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IL FUTURO DEL

CAPITALISMO


edizioni

NOVITÀ IN LIBRERIA

Giancristiano Desiderio

LA SCUOLA È FINITA ALCUNE IDEE PER FARLA RINASCERE

I paradossi, i problemi, le inconcludenze di una scuola che ormai altro non è che assistenza sociale

104 pagine ●● euro 12,00


✺ Il capitalismo Dio ci salvi dal ritorno al New Deal di massa ✺

Jacques Garello • 4

Carlo Pelanda • 56

L’enigma delle banche

Meno figli meno sviluppo

Carlo Secchi • 12

Paradosso! Più Stato e più mercato ✺

Enrico Cisnetto • 20

Ettore Gotti Tedeschi • 66

Cronaca di un disastro annunciato

IL DOCUMENTO/24 ottobre 1929

Pierre Chiartano • 74

Pinocchio a Wall Street ✺

Giancarlo Galli • 28

La crisi non è di sistema… ✺

colloquio con Michele Salvati di Michele Gerace • 36

La vera chance dell’Europa ✺

Giuliano Cazzola • 48

Norman Rockwell, “Statue of Liberty”, Post Cover, 1946, particolari. In copertina: Norman Rockwell, “Home Front”, Post Cover, 1943


L

PERCHÉ LO STATALISMO PORTEREBBE INFLAZIONE, DISOCCUPAZIONE E TENSIONI INTERNAZIONALI

TRENTA. Innanzitutto per via della somiglianza tra le cause del crollo delle borse e di alcuni istituti finanziari, inoltre perché certi interpreti principali del dramma hanno visto la luce con l’amministrazione Roosevelt, come Fannie Mae o il Fdic (Federal Deposit Insurance Corporation), infine perché il governo americano ha deciso d’intervenire potentemente per sanare la situazione, come se fosse un nuovo New Deal. Dal momento che sappiamo quanto il New Deal abbia significato per gli Stati Uniti, possiamo nutrire qualche preoccupazione per l’avvenire. Lungi dal riassorbire la disoccupazione infatti, il New Deal l’ha prolungata fino al 1942: nel 1938 c’erano ancora 10 milioni di disoccupati (il 17% della popolazione attiva) mentre si contavano 12 milioni di cittadini nella Depressione più profonda. Pezzi interi dell’economia americana crollarono e la crescita è ripresa con l’entrata in guerra degli Stati Uniti. Infine, il New Deal ha portato il paese nel dirigismo, la regolamentazione, lo Stato assistenziale e al trionfo del keynesismo, perturbando l’economia mondiale per quarant’anni. A CRISI CI RIPORTA AGLI ANNI

DIO CI SALVI DAL RITORNO DEL NEW DEAL ✵

Jacques Garello

La «morte di Keynes» Keynes sta per resuscitare? Nel 1978 Milton Friedman aveva osato parlare di «morte di Keynes» (la sua morte fisica era avvenuta inaspettatamente nel 1946). È vero che pochi economisti continuavano negli anni Ottanta a fare appello al pensiero keynesiano. Tutt’al più dei neo-keynesiani tentavano di salvare qualche frammento della Teoria generale. L’insuccesso di Keynes si misurava attraverso diversi segnali: 1) Il più evidente, la famosa «curva di Phillips». Keynes e i suoi discepoli non si erano stancati di consigliare politiche di rilancio alla base delle spese pubbliche, a costo di finanziarle attraverso deficit di bilancio. Il 4-5

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[Dio ci salvidal New Deal] Norman Rockwell: nella pagina a fianco, “Fleeing Hobo”, Post Cover, 1928; nella pagina precedente, “Fire!”, Post Cover, 1931; nella pagina seguente, “Spring”, Post Cover, 1928

pieno impiego è cresciuto all’interno della loro analisi. Tra i due mali - inflazione e disoccupazione - bisognava scegliere il minore: la moneta muore per salvare l’occupazione. Dunque, la «curva di Phillips», all’inizio semplice constatazione statistica, rivela al mondo stupefatto che progressivamente tassi di inflazione sempre più elevati non diminuiscono la disoccupazione, anzi l’aumentano! Allora questa congiuntura sembrava inattesa e impensabile nella logica keynesiana: la stagflazione, che si unisce all’inflazione (accettata in anticipo) e la stagnazione (là dove si sperava nella crescita). 2) Il secondo segnale è stato la reazione delle economie occidentali al primo shock petrolifero. Dal 1974 ci si è accorti che i paesi che traevano vantaggio da quel pessimo stato di cose, non erano quelli in cui lo Stato era intervenuto meno, e dove c’era molta flessibilità nell’apparato produttivo, capace di adattarsi alla nuova congiuntura. Friedrich Hayek spiegava che la politica inflazionista aveva perturbato tutta la rete dei prezzi relativi, che il soldo «facile» (easy money) si andava a investire là dove non occorreva, e che certe imprese e certi settori potevano sopravvivere durevolmente grazie alle sovvenzioni e alle regolamentazioni messe in atto dallo Stato. Si è infine arrivati alla realtà: per spiegare lo stato di salute di un’economia non basta misurare il volume della domanda, pubblica o privata, ma bisogna anche guardare la qualità dell’offerta, la gestione delle imprese e i carichi di fiscalità che esse supportano di fatto. «L’Economia dell’offerta», che ci riporta a Jean Baptiste Say, rimandava ai trabocchetti l’economia della domanda. L’attenzione rivolta agli adattamenti micro-economici e agli imprenditori deviava le menti dal gioco macro-economico dei dirigenti e degli esperti. 3) Infine e non meno importante, si annunciava il fallimento degli Stati comunisti e della pianificazione non solo in Europa ma anche nel Terzo mondo, così che negli anni Ottanta si è cominciato a guardare più favorevolmente al mercato e al capitalismo. Erano sinonimi e vettori della libertà alla quale aspiravano i popoli asserviti dalla nomenclatura. La «Reaganomics» suonava la campana del keynesismo. Con la caduta del Muro di Berlino, Francis Fukuyama poteva annunciare «la fine della storia»; scomparso Keynes, il futuro era tutto tracciato: verso la libertà economica. La rivincita del Leviatano Nello stesso momento, in occasione di un congresso tenutosi a Monaco, James Buchanan si mostrò più prudente: «Il comunismo è morto, ma il Leviatano è ancora vivo». Io ero tra quelli che non ci credevano, persuaso come tanti altri che lo Stato assistenziale non sarebbe sopravvissuto all’apertura del mondo intero al libero scambio e alla libera impresa. La globalizzazione si è pre6-7

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La crisi attuale non è dovuta ai mercati, ma alle politiche monetarie e alla collusione tra finanzieri e politici. Che evocano la filosofia di Keynes: “Nel lungo periodo saremo tutti morti”

sentata all’appuntamento, nuove economie sono nate, la stessa Cina comunista ha accettato il gioco capitalista: tutte queste evoluzioni avrebbero dovuto ridurre gli Stati alla loro più semplice espressione. Con gli scambi mondiali, gli Stati si ritrovavano in situazioni di concorrenza: i più pesanti, i più oppressivi, i più fiscali, i più regolamentari, penalizzavano i loro imprenditori e i loro consumatori, al punto che le delocalizzazioni si moltiplicavano. Gli Stati si dovevano rimettere in discussione. Hanno preparato questo attacco, e stanno forse per tornare in forza. Per quali ragioni? La ragione principale riguarda la clientela dello Stato. Se si esclude la Russia, il rinnovo dello statalismo non si è osservato nei paesi liberati dall’oppressione politica. I paesi dell’Europa centrale, così come molti paesi asiatici, sono diventati degli adepti del mercato e rifiutano gli interventi dei loro governi sui mercati del lavoro o del capitale. È nei paesi della «vecchia Europa» e anche negli Stati Uniti che lo statalismo è ritornato in superficie, per la semplice ragione che sessant’anni di dirigismo hanno creato dei privilegi e delle rigidità che i politici non hanno voluto affrontare. I leader sindacali, i funzionari, i salariati del settore pubblico, i contadini, i sovvenzionati di ogni sorte non vogliono che siano rimessi in discussione i loro «diritti d’acquisto». Bisogna anche fare i conti con tutti quelli che per interesse o per facilità rifiutano la concorrenza. L’apertura dei paesi emergenti ha rivelato le debolezze dei paesi ricchi, l’inettitudine o la lentezza di gran parte della popolazione ad adattarsi alle nuove condizioni, alla ridistribuzione mondiale dei compiti. Il discorso sulla sovranità e sul protezionismo si ripete. Si vuol bene all’Europa per proteggersi dagli americani, la si rifiuta quando essa permette ai paesi più dinamici di attirare uomini e capitali. Lo straniero è presto accusato di dumping social (un’invenzione di Jacques Delors) o di dumping fiscal (un’espressione di Nicolas Sarkozy). Al contrario si è pronti a chiudere gli occhi di fronte alle dittature vecchie e nuove in nome degli interessi nazionali. Un’economia chiusa, il rifiuto delle leggi imperanti del mercato mondiale: ecco alcuni tratti distintivi del keynesismo trionfante. Si è visto ciò che ha provocato nel periodo 1930-1939: la crescita dei nazionalismi è arrivata sino alla xenofobia, il volume del commercio mondiale si è ridotto dell’80% e i popoli si sono infine rivoltati gli uni contro gli altri, smarriti dietro a dirigenti che attribuivano la causa di tutti i mali allo straniero, come oggi la si vede nella globalizzazione.


in edicola il quarto numero del 2008 il nuovo bimestrale di geostrategia

120 pagine per capire cosa farà Barack Obama • Il presidente del soft power e l’Europa • Usa-Russia: il momento delle scelte è arrivato • Tutte le sfide del Medio Oriente Mario Arpino, Robert Kagan, Virgilio Ilari, Andrea Margelletti, Maurizio Massari, Andrea Nativi, Michele Nones, Roger F. Noriega, Emanuele Ottolenghi, Stefano Silvestri, Davide Urso


[JacquesGarello] L’apertura dei paesi emergenti ha rivelato la debolezza dei paesi ricchi incapaci di adattarsi a nuove condizioni e alla ridistribuzione mondiale dei compiti

Le nuove missioni dello Stato salvatore Ma il ritorno dello Stato non avrebbe potuto avere questa popolarità se la peste verde non si fosse abbattuta sull’Occidente. In occasione della Conferenza di Rio, gli inventori del concetto di «sviluppo durevole», i nemici del capitalismo, gli altromondisti hanno conquistato gli spiriti in nome della difesa del pianeta, dell’economia delle risorse naturali e della lotta contro l’inquinamento e il riscaldamento globale. Ecco nuove missioni che non possono essere garantite se non dall’insieme degli Stati, da un governo mondiale che imponga una regolamentazione universale, poiché i gas all’ossido di carbonio e le nubi inquinanti non hanno né frontiere terrestri né marine. Gli accordi di Kyoto hanno dato la colpa al mercato e alla crescita e designato gli Stati Uniti, un tempo simbolo di successo del capitalismo, come la potenza che minaccia la pace mondiale e le generazioni future. Non c’è nulla di sorprendente che ci raccomandi un ritorno al New Deal, una nuova Bretton Woods, e non c’è ragione per cui le idee di Keynes esercitino la loro seduzione. Lo Stato assistenzialista è la provvidenza degli uomini di Stato: essi faranno tutto, ci salveranno dalla crisi, ci prepareranno un futuro radioso. Non hanno più soldi per intervenire? Che importa: se ne fabbricheranno, si creeranno più entrate dalle tasse, ci si indebiterà. Anche senza soldi lo Stato può rimanere il padrone del gioco attraverso la sua regolamentazione, tanto più efficace se sarà europea e un giorno mondiale. Bisogna, si dirà, regolamentare il mercato, moralizzare il capitalismo. Questa feroce determinazione e questi bei discorsi fanno dimenticare che la crisi attuale non è dovuta ai mercati, ma alle politiche monetarie e alla collusione tra finanzieri e politici. I pompieri sono diventati piromani. Fanno anche dimenticare ciò a cui ci si espone nel lungo periodo se si segue la via di Keynes. Il ritorno allo statalismo ci porterà inflazione, disoccupazione, nuovi poveri, tensioni internazionali. Ma la cosa essenziale non è prepararsi alle cose più urgenti e fare cambiamenti in tempo per essere rieletti o eletti. E poi? «Nel lungo periodo saremo tutti morti», diceva Keynes. Questa è in effetti la vera filosofia del keynesismo.


P

L’ATTEGGIAMENTO MIOPE DEI NOSTRI ISTITUTI CHE RIFIUTANO LA RICAPITALIZZAZIONE DA PARTE DELLO STATO

ENSARE AL DOMANI DOPO GIORNI IN CUI TUTTE LE BORSE MONDIALI sono precipita-

te e la crisi finanziaria non sembra assestarsi può sembrare quasi futile. Soprattutto in Europa, dove a fronte di una situazione economica asfittica i governi sembrano incapaci di coordinare una risposta comune. Eppure la razionalità, che deve sempre informare la nostra analisi, non ci porta a una conclusione necessariamente tragica, a patto che siano rispettate una serie di condizioni importanti. Ecco una lista di priorità. Innanzitutto, fermare l’orso impazzito. Quando alcune aziende in Borsa alle attuali quotazioni capitalizzano valori comparabili agli attivi liquidi iscritti a bilancio, probabilmente stiamo assistendo a qualcosa di simile a una bolla speculativa negativa, in cui aspettative al ribasso dei prezzi portano tutti a cercare di vendere il prima possibile per minimizzare le perdite, col tipico risultato dell’aspettativa che si auto-realizza, facendo crollare gli indici. Il segnale del taglio di mezzo punto dei tassi di interesse da parte di tutte le banche centrali mondiali deciso l’8 ottobre scorso va letto in questo senso. La speranza è che questo segnale possa riportare se non altro un minimo di razionalità sul mercato, che consenta poi di ripartire dai fondamentali dell’economia. La Bce (dopo l’ulteriore taglio dei tassi a inizio novembre) sembra in condizioni migliori per operare rispetto alla Fed. Quest’ultima, infatti, con tassi nominali all’1.5% e tassi reali negativi vicini al 4% data l’inflazione Usa, è adesso in una posizione non facile, avendo tagliato troppo e troppo presto nel tentare di arginare i problemi, ma di questo ci si occuperà una volta passata la fase critica e quando la nuova amministrazione americana appena eletta comincerà a prendere corpo. In secondo luogo, appunto, tornare a guardare i fondamentali. Le previsioni di Eurostat uscite a metà ottobre ci dicono che, nell’anno calcolato rispetto al secondo trimestre 2007, il Pil della zona euro è cresciuto dell’1,4% e quello dell’Ue-27 dell’1,7% dopo una crescita rispettivamente del 2,1% e del 2,3% nel primo trimestre. Dunque una fase di rallentamento economico che sfiora la recessione, come previsto, non un crollo. E i dati futuri dovranno tenere conto del raffreddamento del prezzo del petrolio, ✵ Carlo Secchi ✵

