comunicazione la collina con le campagne circostanti. Le stesse fonti riferivano che prima la collina “Li Fossi” era unita a quella della città, successivamente, per motivi non ben precisati, uno smottamento di terra le separò. L’esistenza di questo antico sobborgo veniva confermata all’autore anche da un antichissimo quadro, di autore ignoto del 1500, che nei primi del XVIII sec. era nella sagrestia della chiesa dell’antico ospedale. Nel 1749 il quadro (abbastanza rovinato) fu riprodotto e conservato nella casa baronale dei Fiume Freddo. In questa iconografia ai piedi della collina “Li Fossi”, troneggia una torre, che nella sottostante legenda viene identificata col nome “l’antico Locarico”.

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Longo Ragionamento XVI° cap. I° e II°

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Di questo quadro il Pellegrino, descrivendo “Della Chiesa delli Miracoli” fabbricata nell’antica porta della città, riferisce: “Nel Quadro sono dipinti l’antica Città di Calatafimi, coll’antica città di Segesta in frontispicio, quale fu scolpito a spese della Università l’anno 1517”42. Locarico non compare negli antichi riferimenti geografici di Tolomeo e Plinio, nè di Diodoro, nè nelle “Abbreviazioni” del Bizanzio; ma comunque, negli itinerari dei suddetti autori, oltre le città, vengoni citate le "Mansioni” (vilaggi, osterie e luoghi di campagna). Da ciò, non avendo altri riferimenti, fu opinione di molti autori, che Locarico fosse stato riferito come mansione, a tal proposito così si espresse il Wessellingio: “Recte monitum, Longaricum fuisse mansionem in mediterraneis, haud procul ab aquis Segestanis sejunctam”43. L’unico autore a dare notizia di Locarico fu Antonino Pio Augusto (autore dell’era volgare, del II°, III° o IV° sec. a.C., la cui opera si conobbe solo nel IV° sec. d.C.)44. Egli , nell’itinerario da Girgenti a Lilibeo, passando per Palermo (di 175 mila passi), colloca Locarico dopo Iccara e prima di Oliva. Il “messo” in questo itinerario fa riferimento a posti non rilevanti geograficamente, così, sostiene il Longo, arrivato a Locarico non visitò e quindi non riferì della vicina Acesta. Nel suddetto itinerario, il messo riferisce di aver percorso 18 miglia da Palermo a Iccara, e 24 miglia da questa a Locarico. Queste 24 miglia, fa rilevare il Longo, risultano anche nell’itinerario a ritroso, supponendo Locarico sulle collina “Li Fossi” difatti: da Calatafimi al fiume d’Alcamo ci sono 3 mila passi, da questo punto a Carini (Iccara), come riferisce il Fazello45, vi sono 21 miglia (passando per monte Bonifato), si ritrovano così i 24 mila passi tra Calatafimi e Iccara. A riprova di ciò è un altro itinerario di Antonino Pio che rileva dalle acque segestane ad Iccara 20 mila passi, se a questa distanza si sommano i 4 mila passi tra le acque segestane e Calatafimi, risultano i già riferiti 24 mila passi. Nella conferma, al Longo, dello stato di sobborgo e del sito di Locarico, importante fu un “celebre atto di donazione” che, Romano Patrizio Tartullo, padre si San Placido, fece in favore del Gran Patriarca S. Benedetto nel VI sec. d.C., di 18 Corti che aveva in Sicilia, comprese le ville e i villaggi che in esse ricadevano; tra queste ville è mensionata Longarica, ricadente nella Corte delle Acque Segestane46. 42

Pellegrino “Calatafimi scoverto a’ Moderni” pag. 104 Longo Ragionamento XVI° cap. VI° not. 158 44 Longo Ragionamento IV° cap. IX° not. 47 45 Fazello “Decad.” lib. 7 e 10 cap. 4 e 3 46 Longo Ragionamento XVI° cap. XI° not. 160 e 161 43

