Rassegna Stampa "Dolomiti Patrimonio Mondiale" | Ottobre 2025

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RASSEGNA STAMPA

OTTOBRE2025

FondazioneDolomitiDolomitesDolomitenDolomitis

GLIEFFETTIDELLACRISICLIMATICASULLEDOLOMTI

IlT|14ottobre2025

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«Clima,ognigradoinpiùeventiestremisudel7%»

Con il riscaldamento globale la frequenza e l'intensità degli eventi estremi, come piogge torrenziali, sono destinate ad aumentare. Il fiume Adige è una presenza attiva per tutto il Trentino, e la sua forza può diventare anche un rischio, soprattutto in un contesto di cambiamenti climatici e pressioni urbanistiche crescenti. È stato questo il tema centrale di una delle sessioni del convegno «Passato, presente e prospettive del fiume Adige, da Resia all'Adriatico», che ieri, all'Itas Forum di Trento, ha aperto la Settimana della Protezione civile del Trentino.

I fattori che influenzano le piene sono diversi e spesso interconnessi: con l'evoluzione del clima, infatti, molte variabili che un tempo erano relativamente stabili, ora si comportano in modo più estremo e imprevedibile, come l'aumento delle precipitazioni intense, l'innalzamento delle temperature e la modifica del ciclo della neve. Trento e la sua provincia, situati in una conca circondata da montagne, sono particolarmente vulnerabili a fenomeni di questo tipo. A tal proposito il professore Marco Borga, professore di Idrologia idraulica all'Università di Padova, ha analizzato i fattori fondamentali che influenzano le precipitazioni nel presente e nel prossimo futuro. «I cambiamenti climatici saranno un fattore chiave: si prevede che le precipitazioni estreme aumentano del 6-7% per ogni aumento di un singolo grado di temperatura ha spiegato il docente È necessario utilizzare modelli climatici con elevata accuratezza nella stima delle precipitazioni estreme, per avere simulazioni climatiche decennali precise». Il fiume, infatti, non è solo una via d'acqua che collega montagne e pianure, ma una realtà complessa che richiede attenzione, pianificazione e soprattutto una visione di lungo periodo. Il rischio delle piene del fiume Adige non va quindi sottovalutato. In merito a questo, il professore Giuliano Rizzi, direttore dell'Ufficio dighe provinciale di Trento, ha tracciato una panoramica sulle possibili misure preventive, e su come abbassare il rischio per la popolazione trentina. «Utilizzando dei serbatoi, di cui il Trentino è ben servito, si può ridurre la portata naturale, accumulando temporaneamente l'eccesso ha spiegato Rizzi Un esempio è stato il rilascio controllato tramite la diga di Forte Buso. Dobbiamo dar luogo a una disciplina permanente con dei polmoni di prevenzione: è importante avere una rete per la mitigazione del rischio idrogeologico, raffinandola per essere sempre più efficienti nel futuro». La conoscenza del territorio e la relativa attività di pianificazione sono quindi elementi fondamentali per gestire la prevenzione di un corso d'acqua come l'Adige. «Il contesto storico condiziona molto le scelte che vengono fatte ha aggiunto Marina Colaizzi, segretaria generale dell'Autorità di bacino distrettuale delle Alpi orientali È necessario un approccio multidisciplinare, che porta alla necessità di una conoscenza territoriale del bacino idrografico. Occorre fornire un piano di rischio alluvione e gestione delle acque, che deve essere un documento unico che interessa tutto il fiume Adige. Noi come autorità dovremmo fornirci informazioni per gli interventi a livello regionale, per una pianificazione adeguata alla condizione reale».

A causa della sua portata e della geografia della zona, l'Adige è stato storicamente soggetto a eventi estremi che hanno avuto impatti devastanti. «Le possibili aree esondabili sono stati i punti di partenza per la costruzione del piano presenta Alberto Pisoni, responsabile del Piano di protezione civile comunale di Trento attraverso un'analisi della popolazione coinvolta e dei luoghi sensibili. La mappatura è in continuo mutamento. Nel piano di evacuazione la città viene suddivisa in 20 settori, tracciando una scheda che tiene conto di vari fattori, come popolazione coinvolta, percorso di evacuazione, punti di raccolta, e centro di accoglienza. Il piano prevede attività di formazione della popolazione. L'evento non è mai improvviso e si possono attuare azioni di messa in sicurezza individuali e collettive».

IlT|26ottobre2025

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L'agoniadeighiacciaitrentiniPersifinoaduemetriinestate

L'estate 2025 lascia dietro di sé un bilancio amaro per i ghiacciai del Trentino. Le prime valutazioni del bilancio di massa annuale, condotte da Provincia, Sat, Muse, Servizio Glaciologico Lombardo e Università di Padova, mostrano perdite comprese tra 65 centimetri e 2,10 metri di acqua equivalente: un segnale di una stagione ancora una volta sfavorevole alla conservazione del ghiaccio.

Nemmeno le nevicate estive, cadute a tratti anche abbondanti, sono riuscite a invertire la tendenza. Solo le superfici più alte, oltre i tremila metri, hanno beneficiato di un temporaneo rallentamento della fusione. A quote inferiori, invece, l'anticiclone e le ondate di calore di giugno e agosto hanno scoperto il ghiaccio vivo già a metà stagione.

Il caso Careser

Il ghiacciaio del Careser, nel gruppo dell'Ortles-Cevedale, resta il sorvegliato speciale. Le scarse precipitazioni nevose invernali e le temperature elevate hanno provocato l'affioramento del ghiaccio già a luglio. Le successive nevicate non sono bastate a compensare: la perdita media stimata è di 2,10 metri d'acqua equivalente, una delle più elevate dell'ultimo decennio.

Il Careser è il simbolo della fragilità dei ghiacciai del Trentino. Negli anni Sessanta copriva oltre due chilometri quadrati, oggi ne resta poco più di un terzo.

La Mare e Madrone

Più in alto, il ghiacciaio della Mare ha beneficiato di una protezione parziale: a 3.250 metri il ghiaccio è rimasto scoperto solo per 25 giorni, ma il calore estivo ha comunque inciso. Sopra i 3.300 metri persiste un residuo di neve invernale, segno di un equilibrio sempre più fragile. La perdita media è di 0,65 metri d'acqua equivalente, la più contenuta ma pur sempre negativa. Sul ghiacciaio Adamello-Mandrone, invece, la situazione è più pesante: a 2.600 metri si sono misurati fino a quattro metri di ghiaccio fuso. Solo le zone più alte hanno conservato parte della neve invernale, su un'area troppo ridotta per bilanciare le perdite. Su una superficie di 13 chilometri quadrati, la perdita media è di 1,10 metri d'acqua equivalente. Il bilancio

I dati raccolti confermano un trend ormai costante: anche i ghiacciai trentini, come l'intero arco alpino, stanno perdendo massa a un ritmo che sorprende gli stessi ricercatori. Dagli anni Cinquanta la superficie glaciale provinciale si è ridotta di oltre la metà, e molti ghiacciai minori sono ormai scomparsi. Il ritiro del ghiaccio non è solo un fenomeno paesaggistico: modifica i flussi idrici, incide sugli ecosistemi, aumenta l'instabilità dei versanti e ridisegna la morfologia

dell'alta quota. Il ghiacciaio è un archivio naturale e la sua perdita racconta quanto velocemente stiamo cambiando il nostro ambiente.

Nei prossimi mesi sarà completata l'elaborazione definitiva del bilancio di massa secondo i protocolli internazionali.

Ma le tendenze sono già chiare: la linea del fronte si ritira sempre più in alto e la neve dell'inverno non basta più a ricostruire ciò che il caldo porta via.

Il Careser, la Mare, l'Adamello-Mandrone: tre storie diverse che parlano di un'unica montagna, quella che si trasforma sotto i nostri occhi. Un Trentino che, anno dopo anno, perde non solo ghiaccio, ma anche una parte della propria memoria.

IlT|29ottobre2025

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Crisiclimatica,piantefragili

«Le ontanete di ontano verde (Alnus viridis) stanno iniziando a scomparire dal paesaggio alpino e trentino da qualche tempo, a causa del cambiamento climatico», racconta Filippo Prosser, botanico del Museo Civico di Rovereto. «È successo sul Monte Altissimo e sul Bondone, e il processo inizia a vedersi anche in Lagorai e in Adamello. Accade perché mancando i normali giorni di gelo e neve per i quali si erano evolute e adattate, la precoce apertura delle gemme va incontro alla mancanza di disponibilità di acqua per le radici, perché comunque il suolo resta ghiacciato, e la pianta subisce l'attacco di patogeni e muore». Ma non c'è solo il cambiamento climatico a stravolgere gli antichissimi equilibri ecologici nelle Alpi e a impattare sulla biodiversità vegetale «dobbiamo dire che è cambiato il mondo» annota Prosser, che cita ad esempio la radicale modifica del metodo di sfalcio, quale elemento importante per gli agro ecosistemi. «Oggi lo sfalcio è ovunque del tutto meccanizzato e questo comporta di rendere i prati piani ed omogenei, senza gobbe e orografie variabili naturali. Inoltre l'odierno eccesso di letame, che un tempo era prezioso e veniva usato con parsimonia, fa sì che esso venga sparso nei campi in grandi quantità, con sicuri effetti sul suolo e sulla vegetazione. Anche così si perde biodiversità».

Prosser ne parlerà in un talk venerdì nel tardo pomeriggio (dalle 18 alle 20) al Museo di Scienze e Archeologia per la rassegna «Sorsi di cultura - Piante e cambiamento climatico». L'incontro (con proiezione del documentario “ “Piante al limite” (2025, 17′), realizzato per l'Anno dei Musei Euregio 2025) è a cura di Visit Rovereto.

Alla fine della conferenza è prevista una degustazione di vini, andiamo allora a ricordare, parlando con il botanico, come anche la risalita di quota dei vigneti sia un segno dei tempi di questo imponente cambiamento ambientale e agricolturale inquietante, che pone opportunità e problemi . Prosser è un attento osservatore dei paesaggi vegetali, in quanto assiduo camminatore per le vallate delle Alpi, in quanto cercatore come botanico. Anche la risalita di quota del vigneto si deve annotare alla voce cambiamento climatico e suoi effetti?

«Nelle mie esplorazioni, senza che questo sia uno studio, osservo che si, le vigne si stanno diffondendo e stanno arrivando a quote e in luoghi prima impensati. Ad esempio sono comparse in val d Fiemme, dove non si erano mai viste. Del resto, gli agricoltori sono fra i primi ad adeguarsi al cambiamento climatico e ambientale». Questi adeguamenti in agricoltura sono positivi?

«Dipende, di certo a questo punto adeguarsi sarà inevitabile. Diciamo che in alcuni casi il vigneto diventa un vero e proprio latifondo da monocoltura, e questo inevitabilmente annulla la biodiversità nelle colture. Lo vediamo ad esempio in questi anni nel Lomaso, nel Bleggio, nella zona di Stenico».

Cosa succede alle piante selvatiche invece?

«Risentono del cambiamento climatico e dello stress termico. Ad esempio noi come Sezione botanica del Museo Civico sin dal 1991 abbiamo raccolto i record altitudinali di presenza delle varie specie botaniche, e facendo i debiti confronti, emerge che sono più del doppio i casi di specie con differenza altitudinale verso l'alto che il contrario, e spesso l'entità dello sforamento (cioè dei metri di quota in più rispetto al dato storico) è significativa. Citiamo il caso emblematico del larice che abbiamo trovato nel 2021 sulla Lobbia Alta a quota 3200 metri: si tratta del record assoluto di altitudine per la specie su tutte le Alpi, mai registrato prima. Avevamo censito quello stesso punto nel 2006 e quel larice all'epoca non c'era. Fra le specie che soffrono citiamo i mughi alle basse quote, in ambienti rupestri, per i quali si nota il disseccamento degli aghi, e sebbene la causa non sia stata ancora determinata di sicuro è legata agli stress termici. In generale comunque soffrono di più le specie di bassa quota, dove l'azione e gli impatti colturali, di disturbo e gestione umani si sommano a quelli del cambiamento climatico molto di più (per ora) rispetto alle situazioni in quota».

Come se la cavano le specie endemiche in quota?

«Per il Trentino per adesso non male ma ci sono segnali preoccupanti, come ad esempio le morie locali di alcune specie, come in alcune stazioni di Asplenium seelosii e di Saxifraga tombeanensis. Ma in altre regioni stanno già scomparendo specie endemiche nelle Alpi. Abbiamo coordinato di recente l' Atlante delle specie endemiche delle Alpi». State studiando anche le specie alloctone?

«Si, e verifichiamo che si adattano spesso meglio delle autoctone al cambiamento climatico, ad esempio. E si diffondono. Non so se sapremo fermare questa diffusione. Noi umani stiamo annullando rapidamente le distanze fra le specie prodotta dalla natura dal Triassico ad oggi. In particolare in questo periodo stiamo studiando gli effetti della diffusione di liane alloctone. Nei boschi ripari ad esempio si diffonde una specie lianacea alloctona, che da noi troviamo lungo le sponde dell'Adige, e che altrove ha già ucciso letteralmente le specie autoctone (come il salice bianco o il sambuco) , soffocandole».

«Fino a dove ci si può adattare?” È una domanda in apertura del bel documentario che si verdà venerdì. È la domanda centrale. Fino a dove, e soprattutto come?».

Il bellissimo ranuncolo glaciale , ad esempio, che oggi è in espansione sulla Lobbia, per il ritito del ghiacciaio, resisterà in futuro al clima sempre più caldo? E che dire del delicato batuffolo bianco, il meraviglioso Erioforo di Scheuzer: sparirà da lassù, quando le attuali nicchie liberate dal ghiacciaio diventeranno praterie, lasciando il posto a specie più diffuse, meno rare, meno adattate.

IlT|9ottobre2025

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CentomilametricubiancoraarischioLarelazione

«I recenti eventi di crollo, e in particolare quello avvenuto il primo agosto con un volume superiore a 500.000 metri cubi, hanno rimosso una buona parte delle porzioni instabili di Cima Falkner. Tuttavia rimangono ancora dei volumi di roccia instabili, con volumetrie stimabili anche superiori a 100.000 metri cubi». È questa la conclusione a cui è giunto il gruppo di lavoro composto da quattro geologi del servizio provinciale (Paolo Campedel, Lorenzo Mazzalai, Enrico Valcanover e Matteo Zumiani) nella relazione tecnica sui due crolli che il 27 luglio e il 1° agosto hanno interessato Cima Falkner, sulle Dolomiti di Brenta. Il primo (alle 2.36.20 di notte, come accertato dal rapporto) ha causato un distacco di roccia pari a 36 mila metri cubi, il secondo invece (alle 20.46 del 1° agosto) una perdita di quasi 14 volte superiore, pari a 500 mila metri cubi di materiale roccioso. A questi rischiano di aggiungersene altri centomila, pari appunto alla volumetria di roccia instabile stimata dal servizio geologico. «La presenza di materiale ancora instabile - scrivono i tecnici - è confermata dalla serie di crolli di singoli blocchi ripetuti, osservati e uditi sia durante i sopralluoghi che da persone presenti nelle vicinanze nei giorni successivi».

L'area oggi a rischio

Grazie alle indagini effettuate, i tecnici sono riusciti a circoscrivere l'area soggetta a possibili nuovi crolli. La superficie, evidenziata in blu nella relazione (si veda l'ultima immagine), interessa sia il versante ovest sia quello est di Cima Falkner. A essere considerati a rischio sono in particolare il vallone che ospita le Vedrette di Vallesinella Inferiore e Superiore a monte del sentiero 316 e i versanti rocciosi insistenti sullo stesso nonché, sul versante orientale dove si colloca il tracciato della ferrata delle Bocchette Alfredo e Rodolfo Benini, la porzione di territorio sottostante fino in prossimità del sentiero per Cima Roma. Il sentiero considerato più pericoloso è dunque senza dubbio il Benini (305), già interessato da fenomeni di crollo minori associati all'evento del 27 luglio. «In corrispondenza della nuova forcella venutasi a creare a seguito del crollo avvenuto il 1° agosto - si legge infatti nella relazione - è presente del materiale instabile che potrebbe cadere andando a interessare il sentiero Benini. Inoltre, l'ammasso roccioso in corrispondenza della forcella appare evidentemente ammalorato». Le indagini programmate dal Servizio geologico per il prossimo futuro (l'analisi dei dati satellitari con il supporto del centro di competenza della protezione civile nazionale e la collaborazione dell'Università di Firenze, i rilievi tramite drone e l'analisi dei dati interferometrici delle costellazioni satellitari Sentinel e Cosmo-Skymed) saranno determinanti per affinare la comprensione dell'evoluzione del fenomeno. Allarme permafrost «Questi scenari - conclude la Provincia - restano al centro dell'attenzione del Servizio geologico. Si tratta di una situazione emblematica dell'elevata dinamicità dei sistemi alpini, dove la degradazione del permafrost, che ha la funzione di collante per gli ammassi rocciosi di alta quota, può accelerare processi di instabilità già in atto». Già i sopralluoghi eseguiti in corrispondenza della nicchia di distacco principale dopo il primo crollo, quello del 27 luglio, avevano evidenziato la presenza di ghiaccio esposto, ritenuto verosimilmente presente all'interno delle fratture dell'ammasso roccioso prima del crollo. Le indagini avevano mostrato in particolare un'evoluzione nell'apertura (stimabile in alcuni metri) delle fratture già presenti sull'ammasso roccioso che caratterizzava la sommità di Cima Falkner. All'interno di tali fratture risultava presente del ghiaccio, sintomo che la cima potesse trovarsi in condizioni di permafrost. Parliamo di quello strato di materiale che rimane perennemente congelato e che quando si scioglie (a causa dell'aumento delle temperature e dunque del cambiamento climatico) libera

grandi quantità di gas serra come il metano e la anidride carbonica, e può causare frane, colate detritiche e instabilità del suolo.

Allo stesso modo, anche i sopralluoghi effettuati nei giorni immediatamente seguenti al secondo crollo avevano evidenziato la presenza di ghiaccio esposto in corrispondenza della nicchia di distacco e all'interno delle fratture che interessavano la porzione rimanente di Cima Falkner.

Considerato che ora, a seguito dei due crolli di quest'estate, il permafrost racchiuso a Cima Falkner risulta ancora più esposto, la preoccupazione è che la situazione possa ulteriormente peggiorare. Ecco perché la relazione del Servizio geologico ha preso in esame anche il modello della probabile distribuzione del permafrost in Trentino che, come evidenzia la mappa pubblicata (si veda la foto centrale), caratterizza ampiamente l'area delle Dolomiti di Brenta.

ANALISIDEIFLUSSITURISTICI:BILANCIOPRIMOSEMESTRE

CorrieredelleAlpi|13ottobre2025

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«DolomitieBelluneseincrescitaSonoinaumentoglistranieri»

F.D.M.

