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quasi perfetti: tollerati molto bene dalle api, efficacia elevata e limitati residui nel miele, sia per l’elevata affinità dei principi attivi per la componente lipidica (il 99% nella cera) vista la loro elevata idrofobicità, sia per i bassi dosaggi sufficienti ad uccidere la Varroa. Purtroppo, nel giro di pochi anni, le varroe sono diventate resistenti ai piretroidi, togliendo ogni illusione agli apicoltori che credevano di aver risolto il problema. L’Apitol (pure esso uscito dal commercio in Italia) era invece un prodotto da usare in assenza di covata ma con temperature sopra ai 10 °C, pena la mortalità della api, ma i due fattori sono raramente coincidenti. Tra gli acidi organici, ha sicuramente avuto più fortuna l’acido ossalico, consigliato come trattamento autunnale e non solo. Da quanto esposto è chiara la necessità di un’indagine approfondita sui residui generati da un trentennio di lotta alla Varroa, non sempre operata secondo le direttive delle autorità competenti, o peggio ancora, con l’utilizzo di principi attivi non autorizzati. E se fino a poco tempo fa l’attenzione era rivolta quasi esclusivamente al miele, in quanto prodotto alimentare, oggi l’attenzione si è spostata sulle cere. Questa matrice infatti, ha un’affinità per molecole come gli acaricidi (composti dalla spiccata idrofobicità e, dunque, affinità per la componente lipidica) di diversi ordini di grandezza superiore rispetto al miele. Da non dimenticare, in ultima analisi, che nonostante la buona pratica apistica preveda il “riciclo” delle cere, ossia la trasformazione della cera fusa in fogli cerei (operato dalle cererie), i metodi operativi comportano il trattamento delle stesse a temperature che rimangono ben al di sotto delle soglie di stabilità delle molecole in esame. Inoltre, la particolare natura chimica della matrice cera può aumentare enormemente la stabilità delle molecole in essa disciolte, conferendo a queste ultime la capacità di rimanere inalterate e potenzialmente attive, in alcuni casi anche per anni. Sorge quindi la necessità di verificare e quantificare sperimentalmente l’effettiva possibilità che i residui rinvenuti nel miele possano derivare oltre che da “cattive pratiche apistiche” anche da rilasci graduali da parte della cera, l’affinità di questi composti per le cere (assorbimento), la stabilità che acquisiscono in questa matrice (emivita), la quantità e velocità di cessione della cera nei confronti del miele e gli eventuali metaboliti derivanti sia dalla degradazione che dalla trasformazione. Sono ormai numerose le analisi effettuate sulla cera d’ape che testimoniano il graduale accumulo dei prodotti acaricidi, la cui presenza, nonostante le lavorazioni effettuate dall’apicoltore ed in cereria, si mantiene nel tempo anche per molti anni. La cera d’ape, in virtù del proprio spiccato carattere lipofilo (“affine ai grassi”), tende ad assorbire e ad accumulare taluni prodotti conservando l’attività dei rispettivi principi attivi; ripetuti trattamenti (magari con prodotti diversi) sui favi che permangono nell’alveare per più anni, provocano la formazione di un “cocktail” la cui composizione ed i suoi effetti sulle api non sono oggi facilmente prevedibili.

Il controllo della Varroa, aspetti generali

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Conoscere e controllare la varroa in trentino  

Centro Trasferimento Tecnologico

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