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FORMA RT

giornale gratuito - anno 1 - numero 0

Aprile 2010

“LA NOSTRA MUSICA? NOTE INDIFFERENZIATE”

Dagli strumenti musicali ricavati dal riciclaggio dei rifiuti al primo videoclip ecosostenibile: parlano i BungtBangt


EMERGENCY ringrazia l’editore per lo spazio concesso gratuitamente - Illustrazione di Guido Pigni

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GLI OSPEDALI DI EMERGENCY Con il 5xmille puoi trasformare la tua dichiarazione dei redditi in una vera e propria “dichiarazione di pace”. Devolvendo il 5xmille a favore di Emergency puoi sostenere i nostri ospedali, i medici e gli infermieri che da 16 anni offrono cure alle vittime delle mine antiuomo, della

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Vetrina

C ontrocopertina a cura di Alessandra Colantonio

Ciro Vignes è nato a Napoli 36 anni fa. Professione scultore ma ha una grande passione per il fumetto. Diplomato all’ Accademia delle Belle Arti ha seguito i corsi presso l’Accademia Nazionale del Fumetto di Napoli. Le tavole che vengono proposte da Formart sono il frutto di un progetto fantasy destinato al mercato fumettistico americano.

Ciro Vignes

Vuoi anche tu vedere il tuo lavoro pubblicato su Formart? Inviaci il materiale all’indirizzo redazione@formartonline. it con una breve descrizione di te e del tuo lavoro. Il lavoro migliore sarà pubblicato ogni mese sulla controcopertina e tutti gli altri saranno esposti in una gallery apposita sul sito.

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FORMA RT Sommario

Editoriale di Salvatore Formisano

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Inuovi sentieri del cinema di Angela Longobardi

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L e fiabe taroccate

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Parlano i BungtBangt

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di Aurelio Raiola

di Raimonda Granato

Primo Piano: Auditorium di Ravello

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di Angela Longobardi e Valeria Civale

I l restauro del San Carlo

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D al Barocco al Barock

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F estival documentario

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C ontatti

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di Salvatore Formisano

di Felicia Liguori


FORM A RT MENSILE DI CULTURA ED EVENTI Anno 1 - Numero 0 - Aprile 2010 In attesa di registrazione al Registro degli Operatori della Comunicazione (ROC) Distribuzione Gratuita Direttore Editoriale: Salvatore Formisano Direttore Responsabile: Giuseppe Picciano Redazione: Via Circumvallazione 24/A 80059 Torre del Greco (NA) 081 8813876 redazione@formartonline.it www.formartonline.it Stampa: Messaggerie Grafiche Via Circumvallazione 53 80059 Torre del Greco (NA) Redazione: Salvatore Formisano, Raimonda Granato, Felicia Liguori, Angela Longobardi Segreteria di redazione: Alessandra Colantonio Progetto Grafico: Antonio Formisano Fotografia: Carmine Apice, Salvatore Di Stadio, Claudia Minichini Hanno collaborato a questo numero: Valeria Civale, Aurelio Raiola, Ciro Vignes Immagine di Copertina: Maurizio Capone e i BungtBangt nella foto di Salvatore Di Stadio Immagine di Sommario: L’auditorium di Ravello nella foto di Carmine Apice Si ringrazia il Teatro San Carlo per le fotografie concesse

Cultura sì, ma con leggerezza di Salvatore Formisano*

Cari lettori, Formart è un nuovo giornale di divulgazione culturale che intendiamo sottoporre alla vostra attenzione. L’abbiamo lanciato perché siamo convinti che non tutta la cultura riesca ad avere il giusto risalto nell’immenso panorama dei mass media. Formart è una rivista agile, costruita per una platea di lettori ampia, con una particolare attenzione rivolta ai giovani. Daremo spazio alle forme d’arte presenti sul territorio campano, informando, in modo semplice e diretto, sulle nuove esperienze e rivalutando le forme storiche che hanno fatto della Campania un grande centro di produzione culturale, attraverso interviste, forum e inchieste. Riserveremo ampi spazi agli artisti e ai “divulgatori culturali” emergenti chiedendo a tutti voi lettori suggerimenti e proposte utili all’arricchimento del nostro progetto. In questo numero parleremo dell’auditorium di Ravello che tante polemiche ha suscitato, del restauro del Teatro San Carlo, della mostra “Barocco Barock”, della “Settimana Corta” presentandovi tante altre rubriche di sicuro interesse. La copertina è dedicata all’innovativo gruppo di Maurizio Capone e i BungtBangt. Riconosciamo che l’esperimento che abbiamo inteso portare avanti non è semplice, ma grazie a una redazione compatta e giovane, con il giusto entusiasmo e la passione che la contraddistingue, crediamo di potercela fare. Formart è una rivista gratuita proprio perché riteniamo che la cultura non si debba pagare e che debba essere lo strumento di conoscenza per tutti i cittadini. Uno dei nostri impegni sarà quello di diffondere il giornale in quante più zone possibili coprendo, nel tempo, una rete sempre più vasta e capillare. Ci auguriamo di soddisfare le vostre curiosità. Ci attendiamo critiche e, speriamo, anche qualche complimento. Buona lettura.