Overtourism? È innegabile anche per le Dolomiti. Anzi, per tutta la provincia di Belluno. Gli arrivi turistici nei primi otto mesi dell'anno sono aumentati (rispetto allo stesso periodo del 2024) del 6% a Belluno, nel Feltrino e in Alpago; del 5,3% nella parte alta della provincia, quindi sulle Dolomiti. È la percentuale più alta di crescita, dopo il Polesine. 816 mila arrivi ai piedi delle

Montagne più alte del mondo rispetto ai 133 mila della parte bassa. E le presenze? Sono aumentate del 3,1% sulle Dolomiti, quasi del doppio (5, 7) nella parte restante della provincia. «Per la verità – sottolinea Roberto Padrin, nella sua veste di presidente della Provincia di Belluno e della Fondazione Dolomiti Unesco – è tutta la montagna veneta a crescere rispetto al mare (+5% contro –0, 5 di arrivi; + 3, 3% di presenze contro –2, 8). Nel caso delle Dolomiti, il richiamo del Sito Unesco, da una parte, e il fascino delle Olimpiadi, dall'altra, fanno indubbiamente da traino». Anche se Cortina non ha registrato gli incrementi percentuali delle altre aree della provincia. E per fortuna, puntualizza Padrin, che il considerevole incremento di ospiti stranieri ha compensato il leggero calo di connazionali. Già da qualche tempo, l'impegno della Dmo Dolomiti Bellunesi è di promuovere la destagionalizzazione ma, contro i rischi dell'overtourism, di diversificare le mete rispetto ai siti più iconici. «Non solo. Sull'esempio di Cortina, dove almeno una dozzina di alberghi hanno intrapreso la strada della rigenerazione, è necessario che anche nella parte restante del Bellunese si affaccino investitori con il coraggio di interpretare al meglio le tendenze di crescita». Complessivamente gli arrivi in provincia di Belluno sono aumentati del 5,4% da gennaio ad agosto, rispetto ai primi 8 mesi del 2024 e le presenze del 3,4 %. Dai dati in possesso della Dmo Dolomiti Belluno si sapeva che la montagna nella stagione estiva avrebbe avuto una crescita quest'anno e i numeri lo dimostrano. Ma non è solo un trend o una conseguenza della coolocation, sottolineano gli addetti ai lavori: i numeri sono il risultato di un lavoro di promozione e di organizzazione della destinazione costituita intorno ai bisogni dei turisti senza allontanarsi dalle tradizioni e valorizzando l'autenticità del territorio. A Rimini, al Ttg concluso venerdì scorso, si sono visti ottimi riscontri da parte soprattutto del mercato estero e si

sta lavorando su Cina e Usa, ma c'è molto interesse anche da parte di India e Brasile. f.d.m. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

CorrieredelleAlpi|13ottobre2025

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Lamontagnatraina,rallentanolecittàd'arteIlturismovenetoregge

Rocco Currado / Venezia

Montagna e colline trainano, le città d'arte rallentano. Il Veneto non frena, ma cambia passo. Dopo un 2024 da record, i primi otto mesi del 2025 (gennaio-agosto) si chiudono con 15, 8 milioni di arrivi e 55, 2 milioni di presenze, dati in lieve calo rispetto all'anno scorso (-0,8% e –1,9%) ma nettamente superiori al 2019 pre-pandemico (+7,2% e +1%). Il dato va interpretato nel contesto attuale: congiuntura economica incerta, crisi geopolitiche, fluttuazioni valutarie e nuovi modelli di consumo che ridisegnano le mappe del turismo globale. Eppure, il Veneto tiene. È il quadro che emerge dalle elaborazioni dell'ufficio di statistica della Regione del Veneto su dati provvisori Istat. «Ci confrontiamo con un 2024 eccezionale» nota Massimiliano Schiavon, presidente regionale di Federalberghi e Confturismo «anche laddove si registra una flessione, non possiamo dire che è andata male». Sulla stessa linea il presidente di Confcommercio, Patrizio Bertin: «Le flessioni sono fisiologiche, la gente si sposta in maniera diversa ma gli operatori sono comunque soddisfatti» afferma, convinto che si debba «rimanere sul pezzo per confermare il trend positivo degli ultimi anni». PROVINCE A DUE VELOCITà Sul fronte territoriale, la performance è disomogenea. Belluno mostra un buon incremento, soprattutto per la presenza di turisti stranieri. Verona si mantiene stabile grazie alla sua vocazione internazionale. Crescono sia italiani che stranieri a Rovigo e nella Marca trevigiana, mentre perdono terreno Venezia, Padova e Vicenza. CITTà D'ARTE A soffrire maggiormente sono le città d'arte: -1,7% negli arrivi e1,9% nelle presenze. «Venezia registra flessioni maggiori rispetto ad altre città d'arte a livello nazionale» spiega Schiavon «l'adr (il prezzo medio di vendita di una camera) ha subito una flessione del 20%, dovuta in particolare alla diminuzione del mercato americano, che rappresenta un turista alto-spendente. Pesano anche la condizione non favorevole del cambio euro-dollaro e le questioni geopolitiche. Inoltre, l'alternanza tra la Biennale d'Arte e quella di Architettura può aver generato leggere flessioni». Anche Padova soffre. Colpa dei cantieri del tram? «Il cantiere rappresenta un disturbo e rischia sempre di generare flessioni» ragiona il presidente di Federalberghi «i tour operator stessi chiedono agli operatori di segnalare la presenza di lavori in corso». Va però detto, aggiunge, che «questi interventi sono propedeutici a una rivalutazione qualitativa del prodotto turistico». Montagna superstar A brillare, invece, sono le mete montane e quelle legate al turismo slow e del vino. La montagna veneta cresce del 5% negli arrivi e del 3,3% nelle presenze. Un successo che ha motivazioni precise, sottolinea ancora Schiavon: «Le condizioni meteo e l'interesse crescente per le Dolomiti anche in vista delle Olimpiadi invernali. La montagna è la meta preferita da tanti italiani, ma cresce anche tra i mercati esteri emergenti». Molto bene anche l'area Unesco del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene, che segna un incremento del +7,1% di arrivi e del +7,8% di presenze. Nuovi mercati Si riducono sia le presenze di stranieri che di italiani. La Germania resta al primo posto tra i Paesi di provenienza, con 2.342.000 arrivi e 13.244.000 presenze, ma in calo. In forte crescita, invece, Argentina (+25%) e Israele (+23%). Tassi di occupazione Le località balneari hanno registrato un andamento altalenante, con una leggera flessione ad agosto, tradizionalmente il

mese predominante per il turismo italiano, seguita da una ripresa significativa a settembre. «Le strutture ricettive hanno raggiunto tassi di occupazione fino all'80% nella terza settimana di settembre, permettendo di recuperare un inizio di stagione non particolarmente positivo» evidenzia Schiavon. Che sottolinea, infine, un fattore importante per interpretare i dati del 2025: un incremento nel censimento delle strutture extralberghiere: «Sono stati registrati circa 630 mila appartamenti in più rispetto al passato». Il lago Sorapis anche la scorsa estate è stato meta di migliaia di turisti. Le Dolomiti bellunesi i hanno fatto registrare un notevole incremento di visitatori L'overtourism montano è stato uno dei casi estivi.

IlGazzettino|13ottobre2025

p. 27, edizione Belluno

Turismoboomgrazieaglistranieri

DAMIANO TORMEN

ECONOMIA BELLUNO

Tanti stranieri. Più del solito. E per il turismo made in Dolomiti è davvero un'ottima notizia, perché il business delle vacanze vede un aumento consistente, pur a fronte di un calo del mercato nazionale (gli italiani infatti, nella prima parte del 2025, o hanno disertato la montagna o hanno accorciato la permanenza). Lo dicono gli ultimi dati Istat, aggiornati al 31 agosto ed elaborati su base comprensoriale dall'ufficio statistica della Regione Veneto. In una visione d'insieme, il mese di agosto di quest'anno si è dimostrato sostanzialmente allineato con agosto 2024 in quanto ad arrivi (-0,3%), leggermente in calo sul fronte dei pernottamenti (-2,2%). Aumentano i turisti stranieri (+1,0%) ma diminuiscono quelli italiani (-3,5%). Nel complesso il periodo gennaioagosto si chiude con dati molto superiori allo stesso periodo del 2019 pre-pandemico (arrivi +7,2%, presenze +1,0%), tuttavia leggermente inferiori a quello del 2024 (arrivi -0,8%, presenze1,9%), che rimane per ora l'anno dei record. Si riducono sia le presenze di stranieri che di italiani. Questo a livello regionale. Perché in provincia di Belluno i dati dicono un'altra cosa: parlano di crescita sia sul fronte degli arrivi sia su quello dei pernottamenti. Frutto delle Olimpiadi e del traino dei Giochi? Probabile. I DATI L'Istat infatti certifica che nel periodo gennaio-agosto, in provincia di Belluno si sono registrati 949mila arrivi (contro i 901mila dello stesso periodo 2024, vale a dire +5,4%) e 3,320 milioni di presenze (contro 3,211 milioni del 2024, +3,4%). Sono poche le province che mostrano dati di crescita: Padova, Venezia, Verona e Vicenza, ad esempio, perdono sul fronte delle presenze rispetto a un anno fa; Treviso mostra leggeri incrementi, Rovigo invece cresce a doppia cifra, ma su numeri assoluti che sono tre volte più piccoli rispetto al Bellunese. A far mettere il segno più alle Dolomiti è soprattutto il turismo straniero. Gli italiani come detto hanno un po' tralasciato la montagna quest'anno. Difatti, gli arrivi "casalinghi" sono stati 408mila (contro i 426mila del periodo gennaio-agosto del 2024, -4,1%) e le presenze 1,717 milioni (contro 1,771 milioni di un anno fa, -3,1%). Al contrario, gli stranieri hanno fatto segnare 541mila arrivi (contro i 475mila di un anno fa, +14%) e 1,602 milioni di pernottamenti (contro 1,440 milioni del 2024, +11,3%). LE STRUTTURE Piacciono soprattutto b&b, agriturismi, rifugi d'alta quota e appartamenti. Forse anche perché il numero di camere d'albergo è basso e peraltro concentrato nella parte alta della provincia, tra Cortina e la Valboite, tra Alleghe, Falcade, Rocca Pietore e Arabba. Fatto sta che le presenze extralberghiere superano di slancio quelle alberghiere. Le stanze degli hotel fino ad agosto hanno totalizzato 1,577 milioni di pernottamenti (erano stati 1,575 milioni nel 2024) con un incremento dello 0,1% anno su anno. Invece la somma

delle notti nelle strutture extralberghiere arriva a 1,743 milioni (contro 1,637 milioni nel 2024) mostrando una crescita del 6,5% (anche sul fronte arrivi, si vede una netta preferenza per l'extralberghiero: +1,3% verso gli hotel, +10,6% per la galassia b&b, rifugi, campeggi, appartamenti e residence). Damiano Tormen © RIPRODUZIONE RISERVATA.

CorrieredelleAlpi|14ottobre2025

p. 19

Dolomiti,ilmarchioUnescoèunacalamitaperituristi«Mailbeneèdapreservare»

Francesco Dal Mas / BELLUNO

Se le Colline Unesco del Prosecco sono il sito che ha avuto il maggior incremento di arrivi (+7,1%) e presenze (+7,8%) nei primi otto mesi di quest'anno rispetto allo stesso periodo del 2024, le Dolomiti Unesco non sono andate lontano da questo risultato: +5,3% di arrivi e +3,1% di presenze. In sostanza, sulle Dolomiti sono arrivati tra gennaio e agosto 816 mila turisti contro i 775 mila del medesimo periodo dell'anno precedente. Le presenze si sono anch'esse incrementate, ma non con lo stesso ritmo: abbiamo registrato 2 milioni e 951 mila pernotti quest'anno contro i 2 milioni e 863 mila dei primi otto mesi dell'anno scorso. Comunque sia, il marchio Unesco si dimostra un volano per il turismo veneto, ma non solo per i luoghi che fanno parte del bene. Anche i territori confinanti, infatti, beneficiano di questo movimento. È Valentina Colleselli, direttrice di Dmo Dolomiti Bellunesi, a far notare un dato interessante. L'incremento degli arrivi nel resto della provincia (quindi Belluno, Feltrino, Alpago) è stato del 6% e quello delle presenze addirittura del 5,7%. «Come a dire», sottolinea Colleselli, «che il turista ha cominciato ad apprezzare la bellezza dell'intero territorio bellunese, comprendendo che oltre ai siti iconici ce ne sono altri che meritano la sua azione». Come a dire anche che l'azione diversificatrice della Dmo sta centrando l'obiettivo. «Tenendo presente», come sottolinea ancora Colleselli, «che per quanto riguarda il sito Unesco «bisogna saper conciliare arrivi e presenze (nel senso, magari, di convincere il turisti a prolungare la permanenza se vuole veramente apprezzare il bene), ma anche la salvaguardia del bene stesso». Da qui, appunto, l'attenzione massima contro l'overtourism. Ritornando, infatti, alle Dolomiti Unesco e dettagliando, il mese di agosto ha registrato 192.600 arrivi contro i 191.100 dell'agosto 2024. Le presenze sono state 738.800, mentre un anno fa erano state 744 mila, quindi sono diminuite. E non di poco. Agosto, si badi, è il mese degli italiani, che, pertanto, hanno realizzato vacanze più corte. In giugno e luglio, mesi degli strani, i pernotti di quest'anno hanno segnato invece un forte incremento. «Credo che l'aumento di arrivi e presenze sulle Dolomiti si possa ascrivere a una tendenza complessiva di costante crescita della montagna come destinazione turistica», spiega Mara Nemela, direttrice della Fondazione Dolomiti Unesco, «oltre che, naturalmente, al lavoro degli enti che si occupano di promuoverla. Però è evidente che il bilanciamento tra sviluppo e conservazione dell'Eccezionale Valore Universale delle Dolomiti rimane il nodo centrale di ogni azione presente e futura». Nemela ricorda che la Fondazione Dolomiti Unesco non si occupa di promozione turistica, ma della gestione, valorizzazione e conservazione del Patrimonio Mondiale attraverso la cooperazione tra le comunità locali. «Per un sito del Patrimonio Mondiale Unesco è importante che l'esperienza di visita sia un'occasione per conoscerne e apprenderne i valori. Proprio il fatto che sempre più turisti apprezzino la naturalità delle Dolomiti, ci deve far riflettere sulla responsabilità che abbiamo nel preservarle nella loro integrità paesaggistica, senza dimenticare il valore delle relazioni con le comunità locali che affrontano la sfida oggi di essere

accoglienti con i visitatori senza snaturare i propri valori». Comunità – come intendono sia Nemela che Colleselli – non solo strettamente dolomitiche, ma di tutta la provincia, perchè anche quest'estate si è visto come lo stesso turista straniero apprezzi anche ambienti "secondari" (si fa per dire), dalle pendici del Grappa alla conca del lago di Santa Croce, in Alpago. Quasi a unire i due siti Unesco, delle Colline dell'Unesco e delle Dolomiti. In effetti, sono sempre più numerosi i tour operator che dopo i tre giorni a Venezia promuovono i due sulle Dolomiti, ma ritagliando mezza giornata per le Rive della viticoltura eroica, quella appunto del Prosecco.

IlT|14ottobre2025

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Turismosemprepiù«mordiefuggi»Levacanzeduranomenodi4giorni

Se da una parte le presenze sono in costante crescita, dall'altra il soggiorno medio di un turista è sempre più breve. La tendenza al «mordi e fuggi» è un fenomeno sempre più frequente anche in Trentino, come fotografano i dati dell'Ispat (Istituto di statistica della Provincia) in merito alla permanenza negli esercizi alberghieri ed extra-alberghieri di tutto il territorio nel 2024. I numeri, calcolati dividendo le presenze per gli arrivi, indicano come i giorni trascorsi in Trentino dai turisti si stiano abbassando in modo abbastanza costante da diversi decenni, più di preciso dal 1985. Strutture alberghiere

Nel 2024, la durata media di un soggiorno nelle strutture alberghiere del Trentino (hotel, motel, villaggi turistici) è di 3.8 giorni. Quarant'anni fa, il dato si attestava sui 5.7 giorni: nel 2005 era sceso a 4.8, nel 2015 a 4, soglia che non si è più toccata dopo la pandemia. Guardando ai singoli ambiti territoriali, in Val di Sole (4.9) e Val di Fassa (4.4) si concentrano i soggiorni più lunghi, terzo gradino del «podio» condiviso da Val di Fiemme, Val di Cembra, Rotaliana e Altopiano della Paganella (4.3). Quelli più brevi sono invece nelle città, con Rovereto e la Vallagarina (2.5) che vanno leggermente meglio sotto questo punto di vista rispetto a Trento e al Monte Bondone (2.2). Sotto i tre giorni di durata media anche la Val di Non (2.8), che è anche l'ambito territoriale che nel periodo compreso dal 1985 ha registrato il calo più netto in assoluto: quarant'anni fa, infatti, la permanenza si attestava sui 6.9 giorni, quattro in più rispetto a oggi. C'è anche chi, comunque, nell'ultimo decennio ha registrato una tendenza inversa: Altipiani Cimbri e Vigolana, infatti, sono passati dai 3.8 giorni del 2015 ai 4.2 dell'anno scorso, mentre Trento e Rovereto si sono mantenute costanti. Per quanto riguarda altri due ambiti territoriali a forte richiamo turistico, Alto Garda, Valle dei laghi e Comano Terme viaggiano su una durata media di 3.3 giorni di permanenza (4.6 nel 1985), mentre il resto delle Giudicarie, comprese Pinzolo e Madonna di Campiglio, si attesta sui 4.2 (due giorni esatti in meno rispetto a quarant'anni fa).

Soggiorni più lunghi nei 3 stelle

Guardando alla permanenza media in base alla categoria delle strutture alberghiere, l'unico valore sopra la media è quello dei tre stelle, che registrano una durata media del soggiorno di 3.9 giorni. Seguono le scelte più di lusso, quelle dei 4 e 5 stelle, con una permanenza di 3.7 giorni: da notare come, per questa fascia di strutture, il calo sia stato inoltre il più contenuto rispetto alle altre, visto che nel 1985 la cifra si aggirava sui 4.5 giorni. Crollano invece i due stelle, passati dall'essere le strutture con il valore più alto (6.1) a quello più basso (3.4). Dati simili a quelli degli hotel a una stella: nel 1985, la permanenza media era di sei giorni, oggi è di 3.5.

Strutture extralberghiere

I dati dei singoli ambiti variano notevolmente quando a essere prese in esame sono invece le strutture extralberghiere, dove la media trentina è più alta rispetto a quella delle alberghiere, sui 4.3 giorni. In cima troviamo sempre la Val di Sole, appaiata però a Valsugana, Tesino e Valle dei Mocheni che condividono una durata di 5.3 giorni. Un valore che si spiega in modo diverso: in Val di Sole, infatti, sono affittacamere e Bed and Breakfast a fare da «traino» con 6 giorni, per le altre valli invece sono i campeggi (6.1) la tipologia con il dato più alto. Discorso analogo a quello della Valsugana per l'Alto Garda, secondo gradino del «podio» degli ambiti territoriali con un soggiorno medio di 4.7 giorni nelle strutture extralberghiere grazie soprattutto ai campeggi (5.0). Seguono sopra la media anche Val di Fiemme e Cembra (4.5). La permanenza più breve è invece quella nelle strutture extralberghiere del Primiero, di 3.1 giorni, poco sotto la Val di Non che nonostante l'alto valore registrato sempre nei campeggi (oltre una settimana di durata media con 7.7 giorni) e nei rifugi (2.4, il più alto a livello provinciale) ottiene una media di 3.2. Le Giudicarie si aggirano invece sui 3.4 giorni di media, con la permanenza nei rifugi che supera di poco il singolo giorno. Anche in questo caso, guardando alle città, i turisti preferiscono soggiorni più lunghi a Rovereto (4.1) rispetto a Trento (3.7). Per gli Altipiani Cimbri, infine, il valore è simile a quello della media trentina (4.2).

«È cambiato il mondo» Il presidente dell'Associazione degli albergatori del Trentino (Asat), Giovanni Battaiola, alla guida anche di Trentino Marketing, spiega come il calo della durata dei soggiorni sia figlio di un cambiamento più ampio: «Non è un qualcosa di inatteso, nei quarant'anni del periodo di riferimento preso in considerazione il mondo è cambiato completamente insieme al modo di fare turismo osserva C'è stata un'evoluzione dei trasporti, della mobilità, del modo di approcciarsi alle vacanze, la gente negli anni Ottanta si organizzava per tempo e trascorreva intere estati al mare, oggi invece si organizza spesso e volentieri last minute e prevale soprattutto la voglia di scoprire posti nuovi e provare esperienze. È qualcosa che, come comparto, “subiamo” e a cui è necessario adattarci, non è un fenomeno esclusivamente trentino o spiegabile attraverso particolari decisioni che sono state prese in questi anni». Come fare quindi per provare a contrastare questa tendenza? «La risposta migliore fino a poco tempo fa era l'internazionalizzazione prosegue Battaiola Più un turista viene da lontano, più è probabile che si trattenga a lungo sul territorio. Anche questa, comunque, non è più ormai una regola assoluta». La risposta adottata finora dalla Provincia è stata soprattutto quella di destagionalizzare attraverso diversi eventi: «Sono di breve durata, per cui non servono tanto ad “allungare” la permanenza conclude il presidente L'effetto positivo a livello turistico è quello di far conoscere il territorio e portare comunque persone a trascorrere vacanze da noi, perché chi viene fuori da Trento non lo fa solo per l'evento in sé ma anche per passare qualche giorno qui».

CorrieredelleAlpi|31ottobre2025

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Glistranieritrainanoleprenotazioni

FDM

CORTINA

Una stagione invernale "full" ma non "over". Positiva "ma non euforica". Così la prevede Jfc. «Il 2025/2026 sarà una stagione nella quale le settimane di Natale, Capodanno e Carnevale

registreranno il classico pienone, ma che vedrà altresì le prenotazioni (soprattutto degli italiani) diluirsi al di fuori di canonici periodi delle festività», afferma Massimo Ferruzzi, il ceo dell'Istituto. «Le prenotazioni si confermano solide ma con due tendenze opposte: cresce la quota di chi prenota con largo anticipo, per garantirsi le migliori soluzioni e bloccare i prezzi, mentre altri preferiscono attendere l'ultimo momento, scegliendo in base a meteo e disponibilità». La prossima, insomma, sarà una stagione di crescita contenuta ma solida: +3,8% di presenze complessive, grazie al forte incremento degli ospiti stranieri (tra +8% e +8,8%) che compenserà la riduzione delle presenze italiane (-3,9%) e il consistente calo dei giornalieri (-14,5%). Il fatturato complessivo della filiera della Montagna Bianca Italiana raggiungerà i 12 miliardi e 101 milioni di euro, con un incremento del +3,6% rispetto alla scorsa stagione. «È sicuramente interessante la tendenza che vede aumentare l'interesse, da parte dei nostri connazionali, per periodi non canonici, come pure un anticipo sulle prenotazioni: il 38,9% di coloro che hanno deciso di fare una vacanza in montagna ha già prenotato». Più gli stranieri che gli italiani. Già lo scorso inverno si era registrato, anche sulle Dolomiti, un rallentamento degli arrivi ma soprattutto delle presenze da parte degli italiani. Che accorciano i soggiorni, preferendo short break e long weekend alle tradizionali settimane bianche. Cresce, invece, la frequenza dei viaggi: molti residenti del Nord Italia tornano in montagna più volte durante l'inverno, cambiando però destinazione. Le settimane bianche restano, invece, la formula preferita della clientela straniera, attratta dalla certezza dei pacchetti (e dei prezzi) e dalla qualità dei servizi. In forte crescita i flussi dalla Polonia (indicata dal 29,6% degli operatori), dal Regno Unito (indicato dal 15,9% degli operatori) e dalla Repubblica Ceca (8,2%). Gli ospiti internazionali soggiornano mediamente 6,2 notti, contribuendo in modo decisivo al bilancio positivo della stagione. Secondo Ferruzzi, c'è una tendenza a fare meno, ma farlo meglio: «Il 74,4% dei turisti cerca località tranquille, con movida "soft" e ambienti autentici, lontani dal turismo di massa. Una domanda trainata soprattutto dalla fascia 50-65 anni, quella più wealthy, alto-spendente e spesso proprietaria di seconde case».

