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POLITICA DI SICUREZZA E DIFESA EUROPEA ALLA LUCE DELLA BREXIT

Alessandro Minuto Rizzo

NATO Defense College Foundation

Può sembrare audace parlare delle prospettive di una politica di difesa e sicurezza europea in un momento di visibile crisi. D’altra parte la materia, che è vista spesso insieme alla politica estera comune, è sempre stata un tema difficile. La ragione è semplice, si tratta di questioni che sono al cuore della sovranità degli stati e all’identità nazionale. Sono comunque più che mai importanti poiché nel mondo vi è una diffusa instabilità e si avverte la necessità di avere “security providers”. Inoltre, si farebbe un passo avanti verso un’Europa più sovranazionale di quanto lo sia oggi. Comunque non è sufficiente parlare di sicurezza e difesa come si è fatto al vertice di Bratislava, per evitare di toccare problemi più fastidiosi e difficili. Lasciando da parte la questione di un esercito europeo, che è politicamente irrealizzabile, si possono cercare delle opzioni pragmatiche per ridare un dinamismo a questa politica che sembra ferma da anni. Si può pensare ad un approccio fatto in comune, di un numero limitato di paesi volontari, forse anche sul piano finanziario. Le cooperazioni rafforzate in questa materia sono ora consentite dal Trattato di Lisbona. I paesi candidati a farne parte sono in primo luogo Francia, Germania, Italia e Spagna. Qualche timido passo in questa direzione è stato fatto recentemente dai Ministri della Difesa. Il futuro negoziato sulla Brexit aggiunge un’ulteriore complessità. Un passaggio ancora vago su cui possiamo solo fare delle ipotesi, che vanno comunque considerate. Il Regno Unito è sempre stato un attore rilevante nei dibattiti e nei negoziati sulla sicurezza europea. Si tratta di un potenza vincitrice delle due guerre mondiali, che possiede l’arma atomica ed è stata presente nelle maggiori aree di crisi. Ha ancora un’industria della difesa di primo piano mondiale, rappresentata da soprattutto da British Aerospace. Infine, anche negli ultimi anni, ha cercato di presentarsi agli Stati Uniti come il partner di prima scelta sul piano militare. E con quali carte in mano? Possiamo avere qualche sorpresa perché gli americani sono insoddisfatti per la lenta ma continua riduzione del bilancio della difesa britannica. “Britannia ruling the waves” è un mito fondatore ma che appartiene al passato. Basti pensare che oggi Londra non ha neanche una portaerei in mare ed è un argomento su cui si preferisce scivolare.


Quest’anno ho avuto occasione di sentire il Prof. Charles Kupchan, noto autore di “no one ’s world” e consigliere del Presidente Obama per l’Europa. Mi ha detto che il Presidente ha iniziato il suo mandato puntando sull’Asia, ma che più passa il tempo e più si rivolge all’Europa, che sta riconsiderando come l’alleato di riferimento più sicuro. Lo testimoniano i suoi ultimi viaggi. Ha aggiunto che la persona con cui Obama parla più spesso non è il Primo Ministro britannico, ma la Cancelliera tedesca e che gli inglesi fanno un enorme errore di valutazione pensando di avere ancora un alto valore aggiunto per l’America. Riprendendo il filo del discorso sulla Difesa, il Parlamento francese affondò nel 1954 il progetto di Comunità Europea di Difesa, che fu in qualche modo ripreso con la UEO, che divenne l’espressione di una “Identità Europea di Difesa” negli anni ‘80 e ‘90. Comunque, alla fine degli anni ‘90, dopo le decisioni sulla moneta unica, dopo che la campagna aerea sul Kossovo aveva mostrato tutti i limiti tecnologici delle forze armate europee, diveniva evidente la necessità di iniziative in materia di politica estera, sicurezza e difesa. Chi scrive è stato Cons. Dipl. da Andreatta a Mattarella, allora Ministri della Difesa, proprio negli anni in cui questi orientamenti prendevano forma. Essi erano senza riserve in favore di questo progetto. Il Presidente Chirac prese la guida del negoziato e riuscì ad ottenere un accordo con Tony Blair a S. Malò nel dicembre 1998, il quale diede il colpo di manovella finale al progetto di istituzioni comuni. Gli americani volevano essere neutrali in queste accese discussioni fra governi europei e il Segretario di Stato Baker ebbe a dire “we don’t have a dog in this fight”. Qualcosa di simile si ritrova in alcune dichiarazioni di Trump. Finalmente si raggiunse l’unanimità per mettere in piedi a Bruxelles, nella primavera del 2000, delle “strutture permanenti”, che sostanzialmente tengono fino ad oggi. Viene costituito un Comitato per la Politica e la Sicurezza (COPS), con a capo diplomatici con il rango di Ambasciatori, un Comitato Militare e uno Stato Maggiore dell’UE. Si tratta di uno schema che riprende sostanzialmente quello esistente alla Nato ed il Vertice Europeo di Nizza del Dicembre 2000 che ratifica queste decisioni, ponendo come obiettivo militare (Headline Goal) la costituzione di un corpo d’armata europeo di 60.000 uomini, potenzialmente operativo in 60 giorni. Lo stesso COPS viene inserito nei trattati, sostituendo i Direttori degli Affari Politici dei Ministeri degli Esteri dei paesi membri.