*Direttore Editoriale

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I Nuovi Sentieri del cinema

Al Bellini rassegna di cortometraggi e pièces teatrali in scena lo sguardo contemporaneo dei nuovi talenti

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di Angela Longobardi no sguardo contemporaneo sul teatro emergente e sul cinema indipendente. Giunto alla sua nona edizione sarà in scena, fino al prossimo 16 maggio, all’Auditorium del Teatro Bellini di Napoli “Nuovi Sentieri”, la rassegna teatrale nata e cresciuta sotto “l’ala protettrice” della storica sala di Via Conte di Ruvo. Quattro mesi intensi di rappresentazioni teatrali, quattordici spettacoli, ed una intera settimana dedicata con la proiezione di circa quaranta cortometraggi, al cinema indipendente. “Nuovi Sentieri rappresenta – dichiara il direttore artistico Daniele Russo- una speranza e una necessità per la drammaturgia contemporanea italiana e napoletana”.

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Punto di riferimento per le giovani produzioni, interessante vetrina per gli autori da Roma in giù la rassegna da spazio a quegli autori a quei registi per i quali vedere vivere i propri personaggi rappresenta una grande difficoltà, un salto nel vuoto. “Nuovi Sentieri - prosegue Daniele Russo - nasce da un’intuizione arrivata per caso. Dieci anni fa, partecipando come attore a uno spettacolo di drammaturgia contemporanea, ho avuto modo di esplorare questo territorio ben poco conosciuto in Italia e soprattutto a Napoli. L’anno dopo ho dunque deciso di tentare un esperimento in questo senso racchiudendo e proteggendo gli autori in un contenitore unico, in uno spazio che fosse prima di tutto il loro; oggi, con otto edizioni alle spalle e una in corso, non ne possiamo più fare a meno. Gli autori, le compagnie, il pubblico, la stampa stessa ci spingono a proseguire; ogni anno arrivano sulla scrivania oltre cento proposte di spettacoli e il pubblico non solo risponde ma si informa, chiede conti-

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nuamente gli aggiornamenti sul sito (www.nuovisentieri.it)”. Giuseppe Manfridi, Manuele Morgese, Pino Micol, Carmine Borrino Milvia Marigliano, Roberto Azzurro, Carlo Cerciello, Roberto Crea, Giampiero Rappa, Andrea Di Casa, Filippo Dini , Silvia Ajelli, Ilaria Pardini, Mauro Pescio, Massimiliano Graziuso, Roger Rueff, Enzo Perna , Ettore Nigro, Bruno Tramice, Peppe Miale, Milvia Marigliano, Sergio Pierattini, Paolo Musio, Pippo Cangiano, Rino Di Martino, Ivano Schiavi, Fortunato Calvino, Lorenzo De Feo, Susanna Cantelmo, Alessandro Cassoni, Antonio Lupi, Antonello Apicella, Valeria Famularo, Vincenzo Capasso, Claudio Malangone, Susanna Sastro, Christopher Durang, Matteo Alì, Massimo Boncompagni, Loris Dogana, Stefania Medri, Massimo Nicolini, Marta Pizzigallo, Woody Neri, Giuseppe Provinzano, Elena Bosco, Andrea Capaldi, Tato Russo, Gabriele Russo, Massimo De Matteo, Angelo Ruta, Pietro Pignatelli, Margherita D’Amico, Luca Zingaretti, Gianluigi Fogacci, Antonio

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Conforti, Paolo Cresta, Antonio Franco, Daniele Russo, Renato Carpentieri, tra gli autori, attori, e i registi in scena questa stagione. Nomi noti ed esordienti. Tanto teatro e il meglio della produzione cinematografica indipendente. Dal 29 marzo al 4 aprile sarà proprio il cinema indipendente, il vero protagonista con la proiezione di circa 40 cortometraggi di giovani cineasti del nostro paese, con un occhio di riguardo per i registi campani che saranno presenti con almeno un cortometraggio al giorno. “Ci immaginiamo – spiega Daniele Russo - una libreria dove si vendono solo l’Iliade e l’Odissea in nuovissime edizioni? Un negozio di dischi dove oltre a Mozart non trovi altro? Un cinema che da oltre sessant’anni proietta solo Ladri di biciclette? No. La materia contemporanea di cui trattano i cortometraggi e, da un punto di vista più strettamente umano, la difficoltà che hanno i giovani filmaker a dare visibilità alle opere realizzate. Sono ormai 4 anni che siamo legati al Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani da questo rapporto di collaborazione che ci permette di proiettare la selezione ufficiale dei Nastri D’argento, il meglio della produzione indipendente nazionale in ambito cinematografico breve. Tutto sommato, la materia resta la stessa, diamo spazio a quei giovani autori che toccano tematiche dell’oggi in maniera contemporanea cambia solo il mezzo di comunicazione, che non è il palcoscenico ma uno schermo cinematografico”. Da marzo a maggio ancora fitto è il