CorrieredelleAlpi|31ottobre2025

p. 21

Vacanzeinmontagnasemprepiùcare

Francesco Dal Mas / CORTINA

Ancora un mese di attesa per l'apertura della stagione sciistica. Tanti appassionati speravano di mettere gli sci già da domani,sul Col Gallina. Invece niente. «Il ritorno delle temperature alte non ci ha permesso di proseguire con l'innevamento programmato», fa sapere Sonia Menardi, portavoce della società Ista. Intanto la fondazione "Jfc", che ieri ha presentato l'Osservatorio Italiano del Turismo Montano, certifica che «durante il prossimo inverno, trascorrere un soggiorno sulla neve costerà in media il 5,8% in più rispetto alla stagione 2024/2025, e ciò a seguito di tutta una serie di aumenti». Ne fa il dettaglio Massimo Feruzzi, ceo di Jfc:gli incrementi riguardano i servizi alberghieri, con variazioni tra il +6,3% per le settimane bianche e il 9,7% per i weekend e i periodi di alta stagione, le scuole di sci aumentano le proprie tariffe del +4,9%, il costo degli skipass cresce a livello nazionale del 4,1% e i servizi di bar e ristorazione del 5,5%. Per una settimana bianca, la spesa media di un adulto sarà di 1.545 euro, mentre una famiglia di tre persone spenderà circa 4.017 euro (+6,3%). Un weekend sulla neve comporterà un costo medio di 622 euro per un adulto e 1.773 euro per una famiglia (+8,8%). Walter De Cassan, presidente

provinciale di Federalberghi, afferma che «l'incremento in provincia è inferiore di qualche punto percentuale alla media indicata da "Jfc"», mentre ammette che «a Cortina le Olimpiadi hanno fatto lievitare i prezzi». Per il Dolomiti Suprski i prezzi degli skipass sono stati fissati ancora la scorsa primavera e prevedono in media adeguamenti del 3%, a seconda delle diverse tipologie di abbonamento. Lo skipass stagionale costerà in prevendita fino al 24 dicembre 970 euro per gli adulti (+2,65%), il molto gettonato skipass per adulti di 4 giorni verrà proposto a 317 euro in alta stagione, mentre il giornaliero per adulti Dolomiti Superski sarà acquistabile a 77 euro in stagione e a 86 euro in alta stagione (+3,6%). «Come sempre, sono previste riduzioni o la gratuità per i bambini, lo sconto del 5% sugli acquisti online di skipass giornalieri e plurigiornalieri effettuati almeno due giorni prima dell'inizio della validità dello skipass stesso e in ogni caso», ricorda Marco Grigoletto, presidente di Anef, «gli skipass delle singole zone sono disponibili a tariffe inferiori». Dettagliando, ‘"Jfc" rileva che il settore dell'ospitalità nel turismo invernale rimane la principale voce di fatturato con 5,9 miliardi di euro, seguito dai servizi sportivi e impiantistici (4,78 miliardi) e dalle attività di ristorazione, commercio e intrattenimento (1,42 miliardi).

GESTIONEDEIFLUSSI:ILDIBATTITO

CorrieredelleAlpi|8ottobre2025

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Montagnasuprenotazioneverticedeisindaciladini:«Restal'unicasoluzione»

Francesco Dal Mas / LIVINALLONGO

Il modello delle prenotazioni o delle zone a traffico limitato (Ztl) per evitare l'assalto alla montagna? Gli esempi virtuosi da quest'anno non mancano, dalle Tre Cime ad Alleghe e Rocca Pietore. Roberto Padrin li ha rilanciati, nella sua veste di neoeletto presidente della Fondazione Dolomiti Unesco. E nel territorio si preparano già le implementazioni del modello. Come nelle valli ladine. Con delle novità dell'ultima ora. PRIME MISURE L'assalto dei passi dolomitici non si è concluso con la prima neve. Ed ecco che Luigi Guglielmi, consigliere provinciale di Canazei, s'è fatto approvare proprio ieri a Trento misure severissime contro i camperisti: massimo 2 ore di sosta. E la "Lia di Comuns Ladins", l'associazione dei 17 Comuni intorno al massiccio del Sella –compresi Cortina, Colle Santa Lucia e Livinallongo – ha già posto allo studio misure di contenimento del traffico. E intanto nei prossimi giorni chiederà ai prefetti di Belluno, Trento e Bolzano di uniformare il regolamento dei limiti di velocità che sono differenti da provincia a provincia. ZTL E LIMITI VELOCITà «Come prima misura era stata pensata l'introduzione sui passi di una Ztl, ma ci è stato detto che è inapplicabile a una strada extraurbana» informa il vicesindaco di Livinallongo, Gabriele Delmonego, «quindi potrebbe risultare interessante verificare il sistema delle prenotazione dei parcheggi numerati che stanno a monte». Insomma: da valle sale soltanto chi transita e chi ha il posto prenotato. È una delle ipotesi che sono state anticipate nell'incontro dei sindaci Ladini, avvenuto pochi giorni fa: «Ci siamo incontrati come associazioni di rappresentanza delle valli ladine, di amministratori, di Comitati turisti e ci siamo detti che la situazione è diventata insopportabile; che non possiamo affrontare un'altra primavera e un'altra estate come quelle appena superate. Abbiamo dato dunque incarico alla Lia di portare avanti queste istanze». In giunta della Lia c'è anche il sindaco di Livinallongo, Oscar Nagler. Tra i passi

coinvolti ci sono i nostri Pordoi, Campolongo, Giau, Falzarego e Valparola: «Verranno interpellati i prefetti, perché sarebbe già importante armonizzare per prima cosa i limiti di velocità sulle strade extraurbane. Non può essere che si possa correre anche a 90 all'ora sul Campolongo e che dall'altra parte si debba farei conti con i 60 all'ora. Così sul Pordoi». Se nell'ambito territoriale non si troverà una soluzione, Delmonego ritiene che «senza perdere ulteriore tempo si vada direttamente a Roma, in sede di ministero dei Trasporti». TUTTI I DISAGI Quest'estate, però, le Province di Trento e Bolzano, peraltro senza coinvolgere Belluno, hanno già descritto al ministro Matteo Salvini le condizioni di degrado delle valli: conducenti sprezzanti della sicurezza propria e altrui, illeciti rally perfino notturni, decibel oltre il limite, incidenti sulle strade. Anche a seguito dell'iniziativa dei tour operator che organizzano escursioni con le auto sportive, e albergatori che le affittano ai clienti. Per non parlare delle moto. Anzi, al "titolare" del codice della strada era stato richiesto di varare una norma che vietasse il transito alle moto che superino i 95 decibel in aree particolarmente delicate. Si era ipotizzato anche un pedaggio i cui proventi sarebbero destinati al trasporto pubblico, alle ciclabili o a servizi navetta e al potenziamento dei controlli. «Abbiamo raccolto queste istanze e le porteremo a un primo esame del consiglio della Lia che abbiamo in agenda nel mese di novembre» fa sapere il presidente Giorgio Costabiei, sindaco di San Martino in Val Badia, «Poi decideremo come procedere». Delmonego fa capire che i tempi stringono. Michela Lezuo, presidente del Consorzio Turistico Fodom, conferma che l'attesa degli operatori turistici si fa impaziente; nel settore il tema è dibattuto non da mesi, ma da anni. Quindi, anche in area bellunese è stata salutata con un profondo sospiro si sollievo, la regolamentazione della sosta dei veicoli nelle piazzole a bordo dei passi dolomitici. BELLUNO SI ADEGUI «Al massimo 2 ore, sia di giorno che di notte» precisa il consigliere provinciale di Trento, Guglielmi, che proprio ieri se l'è fatta approvare. «È insopportabile il parcheggio selvaggio di auto, van, caravan, anche in questi giorni, sulle piazzole più panoramiche delle nostre strade» sbotta Guglielmi «Abbiamo aree attrezzate. Il turista si adegui». «Finalmente un po' di disciplina. Ci auguriamo, però» sospira Osvaldo Finazzer, coordinatore del Comitato degli operatori turistici dei passi, «che sia recepita e implementata anche nella parte bellunese».

CorrieredelleAlpi|8ottobre2025

p. 18

Modelloreplicabileovunque«Iresidentiloapprezzano»

Belluno

L'Amministrazione comunale di Auronzo è stata contattata da Veneto Agricoltura per verificare se il modello Tre Cime – che tanto bene ha funzionato durante l'ultima stagione estiva – è in qualche misura applicabile anche sull'altopiano del Cansiglio dove, durante la bella stagione, specie di sabato, domenica o nei giorni festivi, l'assalto dei turisti automuniti oscilla tra le 5 mila e le 10 mila presenze. Un numero molto importante . Nicola Bombassei, il consigliere comunale che ha la delega del modello-prenotazioni, è stato infatti sulla Piana per spiegare ai dirigenti di Veneto Agricoltura tutti gli aspetti dell'organizzazione perfezionata al lago di Misurina. Già da qualche tempo, infatti, si è ipotizzato – anche da parte dei sindaci, oltre che dell'Agenzia regione – di poter chiudere l'accesso al passo Crosetta, da una parte, e a Spert, dall'altra, lasciando entrare solo in base ai parcheggi disponibili, quindi in aree ben tracciate, oppure avvalendosi della prenotazione. E' in discussione l'ipotesi di un minimo pedaggio, a fronte di servizi nuovi offerti al turista, come aree per il pic nic. «Non è escluso che già per la prossima estate possa

esserci qualche sperimentazione», anticipa il sindaco di Fregona, Giacomo De Luca. Ma stanno diventando un modello anche le Ztl promosse dai Comuni di Alleghe e di Rocca Pietore nonché gli ingressi programmati ai Serrai di Sottoguda. «Intanto stiamo perfezionando il bando per l'estate prossima», anticipa il sindaco di Rocca Pietore, Valerio Davare. «Abbiamo allo studio un sistema di prenotazione, anche se abbiamo riscontrato che il modello dell'estate scorsa funziona: chi telefonava per "prenotare" veniva invitato ad entrare già di prima mattina, quindi verso le 9, per evitare eventuali attese all'ingresso. Noi abbiamo tenuto fede al numero programmato di 200 presenze l'ora». Il risultato si sa? 70 mila ingressi. Un successo. «Molto apprezzate anche le Ztl sia a Sottoguda che lungo il lago di Alleghe, versante di Rocca. I residenti e soprattutto gli ospiti hanno apprezzato. Gli "abusivi" di prima creavano solo confusione». Quindi, informa il sindaco, le zone a traffico limitato saranno confermate e semmai ampliate. Altrettanto accadrà ad Alleghe, dove il sindaco Danilo De Toni si ripromette nuove, più ampie sperimentazioni. La pedonalità del centro non limitata al mese di agosto. Ma, in ambito più generale, il presidente della Fondazione Dolomiti Unesco, Roberto Padrin, torna ad insistere sulla sperimentazione olimpica dei parcheggi esterni e delle eventuali ztl. «Teniamone da conto i risultati perché ci potrebbero tornare utili».

CorrieredelleAlpi|8ottobre2025

p. 19

TreCime,parkper90mila«Un'operazionedisuccesso»

FDM

Auronzo

Le prenotazioni? Eccome se valorizzano un territorio. Da inizio giugno ai primi di ottobre, la strada delle Tre Cime, per decenni il "buco nero" delle Dolomiti, ha registrato 700 ingressi al giorno, tanti quanti sono i posti macchina del parcheggio al rifugio Auronzo. Senza un minuto di coda all'ingresso, mentre per decenni le attese in fila si protraevano anche per l'intera mattina. 700 ingressi al giorno per 30 giorni al mese, per più di 4 mesi, danno come risultato circa 90 mila posteggi. Il sindaco di Auronzo, Dario Vecellio Galeno, è così soddisfatto che si concede anche una battuta: «L'introito? Andate a vederlo, sarà pubblico». Potrebbero essere ben oltre i 3 milioni, considerando il pedaggio di 40 euro. Però bisogna tener conto degli sconti. E, auto private a parte, ci sono i pullman. Certo è che, senza la prenotazione obbligatoria, le auto in movimento verso le Tre Cime sarebbero state essere almeno il 50% in più. E con l'aggiunta delle code. E dei gas di scarico. «Quindi, tu vuoi salire alle Tre Cime? Prenoti, diversamente non ci vai. Chi si è presentato al primo filtro senza biglietto è stato rimandato indietro ed invitato a verificare sul sito se ci sono ulteriori disponibilità nei giorni successivi. Questo ha creato sostenibilità e vivibilità dell'ambiente sia a Misurina che alle Tre Cime, dove abbiamo definito quanti posti auto ci stanno, quanti sono gli stalli dedicati ad ogni tipologia di veicolo, camper, autobus, corriera turistica. Dopo i primi giorni di sperimentazione, abbiamo ritardato, poi in corso d'opera abbiamo adottato ulteriori accorgimenti, però direi che l'esperimento è riuscito». E il "modello prenotazione" non ha dato solo "ordine" al traffico. «Abbiamo valorizzato l'immagine delle Tre Cime, della stessa Misurina, ma anche di Auronzo e della val d'Ansiei. Perché abbiamo turisti ancora in questi giorni? «Perché abbiamo avuto un milione e 800 mila visualizzazioni del sito Auronzo.info fino ad oggi. Con degli accessi settimanali di 300. 000 persone che andavano a verificare. Numeri da capogiro, insomma. E questo ci ha permesso di dare visibilità alla nostra

località per le ulteriori operazioni di marketing che stiamo adottando». Sul sito di prenotazione delle Tre Cime, hai infatti la possibilità di verificare il posto letto, le ristorazioni, i rifugi e tutte le attività che fanno parte del comprensorio. «Il nostro intento era quello di far dimorare in valle i visitatori delle Tre Cime e in parte ci siamo riusciti se è vero che gli albergatori e ristoratori stanno allungando la stagione turistica. A differenza degli altri anni, ci sono ancora tante attività aperte. In più stiamo facendo queste azioni per l'inverno. Adesso, quindi, raccoglieremo tutti questi dati e andremo a fare delle azioni mirate affinché la gente venga d'inverno, arrivi nel fuori stagione». Il parcheggio alle Tre Cime, dunque, come una vetrina. Per soggiornare ad Auronzo, piuttosto che a Misurina. E soggiornando a valle, avrai però l'opportunità di poter contare anche sulla navetta che ti porta a destinazione, senza essere obbligato a muovere l'auto. «Ovviamente vanno sistemate alcune cose, senza far sì che le località diventino solo dei parcheggi, perché non deve passare l'idea che Misurina diventi un parcheggio; è infatti una località da trattare con i guanti bianchi». fdm

L’Adige|10ottobre2025

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Suipassi,inarrivoildiscoorario

FASSA

I camper parcheggiati tutta la notte o per più giorni resteranno solo un ricordo. Mercoledì in consiglio provinciale è stata infatti approvata all’unanimità la proposta di mozione presentata dal consigliere ladino Luca Guglielmi per istituire in tutte le piazzole dei passi dolomitici una sosta “a disco orario”, permettendo così alle forze dell’ordine di sanzionare chi si fermerà più del consentito. Nei mesi scorsi il problema di un numero impressionante di camper, furgoni attrezzati (o meno), autovetture e tende da campeggio sparpagliate nelle piazzole di sosta ai piedi del passo Sella o del passo Pordoi era stato sollevato dall’Apt Fassa che aveva chiesto provvedimenti. A essere rilevate erano presenze numerose e disordinate che creavano disfunzioni e problemi, anche seri, a tutta la comunità dolomitica a causa dell’aumento dei rifiuti e della difficoltà nel loro smaltimento, di problematiche di carattere ambientale e igienicosanitario (si pensi ai wc chimici svuotati ovunque), di rischi per la pubblica sicurezza e della necessità di maggior manutenzione di strade e strutture. Il tutto, senza alcuna ricaduta positiva sul territorio, sia in termini economici che sociali, ha fatto notare Guglielmi, che è pertanto soddisfatto dell’accoglienza ricevuta dalla sua mozione: «Si tratta di un primo importante passo, al quale seguiranno altre mie proposte legislative più organiche. Certo è che solo un impegno condiviso da parte di tutti gli attori del sistema (come per esempio l’Associazione albergatori) potrà portare ad una gestione responsabile e coordinata del turismo che auspichiamo per le nostre Dolomiti, per conciliare la promozione con la loro salvaguardia».

L’Adige|12ottobre2025

p. 10, segue dalla prima

Versounamontagnasuprenotazione

Come una visita medica, un volo aereo o un posto allo stadio anche le gite sulle Dolomiti, che siano per sciare o camminare, andranno prenotate. Per contrastare i problemi di sovraffollamento la soluzione è il controllo degli accessi. Lo pensa anche la Fondazione Dolomiti Unesco. «Bisognerà coltivare, fin da oggi, la consapevolezza del limite. Servono regole e a volte limiti, differenti a seconda del territorio e della problematica», afferma il presidente Roberto Padrin. A PAGINA 10.

Come una visita medica, come un volo aereo, come un posto al cinema o allo stadio: le gite sulle Dolomiti, che siano per sciare o camminare, andranno prenotate. La strada, ormai, pare essere questa. Per contrastare i problemi di overtourism e sovraffollamento la soluzione è quella di un controllo degli accessi. E anche la Fondazione Dolomiti Unesco viaggia in questa direzione: «Bisognerà coltivare, fin da oggi, la consapevolezza del limite», ha detto nei giorni scorsi Roberto Padrin, presidente della provincia di Belluno e presidente della Fondazione, dopo il quarto corso di formazione annuale dedicato agli amministratori dei Comuni interessati dal riconoscimento Unesco e impegnati nella gestione del bene che si è tenuto a Cimolais, alle porte del Parco Naturale delle Dolomiti Friulane. «Ogni valle ha una propria condizione da rispettare, per cui occorrerà essere capaci di diversificare le soluzioni. Certo è che i cambiamenti climatici, da una parte, e dall’altra i nuovi modelli sociali e culturali, per non dire economici, impongono una riflessione radicale nell’approccio con le terre più alte, in particolare la custodia di questo patrimonio dell’Umanità che da 16 anni sono le Dolomiti». Padrin entra nel dettaglio: «Non credo ci debba essere una modalità unica per tutti, perché è evidente che ci sono località nelle quali la problematica si manifesta di più. E quelle, molte di quelle, si sono già mosse e organizzate». I casi sono molti. Restando in Trentino c’è Madonna di Campiglio, che fa parte dei primi comprensori sciistici italiani a introdurre il numero chiuso per gli sciatori, limitando a 14. 000 le presenze giornaliere con restrizioni durante le alte stagioni come Natale, Capodanno e Carnevale. Poi c’è il cosiddetto “modello lago di Braies”: dalla scorsa estate l’accesso in auto, moto, camper e bus è consentito solo previa prenotazione online e pagamento di un ticket nella fascia oraria compresa tra le 9. 30 e le 16. Oltre questi orari, l’accesso è libero ma i parcheggi restano a pagamento. Un sistema, quindi, che ha introdotto una sorta di numero chiuso giornaliero di veicoli, per garantire il rispetto della valle e migliorare la qualità non solo dei turisti in visita ma anche degli abitanti. Un altro esempio è la Val Gardena. Dopo i tornelli, arriva la prenotazione degli slot: in risposta alle polemiche della scorsa estate riguardo l’accesso a pagamento al sentiero che porta al Seceda, nel 2026 si prevede una gestione degli accessi tramite prenotazione di finestre orarie, un po’come accade nei musei. Prosegue Padrin: «Modalità differenti, ma obiettivo comune. Il tutto porta a una serie di vantaggi: penso, ad esempio, a luoghi meno conosciuti e quindi meno frequentati che però sono bellissimi. Le regole possono spingere i turisti verso queste destinazioni. Inoltre tutto questo va a favore degli stessi turisti, che potranno vivere la montagna e la natura senza stress». La necessità è quella di trovare un equilibrio tra due esigenze: da una parte “salvaguardare” il turismo, che significa denaro per il territorio. Dall’altra tutelare l’ambiente, per garantire il futuro dei territori. Due esigenze ugualmente importanti, ma potenzialmente in conflitto tra loro. «Il compito della Fondazione è tutelare un bene. Non possiamo però tappezzare le Dolomiti di “no” e di divieti, seppur in tanti casi questi sono necessari. Servono regole e a volte limiti, ma differenti a seconda del territorio e della problematica». Il presidente della Fondazione Dolomiti Unesco conclude guardando al futuro prossimo: «Stanno per arrivare la Olimpiadi, che saranno una nuova occasione di visibilità per i nostri territori. Servirà fare un focus anche su quello, organizzarci. Incontri in programma? Per ora non ho delle date, ma dovremo organizzarci per programmare anche quell’importante appuntamento».