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Questi documenti, le prove dell’antichità di Calatafimi e i ritrovamenti sulla collina “Li Fossi”, convinsero il Longo che quello era il sito di Locarico, cosa che non poterono fare, a suo avviso, gli altri autori proprio perché non conoscevano tali prove. Diversi furono comunque gli autori che riconobbero Locarico vicino a Calatafimi: - l’Abate Amico, che pur non trattando lo spinoso problema del sito, riconosce che “Calatafimis ab Longarici, vetustatae urbis, ruinis, juxta nonnullos, originem habuit”, e così continua “subdubitat Cluverius in ea (Calatafimi) Locaricum, vetus oppidum stetisse”47. - Il Gualtieri, riferendosi molto a Cluverio scrisse: “Calatafimi Cluverio Locaricum oppidum”48. - Stessa opinione fu quella dell’Attardi: “Calatafimi creduta che fosse nata colle rovine dell’antico Locarico”49. - Il Dorville addirittura sostituisce al nome Calatafimi quello di Locarico, scrivendo: “inscriptio Calatafimensis siva Locarici” e “Hunc Calatafimi locum antique Longarici fere occupare censet Cluverius”50. - Il geografo Corelli nella sua “Tavola di Sicilia”, unisce nello stesso punto Calatafimi e Locarico. - Mentre Sacco nel suo “Dizionario”, alla voce Calatafimi scrisse: “questa terra è di nome saracenico, e credesi dallo storico Arezzo che tragga la sua origine dall’antica città di Longarico”. Di opinione diversa fu il gesuita Massa autore di “Sicilia in Prospetto” pubblicata nel 1709, secondo cui se Calatafimi fosse sorta dalle rovine dell’antica Locarico ne avrebbe preso il nome; cosa non vera, dimostrò il Longo, poiché molte città sorte da precedenti rovine presero nome diverso, come dalle rovine di Terme nacque Termini, e da quelle di Finzia si formò Gela. Il Massa inoltre collocò Locarico sul monte Bonifato, e anche in ciò fu contestato dal Longo, il quale dimostrò che una tale sistemazione non rispettava più i 24 mila passi dell’itinerario di Antonino Pio Augusto. Il Longo, comunque, giustifica tali errori perché trattasi di persona “straniera” non a conoscenza di fatti e luoghi. Non giustifica invece l’autore alcamese Tornamira

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Amico “Lessico” Tom. 2 pag. 109 e 173 Gualtieri “Sicil. Antiq.” pag 40 lapide 264 49 Attardi “Monachisimo di Sicilia” pag. 267 50 Dorville “In Siculis” pag. 582 e 56 48

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che, fedelmente, ha ricopiato i passi del Massa, senza prestarvi la debita attenzione. Il Tornamira infatti, basandosi anche sugli scritti di Cluverio, sostenne Locarico sul monte Bonifato; il Longo controbattè tale opinione facendo rilevare, dimostrandolo, che Cluverio per non conoscenza dei luoghi, equivoca e chiama Bonifacio il monte su cui è Segesta, dovendo invece riferire monte Barbaro51

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Cluver “Sicilia Antiqua” lib. 2 cap. 12 pag. 472, pagina tradotta dal Longo nel Ragionamento XVII° cap. III° pag. 244 e 245.