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Daniele Russo direttore artistico della rassegna

calendario della rassegna. Dal 13 al 18 aprile, sarà la volta di “Radio Hamle”, progetto di Giuseppe Provinzano. Dal 20 al 25 aprile “Mi faccio una cooperativa – Forse una farsa”, di Tato Russo diretto da Massimo De Matteo. Dal 27 aprile al 2 maggio “Il poeta volante scritto e diretto da Angelo Ruta. Dal 4 al 9 maggio “Per il vostro bene”, scritto da Margherita D’Amico, diretto da Luca Zingaretti. Si conclude la seconda settimana di maggio dall’ 11 al 16 maggio con “La sala del convegno” omaggio a Francesco Cangiullo, scrittore, poeta e pittore italiano drammaturgia di Ugo Piscopo, diretto da Renato Carpentieri.


Aggiungi un porco a favola Un gruppo di scrittori creativi attenta alla nobiltà delle fiabe: Basile, Perrault e i Grimm piangerebbero? di Aurelio Raiola*

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hiedermelo, me lo hanno chiesto. Spiegarmelo, proprio no. «Ci scrivi una favola?» han proposto mielosi. «Ma certo!», ho risposto frettoloso. E qui mi hanno fregato: mi han chiesto di scrivere Lilli e il Cagabondo ed io l’ho fatto, spontaneamente, senza chiedermi il perché e il percome, e ora è lì, nero su bianco, a dar mostra di sé alla pagina centosessantasei di un tomo dalla copertina di cartone. “Aggiungi un porco a favola”, questo è il nome del tomo, raccoglie le più belle favole rivoltandole con risultati, si spera, non rivoltanti. Nato per gioco, quasi una sfida enigmistica, lo spunto della raccolta è il prendere una favola, cambiare una e una sola lettera del titolo e trarne tutte le dovute conseguenze. Così sono nate Cocahontas, Cappuccetto, posso?, Il gobbo di notte, dame! e Le molle e una notte. L’idea malvagia è stata partorita da Edgardo Bellini e Pino Imperatore, la coppia umoristica più feconda a sud del Garigliano, fondatori del Laboratorio di scrittura comica e umoristica “Achille Campanile”, ribollente pentolone dai cui miasmi sono nati scrittori come Maurizio De Giovanni e Paola Cannavale.

L’opera dissacrante dei GULP, Gruppo Umoristi Ludici Postmoderni

Già nel 2005 i due mandarono alle stampe l’antologia “Quel sacripante del grafico si è scordato il titolo”, ma l’età avanzata e la calvizie incipiente gli fecero dimenticare come si fa ed abbiamo dovuto aspettare ben quattro anni per poter gustare le favole rivoltanti. 34 favole per 36 autori (due scritte a quattro mani, svariate con i piedi, molte senza cervello), più un inedito del Duecento, la presentazione del giullare Pansèl alla corte di Federico II di Svevia. Il gioco, serio, rigoroso, è semplice: prendere un autore e affidargli per il rivoltaggio la favola che gli è più congeniale. Sì, va bene. Ma perché il Cagabondo proprio a me? Devo proprio imparare a scrivere su carta A4 e non su quella comoda e morbida carta a rotoli?

*membro dei GULP

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“La nostra musica... indifferenziata” Dagli inventori degli strumenti riciclati ecco il primo videoclip ecosostenibile ricavato dagli spezzoni “trafugati” da Internet Intervista esclusiva a Maurizio Capone e i BungtBangt di Raimonda Granato - foto di Salvatore di Stadio

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e entrando in cantina, vi imbatteste in un asse da stiro senza copertura, in una scopa vecchia e qualche bidone sfondato, probabilmente il primo pensiero sarebbe quello di avviarsi con tutta quella roba verso il più vicino punto di raccolta di rifiuti. Se invece quella cantina è la sala prove di Capone & BungtBang, non dubitate: vi trovate di fronte ad alcuni degli strumenti musicali