CorrieredelTrentino|18ottobre2025

p. 7

Mobilitàdolce,pistedecongestionate«Turismotrentinopiùsostenibile»

Lorenzo Padoan TRENTO

Destagionalizzata e interconnessa: viva per 365 giorni l’anno. Così il Trentino immagina la montagna del futuro. Così prova a costruirla passo dopo passo, tra progetti di mobilità sostenibile, digitalizzazione e nuove forme infrastrutture. All’evento nazionale «Apreski-Mountain Show» di Milano, il tema è stato proprio questo: la montagna del futuro. E in Italia non si può parlare di montagna senza parlare di Trentino, rappresentato istituzionalmente dall’assessore provinciale al turismo Roberto Failoni, intervenuto in un panel dedicato appositamente al territorio. «Promuoviamo un’idea di montagna accessibile e attrattiva 365 giorni l’anno, con offerte che, oltre allo sci, valorizzano anche le “belle stagioni”. L’obiettivo ha proseguito l’assessore è uscire dai canonici periodi turistici e creare nuove opportunità per residenti, imprese e ospiti». Parole in sintonia con quelle del ministro del turismo, Daniela Santanchè, che aprendo l’Apreski-Mountain Show ha ricordato come «la montagna non possa vivere solo di turismo bianco, ma debba aprirsi a un’offerta di esperienze per tutto l’anno». Se per Santanchè «è prioritario migliorare i collegamenti per rendere le montagne italiane sempre più competitive», Failoni ha fatto il punto sulle infrastrutture trentine, che, come ha spiegato, «non devono essere viste solo come strumenti per lo sci, ma come elementi che tengono viva la montagna tutto l’anno». In questa direzione va il progetto di collegamento tra San Martino di Castrozza e Passo Rolle, pensato per decongestionare il traffico e valorizzare l’area del parco naturale Paneveggio-Pale di San Martino. In questa direzione va anche la futura funivia TrentoMonte Bondone, considerata da Failoni un’opportunità unica per il turismo, ma anche per migliorare la qualità della vita dei residenti. Un’idea che richiama le parole del sindaco di Trento Franco Ianeselli, che aveva definito l’impianto «non per i turisti ma anche per i turisti, non per lo sci ma anche per lo sci»: una sintesi dello stesso equilibrio invocato da Failoni, tra sviluppo, sostenibilità e vita quotidiana in montagna. Per illustrare un esempio concreto di come infrastrutture e destagionalizzazione possano andare di pari passo, il direttore dell’azienda per il turismo Dolomiti Paganella, Luca D’Angelo, ha illustrato il risultato del riposizionamento strategico della telecabina Molveno-Pradel, di proprietà di Trentino sviluppo: un impianto passato da uso prevalentemente invernale a volano del turismo estivo, con un incremento del 30% dei passaggi. Innovazione e sostenibilità passano anche dai territori e dalla digitalizzazione. In Val di Fassa sono stati implementati sistemi avanzati di monitoraggio dei flussi turistici, che migliorano la gestione dei visitatori e riducono l’impatto ambientale. Con obiettivi analoghi, nella skiarea di Madonna di Campiglio un progetto mira a ottimizzare i flussi di sciatori, riducendo la congestione sulle piste e migliorando la qualità complessiva dell’esperienza in quota. «Infrastrutture intelligenti, sostenibili e digitalizzate», ha ribadito Albert Ballardini, vicepresidente di Trentino sviluppo, «sono la chiave per una montagna che resti viva, connessa e attrattiva tutto l’anno». Nel frattempo, una rilevazione di Noto sondaggi per Trentino marketing, dimostra che il 57% dei trentini ritiene che la crescita dei flussi turistici abbia portato più vantaggi che svantaggi. Se quasi il 70% dei residenti considera il turismo invernale una risorsa da valorizzare, il 50% è invece favorevole alla realizzazione di nuovi impianti. Le Olimpiadi di Milano Cortina 2026 vengono viste come un’occasione di sviluppo: oltre il 70% degli interpellati

giudica l’evento come un’opportunità per rafforzare l’immagine internazionale del territorio e attrarre nuovi investimenti. Il turismo, insomma, non è visto con diffidenza dai trentini, ma come una risorsa da gestire con equilibrio e responsabilità. Ne è consapevole Giovanni Battaiola, presidente di Trentino marketing, che ha affermato: «La nostra strategia per i prossimi anni si fonda su un principio semplice ma ambizioso: uno sviluppo equilibrato, distintivo e responsabile del turismo come motore di benessere condiviso. Il Trentino ha concluso Battaiola vuole essere un laboratorio alpino di turismo».

IlT|19ottobre2025

p. 8

«Iflussituristicivannogovernati»Iprotagonisti

Recuperare il «senso del limite», ma senza arrivare al numero chiuso. Questo il messaggio che, ieri, il presidente della Sat (Società alpinisti tridentini) Cristian Ferrari ha lanciato nel corso della prima giornata del 127esimo congresso a San Lorenzo Dorsino, incentrato proprio su «La capacità di carico turistica dei territori montani»,

La relazione

Oggi spetterà al presidente aprire i lavori dell'assemblea. «Arriviamo da due giornate pre congressuali che hanno gettato le basi su ragionamenti che riguardano la necessità di una nuova responsabilità collettiva nel rapporto con la montagna spiega Ferrari La Sat è nata per rendere accessibili le cime, ma anche per insegnare il rispetto dei loro limiti. Oggi la sfida è governare la frequentazione, non subirla». Ferrari richiama il valore della sostenibilità come pratica concreta, del turismo a passo d'uomo, e del limite come scelta di qualità: «Il limite non è una rinuncia, ma un atto di cura prosegue Significa saper riconoscere la misura delle cose e crescere con equilibrio».Un esempio pratico è il caso di Molveno, dove attraverso i dati ricavati dalle celle telefoniche si studiano strategie mirate per evitare i disagi causati dal sovraffollamento turistico.

Durante la mattinata di oggi ci sarà spazio anche per gli interventi delle sezioni e delle commissioni, con un confronto partecipato sulle sfide che attendono la Sat nei prossimi anni: dal mantenimento dei rifugi alla gestione dei flussi escursionistici, dalla sicurezza in montagna alla promozione di una cultura della lentezza e del rispetto ambientale.

In falesia con le guide alpine

Ieri la giornata si è aperta con «In falesia con le Guide Alpine», un incontro gratuito riservato ai soci giovani, agli juniores e alle persone con disabilità. Nella cornice della Falesia dimenticata di San Lorenzo in Banale, i partecipanti hanno vissuto un'esperienza di arrampicata accessibile e inclusiva, seguiti dalle guide alpine e con i materiali forniti dall'organizzazione. L'iniziativa, patrocinata dalla Commissione Sat «Montagna per Tutti», ha promosso una fruizione consapevole e senza barriere della montagna. A seguire, i soci della Sat hanno potuto scegliere tra due proposte complementari. I «greeters», cittadini volontari che si fanno ambasciatori del proprio territorio, hanno accompagnato i partecipanti in una visita guidata tra i borghi di San Lorenzo e Dorsino, raccontando la storia, le tradizioni e la quotidianità dei luoghi attraverso aneddoti e incontri diretti. Nati a New York negli anni '90, i greeters sono oggi presenti in tutto il mondo e promuovono un turismo lento e relazionale, dove l'esperienza si costruisce attraverso il contatto umano e l'autenticità dei racconti. In parallelo, la Casa del parco U.o.mo ha aperto eccezionalmente le porte con un

percorso interattivo dedicato al rapporto tra uomo e ambiente. L'allestimento, curato dal Parco naturale Adamello Brenta, ha offerto esperienze multimediali e attività ludiche pensate anche per bambini e ragazzi, con un originale itinerario digitale su iPad.

Le premiazioni

Nel pomeriggio, poi, i soci si sono ritrovati al Teatro comunale di San Lorenzo per la cerimonia dedicata ai soci cinquantennali, alla presenza di Luca Cornella, presidente della sezione Sat di San Lorenzo Banale; Alberto Bosetti, assessore al turismo del Comune di San Lorenzo Dorsino e, appunto, il presidente della Sat Ferrari.

Durante l'incontro ben 130 soci benemeriti sono stati premiati, regalando ai presenti un momento carico di emozione, durante il quale ciascuno ha condiviso aneddoti e ricordi della propria lunga appartenenza all'associazione. Sempre al Teatro comunale, il Coro della Sat ha poi incantato il pubblico con un concerto aperto a tutti, che ha riempito la sala e raccolto lunghi applausi.

La giornata si è conclusa con la serata «Scarpéle» che ha visto protagonista lo scrittore Marco Albino Ferrari con la presentazione del suo libro «La montagna che vogliamo. Un manifesto» (Einaudi, 2025), dialogando con la giornalista Fausta Slanzi.

Nel volume, Marco Albino Ferrari propone una riflessione appassionata e lucida sul futuro delle terre alte: un «manifesto» per una montagna abitata e viva, capace di coniugare tradizione e cambiamento, tutela e sviluppo sostenibile. Con il suo stile diretto e narrativo, invita a superare stereotipi e contrapposizioni, per immaginare una montagna dove lavoro, comunità e paesaggio tornino a dialogare. «Le montagne italiane sono un pulviscolo di differenze ha sottolineato Ferrari È ora di dire forte e chiaro qual è la montagna che vogliamo».

AltoAdige|20ottobre2025

p. 16

«Ilturismoinquotavaregolato»

TRENTO

No al numero chiuso, sì a forme di regolazione dei flussi turistici nelle aree di montagna. È netta la presa di posizione uscita dall’assemblea della Sat, la società alpinistica trentina, che si è tenuta a San Lorenzo Dorsino. Overtourism, una montagna «di tutti ma non per tutti», alcuni degli argomenti toccati durante l’assemblea dell’associazione incentrata, come ricordato dal presidente della Sat Cristian Ferrari, sulla capacità di carico turistica, intesa «non solo come numero, ma come impatto su ecosistemi, servizi, comunità e risorse locali». Il congresso ha riflettuto su una nuova forma di turismo, prima di tutto più sobrio e responsabile. «Le dolomiti sono diventate meta del turismo di massa - ha ribadito la sindaca di San Lorenzo Dorsino Ilaria Rigotti -. Oggi sempre più persone vogliono scoprire la bellezza delle nostre montagne, ma la sensibilità è scomparsa e tanti vogliono arrivare fino al rifugio con la propria macchina o, addirittura, l’elicottero. L’equilibrio che si era creato tra uomo e ambiente si è rotto e le nostre montagne ce lo stanno facendo vedere». Governare la montagna non significa chiudere ma scegliere, ha sottolineato Ferrari, «per questo la Sat deve essere la prima a praticare, monitorando i flussi di accesso, curando la rete dei sentieri con attenzione e misura, tutelando la convivenza tra le diverse forme di fruizione». E sull’ipotesi “numero chiuso” le parole del presidente della Sat non lasciano spazio a dubbi: «Il numero chiuso è una sconfitta, vuol dire che siamo arrivati già troppo tardi». «Anche la macchina turistica soffre quando si superano certe

soglie - ha ricordato Bruno Zanon della commissione storico culturale della Sat -.Vanno individuati i limiti ai diversi usi, colti non come divieti ma come stimoli». E su questo la considerazione di Zanon è chiara: «Spesso la montagna è attrezzata in maniera banale rispondendo alla moda del momento tra ponti sospesi, panchine giganti e selfie spot. Dobbiamo scoraggiare turisti che chiedono esperienze non contestualizzate e investire, al contrario, in consapevolezza». «Destinazioni bulimiche», così ha chiamato alcuni luoghi il direttore dell’Avs Cristian Olivo, «Il turismo non è mai sostenibile: non voglio demonizzarlo, ma dobbiamo pensare a come muoviamo le persone».

OLIMPIADIEMOBILITA’

CorrieredelleAlpi|1ottobre2025

p. 30

Veneziadivental'aeroportodiCortina"Èasoledueorediviaggiodaqui"

Gianluca De Rosa / CORTINA

Una campagna di marketing territoriale dedicata alle Dolomiti d'Ampezzo rafforza il già solido rapporto di collaborazione instaurato dall'aeroporto internazionale Marco Polo di Venezia con il Comune di Cortina. La campagna è stata intitolata "Just 2 hours away from here!" e farà bella mostra di sé nell'area degli arrivi del terminal lagunare. L'obiettivo prioritario è quello di ricordare ai passeggeri la vicinanza tra Cortina e più in generale delle Dolomiti patrimonio Unesco e lo scalo di Venezia, circoscritto come recita lo slogan a "sole due ore di viaggio". Più delle parole, ad attirare l'attenzione dei passeggeri saranno le immagini suggestive delle montagne più rappresentative di Cortina, accompagnate dall'iconico simbolo dello scoiattolo rosso. Nello specifico, sarà l'area di riconsegna bagagli, in cui si concentrano ogni giorno decine di migliaia di passeggeri provenienti da ogni angolo del mondo, che diverrà nuova ed ulteriore vetrina internazionale della Regina delle Dolomiti. L'iniziativa, che nasce da un accordo siglato da Cortina Marketing ed il Gruppo Save, è finalizzata in modo particolare a sensibilizzare i viaggiatori provenienti da destinazioni di lungo raggio, che compongono un segmento di traffico in continua espansione all'aeroporto Marco Polo. «L'aeroporto di Venezia è di fatto l'aeroporto di Cortina d'Ampezzo. Per questo motivo siamo orgogliosi della partnership stretta con Save che promuove l'immagine di Cortina nell'area arrivi dello scalo veneziano. In questo momento in cui Cortina e il resto del territorio è lanciata verso uno sviluppo turistico internazionale, a seguito della visibilità che le Olimpiadi e Paralimpiadi ci daranno, diventano fondamentali tutte le sinergie con le realtà interessate a collaborare a tale sviluppo. Cortina Marketing sta facendo un ottimo lavoro proprio per favorire queste collaborazioni», ha dichiarato il vicesindaco del Comune di Cortina Roberta Alverà. «La collaborazione con Cortina Marketing, nel dare seguito a quanto già avviato con la Fondazione Dolomiti Bellunesi, si inserisce nel nostro obiettivo di riduzione della stagionalità dei flussi di traffico dell'aeroporto di Venezia, prolungandoli nel periodo invernale. A meno di 140 giorni dall'evento delle Olimpiadi e Paralimpiadi, per il quale l'aeroporto Marco Polo è porta ufficiale d'ingresso per il nord est, richiamare la vicinanza di Cortina e delle Dolomiti è un'occasione preziosa per rafforzare insieme questo messaggio», ha affermato Camillo Bozzolo, direttore sviluppo Aviation del Gruppo Save

CABINOVIAAPOLLONIO–SOCREPES

CorrieredelVeneto|1ottobre2025

p. 10, edizione Treviso – Belluno

NuovacabinoviadiSocrepes,altradiffidaperfermareilavori«Troppicantieri,c’èpericolo»

cortina d’ampezzo

Nuovo atto della querelle che vede i residenti nelle aree di Mortisa e di Lacedel opporsi alla realizzazione dell’impianto di risalita Apollonio-Socrepes. Lo studio legale Michielan di Treviso ha diffidato l’Autorità di bacino delle Alpi Orientali. «Stop ai lavori per la cabinovia per il rischio frane e la mancanza delle autorizzazioni», le ragioni come sempre sostenute e ribadite nella diffida. Secondo i legali, l’avvio dei cantieri sarebbe avvenuto senza progetto esecutivo approvato, in un’area già classificata a rischio frane dalla stessa Autorità di Bacino. Una circostanza, spiegano, che «non solo viola la legge, ma mette a repentaglio la sicurezza di residenti, lavoratori e turisti». Nella diffida inoltre segnalate gravi omissioni in sede di valutazione ambientale: non sarebbero stati considerati gli effetti cumulativi di più cantieri insistenti nella stessa zona, tra cui il nuovo Ski Bar «Ria de Saco» del gruppo Franz Kraler, a circa 10 metri dall’arrivo della cabinovia. Nella nota si ricorda anche come proprio in quell’area, nelle scorse settimane, si è aperta una frattura di oltre 40 metri sul pendio a monte della stazione di arrivo. Sulla cresta del versante, immediatamente a monte della crepa, è inoltre posizionato il quarto pilone della cabinovia Lacedel-Socrepes della società ampezzana di impianti di risalita «Ista» attualmente in costruzione. Sul tutto resta pendente il giudizio del Tar (Tribunale amministrativo regionale) del del Lazio previsto per il prossimo 29 ottobre. Da segnalare, ieri, la visita ai cantieri olimpici di Cortina del senatore Luca De Carlo, presidente della nona commissione Senato con la vicepresidente della Provincia, Silvia Calligaro. (U. C.).

CorrieredelleAlpi|7ottobre2025

p. 17

Berton:«LecasetteunrammaricoLacabinoviadiSocrepesstrategica»

l'intervista Alessandro Michielli

Lorraine Berton, mancano 122 giorni ai Giochi 2026: quali sono le sue sensazioni e aspettativesull'evento? «Ci sono attesa e senso di responsabilità, entusiasmo e voglia di dare il massimo. Dobbiamo presentarci compatti, con opere utili e una gestione impeccabile della sicurezza e della viabilità provinciale e regionale. È la linea che ho ribadito più volte: cogliere le opportunità dei Giochi per accelerare innovazione, infrastrutture e cooperazione pubblico–privato. La nostra vera sfida è quella dell'attrattività». In questi mesi Confindustria ha chiesto più volte centralità per Belluno nella partita olimpica. Zaia vi ha ringraziato pubblicamente durante l'ultima assemblea di Confindustria Verona e Vicenza per quanto fatto fino ad oggi: Fondazione MiCo si è dimostrata altrettanto sensibile nei vostri confronti? «Continuiamo a chiedere centralità per il capoluogo e per l'intera provincia. È migliorato il dialogo, ma serve ancora maggiore concretezza su cantieri strategici, legacy industriale, formativa e logistica. La nostra

posizione è chiara: non dividerci, ma accelerare sulle opere che servono davvero al territorio che resta profondamente e orgogliosamente manifatturiero». Quali sono le risposte fornite dal Comitato organizzatore alle vostre richieste? «Il confronto c'è. Sono arrivate aperture su sicurezza degli eventi, filiere dello sport system e promozione del territorio. Rimane il tema della ricaduta materiale su Belluno (alloggi, logistica, servizi alle imprese). Continueremo a dialogare e, se serve, incalzare con spirito costruttivo per tradurre gli impegni in risultati misurabili». Nel Bellunese, nonostante vari tentativi, alla fine nessuno è diventato sponsor di Fondazione MiCo. Perché? «Non è mancanza di fiducia nei Giochi. Per molte Pmi pesano timing, format dei pacchetti, ritorni percepiti, incertezza su alcune opere e ovviamente costi. Come sistema confindustriale stiamo lavorando perché il rapporto tra grandi eventi e Pmi sia più "a misura di filiera", non solo di big brand. Il nodo va risolto se vogliamo massimizzare gli eventi che ci saranno dopo i Giochi. Dobbiamo anche considerare che contesto metropolitano e montano sono diversi e questo non sempre è stato percepito». A livello infrastrutturale, siete soddisfatti del lavoro di Simico e quale è la vostra posizione sulla cabinovia Apollonio-Socrepes? «Riconosciamo gli sforzi fatti e il lavoro dei commissari, ma chiediamo ulteriore accelerazione sulle opere che aumentano sicurezza e accessibilità. Sulla cabinovia: è un'opera strategica, punto. Va realizzata, ovviamente nel rispetto delle valutazioni tecnico-ambientali. Se un'opera migliora la mobilità locale, è sostenibile e lascia benefici stabili alla comunità, come in questo caso, allora va sostenuta». Le casette del villaggio olimpico saranno tutte rivendute a strutture ricettive. Confindustria le avrebbe volute per Belluno. Perché l'operazione non è andata in porto? «Avevamo proposto di destinare una quota al capoluogo per residenzialità studentesca e housing per lavoratori. Avevamo anche già individuato un'area come possibile sede: era un progetto accattivante. Abbiamo promosso incontri e confronti con le amministrazioni locali, Simico e con la società che ha realizzato le strutture. Abbiamo chiesto e ottenuto un incontro in Prefettura. Abbiamo ricevuto un plauso per l'idea, ma al momento senza riscontri concreti. Nonostante qualche promessa. Resta forse il più grande rammarico vedere un investimento di 39 milioni di euro non lasciare niente sul territorio». Nei prossimi mesi dovrebbe partire anche la variante di Longarone. Che benefici avrà quest'opera? «Fluidità e sicurezza dei flussi, resilienza rispetto a frane e caduta massi, riduzione dei colli di bottiglia sulla Ss51: è un tratto critico già evidenziato dalle mappe di rischio climatico elaborate con partner scientifici. L'opera è strategica per residenti e filiere produttive. Fa specie che siano servite le Olimpiadi per realizzare un'opera che insiste su una delle zone industriali più importanti della regione, oltre che porta d'accesso alle Dolomiti. Per noi resta una priorità, uno nodo irrinunciabile, un'opera che doveva essere realizzata prima, perché incide sulla competitività di aziende di caratura internazionale». L'estate ha riservato non poche difficoltà alla provincia, a partire dalle frane sull'Alemagna. L'emergenza è stata gestita a dovere? «L'Alemagna è un'infrastruttura che paga la sua crescente vulnerabilità e un gap storico che non è colmato nemmeno dalle varianti in corso di realizzazione. All'emergenza va affiancata una manutenzione programmata e un piano di messa in sicurezza strutturale, perché gli eventi meteo estremi aumentano frequenza e impatto. Non possiamo limitarci a rincorrere le criticità. L'Alemagna deve diventare un'opera strategica nazionale e beneficiare di fondi straordinari. Non si può procedere a spizzichi e bocconi. E questo vale per tutte le arterie della nostra provincia, dal Comelico alla Feltrina, dalla strada agordina a quella zoldana, senza dimenticare la Valsugana. La nostra viabilità provinciale – per buona parte vetusta e inadeguata – è messa a dura prova dai cambiamenti climatici». A suo parere c'è la consapevolezza da parte degli enti preposti che per risolvere il problema servono investimenti onerosi e soprattutto la volontà di farli? «La consapevolezza c'è, ma non basta: servono impegni concreti e investimenti adeguati. È fondamentale agire con rapidità,

garantendo risorse certe e procedure semplificate, perché la montagna non può permettersi di attendere. Non possiamo più accettare che gli investimenti sul territorio siano decisi solo a seguito di tragedie come Vaia o grazie a eventi straordinari come le Olimpiadi. Noi restiamo convinti della necessità di un prolungamento a nord, che ci colleghi con il cuore dell'Europa: mi auguro che questa istanza venga fatta propria anche dal futuro presidente della Regione Veneto». Le varianti di Tai e Valle di Cadore saranno concluse, mentre quella di San Vito non sarà pronta per i Giochi. Perché questo tipo di interventi hanno molto spesso tempi lunghissimi di realizzazione? «Non spetta a me entrare nel merito tecnico delle soluzioni. In generale, dico che i continui ritardi non sono più accettabili: i cantieri vanno avviati e portati a termine nei tempi stabiliti, con procedure snelle e responsabilità chiare». In chiusura: l'Italia, il Veneto e la provincia usciranno vincenti dai Giochi? «Assolutamente sì, ma a una condizione: che questa Olimpiade sia un mezzo, non un fine. Sicurezza, opere utili oltre l'evento, filiere coinvolte, formazione e innovazione: se restiamo uniti su questi capisaldi, Milano Cortina 2026 sarà la vetrina del nostro saper fare e un acceleratore di sviluppo per la montagna bellunese. Se saremo in grado di diventare più attrattivi avremo vinto la nostra Olimpiade».