L’ENIGMA DELLE BANCHE

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[L’enigmadelle banche]

che sicuramente ha «limato» qualche decimale di punto di crescita nei primi sei mesi dell’anno. In questo contesto, quello che deve preoccupare, e che deve essere assolutamente evitato, non sono allora i fondamentali per se, ma la possibilità della «fase due», ossia del contagio della crisi dal sistema finanziario a quello delle imprese, attraverso una stretta del credito e, più in generale, degli strumenti di raccolta del capitale di rischio, il vero «motore» del sistema capitalistico. A questo riguardo la Bce ci informa nell’ultimo bollettino mensile che il credito al settore privato a partire da agosto ha bruscamente iniziato a contrarsi. Questo è il cuore del problema nei prossimi mesi. Da qui la terza priorità: un’azione dei governi che impedisca l’emergere di questo canale di trasmissione della crisi. Molto è stato detto in questi giorni sulla supposta incapacità dei governi, soprattutto europei, di trovare risposte coordinate al problema, o di trovarne di non adeguate, come nel caso americano. Ma i governi nella fase critica attuale non possono fare molto, se non garantire, come stanno facendo, la solvibilità del sistema bancario. Non ha senso in questo ambito un piano «europeo»: innanzitutto, governi diversi hanno problemi diversi in termini di solvibilità del loro sistema finanziario. Gli assets «tossici» in Europa sono distribuiti in maniera eterogenea tra paesi e tra investitori: ve ne sono probabilmente in misura maggiore nelle banche italiane e francesi e meno nelle banche tedesche, ma in Germania fondi pensione e assicurazioni sono probabilmente più esposti al problema. In aggiunta, in Europa non esistono gli stessi standard contabili per le società quotate, in quanto lo standard Ias è stato adottato solo per i bilanci consolidati di queste ultime (e niente si dice per le società non quotate). Dunque è impossibile pensare di creare un «fondo» europeo: da quali operatori si dovrebbero comprare gli assets, non potendo limitare l’operazione al sistema bancario? E quali standard contabili, giocoforza omogenei, si dovrebbero adottare? Il problema nella sua fase critica non è risolvibile con un approccio centralizzato, e dunque bene ha fatto il vertice di Parigi dei Paesi dell’Eurogruppo (cioè i quindici che adottano l’euro) di domenica 12 ottobre a limitarsi allo stretto coordinamento (questo sì) delle operazioni di salvataggio. Piuttosto, quello che occorre centralizzare è la governance della «fase due», metodologicamente distinta, ma temporalmente concomitante alla stabilizzazione del sistema. Tutti i governi in misura diversa stanno intervenendo a sostegno del sistema, e data la situazione complessivamente favorevole del rispar14-15

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[CarloSecchi] Norman Rockwell: a fianco, “New York Central Diner”, Post Cover, 1946; nella pagina precedente, “Fixing a Flat”, Post Cover, 1946; a pagina 13, “Feeding Time”, Post Cover, 1954

mio pubblico e privato per Eurolandia, hanno le risorse per farlo (infatti, la somma di debito pubblico e privato negli Stati Uniti corrisponde al 350% del Pil, in Europa siamo intorno alla metà di questo valore). Tuttavia, una volta stabilizzata la situazione occorrerà fare in modo che la nuova liquidità immessa venga veicolata almeno in parte al mondo delle imprese attraverso la ripresa della normale attività di intermediazione. Questo earmarking dei fondi a favore dei beneficiari finali (le imprese, soprattutto quelle medio-piccole, che più rischiano di essere negativamente colpite dalla stretta creditizia) deve essere un impegno comune di tutti i governi che, a diverso titolo, stanno diventando «azionisti» del sistema creditizio. Ciò vale in particolare per l’Italia, dove il governo ha varato il 13 ottobre (a valle del vertice di Parigi e in sintonia con il resto dell’Eurogruppo) misure di sostegno per le banche. Infatti, per usare un paragone meccanico, la mancanza di olio (liquidità) nel motore (le banche) sta facendo saltare la scatola del cambio, che non trasmette più energia alle ruote (le imprese). In questa situazione, che senso ha chiedere l’immissione di olio nel motore senza risolvere il problema meccanico? I mercati hanno reagito abbastanza positivamente alle misure prese in Europa e confermate nel corso del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, mantenendo tuttavia una elevata volatilità e facendo capire che ulteriori preoccupazioni assillano gli operatori (in particolare per quanto riguarda i riflessi sull’economia reale sia in Euopa che negli Stati Uniti), che richiederanno ulteriori misure, che accentueranno la pervasività dell’intervento pubblico nell’economia anche dopo il momento in cui si era convinti di essere sull’orlo del baratro. In aggiunta, la riflessione non può non riguardare anche il futuro dell’economia di mercato come conosciuta sino a poche settimane fa, e in parallelo l’adeguatezza del suo governo. In particolare, è opportuno svolgere alcune riflessioni sulla governance del sistema economico e finanziario dei prossimi anni soprattutto nell’Unione europea e in particolare per quanto riguarda l’Eurogruppo, avendo presenti molti dei problemi posti (e non risolti) al momento dell’introduzione dell’euro. Alla luce della crisi finanziaria, e delle risposte date alla stessa, il sistema dovrà tenere in realtà conto di due nuovi fattori. Da un lato l’inevitabile accelerazione normativa che sta portando in poco tempo a un cambiamento importante nelle regole contabili e alla flessibilità nell’uso delle norme di concorrenza (aiuti di Stato) e delle norme fiscali (il patto di stabi-

La mancanza di olio (liquidità) nel motore (le banche) compromette la scatola del cambio e dunque le ruote (le imprese). Inutile aggiungere olio senza riparare prima il cambio


[L’enigmadelle banche] L’impatto della ricapitalizzazione a spese del contribuente non deve farci perdere di vista l’obiettivo di ristabilire al più presto una libera economia di mercato lità); dall’altro, un sistema economico nel quale la presenza dello Stato nell’economia rischia di essere ben più alta di quanto non sia stata negli ultimi anni. Sul primo punto, l’accelerazione normativa non è necessariamente negativa, specialmente se messa nel contesto dell’eccezionalità della fase che stiamo vivendo. Tempi straordinari richiedono infatti regole straordinarie. A questo riguardo, le istituzioni europee hanno avallato una parziale riforma delle norme contabili per il settore bancario. In particolare, le banche sono state autorizzate ad abbandonare temporaneamente il modello di valutazione dell’attivo mark to market, ossia al valore di mercato (valutazione che il mercato non è al momento in grado di fare in maniera fair), a favore di norme contabili che contabilizzano gli attivi sulla base dei modelli di valutazione delle banche dei rischi di inadempimento. Questo consente di non diluire ulteriormente il valore dell’attivo e quindi di arginare la caduta dei coefficienti patrimoniali del sistema. Chiaramente, un cambio di regole mentre la partita è in corso è molto rischioso (pensiamo agli effetti sulle trimestrali, valutate con due regole contabili diverse, pre e post-crisi). Occorrerà allora che la Commissione europea da un lato, e gli organismi di vigilanza nazionali dall’altro, monitorino costantemente e con estrema attenzione l’evoluzione della situazione, al fine di assicurare attraverso un approccio coordinato nell’applicazione delle regole un level playing field tra tutti gli attori sul mercato europeo. Per quanto attiene all’intervento statale, esso è stato implementato in primis con la garanzia prestata dallo Stato alle operazioni di finanziamento interbancario fino a tutto il 2009, una decisione presa dal già ricordato vertice straordinario dell’Eurogruppo che ha consentito di rianimare il sistema finanziario, un malato che venerdì 10 ottobre era tecnicamente in arresto cardiaco. Quello che sta capitando in questi giorni a livello europeo è tuttavia che, superata la fase critica, si tende a utilizzare lo Stato anche nella fase terapeutica, attraverso il suo ingresso diretto nel capitale delle banche. Questo ha già avuto luogo in Olanda, Regno Unito, Francia, e a breve avrà verosimilmente luogo in Germania. In Italia, il settore bancario rifiuta invece (per ora) tale offerta, prevista dal decreto del governo solo in condizioni di difficoltà finanziaria. Tale asimmetria costituisce a nostro avviso un’arma a doppio taglio. Da un lato, è tecnicamente vero che i coefficienti delle nostre banche sono sopra i valori minimi consigliati da Basilea 2, ma è anche vero che guardando in prospettiva alle banche europee dopo l’intervento dei diversi 18-19

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[CarloSecchi]

Stati, la media di questi coefficienti probabilmente salirà, rischiando di svantaggiare le nostre banche rispetto ai principali concorrenti europei. Rifiutare azioni di ricapitalizzazione a priori è dunque una strategia miope rispetto all’evoluzione del contesto competitivo attuale. Lo è anche nei confronti del settore delle imprese, in quanto lo stesso Eurogruppo ha dichiarato che, in deroga alle norme sugli aiuti di Stato, i governi potranno imporre delle condizioni ai beneficiari dei dispositivi di garanzia, tra cui l’impegno di finanziamento dell’economia reale. A maggior ragione se entrano direttamente nel capitale delle banche. Se il governo italiano e le banche non trovano un punto di equilibrio su tale questione, il sistema-paese rischia dunque di trovarsi con banche poco competitive sul piano internazionale, e con un sistema del credito alle imprese più restrittivo rispetto alla media europea. Certo, dall’altro lato, occorre assolutamente evitare di buttare via con questa operazione i positivi risultati ottenuti in Europa con la progressiva disintermediazione statale e relativa privatizzazione del sistema bancario. Basti pensare a questo proposito come il sistema bancario italiano è cambiato nel giro degli ultimi vent’anni. L’impatto della ricapitalizzazione fatta a spese dei contribuenti non deve dunque farci perdere di vista l’obiettivo fondamentale che resta quello di ristabilire al più presto le condizioni normali di funzionamento di una libera economia di mercato. Altrimenti, i cittadini pagherebbero due volte (con la capitalizzazione statale, e con la perdita di efficienza che rischia di derivarne) per lo stesso intervento. È allora essenziale che i governi, che nell’emergenza sono riusciti a organizzare una ben coordinata entry strategy nel settore bancario europeo, siano pronti a organizzare un’egualmente efficiente exit strategy una volta realizzato l’obiettivo di un effettivo recupero di una situazione patrimoniale sana nelle banche ricapitalizzate, realizzando così il fine sopra accennato di riportare il libero mercato a una situazione di normale funzionamento nell’interesse di tutti i soggetti economici. Infine, nell’Unione europea e soprattutto nell’ambito dell’Eurogruppo, i governi nazionali dovranno fare tesoro dei progressi registrati nello stretto coordinamento degli interventi di politica economica, pur nel rispetto delle specificità di ogni paese. Così facendo sarà possibile dare un migliore assetto alla governance europea in materia economica, annosa questione che solo una crisi così drammatica è riuscita a sbloccare, a conferma di quali siano le caratteristiche di fondo dei percorsi che segnano i progressi verso un’Unione sempre più coesa ed effettiva.


LA PROPOSTA LANCIATA DA SARKOZY A ANNECY RECUPERA GLI ASPETTI POSITIVI DI UN’ESPERIENZA ITALIANA

PARADOSSO

PIÙ STATO E PIÙ MERCATO ✵

Enrico Cisnetto

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IO È MORTO, IL CAPITALISMO È MORTO

e anch’io non mi sento tanto bene». Si potrebbe cominciare così, parafrasando Woody Allen, un’analisi del dopo-crisi finanziaria, quella partita nel luglio del 2007 con l’esplosione della bolla immobiliare e il conseguente fallimento del mercato dei mutui subprime, cui ha fatto seguito la discesa verticale dei corsi di Borsa e il crack di alcune banche, prima di tutto americane, che a sua volta ha generato una grave crisi di liquidità. Di fronte alla violenza, alla dimensione e alla velocità con cui si sono manifestati questi fenomeni, si è parlato di «recessione mondiale», di «crisi come quella del 1929», se non addirittura più grave, di «spettro della miseria» incombente, di «fine del capitalismo». Ma, soprattutto, si è diagnosticato il fallimento della globalizzazione, individuata da questa sorta di «partito nichilista» come la vera causa di tutti i mali odierni, e si è preconizzato un suo tanto necessario quanto probabile superamento. Tuttavia io non condivido questa diagnosi infausta. Stando a coloro che l’hanno formulata, tra l’altro, la recessione avrebbe dovuto esserci negli Stati Uniti già da un paio di anni, e la crescita mondiale quest’anno avrebbe dovuto arrestarsi. Invece non è così. Finora il trasferimento della crisi finanziaria all’economia reale è stato parziale e circoscritto al terzo trimestre 2008. E lo sviluppo dell’Asia, e in misura minore del Brasile, assicurerà al pil mondiale un tasso di crescita per quest’anno e probabilmente per l’anno prossimo di almeno il 3%. 20-21

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Questa l’unica strada possibile per stabilire nuove regole economicopolitiche al riparo da manicheismi. Una terza via è possibile per l’Europa Questo non significa, naturalmente, che non sia successo niente, o che si tratti solo di cattiva congiuntura. Siamo certamente di fronte a un passaggio paradigmatico, che conclude una stagione contrassegnata in economia dall’uso eccessivo del debito e in politica dalla primazia, militare e strategica, degli Stati Uniti. Ciò non vuol dire che sparirà il debito e che gli Usa saranno marginali, ma «semplicemente» che si delineerà una situazione più equilibrata e aperta. In sostanza, il modello di sviluppo vedrà una rivalutazione dell’economia reale - la produzione e commercializzazione di beni materiali e l’offerta di servizi a essa funzionali - e un ritorno della finanza all’originario ruolo di supporto dell’attività economica. Dunque, basta con lo sviluppo basato sui consumi a debito delle famiglie, su un’eccessiva sottocapitalizzazione delle imprese grazie al merito di credito tendente a zero, sull’uso eccessivo della leva finanziaria da parte delle banche, sulla creazione di finanza sintetica neppure più basata su modelli matematici, sul debito-monstre degli Stati. Così come, sul fronte geo-politico, non più unilateralità americana, ma creazione di un nuovo ordine mondiale, basato su un maggiore equilibrio di forze non solo all’interno del vecchio quadro occidentale, ma anche in relazione alle aree del mondo che in questo momento, e presumibilmente in modo crescente nei prossimi anni, contribuiscono di più alla formazione della ricchezza mondiale. Il primo banco di prova della new-new economy, presumibilmente, sarà la creazione di un nuovo sistema monetario, che chiameremo Bretton Woods


[Più Statopiù mercato] III giacché la seconda esiste già - di fatto, anche se non formalmente - e si è sviluppata dall’inizio del secolo con i paesi asiatici che hanno seguito la stessa strada percorsa da Europa e Giappone nel dopoguerra, quando il gold exchange standard prevedeva che tutte le monete facessero riferimento alla valuta Usa (a sua volta legata all’oro), e ciò ha permesso al Vecchio Continente e al Giappone una rapida ricostruzione industriale trainata dalle esportazioni, in cambio della quale essi si impegnavano a utilizzare il biglietto verde come

Una valuta asiatica di Cina, India, Corea del Sud e Giappone, una valuta dei maggiori paesi petroliferi del Golfo e una del Mercosur contribuirebbero a realizzare un sistema policentrico

moneta di riserva e a investire in bond. E una grande riforma dei cambi, che non si limiti a fotografare l’esistente ma che abbia il coraggio di uno scatto in avanti, si può realizzare solo affiancando al dollaro altre divise forti. Oltre all’euro, magari dopo che avrà inglobato sterlina inglese e franco svizzero, anche tre nuove monete che sarebbe opportuno nascessero in fretta: una valuta asiatica in cui convergano Cina, India, Corea del Sud e Giappone; una valuta del Golfo, che raduni i maggiori paesi petroliferi; una valuta del Mercosur. Tutte armonizzate in una sorta di «serpente monetario» mondiale che realizzi un sistema policentrico. D’altra parte, siamo obiettivi: se guardiamo i trend di crescita attuali vediamo che nel 2007 i paesi «maturi» (Usa, Giappone, Germania, Francia, Spagna, Uk, Italia, Canada e Paesi Bassi) hanno rappresentato il 62% del pil mondiale ma hanno contribuito solo per il 38% alla crescita della ricchezza. Al contrario dei cosiddetti «Bric» (Brasile, Russia, India e Cina) - che sono solo l’11,5% del pil mondiale ma hanno un ritmo di crescita del 22% - e dei paesi della futura moneta asiatica, che contano per il 19,1% ma crescono per ben il 24,7%. Dunque, tenuto presente che il flusso conta molto di più dello stock, è chiaro che un regime monetario solo euro-atlantico non avrebbe ragion d’essere. E che se per riscrivere le regole toccherà rileggere il Keynes visionario del 1944 che proponeva un «paniere» composto di tutte le valute del mondo, questo vorrà dire che non meno fantasia servirà per fissare una sorta di «nuova Yalta» 22-23