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dell’unica ecoband del pianeta. “La Comunità Europea, quando abbiamo suonato a Bruxelles, ci ha riconosciuto come l’unica ecoband del mondo, ma secondo me hanno esagerato!” spiega Maurizio Capone, tra il serio e il faceto. Quello che è certo, però, al di là di qualsiasi riconoscimento e definizione, è che la musica di Capone & BungtBang, prodotta con strumenti creati da materiali riciclati, è perfet-


tamente uguale – se non migliore – a quella prodotta usando sintetizzatori e campionatori elettronici. “Riciclare non significa creare qualcosa che non sia bello – continua Capone -. Il fine è sempre un’arte che sia bella. Quello che vogliamo dimostrare è che l’arte non ha bisogno della tecnologia, ma la tecnologia può essere un mezzo per ottenere il migliore effetto dell’arte”. Troviamo posto tra una scopa elettrica (una scopa a cui è legato un elastico e un piccolissimo amplificatore) e un pezzo della buatteria (la batteria di buatte) e, dopo aver ascoltato un po’ di prove, ricatturiamo l’attenzione di Capone. Così, mentre i BungtBang si prendono una pausa, non prima di averci preso un po’ in giro, iniziamo la nostra intervista. Navigando su Internet, abbiamo trovato che siete tra i fondatori del progetto “Come Suona il Caos”. Di che si tratta? Come Suona il Caos è un progetto espressamente lanciato in Internet 2.0. Abbiamo creato una piattaforma sulla quale fare interagire gli utenti. Io faccio da tutor per costruire e suonare gli strumenti con materiali riciclati. Ci piaceva l’idea di comunicare con gli utenti, così abbiamo dato la possibilità a tutti di inviare i loro strumenti, in uno scambio reciproco. In 9 mesi abbiamo fatto 26 lezioni creando 26 strumenti diversi che hanno poi portato ad un mega concerto a luglio dello scorso anno a Napoli, dove tutti gli utenti che hanno partecipato al laboratorio on line hanno portato i loro strumenti. Il progetto andrà avanti sempre on line perché è riuscito molto bene.

Strumenti riciclati, musicisti riciclati, e ora anche un video riciclato. Il videoclip di “Blokko del traffico” è stato realizzato con tutte immagini, sia vostre sia prese dalla rete, riutilizzate per la vostra musica. Eppure riutilizzate le cose da tempo, come mai solo ora l’idea del video? La questione è che per fare un video bisogna saperlo fare e se Alessandro Paradiso (il bassista, NdR) non si fosse ingegnato tecnologicamente e come regista, non lo avremmo realizzato nemmeno ora. Siccome il riciclo è una materia che abbiamo nel DNA, solo uno di noi poteva mettersi a fare una cosa del genere. È la prima volta – ci siamo un po’ documentati e possiamo dirlo con cognizione di causa - che un video sia stato pensato con le immagini riciclate, come concetto fondante del progetto. Sicuramente prima di noi ci saranno stati altri artisti che avranno preso immagini da Internet per i loro video, ma mai per dare un messaggio di arte totalmente a impatto zero. Ora che uscirà il disco nuovo faremo tantissimi video a costo zero. Con questo nostro esperimento ben riuscito, abbiamo aperto una possibilità per chiunque voglia cimentarsi. Del resto, il riciclo è disponibile a tutti come concetto. A noi piace pensare che ora tutti potranno sapere che è possibile fare un video a costo zero. Il primo concerto di Capone coi BungtBangt risale al 31 marzo 2000. Il 2010 è una data importante per voi. Facciamo 10 anni e festeggiamo con un disco anniversario, una raccolta con tutti i singoli. Uscirà verso maggio. Siamo sempre in tour, non ci fermiamo mai.

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Auditorium, lala seconda Auditorium, seconda meraviglia didi Ravello meraviglia Ravello di Angela Longobardi e Valeria Civale - foto di Claudia Minichini


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Viaggio intorno all’opera di Niemeyer un occhio proteso sul mondo alla ricerca dell’arte globale

