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TURISMO CULTURALE

Sviluppare il Genus Italiae Generare utili con i beni culturali? Si può. Anzi, per Fabio Roversi Monaco, è «uno sforzo in cui deve prodursi tutto il Paese». Superando la concezione di museo come luogo da contemplare e puntando su interattività e coinvolgimento dei giovani Giacomo Govoni

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Fabio Roversi Monaco, presidente di Genus Bononiae

a cultura come driver economico per allontanarsi dalla crisi. Un’idea che talvolta suona ardita per chi suole ragionare in termini di fatturato e produttività, ma che gradualmente comincia a far presa. Tra chi con la cultura ci lavora, ma anche tra chi sulla cultura non ha paura di scommettere, destinandovi risorse a dispetto delle attuali politiche di investimenti. L’ultimo esempio è il Museo delle scienze di Trento, inaugurato a fine luglio e teatro nelle scorse settimane dell’incontro “I consumi culturali in crescita e il ruolo dei musei in Italia”. Due gli esempi virtuosi al centro della riflessione: la Fondazione Musei civici di Venezia e il Genus Bononiae, circuiti museali che oggi si pongono come modelli organizzativi per la divulgazione del bene culturale in Italia. Il secondo, in particolare, «non è una serie di stanze e basta – precisa il presidente Fabio Roversi Monaco – ma un museo diffuso nella città, con sette poli culturali dislocati nel centro e collegati dalle vecchie strade bolognesi con i portici, in cui ogni tanto si staglia un palazzo o una chiesa bellissima». Su quali principi si fonda? «Siamo partiti dalla constatazione che non esisteva un museo della città a Bologna, come in gran parte delle città italiane ed europee. Visionando altri musei della città,

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abbiamo ritenuto che anche nelle loro migliori espressioni, come a Londra e Vienna, fossero un coacervo di beni artistici senza filo conduttore. Un sistema di certo meritevole di attenzione, ma che tratta il bene museale in un modo che non attira più le giovani generazioni. Pertanto abbiamo voluto costruire un percorso che esprimesse il proprium della città. Di qui il titolo Genus Bononiae, ovvero stirpe di coloro che hanno realizzato la città e il suo circondario. Alcuni beni li abbiamo acquistati, altri collegati attraverso convenzioni, come quella con la Curia. In più, è innovativo perché interattivo, usa tecnologie importanti e rinvia sistematicamente agli altri musei, mettendosi al servizio della comunità». Dall’autunno scorso la macchina del complesso museale ha cominciato a girare a pieno regime. Quali risultati in termini di presenze, ricaduta occupazionale e flussi turistici ha prodotto finora? «Sta girando anche in modo da superare le nostre aspettative. Dall’aprile 2012 registriamo oltre 300mila visitatori, numeri che Bologna non ha mai visto, rimasti costanti anche con l’introduzione del biglietto a pagamento l’autunno scorso. Sul piano occupazionale, tralasciando le persone impiegate nei restauri, su cui abbiamo fatto investimenti per 120 milioni di euro, gli addetti diretti che lavorano anche attraverso società strumentali sono una settantina, più le giovani guide e le accompagnatrici di scolaresche. Nel complesso, comprendendo tutti coloro che hanno “guadagnato” dalla nascita del Genus, la stima del valore su base regio-

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