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[EnricoCisnetto] Norman Rockwell: nella pagina a fianco, “Statue of Liberty”, Post Cover, 1946; nella pagina successiva, “Hallowe’en”, Post Cover, 1920, particolare; nella pagina precedente, “The Open Road”, Post Cover, 1920; a pagina 21 “Taxes”, Post Cover, 1945, particolare

anche per definire la governance del mondo globale. Ma se cambia il quadro geopolitico, è vero altresì che per la prima volta almeno dalla pubblicazione del Capitale di Marx (1867) è il capitalismo stesso a trovarsi sotto accusa. Dopo un trentennio in cui il liberismo e la Scuola di Chicago hanno fatto sempre più accoliti, adesso pare evidente che la famosa mano invisibile di smithiana memoria non è più in grado di regolare alcunché. Siamo diventati tutti neo-keynesiani, dunque. E alcuni, con l’ardore dei convertiti dell’ultima ora, pretenderebbero di tornare alle politiche di deficit

Essere neokeynesiani oggi significa da parte della politica assumersi la responsabilità di individuare linee guida lungo le quali far camminare l’economia

spending, alla sregolatezza fiscale, al pluricitato assunto keynesiano secondo cui si può indebitare finché si vuole, dato che «nel lungo periodo siamo tutti morti». Calma. È chiaro che a questo punto serve un distinguo: da parte mia, che in questi anni non ho mai fatto mancare la mia voce critica contro i teorici del liberismo sfrenato, credo di potermi permettere ora una critica in senso opposto. Attenzione, dico, perché essere keynesiani (o meglio neo-keynesiani, poiché la storia non si può ripetere due volte, altrimenti si passa alla commedia, per dirla marxianamente) non significa oggi tornare alle partecipazioni statali o alle «banche di interesse nazionale»: anche perché - specie nel caso italiano - oggi l’interesse nazionale bisognerebbe prima trovarlo. Né significa entrare nel capitale delle aziende o «rottamare» per sovvenzionare questa o quest’altra impresa. Essere neo-keynesiani oggi - lo dice uno che lo è stato tutta la vita, keynesiano, pur con i dovuti distinguo, necessari non fosse altro per i diversi momenti storici - significa da parte della politica assumersi la responsabilità di dare un indirizzo strategico allo sviluppo del paese, individuando le linee guida lungo le quali far camminare l’economia. In concreto? Politica dei settori oltre che quella dei fattori della produzione; utilizzo della leva fiscale con incentivi e disincentivi che indirizzino gli imprenditori verso scelte di utilità generale (aziende più grandi e più capitalizzate, comparti produttivi a maggiore valore aggiunto e intensità di innovazione tecnologica).


[Più Statopiù mercato] Dunque, sì allo «Stato decisore» e no allo «Stato Caritas»: il che non significa rinunciare a grandi investimenti pubblici, anzi: un piano di grandi opere - manovra espansiva per eccellenza avrebbe anche, nel caso italiano, il vantaggio indubbio di colmare un gap strutturale trentennale che ci attanaglia. Ma l’occasione qui è buona anche per dire una parola di verità su esperienze passate che con troppa fretta sono state gettate nell’immondizia della storia. Parlo in particolare dell’Iri: un modello tanto vituperato quanto recuperato, negli ultimi tempi, almeno dalle leadership più evolute del Vecchio Continente. Basta pensare al «proclama di Annecy», la località in Alta Savoia da cui il presidente francese Sarkozy ha annunciato il mese scorso un piano di stimoli all’economia e la creazione di un maxi-fondo sovrano. Un’esperienza che più che i vari fondi sovrani dei petrodollari - i vari Temasek (Singapore), Cdb (Cina), Qia (Emirato del Qatar) ricorda da vicino il vecchio istituto di Alberto Beneduce (meno l’ultima Iri, quella di Prodi). Nonostante alcuni eccessi e sviluppi deteriori di quel modello (i boiardi di Stato e il combinato disposto della socializzazione degli oneri e della privatizzazione dei profitti, tipici della sua ultima fase), per molto tempo esso rappresentò un unicum apprezzato e studiato all’estero. Il «sistema Beneduce» aveva il fine di salvare il sistema bancario e industriale italiano paralizzato dalla crisi, prevedeva la separazione fra banca e imprese industriali, con la partecipazione diretta dello Stato al capitale di controllo delle imprese (che sarebbero però rimaste società per azioni, continuando quindi ad associare, in posizione di minoranza, il capitale privato). La gestione di esse era improntata a un criterio rigidamente privatistico di efficienza regolata dal mercato. Inoltre lo Stato si riservava un ruolo di indirizzo dello sviluppo industriale, ma non di gestione diretta: infatti, non si trattava di un processo di nazionalizzazione, ma di una serie di interventi finalizzati al salvataggio e al sostegno finanziario di singole imprese, o, in qualche caso, alla creazione di nuove attività con cui i privati stentavano a misurarsi. La proposta Sarkozy oggi è innovativa perché prevede di costituire in tutta Eurolandia una serie di fondi gemelli che dovrebbero coordinarsi in chiave difensiva verso l’estero, affrontando senza ipocrisie la sfida dimensionale a cui le decotte economie nazionali del Vecchio Continente sono sottoposte da almeno un ventennio. È inutile e dannoso continuare a pensare, infatti, in termini di interessi e di campioni nazionali, se - Italia per prima - non ci rendiamo conto che la sfida è quella di creare dei player in grado di confrontarsi sugli scenari globali. La ricetta è quella che va nella direzione di «più mercato» e insieme «più Stato». Più mercato nel senso di allargare la concorrenza, proseguire nelle privatizzazioni e liberalizzazioni, aumentare la tutela del risparmio e la trasparenza degli scambi con regole più stringenti. Più Stato, nel senso di più Europa. Un’Europa che deve essere intesa non solo come «buco nero» delle indecisioni, come regolatore sovranazionale non calato nello specifico, ma che deve diventare un 26-27

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[EnricoCisnetto]

grande centro propulsore di strategie e politiche (economiche) verso l’interno, e al contempo attore in grado di poter contare di più nella riscrittura della governance globale, punto quest’ultimo su cui è evidente la necessità nel momento in cui lo stesso paradigma del capitalismo internazionale deve darsi nuove regole del gioco. Più Stato, più mercato, più Europa, dunque. Questa è la strada - l’unica possibile - per affrontare il nuovo paradigma economicopolitico senza cadere in facili manicheismi. Una terza via è possibile, dunque. Lo avevano già intuito, con grande pragmatismo, statisti italiani come Alcide De Gasperi e Ugo La Malfa. Adesso spetta a noi riprendere e continuare il loro cammino. (www.enricocisnetto.it)

Sì allo Stato decisore, no allo Stato caritas. Pur senza rinunciare a grandi investimenti pubblici che nel caso italiano colmerebbero un divario che ci attanaglia da trent’anni


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PER SPIEGARE UNA CRISI DAGLI ESITI IMPREVEDIBILI OCCORRE RIFARSI PIÙ CHE AI TESTI DI ECONOMIA A COLLODI

OVREMMO AVERE IL CORAGGIO DI AMMETTERLO:

lo spettacolo cui stiamo assistendo è per molti versi ancora più deprimente della crisi finanziaria (ormai esplosa) e della «recessione» economica che ne è l’inevitabile conseguenza. Infatti, legioni di economisti che tentano di spiegare i perché e i percome, non potevano non sapere. A meno di dubitare della loro intelligenza. Quanto ai banchieri, ovunque nel mondo beninteso, con le loro egoistiche avidità (basti pensare ai compensi di cui si sono autogratificati, anche quando le loro aziende erano già sull’orlo del baratro), dovrebbero fare penitenza, imporsi il silenzio. Avendo cinicamente ballato sull’orlo della fossa che avevano essi stessi scavato. In un’orgia di potere. Non è però possibile far passare sotto silenzio altre, e pesanti, responsabilità: i politici che si sono lasciati ingannare dai banchieri a loro legati a doppio filo; i media, spesso al libro-paga dei potenti finanziari, che hanno acriticamente sposato la fallace teoria di uno sviluppo ininterrotto, fondato sulla leva di una Finanza che ci avrebbe resi tutti più ricchi. Non siamo peraltro di fronte alla morte del capitalismo; più semplicemente (e almeno questo è di conforto), a uno dei suoi ciclici, traumatici, sbandamenti. E in questo sta la sostanziale differenza fra la crisi attuale e quella del 1929-33. Una «differenza» di natura ideologica. Allorché nell’autunno del 1929, sempre nel «fatale» mese di ottobre, Wall Street esplose dopo un boom che si protraeva dalla fine della prima guerra mondiale in un cumularsi di intrecci fra banche e industrie, in un clima di consumismo vieppiù diffuso (dall’automobile alla telefonia), fu facile an✵ Giancarlo Galli ✵

PINOCCHIO A WALL STREET

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[Pinocchioa Wall Street] nunciare la «morte del capitalismo». Poiché sembrava esistere un’ideologia economica di ricambio: il comunismo. In Urss, eretta a patria del «socialismo reale», Stalin ebbe comportamenti poco lineari. Sin dall’Ottocento in Russia esistevano Borse valori a Pietroburgo (la più importante), Mosca, Karkov, Odessa. Titoli di società russe erano quotati a Parigi, Berlino, Londra e Bruxelles. Nel dicembre 1917 furono vietate tutte le transazioni e nel 1918 si annullarono i debiti del governo zarista, inclusi i prestiti ancorati all’oro collocati soprattutto in Francia. Tuttavia nel 1921 le Borse vennero riaperte, nel quadro di un progetto di «economia mista». Stalin aveva nell’economista Nicolaj Kondrat’ev (nato nel 1892 e morto in un gulag) il suo mentore. Affermato studioso, amico di Joseph Schumpeter (1889-1950) americano di origini austriache, Kondrat’ev s’era avventurato in un’analisi dei cicli del capitalismo, dal Settecento in poi, individuando «grandi crisi» con intervalli fra i quaranta e i sessant’anni. Così suggestionato, Stalin nel 1930 chiuse i confini dell’Urss, adottò piani quinquennali di sviluppo pianificati e centralizzati, infierì su qualsiasi forma di proprietà privata. I cittadini potevano solo depositare i risparmi nelle banche statali o sottoscrivere prestiti nazionali. Sappiamo come è andata a finire, per l’economia sovietica (e dei paesi finiti nella sua orbita). La grande crisi generò anche altre «alternative» al capitalismo, sempre di natura ideologica, sebbene meno drastiche. La più importante, e alla quale tuttora in molti si fa riferimento, fu il keynesismo. John M. Keynes (188330-31

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[GiancarloGalli] Norman Rockwell: nella pagina a fianco, particolare di “The Clock Mender”, Post Cover, 1945, pubblicato nella pagina precedente; nella pagina seguente, “Declaration of Indipendence”, Post Cover, 1926; nella pagina successiva, “The Law Student”, Post Cover, 1927

1946), considerato il padre delle socialdemocrazie moderne, con la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, propose uno schema che superando (ma non eliminando del tutto) il modello liberal-liberista, legittimava l’intervento dello Stato nei gangli dell’economia, dell’industria, della finanza, per sopperire alle congenite debolezze del mercato. Sulla falsariga del keynesismo, si mosse la Chiesa. Rifacendosi all’Enciclica Rerum Novarum di Leone XIII (1891), per la ricerca di una «terza via», equidistante da liberismo e socialismo. Nobile utopia. L’unico paese a rifiutare ideologicamente il keynesismo (memorabile lo scontro fra il presidente Roosevelt e l’economista inglese), furono gli Usa. Se è vero che dall’America, come si continua a sostenere, partirono i crack borsistici, seguiti dalla depressione, è ancora più vero che da oltre Atlantico fu il «sistema liberale» a propiziare la riscossa del capitalismo. In Europa, le cose andarono diversamente. In Germania con Hitler, in Italia con Mussolini, l’interventismo pubblico (sempre salutato positivamente dagli ambienti industriali, felici di privatizzare gli utili pubblicizzando le perdite di errori e speculazioni), si trasformò presto in un «modello». Per noi fu l’Iri, Istituto per la ricostruzione industriale, che inglobò le maggiori banche e le industrie considerate strategiche. Mentre la dialettica sindacale venne annullata, con la creazione di organismi corporativi sui quali lo Stato aveva l’ultima parola. Nel periodo più buio della grande crisi (1930-34), i titoli quotati in Borsa persero mediamente i quattro quinti del loro valore massimo. Il risparmio venne dirottato verso prestiti statali. Per mantenere i livelli occupazionali si riducevano i salari, e di conseguenza decrescevano i consumi. S’inaugurava la stagione del controllo sui prezzi: il «calmiere». Eppure dalla crisi si uscì. Come? Con gigantesche opere pubbliche, soprattutto col riarmo. Ovunque l’industria bellica, finanziata dagli Stati, rappresentò il motore della ripresa. Si va ormai consolidando l’opinione che furono gli anni prebellici (1934-1939) a consentire il superamento del crack finanziario. Gli Usa a riarmarsi per espandersi nel Pacifico onde arginare le mire dell’emergente Giappone; Francia e Gran Bretagna preoccupate della difesa dei rispettivi imperi coloniali. L’Urss che ricostruiva la sua potenza. In Germania il nazismo, in Italia il fascismo. Uno

Dalla crisi del ’29 si uscì con grandi opere pubbliche e col riarmo. È infatti ormai consolidata l’opinione che furono gli anni prebellici a consentire il superamento del crack finanziario


[Pinocchioa Wall Street] scontro «globale» in cui gli «interessi» marciavano fianco-a-fianco con le ideologie. Il grande sogno che l’intero pianeta ha accarezzato nell’ultimo dopoguerra, iniziato (dopo la fase della ricostruzione) negli anni Cinquanta, è stato quello di un mondo senza più crack. Pur in un susseguirsi di alti e bassi, le ideologie sono uscite di scena, con la morte senza possibilità di resurrezione, del comunismo, dall’ex Impero sovietico alla Cina. Anche il liberalismo s’è però mostrato di salute fragile, dando sfogo alle più ancestrali pulsioni: l’individualismo, alimentato da una nuovissima infatuazione, quella consumistica. In termini concreti, comprensibili. Da quando esiste la società industriale (il Settecento), e nonostante il susseguirsi delle innovazioni tecnologiche, il tasso di sviluppo è stato mediamente dell’ordine dello 0,5 per cento annuo, e anche meno. Fortemente condizionato dalla produzione agricola, un’attività cui era