PRUDENZAINMONTAGNA

IlT|10ottobre2025

p. 10

GEOTREKKINGNEIPARCHINATURALI

LaUscdiLadins|10ottobre2025

CORSOFORMATIVORIVOLTOAGLIAMMINISTRATORIDELPATRIMONIOMONDIALE

TGRTrail|4ottobre2025

https://www.rainews.it/tgr/trail/articoli/2025/10/tel-friul-l-4-cors-de-formazion-per-iaministradores-di-teritories-dolimites-unesco-0b297c02-427f-4a44-98f3-5880a6f847fa.html

TelFriull4°corsdeformazionperiaministradoresditeritoriesDolimitesUNESCO

Lé scomenzà angern (en vender ai 3 de otober) l cors de formazion che endreza vigni an la Fondazion Dolomites UNESCO per i aministradores di teritories del recognosciment mondièl: furlegn, venec, sudtiroleisc e trentins.

L prum an l é vegnù endrezà te la provinzia de Belun, dapò te la Provinzia de Trent a Sèn Martin tel Primier e a Andalo. Chest an l é vegnù endrezà te la Provinzia de Pordenon.

Angern a Claut e anché (en sabeda ai 4 de otober) a Thimolei (Cimolais). Dut tel Parch Naturèl de la Dolomites Friulènes con la vijita a la diga del Vajont e al Zenter Vijites de Erto e Casso, a pec dis dal 62eisem cedean del dejaster.

L argoment del 2025

Chest an la scontrèda de formazion la é dedichèda ai joegn e vegn rejonà soraldut de l'emportanza del lurèr ensema anter generazions per la gestion del Patrimonie Mondièl ti dejenées che i vegn.

Vegn uzà fora riflescions, barac de esperienzes e bona prateghes anter ombolc, assessores, conseieres de comun e tecnics da duta la provinzies de la Dolomites Patrimonie Mondièl. N moment apontin per rejonèr de la oportunitèdes e la responsabilitèdes leèdes al recognosciment UNESCO.

Da man de Fascia a tor pèrt al cors de formazion tel Friul l é l procurador del Comun general de Fascia e la conseiera de procura Lara Battisti.

I joegn ressorsa per l davegnir e l peis di aministradores

Al scomenz del fin de setemèna de formazion, l é vegnù portà dant i saluc di raprejentanc.

L president de la Fondazion Dolomites UNESCO e president de la Provinzia de Belun, Roberto Padrin l à sotrissà che l é dalbon dezisif aer aministradores che à consaputa e laora per la endesfides de la gestion del Patrimonie Mondièl e ge passèr chest sentiment ence a la popolazion locala. "No cognon- disc Padrin - se domanèr demò descheche les sarà la Dolomites del 2050, ma ence chi él che garantirà la tutela e l svilup sostegnibol del patrimonie teritorièl. Ge vel meter a jir scomenzadives con la neva generazions". Per lurèr sun chest argoment, tel program di doi dis l é na sescion dedichèda ai laboratories olache i partezipanc i vegna chiamé a meter jù i besegnes per l davegnir, sotrissèr coluns elements i podessa caraterisèr la generazions che da chiò al 2050 les vardarà via l Patrimonie Mondièl. Ipotisèr azions utoles per realisèr la scenes sperèdes e i mudaments da meter a jir jà da sobito.

La diretora de la Fondazion Dolomites UNESCO, Mara Nemela disc che responsabilità e consaputa l é la paroles chief per elaborèr strategies per l davegnir. "Ge vel - disc la diretora Nemela - scomenzèr da la cognoscenza del Patrimonie Mondièl e di valores del paesaje e geologics che i lo caraterisea. L é fondamentèl, donca, enjignèr la cognoscenzes e la chieves de letura del recognosciment UNESCO ai Aministradores, perceche ic l é l referiment per svilupèr strategìes de tutela ativa de n teritorie

BIVACCHI:FREQUENTAZIONIEUTILIZZI

CorrieredelleAlpi|6ottobre2025

p. 15

IdubbidiFanton:«Noanuovibivacchicalamitedituristi»

F.D.M.

CALALZO DI CADORE

I bivacchi del Cai utilizzati per i selfie dai 200 agli oltre 3 mila metri? «Se questa è la moda, da anziano iscritto al Cai, invito a bloccarla», irrompe Luca Fanton, sindaco di Calalzo di Cadore, «e proprio per questo ho eccepito sul nuovo bivacco che il Cai di Padova vorrebbe installare a quota 3111 metri, sull'Antelao, al posto del vecchio Cosi, spazzato via da una frana nel 2014». Il bivacco distrutto Lo storico Cosi, inaugurato il 9 settembre 1956, era un prefabbricato realizzato da Redento Barcellan, prototipo del modello cosiddetto "Antelao". Era stato trasportato sul luogo il 10 luglio1956 per iniziativa della Sez. di Padova del Cai; 11 anni fa la struttura è volata dentro il vortice di uno dei frequenti distacchi dall'Antelao. Piero Cosi, rocciatore e istruttore di alpinismo della Sez. di Padova, a cui l'impianto era dedicato, è morto ventinovenne in un incidente stradale l'8 novembre 1955. I dubbi del sindaco Fanton non eccepisce sull'opportunità di costruire un altro presidio, ma che sia di "stretta emergenza", di riparo per chi si trovasse in difficoltà a quella quota. «Non vorrei un altro bivacco Fanton, o meglio un'altra struttura che diventi una meta quasi turistica da raggiungere per farsi i selfie, magari con seguito di soccorsi da parte del Suem e dei volontari del Soccorso alpino». Il sindaco ha parlato con il Cai di Padova e lo studio di architettura di Torino che ha progettato il nuovo impianto e intende offrirlo per l'inaugurazione in occasione delle Olimpiadi Milano-Cortina. «È una struttura talmente bella, accogliente e compatibile con il contesto della cima dell'Antelao», spiega il sindaco, «che diventerebbe meta turistica, seppure a quella altezza, con tutte le conseguenze di sicurezza che ne deriverebbero». Per cui? «A mio avviso è improponibile. E lo è anche per chi ho consultato. Il Soccorso Alpino e le Guide mi hanno raccomandato di evitare che si trasformi in un'altra meta del tipo Fanton, posizionato in Forcella Marmarole, dove già si sono verificati troppi interventi da parte del Soccorso Alpino per escursionisti impreparati a salire fin lassù. E magari attratti soltanto dalla spettacolarità del posto». Strutture d'emergenza Il sindaco di Calalzo ne ha parlato, a Caprile, sia col presidente nazionale del Cai, Antonio Montani, sia con quello regionale, Francesco Abbruscato. Dice di aver colto in loro «perplessità se non addirittura riserve». Proprio in questi giorni, d'altra parte, Montani ha annunciato una revisione – «doverosa», come ha precisato –delle strutture Cai, rifugi e bivacchi, che non sempre possono definirsi tali. «In effetti», conferma Abbruscato, «i bivacchi sono una struttura emergenziale, che svolge un ruolo ben preciso: riparare gli alpinisti che si sono attardati all'uscita di una via di arrampicata o perché sorpresi dal maltempo. A volte aiutano nelle lunghe traversate dove non ci sono altri punti d'appoggio o come ultimo punto di ricovero prima di iniziare una salita lunga e impegnativa. Questo è il loro scopo. Per questo, le Sezioni del Club Alpino Italiano, ne hanno collocati 233 sulle montagne italiane, in Veneto sono 41, dislocati principalmente lungo itinerari alpinistici». Il sindaco Fanton dice di non essere un alpinista, ma racconta che da "semplice camminatore" è riuscito a salire ben quattro volte sull'Antelao. Come dire che per raggiungere il nuovo bivacco possono cimentarsi in molti, quindi può davvero diventare una frequentazione a rischio. I tinori del

Soccorso alpino «Qualche giorno fa abbiamo recuperato due persone che si sono trovate in difficoltà al bivacco Fanton per la neve. Ecco, non dovrebbe esistere che queste strutture alpine, dedicate all'emergenza», sottolinea Giuseppe Zandegiacomo, presidente regionale del Soccorso Alpino bellunese, «si trasformino in mete turistiche. E sempre più spesso capita che degli alpinisti, impegnati in ascensioni, cerchino rifugio in questi impianti e no lom trovano perché già occupati da avventurose gite giovanili».

L’Adige|14ottobre2025

p. 28

Ilnuovobivaccoègiallo

PRIMIERO

Sabato 11 ottobre sono iniziati i lavori di posizionamento del nuovo bivacco Fiamme Gialle, in località Spallone del Cimon della Pala, a quota 3.005 metri. Un intervento atteso da tempo per un bivacco strategico per chi affronta la celebre ferrata Bolver-Lugli, sale per la via normale al Cimon della Pala (3.184 mt) o percorre il sentiero verso la vicina Vezzana (3.192 mt), nel cuore delle Pale di San Martino. La nuova struttura, dal caratteristico colore giallo, sostituisce quella in lamiera rossa, vetusta, posizionata sullo Spallone del Cimon nel lontano 1967. Da allora, la manutenzione era stata curata dalla sezione Fiamme Gialle del Cai che gestisce anche il Bivacco Reali (dal 1970 sulla Forcella del Marmor, 2.650 mt) e il Bivacco Aldo Moro (dal 1980 alla Forcella Bragarolo, 2.575 m), nel Lagorai. Dopo oltre mezzo secolo di servizio, le tre strutture mostravano i segni del tempo. È così nato un piano di rinnovamento promosso dalla sezione presieduta dal colonnello Sergio Lancerin, tramite un bando di concorso lanciato nel novembre 2022. Il progetto ha coinvolto numerosi enti: Provincia, Comuni di Primiero San Martino di Castrozza e Predazzo, Magnifica Comunità di Fiemme, consorzi Bim, con il patrocinio della Sat, dell’Ordine degli Architetti di Trento, della Fondazione Dolomiti Unesco e di Trentino Marketing. Il nuovo bivacco da 9 posti (più 3 suppletivi) è opera dell’architetto trentino Raffaele Cetto, vincitore del bando per la realizzazione delle tre strutture. La conclusione dei lavori sullo Spallone è attesa a breve, mentre proseguono le operazioni di posa per i bivacchi Reali e Aldo Moro, quest’ultimo rimosso a inizio settembre.

NOTIZIEDALCLUBALPINI

AltoAdige|12ottobre2025

p. 21

L’attaccodelCai:«Bastaimpianti,lapoliticamantengalepromesse»

SARA MARTINELLO BOLZANO

Il Cai Alto Adige ha raggiunto il traguardo dei 7mila soci, l’obiettivo che Carlo Zanella si era prefissato quando era stato eletto presidente nel 2021. «Obiettivo raggiunto anche grazie alle iscrizioni di nuovi cittadini», soggiunge rivolgendo a bolzanini e bolzanine l’invito a fare lo stesso.

Ieri il convegno annuale del Cai in una sala piena alla Salewa. Un convegno denso e sferzante: per necessità, «perché la montagna bisogna conoscerla, e conoscendola bisogna amarla e proteggerla da avidità e distruzione», così Zanella. Nelle conclusioni della mattinata è infusa la richiesta alla politica: «La montagna ha i suoi limiti, che sono molto vicini a essere raggiunti. Serve una pianificazione attenta, un’educazione a comportarsi bene». Lo sfogo del vicepresidente Claudio Sartori davanti alla platea è un appello del Club alpino tutto: «Ci si riempie la bocca di parole, poi si gira la testa dall’altra parte. La politica ci faccia vedere che sta facendo qualcosa». «Ad esempio per il parco al Sassolungo: sono anni che tergiversano», aggiunge Zanella, «Alla nostra ultima assemblea, il presidente Kompatscher aveva garantito che non si sarebbero più costruiti impianti di risalita. Chiediamo decisioni e rispetto delle promesse». Il parterre del convegno I relatori sono Mario Broll, ex direttore della ripartizione Foreste, l’ex comandante del corpo forestale dello Stato per Veneto e Friuli Venezia Giulia Daniele Zovi, il senatore Luigi Spagnolli, presidente della Commissione scientifica del Cai, l’architetta del paesaggio Gioia Gibelli, docente al Politecnico di Milano, il comandante del Centro di addestramento alpino dei carabinieri Nicola Bianchi, il comandante del Centro settore Meteomont Veneto e Friuli Venezia Giulia Riccardo Corbini. Seduto in platea c’è Carlo Grenzi, la mente dietro il convegno. Presenti Madeleine Rohrer come iscritta, la ex assessora Maria Chiara Pasquali, la consigliera comunale Patrizia Daidone, Peter Calò presidente dell’Upad, il tenente colonnello della Guardia di finanza Manuel Artuso a informare che «è a uno stadio avanzato il posizionamento dei bivacchi anche in Trentino». Il vicepresidente della Provincia Marco Galateo ha mandato un saluto. Più tardi arrivano il sindaco Claudio Corrarati («Oggi leggiamo di tornelli e blocchi, ma abbiamo perso tempo prima di pensare a misure preventive», dice) e l’assessore provinciale Christian Bianchi con la notizia del progetto di impiegare i droni per rifornire i rifugi (domani darà alla stampa i dettagli). La montagna da conoscere Montagna fragile, montagna avara, montagna che sorprende e rapisce con l’epifania di un selvatico nel racconto di Zovi. La montagna cantata dal coro Rosalpina del Cai Bolzano diretto dal maestro Roberto Marchione e la montagna stretta tra il cambiamento climatico, l’azione antropica in quota e a valle, e i nuovi turisti alle Tre Cime, inserite nelle brochure delle agenzie viaggi asiatiche. Secondo Zovi, «il governo a Roma dovrebbe intervenire», per alleviare la pressione sulle Dolomiti. Sono tanti e diversi i temi di un convegno che arriva dopo l’estate cafona del tamarro in quota con le infradito raccontata da Zanella, il quale ha trascorso l’estate facendo su e giù dalla val Gardena (per il tornello sul Seceda). I dati li porta Broll, il dirigente che ha dovuto fare i conti con Vaia e con il bostrico. Sono numeri che parlano di una montagna bene comune ma anche soggetta alla responsabilità dei proprietari (il 52% dei 740mila ettari di superficie della provincia è di privati singoli, con oltre 21mila proprietari forestali, e appena il 2% è del demanio) come di chi frequenta boschi e sentieri. Broll preme sul concetto di limite: «Il rafting, la tuta alare, andare sull’Everest senza ossigeno. Il pollaio trasformato in casa e poi in albergo: il limite viene inteso come qualcosa da superare, ma è una percezione antropocentrica. Si può costruire un vero sviluppo solidale e sostenibile della montagna con i suoi abitanti a garanzia di una gestione attiva, consapevole, dei boschi e dei pascoli, contro il loro abbandono o esproprio economico, sociale e culturale». «Nonostante il tetto introdotto con legge, i posti letto turistici sono oltre 250mila, contro i 200mila di dieci anni fa. Più la montagna diventa “artificiale”, più frequenti e violenti saranno i fenomeni di dissesto idrogeologico», avverte Spagnolli, «Se le proposte che arrivano sono di fare nuove seggiovie o di ampliare i rifugi, il Cai dovrebbe acquisire terreni per impedirlo. E deve mantenere la proprietà dei rifugi, benché sia onerosa». Sartori ricorda che le sezioni si indebitano, che Bressanone per il rifugio Plose ha davanti a sé un investimento da 3 milioni di euro. Nel lessico contemporaneo entrano ora i «mountain users», i “fruitori” descritti da

Gioia Gibelli nel contesto della «metropolizzazione della montagna», quel fenomeno di predazione dei luoghi che fa credere di poter trovare in quota le stesse cose che ci sono in città, come il gelato al gusto puffo nel rifugio. «Bisogna comunicare che non è così – spiega la docente – altrimenti la montagna non si salverà mai». Propone alcune misure per tutelare la biodiversità: dalla rottura dell’omogeneità delle piste da sci alla progettazione di bacini per l’innevamento come veri laghi alpini.

NOTIZIEDALSOCCORSOALPINO

CorrieredelVeneto|3ottobre2025

p. 5, edizione Belluno

AumentanoimortiinmontagnaBoomdiinterventiperglistranieri

BELLUNO

Un’estate all’insegna dei soccorsi, con una particolare attenzione agli stranieri e ai minori coinvolti nelle operazioni di salvataggio, questi ultimi quasi raddoppiati dal 2024. E ancora: condizioni fisiche non adeguate, cadute accidentali, perdita di orientamento. Sono le cause principali degli interventi del Soccorso Alpino di Belluno nell’estate 2025. Molto alto il numero degli interventi conclusi, pur con un lieve calo rispetto al 2024. Le persone soccorse sono state 625, a fronte delle 632 dell’anno precedente e delle 570 del 2023. Un dato che, pur in leggera flessione, si colloca nel solco di una crescita costante osservata negli ultimi anni. Da sottolineare che quasi la metà dei soccorsi ha riguardato cittadini stranieri, percentuale in forte aumento rispetto al 30% del 2024. I decessi registrati sono stati 25, quattro in più rispetto ai 21 dell’anno precedente. A presentare i dati il delegato Michele Titton e i vice Dimitri De Gol e Giorgio Farenzena, insieme ai rappresentanti di enti e forze dell’ordine con cui il Soccorso Alpino collabora quotidianamente. Le cause principali degli incidenti si confermano riconducibili a condizioni fisiche non adeguate (25%), cadute accidentali (23,2%) e perdita di orientamento (15,5%). Quanto alle attività, l’escursionismo è nettamente in testa con oltre la metà degli interventi (51,5%), seguito da alpinismo (10,5%), mountain bike ed e-bike (3,5%) e parapendio (2,2%). Dal punto di vista delle nazionalità, il 54% delle persone soccorse è italiano, mentre il restante 46% appartiene a ben 41 Paesi. In testa ci sono Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti, seguiti da Repubblica Ceca, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Polonia e Austria, senza dimenticare arrivi da Paesi lontani come Messico, Cina e Singapore. Questo trend conferma come le Dolomiti Bellunesi siano ormai una meta internazionale, per affrontare la quale serve adeguata preparazione. Un aspetto critico emerso riguarda lo scarso ricorso alle assicurazioni: oltre l’80% delle persone soccorse non disponeva di copertura per le spese di recupero, a testimonianza di una sottovalutazione del rischio e della percezione della montagna come semplice luogo ricreativo. Il 2025 ha visto inoltre 25 eventi di ricerca con 34 persone recuperate, in aumento rispetto all’anno precedente. In molti casi le operazioni si sono concluse in giornata, ma non sono mancati scenari complessi che hanno richiesto un forte dispiegamento di volontari e mezzi aerei. In totale, le 18 stazioni della Delegazione hanno mobilitato 1.574 volontari, per quasi 5.000 ore/uomo. Fondamentale, come sempre, il supporto degli elicotteri del Suem 118, protagonisti di 716 missioni, oltre ai contributi di Protezione civile e altri enti. Dal punto di vista anagrafico, si nota un aumento significativo dei minorenni coinvolti: 74 nel 2025 contro i 38 del

2024. La fascia più rappresentata resta comunque quella dei 20-30enni (111 casi), seguita dai 30-40enni (91) e dai cinquantenni (84). L’incremento dei giovanissimi solleva interrogativi sull’approccio dei più giovani alla montagna, spesso vissuta come palestra all’aperto senza la necessaria preparazione tecnica e fisica. Pur con presenze turistiche in crescita, soprattutto straniere, il numero totale degli interventi non ha registrato un’impennata. Ciò dimostra l’efficacia delle strategie di prevenzione già attivate, ma allo stesso tempo impone nuove azioni per raggiungere i visitatori internazionali nei luoghi di soggiorno – hotel, campeggi, rifugi – e fornire informazioni chiare sui rischi e sulle regole di sicurezza. In sintesi, sulle Dolomiti Bellunesi sono stati oltre 500 interventi portati a termine, centinaia di persone aiutate, con una presenza capillare sul territorio garantita dall’opera dei volontari. Un lavoro che evidenzia non solo la crescente attrattività della montagna bellunese, ma anche la necessità di educare turisti e appassionati a un approccio più consapevole.