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ara Domenico”. Comincia così, con una dedica, fatta in uno studio sull’Avenida Atlantica di Rio De Janeiro al sociologo Domenico De Masi la storia del più chiacchierato auditorium realizzato negli ultimi dieci anni. Dalla costa brasiliana alla costiera amalfitana. Dall’Oceano Atlantico al Tirreno, è al mare che rivolge, sospeso tra terra e cielo, simbolicamente, lo sguardo l’auditorium dalle bianche curve disegnato dall’architetto brasiliano Oscar Niemeyer. Era il 23 settembre del 2000 quando al presidente della Fondazione Ravello, Domenico De Masi, Niemeyer regala il progetto dell’auditorium che porterà il suo nome. Una storia lunga dieci anni. Una storia fatta di caparbietà e carte bollate, di grandi numeri e di un braccio di ferro prima tra amministrazione

comunale, Regione Campania e ambientalisti per la realizzazione ed ora, a inaugurazione avvenuta, tra Fondazione e Comune per la gestione della struttura. Dopo la posa della prima pietra nell’ottobre del 2006, è solo lo scorso 29 gennaio 2010 che si è potuto tagliare il nastro e tenere a battesimo la struttura. A metà tra l’azzurro del cielo e il celeste del mare all’auditorium, si accede da una piazza che consente di godere, al tempo stesso, del panorama e dell’edificio. Da sempre città della musica, il piccolo comune di Ravello, 2500 abitanti appena, si candida ora a diventare catalizzatore di eventi unici. Insieme a Villa Rufolo e a villa Cimbrone, esso offre le più intense emozioni che Ravello può dare. Esso stesso, a prescindere dagli spettacoli che può contenere, rappresenta una sorprendente attrattiva.

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rofessor De Masi, con l’inaugurazione dell’Auditorium lo scorso 29 gennaio, giunge a compimento un percorso iniziato circa 10 anni fa. Cosa ha pensato al momento del taglio del nastro? Il taglio del nastro è avvenuto la mattina di venerdì 29 gennaio. C’era tanta folla e i riti erano quelli ufficiali, che ci tolgono la solitudine senza darci la compagnia. Per me, il momento essenziale dell’inaugurazione è stato la sera di giovedì 28. Per la prima volta in assoluto, nella sala è sgorgata la musica: un pezzo di Chopin che faceva da filo conduttore per i ballerini del Bolshoi Brasil che iniziavano le prove del loro spettacolo.Attorno al palco c’era un sommesso via vai di persone addette ai servizi, reso attento dalla solennità del momento. Sulle gradinate c’erano quattro o cinque persone in tutto. Lontane l’una dall’altra. Ognuna in

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a scheda

cerca di raccoglimento. Quel momento è stato soave. In quel momento ho pensato a Oscar Niemeyer, cui dobbiamo il miracolo di questo Auditorium. Professor De Masi, che idea ha dell’Auditorium e come pensa si possa mettere su un’ampia offerta culturale? L’Auditorium di Niemeyer è una gioia creata per sempre. Ora, come tutte le grandi opere di grandi uomini, deve essere metabolizzata da noi comuni mortali. L’opera può offrire in tutti i mesi dell’anno le strutture necessarie a ogni forma di evento culturale, compresi alcuni tipi di sport, come ad esempio la scherma. E può ospitare scuole di musica, di danza e di ginnastica artistica. Non c’è che l’imbarazzo della scelta e il limite dell’umana creatività.


L’inaugurazione dell’Auditorium rappresenta una sfida vinta. Quali ricadute potrà avere questa struttura sul turismo culturale in chiave occupazionale? Ravello, rispetto alle altre località della Costiera e della Campania, è più competitivo d’inverno che d’esta23/11/2000 Niemeyer consegna il progetto dell’Auditorium a De Masi 23/10/2006 la prima pietra 29/01/2010 l’inaugurazione 80 giorni di lavoro per disegnare le tavole architettoniche 18,5 milioni di euro il costo dell’opera

te. Solo Ravello, infatti, possiede 18 alberghi, tanti monumenti, tre belle ville, due auditorium, e ora, in più, un auditorium unico al mondo. Tutto questo può essere messo in valore attraverso una offerta culturale capace di attrarre d’inverno più di quanto, d’estate, attragga il mare.

24.000 m3 di scavo 4.600 m3 di calcestruzzo impiegati 720.000 kg di tondini di ferro 1200 m3 l’estensione della piazza 1300 m3 di parcheggio 720 m3 di superfici vetrate 1000 m3 di pavimento in parquet 600 posti 107 posti auto

Sindaco Paolo Imperato, cosa ha significato per la sua città l’inaugurazione dell’Auditorium? Nel gennaio 2010, dopo quaranta mesi di attività costruttiva l’auditorium ha visto la luce. Un dato incontestabile è che il Comune di Ravello abbia in ogni caso assicurato ogni sforzo per consentirne la realizzazione, assicurando l’utilizzazione dell’intero apparato tecnico a tempo pieno. Che idea ha dell’Auditorium e come pensa si possa mettere su un’offerta culturale in tutte le stagioni? Nella logica di chi ha concepito l’auditorium era immaginato come contenitore finalizzato ad assicurare flussi destagionalizzati con precipuo riguardo ad eventi di natura musicale, coerenti con la vocazione di questa città. Ho sempre sostenuto, tuttavia, che l’ottimale produttività di questo contenitore, debba necessariamente passare attraverso una molteplicità di destinazioni (teatro, cinema, sport agonistico e attività convegnistiche) oltre evidentemente a quella musicale.