Come spiegare che fra il 2002 e il 2008 l’euro abbia potuto oscillare fra 0,80 e 1,50 dollari? Una motivazione razionale non esiste. Ecco uno dei misteri dell’“Economia di carta” dedita l’80 per cento della popolazione persino nelle aree più avanzate. La società industrializzata esigeva ben altro. La crescita assumendo le caratteristiche di imperativo categorico. Occorreva quindi porre le masse nella condizione di acquistare sempre di più: ed eccoci al consumismo, presto in versione globalizzata. Con la caduta delle frontiere, di ciò che restava delle barriere ideologiche, nazionalistiche. A fare da propulsore è intervenuta la Finanza, con la vorticosa circolazione di denaro. Ma cosa sono mai i soldi che maneggiamo, le valute, se non dei simboli, degli artificiosi strumenti di scambio? Nemmeno il dollaro (dal 1971) è più legato all’oro. E che rappresentano le quotazioni di Borsa di migliaia di società se il loro valore può moltiplicarsi o polverizzarsi fra l’alba a Tokio e un tramonto a Wall Stret? Siamo al cospetto dell’inesplorato, forse perché inesplorabile mistero dell’«Economia di carta». Dove tutti si muovono alla cieca. Esempio: come spiegare che fra il 2002 e il 2008, l’euro abbia potuto oscillare fra 0,80 e 1,50 dollari? Se nessuno lo ha fatto, se financo i Nobel sono muti al riguardo, significa che una spiegazione razionale non esiste. Dovremmo allora arrenderci all’evidenza, ammettendo: abbiamo costruito una moderna Torre di Babele. Con mostruosa arroganza dimenticando ogni regola fondamentale (etica, in primis), che imporrebbe innanzitutto di far 32-33

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[GiancarloGalli] discendere i nostri comportamenti da un principio base: sappiamo quel che stiamo facendo, ne abbiamo valutato le conseguenze? Il libero mercato non è una giungla! A ridurlo in questo stato hanno contribuito, sia pure in differenti misure, l’ignavia dei politici, le follie dei banchieri, il demenziale atteggiamento delle masse. Più che ai testi dell’economia viene voglia di rifarsi al Pinocchio di Collodi: gli alberi degli zecchini d’oro, i Gatti e le Volpi, gli eternamente gabbati pinocchietti. Credo che nessuno, proprio nessuno, sia in questo momento nella condizione di avanzare previsioni sui tempi e gli sbocchi della crisi. Mai, il futuro ricalca il passato. Dopo ogni guerra, gli imperi si scompongono e ricompongono; ed è così anche per i conflitti finanziari. Di conseguenza: resterà il dollaro moneta egemone, e in caso contrario da chi verrà sostituita o affiancata? Potranno ancora le Borse valori costituire lo strumento primario di finanziamento delle imprese? Gli Stati, incalzati dalle loro opinioni pubbliche, saranno portati ad accelerare in un processo d’integrazione o si chiuderanno in se stessi, ciascuno prioritariamente preoccupato del proprio orto?

Il libero mercato non è una giungla. A ridurlo così hanno contribuito, in diversa misura, l’ignavia dei politici, le follie dei banchieri, il demenziale atteggiamento delle masse Stiamo assistendo, in clima da emergenza, a un moltiplicarsi di summit, riunioni, proclami, di organismi internazionali. Vengono preannunciati interventi, codici di comportamento. Propositi encomiabili, ma sono credibili se i sacerdoti del tempio del dio Danaro non hanno saputo anticipare il dramma? Ed esiste una classe dirigente non compromessa, di ricambio? Tutti vanno puntando il dito contro la «finanziarizzazione», giurano o spergiurano sull’urgenza di un ritorno al primato dell’economia reale. Sono convinti di quel che dicono o cercano solamente di salvare più che l’anima, il portafoglio, quei banchieri-manager superpagati che ci hanno portati al dissesto? Di sicuro, lo Stato sta tornando in scena, nei panni del Salvatore (coi nostri soldi, ovviamente); ma lo Stato quando mai s’è palesato virtuoso in economia? Dovremmo pertanto confessarlo: il malato è grave, medici con buone ricette non se ne vedono in circolazione. D’altra parte non è facile offrire soluzioni a un’umanità con sulle spalle quasi mezzo secolo di sbornia consumistica, di finanza drogata. La notte si preannuncia lunga, agitata.


BISOGNA ATTIVARE UN EFFICACE SISTEMA DI CONTROLLO DELL’ESPANSIONE DI CREDITO

La crisi non è

DI SISTEMA però il sistema

È IN CRISI ✵

colloquio con Michele Salvati di Michele Gerace

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BORSE DI TUTTO IL MONDO ALTERNANO MOMENTI DI ENTUSIASTICA ripresa a picchi di profondo rosso. Il petrolio, prima alle stelle, scende sotto i sessanta dollari al barile. La crisi ha preso a diffondersi in due direzioni: attraverso l’Atlantico verso l’Eurasia, e fuori dei mercati finanziari verso l’economia reale. Il Fondo Monetario Internazionale avverte che a questo punto è «fin troppo chiaro che quello che stiamo osservando è lo shock sui mercati finanziari maturi più pericoloso dagli anni Trenta, che sta ponendo una minaccia fondamentale alla crescita globale». Le mura di cinta dell’economia reale sembrano essere state violate. Ecco che vien fuori l’annosa questione. Intervento pubblico o libero mercato? Ne parliamo con l’economista Michele Salvati, docente di Economia politica alla Statale di Milano.

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[La crisi non èdi sistema…] Professore, non manca chi ritiene che siano cruciali per favorire il ristabilimento dei mercati, interventi energici da parte delle istituzioni pubbliche. È d’accordo? È ciò cui abbiamo assistito e che è avvenuto prima negli Usa e nel Regno Unito, con interventi di nazionalizzazione delle istituzioni bancarie in difficoltà, e poi, a seguire, negli gli altri paesi dell’Unione europea. È un dato di fatto. Anche lei, come più di qualcuno in questo periodo, ritiene che la crisi americana potrebbe essere il Norman Rockwell: particolare sintomo di una crisi del capitalismo? di “Jester”, Post Cover, 1939, pubblicato nella pagina precedente No, assolutamente no. In senso generale questa forma di mercato e questo modo di organizzare la produzione e la proprietà privata sono destinati a rimanere, per il semplice fatto che non ci sono altre soluzioni all’orizzonte. Teniamo presente che il capitalismo può avere più facce. Dal modello liberale a modelli corporativi se non interventisti. Conosciamo infatti tipi di capitalismo assai diversi tra loro e che si concretano, ora in un maggiore o minore intervento dello Stato, ora in una maggiore o minore libertà nei mercati cruciali. Ci sono sistemi in cui le banche hanno un ruolo essenziale e sistemi in cui sono i mercati finanziari ad avere un ruolo essenziale. Sistemi in cui esistono meccanismi corporativi di aggregazione delle associazioni industriali o dei sindacati e ci sono altri sistemi di società industriali in cui non operano agenti di regolamentazione e i sindacati sono praticamente scomparsi. In tal senso, c’è un libro particolarmente interessante, Varietà di capitalismi, scritto da Soskice e Hall, che compiendo una ricognizione della varietà di capitalismi esistente, fa capire che quei meccanismi istituzionali, comunemente riconducibili alla stessa famiglia, sono in realtà capitalismi molto diversi. Tant’è, se ricorda, che non molto tempo fa si parlava di capitalismo renano come di altre realtà. Ma il problema grosso oggi è un altro, ed è individuato dalla regolazione internazionale dei sistemi finanziari. Il famoso problema del ritorno a Bretton Woods. A seguito delle nazionalizzazioni Usa, un importante giornale inglese titolava «Si è finanziarizzato il capitalismo e adesso si 38-39

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[MicheleSalvati] socializza la finanza». Vuol dire che, in qualche modo, stiamo assistendo a una improbabile ricodificazione genetica del capitalismo prossima al socialismo? Non credo poiché, in casi come questi, vale quel vecchio adagio secondo cui il capitalismo è un meraviglioso sistema in cui si privatizzano i guadagni e, quando poi vien fuori qualche pasticcio, si socializzano le perdite. Di certo, questi interventi, a partire dal consolidamento delle passività di Fanny Mae, Freddie Mac o del colosso assicurativo Aig, costeranno molto al contribuente americano se solo si pensa che, senza considerare ulteriori interventi, sono bastate queste nazionalizzazioni per far schizzare dal 60 al 90 per cento il rapporto, destinato ad aumentare, tra debito e prodotto interno lordo. A cosa ci riferiamo in particolare quando parliamo di consolidamento delle passività? Ci riferiamo a quelle passività che saranno acquistate in parte dai cittadini americani e in parte dalle istituzioni finanziarie internazionali. In buona sostanza, stiamo parlando di quelle obbligazioni americane che riempiono i conti di giapponesi e cinesi. Di quei soldi, immediati e buoni, guadagnati con le esportazioni da parte di questi paesi che vanno a finanziare le grandi perdite subite negli Stati Uniti, aspettando che i problemi finanziari vengano risolti e che le banche americane e internazionali riprendano a finanziare l’economia e il credito tanto negli investimenti quanto nei consumi. In attesa, insomma, che gli Stati Uniti riprendano a essere quel grande trascinatore che sono stati nelle passate fasi espansive, quando effettivamente sostenevano la domanda mondiale. E questo giustifica la preoccupazione che nasce negli altri paesi, la Cina in particolare, non appena gli Stati Uniti smettono di investire e di consumare andando a debito. Sono i cinesi stessi, per intenderci, a fornire agli Usa la domanda per comprare.

In certi casi vale il vecchio adagio: il capitalismo è quel sistema in cui si privatizzano i guadagni e si socializzano le perdite

Cosa succederebbe se, in un’ottica keynesiana, anche a seguito dei recenti cali occupazionali, gli interventi delle autorità nazionali venissero maggiormente orientati verso la promozione di inve-


[La crisi non èdi sistema…] I politici dei grandi paesi hanno la responsabilità di trovare strumenti in grado di controllare l’eccessiva predisposizione del sistema a esplodere stimenti nell’economia reale al fine di evitare il credit crunch e favorire l’occupazione? Questa sarebbe una cosa del tutto ragionevole e sensata se avvenisse in via coordinata, per esempio, anche al livello europeo. È un problema più difficile per paesi come il nostro, che hanno già dei rapporti problematici con il prodotto interno lordo e che hanno una bassissima tendenza spontanea alla crescita. Voglio dire: come possiamo fare per finanziare queste attività keynesiane, di grandi opere pubbliche, di cui abbiamo peraltro un disperato bisogno? Possiamo farlo in un paese come il nostro già oberato di un debito così massiccio? Diventa altamente improbabile. Diverso è se tali investimenti venissero finanziati da agenzie internazionali o da programmi sostenuti dall’Unione europea a patto che, chiaramente, l’Ue esistesse e agisse come un unico grande governo. Allora si potrebbe seriamente pensare di poter favorire un processo simile. Ma per ora non vedo una soluzione di questo genere.

Norman Rockwell: nella pagina a fianco, “Happy New Year”, Post Cover, 1945; nella pagina seguente, “Dolores and Eddie”, Post Cover, 1937; nella pagina successiva, “The Window Washer”, Post Cover, 1960

Stati Uniti e Europa sono due modelli che, nel corso della crisi, ora convenendo ora dividendosi sulle soluzioni da adottare, hanno subito spinte qualche volta centripete e molto spesso centrifughe. Quali conseguenze ha o potrebbe avere un mancato accordo di fondo sulle strategie da adottare ora che la crisi ha investito anche l’economia reale? Se ci fossero divergenze forti sulle strategie di fondo sarebbe un disastro. Un passo falso. Tuttavia non sembrano esserci al momento grandi divergenze. E comunque per fornire una risposta adeguata occorrerà attendere. Attendere cosa? Anzitutto la conferenza del G8 organizzata per dicembre, per quanto discutibile. Perché discutibile? La formula adottata è già di per sé infelice. Questi «G» vari, sette o otto che siano, non riflettono il peso reale delle economie e, dinamicamente negli anni a venire, lo rifletteranno sempre meno. È piuttosto evidente che que40-41

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[MicheleSalvati] sta cupola di pianificazione mondiale o di creazione di una nuova Bretton Woods, chiamiamola pure così, tra pochissimo dovrà misurarsi con economie, come quella della Cina, dell’India, del Brasile e della Corea, che presto avranno redditi maggiori dei singoli paesi europei. Credo allora che sarebbe quanto mai opportuno riuscire ad arrivare a un singolo rappresentante che parli a nome delle economie europee. Ed è proprio su questo punto che la solidità dei rapporti tra Stati Uniti e Europa potrebbe giocare in maniera favorevole. Quanto c’è di vero nel ritenere che per il mercato, così come lo abbiamo conosciuto finora, sia suonata l’ultima ora? Non c’è nulla di vero. Primo, perché non esiste nulla di alternativo; secondo, perché noi dobbiamo distinguere tra l’esplosione dei mercati e il mancato controllo dei mercati finanziari. Secondo me il crimine più grosso è stato commesso quando si è sottovalutato e lasciato a se stesso il rischio di un avvitamento esplosivo allora molto forte. Quando non si ci si è resi conto che i mercati finanziari, in un contesto internazionale, privi di ogni forma di controllo, erano affidati a pure regole di mercato dettate dalle grandi banche d’investimento e dai veicoli finanziari, paralleli a esse e non controllati. Si tratta, come scrive Shiller, di «esuberanza irrazionale». Il problema è che si è passati di bolla speculativa in bolla speculativa: prima, borsistica sulle dotcom, e, successivamente sui mercati real estate, nel settore edilizio. Naturalmente, non appena questi valori sono aumentati per via della richiesta complessiva, c’è stato una sorta di effetto greggio per il quale questi valori non hanno fatto che salire. Ecco allora che son venuti fuori valori gonfiati da puri valori speculativi che fanno ingresso nei bilanci delle varie banche e istituzioni finanziarie che, a loro volta, gonfiano questi bilanci concedendo la possibilità di andare a credito per compiere ulteriori investimenti speculativi. Una cosa di questo genere deve essere in qualche modo domata. È necessaria una grandissima attenzione mista a preoccupazione ogni volta che si mettono in moto queste grandi bolle. E non c’è modo di intervenire? Il problema è che politicamente è molto difficile intervenire quando si mette in moto una bolla, perché tutti ci guadagnano e nessuno vuole sgon-


[La crisi non èdi sistema…] Sarebbe opportuno riuscire ad avere un unico rappresentante che parli a nome delle economie europee

fiarla anzitempo. Politicamente vi devono essere delle regole talmente rigide da reprimere effetti di questo genere tutte le volte che scattano. Anche a costo di non lasciar guadagnare alla gente quanto vorrebbe guadagnare. Al di sotto, poi, dovrebbe esserci una gestione dell’economia diversa da quella che c’è stata finora negli Stati Uniti. Vale a dire che, nell’economia reale degli Stati Uniti c’è stato, da un lato, uno spostamento dei redditi alti e altissimi inverecondo; e dall’altro, una forte depressione dei redditi reali che ha consentito che consumatori e lavoratori americani finissero nel gioco speculativo. Conseguenza inevitabile, considerato che i valori delle loro case crescevano sempre più e ottenevano crediti facilissimi anche se non erano in grado di ripagarli. In tutto questo le agenzie di rating hanno qualche responsabilità? Agenzie come queste hanno spesso forti conflitti di interesse, in quanto non è raro che si trovino a esercitare, al contempo, attività di consulenza per le aziende. Le agenzie di rating private hanno fallito nel loro compito e non ritengo debbano ricoprire, in futuro, un ruolo significativo. Piuttosto occorre capire come sostituirle attraverso una valutazione obiettiva del metodo di credito delle banche. Per intenderci, qui vedrei tranquillamente un sistema più strettamente controllato dal pubblico. Della lezione americana una cosa sembra esser chiara, almeno in teoria. A una crisi di sistema non si può che rispondere con una risposta di sistema. Le sembra che ci si stia muovendo in questa direzione? Le crisi di sistema possono avere diversa intensità. È stato il sistema finanziario nel suo insieme a non funzionare per 44-45

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l’eccessiva facilità di incorrere in bolle speculative, che, presto o tardi, sarebbero esplose trascinando nel loro crollo parti rilevanti del sistema finanziario stesso. Non ha funzionato un sistema di controlli sull’espansione del credito. Si sono venute a creare bolle speculative che innalzando i valori di tutto il sistema finanziario hanno finito, andando sempre più a credito, per portare alle stelle la leva finanziaria. È questo meccanismo di creazione di bolle che va monitorato, controllato, e in definitiva domato nella sua dimensione internazionale. I principali sistemi borsistici vanno tenuti sotto controllo per la grande facilità che hanno di generare bolle speculative che poi necessariamente, inevitabilmente, esplodono. Se i politici dei grandi paesi avessero l’intelligenza e la capacità di trovare strumenti in grado di controllare questa eccessiva predisposizione del sistema a esplodere, benissimo, allora il capitalismo così come lo abbiamo conosciuto ha concrete chance per rigenerarsi e sopravvivere, anche perché, attualmente, non abbiamo alternative e perché la capacità di questo sistema, di generare ricchezza e innovazione, è veramente straordinaria. Questo è quel che vedo.