CorrieredelleAlpi|

3ottobre2025

p. 20

Estatedaincubo:5interventialgiorno

CRISTINA CONTENTO

Belluno

Chi si fa male allenandosi nei trail, chi perde la traccia scendendo dalle Tre Cime, chi parte in camminata verso sera e non pensa al ritorno col buio, chi resta appeso in parete di notte: non solo elicotteri ma anche droni e termocamere nelle mani dei soccorritori per i salvataggi in montagna, questa estate. Al ritmo di cinque interventi al giorno in questi quattro mesi estivi, specie di notte. Sono 625 in tutto i soccorsi in montagna da giugno a settembre, del Cnsas: 150 al mese in media. Sempre troppi anche i decessi: 25 in quattro mesi, sei al mese, più di una persona morta al giorno causa incidente in montagna. È questa la fotografia che cristallizza l'estate 2025 del Soccorso alpino in provincia, con una notizia positiva, l'aumento degli escursionisti assicurati: è vero che nell'estate appena finita l'80,2% delle persone soccorse non era assicurata ma c'è da dire che nel 2024 a non essere coperto era qualcosa come il 96,4% di soccorsi, cioè la quasi totalità. Il dato odierno, per il Cnsas, comunque «testimonia, ancora una volta, come non venga percepita la necessità, ma soprattutto l'utilità, di una polizza che copra le spese in caso di incidente» ma il numero intanto si è recuperato il gap di oltre il 15%. I vertici della II Delegazione Dolomiti Bellunesi del Cnsas hanno presentato ieri i dati delle missioni, con il delegato Michele Titton e i vice Dimitri De Gol e Giorgio Farenzena, alla presenza dei rappresentanti di enti e forze dell'ordine (il comandante della Finanza, Atzori, la dirigente delle Volanti, Pierini, il vice comandante dei vigili del fuoco, Calore, il vertice Usl, Dal Ben, la prefettura). Le principali cause di infortunio in montagna questa estate sono state la condizione fisica/psico fisica per il 25%; le cadute per il 23,2%;, il 15,5% la perdita di orientamento. L'escursionismo la fa da padrona con il 51,5% di persone soccorse a fronte di un 10,5% di alpinisti, del 3,5% di ciclisti in Mtb o e-bike; e il 2,2% di parapendio. "Illesi" al 10%. Gli italiani rappresentano circa il 54% delle missioni totali,il rimanente 46% è diviso in 41 nazionalità (il 30% nel 2024): i turisti (per numero di soccorsi decrescente), provengono da Germania, Gran Bretagna, Usa, Repubblica Ceca, Francia , Belgio, Paesi Bassi Olanda, Polonia, Austria, Spagna, Svizzera, Messico, Cina, Croazia, Moldavia, Corea del Sud, Romania, Singapore e altri. In crescita le ricerche persone: 25 missioni con 34 soccorse contro le 32 ricerche del 2024 e le 33 soccorse. «Gli stranieri sono in costante aumento,

in fascia di età tra tra 20 e 30 anni, attratti dai social. Sanno dove dormire, dove andare ma non sanno "come" farlo: diventa fondamentale allora studiare nuove strategie di prevenzione mirate alla loro informazione (raggiungerli nei luoghi ospitanti, campeggi, hotel, B&B, case vacanza), specie in caso di necessità contingente (vedi crollo Marcora e chiusura ferrata Berti), spiega il capo delegazione Titton. Che aggiunge: «I soccorsi a terra hanno avuto un'incidenza importante per la loro complessità, siamo usciti spesso di notte, col brutto tempo, ma abbiamo portato a casa ogni richiesta pervenuta». E segnala, Titton: «Seppure il numero di soccorsi sia lo stesso a fronte dell'aumento di stranieri e della frequenza dei fruitori dei monti, vediamo che sono in crescita gli assicurati: vuol dire che si inizia a capire l'utilità di un servizio che funziona per tutti, e che la direzione presa con altri enti di formazione e prevenzione delle persone va in quella giusta».

p. 20

Elicotteri,droni,termocamere«Squadreaterrainsostituibili»

Belluno Sono stati 1574 (giornate/uomo) i volontari del Cnsas impiegati da parte delle 18 stazioni della Delegazione Dolomiti Bellunesi, per un totale di 4.971 ore/uomo. La collaborazione con il Suem ha visto l'impiego degli elicotteri 716 volte, di questi 265 in modalità Sar (ricerca e salvataggio): questo vuol dire che, se il totale delle missioni che han coinvolto il Cnsas sono state 625, le squadre a terra hanno portato a termine in modo autonomo 360 interventi. Non poco. Il supporto fornito dagli elicotteri del Suem 118 di Pieve, Treviso e Belluno (talvolta con quelli di protezione civile, finanza, pompieri ed esercito, per 10 interventi) è ormai un valore irrinunciabile per l'efficacia delle missioni. «Il sistema funziona» ha sottolineato il commissario Usl Dal Ben e l'auspicio è che la sinergia migliori: si fa un gran lavoro di rete». Lo testimonia il fatto che l'impiego dell'eli non può prescindere dalla presenza delle squadre a terra, «sia per risolvere interventi dove il mezzo non può intervenire (cioè il 57% del totale), sia perché le squadre a terra» sono «l'insostituibile riferimento per ogni problema legato all'individuazione di luogo, ostacoli alla navigazione aerea, recupero dei compagni di escursione». «La collaborazione con il servizio sanitario e i due Falco è stata particolarmente proficua, abbiamo lavorato molto benedice Titton - e raggiunto risultati positivi per efficacia e qualità dei soccorsi che stiamo dando». Negli ultimi due mesi, almeno una missione a settimana è stata portata a termine di notte dal Cnsas: soccorsi iniziati alla sera, alcuni anche per allarmi lanciati intorno alle 22.30, e terminati all'alba del giorno dopo, all'indomani di estenuanti tenute delle squadre in missione anche con il maltempo. Cnsas che si è trovato davanti alle più disparate tipologie di età dei feriti: quasi il 12% minori che fa il paio con l'oltre 9% di anziani tra i 70 e gli 80 anni e il 2.72% degli oltre 80enni: 74 interventi per i primi altrettanti per i nonni. Si aggiunge quasi l'11% tra i 60 e i 70 anni, il 13.44% 50/60 anni e il 14,56% di 30-40 anni. Chiude la fascia di età 20-30: 111 soccorsi (17.76%). Spesso però (al di là di chi porta l'infradito), ci si muove attrezzati, vestiti tecnici ma manca ancora la piena «consapevolezza di quel che fanno sui monti» spiega Dimitri De Gol. «Hanno la corda nello zaino ma non il gancio per attaccarla», fa un esempio Giorgio Farenzena.

IlGazzettino|3ottobre2025

CorrieredelleAlpi|3ottobre2025

p. 27, edizione Belluno

CrescelaricercadidispersiStabiliidatidegliinterventi

DANIELA DE DONÀ

IL BILANCIO BELLUNO

Quattro mesi di impegno non da poco, di uscite rischiose, per le 18 stazioni della Delegazione Dolomiti Bellunesi. Con "missioni" troppo spesso in notturna o in situazioni ostili. Eppure, nel tirare la linea sull'estate, il Soccorso alpino e speleologico sottolinea gli elementi positivi. Non solo, quindi, ricordando i 25 morti recuperati e le 625 persone soccorse (nel 2024 erano 632, 570 nel 2023) in 514 interventi. Questa la buona nuova: «Mentre si è registrato un aumento del 15% di frequentatori della montagna, italiani e stranieri, le nostre uscite rimangono in linea con lo scorso anno», ha sintetizzato Michele Titton, delegato per la 2^ Zona Dolomiti Bellunesi. «Un buon segnale, vuol dire che andiamo nella direzione giusta». Come è un numero incoraggiante quello che riguarda gli assicurati. Nel 2024 le persone prive di assicurazione erano il 96%, nel 2025 sono scese all'80%. Estremamente basso come dato ma, un passetto alla volta, almeno qualcosa si sta muovendo. Anche se, a detta del Cnsas - ieri nel punto stampa, attraverso le voci di Titton e dei suoi due vice delegati, Giorgio Farenzena e Dimitri De Gol - diventa fondamentale, con dedica speciale agli stranieri che frequentano le nostre montagne, «studiare nuove strategie di prevenzione mirate all'informazione, coinvolgendo i luoghi ospitanti, campeggi, b&b, hotel, case vacanza, soprattutto in caso di necessità contingente, come accaduto per il crollo della Marcora e la chiusura della ferrata Berti». I DISPERSI A proposito di prevenzione e recuperi. Focus sugli scout in difficoltà. Pare stia dando i suoi frutti l'opera di divulgazione che gli operatori del Soccorso alpino hanno messo in carnet, attraverso incontri de visu e on line: qualche intervento in aiuto di scout c'è stato «ma non per grupponi appesi ad un cavo», come accadde in passato. Un ambito di soccorso, invece, mostra il segno più. In aumento sono state le uscite per andare alla ricerca di persone quando chiamano parenti che non ne hanno notizie e, allora, si muovono le squadre a terra («quelle che, alla fine dei conti, gestiscono il grosso delle nostre uscite totali»): 25 risultano gli eventi di ricerca, con 34 persone soccorse, in crescita rispetto all'estate precedente con 32 ricerche e 33 persone soccorse. Se ne sono accorti un po' tutti, dai rifugisti ai ristoratori: gli stranieri sono aumentati. Così come i "recuperati": 46% suddiviso tra 41 nazionalità (in maggioranza provenienti da Germania, Gran Bretagna, Usa, Repubblica Ceca, Francia) contro il 54% degli italiani. La fascia d'età prevalente degli appassionati di montagna, nella declinazione di varie attività? Nessun dubbio: giovani e giovanissimi, tanti dai 20 ai 30 anni. Gli illesi si aggirano intorno al 10%: «Illeso non significa che non è necessario alcun trattamento sanitario immediato è la precisazione - solo che la persona può essere recuperata e trasportata senza intervento medico». INFORTUNI E DINTORNI Le cause principali degli infortuni, infine, hanno riguardato la condizione fisica e psicofisica (leggi: stanchezza o paura) 25%, le cadute 23,2%, la perdita dell'orientamento 15,5%. Queste le attività che stavano praticando le persone soccorse: escursionismo (51,5%), alpinismo (10.5%), mountain bike e e-bike (3,5%), parapendio (2,2%). Tra gli escursionisti che hanno avuto bisogno, in realtà, non erano molti quelli con le infradito ai piedi. C'è, infatti, chi esce con il vestiario adatto, ma non guarda le previsioni meteo, non calcola la propria tenuta alla fatica. «Non pensa che i soccorritori hanno famiglia a casa, e che, per portare aiuto, si mettono in situazioni di rischio», ha concluso Michele Titton. «Per fortuna, almeno dalla maggioranza delle persone soccorse riceviamo il grazie. Ringraziando il cielo, sono veramente pochi i maleducati». Daniela De Donà © RIPRODUZIONE RISERVATA.

IlGazzettino|3ottobre2025

p. 27, edizione Belluno

Eorasiguardaall’addestramento«Essenzialefaresquadraecollaborare»

D.D.D.

IL LAVORO BELLUNO

Le missioni del Soccorso alpino bellunese si intersecano con quelle dell'elisoccorso e del Suem 118 (centrali operative di Pieve di Cadore, Belluno, Treviso). Su Falco 1 e Falco 2 quando è richiesto il soccorso in parete, comunque per un intervento in ambiente ostile e impervio - salgono i volontari Cnsas. Un dato, tra tanti, va sottolineato: l'impiego dell'elicottero non può prescindere dalle squadre a terra che hanno portato a termine il 57% degli interventi. «Il nostro è un territorio complesso, serve il lavoro di squadra anche per le urgenze ed emergenze, in tutte le modalità operative ha affermato il direttore generale dell'Ulss 1 Dolomiti, Giuseppe Dal Ben -. Qui il sistema funziona bene, bisogna continuare su questa strada anche nell'ottica dell'evento olimpico». Ieri, a dare il via alla relazione sugli interventi estivi, è stato Giuseppe Zandegiacomo Sampogna, presidente del Soccorso alpino e speleologico del Veneto: «Non si pensi che, passata la stagione estiva, stiamo tranquilli ha esordito, dopo il benvenuto portato anche ai rappresentanti delle Forze dell'ordine presenti : ora ci dedichiamo alla formazione e all'addestramento». Sono stati Michele Titton, delegato del Cnsas per le Dolomiti Bellunesi, e i due vice delegati, Dimitri De Gol e Giorgio Farenzena, a ribadire l'importanza della collaborazione tra enti e istituzioni, in nome del risultato. Stessa idea dei presenti: fare squadra è il filo conduttore. Anche nel supporto all'attività del Cnsas che annovera, tra i suoi operatori volontari, vigili del fuoco, carabinieri, finanzieri e poliziotti. Roberto Atzori, comandante provinciale della Guardia di Finanza ha sottolineato «il ruolo, che è nella tradizione del nostro Corpo, di dedicarsi alla tutela della persona». Si definisce «amante della montagna» Sofia Pierini, capo della Squadra Mobile di Belluno: «Ho constatato quanto alto sia il rischio per chi parte tardi per un'escursione. Plauso ai soccorritori». Silvia Amato, funzionaria a Palazzo dei Rettori, ha rappresentato la Prefettura: «Ci chiamano quando ci sono persone scomparse o disperse e il coordinamento funziona bene - le sue parole la montagna è frequentata da molte persone che non la conoscono ed è per questo che il lavoro del Soccorso alpino è fondamentale». Sulla rilevanza «di condividere le informazioni e le attività nella ricerca di persone scomparse» ha battuto pure il rappresentante dei vigili del Fuoco, Fabio Calore, portando i suoi complimenti ai volontari che operano in provincia di Belluno. D.D.D. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

IlGazzettino|15ottobre2025

p. 35, edizione Belluno

Quandoilsoccorsoinquotasposal’intelligenzaartificiale

YVONNE TOSCANI

SAPPADA

L'alta montagna diventa il cuore pulsante del dibattito sulla sanità con il convegno "Emergenza e urgenza sanitaria in montagna", promosso dall'associazione Svep (Servizio volontario emergenze Plodn), in programma domani nella sala convegni di Cima Sappada. L'OBIETTIVO

«L'iniziativa sottolinea il presidente di Svep, Marco Rossa vuole mettere a confronto diversi modelli territoriali, con l'obiettivo di condividere attività e buone pratiche, in un'ottica di miglioramento di un servizio, quello dell'emergenza e urgenza, che in montagna, territorio fragile, è particolarmente complesso. Mettere a fattor comune le esperienze è vitale per guardare al futuro dei servizi sanitaria in montagna con fiducia». I lavori apriranno alle 8.45 e si concluderanno alle 17. L'intera giornata sarà scandita da interventi, tavole rotonde e analisi, con la partecipazione di relatori provenienti da diversi ambiti del settore sanitario e accademico. L'ASSESSORE Aprirà i lavori Riccardo Riccardi, assessore alla salute del Friuli Venezia Giulia, a sottolineare l'importanza che la Regione attribuisce al tema. Al suo fianco porteranno il saluto istituzionale anche il sindaco di Sappada, Alessandro De Zordo, e il primo cittadino di Santo Stefano, Alfredo Comis, testimoni diretti delle difficoltà e delle necessità dei territori montani. Tra i punti centrali del convegno, il ruolo crescente delle nuove tecnologie, in particolare dell'intelligenza artificiale, che potrebbe rivelarsi una risorsa fondamentale per ottimizzare i tempi di intervento, migliorare la gestione delle risorse e aumentare l'efficacia delle azioni di soccorso. IL SUPPORTO «Avremo una serie di relatori che ci supporteranno nel cercare soluzioni utili per gli anni a venire aggiunge Marco Rossa . Soluzioni che non potranno prescindere dalle più avanzate tecnologie: in questo senso si spiega anche lo spazio di analisi che dedicheremo all'ambito dell'intelligenza artificiale». Nel corso delle quattro sessioni tematiche, si alterneranno al tavolo dei relatori docenti universitari, medici, responsabili sanitari, direttori delle strutture del Friuli Venezia Giulia e dell'Ulss 1 Dolomiti, nonché rappresentanti di associazioni di rilievo nazionale. Ognuno porterà un punto di vista specifico e complementare, arricchendo il dibattito con competenze ed esperienze maturate sul campo. Yvonne Toscani © RIPRODUZIONE RISERVATA.

CorrieredelleAlpi|22ottobre2025

p. 27

LacasadelsoccorsoPiùinformazioneperaffrontareipericolid'altaquota

Francesco Dal Mas/belluno

Troppi incidenti in montagna. Troppi per scarsa consapevolezza. «Addirittura», rileva Giuseppe Zandegiacomo, presidente regionale del Cnsass, «c'è chi crede di essere in un posto, mentre si trova in un altro. E non capita solo agli stranieri». Dunque? «Via alla controinformazione», si sono detti ieri Francesco Abbruscato, presidente regionale del Cai, Roberto Bressan, presidente regionale delle Guide Alpine, e Zandegiacomo. Si sono incontrati a Palazzo Piloni, quindi in Provincia, costituendo di fatto la "Casa Comune del Soccorso". O, più precisamente, della prevenzione. Con un "esercito" di oltre 70 mila uomini (e donne); tanti, infatti, sono i loro iscritti messi insieme. A cominciare, si badi, dalla prossima stagione dello sci, in particolare dello scialpinismo e del fuoripista. Ma da dove partire? «Dalla corretta interpretazione dei bollettini della neve e del rischio valanghe», risponde Abbruscato. «Ci sono tanti, anzi troppi appassionati del fuoripista che nemmeno verificano lo stato della neve, non solo del giorno dell'uscita, ma neppure di quelli precedenti. C'è magari una pausa di maltempo e si approfitta di quella finestra. Nulla di più sbagliato, perché la finestra potrebbe durare solo poche decine di minuti». Altro errore imperdonabile, uscire a tarda ora e magari rientrare solo il pomeriggio, quando si sa che la giornata è più corta e al calar del sole immediatamente si abbassa la temperatura. «E poi», aggiunge Bressan, «bisogna informarsi puntualmente sulla neve a terra, sull'itinerario che si

vuol fare. Il gravissimo incidente dell'anno scorso sul Giau è capitato per 5 metri di differenza nella scelta del percorso». Bressan, a capo delle guide alpine del veneto, sta portando avanti un suo progetto: l'adozione di un brevetto, come ce l'hanno i sommozzatori, o di un patentino, per accedere ai siti più a rischio. «Intanto però», aggiunge Abbruscato, «è bene sapere che non si va sulla neve fresca appena caduta su uno strato nevoso presente da tempo». Ieri il Cai, le Guide ed il Soccorso Alpino ne hanno parlato anche col presidente della Provincia, Roberto Padrin, anche nella sua veste di presidente della Fondazione Dolomiti Unesco. «Riportiamo queste esigenze», ha detto, «all'interno del progetto Montagna Consapevole». Progetto che porta la firma della Fondazione Dmo Dolomiti Bellunesi, con il supporto della Provincia di Belluno, di Agrav, dell'Ulss 1 Dolomiti, del Cai Veneto, della Fondazione Dolomiti Unesco, delle Guide Alpine del Veneto e del Soccorso Alpino e Speleologico Veneto Delegazione Dolomiti Bellunesi. Il progetto ha già preso forma all'interno del portale ufficiale di promozione turistica visitdolomitibellunesi.com, dove è possibile scorrere gli 11 consigli base, validi tutto l'anno, selezionando poi le aree tematiche, che approfondiscono i principali aspetti della frequentazione consapevole: dalla lettura dei bollettini meteo e valanghe alla scelta dell'attrezzatura corretta, dalla conoscenza dei propri limiti, all'importanza di rivolgersi a professionisti certificati, come guide alpine e accompagnatori di media montagna. Tutti i contenuti, chiari e accessibili, sono disponibili in tre lingue, per raggiungere il pubblico sia nazionale sia internazionale. «Si tratta di perfezionare ulteriormente questi consigli raccomandando, ad esempio», afferma Abbruscato, «di non frequentare i siti dalle presenze massive o determinate aree particolarmente a rischio valanghe, almeno in specifiche condizioni». Il problema riguarda in particolare gli stranieri che arrivano sulle Dolomiti non solo privi di preparazione, ma anche di conoscenza specifica, ma che si fiondano sulle ferrate, se non addirittura in parete o nei fuoripista celebrati dai social. «Noi del Soccorso alpino accorriamo a qualsiasi chiamata», afferma Zandegiacomo, «ma è vero, quest'anno è stato davvero stressante. E lo ammetto quasi a fine ottobre, ma con la stagione dei soccorsi che è ancora in essere, perché sono i cacciatori ed i cercatori di funghi ad aver sostituito gli escursionisti. E fra nemmeno un mese arriveranno gli sciatori e in particolare gli scialpinisti. Non abbiamo proprio nessun momento di respiro».