1 palco da 167 m3 80 operai impiegati 1 pool di imprese riunite in Ati 9 ricorsi ai giudici amministrativi 500.000 euro di spese giudiziarie 160 intellettuali, firmatari di un manifesto in difesa della struttura

L’inaugurazione dell’Auditorium rappresenta una sfida vinta. Quali ricadute potrà avere questa struttura sul turismo culturale in chiave occupazionale? Indubbiamente immagino che l’apertura e il pieno funzionamento a regime debba rappresentare un’occasione occupazionale unica. A tal fine chi ha responsabilità di governo di questo territorio ha il dovere di sperimentare un modello di gestione a diretta cabina di regia comunale che possa offrire ai tanti giovani di questa città professionalmente capaci una prospettiva di speranza fino ad oggi preclusa. Il nodo della gestione resta tutto da sciogliere. Quale soluzione auspica? Allo stato delle cose il Comune intende affermare il ruolo di centralità e perciò si appresta a chiedere alla Regione il riconoscimento della risorsa straordinaria per assicurare le fasi di start up. Con questa indispensabile misura, l’ente saprà assicurare un modello di gestione trasparente e sicuramente dignitoso.

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“Il San Carlo? Bello, ma...” Il maestro Roberto De Simone plaude al restauro del teatro napoletano “però devo sentire l’acustica”

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di Salvatore Formisano

tendhal agli inizi del XIX secolo, nel suo viaggio in Italia disse del Teatro San Carlo: “Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la più pallida idea”. Infatti il Massimo napoletano è considerato l’eccellenza dei teatri europei: ospita tremila spettatori, conta cinque ordini di palchi e un ampio palco reale, un loggione e un palcoscenico lungo circa trentacinque metri. Il San Carlo è il più antico teatro d’opera europeo. Durante la sua esistenza ha subito un radicale restauro a causa di un incendio nella notte del 13 febbraio del 1816 che lo distrusse completamente. Lo stesso fu ricostruito sul progetto originario della facciata, opera dell’architetto Antonio Niccolini che la realizzò in stile neoclassico, stile dominante di quegli anni. La nuova sala fu inaugurata il 12 gennaio del 1817 con l’opera “Il sogno

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di Partenope” di Giovanni Simone Mayer, un compositore oggi poco noto, cosa che non si può dire di Gioachino Rossini che proprio al San Carlo conobbe i suoi maggiori successi. Oggi purtroppo non ci sono autori contemporanei in grado di scrivere opere all’altezza del prestigio del Regio Teatro e i teatri di tutto il mondo sono divenuti preziosi scrigni di memoria storica. Era dal 1817 che il San Carlo non subiva una ristrutturazione così radicale, in soli 330 giorni è diventato uno tra i teatri più moderni d’Europa con macchine da palcoscenico tecnologicamente all’avanguardia. Il costo dei lavori si aggira intorno ai 67 milioni di fondi europei concessi per il rilancio di uno dei più prestigiosi monumenti della cultura europea. Nonostante gli echi del modernismo, talvolta anche sfrenato, non si è avuto il coraggio di intaccare minimamente il rigoroso


rispetto del teatro napoletano. I lavori hanno riportato lo splendore originario delle sale, aggiungendo alcune novità, come ad esempio, un modernissimo impianto di climatizzazione, un nuovo ridotto e nuove sale prova. Ovviamente la tecnica ha fatto la sua parte. Tutti i lavori sono stati svolti da mani esperte e amorevoli con la presenza della maggior parte delle maestranze campane. Perfino le carte da parati rosse sono state ordinate rispettando le indicazioni del Niccolini: “Carta vellutata di Francia”, così come nel 1844 il Re scelse personalmente. Proprio sul colore si è aperta una discussione su chi consigliava il colore originario che pare fosse celeste o blu argento e gli assertori del colore rosso di Francia. Una delle motivazioni, oltre a quelle storico-patriottiche, è che, secondo alcuni esperti, il rosso potrebbe ottenere un effetto negativo sulla rifrazione delle onde sonore. “Un’occasione di rilancio per la città”, è stato il commento del presidente della Regione Antonio Bassolino, presente insieme Presidente della Repubblica, al Sindaco di Napoli e al Prefetto Pansa all’inaugurazione del “nuovo” teatro. Il 25 gennaio scorso c’è stato il tutto