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CALATAFIMI ORIGINI DEL NOME

“……Cerere e sua sorella Venere, abitavano sul monte Erice; sapendo del valore del Capitano Egesto (che si era conquistato molti castelli e piazze del regno), per non rischiare la servitù, mandarono dei Messi a congratularsi per le sue vittorie. Questi, onorato il re, tra le petizioni chiesero che Ima, figlia di Egesto fosse data in moglie a Calatapho, nipote di Cerere. Nel 2200 dell’Età del mondo si fecero gli sponsali. Egesto costruì alla figlia un castello, difronte la sua città, a cui diede il nome del genero e della figlia, quindi Calatapho-Ima, oggi “Calataph’imi”. “………..tutto quel noi di sopra descriviamo,…..tutta è poetica fintione…..”52. Diversa la realtà, peraltro neanche certa ma molto dibattuta, circa l’origine del nome “Calatafimi”. Due furono le congetture: origine greca o araba? La prima risultò presto molto debole, il termine era stato sicuramente fornito dalla lingua araba. Infatti un’antica “Geografia di Sicilia” redatta sotto il governo degli Arabi, riferita dal De Gregorio, da notizia di quattro località: “KALAT AMET”, “KALAT ZARUCH”, “KALAT AMAUR” e “KALAT FIMI”, rispettivamente: Calamet, Calatubo, Castellammare e Calatafimi53. Assodato che “Kalat”, in arabo, indica zona irta (colle), l’unico dubbio che rimane è “Fimi” o “Fimes”, vero rompicapo per i diversi autori che trattarono l’argomento, sollevandosi polemiche l’un l’altro. Il Pellegrino, conscio dell’origine moresca del nome, contesta chi come il Perdicaro54 e il Calepino sostengono significhi “Castello di bella fama”, e chi lo sostiene originare da “Castel Fimi”, dove Fimi indica “Isola”55. Il suddetto autore avversa anche la tesi del Fidanza, secondo cui “Calathafimensis” intenda “Eufemio politanus, -a, -um” cioè “Castello (bene o possessione) di Eufemio”, dove Eufemio sta per l’uomo greco, molto illustre che si distinse per

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Pellegrino “Calatafimi scoverto a’ Moderni” cap. “Calatafimi in favola” De Gregorio “Collect. Rer. Arab.” pag228 54 Perdicaro “In vita di San. Eufemia” cap I° 55 chiarisce Fazello Decad I° lib.6 fogl.143: “Castello di Isola delle Femmine” non costruito da Eufemio 53

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nobiltà ed esperienza nelle armi. Questo Eufemio, Prefetto di Sicilia e Capitano della milizia, si ribellò a Roma e consegnò la Sicilia ai Saraceni56. L’autore dichiara di aver esposto la sua posizione avverso tale teoria nella sua opera “Segesta”, purtroppo a noi sconosciuta; sostiene inoltre l’ipotesi secondo cui “Calatha” indica “beni” e “Phimi” è il nome di “Phimes”, padrone del luogo dove fù costruito il Castello, il proprietario indicato da Cicerone come: “Diocles est Panormitanus, Phimes cognomine, homo illustris, ac nobilis arator; is agrum in Segestano (nam commercium in eo agro Panormitanis est) conductum habet57”. Il Longo, sostenitore della modernità del nome “Calatafimi”, avverte di non confondere l’origine del nome con l’origine del sito (Acesta), la cui antichità lui stesso aveva dimostrato. Fa rilevare a tal proposito come antichi storici riferiscono “Calatafimi” come “Castello di nuova nominazione” (Saracena), non certo come Saracena origine58. L’autore, convinto dell’origine araba del termine, fa notare che le città, il cui nome contiene “Calata-“, non erano così riferite prima della dominazione “de’ Saraceni”, come gli dimostrarono le antiche carte. E a tal proposito porta ad esempio Mecara, città Sicana, che in possesso di Minosse Re Cretese, prese nome Minoa59, mentre alle dominazioni successive deve il nome Eraclea60. Così anche Zancle, che conquistata dai Messeni fu chiamata Messana61. L’autore ricorda inoltre Agatocle che, non contento di aver trucidato i segestani, sfregiò Segesta col nome di “Diacepoli” (città di vendetta). Per cui, conclude l’autore, risulta comprensibile come, la lunga dominazione Saracena (230 anni), abbia avuto tempo di stravolgere i nomi delle città di cui si impossessò. Cosa che gli Arabi fecero o per vanto di potere o anche per le difficoltà linguistiche nel pronunciare i suoni greci o latini. E, come riferiscono il Gaetani e il De Gregorio, nomi originari furono totalmente sconvolti da sembrare nuove città e nuove terre62. Logico pensare che anche l’originario nome di Calatafimi venne sconvolto e arabizzato.