NOTIZIEDALLEAREEPROTETTE

CorrieredelleAlpi|4ottobre2025

p. 28

Inauguratol'infopointdelParco«Puntostrategicoperilturismo»

Enrico De Col / LONGARONE

Con la cerimonia di taglio del nastro celebrata ieri mattina il Parco nazionale delle Dolomiti Bellunesi ha attivato il suo nuovo infopoint all'ex distretto sanitario di Pirago. La struttura informativa, che guarda anche all'imminente appuntamento con le Olimpiadi di Milano Cortina, sarà operativa già da oggi e a breve ospiterà anche la caserma con gli alloggi per il nucleo carabinieri del Parco. Si è completata così, con l'inaugurazione del nuovo servizio informativo per i visitatori del Parco in un'area strategica per i flussi turistici, l'operazione frutto della sinergia tra ente Parco, Comune di Longarone, tecnici dell'Unione montana longaronese e Pro loco di

Longarone, quest'ultima in campo per la gestione della struttura. «Finalmente operativo questo edificio», ha spiegato il commissario straordinario del Parco, Ennio Vigne, con la direttrice Sonia Anelli, «grazie ad un investimento di 1,3 milioni di euro per la maggior parte coperto con bando del ministero dell'Ambiente. Questa operazione è duplice: da un lato c'è uno spazio promozionale turistico e anche per la comunità alle porte della confluenza strategica verso Zoldano, Cadore e anche il Friuli. Grazie agli uffici tecnici che ci hanno supportato e alla Pro loco che ha accettato la sfida della gestione. Noi ci crediamo visto che c'è una convenzione per cui investiamo 30 mila euro annui e questa sala potrà essere al servizio del Gal 1, Regione Veneto, la Fondazione Dolomiti Unesco e non solo. C'è poi la questione sicurezza: dal primo dicembre la stazione carabinieri del Parco si trasferirà qui da Termine di Cadore. Ci saranno anche quattro alloggi per le forze dell'ordine». D'altra parte, aveva già ricordato Vigne nei giorni scorsi, «il nuovo punto informativo ha un'importanza strategica, perché si trova sia lungo una delle principali vie d'accesso al Parco nazionale, sia sulla principale direttrice di accesso verso Cortina e quindi, in vista delle prossime Olimpiadi invernali, potrà svolgere un ruolo fondamentale per far conoscere il Parco alle migliaia di persone che arriveranno da tutto il mondo per assistere ai giochi olimpici». «Grazie prima di tutto allo sforzo e visione del presidente Vigne», ha aggiunto il sindaco di Longarone Roberto Padrin, «non è facile decidere di acquistare e rilanciare un immobile pubblico che per Longarone era storico. Ci vuole coraggio e senso di responsabilità e quindi noi abbiamo dato sempre il massimo supporto. Con la prossima presenza del carabinieri del Parco ci crea poi un vero proprio polo della sicurezza con la stazione carabinieri e vigili del fuoco volontari». «Abbiamo accolto questa sfida», hanno spiegato Roberto Sant e Sonia Bortoluzzi della Pro loco Longarone, «questo non sarà un doppione del nostro ufficio turistico al centro culturale ma anche uno spazio per la comunità dove organizzare laboratori a tema ambiente, incontri e anche corsi come quello che faremo sui funghi». «Per adesso», hanno sottolineato i rappresentanti della Pro loco, «aprirà ogni sabato e domenica dalle 8.30 alle 12.30 e poi rimoduleremo gli orari in base alla stagione e alle necessità». Presenti all'inaugurazione dell'infopoint anche il sindaco di Soverzene e presidente dell'Unione montana longaronese Gianni Burigo, il sindaco di Val di Zoldo Camillo De Pellegrin, il sindaco di Erto e presidente del Parco Dolomiti friulane Antonio Carraro, assieme al funzionario della Regione Mauro De Osti: da tutti soddisfazione e voglia di creare reti e collaborazione anche tra vallate diverse.

CorrieredelleAlpi|22ottobre2025

p. 27

A"Custodidibellezza"unappuntamentosulParcodelleDolomiti

Agordo

Custodi di Bellezza: ad Agordo l'ultimo appuntamento con i parchi delle Dolomiti Bellunesi e di Paneveggio – Pale di San Martino. Ultimo appuntamento con la rassegna di documentari "Custodi di bellezza – I parchi delle Dolomiti Patrimonio Mondiale", le cui due prime serate, che si sono svolte a Calalzo di Cadore e Cesiomaggiore, hanno registrato un buon successo di pubblico, a dimostrazione del forte interesse verso la riscoperta e la valorizzazione dei parchi e delle aree protette del territorio dolomitico. Il prossimo appuntamento dell'iniziativa, promossa dalla Provincia di Belluno e dalla Fondazione Dolomiti Unesco, è in programma venerdì 24 ottobre, alle ore 20.45, nella Sala "Don F. Tamis" dell'Unione Montana Agordina ad Agordo. La serata, che si inserisce nella rassegna "Sere d'autunno" organizzata dal Cai di Agordo, sarà

dedicata alla proiezione dei documentari, realizzati da Ivo Pecile e Marco Virgilio (Ianus Image Project) per la Fondazione Dolomiti Unesco, sul Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi e sul Parco Naturale Paneveggio – Pale di San Martino. Saranno presenti per un commento la direttrice del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, Sonia Anelli, e il direttore del Parco Naturale Paneveggio –Pale di San Martino, Cristiano Trotter. L'iniziativa è realizzata in collaborazione con il Cai di Agordo e i parchi nazionali, regionali e naturali coinvolti nelle serate. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

AltoAdige|23ottobre2025

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DOLOMITI

L’assessore provinciale Peter Brunner e altri rappresentanti dell’amministrazione provinciale hanno incontrato Bolzano membri delle associazioni ambientaliste e alpinistiche per uno scambio di opinioni sul futuro dell’area attorno al Gruppo del Sassolungo. "Al centro dell’attenzione c’era la proposta di includere il Gruppo del Sassolungo con i Piani di Cunfin e la Città dei Sassi nel Parco naturale Sciliar-Catinaccio, nonché il previsto ampliamento del monumento naturale Città dei Sassi", informano le associazioni in una nota. Al tavolo erano presenti rappresentanti di Nosc Cunfin, Alpenverein, Heimatpflegeverband Südtirol Hpv , Federazione protezionisti sudtirolesi Dnu, Mountain Wilderness, Cai Alto Adige e Cai Bolzano. Negli interventi delle associazioni ambientaliste e alpinistiche, riferisce l’Ansa, è stata sottolineata l’importanza paesaggistica ed ambientale del gruppo del Sassolungo. Gianluca Vignoli ha sottolineato che l’area è "un’oasi di pace e biodiversità", localizzata al centro di aree intensamente sfruttate dal turismo invernale ed estivo. I rappresentanti delle associazioni ambientaliste e alpinistiche hanno ricordato congiuntamente la responsabilità politica e sociale di preservare per le future generazioni questa zona unica: "Un parco naturale sarebbe un segnale forte di lungimiranza e coraggio nella politica provinciale". In conclusione, Brunner ha sottolineato che la collaborazione con le associazioni proseguirà e che sono previsti incontri periodici di scambio. Nosc Cunfin e le associazioni ambientaliste hanno assicurato la loro disponibilità ad accompagnare l’elaborazione del piano territoriale

NOTIZIEDAIRIFUGI

CorrieredelleAlpi|4ottobre2025

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Rifugi,un'estatedatuttoesaurito«Sivaversole200milapresenze»

Francesco Dal Mas / BELLUNO È tempo di bilanci per i rifugi alpini. E sono tutti postivi. «Quest'anno al Galassi, gestito dal Cai di Mestre, abbiamo avuto un incremento della presenza degli ospiti almeno del 30% rispetto all'anno scorso e a quelli precedenti»,ammette Marco Tramontini, 26 anni appena e già

PiùtuteleperilGruppodelSassolungo

presidente del Cai di Mestre, il club che, grazie ai volontari gestisce il rifugio ai piedi dell'Antelao. «Non è un'eccezione», puntualizza subito Francesco Abbruscato, presidente regionale del Club alpino italiano. «Tante nostre attività hanno raggiunto questo risultato, grazie in particolare agli stranieri che hanno garantito le presenze anche nel mese di luglio». Sono una settantina i rifugi della montagna bellunese, con possibilità di pernotto. I due terzi sono del Cai. Mario Fiorentini, che per lunghi anni è stato al vertice di Agrav, l'associazione che raggruppa i gestori, e conduce il Città di Fiume, calcola che le presenze possano essere state non meno di 150 mila, ma più vicine alle 180 mila. Nel corso di una stagione che si sviluppa in 90 giorni, seppur con qualche anticipo e qualche posticipo. «I calcoli li potremo fare solo più avanti, quando tutti i rifugi avranno concluso l'attività, perché ce ne sono ancora di aperti», mette le mani avanti. «Ipotizzo queste cifre senza tener conto degli incrementi di quest'estate, perché vanno fatte delle puntualizzazioni». Ed ecco che interviene Omar canzan, attuale presidente di Agrav e gestore del Rifugio Aquileia, in Val Fiorentina. «Ci fanno piacere incrementi notevoli come quelli del Galassi, perchè si tratta di rifugi esterni agli itinerari che rischiano l'overtourism. Io, per esempio, ho avuto un incremento del 15%, ma ho esaurito così tutta la mia disponibilità». Canzan spiega, infatti, che i rifugi lungo le Alte Vie nr. 1 e nr. 2 – la prima parte da Braies e approda a Belluno, la seconda a Bressanone e arriva a Feltre – già da qualche anno vanno in esaurimento di posti letto, tante che gli stessi stranieri prenotano con un anno, anche due di anticipo. «Noi, come Città di Fiume, ai piedi del Pelmo, dobbiamo addirittura rinunciare a un 10-15% di prenotazioni proprio perchè raggiungiamo la copertura della disponibilità prima ancora che inizi la stagione, quindi», riflette Fiorentini, «in questi rifugi delle Alte Vie gli incrementi sono stati contenuti». Non è escluso, a seguito di questi ragionamenti, che a fine stagione si possa perfino toccare quota 200 mila presenze. «Sì, perché», incrocia le dita Abbruscato, «sono stati in forte aumento gli escursionisti stranieri. Arrivano anche con il tempo incerto. Molti di loro vengono sulle Dolomiti per percorrere le Alte Vie, ne sono affascinati. Come dargli torto, puoi camminare per giorni e giorni scavalcando le montagne più belle del mondo. E ovviamente l'accoglienza nei rifugi è di primordine. Poche, fortunatamente, le lamentele. Anche se nella stragrande maggioranza dei casi arrivano da chi non sa distinguere un rifugio da un albergo, e non si rende conto di cosa significa gestire una struttura di accoglienza lontano dai centri abitati, senza un collegamento alla linea elettrica, o all'acquedotto o alle fognature comunali». Dopo tante note positive, una negativa: «I tanti soccorsi. Molti i gestori che sono stati, loro malgrado, testimoni di una estate impegnativa per il Soccorso Alpino. Purtroppo, con l'aumento esponenziale delle presenze sono aumentati anche gli escursionisti impreparati. Molti camminano senza l'adeguato abbigliamento o attrezzature. E senza la necessaria preparazione». Ma l'incremento di arrivi e presenze nei rifugi impropriamente detti "marginali" ha un significato rassicurante per il futuro. «Se prima la presenza era costante solo nei fine settimana, ora lo è anche nei giorni infrasettimanali», ammette Tramontini. «Questo significa che chi va in montagna fa scelte consapevoli. Evita, per esempio, i percorsi da overtourism. Anche qui al galassi ci sono i primi sintomi, ma siamo ancora lontani dalle situazioni di altri posti, vuoi perché il rifugio è fuori dai giri turistici classici, vuoi perché non è spopolato sui social». E come il Galassi, almeno la metà dei rifugi della montagna bellunese.

L’Adige|30ottobre2025

p. 13

Rifugi:serveunalboperchiligestisce

La necessità di delineare con maggiore chiarezza quella che si potrebbe definire “l’identità” del rifugista. Così come quella di costituire un tavolo di confronto a tre, con rifugisti, Sat e Provincia Autonoma di Trento per costruire un confronto concreto e pratico sul modo in cui risolvere i problemi della categoria. Sullo sfondo, altri temi come il ricambio generazionale e i risultati dell’ultima stagione estiva che, sebbene ancora tra alti e bassi, hanno lasciato comunque soddisfatti gli operatori del settore. L’assemblea dell’associazione rifugisti tenutasi ieri alla distilleria Bertagnolli di Mezzocorona è stata sicuramente l’occasione per fare il punto sullo stato dell’arte del settore. E per affrontare temi ai quali l’assessore provinciale Roberto Failoni non si è sottratto. Un tavolo con rifugisti, Sat e Provincia. «In questi 7 anni abbiamo completato il 100% delle vostre richieste grandi e piccole, perché sappiamo che i rifugi alpini sono fondamentali, ma siamo anche consapevoli dell’esistenza di alcuni problemi che ci sono stati segnalati, in particolare legati ai rifugi della Sat». Non ha voluto fare alcuna polemica l’assessore Failoni, ma il messaggio è arrivato forte e chiaro: «Serve sedersi attorno ad un tavolo e ragionare in tre, perché al momento la necessità dei rifugisti è quella di riuscire a interloquire in modo migliore con la Sat. È emersa la volontà precisa, da parte dell’associazione, di confrontarsi per capire quali criticità ci sono e come risolverle. Sono inoltre arrivate segnalazioni relative agli affitti e alle manutenzioni da mettere in atto». Il ruolo centrale del rifugista. Nel momento in cui si è aperto il dibattito con l’assessore, c’è chi ha alzato la mano per lanciare uno stimolo: perché non definire in modo chiaro le caratteristiche, le peculiarità e le competenze del rifugista, al fine di ristabilirne una vera e propria identità? «Su questo lavoreremo per capire in quale direzione muoverci - ha aggiunto La proposta di un albo o di un elenco di rifugisti? La prenderemo in esame, ma non so dire se possa essere la strada giusta. Di sicuro ciò che serve ora è una definizione chiara di quali devono essere le competenze e le caratteristiche di un rifugista. Serve certamente che conosca la montagna, ma deve essere molto di più: colui che sa dare consigli, sa indirizzare i visitatori, insomma una figura che sia un riferimento all’interno del contesto in cui si trova ad operare e che sappia rispondere alle esigenze di gestione del rifugio così come alle richieste di chi visita i nostri rifugi». E si tratterebbe di un passaggio fondamentale anche per tutelare una professione in cui pesa il ricambio generazionale: «Abbiamo visto dei giovani, ma la situazione resta complicata e ci sono rifugi che andranno in difficoltà - ha concluso l’assessore - Onestamente dico che sono preoccupato in vista dei prossimi anni». Stagione estiva altalenante, ma positiva. La relazione della presidente dei rifugisti trentini (un centinaio gli associati su 140 strutture), Roberta Silva, è stata poi l’occasione per fare un bilancio di questi ultimi mesi: «La stagione appena conclusa è stata, come spesso accade, segnata da un andamento altalenante - ha spiegato - Il meteo continua a essere l’elemento più imprevedibile: un fattore che influenza presenze, approvvigionamenti, gestione del personale e, a volte, anche lo stato d’animo con cui affrontiamo la quotidianità nei rifugi. Nonostante questo, possiamo dire che l’estate 2025 è stata positiva. Giugno ci ha regalato un ottimo avvio, favorito dalle festività germaniche e dal caldo precoce, luglio invece ha registrato un leggero calo: questa volta il freddo è stato il protagonista. Agosto e settembre si sono mantenuti nella norma. Nel complesso, i pernottamenti sono rimasti stabili, segno di una buona fedeltà dei visitatori, mentre abbiamo rilevato un piccolo calo nei pranzi. Interessante anche la presenza crescente di visitatori da nuove aree del mondo: Nord America, Canada e Asia».

CorrieredelTrentino|30ottobre2025

p. 7, segue dalla prima

Rifugitradocce,patatineegelati

La stagione estiva è giunta al termine e per i rifugisti del Trentino è tempo di bilanci. A Mezzocorona si è svolta l’assemblea annuale: «La stagione è stata complessivamente positiva ha spiegato la presidente Roberta Silva . (foto) Abbiamo notato un incremento del turismo “mordi e fuggi” e mediamente una minore capacità di spesa». Non sono mancate le richieste strane: «C’è chi chiede le patatine fritte, e altri se è possibile fare due docce al giorno». Ci sono quelli che chiedono i gelati Algida. O quelli che ordinano le patatine fritte. «La richiesta più assurda? Un signore insisteva per fare la doccia sia al mattino sia alla sera. Gli abbiamo letto le regole: massimo una volta al giorno, massimo 3-4 minuti a testa». Non aveva capito, l’improvvido forestiero, che a tremila metri l’acqua è un bene prezioso. «Se rimaniamo senza, il rifugio si ferma! C’è poco da fare…». Ora che la stagione è finita, che le giornate si fanno sempre più corte e le cime sempre più bianche il 95% delle strutture sono già chiuse si può provare a tracciare un bilancio della stagione. A capire com’è andata l’annata dei rifugi trentini, nell’anno di grazia 2025. «L’estate? Nel complesso è stata positiva» ha detto ieri pomeriggio Roberta Silva, del rifugio Roda di Vael, nel Catinaccio e, soprattutto, presidente dei Rifugisti trentini nell’annuale assemblea dell’associazione alla Distilleria Bertagnolli di Mezzocorona. Giugno è stato ottimo: hanno aiutato il caldo precoce e la tarda Pentecoste (fondamentale, per chi vuole intercettare i turisti tedeschi). Luglio è stato molto freddo, e ha fatto registrare un calo. Agosto e settembre, infine, si sono mantenuti nella norma. «I pernottamenti sono rimasti stabili, segno di una buona fedeltà dei visitatori». Mentre «abbiamo rilevato un leggero calo nei pranzi», con gente che ordinava un piatto solo anziché due, o un piatto da condividere anziché uno per uno, «segno di una minor capacità di spesa da parte dei turisti». Numeri a parte, l’estate ha dato una serie di segnali utili per capire la direzione che sta prendendo il turismo in alta quota: della serie, l’aneddotica è sociologia. I rifugi sulle vette trentine, anche se privati, sono considerati «beni di interesse pubblico in quanto presidio della montagna e garanzia del suo corretto utilizzo», così dice una legge provinciale. Solo in Trentino si contano una settantina di rifugi «escursionistici», dal Rifugio Bindesi, sopra Villazzano, 618 metri sopra il livello del mare, al Rifugio Maria, sul Sass Pordoi, a 2.946 metri; settantaquattro rifugi «alpini», con cucina e pernottamento, e si va da Malga Kraun, sul Monte di Mezzocorona, 1.218 metri, fino al Rifugio Mantova, sul Vioz, a 3.535 metri, nel gruppo dell’Ortles-Cevedale. Senza contare, ovviamente, la cinquantina di bivacchi senza custodi e personale fisso, che offrono riparo, qualche branda, un tavolo, a volte una stufa e delle coperte. La Art, l’Associazione rifugisti trentini, ha per soci quasi un centinaio di gestori, sia privati, sia vincitori dei bandi della Sat, del Club alpino italiano o dei vari proprietari. È il loro organismo di categoria, insomma. «Molti sognano di fare il nostro lavoro per scappare dalla vita della città: poi all’atto pratico non sanno bene cosa fare» dice la presidente Silva, 52 anni, da 4 ormai alla guida dell’associazione. «Però, certo: il ricambio generazionale non è un problema. E, inevitabilmente, quando si tratta di assegnare la gestione di un rifugio la commissione scarta quelli che prendono la faccenda troppo sotto gamba». Con il personale, già c’è qualche difficoltà in più. «Il nostro è un ambiente alla mano, quasi familiare. Ma serve comunque un po’ di esperienza e un po’ di spirito di adattamento». Fare la stagione ai XII Apostoli, tanto per dirne uno, non è come fare la stagione a Jesolo o a Milano Marittima. «La sera non puoi uscire. E bisogna adattarsi agli spazi ristretti. Ho sentito di colleghi che hanno cambiato dieci dipendenti nel corso dell’estate. Non sono pochi». La presidente Silva, nel suo intervento di ieri, ha usato lo slogan «antiche Mure, nuove generazioni», perché anche la

fruizione delle vette sta cambiando. Lei non crede troppo agli allarmi su overtourism e montagna-divertimentificio. «Certo, ci possono essere casi episodici e isolati, magari in certe località, magari attorno a Ferragosto. Ma almeno la metà dei sentieri in Trentino è poco frequentata». C’è il mutamento delle abitudini, «perché una volta si stava a dormire anche due o tre notti. Oggi prevale il mordi e fuggi». E ci sono i social, utili non solo a stupire le masse con belle immagini, ma pure ai singoli rifugisti per dare informazioni aggiornate e attenibili sulle loro zone. «Per sapere in tempo reale se un sentiero è chiuso, le condizioni del meteo o i tempi di percorrenza», conclude la presidente. Lo scopo: evitare gli incidenti, o le richieste assurde. «A proposito: io le patatine fritte ce le ho».