[La crisi non èdi sistema…] Veniamo all’Europa. Non manca chi, autorevolmente, vede in questa crisi la possibilità di una sensibile accelerazione verso l’unità politica. Ipotesi plausibile o piacevole chimera? Purtroppo temo più la seconda. Oggi non c’è quasi nessuno in Europa che sia in grado di intravedere un conferimento specifico di poteri all’Ue. Poteri politici intendo dire, che lascino intravedere la nascita di un sistema federale. I grossi pezzi di bilancio, di spesa, rimangono nelle mani dei singoli paesi. Debbo dire che il bilancio europeo è molto piccolo e di conseguenza non permette alcuna attività di contrasto al ciclo economico e pertanto le formule non possono che rimanere intergovernative. Anche nell’ambito di formule intergovernative, però, una crisi così seria può essere un campanello d’allarme: come a dire, vanno anche bene formule intergovernative, purché siano rapide e si venga a creare un nucleo molto forte di paesi che ne assumano la leadership. Che viaggino su decisioni rapide e coordinate e che se ne freghino un po’ dei paesi minori, i quali molto spesso finiscono per mettere i bastoni tra le ruote. Come dicevo il campanello d’allarme è stato un segnale molto forte e i singoli paesi hanno preso una serie di misure coordinate, seguendo tra l’altro il miglior esempio disponibile, che era quello di Gordon Brown. Se si venisse a creare una specie di cupola, anche all’interno dell’Unione europea, in grado di decidere, sarà allora possibile evolvere verso un sistema sicuramente più efficace di quello che attualmente abbiamo. Del resto, una evoluzione politica verso l’Europa federale non la vedo. A oggi è troppo facile, come s’è visto anche nelle recenti votazioni, per ogni singolo paese mobilitare populisticamente forze che non la vogliono. Di idee su come risolvere la crisi sembrano essercene più d’una. E se, in buona sostanza, fosse invece la volontà politica a mancare? Be’ da ultimo è sempre questo il nodo centrale. Provo a darle un esempio di cosa significa volontà politica o non volontà politica. Prendiamo il fallimento di Lehman Brothers negli Stati Uniti. Francamente io non so quale sia stata l’idea che ha convinto i decisori politici Usa e il ministro del Tesoro a far fallire la Lehman Brothers. È stata una delle castronerie più grandi che siano state fatte di recente. Da questo fallimento e quindi dei vari credit default swaps ne è derivato un aggravamento pesantissimo della crisi internazionale. Lehman Brothers non doveva fallire, come, in generale, banche così grandi non devono fallire. Non so a cosa è dovuta una cosa del genere, ma può 46-47

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[MicheleSalvati] darsi benissimo che abbia influito la prossimità delle elezioni. È come se la politica Usa avesse lanciato un messaggio schiettamente populistico e che gran parte degli elettori probabilmente voleva sentirsi dire. Per la serie: vedete, noi non guardiamo in faccia a nessuno e chi sbaglia tanto, paga. Dunque serviva un capro espiatorio. Certamente. Doveva essere trovato un capro espiatorio e il colpevole è stato individuato nella Lehman Brothers che sicuramente ne era parte, come parte ne erano però anche tutte quelle grandi istituzioni finanziarie che contribuivano, o direttamente attraverso i loro bilanci o attraverso bilanci paralleli, alla formazione della bolla. Aver fatto fallire una cosa del genere ha generato preoccupazioni enormi cui è seguito un aggravamento sproporzionato della crisi. Molto più saggia è stata l’idea europea di non aver fatto fallire nessuna grande banca. E allora, in definitiva, qual è stato e quale dovrà essere il ruolo della politica? La politica c’entra e c’entra pesantemente. Adesso la politica dovrebbe intervenire per ricostruire. E se c’è volontà politica a monte, le modalità tecniche si trovano: a partire, per esempio, da una rivitalizzazione del Fondo Monetario Internazionale o da altre soluzioni provenienti da grandi istituzioni internazionali. Siccome però queste comportano vincoli ai singoli sistemi nazionali, a questo punto si tratta di negoziare un sistema di controllo che abbia la capacità di bloccare esplosioni di bolle che, bloccando il credito nei confronti del sistema reale, finiscono col trasformarsi, come è avvenuto, in potenziali recessioni. Questo è il pasticcio. Occorre avere il buon senso di comprendere che ne va dell’intero sviluppo mondiale, della credibilità stessa di un sistema come quello capitalistico che non ha alternative. Detto questo è chiaro si va allo scontro con egoismi vari, contro i «consiglieri del principe». Tant’è che, negli Stati Uniti, non dimentichiamolo, questo sistema ha finanziato le campagne elettorali di tutti, repubblicani e democratici: specie negli Usa, molto meno in Europa, c’è una stringente connessione tra finanza e politica. A maggior ragione, in questo scenario, se solo l’Unione europea si facesse lei stessa promotrice di un grande disegno di messa sotto controllo, e gli Stati Uniti dovessero accettarlo, a poco o nulla rileverebbe la distinzione tra la visione di un’Europa intesa come grande paese federale o come somma di piccole potenze, ma ben coordinate.

Far fallire la Lehman Brothers è stata una gran fesseria. Il suo fallimento, con quello dei vari “credit default swaps”, ha aggravato pesantemente la crisi internazionale


P

LA CRISI HA EVIDENZIATO CHE PER L’UE LA VIA DA SEGUIRE È QUELLA DELL’INTEGRAZIONE ECONOMICA

nei mercati finanziari è utile prendere in prestito la metafora del giocoliere, come viene raccontata, col solito brio, dal ministro Renato Brunetta. Al pari di ogni altro essere umano il giocoliere ha soltanto due mani, ma la sua bravura consiste nel far girare il maggior numero possibile di palle. Per riuscirci, deve lanciare sempre più in alto le palle in modo che sia più lungo il tempo in cui esse continuano a roteare per aria. Prima che la forza di gravità le faccia precipitare. Il nostro giocoliere comincia con tre palle; poi, man mano che prosegue nell’esercizio, arriva a cimentarsi con sette. Così la semicirconferenza ideale, tracciata dalle palle, deve ampliarsi sempre di più. Fuor di metafora, le mani rappresentano le disponibilità effettive del sistema del credito, le palle gli impieghi: in altre parole, le banche sono esposte nell’erogazione del credito al sistema economico in un rapporto 2 (le disponibilità effettive) a 7 (gli impieghi). Indubbiamente, un uso siffatto delle risorse è sintomo di un rapporto assai virtuoso, ma anche rischioso, dal momento che basta un piccolo incidente perché il virtuosismo del giocoliere fallisca miseramente. E così - aggiunge Brunetta - è stato. È bastato un colpo di tosse improvviso (le vicenda dei subprime non è niente di più) del giocoliere. Che cosa ha inceppato il meccanismo? Dove è iniziata l’infezione che si è rapidamente diffusa nei mercati finanziari di tutto il pianeta? La storia è nota. Negli Usa, gli istituti preposti al credito immobiliare hanno erogato finanziamenti (fino al 100% e oltre del valore dell’immobile) a famiglie e persone che volevano «metter su casa», senza chiedere loro garanzie adeguate. Finendo ER SPIEGARE QUANTO STA ACCADENDO

LE VERA CHANCE DELL’EUROPA ✵

Giuliano Cazzola

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[La vera chancedell’Europa] per essere schiacciati nella tenaglia dell’insolvenza delle rate dei mutui e della flessione del valore degli immobili (che ha vanificato così la copertura delle ipoteche «calibrate» su valori più elevati). Se il guasto fosse rimasto circoscritto al mercato immobiliare i problemi sarebbero gravi ma limitati a qualche fallimento. Il fatto è che i subprime sono entrati nel pacchetto dei prodotti finanziari di nuovo conio (i cosiddetti derivati), diffondendo così il virus infetto e infettando anche gli altri titoli. È l’impossibilità di valutare la profondità dell’inquinamento a pesare sulla stabilità dei mercati. L’internazionalizzazione dei mercati finanziari ha fatto il resto. Il virus ha varcato gli oceani. Le misure adottate dai governi, negli Usa e in Europa (ci sono comunque delle differenze nella logica dei provvedimenti assunti nelle due sponde dell’Atlantico), hanno tenuto conto dell’esigenza di garantire i risparmiatori: per poterlo fare non bastava proteggere i depositi ma occorreva anche puntellare le banche. Tutto ciò si sta ripercuotendo, però, sulla stabilità dei conti pubblici e sullo stato dell’economia reale. E di conseguenza è ripartito in giro vizioso della sfiducia dei risparmiatori, della crisi delle Borse, delle restrizioni creditizie e di quant’altro evidenzia una situazione difficile da cui non siamo ancora usciti. Sconcerta soprattutto il trovarsi di fronte a problemi nuovi, che non reagiscono alle terapie adottate e che, proprio per questi motivi, destano ancor più preoccupazioni per il futuro. Se è consentito il paragone, gli operatori somigliano a dei medici chiamati ad affrontare un’epidemia sconosciuta che non reagisce alle tradizionali terapie. E neppure alle sperimentazioni innovative che vengono adottate. È questo senso di impotenza ad alimentare sfiducia crescente e a rendere vane, in poche ore, le misure che vengono adottate per fronteggiare la crisi. Ma che cosa c’entra il capitalismo con tutto ciò di cui abbiamo parlato fino a ora? Paradossalmente (ma neanche tanto) potremmo sostenere che alle origini della crisi sta proprio l’omissione dei principi del capitalismo nel paese (gli Usa) che ne è la massima espressione. Secondo tali principi il credito è un 50-51

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[GiulianoCazzola] Norman Rockwell: nella pagina a fianco, “Expenses”, Post Cover, 1957; nelle pagine precedenti, “Union Station Chicago”, Post Cover, 1944; “Nothing Up His Sleeve”, Post Cover, 1930, particolare dell’immagine pubblicata a pagina 49

bene che deve essere erogato a fronte di garanzie serie ed effettive. Anche in materia di credito vale il principio che «nessun pasto è gratis». Quando le risorse per accedere alla proprietà di una casa si regalano a persone che non possono permetterselo, si determina uno squilibrio che prima o poi creerà un problema. Con questa considerazione sembriamo dare ragione a quanto il perfido Potter rimproverava all’eroe positivo George Baily nel film La vita è meravigliosa, ma la realtà è questa. E quando si afferma che le nostre banche sono meno esposte si fa riferimento a come le stesse hanno gestito (almeno fino a prova contraria) la questione dei mutui immobiliari, chiedendo precise garanzie agli utenti e senza impegnarsi nella copertura dell’intera somma corrispondente al prezzo d’acquisto. Anche nei provvedimenti di alleggerimento dei mutui decisi dal governo Berlusconi (per altro criticati dal centrosinistra) non veniva meno un’impostazione corretta: le rate erano soltanto posticipate e non manomesse nei tassi e nel rapporto tra capitale e interessi. È singolare la reazione dei governi agli eventi straordinari delle ultime settimane. Lo ha notato, in un editoriale sul Corriere della Sera, Angelo Panebianco, secondo il quale, anche se le misure concrete sono simili, l’atteggiamento delle classi dirigenti europee è assai diverso da quello dell’amministrazione americana. Mentre quest’ultima si è vista costretta (e lo ha fatto con grande senso pratico) ad adottare misure di nazionalizzazione applicate alla realtà, ma lo ha fatto in nome dell’assoluta eccezionalità della situazione, di qua dell’Atlantico il new deal statalista è stato vissuto come una liberazione, come una «manna piovuta dal cielo», come un ritorno ai bei tempi che furono, dopo anni di virtù finanziarie più subìte (in conseguenza del trattato di Maastricht) che auspicate. Finalmente - dicono i nostri governanti - possiamo parlare nuovamente di salvataggio pubblico dei «campioni nazionali», di «flessibilità» dei saldi, di fondi sovrani europei schierati a difesa delle grandi imprese contro i rischi di invasione da parte dei capitali stranieri, di superamento dell’unica regola - il divieto degli aiuti di Stato - che era stata osservata fino a ora nell’Unione, proprio perché non erano ammesse eccezioni di sorta in nome del principio della libera concorrenza. Al dunque, si avverte una grande voglia di Iri, dimenticando che l’Istituto per la ricostruzione industriale poteva

Paradossalmente potremmo sostenere che alle origini della crisi sta proprio l’omissione dei principi del capitalismo nel paese che ne è la massima espressione, gli Usa


[La vera chancedell’Europa] operare in un contesto di chiusura autarchica (che ha penalizzato strutturalmente la nostra economia), mentre oggi sarebbe impraticabile rinchiudere la politica economica all’interno dei confini di un solo paese o anche di un solo continente. Certo, non sarebbe credibile cercare una via d’uscita dalla crisi affidandosi unicamente alla regia della «mano invisibile» del capitalismo. Ci sono, in Europa, degli spazi di intervento pubblico. La Ue a 27, in media, ha un debito pubblico inferiore al 70% del Pil. Può quindi adottare con una certa sicurezza una politica di investimenti nelle infrastrutture, allo scopo di rimettere in moto l’economia e di ammodernare il sistema. In sostanza, la via da seguire è quella che conduce l’Europa a compiere un salto di qualità nell’integrazione dell’economia e dei mercati. Lo si è visto quando i capi di Stato e di governo, di fronte alla crisi, hanno adottato

Non sarebbe credibile cercare una via d’uscita affidandosi unicamente alla regia della “mano invisibile” del capitalismo. Ci sono in Europa degli spazi di intervento pubblico delle strategie comuni e uniformi mettendo da parte la tentazione di cercare «vie d’uscita» di carattere nazionale. Fino a ora il cruccio dell’Unione è stato quello di non avere istanze politiche più forti. La crisi ha evidenziato, invece, che è l’integrazione economica la vera chance del vecchio Continente. Se non avessimo perduto l’occasione di pervenire (con il fallimento della direttiva ex Bolkestein) all’unificazione del mercato dei servizi (che detiene il 66% del Pil della Ue) probabilmente oggi avremmo maggiori possibilità per avvalerci di una crescita dell’economia reale che costituirebbe anche un argine contro la deriva dei mercati finanziari. Era possibile accorgersene quando il voto di ottocentosessantamila irlandesi contro la ratifica del trattato di Lisbona 2 è stato preso a pretesto, al di là delle dichiarazioni in senso contrario, per ridimensionare il progetto di una maggiore integrazione dell’Unione europea. Ha sorpreso che sia stata proprio l’Irlanda, uno dei paesi più liberali della Ue, a innescare la miccia di una crisi politica e diplomatica, quando durante l’ultimo semestre di presidenza irlandese furono compiuti dei passi importanti sul terreno dell’integrazione, come superamento di un periodo di forti difficoltà. Peraltro l’Irlanda è stato uno dei primi paesi dell’Eurozona ad aprirsi alla mobilità della manodopera dopo l’allargamento a Est (stringendo un patto sostanzia54-55