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Fidanza “Dittionar. Sicil.” Cicero “Orazio in Verrem” lib.3 act.4 pag.23 e 40 58 Aretius “De Situ Siciliae” pag.3 Fazello Decad. I° lib.7 cap.4 59 Heraclensis lib. “de Polit” 60 Diodoro Siculo lib.4 61 Ib. lib.II° 62 Cajet. “Isagoge” cap.42 n°12 De Gregorio “Collect Rer. Arab.” pag.217 57

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Anche Mario Pace sostiene l’origine araba del nome, dove “Calhà” indica “luogo erto”; e furono molti i paesi (non solo in Sicilia, ma anche in Spagna come in Africa) che devono alla loro posizione su un monte la voce “Cala-“ (Calascibetta, Caltanissetta, in Spagna Calatajud e in Africa Calatasultan). Altri autori addebitano “Calata-“ al termine greco “Calacte” da kαλη αχτη cioè “calè actè” che significa “Bel lido”. Si oppose a tale deduzione il Longo, primo perché “Calata-“ è sicuramente diverso da “Calacte”, ma soprattutto perché il termine greco indica zona marittima, mentre “Calata-“ si riscontra nel nome di molti paesi dell’interno, situati su colline e monti. Il Longo conclude che “Calatafimi” è nome di origine araba, dato al paese in onore di qualche nuovo proprietario arabo, quale “Fime” o “Eufemio”, cosa che usavano fare gli arabi nelle zone di nuova dominazione, come si ricava dalla “Geografia di Sicilia” scritta sotto la dominazione araba e riferita dal De Gregorio63. Il Nicotra, nella sua opera riporta fedelmente le conclusioni del Longo, sottolineando l’”Eufemio”, come il Phimes riferito da Cicerone64. Diversa fu l’opinione dell’autore del “Codice Diplomatico di Sicilia” (tom.I° pag.44), il quale sostenne che “Calatafimi” derivasse si dall’arabo, ma dai termini “Nazolo el Nasà” la cui traduzione è “Scesa delle Femmine”, adattato quindi dal termine siciliano “calata” (scesa). Contesta tale posizione il Longo, dimostrando che “calata” è si termine siciliano ma, come la lingua siciliana, compare sotto la dominazione Normanna, dalla mescolanza e dai retaggi degl’idiomi delle diverse dominazioni precedenti. Tali origini peraltro sono dimostrate da diversi autori65, il termine “calata”, non poteva quindi essere datato diversamente. Il Bonaiuto, assodata l’origine araba del nome, in polemica col Briguccia, che aveva pubblicato uno studio su Calatafimi sulla Rivista “Trapani” (n°7 del luglio 1958), sottolinea le due teorie che scaturirono dal termine “fimes”. Una, quella già citata dal Longo, secondo cui gli Arabi trovarono il “fortilizio”, lo tradussero in “Kalata” (Castellum in vertice montem) e lo titolarono a qualche Signore, forse Eufemio. L’autore scarta questa teoria, perché essa ammette l’intervento, in questa parte della Sicilia, dell’Eufemio da Messina, che aprì le porte agli Arabi. Condivide invece

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De Gregorio “Collect. Rer. Arab.” pag. 228 Nicotra pag. 25 di “Calatafimi monografia” dal “Dizionario illustrato dei Comuni Siciliani” 65 Cajetani “Isagoge” cap.42 n°12 64

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l’altra teoria che origina il nome dal “Phimes”, proprietario dell’agro segestano citato da Cicerone; secondo questa ipotesi, il castello era già titolato a Phimes, che lo aveva rafforzato dopo la distruzione di Segesta nel V sec. Per cui gli Arabi trovarono già il “Castello di Phimes” e lo tradussero in arabo “Qual-at-al-Phimi” da cui CALATAFIMI66.

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Bonaiuto “Una piccola polemica sulle Origini di Calatafimi”, articolo pubblicato su “Panorama” il 28/9/1958

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