esaurito alla riapertura del sipario per la prima, dopo cinque mesi di ristrutturazione, con la messa in scena dell’opera di Benjiamin Britten, “Peter Grimes”, sotto la direzione di Jeffrey Tate, il più attento interprete delle opere del compositore inglese, mentre la nuova stagione sancarliana è avvenuta il 27 gennaio con l’opera mozartiana “La clemenza di Tito” con la regia di Ronconi. Ad accompagnare la riapertura del San Carlo numerosi eventi che si sono tenuti a partire dal lunedì 11 gennaio in poi con incontri, dibattiti, mostre e visite guidate. Sulla qualità del teatro e, nello specifico, sull’acustica, punto nevralgico di ogni teatro, il maestro Riccardo Muti ha confermato essere buona. Sulla qualità acustica ci siamo rivolti al Maestro Roberto De Simone, grande conoscitore del teatro, regista, musicista e musicologo, per conoscere la propria opinione sul restauro. “So che ci sono stati alcuni problemi per le macchine scenografiche, per quanto riguarda l’acustica non mi posso esprimere, dirò qualcosa quando avrò la possibilità di ascoltare un’opera e quando i lavori saranno completamente terminati”.

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Dal Barocco al Barock

Centinaia di opere, sette mostre, decine di itinerari artistici in due rassegne che si sono incrociate tra classico e modernità, tra natura e innovazione

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di Felicia Liguori - foto di Salvatore di Stadio travaganza, artificio, effetti sorprendenti, il Barocco è movimento, energia che anima i soggetti religiosi, mitologici. Come non pensare al David di Gian Lorenzo Bernini nell’atto di scagliare la pietra con la fionda, i muscoli tesi e il volto contratto che creano un effetto eccezionale. Ma il capolavoro, Apollo e Dafne, con i giochi delle chiome, le velature trasparenti, esprime al massimo la poetica barocca: tensione delle forme,

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forza espressiva, fedeltà naturalistica e libera immaginazione, le due figure sono rappresentate nel momento in cui il corpo inarcato della ninfa si trasforma in albero, sfuggendo all’abbraccio di Apollo. Un instabile ma perfetto equilibrio tra movimento ed immobilità, tra realtà e mistero: il Barocco è tutto questo, difficile da definire, mentre è facile rimanere coinvolti emotivamente dinanzi alla teatrale esuberanza che caratterizza pittura, scultura e archi-


tettura dei secoli XVII e XVIII. In questo particolare momento storico, in un’Italia politicamente vessata, economicamente depressa, afflitta da guerre, pestilenze e conflitti religiosi, si contrappone un’eccezionale vitalità artistica caratterizzata da correnti artistiche come il Naturalismo di Caravaggio e il classicismo dei Carracci, che si intrecciano con la cultura del Barocco italiano, in particolare romano e napoletano. Ora è proprio a Napoli che si celebra, con 350 opere provenienti da tutto il mondo, in sei mostre, e con 51 itinerari cittadini, la straordinarietà di questa corrente artistica. Musei, chiese, vicoli, palazzi, il Barocco è presente ovunque nella città partenopea. “Ritorno al Barocco. Da Caravaggio a Vanvitelli”, progetto curato da Nicola Spinosa, intende porre l’attenzione sulle inclinazioni, sui comportamenti e sugli aspetti radicati e caratterizzanti della realtà napoletana in età barocca. Una Napoli concepita come un ″gran teatro del mondo″, caratterizzata fin dal primo Seicento da contraddizioni e contrasti continui, tra fasto e miseria, natura e artificio, realtà e fantasia. Il Palazzo Reale di Capodimonte è l’epicentro delle sei mostre: vi sono esposte le opere dei maggiori protagonisti della pittura fra il primo Seicento e la metà del Settecento, dal naturalismo caravaggesco del Battistello, del Caracciolo e del Ribera, alle tendenze neoclassiche di Massi-

mo Stanzione e Andrea Vaccaro, al Barocco di Mattia Preti, Luca Giordano, Francesco Solimena e Paolo de Matteis, per arrivare alle soluzioni del rococò. La Certosa di San Martino, invece, già custode di opere di artisti attivi in questo periodo, ospita per l’occasione alcune tra le più belle vedute napoletane dipinte da pittori italiani e stranieri. E poi le immagini fotografiche dei monumenti barocchi napoletani di Luciano Pedicini, fra le sculture e le pitture di Castel Sant’Elmo; l’arredo della ricca borghesia e dell’aristocrazia partenopea, al Museo Duca di Martina, nella Villa Floridiana; la “natura in posa” del Museo Pignatelli; l’arte presepiale, le cartografie, i disegni, nelle splendide sale del Palazzo Reale. Sensazionale ugualmente la mostra, allestita al Museo Madre, “BAROCK - Arte, Scienza, Fede e Tecnologia nell’Età Contemporanea”. Curata da Eduardo Cicelyn e Mario Codognato, intende individuare le questioni e le problematiche che caratterizzano il nostro secolo, così come l’epoca barocca.Scoperte scientifiche e tecnologiche, fervore religioso che spesso sfocia nel fondamentalismo, generano uno spaesamento dell’immaginario contemporaneo non diversamente da quanto avvenne, appunto, nel secolo di Galileo e della Controriforma. E così che le opere dei 28 artisti, che espongono al Madre, entrano in