IlT|30ottobre2025

p. 8 NOTIZIEDAICOLLEGIDELLEGUIDEALPINE

CorrieredelleAlpi|6ottobre2025

p. 15

Salviamole113viealpinistiche

L'appellodeigruppi:«Servonomanutenzioni,manonvannostravolte»

Francesco Dal Mas / BELLUNO

Le "vie alpinistiche" delle Dolomiti (ma anche delle altre montagne) hanno bisogno di una radicale manutenzione. Specie le più frequentate. L'allarme porta autorevoli firme: degli Scoiattoli di Cortina d'Ampezzo, dei Caprioli di San Vito di Cadore, dei Ragni di Pieve di Cadore, dei Rondi del Comelico, delle Tupaie da Laste, dei Catores della Val Gardena, delle Aquile di San Martino di Castrozza, dei Ciamorces della Val di Fassa, dei Croderes della Val Badia e degli Sfulmen di Molveno. Il meglio, insomma, dell'alpinismo dolomitico. «Dopo numerose discussioni e confronti tra noi alpinisti», scrivono nel documento, «abbiamo ritenuto fondamentale elaborare delle linee guida che indichino come intervenire nel rispetto della montagna e della sua storia». L'appello, anzi le linee guida – perfezionate da Renzo Corona e Stefania Nicolich –scaturiscono da un'esperienza che per i gruppi di "Dolomia" sta crescendo di anno in anno fin dal 2006: «Nessuna improvvisazione. Siamo tra alpinisti che vivono e frequentano le Dolomiti con continuità e rispetto, creando uno spazio di confronto e trasmissione dei valori dell'alpinismo, in equilibrio tra tradizione, sicurezza e libertà». RADUNO DOLOMIA 2025 I gruppi si sono riuniti a San Martino di Castrozza in occasione del 18° Raduno di Dolomia e hanno presentato puntuali "linee guida per la tutela, la manutenzione e lo sviluppo responsabile delle vie alpinistiche dolomitiche". C'è infatti un abuso di spit. E. come emerso alle celebrazioni dei 100 anni della Solleder-Lettembauer a Caprile, c'è una pericolosa tentazione di intersecare vie già esistenti aprendo nuovi itinerari. Al convegno ai piedi delle Pale, Walter Levis ha lamentato che da parte delle nuove generazioni c'è a volte la mancanza della cultura sulla chiodatura. La sicurezza passa anche e soprattutto – ha detto più d'uno – dalla formazione e dalla capacità di utilizzo del martello e dei chiodi tradizionali, oltre ovviamente a friends e nuts (attrezzi per l'arrampicata). 113 VIE ALPINISTICHE Qualche dato fa subito intendere di che cosa parliamo. Solo le "vie normali" alle cime dolomitiche oltre i 3 mila metri – dalla Marmolada alle Tofane, dalle Tre Cime al Pelmo, dal Civetta all'Antelao, per citarne alcune – sono ben 86, che diventano 113 con le cime cosiddette'minori', ma sempre sopra quota 3 mila. Si ramificano lungo 16 gruppi dolomitici: Dolomiti di Brenta, Catinaccio, Sassolungo, Odle-Puez, Sella, Tofane, Sasso Croce-LavarellaFanes, Dolomiti di Braies, Dolomiti di Sesto e Auronzo, Cristallo, Sorapìs, Antelao, Pelmo, Civetta, Marmolada e Pale di San Martino. Mantenzione Che cosa sostengono gli Scoiattoli, i Ragni, I Caprioli, i Rondi e gli altri gruppi? «Anzitutto, le vie alpinistiche, che eventualmente hanno bisogno di manutenzione, per priorità, sono le vie più ripetute e più rinomate, includendo quelle aperte cento anni fa, fino a quelle più recenti e di tutti gradi di difficoltà». Ma non escludono la necessità della manutenzione anche sulle vie che abitualmente non vedono molte ripetizioni. Rivendicano, poi la loro "competenza" in materia. «Ogni gruppo alpinistico e le guide alpine locali sono il punto di riferimento per la manutenzione e le eventuali modifiche delle vie nel proprio territorio, comprese quelle aperte da altri gruppi, senza alterare l'essenza dell'itinerario originale». E al riguardo si premurano di specificare che ogni gruppo si riserva la volontà di contattare la persona o il gruppo di appartenenza di chi ha aperto la via. Serve RISPETTO Che cosa significa, in questo caso, il rispetto? «È fondamentale», asseriscono nel loro documento, «rispettare l'idea originale dell'apertura e la modalità di chiodatura usata per tutte le vie che vengono individuate necessarie di interventi». Rispetto, dunque, anche nelle modalità di intervento. «È fondamentale preservare il carattere delle vie classiche, continuando a usare chiodi e protezioni tradizionali laddove possibile». I CHIODI La tradizione del chiodo è importante per preservare la storia e lo spirito alpinistico. «È consigliabile sostituire vecchi chiodi arrugginiti

con nuovi, cambiare i cordini marci, evitando la creazione di clessidre o prese artificiali. Per le soste che eventualmente hanno necessità di essere integrate, si tiene conto delle caratteristiche naturali della via. Dove esistono protezioni naturali, si cerca di integrarle evitando l'uso di fix o spit, a meno che la confermazione della roccia lo renda necessario». L'ETICA Ma il rispetto ha pure una coniugazione etica. Cioè bisogna sapersi adattare all'etica del luogo, specie nelle nuove vie. «È auspicabile che le nuove vie seguano una logica coerente sulla parete, rispettando tutte le vie aperte sulla stessa. È responsabilità degli alpinisti attenersi all'etica locale e rispettare le tradizioni di arrampicata del luogo. Prima di aprire una nuova via, si raccomanda di informarsi accuratamente sulla parete, poiché molte vie nelle Dolomiti non sono inserite nelle guide, sono poco conosciute e spesso poco attrezzate. L'obiettivo è evitare sovrapposizioni indesiderate». Quindi una raccomandazione particolare per gli alpinisti che stanno per cimentarsi con nuove avventure sulle Dolomiti. «Qualsiasi modifica o intervento su una via, è auspicabile che venga preventivamente discusso con le guide e i gruppi alpinistici locali, per concordare la soluzione più adeguata e condivisa».

L’Adige|8ottobre2025

p. 28

AlpinistidelleDolomitiinradunoPresentatelelineeguidadellevie

PRIMIERO

Si è svolto a San Martino di Castrozza il 18° Raduno di Dolomia, appuntamento che dal 2006 riunisce i gruppi alpinistici delle Dolomiti. Quest’anno, l’incontro ha segnato un passo importante: la presentazione ufficiale delle linee guida per la tutela, la manutenzione e lo sviluppo responsabile delle vie alpinistiche dolomitiche. Il documento, elaborato con il coordinamento di Renzo Corona, delle Guide Alpine Aquile di San Martino, e Stefania Nicolich, segretaria di Dolomia, ha un obiettivo chiaro: preservare l’autenticità dell’alpinismo dolomitico, mantenendone intatti lo spirito esplorativo e il valore storico, senza rinunciare a una riflessione condivisa su sicurezza, etica e trasmissione dei saperi. I punti chiave riguardano la manutenzione delle vie – in particolare quelle più frequentate – il ruolo centrale dei gruppi e delle guide alpine locali, il rispetto dell’idea originaria degli apritori, e l’utilizzo preferenziale di chiodi e protezioni tradizionali, evitando l’uso di fix o spit se non strettamente necessario. Fondamentale anche il principio del confronto locale, soprattutto per eventuali nuove aperture. Nonostante le differenze di provenienza e sensibilità, i partecipanti al raduno hanno espresso una visione comune: l’alpinismo come forma di conoscenza profonda della montagna, in cui la sicurezza si costruisce con preparazione e consapevolezza, non attraverso la semplificazione tecnica. “Questo documento, scritto e condiviso da alpinisti dolomitici – anche di fama internazionale – vuole lasciare un’impronta significativa a tutti coloro che frequentano le nostre pareti. Si tratta infatti di un argomento che interessa l’intero ambiente alpinistico e che, per la prima volta, viene affrontato pubblicamente in modo così diretto”, ha spiegato il presidente delle Guide Alpine Aquile di San Martino Mariano Lott. Per favorire il processo di condivisione è stato creato anche un indirizzo mail specifico: info@ladolomia.it.

EDITORIALIEINTERVISTE

CorrieredelleAlpi|7ottobre2025

p. 16

DolomitiUnesco,ilfuturoèsegnato«Saràunamontagnaaprenotazione»DolomitiUnesco,il futuroèsegnato«Saràunamontagnaaprenotazione»

Francesco Dal Mas / BELLUNO

Il futuro delle Dolomiti? «Bisognerà coltivare, fin da oggi, la consapevolezza del limite». Quindi il numero chiuso piuttosto che la prenotazione? «Non c'è un piuttosto», risponde Roberto Padrin. «Ogni valle ha una propria condizione da rispettare, per cui occorrerà essere capaci di diversificare le soluzioni. Certo è che i cambiamenti climatici, da una parte, e dall'altra i nuovi modelli sociali e culturali, per non dire economici, impongono una riflessione radicale nell'approccio con le terre più alte, in particolare la custodia di questo patrimonio dell'Umanità che da 16 anni sono le Dolomiti». Padrin è il presidente della Fondazione Dolomiti Unesco che a Cimolais, alle porte del Parco Naturale delle Dolomiti Friulane, ha tenuto il quarto corso di formazione annuale dedicato agli amministratori dei Comuni interessati dal riconoscimento Unesco e impegnati nella gestione del Bene. L'attenzione, quest'anno, è stata incentrata sui giovani e sull'importanza dell'intreccio generazionale per la gestione del Patrimonio nei prossimi decenni. Ma quale Patrimonio lasciamo alle generazioni future? Le Dolomiti del lago turchino del Sorapiss o delle Tre Cime, quindi dell'overturism? O Le Dolomiti delle aree interne che devono vedersela con lo spopolamento? Le Dolomiti delle colate che invadono perfino le strade olimpiche o quelle dei 1800 cantieri post-Vaia che garantiscono la sicurezza del territorio? Le Dolomiti dei numeri chiusi in pista (14 mila sciatori al giorno come a Madonna di Campiglio) o dei collegamenti Cortina Arabba? «Durante il ritrovo di Cimolais ci siamo detti che occorre conoscenza, responsabilità, consapevolezza. Oggi, ma soprattutto traguardando il nostro futuro. Certo, dobbiamo domandarci come saranno le Dolomiti nel 2050, ma soprattutto chi (e come) garantirà la tutela e lo sviluppo sostenibile di un bene tanto complesso come quello che abbiamo in custodia. E ci siamo detti che nell'intreccio generazionale, cioè nella relazione tra generazioni si possono costruire strategie di lungo periodo e pratiche di tutela». Tra sostenibilità e limiti, questi ultimi sembrano ormai i più necessari. «Non possiamo però tappezzare le Dolomiti di no, di divieti, seppur in tanti casi questi sono necessari», precisa il presidente. «Meglio procedere con la nuova metodologia della prenotazione: per visitare un luogo in condizioni compatibili. Il modello-Tre Cime, Braies, Serrai, Alleghe, ha dimostrato la sua efficacia ed è applicabile altrove. Sarà interessante vedere che cosa accadrà con le prenotazioni del parcheggio, oltre che del biglietto, per le Olimpiadi: chissà mai che non possiamo trarne delle declinazioni territoriali nel post-Giochi». Ma, parlando di consapevolezza, il presidente non si ferma a questo livello. Ha in mano i dati del Suem, del Soccorso Alpino. «Quelli estivi non sono mai stati così alti. E quindi abbiamo bisogno di gente che affronta la montagna con la necessaria preparazione, che utilizzi attrezzature adeguata e che abbia anche una condizione di salute controllata. È evidente che dobbiamo darci nuove regole anche a questo livello». Padrin, dialogando con gli amministratori presenti a Cimolais, ha detto che s'impone l'apertura di un ampio confronto su questi tempi – in sostanza sulla gestione futura del Bene Unesco – con tutti i soggetti interessati, dalle pubbliche amministrazioni alle associazioni impegnati nella tutela dell'ambiente, alle categorie economiche. «E questo perché ogni piccola cosa, se la si pensa proiettata tra 20 o 30 anni, ha delle conseguenze a cui già oggi dobbiamo pensare. Di valle in valle, di territorio in territorio. Al di là di ogni generalizzazione, perché le esigenze possono

essere davvero diverse. Non c'è una ricetta che vale per tutti…». Questo lo dice – chiediamo –immaginando la nostra domada se ha ancora un senso investire decine se non centinaia di milioni sui collegamenti tra hub sciistici? «Questo lo dico», replica Padrin, «perché ci sono territori che hanno problematiche di eccesso di turismo, altri che hanno problemi di spopolamento». Quindi? «A Cimolais ci siamo detti che, proprio perché siamo diversi, dobbiamo conoscerci uno con l'altro. E confrontarsi sulle scelte. Anche perché magari le scelte che un territorio ha fatto cinque anni fa, non sempre hanno avuto gli esiti sperati». In sostanza – va a concludere il presidente della Fondazione – la domanda di fondo che dovremmo porci è questa: come dovrebbe essere felice un cittadino tra 30 anni che ha scelto di venire a risiedere sulle Dolomiti? E come potrebbe esserlo? «Se, oltre ad avergli conservato la bellezza del creato, gli assicuriamo qualità di vita, quindi casa, lavoro e servizi», conclude Roberto Padrin. © RIPRODUZIONE

RISERVATA Foto di gruppo per gli amministratori delle Dolomiti Unesco: a Cimolais si è svolto l'annuale corso di formazione Francesco Dal Mas / BELLUNO Il futuro delle Dolomiti? «Bisognerà coltivare, fin da oggi, la consapevolezza del limite». Quindi il numero chiuso piuttosto che la prenotazione? «Non c'è un piuttosto», risponde Roberto Padrin. «Ogni valle ha una propria condizione da rispettare, per cui occorrerà essere capaci di diversificare le soluzioni. Certo è che i cambiamenti climatici, da una parte, e dall'altra i nuovi modelli sociali e culturali, per non dire economici, impongono una riflessione radicale nell'approccio con le terre più alte, in particolare la custodia di questo patrimonio dell'Umanità che da 16 anni sono le Dolomiti». Padrin è il presidente della Fondazione Dolomiti Unesco che a Cimolais, alle porte del Parco Naturale delle Dolomiti Friulane, ha tenuto il quarto corso di formazione annuale dedicato agli amministratori dei Comuni interessati dal riconoscimento Unesco e impegnati nella gestione del Bene. L'attenzione, quest'anno, è stata incentrata sui giovani e sull'importanza dell'intreccio generazionale per la gestione del Patrimonio nei prossimi decenni. Ma quale Patrimonio lasciamo alle generazioni future? Le Dolomiti del lago turchino del Sorapiss o delle Tre Cime, quindi dell'overturism? O Le Dolomiti delle aree interne che devono vedersela con lo spopolamento? Le Dolomiti delle colate che invadono perfino le strade olimpiche o quelle dei 1800 cantieri post-Vaia che garantiscono la sicurezza del territorio? Le Dolomiti dei numeri chiusi in pista (14 mila sciatori al giorno come a Madonna di Campiglio) o dei collegamenti Cortina Arabba? «Durante il ritrovo di Cimolais ci siamo detti che occorre conoscenza, responsabilità, consapevolezza. Oggi, ma soprattutto traguardando il nostro futuro. Certo, dobbiamo domandarci come saranno le Dolomiti nel 2050, ma soprattutto chi (e come) garantirà la tutela e lo sviluppo sostenibile di un bene tanto complesso come quello che abbiamo in custodia. E ci siamo detti che nell'intreccio generazionale, cioè nella relazione tra generazioni si possono costruire strategie di lungo periodo e pratiche di tutela». Tra sostenibilità e limiti, questi ultimi sembrano ormai i più necessari. «Non possiamo però tappezzare le Dolomiti di no, di divieti, seppur in tanti casi questi sono necessari», precisa il presidente. «Meglio procedere con la nuova metodologia della prenotazione: per visitare un luogo in condizioni compatibili. Il modello-Tre Cime, Braies, Serrai, Alleghe, ha dimostrato la sua efficacia ed è applicabile altrove. Sarà interessante vedere che cosa accadrà con le prenotazioni del parcheggio, oltre che del biglietto, per le Olimpiadi: chissà mai che non possiamo trarne delle declinazioni territoriali nel post-Giochi». Ma, parlando di consapevolezza, il presidente non si ferma a questo livello. Ha in mano i dati del Suem, del Soccorso Alpino. «Quelli estivi non sono mai stati così alti. E quindi abbiamo bisogno di gente che affronta la montagna con la necessaria preparazione, che utilizzi attrezzature adeguata e che abbia anche una condizione di salute controllata. È evidente che dobbiamo darci nuove regole anche a questo livello». Padrin, dialogando con gli amministratori presenti a Cimolais, ha detto che s'impone l'apertura di un ampio confronto su questi tempi – in

sostanza sulla gestione futura del Bene Unesco – con tutti i soggetti interessati, dalle pubbliche amministrazioni alle associazioni impegnati nella tutela dell'ambiente, alle categorie economiche. «E questo perché ogni piccola cosa, se la si pensa proiettata tra 20 o 30 anni, ha delle conseguenze a cui già oggi dobbiamo pensare. Di valle in valle, di territorio in territorio. Al di là di ogni generalizzazione, perché le esigenze possono essere davvero diverse. Non c'è una ricetta che vale per tutti…». Questo lo dice – chiediamo – immaginando la nostra domada se ha ancora un senso investire decine se non centinaia di milioni sui collegamenti tra hub sciistici? «Questo lo dico», replica Padrin, «perché ci sono territori che hanno problematiche di eccesso di turismo, altri che hanno problemi di spopolamento». Quindi? «A Cimolais ci siamo detti che, proprio perché siamo diversi, dobbiamo conoscerci uno con l'altro. E confrontarsi sulle scelte. Anche perché magari le scelte che un territorio ha fatto cinque anni fa, non sempre hanno avuto gli esiti sperati». In sostanza – va a concludere il presidente della Fondazione – la domanda di fondo che dovremmo porci è questa: come dovrebbe essere felice un cittadino tra 30 anni che ha scelto di venire a risiedere sulle Dolomiti? E come potrebbe esserlo? «Se, oltre ad avergli conservato la bellezza del creato, gli assicuriamo qualità di vita, quindi casa, lavoro e servizi», conclude Roberto Padrin.

L’Adige|15ottobre2025

p. 38, segue dalla prima

L’impegnodelParcocontroilsovraffollamento

Condividiamo l’analisi del presidente della Fondazione Dolomiti Unesco Roberto Padrin sulla necessità di gestire in maniera equilibrata e incisiva il rapporto fra visitatori e ambiente naturale, di cui si è scritto nei giorni scorsi su questo giornale. L’approccio è infatti in sintonia con quanto una realtà come il Parco Naturale Adamello Brenta cerca di fare da sempre. Da un lato, far sì che le aree protette rimangano comunque zone di libera fruizione, nelle quali ciascuno possa ritrovare il proprio equilibrio psico-fisico attraverso un’esperienza autentica e quanto più possibile «non-addomesticata» con la Natura. Dall’altra, preservare un ambiente di eccezionale bellezza, ricchissimo di biodiversità, classificato patrimonio dell’umanità Unesco per la presenza delle Dolomiti e inserito nella rete internazionale dei geoparchi, da una presenza dell’uomo che, oltre una certa soglia, può avere incidenze significative, oltre che nuocere all’esperienza stessa ricercata dal visitatore. L’articolo ha dato risalto in particolare ad alcune esperienze di gestione contingentata dei flussi turistici, fino ad arrivare alla definizione di una soglia, un «tetto» da non superare. L’esempio più eclatante è quello delle Funivie di Madonna di Campiglio, che hanno fissato un «numero chiuso» di sciatori giornalieri durante i periodi di punta della prossima stagione invernale. Un approccio reso possibile naturalmente dall’utilizzo delle tecnologie informatiche ed in particolare dei sistemi di prenotazione on-line. Enti come il nostro sono in perfetta sintonia con proposte di questo genere, anche perché sono stati i primi ad introdurle, fin dal 2020, in particolare nella gestione dei flussi turistici estivi. A tutt’oggi il Parco, mobilitando un piccolo esercito di quasi un centinaio di giovani, ma utilizzando al tempo stesso una piattaforma informatica per le prenotazioni dei servizi, governa l’accesso dei visitatori con la propria automobile ai parcheggi di attestamento e l’uso dei sistemi di trasporto collettivo (bus navetta) da e per le diverse mete «sensibili». Non solo: sempre on-line è possibile prenotare le escursioni accompagnate dalle guide del Parco e le esperienze che rientrano nel progetto estivo Superpark, progettate proprio per raggiungere gli obiettivi indicati anche da Padrin:

educare i visitatori ad un approccio sostenibile alla montagna e incoraggiare la visita anche di aree del Parco meno frequentate (perché meno «famose»), pur essendo molto belle ed interessanti. Enti come il nostro, quindi, non solo concorrono in maniera attiva alla gestione ordinata e compatibile dei flussi turistici, ma svolgono una funzione educativa, creando esperienze grazie alle quali i fruitori possono realmente conoscere il peso della loro impronta ecologica (l’impatto delle proprie e scelte e del proprio stile di vita sull’ambiente). Il futuro, del resto, è tracciato: sempre meno lassez -faire, sempre meno turismo lasciato alla pura logica dei numeri, in favore di un approccio che mette al centro il ruolo di mediazione «intelligente» esercitato dagli attori territoriali. Questo non significa trattare l’ambiente come una giostra che si riempie e si svuota a ciclo continuo e in maniera rigidamente scaglionata, ma creare le condizioni affinché chi accede ad un’area protetta possa godere di un’esperienza piena, positiva e non stressante, tutelando al tempo stesso i delicati equilibri che vigono al suo interno. Walter Ferrazza.

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