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[GiulianoCazzola] le proprio con la Polonia). Ci si poteva aspettare, dunque, una presa di distanza nei confronti di un trattato che - senza avere le ambizioni della Costituzione - non rinunciava alla pretesa di infilare l’economia nelle braghe della politica, accanendosi nella ricerca di nuovi strumenti di governance istituzionale allo scopo di trasformare in variabili dipendenti (dalle decisioni politiche, appunto) le regole meccaniche e automatiche dell’economia e della finanza pubblica (dai parametri di Maastricht al ruolo della Bce). Invece, prevalsero sentimenti difensivi e nostalgici di una sovranità nazionale concepita e intesa come possibilità di piegare la fredda logica del risanamento dei conti pubblici alle esigenze di gestione politica (e consensuale) delle risorse, anche a costo di non garantire i necessari equilibri. Succede, allora, che le popolazioni si pronuncino contro trattati - di cui nulla conosco-

Per i paesi sviluppati la globalizzazione e il mercato unico europeo sono un potente “vincolo esterno”. Per noi la sola circostanza in grado di condizionare l’azienda Italia e di spingerla alle riforme no e di cui non importa loro nulla - portatori di complesse costruzioni istituzionali soltanto perché è il solo modo che hanno di schierarsi contro gli effetti dell’unificazione dei mercati e della globalizzazione in cui intravedono - a torto o a ragione - l’affievolirsi di un insieme di tutele sociali divenute insostenibili nell’attuale contesto economico. Nel suo ultimo libro Giulio Tremonti aveva segnalato queste crescenti preoccupazioni prendendo chiaramente posizione per un rallentamento dei processi di internazionalizzazione dei mercati. Il desencanto di ampi strati della popolazione non ha tardato molto a «battere un colpo». La crisi finanziaria sembrerebbe aver dato ragione a queste tesi anticipatrici. Di un dato di fatto però siamo fin d’ora sicuri. Per l’Italia il «vincolo esterno» (in questo caso di matrice Ue) è un viatico essenziale. La globalizzazione coinvolge sempre più paesi e sempre più persone, spinge verso un aumento della qualità del mercato, ed è dunque un fattore potente di crescita. Ma occorre che gli Stati sappiano «meritare» i benefici della globalizzazione, adeguando la propria struttura e sapendone governare il processo. Così, per i paesi sviluppati, spesso «sazi e disperati», la globalizzazione e il mercato unico europeo sono un potente «vincolo esterno»; per noi, la sola circostanza in grado di condizionare l’azienda Italia e spingerla sul terreno delle riforme.


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LA GIUSTA TEORIA: STATO E MERCATO

SONO COMPLEMENTARI E DEVONO ALLEARSI CON UN COMUNE OBIETTIVO

IL CAPITALISMO DI MASSA ✵

Carlo Pelanda

L MONDO LIBERALE TEME CHE L’INTERVENTO

degli Stati sia come salvatori di ultima istanza nella crisi bancaria dell’autunno del 2008, sia come sostegni di capitale pubblico a favore delle aziende colpite dalla recessione si traduca in una riduzione strutturale della libertà del mercato. Nell’ottobre 2008 il settimanale The Economist ha lanciato un appello per una «battaglia intellettuale» in difesa del libero mercato. Agli inizi di novembre queste righe vengono stilate nel rumore di affermazioni apocalittiche, quali «bisogna rifondare il capitalismo» (Sarkozy), demonizzazioni della libertà e tecnica finanziaria con invocazioni neorurali di ritorno a un’economia senza capitalismo (Tremonti). I circoli liberali e libertari sono in allarme in tutto il mondo. Chi scrive, ritiene necessario un chiarimento all’interno dell’area liberale affinché siano meglio precisabili quali siano il pericolo e l’oggetto che dobbiamo difendere. In tale chiarimento sarà importante aggiornare la teoria del confine tra Stato e mercato perché è invecchiata. Quella libertaria, che in italiano viene impropriamente tradotta come «liberismo», sia essa la variante radicale dell’anarco-capitalismo o quella classica, propone che meno Stato c’è meglio è. La controparte di ceppo socialista è simmetrica al contrario. Più Stato c’è e meglio è. Le due si sono combattute per più di un secolo e mezzo. La variante estrema del socialismo, il modello comunista, ha dimostrato nei fatti la sua infattibilità ed è stato abbandonato. La variante libertaria estrema non ha mai avuto realizzazione ed è propugnata da una minoranza intellettuale, pur agguerrita e spesso acuta. Per esempio, la profezia di Rothbard, semplificabile come «dai un dito allo Stato e 56-57

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[Il capitalismodi massa] questo si prende il braccio» trova evidenze fattuali dappertutto. L’incubo di Malte (Rilke) è realtà: la mano - lo Stato - diviene più grande della mente che dovrebbe guidarla e si ribella a essa. La secessione degli apparati burocratici alla logica di servizio per la società, affermando la loro autoreferenzialità, è cronaca quotidiana. Tali riferimenti servono a ricordare che l’istinto libertario sospettoso dell’espansionismo dello Stato è ben motivato. Tuttavia, nella realtà, i rapporti tra Stato e mercato sono sempre stati intrecciati. Infatti non c’è una teoria chiara sul confine tra Stato e mercato. Chi scrive preferisce quelle funzionaliste (il confine definito dai ruoli). E sui ruoli dei due la confusione dottrinaria è massima. Per esempio, il pensiero politico socialista e sindacale occidentale è intrappolato da sempre in una relazione Stato/mercato impossibile: lo Stato dà ricchezza, il mercato deve dare garanzie. Ma anche la corrente liberale non scherza sul piano della poca corrispondenza con la realtà: il mercato dà ricchezza che è a sua volta una garanzia. Ambedue le tesi qui semplificate non sono sostenute dai fatti. Ovviamente lo Stato non è un buon creatore di ricchezza se un mercato c’è in quanto il suo intervento ne deprime la vitalità. Se il mercato non c’è lo Stato può essere certamente un fattore diretto di ricchezza, ma tale osservazione non ci è utile per capire il confine. Il mercato è capace di aggiustarsi, ma non riequilibra da solo i fenomeni estremi, quali la tendenza al monopolio da parte degli attori o gli andamenti a bolla. Il mercato crea ricchezza attraverso il libero gioco della concorrenza e degli scambi, e non c’è niente di meglio. Può creare anche il proprio denaro finanziarizzando il baratto (il sale o la conchiglia come standard di scambio sono precursori della finanza derivata) ma non necessariamente ne riesce a tutelare il valore. Inoltre il mercato non necessariamente riproduce se stesso, in particolare quando la complessità dell’economia è crescente. Per esempio, difficile che il mercato investa sulla formazione di un individuo che richiede vent’anni in quanto il ritorno di capitale è troppo lungo e incerto. Riusciamo da queste considerazioni 58-59

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[CarloPelanda]

Norman Rockwell: nella pagina a fianco, particolare di “He went thataway”, Post Cover, 1934, pubblicato nella pagina precedente; nella pagina seguente, “Hometown News”, Post Cover, 1942; nella pagina successiva “Planning the Home”, Literary Digest Cover, 1920

solo accennate a ricavare un concetto che poi alimenti la giusta teoria del confine tra Stato e mercato e rispettivi ruoli? Certamente. Lo Stato ha il compito di dare garanzie, il mercato quello di creare ricchezza. L’uno fa quello che l’altro non può fare. E qui c’è il punto. Perché mai dovremmo continuare a guardare Stato e mercato in conflitto tra loro? Si potrebbe rispondere perché gli statalisti hanno un motivo ideologico per sconfiggere il mercato inteso come capitalismo selettivo e i liberali si oppongono. Ma se depuriamo il problema dalla sua superficialità politico-ideologica e lo vediamo nell’essenza funzionale, allora la teoria giusta è quella della complementarietà tra Stato e mercato. E da tale complementarietà è facile passare perfino a proposte di «alleanza» tra Stato e mercato se si considerano i requisiti del capitalismo di massa. In altre parole, se uno definisce il proprio liberalismo al servizio di un obiettivo strategico definito come realizzazione del capitalismo di massa, allora deve per forza usare gli strumenti sia di garanzia sia di ricchezza e deve trovare un buon modo per bilanciarli in relazione alle contingenza. Tre domande. È il capitalismo di massa un obiettivo desiderabile? È ottenibile? Se sì, quale liberalismo favorisce il risultato? Alla prima rispondo di sì perché non vedo come uno possa desiderare un mondo in cui solo alcuni sono ricchi e gli altri poveri. Inoltre ritengo che il superamento del dilemma idealistico tra l’essere e l’avere vada risolto pragmaticamente rendendo tutti capaci di avere, così trasferendo il problema dell’essere nell’area del privato. Se tutti avessero allora la civiltà dell’habeo ergo sum semplificherebbe le cose riducendo la sociologia a economia. Infatti l’Homo Aeconomicus di Marx non fu una cattiva idea. Così diversa dall’analisi di Weber? In apparenza sì, ma in sostanza il sociologo tedesco rilevò una relazione forte tra religione e soldo, una combinazione armonica tra essere e avere dove la preponderanza del secondo termine è piuttosto marcata. Nel mondo terreno il massimo che puoi aspettarti dalla comunità in cui vivi è che ti aiuti a metterti in tasca i soldi con cui ti comprerai quello che ti pare. Per il resto sono affari tuoi e non pretendere altre cose perché il soldo (e la sicurezza) è l’unica cosa che possiamo darti, il resto tua responsabilità personale. Piuttosto liberale, nevvero? Infatti non buttiamo via il bravo vecchio Marx e la sua soluzione economicista al problema della semplificazione della complessità sociale. Il problema è che ha proposto un metodo emotivo e poco tecnico per realizzare


[Il capitalismodi massa] la soluzione del capitalismo di massa. Il liberalismo può, invece, riuscirci. Ma che liberalismo è mai questo, sbotterebbe lo studioso che ha speso tutta la sua vita a leggere classici? È un liberalismo pragmatico. Ma lo studioso classicista sarebbe ancora più inorridito: il liberalismo non ha bisogno di aggettivi! Perché? Se gli individui sono liberi risolveranno tutti i loro problemi, compreso quello della direzione storica da dare alla loro comunità. Verrà fuori da sola. Ma proprio questa è la speranza liberale classica meno scientificamente difendibile. Il concetto stesso di «organizzazione», frutto dell’evoluzione bioculturale umana, implica una direzione - scopo - per il gruppo umano, condivisa. Le comunità antiche erano coese per lo scopo comune di difesa. Ha funzionato e ciò si è perpetuato. La cosa che più si avvicina alla coesione di una «comunità di difesa» è l’obiettivo della ricchezza

Pragmatismo per aderire all’economia tecnica e al realismo politico. Direzionalità per far raggiungere a tutti il comune obiettivo, cioè il soldo. È ciò che serve al liberalismo per mettere in pratica la giusta teoria per tutti. Pertanto la valutazione di una dottrina politico-economica deve avere come parametro di valutazione la sua capacità di ottenere lo scopo del capitalismo di massa. Il socialismo-statalismo non ne è capace. Il libero mercato lo è, ma senza il supporto dello Stato non lo è a sufficienza. Quindi l’individuazione della giusta teoria è semplice, se la ancoriamo a un’antropologia realistica. Lo Stato deve dare garanzie, il mercato ricchezza, in una relazione complementare e convergente per ottenere il capitalismo di massa. Il liberalismo ha bisogno di aggettivi perché il suo impianto classico che li rifiuta è insufficiente. Gli aggettivi qui proposti sono «pragmatico» e «direzionale». Il riferimento al pragmatismo qui segnala un liberalismo che aderisca all’economia tecnica e al realismo politico. Quello alla direzionalità invoca un liberalismo consapevole del fatto che gli esseri umani sono prodotti dell’evoluzione biologica, che non ha direzione, ma che ha fatto sopravvivere comunità coese grazie alla capacità di darsi direzioni comuni con chiaro vantaggio condiviso. Il soldo. Il liberalismo? Il motivo per essere liberali è prima di tutto scientifico-tecnico: un sistema con ampia libertà delle sue componenti, oltre a generare ricchezza meglio di altri schemi, semplifica meglio la complessità evitando squilibri distruttivi. La proprietà più interessante del liberalismo è la sua capacità, attraverso il gioco della libertà, di 60-61

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[CarloPelanda] innescare un meccanismo spontaneo di composizione delle diversità. La libertà va difesa perché è il miglior strumento di composizione del sistema sociale. Ma ha bisogno di cornici, limiti, salvataggi di ultima istanza, in sintesi garanzie, cioè di ordine somministrato attraverso un’autorità monopolista, cioè lo Stato. Ovviamente uno Stato che faccia bene questo mestiere e non altri e non oltre la sua missione di garanzia. Con queste pur solo abbozzate considerazioni alla ricerca della giusta teoria, ritengo che possa essere chiaro cosa i liberali, quelli della corrente «aggettivante», dovrebbero difendere in relazioni agli eventi del 2008. Se la teoria giusta è che lo Stato dia garanzie e il mercato ricchezza, il confine tra i due è variabile in relazione alle contingenze. Quando il mercato ha problemi è ovvio che intervenga lo Stato o l’autorità monetaria, o equivalente, in quanto organizzatore di capitale d’emergenza nella funzione di prestatore di ultima istanza. Lamentele e allarmi su questo sarebbero irrealistici. Il problema è dato dal timore che una volta lo Stato o simili siano penetrati nelle entità commerciali, soprat-

Quando il mercato ha problemi è ovvio che intervenga lo Stato ma occorre sostenere una battaglia per ottenere atti legislativi che limitino il suo intervento al periodo di emergenza tutto banche, poi ci restino per sempre distorcendo il mercato. Su questo punto, evidentemente, c’è da fare una battaglia per ottenere atti legislativi che limitino l’intervento statale al periodo di emergenza. Le leggi in materia negli Stati occidentali non sono precise al riguardo. Ma su questo punto si può invocare l’estensione del principio di indipendenza delle autorità monetarie per aumentare il potere di controllo sul ciclo bancario. In sintesi, per tirare fuori gli Stati dalle banche lo strumento più realisticamente potente è la vigilanza, e le pressioni, delle Banche centrali. Pertanto noi liberali aggettivati dovremmo difendere la loro indipendenza. Dovremmo, cioè, portare l’eventuale conflitto dal livello generico di scontro tra principii liberali e statalismo a quello più concreto e specifico tra autorità monetarie e politica. L’utilità della chiarezza sul piano della teoria è quella di approfondire la funzione di garanzia dello Stato. Un tipo di garanzia viene dato via decisioni governative e dei parlamenti. Un altro da recessione della competenza regolativa diretta da parte della politica. La chiarezza della teoria base va trasferita a quella delle garanzie, dividendole tra dirette e delegate, le seconde fornite da autorità indipendenti. Già questa tendenza è emersa nelle legislazioni, quella relativa alla tutela della gestione della moneta dal disordine dei parlamenti e dei governi è norma da tempo. Si tratta di rafforzar-