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competizione con il realismo artificiale delle tecnologia e propongono un realismo nuovo che allarga i confini sensoriali e percettivi. All’ingresso della mostra è esposta la famosissima opera “Heaven” di Damien Hirst: uno squalo tigre immerso in un formaldeide. Di forte impatto emotivo e visivo, l’opera crea un’atmosfera sospesa tra il tangibile e il visibile, tra l’onirico e il visionario, espressioni contrastanti di un artista che vive l’inquietudine della società contemporanea. Il terzo piano del Madre, la Chiesa di Donnaregina Vecchia, il cortile interno, il terrazzo, le scale, fanno da sfondo al reale, alla finzione, all’eccesso, testimonianza di un sistema socio-economico che pone i diritti degli uomini al di sotto dei grandi interessi delle moderne democrazie

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capitalistiche, ma anche della realtà sfuggente, della vita e della morte: tutto è artificio, fantasia, che mette eternamente in questione l’oggettività della visione, della realtà. La scelta dei materiale è varia: acciaio, vetro, alluminio, oggetti di uso comune che assumono significati nuovi, tutto scompiglia il senso convenzionale della comunicazione, per rivelare l’inquietudine interiore dell’uomo contemporaneo così come dell’uomo del ‘600, e tutto può essere interpretato in maniera soggettiva. Il richiamo al Barocco è sottile e torna in qualunque opera e in qualunque forma, con Philippe Parreno, Antonio Biasiucci, Giulia Piscitelli, Jeff Wall, solo per citarne alcuni, attraverso immagini sensazionali che reinventano un mondo divenuto ormai incerto, come incerto lo è stato nel XVII secolo.


“Sloi”, agonia di una fabbrica L’opera di Kiara Bernardi vince il festival documentario

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“Sloi” di Kiara Bernardi e Luca Bergamaschi il vincitore della prima edizione di Indoxx, il festival documentario dedicato alle produzioni italiane e internazionali di settore, realizzato dall’associazione culturale ‘Kosmograph’, per la direzione artistica di Romolo Sticchi, e con il patrocinio dell’assessorato regionale al Lavoro e dell’Ordine dei giornalisti della Campania. La giuria, composta dal direttore del Tg3 Bianca Berlinguer (presidente), dal critico cinematografico Valerio Caprara, dallo scrittore Ermanno Rea, dal produttore Gioia Avvantaggiato e dall’assessore regionale Corrado Gabriele, ha assegnato il primo premio a “Sloi, la fabbrica degli Invisibili” che ripercorre le tappe della SLOI, la fabbrica di Trento, dalla sua nascita fino alla drammatica chiusura, nel 1978, in seguito all’esplosione di un incendio che avrebbe potuto provocare esalazioni che avrebbero contaminato l’intera città. Alla manifestazione, che si è svolta nel cuore della città partenopea, presso il complesso monumentale di San Lorenzo Maggiore, in via Tribunali, hanno partecipato oltre cinquecento persone, prevalentemente giovani. Cinque i finalisti; in gara, oltre i vincitori anche: “Gaza, guerra all’informazione”, di Anna Maria Selini; “Migrantes, il cammino della speranza”, di Adriano Zecca e “Rosarno, il tempo delle arance”, di Luca Manunza. Pro-

iettati anche nel corso del festival tre documentari fuori concorso, “la Santa”, “Burma VJ” e “Comix: i fumetti vanno alla guerra”. Soddisfatto il curatore della rassegna Romolo Sticchi anche se non nasconde un pizzico di rammarico: “Purtroppo il documentario rappresenta un genere che trova pochi spazi nei palinsesti dei grandi network, eppure fornisce un grandissimo contributo all’informazione su ciò che accade attorno a noi. I telegiornali raccontano le notizie, descrivono i grandi eventi e le grandi inchieste, ma tutte le piccole storie che avvengono all’ombra di quei grandi eventi, in Italia non vengono raccontate. I documentari, nelle tv europee e americane, rappresentano delle realtà che qualificano i palinsesti, in Italia invece regna la convinzione che il pubblico non li gradisca, eppure quando i documentari riescono ad arrivare in sala di solito c’è sempre il tutto esaurito”.

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