All’inizio, quindi, gli obiettivi erano seri ed ambiziosi che, ricordando le date, vengono prima del grande allargamento della UE che avviene nel 2004. Detto in modo un po’ impreciso, si pensava allora ad una specie di Nato europea. Gli accordi intervenuti prevedevano che non vi fosse una duplicazione di strutture con l’Alleanza Atlantica, a meno che non fosse indispensabile. Il sistema si completa poi nel dicembre 2002 con l’accordo chiamato “Berlino +”, in base al quale la Nato mette a disposizione della UE - per le sue operazioni autonome - le proprie strutture ed assetti militari. L’operazione in Bosnia, dove la UE succede all’Alleanza, avviene secondo queste regole. Fanno poi seguito negli anni una serie di piccole operazioni europee nei Balcani, in Africa, contro la pirateria in Somalia, “Sofia” nel campo dell’emigrazione. Progressivamente, però, le ambizioni si affievoliscono sia sugli obiettivi iniziali posti nel 2000, che nei nuovi progetti (Battle Groups). Le ragioni di questo visibile declino meritano un discorso a parte. Nel frattempo, si rafforza il bilateralismo, soprattutto con l’accordo di Lancaster House fra il Regno Unito e la Francia di Sarkozy: con dei seguiti importanti, fra cui ricordiamo l’industria integrata Franco-Britannica per la produzione di missili. La Brexit si inserisce in questo quadro descritto succintamente. Probabilmente i britannici vorranno conservare o sviluppare la cooperazione a livello bilaterale, in primo luogo con la Francia, ma anche con la Germania che sta recentemente crescendo nella dimensione militare. Oltre, naturalmente, a giocare la carta americana in ambito Nato. Non va però dimenticato che i rapporti fra Stati Uniti e Francia sono migliorati e a Washington si loda la cooperazione bilaterale a proposito delle operazioni nel Sahel e nel Ciad. A parte le strutture militari in senso proprio, vi sono grandi interessi in gioco nell’Industria della difesa. Londra certamente farà di tutto per evitare che divenga leader in Europa un nucleo degli armamenti essenzialmente franco-tedesco. Ciò andrebbe evidentemente contro gli interessi industriali britannici e diminuirebbe ancor di più il proprio ruolo verso gli Stati Uniti. Non dimentichiamo che Washington insiste da diversi anni sulla necessità che gli europei investano di più per la loro difesa. Non sembrano fare molta differenza fra l’Unione Europea e l’Alleanza Atlantica, tanto è vero che nel 2012 il Segretario alla Difesa Gates disse che, se gli europei non avessero speso di più, inevitabilmente, l’Alleanza Atlantica sarebbe andata verso l’irrilevanza. A proposito di spesa, in Francia una forte corrente di pensiero vorrebbe togliere dalle regole europee sul bilancio quelle spese militari che sono fatte nel riconosciuto interesse comune. Sarebbe un segnale politico di direzione verso quelle “spese comuni” che esistono già alla Nato.


Finora le operazioni di stabilizzazione dell’Unione europea sono state di limitata entità e in un “ambiente permissivo”, però l’opinione pubblica europea oggi sembra più preparata a reagire, in un contesto internazionale difficile, alla presenza di minacce esterne. Inutile avere ambizioni sproporzionate, come anche porsi obiettivi che fanno effetto sulla carta, ma non cambiano la sostanza. Le nuove norme europee sulle cooperazioni rafforzate sembrano un’occasione da non perdere ed i 4 paesi più importanti, sul piano delle capacità di difesa, sono i candidati naturali. Non illudiamoci, però, che sarà una passeggiata, perché sappiamo già che vi sono molti Governi contrari a tutto quello che può apparire come un gruppo più avanzato. Per avere il via libera è necessaria la maggioranza qualificata del Consiglio Europeo e non vi sono precedenti su cui fare affidamento. Quello che appare più consigliabile è, quindi, un processo di avanzamento pragmatico, evitando spese inutili o atteggiamenti che appaiano “ad escludere”. In conclusione, la fine di un sogno federale può paradossalmente essere un richiamo alla realtà e la ricerca di obiettivi ragionevoli può dare dei risultati. Così come sarebbe opportuno fare passi avanti in una dimensione più “cooperativa” e meno militare “della sicurezza” intesa a proteggere i cittadini dalle nuove minacce.

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