[Il capitalismodi massa]

la via precisazioni del concetto di garanzia. Sul piano della dottrina il pensiero liberale dovrebbe includere la capacità di proporre garanzie e non solo il loro allentamento. Lo Stato interviene quando serve, esce quando non serve più, in cambio ha diritto a un premio (dato ai cittadini che hanno prestato via fisco i loro denari) e non può pretendere altre compensazioni. Appare ovvio, ma non c’è una dottrina disponibile che concettualizzi questa azione sotto l’ombrello di una «Teoria liberale delle garanzie». Va sviluppata come piattaforma intellettuale - seguendo il suggerimento dell’Economist - utile all’ingaggio nel campo di battaglia concreto, se sarà necessario. Probabilmente lo sarà per le diverse interpretazioni statalista e liberale della «moneta fiduciaria». Poiché il valore di una moneta dipende dalla fiducia generata dalla politica, lo statalismo tende a sostenere la tesi di riportarlo sotto il diretto controllo dei governi e dei parlamenti. A questa offensiva, che potrebbe venire dalla scuola politica francese, bisogna rispondere chiarendo che la fiducia monetaria è una funzione di garanzia indiretta e non diretta dello Stato. Spiace ripetere, ma per fare bene questa difesa il pensiero liberale e dell’economia tecnica collegata deve assolutamente avere chiare idee sulle garanzie e sulla loro complementarietà con i processi di mercato. Il liberalismo, cioè, deve fare una Teoria dello Stato e non limitarsi a quella dello Stato minimo. Ma il pericolo maggiore è che dopo la crisi finanziaria emergano regolazioni del sistema finanziario che ne strozzino la capacità di rendere abbondante il capitale. Il tema è molto tecnico, ma qui si può ritagliarne il punto principale. La finanza, semplificando, è evoluta al punto di diventare un oggetto della teoria del linguaggio. Si parte da una cosa. Poi si fa un discorso su quella cosa. Poi un discorso sul discorso su una cosa. E via così, potenzialmente all’infinito. Da un lato, tale capacità della finanzia di derivare discorsi infinti su una cosa, costruendo in ogni passaggio un valore in soldi, rende il capitale abbondante. Dall’altro, il ciclo dei discorsi sui discorsi è vulnerabile alla domanda: ma di cosa stiamo parlando? E se la risposta ha un valore inferiore a quello atteso oppure non c’è, allora il valore viene cancellato. Si può usare anche un’immagine di Gonseth. Quando parliamo il «discorso» diventa autonomo, cioè condiziona le nostri frasi a una concatenazione ispirata dal discorso stesso. Anche qui un rumore che interrompa il discorso fa crollare la struttura semantica che solo un secondo prima aveva significato. Di cosa parlavamo? Con questo esempio che spero semplifichi, il 64-65

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[CarloPelanda]

problema è sia evitare rumori nei discorsi produttivi sia porre un limite al «discorso sul discorso» relativo a una cosa. La demonizzazione della finanza potrebbe portare sia a troppo rumore nei discorsi (cicalino ogni cinque secondi) impedendoli, sia a limiti nella finanza recursiva. Mostrami la cosa non il discorso su di essa. Ciò sarebbe come ridurre il sangue nella circolazione del corpo. Invece la finanza va regolata, semplicemente, imponendo la trasparenza. Niente veicoli, contratti e operazioni fuori bilancio. Significa non limitare le operazioni e il rischio, ma costringere chi le fa a renderlo esplicito. Anche perché il rischio è gestibile o impedendolo o trasferendolo. Altri modi non ci sono. Se lo impedisco deprimo il capitale per volume e circolazione. Quindi devo continuare a lasciare che venga trasferito. Per evitare eccessi pericolosi posso solo pretendere che questi siano informativamente trasparenti. E lo si fa precisando i valori sottostanti, per esempio, di un derivato. È semplice, l’elettronica lo rende possibile cosa che non lo era dieci anni fa. Ma chi convince i demonizzanti e i populisti, che spesso additano la finanza come untore per nascondere le gravi responsabilità della politica, che questa regolazione sia sufficiente e buona? Sarà una bella battaglia, in ogni caso la precisazione dei ruoli di Stato e mercato e della loro complementarietà è la piattaforma intellettuale necessaria per sperare di vincere. Lo Stato impone la trasparenza, il mercato la accetta e in cambio evita regolazioni più limitative. Confine chiaro, separazione dei ruoli, ma loro complementarietà e un po’ di complicità. Fare teoria chiara è importante per ottenere i risultati pratici. Così come lo è su un tema ancor più delicato. La gente ha paura e vuole sia le garanzie sia la ricchezza generata dal mercato. La politica populista, infatti, è figlia di questo atteggiamento che è maggioritario nelle classi medie delle democrazie occidentali. Ed è la fonte delle distorsioni più gravi. Il risparmiatore vuole massimizzare il profitto di un investimento finanziario, ma quando il rischio si realizza in perdita urla all’imbroglio. I dipendenti vogliono salari più alti, ma non accettano di fare le cose necessarie per aumentare la produttività (in Europa). In questo scenario lo Stato tende a espandere il suo ruolo nell’economia perché è chiamato dagli elettori a offrire ricchezza crescente combinata con garanzie assolute. Cosa fare? Invece di lamentarsi dell’irrealismo popolare e della deriva verso il populismo economico nelle nostre democrazie dovremmo noi liberali proporre un modello che dia alla gente quello che chiede. Solo costruendo la fiducia nella fattibilità di questo modello potremo poi chiedere dei comportamenti adeguati. Appunto, dobbiamo far vincere la dottrina dello Stato che dà garanzie, del libero mercato che dà ricchezza, della netta separazione tra le due funzioni, ma anche della loro complementarietà. Per questo dobbiamo farla, nuova. E non restare ancorati come mummie alla vecchia. www.carlopelanda.com


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LA RESPONSABILITÀ DELLA CRISI VA CERCATA IN OCCIDENTE: IL CROLLO DEMOGRAFICO

vivendo, propongo di indire il Premio Nobel per l’antieconomia che una commissione di inesperti conferisca a chi fa i maggiori danni all’economia mondiale con progetti che non «potevano stare né in cielo né in terra», ma sono ugualmente stati realizzati, consenzienti o complici, istituzioni e governi. Poi propongo anche di destinare un Nobel alla illetteratura, da attribuire allo scrittore del saggio più venduto che spieghi la crisi, conseguente, del capitalismo. Non solo ci tocca assorbire le conseguenze della crisi economica che peserà sui nostri bilanci per chissà quanto tempo e per chissà quanto, ma dovremo anche subirci lezioni storico-economiche sui difetti e vizi del capitalismo, del mercato, ecc. Ma quale capitalismo e quale modello di mercato hanno creato questa crisi? Ma quando mai il mercato è stato applicato in economia? Ma si rileggano, i saggi candidati a questi Nobel, gli scritti di Giovanni Paolo II o di Papa Ratzinger, loro sì che avrebbe meritato e meritano il Nobel per «l’economia per l’uomo», l’unica economia che merita di esser teorizzata e gestita. Questa è l’unica economia che mi interessa e dovrebbe interessare chiunque, se fosse stata applicata la crisi che stiamo vivendo non ci sarebbe certamente. Qualche settimana fa, creando polemiche abbondanti, avevo sostenuto la tesi che la responsabilità della crisi finanziaria attuale fosse anche di quei governi che l’avevano incoraggiata, tollerata e sostenuta, e di cui ne avevano anche beneficiato indirettamente. Il 12 ottobre scorso il presidente Bush si è presentato, inatteso, alla riunione dei ministri dell’economia del G20 a Washington, battendosi il petto, recitando il mea culpa e ✵ Ettore Gotti Tedeschi ✵

OPO I FATTI ECONOMICO FINANZIARI CHE STIAMO

MENO FIGLI MENO SVILUPPO

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[Meno figlimeno sviluppo]

ammettendo qualche responsabilità del suo governo, e di governi precedenti, nella generazione della crisi. Bene il comportamento di Bush, male gli effetti della crisi. Ma quale governante, o ex governante, europeo avrebbe fatto lo stesso invece di pensare solo a scusare il suo comportamento dando responsabilità ad altri? Ma ciò non scusa quello che è avvenuto e le sue conseguenze, ammetto che stento persino a capire il significato effettivo della assunzione di queste responsabilità da parte di un governo. Anzi, dubito che chi ha provocato errori sappia risolverne le conseguenze, spesso le camuffa o le peggiora. Quello poi che è successo c’entra ben poco con il capitalismo e il mercato. Potrei dire persino che è stato il tentativo di camuffare le regole del capitalismo e del mercato. Cercherò di spiegare perché, senza confondermi con gli ideologi del pro o contro capitalismo. Per me capitalismo resta la proprietà dei mezzi di produzione in mano ai privati, il capitalismo di Stato, per definizione, inquina il capitalismo poiché lo Stato ha mezzi e leggi che non permettono al privato di competere con lui e per68-69

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[EttoreGotti Tedeschi] Norman Rockwell: nella pagina a fianco, particolare di “The Outing”, Post Cover, 1947, pubblicato nella pagina precedente; nella pagina seguente, “Census Taker”, Post Cover, 1940; nella pagina successiva, “Rosie the Riveter”, Post Cover, 1943

ciò di competere in assoluto. Se ci fosse capitalismo di Stato sarei preoccupato di spiegare come può operare quello privato. Quello che è successo è qualcosa di diverso. Trent’anni fa circa si è bloccato il meccanismo naturale del mercato e si è cercato di sostituirlo con correttivi irrealistici tendenti a camuffare le conseguenze. Il lettore sarà curioso di conoscere la tesi dello scrivente su «come» è stato bloccato il meccanismo naturale del mercato. Dovrà essere perciò paziente e anche fare esercizio di umiltà perché la mia tesi è tabù, nessuno vorrà ammetterla. Il crollo demografico è stata l’origine di questa crisi. È stato il pensare che fare figli al tasso di crescita precedente non sarebbe stato sostenibile, il pianeta non avrebbe retto, tutti saremmo diventati più poveri, affamati… Così gli occidentali che sapevano leggere e scrivere hanno interrotto «consapevolmente» le filiazioni mentre gli altri abitanti del pianeta, che non leggevano i saggi occidentali o se ne fregavano, hanno continuato a far figli. Ora, se ci pensate, lo sviluppo reale nasce da sviluppo di popolazione; certo io posso decidere che non voglio far crescere la popolazione, ma allora devo sacrificare lo sviluppo con ciò che ne consegue. In pratica, in un sistema economico proiettato sui valori futuri, devo accettare di diventare più povero e ciò è facilmente comprensibile: se la popolazione invecchia e non è sostituita da nuove generazioni i costi sociali aumentano (pensioni, sanità…), i risparmi prodotti dalle famiglie diminuiscono (c’è meno ragione per risparmiare se non ci sono eredi), le attività finanziarie disponibili sui mercati per finanziamenti e investimenti diminuiscono, le tasse non possono esser diminuite e così via. Ma il mondo occidentale, soprattutto la sua guida economica nel globale, decisero che si potevano tentare modelli di sviluppo senza fare figli, o meglio, il minimo indispensabile, e invece di preoccuparsi di risparmiare per farli, farli crescere, farli studiare, ecc. decise che era meglio consumare di più e godersi la vita.

Se la popolazione invecchia e non è sostituita da nuove generazioni i costi sociali aumentano, i risparmi prodotti dalle famiglie e gli investimenti diminuiscono. Ma non le tasse…


[Meno figlimeno sviluppo] I modelli di sviluppo, a crescita popolazione zero, che si cercarono di immaginare furono vari. Il primo si fondò sulla maggior produttività e si realizzò trasferendo in Asia molte produzioni con l’intento di beneficiare della riduzione costi conseguente. L’effetto fu eccellente per il mondo asiatico che ne beneficiò poiché iniziò una fase di sviluppo accelerata, ma le conseguenze non previste (quante cose non si riescono a prevedere !) furono che questa crescita economica asiatica comportò una esplosione della domanda di materie prime (si pensi al petrolio, mais e metalli) che provocò inflazione da costi di materie prime, fino al momento sconosciuta e ingestibile. Il secondo modello di sviluppo si fondò sulle promesse miracolose della new economy che avrebbe creato efficienza e produttività oltre ogni speranza. Ma il mercato non vi credette tanto e questa fallì. Nel frattempo si adottarono misure di compensazione delle nascite con l’incremento dei ritmi di immigrazione, che però non possono dare risultati a breve. E alla fine ecco balenare il progetto geniale (che meriterebbe per chi lo ha ideato il Nobel per l’antieconomia): i cosiddetti mutui subprime. Questo progetto si può sintetizzare come creazione della crescita del Pil artificiale sostenuta finanziariamente finanziando ciò che non era finanziabile perché non garantito. Dar la casa a una massa di popolazione che avrebbe creato crescita del Pil è meritevole, ma dare loro l’illusione di esser tutti diventati ricchi, un po’ meno.

Tutti decretano la morte del capitalismo e invocano l’intervento dei governi. Ma lo Stato non vedeva l’ora di essere rieletto “salvatore”: tanto non paga lui e così riprende potere Il presidente Bush ha riconosciuto con onestà che il suo governo è stato in qualche modo responsabile di questo fenomeno, basti pensare alle due agenzie paragovernative che garantivano i mutui (Fanny & Freddy). Alla fine per un governante poter dire che il Paese cresce e crea ricchezza significa dire che il governo è stato bravo e merita di esser rieletto. Nel film Jurassic Park un fisico che disquisisce sulla teoria del caos, riferendosi alle presupposte capacità tecniche di intervenire sul Dna degli animali preistorici ricreati per evitare che potessero figliare e quindi esser troppi e pericolosi, dice: «Ricordatevi che la natura vince sem70-71

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[EttoreGotti Tedeschi] pre...». Aveva ragione nel film, figuratevi nella realtà. La crescita non si inventa, questa è la dura verità. Se non la vogliamo dobbiamo accettare di esser più poveri. Gli errori fatti dai sistemi finanziari sono conseguenti ai tentativi di correzione di questa legge: credere nella liquidità illimitata e a basso costo, credere che il rischio non ci fosse più, credere a borse che accettavano ogni storiella raccontata e credere che i valori immobiliari potessero crescer sempre, anche a inflazione bassa e crescita popolazione altrettanto bassa…

Ora tutti invocano l’intervento dei governi e decretano la fine del mercato, del capitalismo in essere, della finanza, dei banchieri «avidi e rapaci». Bene, invocano l’intervento dello Stato, per risanare errori da lui sostenuti (come lo stesso Bush ammette), ma lo Stato non vedeva l’ora di esser desiderato e chiamato, tanto non paga lui, e così riprende potere. Da anni tutti, a destra e a sinistra (più che mai), erano diventati antistatalisti e sparavano contro lo Stato inefficiente inutile e costoso inneggiando al mercato. Ironia della sorte, chi ha «tradito lo Stato per il mercato», ha portato male a se stesso e a tutti noi. Ora lo Stato, invocato a voce alta, metterà liquidità nei mercati, garantirà i crediti, nazionalizzerà le perdite e i perdenti. Non si può fare altro. Ma vedrete che «tutti l’avevano detto» che solo lo Stato garantisce l’economia di mercato. Altro premio Nobel da conferire a chi riuscirà (e qualcuno statene certi, ci riuscirà) a dimostrarlo nelle condizioni di oggi.


