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NotiCUM

UNA CHIESA IN USCITA

n.2 - febbraio 2014

Africa

AFRICA: LINGUE LOCALI E MODERNITÀ La riconquista dell’identità culturale passa anche attraverso tutela delle lingue locali di Ugo Piccoli

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origine della lingua è una realtà avvolta nella nebbia dei millenni, e sappiamo come le relazioni tra le lingue antiche e quelle moderne siano il risultato di secoli di trasformazioni. Secondo le più recenti indagini, sarebbero più di seimila le lingue parlate nel mondo, di cui un migliaio nel solo continente africano. Molte sono in via di estinzione, ma gli studiosi sembrano concordi nell’affermare che, secondo una teoria nota come il “principio di effetto del fondatore” centrato sulla variabilità genetica, la vera culla del primigenio linguaggio sarebbe proprio l’Africa dove resiste una cultura orale che fa della parola un capitale che non ha prezzo, sul quale si fonda tutta la vita sociale della comunità. Durante il periodo coloniale, una delle proibizioni sociali più repressive, su cui tutte le potenze occupanti europee avevano investito come forma di controllo sociale con rarissime possibilità di trasgressione, era legata all’uso delle lingue locali al di fuori della stretta cerchia famigliare, e in molti casi anche in quella. Come è facile immaginare, con la nascita degli Stati indipendenti la questione linguistica ha assunto un’importanza prioritaria perché il rapporto tra lingua e nuove strutture politiche ha dovuto cercare inediti equilibri soprattutto nel campo della formazione. Abbiamo già sottolineato come in un Continente così vasto ed etnicamente frammentato la galassia linguistica sia praticamente infinita; esistono addirittura lingue parlate da un solo villaggio, per cui fare una classificazione dei differenti idiomi risulta un’impresa improba e in continua evoluzione. La classificazione che più resiste nel tempo è quella tracciata dal glottologo Joseph Greenberg, padre degli Universali Linguistici, che suddivideva le lingue africane in tre grandi gruppi: nilo-sahariano, niger-congo-kordofaniano e afro-asiatico. Molte agenzie statali e sovrannazionali sono sorte sul Continente dopo la stagione delle indipendenze e sono ancora oggi molto impegnate su questo versante: ricordiamo tra le altre l’ACALAN, Accademia delle Lingue Africane, fondata nei primi anni del 2000 a Bamako, in Mali; Il CELHTO, Centro di Studi Linguistici e Storici di Niamey, in Niger; il CERDOTOLA per la documentazione delle tradizioni orali e lo sviluppo delle lingue africane, a Youndè in Camerun; il CIDLO di Tananarive in Madagascar e l’EACRONAL che ha sede a Zanzibar, in Tanzania. Dal loro sforzo, spesso fatto in comune, è nato un “Atlante Linguistico dell’Africa” che affonda le sue radici nei primi timidi tentativi di redazione del lontano 1976 quando per la prima volta si teneva a Yaoundè una Conferenza Internazionale sul tema promossa dalla neonata ACCT, Agenzia di Cooperazione Culturale e Tecnica. Da allora in ogni parte del Continente si sono susseguiti incontri e congressi per la “Promozione delle Lingue Nazionali”, fino all’odierna redazione del nuovo statuto di ACALAN, presieduta al mozambicano Francisco Sozinho Matsinhe, che all’articolo 22 obbliga ogni Stato membro dell’Unione Africana a mettere in piedi una Struttura Nazionale delle Lingue. Il dibattito sulle lingue continentali non è nuovo quindi; è una costante di tutte queste organizzazioni, però, la fondata preoccupazione che le lingue nazionali africane vengano sottovalutate e siano poco presenti nelle istituzioni scolastiche continentali e nei circuiti culturali mondiali, forse perché la quotidianità globale in cui tutti siamo immersi le mette a confronto con strumenti tecnologici preordinati e tutto sommato più funzionali ad una sedicente

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Durante il periodo coloniale, una delle proibizioni sociali più repressive, su cui tutte le potenze occupanti europee avevano investito come forma di controllo sociale, era legata all’uso delle lingue locali al di fuori della stretta cerchia famigliare

È la lingua di un popolo che ne fonda anche l’identità, ed è su questo versante che le lingue africane devono recuperare il tempo perduto dopo la violenza subita dal Continente nero negli ultimi 300 anni

e seducente comunicazione moderna. L’Africa è un mosaico di popoli ancora impegnati in quella che si potrebbe chiamare “la riconquista dell’identità culturale”, un concetto antropologico questo, spesso indecifrabile, che si definisce nel tempo e nello spazio perché i valori che lo determinano hanno un carattere evolutivo e dinamico. È la lingua di un popolo che ne fonda anche l’identità, ed è su questo versante che le lingue africane devono recuperare il tempo perduto dopo la violenza subita dal Continente nero negli ultimi 300 anni. Lo sa bene anche la Chiesa cattolica che per prima in ogni parte del Continente ha messo in valore la cultura locale salvando letteralmente le lingue di alcuni ristretti gruppi sociali altrimenti destinate all’oblio. Quanto hanno fatto i nostri missionari per redigere grammatiche e vocabolari! Per non parlare dei libri stampati in lingua locale per le scuole , dei giornali, dei manuali e dei media in genere. “Il dramma della nostra epoca – diceva profeticamente Paolo VI nel 1964 – è la frattura tra il Vangelo e la cultura. Bisogna lasciare le Chiese locali trovare il proprio volto”. Le sue parole hanno aperto una strada, anche nella liturgia e nella traduzione in lingue africane della Bibbia, “una priorità questa nella vita delle Chiese – gli faceva eco Giovanni Paolo II nell’Esortazione apostolica Ecclesia in Africa del 1994 - affinché il Vangelo affondi le sue radici nel cuore degli africani”.

AfricaNews di Henry Piccoli

SUD SUDAN Nuovi campi per i rifugiati I responsabili dell’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite hanno confermato che procederanno alla costruzione di nuovi campi per far fronte al flusso di profughi nelle nazioni confinanti con il Sud Sudan: Uganda, Etiopia e Kenya. Adrian Edwards, portaparola dell’Agenzia onusiana, ha convocato i giornalisti a Ginevra per confermare la notizia e denunciare che sono già 86.000 i rifugiati che hanno varcato le frontiere e che gli arrivi nei campi di raccolta ammontano a 1000 persone al giorno. “Di questo passo avremo a fine giugno una popolazione rifugiata da accogliere che supererà le centomila persone, soprattutto donne e bambini”, ha riferito mister Edwards. Migliaia di rifugiati sono già ammassati a Nimule, in Uganda, e altre centinaia arrivano ogni giorno nelle regioni frontaliere del Kordofan. Secondo le statistiche ufficiali, l’Uganda accoglie già 50.000 rifugiati, mentre altre 20.000 sono fuggite in Etiopia e circa 10.000 in Kenya. Nel nord dell’Uganda, il centro di transito di Dzaipi si deve confrontare ad una drammatica situazione di sovrappopolazione, per questo circa 100.000 persone sono state trasferite a Nyumanzi che però, costruito per circa 500 persone, ne accoglie oggi circa ventimila con evidenti problemi legati all’igiene e alla mancanza d’acqua. “Per questo – dice Edwards – è assolutamente prioritario costruire nuovi centri di accoglienza”.

NotiCum n. 2 - 2014  

NotiCum è il mensile della Fondazione CUM (Centro Unitario per la Cooperazione Missionaria fra le Chiese) dedicato al mondo della missione....

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