[il documento]

24 OTTOBRE 1929

CRONACA DI UN

DISASTRO ANNUNCIATO ✵

Pierre Chiartano

’ HANNO CHIAMATO IL «GIOVEDÌ NERO» QUEL GIORNO D’OTTOBRE, il calendario segnava il 24 del mese e non sarebbe stata la sola data nera dell’anno 1929. Se lo sarebbero ricordato in molti allora, l’inizio del «panico». Sell, sell (vendi, vendi), le grida della Borsa del New York Stocks Exchange, le prime operazioni concitate, lo stupore, l’incredulità per molti, la conferma di un disastro annunciato per altri. La voglia comunque di non restare gli ultimi col cerino acceso. Nessuno aveva più voglia di andare a guardare i tramonti incantevoli a Battery Park, pochi isolati a sud in quell’estremità di Lower Manhattan che un tempo era la roccaforte a difesa della baia. Ora più nessuno poteva difenderla, i cannoni dell’economia americana non avevano più munizioni. «La paura governa il genere umano. Il suo è il più vasto dei domini», ha scritto Saul Bellow e in quei giorni e nei mesi a seguire la paura avrebbe dominato i cuori e le menti di molti. A rischio venti milioni d’americani, col loro «giardinetto» d’azioni, le rate delle Cadillac - con la cromatura di serie - da pagare o del frigo Kelvinator da 185 dollari: un armadio a

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[il documento] due ante, cornucopia del nuovo benessere sottozero. Gli apparecchi radio erano entrati in tutte le case e, un po’ come con internet oggi, tutti pensavano di poter diventare esperti di questo e di quello. Gente di ogni ceto sociale studiava i meccanismi del mercato nel tempo libero, nella pausa pranzo o leggendo il giornale in ascensore. Era la finanza diffusa e democratica, si diceva, e in parte lo era. Al cinema andava forte Alfred Hitchcock, era già uscito L’isola del peccato e proprio il 4 ottobre c’era stato il debutto di Blackmail (Ricatto). In Russia, Stalin non ne poteva più di Lev Trockij e pensava a come cacciarlo dal polit beaurau. William Faulkner aveva appena dato alle stampe L’urlo e il furore, storia di una ricca famiglia del Sud caduta in disgrazia, considerata l’opera migliore dallo stesso romanziere, forse uscita nel momento sbagliato. Un americano a Parigi di Gershwin era già un successo e Joan Crawford spopolava a Hollywood. Walter Lippmann dava alle stampe A Preface to Morals ed Erich Maria Remarque, in Germania, il suo Niente di nuovo sul fronte occidentale. Wall Street, all’incrocio con Broad, stava facendo dimenticare che lì George Washington aveva giurato da presidente. Il primo. Ora, pochi metri più avanti, la chiesa di Trinity era affollata di broker e passanti. Una fugace preghiera, per raccomandarsi l’anima a Dio, prima di giocare sul futuro. Quello altrui i primi, sul proprio i secondi. Wall Street era il tempio della finanza americana e quello era l’anno in cui le colonne del tempio sarebbero crollate. L’onda provocata, avrebbe percorso il paese da Est a Ovest lungo i quattro fusi orari, messo in ginocchio 76-77

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[FerdinandoHillmann] farmer e broker, Wall street e Main street. L’onda anomala era arrivata senza preavviso, oppure i segnali erano stati letti male o ignorati? «Quando arriverà sarà tremendo. Gli stabilimenti saranno chiusi, gli operai licenziati, il circolo vizioso diventerà inarrestabile», il 5 settembre del 1929, parlava così a Wall Street Roger Babson, imprenditore ed economista che amava fondare università e college in giro per gli Usa. Era una previsione che si sarebbe avverata di lì a poco. Ma non tutti la pensavano così, il paese veniva da anni di crescita spettacolare. Dal 1925 le industrie americane si erano sviluppate a un ritmo vertiginoso da 183 mila a 206 mila. L’indice di produzione era passato nello stesso periodo da 67 a 126 e nella patria delle automobili, Detroit, nel 1928 erano stati costruiti più di 5 milioni di autoveicoli. Tante ragioni per essere ottimisti sul futuro, tanti motivi per non credere alle cassandre. Il New York Times del 21 ottobre scriveva come «il mondo finanziario americano si sente sicuro nella consapevolezza che le più potenti banche del Paese sono pronte a intervenire per impedire il panico». E non solo, lo stesso presidente Herbert C. Hoover schiacciava i tasti rassicuranti dell’ottimismo: «Le attività economiche fondamentali del Paese, ossia la produzione e la distribuzione delle merci, sono su basi solide e prospere». Charles Mitchel, presidente della National City Bank e direttore della Federal Reserve di New York sottolineava quanto solida fosse la base industriale della Big country. I fondamentali erano tutti lì, in fila come birilli, a dimostrare che l’America poteva farcela senza troppe difficoltà. Molti esperti e accademici di Harvard si allinearono in difesa di un sistema che non poteva tradirli. Il 1927 e il ’28 erano stati gli anni del vero boom in borsa. I titoli sui giornali si sprecavano, a seconda si fosse fautori o detrattori di un meccanismo di libero mercato a briglie sciolte. Il keynesiano Richard Galbraith la definiva un’orgia speculativa «una fuga di massa nella fantasia». Del resto era l’anno della comparsa delle prime strisce a fumetti di Popey e Al Capone aveva fatto scorrere sangue a fiumi, nella strage di San Valentino. Fantasia e forza bruta potevano essere la cifra per capire una dinamica economica ormai priva di controllo. Il mondo degli affari e dell’industria che pensava di aver mangiato gli spinaci di Braccio di Ferro - visti i numeri spettacolari - si era gradualmente riempito di truffatori e di attività fittizie. Bastava avere un capannone e un ufficio vuoto, per quotarsi in Borsa e macinare soldi. Denaro finto. Vero invece, il rapporto negati-

AL CINEMA ANDAVA FORTE ALFRED HITCHCOCK, PROPRIO IL 4 OTTOBRE AVEVA APPENA DEBUTTATO “RICATTO” ✵✵✵

IN RUSSIA STALIN NON NE POTEVA PIÙ DI TROCKIJ E PENSAVA A COME CACCIARLO DAL “POLIT BEAURAU” ✵✵✵

FAULKNER AVEVA APPENA PUBBLICATO “L’URLO E IL FURORE”, STORIA DI UNA RICCA FAMIGLIA DEL SUD IN DISGRAZIA ✵✵✵

“UN AMERICANO A PARIGI” DI GERSHWIN ERA GIÀ UN SUCCESSO E JOAN CRAWFORD SPOPOLAVA A HOLLYWOOD


[il documento] vo fra aumento di produttività e stipendi che evidenziava una forbice del 50 per cento. Produzione più 40 per cento, salari più 20 per cento. Il numero di azioni negoziate passò dai 237 milioni del 1923 ai 920 milioni del 1928 e nel primo semestre del ’29 avrebbe bruciato ogni più rosea previsione. Intanto le tossine entravano in circolo avvelenando il mercato. Presto la paura sarebbe diventata panico e questo si sarebbe tramutato in isteria collettiva. La ressa di gente premeva, affollava l’ingresso della Borsa in attesa di notizie. Tutti appesi a un filo di speranza più tenue di un crine di cavallo. Patrimoni che andavano in fumo producevano emozioni irrazionali, si mischiavano con speranze deluse, oppure con tragedie consumate in pochi istanti. Il numero dei suicidi schizzò in alto come un titolo azionario quando trionfava il «toro». Almeno così ci è stato raccontato il mito di quei giorni. Il 15 gennaio di quell’anno ad Atlanta, una città piena di cartelli con sopra scritto «per soli bianchi» appesi al chiodo della vergogna razziale, nasceva Martin Luther King. Lavorare dall’alba al tramonto, non sapendo mai come pagare i conti a fine mese, era il privilegio di molti neri. Scacciare questi pensieri con del pessimo gin il solo rimedio. Presto quei bicchieri sarebbero stati l’unica via d’uscita per molti americani. La banca d’affari Lehman brothers quella volta si era salvata. Non aveva gli uffici sulla Settima, ma 78-79

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Il 15 gennaio del ’29 Martin Luther King e il 27 luglio dello stesso anno Jacqueline Bouvier, la futura Mrs. . I loro destini avrebbero scritto un pezzo di

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tre isolati più su del quartiere finanziario, al 119 di Liberty street. Da quelle parti bazzicava anche Jack, al secolo John Vernou Bouvier III, un broker di borsa di origine francese. Alta borghesia newyorkese, di quella arrivata negli Usa dopo la sconfitta di Napoleone Bonaparte. Artigiani prima, entrati poi nel mondo degli affari, dopo appena un paio di generazioni. Il sogno americano della mobilità sociale. Verso l’alto. Anche lui aveva qualche preoccupazione, l’anno prima si era sposato con Janet. La figlia, la piccola Jacqueline, era appena nata in luglio, il 27 e un nuovo arrivo in famiglia vuol dire speranze, ma anche preoccupazioni. Non le stesse che vivevano gli abitanti della Auburn avenue. Soprannominata il «paradiso nero», dove risiedevano la famiglia King e i borghesi del ghetto, gli «eletti della razza inferiore» di Atlanta, come perfidamente venivano definiti i più fortunati tra la gente di colore. Vedi dove nasci saprai come morire. Ma le strade di Martin e Jaqueline si sarebbero incrociate, i loro destini avrebbero scritto un pezzo della storia di quel grande Paese, solcato dalla morte e dalla rinascita. Ogni volta la distruzione creatrice avrebbe prodotto miracoli e fatto qualche vittima. Ma allora non potevano saperlo. Intanto, fino a poco tempo prima, eletti e fortunati pensavano di essere i finanzieri e i broker. Tra loro era scoppiata la mania, la moda dei Cef, i Closed end fund. Compravi a 900 ciò che valeva 1000, ma a decidere quel valore erano i manager del fondo. Si arrivava a quotare le attività delle aziende fino al 47 per cento in più del loro valore reale. E cosa ci fosse nel portafoglio del fondo era un segreto. Un meccanismo straordinariamente simile ad alcuni di quelli di finanza derivata, che hanno innescato la crisi del 2008. Wall street pompava soldi nell’industria e questa produceva sempre di più, per riempire le finche dei bilanci, con numeri impressionanti, far levitare ancora le proprie azioni e succhiare ancora più denaro. Un ciclo continuo, una catena di montaggio enorme quanto fragile, costruita su pezzi di carta e sulla speranza di futuri guadagni. Un vortice che allontanava tutti dalla realtà: la realtà era che i consumi non crescevano allo stesso ritmo della produzione. I magazzini delle aziende si riempivano sempre più di merci e prodotti che restavano invenduti. E i nodi presto sarebbero venuti al pettine. Per l’economista Paul Samuelson, premio Nobel nel 1970, il giorno più nero, quello che diede fuoco alle polveri del collasso, fu il 29 ottobre del 1929. Un martedì. Per lui fu il credito facile garantito dai banchieri agli speculatori, una delle maggiori cause del crack. In totale furono più di otto miliardi di dollari - dell’epoca - quelli prestati ai raider del mercato azionario, dove il gioco al ribasso o al rialzo aveva perso l’iniziale funzione regolatrice: compro azioni di aziende sottoquotate e vendo quelle che considero sopravvalutate. Una massa di denaro impressionante, pagato a un tasso del 10 per cento, che rendeva dieci volte tanto.

Kennedy storia


[il documento]

Comunque ha poca importanza quale sia stato il giorno della catastrofe. Il calendario non fa testo, se non per il racconto. Facciamo un passo indietro. È mezzogiorno del 24 - il giovedì nero, secondo una corrente di pensiero - dopo una mattinata da brivido i banchieri e i guru della finanza decidono che è ora d’intervenire. Tutti si aspettano che dicano qualcosa. La stampa fa ressa fuori dagli uffici. Si riuniscono al civico 25 di Wall street, nella sede della J.P. Morgan. Già durante la crisi del 1907 il vecchio Morgan aveva saputo dire e fare le cose giuste. Rassicurare il mercato, tranquillizzare gli investitori, salvare la baracca da guai peggiori. Il posto non era dunque stato scelto a caso e il sistema poteva funzionare ancora. Richard Whitney, vicepresidente della Borsa aveva avuto il mandato. «Fai tu, compra», gli avevano detto le maggiori banche del paese e lo zio, nel board della Morgan, lo 82-83

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aveva incoraggiato «puoi farcela». Lui figlio di una famiglia di «Bramini» di Boston, come veniva chiamata l’élite wasp del Massachusetts, discendenti diretti dei fondatori della città, aveva eseguito gli ordini. Si era messo a comprare grandi quantità di blue chips a prezzi superiori a quelli dell’ormai traballante mercato. Ridare fiducia, poteva funzionare ancora, come 22 anni prima. Anche i Rockfeller si erano lanciati in acquisti a mani basse sui titoli guida. Non sarebbe servito. Si sarebbe compreso appena dopo il week-end, il martedì successivo. Il 29 ottobre 1929. L’anno dopo, invece, sarebbero fallite 250 banche e solo nel 1932 si sarebbe toccato il fondo. Martin e Jaqueline sarebbero cresciuti in posti diversi. Lei sarebbe tornata a East Hampton, nella più sicura e protetta tenuta dei nonni, in una famiglia che avrebbe dovuto leccarsi le ferite, ma cambiando solo un po’ lo stile di vita. Lui, ad Atlanta sarebbe andato al Morehouse college dopo essere diventato pastore battista, avrebbe incominciato a pensare alle lettere da Birmimgham e il sacro fuoco delle battaglie per le libertà civili avrebbe iniziato a bruciare nella sua anima. Richard invece si sarebbe fatto quattro anni a Sig Sing e la sua storia sarebbe diventata un film. Il Ventinove sarebbe passato, avrebbe lasciato i segni per lunghi anni ancora, un americano su quattro avrebbe perso il lavoro. Quei capannoni vuoti, quelle catene di montaggio ferme avrebbero ripreso vita per lo sforzo bellico della seconda guerra mondiale. La ruggine della Grande Depressione sarebbe volata via d’un colpo, sulle ali dei Mustang P51 o dei Boeing B17, le fortezze volanti. Si sarebbe tinta del rosso vivo del sangue di migliaia di ragazzi al fronte. I cittadini in divisa avrebbero varcato l’Oceano per venire a morire sul fronte europeo. Per liberarci dalle dittature, che avevano saputo fronteggiare la crisi forse meglio degli americani, illudendosi di essere migliori di quella democrazia. Il prezzo di questa illusione però sarebbe stato molto alto e l’avrebbero pagato milioni di persone. Gli Usa ancora piegati dalla grande crisi, producevano più auto di tutti, nel 1932 solo la città di New York aveva il numero di apparecchi telefonici dell’Italia moltiplicato per sei. In quattro giorni l’America consumava il petrolio di un anno del nostro fabbisogno e produceva seicento milioni di quintali di mais in un solo anno. Erano 250 gli altiforni che sputavano barre d’acciaio mentre note languide di Billie Holiday invadevano le case di milioni d’americani attraverso le onde radio. Gli home run del baseball continuavano a far scattare in piedi gli spettatori, anche se molti dovendo scegliere come spendere il mezzo dollaro del biglietto, preferivano comprarsi un hot dog. L’unico pasto della giornata. Il New Deal rooseveltiano

IL ’27 E IL ’28 ERANO STATI GLI ANNI DEL VERO BOOM IN BORSA. IL LIBERO MERCATO CORREVA A BRIGLIE SCIOLTE ✵✵✵

IL KEYNESIANO RICHARD GALBRAITH LA DEFINIVA UN’ORGIA SPECULATIVA, “UNA FUGA DI MASSA NELLA FANTASIA” ✵✵✵

NELL’ANNO DELLE PRIME STRISCE DI BRACCIO DI FERRO ANCHE IL MONDO DEGLI AFFARI PENSÒ DI AVER MANGIATO SPINACI ✵✵✵

INTANTO AL CAPONE AVEVA FATTO SCORRERE SANGUE A FIUMI NELLA STRAGE DI SAN VALENTINO: FANTASIA E FORZA BRUTA


QL numero 2  

La Fondazione liberal è nata a Roma nel 1995 intorno al mensile liberal per iniziativa di Ferdinando Adornato che propose ad alcuni protagon...

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